Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici, Trump

Trump. Il debito sovrano totale da gennaio è sceso di 102.365 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-17.

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Il Tesoro degli Stati Uniti ha comunicato che il debito sovrano totale ammontava a 19,844,938,940,351.37$ il 28 luglio, contro un valore di 19,947,304,555,212.49$ al venti gennaio, data di entrata in carica del Presidente Trump.

Quindi, in poco meno di sei mesi il debito sovrano totale è sceso di 102,365,614,861.12$.

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«About TreasuryDirect

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Mr Obama iniziò il suo primo mandato presidenziale il 20 gennaio 2009. A tale data il debito pubblico totale ufficiale, ovvero quello iscritto a chiusura il 30 settembre 2008, ammontava a 10,024,724,896,912.49$. A fine mandato il debito pubblico totale ammontava a 19,947,304,555,212.49$, essendosi così quasi raddoppiato.

Durante l’Amministrazione Obama il debito sovrano totale è aumentato di 9,922,579,658,300.00$, ossia di 1,240 miliardi ogni anno di mandato.

Si prende atto dell’inversione di tendenza attuata dall’Amministrazione Trump. Non solo Mr Trump ha cessato il ricorso al debito, ma ha anche iniziato a ridurlo.

Per meglio capirci, in sei mesi non sono stati contratti gli usuali 600 miliardi di incrementi semestrali del debito ma ne sono stati risparmiati 102. Un’operazione che fa risparmiare al Contribuente americano 702 miliardi, per ora.

Una gran bella cifra: non parole, bensì dollari sonanti.

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Mr Trump aveva chiaramente manifestato in campagna elettorale il suo fermo proposito di far cessare l’incremento del debito sovrano americano ed invertirne la tendenza. Aveva quindi ribadito le sue intenzioni appena un mese dopo la sua entrata in carica.

Trump Wants Credit for Cutting the National Debt. Economists Say Not So Fast.

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Trattare del debito sovrano esula dallo scopo del presente articolo, e richiederebbe più un trattato che un articolo.

Sia consentito però enunciare soltanto alcuni statement che sembrerebbero essere rilevanti per meglio comprendere la notizia attuale.

– Se è vero che Mr Obama ha dovuto affrontare la crisi dei subprimes con tutte le relative conseguenze, è altrettanto vero che la strada scelta per cercare di governare la situazione era soltanto una delle possibili, e, verosimilmente, non la migliore.

– La cultura del debito pubblico è parte integrante e portante della Weltanschauung liberal democratica e, più generalmente parlando, dell’ideologia socialista.

– L’attuale inversione di tendenza nella gestione del debito non è il frutto del lavoro precedentemente svolto dall’Amministrazione Obama: se così fosse la variazione sarebbe stata graduale nel tempo. In questo caso assistiamo invece ad una vera e propria mutazione, con rapida cesura dell’andamento. In terminologia tecnica, un rilassamento.

– Questo nuovo modo di approcciare il debito sovrano è per il momento limitato agli Stati Uniti, ma, data la loro forza economica, si imporrà a breve anche nell’Unione Europea e nell’Eurozona.

– Portando il ragionamento nel campo teorico astratto, astratto nel senso di speculazione logica, la Weltanschauung liberal è statalista nel senso che sostiene la necessità che lo stato governi strettamente il sistema economico sia direttamente sia indirettamente attraverso leggi, norme e regolamenti che saranno poi attuate attraverso un complesso sistema burocratico. Se il comunismo corrisponde ad una statalizzazione totale, il socialismo e l’ideologia liberal corrisponde ad uno statalismo parziale, ma non per questo lasso. Socialismo e burocrazia sono sinonimi.


Da ultimo, ma sicuramente non per ultimo, si dovrebbe fare una considerazione metodologica ma di rilevanza estrema.

La scienza, e l’economica può tranquillamente essere trattata come tale, si fonda sul corretto rilevamento dei dati di fatto, che siano poi analizzati alla luce di ragionamenti logici, ossia non contraddittori. Le teorie non sono dogmi di fede

Ciò che conta sono i dati sperimentali: le teorie sono chiamate ad interpretarli, non a coercerli.

Di certo la scienza non è “democratica“: il fatto che una maggioranza la pensi in una maniera non assicura minimamente che quanto sostenuto sia scientificamente corretto. In scienza le consensus conference sono destituite di buon senso. Se anche la maggioranza avesse votato che due più due fa sette, conferendo quindi legalità a questo enunciato, due più due continuerebbe imperterrito a farebbe sempre quattro. Ci si pensi bene.


The True Division. 2017-08-14. National Debt Was $19,947,304,555,212.49 Seven Months Ago… Here’s What It Is Today

President Donald Trump and his administration are undoing the government’s rampant spending that occurred under former President Obama’s watch.

According the U.S. Treasury’s direct record, a surprising amount of money has been saved over the course of seven months.

On January 20th, the day Trump was inaugurated, the total debt was $19,947,304,555,212.49.

On July 30th, seven short months later, it’s at $19,844,938,940,351.37.

Overall the debt has decreased by $102,365,614,861.12.

Here’s what the Trump budget plan said, proposed back in April:

“Under this plan, the debt will continue to fall both in nominal dollars and as a share of GDP beyond that point, putting us on a path to repay the debt in full within a few decades,” the budget plan said.

Then, in his State of the Union address, he made this comment to Congress:

“Faster economic growth, coupled with fiscal restraint, will enable us to fully fund our national priorities, balance our budget, and start to pay down our national debt.”

In the end, it certainly looks like he’s keeping his promises regarding fiscal responsibility by the United States government.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici

Pensioni. Solo la morte dei pensionati risolverebbe il problema.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-12.

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«La morte risolve tutti i problemi:

niente uomini, niente problemi.» [Stalin]

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La bega legale è iniziata nel 2010, setta anni or sono, e la Magistratura la sta conducendo con un passo da lumaca stanca ed affaticata.

Tanto, in questi sette anni sono morti 4.2 milioni di pensionati e, come diceva Stalin, ” niente uomini, niente problemi”.

Ma non ci si illuda che la faccenda stia andando a conclusione: la Magistratura prenderà posizione netta solo quando l’ultimo pensionato sarà morto.

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«La ragione è sempre la stessa: tenere bassa la traiettoria di una spesa in costante crescita»

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«la questione dell’adeguamento o meno dei requisiti di pensionamento alla speranza di vita»

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«Il 24 ottobre, infatti, saranno discusse le questioni di costituzionalità delle regole sulla perequazione messe a punto dal governo Renzi con il decreto legge 65/2015 in risposta alla bocciatura delle norme precedenti»

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«riforma Monti-Fornero (dl 201/2011), quando si decise non solo il definitivo passaggio al contributivo per tutti e l’innalzamento dei requisiti ma anche, con una norma transitoria, di bloccare parzialmente l’adeguamento all’inflazione degli assegni già in pagamento»

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«Nel 2012 e nel 2013 venne così riconosciuto l’adeguamento pieno solo per le pensioni di importo fino a 3 volte il trattamento minimo, mentre nulla è stato pagato per gli importi superiori»

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«Con la sentenza 70, la Corte ha dichiarato illegittima questa norma innescando una mina per i conti pubblici, dato che il costo di un pieno riconoscimento, a posteriori, della mancata perequazione venne stimato in 24 miliardi di euro»

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Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su questo problema.

Questi sono i fatti dei quali oggi si parla.

In primo luogo, il sistema pensionistico è mal condizionato, motivo per cui non è sostenibile nel tempo.

Dapprima si è fatto passare più o meno gradualmente il sistema da retributivo a contributivo.

Quindi lo stato è intervento sia innalzando l’età pensionabile, sia legandola alla durata della vita media. In altri termini le persone possono godere della pensione per un tot prestabilito di anni, non di più.

In poche parole ha variato unilateralmente le condizioni poste a suo tempo. Siamo chiari: non è stata una gran bella azione.

In secondo luogo, lo stato ha arbitrariamente bloccato l’adeguamento al costo della vita delle pensioni ponendo delle soglie sopra le quali l’adeguamento è ridotto oppure cessa del tutto. Con sentenza 70/13 la Corte Costituzionale ha bloccato tale iniziativa, ma il governo Renzi la ha rattamente reiterata.

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In gioco vi sono due aspetti concettuali, tra i tanti che dovrebbero essere menzionati.

Il primo aspetto è la liceità delle variazioni unilaterale dei contratti. Una cosa è imporre ed un’altra è lasciare la possibilità di recedere, garantendo la restituzione di contributi e relativi interessi. Opzione questa ultima nemmeno presa in considerazione.

Il secondo aspetto è ancor più delicato. Se il pensionato ha fatto i versamenti legali sulla base di quale diritto perché negargli l’adeguamento avendo superato una soglia arbitraria? Se si invocasse la solidarietà sociale allora l’onere dovrebbe gravare su tutta la società, non su quel poveraccio. Base infatti della giustizia è il concetto di “unicuique suum reddere”: dare a ciascuno ciò che gli spetta.

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La battaglia legale continua, ma intanto ogni anno muoiono 647,571 pensionati all’anno.

Stalin aveva ragione.


Sole 24 Ore. 2017-08-11. Sulle pensioni anche la mina perequazione

Tra le incognite d’autunno che possono condizionare dimensioni e contenuti della manovra non c’è solo la questione dell’adeguamento o meno dei requisiti di pensionamento alla speranza di vita. Sul tavolo c’è anche il nodo dell’indicizzazione delle pensioni all’inflazione, tema in discussione al tavolo governo-sindacati (se ne parlerà giovedì 7 settembre) ma sul quale grava la pesante attesa della Consulta. Il 24 ottobre, infatti, saranno discusse le questioni di costituzionalità delle regole sulla perequazione messe a punto dal governo Renzi con il decreto legge 65/2015 in risposta alla bocciatura delle norme precedenti, arrivata sempre dalla Corte costituzionale con la famosa sentenza 70/2015. E come nel caso degli adeguamenti automatici, anche la soluzione sulle perequazioni rischia di innescare nuova spesa previdenziale.

Stop alle indicizzazioni

Per capire la posta in gioco bisogna tornare alla riforma Monti-Fornero (dl 201/2011), quando si decise non solo il definitivo passaggio al contributivo per tutti e l’innalzamento dei requisiti ma anche, con una norma transitoria, di bloccare parzialmente l’adeguamento all’inflazione degli assegni già in pagamento. Nel 2012 e nel 2013 venne così riconosciuto l’adeguamento pieno solo per le pensioni di importo fino a 3 volte il trattamento minimo, mentre nulla è stato pagato per gli importi superiori. Con la sentenza 70, la Corte ha dichiarato illegittima questa norma innescando una mina per i conti pubblici, dato che il costo di un pieno riconoscimento, a posteriori, della mancata perequazione venne stimato in 24 miliardi di euro. Di fronte a questo scenario il governo, nella primavera di due anni fa, ha varato il decreto 65/2017, con cui è stato introdotto un nuovo meccanismo di perequazione riferito al biennio 2012-2013 che ha stabilito un adeguamento al 100% per gli assegni fino a 3 volte il minimo; del 40% tra 3 e 4 volte; del 20% tra 4 e 5; del 10% tra 5 e 6; nullo per importi oltre sei volte il minimo. Inoltre è stato definito un meccanismo di “consolidamento” parziale degli effetti di tali arretrati negli anni seguenti. Costo dell’operazione “solo” 2,8 miliardi di maggiore spesa previdenziale.
Ovviamente chi è rimasto escluso ha fatto ricorso in tribunale e in diversi casi sono state poste questioni di legittimità costituzionale sia sul biennio di mancata perequazione sia sul cosiddetto “mancato trascinamento” sul periodo 2014-2018, ritenuto penalizzante per gli importi più elevati. Il 24 ottobre il giudice delle leggi dovrà discutere una dozzina di ordinanze che puntano, a vario titolo, a smantellare la soluzione low cost del decreto legge 65/2015. L’esito è tutt’altro che scontato.

Il confronto sindacale

L’attuale meccanismo di indicizzazione è oggetto, come si diceva, della “fase due” del confronto sindacale. L’impegno del governo è di introdurre un sistema di perequazione basato sugli “scaglioni di importo” e non più sulle “fasce di importo” a partire dal 2019, lo stesso anno in cui scatterebbe il nuovo adeguamento alla speranza di vita dei requisiti di pensionamento. In pratica si tornerebbe al meccanismo previsto dalla legge 388 del 2000. Ma nel protocollo siglato l’anno scorso si parla anche della possibilità di valutare l’utilizzo di indici diversi di inflazione, più rappresentativi della spesa dei pensionati, e non manca l’ipotesi di un recupero di parte della mancata indicizzazione passata per una rivalutazione “una tantum” del montante del 2019

Spesa per pensioni e inflazione

L’Italia non è l’unico paese in cui le leve della riduzione o del differimento dell’indicizzazione delle pensioni sono state utilizzate per mitigare la spesa. Basta uno sguardo agli ultimi rapporti Ocse per scoprire che in almeno altri dieci paesi dell’area, negli ultimi anni, i meccanismi di perequazione sono stati toccati, ridotti o temporaneamente congelati. La ragione è sempre la stessa: tenere bassa la traiettoria di una spesa in costante crescita. Gli interventi sono stati dei più vari, calibrati tenendo conto sia delle esigenze di sostenibilità finanziaria dei sistemi previdenziali sia della dovuta protezione del potere di acquisto di pensioni.

L’adeguamento negli altri Paesi

Vediamo qualche esempio recente. In Francia nel 2014 l’adeguamento delle prestazioni all’indice dei prezzi è stato spostato dal mese di aprile a ottobre per le pensioni che sono sopra i 1.200 euro al mese, mentre in Grecia il congelamento delle indicizzazioni è iniziato nel 2011 ed è durato quattro anni. In Giappone nel 2015 è stato chiuso un temporaneo stop delle indicizzazioni, mentre in altri Paesi gli interventi sono stati di più lungo termine, con la scelta di indicizzare le pensioni non più ai salari ma ai prezzi o a coefficienti che contengono un mix di inflazione e salari. È il caso dell’Ungheria (dal 2012) o della Repubblica di Slovenia (dal 2013 al 2017) mentre in Australia è previsto il passaggio all’indicizzazione all’inflazione e non più agli stipendi a partire dal 2017. In Finlandia nel 2015 l’indicizzazione è stata temperata, passando da un fattore dell’1% a uno dello 0,4%, un “fattore di riduzione” degli adeguamenti è stato introdotto anche in Lussemburgo nel 2013 e in Polonia nel 2012 mentre meccanismi di riduzione degli adeguamenti per le pensioni di vecchiaia e invalidità sono stati varati nella Repubblica Ceca nel 2012 per una durata prevista fino alla fine del 2015. In Spagna, infine, l’indicizzazione è stata calibrata anche sulla base dei contributi versati ed ogni cinque anni, a partire dal 2019, gli assegni saranno adeguati anche sulla base dell’aspettativa di vita.

Pubblicato in: Banche Centrali, Russia, Sistemi Economici

Russia. Riserva Valutarie a 420.1 miliardi Usd.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-10.

Banca Centrale Russia 001

The Central Bank of the Russian Federation ha rilasciato l’aggiornamento settimanale delle riserve valutarie.

2017-08-10__Russia__001

Il dodici gennaio le riserve valutarie russe ammontavano a 377.7 miliardi: da tale data ad oggi sono aumentate di 42.4 miliardi, con una variazione percentuale di [100 * 420.1 – 377.7) / 377.7)] = 11.22%.

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La composizione delle riserve nelle sue principali componenti è così ripartita: valute estere 338.578 miliardi e 70.037 oro lingotti. Si noti come un anno fa le riserve auree ammontassero a 64.520 miliardi di dollari.

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Sarebbe suggeribile aver letto la seguente documentazione:

Methodological Notes to International Reserves of the Russian Federation.

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On Bank of Russia monetary policy

Monetary policy constitutes an integral part of the state policy and is aimed at enhancing wellbeing of Russian citizens. The Bank of Russia implements monetary policy in the framework of inflation targeting regime, and sees price stability, albeit sustainably low inflation, as its priority. Given structural peculiarities of the Russian economy, the target is to reduce inflation to 4% by 2017 and maintain it within that range in the medium run.

The monetary policy affects the economy through interest rates, its main parameter being the Bank of Russia key rate. Taking into account the pass-through effect of the monetary policy on the economy, central bank decisions are based on the economic outlook and assessment of risks to achieve the inflation target over the mid-term horizon, and also on possible threats to sustainable economic growth and financial stability.

The Bank of Russia maintains energetic communication policy, clarifying the motives and expected outcome of its monetary policy decisions, as public awareness of these efforts may enhance their effectiveness.

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Sistemi Economici

Brasile. Una generazione perduta.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-05.

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«It’s very frustrating. I was even approved in a few selection processes but never called afterwards to take the job.»


«GDP in Brazil falls 3.6

Gross Domestic Product of Brazil fell -3.6% in 2016 compared to last year . This rate is 0-tenths of one percent higher than the figure of -3.8% published in 2015,}.

The GDP figure in 2016 was $1,798,622 million, leaving Brazil placed 9th in the ranking of GDP of the 196 countries that we publish. The absolute value of GDP in Brazil dropped $2,860 million with respect to 2015.

The GDP per capita of Brazil in 2016 was $8,727, $83 less than in 2015, when it was $8,810. To view the evolution of the GDP per capita, it is interesting to look back a few years and compare these data with those of 2006 when the GDP per capita in Brazil was $5,913.

If we order the countries according to their GDP per capita, Brazil is in 72th position of the 196 countries whose GDP we publish.

Here we show you the progression of the GDP in Brazil. You can see GDP in other countries in GDP and see all the economic information about Brazil in Brazil’s economy.» [Country Economy]

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Nel primo trimestre 2017 il pil era 457.394 mld Usd, in crescita dell’1%, ma -0.4% su base anno/anno.

Nel 1987, trenta anni or sono, il pil valeva 298.989 miliardi Usd contro quello del 2016 di 1,786.622 miliardi: è aumentato di 5.98 volte. È stato un aumento di tutto rilievo.

Sempre nel 1987 il pil procapite valeva 2,178 dollari, per salire al valore 2016 di 8,727 $: è aumentato di quattro volte.

Si è perfettamente consci come il pil sia un indicatore estremamente generale del benessere di una nazione così come ci si rende perfettamente consci che prima di essere ridistribuita le ricchezza deve ben essere accumulata. Similmente, ci si rende esattamente conto come gli indicatori medi mascherino impietosamente la fascia dei meno abbienti. Tuttavia, sembrerebbe essere innegabile un lusinghiero successo.

Ed il successo principale consiste nel fatto che mentre un pil procapite di 2,178 dollari indica una situazione di miseria, quello di 8,727 $ è segno che in termini medi la nazione è riuscita ad uscire dalla situazione di miseria.

Si tenga infine conto come ragionando in termini di pil ppa (per potere di acquisto), il pil ppa 2016 del Brasile equivaleva a 21,496 dollari americani l’anno. Sempre in termini medi, una sopravvivenza sul filo del rasoio, ma in ogni caso dignitosa.

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Le crescite infine sono una utopia. La realtà storica indica come dopo una forte espansione si verifichi sempre una pausa di assestamento, spesso associata ad una recessione.

Il Brasile non ha fatto eccezione a questa regola empirica: negli ultimi anni ha avuto il suo momento di ripensamento e solo negli ultimi tempi inizia ad evidenziare segni di ripresa. Come spesso avviene, questa pausa si è associata ad una severa crisi politica ed all’emergere di un gran numero di episodi di corruzione nell’élite dirigenziale. Situazioni dolorose, molto dolorose, ma terribilmente umane. Il nuovo benessere era diventato per molte persone una vera e propria droga di umana ingordigia.

Se però certi accadimenti sono un male inevitabile, mentre sarebbe utopico cercare di renderli impossibili, diventa segno di maturità di un popolo saperli individuare e reprimere in termini legali, senza sommovimenti armati.

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L’articolo che proponiamo in calce mette in evidenza un problema che nei fatti sta affliggendo gran parte del mondo occidentale: quello di una generazione persa.

«It’s very frustrating. I was even approved in a few selection processes but never called afterwards to take the job.»

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Il nodo del problema è sempre lo stesso: generare posti di lavoro ed abbattere la percentuale dei disoccupati.

E, molto spesso, ci si potrebbe domandare se lo stato sia uno stimolo oppure un freno alla crescita.


Saudi Gazette. 2017-08-02. Brazil faces lost generation of young workers after recession

When Ana Carolina Gomes da Silva became the first in her family to earn a college diploma and followed up with a master’s degree in pediatric medicine, finding a good job seemed like just a matter of time.

After three years, the 26-year-old Brazilian is still looking.

“I graduated in June 2014 and thought I’d have a job by December,” she lamented. “The most I’ve gotten was one group job interview.”

Brazil’s worst recession on record – a two-year-long slump that probably ended in the first quarter – has left 14 million people unemployed, the bulk of them young workers like Silva.

Recent graduates are struggling to pay student loans and gain work experience, turning a demographic boom once considered an engine of future growth into a drag on the Brazilian economy, which may be saddled with a lost generation of young workers.

“If the youth give up investing in education and the economy starts to grow again, there may be a scarcity of teachers, physicians, lawyers and so on,” said Renato Meirelles, head of Sao Paulo-based research firm Instituto Locomotiva.

About 4.5 million workers aged 18 to 24, most of them with more formal education than their parents, were unemployed in the first quarter. That amounts to more than a quarter of all young Brazilian workers, government data shows.
The jobless rate among teenagers between 14 and 17 years old already in the labor force, who are often a crucial source of income for poor families, has soared to 45 percent, contributing to an overall unemployment rate of nearly 14 percent.
An analysis by a local think tank, commissioned by Reuters, suggests that those trying to work while in school or putting aside studies to find a job are even less likely to get work.

According to the study by Fipe, a research institute linked to the University of Sao Paulo, the probability of workers with unfinished high school or college studies holding a job fell 4 percent between 2014 and 2016.

Frustration among young workers is adding to anger at politicians after a string of corruption scandals. President Michel Temer’s popularity has tumbled into single digits, and lawmakers openly discuss the chance of a political outsider winning the 2018 presidential race.

High youth unemployment underscores the deep lasting impact of the recent recession. Millions of workers spent time, savings and public subsidies in an unprecedented higher-education boom but are now losing their window of opportunity to turn those degrees into careers.

Ana Clara Ferreira, 26, still owes the government for her student loans but has never used her degree in pedagogy. She entered a private college in 2010 thanks to a government subsidy known as FIES, expanded during 13 years of leftist Workers Party government that ended in 2016.

Ferreira settled for a low-paid job as an office secretary last month to pay off her debt. She says the job demands none of the skills she studied in college and she refuses to give up on finding work in her field.

“It’s very frustrating,” she said of the job search. “I was even approved in a few selection processes but never called afterwards to take the job.”

There are still 2.5 million active FIES contracts, with about 20 billion reais ($6.3 billion) per year in the program, according to the Education Ministry.

The government estimates about 30 percent of FIES-backed students defaulted on their loans, contributing to a growing budget deficit that cost the country its investment-grade credit rating in 2015.

“Investment in education is not yielding all the returns we have been expecting for the society,” said Marcelo Neri, a former minister of strategic affairs and currently director of FGV Social, a unit of think tank Fundação Getúlio Vargas.

After shedding nearly 3 million jobs in 2015 and 2016, the Brazilian economy slowly resumed job creation in the first half of this year.

But most opportunities are odd jobs in the informal economy, government data showed last week. A rising number of Brazilians are selling homemade sweets or driving for Uber to make ends meet, with no job security and restricted access to social security benefits such as paid maternity leave and vacation.

Although economic data shows growth slowly resuming, Erick Sobral, 19, and his 17-year-old sister lost their jobs at a marketing company in Sao Paulo a couple of months ago.

Like most unemployed workers interviewed by Reuters, Sobral spends his days surfing the Web for work while keeping up with his studies. He needs a high score on the national high school exam this year to pursue his dream of an advertising career.

But without a job, he does not have the money to pay for a preparatory course that thousands of his competitors will take.
“We live with our mother, but she is unemployed too,” Sobral said. “I can’t understand what we did wrong to be here.”

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Sistemi Economici, Unione Europea

Macron denatura la Lione – Torino. Se poi la si finirà di costruire.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-30.

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Se si potesse parlare come si mangia, si potrebbero dire molte cose: quelle che tutti sanno ma che nessuno gradisce dire.

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«“Pausa di riflessione” sui cantieri francesi. Obiettivo: usare tratte esistenti per risparmiare»

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«Non possiamo promettere aeroporti e linee ad alta velocità alla Francia intera. La legge assocerà ad ogni progetto il suo finanziamento».

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«Non solo Libia e Fincantieri/Stx. Con l’arrivo di Emmanuel Macron all’Eliseo, anche il dossier Torino-Lione è motivo di timori e potenziali attriti tra Italia e Francia»

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«la pausa di riflessione sulle grandi opere annunciata dalla ministra dei Trasporti, Elisabeth Borne, rischia di paralizzare per un quasi un anno l’avvio di nuovi cantieri e l’attribuzione di appalti sulla tratta francese»

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«Un po’ quel che mesi fa ha chiesto la Corte dei Conti francese, inchiodando l’Agenzia di finanziamento delle infrastrutture di trasporto (Afitf), accusata di avviare opere largamente insostenibili dal punto di vista economico»

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«La Francia ha un piano di infrastrutture che vale tra 70 e 80 miliardi nei prossimi anni»

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«l’Unione europea finanzia il 40% degli 8,3 miliardi necessari (all’Italia tocca pagare il 35%, alla Francia il 25)»

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Mr Macron è sulla graticola. Recita molto bene la sua parte, ma sulla graticola c’è e ci rimane.

– Una Tav Lione – Torino avrebbe potuto dirottare i traffici provenienti da Portogallo, Spagna e su della Francia sul tracciato che dalla Pianura Padana porta ai paesi dell’Est.

– Questo progetto è sempre stato inviso ai tedeschi, che hanno costantemente espresso parere favorevole per una tratta Lione – Digione – Monaco di Baviera.

– Usare le tratte preesistenti riduce sicuramente il costo dell’opera, ma da Tav la tratta diventa tracciato comune. Chi avesse necessità della Tav sarebbe obbligato ad usare il tragitto a nord delle Alpi.

– Mr Hollande ha lasciato in eredità a Mr Macron un gran numero di progetti tutti regolarmente studiati senza curarsi di chi avrebbe coperto i costi: sogni, utopie, ma la gente credeva fossero promesse vere.

– Mr Macron deve sostenere la Grandeur senza spendere un centesimo: non ne ha. La situazione economica francese è in profondo rosso.

– Gli italiani sono un pungiball ideale. Governo fatiscente, situazione economica e finanziaria squallida, un debito pubblico mastodontico che necessita di continui aiutini europei. Ma gli “aiutini” esigono una contropartita.

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Mr Macron si è installato solo da qualche mese all’Eliseo, ma il cambio della guardia è stato notato, eccome!

Aspettiamo ora con pazienza i risultati delle elezioni in settembre in Germania ed in ottobre in Austria, che non dovrebbero generare grossolani rimescolamenti, tranne che, forse, nelle alleanze.

Siamo solo agli inizi: serviranno altri due anni di tempo per arrivare alle elezioni europee. Ed in questo lasso di tempo il duo Macron – Merkel si darà ben da fare per conquistarsi una salda egemonia.


La Stampa. 2017-07-30. Torino-Lione, Macron blocca per un anno 7,5 miliardi di finanziamenti

“Pausa di riflessione” sui cantieri francesi. Obiettivo: usare tratte esistenti per risparmiare.

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Non solo Libia e Fincantieri/Stx. Con l’arrivo di Emmanuel Macron all’Eliseo, anche il dossier Torino-Lione è motivo di timori e potenziali attriti tra Italia e Francia. Anche se lo stop dei cantieri già avviati non è in discussione, la pausa di riflessione sulle grandi opere annunciata dalla ministra dei Trasporti, Elisabeth Borne, rischia di paralizzare per un quasi un anno l’avvio di nuovi cantieri e l’attribuzione di appalti sulla tratta francese. Bisognerà attendere la nuova legge programmatica sulle infrastrutture entro la fine del primo semestre 2018.  

I ruoli si sono invertiti: finora era l’Italia a essere considerata l’anello debole, per via dei conti traballanti e dei movimenti che da vent’anni contestano l’alta velocità. Ora è la nuova Francia macronista a voler riflettere sul da farsi. Ricalcolare le spese anche per evitare di avviare opere che non è in grado di finanziare. E adesso è l’Italia (e con lei l’Europa) a chiedere spiegazioni, garanzie e rassicurazioni. 

«Non possiamo promettere aeroporti e linee ad alta velocità alla Francia intera – recita un tweet pubblicato a metà luglio dal presidente – La legge assocerà ad ogni progetto il suo finanziamento». Un po’ quel che mesi fa ha chiesto la Corte dei Conti francese, inchiodando l’Agenzia di finanziamento delle infrastrutture di trasporto (Afitf), accusata di avviare opere largamente insostenibili dal punto di vista economico. 

La Francia ha un piano di infrastrutture che vale tra 70 e 80 miliardi nei prossimi anni. Tre progetti sono di rilevanza internazionale: il Canal Seine-Nord, 4,5 miliardi per collegare il porto di Le Havre e il Benelux; il nuovo aeroporto di Parigi; e la Torino-Lione. Venerdì a Roma la ministra delle Infrastrutture Elisabeth Borne ha rassicurato il collega italiano Graziano Delrio: per la Torino-Lione i lavori proseguono e sono confermati gli «impegni internazionali». I lavori del tunnel di base non si fermano, anche perché l’Unione europea finanzia il 40% degli 8,3 miliardi necessari (all’Italia tocca pagare il 35%, alla Francia il 25). Entro gennaio la Francia si impegna a rivedere la tratta di sua competenza. E lo farà prendendo spunto dall’Italia che ha già avviato e concluso la ricognizione delle proprie infrastrutture. Il processo ha coinvolto anche la tratta italiana della Tav: il governo e la struttura tecnica guidata dal commissario Paolo Foietta hanno rivisto il progetto, deciso di sfruttare parte della linea già esistente, abbassando il costo da 4,3 a 1,9 miliardi. Lo stesso farà adesso la Francia, la cui tratta di Torino-Lione vale sulla carta 7,5 miliardi ma – eliminando alcuni tunnel previsti e sfruttando la tratta storica che devia verso Chambery – potrebbe passare a 3,5-4 miliardi. 

Il progetto non sembra dunque essere in discussione. Lo stesso Macron, in campagna elettorale, è stato categorico: «C’è un trattato internazionale, ci sono finanziamenti europei disponibili, ci sono gli operai che hanno incominciato a scavare. A questo punto non abbiamo più scelta: bisogna andare fino in fondo». Quel che verrà valutato, oltre al tracciato, sono le modalità di finanziamento. «Per ora vengono valutate su base annua – spiega Stéphane Guggino, delegato generale di Transalpine -. Entrare in una legge di finanziamento pluriannuale (come vuole fare Parigi entro il primo semestre 2018, ndr) permetterebbe di mettere in sicurezza il progetto sul lungo periodo». Anche a costo di perdere altro tempo, che tuttavia si pensa di compensare. Gli accordi internazionali fissano la fine dei lavori al 2030: un progetto low cost, che sfrutti in parte infrastrutture già esistenti, potrebbe accorciare i tempi di realizzazione. «Non è più un progetto, è un cantiere», spiega Guggino. «Un miliardo e mezzo è già stato speso, 20 chilometri di gallerie scavati e 400 persone lavorano sul lato francese del tunnel».  

Pubblicato in: Cina, Economia e Produzione Industriale, Sistemi Economici

Cina. I problemi di una economia matura.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-21.

2017-07-11__Cina__Pil__

La tabella dovrebbe essere eloquente. (Il dato per il 2016 è provvisorio).

Negli ultimi venti anni il pil cinese è decuplicato, sia se valutato in valore assoluto, sia se valutato come pil pro capite.

Se questo risultato appare semplicemente essere strabiliante, ancor più sbalorditivo è il fatto che il pil pro capite è passato dai 781 Usd del 1997 agli 8,113 Usd del 2016. In parole povere, la Cina è emersa da una condizione di miseria ad una di relativo benessere.

Non solo: queste cifre, già lusinghiere di per sé stesse, lo sarebbero ancora di più se esaminate alla luce del potere di acquisto: il pil pro capite ppa valeva nel 2016 14,107 Usd.

Sicuramente la strada verso un benessere generalizzato è ancora lunga, altrettanto sicuramente il miglioramento potrebbe essere più faticosa rispetto alla prima fase di crescita, ma il lavoro fatto è davvero immenso, senza nessun altro riscontro storico.

*

È del tutto naturale che adesso inizino ad evidenziarsi molti dei problemi con i quali l’Occidente ha dovuto cimentarsi in passato. Sta vivendo una pausa di assestamento, che potrebbe anche essere alquanto dolorosa.

Questo titolo è davvero eloquente.

In China, rural rich get richer and poor get poorer

La Cina è entrata nel periodo economico in cui la ricchezza genera ulteriore ricchezza per chi ne dispone, mentre i meno abbienti sembrerebbero retrocedere, invece di proseguire a crescere, sia pure in ragione modesta.

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Parlare della Cina si scontra con un problema insormontabile: è un continente di quasi un miliardo e mezzo di persone. È evidente quanto gli indici medi a livello nazionale siano utili per una valutazione globale, ma inidonei a rappresentare simultaneamente tutte le realtà geoeconomiche. In linea generale, mentre le fasce costiere della Cina hanno quasi raggiunto i livelli di vita occidentali, tutte le zone interne a prevalente vocazione agricola sono tuttora sostanzialmente arretrate.

In questa fase però il macrofenomeno di interesse è l’urgente necessità di riequilibrare gli assetti finanziari, specialmente per far fronte alle nuove richieste di investimento. Se in passato erano sufficienti impegni modesti in relazione ad una realtà continentale, al momento gli investimenti devono essere cospicui per diventare poi a loro volta produttivi.

Tradotto in un linguaggio che descriva l’economia familiare, occorre avere pazienza, tanta pazienza. Fenomeni di questo tipo necessitano di tempi lunghi per essere risolti. E richiederebbero soprattutto di saper resistere alla tentazione di redistribuire artificiosamente il reddito.

La povertà non la si cura impoverendo i ricchi: così facendo si ritorna tutti poveri.

Nota. Avere pause di ripensamento non significa per nulla che la situazione si sia deteriorata. Significa solamente un riassestamento degli equilibri.

Cina. Q1 pil +6.9%.

Cina. Pil secondo trimestre +6.9%. Un esempio da seguire.

Germania. Le banche non son quasi più tedesche.

ICB of China è la più grande banca del mondo con attivi per 3.297 mld €.


South China Morning Post. 2017-07-09. As China grows, equal opportunity and social mobility are fast becoming a cruel lie

Joe Zhang considers how his family’s fortunes reflect the changing times in a newly wealthy China. Social mobility, which once enabled the talented and hardworking to make good, is now an unattainable dream for many.

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Twice a year, I go from Hong Kong to Jingmen (荊門), in central China’s Hubei ( 湖北 ) province, to visit my parents and other relatives. But my trip last week was depressing as I found most of my cousins and their children beating a reluctant retreat back to our village from coastal cities like Shenzhen because of dimming prospects and the soaring costs of living.

On my way to Jingmen, I visited my 55-year-old cousin, Jinghuai, in Yantian port in Shenzhen, where he has been a lorry driver for two decades. Jinghuai counts himself lucky as he bought a small two-bedroom flat six years ago for around 1 million yuan (HK$1.15 million) after pooling his adult children’s savings. When I visited him, eight people from four generations lived in it. But, now, he has to look for a new job; a driver’s life is getting harder with slowing port throughput. His 30-year-old son makes only 3,000 yuan a month as a warehouse guard at the port. Jinghuai’s options are very limited as he and his family cannot afford to relocate to another part of this expensive city.

Jinghuai’s brother, Jinggui, and sister, Jinghua, are in a tougher spot. Jinggui and his son recently lost their jobs as lorry drivers at Mawan, another port in Shenzhen, and are moving back to our village; so are Jinghua and her family. Jinghua had just quit her job in a garment factory and her daughter Juhua quit hers in a diamond shop, for the same reason: their salaries were barely enough to feed themselves.

Juhua, 19, spent two years in a polytechnic learning accounting. But her investment was totally wasted as she could not afford to study further, towards a diploma, and get the necessary accreditations for an accounting job. But even with the accreditations, she would have had trouble finding a job in a fiercely competitive labour market. After all, her blue-collar parents would not be able to give her tips for job interviews or open the right doors.

Back in Jingmen, my brother, Hualiang, and his wife have been out of work for two years, having left a hopeless labour market in Hainan ( 海南 ).

At my parents’ place, I met Jianxin and Fengling, my other cousins. I have not seen them for about 15 years. Both divorced, they have also returned from Taizhou (台州), in coastal Zhejiang ( 浙江 ) province, together with their grown-up children. They operated factory canteens there principally for migrant workers, but it became harder to continue their business due to the dwindling number of migrant workers there.

In 1979, I was extremely lucky to enter university and, four years later, I was offered a graduate position and then an economist job at the central bank in Beijing. In 1989, after barely three years on the job, the central bank sent me to Australia to pursue further studies. In those years, my humble background never affected my progress. In 1985, my sister, Junmei, became a manager at a power plant run by the Huadian Corporation.

Today, the rules of the game seem different. To get a job, who you know is far more important than before. Given the commercialisation of education, housing and everything else, equal opportunity and social mobility have become a cruel lie.

Twenty-three years ago, I came to work in Hong Kong’s investment banking industry. Initially I had many colleagues from working-class and even rural backgrounds. But, over time, more and more new hires come from rich and powerful families. I had become increasingly uncomfortable. As the head of research or of investment banking teams at several investment banks for close to two decades, I always found excuses to wiggle out of campus recruiting trips to the US, Europe and China. I was often sent résumés of privileged candidates, and I could not help but notice the changing socio-economic mix of the candidate pool, which reflected growing inequality and the worsening corruption in China as a whole. Many senior bankers had hired princelings to facilitate their business, a practice that in recent years has attracted the attention of anti-corruption investigators in both the US and Hong Kong.

Back in my village, my brother and cousins face a common challenge: their land has mostly given way to construction sites, and jobs are rare to come by. They have some savings but how long will that last?

Most of my cousins left their farmland about two decades ago for the construction boom in Shenzhen and Zhejiang, and their adult children joined them in recent years. Now their journey back to the village is going to be a painful one.

My cousin Jinghuai is staying put in Shenzhen for now. In 1979, he was almost beaten to death by public security officials for fighting with our village head, and I helped secure his release because I had the unique social status of being the first and only university student from the commune at the time. Jinghuai dreads moving back to the village, but he will have to if he cannot find another job in Shenzhen soon.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Persona Umana, Sistemi Economici

Italia. 307mila (1.2%) famiglie controllano il 20% della ricchezza finanziaria.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-12.

Governo Italiano - Gentiloni snimok_ekrana_2016-12-13_v_12.44.11

La Famiglia Quirinale. Il boss, i suoi consigliori, i caporegime ed anche alcuni eminenti picciotti.


The Boston Consulting Group (BCG) ha rilasciato il report “Global Wealth 2017: Transforming the Client Experience” [full report, pdf].

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Lo studio è ponderoso.

Per quanto concerne l’Italia

«307mila famiglie milionarie, pari all’1,2% del totale, possiedono il 20,9% della ricchezza finanziaria italiana»

*

«Mentre la ricchezza finanziaria globale è cresciuta del 5,3% e, in Europa, del 3,2%, l’Italia ha registrato una leggera battuta d’arresto riconducibile principalmente a riduzione di valore (cosiddetto effetto mercato) delle partecipazioni azionarie dirette e degli investimenti obbligazionari che avevano come controparte istituzioni finanziarie»

*

«Le dinamiche della ricchezza finanziaria sono sempre legate infatti a due fattori: la nuova ricchezza generata e la performance del portafoglio»

* * * * * * *

Abbiamo già approfondito questo argomento, controverso spesso da un punto di vista sociale e politico.

La Ricchezza. Domandiamoci cosa sia

Credit Suisse. Global Wealth Report 2016.

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Sarebbero da sottolineare alcuni aspetti.

«il ricco sarebbe quindi colui che può concedersi il necessario e qualche superfluo, disponendo di una qualche fonte ragionevolmente sicura, generatrice di reddito.»

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«Se è ricco chi ha «abbondanza di beni materiali», ne deriva come sia impossibile essere ricchi in una società povera, che, per definizione, è povera di mezzi. Chi fosse seduto su cinque tonnellate di oro in un’oasi nel deserto avrebbe sicuramente una grande quantità di metallo prezioso, ma lì non potrebbe materialmente comprare nulla, nemmeno un paio di occhiali da sole. In altri termini, trova così giustificazione l’assioma per cui “ricchi si diventa assieme“.»

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«Si pensi bene al concetto di ricchezza «sua proprietà fondamentale è quella di produrre reddito». Una ricchezza improduttiva è destinata ad essere consumata e, quindi, nullificata in tempi più o meno rapidi. Una ricchezza improduttiva è sterile, è come se non ci fosse»

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Si considera ricca quella persona che può permettersi di investire il suo denaro quando si presenta la occasione favorevole.

Questo concetto risulta essere ostico ai più.

«Poter ottimizzare il timing degli acquisti è uno dei motivi più rilevanti per i quali i monte titoli dei ricchi hanno una resa interessi / investito molto elevata, molto più di quelli di persone che comprano titoli solo quando hanno il denaro disponibile. Questo sembrerebbe essere un discrimine di rilevanza. Il ricco investe quando capita l’occasione redditizia, il benestante solo quando ha i soldi.»

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«È ricco chi possa permettersi di accedere all’informazione, quella vera. Può sembrare cosa strana nell’epoca che si autodefinisce della informazione.»

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«È ricco chi possa accedere all’informazione a pagamento ed abbia la cultura per comprenderla.»

L’informazione è costosa, molto costosa.

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«È ricco colui che possa concepire e concretizzare investimenti strategici.»

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Se essere ricchi è quasi di norma un benefit di nascita, saper conservare ed incrementare la ricchezza è cosa ben diversa.

Se una solida istruzione è fondamentale, ancor più è necessario aver una mente scevra da idee a priori. In caso contrario si finanziano i sogni, ed i sogni si dissolvono davanti alla realtà. Gli ospizi sono pieni di ex – ricchi.

I ricchi svolgono nelle nazioni il compito importante ed essenziale di finanziare gli investimenti, specie quelli nel comparto produttivo.

Compito dei governi dovrebbe essere quello di innalzare le entrate dei meno abbienti, non quello di rapinare i ricchi per poi dilapidarseli. I ricchi sono anche mobili, e, nel caso, fuggono anche molto rapidamente.

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Da ultimo, ma sicuramente non per ultimo, un’avvertenza.

A nessuno sarà sfuggito come l’informazione sia stata data come numero di famiglie con beni sopra un certa soglia.

Questo modo di porgere i dati ha il vantaggio di essere incontrovertibile: è un puro e semplice conteggio.

I dati relativi alla ricchezza delle famiglie hanno un curva di distribuzione di frequenza caratterizzata da un alto picco sinistro e da un lunga coda destra. La media è un indicatore fasullo di queste curve di distribuzioni asimmetriche. Molto più aderente alla realtà l’uso della mediana.

Emergono sorprese.

Per esempio, nel 2016 negli Stati Uniti la ricchezza media pro capite era 344,690 Usd, ma quella mediana non raggiungeva che i 44,970 Usd. Gran bella differenza.

Trump ha vinto perché metà America è in miseria. – I dati della Fed.

«il 51% dei lavoratori americani guadagna meno di 30mila dollari l’anno, mentre il 28% guadagna addirittura meno di 20mila dollari.»

Nello stesso anno il pil pro capite, che è un valor medio, valeva ben 55,836.79 Usd.

Quindi, molta attenzione nel maneggio delle medie aritmetiche.


Ansa. 2017-07-11. In Italia l’1,2% delle famiglie possiede il 21% della ricchezza

L’Italia conta 307mila famiglie milionarie, pari all’1,2% del totale, che possiedono il 20,9% della ricchezza finanziaria italiana. E’ quanto emerge dal rapporto “Global Wealth 2017: Transforming the Client Experience” di The Boston Consulting Group (BCG), in cui si calcola anche che nel 2021 le famiglie milionarie saranno 433mila, l’1,6% del totale e con uno stock pari al 23,9%.

A livello globale il numero di famiglie milionarie è cresciuto in un anno del 7%, arrivando a quota 18 milioni circa. Si tratta dell’1% delle famiglie, che detengono il 45% della ricchezza. BCG rileva come la ricchezza finanziaria privata continui a correre in tutto il mondo: “la corsa di Wall Street e degli altri principali mercati finanziari ha portato il valore totale di azioni, obbligazioni e depositi bancari alla cifra di 166.500 miliardi di dollari. Rispetto al 2015 si tratta di un incremento del 5,3%, superiore al +4,4% registrato l’anno precedente. Nel 2021 si dovrebbe toccare la quota di 223.100 miliardi di dollari, con una crescita media annua del 6%, derivante in parti uguali dalla creazione di nuova ricchezza e dalla valorizzazione degli asset esistenti”.

“Mentre la ricchezza finanziaria globale è cresciuta del 5,3% e, in Europa, del 3,2%, l’Italia ha registrato una leggera battuta d’arresto riconducibile principalmente a riduzione di valore (cosiddetto effetto mercato) delle partecipazioni azionarie dirette e degli investimenti obbligazionari che avevano come controparte istituzioni finanziarie – dichiara Edoardo Palmisani, Principal di BCG -. Le dinamiche della ricchezza finanziaria sono sempre legate infatti a due fattori: la nuova ricchezza generata e la performance del portafoglio.

Il nostro report, per quest’anno, evidenzia come la creazione di nuova ricchezza sia rimasta pressoché costante, mentre sono stati gli investimenti diretti azionari ed obbligazionari a generare una performance negativa, seppur parzialmente controbilanciati da fondi comuni e gestioni patrimoniali. Se guardiamo però ai prossimi 5 anni ci aspettiamo che la nostra ricchezza riprenda a crescere, superando i 5 trilioni di dollari. Oggi ci attestiamo sui 4,5 trilioni, a trainare saranno nuovamente i segmenti che hanno più di un milione di ricchezza e che cresceranno a tassi del 5/6%.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Sistemi Economici

Unimpresa. In nove anni 960 miliardi dalle manovre dei vari governi.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-22.

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Il Centro Studi di Unimpresa ha rilasciato il Report Conti pubblici: Unimpresa, in 9 anni di crisi manovre da 960 miliardi di euro.

*

Cerchiamo di fare chiarezza, nei limiti del possibile, anche a costo di essere alquanto tranchant.

Per uscire da una crisi economica sarebbero necessari alcuni fattori concomitanti:

– Fiducia nello stato, nelle istituzioni, nella società in senso lato;

– Disporre di capitali da investire in un qualche settore produttivo;

– Trovare l’investimento nel comparto produttivo più vantaggioso di quello fatto nel settore finanziario;

– Avere infine la volontà e la capacità di investire e produrre.

*

Non dovrebbero servire grandi commenti.

La ricchezza di una nazione può essere nelle mani dei privati oppure in quelle dello stato, con tutte le sfumature del caso di ripartizione percentuale. Non è necessario che lo stato ne disponga in proprio: è sufficiente che abbia messo leggi, regole e normative che ne modulino ovvero nei imbriglino l’uso secondo i suoi criteri informatori.

Se lo stato non consente al privato, figura giuridica oppure fisica, di guadagnare ed arricchirsi, nessuno avrà mai mezzi e disponibilità per poter imprendere alcunché. In altri termini, l’imposizione fiscale dovrebbe posizionarsi ad un livello tale da non essere di impedimento all’arricchimento.

Nel corso degli ultimi due secoli in Europa ha prevalso la visione giacobina, assorbita in toto da Hegel ed epigoni, che la ricchezza individuale fosse un “furto” perpetrato nei confronti della società. La ricchezza è stata perseguitata e demonizzata in nome dell’ideologia che la condannava senza appello.

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È inutile sforzarsi a trovare soluzioni fantasiose all’attuale crisi: sarebbe mandatorio rigettare questa perniciosa ideologia ed abbassare in modo consistente la pressione fiscale.

Senza mutamento della Weltanschauung non si andrà da nessuna parte. Non a caso stiamo assistendo in tutto il mondo alla devoluzione dell’ideologia socialista: si è dimostrata essere condizione di freno piuttosto che di sviluppo. Un partito socialista francese al’8% dovrebbe ben dare da pensare a quanti volessero farlo.

*

Il report è molto chiaro e non necessita di grandi commenti.

Poniamo soltanto una domanda.

Se questi 960 miliardi di euro esatti tramite manovre di ogni genere e sorta fossero stati investiti nel settore produttivo, quanto avrebbero prodotto?

L’Italia sarebbe non solo ben fuori dall’attuale crisi, ma sarebbe anche prospera.

Nota.

Poi non ci si lamenti se oltre la metà delle società quotate in borsa sia stato acquisito da stranieri.


Adnk. 2017-05-22. In 9 anni manovre da quasi 1000 mld. Fisco italiano peggiore d’Europa

Negli ultimi 9 anni sono state varate manovre sui conti pubblici per complessivi 960 miliardi di euro. Si tratta di risorse finanziarie sparse in 52 provvedimenti normativi e 1.099 nuove voci di entrate nelle finanze statali e locali. Questi i risultati principali di una ricerca del Centro studi di Unimpresa, che ha incrociato gli effetti di tutti le misure di spesa e di entrata approvate tra il 2008 e il 2017. Secondo la ricerca, l’indebitamento netto è cresciuto di 175 miliardi, con il fisco italiano che continua a essere il peggiore d’Europa.

L’analisi dell’associazione, basata su dati della Corte dei Conti, del Tesoro e dell’Ocse, si focalizza sul confronto internazionale e in particolare sui problemi del sistema tributario italiano. L’economia sommersa in Italia è pari al 21,1% del prodotto interno lordo rispetto alla media dell’Unione europea del 14,4%. L’evasione complessiva in Italia è al 24% del pil, mentre la media europea è inferiore al 20%. In particolare, l’evasione dell’Imposta sul valore aggiunto (Iva) ha raggiunto la quota del 30,2% (sempre rispetto al pil), da confrontare col 17% della media europea. Il tasso di riscossione è pari ad appena l’1,13%, molto meno rispetto al 17,1% medio in questo caso dei Paesi Ocse.

Quanto alla pressione fiscale complessiva, continua la ricerca, tenendo conto sia del carico tributario sia di quello contributivo, il tasso in Italia raggiunge il 64,8% rispetto al 40,6% del livello medio riscontrato in Europa. Anche dal punto di vista del lavoratore, il confronto è impietoso: il cuneo fiscale è pari in Italia al 49% mentre in Ue non arriva al 39%: si tratta della differenza fra il costo del lavoro a carico dell’imprenditore e la busta paga netta. I costi della burocrazia, parametrati sugli obblighi fiscali, sono pari a 269 giorni lavorativi in Italia e a 173 giorni in media in Ue.

“Sono state fatte tante scelte sbagliate, negli ultimi anni. La crisi avrebbe dovuto rappresentare l’occasione per ridurre finalmente e definitivamente le tasse sia quelle a carico delle famiglie sia quelle a carico delle imprese” commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci. “Purtroppo – continua – tutti i governi che si sono succeduti hanno preferito insistere e spingere sulla leva fiscale, aumentando anche le voci di spesa”.


Unimpresa. 2017-05-21. Conti pubblici: Unimpresa, in 9 anni di crisi manovre da 960 miliardi di euro

Negli ultimi 9 anni sono state varate manovre sui conti pubblici per complessivi 960 miliardi di euro. Si tratta di risorse finanziarie sparse in 52 provvedimenti normativi e 1.099 nuove voci di entrate nelle finanze statali e locali. Questi i risultati principali di una ricerca del Centro studi di Unimpresa, che ha incrociato gli effetti di tutti le misure di spesa e di entrata approvate tra il 2008 e il 2017. Secondo la ricerca, l’indebitamento netto è cresciuto di 175 miliardi, con il fisco italiano che continua a essere il peggiore d’Europa.

L’analisi dell’associazione, poi – basata su dati della Corte dei conti, del Tesoro e dell’Ocse – si focalizza sul confronto internazionale e in particolare sui problemi del sistema tributario italiano. L’economia sommersa in Italia è pari al 21,1% del prodotto interno lordo rispetto alla media dell’Unione europea del 14,4%. L’evasione complessiva in Italia è al 24% del pil, mentre la media europea è inferiore al 20%. In particolare, l’evasione dell’Imposta sul valore aggiunto (Iva) ha raggiunto la quota del 30,2% (sempre rispetto al pil), da confrontare col 17% della media europea. Il tasso di riscossione è pari ad appena l’1,13%, molto meno rispetto al 17,1% medio in questo caso dei Paesi Ocse. Quanto alla pressione fiscale complessiva, tenendo conti sia del carico tributario sia di quello contributivo, il tasso in Italia raggiunge il 64,8% rispetto al 40,6% del livello medio riscontrato in Europa. Anche dal punto di vista del lavoratore, il confronto è impietoso: il cuneo fiscale è pari in Italia al 49% mentre in Ue non arriva al 39%: si tratta della differenza fra il costo del lavoro a carico dell’imprenditore e la busta paga netta. I costi della burocrazia, parametrati sugli obblighi fiscali, sono pari a 269 giorni lavorativi in italia e a 173 giorni in media in Ue.

“Sono stata fatte tante scelte sbagliate, negli ultimi anni. La crisi avrebbe dovuto rappresentare l’occasione per ridurre finalmente e definitivamente le tasse sia quelle a carico delle famiglie sia quelle a carico delle imprese” commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci. “Purtroppo – continua Pucci – tutti i governi che si sono succeduti hanno preferito insistere e spingere sulla leva fiscale, aumentando anche le voci di spesa”.

Le tasse continueranno a crescere anche nei prossimi anni. le entrate pubbliche sfonderanno il muro degli 800 miliardi nel 2018. Si va incontro, infatti, a una stangata fiscale da quasi 80 miliardi di euro tra il 2017 e il 2020. Nei prossimi quattro anni le tasse saliranno di 77,3 miliardi: dai 788 miliardi del 2016, quest’anno si arriverà a 799 miliardi per poi salire progressivamente fino agli 865 miliardi del 2020, con una impennata complessiva del 9,81%. “I numeri dicono sempre la verità e smascherano le prese in giro del governo, delle quali siamo ormai stufi” conclude Pucci.

Pubblicato in: Banche Centrali, Sistemi Economici

Debito pubblico a 2,260 mld. Che se lo paghino quegli stramaledetti figli.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-15.

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Già. Quegli stramaledettissimi figli.

Eppure erano state prese tutte le precauzioni possibili: preservativo, pillola anticoncezionale, spirale.

Ma i delinquenti sono riusciti a scapolarsela: sono nati lo stesso. Segno di perfidia.

Ovviamente, avremmo ben voluto assassinarli con l’aborto, ma decorsero i termini.

Così ci si è dovuti cuccare quei seccatori, che volevano anche mangiare tre volte al giorno, togliendo così la possibilità di ubriacarsi in santa pace e drogarsi a piacere. La coca è un diritto fondamentale dell’essere umano.

Ma adesso si lascerà loro in eredità 2,260.3 miliardi di debito, 20.1 miliardi in più rispetto a febbraio.

Tutto per alimentare quella macchina statale che tutto vede e provvede. Non abbiamo altro Dio che lo stato! Ed il governo è il suo sommo sacerdote.

Tanto gli economisti di assalto assicurano che il debito sovrano è solo una mera questione contabile, i più arditi la chiamano “una partita di giro“: non significa nulla, ma acquieta la prole. Il giorno che si accorgerà di quanto la si è truffata, magari andranno a sgozzare fattrice ed insemenzatore.

E poi, stai a vedere che quando si sarà vecchi non verranno nemmeno a portare lo spinello ed ad imboccare con il brodino.

2017-05-15__Debito__001



Sole 24 Ore. 2017-05-15. Bankitalia: a marzo nuovo record del debito pubblico a 2.260 mld, in crescita anche le entrate.

Nuovo record per il debito pubblico italiano. A marzo il debito accertato della pubblica amministrazione è stato pari a 2.260,3 miliardi di euro, in aumento di 20,1 miliardi rispetto a febbraio. A fare il punto del disavanzo nazionale è il report “Finanza pubblica, fabbisogno e debito” diffuso oggi dalla Banca d’Italia. Si tratta del livello più alto da luglio 2016, quando si era attestato a 2.252,2 miliardi di euro. Da record nel mese considerato anche le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato, pari a 28,6 miliardi di euro (27,8 nello stesso mese del 2016). Nel primo trimestre del 2017 le entrate sono state pari a 92 miliardi, in crescita del 2,7 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2016.

Pesa la crescita del fabbisogno mensile

Sul fronte del debito pubblico, l’incremento è dovuto al fabbisogno mensile delle Amministrazioni pubbliche (23,4 miliardi di euro), parzialmente compensato dalla diminuzione delle disponibilità liquide del Tesoro (per 2,2 miliardi, a 54,6 miliardi di euro) e dall’effetto complessivo degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione del tasso di cambio (1,1 miliardi di euro). Con riferimento ai sottosettori, il debito delle Amministrazioni centrali è aumentato di 20,3 miliardi di euro, quello delle Amministrazioni locali è diminuito di 0,2 miliardi di euro. Il debito degli Enti di previdenza è rimasto pressoché invariato.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici

Mezzogiorno. Lenta ed inesorabile agonia: lo stanno assassinando.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-01.

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L’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro ha rilasciato un interessantissimo studio sulla situazione lavorativa nazionale: Le dinamiche del mercato del lavoro nelle province italiane.

Sarebbe suggeribile leggere tutto l’articolo, fino in fondo. Tabelle e figure sono state impaginate in coda.

I dati aggregati per macroregioni non rendono conto delle realtà locali, di vere e proprie enclavi di miseria.

Ecco perché una valutazione provincia per provincia concorre a farci comprendere meglio la reale portata di questo fenomeno.

Se in passato si è sproloquiato sulla “Questione Meridionale“, oggi non se ne parla affatto, come se non esistesse.

Invece esiste, eccome.

Se questo fenomeno pone problemi di giustizia, mette altresì prepotentemente sotto accusa i governi che si sono succeduti in Italia negli ultimi trenta anni, e con i governi anche le organizzazioni sindacali.

È un problema strutturale: sembrerebbe essere irrisolvibile senza mutamenti sostanziali nelle struttura statale, sociale ed economica del paese.

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Questi sono articoli pregressi, ricchi di tabelle di dati. La loro lettura sarebbe propedeutica a quella del presente articolo.

Istat. Disoccupazione giovanile al 40.1%.

Istat. Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione.

Istat. Condizioni di vita e reddito.

Italia. Povertà. Un disonore nazionale.

Dati Onu su povertà e fame. Credibilità dei dati

Povertà in Italia

«– Il 28,7% delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà …. grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro;

– più a rischio di povertà …. il 51,2% (da 42,8%) nelle famiglie con tre o più minori;

– il reddito netto medio annuo per famiglia sia di 29.472 euro (circa 2.456 euro al mese);

– La metà delle famiglie residenti in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 24.190 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese);

– il 20% più ricco delle famiglie percepisce il 37,3% del reddito equivalente totale, il 20% più povero solo il 7,7%. ….

si evidenzia come non possano sostenere una spesa improvvisa di ottocento euro il 30.1% delle famiglie del nord ed il 55.1% delle famiglie del sud. E questo è un severo campanello di allarme sul grado di esaurimento delle scorte familiari. ….

Nel 2015 si stima che le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta siano pari a 1 milione e 582 mila e gli individui a 4 milioni e 598 mila (il numero più alto dal 2005 a oggi). ….

Le soglie rappresentano i valori rispetto ai quali si confronta la spesa per consumi di una famiglia al fine di definirla o meno in condizione di povertà assoluta. Ad esempio, per un adulto (di 18-59 anni) che vive solo, la soglia di povertà assoluta è pari a 819,13 euro mensili se risiede in un’area metropolitana del Nord, a 734,74 euro se vive in un piccolo comune settentrionale, a 552,39 euro se risiede in un piccolo comune del Mezzogiorno.»

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Si noti come una cosa sia la ‘povertà assoluta‘ ed un’altra ‘povertà‘.

Sono state date molteplici definizioni, talora conflittuali e contrastanti, motivo per cui sarebbe necessario usare molto prudenza nell’uso di questi termini e verificarne sempre l’accezione.

In linea generale potremmo dire che le persone in ‘povertà assoluta‘ riescono a stento a sopravvivere, ossia mangiare, mentre quelle che vivono in  ‘povertà‘ riescono a sopravvivere, ma non sono in grado di sopperire ad eventuali necessità improvvise.  Con tale termine si indica il pagamento di una cifra di circa 800 euro. In altri termini, il cambio delle lenti degli occhiali. Per non parlare di una dentiera oppure di cure specialistiche.

La soglia di ‘povertà‘ sembrerebbe essere realisticamente collocabile attorno ai 1,400 euro mensili netti, con variazioni locoregionali anche abbastanza ampie.

Il discorso si complicherebbe alquanto qualora si parlasse di famiglie.

Una famiglia di padre, madre e due figli sarebbe in zona povertà se i due coniugi lavorassero ambedue guadagnando ciascuno 1,400 euro mensili netti. Ma questo non è la norma: molto spesso riesce a lavorare solo il padre. Ovviamente la situazione passerebbe da quelle di ‘povertà‘ a quella di ‘povertà assoluta‘.

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Data la lunghezza del report, anticipiamo qui alcune considerazioni finali, avallate dai dati che seguono.

– le rappresentazioni media o mediane su aggregati a livello nazionale o di macroregioni sono fondamentali per la comprensione globale dei fenomeni, ma non rendono ragione di quanto siano distribuiti i dati.

– Lo studio per provincie chiarifica meglio come esistano vaste enclavi di blocco quasi completo della produzione, con occupazione minimale e disoccupazione a livelli incompatibili con la sopravvivenza.

– Solo per esempio. Il tasso di disoccupazione in Italia è dell’11.7%, ma a Crotone è del 28.3%. Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è del 37.8%, ma nel Medio Campidano è del 71.7%. Il tasso di disoccupazione giovanile femminile in Italia è del 39.6%, ma a Catanzaro è dell’86.9%.

– Se in Italia il 35.4% dei lavoratori ha contratti non standard (termine eufemistico politicamente corretto), è altrettanto vero che a Ragusa i contratti non standard rappresentano il 52.2%. Il Meridione ha quote del tutto abnormi di un contratto lavorativo che dovrebbe essere la eccezione, non la regola.

– In Italia la retribuzione netta media mensile degli occupati alle dipendenze è 1,315 euro: ossia quello che l’Istat definisce essere la “soglia di povertà“. Ma ad Ascoli Piceno tale valore scende a 925 euro. La gente vive con la pensione del nonno, finché questi viva, ovviamente, oppure utilizzando i risparmi mesi da parte degli avi.

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Nessun stupore quindi che in Italia abbia ripreso i fenomeno emigratorio.

Fuga dall’Italia. Due milioni in dieci anni.

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Un aspetto di cui difficilmente si parla è la ripercussione di questa situazione sul sistema pensionistico futuro.

I disoccupati non versano per definizione contributi Inps. Ciò comporta una diminuzione della base contributiva, fonte primaria di finanziamento dell’Istituto previdenziale, ed una carenza di contributi versati dagli attuali disoccupati che però andranno in pensione a suo tempo secondo il criterio contributivo. Il Medio Campidano ha una disoccupazione  del 71.7%: il conto è facile da farsi.

Ma il quadro è ancor più fosco per le donne. Con un tasso di disoccupazione giovanile femminile dell’86.9%, a Catanzaro solo una femmina su dieci avrà un po’ di versamenti fatti all’Inps.

Questi numeri sono da bolgia dantesca.

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Summary.

«Con 1.476 euro mensili è Bolzano la provincia che, oltre ad avere il tasso di disoccupazione più basso, detiene il primato degli stipendi medi più alti fra gli occupati alle dipendenze. Seguono Varese (1.471€), Monza e Brianza (1.456€), Como (1.449€), Verbano CusioOssola (1.434€), Bologna (1.424€) e Lodi (1.423€). Si tratta di retribuzioni più alte rispetto alla media nazionale (1.315€) e, per la metà delle province italiane, si riferiscono alle città del Nord Italia.La prima provincia del Mezzogiorno con la retribuzione media più elevata è solo al 55° posto della classifica dove si colloca L’Aquila con 1.282 euro. Quella, invece, con gli stipendi più bassi è Ascoli Piceno: 925euro. Èquesta la fotografia scattata dall’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro per il 2016 all’interno della seconda edizione del rapporto Le dinamiche del mercato del lavoro nelle province italiane”, presentato a Napoli durante la giornata di chiusura del 9° Congresso Nazionale di Categoria.

Quanto allo squilibrio tra tasso d’occupazione maschile e femminile, quest’ultimo è strettamente correlato allo sbilanciamento nella suddivisione del carico familiare tra donne e uomini. Nonostante la differenziata presenza sul territorio nazionale di strutture dedite ai servizi per l’infanzia, spesso non è conveniente per le mamme lavorare, perché il costo dei servizi sostitutivi per la cura dei bambini e per il lavoro domestico è decisamente elevato. Il tasso d’occupazione femminile più alto si osserva nella provincia di Bologna dove due terzi delle donne sono occupate (66,5%), mentre quello più basso si registra a Barletta-Andria-Trani dove lavorano meno di un quarto delle donne (24,1%). Tassi d’occupazione femminile superiori al 63% si registrano anche in altre 3 province tra le quali Bolzano (66,4%), Arezzo (64,4%) e Forlì-Cesena (63,3%), mentre solo un quarto della popolazione femminile lavora a Napoli (25,5%), Foggia (25,6%) ed Agrigento (25,9%). Il tasso di occupazione maschile è, ovviamente, più elevato: la provincia di Bolzano si colloca al vertice della classifica con più di tre quarti degli uomini occupati (78,9%), mentre a Reggio Calabria lavora meno della metà della popolazione maschile (44,5%), seguita da Vibo Valentia (48,1%), Palermo (48,8%) e Caserta (49,9%).

La ricerca, nell’analizzare a fondo i dati sull’occupazione e sulla disoccupazione, fornisce un’analisi molto dettagliata anche sul fenomeno dei Neet: i giovani con un’età compresa fra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione. Il tasso di Neet più elevato nel 2016 si registra nella provincia di Medio Campidano (46,2%) e quello più basso in quella di Bolzano (9,5%),con una differenza di oltre 36 punti percentuali. Il tasso di Neet è superiore al 40% nelle province di Cosenza (41,5%), Palermo (41,3%) e Catania (40%). Valori elevati di questo indicatore si osservano anche a Napoli (37,6%), al 10° posto fra le province con il tasso di Neet più elevato.»

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La Sintesi.

«1) La costruzione di un indicatore sintetico di efficienza del mercato del lavoro.

L’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro, aggiorna con i dati del 2016, la graduatoria delle province italiane che risultano essere più o meno efficienti nel favorire una ampia e efficace partecipazione al mercato del lavoro.

Le ragioni dell’introduzione di questo indicatore, è dovuta alla necessità di tenere insieme diverse dimensioni non solo legate alla quota di persone che lavorano (tasso di occupazione), ma anche alla quota di donne che partecipano al mercato del lavoro in ogni provincia d’Italia. A questi due indicatori ne vengono aggiunti altri tre molto importanti. Il primo dà conto del livello di inserimento dei giovani nei processi produttivi, ed è legato alla quota di persone con non studiano, non lavorano e non sono interessati da processi di formazione che preparano al lavoro (neet). Il quarto indicatore contiene l’informazione sul livello di stabilità del lavoro per gli occupati della provincia (quota di lavoratori standard) e infine l’ultimo indicatore contempla la quota di lavoratori altamente qualificati sul totale degli occupati.

Al termine del documento, si propone un indice sintetico d’efficienza e d’innovazione (Labour market efficiency and innovation index) che consente di costruire una graduatoria delle province italiane in base al loro livello di competitività occupazionale, derivato dai 5 indicatori di base.

Questo indicatore risulta essere strettamente correlato ai livelli di produttività e di competitività del sistema produttivo provinciale nel suo complesso.

Il tasso di occupazione.

La provincia con la quota più elevata di occupati è Bolzano (72,7%), mentre quella con il tasso di occupazione più basso è Reggio Calabria dove lavorano solo 37,1 persone su 100.

Dal 2° al 19° posto troviamo le province nelle quali sono occupati più di due terzi della popolazione in età lavorativa: Bologna (71,8%), Belluno e Modena (68,8%), Parma (68,7), Milano (68,4%), Lecco e Forlì-Cesena (68,3%), Reggio nell’Emilia (68,2%), Siena (67,9%), Cuneo e Pordenone (67,7), Firenze e Pisa (67,5%), Arezzo (67,4%), Lodi (67%) ed altre tre province. Roma si colloca solo al 57esimo posto della classifica (62,6%) e la provincia del Mezzogiorno con il tasso di occupazione più elevato è L’Aquila (57,2%) che si trova al 65esimo posto.

Le altre province, dopo Reggio Calabria (37,1%), dove sono occupate meno di 4 persone su 10 sono Palermo (37,4%), Caserta (38%), Napoli (38,6%), Crotone (38,7%), Agrigento (39,1%), Vibo Valentia (39,4%), Catania (39,6%) e Trapani (39,8%)

Il rapporto dei tassi d’occupazione femminile e maschile.

Gran parte del ritardo che l’Italia ha sui livelli di occupazione, rispetto ai paesi europei, è dovuto alla scarsa partecipazione al mercato del lavoro delle donne. Lo squilibrio di genere nel tasso d’occupazione a sfavore delle donne riflette il divario territoriale tra Centro-Nord e Mezzogiorno: infatti fra le 10 province nelle quali il gender gap occupazionale è più basso troviamo solo una provincia del mezzogiorno Ogliastra (7%), mentre le altre 9 sono tutte del centro nord a partire da Arezzo (6,1 punti percentuali) e da Biella (6,4%) che guidano la classifica. Allo stesso modo fra le province dove la differenza tra il tasso d’occupazione maschile e femminile è più elevata solo la provincia di Rovigo (27,2%) è del Centro-Nord, mentre le altre sono tutte localizzate nel Mezzogiorno: Barletta-Andria-Trani in testa alla classifica negativa (33,7%) seguita da Foggia (30,3%) e da Brindisi (27,6%)

Quota di occupati con contratti standard.

A partire di dati precedenti è possibile segmentare gli occupati sulla base di due tipologie di contratti: i lavoratori standard, che comprendono i dipendenti assunti con un contratto a tempo indeterminato (compresi i part- time volontari) e i lavoratori non standard che sono costituiti da coloro che hanno un contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato ma in part-time involontario (i sottoccupati part-time), i dipendenti a termine, i collaboratori e gli autonomi.

Il numero dei lavoratori standard aumenta dal 2015 al 2016 di 280 mila unità (+0,5%), in misura più accentuata nelle regioni del centro +0,7% (+0,5% nel Nord e +0,3% nel Centro).

La quota più elevata degli occupati assunti con contratti non standard si registra nella provincia di Grosseto dove si trovano in questa condizione oltre la metà dei lavoratori (54,6%), quella più bassa a Varese (26,7%), con una differenza di circa 28 punti percentuali.

Le altre province con le quote di lavoratori non standard superiori al 50% interessano diverse regioni, in particolare nelle isole: Agrigento (52,2%), Ragusa» (51,6%) e Ogliastra (51,3). Quote molto basse di lavoratori non standard si registrano nelle province prevalentemente del Nord: Lodi (27,2%), Gorizia (27,6%), Lecco (27,6) così come nelle due grandi province di Bergamo (28,3%) e di Milano (30,3%).

Il tasso di neet.

Il numero di giovani 15-29enni nello stato di Neet (non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione) nel 2015 è pari a 2,2 milioni unità (1,1 milioni donne e 1 milione di uomini) e diminuisce rispetto al 2015 di 135 mila unità (-5,7%), come risultante della flessione sia delle donne che si trovano in questa condizione (-49 mila unità, pari a -4%) sia degli uomini (-86 mila unità, pari a -7,6%). La flessione maggiore si registra nelle regioni del Nord (-8,4%), rispetto a quelle del Centro (-5,9%) e del Mezzogiorno (-4,2%). Per tanto, il tasso di Neet nel 2016 (24,2%) diminuisce di quasi un punto percentuale rispetto al 2015 (25,5%): il valore di questo indicatore nel Mezzogiorno (34,0%) è superiore di 13 punti percentuali rispetto a quello del Centro (30,3%) e di 17 punti rispetto a quello del Nord (16,8%).

Il tasso di Neet più elevato nel 2015 si registra nella provincia di Medio Campidano (46,2%) e quello più basso in quella di Bolzano (9,5%), con una differenza di oltre 36 punti percentuali. Un tasso di Neet superiore al 40% si registra anche nelle province di Cosenza (41,5%), Palermo (41,3%) e Catania (40%). Valori elevati di questo indicatore si osservano anche a Napoli (37,6%) che occupa il decimo posto fra le province con il tasso di Neet più elevato. Valori inferiori al 13% si osservano nelle province di Bologna (11,7%), Treviso (11,9%), Vicenza (12%) e Biella (12,8%).

Quota di occupati con alte qualifiche.

A Milano il 43% degli occupati esercita professioni altamente qualificate, solo il 20% a Taranto.

L’indice sintetico di efficienza e d’innovazione del mercato del lavoro.

Bologna, pur non essendo la migliore provincia nei singoli indicatori, risulta tuttavia essere la migliore nella combinazione dei vari aspetti dei livelli e della qualità occupazionale precedentemente osservati.

La provincia Emiliana nel 2016 supera Milano (primatista del 2015, adesso seconda) grazie alle sue ottime performance sul tasso di occupazione, il basso tasso di neet e l’alto livello di personale altamente qualificato (risulta al secondo posto in questi tre indicatori).

In coda alla classifica si confermano le stesse tre province del 2015: Crotone, Barletta Andria Trani, Agrigento Rispetto al 2015 la provincia che guadagna più posizioni (17) in graduatoria è La Spezia (oggi 32esima) mentre la confinante Massa Carrara crolla al 68° posto perdendo ben 23 posizioni.

L’indicatore di efficienza e d’innovazione del mercato del lavoro nel 2016, conferma la sua forte correlazione (0,866) con gli indicatori di produttività provinciali espressi come valore aggiunto pro capite per occupato.

Le differenze retributive.

La differenza retributiva tra la province con la retribuzione media più bassa  Ascoli Piceno (925 €)  e quella con gli stipendi più alti  Bolzano (1.476 €) è molto elevata: la busta paga del lavoratore marchigiano è inferiore di un terzo (551 euro) rispetto a quella del collega di Bolzano.

Dopo Bolzano, le province con gli stipendi mensili più elevati sono Varese (1.471), Monza e Brianza (1.456 €), Como (1.449 €), Verbano Cusio Ossola (1.434 €), Bologna (1.424 €) e Lodi (1.423€). La prima provincia del Mezzogiorno con la retribuzione media più elevata è L’Aquila (1.282 €), che si colloca al 55° posto della classifica.»

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Il lavoro standard e non standard.

A partire di dati precedenti è possibile segmentare gli occupati sulla base di due tipologie di contratti: i lavoratori standard, che comprendono i dipendenti assunti con un contratto a tempo indeterminato, compresi i part- time volontari, e i lavoratori non standard che sono costituiti da coloro che hanno un contratto di lavoro dipendente sempre a tempo indeterminato, ma in part-time involontario (i sottoccupati part-time4), i dipendenti a termine, i collaboratori e gli autonomi. Occorre osservare che è molto probabile che una parte significativa dei lavoratori non standard percepisca retribuzioni sensibilmente inferiori a quelle degli occupati standard, anche a causa degli orari ridotti e della discontinuità contrattuale: alcuni di questi lavoratori potrebbero appartenere alla categoria dei working poors, cioè coloro che, pur avendo un’occupazione, si trovano a rischio di povertà e di esclusione sociale a causa del livello troppo basso del loro reddito, dell’incertezza sul lavoro, della scarsa crescita reale del livello retributivo e dell’incapacità di risparmio.

Il numero dei lavoratori standard aumenta dal 2015 al 2016 di 280 mila unità (+0,5%), in misura più accentuata nelle regioni del centro (+0,7%; +0,5% nel Nord e +0,3% nel Centro).

Su circa 22,2 milioni di occupati nel 2016, poco meno di due terzi sono lavoratori con contratti standard (14,4 milioni, pari al 64,6% del totale) e conseguentemente poco più di un terzo sono lavoratori non standard (7,8 milioni, pari al 35,4%) (Figura 1.5, Tavola 1.3 e Tavola 1.4 ). È più elevata di 5,4 punti percentuali la quota di uomini con contratti non standard (37,6%, a fronte del 32,3% tra le donne) e i lavori standard sono più diffusi nelle regioni del Nord (67,4%; 32,6% non standard) e meno in quelle del Centro (64,7%; 35,3% non standard) e del Mezzogiorno (59,3%; 40,7% non standard).

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