Pubblicato in: Demografia, Economia e Produzione Industriale, Sistemi Economici

India. Da paese emergente a paese emerso.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-20.

2017-09-19__India. Un continente in crescita.__001

«Gross Domestic Product of India grew 1.4% in the second quarter of 2017 compared to the previous quarter. This rate is 1-tenth of one percent higher than the figure of 1.3% published in the first quarter of 2017.

The year-on-year change in GDP was 5.9%, 1-tenth of one percent less than the 6% recorded in the first quarter of 2017.

The GDP figure in the second quarter of 2017 was $514,375 million, leaving India placed 6th in the ranking of quarterly GDP of the 50 countries that we publish.

India has a quarterly GDP per capita, of $428, $59 higher than the same quarter last year, it was.

If we order the countries according to their GDP per capita, India‘s population is the poorest of the 50 countries whose quarterly GDP we publish.

Here we show you the progression of the GDP in India. You can see GDP in other countries in GDP and see all the economic information about India in India’s economy.» [Fonte]

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Secondo il Cia World Factbook 2016, il pil ppa dell’India ammonterebbe a 9,489.302 miliardi Usd, 6,616 Usd di pil ppa pro capite.

Se nel 2000 il pil ammontava a 476.636 miliardi Usd, nel 2016 aveva raggiunto i 2,256.397 miliardi Usd: in sedici anni il pil nominale è aumentato di 4.73 volte. È un risultato lusinghiero, nonostante che l’India abbia passato periodi politicamente alquanto turbolenti. Da anni sta crescendo al ritmo del 6%.

L’articolista di Bloomberg, a nostro parere correttamente, evidenzia come concausa di questo vorticoso incremento il fattore demografico.

«India is poised to emerge as an economic superpower, driven in part by its young population, while China and the Asian Tigers age rapidly»

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«The number of people aged 65 and over in Asia will climb from 365 million today to more than half a billion in 2027, accounting for 60 percent of that age group globally by 2030»

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«India will account for more than half of the increase in Asia’s workforce in the coming decade, but this isn’t just a story of more workers: these new workers will be much better trained and educated than the existing Indian workforce»

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Si noti anche come il debito pubblico ammonti a 1,569 miliardi di Usd, con un rapporto debito/pil del 69.54%, in discesa rispetto agli anni precedenti.

In conclusione, l’India da paese emergente è diventato paese emerso e si avvia a diventare anch’essa una superopotenza economica. Ci metterà ancora una generazione, ma sembrerebbe essere sulla strada buona.




Bloomberg. 2017-09-18. Superpower India to Replace China as Growth Engine

India is poised to emerge as an economic superpower, driven in part by its young population, while China and the Asian Tigers age rapidly, according to Deloitte LLP.

The number of people aged 65 and over in Asia will climb from 365 million today to more than half a billion in 2027, accounting for 60 percent of that age group globally by 2030, Deloitte said in a report Monday. In contrast, India will drive the third great wave of Asia’s growth – following Japan and China — with a potential workforce set to climb from 885 million to 1.08 billion people in the next 20 years and hold above that for half a century.

“India will account for more than half of the increase in Asia’s workforce in the coming decade, but this isn’t just a story of more workers: these new workers will be much better trained and educated than the existing Indian workforce,’’  said Anis Chakravarty, economist at Deloitte India. “There will be rising economic potential coming alongside that, thanks to an increased share of women in the workforce, as well as an increased ability and interest in working for longer. The consequences for businesses are huge.’’

While the looming ‘Indian summer’ will last decades, it isn’t the only Asian economy set to surge. Indonesia and the Philippines also have relatively young populations, suggesting they’ll experience similar growth, says Deloitte. But the rise of India isn’t set in stone: if the right frameworks are not in place to sustain and promote growth, the burgeoning population could be faced with unemployment and become ripe for social unrest.

Deloitte names the countries that face the biggest challenges from the impact of ageing on growth as China, Hong Kong, Taiwan, Korea, Singapore, Thailand and New Zealand. For Australia, the report says the impact will likely outstrip that of Japan, which has already been through decades of the challenges of getting older. But there are some advantages Down Under.

“Rare among rich nations, Australia has a track record of welcoming migrants to our shores,” said Ian Thatcher, deputy managing partner at Deloitte Asia Pacific.  “That leaves us less at risk of an ageing-related slowdown in the decades ahead.’’

Japan’s experience shows there are opportunities from ageing, too. Demand has risen in sectors such as nursing, consumer goods for the elderly, age-appropriate housing and social infrastructure, as well as asset management and insurance. 

But Asia will need to adjust to cope with a forecast 1 billion people aged 65 and over by 2050. This will require:

– Raising retirement ages: Encouraging this could help growth in nations at the forefront of ageing impacts.

– More women in the workforce: A direct lever that ageing nations can pull to boost their growth potential.

– Taking in migrants: Accepting young, high-skilled migrants can help ward off ageing impacts on growth. 

– Boosting productivity: Education and re-training to bolster growth opportunities offered by new technologies.

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Pubblicato in: Banche Centrali, Economia e Produzione Industriale, Sistemi Economici

Liquidità. Uno dei grandi problemi dell’Occidente.

Giuseppe Sandro Mela

2017-09-09.

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Quello della liquidità è uno dei maggiori problemi dell’Occidente.

Se non si leggono con attenzione le contabili, non si avrebbe la percezione né della sua esistenza né della sua entità né, infine, dei pericoli che racchiude.

Bank of America ha calcolato che le ventiquattro maggiori aziende americane detengono circa 1,010 miliardi Usd di liquidità, depositata per la maggior quota all’estero, fuori dagli Stati Uniti.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg.

In Occidente aziende e privati detengono un po’ più di 10,000 miliardi sostanzialmente liquidi ed altrettanto sostanzialmente fuori dalle lunghe mani del fisco locale.

È una cifra immane, che si aggira come l’Olandese Volante nelle piazze finanziarie alla ricerca di una impossibile collocazione. Mobilissima nel fuggire ogni forma di imposta e balzello, timorosa come un leprotto, ma all’occasione vorace come una tigre affamata. In poche parole è un elemento di instabilità.

Anche con tutti gli artifizi della finanza creativa non riesce a trovare un posto ove riposare in pace, rendendo il giusto in un’allocazione tranquilla.

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Se solo si potesse parlare tralasciando il politicamente corretto e dicendo almeno uno straccetto di verità, il problema sarebbe davvero semplice.

Negli ultimi trenta anni, ma soprattutto nell’ultimo decennio, in Occidente la produzione è stata severamente penalizzata da una lunga serie non solo di tasse e balzelli, ma anche e soprattutto di normative che hanno messo in moto un moloch burocratico che ne impedisce la nascita, la crescita e la sopravvivenza. Le multinazionali sopravvivono solo ripartendo oculatamente gli utili nelle diverse zone di investimento, ed andando a produrre altrove. E ci riescono anche molto bene grazie soprattutto all’impotenza di una burocrazia sclerotica quanto ipertrofica, provinciale e, tutto sommato, sommamente ignorante.

In poche parole, imprendere in Occidente non conviene più. Conviene solo ed esclusivamente se sovvenzionati dallo stato.

Sia il micro investitore, sia quello mini oppure medio hanno gli stessi identici problemi dei grandi investitori: quando l’investimento finanziario rende più di quello nel comparto produttivo la scelta risulta essere obbligata.

In parte ciò è dovuto all’immane quantità di denaro che Fed ed Ecb hanno immesso nel sistema, ancorché in modo anomalo. Queste cifre da capogiro che non potevano per definizione arrivare alla produzione.

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Il Presidente Trump ha iniziato, cautamente, a deburocratizzare gli Stati Uniti. Siamo solo agli inizi: sarebbe ingenuo sperare in risultati immediati ed eclamptici.

Ma la strada è stata tracciata.


Sole 24 Ore. 2017-09-03. Le aziende Usa scoppiano di liquidità: oltre mille miliardi $, Apple in testa.

Complice un trimestre che ha fatto il pieno di utili come non si vedeva da oltre un decennio, i big della Corporate America continuano a mettere in cascina liquidità. Stando ai calcoli fatti da Bank of America sulla base dei risultati del secondo trimestre, 24 delle maggiori aziende americane hanno superato i mille miliardi di dollari di cash, in gran parte detenuto all’estero. E per buona pace di Donald Trump, che aveva ventilato l’idea di un condono per il rimpatrio degli utili, questa montagna di dollari non sembra al momento pronta per rientrare in patria.

Nel secondo trimestre 2017 le 24 aziende hanno ulteriormente aumentato il livello di liquidità nelle loro casse, raggiungendo 1,01 trillioni di dollari, per più dell’80% detenuti all’estero.

A guidare la classifica del cash sono i big dell’hi-tech, con in testa ancora una volta Apple con un portafoglio di liquidità che arriva a 261,5 miliardi di dollari, per il 94% parcheggiati al di fuori dei confini Usa. La società della mela tiene a netta distanza Microsoft (133 miliardi, 96% all’estero), Alphabet, la casa madre di Google (94,7 miliardi, 61%), Cisco (68 miliardi, 96%) e Oracle (66,1 miliardi, 82%). In totale le prime cinque società, tutte appartenenti al mondo hi-tech, valgono 623 miliardi di liquidità, pari a più della metà delle prime 24.

Per trovare la prima società non tecnologica bisogna arrivare alla sesta posizione, dove si trova General Eletric, con cash per 44 miliardi di dollari, dei quali “solo” il 78% si trova all’estero.

La liquidità è in netta maggioranza detenuta sotto forma di bond, sia societari che titoli pubblici, il che fa concludere a Bank of America che le aziende non si stanno preparando a riportarla in patria: «Dal momento che il 70% degli incasi del secondo trimestre è stato investito in corporate bond, non c’è nessuna evidenza che le aziende stiano rendendo più liquide le loro posizioni cash in vista di un possibile rimpatrio delle liquidità all’estero», afferma la banca.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Italia. Ma come tripudiano gli italiani! – Sondaggio Swg

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-26.

Mela con il Coltello tra i Denti. - Copia

La Cna-Swg ha pubblicato i dati relativi ad un sondaggio fatto a livello nazionale.

Il titolo sarebbe “pensionati più fiduciosi dell’italiano medio“.

Sarebbe fiducioso? Solo il 15%!

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«il 15% degli interpellati è fiducioso (mentre la media nazionale si ferma all’8%) e un altro 17% è comunque orientato positivamente»

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«Che la situazione possa ancora peggiorare è convinzione solo del 39%, benché verso il futuro prevalga l’atteggiamento preoccupato: il 52% è pessimista»

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«Il 51% degli anziani sostiene di vivere male»

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«Solo il 12% di quanti percepiscono un assegno inferiore ai 750 euro mensili è soddisfatto della qualità della propria vita contro il 65% di quanti ritirano una pensione superiore ai 1750 euro»

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«Il 52% degli interpellati è convinto che negli ultimi cinque anni il proprio tenore di vita sia rimasto immutato, il 2% ritiene lo ritiene migliorato e il 46% peggiorato»

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«Il 41% dei pensionati valuta la propria situazione economica attuale buona (in perfetta media nazionale), il 25% normale (italiani al 41%) e il 33% difficile»

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«Solo il 25%, però, è in grado di sostenere economicamente la famiglia con le entrate correnti»

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«un altro 29% ci riesce perché può contare su altri redditi e il residuo 46% abitualmente non ce la fa.»

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– Il 52% degli intervistati è pessimista;

– Il 51% degli anziani sostiene di vivere male;

– Il 46% ritiene peggiorata la propria condizione negli ultimi cinque anni;

– Il 25% degli intervistati può sostenere la famiglia;

– Il 46% non riesce a mantenere la propria famiglia.

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Aspettiamo tranquillamente che la gente perda la pazienza e dia inizio ad una nuova rivoluzione francese, con tanto di ghigliottina al lavoro.

Pubblicato in: Cina, Commercio, Economia e Produzione Industriale, Geopolitica Mondiale, Russia, Sistemi Economici

Brics. Il Summit di settembre a Xiamen. Ripudio dell’Occidente.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-25.

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Abbiamo già riferito del Simposio di Quanzhou, preparatorio al Summit dei Brics da tenersi a Xiamen il 3  5 settembre prossimo.

Cina. Quanzhou. I Brics decidono cosa farsene dell’Occidente.

«Delegates to a BRICS seminar, organised by the Communist Party of China (CPC) in the southeast city of Quanzhou analysed and debated the Chinese model of rapid development as the template for the rapid growth, especially of the global South»

*

«It highlights the theme: “BRICS: stronger partnership for a brighter future.”»

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«BRICS members account for about 23 per cent of the world economy, and contributed to more than half of global growth in 2016»

*

«Peking University professor and former World Bank chief economist Justin Lin Yifu pointed out at the seminar that among nearly 200 developing economies since the end of the Second World War, only two have transitioned from low-income to high-income economies, with China possibly emerging as the third by 2025»

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«He attributed the failure to avoid either the middle-income or low income trap, to pursuit of western mainstream economic theories — structuralism, and neoliberalism. He stressed that a right balance between the role of the market and the state was required to achieve breakthroughs, Xinhua reported»

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«Mr. Lin highlighted that the “secret of China’s success is its use of both ‘invisible hand’ and ‘visible hand,'”. He added that technological innovation and industrial upgrading can proceed smoothly, only when the market and the state played their complementary roles»

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«The weak hatchling will never take off if it depends on government aid, financial grants, and welfare allowances»

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Molte le novità. Se riporteremo solo alcune.

In primo luogo, si constata come nel 1990 il pil nominale cine ammontasse a 398.623 miliardi Usd, mentre nel 2016 tale valore era salito a 11,218.281: è aumentato di ventotto volte. Per comparazione il pil nominale in tale lasso di tempo è cresciuto di 6.9 volte in India, 3.1 volte negli Stati Uniti e di 2.2 volte in Germania.

In secondo luogo, si constata come in Cina l’accesso al potere politico avvenga tramite una selezione strettamente meritocratica all’interno del Pcc, vera e propria fucina di idee politiche, economiche e sociali. La Cina non ha bisogno alcuno né del suffragio universale né del concetto occidentale di “democrazia“. I politici cinesi hanno un tasso culturale che surclassa quello dei loro omologhi occidentali, e che consente di concepire e perseguire programmi strategici. I politici cinesi non necessitano di essere simpatici alla maggioranza, né ne sono schiavi. Una sorta di concezione platonica della politica.

In terzo luogo, la Cina ha gelosamente custodito il suo retaggio storico, culturale e sociale che ha retto per oltre quaranta secoli. Non ha permesso alle ong occidentali di infiltrarsi nel suo tessuto sociale. Non solo. La legge sul matrimonio della Repubblica popolare cinese definisce il matrimonio come unione tra un uomo e una donna, richiede ai genitori che adottano bambini dalla Cina di essere uniti in matrimoni eterosessuali. Se fino al 1997 l’omosessualità era considerata reato penale, mentre la sua militanza tuttora lo è, le disposizioni penali sul teppismo comprendono l’omosessualità.

In quarto luogo, la Cina rigetta, e quindi non segue le “mainstream economic theories“. In particolare il debito sovrano ammonta al 42.61% del pil nominale in Cina, 15.94% in Russia, 78.32% in Brasile, 69.54% in India, e 50.47% in Sud Africa.

In quinto luogo, constata come “technological innovation and industrial upgrading” abbiano un senso solo quando il mercato le richieda, per cui la Cina le introduce esclusivamente al bisogno.

In sesto luogo, vi è un fermo rigetto dei “government aid, financial grants, and welfare allowances“. E questo è una grossolana differenza con i paesi occidentali che pone i cinesi ed i Brics in antitesi con la Weltanscahuung liberal democratica.

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Concludendo.

È significativo il titolo con cui il The Hindu tratta del prossimo Summit di Xiamen.

Ahead of Xiamen summit, BRICS discuss new rules of global governance

I Brics si apprestano a dettare al mondo, Occidente compreso, le nuove regole del governo globale, e queste saranno l’opposto di quelle propugnate dall’Occidente.

Per ulteriori approfondimenti 林毅夫.


The Hindu. 2017-08-18. Ahead of Xiamen summit, BRICS discuss new rules of global governance

The BRICS summit is being held in China’s coastal city of Xiamen from September 3-5. It highlights the theme: “BRICS: stronger partnership for a brighter future.”

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As the countdown for the September summit of the Brazil-Russia-India-China-South Africa (BRICS) grouping begins, scholars, academics and government officials have been brainstorming ways in which the emerging economies can set the global agenda, based on new rules of governance.

Delegates to a BRICS seminar, organised by the Communist Party of China (CPC) in the southeast city of Quanzhou analysed and debated the Chinese model of rapid development as the template for the rapid growth, especially of the global South.

The BRICS summit is being held in China’s coastal city of Xiamen from September 3-5. It highlights the theme: “BRICS: stronger partnership for a brighter future.”

BRICS members account for about 23 per cent of the world economy, and contributed to more than half of global growth in 2016.

Peking University professor and former World Bank chief economist Justin Lin Yifu pointed out at the seminar that among nearly 200 developing economies since the end of the Second World War, only two have transitioned from low-income to high-income economies, with China possibly emerging as the third by 2025.

He attributed the failure to avoid either the middle-income or low income trap, to pursuit of western mainstream economic theories — structuralism, and neoliberalism. He stressed that a right balance between the role of the market and the state was required to achieve breakthroughs, Xinhua reported.

Mr. Lin highlighted that the “secret of China’s success is its use of both ‘invisible hand’ and ‘visible hand,'”. He added that technological innovation and industrial upgrading can proceed smoothly, only when the market and the state played their complementary roles.

Robert Kuhn, a China expert from the United States, focused on the pursuit of “Four Comprehensives” by Chinese leaders as an overarching framework to achieve rapid development goals. The “Four Comprehensives” cover efforts to pursue a moderately prosperous society, reform, rule of law and Party discipline, he observed.

While acknowledging China’s success, most participants also underscored that there is no one-size-fits-all development model that can be fully replicated to achieve growth. Essop Goolam Pahad, the editor of South Africa’s Thinker Magazine, pointed out that a change of mindset was essential as communities and their leader must believe that development is possible, whatever the odds. “The weak hatchling will never take off if it depends on government aid, financial grants, and welfare allowances,” he observed.

The brainstorming in Quanzhou has been preceded by a conference, earlier this month of the BRICS trade minister in Shanghai, which focused on the continued relevance of globalisation. In the wake of protectionist sentiments in the U.S. and Europe, it underscored the need for a united stand of the emerging economies against protectionism, and backing for a multilateral trade system.

In late July, a BRICS security meeting was held in Beijing, with discussions on global governance, anti-terrorism, the internet, energy, national security and development. A month earlier, finance ministers and central bank governors agreed to strengthen cooperation in several fiscal and financial areas, including the BRICS New Development Bank and regulatory collaboration.

Pubblicato in: Cina, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Filippine. La situazione analizzata dal punto di vista cinese. Xinhua.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-22.

Mare Cinese del Sud 001

Essere obiettivi è davvero arte difficile, anche nella più perfetta buona fede.

Per gli italiani Oberdan Sauro e Battisti sono irredentisti martiri per l’Italia, mentre per gli austriaci sono traditori della patria. Chi studiasse la storia solo su testi italiani abbraccerebbe la prima interpretazione, chi invece studiasse la storia su testi austriaci abbraccerebbe la seconda.

La scelta delle fonti di informazione condiziona l’idea che ci si forma di quanto accade. Ma mica è detto che l’informazione di parte dica la verità.

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Ma non esiste solo il punto di vista occidentale, esiste anche quello degli altri. Non solo. I media occidentali hanno tutti un’impronta liberal che le recenti elezioni hanno dimostrato essere minoritaria. Seguire solo questi media sarebbe fuorviante. Le elezioni hanno dimostrato e stanno dimostrando come i liberals democratici ed i socialisti europei siano una minoranza: il loro pensiero non rispecchia quello occidentale.  Proprio per niente.

Da un punto di vista meramente economico, se si considera il pil per potere di acquisto, il mondo genera 108,036,500 milioni Usd, la Cina 17,617,300 (16.31%) e gli Stati Uniti 17,418,00 (16.12%). L’Eurozona rende conto di 11,249,482 (10.41%) ed il Gruppo dei G7 di 31.825,293 (29.46%). Di conseguenza, la voce dell’Occidente vale nel mondo al massimo per il 29.46%, ma quella degli Stati Uniti vale solo il 16.12% e quella dell’Europa uno scarno 10.41%.

È davvero ingenua per non dire patetica la arrogante presunzione di quanti considerano l’Occidente egemone dominante: gli altri non glielo permetterebbero. Ma ancora più farsesca è la proterva superbia di quanti presumono che l’Eurozona (10.41%) possa condizionare il mondo: è vero proprio l’opposto.

Cina. Quanzhou. I Brics decidono cosa farsene dell’Occidente.

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Diamo volentieri atto che i media cinesi, arabi, russi ed indiani sono usualmente molto più obbiettivi e quasi sempre riportano i fatti senza distorcerli, cosa non da poco. Di norma separano le notizie dai commenti.

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I discorsi sopra fatti non sono per nulla di lana caprina.

L’Occidente ha perso negli ultimi decenni molte posizioni proprio per l’essersi incancrenito in simili ideologie. Da ultimo, sta persino perdendo la Turkia, da oltre settanta anni fedele alleata.

Ma quadro analogo si prospetta nel sud – est asiatico, con i rapporti con le Filippine.

Ma senza alleati l’Occidente corre il rischio di contare ancor meno di quanto conti ora.

Ma le Filippine hanno una posizione strategica nel Mare Cinese del Sud e sull’Oceano Pacifico.

Poniamo adesso un quesito: e se Mr Duterte avesse ragione? Perché non voler ascoltare anche le sue ragioni?

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«Most Filipinos remain appreciative of the performance of President Rodrigo Duterte after one year of his term»

*

«In the national Capital Region, the survey said Duterte also scored 80 percent, or 7 percent higher than a previous survey conducted in March»

*

«Duterte managed to get high approval rating despite the strings of criticisms hurled in his way by some western countries and human rights groups alarmed by the hardline drug war»

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«In the past year, President Duterte has initiated a series of economic reforms to accelerate economic development. Despite much “political noise,” the government seeks sustained growth around 6.5- to 7 percent in 2017, by banking on multiple initiatives, especially higher infrastructure spending»

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«the current Philippine government debt of $123 billion is about to soar to $290 billion because China, the “most likely lender,” would impose high interest rates on the debt»

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«These figures assume absence of transparency by the Duterte government and China on the interest rate, conditionality and repayment terms of $167 billion of new debt for the Philippines»

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«the Department of Budget and Management (DBM) anticipated the Philippine debt position to remain sustainable, despite deficit spending for infrastructure. Between 2017 and 2022, the Duterte government plans to spend about $160 billion to $180 billion to fund the “Golden Age of Infrastructure.” An expansionary fiscal policy shall increase the planned deficit to 2 to 3 percent of GDP»

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«Given deficit spending of 3 percent of GDP, the DBM assumes growth will be 6.5 percent to 7.5 percent this year and 7 percent to 8 percent from 2018 to 2022 (plus inflation of 2 percent to 4 percent). As a result, it projects the debt-to-GDP ratio to decline from 41 percent in 2016 to 38 percent in 2022»

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«The realities are very different, however»

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«Duterte is focused on infrastructure (his infrastructure budget as percentage of GDP is 2 to 3 times higher in relative terms).»

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«Such objectives are far from neutral economic observation, but they do reflect political partisanship that is typical of Washington’s neoconservative and liberal imperial dreams»

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«Duterte stressed that Russia is a reliable partner, and he offered to continue their friendship»

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I media liberal occidentali odiano Mr Duterete per almeno due motivi, per loro di importanza fondamentale.

In primo luogo. Mr Duterte ha dichiarato guerra alla droga ed ha disposto la pena di morte in via amministrativa degli spacciatori, ottenendo in tempi molto rapidi una quasi completa bonifica delle Filippine.

In secondo luogo, pur tollerando a parole l’omosessualità e l’lgbt, si è fermamente opposto alla legalizzazione delle coppie omosessuali.

There is no gender because you can be a he or she… That’s their culture. It does not apply to us. We are Catholics and there is the Civil Code, which says that you can only marry a woman for me… a woman to marry a man. …. That’s our law so why would you accept that gender?»

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Ma ciò che l’Occidente liberal considera i reati dei reati, nelle Filippine e nel resto del mondo sono invece comportamenti normali e legali. L’Occidente conta quanto il nobile decaduto che chiede l’elemosina sul sagrato di una Chiesa. Il blasone non è commestibile.

L’irrigidimento ideologico dell’Amministrazione Obama nei confronti delle Filippine ha obbligato Mr Duterte a riavvicinarsi alla Cina ed alla Russia, che, non nutrendo ideologie di sorta, non possono nemmeno cercare di imporle ai loro partner economici e militari.

Per irrigidimento ideologico l’Occidente ha già quasi perso la Turkia: nulla vieta di pensare che la prossima perdita siano proprio le Filippine.


Nota.

Nella comparazione economica è stata usato l’indice del pil ppa, per potere di acquisto, perché più appropriato. Il discorso teorico sarebbe lungo ed anche alquanto barboso: ci spiegheremo con un esempio.

Consideriamo due persone che guadagnino ciascuna 1,500 euro al mese.

La prima vive a Londra, dove l’affitto di una camera ammobiliata si aggira sui 1,200 euro al mese. Pur essendo persona molto parsimoniosa, vive ai margini della miseria, nella fascia di povertà.

La seconda vive in Venezuela. Con tale introito mensile può permettersi una villetta, la cuoca e due persone di servizio. Essa vive in condizione di lusso.

Stessa entrata mensile, ma differenti poteri di acquisto.

Il pil ppa è calcolato tenendo conto del costo della vita, rendendo così comparabili dati raccolti in paesi diversi.



New China. 2017-05-25. Philippines’ Duterte asks Putin for arms support

MOSCOW, May 24 (Xinhua) — Philippine President Rodrigo Duterte has asked his Russian counterpart, Vladimir Putin, for arms to fight Islamic militants in the Asian country.

“Our country needs modern weapons to fight against ISIS. We had certain orders in the U.S., however, the situation is not very good now. I came to Moscow to ask for your help and support,” the Kremlin quoted Duterte as telling Putin in a meeting on Tuesday.

Duterte stressed that Russia is a reliable partner, and he offered to continue their friendship.

“We need to improve trade exchange between the two countries,” the Philippine leader said.

Putin noted that Moscow and Manila have many bilateral projects, including power engineering, defense cooperation, and transport infrastructure.

Duterte arrived in Moscow on Tuesday for a four-day official visit, but was forced to cut short his trip as fighting broke out in the southern Philippine region of Mindanao.

Putin said he hoped the conflict in the Philippines would be resolved “with minimum losses.”

Duterte’s delegation remained in Moscow to sign bilateral agreements on Wednesday, Russian media reported.


Xinhua. 2017-07-17. Philippines’ Duterte enjoys high approval rating at 82 percent: poll

MANILA, July 17 (Xinhua) — Most Filipinos remain appreciative of the performance of President Rodrigo Duterte after one year of his term, according to an independent poll released here Monday.

A survey by Pulse Asia Inc. conducted from June 24 to June 29 showed that 82 percent of the 1,200 people surveyed nationwide approved the way Duterte runs the country.

Out of all the respondents, the poll said 13 percent were undecided about Duterte’s performance, while 5 percent disapproved Duterte’s performance. Overall, the poll said Duterte scored the highest among the top government officials covered by the survey.

“Most Filipinos remain appreciative of the performance of (Duterte), Vice President Maria Leonor Robredo and Senate President Aquilino Pimentel,” the poll said, adding that Robredo got 61 percent while Pimentel, 62 percent.

In the national Capital Region, the survey said Duterte also scored 80 percent, or 7 percent higher than a previous survey conducted in March. In the main Luzon Island, the survey said Duterte scored 75 percent, or 4 percent higher than the March survey. Duterte scored the highest in his bailiwick Mindanao, scoring 95 percent, or 7 percent higher than the score he got in March, the survey said.

However, the survey noted that Duterte’s approval rating dropped 2 percent in the Visayas region in the central Philippines from 86 percent in March to 84 percent.

Duterte managed to get high approval rating despite the strings of criticisms hurled in his way by some western countries and human rights groups alarmed by the hardline drug war campaign and the declaration of martial law in the entire Mindanao in the southern Philippines.

Government authorities said the ongoing war in Marawi City against militants allied with the Islamic State has so far claimed the lives of at least 593 people, including 411 terrorists, 97 security forces and 45 civilians.

Duterte, who assumed the presidency in June last year, ends his single, six-year term in 2022.


Xinhua. 2017-07-26. Philippine President Duterte vows for closer relations with China

MANILA, July 25 (Xinhua) — Philippine President Rodrigo Duterte pledged on Tuesday that his country is to build stronger bilateral relations with China.

“The Philippines attaches great importance to China’s status and influence in the world, and is willing to build stronger relations with China,” Duterte said in his meeting with visiting Chinese Foreign Minister Wang Yi.

Duterte said the Philippines highly appreciates the support China extends to his country and the role China plays in his country’s nation building, especially China’s support to combat terrorism.

Duterte expressed his satisfaction with the development of the bilateral ties between the two countries, saying the Philippines is willing to deepen cooperation with China in all sectors so as to benefit the two countries and their peoples.

Wang reiterated that China unswervingly supports Philippine’s independent foreign policy.

Wang recalled that bilateral relations between China and the Philippines have fully improved under the guidance of the leaders of the two countries, saying improvement in relations has brought tangible benefits to the two peoples.

“Facts speak louder. For neighbors, dialogue is better than confrontation, cooperation is better than friction. History will show that we have made a right choice,” Wang said.


Xinhua. 2017-08-05. The myths and realities of Duterte’s infrastructure initiative

In the past year, President Duterte has initiated a series of economic reforms to accelerate economic development. Despite much “political noise,” the government seeks sustained growth around 6.5- to 7 percent in 2017, by banking on multiple initiatives, especially higher infrastructure spending.

According to Ernesto Pernia, Director General of the National Economic and Development Authority (NEDA), investment spending must be ramped up to 30 percent of GDP for the Philippines to become an upper middle-income economy by the end of Duterte’s term in 2022, and to pave the way for a high-income economy by 2040.

Yet, the huge infrastructure investment effort has been often misreported internationally. Infrastructure investment is a case in point.

The allegation: Infrastructure as ‘debt slavery’

In early May, Budget Secretary Benjamin Diokno estimated that some $167 billion would be spent on infrastructure during President Duterte’s six-year term. Only a day later, US business magazine Forbes released a commentary, which headlined that this debt “could balloon to $452 billion: China will benefit.”

According to the author, Dr. Anders Corr, the current Philippine government debt of $123 billion is about to soar to $290 billion because China, the “most likely lender,” would impose high interest rates on the debt: “Over 10 years, that could balloon the Philippines’ debt-to-GDP ratio to as high as 296 percent, the highest in the world.”

These figures assume absence of transparency by the Duterte government and China on the interest rate, conditionality and repayment terms of $167 billion of new debt for the Philippines. Due to accrued interest, “Dutertenomics, fueled by expensive loans from China, will put the Philippines into virtual debt bondage if allowed to proceed.” Corr assumes China’s interest rate would amount to 10 percent to 15 percent.

But why would the Philippines accept such a nightmare scenario? Because, as Corr puts it, “Duterte and his influential friends and business associates could each benefit with hundreds of millions of dollars in finder’s fees, of 27 percent, for such deals.”

He offers no facts or evidence to substantiate the assertions, however.

The official story: Debt decline, despite infrastructure investment

Recently, the Department of Budget and Management (DBM) anticipated the Philippine debt position to remain sustainable, despite deficit spending for infrastructure. Between 2017 and 2022, the Duterte government plans to spend about $160 billion to $180 billion to fund the “Golden Age of Infrastructure.” An expansionary fiscal policy shall increase the planned deficit to 2 to 3 percent of GDP.

To finance the deficit, the government will borrow money following an 80-20 borrowing mix in favor of domestic sources, to alleviate foreign exchange risks—which would seem to undermine the story of China as the Big Bad Wolf.

The fiscal strategy is manageable because the economy, despite increasing deficit, will outgrow its debt burden as economic expansion outpaces the growth in the rate of borrowing. So what is the expected impact on the debt-to-GDP ratio?

Given deficit spending of 3 percent of GDP, the DBM assumes growth will be 6.5 percent to 7.5 percent this year and 7 percent to 8 percent from 2018 to 2022 (plus inflation of 2 percent to 4 percent). As a result, it projects the debt-to-GDP ratio to decline from 41 percent in 2016 to 38 percent in 2022.

The realities: Growth over deficit financing

The current Philippine debt-to-GDP ratio compares well with its regional peers. It is half of that of Singapore and less than that of Vietnam, Malaysia, Laos and Thailand (see Figure 1). The starting point for a huge infrastructure upgrade is favorable. True, in a downscale risk analysis, Philippine growth performance might not reach the target, but would be likely to stay close to it – which would still translate to a manageable increase in the debt-to-GDP ratio.

Yet, Corr claims that Philippine debt ratio will soar seven-fold in the Duterte era, whereas the DBM estimate offers evidence the debt could slightly decline. The difference between the two is almost 260 percent.

Today, Japan’s debt-to-GDP ratio exceeds 250 percent of its GDP. However, at the turn of the 1980s, the ratio was still closer to 40 percent, or where the Philippine level is today. Yet, Corr claims the Duterte government would need barely four years to achieve not only Japan’s debt ratio today but a level that would be another 50 percent higher!

The realities are very different, however. The contemporary Philippines enjoys sound macroeconomic fundamentals, not Marcos-era vulnerability. Moreover, Corr’s tacit association of Duterte’s infrastructure goals with former President Marcos’s public investment program (and the associated debt crisis in the 1980s) proves hollow. Duterte is focused on infrastructure (his infrastructure budget as percentage of GDP is 2 to 3 times higher in relative terms).

Today, borrowing conditions are also more favorable (365-day Treasury bill rates are 3 to 4 times lower than in the Marcos era). Furthermore, the Philippine gross international reserves, which amount to 9 months, are relatively highest among Asean economies and 3 to 4 times higher than in the Marcos era (Figure 2).

In addition to realities, Corr’s analysis ignores the dynamics of debt. Any country’s debt position is not just the nominal amount of the debt, but its value relative to the size of the economy. An economy that is barely growing and suffers from dollar-denominated debt lacks capacity to pay off its liabilities, as evidenced by Greece. In contrast, with its strong growth record, the Philippines has the capacity to grow while paying off its liabilities.

Geopolitical agendas, economic needs

Corr could have challenged DBM’s assumptions about Philippine future growth, potential increases in infrastructure budget, contingent adverse shifts in the international environment and so on, but his purposes may be political.

He is close to US Pentagon and intelligence communities, which strongly oppose Duterte’s recalibration of Philippine foreign policy between the US and China. According to the US Naval Institute, he has visited all South China Sea claimant countries and undertaken “field research” in Vietnam, the Philippines, Taiwan, and Brunei. He has been an associate for Booz Allen Hamilton (as once was Edward Snowden). Though he has ties with international multilateral banks, he is less of an “economic hit man” and has more interest in US security matters.

Corr led the US Army social science research already in Afghanistan and conducted analysis at US Pacific Command (USPacom) and US Special Operations Command Pacific (Socpac) for US national security in Asia, including in the Philippines, Nepal, and Bangladesh. Currently, he is researching Russia and Ukraine for the Pentagon. He has urged President Trump to use stronger military presence in the South China Sea, bullied Pakistan with sanctions, and supported independentistas in Hong Kong and Taiwan, labeled Chinese students abroad as Beijing’s informants, while exploring US nuclear options against North Korea.

Such objectives are far from neutral economic observation, but they do reflect political partisanship that is typical of Washington’s neoconservative and liberal imperial dreams– but not the views of most Americans, according to major polls.

In the Philippines, Duterte’s supporters see Chinese debt as a business deal that will ultimately support the country’s future. After Forbes, the Duterte government’s critics were quick to report the story, but without appropriate examination of its economic assertions and possible strategic motives. Overall, while liberals tend to oppose the debt plans for geopolitical reasons, their economists are more sympathetic.

In any real assessment, simple realism should prevail: When the rate of economic expansion exceeds that of debt growth, low-cost financing for public projects can make a vital contribution to the Philippines’ economic long-term future.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici, Trump

Trump. Il debito sovrano totale da gennaio è sceso di 102.365 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-17.

2017-08-15__Treasury__001

Il Tesoro degli Stati Uniti ha comunicato che il debito sovrano totale ammontava a 19,844,938,940,351.37$ il 28 luglio, contro un valore di 19,947,304,555,212.49$ al venti gennaio, data di entrata in carica del Presidente Trump.

Quindi, in poco meno di sei mesi il debito sovrano totale è sceso di 102,365,614,861.12$.

2017-08-15__Treasury__002

2017-08-15__Treasury__003

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Mr Obama iniziò il suo primo mandato presidenziale il 20 gennaio 2009. A tale data il debito pubblico totale ufficiale, ovvero quello iscritto a chiusura il 30 settembre 2008, ammontava a 10,024,724,896,912.49$. A fine mandato il debito pubblico totale ammontava a 19,947,304,555,212.49$, essendosi così quasi raddoppiato.

Durante l’Amministrazione Obama il debito sovrano totale è aumentato di 9,922,579,658,300.00$, ossia di 1,240 miliardi ogni anno di mandato.

Si prende atto dell’inversione di tendenza attuata dall’Amministrazione Trump. Non solo Mr Trump ha cessato il ricorso al debito, ma ha anche iniziato a ridurlo.

Per meglio capirci, in sei mesi non sono stati contratti gli usuali 600 miliardi di incrementi semestrali del debito ma ne sono stati risparmiati 102. Un’operazione che fa risparmiare al Contribuente americano 702 miliardi, per ora.

Una gran bella cifra: non parole, bensì dollari sonanti.

*

Mr Trump aveva chiaramente manifestato in campagna elettorale il suo fermo proposito di far cessare l’incremento del debito sovrano americano ed invertirne la tendenza. Aveva quindi ribadito le sue intenzioni appena un mese dopo la sua entrata in carica.

Trump Wants Credit for Cutting the National Debt. Economists Say Not So Fast.

*

Trattare del debito sovrano esula dallo scopo del presente articolo, e richiederebbe più un trattato che un articolo.

Sia consentito però enunciare soltanto alcuni statement che sembrerebbero essere rilevanti per meglio comprendere la notizia attuale.

– Se è vero che Mr Obama ha dovuto affrontare la crisi dei subprimes con tutte le relative conseguenze, è altrettanto vero che la strada scelta per cercare di governare la situazione era soltanto una delle possibili, e, verosimilmente, non la migliore.

– La cultura del debito pubblico è parte integrante e portante della Weltanschauung liberal democratica e, più generalmente parlando, dell’ideologia socialista.

– L’attuale inversione di tendenza nella gestione del debito non è il frutto del lavoro precedentemente svolto dall’Amministrazione Obama: se così fosse la variazione sarebbe stata graduale nel tempo. In questo caso assistiamo invece ad una vera e propria mutazione, con rapida cesura dell’andamento. In terminologia tecnica, un rilassamento.

– Questo nuovo modo di approcciare il debito sovrano è per il momento limitato agli Stati Uniti, ma, data la loro forza economica, si imporrà a breve anche nell’Unione Europea e nell’Eurozona.

– Portando il ragionamento nel campo teorico astratto, astratto nel senso di speculazione logica, la Weltanschauung liberal è statalista nel senso che sostiene la necessità che lo stato governi strettamente il sistema economico sia direttamente sia indirettamente attraverso leggi, norme e regolamenti che saranno poi attuate attraverso un complesso sistema burocratico. Se il comunismo corrisponde ad una statalizzazione totale, il socialismo e l’ideologia liberal corrisponde ad uno statalismo parziale, ma non per questo lasso. Socialismo e burocrazia sono sinonimi.


Da ultimo, ma sicuramente non per ultimo, si dovrebbe fare una considerazione metodologica ma di rilevanza estrema.

La scienza, e l’economica può tranquillamente essere trattata come tale, si fonda sul corretto rilevamento dei dati di fatto, che siano poi analizzati alla luce di ragionamenti logici, ossia non contraddittori. Le teorie non sono dogmi di fede

Ciò che conta sono i dati sperimentali: le teorie sono chiamate ad interpretarli, non a coercerli.

Di certo la scienza non è “democratica“: il fatto che una maggioranza la pensi in una maniera non assicura minimamente che quanto sostenuto sia scientificamente corretto. In scienza le consensus conference sono destituite di buon senso. Se anche la maggioranza avesse votato che due più due fa sette, conferendo quindi legalità a questo enunciato, due più due continuerebbe imperterrito a farebbe sempre quattro. Ci si pensi bene.


The True Division. 2017-08-14. National Debt Was $19,947,304,555,212.49 Seven Months Ago… Here’s What It Is Today

President Donald Trump and his administration are undoing the government’s rampant spending that occurred under former President Obama’s watch.

According the U.S. Treasury’s direct record, a surprising amount of money has been saved over the course of seven months.

On January 20th, the day Trump was inaugurated, the total debt was $19,947,304,555,212.49.

On July 30th, seven short months later, it’s at $19,844,938,940,351.37.

Overall the debt has decreased by $102,365,614,861.12.

Here’s what the Trump budget plan said, proposed back in April:

“Under this plan, the debt will continue to fall both in nominal dollars and as a share of GDP beyond that point, putting us on a path to repay the debt in full within a few decades,” the budget plan said.

Then, in his State of the Union address, he made this comment to Congress:

“Faster economic growth, coupled with fiscal restraint, will enable us to fully fund our national priorities, balance our budget, and start to pay down our national debt.”

In the end, it certainly looks like he’s keeping his promises regarding fiscal responsibility by the United States government.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici

Pensioni. Solo la morte dei pensionati risolverebbe il problema.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-12.

Animali_che_Ridono__001__Cavallo_

«La morte risolve tutti i problemi:

niente uomini, niente problemi.» [Stalin]

*

La bega legale è iniziata nel 2010, setta anni or sono, e la Magistratura la sta conducendo con un passo da lumaca stanca ed affaticata.

Tanto, in questi sette anni sono morti 4.2 milioni di pensionati e, come diceva Stalin, ” niente uomini, niente problemi”.

Ma non ci si illuda che la faccenda stia andando a conclusione: la Magistratura prenderà posizione netta solo quando l’ultimo pensionato sarà morto.

*

«La ragione è sempre la stessa: tenere bassa la traiettoria di una spesa in costante crescita»

*

«la questione dell’adeguamento o meno dei requisiti di pensionamento alla speranza di vita»

*

«Il 24 ottobre, infatti, saranno discusse le questioni di costituzionalità delle regole sulla perequazione messe a punto dal governo Renzi con il decreto legge 65/2015 in risposta alla bocciatura delle norme precedenti»

*

«riforma Monti-Fornero (dl 201/2011), quando si decise non solo il definitivo passaggio al contributivo per tutti e l’innalzamento dei requisiti ma anche, con una norma transitoria, di bloccare parzialmente l’adeguamento all’inflazione degli assegni già in pagamento»

*

«Nel 2012 e nel 2013 venne così riconosciuto l’adeguamento pieno solo per le pensioni di importo fino a 3 volte il trattamento minimo, mentre nulla è stato pagato per gli importi superiori»

*

«Con la sentenza 70, la Corte ha dichiarato illegittima questa norma innescando una mina per i conti pubblici, dato che il costo di un pieno riconoscimento, a posteriori, della mancata perequazione venne stimato in 24 miliardi di euro»

* * * * * * * * *

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su questo problema.

Questi sono i fatti dei quali oggi si parla.

In primo luogo, il sistema pensionistico è mal condizionato, motivo per cui non è sostenibile nel tempo.

Dapprima si è fatto passare più o meno gradualmente il sistema da retributivo a contributivo.

Quindi lo stato è intervento sia innalzando l’età pensionabile, sia legandola alla durata della vita media. In altri termini le persone possono godere della pensione per un tot prestabilito di anni, non di più.

In poche parole ha variato unilateralmente le condizioni poste a suo tempo. Siamo chiari: non è stata una gran bella azione.

In secondo luogo, lo stato ha arbitrariamente bloccato l’adeguamento al costo della vita delle pensioni ponendo delle soglie sopra le quali l’adeguamento è ridotto oppure cessa del tutto. Con sentenza 70/13 la Corte Costituzionale ha bloccato tale iniziativa, ma il governo Renzi la ha rattamente reiterata.

*

In gioco vi sono due aspetti concettuali, tra i tanti che dovrebbero essere menzionati.

Il primo aspetto è la liceità delle variazioni unilaterale dei contratti. Una cosa è imporre ed un’altra è lasciare la possibilità di recedere, garantendo la restituzione di contributi e relativi interessi. Opzione questa ultima nemmeno presa in considerazione.

Il secondo aspetto è ancor più delicato. Se il pensionato ha fatto i versamenti legali sulla base di quale diritto perché negargli l’adeguamento avendo superato una soglia arbitraria? Se si invocasse la solidarietà sociale allora l’onere dovrebbe gravare su tutta la società, non su quel poveraccio. Base infatti della giustizia è il concetto di “unicuique suum reddere”: dare a ciascuno ciò che gli spetta.

*

La battaglia legale continua, ma intanto ogni anno muoiono 647,571 pensionati all’anno.

Stalin aveva ragione.


Sole 24 Ore. 2017-08-11. Sulle pensioni anche la mina perequazione

Tra le incognite d’autunno che possono condizionare dimensioni e contenuti della manovra non c’è solo la questione dell’adeguamento o meno dei requisiti di pensionamento alla speranza di vita. Sul tavolo c’è anche il nodo dell’indicizzazione delle pensioni all’inflazione, tema in discussione al tavolo governo-sindacati (se ne parlerà giovedì 7 settembre) ma sul quale grava la pesante attesa della Consulta. Il 24 ottobre, infatti, saranno discusse le questioni di costituzionalità delle regole sulla perequazione messe a punto dal governo Renzi con il decreto legge 65/2015 in risposta alla bocciatura delle norme precedenti, arrivata sempre dalla Corte costituzionale con la famosa sentenza 70/2015. E come nel caso degli adeguamenti automatici, anche la soluzione sulle perequazioni rischia di innescare nuova spesa previdenziale.

Stop alle indicizzazioni

Per capire la posta in gioco bisogna tornare alla riforma Monti-Fornero (dl 201/2011), quando si decise non solo il definitivo passaggio al contributivo per tutti e l’innalzamento dei requisiti ma anche, con una norma transitoria, di bloccare parzialmente l’adeguamento all’inflazione degli assegni già in pagamento. Nel 2012 e nel 2013 venne così riconosciuto l’adeguamento pieno solo per le pensioni di importo fino a 3 volte il trattamento minimo, mentre nulla è stato pagato per gli importi superiori. Con la sentenza 70, la Corte ha dichiarato illegittima questa norma innescando una mina per i conti pubblici, dato che il costo di un pieno riconoscimento, a posteriori, della mancata perequazione venne stimato in 24 miliardi di euro. Di fronte a questo scenario il governo, nella primavera di due anni fa, ha varato il decreto 65/2017, con cui è stato introdotto un nuovo meccanismo di perequazione riferito al biennio 2012-2013 che ha stabilito un adeguamento al 100% per gli assegni fino a 3 volte il minimo; del 40% tra 3 e 4 volte; del 20% tra 4 e 5; del 10% tra 5 e 6; nullo per importi oltre sei volte il minimo. Inoltre è stato definito un meccanismo di “consolidamento” parziale degli effetti di tali arretrati negli anni seguenti. Costo dell’operazione “solo” 2,8 miliardi di maggiore spesa previdenziale.
Ovviamente chi è rimasto escluso ha fatto ricorso in tribunale e in diversi casi sono state poste questioni di legittimità costituzionale sia sul biennio di mancata perequazione sia sul cosiddetto “mancato trascinamento” sul periodo 2014-2018, ritenuto penalizzante per gli importi più elevati. Il 24 ottobre il giudice delle leggi dovrà discutere una dozzina di ordinanze che puntano, a vario titolo, a smantellare la soluzione low cost del decreto legge 65/2015. L’esito è tutt’altro che scontato.

Il confronto sindacale

L’attuale meccanismo di indicizzazione è oggetto, come si diceva, della “fase due” del confronto sindacale. L’impegno del governo è di introdurre un sistema di perequazione basato sugli “scaglioni di importo” e non più sulle “fasce di importo” a partire dal 2019, lo stesso anno in cui scatterebbe il nuovo adeguamento alla speranza di vita dei requisiti di pensionamento. In pratica si tornerebbe al meccanismo previsto dalla legge 388 del 2000. Ma nel protocollo siglato l’anno scorso si parla anche della possibilità di valutare l’utilizzo di indici diversi di inflazione, più rappresentativi della spesa dei pensionati, e non manca l’ipotesi di un recupero di parte della mancata indicizzazione passata per una rivalutazione “una tantum” del montante del 2019

Spesa per pensioni e inflazione

L’Italia non è l’unico paese in cui le leve della riduzione o del differimento dell’indicizzazione delle pensioni sono state utilizzate per mitigare la spesa. Basta uno sguardo agli ultimi rapporti Ocse per scoprire che in almeno altri dieci paesi dell’area, negli ultimi anni, i meccanismi di perequazione sono stati toccati, ridotti o temporaneamente congelati. La ragione è sempre la stessa: tenere bassa la traiettoria di una spesa in costante crescita. Gli interventi sono stati dei più vari, calibrati tenendo conto sia delle esigenze di sostenibilità finanziaria dei sistemi previdenziali sia della dovuta protezione del potere di acquisto di pensioni.

L’adeguamento negli altri Paesi

Vediamo qualche esempio recente. In Francia nel 2014 l’adeguamento delle prestazioni all’indice dei prezzi è stato spostato dal mese di aprile a ottobre per le pensioni che sono sopra i 1.200 euro al mese, mentre in Grecia il congelamento delle indicizzazioni è iniziato nel 2011 ed è durato quattro anni. In Giappone nel 2015 è stato chiuso un temporaneo stop delle indicizzazioni, mentre in altri Paesi gli interventi sono stati di più lungo termine, con la scelta di indicizzare le pensioni non più ai salari ma ai prezzi o a coefficienti che contengono un mix di inflazione e salari. È il caso dell’Ungheria (dal 2012) o della Repubblica di Slovenia (dal 2013 al 2017) mentre in Australia è previsto il passaggio all’indicizzazione all’inflazione e non più agli stipendi a partire dal 2017. In Finlandia nel 2015 l’indicizzazione è stata temperata, passando da un fattore dell’1% a uno dello 0,4%, un “fattore di riduzione” degli adeguamenti è stato introdotto anche in Lussemburgo nel 2013 e in Polonia nel 2012 mentre meccanismi di riduzione degli adeguamenti per le pensioni di vecchiaia e invalidità sono stati varati nella Repubblica Ceca nel 2012 per una durata prevista fino alla fine del 2015. In Spagna, infine, l’indicizzazione è stata calibrata anche sulla base dei contributi versati ed ogni cinque anni, a partire dal 2019, gli assegni saranno adeguati anche sulla base dell’aspettativa di vita.

Pubblicato in: Banche Centrali, Russia, Sistemi Economici

Russia. Riserva Valutarie a 420.1 miliardi Usd.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-10.

Banca Centrale Russia 001

The Central Bank of the Russian Federation ha rilasciato l’aggiornamento settimanale delle riserve valutarie.

2017-08-10__Russia__001

Il dodici gennaio le riserve valutarie russe ammontavano a 377.7 miliardi: da tale data ad oggi sono aumentate di 42.4 miliardi, con una variazione percentuale di [100 * 420.1 – 377.7) / 377.7)] = 11.22%.

2017-08-10__Russia__002

La composizione delle riserve nelle sue principali componenti è così ripartita: valute estere 338.578 miliardi e 70.037 oro lingotti. Si noti come un anno fa le riserve auree ammontassero a 64.520 miliardi di dollari.

2017-08-03__Russia__003

Sarebbe suggeribile aver letto la seguente documentazione:

Methodological Notes to International Reserves of the Russian Federation.

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On Bank of Russia monetary policy

Monetary policy constitutes an integral part of the state policy and is aimed at enhancing wellbeing of Russian citizens. The Bank of Russia implements monetary policy in the framework of inflation targeting regime, and sees price stability, albeit sustainably low inflation, as its priority. Given structural peculiarities of the Russian economy, the target is to reduce inflation to 4% by 2017 and maintain it within that range in the medium run.

The monetary policy affects the economy through interest rates, its main parameter being the Bank of Russia key rate. Taking into account the pass-through effect of the monetary policy on the economy, central bank decisions are based on the economic outlook and assessment of risks to achieve the inflation target over the mid-term horizon, and also on possible threats to sustainable economic growth and financial stability.

The Bank of Russia maintains energetic communication policy, clarifying the motives and expected outcome of its monetary policy decisions, as public awareness of these efforts may enhance their effectiveness.

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Sistemi Economici

Brasile. Una generazione perduta.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-05.

2017-08-03__Brazil_001

«It’s very frustrating. I was even approved in a few selection processes but never called afterwards to take the job.»


«GDP in Brazil falls 3.6

Gross Domestic Product of Brazil fell -3.6% in 2016 compared to last year . This rate is 0-tenths of one percent higher than the figure of -3.8% published in 2015,}.

The GDP figure in 2016 was $1,798,622 million, leaving Brazil placed 9th in the ranking of GDP of the 196 countries that we publish. The absolute value of GDP in Brazil dropped $2,860 million with respect to 2015.

The GDP per capita of Brazil in 2016 was $8,727, $83 less than in 2015, when it was $8,810. To view the evolution of the GDP per capita, it is interesting to look back a few years and compare these data with those of 2006 when the GDP per capita in Brazil was $5,913.

If we order the countries according to their GDP per capita, Brazil is in 72th position of the 196 countries whose GDP we publish.

Here we show you the progression of the GDP in Brazil. You can see GDP in other countries in GDP and see all the economic information about Brazil in Brazil’s economy.» [Country Economy]

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Nel primo trimestre 2017 il pil era 457.394 mld Usd, in crescita dell’1%, ma -0.4% su base anno/anno.

Nel 1987, trenta anni or sono, il pil valeva 298.989 miliardi Usd contro quello del 2016 di 1,786.622 miliardi: è aumentato di 5.98 volte. È stato un aumento di tutto rilievo.

Sempre nel 1987 il pil procapite valeva 2,178 dollari, per salire al valore 2016 di 8,727 $: è aumentato di quattro volte.

Si è perfettamente consci come il pil sia un indicatore estremamente generale del benessere di una nazione così come ci si rende perfettamente consci che prima di essere ridistribuita le ricchezza deve ben essere accumulata. Similmente, ci si rende esattamente conto come gli indicatori medi mascherino impietosamente la fascia dei meno abbienti. Tuttavia, sembrerebbe essere innegabile un lusinghiero successo.

Ed il successo principale consiste nel fatto che mentre un pil procapite di 2,178 dollari indica una situazione di miseria, quello di 8,727 $ è segno che in termini medi la nazione è riuscita ad uscire dalla situazione di miseria.

Si tenga infine conto come ragionando in termini di pil ppa (per potere di acquisto), il pil ppa 2016 del Brasile equivaleva a 21,496 dollari americani l’anno. Sempre in termini medi, una sopravvivenza sul filo del rasoio, ma in ogni caso dignitosa.

*

Le crescite infine sono una utopia. La realtà storica indica come dopo una forte espansione si verifichi sempre una pausa di assestamento, spesso associata ad una recessione.

Il Brasile non ha fatto eccezione a questa regola empirica: negli ultimi anni ha avuto il suo momento di ripensamento e solo negli ultimi tempi inizia ad evidenziare segni di ripresa. Come spesso avviene, questa pausa si è associata ad una severa crisi politica ed all’emergere di un gran numero di episodi di corruzione nell’élite dirigenziale. Situazioni dolorose, molto dolorose, ma terribilmente umane. Il nuovo benessere era diventato per molte persone una vera e propria droga di umana ingordigia.

Se però certi accadimenti sono un male inevitabile, mentre sarebbe utopico cercare di renderli impossibili, diventa segno di maturità di un popolo saperli individuare e reprimere in termini legali, senza sommovimenti armati.

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L’articolo che proponiamo in calce mette in evidenza un problema che nei fatti sta affliggendo gran parte del mondo occidentale: quello di una generazione persa.

«It’s very frustrating. I was even approved in a few selection processes but never called afterwards to take the job.»

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Il nodo del problema è sempre lo stesso: generare posti di lavoro ed abbattere la percentuale dei disoccupati.

E, molto spesso, ci si potrebbe domandare se lo stato sia uno stimolo oppure un freno alla crescita.


Saudi Gazette. 2017-08-02. Brazil faces lost generation of young workers after recession

When Ana Carolina Gomes da Silva became the first in her family to earn a college diploma and followed up with a master’s degree in pediatric medicine, finding a good job seemed like just a matter of time.

After three years, the 26-year-old Brazilian is still looking.

“I graduated in June 2014 and thought I’d have a job by December,” she lamented. “The most I’ve gotten was one group job interview.”

Brazil’s worst recession on record – a two-year-long slump that probably ended in the first quarter – has left 14 million people unemployed, the bulk of them young workers like Silva.

Recent graduates are struggling to pay student loans and gain work experience, turning a demographic boom once considered an engine of future growth into a drag on the Brazilian economy, which may be saddled with a lost generation of young workers.

“If the youth give up investing in education and the economy starts to grow again, there may be a scarcity of teachers, physicians, lawyers and so on,” said Renato Meirelles, head of Sao Paulo-based research firm Instituto Locomotiva.

About 4.5 million workers aged 18 to 24, most of them with more formal education than their parents, were unemployed in the first quarter. That amounts to more than a quarter of all young Brazilian workers, government data shows.
The jobless rate among teenagers between 14 and 17 years old already in the labor force, who are often a crucial source of income for poor families, has soared to 45 percent, contributing to an overall unemployment rate of nearly 14 percent.
An analysis by a local think tank, commissioned by Reuters, suggests that those trying to work while in school or putting aside studies to find a job are even less likely to get work.

According to the study by Fipe, a research institute linked to the University of Sao Paulo, the probability of workers with unfinished high school or college studies holding a job fell 4 percent between 2014 and 2016.

Frustration among young workers is adding to anger at politicians after a string of corruption scandals. President Michel Temer’s popularity has tumbled into single digits, and lawmakers openly discuss the chance of a political outsider winning the 2018 presidential race.

High youth unemployment underscores the deep lasting impact of the recent recession. Millions of workers spent time, savings and public subsidies in an unprecedented higher-education boom but are now losing their window of opportunity to turn those degrees into careers.

Ana Clara Ferreira, 26, still owes the government for her student loans but has never used her degree in pedagogy. She entered a private college in 2010 thanks to a government subsidy known as FIES, expanded during 13 years of leftist Workers Party government that ended in 2016.

Ferreira settled for a low-paid job as an office secretary last month to pay off her debt. She says the job demands none of the skills she studied in college and she refuses to give up on finding work in her field.

“It’s very frustrating,” she said of the job search. “I was even approved in a few selection processes but never called afterwards to take the job.”

There are still 2.5 million active FIES contracts, with about 20 billion reais ($6.3 billion) per year in the program, according to the Education Ministry.

The government estimates about 30 percent of FIES-backed students defaulted on their loans, contributing to a growing budget deficit that cost the country its investment-grade credit rating in 2015.

“Investment in education is not yielding all the returns we have been expecting for the society,” said Marcelo Neri, a former minister of strategic affairs and currently director of FGV Social, a unit of think tank Fundação Getúlio Vargas.

After shedding nearly 3 million jobs in 2015 and 2016, the Brazilian economy slowly resumed job creation in the first half of this year.

But most opportunities are odd jobs in the informal economy, government data showed last week. A rising number of Brazilians are selling homemade sweets or driving for Uber to make ends meet, with no job security and restricted access to social security benefits such as paid maternity leave and vacation.

Although economic data shows growth slowly resuming, Erick Sobral, 19, and his 17-year-old sister lost their jobs at a marketing company in Sao Paulo a couple of months ago.

Like most unemployed workers interviewed by Reuters, Sobral spends his days surfing the Web for work while keeping up with his studies. He needs a high score on the national high school exam this year to pursue his dream of an advertising career.

But without a job, he does not have the money to pay for a preparatory course that thousands of his competitors will take.
“We live with our mother, but she is unemployed too,” Sobral said. “I can’t understand what we did wrong to be here.”

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Sistemi Economici, Unione Europea

Macron denatura la Lione – Torino. Se poi la si finirà di costruire.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-30.

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Se si potesse parlare come si mangia, si potrebbero dire molte cose: quelle che tutti sanno ma che nessuno gradisce dire.

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«“Pausa di riflessione” sui cantieri francesi. Obiettivo: usare tratte esistenti per risparmiare»

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«Non possiamo promettere aeroporti e linee ad alta velocità alla Francia intera. La legge assocerà ad ogni progetto il suo finanziamento».

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«Non solo Libia e Fincantieri/Stx. Con l’arrivo di Emmanuel Macron all’Eliseo, anche il dossier Torino-Lione è motivo di timori e potenziali attriti tra Italia e Francia»

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«la pausa di riflessione sulle grandi opere annunciata dalla ministra dei Trasporti, Elisabeth Borne, rischia di paralizzare per un quasi un anno l’avvio di nuovi cantieri e l’attribuzione di appalti sulla tratta francese»

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«Un po’ quel che mesi fa ha chiesto la Corte dei Conti francese, inchiodando l’Agenzia di finanziamento delle infrastrutture di trasporto (Afitf), accusata di avviare opere largamente insostenibili dal punto di vista economico»

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«La Francia ha un piano di infrastrutture che vale tra 70 e 80 miliardi nei prossimi anni»

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«l’Unione europea finanzia il 40% degli 8,3 miliardi necessari (all’Italia tocca pagare il 35%, alla Francia il 25)»

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Mr Macron è sulla graticola. Recita molto bene la sua parte, ma sulla graticola c’è e ci rimane.

– Una Tav Lione – Torino avrebbe potuto dirottare i traffici provenienti da Portogallo, Spagna e su della Francia sul tracciato che dalla Pianura Padana porta ai paesi dell’Est.

– Questo progetto è sempre stato inviso ai tedeschi, che hanno costantemente espresso parere favorevole per una tratta Lione – Digione – Monaco di Baviera.

– Usare le tratte preesistenti riduce sicuramente il costo dell’opera, ma da Tav la tratta diventa tracciato comune. Chi avesse necessità della Tav sarebbe obbligato ad usare il tragitto a nord delle Alpi.

– Mr Hollande ha lasciato in eredità a Mr Macron un gran numero di progetti tutti regolarmente studiati senza curarsi di chi avrebbe coperto i costi: sogni, utopie, ma la gente credeva fossero promesse vere.

– Mr Macron deve sostenere la Grandeur senza spendere un centesimo: non ne ha. La situazione economica francese è in profondo rosso.

– Gli italiani sono un pungiball ideale. Governo fatiscente, situazione economica e finanziaria squallida, un debito pubblico mastodontico che necessita di continui aiutini europei. Ma gli “aiutini” esigono una contropartita.

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Mr Macron si è installato solo da qualche mese all’Eliseo, ma il cambio della guardia è stato notato, eccome!

Aspettiamo ora con pazienza i risultati delle elezioni in settembre in Germania ed in ottobre in Austria, che non dovrebbero generare grossolani rimescolamenti, tranne che, forse, nelle alleanze.

Siamo solo agli inizi: serviranno altri due anni di tempo per arrivare alle elezioni europee. Ed in questo lasso di tempo il duo Macron – Merkel si darà ben da fare per conquistarsi una salda egemonia.


La Stampa. 2017-07-30. Torino-Lione, Macron blocca per un anno 7,5 miliardi di finanziamenti

“Pausa di riflessione” sui cantieri francesi. Obiettivo: usare tratte esistenti per risparmiare.

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Non solo Libia e Fincantieri/Stx. Con l’arrivo di Emmanuel Macron all’Eliseo, anche il dossier Torino-Lione è motivo di timori e potenziali attriti tra Italia e Francia. Anche se lo stop dei cantieri già avviati non è in discussione, la pausa di riflessione sulle grandi opere annunciata dalla ministra dei Trasporti, Elisabeth Borne, rischia di paralizzare per un quasi un anno l’avvio di nuovi cantieri e l’attribuzione di appalti sulla tratta francese. Bisognerà attendere la nuova legge programmatica sulle infrastrutture entro la fine del primo semestre 2018.  

I ruoli si sono invertiti: finora era l’Italia a essere considerata l’anello debole, per via dei conti traballanti e dei movimenti che da vent’anni contestano l’alta velocità. Ora è la nuova Francia macronista a voler riflettere sul da farsi. Ricalcolare le spese anche per evitare di avviare opere che non è in grado di finanziare. E adesso è l’Italia (e con lei l’Europa) a chiedere spiegazioni, garanzie e rassicurazioni. 

«Non possiamo promettere aeroporti e linee ad alta velocità alla Francia intera – recita un tweet pubblicato a metà luglio dal presidente – La legge assocerà ad ogni progetto il suo finanziamento». Un po’ quel che mesi fa ha chiesto la Corte dei Conti francese, inchiodando l’Agenzia di finanziamento delle infrastrutture di trasporto (Afitf), accusata di avviare opere largamente insostenibili dal punto di vista economico. 

La Francia ha un piano di infrastrutture che vale tra 70 e 80 miliardi nei prossimi anni. Tre progetti sono di rilevanza internazionale: il Canal Seine-Nord, 4,5 miliardi per collegare il porto di Le Havre e il Benelux; il nuovo aeroporto di Parigi; e la Torino-Lione. Venerdì a Roma la ministra delle Infrastrutture Elisabeth Borne ha rassicurato il collega italiano Graziano Delrio: per la Torino-Lione i lavori proseguono e sono confermati gli «impegni internazionali». I lavori del tunnel di base non si fermano, anche perché l’Unione europea finanzia il 40% degli 8,3 miliardi necessari (all’Italia tocca pagare il 35%, alla Francia il 25). Entro gennaio la Francia si impegna a rivedere la tratta di sua competenza. E lo farà prendendo spunto dall’Italia che ha già avviato e concluso la ricognizione delle proprie infrastrutture. Il processo ha coinvolto anche la tratta italiana della Tav: il governo e la struttura tecnica guidata dal commissario Paolo Foietta hanno rivisto il progetto, deciso di sfruttare parte della linea già esistente, abbassando il costo da 4,3 a 1,9 miliardi. Lo stesso farà adesso la Francia, la cui tratta di Torino-Lione vale sulla carta 7,5 miliardi ma – eliminando alcuni tunnel previsti e sfruttando la tratta storica che devia verso Chambery – potrebbe passare a 3,5-4 miliardi. 

Il progetto non sembra dunque essere in discussione. Lo stesso Macron, in campagna elettorale, è stato categorico: «C’è un trattato internazionale, ci sono finanziamenti europei disponibili, ci sono gli operai che hanno incominciato a scavare. A questo punto non abbiamo più scelta: bisogna andare fino in fondo». Quel che verrà valutato, oltre al tracciato, sono le modalità di finanziamento. «Per ora vengono valutate su base annua – spiega Stéphane Guggino, delegato generale di Transalpine -. Entrare in una legge di finanziamento pluriannuale (come vuole fare Parigi entro il primo semestre 2018, ndr) permetterebbe di mettere in sicurezza il progetto sul lungo periodo». Anche a costo di perdere altro tempo, che tuttavia si pensa di compensare. Gli accordi internazionali fissano la fine dei lavori al 2030: un progetto low cost, che sfrutti in parte infrastrutture già esistenti, potrebbe accorciare i tempi di realizzazione. «Non è più un progetto, è un cantiere», spiega Guggino. «Un miliardo e mezzo è già stato speso, 20 chilometri di gallerie scavati e 400 persone lavorano sul lato francese del tunnel».