Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario, Senza categoria

Vi ricordate quando Unicredit era quotata 202.13? Oggi vale 10.22.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-23.

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Si leggano bene i valori riportati nel cartiglio nero, poi li si confrontino con le quotazioni attuali.

Dopo di che, ciascuno tiri le proprie conclusioni.

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Pubblicato in: Finanza e Sistema Bancario, Unione Europea

Borse. Si preparano ad essere liquide per le elezioni.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-20.

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È vero che questi sono tempi di dividendi, è vero che per alcune società sono anche consistenti, ma il calo è forte e diffuso sulle borse di tutta Europa.

Si sente palpabile l’anelito a restare liquidi.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario

Borse. Ottimisti e pessimisti. La voce delle cassandre dopo cinque anni.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-09.

Michelangelo. Profetessa. 001

L’unico modo per poter verificare le previsioni è quello di attendere per vedere se si realizzano, sia nei tempi sia nella direzione preconfigurata. Una cosa è enunciare che tutti si debba morire, ed una totalmente diversa la profezia della zingara, che disse a Nelson che sarebbe morto il 21 ottobre 1805 sulla tolda di una nave.

In altri termini, la correttezza di una previsione è verificabile solo a posteriori.

È una ben magra soddisfazione, ma sembrerebbe non avere altre alternative.

In effetti una qualche utilità la presenterebbe. Quando una entità, fisica o giuridica, abbia rilasciato numerose previsioni che poi si siano realizzate nei tempi e nei modi suggeriti, acquista una sua certa quale credibilità.

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Riportiamo qui due elementi.

Il primo è il grafico dell’andamento del Dow Jones Industrial Average (^DJI) dal 5 maggio 2014 ad oggi: questo è il dato di fatto. Possa piacere o meno, la realtà sarebbe ben questa.

Il secondo riporta il testo di un articolo comparso su di una influente rivista nel settembre 2014.

A nostro sommesso parere, sarebbe utile rileggerlo alla luce di quanto poi accaduto: ognuno ne traggo poi le conclusioni che desidera.

«It is only a matter of time before the stock market plunges by 50% or more, according to several reputable experts»

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«We have no right to be surprised by a severe and imminent stock market crash …. In fact, we must absolutely expect it»

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«We are in a gigantic financial asset bubble, …. “It could burst any day»

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Alcune considerazioni sorgerebbero spontanee.

«L’indicativo presente, modo del verbo italiano, e di altri sistemi verbali, il quale serve in genere a esprimere oggettivamente la semplice enunciazione o constatazione di un fatto» [Treccani]

Orbene, porgere una previsione come se fosse già dato di fatto compiuto sembrerebbe essere una contraddizione.

Avvalorare una previsione con citazioni, per quanto autorevoli ed importanti, più che convalidare sottomina le previsioni. Ciò che in esse contano sono i dati di fatto sui quali sono fondate e la correttezza logica dei ragionamenti che sottendono il giudizio finale. Nell’enunciare che due più due renda quattro non si dovrebbe aver bisogno di inserire citazioni: è un discorso consistente, logicamente dimostrabile.

Ogni previsione soggiace ad una serie di ipotesi di lavoro, e queste dovrebbero essere sempre riportate con cura. Infatti, se il ragionamento sia stato condotto in modo corretto, ossia senza contraddizioni, il risultato finale dipende proprio dalla correttezza delle ipotesi fatte. Ma le ipotesi non son certo dogmi di fede.

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Conclusione.

A nostro sommesso punto di vista, è sempre utile leggere e cercare di capire il punto di vista altrui, ma ci ripetiamo sei volte al giorno di stare sempre con i piedi saldamente sulla terra e di non credere che sia vero ciò che ci farebbe piacere lo fosse.

Delle cassandre il mondo potrebbe farne volentieri a meno.


News Max Finance. 2014-09-23. Warning: Stocks Will Collapse by 50%

It is only a matter of time before the stock market plunges by 50% or more, according to several reputable experts.

“We have no right to be surprised by a severe and imminent stock market crash,” explains Mark Spitznagel, a hedge fund manager who is notorious for his hugely profitable billion-dollar bet on the 2008 crisis. “In fact, we must absolutely expect it.”

Unfortunately Spitznagel isn’t alone.

“We are in a gigantic financial asset bubble,” warns Swiss adviser and fund manager Marc Faber. “It could burst any day.”

Faber doesn’t hesitate to put the blame squarely on President Obama’s big-government policies and the Federal Reserve’s risky low-rate policies, which, he says, “penalize the income earners, the savers who save, your parents — why should your parents be forced to speculate in stocks and in real estate and everything under the sun?”

Billion-dollar investor Warren Buffett is rumored to be preparing for a crash as well. The “Warren Buffett Indicator,” also known as the “Total Market Cap to GDP Ratio,” is breaching sell-alert status and a collapse may happen at any moment.

So with an inevitable crash looming, what are Main Street investors to do? One option is to sell all your stocks and stuff your money under the mattress, and another option is to risk everything and ride out the storm.

But according to Sean Hyman, founder of Absolute Profits, there is a third option.

“There are specific sectors of the market that are all but guaranteed to perform well during the next few months,” Hyman explains. “Getting out of stocks now could be costly.”

How can Hyman be so sure?

He has access to a secret Wall Street calendar that has beaten the overall market by 250% since 1968. This calendar simply lists 19 investments (based on sectors of the market) and 38 dates to buy and sell them, and by doing so, one could turn $1,000 into as much as $178,000 in a 20-year time frame.

 “But this calendar is just one part of my investment system,” Hyman adds. “I have also designed a Crash Alert System that is designed to warn investors before a major correction as well.”

(The Crash Alert System was actually programmed by one of the individuals who coded nuclear missile flight patterns during the Cold War so that it could be as close to 100% accurate as possible).

Hyman explains that if the market starts to plunge, the Crash Alert System will signal a sell signal warning investors to go to cash.

“You would have been able to completely avoid the 2000 and 2008 collapses if you were using this system based on our back-testing,” Hyman explains. “Imagine how much more money you would have if you had avoided those horrific sell-offs.”

One might think Sean is being too confident, but he has proven himself correct in front of millions of people time and time again.

In a 2012 interview on Bloomberg Television, Hyman correctly predicted that Best Buy would drop down to $11 a share and then it would rally back up to $40 a share over the next few months. The stock did exactly what Hyman predicted.

Then, during a Fox Business interview with Gerri Willis in early 2013, he forecast that the market would rally to new highs of 15,000 despite the massive sell-off that was haunting investors. The stock market almost immediately rebounded and hit Hyman’s targets.

“A lot of people think I am lucky,” Hyman said. “But it has nothing to do with luck. It has everything to do with certain tools I use. Tools like the secret Wall Street calendar and my Crash Alert System.”

With more financial uncertainty than ever, thousands of people are flocking to Sean Hyman for his guidance. He has over 114,000 subscribers to his monthly newsletter, and his investment videos have been seen millions of times.

In a recent video, Hyman not only reveals the secret Wall Street calendar, he also shows how his Crash Alert System works so that anybody can follow in his footsteps

Pubblicato in: Finanza e Sistema Bancario, Unione Europea

Deutsche Bank. L’agonia del sistema bancario tedesco.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-21.

Caravaggio. Giuditta ed Oloferne. 001

Se nel linguaggio corrente il termine ‘agonia‘ indica solitamente il periodo che precede la morte, nell’italiano classico così non è. Agonia deriva dal greco ἀγωνία che significa lotta durissima. Forma le parole agonismo, agone, etc.: è il momento che precede la fine di qualcosa, il suo venir meno.

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Vi sono cose che debbono essere dette e vi sono cose sulle quali è prudenza tacere. Ambedue i comportamenti saranno sempre criticati.

Il dramma del sistema finanziario tedesco potrebbe essere sintetizzato nella classica frase di Richelieu:

«Per essere grande la Francia deve rinunciare ad essere immensa».

Nelle proiezioni al 2023 fatte dall’IMF, la Germania renderà ragione di un pil ppa di 5,171 miliardi Usd contro i 178,018 miliardi Usd del mondo: la Germania varrà quindi il 2.9% del pil ppa mondiale. Cifra di gran rispetto per una potenza locoregionale, ma troppo scarna per una potenza mondiale. Sempre in tali previsioni, i paesi afferenti il G7 varranno il 27.06% ed i Brics il 35.9% del pil ppa mondiale.

Ci si rende perfettamente conto come il pil ppa non sia l’unico parametro di cui tener conto, ma dovrebbe rendere conto delle differenze di grandezza.

«Since it was founded in 1870, Deutsche Bank was supposed to be a steward for German industry, helping the nation’s manufacturers finance overseas trade»

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«Even as its European rivals were scaling back their businesses and ambitions to adjust to the postcrash world, Deutsche Bank AG pushed further into new markets and new businesses, with a vision to project German financial might onto a global stage»

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«Now that ambition is in tatters»

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«A deal with Commerzbank could be a solution, but it could also make things a lot messier»

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«Deutsche Bank’s travails are the last thing Germany needs as it copes with a weakening economy and a surge in political populism»

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«If the banks haven’t managed to develop a viable business model 11 years after the financial crisis, there is no way that taxpayers should be put in a position where they could be asked to step in again.»

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« It’s been trapped in a spiral of falling revenue and rising costs

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«The idea is that fusing two weak banks will forge a stronger one that can better withstand the next recession or financial crisis»

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«The German government still holds a 15 percent stake in Commerzbank, a legacy of bailing out the lender a decade ago»

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Sembrerebbe essere una considerazione vera:

fondere due banche traballanti

non determina la nascita di una banca sana.

Ma senza almeno una banca di interesse mondiale sana e redditizia, la ripresa tedesca è una pura utopia.

Senza banche sane, la Germania è destinata a morire, con una lunga agonia.


Bloomberg. 2019-04-12. What a Deutsche Bank Merger Could Mean for Germany

A deal with Commerzbank could be a solution, but it could also make things a lot messier.

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Since it was founded in 1870, Deutsche Bank was supposed to be a steward for German industry, helping the nation’s manufacturers finance overseas trade. Broken up into 10 banks after World War II, it regrouped and prospered along with West Germany and, much later, a post-Berlin Wall, reunified nation. It’s long strived to be more than just another lender. And since the 1990s, it’s tried to go toe-to-toe with U.S.-based powerhouses such as Goldman Sachs Group Inc. in global investment banking, the business of trading and underwriting securities and providing financial advice to corporations. Germany—and Europe—had nothing to match the Americans on that scope.

Even as its European rivals were scaling back their businesses and ambitions to adjust to the postcrash world, Deutsche Bank AG pushed further into new markets and new businesses, with a vision to project German financial might onto a global stage. Now that ambition is in tatters. The lender has burned through chief executive officers and launched four turnaround plans in recent years. It’s been trapped in a spiral of falling revenue and rising costs. Because of intense competition from Wall Street, it’s struggled to boost sales at the investment bank. But it’s also been reluctant to make deep cuts there, in part because the division also provides more than half of revenue. Europe’s sluggish economy and low interest rates haven’t given the bank much of a margin for error.

Today it’s considering a takeover of its main national rival, Commerzbank AG, which has also been in a slump. German Finance Minister Olaf Scholz has egged the deal on. The idea is that fusing two weak banks will forge a stronger one that can better withstand the next recession or financial crisis. The German government still holds a 15 percent stake in Commerzbank, a legacy of bailing out the lender a decade ago. European bankers and investors are riveted by what might happen next. If this deal fails, some speculate that a lender from outside Germany, such as Italy’s UniCredit SpA, will take a run at Commerzbank. Even Deutsche Bank could be vulnerable to a takeover from outside Germany. That foreign incursion would be a blow to the country’s pride.

Deutsche Bank’s future is a question of national importance. More than almost any other large country, Germany’s economic growth is dependent on its export industry—much of which relies on Deutsche Bank and Commerzbank to provide trade finance and other crucial banking services such as payments and risk management products. As concerns over the next recession are beginning to swirl in Europe, so are worries mounting that Germany may not have much of a domestic financial industry should it strike.

Scholz took an activist approach to the problem. In April 2018, a week after Christian Sewing became Deutsche Bank CEO, the finance minister drew him aside at a Prussian palace in Berlin during the German banking association’s annual reception. While it’s not known what was said, the 15-minute exchange marked the beginning of a thaw in relations between the government and the financial giant.

Even so, Sewing continued to resist a merger. He asked for investors’ patience as he focused on cutting expenses and stabilizing market share and said it would take several months before he would consider a deal as a solution to the bank’s woes. But he struggled to create a positive narrative. Over the past 12 months, Deutsche Bank’s shares have declined more than 37 percent.

A slew of awful headlines hasn’t helped. Earlier this year, it emerged that the U.S. Federal Reserve is reviewing Deutsche Bank’s handling of billions of dollars in suspicious transactions from Danske Bank AS, a Danish lender swept up in a €200 billion ($225 billion) money laundering case. Deutsche Bank said at the time it was providing information to law enforcement and regulators. In a separate matter, prosecutors in Frankfurt were looking into whether an obscure entity called Deutsche Bank Global Trust Solutions turned a blind eye when clients laundered dirty money and dodged taxes from 2013 to 2018. In November, 170 German law enforcement officers descended on Deutsche Bank’s headquarters and carted away boxes of files and computers. The bank denied wrongdoing and said it was fully cooperating with the inquiry. But the raid eroded confidence in the institution as it seemed to lurch from one fiasco to the next. By March 17, Sewing announced that the lender was starting formal tieup talks with Commerzbank.

There’s been a strong backlash to the potential deal. It would make a bank that’s already too big to fail about a third bigger. And it could eliminate as many as 30,000 jobs, say people familiar with the potential transaction. German newspapers have lambasted the proposal as a “disgrace,” and unions representing bank employees have vowed to boycott negotiations with bosses at both institutions if the idea isn’t abandoned. Moreover, Deutsche Bank may need to sell billions of euros of new shares to cover the cost of a merger, a move that would dilute the stakes of existing shareholders.

Even so, Sewing and Chairman Paul Achleitner see little choice but to consider a linkup, say people familiar with their thinking. Deutsche Bank has lost money in three of the last four years. Last year revenue from trading was 40 percent less than in 2014. “Something has to give,” says Oswald Grübel, the former CEO of Swiss banking giant UBS Group AG. But he adds, “They have huge problems to solve, and I think a merger would make the whole situation worse.”

One reason to come to the table is Deutsche Bank’s rising cost of funding. Banking profits are largely a matter of basic math—does your lending and other business earn more than it costs you to borrow? The weak profitability has made investors and credit rating companies more concerned about the bank’s ability to service its debt. It’s been forced to pay considerably more to borrow capital than its rivals have. Moody’s Investors Service pegs some of the bank’s bonds one notch above junk status and has a negative outlook on the lender. The bank says it’s doing everything it can to keep and even improve its rating. If a downgrade happened, “every financial risk committee on Wall Street would call a meeting and say, ‘Can we, or should we, continue to do business with Deutsche Bank?’ ” says Barrington Pitt Miller, a money manager with Janus Henderson Group Plc, which holds shares of the lender.

By merging with Commerzbank, Deutsche Bank would increase its deposit base by more than 40 percent, which should help lower funding costs. It would also expand the proportion of income from more stable business lines. The deal could provide another benefit: It may help preserve the bulk of the company’s investment banking franchise in London, New York, and Asia.

This latest episode in Deutsche Bank’s long-running drama has been building since the term of Sewing’s predecessor as CEO. John Cryan, a Briton and former chief financial officer at UBS, had tried to shake up the German lender for three years. He derided investment bankers for expecting lavish pay simply “for turning up to work” and slashed their bonuses. He pushed hard to overhaul the company’s convoluted IT infrastructure, which ran more than 40 operating systems, and to install controls against misconduct. He also vowed to trim expenses and boost revenue.

Cryan’s changes were designed to deliver what he called “sustainable profits.” Yet year after year, shareholders were peeved by the company’s inability to produce just that. They weren’t happy about slow progress in cutting expenses, either. When Deutsche Bank recorded only €26.4 billion in revenue in 2017, its worst performance since the crash, the board decided not to keep Cryan around. It replaced him in April 2018 with Sewing, then head of the private and commercial bank. Sewing is the first executive to lead Deutsche Bank in almost two decades who wasn’t from investment banking.

The board was, in effect, conceding that despite three turnaround plans since 2015, management was still failing to reverse the bank’s slide. Several analysts and shareholders blamed the investment side—especially its U.S. operations. But when Sewing unveiled his own turnaround plan a few weeks after taking charge, investors saw it wasn’t much different from Cryan’s. Once again, management decided to apply only limited cuts to the divisions. Investors punished Deutsche Bank’s stock.

Chairman Achleitner has also come in for criticism. Glass Lewis & Co., an influential corporate governance advisory firm based in San Francisco, said it had “substantial concerns” about the progress under Achleitner. The appointment of Sewing, it said, was likely the chairman’s “final chance” to get things right.

As the bank’s struggles deepened, anxiety mounted in Berlin. Scholz, the new finance minister, and his deputy, Jörg Kukies, were becoming concerned that Deutsche Bank couldn’t rebound on its own. A merger with Commerzbank looked like a solution. It could put the bigger bank on a sounder footing without investing new taxpayer funds.

Scholz, a former leader of the left-leaning Social Democratic Party, and Kukies arranged a series of discussions involving Achleitner, Sewing, and Commerzbank CEO Martin Zielke, according to people familiar with the talks. The ministers were careful not to speak publicly about a potential deal, but they also didn’t shoot down news reports about the talks and the government’s tacit support for the idea of creating a national banking champion.

Deutsche Bank’s travails are the last thing Germany needs as it copes with a weakening economy and a surge in political populism. A decade after the global financial crisis and long since most of Deutsche Bank’s counterparts in the U.S. and Europe have rebounded, a nation that shuns credit cards and budget deficits somehow has a bank problem on its hands. While Chancellor Angela Merkel has distanced herself from the negotiations, Deutsche Bank’s inability to recover under its own power puts her in an awkward position. For years, Germany has demanded that the countries in the euro zone clean up their banking industries and make sure they don’t need taxpayer-funded bailouts. But now, if there’s a combination, Berlin may wind up owning about 5 percent of the country’s largest bank, mainly as a result of Deutsche Bank’s strategic missteps.

The takeover “would reinforce the too-big-to-fail problem that could eventually fall back on the German taxpayer,” says Danyal Bayaz, a Green Party member of the Bundestag and member of the legislature’s finance committee. “If the banks haven’t managed to develop a viable business model 11 years after the financial crisis, there is no way that taxpayers should be put in a position where they could be asked to step in again.”

Deutsche Bank’s troubled trading arm will likely be considered by European banking regulators looking at the proposal, according to people familiar with the matter. They’ll want to know how much the bigger bank would still rely on the securities unit.

It’s unclear how the combined institution would be reorganized or who would make up its executive suite and supervisory board. The benefits of a deeper deposit base might be eclipsed by the overwhelming challenges of merging two complex organizations. In an era when digitalization is a top priority in banking, fusing the IT systems of Deutsche Bank and Commerzbank could be the last thing either one needs. Not unlike public railway projects, such undertakings are fraught with blown deadlines and cost overruns.

No company knows that better than Deutsche Bank: Nine years after it bought German consumer lender Postbank for about €6 billion, it’s now spending an additional €1 billion trying to consolidate the companies’ systems, and the job still isn’t done. A merger with Commerzbank “would tie the bank down for years to come and cause huge upfront costs, while any savings would come much later, if at all,” says Isabel Schnabel, a finance professor at Bonn University and an adviser to the German government.

The problem is that Deutsche Bank may not have much of a choice. If the deal falls through, Sewing would be left with a fraying turnaround plan, and investors would likely demand that he rapidly come up with a new one. It’s just not clear what that could be other than even more cuts to a bank that’s unsuccessfully tried to shrink itself to profitability for the better part of a decade.

That’s why some, including Harry Harutunian, an analyst with Olivetree Financial Ltd. in London, see a tieup as the least bad option. Slashing costs too deeply in the investment bank will limit its ability to increase revenue, likely hurting profits and putting the bank at risk of a credit rating downgrade. It’s a vicious circle, to use the phrase of Deutsche Bank CFO James von Moltke. And there’s little hope the lender can pick up a “revenue tailwind” from Germany’s commercial banking market, which has long been a tough place to make money because of low interest rates and numerous state-backed competitors. That may be why, even now, the bank continues to add staff in markets such as the Middle East and South Africa in a hunt for business.

The path of cuts and more cuts might put Deutsche Bank in a position similar to that in 2009 of the Royal Bank of Scotland, a sprawling, intercontinental player then in need of wholesale restructuring. It took RBS a decade and £15 billion in reorganization costs to get back to the right size. “Deutsche Bank will have to take less risk in investment banking, and it will continue to lose relevance as an international player,” says Klaus Fleischer, a finance professor at Munich University of Applied Sciences who’s studied the bank for years.

Whether Deutsche Bank merges or goes it alone, it will also need to end its habit of slipping into political or legal scandals. It wasn’t until 2017 that its management board started getting a detailed picture of how its many businesses signed up clients and monitored and controlled risk. That year, Deutsche Bank agreed with regulators in the U.S. and the U.K. to pay $630 million to settle allegations that it helped wealthy clients transfer $10 billion out of Russia from 2011 to 2015 in violation of money laundering laws.

More recently, Adam Schiff and Maxine Waters, the Democratic heads of two powerful committees in the U.S. House of Representatives, started hiring lawyers and readying subpoenas as they opened investigations to examine Deutsche Bank’s dealings with President Donald Trump. Before 2016, the bank made hundreds of millions of dollars in loans to the Trump Organization at a time when the group’s numerous bankruptcies had cut off funding from most other lenders. Deutsche Bank declined to comment on the inquires, and the Trump Organization didn’t respond to requests for comment.

Maybe Europe does need its own investment bank as an alternative to U.S. powerhouses. The question now is whether the Frankfurt lender can ever be that institution—and what path the bank should ultimately take to help Germany prosper. 

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Banche Europee. Altra giornata non buona. Le cinesi stanno bene.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-08.

Anche venerdì otto marzo è stata giornata infausta per le banche del continente europeo.

Molti sono i motivi della loro intrinseca debolezza, ma su tutti spicca la pesante intromissione della politica nella loro gestione. Il banchiere impresta denaro, si direbbe per definizione, a quanto sia certa la refusione del debito contratto: se gestita in codesta maniera la banca è e resta sana.

Il politico invece usa la banca per i suoi fini. Ma i fini politici non coincidono con quelli finanziari ed economici.

Il vero nodo è la formazione del consiglio di amministrazione: se fatto da tecnici ben selezionati esso funziona al meglio. Ma se risultasse essere inquinato da personaggi entrati nel cda in ‘quota di qualcosa’, dal criterio politico a quello di parità dei sessi oppure ancora sul colore dei capelli codeste persona alla fine si rivelano essere dei  parassiti dilapidatori di risorse. Essere parenti del primo ministro non conferisce particolare sapienza bancaria.

Poi ci sarebbe un altro aspetto, ma per meglio valutarlo sarebbe utile guardare prima con attenzione i grafici: salta subito agli occhi.


 

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Rileggiamo, ricapitolando, le capitalizzazioni.

Intesa San Paolo     36.932 miliardi Eur

Banco Bpm                 2.963 miliardi Eur

Commerzbank          8.313 miliardi Eur

Deutsche Bank        16.871 miliardi Eur

Crédit Agricole       30.389 miliardi Eur

Bank of China           1.29 trilioni di yuan, ossia 191.96 miliardi Usd.

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Le banche europee hanno capitalizzazioni assolutamente insufficienti, alle quali si associano prestiti in sofferenza per quasi 200 miliardi, ufficialmente, ma in pratica almeno quattro volte tanto.

Sul perché sarebbe lunga disquisizione, e la ragione principale la abbiamo già riportata: sta di fatto che siano oltremodo fragili. Stanno in piedi come castelli di carta.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario, Unione Europea

Banche Europee. Gran brutta giornata il dopo Draghi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-07.

Ecb. Nuovo Ltro. Intanto il rapporto EurUsd vale

La Ecb ha detto che il sistema economico europeo sprizza salute da tutti i pori, meglio di così non si potrebbe stare. Quindi si deve procedere al rinvio dell’aumento dei tassi di interesse e si deve eseguire un nuovo Ltro senza limiti di spesa.

Per le banche europee è suonata la tromba del si salvi chi può.

Amici miei, che vi siete fidati della vostra banca, iniziate a domandarvi se la Vostra fiducia è stata ben riposta. E magari anche se domani ci sarà.

A suon di distribuire pasti gratis il granaio si è svuotato.

Nota.

Ed intanto il Governo continua a spendere soldi che non ha con la larghezza di Masaniello.

Un caro arrivederci dalla Cina, con tanto affetto.

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Oro fisico 1,337.80 $, palladio 1,451.40 $.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-20.

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Sul mercato sono disponibili un elevato numero di titoli legati all’ora ed  ai metalli preziosi.

Si resta alquanto perplessi nel constatare come il loro volume totale corrisponda a diverse decine di migliaia di volte l’intero ammontare dell’oro fisico estratto nel corso della storia.

A dire il vero quasi nessuno di questi titoli millanta una convertibilità in oro fisico, ma questo non basterebbe che in minima parte se tale operazione fosse reclamata per i soliti titoli che si proclamano essere convertibili.

Alcuni arrivano a proclamare che al comprare quote corrisponde da parte del gestore all’acquisto di oro fisico.

Lungi da noi fare i cavillosi, ma i conti non tornano in maniera grossolana.

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Nel converso, diamo per scontato che ogni risparmiatore abbia nel cassetto, oppure in cassaforte, una certa quale quantità di oro fisico, o altri metalli preziosi.

Questa quota rappresenta una sorta di riserva strategica da cui attingere secondo convenienza.

I tempi che stiamo vivendo sono caratterizzati da grande volatilità ed incertezze.

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Se sicuramente il palladio è stato molto richiesto dall’industria negli ultimi tempi, il suo passaggio dagli 800 Usd dell’agosto scorso all’attuale quotazione di 1,451.40 Usd è stata sostenuta anche dalla esigenza di accumulo di scorte.

L’oro fisico ha avuto un periodo meno tumultuoso. A settembre dello scorso anno valeva circa 1,200 Usd all’oncia ed ora quota 1,337.80 Usd, più o meno il valore che aveva nell’aprile dello scorso anno.

Si tenga infine conto che per le transazioni di quantità minimali vi è una ampia forchetta bid / ask.

Il lingotto da kilogrammo ha un valore di 37,665 euro, ma è trattato a 38,319 euro.

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Nota per i micro o nano-investitori.

È sempre facile comprare, e tutti magnificano ciò che vendono. La vera grande difficoltà consiste nell’individuare la realtà cui poter vendere, scegliendosela anche solvibile.

Nei periodi di tensione la forchetta può aumentare in modo strepitoso ed i vari compro oro non sono propriamente dei monaci benedettini.

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Italia. Crisi in vista. Liquidità bancarie salite al 32%, 1,371 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-20.

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Bankitalia ha rilasciato un interesante report, ripreso da un media di tiratura nazionale.

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Risparmio, la paura degli italiani vale 1.371 miliardi

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Riassumiamo in sintesi per punti.

– Le famiglie italiane hanno una ricchezza finanziaria di 4,287 miliardi di euro, dei quali 1,371 miliardi sono tenuti liquidi in conto corrente.

– Se durante le crisi del 2005 – 2006 la quota liquida era del 23% e durante quella del 2008 era del 29%, ad oggi rappresenta il 32% del totale disponibile.

– Di questi 1,371 miliardi 340 sono delle imprese, il resto della famiglie.

– Se nel 2018 il 25% degli imprenditori pensava di fare investimenti, nel 2019 questa quota è scesa all’11%.

– Nel 2017 il 22% delle famiglie non poteva far fronte ad una spesa improvvisa di 1,000 euro, mentre il 64% non avrebbe potuto far fronte ad una spesa improvvisa di 10,000 euro.

– Il 53% degli italiani teme una crisi economica ed una recessione.

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In un sistema economico fisiologicamente funzionante si tende a tenere liquide in conto corrente soltanto quelle cifre che servono la ordinaria gestione e per far fronte ad imprevisti di piccola entità. Infatti, il deposito in conto corrente non rende nulla e le cifre depositate sono erose dai costi di gestione e dall’inflazione, che al momento attuale sfiora lo 0.9%.

Che gli italiani stiano tenendo liquido il 32% delle loro risorse finanziarie, 1,371 miliardi, da molto materiale sul quale riflettere.

Se usualmente nei periodi di crisi il sistema tende a mantenersi liquido, sarebbe altrettanto vero constatare come in crisi quali quella del 2006 la percentuale di liquidità sul totale arrivava al 23%, e sembrerebbe essere stata sufficiente.

Durante le crisi taluni prezzi e quotazioni scendono significativamente ed in quel momento diventano potenzialmente appetibili. Buona regola insegna a comprare per poco e rivendere per molto.

Una tale liquidità tenuta non solo infruttifera ma anche onerosa suggerisce che gli abbienti si configurino scenari nei quali potranno rifarsi, ed anche abbondantemente, dei costi sostenuti a mantenere capitali di tal livello immobilizzati in attesa.

Sembrerebbe quindi che sia feeling comune l’attesa di un qualche evento sommovente.

Ma ci sarebbe anche almeno un altro fattore da considerare.

Al momento gli investimenti nel comparto produttivo sono fortemente penalizzati da una resa minimale, cui si aggiunge di normale il dover sopportare il peso di un soffocante apparato burocratico.

In termini mediani, un milione investito nella produzione rende difficilmente più di 24,000 euro netti, mentre investito in un qualche strumento finanziario potrebbe rendere almeno tre volte tanto.

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Ma forse ciò che lascia più perplessi è quanto questo feeling sia diventato comune sentire dal microrisparmiatore fino a chi disponga anche di capitali ingenti.

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Per nostra mentalità siamo alieni dagli allarmismi. Pur tuttavia in simile evenienza saremmo propensi a ritenere che l’uso della santa prudenza potrebbe essere molto utile.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario, Senza categoria, Unione Europea

Europa. Fondi di investimento. 580 chiusi e Q4 con perdite per 120 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-15.

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Hedge Funds. 174 hanno chiuso nel terzo trimestre 2018. – Bloomberg.

«Potremmo inoltre tentare di definire “hedge fund” come lo strumento finanziario che ha la possibilità – negata ai gestori tradizionali – di usare uno o più strumenti o strategie di investimento sofisticati quali short selling, derivati, hedging e leverage».

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«An estimated 174 hedge funds were liquidated in third quarter»

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Finanza, “grandi speculatori”: l’anno nero degli hedge fund. In 580 hanno chiuso i battenti

«Che cosa ha messo in fuga le «locuste»? Più delle incertezze geopolitiche, è l’improvvisa morìa degli hedge fund, i grandi «predatori» della finanza speculativa, a tenere banco sui mercati finanziari. La selezione naturale esiste sui mercati come in natura, ma in questo caso sembra quasi un’epidemia: le chiusure di fondi alternativi hanno superato quest’anno ogni record negativo, evidenziando la stessa dinamica del peggior periodo della grande crisi finanziaria.

Tra gennaio e metà dicembre, sono oltre 580 gli hedge fund che hanno deciso di chiudere i battenti e restituire il capitale ai clienti, il numero più elevato del decennio e soprattutto superiore alla dinamica delle aperture, ferme a quota 552 secondo la società specializzata Eurekahedge. Che non sia un fenomeno passeggero è un dato di fatto: il 2018 segna il terzo anno consecutivo di «correzione» per la compagine dei gestori speculativi, un’elite della finanza che in meno di vent’anni ha creato un mercato da 3.500 miliardi di dollari. ….

dopo 10 anni di denaro gratis fornito a piene mani dalle banche centrali, non solo si profila ora una fase di bassa marea per la liquidità»

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Santander non rimborsa il CoCo bond da 1,5 miliardi

«Banco Santander, dopo giorni in cui ha tenuto i mercati in sospeso, ha deciso di non esercitare l’opzione “call” su un bond subordinato da 1,5 miliardi di euro: uno schiaffo agli investitori convinti che il gruppo spagnolo avrebbe seguito la regola non scritta di rimborsare il bond, un “contingent convertible” o “CoCo”, che costituisce capitale Tier 1. La prima banca spagnola ha deciso oggi – ultimo giorno per annunciare cosa avrebbe fatto con la “call option” esercitabile il 12 marzo – di non richiamare il bond, che ha una cedola del 6,25%.

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Sarebbe stato sufficiente avere l’intelligenza di un anfiosso. Ma gli esseri umani sono liberi, e sono anche liberi di permettersi il lusso delle ideologie, delle idee preconcette, del credersi onnipotenti. Poi la realtà li fustiga ridimensionandoli per benino. La realtà è spietata, non conosce cosa sia la misericordia.

Per una decina di anni le banche centrali hanno tenuto tassi infimi se non addirittura negativi.

L’accordo era che in cambio i governi avrebbero sfruttato questa occasione per fare riforme strutturali: in poche parole, rimuovere le strutture socialiste e stataliste, deburocratizzare, abbassare le tasse, facendo riprendere la produzione industriale. Lasciando la gente in pace a poter lavorare e guadagnare dal comparto produttivo.

Mai fiducia fu peggio riposta.

I fiumi, gli oceani di denaro arrivavano puntuali, ed altrettanto puntualmente nulla finiva alla produzione, ma andava tutto ai servizi, al welfare. E per buon peso i governi dell’Unione aumentavano anche il debito sovrano.

È stata un’orgia scriteriata.

Far guadagnare gli hedge funds con denaro regalato a costo zero era un’attrattiva irrinunciabile per ogni buon liberal socialista.

Ora stanno arrivando i conti da pagare.

Nel 2018 hanno chiuso 580 fondi di investimento e le trimestrale del quarto periodo accusano perdite per oltre 120 miliardi. Poi, quelli che pubblicheranno saranno bilanci sottoposti a maquillage, ma saranno pur sempre lacrime e sangue.

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L’epoca in cui si giocava a monopoli è finita: kaputt.

Un grande numero di persone sta contemplando i pezzi di carta a loro mani, ridotti da presunta ricchezza a carta da parati.

«Da oggi ci liberiamo dal socialismo e dal politicamente corretto»

Questa frase di Mr Bolsonaro dovrebbe essere scolpita su tutti i parlamenti ed anche sulle sedi dell’Unione Europea.

Nota.

Il 23 – 26 maggio si voterà per il rinnovo del parlamento europeo.

Starà agli elettori decidere se avere un futuro di fame e miseria, oppure almeno tentare di rimettere le cose in funzione.


Bloomberg. 2019-02-13. Europe’s Fund Managers May Have Lost $100 Billion in 4th Quarter

Europe’s money managers have been warning for months that the fourth quarter was bad for them. How bad? One estimate puts it at $100 billion.

That’s the amount of client money that Europe’s open-ended funds lost in the final three months of 2018 as markets whipsawed, according to Amundi SA. The French company alone saw outflows of $7.4 billion in that period amid an “extremely hostile” market, Chief Executive Officer Yves Perrier said on Wednesday. Other European companies have reported similar outflows.

For now, money managers are sticking to their targets. Perrier still plans to attract at least 50 billion euros ($57 billion) annually through 2020 — he missed that goal by 8 billion euros last year, Amundi confirmed in its latest results.

DWS Group CEO Asoka Woehrmann likewise didn’t scrap his medium-term goal of bringing in about 20 billion euros per year, though he labeled the target as “ambitious” in a recent Bloomberg interview. Both Perrier and Woehrmann have said it’s too early to make predictions for 2019.

A Deep Slump

Net flows have been declining since mid-2017 and plunging in 2018.

Pubblicato in: Banche Centrali, Commercio, Finanza e Sistema Bancario

Finanza islamica. La Sharia gestisce oltre 2,000 miliardi Usd.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-28.

mecca 001

Un giornale specializzato ha pubblicato il seguente report.

«Secondo l’Ifsb (Islamic Financial Services Board) il valore della massa monetaria mondiale che viene gestita in obbedienza alle leggi religiose dettate dalla Sharia, la finanza islamica, ammonta a poco più di 2mila miliardi di dollari.

Quanto vale la finanza islamica

Il grafico sopra mostra i principali Paesi dove sono allocati i 2.050,2 miliardi di dollari che, nel mondo, sono gestiti secondo le regole della finanza islamica. In Iran e Arabia Saudita si trova più della metà delle risorse ovvero, rispettivamente, il 34,4% in Iran e il 20,4% in Arabia Saudita. Complessivamente sono 36 i Paesi che nel mondo gestiscono una parte più o meno cospicua dei loro depositi bancari secondo le regole della Sharia.

Un caso non unico ma raro è quello dell’Iran. Non solo perché è il Paese che “ospita” la maggior parte dei soldi sottoposti alla Sharia, ma soprattutto perché il 100% del suo sistema bancario è regolato secondo i precetti dell’Islam. Questo significa che i cittadini iraniani non possono depositare il proprio denaro se non in banche iraniane che seguono tutte i precetti della Sharia. Lo stesso succede, ma con numeri decisamente meno importanti, per il Sudan, dove è depositato l’1,6% delle risorse islamiche mondiali.

Ma tra i Paesi nei quali la finanza islamica è presente c’è anche la Turchia che ospita il 2,6% del totale dei soldi gestiti in ossequio alla Sharia e dove soprattutto i giovani mostrano sempre più interesse verso le regole dell’Islam radicale, come Truenumbers ha spiegato in questo articolo.

Come funziona la finanza islamica

Il primo e più importante segno distintivo della finanza islamica è l’approccio al concetto di riba, gli interessi generati dai prestiti, considerati immorali. Oltre al divieto di riba, nel mondo della finanza islamica è prevista la condivisione di rischi e profitti tra le parti e il divieto di alimentare i mercati di alcol, tabacco, pornografia, armi, gioco d’azzardo e carne suina. Nel mondo della finanza islamica, inoltre, non è possibile tenere il denaro fermo: deve essere continuamente investito.»

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Questa notizia dovrebbe fornire molti spunti di riflessione.

Il primo grande spunto dovrebbe vertere il senso delle dimensioni.

Se per la gente ‘normale’ 2,000 miliardi sono una cifra difficilmente rappresentabile, sarebbe un po’ meno del debito sovrano italiano, nel mercato finanziario internazionale è un ammontare quasi trascurabile. Facendo un conto grossolano – non sono disponibili dati in materia – ciò che a livello mondiale potrebbe essere stimato essere ‘denaro’ depositato presso un sistema bancario potrebbe essere valutato attorno ai novanta trilioni di dollari. Come si constata, 2,000 miliardi non son poi gran che. Ma il vero oggetto da comprendere è come oramai i giri finanziari abbiano volumi che la mente umana stenta a comprendere.

Il secondo grande spunto è la definizione dei limiti entro i quali può sopravvivere, e magari anche prosperare, una qualche eccezione al mercato corrente: quali sono le dimensioni che può assumere una simile enclave? Non è un concetto di facile realizzazione.

Un esempio emblematico potrebbe essere l’enclave Amish in Pennsylvania. È un gruppo religioso coeso e sostanzialmente felice, che vive seguendo regole e strutture seicentesche. Il più evidente elemento di criticità è il trattamento medico, teologicamente rifiutato ma utilizzato poi nella vita corrente. In estrema sintesi: è possibile vivere da Amish se poi all’occorrenza si possa fare ricorso a tutte quelle strutture moderne che dovrebbero esserle aliene. La linea di discrimine dovrebbe essere evidente.

Il terzo grande spunto è cercare di capire cosa debba intendersi per interessi e, quindi, per riba.

Interesse è definito come

«il prezzo pagato, o che deve essere pagato, dal debitore per l’uso del credito concessogli, normalmente calcolato in misura percentuale su base annua».

L’interesse diventa usuraio quando il tasso supera notevolmente e illecitamente quello legale.

In linea generale potremmo dire che l’interesse è la ricompensa dovuta a quanti si privino di una liquidità che avrebbe altrimenti investito in modo proficuo.

Come negli esempi precedenti, se è facole enunciare il principio è quasi impossibile stabilire i livelli corretti.

Il numero di variabili in gioco è talmente elevato che affidarsi alla valutazione di mercato diventa giocoforza.

Il concetto che all’interesse si sostituisca la condivisione di rischi e profitti tra le parti, dalla joint venture fino alla gestione societaria, esercita una grande fascino mentale. Il denaro perde la sua dimensione solipsica e diventa strumento economico: sarà l’attività economica quindi a generare reddito, non il denaro in sé e per sé.

Il divieto di riba trova quindi ragionevole contesto in una società poco strutturata: in altre società altamente complesse l’interesse diventa parte integrante delle medesime. Nel conferire a termine in modo anonimo danaro implica soltanto che gli interessi altro non saranno che la refusione di quanto avrebbero fruttato se investiti dal proprietario del denaro, ossia un lecito guadagno.

Il quarto grande spunto inerisce la destinazione ed uso del denaro. Esso è un mezzo:può essere usato nel bene come nel male. Ma questa affermazione acquista un senso logico solo quando siano definiti in modo inequivocabile i concetti di bene e di male. È del tutto evidente come in una visione relativistica, ove si ammettano significati plurimi e contrastanti, sia impossibile pervenire ad una definizione.

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Riassumendo.

La gestione di beni finanziari secondo i dettami della Sharia ben rientra nella visione islamica della religione e della vita. A nostro sommesso parere, ben difficilmente essa potrebbe essere estesa e condivisa anche al mondo non islamico.


Nota.

Poniamo una domanda.

A quale tasso di interesse deve prestare denaro un ‘usuraio’ che finanzia dieci persone sapendo che nove non lo rimborseranno mai?