Pubblicato in: Banche Centrali, Cina, Finanza e Sistema Bancario, Stati Uniti

Banche Mondiali. Senza potenza finanziaria non si fa politica estera.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-03.

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Se è vero che senza potenza delle forze armate sarebbe impossibile fare un minimo di politica estera, sarebbe altrettanto vero ricordarsi che senza un adeguato sistema finanziario ogni idea in tale direzione sarebbe velleitaria.

Così, come si contano gli armamenti atomici e quelli convenzionali, sarebbe opportuno ogni tanto dare una scorsa ai sistemi finanziari delle nazioni che hanno ambizioni mondiali.

Standard & Poor compila ogni anno una lista mondiale degli istituti di credito, riportandoli per total assets decrescenti: nella tabella ne riportiamo i primi venti.

Ricordiamo qui la definizione di total assets:

«The final amount of all gross investments, cash and equivalents, receivables, and other assets as they are presented on the balance sheet.»

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La somma dei total assets delle prime venti banche mondiali assomma a 45,645.77 miliardi di dollari americani.

Le prime quattro banche mondiali sono cinesi: la Industrial and Commercial Bank of China, China Construction Bank Corporation, Agricultural Bank of China, Bank of China. Messe assieme capitalizzano 13,637.06 miliardi, ossia il 29.9% dell’assets totale.

Gli Stati Uniti hanno la JP Morgan Chase & Co., Bank of America, Citigroup Inc., Wells Fargo & Co., che sommate assieme mostrano assets per 8,750 miliardi, ossia il 19.17% del totale.

La Francia mostra quattro banche: Groupe BPCE, Société Générale, Crédit Agricole e BNP Paribas, per un assets total di 7,517.63 miliardi. il 16.47% del totale.

Le banche del Giappone e del Regno Unito stanno uscendo dalla graduatoria.

La Germania è presente solo con Deutsche Bank, che risponde al 3.87% dl totale.

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Questa tabella evidenzia con crude cifre come solo Cina e Stati Uniti abbiano il supporto finanziario per la loro politica estera mondiale. Evidenzia anche come la Cina si stia avviando alla supremazia mondiale in questo settore di vitale importanza per il suo sistema economico nazionale. E tutto questo lo ha fatto in poco meno di trenta anni, partendo da basi disastrate: il problema è sia politico sia si organizzazione del lavoro in questo settore. Forse, l’Occidente farebbe bene a cercare di studiare meglio la situazione ed a cercare anche di imparare qualcosa.

Il caso francese è a parte.

Se dal punto di vista finanziario è ancora in graduatoria, ed anche ben piazzata, è almeno al momento orfana di un reggimento politico degno di tal nome: la politica estera richiede infatti una consistente continuità di intenti, venuti a meno negli ultimi lustri.

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Il problema tedesco è molto ben descritto in un articolo comparso di recente: non dovrebbero servire commenti, basterenne solo leggerlo.

Le forze straniere avanzano in una Germania in rovina. È lo stato del sistema bancario tedesco oggi

Un dossier gira sui tavoli delle cancellerie e delle redazioni dei quotidiani finanziari di tutto l’Occidente – e non solo – ed è classificato, perché solo a parlarne vengono i brividi: esiste un Paese europeo che da decenni non include nei propri bilanci le liability verso enti terzi di fatto e di diritto sottoposti alla propria garanzia. Ed ha nascosto sotto il tappeto – nel formale rispetto delle regole – la bellezza di 4.700 miliardi di euro, oltre il 120% del PIL, mentre l’indebitamento della prima e della terza banca del Paese supera abbondantemente i 1.800 miliardi di Euro e l’esposizione del primo istituto di credito sui derivati equivale all’astronomica cifra di 48.000 miliardi, quattordici volte il PIL del Paese. Ora, quel Paese è la Bundesrepublik Deutschland, la Germania.

Da mesi i media di tutto il mondo riportano notizie sui tentativi di salvare Deutsche Bank e Commerzbank, le due banche di cui sopra, dal rischio di una crisi senza via d’uscita. La fusione è stata accantonata, ricordando le parole dell’ex presidente di Volkswagen Ferdinand Piëch: “Due malati in un letto non fanno una persona sana”. Unicredit, ING e alcuni istituti di credito francesi hanno cominciato ad esplorare un’acquisizione. Da notare che gli azionisti delle due banche sono quasi gli stessi: importanti fondi di investimento anglosassoni; con la significativa differenza che Commerzbank è per il 15,6% di proprietà del Governo tedesco, il quale ovviamente ha le mani legate perché non può avvallare operazioni che comportino perdite significative di posti di lavoro. È il modello tedesco di partecipazione dello Stato federale, dei Land (le regioni) e delle associazioni di lavoratori nei consigli di amministrazione e nell’azionariato delle grandi aziende che in questo, come in altri casi, mostra i propri limiti: non è realistico chiedere alle dita di una mano quali preferirebbero essere amputate dall’arto…

Il tempo corre: Fitch, che a settembre 2017 ha declassato le obbligazioni di Deutsche Bank da A- a BBB+, a giugno 2018 e di nuovo a febbraio 2019 ha confermato l’outlook negativo, ad appena due passi dalla classificazione come “titoli spazzatura”. Non che Commerzbank stia molto meglio…

A Berlino il merger (la fusione) piace ancora, anche per difendere le banche e le aziende tedesche dalle mire della Cina. L’eventuale arrivo di un “cavaliere bianco” italiano, francese o olandese verrebbe vissuto come un male minore, allo scopo di evitare traumatiche incursioni del Celeste impero, come nel caso di Geely salita senza colpo ferire al 10% di Daimler1 o della società elettrica di stato cinese arrivata a controllare il 20% di uno dei quattro gestori della rete elettrica tedeschi. Il dubbio non è se Berlino vorrà difendere la Germania e, indirettamente, l’Europa: da mesi il governo di Angela Merkel lavora a un disegno di legge volto ad assicurare all’esecutivo il potere di bloccare gli investimenti extra-UE – anche solo del 10% – in aziende di settori strategici, come infrastrutture, difesa e sicurezza. No, il dubbio è quanto e persino se potrà farlo.

Ora, ricordate come è cominciata nel settembre 2007 la così detta Grande Depressione, di cui il mondo in generale e l’Europa in particolare portano ancora le stigmate? Il 13 settembre 2008 Lehman Brothers aveva in corso trattative con Bank of America e Barclays per la possibile vendita della società. Di lì a ventiquattr’ore, però, Barclays ritirò la sua offerta, mentre l’interessamento di Bank of America cozzò contro la richiesta di un coinvolgimento del governo federale nell’operazione. Il giorno successivo l’indice Dow Jones segnò il più grande tracollo da quello che era seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001: il fallimento di Lehman è stato il più grande nella storia, superando il crac di WorldCom nel 2002. Lehman aveva debiti bancari pari a circa 613 miliardi di dollari e debiti obbligazionari per 155 miliardi di dollari, un importo complessivo equivalente al 5% del PIL americano nel 2008.

Certamente, Berlino non ripeterebbe l’errore, memore anche dei quaranta miliardi di sterline offerte nel 2008 dal governo britannico alle banche in difficoltà. Qui, però, non parliamo di 40 e nemmeno di 600 miliardi, ma di oltre 1.800. Il governo tedesco avrebbe la forza finanziaria e politica per farlo e anche di imporre ai partner europei di fare una mano, stante anche la situazione dell’indebitamento reale della Nazione e la diffusione dei sovranismi? A fronte di offerte provenienti da Pechino dell’ordine delle centinaia di miliardi, il contribuente tedesco preferirebbe pagare il conto di banchieri e imprenditori di tasca propria, pur di garantire l’indipendenza del Sistema Paese tedesco? Il contribuente italiano si renderebbe conto che abbandonare la Germania al proprio destino equivale a segare il ramo su cui è seduto?

Chi scrive, in realtà, avrebbe timore di fare questa domanda agli Italiani se si trattasse anche solo di salvare una delle banche “sistemiche” del nostro Paese, figuriamoci quelle tedesche…

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Pubblicato in: Cina, Economia e Produzione Industriale, Geopolitica Mondiale, Problemia Energetici

Cina. Import petrolifero salito a 10.68 milioni di barili al giorno.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-12.

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Lo sviluppo economico cinese non sarebbe stato possibile senza la possibilità di acquisire prodotti energetici a costi contenuti.

Se questa affermazione è vera per il passato, altrettanto lo sarebbe per il futuro: senza energia a basso costo sarebbe impossibile ogni qualsivoglia produzione industriale, tanto meno poi incrementarla.

Sarebbe impossibile comprendere la complessa politica estera cinese senza tener presente quanto ambisca a mantenere rapporti cordiali con i paesi produttori di petrolio.

«China imported 43.73 million tons of crude in April, or 10.68 million barrels a day»

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«That’s the most in figures going back to 2010»

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«The record purchases are mostly due to large volumes of Iranian oil arriving in China before the expiration of the waivers»

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«An estimated 1.7 million barrels a day of refining capacity was taken offline for maintenance in April, the most during the March-May peak season»

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«While no country-by-country breakdown of the Chinese figures for April is available yet, observed crude exports from Iran to China rose to 806,452 barrels a day in March»

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«It normally takes 22 days for Iranian cargoes to arrive in China, so shipments are likely to drop significantly for May arrivals as observed exports from the Islamic Republic fell 67 percent in April from March»

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Al di à delle frasi di rito su clima ed alternative, superenfatizzate dai media occidentali, la Cina ha già approntato grandi piani energetici.

Cina. Centrali elettriche nucleari. 37 reattori attivi, 60 in costruzione, 179 programmati.

«37 operating nuclear power reactors: 33,657 MWe»

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«60 nuclear reactors under construction: 68,7006 MWe»

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«179 nuclear reactors proposed: 205,000 MWe»

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Gli Usa costruiscono centrali nucleari. e la Cina esporta l’energia in Pakistan

«La Westinghouse Electric Corporation è una società leader nel settore dell’energia atomica con sede in Pennsylvania che ha ideato il reattore AP1000, l’unica unità nucleare al mondo di terza generazione ad acqua pressurizzata (PWR), il cui primo esemplare ha iniziato a funzionare nella provincia di Zhejiang, sita nella Cina orientale, e più precisamente a Sanmen.

Mercoledì 25 aprile [2018], infatti, è cominciato il caricamento del combustibile atomico del reattore numero 1 di quello che sarà un impianto rivoluzionario in quanto a dotazioni di sicurezza; caricamento che sarà completato entro l’estate e che porterà alla totale attivazione della centrale entro la fine di quest’anno.

La centrale di Sanmen avrà una potenza complessiva di 7,5 Gw e fa parte di un progetto della Spic, la State Power Investment Corporation ovvero una delle prime 5 compagnie cinesi nel campo delle costruzioni energetiche, che prevede la costruzione di altre 3 centrali di questo tipo: un’altra sempre nel distretto di Zhejiang, e due ad Haiyang, nella provincia di Shandong.»

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È in ogni caso evidente come lo sviluppo della motorizzazione, sia a scopi commerciali sia a scopi familiari, necessiti di derivati distillati dal petrolio, mentre il riscaldamento urbano dipende in larga quota dal gas naturale.

Fatti questi che dovrebbero rendere intelleggibile la geopolitica energetica mondiale cinesa, a partire dai suoi rapporti con l’Iran.


Bloomberg. 2019-05-08. Chinese Oil Imports Surge to Record as Iranian Crude Stockpiled

China’s crude imports climbed to a record last month as a drive to stock up on Iranian oil before exemptions from U.S. sanctions expired on May 2 offset the effect of maintenance shutdowns by local refiners.

– China imported 43.73 million tons of crude in April, or 10.68 million barrels a day, according to Bloomberg calculations based on data from General Administration of Customs in Beijing. That’s the most in figures going back to 2010.

Key Insights.

– The record purchases are mostly due to large volumes of Iranian oil arriving in China before the expiration of the waivers, according to Michal Meidan, an analyst with London-based industry consultant Energy Aspects Ltd. An estimated 1.7 million barrels a day of refining capacity was taken offline for maintenance in April, the most during the March-May peak season.

– The start-up of a mega refinery at Dalian by Hengli Group also boosted imports, according to Li Li, an analyst at Shanghai-based commodities researcher ICIS-China.

– While no country-by-country breakdown of the Chinese figures for April is available yet, observed crude exports from Iran to China rose to 806,452 barrels a day in March, the highest in six months, according to tanker-tracking data compiled by Bloomberg.

– It normally takes 22 days for Iranian cargoes to arrive in China, so shipments are likely to drop significantly for May arrivals as observed exports from the Islamic Republic fell 67 percent in April from March.

Pubblicato in: Cina

Cina. 130 milioni hanno viaggiato all’estero.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-29.

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How Chinese tourists are changing the world

«135 million travellers a year, spending US$261 billion – numbers that will soon be smashed: Chinese tourists are having a huge impact on destinations everywhere, which welcome the money they pay but not always their ways»

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«While much public discourse in the U.S. focuses on things like steel prices and cheap manufactured goods, the really dominant theme in Chinese economics is the power of consumer spending and services»

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«According to the United Nations World Tourism Organization, Chinese outbound tourism expenditure grew to $261 billion in 2016 (21 percent of the world market), an increase of 12 percent from 2015 and 11 times of the amount spent a decade earlier.»

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Ricapitoliamo.

135 milioni di cinesi si sono mossi all’estero per turismo, spendendo 261 miliardi di dollari americani. La spesa media è di 1,933 dollari a testa. Una famiglia di padre, madre e due figli ha speso 7,733 Usd.

Questo significa che le famiglie cinesi guadagnano a sufficienza da avere un surplus di quasi 8,000 Usd l’anno, e potersi permettere di spenderlo in un viaggio turistico all’estero.

Un po’ più del dieci per cento della popolazione totale può permettersi una tale spesa nonché di assentarsi dal lavoro per una – due settimane.

Il turismo cinese copre il 21% dell’intero mercato turistico mondiale.

Un grande risultato, tenendo conto che nel 1990, ventinove anni fa, il pil procapite cinese era 349 Usd.

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Ci si domanda stupiti per quale motivo i media occidentali dipingano la Cina come un paese illiberale, quando una simile quota di loro Cittadini ha libertà e mezzi per recarsi all’estero. Ed a viaggio terminato, se ne ritorna contenta a casa propria.


Ansa. 2019-03-17. 130 milioni i turisti cinesi nel mondo

Cina supera Italia come arrivi internazionali, Pechino 2/o hub.

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A poche ore dalla visita in Italia del leader cinese XI Jinping e nel mezzo dell’infuocato dibattito sul memorandum per la Via della Seta, non si può non considerare anche l’enorme potenza turistica della Cina, tenendo conto del fatto che una persona su 5 al mondo è cinese: sono oltre 130 milioni, infatti, i cinesi che annualmente si recano all’estero per turismo o per lavoro. Di questi circa il 13% arriva in Europa e solo una piccola parte – tra i 500 e i 600 mila – degli 1,4 milioni che visitano il nostro paese arriva direttamente in Italia. Esattamente, secondo i dati Istat, dalla Cina si registrano 3 milioni 77 mila arrivi e poco più di 5 milioni di presenze.

Dall’altra parte è enorme anche la potenzialità del Paese del Dragone come meta turistica: “La Cina – spiega all’ANSA Damiano De Marchi, ricercatore del Ciset – Centro internazionale di studi sull’economia turistica – ha superato l’Italia per arrivi internazionali di turisti (60 milioni contro i 58,3 del Belpaese) e Pechino è diventato il 2/o aeroporto al mondo, una situazione fino a 20 anni fa impensabile. Per non parlare del turismo domestico del Paese, su cui il governo sta molto spingendo, che ha toccato i 3 miliardi di arrivi. L’Italia continua a essere nella mente dei turisti cinesi, ma non sempre questo sogno diventa realtà, perché la scelta si basa anche sulla facilità di raggiungimento e la politica dei visti e l’assenza di voli diretti penalizzano moltissimo”.

“Provenendo dal settore turistico conosco il comparto – spiega il ministro Gian Marco Centinaio – e in particolare qualche settimana fa sono andato in Cina per parlare con il mio omonimo che mi ha riferito di come l’Italia e la Cina siano due super potenze mondiali nel settore del turismo, fuori dal nostro Paese ci vedono così. Abbiamo ottomila chilometri di costa, i siti Unesco più importanti al mondo, le città d’arte che sono dei musei a cielo aperto, abbiamo paesaggi rurali invidiati da tutti e la gente fa migliaia di chilometri per vederli e noi tutto questo lo diamo per scontato. Abbiamo la storia d’Italia che nessun Paese oltre i nostri confini possiede”.

Tutti i paesi europei rappresentano destinazioni potenziali del mercato cinese – emerge da uno studio di Cst-Confesercenti – e la loro modalità di visita è itinerante: 2-3 città per nazione e ripartono verso una nuova meta. L’Italia è il terzo paese più visitato e Roma è la seconda città più scelta, con arrivi in continuo aumento, assieme a Venezia (1 cinese su 5 pernotta in Veneto), Firenze e Milano. Le 10 destinazioni preferite sono state in ordine di visitatori: Francia, Germania, Italia, Spagna, Russia, Gran Bretagna, Svizzera, Grecia, Repubblica Ceca e Ungheria. Le prime 10 città per numero di visitatori sono Parigi, Roma, Praga, Mosca, la svizzera Interlaken, Vienna, Firenze, Venezia, Budapest e Barcellona.

Pubblicato in: Cina, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Italia. Percezione degli accordi con la Cina. Nuova Via della Seta.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-04.

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L’Istituto Demopolis ha effettuato un interessante sondaggio su come l’opinione pubblica ha percepito l’accordo sino-italiano sulla Nuova Via della Seta.

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Gli accordi commerciali Italia-Cina nella percezione dell’opinione pubblica

L’intesa commerciale Roma-Pechino, con l’adesione dell’Italia alla nuova “Via della Seta”, è vista favorevolmente dalla maggioranza assoluta degli italiani. 3 su 10 non la condividono, mentre il 19 per cento non esprime un’opinione in materia. È il dato che emerge da un sondaggio condotto dall’Istituto Demopolis in occasione del viaggio in Italia del presidente cinese Xi Jinping.

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“L’opinione pubblica – spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento – si divide sui rapporti con la Cina. Tra le ragioni a favore della scelta del Governo Conte, centrali appaiono due motivazioni: il 43% ricorda chel’Italia ha bisogno di investimenti esteri e di una maggiore centralità nel Mediterraneo, il 35% segnala che potrebbe essere un’occasione per rafforzare l’espansione del Made in Italy in nuovi mercati. Sul fronte opposto, 4 intervistati su 10 evidenziano i rischi della concorrenza delle merci cinesi a basso costo; uno su tre teme il controllo su alcuni porti italiani, mentre il 27 per cento preferirebbe evitare tensioni con gli Usa e i partner dell’Unione Europea”. 

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Interessante, nell’analisi dell’Istituto Demopolis, è la differenziazione delle posizioni degli elettori dei principali partiti. Più favorevole appare chi vota il Movimento 5 Stelle: i due terzi condividono l’adesione alla Via della Seta; un giudizio positivo arriva anche da poco più del 50% degli elettori della Lega. Più critico chi si colloca nell’area dell’opposizione: propenso all’accordo con la Cina si dichiara il 41% di chi vota il PD ed appena un elettore su tre di Forza Italia. 

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Dopo i recenti anni di crisi, l’opinione pubblica manifesta un’apertura a nuovi rapporti commerciali del nostro Paese, ma sempre all’insegna di una prudenza nei delicati equilibri geo-politici. Il 54% degli italiani, intervistati da Demopolis per il programma Otto e Mezzo, ritiene auspicabile il rafforzamento delle relazioni economiche dell’Italia con la Cina e la Russia, ma nel rispetto delle relazioni euro-atlantiche e dell’alleanza con gli Stati Uniti. 

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Ideologia liberal

Financial Times. L’Occidente ha perso la voglia di vivere.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-16.

Cervello Liberal Denocratico

Cerchiamo di ragionare.

Tramonto non dell’Occidente ma della dottrina illuminista.


Al mondo ci sono circa 7.53 miliardi di esseri umani. Di questi 325.7 milioni vivono negli Stati Uniti e 503.7 milioni nell’Unione Europea. Con 829.4 milioni di abitanti l’Occidente rende ragione dell’11.01% della popolazione mondiale.

Tenendo conto che i liberal socialisti sono grosso modo la metà degli Elettori occidentali, essi rendono conto di poco più del 5% della popolazione mondiale.

Ciò nonostante, i liberal socialisti ritengono di essere i depositari della Verità e che tutti gli altri dovrebbero adattarsi a condividere la loro Weltanschauung.

Solo che gli altri invece non ne vogliono proprio sapere.

Loro, nella loro neolingua politicamente corretta, li definiscono “illiberali“.

Il Financial Times ha fatto l’argomento oggetto di un simpatico articolo, che riproponiamo nella chiosa di Gog e Magog.

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«Secondo Gideon Rachman, sul Financial Times di ieri, se il XIX secolo ha reso popolare l’idea dello ‘Stato-nazione’, il 21mo secolo potrebbe essere, invece, il secolo della ‘civiltà-Stato’»

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«Una civiltà-Stato è un paese che pretende di rappresentare non solo un territorio storico o una particolare lingua o gruppo etnico, ma una civiltà ben distinta. È un’idea che sta guadagnando terreno in stati differenti fra loro come la Cina, l’India, la Russia, la Turchia e, persino, gli Stati Uniti»

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«La nozione di civiltà-Stato ha risvolti decisamente illiberali»

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«Implica che i tentativi di definire dei diritti umani universali o degli standard democratici comuni sono sbagliati, poiché ogni civiltà ha bisogno di istituzioni politiche che riflettano la propria specifica cultura»

*

«Una delle ragioni per cui l’idea di una civiltà-Stato ha buone probabilità di diventare diffusa è l’ascesa della Cina»

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«la Cina moderna ha avuto successo proprio perché ha voltato le spalle alle idee politiche occidentali — per perseguire, invece, un modello radicato nella propria cultura confuciana e nelle tradizioni meritocratiche incentrate sul superamento di ferrei esami.»

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«Come la Cina, l’India ha una popolazione di oltre 1 miliardo di persone»

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«idea che l’India sia più di una semplice nazione — e sia, invece, una civiltà a sé»

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«i padri fondatori dell’India moderna, come Jawaharlal Nehru, abbiano sbagliato nell’abbracciare idee occidentali, come il socialismo scientifico, ritenendole universalmente applicabili»

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«L’idea di uno Stato-civiltà sta guadagnando terreno anche in Russia. Alcuni degli ideologi vicini a Vladimir Putin hanno fatto propria l’idea che la Russia rappresenti una civiltà eurasiatica distinta, che non avrebbe mai dovuto cercare di integrarsi con l’Occidente»

*

«In un sistema globale plasmato dall’Occidente, non sorprende che alcuni intellettuali di paesi come la Cina, l’India o la Russia vogliano sottolineare la peculiarità della propria civiltà. La cosa più sorprendente è però che anche pensatori di destra negli Stati Uniti stanno ripudiando l’idea di “valori universali”»

*

«la questione fondamentale del nostro tempo è se l’Occidente voglia ancora vivere»

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La frase chiave di tutta la costruzione sembrerebbe essere questa:

«la Cina moderna ha avuto successo proprio perché ha voltato le spalle alle idee politiche occidentali».

È una mezza verità.

La Cina ha voltato le spalle all’ideologia liberal socialista, non all’Occidente.

I liberal dovranno bene un bel giorno prendere atto che loro non personificano l’Occidente e non possono pontificare a nome suo. In fondo tutto si risolve in una semplice domanda: “chi mai si credono di essere'”.

Quanto sia sciabecca questa pretesa lo lasciamo giudicare alle opere.

Nel 2008 l’eurozona aveva un pil di 14,113 miliardi Usd, ma a fine 2017 aveva registrato un pil di 12,589 miliardi Usd; la Cina, nello stesso arco temporale, era passata da un pil di 4,804 miliardi Usd ad un valore di 12,237 miliardi Usd.

Si è perfettamente consci che una Weltanschauung non potrebbe essere giudicata sulla base dei risultati economici che produce, ma alla fine delle fini codesta débâcle è la risultante di una mentalità, di un atteggiamento mentale, ed i dati numerici sono incontrovertibili come macigni.


Gog e Magog. 2019-03-05. Il FT inorridito: Cina, India, Russia e l’ascesa delle “civiltà-Stato”. Una idea illiberale che piace a destra.

Secondo Gideon Rachman, sul Financial Times di ieri, se il XIX secolo ha reso popolare l’idea dello ‘Stato-nazione’, il 21mo secolo potrebbe essere, invece, il secolo della ‘civiltà-Stato’.

“Una civiltà-Stato è un paese che pretende di rappresentare non solo un territorio storico o una particolare lingua o gruppo etnico, ma una civiltà ben distinta. È un’idea che sta guadagnando terreno in stati differenti fra loro come la Cina, l’India, la Russia, la Turchia e, persino, gli Stati Uniti.

La nozione di civiltà-Stato ha risvolti decisamente illiberali. Implica che i tentativi di definire dei diritti umani universali o degli standard democratici comuni sono sbagliati, poiché ogni civiltà ha bisogno di istituzioni politiche che riflettano la propria specifica cultura. Inoltre l’idea di una civiltà-Stato tende a escludere: le minoranze e i migranti potrebbero non esservi mai inclusi, perché non fanno parte del nucleo centrale della civiltà.

Una delle ragioni per cui l’idea di una civiltà-Stato ha buone probabilità di diventare diffusa è l’ascesa della Cina. Nei discorsi rivolti al pubblico straniero, il presidente Xi Jinping ama sottolineare come la storia e la civiltà cinesi siano uniche. Questa idea è stata portata avanti da intellettuali filogovernativi, come Zhang Weiwei dell’università di Fudan. In un libro che ha avuto molta influenza (“L’onda cinese: l’ascesa di una civiltà-Stato”), Zhang sostiene che la Cina moderna ha avuto successo proprio perché ha voltato le spalle alle idee politiche occidentali — per perseguire, invece, un modello radicato nella propria cultura confuciana e nelle tradizioni meritocratiche incentrate sul superamento di ferrei esami.

Zhang ha in realtà adattato un’idea elaborata per la prima volta da Martin Jacques, uno scrittore occidentale, in un libro di successo (“Quando la Cina governa il mondo”). “La storia della Cina come stato nazionale”, sostiene Jacques, “risale a soli 120–150 anni fa: la sua storia come civiltà risale invece a migliaia di anni fa”. Egli ritiene che il carattere distinto della civiltà cinese porti a norme sociali e politiche molto diverse da quelle prevalenti in Occidente, compresa “l’idea che lo Stato dovrebbe basarsi su relazioni familiari e su una visione molto diversa del rapporto tra individuo e società, con quest’ultima considerata molto più importante del primo”.

Come la Cina, l’India ha una popolazione di oltre 1 miliardo di persone. I teorici del partito al potere (Bharatiya Janata) sono molto attratti dall’idea che l’India sia più di una semplice nazione — e sia, invece, una civiltà a sé. Per il BJ, l’unica caratteristica distintiva della civiltà indiana è la religione indù — una nozione che relega implicitamente i musulmani indiani a un secondo livello di cittadinanza.

Jayant Sinha, ministro del governo di Narendra Modi, sostiene che i padri fondatori dell’India moderna, come Jawaharlal Nehru, abbiano sbagliato nell’abbracciare idee occidentali, come il socialismo scientifico, ritenendole universalmente applicabili. Invece, essi avrebbero dovuto basare il sistema di governo postcoloniale dell’India sulla unicità della propria cultura. Da ex consulente McKinsey con un MBA di Harvard, il signor Sinha potrebbe sembrare l’archetipo del portatore di valori “globalisti”. Ma quando l’ho incontrato a Delhi l’anno scorso, stava predicando il particolarismo culturale, sostenendo che “a nostro avviso, il nostro retaggio culturale precede lo Stato…Le persone avvertono che le loro tradizioni sono minacciate. Abbiamo una visione del mondo basata sulla fede che entra in collisione con una visione razionale-scientifica”.

L’idea di uno Stato-civiltà sta guadagnando terreno anche in Russia. Alcuni degli ideologi vicini a Vladimir Putin hanno fatto propria l’idea che la Russia rappresenti una civiltà eurasiatica distinta, che non avrebbe mai dovuto cercare di integrarsi con l’Occidente. In un recente articolo [11 febbraio 2019, una traduzione italiana qui] Vladislav Surkov, uno stretto consigliere del presidente russo, ha sostenuto che “i ripetuti e infruttuosi sforzi” del suo paese per entrare a far parte della civiltà occidentale “sono finalmente finiti”. La Russia dovrebbe invece riconciliarsi con la propria identità di “civiltà che ha assorbito sia l’est che l’ovest” con una “mentalità ibrida, un territorio intercontinentale e una storia bipolare. Carismatica, di talento, bella e solitaria. Proprio come dovrebbe essere un mezzosangue”.

In un sistema globale plasmato dall’Occidente, non sorprende che alcuni intellettuali di paesi come la Cina, l’India o la Russia vogliano sottolineare la peculiarità della propria civiltà. La cosa più sorprendente è però che anche pensatori di destra negli Stati Uniti stanno ripudiando l’idea di “valori universali” — a favore dell’enfasi sulla natura peculiare, e presumibilmente in pericolo della civiltà occidentale.

Steve Bannon, che è stato brevemente lo stratega capo della Casa Bianca con Trump, ha ripetutamente sostenuto che la immigrazione di massa e il declino dei valori cristiani tradizionali stanno minando la civiltà occidentale. Nel tentativo di arrestare questo declino, Bannon sta fondando in Italia una “Accademia per l’Occidente giudeo-cristiano”, destinata a formare una nuova generazione di leader.

L’argomentazione bannonita secondo cui l’immigrazione di massa sta minando i valori tradizionali americani è al centro della visione ideologica di Donald Trump. In un discorso pronunciato a Varsavia nel 2017, il presidente Usa ha dichiarato che “la questione fondamentale del nostro tempo è se l’Occidente voglia ancora vivere”, prima di rassicurare il suo pubblico con un “la nostra civiltà trionferà”.

Stranamente, l’adozione da parte di Trump di questa visione “di civiltà” del mondo potrebbe in realtà essere un sintomo del declino dell’Occidente. I suoi predecessori proclamarono con fiducia che i valori americani erano “universali” e destinati a trionfare in tutto il mondo. Ed è stata la forza globale delle idee occidentali che ha fatto dello Stato nazionale la norma internazionale dell’organizzazione politica. L’ascesa di potenze asiatiche come la Cina e l’India può creare nuovi modelli: il prossimo passo, la “Civiltà-Stato”.

Pubblicato in: Cina, Devoluzione socialismo, Geopolitica Africa

Gambia. Inaugurato il ponte Farrafemi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-27.

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Gambia plans to construct 2 key bridges with Chinese expertise

The Gambian government plans to construct two key bridges in the country’s Upper River Region as part of plans to boost transportation and movement of people and goods.

The presidency said on Friday that president Adama Barrow had been presented with designs for the two bridges and a road network when he arrived in the region on his nationwide tour.

The presentation, which was done on the sidelines of the ongoing nationwide tour, at the President’s hometown of Mankamang Kunda, was meant to brief the President about the state of preparedness for the construction of a bridge at Basse-Fatoto and Chamoi-Suduwol crossing points.

The President was told that the construction will commence before the end of 2018, the presidency’s statement read in part. A completion time was however not given or how much the project is estimated to cost.

The designs were presented to Barrow by the Chinese ambassador to the Gambia, Zhang Jiming, who was also accompanied by some officials.

A delighted Barrow is reported to have described the construction as key landmarks since independence. “This is one of the greatest landmark projects since independence in 1965,” he is quoted to have said.

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Barrow Unveil Major Projects of Bridges, Roads in Rural Gambia

«President Adama Barrow, of the Gambia has laid the foundation stones for bridges and roads in Upper River Region (URR), on Saturday the 15th of  December, 2018 at Bassending about 3km away from Basse, the provincial Capital of URR.

The Basse-Fatoto-Koina road and bridges project in URR of the Gambia was funded by the People’s Republic of China.

On May 19, 2017, China and The Gambia entered into an agreement on economic and technological cooperation.

Also, on July 19, the same year; the two governments signed the exchange of letters on the feasibility study for the construction of the China Aid Road and Bridge projects in URR of The Gambia. ….»

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La Repubblica del Gambia ha 1.7 milioni di abitanti che hanno un pil ppa procapite di1,868 Usd.

Non è un paese povero: è un paese misero.

Ha un’agricoltura di sussistenza ed una minima industria legata agli arachidi. Ben un terzo del pil è costituito dagli aiuti dell’UNCtad.

Ma il grosso degli aiuti occidentali si concretizza nella fornitura di anticoncezionali.

Cerchiamo di parlare senza usare il tedioso politicamente corretto.

Sia il Gambia sia il Senegal sono paesi miseri che ambirebbero a diventare solo poveri.

Ma miseria e povertà non si risolvono con le elemosine e nemmeno ammazzando la popolazione.

Quei popoli hanno un disperato bisogno di infrastrutture. Sicuramente scuole ed ospedali, ma soprattutto acquedotti, fogne, centrali elettriche, strade, ponti, strade ferrate.

Fare emigrare quella parte di popolazione più intraprendente è un vero e proprio omicidio.

Cina ed Africa. I rapporti collaborativi si stanno consolidando.

Non ci si stupisca dunque che la Cina abbia sostituito quasi totalmente gli occidentali.

I cinesi concorrono a costruire infrastrutture senza voler imporre alla popolazione costumi degeneri.


Bbc. 2019-01-24. The Gambia River bridge set to end ‘centuries’ of trade chaos with Senegal

A new bridge spanning the River Gambia is set to revolutionise travel and trade in the region.

The Gambia is a thin sliver of land either side of the eponymous river, surrounded on three sides by Senegal.

The 1.9km (1.2 miles) Senegambia bridge near Farafenni links the two halves of The Gambia, as well as allowing people from the north of Senegal to reach the southern Senegalese province of Casamance with ease.

Up until now, people have had to use an unreliable ferry crossing or take the long route round The Gambia. Lorry drivers could spend days, and sometimes a week, in a queue waiting to cross meaning that perishable goods could spoil.

On Monday, people took the opportunity to make the crossing over the bridge for the first time.

Celebrations broke out when the crossing, which took seven years to build, was formally opened by Gambia’s President Adama Barrow and Senegal’s President Macky Sall.

One of Africa’s most famous stars, Senegalese musician Youssou Ndour performed for the crowds.

“I have been using this route for the past 15 years,” one driver told the BBC. “Today, I thank God, the hurdles that have been experiencing over the years have finally come to end.

“Also, the bridge will cement the relationship between the two countries.”

“At times I [used to] spend 10 to 20 days waiting for the ferry to cross,” another driver said. “Goods got spoiled, it didn’t only affect the drivers but the businesses.”

There had been a plan to build the bridge since the 1970s, but it was delayed as relations between the neighbours were sometimes strained.

President Sall (second left) thanked the African Development Bank, which helped fund the construction, and paid tribute to “the Gambian people for the great achievement we made together”.

President Barrow (right) said the bridge “ends centuries of travel difficulties”.

At the moment, small cars that use the bridge are charged $5 (£4), lorries and other heavy vehicles will be able to cross from July.

Pubblicato in: Cina, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Cina, Giappone e Germania. Tre destini simili. – Bloomberg.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-11-21.

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Il titolo di Bloomberg è un sommario:

Japan, German Contractions Open Cracks in Global Economy

Le battute di arresto della terza e quarta economia mondiale non possono non avere ripercussioni sui mercati internazionali, sulla economia mondiale. L’articolista suggerisce che siano battute di arresto momentanee, che presto questi due sistemi economici dovrebbero potersi riprendere, anche se prospetta crescite minimali, nell’ordine dell’uno e due per cento: ma questo sembrerebbe essere più un buon auspicio piuttosto che una prvisione ben fondata.

«But the data from the third- and fourth-largest economies are a setback when the outlook for global growth is already fraying amid jittery financial markets and mounting trade wars.»

*

«China provided some sense of stability as infrastructure investment and industrial production picked up, while weak retail sales underscored the slowdown underway in the No. 2 economy»

*

Dare la colpa di tutto ciò che sta accadendo alle politiche commerciali di Mr Trump sembrerebbe essere la ricerca del capro espiatorio. I motivi sono purtroppo ben più profondamente radicati.

«Markets are starting to fret with stocks and oil prices both sliding sharply. The MSCI index of global stocks dropped more than 7 percent in October, its worst month since 2012.»

*

«Industrial production rose in China more than expected in October and there was also a stronger reading from fixed-asset investments, signaling that government stimulus aimed at spurring infrastructure investment is finally passing through»

*

«Oil is witnessing a record losing streak and OPEC warns demand for crude is falling faster than expected.»

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«Contractions in two major economies are likely to make investors and companies more cautious about the outlook for the global economy»

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«demand for crude is falling»

Questo sembrerebbe essere il cuore del problema.

Il calare della domanda petrolifera non è una causa, bensì un effetto: le economie stanno richiedendo meno energetici, a causa del fatto che sono in contrazione.

Se è vero che la Cina non presenta segni tangibili di contrazione economica, sarebbe altrettanto vero il ricordarsi come essa sia qualcosa di più di un continente, con ampie porzioni totalmente evolute economicamente, ma anche con vaste sacche ancora da far emergere. In altri termini, è ancora un mercato che può evolversi in maniera autonoma, seza condizionare né essere condizionato in modo vistoso da quanto succeda all’estero.

*

Il problema tedesco, come quello più in generale dell’Occidente, è politico, e questo condiziona di converso quello economico.

L’Occidente sta attraversando un periodo di transizione, ove il vecchio stenta a morire ed il nuovo stenta ad imporsi.

Di certo un fatto: lo stile di vita pregresso non è più a lungo sostenibile.

Emergono con sempre maggiore chiarezza esigenze divergenti, contrastanti: da una parte la esigenza oggettiva di dover abbassare l’imposizione fiscale alle imprese ed ai cittadini, pena la esclusione dai mercati, dall’altra la lotta contro la miseria e la povertà dilagante.

Ma ridurre le tasse significa ridurre le disponibilità statali, e disponibilità statali ridotte significano riduzione del welfare.

Si prospettano tempi nei quali sarà impossibile fare ancora ciò che si vuole: si farà, che vada bene, solo quello che si potrà. E sarà ben poco.


Bloomberg. 2018-11-14. Japan, German Contractions Open Cracks in Global Economy

– Both countries hit by temporary factors, set to bounce back

– But trade tensions remain a big risk for the outlook into 2019

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The world economy took a body blow in the third quarter with Japan and Germany both contracting, although both are set to rebound.

One-off factors were largely to blame — weather in Japan and cars in Germany. But the data from the third- and fourth-largest economies are a setback when the outlook for global growth is already fraying amid jittery financial markets and mounting trade wars.

China provided some sense of stability as infrastructure investment and industrial production picked up, while weak retail sales underscored the slowdown underway in the No. 2 economy.

Markets are starting to fret with stocks and oil prices both sliding sharply. The MSCI index of global stocks dropped more than 7 percent in October, its worst month since 2012. Oil is witnessing a record losing streak and OPEC warns demand for crude is falling faster than expected.

“The timing is bad,” said Junko Nishioka, chief Japan economist at Sumitomo Mitsui Banking Corp. and a former Bank of Japan official. “Contractions in two major economies are likely to make investors and companies more cautious about the outlook for the global economy.”

Both the Japanese and German economies are forecast to rebound this quarter after shrinking an annualized 1.2 percent and 0.2 percent on a quarterly basis respectively.

But there’s no ignoring that underlying momentum in the export-heavy nations is being undermined by the U.S.’s antagonistic tone on trade.

Reports that President Donald Trump will hold off for now on imposing levies on imported Japanese cars and auto parts keeps one of the biggest threats to Japan’s economy at bay for the time being. Germany is benefiting from a truce between the EU and the U.S., though European Commission President Jean-Claude Juncker signaled this week that this might only last until year-end.

cted bounce in Germany.

As for China, its authorities say they’ll act to arrest any damage to the economy, with the People’s Bank of China saying last week it will “preemptively adjust and fine-tune policies according to the changing conditions.”

Industrial production rose in China more than expected in October and there was also a stronger reading from fixed-asset investments, signaling that government stimulus aimed at spurring infrastructure investment is finally passing through.

Germany is also expecting improvement after a soft patch, though not enough for Commerzbank economist Joerg Kraemer to maintain his 2018 outlook. He cut his forecast for growth to 1.5 percent from 1.8 percent.

“We do not expect the Chinese economy to collapse,” he said. “For this reason, the leading indicators in Germany should stabilize soon. The upswing is slowing down, but will continue in the coming year.”

Pubblicato in: Banche Centrali, Cina, Stati Uniti, Trump

WW3. Prosegue sanguinosa la battaglia sui Treasury.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-20.

2018-10-18__Stati Uniti Treasury

«China’s holdings of U.S. Treasuries fell for a third consecutive month in August as the Asian nation struggles to prevent the yuan from weakening amid trade tensions with America»

*

«China’s ownership of U.S. bonds, bills and notes was $1.165 trillion, down from $1.171 trillion in July, according to data released by the Treasury Department on Tuesday»

*

«Japan, which is the largest foreign owner of Treasuries after China, decreased its holdings to $1.03 trillion from $1.036 trillion a month earlier»

*

«Saudi Arabia boosted its ownership by $2.7 billion to a record $169.5 billion»

*

«Overall foreign holdings of U.S. Treasuries rose $35.4 billion to $6.287 trillion in August, with Brazil and Ireland also increasing their ownership»

*

«Trump has accused Beijing of deliberately weakening its currency to stimulate exports»

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Inutile farsi illusioni.

A torto oppure a ragione, i tassi di interesse stanno aumentando e, di conseguenza, i titoli di stato a rendimento fisso calano di quotazione. Il decennale statunitense rende ad ora il 3.175%, interesse che sembrerebbe destinato ad aumentare.

Aumento dei tassi di interesse, economia in forte crescita, regime fiscale minore che altrove, costituiscono una forte attrattiva agli spostamenti dei capitali negli Stati Uniti, con conseguente apprezzamento del dollaro.

Se Mr Trump è contento di un simile risultato, nel contempo vorrebbe poter mantenere il dollaro americano sottovalutato rispetto alle altre valute.

Sono obbiettivi divergenti, insostenibili.

Verosimilmente il quadro dovrebbe chiarirsi dopo le elezioni di midterm.


Bloomberg. 2018-10-17. China Cuts U.S. Treasury Holdings for Third Straight Month

– The Asian nation reduced ownership by $5.9 bln to $1.165 tln

– Saudi Arabia increased its holdings to a record $170 bln

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China’s holdings of U.S. Treasuries fell for a third consecutive month in August as the Asian nation struggles to prevent the yuan from weakening amid trade tensions with America.

China’s ownership of U.S. bonds, bills and notes was $1.165 trillion, down from $1.171 trillion in July, according to data released by the Treasury Department on Tuesday. Japan, which is the largest foreign owner of Treasuries after China, decreased its holdings to $1.03 trillion from $1.036 trillion a month earlier. Saudi Arabia boosted its ownership by $2.7 billion to a record $169.5 billion.

Beijing’s sale of Treasuries is sometimes viewed as a response to the trade war, especially after China’s ambassador to the U.S. signaled in March his country could scale back purchases of the debt to retaliate against American tariffs. President Donald Trump since July has imposed tariffs on about half of Chinese imports, with Beijing responding with duties of its own on American goods.

“Holdings have declined over the past three months and may continue to do so as the ongoing trade war sours the relationship between China and the U.S. and thus reduces their appetite for Treasuries,” Thomas Simons, an economist at Jefferies LLC, wrote in a note after the department’s release. “This will be important to keep an eye on going forward.”

But China may have allowed its foreign-exchange reserves to decline as part of a policy to stabilize the yuan and prevent it from weakening further. The currency already has depreciated more than 4 percent against the dollar in the past year amid signs of an economic slowdown and capital outflows. Trump has accused Beijing of deliberately weakening its currency to stimulate exports.

Overall foreign holdings of U.S. Treasuries rose $35.4 billion to $6.287 trillion in August, with Brazil and Ireland also increasing their ownership.

Pubblicato in: Cina, Devoluzione socialismo, Ideologia liberal

Cinesi, gente strana. Si incazzano se gli si sputa negli occhi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-08.

Cina

La domanda è estremamente semplice:

Ma chi si crede di essere Mr Victor Mallet?

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«Hong Kong has refused to renew a work visa for the Asia news editor of the Financial Times»

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«Victor Mallet is also vice-president of the city’s Foreign Correspondents’ Club (FCC), which upset local and Chinese authorities by hosting a separatist speaker in August»

*

«China is highly sensitive about the territory’s sovereignty»

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«Mr Mallet was acting president at the FCC when the event featuring young independence activist Andy Chan was held.»

*

«China’s ministry of foreign affairs urged the club to cancel it and Hong Kong’s top official, Carrie Lam, criticised the talk as “regrettable and inappropriate”.»

*

«In August, Hong Kong’s former leader CY Leung addressed an open Facebook letter to Mr Mallet, saying the FCC talk had “nothing to do with press freedom”»

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«He expressed concerns that after Mr Chan’s talk the club could also invite Taiwanese separatist speakers»

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Andiamo al sodo.

Mr Victor Mallet, editor of the Financial Times for the Asia news, sparla ad ugula dispiegata contro la Repubblica Popolare Cinese, invita dissidenti che propugnano la secessione di Honk Kong dalla Cina ed infine vorrebbe invitare personaggi di Taiwan. E vorrebbe anche che i cinesi se fossero felici e contenti.

Benissimo!

Se lo faccia a casa sua e non cerchi di farlo in Cina.

È il Financial Times che ha bisogno della Cina, non la Cina del Financial Times.

Vada a farsi consolare dalla proprietà del Financial Times.


Bbc. 2018-10-06. Hong Kong rejects visa for FT editor Victor Mallet

Hong Kong has refused to renew a work visa for the Asia news editor of the Financial Times, sparking concerns from the UK government.

Victor Mallet is also vice-president of the city’s Foreign Correspondents’ Club (FCC), which upset local and Chinese authorities by hosting a separatist speaker in August.

Hong Kong did not explain its visa decision.

China is highly sensitive about the territory’s sovereignty.

The former British colony was handed back in 1997 on condition it would retain “a high degree of autonomy, except in foreign and defence affairs” for 50 years.

China’s ire puts Hong Kong activist in spotlight

China operates a “one country, two system” agreement, with freedom of speech and press freedom among the key liberties that set Hong Kong apart from the mainland.

The UK Foreign Office says it has asked Hong Kong’s authorities for an “urgent explanation” of the visa rejection.

Mr Mallet was acting president at the FCC when the event featuring young independence activist Andy Chan was held.

China’s ministry of foreign affairs urged the club to cancel it and Hong Kong’s top official, Carrie Lam, criticised the talk as “regrettable and inappropriate”.

Pro-Beijing groups rallied outside the FCC, calling for the organisation to “get out of Hong Kong”.

However, the club defended its decision and the talk went ahead.

What is the media like in Hong Kong?

How Chinese authorities censor your thoughts

Mr Mallet has been running the Financial Times’ Asia operations for almost two years.

“This is the first time we have encountered this situation in Hong Kong. We have not been given a reason for the rejection,” the news organisation said in a statement.

The FCC said: “Hong Kong rightly prides itself on its reputation as a place where the rule of law applies and where freedom of speech is protected by law. In the absence of any reasonable explanation, the FCC calls on the Hong Kong authorities to rescind their decision.”

In August, Hong Kong’s former leader CY Leung addressed an open Facebook letter to Mr Mallet, saying the FCC talk had “nothing to do with press freedom”

What’s behind the China-Taiwan divide?

How a coffee in LA sparked a diplomatic row

“Press freedom is a core value that Hong Kong treasures so much that the government of Hong Kong leased the Club [the FFC] at a token rent the building on Ice House Street in Central,” he wrote.

He expressed concerns that after Mr Chan’s talk the club could also invite Taiwanese separatist speakers.

China regards Taiwan as part of its territory and will not accept talk about its independence.

Last month, Hong Kong banned the Hong Kong National Party (HKNP), saying that it posed a threat to national security.

It was the first time that the territory has banned a political party since Hong Kong was returned to China from the UK.

Pubblicato in: Cina, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Cina. Ceec 16 + 1. L’Occidente inizia a preoccuparsi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-07-19.

Ceec. 16 + 1. 002. Bassa Risoluzione

Nell’attesa che, a Dio piacendo, l’Unione Europea si liberi di Mr Juncker e di Mr Tusk, e magari anche della ingombrante presenza di Frau Merkel, la Cina prosegue imperterrita la sua penetrazione dell’Europa dell’est.

Questo incipit apparentemente tranchant constata come gli umori attuali del corpo elettorale si siano distanziati da detti personaggi in modo così marcato da renderli sicuramente legalmente in opera, ma screditati politicamente: rappresentano sé stessi, non l’Unione Europea.

China’s European Diplomacy

What Is China’s Objective With the 2018 16+1 Summit?

Cina. Ulteriore potenziamento del Ceec, Europa dell’est.

Cina e Slovenia. Laboratorio di supercalcolo in Ljubljana.

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«Sofia, Bulgaria hosted the annual China-CEEC think tank conference on June 29 under the theme of “Advancing 16+1 Cooperation Platform – the Way Ahead.” The conference was part of the official calendar of events of the 7th CEEC-China 16+1 Summit»

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«The 16+1 was established in 2012 as a multilateral platform facilitating cooperation between China and 16 Central and Eastern European countries (CEEC).»

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«In recent years, the platform’s summits have attracted a lot of attention, especially in Western Europe»

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«The intensifying level of engagement between the 16 countries in the CEE region and China has considerably alarmed Brussels and Berlin»

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«Many Western European observers and policymakers have raised concerns about the potential risks of growing Chinese presence in Eastern Europe, claiming that Beijing’s major interest in engaging with the region is a part of its long-term strategy to undermine EU unity»

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La dirigenza dell’Unione Europea ed i capi dei Governi delle nazioni più ricche stanno guardando con crescente apprensione il consolidarsi dei rapporti commerciali della Cina con i paesi dell’est europeo. Temono, a ragione, che alla lunga il baricentro politico ed economico si sposti verso la Cina.

Questi timori stanno aumentando giorno per giorno, e più che a ragione. Ma nella realtà dei fatti la Cina, nel costituire il Ceec, il 16 + 1, ha occupato uno spazio lasciato vuoto dall’Unione.

L’errore di maggiore portata è stato quello di voler imporre la propria Weltanschauung  a paesi che proprio non ne volevano sapere.

EU apre causa legale contro la Polonia.

Ottimo uno Zollverein, ottima un’Unione Europea di nazioni sovrane ma collegate da vincoli economici, pessima l’idea di voler trasformare questa Unione negli Stati Uniti di Europa a guida liberal e socialista. In casa propria la gente vorrebbe potersi gestire a piacere, secondo diritto e tradizioni. In fondo, gran parte del contenzioso con il Gruppo Visegrad e, più in generale, con il Ceec è ascrivibile a questo tentativo cruento, fallito sotto il peso di un Elettorato che ha mutato orientamenti.

Di non minore importanza è il fallimento economico dell’Unione Europea.

A costo di essere estremamente riduttivi, l’Unione Europea ha destinato ingenti risorse al mantenimento del welfare ed a quelle politiche di ‘integrazione’ che alla resa dei fatti non generano reddito, mentre la Cina fornisce investimenti per la messa in opera di infrastrutture, generatrici di reddito indotto.

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Questa Unione Europea si è già parzialmente rinnovata nel Consiglio Europeo, suo sommo decisore politico, ed il risultato dell’ultimo Consiglio Europeo è sotto gli occhi di tutti: la componente avversa l’attuale dirigenza non è ancora sufficientemente forte da poter governare, ma lo è abbastanza da bloccare le iniziative degli attuali dirigenti,

Sarebbe da facili profeti il constatare che con una guida politica come l’attuale l’Unione Europea andrà incontro a fatti disgregativi.


The Diplomat. 2018-07-04. What’s Next for China’s 16+1 Platform in Central and Eastern Europe?

Sofia, Bulgaria hosted the annual China-CEEC think tank conference on June 29 under the theme of “Advancing 16+1 Cooperation Platform – the Way Ahead.” The conference was part of the official calendar of events of the 7th CEEC-China 16+1 Summit that will take place in the Bulgarian capital on July 7.

The 16+1 was established in 2012 as a multilateral platform facilitating cooperation between China and 16 Central and Eastern European countries (CEEC). In recent years, the platform’s summits have attracted a lot of attention, especially in Western Europe. The intensifying level of engagement between the 16 countries in the CEE region and China has considerably alarmed Brussels and Berlin. Many Western European observers and policymakers have raised concerns about the potential risks of growing Chinese presence in Eastern Europe, claiming that Beijing’s major interest in engaging with the region is a part of its long-term strategy to undermine EU unity. This is by no means a new perspective, as these kinds of concerns have been raised multiple times since the platform’s establishment.

Meanwhile, the international situation has changed significantly during the last six years. China under Xi Jinping has changed its foreign policy course, intensifying its international presence in many parts of the world. The promotion of the Belt and Road Initiative (BRI) as China’s major foreign policy tool has been accompanied by the advancement of local regional initiatives, such as the 16+1 platform. Simultaneously, China’s new international behavior has become one of the major points of contention among observers and policymakers looking at Chinese presence in places like Australia, New Zealand, and Czech Republic, just to name a few.

What is important to note is the emergence of certain trends highlighted by a number of experts during the Sofia conference. One of the dominant themes was the anticipation of some kind of breakthrough regarding the broader direction of China-EU relations and a need for the CEEC to find its “own voice” when it comes to bringing forward a desirable model of cooperation. This does not imply accepting Chinese investment and engagement without critical assessment, but it points toward a more fact-based approach to managing the region’s relations with Beijing. Uncertainty as one of the dominant themes of the current international situation and its impact on China-CEE-Western EU states trilateral relationship was said to be included in the draft version of the 16+1 Sofia Summit Declaration to be published after the main summit on July 7.

The opinions articulated by many experts during the 16+1 think tank conference in Sofia seem to present a counterpoint to the dominant Western European narrative about growing Chinese influence in the CEE and the region’s alleged inability to critically assess this new development. Experts from the region do have insights into the complicated nature of China-CEE relations. A lack of critical perspective is far from the biggest problem. Already, existing cases of business deals and political cooperation between China and some individuals or groups within CEEC should be considered more alarming. In other words, it is elite capture that should generate worry, rather than the general existence of the 16+1 platform itself.

The example of Ye Jianming, Czech President Milos Zeman’s economic adviser, is a case in point. The former CEO of Chinese energy giant CEFC has been under investigation in China for a couple of months now. A controversial figure himself, he was accused in the West of having ties to Chinese military intelligence. In China, he has been accused of having committed “economic crimes,” meaning high-level corruption. Although the investigation is still ongoing, it seems alarming enough to conclude that this is precisely the kind of relationship that should be looked out for when it comes to future projects between individuals or institutions from the CEE region and China.

Increased Eastern European interest in fostering ties with China could be seen as a purely pragmatic attempt to diversify the region’s international trade ties. Simultaneously, from the perspective of Berlin and Brussels, this new trend overlaps with the anti-progressive political turn among some Eastern European nations, most notably Poland and Hungary. While concerns about the region’s populist turn are indeed rooted in reality, there seems to be little evidence that this development is in any way related to the growing Chinese presence in the region.

It is crucial to bear in mind the way in which many CEE states might perceive Brussels and Berlin’s anxiety as somehow exaggerated. Chinese economic engagement in the region still has been marginal compared to other Asian investors, like Japan and South Korea, not to mention Western investors. Despite growing tensions, EU remains the most important political and economic partner of CEEC. 

Nevertheless, Berlin has objected many times to the further development of the 16+1 framework. Most recently, German Chancellor Angela Merkel raised the topic during her visit to China in late May 2018. Shortly after the end of her visit, Chinese Minister of Foreign Affairs Wang Yi met with his German counterpart in Berlin, where he suggested that Germany would be welcome to participate trilaterally in the 16+1 platform’s activities.

How could that change the decision-making processes and the bargaining power of each CEE state involved in the platform? Could it become a tool ensuring more accountability and transparency within its work? Or would it rather help to benefit the two largest partners, namely China and Germany? Declarations about China’s willingness to combine economic complementary advantages of China and Germany together with the CEE region’s developmental needs seem reasonable, yet their implementation might prove difficult. The same applies to finding a common ground to even start discussing certain problematic issues trilaterally.

Although the overall feeling of deepening divisions between Eastern and Western Europe and a general crisis of both EU as an institution and its transatlantic relations were all evident throughout the conference, constructive proposals for future development of the platform were also brought forward. But given the importance of the international environment, what might eventually be more important is the upcoming China-EU summit in late July. Brussels and Berlin expect Beijing to accommodate their anxieties, which are partially reasonable, but are also rooted in many misperceptions on the part of the EU. Most importantly, the EU should critically assess the overestimation of the scale of Chinese engagement in the CEEC. This does not mean that the issue of the political implications of Chinese presence in the region should be overlooked. It is not a non-issue, yet it should be assessed on the basis of a truly fact-based discussion, ensuring the agency of all parties involved.

The Diplomat. 2018-07-04. What Is China’s Objective With the 2018 16+1 Summit?

Ahead of this July’s 16+1 summit in Bulgaria, Chinese officials are busy trying to sell the idea that Beijing’s outreach work in Central and Eastern Europe (CEE) is about “win-win” cooperation. The summit, launched in Warsaw in 2012, brings together 16 CEE countries, including 11 EU member states, with high-ranking Chinese officials, ostensibly to foster economic cooperation and investment. Many leaders, pundits, and experts, however, fear that the Chinese-driven initiative is nothing more than a Trojan horse, threatening to undermine EU norms, disadvantage Western investors, and spread corrupt development practices amongst vulnerable democracies. But are they right or is this just European Sinophobia?

Though Beijing has been playing down the 16+1 initiative as a loose multilateral framework for cooperation between CEE and China, the reality of the situation falls somewhat short of even such understated rhetoric. A more honest depiction of the format, however, is the grouping together of bilateral partnerships through which China can more easily field competition for Chinese bank loans.

By its own admission, the 16+1 seeks to foster economic cooperation in the infrastructure sector. In other words, the initiative serves as a platform through which Beijing can implement Xi Jinping’s signature global infrastructure push, the Belt and Road Initiative (BRI). The downside is that in place of bargaining collectively, as countries might be able to do through the EU, the 16+1 framework fosters competition in Beijing’s favor and reduces CEE countries to passive recipients of agendas and policies formulated by Chinese officials. Of course, this set up isn’t particularly healthy for the 16+1 countries themselves, but it’s also causing consternation and worry further afield in Western European capitals.

For one thing, in CEE countries and within the context of the Belt and Road more generally, Beijing tends to invest in sectors that are critical for national security, such as transport and energy infrastructure. For instance, in this year’s 16+1 summit host country, Bulgaria, the China National Nuclear Corporation has confirmed its interest in working on the Belene nuclear power plant project. Long tarnished by accusations of corruption, the Belene project has been under a construction moratorium since 2012 and has been described by Prime Minister Boyko Borissov as “the corruption scheme of the century.” Now, six years later, Borissov has made a complete about-face, and President Rumen Radev – who has been known to clash with the prime minister – has also expressed his support for the project.

Given the history of scandals surrounding Belene, it is unclear to many observers why the government has now decided to revive the project. The fact that Sofia is embracing the Chinese at the same time it’s breaking ties with AES and ContourGlobal, two American power companies responsible for a fifth of Bulgaria’s energy production, did little to assuage fears that the country is tacking east.

Of course, security-related concerns are not the only 16+1 related problem raising eyebrows in Brussels. The growing influence that Beijing is fostering through the initiative also threatens to undermine the very norms and values the EU seeks to foster in newly joined and aspiring member states.

Already, the grouping has triggered a race to the bottom for Beijing’s affections. Czech President Miloš Zeman has gone so far as to offer his country as an “unsinkable aircraft carrier for China in Europe,” while Hungary’s Viktor Orbán’s attitude toward Beijing might be described as positively fawning. Inevitably, this lust for economic attention from Beijing turns into subservience when it comes to Beijing’s political demands. In 2016, CEE diplomats insisted on watering down an already vague EU statement related to China’s illegal action in the South China Sea. In 2017, Hungary refused to sign a letter condemning the torture of detained lawyers in China, while Greece, a country that has also received considerable investment from Beijing, derailed an EU statement at the UN on China’s human rights record.

Aside from flying in the face of European values like respect for human rights, such acquiescence also breeds disunity at a time when the EU can suffer it least. Despite Beijing’s protestations to the contrary, a divided and politically weak EU clearly serves China’s strategic ambitions in Europe.

Unfortunately, the alliance of some CEE countries with Chinese political values is not purely a question of greed. For leaders like Orbán, who seeks to establish an “illiberal bloc” in the midst of Europe, Beijing’s brand of state capitalist authoritarianism provides a welcome model. Even CEE candidate countries like Serbia, which still harbor pro-EU political ambitions, find something attractive in the economic model that Beijing offers.

After all, while EU funds come with strong transparency and accountability requirements, loans from Chinese-controlled state banks are free from such cumbersome attachments. And while countries like Serbia are making slow progress toward EU membership requirements, corruption remains endemic. Because of Beijing’s “no strings attached” policies, loans from Chinese banks are comparatively easy to funnel into local patronage networks. Next to paperwork-heavy EU funds, they are a vastly more attractive prospect for local elites.

Beijing’s deepening footprint in the CEE region thus threatens to roll back progress toward transparency and good development practice that has hitherto been successfully sponsored by the EU. And not surprisingly, this growing preference for illiberal and corrupt practices has come at the expense of Western investors. In non-EU 16+1 countries, Beijing can attach conditions to its loans that require the participation of Chinese companies in projects, but even in EU member states, countries are flouting regulation in order to privilege easy Chinese capital.

Of course, if you listen to Chinese officials like Foreign Minister Wang Yi, you’ll hear a different story. His “win-win,” “mutual development” rhetoric is appealing, but it’s hard to see how the initiative outlined above can, as he claims, “facilitate the European integration progress.”