Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario

Popolare Bari. Ci accusarono di spargere fake news. Ma il buco supera i 3 mld.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-01-09.

2019-12-05__Banca Popolare Bari

Quando pubblicammo che erano state sospese le azioni e le obbligazioni della Banca Popolare di Bari fummo immediatamente accusati di voler spargere notizie false e tendenziose per turpi scopi elettorali.

Accuse che si moltiplicarono per numero  ed intensità quando dicemmo che il buco non era certo la manciata di milioni riportata dalla stampa dabbene.

Popolare di Bari. Sospese azioni ed obbligazioni.

Banca Popolare Bari. Commissariata ed il Governo litiga.

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«Il rapporto ispettivo del 2016 in cui si evidenziano “previsioni di perdita per 1,6 miliardi” e a cui non seguiranno azioni del Direttorio sugli Jacobini»

«Quel treno avviato in una folle corsa verso la distruzione, sotto la gestione “padronale” della famiglia Jacobini, andava fermato almeno 3 anni fa»

«A dirlo tra le righe è il rapporto degli stessi ispettori di Banca d’Italia che a giugno del 2016 si mettono a setacciare la banca con il preciso mandato di verificare il “governo e la gestione del credito”»

«Pezzi di quei verbali sono ora sotto l’occhio della Procura di Bari e alcuni stralci sono stati pubblicati ieri da Il Sole 24Ore»

«Il passaggio del verbale spiega che l’analisi di un campione di posizioni creditizie avrebbe fatto emergere “sofferenze per 1,9 miliardi, inadempienze probabili per 1,2 miliardi e previsioni di perdita per 1,6 miliardi”»

«Nel bilancio 2016 lo stesso anno dell’impietosa quantificazione del reale peso delle sofferenze, la Bari scrive che le sofferenze lorde sono poco più di 1,3 miliardi, le inadempienze attorno al miliardo per un totale di crediti deteriorati lordi a 2,6 miliardi»

«Una valanga che da sola vale il 25% dell’intero portafoglio prestiti»

«Per gli ispettori infatti i crediti malati supererebbero i 3 miliardi»

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In primo luogo, emerge il problema della sorveglianza che la Banca di Italia avrebbe dovuto fare e dei poteri costrittivi che le sono stati concessi. Se è del tutto comprensibile che la banca centrale si muova con grande prudenza, sarebbe altresì auspicabile che questa di erga a tutela dei clienti onesti della banca messa sotto indagini. In caso contrario, il suo operato a nulla servirebbe.

In secondo luogo, esiste ed è concreto il problema della magistratura, che sarebbe dovuta intervenire già nel 2016. Poi, quando è in ballo una certa quale parte politica, la magistratura agisce ad una velocità di gran lunga superiore a quella della luce: ma quando ad essere coinvolta è un’altra parte la velocità si riduce vicino lo zero.

In terzo luogo, si resta davvero perplessi che, in un’epoca ove la contabilità è tutta informatizzata, sia quasi impossibile ottenere in tempo reale una ragionevole chiusura dei conti. Stiamo assistendo ad un minuetto di cifre anche molto differenti, che molto difficilmente sono state pubblicizzate a caso.

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Popbari, buco da 1,6 miliardi già nel 2016. Ma Visco è stato a guardare

Il rapporto ispettivo del 2016 in cui si evidenziano “previsioni di perdita per 1,6 miliardi” e a cui non seguiranno azioni del Direttorio sugli Jacobini

Quel treno avviato in una folle corsa verso la distruzione, sotto la gestione “padronale” della famiglia Jacobini, andava fermato almeno 3 anni fa. E invece sulla Popolare di Bari si è traccheggiato. Ci si è affidati alla buona sorte, come se qualche magia potesse arrestare un dissesto conclamato già nel 2016. A dirlo tra le righe è il rapporto degli stessi ispettori di Banca d’Italia che a giugno del 2016 si mettono a setacciare la banca con il preciso mandato di verificare il “governo e la gestione del credito”. Devono cioè capire se e come la banca stima e classifica i prestiti tra quelli in bonis e quelli in sofferenza che si tramuteranno in perdite per l’istituto. Quel verbale ispettivo chiuso a novembre del 2016 era ovviamente all’attenzione del Direttorio di Banca d’Italia, ma non ha sortito effetti sostanziali. Pezzi di quei verbali sono ora sotto l’occhio della Procura di Bari e alcuni stralci sono stati pubblicati ieri da Il Sole 24Ore.

IL J’ACCUSE SUL BUCO NASCOSTO DELLA BARI

Ebbene c’è un passaggio che oggi suona inquietante con il senno di poi e la dice lunga sull’inazione dei vertici di palazzo Koch. Il passaggio del verbale spiega che l’analisi di un campione di posizioni creditizie avrebbe fatto emergere “sofferenze per 1,9 miliardi, inadempienze probabili per 1,2 miliardi e previsioni di perdita per 1,6 miliardi”. E il rapporto prosegue: “Non sono stati sviluppati strumenti e metodologie per indirizzare l’erogazione del credito secondo criteri di redditività corretti per il rischio”. Affermazioni molto gravi che avrebbero dovuto lanciare più di un’allerta sulla gestione disinvolta del credito da parte dei vertici della Bari. E invece nulla accade. Nel bilancio 2016 lo stesso anno dell’impietosa quantificazione del reale peso delle sofferenze, la Bari scrive che le sofferenze lorde sono poco più di 1,3 miliardi, le inadempienze attorno al miliardo per un totale di crediti deteriorati lordi a 2,6 miliardi. Una valanga che da sola vale il 25% dell’intero portafoglio prestiti. In realtà secondo gli ispettori di Bankitalia sottostimati di almeno mezzo miliardo. Per gli ispettori infatti i crediti malati supererebbero i 3 miliardi. Ma il dato choc è nella previsione che formulano i detective di Visco.

SE AVESSE FATTO PULIZIA BARI SENZA PIU’ CAPITALE GIA 3 ANNI FA

Da quella montagna di crediti senza ritorno c’è da aspettarsi un buco futuro di 1,6 miliardi. Il che vorrebbe dire che la Bari di fatto non aveva più patrimonio. Il patrimonio netto in quel lontano 2016 è di 1 miliardo e il capitale di base quello vero che conta ai fini dei requisiti di Vigilanza supera a malapena gli 850 milioni. Se però la banca dovendo prima o poi svalutare almeno la metà di quei 3 miliardi ha in pancia perdite future per 1,6 miliardi ecco che la distruzione di tutto il patrimonio della banca pugliese è nell’ordine delle cose. Di fatto se la banca avesse fatto pulizia vera sarebbe fallita già tre anni fa. Difficile poterselo permettere però. Solo 2 anni prima Bari si era sacrificata nel salvataggio di Tercas. E un nuovo crac nel pieno della crisi dei crac bancari italiani doveva risultare intollerabile.

LA BEFFA DEGLI JACOBINI AI RILIEVI DI BANKITALIA

La beffa è che la banca si fa beffe della Vigilanza. Non solo fa spallucce rispetto alla sottostima delle sofferenze ma addirittura negli anni 2016 -2017 riduce ai minimi termini la svalutazione dei crediti malati. Nel 2016 le rettifiche sono solo di 81 milioni, noccioline rispetto alla mole di 1,55 miliardi di crediti malati netti. Nel 2017 pur con la zavorra di oltre 2,55 miliardi di prestiti malati lordi (sottostimati rispetto alle evidenze degli ispettori) le rettifiche sui crediti sono addirittura più basse, solo 66 milioni. Se questo vuol dire attenersi alle indicazioni della Vigilanza? Quasi uno schiaffo in faccia a Visco.

IL BALLETTO E LA MELINA

E poi ecco il balletto tutto formale. Arriva il rapporto con gli ammonimenti cui segue la solita melina. Con la banca che riceve il rapporto ispettivo, manda le sue controdeduzioni alla Vigilanza e poi spiega a bilancio che ha tenuto conto delle osservazioni e ha messo in campo le idonee misure per ottemperare alle richieste etc etc…. è la parte più surreale dell’intera vicenda.

I POTERI DI BANKITALIA

Già vista altre volte in tutti i casi di banche fallite. La Vigilanza ci racconta che è dal 2010 che tiene sotto stretta osservazione la banca pugliese. Il clou è quel rapporto ispettivo del 2016 che di fatto mostra come la situazione sia sull’orlo del baratro. E invece passeranno altri tre lunghi anni prima che giunga finalmente il defenestramento degli Jacobini. Con in più lo smacco dell’arrocco della famiglia che nei fatti fa spallucce ai rilievi di Bankitalia. La difesa dell’Authority è che non ha poteri di polizia giudiziaria.

Per quelli c’è la magistratura che infatti nelle sue indagini si avvale anche dei rapporti ispettivi della Vigilanza. Ma messo così l’assetto dei controlli sul sistema bancario fa acqua da tutte le parti. Prima che si intervenga a recidere il bubbone malato finisce che trascorrono anni rispetto a episodi conclamati di malagestio. E quando si interviene finisce che ormai è troppo tardi. Per i soci che a Bari dovranno mettere in conto perdite per 1,5 miliardi in valore azionario; per il sistema bancario che tramite il Fitd finisce per dover staccare assegni sempre più copiosi e per il contribuente che tramite il Tesoro deve metter quattrini per evitare il fallimento. Film troppe volte visto in Italia.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario, Fisco e Tasse

Italia. Famiglie. Ricchezza finanziaria a 4,218 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-01-07.

Rembrandt. Il Cambiavalute.

Per meglio comprendere i risultati forniti dal Rapporto Aipb-Censis sarebbe utile aver presente alcuni dati forniti dall’Istat.

Calcolo della soglia di povertà assoluta

«La soglia di povertà assoluta rappresenta il valore monetario, a prezzi correnti, del paniere di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza.

Una famiglia è assolutamente povera se sostiene una spesa mensile per consumi pari o inferiore a tale valore monetario.»

Si prenda in considerazione un nucleo familiare che viva al nord in un’area metropolitana.

Per un single di età tra i 18 ed i 59 anni la soglia è 834.66 euro, ossia 10,015.92 euro/anno.

Per una famiglia di due genitori ed un figlio la soglia è 1,404.06 euro, ossia 16,848.72 euro/anno.

Per una famiglia di due genitori e due figli la soglia è 1,668.35 euro, ossia 20,020.20 euro/anno.

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«Secondo il Rapporto Aipb-Censis, nella composizione del portafoglio delle attività finanziarie vince la voce contante e depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa»

«E il 35,3% investirebbe in infrastrutture.»

«Sono 500 mila le famiglie italiane che detengono patrimoni finanziari superiori a mezzo milione di euro (circa il 2,5% delle famiglie).»

«E ammonta a circa 850 miliardi di euro il portafoglio di risparmi per investimenti affidati al private banking»

«Molta la ricchezza ereditata dal passato, poca la nuova aggiunta di recente»

«Nella composizione del portafoglio delle attività finanziarie degli italiani vince la voce contante e depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa»

«Boom anche delle riserve assicurative, pari al 23,7% del portafoglio, con un aumento del 44,6% in dieci anni»

«Crollano invece titoli obbligazionari (pesano per il 6,9% del portafoglio, erano pari al 21% dieci anni fa) e azioni (-12,4% dal 2008)»

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Ancor più interessanti delle cifre sono le motivazioni.

«la ricchezza finanziaria complessiva delle famiglie …. ammontava a 4.218 miliardi di euro»

«Secondo il 76,8% degli italiani, contante, soldi tenuti fermi sui conti correnti bancari e investimenti finanziari non devono essere tassati»

«una predilezione per il contante: amatissimo strumento contro l’insicurezza»

«il 61,2% degli italiani non utilizzerebbe i propri risparmi per acquistare Bot, Btp o altri titoli del debito pubblico. È la fine dei «Bot people»»

«Ponte di Genova, Tav, grandi catastrofi naturali, traffico intasato, trasporti locali inefficienti rendono prioritari gli investimenti in infrastrutture. Per l’89,3% degli italiani si tratta di investimenti strategici»

«Se in Italia le infrastrutture si annunciano e poi non si portano a termine, per il 57,9% degli italiani ciò dipende dalla corruzione, per il 54,1% da regole eccessive e burocrazia lenta, per il 33,7% da controlli insufficienti sulle imprese che realizzano i lavori, per il 31,7% dalla politica che cambia idea sulle opere da realizzare»

«Se l’economia reale vuole attirare risparmio deve rendersi allettante, e non per effetto di una tassazione aggiuntiva sulla liquidità»

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Vi sarebbero davvero molte considerazione da trarne.

– 500,000 euro sono una gran bella cifra, sia ben chiaro, ma ad oggi non rende in termini medi più di 10,000 euro all’anno, cifra ben al di sotto della più severa soglia di povertà. Chi li detenesse, non potrebbe certo vivere di rendita.

– Anche con l’ultima manovra finanziaria, peraltro bocciata dall’Unione Europea, il Governo si è accanito contro la classe produttiva e contro la detenzione di liquidità. Il tutto per ricavarne una manciata di miliardi.

– Nel contempo, gli italiani dispongono di 4,2018 miliardi di euro tenuti lì, alla belle meglio in ragione dei tempi, che si riverserebbero come investimenti produttivi se solo il Governo eliminasse la corruzione che è al suo interno, le regole eccessive e la burocrazia lenta, e facesse controlli degni di tal nome.

– Gli italiani non sono più disponibili a comprare titoli di stato: che il Governo si cerchi altrove gli acquirenti.

Ma questo è un concetto che né PD né M5S riuscirebbero mai a comprendere. Le ideologie offuscano le menti.

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Risparmio, non si ferma la corsa alla liquidità degli italiani

Secondo il Rapporto Aipb-Censis, nella composizione del portafoglio delle attività finanziarie vince la voce contante e depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa. E il 35,3% investirebbe in infrastrutture.

Sono 500 mila le famiglie italiane che detengono patrimoni finanziari superiori a mezzo milione di euro (circa il 2,5% delle famiglie). E ammonta a circa 850 miliardi di euro il portafoglio di risparmi per investimenti affidati al private banking.
Come rileva il 2° Rapporto Aipb-Censis «Gli italiani e la ricchezza. Affidarsi al futuro, ripartire dalle infrastrutture», realizzato dal Censis per Aipb (Associazione Italiana Private Banking) e presentato oggi a Roma, non si ferma la corsa alla liquidità degli italiani, anche se la ricchezza finanziaria complessiva delle famiglie non è ancora tornata ai livelli pre-crisi. Alla fine del 2018 ammontava a 4.218 miliardi di euro: -0,4% in termini reali rispetto al 2008. Molta la ricchezza ereditata dal passato, poca la nuova aggiunta di recente.

Nella composizione del portafoglio delle attività finanziarie degli italiani vince la voce contante e depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa. Boom anche delle riserve assicurative, pari al 23,7% del portafoglio, con un aumento del 44,6% in dieci anni. Crollano invece titoli obbligazionari (pesano per il 6,9% del portafoglio, erano pari al 21% dieci anni fa) e azioni (-12,4% dal 2008).

Secondo il 76,8% degli italiani, contante, soldi tenuti fermi sui conti correnti bancari e investimenti finanziari non devono essere tassati in misura maggiore delle risorse che invece vengono investite nell’economia reale. Le idee degli italiani sul risparmio prevedono una difesa intransigente della libertà di scelta del risparmiatore e ancora una predilezione per il contante: amatissimo strumento contro l’insicurezza. Tra i risparmiatori vince poi una crescente diffidenza verso lo Stato: il 61,2% degli italiani non utilizzerebbe i propri risparmi per acquistare Bot, Btp o altri titoli del debito pubblico. È la fine dei «Bot people».

Ponte di Genova, Tav, grandi catastrofi naturali, traffico intasato, trasporti locali inefficienti rendono prioritari gli investimenti in infrastrutture. Per l’89,3% degli italiani si tratta di investimenti strategici. Per il 50,7% bisogna investire nella messa in sicurezza del territorio contro frane, inondazioni e terremoti, per il 39,3% nelle energie alternative, per il 33,2% nella ristrutturazione di monumenti, chiese, opere d’arte, siti archeologici, per il 22,5% nelle ferrovie e nei treni locali, per il 22% in collegamenti stradali e ferroviari tra il Tirreno e l’Adriatico, per il 20,8% nella connessione internet veloce ovunque e per il 20% nei trasporti pubblici delle grandi città. Se in Italia le infrastrutture si annunciano e poi non si portano a termine, per il 57,9% degli italiani ciò dipende dalla corruzione, per il 54,1% da regole eccessive e burocrazia lenta, per il 33,7% da controlli insufficienti sulle imprese che realizzano i lavori, per il 31,7% dalla politica che cambia idea sulle opere da realizzare. Proprio le ragioni che bloccano o rallentano i cantieri dissuadono gli italiani dall’obiettivo di investire i propri soldi negli strumenti di finanziamento delle infrastrutture. Anche tra i clienti del private banking il 56,7% opta per altri investimenti dai rendimenti più sicuri e il 55,7% teme ritardi o blocchi delle opere. Nonostante tutto ciò, il 35,3% investirebbe in infrastrutture.

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Per gli italiani prima di tutto contante e depositi bancari. Fine dei ‘Bot people’

Non si ferma la corsa alla liquidità per gli italiani, nonostante il governo sia alle prese proprio in questo periodo con la lotta contro il cash. Questo uno dei punti salienti che emerge dal secondo Rapporto Aipb-Censis «Gli italiani e la ricchezza. Affidarsi al futuro, ripartire dalle infrastrutture», realizzato dal Censis per Aipb (Associazione Italiana Private Banking), presentato oggi a Roma da Giorgio De Rita, segretario generale del Censis.

Vince la voce contante e depositi bancari, italiani lontani da obbligazioni e azioni

Quando si parla di italiani e risparmi una prima considerazione da fare è che molta la ricchezza ereditata dal passato, poca la nuova aggiunta di recente. A conti fatti, alla fine del 2018 la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane ammontava a 4.218 miliardi di euro: -0,4% in termini reali rispetto al 2008. Guardando poi nel dettaglio alla composizione del portafoglio delle attività finanziarie degli italiani vince la voce contante e depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa. Gettonate anche le riserve assicurative, pari al 23,7% del portafoglio, con un aumento del 44,6% in dieci anni. Un approccio completamente diverso quando si parla di titoli obbligazionari (pesano per il 6,9% del portafoglio, erano pari al 21% dieci anni fa) e azioni (-12,4% dal 2008). In questo quadro, sono 500.000 le famiglie italiane che detengono patrimoni finanziari superiori a mezzo milione di euro (circa il 2,5% delle famiglie). E ammonta a circa 850 miliardi di euro il portafoglio di risparmi per investimenti affidati al private banking.

E’ la fine dei ‘Bot people’

Secondo il 76,8% degli italiani, contante, soldi tenuti fermi sui conti correnti bancari e investimenti finanziari non devono essere tassati in misura maggiore delle risorse che invece vengono investite nell’economia reale. Il rapporto firmato da Aipb e Censis mette inoltre in luce che le idee degli italiani sul risparmio prevedono una difesa intransigente della libertà di scelta del risparmiatore e ancora una predilezione per il contante: amatissimo strumento contro l’insicurezza. Se l’economia reale vuole attirare risparmio deve rendersi allettante, e non per effetto di una tassazione aggiuntiva sulla liquidità.

C’è poi un’altra questione che si fa largo tra i risparmiatori: ovvero una crescente diffidenza verso lo Stato che si traduce in una percentuale pari al 61,2% di italiani che non utilizzerebbe i propri risparmi per acquistare Bot, Btp o altri titoli del debito pubblico. È la fine dei «Bot people», quando il risparmio privato alimentava una esplosiva spesa pubblica, che a sua volta foraggiava redditi privati e un sistema di welfare pubblico molto generoso

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario, Unione Europea

Riksbank Sweden Central Bank abbandona i tassi di interesse negativi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-23.

201912-23__Svezia 001

Reduci dalla débâcle di Cop25, cui si è immediatamente accodata quella della bocciatura del bilancio settennale da loro presentato, i liberal socialisti sono obbligati adesso ad accettare un altro colpo letale alla ideologia da essi professata.

Con questo sobrio annuncio la Riksbank Sweden Central Bank annuncia la fine dell’era dei tassi di interesse negativi:

Riksbank warns of rising financial stability risks in Sweden

«Sveriges Riksbank warns financial stability risks in Sweden have increased since the spring due to higher risk-taking, driven by lower-for-longer interest rates. In its financial stability report, the Swedish central bank stresses “the slowdown in the global economy has contributed to expectations of continued very low interest rates in the years ahead”. In the face of ever lower returns, market participants may be encouraged to adopt riskier investment strategies. ….»

«Sweden’s central bank is this month expected to swim against the tide of global monetary policy by raising interest rates even as the Scandinavian country’s economy softens»

«In 2009, the Riksbank, the world’s oldest central bank, became the first to charge commercial banks to hold deposits rather than pay them interest »

«A manufacturing sentiment survey published on Monday showed the lowest activity reading since 2012, the latest in a series of gloomy economic data. Growth in the third quarter was weaker than the Riksbank expected, according to figures released on Friday, which showed the economy grew 0.3 per cent compared with the previous quarter and 1.6 per cent year on year»

«Growth in both the first and second quarters was revised downwards»

«The labour market is starting to cool. It’s not a crisis but we can see a cooling off in the economy»

«Despite this, the Riksbank is set to end its experiment with negative interest rates at its pre-Christmas meeting»

«It signalled the change in late October when the world’s oldest central bank warned that a prolonged period of sub-zero rates could lead to unspecified “negative effects”, and forecast a rise from minus 0.25 per cent to zero on December 19»

«Other major central banks — notably the Bank of Japan and the European Central Bank — are persisting with unprecedentedly loose monetary policy despite growing criticism about the side effects, such as penalising prudent savers, supporting zombie companies that would otherwise collapse, damaging banks’ balance sheets and inflating bubbles in property markets»

«As low interest rates for extended periods create financial vulnerabilities, I would rather see a slightly higher policy rate than a lower one »

«Negative rates can have some weird effects …. pointing to declining bank profitability, difficulties for pension funds and savers, as well as increased risk appetite»

«The Riksbank said the decision on the repo rate will apply from 8 January 2020»

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Come era da aspettarsi, tutti gli economisti gli stipendi dei quali dipendono dal mantenere i tassi di interesse negativi sono insorti adducendo tutte le possibili scuse: corrispondere tassi attivi potrebbe portare a disastri cosmici, aumentare l’inquinamento, far venire la pellagra e, sicuramente, anche impotenza e piedi piatti.

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Da che mondo è mondo chi imprestasse denaro vorrebbe avere due certezze:

– essere rifuso allo scadere del prestito;

– percepire nel tempo di vita del prestito di un interesse ragionevole ed allineato al libero mercato.

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I tassi negativi sono stati una gran bella pensata dei liberal.

Il cliente paga per lasciare liquidità in deposito.

E siccome nessuno è così folle da perseguire un’azione del genere, gli stati emettono leggi che obbligano la gente a far ciò, pena severe sentenze.

Così operando gli stati hanno avuto un lungo lasso di tempo per emettere titoli di stato a tassi negativi, con un certo quale sollievo dell’erario. I governi avrebbero dovuto utilizzare codesto tempo per mettere in opera riforme strutturali, cosa che non fecero: il debito è come la droga.

Ma ogni azione ha sempre degli effetti collaterali, che in questo caso la Riksbank pudicamente denomina “negative effects”.

Le banche vivono imprestando il denaro raccolto riscuotendone quindi gli interessi: se si obbligano i clienti a pagare per mantenere denaro liquido in conto corrente e le banche a concedere prestiti ad interessi negativi il sistema bancario e finanziario dapprima si bloccano e quindi falliscono.

Questo è quanto sta accadendo nell’Unione Europea.

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La Riksbank è la prima banca centrale a ribellarsi a questa situazione contro natura.

Adesso l’equilibrio è rotto. L’attesa è quella di un transitorio tumultuoso. Molto turbolento.

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Sweden backs away from negative rates despite softening economy

Sweden’s central bank is this month expected to swim against the tide of global monetary policy by raising interest rates even as the Scandinavian country’s economy softens. A manufacturing sentiment survey published on Monday showed the lowest activity reading since 2012, the latest in a series of gloomy economic data. Growth in the third quarter was weaker than the Riksbank expected, according to figures released on Friday, which showed the economy grew 0.3 per cent compared with the previous quarter and 1.6 per cent year on year. Growth in both the first and second quarters was revised downwards. “It’s bad timing to hike rates now,” said Christina Nyman, former deputy head of the Riksbank’s monetary policy department and now chief economist at lender Handelsbanken. “The labour market is starting to cool. It’s not a crisis but we can see a cooling off in the economy.” Despite this, the Riksbank is set to end its experiment with negative interest rates at its pre-Christmas meeting. It signalled the change in late October when the world’s oldest central bank warned that a prolonged period of sub-zero rates could lead to unspecified “negative effects”, and forecast a rise from minus 0.25 per cent to zero on December 19. Other major central banks — notably the Bank of Japan and the European Central Bank — are persisting with unprecedentedly loose monetary policy despite growing criticism about the side effects, such as penalising prudent savers, supporting zombie companies that would otherwise collapse, damaging banks’ balance sheets and inflating bubbles in property markets.

Sweden’s rising house prices were flagged as a potential financial risk by the ECB in a recent report — Swedish household indebtedness is one of the highest in Europe at 180 per cent of household income, having risen from 120 per cent in the past 20 years. The Riksbank said in October that if negative rates became the norm “the behaviour of agents may change and negative effects may arise”. Deputy governor Cecilia Skingsley said: “As low interest rates for extended periods create financial vulnerabilities, I would rather see a slightly higher policy rate than a lower one.” But the minutes from the central bank’s October meeting showed that several members stressed they saw no “intrinsic value” in moving away from negative rates. Some Swedish business leaders and economists also oppose the impending policy U-turn, arguing that the economy needs more help, not less. Sweden is a small, open economy, heavily exposed to the recent weakness in the eurozone economy through manufacturing exports. The unemployment rate has been steadily increasing for much of the past 18 months, while inflation has dropped from an annual expansion in prices of 2.2 per cent in May to 1.6 per cent in October.

All this has led many economists and analysts to question the Riksbank’s justification for raising rates, especially when its counterparts at the ECB and US Federal Reserve are cutting. “It’s too late,” said Sanna Arnfjorden Wadstrom, who runs her own business in central Sweden and is also head of the Swedish industry association, Sinf. “It’s strange they are raising rates now. They have locked themselves in.” The Riksbank moved its main repo rate below zero for the first time in early 2015 as it struggled to get inflation anywhere near its 2 per cent target. Sweden’s economy expanded by 4.4 per cent that year and remained strong for the next two years as inflation gradually ticked up, leading some economists to question why the Riksbank failed to normalise monetary policy then, rather than waiting until now when signs of weakening are proliferating. “In the back of their minds, they know they could have raised interest rates earlier. But they’ve backed themselves into a corner,” said David Oxley, senior Europe economist at Capital Economics in London.

Several economists said they failed to see a strong justification for the move back to zero — where the Riksbank forecasts rates will stay for several years to come — with some wondering if it is simple unease at the prospect of a lengthy period at negative levels. Ms Nyman said: “It’s not clear why they want to hike.” Mr Oxley argued that the concerns about the consequences of negative rates for other economies failed to ring true in Sweden. “Negative rates can have some weird effects,” he acknowledged, pointing to declining bank profitability, difficulties for pension funds and savers, as well as increased risk appetite. But, he added, “none of those effects seem to be very large in Sweden”. Instead, he claimed, the likely rate rise suggested that the Riksbank was at the limits of what monetary policy can achieve; the bank already owns close to half of Sweden’s government bond market through its programme of quantitative easing. “They are the first monetary authority to throw the towel in and admit they’re pretty much out of ammunition and what ammunition they have, they don’t want to use,” he added.

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A Pioneer of Negative Rates Pauses the Experiment

Sweden’s central bank, the first to apply negative rates on deposits, moves key rate back up to zero

«Sweden’s central bank, one of the pioneers in wielding negative interest rates, became the first to end that policy Thursday, a move closely watched by other institutions that have resorted to what was supposed to be a radical and short-lived measure. 

In 2009, the Riksbank, the world’s oldest central bank, became the first to charge commercial banks to hold deposits rather than pay them interest. In 2015, it lowered its key policy rate below zero, following a similar move by the European Central Bank the year before.»

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Swedish central bank ends pioneering era of subzero rates

Sweden’s central bank has ended a five-year experiment of keeping its benchmark interest rate below zero, a policy that other countries have also adopted to try to improve economic growth.

The country’s central bank, called the Riksbank, said Thursday it had decided to raise its benchmark interest rate to zero from -0.25%, where it had been cut in 2015, amid signs that inflation has been picking up.

The bank said inflation has been close to its official target of 2% since the start of 2017, and assessed “the conditions are good for inflation to remain close to the target going forward.”

The bank said the rate was “expected to remain at 0% in the coming years.” The repo rate is the rate at which commercial banks can borrow or deposit money at the Swedish central bank.

The Riksbank set a world first in the summer of 2009, when it cut another key interest rate, its deposit rate, below zero. It then lowered the repo rate below zero in 2015.

Other central banks, including the European Central Bank and the Bank of Japan, have also cut rates below zero.

The use of negative rates has drawn global scrutiny as critics warn they can distort financial markets, potentially sowing the seeds of another financial crisis. Low rates, which help make borrowing cheaper and can stimulate the economy, also make it harder to save, which can mean people will have to work longer to build up enough retirement money.

The Riksbank said the decision on the repo rate will apply from 8 January 2020.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario

Banche Italiane. Crack ‘Banca base’. Arresti ed indagati.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-20.

Caravaggio. Bari.

«Operazione della guardia di finanza: il presidente del Cda e il direttore generale della banca, Piero Bottino, di 63 anni, e Gaetano Sannolo, di 47, sono stati arrestati»

«Il fallimento della banca sviluppo economico di Catania (Banca Base) dichiarato dal tribunale civile di Catania nel mese di dicembre del 2018 (confermato in appello nell’aprile 2019) fu pilotato»

«Il presidente del Cda e il direttore generale della banca, Piero Bottino, di 63 anni, e Gaetano Sannolo, di 47, sono stati arrestati, e posti ai domiciliari, da militari della guardia di finanza di Catania e del nucleo speciale di polizia valutaria nell’ambito dell’inchiesta sul crack dell’istituto di credito, in concorso con altre 18 persone»

«Ipotizzate dal nucleo dai finanzieri del comando provinciale della guardia di finanza di Catania e del nucleo speciale di polizia valutaria reati che vanno dalla bancarotta fraudolenta, al falso in prospetto, all’ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza e all’aggiotaggio. I finanzieri stanno procedendo alla notifica a 18 indagati dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari»

«L’operazione delle Fiamme Gialle, convenzionalmente nota come “Fake Bank”, ha consentito di tracciare la perpetrazione ripetuta di illecite condotte operate dalla governance della “fallita” banca etnea consistenti in operazioni finanziarie anti-economiche e dissipative del patrimonio societario in dispregio dei vincoli imposti dall’Autorità di Vigilanza. Dopo il fallimento banca Base fu assorbita dalla Banca di credito popolare di Ragusa»

*

Ma come al solito, dietro ad un fallimento si indovano mille validi motivi, evidentemente ‘sfuggiti’ ai vigili occhi dei controllori di Banca di Italia.

«L’operazione delle Fiamme Gialle, convenzionalmente nota come ‘Fake Bank’, “ha consentito di tracciare la perpetrazione ripetuta di illecite condotte operate dalla governance della ‘fallita’ banca etnea consistenti in operazioni finanziarie anti-economiche e dissipative del patrimonio societario, in dispregio dei vincoli imposti dall’Autorità di Vigilanza”.»


Base chiama Etruria. Il ruolo dell’ex direttore generale, Gaetano Sannolo

«Va avanti l’inchiesta della polizia economico-finanziaria. Analogie e collegamenti fra il crac del piccolo istituto etneo e le vicende legate al cerchio magico renziano Il caso dei crediti ipotecari ceduti a terzi con pagamento al 2020»

«Inizialmente, l’indagine del nucleo di polizia economico-finanziaria di Catania, coordinata dal sostituto procuratore Fabio Regolo, sul crac di Banca Sviluppo economico (Banca Base) sembrava essere l’ennesimo episodio di un micro istituto di provincia schiacciato da un sistema troppo competitivo per le piccole realtà locali, quelle per anni nel mirino di Matteo Renzi, che da premier ha…;»


Banca Commissariata. Significato.

«Il 22 luglio 1886, nasceva la Banca Cooperativa di Cividale, con l’obiettivo di sostenere l’attività economica cividalese come veicolo di crescita sociale. Oggi, 22 luglio 2019, un’altra importante pagina della nostra storia viene scritta»

«A Federico Ghizzoni la Boschi propone di acquistare Banca Etruria. Febbraio 2015: la banca dei Boschi viene commissariata. Novembre 2015: arriva il bagno di sangue con il decreto che azzera i risparmi di piccoli azionisti e obbligazionisti di quattro banche, tra cui proprio Banca Etruria»

«Decine di migliaia di persone lasciate sul lastrico»

«Banca Etruria: sono state aperte tre inchieste. Intanto parla Stefania Agresti, la madre del ministro Maria Elena Boschi, che difende l’operato del marito. Banca Etruria era una banca morta molto prima del commissariamento, eppure si continuava a spendere fino a 15 milioni di euro l’anno in consulenze esterne»

* * * * * * *

Sorgono spontanee molte domande.

– Quali erano i rapporti reciproci tra Banca Etruria e Banca Base?

– Chi erano i burattinai?

– Possibile che Banca di Italia nel corso dei suoi periodici controlli non abbia mai subodorato proprio nulla?

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Crack ‘Banca Base’, due arresti e 18 indagati

Arresti nell’inchiesta sul crack della ‘Banca Sviluppo Economico s.p.a.’ (‘Banca Base’). I Finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Catania e del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria stanno eseguendo un’ordinanza di misure cautelari emessa dal Gip del Tribunale etneo nei confronti di 2 persone (arresti domiciliari per il presidente del Cda e il direttore generale) indagate, in concorso, con altre 18 per bancarotta fraudolenta, falso in prospetto, ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza e aggiotaggio per fatti attinenti allo stato d’insolvenza dichiarato dal Tribunale civile di Catania nel dicembre 2018 e confermato in appello nell’aprile 2019.

Militari delle Fiamme Gialle stanno notificando l’avviso di conclusione indagini nei confronti dei 18 indagati emesso dalla Procura distrettuale. L’operazione delle Fiamme Gialle, convenzionalmente nota come ‘Fake Bank’, “ha consentito di tracciare la perpetrazione ripetuta di illecite condotte operate dalla governance della ‘fallita’ banca etnea consistenti in operazioni finanziarie anti-economiche e dissipative del patrimonio societario, in dispregio dei vincoli imposti dall’Autorità di Vigilanza”.

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Fallimento Banca Base di Catania: arrestato l’ex presidente, diciotto indagati

Operazione della guardia di finanza: il presidente del Cda e il direttore generale della banca, Piero Bottino, di 63 anni, e Gaetano Sannolo, di 47, sono stati arrestati.

CATANIA – Il fallimento della banca sviluppo economico di Catania (Banca Base) dichiarato dal tribunale civile di Catania nel mese di dicembre del 2018 (confermato in appello nell’aprile 2019) fu pilotato. Il presidente del Cda e il direttore generale della banca, Piero Bottino, di 63 anni, e Gaetano Sannolo, di 47, sono stati arrestati, e posti ai domiciliari, da militari della guardia di finanza di Catania e del nucleo speciale di polizia valutaria nell’ambito dell’inchiesta sul crack dell’istituto di credito, in concorso con altre 18 persone. Ipotizzate dal nucleo dai finanzieri del comando provinciale della guardia di finanza di Catania e del nucleo speciale di polizia valutaria reati che vanno dalla bancarotta fraudolenta, al falso in prospetto, all’ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza e all’aggiotaggio. I finanzieri stanno procedendo alla notifica a 18 indagati dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari.

L’operazione delle Fiamme Gialle, convenzionalmente nota come “Fake Bank”, ha consentito di tracciare la perpetrazione ripetuta di illecite condotte operate dalla governance della “fallita” banca etnea consistenti in operazioni finanziarie anti-economiche e dissipative del patrimonio societario in dispregio dei vincoli imposti dall’Autorità di Vigilanza. Dopo il fallimento banca Base fu assorbita dalla Banca di credito popolare di Ragusa.

Nell’inchiesta sul crack di Banca Base, si aggiunse mesi fa un particolare tassello ritenuto dagli investigatori di importanza rilevante: riguardava il sequestro delle e-mail dell’ex presidente dell’istituto di credito, e dell’ex presidente del collegio sindacale. La corrispondenza tra questi ultimi, che entrambi si erano affrettati a cancellare dai propri computer, è stata recuperata sui server del provider. Sono stati il Nucleo speciale di polizia valutaria di Roma e il Nucleo speciale di polizia giudiziaria frodi tecnologiche della Guardia di Finanza di Roma a presentarsi presso il provider Tiscali per provvedere al sequestro di tutto il contenuto delle caselle di posta elettronica. 

La stranezza dell’esistenza di queste due caselle di posta è saltata subito all’occhio degli investigatori sia perché ne era stato cancellato il contenuto, sia perché non era chiaro come mai i due, pur potendo utilizzare le proprie e-mail istituzionali bancarie (cosa logica e doverosa trattandosi di soggetti diametralmente opposti all’interno del sistema bancario), avevano preferito comunicare attraverso due caselle postali private, tra l’altro create quasi in contemporanea.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario

Confindustria. A marzo rinnova la dirigenza. Mattioli ed Orsini i favoriti.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-19.

Animali_che_Ridono__007_Gufo

Il 23 marzo inizieranno le tornate di voto per stabilire i nuovi vertici di Confindustria.

Al momento sarebbe favorito il ticket Mattioli – Orsini.

Volutamente, non desideriamo entrare nel merito della faccenda, ma nessuno potrebbe incolparci se alleghiamo alcuni simpatici articoli, scritti in momenti non sospetti, che dipingono i personaggi per quello che sono.

Vi si leggeranno nomi noti.

Non si sottovaluti il potere reale e concreto di Confindustria, grande argentiere dei partiti politici nostrani.

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Confindustria, è tempo di ticket. Il patto fra Mattioli e Orsini.

Per la corsa alla presidenza della Confindustria iniziano a formarsi i ticket. Mentre i quattro candidati alla successione a Vincenzo Boccia, Giuseppe Pasini, Carlo Bonomi, Licia Mattioli ed Emanuele Orsini, sono alle prese con la costruzione del consenso in vista della conta dei saggi che a fine gennaio ufficializzeranno quanti saranno ammessi alla volata finale, secondo quanto risulta ad Affaritaliani.it la torinese Mattioli e il modenese Orsini hanno trovato un’intesa, “un patto fra gentiluomini” lo definisce una fonte interna a Viale dell’Astronomia, per sostenersi a vicenda in vista dell’ultimo miglio che si concluderà con il voto del Consiglio generale del 23 marzo.

Il momento in cui l’intesa diventerà operativa sarà poco prima della designazione di marzo, quando sarà più chiaro il numero dei voti reali su cui ognuno potrà contare per risultare vincitore ottenere la maggioranza delle preferenze dei 183 grandi elettori di Confindustria.

In base all’accordo, quello che risulterà godere di meno consenso, metterà a servizio dell’altro il proprio pacchetto di voti per puntellarne la forza nella sfida con gli altri candidati in Sala Pininfarina. Uno scambio che porterà poi il secondo a ottenere una vicepresidenza. Con molta probabilità di peso.

Secondo quanto risulta, Mattioli e Orsini hanno provato a coinvolgere nel patto anche il bresciano Giuseppe Pasini che però ha declinato l’offerta.

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Compagnia San Paolo.

«La Compagnia di San Paolo è attualmente una fondazione di origine bancaria, nonché una delle più antiche e maggiori fondazioni private in Europa. ….

La sua storia ha inizio nel 1563 come una congregazione laica per la difesa della fede, ma diventò presto uno dei principali centri dell’attività filantropica a Torino. ….

La Compagnia ha sostanzialmente contribuito alla creazione dell’omonimo istituto bancario fondato nel 1932.  ….

Il patrimonio complessivo detenuto dalla Compagnia di San Paolo ammonta a 7,3 miliardi di Euro. ….

Gestione 2016-2020

Presidente: Francesco Profumo

Vice Presidente Licia Mattioli

Segretario Generale: Alberto Anfossi

Comitato di Gestione: Licia Mattioli, Alessandro Commito, Anna Maria Poggi, Roberto Timossi

Collegio dei Revisori: Mario Matteo Busso, Ernesto Carrera, Margherita Spaini; supplenti: Umberto Bocchino, Stefano Rigon

Consiglio Generale: Dario Arrigotti, Alessandro Barberis, Walter Barberis, Giovanni Calvini, Valeria Cappellato, Fabrizio Cellino, Alberto Conte, Daniela Del Boca, Andrea Di Porto, Franca Fagioli, Vincenzo Ferrone, Sandro Giuliani, Barbara Graffino, Andrea Rivellini, Pietro Rossi, Daniele Vaccarino, Francesca Vallarino Gancia.»

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Licia Mattioli dall’Unione Industriale, alla vicepresidenza della Compagnia di San Paolo.

«Il valzer dei nomi relativo alla composizione della squadra destinata a rinnovare quasi tutto il consiglio di amministrazione della Fondazione Compagnia di San Paolo è terminato: adesso la battaglia verte sull’ambita nomina del vicepresidente dell’ente che è il primo azionista della banca Intesa Sanpaolo: la poltrona potrebbe essere occupata da Licia Mattioli, presidente uscente dell’Unione Industriale di Torino che è stata designata da Vincenzo Ilotte, imprenditore e presidente della Camera di Commercio di Torino.

Una candidatura che, pare, sia stata fortemente voluta e appoggiata dal sindaco di Torino Piero Fassino, a discapito di Alessandro Barberis, ex presidente della Camera di Commercio di Torino e con alle spalle un prestigioso passato manageriale prima in Fiat, Magneti Marelli e in Piaggio. Licia Mattioli affiancherà il presidente della Compagnia San Paolo Francesco Profumo, ex ministro, ex presidente di Iren ed ex rettore dell’Università di Torino.

La Mattioli è uno dei nuovi nomi, di esperienza e capacità comprovate che dovrà dare nuovo slancio alle molteplici attività della Fondazione che dovrà rappresentare nel suo seno, tutte le realtà socioeconomiche torinesi e piemontesi.»

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Intesa Sanpaolo, Gros- Pietro si prepara al terzo mandato

Un piccolo disguido tecnico illumina come un lampo la contesa per la presidenza della prima banca italiana. Venerdì pomeriggio Intesa Sanpaolo ha pubblicato sul sito l’autovalutazione del cda che scade il 30 aprile. Un documento che in 19 pagine tracciava un bilancio alquanto positivo del primo triennio di governo ” monistico” ( cda unico che integra le funzioni di controllo) all’americana, e indicato i requisiti ideali dei futuri 19 consiglieri.

Tutto liscio, e all’insegna della più grande continuità auspicata «per almeno due terzi» dei membri in carica. Senonché, in serata, sul sito dell’istituto è comparsa la versione definitiva del testo, approvato martedì scorso dal cda. Identica ad eccezione di tre righe sul ruolo del presidente: che nel testo bis «dovrebbe auspicabilmente garantire il buon funzionamento del consiglio, favorendo la dialettica interna e assicurando il bilanciamento dei poteri rispetto all’amministratore delegato». La postilla, aggiunta dal Comitato nomine in fase di rifinitura, si è aggiunta all’identikit del presidente ideale: garante di tutti gli stakeholder, esperto di governance e supervisione, pratico del business e norme, capace di leadership e mediazione, con precedenti simili esperienze «in grandi società quotate».

Queste virtù Gian Maria Gros- Pietro, presidente della banca da tre anni dopo tre a capo del consiglio di gestione ( ai tempi del modello duale), le ha da vendere. Un po’ meno il ” bilanciamento”: per cui prima di Natale Francesco Profumo e Giuseppe Guzzetti, ai vertici delle prime due Fondazioni azioniste (rispettivamente San Paolo con il 6,8% e Cariplo con il 4,4%) hanno esplorato la fattibilità di un presidente più dinamico e internazionale. Ma dentro la Compagnia di San Paolo il progetto si è arenato: la vice presidente Licia Mattioli ha fatto leva sul sindaco M5s Chiara Appendino per conservare un ” presidente torinese” ( anche nell’ottica di contendere a Profumo la guida dell’ente nel 2020, si dice). E l’intervento dietro le quinte dell’ad Messina, che avrebbe chiesto alle Fondazioni un orientamento unitario sulla lista, ha rafforzato le chance del Gros-Pietro tris. Lo si saprà verso il 20 marzo, quando le cinque Fondazioni che hanno siglato il patto per la lista si vedranno per i nomi definitivi. E con Messina forse in ottica più ” dialettica” dovrebbe esserci ancora l’economista torinese, classe 1942 già presidente di Iri, Eni, Atlantia.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario

Banca Popolare Bari. Commissariata ed il Governo litiga.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-14.

Fattoria Animali 001

Il quadro economico europeo è riassunto, sia pure parzialmente, dai seguenti dati:

Eurozona. Produzione Industriale -2.2 yoy. Dodicesimo mese.

Eurostat. Produzione Industriale. Ungheria +6.5%, Irlanda +5.9%, Polonia +3.4%.

Italia. Nuovi Ordinativi all’Industria -1.5% yoy.

Il budget dell’Unione Europea si aggira sui 160 miliardi di euro e le riserve valutaria dell’Ecb sono ad oggi 824 miliardi.

Detto in parole miserrime: non ci sono più denari in cassa.

Si resta quindi perplessi quando Herr Timmermans e Frau von der Leyen propongono l’European New Green Deal, che loro paragonano al progetto per sbarcare sulla luna del costo in euro attuali di12,000 miliardi, ma pomposamente finanziato con 100 (cento, sic) miliardi prossimi venturi.

Questo è il contesto economico in cui si deve prendere atto che la Banca Popolare di Bari è di fatto fallita, sotto un oceano di debiti.

Ma chi volesse ‘salvarla‘ dovrebbe anche indicare chiaramente donde trarre i miliardi necessari. Difficile la stima: i bilanci sono visibilmente ‘artefatti‘.

Di certo, la Banca di Italia ha commissariato la Banca Popolare di Bari.

A questo punto sarebbe interessante comprendere cosa stia facendo il Governo, intendendo con tale termine la compagine che Mr Conte guida da Palazzo Chigi.

«porre le basi “per la realizzazione di una banca di investimenti”»

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«Cdm sul dossier, Iv diserta la riunione»

«”Dopo ampia discussione, il Consiglio dei ministri ha espresso la determinazione ad assumere tutte le iniziative necessarie a garantire la piena tutela degli interessi dei risparmiatori – si legge nella nota del Consiglio dei ministri – e a rafforzare il sistema creditizio a beneficio del sistema produttivo del Sud, in maniera pienamente compatibile con le azioni di responsabilità volte ad accertare le ragioni che hanno condotto al commissariamento della Banca” (Popolare di Bari, ndr)»

«La banca d’Italia commissaria la Banca Popolare di Bari ma il governo non riesce a varare il decreto per portare in salvo l’istituto barese, con un intervento attraverso un aumento di capitale di Mediocredito Centrale. Italia viva, come annunciato, diserta il Consiglio dei ministri convocato a tarda sera per un decreto che, secondo l’ordine del giorno, avrebbe dovuto porre le basi “per la realizzazione di una banca di investimenti”»

«Perchè è questo il progetto, come conferma a tarda sera il Mef. Ma Iv alza subito il tiro: si diffonde la voce, poi smentita, che Renzi voglia aprire la crisi di governo. Voce poi smentita.»

«Italia Viva comunque diserta il Cdm (“Non ci avevano neanche avvertiti”, lamentano) e denuncia i 5 stelle, che accusavano Renzi del salvataggio di Etruria e ora salvano una banca col Pd»

«La tensione si alza. Anche il M5S si mette di traverso: nessun decreto può passare senza un supplemento di riflessione, avverte Di Maio dalla Calabria»

«Il veto M5S blocca il decreto»

«Il problema però è solo rinviato: un provvedimento si rende necessario per garantire l’operatività della Banca, su cui è intervenuta Bankitalia»

«Dario Franceschini, a nome del Pd, si scaglia contro l’irresponsabilità dei colleghi»

«Da fuori, Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti chiedono le dimissioni di Conte che nel pomeriggio aveva negato la necessità di un salvataggio»

«però Bankitalia che convoca il Cda della Bari per l’adozione di provvedimenti di vigilanza. Una formula a cui fa seguito il commissariamento della banca, messa in amministrazione straordinaria previo scioglimento del cda e del collegio sindacale. Ai commissari Enrico Ajello e Antonio Blandini, assieme ai componenti del comitato di sorveglianza Livia Casale, Francesco Fioretto e Andrea Grosso, è stato affidato il compito di predisporre le “attività necessarie alla ricapitalizzazione” e di finalizzare le “negoziazioni con i soggetti che hanno già manifestato interesse all’intervento di rilancio”, cioè il Fitd e Mediocredito centrale»

«Una mossa che appare tardiva in presenza di una banca in condizioni gravissime e sottoposta alle indagini della magistratura che, senza risparmiare l’ad Vincenzo de Bustis, sta verificando la corretta gestione della banca nel corso degli anni»

* * * * * * *

Sarebbe una farsa se non avesse tutte le connotazioni della tragedia.

Questo Governo dovrebbe salvare Alitalia ed ex-Ilva, adesso anche la Banca Popolare di Bari.

Poniamo solo una domanda.

Ma chi lo ha mai detto che lo stato debba sempre farsi carico di aziende decotte, fallite, e cariche di debiti, a ripianare i quali sarebbero chiamati i Contribuenti? Già. Chi mai lo avrebbe detto?

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Popolare di Bari, commissariata da Bankitalia per perdite. Attriti nel governo

Cdm sul dossier, Iv diserta la riunione.

“Dopo ampia discussione, il Consiglio dei ministri ha espresso la determinazione ad assumere tutte le iniziative necessarie a garantire la piena tutela degli interessi dei risparmiatori – si legge nella nota del Consiglio dei ministri – e a rafforzare il sistema creditizio a beneficio del sistema produttivo del Sud, in maniera pienamente compatibile con le azioni di responsabilità volte ad accertare le ragioni che hanno condotto al commissariamento della Banca” (Popolare di Bari, ndr). 

La banca d’Italia commissaria la Banca Popolare di Bari ma il governo non riesce a varare il decreto per portare in salvo l’istituto barese, con un intervento attraverso un aumento di capitale di Mediocredito Centrale. Italia viva, come annunciato, diserta il Consiglio dei ministri convocato a tarda sera per un decreto che, secondo l’ordine del giorno, avrebbe dovuto porre le basi “per la realizzazione di una banca di investimenti”. Perchè è questo il progetto, come conferma a tarda sera il Mef. Ma Iv alza subito il tiro: si diffonde la voce, poi smentita, che Renzi voglia aprire la crisi di governo. Voce poi smentita.

Italia Viva comunque diserta il Cdm (“Non ci avevano neanche avvertiti”, lamentano) e denuncia i 5 stelle, che accusavano Renzi del salvataggio di Etruria e ora salvano una banca col Pd. La tensione si alza. Anche il M5S si mette di traverso: nessun decreto può passare senza un supplemento di riflessione, avverte Di Maio dalla Calabria. Conte resta a lungo riunito con il ministro Roberto Gualtieri. In attesa ci sono i ministri Dem e 5S: la riunione rischia di saltare. Il veto M5S blocca il decreto. Il problema però è solo rinviato: un provvedimento si rende necessario per garantire l’operatività della Banca, su cui è intervenuta Bankitalia. Il Consiglio dei ministri avvia i suoi lavori e Gualtieri fa un’informativa, illustrando i contenuti dello schema del provvedimento.

Dario Franceschini, a nome del Pd, si scaglia contro l’irresponsabilità dei colleghi. Da fuori, Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti chiedono le dimissioni di Conte che nel pomeriggio aveva negato la necessità di un salvataggio. Il braccio di ferro nella maggioranza sul decreto non ferma però Bankitalia che convoca il Cda della Bari per l’adozione di provvedimenti di vigilanza. Una formula a cui fa seguito il commissariamento della banca, messa in amministrazione straordinaria previo scioglimento del cda e del collegio sindacale. Ai commissari Enrico Ajello e Antonio Blandini, assieme ai componenti del comitato di sorveglianza Livia Casale, Francesco Fioretto e Andrea Grosso, è stato affidato il compito di predisporre le “attività necessarie alla ricapitalizzazione” e di finalizzare le “negoziazioni con i soggetti che hanno già manifestato interesse all’intervento di rilancio”, cioè il Fitd e Mediocredito centrale. “La banca prosegue regolarmente la propria attività. La clientela può pertanto continuare ad operare presso gli sportelli con la consueta fiducia” è il messaggio tranquillizzante lanciato dalla banca. Ma “la convocazione improvvisa di un Consiglio dei ministri sulle banche, senza alcuna condivisione e dopo aver espressamente escluso ogni forzatura o accelerazione su questa delicata materia, segna quindi un gravissimo punto di rottura nel metodo e nel merito” ha tuonato Luigi Marattin, vicepresidente dei deputati di Italia Viva. Il progetto, che con un decreto il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri aveva portato sul tavolo del Consiglio dei Ministri e che molto probabilmente arriverà all’esame della prossima riunione lunedì prossimo, aveva l’ambizione di salvaguardare non solo la Popolare di Bari ma anche quella di creare una banca di investimento per accompagnare la crescita e la competitività delle imprese, con particolare attenzione al Sud.

In particolare per la Bari, che non rispetta i requisiti patrimoniali minimi e necessita di un miliardo di euro, il decreto ipotizza un salvataggio in tandem con il sistema bancario, attraverso il Fidt, e dello Stato, che dovrebbe mettere in campo Mediocredito Centrale. Lo schema di Decreto predisposto dal Mef prevede un potenziamento delle capacità patrimoniali e finanziarie della Banca del Mezzogiorno-Mediocredito Centrale (MCC), interamente controllata da Invitalia, attraverso un primo aumento di capitale per consentire a MCC, insieme con il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) e ad eventuali altri investitori, di partecipare al rilancio della Banca Popolare di Bari (BPB). Per il Fondo interbancario ha in agenda due riunioni il 18 e il 20 dicembre e attende una richiesta d’aiuto corredata da un piano industriale che faccia emergere il fabbisogno di capitale e chiede di essere affiancato da un partner industriale, che sarebbe poi il Mediocredito Centrale, dotato dei mezzi per un primo intervento tampone che ripristini ratio patrimoniali superiori ai minimi regolamentari. Bankitalia si è mossa nonostante la decisione del cda di promuovere l’azione di responsabilità verso l’ex ad Giorgio Papa, l’ex responsabile dei crediti Nicola Loperfido e l’ex condirettore generale Gianluca Jacobini. Una mossa che appare tardiva in presenza di una banca in condizioni gravissime e sottoposta alle indagini della magistratura che, senza risparmiare l’ad Vincenzo de Bustis, sta verificando la corretta gestione della banca nel corso degli anni.

Per un salvataggio che si apre, uno si avvia alla chiusura. L’offerta dell’aumento di capitale di Carige ha registrato adesioni, da parte dei vecchi soci, pari al 19,7% della tranche in opzione. Sono state sottoscritte azioni per un controvalore di 16,8 milioni di euro, una quota sufficiente a ricostituire un flottante superiore al 10%, scongiurando il rischio che Carige sia esclusa da Piazza Affari.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario

Popolare di Bari. Sospese azioni ed obbligazioni.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-05.

2019-12-05__Banca Popolare Bari

I tedeschi vogliono salvare solo se stessi

«Gli effetti che si prevedono dalla riforma del Fondo Salva Stati si arricchiscono di una nuova potenziale minaccia: gli aiuti andranno solo a chi non ne ha bisogno. Solo 10 dei 19 Paesi della moneta unica potranno accedere al sostegno finanziario.

Gli effetti che si prevedono dalla riforma del Fondo Salva Stati si arricchiscono di una nuova potenziale minaccia: gli aiuti andranno solo a chi non ne ha bisogno. L’assurdità delle regole che sottintendono alla riforma dell’Esm o Mes che dir si voglia, braccio armato per la correzione dei conti pubblici nell’Eurozona, e nuovo argomento di polemica politica tra chi presumibilmente non ha letto una riga delle oltre 700 che compongono l’intero dossier, è stata messa a nudo da un recente studio del think tank Bruegel che ha scritto nero su bianco come solo 10 dei 19 Paesi della moneta unica potranno accedere al sostegno finanziario.»

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Salva-Stati? No, salta-banche: il Mes è una bomba sulle nostre teste

«Il Mes che Bruxelles vuole imporci nasconde un rischio mortale per gli istituti bancari.

Ci sono otto paginette terribili allegate a quelle che il premier Giuseppe Conte ha chiamato «il pacchetto» del Mes, che comprende anche la revisione del fondo di risoluzione delle banche e il progetto di bilancio comune dell’Eurozona. Quelle paginette sono una vera e propria bomba sul sistema del credito italiano, e non solo su quello. Le ha scritte Olaf Scholz, vice cancelliere e ministro delle Finanze tedesco, e sono la vera ragione delle preoccupazioni mostrate in una intervista dal presidente dei banchieri italiani, Antonio Patuelli. Perché la richiesta tedesca è quella di valutare con profili di rischio gli investimenti degli istituti di credito nei titoli di Stato. ….

Il 19 novembre scorso il direttore del dipartimento studi economici della Ieseg school of management, Eric Dior, ha pubblicato una simulazione sull’effetto che avrebbe oggi sui bilanci delle banche europee la richiesta tedesca. Nella tabella ci sono anche dieci banche italiane, che sarebbero costrette a lanciare aumenti di capitale per un totale di 16,3 miliardi di euro. Ipotesi praticamente impossibile in questi momenti di mercato.»

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Il nuovo cda della Banca Popolare di Bari approva il bilancio.

«Entro fine anno la cessione del pacchetto di controllo di CariOrvieto.

Il consiglio di amministrazione della Banca Popolare di Bari, riunitosi ieri, ha approvato la situazione patrimoniale e finanziaria del Gruppo, riferita al primo semestre 2019.

Si tratta di uno dei primi adempimenti rilevanti del nuovo Consiglio di Amministrazione, insediatosi il 22 luglio e rinnovato per sei undicesimi dei suoi componenti.»

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Gianvito Giannelli è il nuovo presidente, mentre Vincenza De Bustis Figarola è il nuovo amministratore delegato.

«Da sempre alla guida  dell’istituto di credito barese, Marco Jacobini  lascia oggi la presidenza della banca in una crisi economica profonda e pesante con una perdita è di 420 milioni) , che si è salvata salvato soltanto da una Legge del Governo che grazie alla possibilità di spostare alcune poste in bilancio, ha consentito di poter evitare il “crack”. ….

Nel marzo scorso la Procura barese ha fatto notificare a Marco Jacobini ed  a Vincenzo De Bustis (all’epoca dei fatto direttore generale)  un avviso di conclusione delle indagini per un caso riguardante proprio l’acquisto di titoli azionari.»

→ Stranissime omonimie. ←

Fondazione Giannelli, nuovo commissario al Pd: spunta Nozzi.

«Il nome dell’avvocato di Brindisi sulla scrivania di Emiliano, dopo la candidatura sfumata alla segreteria cittadina del partito. “»

«Fondazione Giannelli, nuovo commissario al Pd: spunta Nozzi.

„Il futuro della Fondazione Giannelli sembra (ri)portare al Pd con la nomina del nuovo commissario straordinario, stando alle indiscrezioni che si rincorrono sull’asse Bari-Brindisi, dove il nome che si ripete è quello dell’avvocato Antonio Nozzi. “»

* * *

La battaglia nella Pop Bari per la «grande banca del Sud»

«Lo storico presidente Jacobini lascia per favorire il ricambio ma l’ad De Bustis resiste con Emiliano e D’Alema sponsor. ….

Grandi lavori in corso alla Banca Popolare di Bari. L’azienda cooperativa, scampata alla riforma di trasformazione in spa imposta da Renzi, è alle prese con una situazione finanziaria critica. Ma ora il governo, con il decreto crescita, le ha fornito la possibilità di sfruttare agevolazioni fiscali fino a 500 milioni per porsi come motore della nascita di un polo bancario del Sud. Ed è proprio in vista di questo orizzonte che è scoppiata la battaglia per il controllo dell’istituto. Con il consigliere delegato Vincenzo De Bustis impegnato nelle grandi manovre per la formazione del prossimo cda. A cominciare dal futuro presidente.

De Bustis, da parte sua, punta invece a gestire un cambiamento più gattopardesco, giocando anche sui tavoli della politica. ….

Ma nello stesso tempo, per coprirsi a sinistra, nella lista per il cda da proporre in assemblea, De Bustis ha pensato a Tiziano Onesti, presidente di Trenitalia di nomina Pd e voluto al vertice degli Aeroporti pugliesi dal governatore Michele Emiliano. Onesti avrebbe anche la benedizione di Massimo D’Alema: uno sponsor d’altri tempi al quale De Bustis deve molto, essendo stato il suo riferimento politico fin dagli anni Novanta, quando il manager che guidava la Banca del Salento (poi Banca 121), approdò al Monte dei Paschi proprio attraverso la cessione della 121 (poi finita male).»

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Fresca di questa mattina la notizia della sospensione delle azioni e delle obbligazioni della Popolare di Bari.

«Il salvataggio di Banca Popolare di Bari sotto i riflettori»

«Le ultime notizie hanno alzato il velo su quanto accaduto ad azioni e obbligazioni dell’istituto pugliese, le cui negoziazioni sono state sospese in via temporanea»

« “In relazione alle recenti notizie di stampa ed in attesa di nuovi sviluppi il titolo azionario Banca Popolare di Bari ed il Bond obbligazionario Subordinato BP BARI 6,50% 30/12/2021 SUB sono temporaneamente sospese dalle negoziazioni.”»

«Dopo le venete, dopo MPS e ancora dopo Carige, anche il salvataggio di Banca Popolare di Bari ha puntato il dito contro le fragilità del sistema del credito tricolore»

«Tra qualche ora dovrebbe riunirsi infatti il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi per esaminare il dossier della pugliese»

«In linea di massima, l’istituto potrebbe aver bisogno di una ricapitalizzazione da almeno 800 milioni di euro»

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Così, dopo Alitalia ed Ilva, adesso il Governo Zingaretti si sta avviando a cercare di salvare anche la Banca Popolare di Bari.

Tradotto in un linguaggio comprensibile ai più: Contribuenti Elettori, il Governo vi reputa degni di partecipare al salvataggio pescando alla grande dal Vostro portafoglio.

Forse che non sareste solidali con Banca Popolare di Bari e con il partito democratico?

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Popolare di Bari: azioni e obbligazioni sospese. Che succede?

Il salvataggio di Banca Popolare di Bari sotto i riflettori.

Le ultime notizie hanno alzato il velo su quanto accaduto ad azioni e obbligazioni dell’istituto pugliese, le cui negoziazioni sono state sospese in via temporanea.

Dopo le venete, dopo MPS e ancora dopo Carige, anche il salvataggio di Banca Popolare di Bari ha puntato il dito contro le fragilità del sistema del credito tricolore. La partita, al momento, è ancora tutta da giocare.

Salvataggio Popolare di Bari: le ultime notizie

    “In relazione alle recenti notizie di stampa ed in attesa di nuovi sviluppi il titolo azionario Banca Popolare di Bari ed il Bond obbligazionario Subordinato BP BARI 6,50% 30/12/2021 SUB sono temporaneamente sospese dalle negoziazioni.”

Con queste poche righe il mercato Hi-Mtf ha comunicato le ultime notizie sull’istituto che intanto, dal canto suo, ha avviato dei colloqui interlocutori sia con il FITD che con Microcredito Centrale (istituto controllato da Invitalia, ossia dal MEF).

L’obiettivo? Sempre lo stesso, ossia portare a compimento il salvataggio di Popolare di Bari garantendo il rafforzamento patrimoniale necessario.

La giornata di oggi, giovedì 5 dicembre, potrebbe rivelarsi campale per l’istituto. Tra qualche ora dovrebbe riunirsi infatti il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi per esaminare il dossier della pugliese.

In linea di massima, l’istituto potrebbe aver bisogno di una ricapitalizzazione da almeno 800 milioni di euro. Eppure, secondo alcune indiscrezioni di stampa, il Governo potrebbe anche valutare l’idea di inserire nella Legge di Bilancio 2020 qualche misura volta ad agevolare l’intervento dello Stato.

Stando a quanto emerso nelle ultime ore, sarà comunque premura della banca comunicare le ultime notizie sull’esito dei colloqui con FITD e Microcredito. Il salvataggio di Popolare di Bari continuerà a tenere con il fiato sospeso.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario

Europa degli odi e dei litigi. Si riapre la guerra sulle borse.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-19.

Don Chisciotte 001

La situazione è drammaticamente semplice.

Ricorda da vicino i famosi tacchini di Renzo.

Nell’Unione Europea in passato ogni nazione aveva la sua propria borsa valori. Già all’epoca queste erano nani a confronto della borsa di Londra, New York o Tokio. Poi entrò in campo quella di Shanghai. Erano utili per fare giochetti finanziari alle spalle dei Contribuenti.

«È guerra per la Borsa di Madrid: Piazza Affari sarà la prossima a finire nel mirino?»

«Il risiko dei mercati è ufficialmente iniziato: la Borsa di Madrid è finita al centro di una vera e propria battaglia europea che ha portato inevitabilmente a speculare anche sul futuro di Borsa Italiana. La giornata di ieri si è rivelata piuttosto impegnativa per l’azionario spagnolo che ha ricevuto non una, ma due manifestazioni di interesse.»

«Euronext (franco-olandese) e Six (elvetica) hanno dato il via a una lotta all’ultimo centesimo per accaparrarsi la Borsa di Madrid. Il risiko tanto atteso è dunque iniziato e molti si sono chiesti se anche la Borsa Italiana finirà nel mirino dei compratori e sarà, infine venduta»

«Nella mattinata di ieri, lunedì 18 novembre, l’operatore Euronext ha confermato di aver avviato alcuni colloqui con la Spagna volti ad acquistare appunto la Borsa di Madrid per farla rientrare in un gruppo già affollato e composto dai mercati di Oslo, Amsterdam, Parigi, Bruxelles, Lisbona e Dublino»

«Qualche ora dopo un nuovo colpo di scena: anche Six (controllante la Borsa di Zurigo) ha palesato il suo interesse con un’OPA da circa 2,8 miliardi di euro (e una valutazione di 34 euro per titolo).»

«L’offerta di Six sulla Borsa di Madrid, si noti, ha previsto un premio del 47,6% rispetto al prezzo ponderato delle azioni BME (Bolsas y Mercados Españoles) registrato negli ultimi sei mesi e un premio del 33,9% rispetto ai livelli di chiusura della seduta di venerdì 15 novembre»

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Grande assente è la Borsa di Francoforte.

Non che siano contenti nel vedere ingigantirsi il predominio francese oppure quello elvetico.

Il problema è però terra terra: non hanno più il becco di un quattrino, e per buon peso hanno ancora Frau Merkel. L’inferno attende pazientemente.

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Guerra per la Borsa di Madrid: Piazza Affari sarà la prossima?

È guerra per la Borsa di Madrid: Piazza Affari sarà la prossima a finire nel mirino?

Il risiko dei mercati è ufficialmente iniziato: la Borsa di Madrid è finita al centro di una vera e propria battaglia europea che ha portato inevitabilmente a speculare anche sul futuro di Borsa Italiana.

La giornata di ieri si è rivelata piuttosto impegnativa per l’azionario spagnolo che ha ricevuto non una, ma due manifestazioni di interesse.

Euronext (franco-olandese) e Six (elvetica) hanno dato il via a una lotta all’ultimo centesimo per accaparrarsi la Borsa di Madrid. Il risiko tanto atteso è dunque iniziato e molti si sono chiesti se anche la Borsa Italiana finirà nel mirino dei compratori e sarà, infine venduta.

Tutti pazzi per la Borsa di Madrid: è guerra.

Nella mattinata di ieri, lunedì 18 novembre, l’operatore Euronext ha confermato di aver avviato alcuni colloqui con la Spagna volti ad acquistare appunto la Borsa di Madrid per farla rientrare in un gruppo già affollato e composto dai mercati di Oslo, Amsterdam, Parigi, Bruxelles, Lisbona e Dublino.

Qualche ora dopo un nuovo colpo di scena: anche Six (controllante la Borsa di Zurigo) ha palesato il suo interesse con un’OPA da circa 2,8 miliardi di euro (e una valutazione di 34 euro per titolo).

Se andrà a buon fine, ha dichiarato l’ad dell’elvetica Jos Dijsselhof, l’operazione:

    “ci darà la possibilità di investire in entrambi gruppi e creare una piattaforma molto forte per competere e innovare nell’infrastruttura del mercato finanziario globale.”

L’offerta di Six sulla Borsa di Madrid, si noti, ha previsto un premio del 47,6% rispetto al prezzo ponderato delle azioni BME (Bolsas y Mercados Españoles) registrato negli ultimi sei mesi e un premio del 33,9% rispetto ai livelli di chiusura della seduta di venerdì 15 novembre.

Ora toccherà a Euronext rilanciare con una proposta d’acquisto più attraente.

Anche Piazza Affari nel mirino?

Al momento in cui si scrive non è chiaro quale delle due offerte (o se almeno una delle due) andrà a buon fine. Quel che è evidente però è che la guerra sulla Borsa di Madrid ha acceso nuovamente i fari sul futuro di Piazza Affari.

Il risiko dei mercati, ufficialmente partito con Euronext e Six, potrebbe presto o tardi coinvolgere anche Borsa Italiana, oggi controllata dal London Stock Exchange Group.

Come riportato da Milano Finanza, sia la Brexit che le necessità di fare cassa potrebbero spingere il gruppo ad abbandonare il braccio tricolore sul quale potrebbe successivamente arrivare l’offerta di Euronext.

Queste al momento sono soltanto indiscrezioni di stampa. Certamente, però, le prossime settimane si riveleranno fondamentali non solo per la Borsa di Madrid, ma anche per Piazza Affari e per il resto dei mercati.

Pubblicato in: Cina, Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario, Stati Uniti

Cina. Il numero dei ricchi supera quello negli Stati Uniti.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-15.

2019-10-25__Milionari__000

Il Credit Suisse ha rilasciato il The Global wealth report 2019. [Versione Completa pdf]

2019-10-25__Milionari__001

«The tenth anniversary edition of the Global wealth report published by the Credit Suisse Research Institute is the most comprehensive and up-to-date source of information on global household wealth. Global wealth grew during the past year by 2.6% to USD 360 trillion and wealth per adult reached a new record high of USD 70,850, 1.2% above the level of mid-2018 with Switzerland topping the biggest gains in wealth per adult this year.

The US, China, and Europe contributed the most towards global wealth growth with USD 3.8 trillion, USD 1.9 trillion and USD 1.1 trillion respectively. This year’s report also provides a deep dive into wealth in the 21st century. While the century began with a “golden age” of robust and inclusive wealth creation, wealth growth collapsed during the financial crisis and never recovered to the level experienced earlier. ….

While more than half of all adults worldwide have a net worth below USD 10,000, nearly 1% of adults are millionaires who collectively own 44% of global wealth. ….

Equity prices showed greater regional fluctuations. Market capitalization rose in North America, but declined in much of Europe by an average of about 10%. Markets rose significantly in Russia (+15%), and by an even greater extent in Kuwait (+25%), Brazil (+35%) and Romania (+36%). In Pakistan, market capitalization dropped by 42%, compounding the impact of exchange rate losses. ….

North America and Europe together account for 57% of total household wealth, but contain only 17% of the world adult population. The two regions had similar total wealth at one time, but North America now accounts for 32% of global wealth compared to 25% for Europe. Elsewhere, the share of wealth is below the population share. The discrepancy is modest in China and in the Asia-Pacific region (excluding China and India), where the population share is 20%–30% higher than the wealth share. But the population share is more than three times the wealth share in Latin America, five times the wealth share in India, and over ten times the wealth share in Africa. ….

The upper-middle segment, with wealth ranging from USD 100,000 to USD 1 million, has also expanded significantly this century, from 212 million to 499 million. They currently own net assets totaling USD 140.2 trillion or 39% of global wealth, which is four times their share of the adult population. The wealth middle class in developed nations typically belongs to this group. Above them, the top tier of high net worth (HNW) individuals (i.e. USD millionaires) remains relatively small in size – 0.9% of all adults in 2019 – but increasingly dominant in terms of total wealth ownership and their share of global wealth. The aggregate wealth of HNW adults has grown nearly four-fold from USD 39.6 trillion in 2000 to USD 158.3 trillion in 2019, and the share of global wealth has risen from 34% to 44% over the same period. ….

Our calculations suggest that the vast majority of the 46.8 million millionaires in mid-2019 have wealth between USD 1 million and USD 5 million: 41.1 million or 88% of the HNW group (Figure 8). Another 3.7 million adults (7.9%) are worth between USD 5 million and 10 million, and almost exactly two million adults now have wealth above USD 10 million. Of these, 1.8 million have assets in the USD 10–50 million range, leaving 168,030 Ultra High Net Worth (UHNW) individuals with net worth above USD 50 million in mid-2019. ….

However, China has more than matched North America in the post-crisis era, and the gap widens if the period is extended to 2007 when North America suffered a heavy loss. ….»

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A seguito riportiamo un summary parziale, ma con il pregio di essere sintetico.

China has overtaken the US to have the most wealthy people in the world

«- China has overtaken America as the home of the highest number of rich people in the world.

– There are 100 million Chinese among the richest 10% of people in the world, compared to 99 million Americans, – -Credit Suisse found in its latest annual wealthy survey.

– People in the top 10% had personal savings of at least $109,430.»

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Sarebbe sembrato impossibile. Nel 1990, circa trenta anni fa, la Cina aveva un pil di 398 miliardi Usd ed un pil procapite di 349 Usd, ma a fine 2018 quei valori erano diventati 13,368 miliardi e 9,500 Usd, rispettivamente. Convertiti in dollari ppa diventano  cifre ragguardevoli.

Forse la Cina avrebbe molto da insegnare all’occidente.

Concludiamo con una unica considerazione.

In occidente molti sembrerebbero essere scandalizzati del fatto che gran parte della ricchezza sia accentrata in un numero relativamente baso di persone.

È una posizione molto discutibile.

Il Principio di Pareto enuncia come circa il 20% delle cause provochi l’80% degli effetti. Detto in altri termini, l’80% delle ricchezze è in mano al 20% della popolazione.

Il problema non è quanto grande sia la ricchezza dei ricchi: è l’entità della coda dei non ricchi e se quei livelli siano o meno compatibili con una vita dignitosa. Se è vero che

«more than half of all adults worldwide have a net worth below USD 10,000»

sarebbe anche vero ricordare come il potere di acquisto ed il conseguente costo della vita possa variare anche molto significativamente da nazione a nazione.

Scopo di un governo dovrebbe essere quello di far star bene tutti: se poi alcuni stessero meglio, buon per loro. Ma in ogni caso, senza ricchi la nazione sarebbe ancor più povera.

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Sole 24 Ore. 2019-10-25. Ricchezza, la Cina sorpassa gli Usa nella classifica dei Paperoni (100 milioni contro 99)

NEW YORK – La Cina può vantare un altro successo nella sua nuova “guerra fredda” economica con gli Stati Uniti: per la prima volta il numero dei ricchi cinesi ha superato quello degli americani. Uno studio di Credit Suisse ha dato conto del sorpasso, stimando che cento milioni di cinesi fanno parte dell’elite gobale del 10% in vetta alle classifiche dei patrimoni, un milione in più dei 99 milioni di statunitensi che entrano oggi nello stesso elenco.

Gli Stati Uniti, sia chiaro, vantano ancora il primato tra i milionari, con 18,6 milioni – vale a dire ben il 40% dei ranghi internazionali – rispetto ai 4,4 milioni di milionari tra i cinesi. La selezionata di super-ricchi si è in tutto gonfiata di 1,1 milioni di persone raggiungendo i 46,8 milioni, forti di un patrimonio complessivo da 158.300 miliardi pari al 44% del totale globale delle ricchezza. E gli Stati Uniti da soli hanno creato oltre metà di questo nuovo jet set, 675.000. Gli americani, fuori da simili elite, rivendicano inoltre una ricchezza media pari a 432.365 dollari che batte sempre nettamente i 58.544 dollari del cittadino-tipo che risiede in Cina.

Quando però si guarda alla fascia del 10% più ricco al mondo, dove il biglietto d’ingresso si stacca con 109.400 dollari in asset netti, sono i cinesi ad aver conquistato la leadership. Ad essere cioè diventati un motore di creazione di ricchezza con pochi rivali, lasciando indietro l’Europa nel loro duello con l’America.

«Nonostante le tensioni commerciali tra Usa e Cina, entrambi i paesi hanno messo a segno robuste performance nella creazione di ricchezza», ha dichiarato Annette Hechler-Fayd’herbe, global head of economics and research a Credit Suisse CSGN.S. E ha continuato stimando che le due potenze dei patrimoni abbiano contribuito rispettivamente 3.800 e 1.900 miliardi di dollari al conto della ricchezza mondiale.

Il rapporto di Credit Suisse mostra anche la drammatica diseguaglianza globale, divenuta radice di tensioni sempre più gravi all’interno dei singoli Paesi. Il 50% meno abbiente possiede meno dell’1% della ricchezza totale, mentre la citata fascia del 10% in cima alla piramide detiene l’82 per cento. L’1% al top, che ha in tasca almeno 936.400 dollari in asset netti, si fregia di quasi la metà di tutti gli asset sul pianeta. Credit Suisse trova tuttavia ragioni di sperare in un futuro maggior equilibrio, notando una diminuzione della disparità almeno sotto le sfere più rarefatte della ricchezza: il 90% vanta ora il 18% dei patrimoni globali rispetto all’11% nel Duemila.

Pubblicato in: Cina, Economia e Produzione Industriale, Finanza e Sistema Bancario, Senza categoria

Ambasciatore Antonio Morabito. Incriminato per spionaggio a favore della Cina.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-10.

Pechino-Cina

«È stato ambasciatore nel principato di Monaco e quando è rientrato alla Farnesina si è occupato della Promozione del Sistema Paese»

«Ma a leggere gli atti dell’inchiesta dove è accusato di corruzione sembra fosse più interessato a promuovere gli interessi della Cina»

«Per questo Antonio Morabito, 64 anni, diplomatico in servizio al ministero degli Esteri, rischia adesso il processo»

«L’indagine è chiusa, lunghissimo l’elenco di regali, soldi, favori che avrebbe ottenuto per «soffiare» notizie riservate su società italiane di livello internazionale a intermediari che curavano per alcuni investitori cinesi il loro «shopping aziendale»

«Notizie «esclusive e riservate», chiariva il diplomatico al telefono ai suoi interlocutori. E nell’area di interesse rientravano anche le infrastrutture e aziende controllate dallo Stato, come Enel»

«Ora il pm, Giuseppe Deodato ha chiuso le indagini per una sistematica opera di corruzione, ricostruita dalla Guardia di finanza e avvenuta tra il 2016 e il 2017»

Nessuno si scandalizza che i servizi informativi cinesi abbiano per molto tempo utilizzato l’Ambasciatore Antonio Morabito come informatore, compensandolo a dovere.

Pur comprendendo il naturale riserbo trattando argomenti del genere, ci si sarebbe aspettati di veder coinvolto anche il nostro controspionaggio e non solo un Magistrato della Magistratura ordinaria.

Né ci si scandalizzi se in questa Italia vi siano numerose persone che hanno venduto la patria.

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«Spiava per i cinesi». Ex ambasciatore verso il processo

Bonifici bancari e promesse di milioni di euro. Regali, viaggi e carte prepagate. In cambio, Antonio Morabito, ex ambasciatore italiano a Monaco e ministro plenipotenziario, attualmente alle dipendenze della direzione generale per la Promozione del Sistema Paese della Farnesina, avrebbe “girato” da alcuni “mediatori” informazioni sulle aziende italiane, interessate a partecipazioni di terzi al capitale sociale, favorendo il «cosiddetto shopping aziendale cinese». Da Versace al Regina calcio. Notizie «esclusive e riservate», chiariva il diplomatico al telefono ai suoi interlocutori. E nell’area di interesse rientravano anche le infrastrutture e aziende controllate dallo Stato, come Enel. I rapporti con gli investitori cinesi erano curati da tre intermediari, Angelo Di Corrado, il commercialista Marco Gianneschi e l’avvocato Hui Xu Cheng, che avrebbero retribuito l’ambasciatore in cambio delle preziose informazioni. Gli imprenditori Nicolò Corso e Vincenzo Di Grandi, invece, avrebbero pagato il diplomatico per ottenere i contatti con le autorità di alcuni paesi del Nord Africa. Ora il pm, Giuseppe Deodato ha chiuso le indagini per una sistematica opera di corruzione, ricostruita dalla Guardia di finanza e avvenuta tra il 2016 e il 2017. 

Secondo l’accusa, Morabito avrebbe preparato schede su almeno otto aziende, acquisendo le notizie al Mef grazie alle sue conoscenze. I dossier sarebbero stati consegnati a Di Corrado, attraverso il quale Morabito avrebbe anche organizzato incontri con gli investitori coinvolti «nello shopping aziendale cinese per il quale, secondo il mediatore, erano stati stanziati 6 miliardi di euro». Con il suo intermediario, il diplomatico si sarebbe impegnato anche a individuare «infrastrutture e opere importanti tipo centrali elettriche gasdotti autostrade in Italia, Francia, Spagna» per proporre investimenti ai cinesi. «Dismissioni Enel», annuncia Morabito in una conversazione intercettata. Morabito avrebbe «asservito stabilmente la sua funzione» agli interessi personali Marco Ginanneschi. Con il quale l’affare più importante sarebbe stato quello Huawei. Perché dopo avere partecipato in Cina a un forum sulla cooperazione commerciale nel 2016, il diplomatico aveva preso contatti con le aziende, agganci utilissimi che poi avrebbero consentito a Giannaneschi e Xu di proporsi come consulenti alle aziende italiane interessate a produrre software e tecnologie per Huawei. Morabito sarebbbe stato pronto a diventare socio di Di Corrado in una società di relazioni internazionali, tanto da avere fornito anche indicazioni sul suo prestanome. 

Intanto, per i pm, aveva accettato dal faccendiere la promessa di una retribuzione «mensile continuativa», 5mila euro per i primi tre mesi di giugno 2016 e 7mila euro per i mesi successivi. In un’occasione sarebbe stato il padre di Di Corrado a consegnare 5mila euro al diplomatico, a giugno 2016. E il faccendiere, che era finito nella black list di Fincantieri, sarebbe stato pronto a pagare un milione di euro se il suo amico diplomatico fosse riuscito a “riaccreditarlo” con l’azienda. Per i pm erano d’accordo. Poi c’erano i biglietti aerei per Nizza, quelli per Monaco. E persino il pagamento dei viaggi ferroviari per andare da Roma a Reggio Calabria o da Roma a Milano. Tra le contestazioni ci sono le ricariche delle carte prepagate: Di Corrado avrebbe caricato su quella del diplomatico 5mila euro. Di certo Morabito riceve bonifici per 20 euro tra maggio e dicembre 2017 da Yunlai hu, referente cinese in contatto con Di Corrado. Ma i bonifici sono tanti anche da parte di società. E se l’avvocato Cheng prometteva al diplomatico una sorta di stipendio fisso. Anche Giannaneschi avrebbe ricaricato con 6mila euro una carta prepagata in occasione del viaggio a Manchester del diplomatico. La procura accusa il commercialista anche di avere pagato la residenza universitaria del figlio. 

Gli imprenditori Corso e Di Grandi della “Hadid Mediterranean steel srl”, invece, puntavano a partecipare a gare di appalto in Senegal, Marocco e Tunisia. Morabito organizza gli incontri, media, partecipa a un viaggio in Senegal con la delegazione aziendale. Presenta ai due manager i diplomatici di quei paesi. In cambio, per i pm, avrebbe avuto bonifici per 13mila euro. E ottenuto l’acquisto di circa 200 copie del suo libro: “La valigia diplomatica”. 

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L’ambasciatore Morabito «passava notizie ai cinesi sulle nostre aziende»

I pm: corrotto con soldi, affitti e la retta del figlio. Avrebbe svelato informazioni su Versace e Ferrari

ROMA — È stato ambasciatore nel principato di Monaco e quando è rientrato alla Farnesina si è occupato della Promozione del Sistema Paese. Ma a leggere gli atti dell’inchiesta dove è accusato di corruzione sembra fosse più interessato a promuovere gli interessi della Cina. Per questo Antonio Morabito, 64 anni, diplomatico in servizio al ministero degli Esteri, rischia adesso il processo. L’indagine è chiusa, lunghissimo l’elenco di regali, soldi, favori che avrebbe ottenuto per «soffiare» notizie riservate su società italiane di livello internazionale a intermediari che curavano per alcuni investitori cinesi il loro «shopping aziendale».

L’affare Huawei

Grazie al proprio incarico e ai rapporti privilegiati che aveva costruito anche all’interno del ministero per lo Sviluppo economico era in grado di conoscere in anticipo le mosse dei vertici di moltissime aziende. E ai cinesi avrebbe svelato informazioni su marchi del lusso come Versace e Ferrari, società sportive come il Reggina calcio, ma anche centri clinici, complessi alberghieri, industrie tessili, imprese specializzate nella gestione delle linee ferroviarie. Ma pure indiscrezioni per «i cinesi interessati ad acquistare tecnologia italiana nel settore delle telecomunicazioni per conto della Huawei», il colosso mondiale finito nel mirino di Donald Trump. In particolare avrebbe consegnato loro le «conoscenze acquisite anche in ragione della partecipazione, quale rappresentante italiano, al “Forum on Global Production Capacity” svolto in Cina a giugno 2016 e interessandosi «per far arrivare le delegazioni in Italia».

Contanti e biglietti

Uno dei mediatori gli avrebbe elargito «mazzette» in contanti da 5mila euro, elargizioni mensili fino a 7mila euro, biglietti aerei, carte prepagate. Da un altro aveva invece preteso l’acquisto di 200 copie del suo libro «Valigia diplomatica» e ordini per altre 200 copie «così ti faccio fare record di vendite», ma che in realtà non risulta poi aver avuto grande successo. Morabito era comunque a disposizione e nel 2016, quando era ancora nel Principato, riuscì «a far assumere un ruolo di rilievo agli investitori cinesi per la sponsorizzazione della settimana della moda di Montecarlo» e vantandosi di essere riuscito a far ottenere loro «il primo posto nelle sponsorizzazioni». Sono le intercettazioni dei suoi colloqui con mediatori e investitori a rivelare quali promesse facesse e soprattutto che tipo di informazioni era in grado di veicolare: «Mi impegno su infrastrutture e opere importanti tipo centrali elettriche gasdotti autostrade in Italia, Francia, Spagna» con un obiettivo dichiarato: «Dismissioni Enel».

«Azionista in Ferrari»

Morabito tesseva la propria rete di relazioni e garantiva il risultato. Nel settembre 2017 uno dei mediatori gli chiede «un buon contatto in Ferrari» e lui non si tira indietro. Anzi risponde sicuro: «Noi abbiamo il principale azionista che… insomma è del governo, poi quando ci vediamo ti dico». In cambio l’interlocutore risulta avergli pagato l’affitto di una casa, ma anche il «deposito cauzionale per la residenza universitaria di Carlo Morabito», il figlio che l’ambasciatore andava poi a trovare a Manchester. Oltre ai viaggi e ad alcune somme versate come «cifra fissa».