Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Sistemi Economici, Unione Europea

Europa. Lavoro Part time. Da risorsa a ghetto.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-18.

Lavoratori 001

Il part time è semplicemente una forma di contratto di lavoro ad orario ridotto, cui corrisponde usualmente una congrua riduzione dell’emolumento e dei contributi versati. Si noti come le legislazioni varino in modo significativo da stato a stato dell’Unione Europea: per questo motivo abbiamo tenuto una definizione generica.

Prima di addentrarci, potrebbe essere utile fare almeno alcune considerazioni generali.

La prima considerazione verte il ruolo dei mezzi. Un mezzo è di per sé stesso neutro: acquista un suo significato nel contesto e per le finalità per le quali è usato. Per spiegarci meglio, un coltello altro non è che una lama metallica affilata con un manico. Può essere usato per tagliare fini fettine di un buon salame stagionato, oppure per sgozzare una persona: non dipenda da esso il fine per cui è stato utilizzato.

La seconda considerazione prende atto di come il part time risolva brillantemente le esigenze di una certa quale quota di popolazione che sarebbe indisponibile a lavorare a tempo pieno, per problemi personali oppure familiari, I casi classici sono gli studenti e le donne con famiglia. Non solo queste categorie possono guadagnarsi un qualcosa dignitosamente, ma mettono anche a disposizione della società le proprie competenze, che spesso sono importanti.

La terza considerazione verte invece sul fatto che ad un lavoro part time corrispondono minori contributi versati, se ovviamente previsti dalla legislazione. Quanti lavorano a part time contribuiscono in maniera ridotta alle entrate delle casse pensionistiche e, di conseguenza, al memento del pensionamento godranno di pensioni ridotte, con le quali non sarà possibile svolgere una dignitosa vita da pensionati. In linea generale questa situazione diventa un gradito aiuto all’economica familiare, non certo il cespite primario.

La quarta considerazione verte invece sull’uso ‘improprio’ del part time. Quando un mercato del lavoro stagna, le persone in cerca di un lavoro si devono accontentare di quello che trovano, e molto spesso accettano un part time. Questa categoria è solitamente denominata ‘involontaria‘, perché formata da persone che avrebbero desiderato trovare piena occupazione, ma non ci sono riusciti. La quota percentuale degli ‘involontari‘ è uno dei tanti segni di disagio lavorativo.

La quinta considerazione riguarda invece la modalità di classificazione del fenomeno. Il problema non è lessicologico sul valore del termine ‘occupato‘: il buon senso suggerirebbe trattarsi di una persona che lavori guadagnando almeno quel tanto che basta per mantenere sé stesso e la propria famiglia in modo dignitoso. La maggior parte degli Istituti di Statistica europei considerano invece ‘occupato‘ chiunque nel mese precedente al rilevamento abbia lavorato in modo retribuito almeno una ora. È del tutto evidente come i lavoratori a part time siano considerati occupati a tutti gli effetti statistici. Questa ambiguità definitiva determina una grande confusione, anche se abbellisce le statistiche degli occupati. A voler esser caustici, si potrebbe dire che se gli Istituti di Statistica definissero ‘occupati‘ tutti i cittadini dello stato, l’occupazione sarebbe del 100% e sarebbe anche inutile rilevarla.

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2018-06-10__Eurostat_Part_Time__001

«43 million persons aged 15 to 64 in the European Union (EU) worked part-time in 2017. This represents one in five (19.4%) persons having a job in the EU »

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«In 2017, this proportion was still much higher for women (31.7%) than for men (8.8%).»

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«Across the EU Member States, part-time employment was by far the most common in the Netherlands, with half (49.8%) of all employed persons aged 15 to 64 working part-time in 2017. After the Netherlands, about one in four employed persons worked part-time in Austria (27.9%), Germany (26.9%), Denmark (25.3%), the United Kingdom (24.9), Belgium (24.5%) and Sweden (23.3%).»

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«Low shares were also recorded in Slovakia (5.8%), the Czech Republic (6.2%), Poland (6.6%), Romania (6.8%), Lithuania (7.6%) and Latvia (7.7%).»

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«Among those persons in the EU employed part-time in 2017, over a quarter (26.4%) did not actively choose this working pattern»

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«The highest shares of involuntary part-time work across the EU were recorded in Greece (70.2% of persons employed part-time) and Cyprus (67.4%), followed by Italy (62.5%), Spain (61.1%), Bulgaria (58.7%), Romania (55.8%), Portugal (47.5%) and France (43.1%).»

2018-06-10__Eurostat_Part_Time__002

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Questi dati dovrebbero dare molto da pensare, specie ai nostri governanti.

Che in Italia ed in Spagna il 62.5% ed il 61.1%, rispettivamente, degli occupati a part time abbiano accettato un simile posto non riuscendo a trovare un lavoro a tempo pieno la conta lunga sullo stato di questi sistemi economici. Che poi anche il 43.1% dei francesi a part time siano in simile condizione non è certo buona notizia da quel paese.

Non conforta venire a sapere che il 49.8% degli olandesi lavori a part time, né tanto meno che il 46.4% delle donne tedesche sia in simili condizioni. Un fenomeno del genere è, come minimo, una bomba ad orologeria pensionistica di non poco rilievo.

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Concludiamo con una unica raccomandazione.

Ogniqualvolta si incontri un termine, ci si premuri di verificare la definizione sotto la quale è stato usato: spesso di si trova di fronte a sorprese inaspettate.

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Eurostat ha rilasciato il Report «Part-time employment as percentage of the total employment, by sex and age (%)» ed il Report «Involuntary part-time employment as percentage of the total part-time employment, by sex and age (%)»

Sempre Eurostat pubblica un commento ai dai prodotti:

«How common – and how voluntary – is part-time employment?»

43 million persons aged 15 to 64 in the European Union (EU) worked part-time in 2017. This represents one in five (19.4%) persons having a job in the EU. Part-time employment as a percentage of total employment has fluctuated between 15.6% and 19.6% over the last 15 years in the EU.

In 2017, this proportion was still much higher for women (31.7%) than for men (8.8%). It was also slightly higher in the euro area (21.6%) than in the EU (19.4%).

Highest share of part-time employment in the Netherlands; lowest in Bulgaria

Across the EU Member States, part-time employment was by far the most common in the Netherlands, with half (49.8%) of all employed persons aged 15 to 64 working part-time in 2017. After the Netherlands, about one in four employed persons worked part-time in Austria (27.9%), Germany (26.9%), Denmark (25.3%), the United Kingdom (24.9), Belgium (24.5%) and Sweden (23.3%).

At the opposite end of the scale, part-time employment accounted for less than 5% of all employment in Bulgaria (2.2%), Hungary (4.3%) and Croatia (4.8%). Low shares were also recorded in Slovakia (5.8%), the Czech Republic (6.2%), Poland (6.6%), Romania (6.8%), Lithuania (7.6%) and Latvia (7.7%).

Involuntary part-time work highest in southern Member States

Among those persons in the EU employed part-time in 2017, over a quarter (26.4%) did not actively choose this working pattern.

The highest shares of involuntary part-time work across the EU were recorded in Greece (70.2% of persons employed part-time) and Cyprus (67.4%), followed by Italy (62.5%), Spain (61.1%), Bulgaria (58.7%), Romania (55.8%), Portugal (47.5%) and France (43.1%).

In contrast, involuntary part time represented less than 10% of total part-time employment in Estonia (7.5%), Belgium (7.8%), the Netherlands (8.2%), the Czech Republic (9.1%) and Malta (9.6%).

Further information on part-time work can be found in this Statistics Explained article.

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Pubblicato in: Amministrazione, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Karachi senza acqua pone il problema di cosa serva lo stato.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-17.

Pakistan 001

«Karachi, la più popolosa città del Pakistan, vive ormai da tempo il suo dramma: l’acqua potabile scarseggia. Di fatto, solo la metà dell’acqua necessaria – circa 2080 milioni di litri al giorno contro un fabbisogno di 4160 milioni – viene distribuita quotidianamente»

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La vicenda di Karachi dovrebbe suggerire molti spunti di meditazione e ripensamenti.

Ma, forse, quello principale dovrebbe essere un ripensamento di cosa consista la funzione dello stato e della gestione della cosa pubblica.

La Repubblica prima e l’Impero Romano dopo ci hanno sicuramente tramandato una gloriosa storia militare e civile, ma altrettanto sicuramente sono ricordati per il loro impegno a costruire acquedotti, reti fognarie, argini fluviali, porti e strade. Gli acquedotti romani sono davvero imponenti.

Esattamente come i grandi stati dell’Europa ottocentesca si sono contraddistinti per aver concepito ed attuato grandiosi progetti di infrastrutture, dalla rete ferroviaria alle gallerie transalpine, alla costruzione di centrali elettriche e della rete di distribuzione, di grandi acquedotti e l’erezione di argini ai fiumi. Per non parlare delle bonifiche.

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Riassumendo.

Ragion d’essere dello stato, al di là della difesa e degli interni, è la messa in opera di infrastrutture quali acquedotti e relative reti di distribuzione dell’ultimo miglio, efficienti reti fognarie, reti stradali, autostradali e linee ferroviarie, ivi comprese le alte velocità, aeroporti efficienti e funzionali, ben collegati ai centri urbani, porti allo stato dell’arte, ed una oculata politica energetica: tutti devono essere cllegati alla corrente elettrica. Queste sono le principali opere, che ovviamente non escludono quelle di importanza relativamente minore, meno vitali, quali, per esempio, la tutela del patrimonio artistico della nazione.

La lettura dei bilanci statali europei degli ultimi decenni è invece sconsolante.

Lo stato si è trasformato in un ammortizzatore sociale che elargisce stipendi per lavori non produttivi, garantisce pensioni e cerca di gestire alla meno peggio il welfare.

Nulla di cui stupirsi se alla fine sistemi di tal fatta si inceppano fino quasi a smettere di funzionare.

E questo è il quadro che abbiamo sotto i nostri occhi e che sta segnando il declino del continente.


Sole 24 Ore. 2018-06-10. A Karachi cronica carenza di acqua: 20 milioni di persone hanno sete

Una popolazione di oltre 20 milioni di persone se si comprende l’intero agglomerato urbano, un fiume come l’Indo –il terzo come portata di tutta l’Asia- che ha il suo delta a poche decine di chilometri di distanza dalla città, le acque del Mare Arabico che la lambiscono. Eppure Karachi, la più popolosa città del Pakistan, vive ormai da tempo il suo dramma: l’acqua potabile scarseggia. Di fatto, solo la metà dell’acqua necessaria –circa 2080 milioni di litri al giorno contro un fabbisogno di 4160 milioni- viene distribuita quotidianamente.

Le cause di questa penuria sono diverse. Non tutto può essere attribuito ai cambiamenti climatici in atto negli ultimi anni, che sicuramente hanno comunque contribuito in negativo alla situazione, ma esistono anche altre cause. Una delle principali è la scarsa attenzione da parte delle autorità cittadine e nazionali al problema della distribuzione dell’acqua e, come concausa e conseguenza, il crescere di quella che viene chiamata “water mafia”, con un vero e proprio mercato nero dell’acqua potabile, che viene distribuita attraverso autobotti a prezzi altissimi, che arrivano a 30 volte il prezzo ufficiale stabilito dalle autorità.

Il contraddittorio boom economico

Karachi è il centro industriale e finanziario più importante del Pakistan, e genera una percentuale a doppia cifra del prodotto interno lordo del Paese asiatico. Però, la sua crescita economica negli ultimi anni è, come spesso succede nei grandi agglomerati urbani nei Paesi emergenti, a macchia di leopardo: se il Pil reale dal 2000 al 2012 è cresciuto in medi a del 5,7% annuo, quelli pro capite ha avuto un incremento medio nello stesso periodo solo del 2,7%. Tra le cause, vi è una crescita fortissima della popolazione di anno in anno, con punte che raggiungono il 4,5%, dovuta in gran parte all’immigrazione dalle campagne. Karachi ha una densità di popolazione che raggiunge i 24.000 abitanti per chilometro quadrato: una delle più alte al mondo. E una delle cause del problema idrico della megalopoli è proprio l’enorme crescita della popolazione urbana: nel non lontanissimo 1947, gli abitanti erano solo 450.000. Far fronte a questa smisurata crescita è stata una sfida che, evidentemente, ha messo a durissima prova le infrastrutture cittadine, fra cui appunto la rete di distribuzione dell’acqua potabile.

Poche ore di acqua. E di acqua «cattiva»

Attualmente, gran parte della cittadinanza può usufruire dell’acqua di rubinetto solo per alcune ore al giorno, in particolare la notte. E, molto spesso, quando l’acqua esce dai rubinetti, è di pessima qualità, tanto da essere inutilizzabile non solo per essere bevuta, ma anche per l’igiene personale e per lavare i panni. La qualità dell’acqua è così scarsa da mettere a repentaglio la salute dei cittadini, con batteri tra cui l’Escherichia Coli, la cui presenza nelle acque potabili è un chiaro sintomo di contaminazione, e che può portare malattie di vario tipo. Di fatto, nell’intero Pakistan, le acque distribuite come potabili ma in realtà di pessima qualità, a cui è esposta il 65% della popolazione, sono una delle cause maggiori di morti e malattie, raggiungendo addirittura il 40%. A Karachi, la water mafia e le sue autobotti sono l’unica fonte per molte case prive di collegamento con gli acquedotti, costrette anche a dotarsi di pompe idriche di aspirazione per portare l’”oro blu” ai piani alti.

Inoltre, la penuria di acqua potabile non colpisce solamente la popolazione, ma anche strutture industriali, servizi e infrastrutture. Per esempio, l’aeroporto internazionale di Karachi, il più grande del Pakistan, avrebbe bisogno di circa tre milioni di litri d’acqua al giorno per operare al meglio, ma al conto mancano circa 1milione 900mila litri.

Perché le fonti non bastano

Una delle principali fonti di acqua pubblica della città, l’invaso del fiume Hub chiuso da una diga, ha subito negli ultimi anni gli effetti del climate change e del calo delle piogge monsoniche. Questo invaso deve fornire di acqua non solo la provincia di Sindh, ove è situata Karachi, ma anche quella di Balochistan, la più grande in dimensione di tutto il Pakistan, dove sono situati i terreni agricoli meno irrigati dalle piogge. L’altra fonte, il fiume Indo, sta subendo anch’essa dei problemi, dovuti al clima più caldo degli ultimi anni sulle catene dell’Himalaya e del Kakakorum, con conseguente riduzione della massa di molti ghiacciai che per millenni hanno alimentato il fiume.

Il progetto di un grande acquedotto

Le autorità pubbliche che gestiscono l’acqua della città da anni cercano una soluzione a un problema che, oltre ad essere diventato cronico, rischia di peggiorare di anno in anno. Ma le inefficienze del sistema di distribuzione dell’acqua, con acquedotti che perdono percentuali importanti del proprio contenuto durante il percorso verso la città, hanno impedito di fatto il miglioramento della situazione. Attualmente, è in corso di realizzazione il progetto K-4, un sistema di condutture idriche lunghe circa 120 chilometri che dovrebbero portare poco meno di 2.500 milioni di litri di acqua al giorno nell’area urbana prelevandola dal bacino del lago Keenjar. L’ultimamento del progetto è previsto per la fine di quest’anno, ritardi e lungaggini operative e burocratiche permettendo. Ma il problema, come abbiamo visto, è complesso e di difficile soluzione, e riguarda non solo l’approvvigionamento, ma anche la distribuzione, la burocrazia e la corruzione endemica diffusa da quelle parti. Il sesto più grande agglomerato urbano al mondo ha sete, e l’emergenza sanitaria è alle porte.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Populisti. Governano già il 41% del pil dei G-20. – Bloomberg.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-14.

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Attenzione. Nell’articolo citato il termine “populista” definisce qualsiasi tipo di reggimento politico differente da quello occidentale tradizionale, liberal. È questa una definizione molto opinabile, ma la si deve accettare almeno durante la lettura dell’articolo allegato: in caso contrario risulterebbe impossibile comprenderlo.

L’autore ne da una descrizione: “to defend the common man against corrupt elites, offering common-sense solutions to complex policy debates, and national unity above cosmopolitan inclusion”. Per l’economia del presente discorso potrebbe essere considerata essere ragionevole.



«In the Group of 20, just 32 percent of gross domestic product is controlled by mainstream democratic parties, down from 83 percent in 2007»

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«Over the same period, the power of populist parties’ has surged to 41 percent of GDP from 4 percent»

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«That’s a significant shift in the way the world economy is run»

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«At the heart of the rise of populism and authoritarianism is a failure by Western democracies to manage the forces unleashed by globalization and technology. The specific catalyst was the 2008 global financial crisis and the high unemployment that followed, which reflected the policy failures of mainstream parties»

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«Populist parties — which claim to defend the common man against corrupt elites, offering common-sense solutions to complex policy debates, and national unity above cosmopolitan inclusion — have risen into the vacuum created by the financial crisis»

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«the rise of China means authoritarian regimes, with strong central power and limited political freedom, are playing an expanded role»

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«Non-democratic regimes: China, Russia, Saudi Arabia and Turkey are now managing 24 percent of the G-20’s GDP; indeed China accounts for almost 19 percent, up from 8 percent a decade earlier»

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«High-quality regulation and government effectiveness correlate more closely with growth than democratic values like voice and accountability»

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Se i numeri sono chiari, le previsioni lo sono altrettanto.

International Monetary Fund World Economic Outlook (October – 2017)

Le proiezioni al 2022 danno la Cina ad un pil ppa di 34,465 (20.54%) miliardi di Usd, gli Stati Uniti di 23,505 (14.01%), e l’India di 15,262 9.10%) Usd. Seguono Giappone con 6,163 (3.67%),  Germania (4.932%), Regno Unito 3,456 (2.06%), Francia 3,427 (2.04%), Italia 2,677 (1.60%). Russia 4.771 (2.84%) e Brasile 3,915 (2.33%).

I paesi del G7 produrranno 46,293 (27.59%) mld Usd del pil mondiale, mentre i paesi del Brics renderanno conto di 59,331 mld Usd (35.36%).

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In estrema sintesi, Bloomberg constata come i governi ad impronta liberal siano rimasti in pochi e con il controllo di una parte modesta del pil occidentale. Controllo che le recenti tornate elettorali hanno consegnato prevalentemente ai populisti. I populisti controllano infatti il 41% del pil contro il 32% dei liberal, qui designati come ‘democratici‘.

Tramonto non dell’Occidente ma della dottrina illuminista.

Questi dati pongono numerosi interrogativi, tutti di ampia portata. Ne focalizzeremo solo alcuni.

Se nel 2007 i partiti ‘democratici’ governavano l’83% del pil dei G-20, ad oggi ne governano il 32%.

Le così dette ‘democrazie‘ sono crollate in modo vistoso ed inconfutabile, franamento che non può essere imputato al solo vorticoso cresce dei paesi ex – emergenti.

È la struttura stessa degli stati occidentali ad essere diventata inidonea a gestire i tempi correnti.

Se si avesse anche solo per qualche istante il coraggio di guardare la realtà per quello che è e non per quello che si vorrebbe, la seguente enunciazione sembrerebbe davvero corretta:

«High-quality regulation and government effectiveness correlate more closely with growth than democratic values like voice and accountability»

I governi occidentali hanno strutture politiche e filiere decisionali obsolete, ridondanti, assurdamente lente.

Un solo esempio: i trattati del’Unione Europea, comprendendo appendici, circolari esplicative e via quant’altro, assommano a 170,000 pagine. Sono un tutto ingestibile, indipendentemente da chi sia al governo.

La così detta divisione dei poteri porta poi ad una conflittualità interna paralizzante.

Il suffragio universale obbliga ad ascoltare la volontà della maggioranza, che spesso ha difficoltà a vedere i problemi nella loro complessità e sembrerebbe essere incapace di procedere a ragionamenti sul lungo termine.

Il regime parlamentare poi impone spesso coalizioni contra natura e tempi decisionali dilatati nel tempo.

Tutti problemi di vasta portata, ma che se non saranno risolti in breve tempo, diverrebbe inutile risolverli.


Bloomberg. 2018-06-05. In G-20, 41% of GDP Controlled by Populists vs 4% in 2007

– Mainstream democratic parties now control 32% of G-20’s output

– Key catalyst is 2008 financial crisis and ensuing unemployment

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Democrats’ sway in major economies is on the wane.

In the Group of 20, just 32 percent of gross domestic product is controlled by mainstream democratic parties, down from 83 percent in 2007, according to Tom Orlik at Bloomberg Economics. Over the same period, the power of populist parties’ has surged to 41 percent of GDP from 4 percent.

“That’s a significant shift in the way the world economy is run,” Orlik and Associate Economist Justin Jimenez said in a Global Insight article Tuesday. “So far it has not had a major negative impact on growth and financial stability. Maybe it’s only a matter of time?”

G-20 GDP Share by Governance, Labor Share of Income

At the heart of the rise of populism and authoritarianism is a failure by Western democracies to manage the forces unleashed by globalization and technology. The specific catalyst was the 2008 global financial crisis and the high unemployment that followed, which reflected the policy failures of mainstream parties.

Populist parties — which claim to defend the common man against corrupt elites, offering common-sense solutions to complex policy debates, and national unity above cosmopolitan inclusion — have risen into the vacuum created by the financial crisis.

Moreover, the rise of China means authoritarian regimes, with strong central power and limited political freedom, are playing an expanded role.

Top Parties in Western Democracies — Share of Vote

Non-democratic regimes: China, Russia, Saudi Arabia and Turkey are now managing 24 percent of the G-20’s GDP; indeed China accounts for almost 19 percent, up from 8 percent a decade earlier.

But it’s not time to pull out the “end is nigh” placards yet, Orlik said. For the G-20 as a whole, GDP growth accelerated to 3.8 percent in 2017, the fastest pace since 2011. In part, he said, that’s because populists got lucky: they fed off economic discontent from the financial crisis, but ultimately inheriting an upswing. The U.S. fiscal package and a pro-business stance in China and India are also helping.

But there’s more to it than dump luck and stimulus. Some aspects of good governance are more important for growth than others, Orlik said, adding this may be uncomfortable for democracy advocates.

Governance vs Growth — Breakdown

“High-quality regulation and government effectiveness correlate more closely with growth than democratic values like voice and accountability,” Orlik notes. “Looking at the G-20 in those terms, the trajectory on governance looks less alarming. Democratic standards are deteriorating, but quality of regulation and government effectiveness are more stable, even edging up in recent years.”

But, Orlik adds, government effectiveness and high-quality regulation are tough to maintain in the absence of policy debate and accountability for leaders. So he remains skeptical that the new rulers of the world’s major economies will be able to decouple long-term growth from the institutions that underpin good governance.

Pubblicato in: Banche Centrali, Sistemi Economici

BlackRock Sovereign Risk Index. Argentina e Nigeria meglio dell’Italia.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-24.

2018-05-24__Spread__001

BlackRock Sovereign Risk Index

«Drawing on a pool of more than 30 measures spanning financial data, surveys and political insights, the BlackRock Sovereign Risk Index (BSRI) provides investors with a framework for tracking sovereign credit risk in 60 countries.

The BSRI breaks down the data into four main categories that each count toward a country’s final BSRI score and ranking: Fiscal Space (40%), Willingness to Pay (30%), External Finance Position (20%) and Financial Sector Health (10%).»

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La Tabella dei dati in formato Excel può essere scaricata qui.

2018-05-24__Blackrock__001

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2018-05-24__Blackrock__002

Ecco alcune delle nazioni affidabili.

La Norvegia è la nazione più affidabile con un indice eguale a 1.27.

La Repubblica Ceka ha 060, un pochino meglio degli Usa, che hanno 0.56.

La Russia ha indice 0.12, mentre la Francia ha 0.08, ed il Giappone 0.07.

Un indice negativo è segno della pericolosità degli investimenti in quella nazione.

Le Filippine hanno -0.07, meglio della Spagna, che ha -0.17.

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Se guardiamo invece i paesi da cui guardarsene bene, abbiamo una simpatica tripletta: Argentina -0.43, Nigeria -0.44, Italia -0.45.

In poche parole, l’Italia sta ben peggio di Argentina e Nigeria.

Sicuramente l’Italia va un po’ meglio del Venezuela, ma non si sa mai. Sembrerebbe essere una magra consolazione.

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BlackRock ha una solida fama di farsi punto di onore di non far perdere un centesimo ai suoi clienti. Per questo esegue investimenti limitatissimi nel paese con indice sotto lo zero e, ancor di meno, sotto lo -.40.

Pubblicato in: Russia, Sistemi Economici

Russia. Situazione economica attuale. – Bloomberg

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-22.

2018-05-18__Russia__001

La Russia sta uscendo da un lungo periodo di crisi.

L’International Monetary Fund riporta che a fine 2017 il pil ppa procapite si era assestato a 27.890 Usd.

Il pil nominale è passato dai 279 miliardi Usd del 2000 agli attuali 1,281.286 miliardi usd: si è quadruplicato.

Il salario netto mensile ppa è valutato essere 1,361 Usd, grosso modo come quello del Portogallo.

Sarebbe interessante notare come il consumo elettrico espresso in kWh pro capite sia 6,617, contro i 5,389 dell’Italia ed i 7,270 della Germania.

«The economy’s in decent shape and oil prices are up»

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«Sanctions? What Sanctions?»

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«Russia’s stock market has brushed off the U.S restrictions and is making record highs again»

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«S&P Global Ratings in February lifted the sovereign back into investment grade, at BBB-, and it has not revised its view since»

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«Moody’s Investors Service, which has a Ba1 rating with a positive outlook»

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«Economic stability, higher oil and commodity prices, lower interest rates and the weaker ruble all contributed to a broad picture of corporate health»

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La situazione sembrerebbe essere abbastanza tranquilla da un punto di vista economico, ma vi sarebbero anche possibilità di scossoni politici.


Bloomberg. 2018-05-17. What Sanctions? Russian Markets Are Over It

The economy’s in decent shape and oil prices are up.

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The stronger dollar may have taken its toll on Turkey and Argentina but there is one notable exception to the stresses plaguing emerging markets – Russia.

Investors have largely shrugged off the shock from U.S. Treasury sanctions being imposed for the first time on specific Russian companies, notably aluminum producer United Co. Rusal. The MOEX Russia Index, the country’s benchmark, just hit a record high. 

Sanctions? What Sanctions?

Russia’s stock market has brushed off the U.S restrictions and is making record highs again

The creditworthiness of Russia took a knock, but in the greater scheme of things it is just a blip. S&P Global Ratings in February lifted the sovereign back into investment grade, at BBB-, and it has not revised its view since. Moody’s Investors Service, which has a Ba1 rating with a positive outlook, said April 19 that Russia’s economy can weather the new sanctions.

Just a Little Bump

The cost of insuring for a Russian default jumped 35 bps on the sanctions crisis but has since recovered half of that

Another Moody’s report on Wednesday said Russian corporate liquidity “remains strong.” Economic stability, higher oil and commodity prices, lower interest rates and the weaker ruble all contributed to a broad picture of corporate health.

Holding Pattern

The ruble has recouped only some of its losses from the sanctions crisis as renewed dollar strength weighs against it

Central Bank of Russia Governor Elvira Nabiullina said soon after the U.S. announced sanctions that “systemic measures” weren’t needed to support the ruble, and she was right. Though the Russian currency has not recovered much from its sharp selloff, it has at least stabilized. And that has enabled the CBR to resume its normal practice of buying about $200 million a day in dollars to rebuild its currency reserves.

Back To The Plan

It is not all sunshine and roses. Russia has yet to respond to the American measures in a meaningful way, and there’s scope for President Vladimir Putin to escalate tensions. There is still a bill rumbling through nation’s parliament, the Duma, which would impose counter-sanctions on Western countries and companies. Though some of the more extreme elements have already been watered down, officials could ratchet them back up. 

The U.S. Treasury could also opt for a wide interpretation of sanctions violations that would catch parties not named in its April statement, such as banks. As I have argued, it’s easy to see how the taint of the new edict can spread. So far this hasn’t happened, but it can’t be ruled out. 

Russia’s economy grew 1.3 percent in the first quarter, at the low end of the central bank’s forecasts. It’s not a disaster – it’s up from 0.9 percent in the fourth quarter, and in line with the slower pace of expansion seen in Europe. The sanctions came at the start of the current period, but that doesn’t need to imply a slower pace of growth, as some analysts argue. The oil price rise will take a lot, perhaps all, of the sting out of their impact.

The Russian economy has come a long way. Inflation and interest rates were both at 17 percent three years ago, and they’re now at 2.4 percent and 7.25 percent. The CBR had forecast rates to become neutral this year, which it says is toward the upper end of its 6-7 percent range, but it is now a crossroads. The weaker ruble looks to have stayed its hand from further reductions at its April 27 meeting, and it could also hold steady at its June 15 policy decision. 

That shouldn’t bother stock markets. It’s more complicated for fixed income. The central bank’s expectations for its key rate didn’t account for the drop in the ruble and the gain in oil. And these factors, and the surprising strength of wage growth, look likely to stoke a probable rebound in inflation. This is a problem the bank can set aside for now. 

Most of the world has been throwing rocks at Russia for months now. Its markets seem largely immune, and if politics remain as – relatively – peaceful and calm as this, stocks can keep climbing. With a price to earnings ratio of 8.6 percent, on a value basis, the MOEX Russia Index looks hard to beat. 

Pubblicato in: Cina, Sistemi Economici, Stati Uniti, Unione Europea

Cina. Popolazione a basso reddito dal 36.9% all’11% entro il 2030.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-03.

Pechino-Città-Proibita-da-Piazza-Tiananmen

«L’attuale fase – il cosiddetto “New Normal” – vede in prima linea le riforme volte a supportare la necessaria transizione verso un modello di sviluppo economico più sostenibile con misure quali l’aumento dei consumi interni»

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«L’EIU prevede che il consumo interno crescerà ad un ritmo del 5.5% annuo per i prossimi 15 anni, portando l’economia dei consumi interni cinesi a superare quella europea entro il 2030»

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«Da un lato assisteremo a una contrazione sensibile della fetta della popolazione a basso reddito, che passerà dal 36.9% del 2015 all’11% del 2030»

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«cresceranno i “big spender” cinesi che oggi contano per il 2.6% e che nel 2030 potrebbero rappresentare il 14.5% della popolazione»

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Cerchiamo di ragionare.

Eurostat riporta come

«Il tasso di rischio di povertà (dopo i trasferimenti sociali)nell’ UE-28 è rimasto quasi stabile tra il 2010 e il 2013, passando dal 16,5 % al 16,7 %. Tra il 2013 e il 2014, il tasso di rischio di povertà è cresciuto di 0,5 punti percentuali e ha poi registrato un lieve aumento nel 2015 (0,1 punti percentuali) raggiungendo il 17,3 %.»

In particolare, in Germania vale 17.1% ed in Italia 18.4%.

Ricordiamo la definizione data da Eurostat:

«La soglia di rischio di povertà …. è pari al 60 % del reddito disponibile equivalente medianonazionale

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Ma non è che gli Stati Uniti stiano molto meglio: vive sotto la soglia di povertà il 13.97% della popolazione.

America. 44.752 milioni sotto la soglia di povertà.

Ricordiamo come il Census Bureau utilizzi soglie di povertà calcolate distretto per distretto, grosso modo come è customanza in Cina.

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«Nel 1978 circa l’80% della popolazione cinese viveva sotto la soglia della povertà; oggi, quarant’anni dopo, questa percentuale è scesa al 10%» [Fonte]

Adesso la Cina vuole affrontare il problema della fascia di popolazione che vive a basso reddito, ossia sotto il valore mediano. Il concetto è semplice: fare in modo che le classi a basso reddito possano guadagnare di più e meglio. Il ruolo dello sttao sarebbe quindi limitato solo al garantire le situazioni di crescita.

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Nel 2000 il pil procapite cinese ammontava a 959 Usd l’anno, mentre a fine 2016 valeva 8,116 Usd / anno. Il pil procapite è dunque aumentato 8.46 volte (8,116 / 959).

Se però si considera il pil ppa procapite, a fine 2017 questo valeva 16,624 Usd equivalenti, stante il basso costo della vita.

Si sta delineando un mercato di grandezza maggiore di quello occidentale considerato simultaneamente.

Una occasione davvero grandiosa, sempre che si sappia o la si voglia utilizzare.

La ‘casa’ di Shanghai. Capire cosa sia la Cina di oggi.

Cina. Belt & Road. Investimenti in aumento.

Cina ed emersione dalla povertà rurale.

Belt and Road. La Cina rigetta il rapporto C4ADS. Gli Usa fuori dagli appalti: sono liberal.

Francia. Alcune regioni invocano la Cina, non Macron. – Bloomberg.

E questa Unione Europea sbatté il grugno contro la Silk Road. Frattura scomposta.

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Dovrebbe essere evidente dalla lettura dei link quanto l’occidente debba mutare approccio al mercato ed al popolo cinese.


Camera Commercio Italo-Cinese. 2018-04-30. Cina e consumi interni: trend e prospettive

Già la crisi finanziaria internazionale del 2008 aveva messo in evidenza la forte dipendenza dall’export dell’economia cinese, la cui crescita faceva affidamento per gran parte sulle richieste dei mercati esteri più che sulle potenzialità del mercato interno. L’attuale fase – il cosiddetto “New Normal” – vede in prima linea le riforme volte a supportare la necessaria transizione verso un modello di sviluppo economico più sostenibile con misure quali l’aumento dei consumi interni.

Il passo che porta dagli alti tassi di risparmio privati all’aumento della spesa delle famiglie cinesi è facilitato da elementi quali la crescita del reddito pro capite. A fianco della maggiore disponibilità economica, altri fattori contribuiranno al raggiungimento dell’obiettivo: tra questi ricordiamo lo sviluppo del canale e-commerce, la conseguente reperibilità di prodotti ma anche la progressiva sofisticazione delle esigenze e del gusto del consumatore cinese.

Tali fattori giocheranno un importante ruolo per l’aumento della spesa privata. L’EIU prevede che il consumo interno crescerà ad un ritmo del 5.5% annuo per i prossimi 15 anni, portando l’economia dei consumi interni cinesi a superare quella europea entro il 2030. Da un lato assisteremo a una contrazione sensibile della fetta della popolazione a basso reddito, che passerà dal 36.9% del 2015 all’11% del 2030; dall’altro lato, cresceranno i “big spender” cinesi che oggi contano per il 2.6% e che nel 2030 potrebbero rappresentare il 14.5% della popolazione. Possiamo quindi prevedere che la richiesta di prodotti premium che si allontanino dai beni di stretta necessità aumenterà in tutto il paese.

Le città di prima fascia e costiere – come Beijing, Guangzhou, Shanghai, Shenzhen – continueranno ad essere la dimora del maggior numero dei “big spender”. In particolare, a Shanghai oltre il 43% dei residenti locali avrà un reddito superiore ai 200000 RMB, raddoppiando l’attuale numero e superando il tetto dei 10 milioni.

Sarà tuttavia necessario tenere in considerazione le potenzialità del mercato interno. In linea con l’obiettivo del governo nazionale di raggiungere il benessere diffuso, si prevede una maggiore dispersione dei cittadini a reddito alto nelle città più interne – come Chongqing, Xi’an e Changsha – e in aree meno sviluppate del paese, dove aumenterà conseguentemente la richiesta per beni di consumo.

Pubblicato in: Cina, Devoluzione socialismo, Geopolitica Mondiale, India, Russia, Sistemi Economici, Stati Uniti

Pil 2018 – 2022. – Previsioni dell’IMF. Grandi sorprese in arrivo.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-02.

2018-04-20__Pil__2022__000

L’International Monetary Fund World Economic Outlook (October – 2017) è una miniera di dati dai quali Statistics Times estrapola le previsioni dei pil per il 2018 e per il 2022.

Negli ultimi anni di attività Statistics Times ha fornito previsioni con un range di accuratezza di circa il ±3%: un grado di precisione di tutto riguardo. Il fatto che in passato abbia fornito prospezioni affidabili non indica necessariamente che lo siano anche queste, ovviamente, ma rendono la sorgente dei dati affidabile.

I dati pregressisono stati già pubblicati:

Pil 2016 e proiezioni 2020. Sorprese in arrivo. Ripercussioni mondiali.

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List of Countries by Projected GDP

2018-04-20__Pil__2022__001

«GDP (Gross Domestic Product) is the total market value of all final goods and services produced in a country in a given year. In Nominal method, market exchange rates are used for conversion. To make meaningful comparison, PPP is used to compare economies and incomes of people by adjusting for differences in prices in different countries.

This list contains projected GDP’s of 192 Countries/Economies in current prices (U.S. dollars) of year 2018 and 2022. GDP’s of Pakistan and Egypt are missing in nominal methods. Both figure has been calculated by interpolation.

Gross world product in 2018 is projected at $84.38 trillion, its GDP (PPP) is forecasted at $133.81 trillion. Global economy is 1.59 times greater in PPP terms compare to nominal terms. Out of 192 economies, 175 have higher value in PPP basis and 14 have higher in nominal. For United States both values are identical.

United States and China would be the largest economy in nominal and PPP, respectively. Tuvalu would be the world’s smallest economy in both methods. In exchange rates methods, Largest economy United States shares 23.9 percent of global wealth, while smallest economy Tuvalu contributes only 0.00005 percent. In PPP, 1st ranked China shares 18.8 percent and lowest ranked Tuvalu shares 0.00003 percent.

In nominal data, 16 economies would have gdp above $1 trillion, 65 have above $100 billion and 178 have above $1 billion. Top five economies accounts for approximately 53.43 %, where as top ten accounts for approx. 66.86 %. top 20 economies add up to over 80%. 92 smallest economies only contribute 1 % in global wealth and 155 lowest ranked constitute only 10 % of total.

In ppp data, 25 economies, 9 more than nominal, would have gdp above $1 trillion. 85 economies would have gdp greater than $100 billion and 182 have greater than $1 billion. top 5 economies share 48.95% of the world’s economy, top 10 economies add up to over 61%, and the top 20 economies add up to over 75%. 81 smallest economies only share 1 % in global wealth and 150 lowest ranked share only 10 % of total.

There are much differences in rankings of economies between these two basis. Myanmar is highest gainer in ppp rank compare to its nominal rank. Rank of Azerbaijan is up by 21 place from 73th in nominal to 52th in ppp. Azerbaijan is followed by Algeria (20), Iraq (19), Madagascar (19), Uganda (17) and Tunisia (17). Iceland is biggest looser in ppp ranking, down by 47 rank from 101th to 148th. Next in line comes Luxembourg (-31), Denmark (-25), Israel (-22), and Switzerland (-21). 11 economies has same rank in both methods.»

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List of Countries by Projected GDP ppa per capita

2018-04-20__Pil__2022__002

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Per molte nazioni l’emersione dalla miseria si prospetta ancora un cammino arduo ed aspro. Burundi, Repubblica del Centro Africa e Repubblica Democratica del Congo non riuscirebbero nel 2022 a passare il valore di 1,000 Usd come pil ppa procapite. Queste sono condizioni di vita disumane: gridano vendetta non solo per la severità della situazione, quanto soprattutto per il fatto che sembrerebbe essere tedioso argomento per molti.

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Nel 2022 la Cina è proiettata ad un pil ppa di 34,465 miliardi di Usd, gli Stati Uniti di 23,505, e l’India di 15,262 Usd.

Ma il dato di maggiore interesse è quello che riguarda i paesi del G7 e dei Brics.

2018-04-20__Pil__2022__099

Nel 2022 i paesi che formano il G7 produrranno 46,293 miliardi Usd, ossia il 27.59% del pil ppa mondiale, mentre i paesi afferenti il Brics ne produrranno 59,331, rendendo così conto del 35.36% del pil ppa mondiale.

Ma forse colpisce ancora di più il fatto che i G7 senza gli Stati Uniti produrranno un pil ppa di 22,788, mentre i Brics senza la Cina sarebbero a quota 24,866 miliardi Usd.

Il sorpasso dei paesi ex emergenti sull’Occidente è drammaticamente evidente.

Non solo l’Occidente non è più egemone, ma deve far bene attenzione a come si comporta.

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Siamo chiari, anche se impopolari.

Il modello politico ed economico cinese è quello vincente, mentre quello occidentale è perdente: non risponde più ai tempi correnti. Questo non significa che debba essere importato pari pari, ma suggerirebbe fortemente di studiarlo meglio e di mutuarne ciò che sia trasferibile.

L’alternativa è chiara: gli occidentali andranno a raccogliere pomodori in Cina, sempre che i cinesi li vogliano. Ricordiamoci cosa successe ai tedeschi quando arrivò l’Armata Rossa.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Se ‘più Europa’ significa discordia, allora ‘meno’ è meglio. – Handelsblatt

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-01.

Gufo_007__

Quando si riuscisse a togliersi il paraocchi delle ideologie, immediatamente le idee e le azioni umane cesserebbero di essere coatte in accordo ai dettami della ideologia di turno e sarebbero viste per quello che sono: utili oppure inutili, proficue o dannose, nel breve o nel lungo termine. L’ideale sarebbe anche giuste od ingiuste, ma questo sarebbe chieder troppo al genere umano.

Per l’empirista idee, teorie e le relative azioni altro non sono che mezzi per perseguire il proprio fine. Il mezzo, di per sé stesso, è neutro, è la finalità che lo caratterizza. Un coltello ben affilato sarebbe utile strumento per tagliare a fettine un salame stagionato, ma diventerebbe mezzo di iniquità se fosse usato per tagliare gole: ma il coltello non ci entra nulla con la finalità del suo uso.

Una cosa buona qua potrebbe essere dannosa là; una cosa buona ora potrebbe essere dannosa domani, e viceversa. Talora potrebbe essere utile nazionalizzare, talaltra privatizzare. Le ideologie sono rigide mentre la realtà è fluida e mutevole.

Infine, elemento quasi invariabilmente scotomizzato, esistono anche gli altri, che, ad esser generosi, tengono le nostre idee in non cale se non in uggia. Ed alla fine si fanno capire a colpi di cannonate.

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Confindustria tedesca, specialmente la sua componente bavarese, sta diventando il pensatoio socio – politico -economico che vicaria l’attuale vuoto ideativo della politica.

Herr Andreas Kluth è editor-in-chief dell’Handelsblatt Global dal 2017.

«after writing for The Economist for twenty years. During that time he was most recently Berlin Bureau Chief and Germany Correspondent. Before that he covered the western United States from Los Angeles, technology and media from Silicon Valley, Asian business from Hong Kong, and finance from London. He got his B.A. from Williams College, Massachusetts, and his M.Sc. from the London School of Economics»

L’articolo allegato è breve, sintetico e denso di concetti: riportarli non implica certo il condividerli, ma conoscerli è pur sempre forma di onestà mentale.

Tuttavia le conclusioni alle quali perviene sembrerebbero essere condivisibili e, soprattutto, di sano buon senso.

«So this is a good occasion to ponder when European integration makes sense — and when it does not»

*

«In trade policy, ceding national sovereignty to Brussels was the best move Europe ever made»

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«In foreign policy, even if member states retain sovereignty, the benefits of speaking with one voice are now obvious»

*

«In both areas, the more Europe, the better»

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«But the EU has over the years spent vastly more energy on a different, inward-facing, integration project: currency union»

*

«This has not gone well, because national economies, like their inhabitants, have stubbornly refused “to converge” as instructed. This caused the euro crisis, which is now a latent but chronic condition.»

*

«Macron …. now wants the “fiscal union” …. to complete the monetary one. In that he speaks for the EU’s south. But Merkel, speaking for the north, is balking, because Germans fear a “transfer union” in which they would permanently subsidize southerners.»

*

«Integrating Europe’s money has thus brought neither strength nor harmony but permanent conflict, sometimes sublimated, sometimes open»

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«When “more Europe” means discord,

in the long run, less is more.»

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Dal nostro sommesso punto di vista, la conclusione cui perviene Herr Kluth sarebbe quella ottimale per comune buon senso.

«When “more Europe” means discord, in the long run, less is more.»

Per essere grande, l’Europa dovrebbe rinunciare ad essere immensa.


Handelsblatt. 2018-04-29. When “more Europe” is, and is not, the answer

In trade and diplomacy European integration is a blessing. Too bad the EU didn’t concentrate on that instead of integrating money, writes the editor-in-chief of Handelsblatt Global.

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What pageantry America staged for Europe this week. First Emmanuel Macron, a French Jupiter abroad if not at home, dazzled Donald Trump and all Washington. Now Angela Merkel is flying in, not quite dazzling but still impressive in her sobriety, so rare around the White House these days.

Macron and Merkel are on a common mission. Meeting in Berlin a week earlier, they had coordinated their agenda vis-à-vis Trump. One goal was to talk him out of nixing the nuclear deal with Iran. Brokered largely by the Europeans, it is considered a triumph of EU diplomacy, however imperfect. But Mr. Trump appears bent on killing the deal by May 12. His reimposing of sanctions could push Iran toward a nuclear “breakout” akin to North Korea’s. That might provoke Saudi Arabia to build nukes, or even prompt preemptive strikes by Israel or America. If Trump still backs away from this perilous course, it will be thanks to Franco-German diplomacy this week.

Macron and Merkel are on a common mission.

A similar dynamic may yet temper Mr. Trump on trade. He has been rattling his protectionist saber mainly at China, but also at Europe. But on trade the EU28 negotiate as one, and Mr. Trump understands that kind of strength. During their visits, Macron (bad cop) and Merkel (good cop) subtly reminded him that a fight with Europe is a bad one to pick. That may not prevent Trump from slapping tariffs on the EU. But it frames the haggling that will follow.

So this is a good occasion to ponder when European integration makes sense — and when it does not. In trade policy, ceding national sovereignty to Brussels was the best move Europe ever made. In foreign policy, even if member states retain sovereignty, the benefits of speaking with one voice are now obvious. In both areas, the more Europe, the better.

But the EU has over the years spent vastly more energy on a different, inward-facing, integration project: currency union. This has not gone well, because national economies, like their inhabitants, have stubbornly refused “to converge” as instructed. This caused the euro crisis, which is now a latent but chronic condition.

Macron, as he reminded Merkel last week, now wants the “fiscal union” (a common budget for the euro zone) he deems necessary to complete the monetary one. In that he speaks for the EU’s south. But Merkel, speaking for the north, is balking, because Germans fear a “transfer union” in which they would permanently subsidize southerners.

Integrating Europe’s money has thus brought neither strength nor harmony but permanent conflict, sometimes sublimated, sometimes open. Old and ugly stereotypes have returned: about austere and haughty Germans, about dissolute and profligate southerners. When “more Europe” means discord, in the long run, less is more.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Finlandia. Bloccato in anticipo il reddito di cittadinanza.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-24.

Scandinavia 001

Se il termine di “reddito di cittadinanza” è ragionevolmente definito come una sorta di sussidio a pioggia sulle classi in difficoltà economiche, le proposte di come organizzarlo e strutturarlo sono davvero numerose.

«reddito di cittadinanza lanciato dalla Finlandia l’anno scorso: un progetto di due anni che coinvolge 2 mila cittadini disoccupati, che ricevono 560 euro al mese esentasse invece dei normali sussidi contro la disoccupazione»

*

«il governo finlandese sembra voler prendere altre strade»

*

«l’esecutivo ha appena varato un provvedimento che richiede ai disoccupati di trovare almeno 18 ore di lavoro in 3 mesi per non perdere i sussidi statali»

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«il Paese andrà verso un percorso più simile al modello inglese, che combina vari benefici e crediti d’imposta in un unico sistema»

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«le indennità di disoccupazione erano così alte e il sistema così rigido, che a un cittadino disoccupato poteva scegliere di non lavorare perché rischiava di rimetterci»

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Il disegno di legge 1148/2013, presentato da M5S, prevedeva aiuti economici a cittadini e famiglie italiane considerate essere sotto la soglia di povertà. Il reddito di cittadinanza sarebbe spettato a singoli (maggiori di 18 anni, e residenti in Italia) e famiglie, con differenti modalità in base a diversi parametri.

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Cerchiamo di sintetizzare.

In tutte le Collettività esistono forme assistenziali per quanti si trovino in difficoltà. Soglia e modalità di intervento dipendono strettamente dagli usi locali e dal periodo storico.

Il così detto reddito di cittadinanza, tanto reclamizzato, altro non è che uno dei tanti modi di erogazione: nulla di più. Ha un nome immaginifico quanto folkloristico, ma al sugo è pur sempre un sussidio di povertà.

A nostro personale parere, opinabile quindi, il recente provvedimento finlandese di legare il sussidio ad una certa quale iniziativa della persona nel bisogno è benvenuta nel suo potere limitatorio degli abusi, ma deve anche sottostare al fatto che siano permessi lavoretti da nove ore mensili, cosa che però non tutte le legislazioni permettono.

Sempre a nostro personale parere, il problema della povertà trova sicuramente sollievo temporaneo nel sussidio, ma rimedio definitivo solo nel generare posti di lavoro e nello snellimento delle procedure burocratiche.

In questa ottica, ci sembrerebbe essere di particolare rilievo l’ultimo Executive Order emanato dal presidente Trump:

Trump. Ordine Esecutivo per la riduzione della povertà.

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Sono scelte e decisioni che richiederebbero un maggiore e più onesto ripensamento, ed anche fare qualche conto: alla fine il problema è sempre il solito: chi paga?


Corriere. 2018-04-22. Finlandia, verso la fine l’esperimento del reddito di cittadinanza: il governo è pronto a prendere altre strade

La notizia aveva fatto il giro del mondo e attirato l’attenzione di diversi Paesi. A un anno dall’inizio, (e a un anno dalla sua fine), però, sembra che l’esperimento sia destinato a rimanere, appunto, un esperimento. Parliamo del reddito di cittadinanza lanciato dalla Finlandia l’anno scorso: un progetto di due anni che coinvolge 2 mila cittadini disoccupati, che ricevono 560 euro al mese esentasse invece dei normali sussidi contro la disoccupazione.

Il piano era stato elogiato a livello internazionale e desta ancora interesse, ma il governo finlandese sembra voler prendere altre strade. Inizialmente si prevedeva invece che dovesse essere ampliato per coinvolgere anche altre figure di lavoratori, ma l’esecutivo ha appena varato un provvedimento che richiede ai disoccupati di trovare almeno 18 ore di lavoro in 3 mesi per non perdere i sussidi statali. Secondo il ministro delle Finanze Petteri Orpo, inoltre, il Paese andrà verso un percorso più simile al modello inglese, che combina vari benefici e crediti d’imposta in un unico sistema.

L’idea del reddito di cittadinanza era stata portata avanti dopo che gli studiosi avevano rilevato che le indennità di disoccupazione erano così alte e il sistema così rigido, che a un cittadino disoccupato poteva scegliere di non lavorare perché rischiava di rimetterci: più alti erano i suoi guadagni, infatti, e minori erano i benefici sociali.

Pubblicato in: Sistemi Economici

Casa. Dal 2010 -15% i prezzi, -50% i volumi trattati.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-20.

2018-04-19__Immobili__001

«Se paragonati al 2010 i prezzi delle abitazioni sono più bassi del 15,1%, frutto di un calo tutto sommato contenuto (-1,4%) per le abitazioni nuove e di un crollo del 20,5% registrato sui prezzi delle abitazioni esistenti»

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«conferma dei segnali di ripresa dei volumi di compravendita»

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«nel 2013 (annus horribilis del mercato immobiliare) la caduta dei volumi ha superato il -50%.»

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Sono moltissime le considerazioni importanti che potrebbero essere fatte.

Una tuttavia sembrerebbe emergere per attualità di questi tempi.

Le famiglie italiane hanno accantonato gran parte delle proprie ricchezze in immobili, prevalentemente ad uso abitativo.

Italia. I nuovi miseri, i giovani. – Istat.

È ovvio come l’estimo della ricchezza nazionale delle famiglie sia influenzata dal modo con cui stimare i valori degli immobili.

Per fisco ed ufficio successioni i prezzi sembrerebbero essere considerati in perenne salita, ma così non risulta dai dati. In via secondaria, la ricchezza nazionale delle famiglie apparirebbe essere sovrastimata.

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Il discorso è meno filosofico di quanto non si creda.

Corrono infatti voci sempre più insistenti dell’introduzione di una tassa patrimoniale, che ben difficilmente potrà ignorare il patrimonio immobiliare.


True Numbers. 2018-04-17. I prezzi delle case sono in picchiata: -15% dal 2010

Sei cali consecutivi. Nel 2017 valori giù dello 0,4%. Ma le compravendite aumentano

La ripresa economica c’è, ma almeno sul mercato immobiliare non si vede. Anche nel 2017 i prezzi delle case sono calati. In media, nel 2017 i prezzi delle abitazioni diminuiscono dello 0,4% rispetto al 2016, risultato di un aumento dei prezzi per le abitazioni nuove (+0,1%) e di una diminuzione per quelle esistenti (-0,6%). Il grafico in apertura mostra l’andamento dei prezzi delle case negli ultimi tre anni in riferimento all’anno precedente: nel 2015 il calo è stato molto ampio, -2,6; nel 2016 -0,8%; nel 2017 -0,4%.

Prezzi delle case, -15% dal 2010

A certificare i dati è l’Istat che sottolinea come, allargando il perimetro temporale dell’analisi, la differenza aumenti sensibilmente. Se paragonati al 2010 i prezzi delle abitazioni sono più bassi del 15,1%, frutto di un calo tutto sommato contenuto (-1,4%) per le abitazioni nuove e di un crollo del 20,5% registrato sui prezzi delle abitazioni esistenti.

Nel 2017 miglior dato dal 2012

Nonostante rappresenti il sesto calo consecutivo nel prezzo degli immobili, il 2017 porta con sé alcune buone notizie che lasciano ben sperare per il prossimo futuro. Secondo l’Istituto di statistica, la diminuzione del 2017 è la più contenuta dal 2012 e si è manifestata in presenza della conferma dei segnali di ripresa dei volumi di compravendita.

Ma continuano a crescere i volumi

Nello stesso periodo di riferimento, infatti, è stato del +5,1% l’incremento registrato dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate per il settore residenziale – registrando il terzo sensibile aumento consecutivo dopo l’exploit del 2016 (+18,4%) e il buon andamento del 2015, +7,4%. Truenumbers ha spiegato, in questo articolo, in quale tipo di casa vivono gli italiani.

Nel 2011 la cesura degli anni Duemila

Il grafico qui sotto, invece, riporta l’andamento del mercato immobiliare tra il 2004 e il 2016, secondo le valutazioni che ogni anno vengono effettuate dall’Agenzia delle Entrate. I dati confermano il costante calo del prezzo delle case e la ripresa dei volumi delle compravendite negli ultimi anni; ma quello che impressiona è la netta cesura consumata nel 2011, in coincidenza con l’esplosione della crisi economica.

I dati in grafica sono normalizzati al 2004, considerato una sorta di anno-zero. Rispetto a quei 12 mesi, per intenderci, nel 2005 la crescita del prezzo delle case è stata di poco superiore al 7% ma qualche anno dopo il costo delle abitazioni è esploso se paragonato al 2004: +23,2% del 2007 al +27,2% del 2011.

Nel 2016, come si evince dalla grafica, si è ritornati ai livelli del 2004 come prezzo delle abitazioni: un calo di circa il 15% rispetto al picco del 2011, in linea con i numeri analizzati dall’Istat. Ma i bassissimi prezzi oltre a alleggerire i portafogli dei proprietari, hanno anche frenato il mercato: le case non si sono vendute, per il timore probabilmente di perderci troppi soldi. Rispetto al 2004 il calo nei volumi è stato di quasi il 37%, ma nel 2013 (annus horribilis del mercato immobiliare) la caduta dei volumi ha superato il -50%.