Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Materie Prime, Senza categoria, Unione Europea

Gas Naturale. La crisi in Europa è peggiore di quanto possa sembrare.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-07-16.

La crisi del gas naturale in Europa è peggiore di quanto sembri.

I costi dei combustibili puri in Europa sono ancora ben al di sotto del massimo storico stabilito a marzo. Tuttavia, se si scava un po’ più a fondo, si nota che di solito segnalano un’interruzione più prolungata di quanto i mercati avessero previsto all’indomani dell’invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin.

Mentre allora il mercato dei carburanti prezzava una catastrofe di breve durata, che sarebbe durata forse qualche mese, ora segnala un rischio eccessivo per l’inverno successivo, fino al 2023 e, sempre di più, fino al 2024.

A marzo, un produttore tedesco poteva bloccare i costi del carburante per tutto il 2023 a circa 80 euro per megawattora; ora deve pagare 145 euro per coprire la stessa minaccia.

La scorsa settimana, il contratto olandese TTF, un benchmark europeo a pronti, è salito a circa 175 euro.

Il 5 marzo – quando il costo del carburante a pronti è salito a circa 185 euro – il contratto per la fornitura a dicembre 2022 è salito solo a circa 155 euro; la settimana scorsa, quando il valore a pronti era appena inferiore, il contratto di dicembre è stato scambiato a quasi 195 euro.

Il gasdotto Nord Stream 1, collegamento cruciale tra la Russia e l’Unione Europea, è sottoposto a manutenzione annuale dall’11 al 21 luglio.

Tatticamente, è più probabile che Mosca mantenga il trasferimento di una parte del carburante, mantenendo la scelta di tagliare o rallentare i flussi in qualsiasi momento quando lo desidera.

C’è un’ulteriore minaccia in avanti: A un certo punto, Mosca chiuderà completamente il rubinetto, molto probabilmente prima dell’inverno, per cercare di mettere in ginocchio il sistema finanziario tedesco. È una conseguenza che il mercato non ha ancora valutato.

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«Europe’s natural-gas crisis is worse than it looks»

«European pure fuel costs are nonetheless properly beneath the all-time excessive set in March. Dig a bit deeper, nonetheless, they usually are signaling a extra protracted disruption than markets anticipated within the quick aftermath of  Vladimir Putin’s invasion of Ukraine»

«While the fuel market then priced in a short-lived disaster, lasting maybe a few months, it’s now flashing excessive hazard for subsequent winter, by way of 2023 and, more and more, into 2024»

«Back in March, a German producer may lock in fuel costs for all of 2023 at about 80 euros per megawatt hour; now, it has to pay a document excessive 145 euros to hedge the identical worth threat»

«Last week, the intently watched Dutch TTF contract, a European spot benchmark, rose to about 175 euros»

«On March 5 — when spot fuel costs surged to about 185 euros — the contract for supply in December 2022 rose solely to about 155 euros; final week, when the spot worth was barely decrease, the December contract traded at almost 195 euros»

«The Nord Stream 1 pipeline, crucial fuel hyperlink between Russia and the European Union, undergoes annual upkeep from July 11 to July 21»

«Tactically, Moscow is more likely to hold some fuel transferring, retaining the choice of chopping or slowing flows at any time when it chooses»

«There’s additional threat forward: At some level, Moscow will fully flip off the faucet, most likely simply earlier than the winter, to attempt to deliver the German financial system to its knees. That’s an consequence the market hasn’t priced but»

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Europe’s Natural-Gas Crisis Is Worse Than It Looks

European pure fuel costs are nonetheless properly beneath the all-time excessive set in March. Dig a bit deeper, nonetheless, they usually are signaling a extra protracted disruption than markets anticipated within the quick aftermath of  Vladimir Putin’s invasion of Ukraine.

While the fuel market then priced in a short-lived disaster, lasting maybe a few months, it’s now flashing excessive hazard for subsequent winter, by way of 2023 and, more and more, into 2024. Over the previous couple of days, the entire European fuel worth curve has repriced at a a lot larger degree.

The shift within the ahead curve has been essentially the most notable improvement of the fuel market in the previous month – one which’s not gathering sufficient consideration in European capitals. But the business is keenly conscious, because it’s bearing the fee. Back in March, a German producer may lock in fuel costs for all of 2023 at about 80 euros per megawatt hour; now, it has to pay a document excessive 145 euros to hedge the identical worth threat.

Last week, the intently watched Dutch TTF contract, a European spot benchmark, rose to about 175 euros, doubling in a month, after Russia minimize provides by way of the Nord Stream 1 pipeline into Germany. Even so, spot fuel costs stay 30% beneath the document excessive settlement of 227 euros set in the course of the early days of the conflict — worrying, however not alarming; costs are excessive, however not that top. After what the market weathered in March, one can perceive why coverage makers aren’t panicking.

But that’s should you ignore the motion on the again finish of the curve. On March 5 — when spot fuel costs surged to about 185 euros — the contract for supply in December 2022 rose solely to about 155 euros; final week, when the spot worth was barely decrease, the December contract traded at almost 195 euros.

A yr into Russia manipulating European fuel provides, the market is lastly satisfied that Moscow will proceed to take action, and maybe with better depth.The first check comes within the subsequent two weeks. The Nord Stream 1 pipeline, crucial fuel hyperlink between Russia and the European Union, undergoes annual upkeep from July 11 to July 21. Berlin fears that Moscow will discover an excuse to maintain it closed for good, chopping fuel provides to Germany fully. After all that Moscow has finished, the German authorities is correct to be involved.Yet, Russia might wish to hold some fuel flowing to protect its long-term leverage. From a game-theory standpoint, that is sensible. Once Russia stops shipments fully, it could possibly now not apply strain. Tactically, Moscow is more likely to hold some fuel transferring, retaining the choice of chopping or slowing flows at any time when it chooses.

Moreover, Nord Stream 1 is the primary route for Russian fuel into Europe listed towards the TTF contract, in line with Goldman Sachs. Not reopening the pipeline after the upkeep shutdown will restrict the revenue that Gazprom, the Russian state-owned fuel large, enjoys from sky-high fuel costs.Russia has clearly written off its fuel relationship with Europe. For now, nonetheless, the Kremlin will proceed to get pleasure from one of the best of each worlds: excessive income and compelling leverage. To obtain its aims, Russia must proceed promoting some fuel into Germany, however at lowered charges, because it’s at the moment doing.The market is correct to reprice the fuel curve; the one query is why it took so lengthy. There’s additional threat forward: At some level, Moscow will fully flip off the faucet, most likely simply earlier than the winter, to attempt to deliver the German financial system to its knees. That’s an consequence the market hasn’t priced but. 

Pubblicato in: Commercio, Regno Unito, Senza categoria

Regno Unito. Pub. La pinta di birra chiara è salita da 3.96 ad un massimo di 8 sterline.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-07-09.

2022-07-08 birra 001

I pub inglesi erano dei miti.

Pub è l`abbreviazione di una “Public house” ossia un locale pubblico dove vengono servite bevande alcoliche, in particolare birra.

Sono nati nei paesi anglosassoni cioè Irlanda e Regno Unito e sono i discendenti delle locande e delle taverne medievali.

Re Edgar nel 965 emanò un decreto in cui stabiliva che non poteva esserci più di un pub per villaggio.

Nel 1393 re Riccardo aveva imposto agli osti dei pub di porre insegne fuori dei loro locali.

La prima legge che prevede una licenza ufficiale per i locandieri risale al 1552.

A partire dal 1839 è illegale ubriacarsi all’interno di un pub o di un locale che vende bevande alcoliche con licenza.

Nel 1740 la produzione del gin aveva surclassato quella della birra per il suo costo modico.

La legge antifumo è vigente anche in Irlanda dal 2007. Pertanto i pub si sono dotati di spazi per fumatori.

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UK, il prezzo della pinta di birra sfonda il tetto delle 4 sterline

Una delle più grandi catene di pub del Regno Unito, la Marston’s Brewery, sta per aumentare il prezzo di una pinta di ben 45 pence: questo comporterà in molte aree lo sfondamento della soglia simbolica delle 4 sterline per una pinta. L’azienda, che possiede sei birrifici e gestisce più di 1.500 pub, sta introducendo aumenti compresi tra 20 e 45 pence. L’attuale media britannica per una pinta è di £ 3,96. Naturalmente nelle città quella barriera è già stata infranta da tempo: Londra ha il prezzo medio di una pinta di £ 6 mentre a Edimburgo è di £ 5,10, Bristol £ 4,52, Liverpool £ 4,48 e Birmingham £ 4,46.

Un portavoce della Marston’s Brewery ha dichiarato: “L’aumento dei prezzi è un impatto diretto dell’impennata dei prezzi dell’energia e dei costi operativi sperimentati da tutte le imprese e le famiglie in tutto il paese”. La birra alla spina quest’anno ha subito il suo più grande aumento di prezzo da quando sono iniziate le registrazioni, afferma l’Office for National Statistics. Una pinta è in aumento di oltre il 6% rispetto a prima della pandemia, quando il costo medio era di £ 3,73. Le cause sono individuate nella chiusura dei pub a causa delle restrizioni anti Covid, e delle successive crisi della filiera e dei costi delle materie prime.

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La crisi dei pub nel Regno Unito a causa dell’inflazione al top da 40 anni

I celebri pub inglesi rappresentano la prima ‘vittima’ dell’inflazione che sta cambiando le abitudini di consumo e sociali. Una pinta di ‘chiara’ è salita da 3,96 euro nel 2010 a 4,80 euro nel 2020 fino a oltre 5,30 euro nelle ultime settimane.

Agi – L’inflazione in Gran Bretagna, che ha raggiunto il top da 40 anni, registra una vittima ‘eccellente’: i celebri pub inglesi, tanto amati dai cittadini britannici (e turisti stranieri), meta abituale per fare una sosta e per degustare una birra.

Sebbene l’identità nazionale britannica sia strettamente intrecciata con le “public house”, spesso rappresentate come il cuore di una comunità, il loro numero è in declino a causa di una serie di fattori, tra cui anche il cambiamento delle abitudini di consumo e sociali.

Ma il colpevole principale è l’inflazione, considerando che secondo l’attuale ritmo di aumento del costo della vita, una pinta di ‘chiara’ è salita da 3,96 euro nel 2010 a 4,80 euro nel 2020 fino a oltre 5,30 euro nelle ultime settimane. E in alcuni posti, è lievitato fino a 8 sterline.

Con il conflitto ucraino – considerato il fatto che Kiev è tra i maggiori produttori di orzo, un ingrediente chiave nella produzione di birra – e l’inflazione galoppante, i maggiori costi per gli operatori di pub britannici sono diventati sostenuti e solo in parte vengono scaricati sui consumatori: ad esempio Mitchells & Butlers Plc, prevede per quest’anno una spesa maggiore per 257 milioni di dollari, il proprietario dei marchi Harvester e All Bar One stima invece che le pressioni inflazionistiche potrebbero far aumentare i suoi costi totali dell’11,5% nel 2022.

I problemi dei costi si aggiungono a quelli già esistenti visto che i pub hanno dovuto affrontare un periodo assai turbolento durante la pandemia di Covid-19: tra questi, i  ritardi nelle consegne oltremanica dovuti alla Brexit, e la carenza di personale. I proprietari dei pub hanno offerto quindi salari più alti per trattenere i lavoratori, ma ciò ha inevitabilmente intaccato i loro margini di profitto.

Clive Watson, presidente del City Pub Group, che gestisce 41 pub a Londra e nel sud del Paese, ha dichiarato al FT che i costi degli ingredienti sono aumentati del 10%, “l’inflazione dei salari è probabilmente del 7% e l’inflazione dell’elettricità è del 100%, quindi il prezzo dei costi misti probabilmente fa aumentare il prezzo di una pinta di birra del 12-13%”.

Insomma, questo mix da tempesta perfetta ha fatto sì che il numero di pub attivi in Inghilterra e Galles sia ora il più basso mai registrato mentre l’aumento dei costi dell’energia e la carenza di lavoratori minacciano sempre più il futuro di questa istituzione britannica molto amata.

Secondo i dati riportati da Altus Group, società di consulenza immobiliare, alla fine di giugno c’erano 39.973 pub inglesi e gallesi, 200 in meno rispetto a quelli aperti alla fine dell’anno scorso.

Peraltro molti di questi locali lottano anche per competere con i prezzi più bassi degli alcolici disponibili nei supermercati e nel frattempo la maggior parte di quelli che sono ormai scomparsi sono stati demoliti o convertiti in abitazioni o uffici.

Emma McClarkin, amministratore delegato della British Beer and Pub Association, ha dichiarato in un comunicato che i numeri dipingono un “quadro devastante”.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Senza categoria

Italia. A giugno 141 scadenze fiscali. La borghesia la si uccide con le tasse.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-06-06.

Banche 016. Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542.

«Giugno mese ricco di appuntamenti con il fisco»

«141 scadenze fiscali e di queste, ben 122, l’86,5% del totale, imporranno agli italiani a mettere mano al portafoglio»

«solo la Francia, nel 2021, ha registrato una pressione fiscale superiore alla nostra»

«Se a Parigi era al 47.% del Pil, a Berlino si è attestata al 42.5% e a Madrid al 38.8%»

«Da noi invece il peso fiscale ha raggiunto la soglia record del 43.5%»

«L’anno scorso la media Ue si è fermata al 41.5%, due punti in meno rispetto all’Italia»

«secondo il Mef nel 2022 lo Stato dovrebbe incassare quasi 40 miliardi di imposte e contributi in più rispetto al 2021»

«una parte di questo incremento di gettito è sicuramente ascrivibile anche al forte aumento dell’inflazione che quest’anno dovrebbe oscillare tra il 6 e il 7%»

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La borghesia la si uccide con le tasse.

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Fisco, a giugno ingorgo scadenze: da Imu a Irpef, sono 141

Giugno mese ricco di appuntamenti con il fisco. In questo mese si profila un vero e proprio ingorgo fiscale: i contribuenti italiani dovranno infatti assolvere a ben 141 scadenze fiscali e di queste, ben 122, l’86,5% del totale, imporranno agli italiani a mettere mano al portafoglio.

Una buona notizia c’è visto che lunedì prossimo, 6 giugno, gli italiani “terminano” di versare le tasse e i contributi previdenziali allo Stato e da martedì scatta il cosiddetto tax freedom day (giorno di liberazione fiscale). Rispetto al 2021, anno che ha registrato il record storico di pressione fiscale, quest’anno l’ “appuntamento” più atteso dagli italiani arriva un giorno prima anche se è del 2005 il primato del “giorno di liberazione fiscale” più “precoce”. E’ la Cgia di Mestre ad elaborare il calcolo che è un puro esercizio teorico che serve a dimostrare, “se ancora ce ne fosse bisogno, l’eccessivo peso fiscale che grava sugli italiani”.

“Dopo poco più di 5 mesi dall’inizio dell’anno, praticamente dopo 157 giorni lavorativi inclusi i sabati e le domeniche, il contribuente medio finisce di lavorare per assolvere tutti i versamenti fiscali dell’anno (Irpef, Imu, Iva, Tari, addizionali varie, Irap, Ires, contributi previdenziali, etc.) e da martedì 7 giugno inizia a guadagnare per sé”, spiega ancora la nota che da una comparazione con i Big dell’Ue evidenza come “solo la Francia, nel 2021, ha registrato una pressione fiscale superiore alla nostra. Se a Parigi era al 47,2% del Pil, a Berlino si è attestata al 42,5% e a Madrid al 38,8%. Da noi, invece, il peso fiscale ha raggiunto la soglia record del 43,5%. Tra i 27 dell’Ue, l’Italia si è collocata al sesto posto: ci hanno preceduto la Danimarca (48,1%), la Francia (47,2%), il Belgio (44,9%), l’Austria (43,8%) e la Svezia (43,7%). L’anno scorso la media Ue si è “fermata” al 41,5%, due punti in meno rispetto all’Italia.

L’anno maggiormente “in ritardo“ è stato il 2021, giacché la pressione fiscale ha raggiunto il record storico del 43,5 per cento e, di conseguenza, il “giorno di liberazione fiscale” è scoccato l’8 giugno. E’ corretto segnalare, prosegue la Cgia, che questo picco record di pressione fiscale non è ascrivibile ad un aumento del prelievo imposto l’anno scorso a famiglie e imprese, ma alla decisa crescita registrata dal Pil nazionale (oltre il 6,5%) che, dopo la caduta verticale registrata nel 2020 (-9%), ha contribuito ad aumentare notevolmente le entrate.

E il mese di giugno, denuncia ancora Cgia, è caratterizzato da un vero e proprio ingorgo fiscale: 141 le scadenze fiscali da rispettare di cui 122, l’86,5% del totale, imporranno agli italiani a mettere mano al portafoglio. “Un calendario fiscale da far tremare i polsi, che solleva ancora una volta un grande problema: in Italia non solo subiamo un prelievo fiscale eccessivo, ma anche le modalità di pagamento delle imposte provocano un costo burocratico che non ha eguali nel resto d’Europa”.

Nel 2022 , comunque, nonostante la crescita economica dovrebbe attestarsi attorno al 2,5 % il peso del fisco è destinato a diminuire di 0,4 punti percentuali grazie alla riduzione delle imposte e dei contributi decisa dal governo Draghi. “Se teniamo conto del leggero miglioramento in corso delle principali variabili economiche che si riflette sull’andamento del gettito, secondo il Mef nel 2022 lo Stato dovrebbe incassare quasi 40 miliardi di imposte e contributi in più rispetto al 2021”, annota ancora Cgia che segnala come però “una parte di questo incremento di gettito è sicuramente ascrivibile anche al forte aumento dell’inflazione che, secondo le previsioni, quest’anno dovrebbe oscillare tra il 6 e il 7%”.

“Pertanto, in un momento in cui le famiglie stanno subendo dei rincari spaventosi che rischiano di far crollare i consumi interni, sarebbe auspicabile che il Governo restituisse parte di questo extra gettito con meccanismi di fiscal drag. Una misura che rafforzerebbe il potere d’acquisto dei pensionati e dei lavoratori dipendenti, dando un sensibile sollievo soprattutto a coloro che attualmente si trovano in serie difficoltà economiche”, conclude.

Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo, Senza categoria, Stati Uniti

Usa. Calo della immigrazione riduce il lavoro a basso costo e causa aumenti dei prezzi.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-05-14.

2022-05-10__ Immigrazione 001

Vi sono dei dati di fatto contro i quali si infrangono tutte le idee preconcette. La realtà fattuale stritola.

US birth rate falls 4% to its lowest point ever

«The American birth rate fell for the sixth consecutive year in 2020, with the lowest number of babies born since 1979, according to a new report.

Some 3.6 million babies were born in the US in 2020 – marking a 4% decline from the year before, found the US Centers for Disease Control and Prevention (CDC) National Center for Health Statistics.

The slump was seen across all recorded ethnicities and origins, according to the findings»

Attualmente il tasso di fertilità si attesta a 1.7, valore ben al di sotto di quello necessario a mantenere una popolazione in equilibrio.

Alla carenza di giovani si associa la disaffezione a voler fare lavori anche poco retribuiti. Si tende a vivere utilizzando i risparmi, sia pur essi falcidiati dalla inflazione.

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Sotto questa luce appare essere evidente quanto sia ampio il problema della immigrazione, fornendo gli immigrati una manodopera non in pianta e sottopagata spesso ai limiti della sussistenza.

Per essere chiari, negli Stati Uniti la immigrazione è vista come una nuova forma di schiavitù.

Ma Nemesi è spietata.

Alla carenza della manodopera immigrata si associa una levitazione dei costi di produzione, elemento questo che concorre a fare aumentare il tasso di inflazione.

Siamo franchi: gli Stati Uniti si reggono anche su questa nuova forma di schiavitù

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In calce riportiamo una traduzione in lingua italiana dell’accluso articolo.

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«Shortage of immigrant labor raises prices in the US»

«About 10 miles (16 kilometers) from the Rio Grande, Mike Helle’s farm suffers from such a shortage of migrant workers that he has replaced 450 acres (180 hectares) of leafy greens, which are harvested by hand, with crops that can be harvest with machines»

«In Houston, Al Flores raised prices at his restaurant because the cost of meat doubled due to a lack of immigrant staff on the production lines of the meatpacking plants»

«In the Dallas area, Joshua Correa raised the prices of homes built by his company by $150,000 due in part to cost increases caused by a lack of immigrant labor»

«It is estimated that the country has two million fewer immigrants than it would have if the rate had been maintained»

«This has sparked a desperate dispute over labor in many sectors, including meatpacking and home construction, which also contributes to shortages and price increases.»

«In the short term, we will adjust to that deficit in the labor market through increases in wages and prices»

«The labor factor is one of those that contribute to the United States suffering its highest inflation in the last 40 years; others are the disruptions in supply chains due to the coronavirus pandemic and the increase in fuel and raw material prices since the Russian invasion of Ukraine»

«Given the sharp decline in birth rates over the past two decades, some economists forecast that the potential labor force will begin to shrink by 2025»

«A recent Gallup poll reveals that fears of unauthorized immigration are the highest in two decades»

«With the November midterm elections looming, which will be difficult for Democrats, President Biden’s party is divided over Washington’s attempt to end pandemic restrictions on the asylum application process»

«The turn against immigration distresses some Texas business owners»

«Correa has raised the regular price of his homes from $500,000 to about $650,000»

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Shortage of immigrant labor raises prices in the US

About 10 miles (16 kilometers) from the Rio Grande, Mike Helle’s farm suffers from such a shortage of migrant workers that he has replaced 450 acres (180 hectares) of leafy greens, which are harvested by hand, with crops that can be harvest with machines.

In Houston, Al Flores raised prices at his restaurant because the cost of meat doubled due to a lack of immigrant staff on the production lines of the meatpacking plants. In the Dallas area, Joshua Correa raised the prices of homes built by his company by $150,000 due in part to cost increases caused by a lack of immigrant labor.

After immigration to the United States declined under President Donald Trump — and came to a near halt during the 18 months of the coronavirus pandemic — the country is finding that there is a labor shortage due in part to those brakes.

It is estimated that the country has two million fewer immigrants than it would have if the rate had been maintained. This has sparked a desperate dispute over labor in many sectors, including meatpacking and home construction, which also contributes to shortages and price increases.

“The lack of those two million immigrants partly explains why we have a labor shortage,” said Giovanni Peri, an economist at the University of California, Davis, who calculated the shortfall. “In the short term, we will adjust to that deficit in the labor market through increases in wages and prices.”

The labor factor is one of those that contribute to the United States suffering its highest inflation in the last 40 years; others are the disruptions in supply chains due to the coronavirus pandemic and the increase in fuel and raw material prices since the Russian invasion of Ukraine.

Steve Camarota, a researcher at the Center for Immigration Studies, a supporter of reducing immigration, believes that during the presidency of Joe Biden there will be a sharp increase in unauthorized immigration that will offset the shortages that still persist after the pandemic. He further argues that wage increases in low-income sectors such as agriculture contribute little to inflation.

“I don’t think wage increases are a bad thing for the poor and I think it’s mathematically impossible to reduce inflation with limits on the lowest wages,” Camarota told The Associated Press.

Immigration is rapidly returning to its pre-pandemic levels, according to the researchers, but the United States would need a sharp acceleration to make up the shortfall. Given the sharp decline in birth rates over the past two decades, some economists forecast that the potential labor force will begin to shrink by 2025.

Meanwhile, the political system shows little will to increase immigration. The Democrats, who control the White House and Congress and have been the most pro-immigrant party in recent years, have not introduced important bills that would allow more new residents to enter the country. A recent Gallup poll reveals that fears of unauthorized immigration are the highest in two decades. With the November midterm elections looming, which will be difficult for Democrats, President Biden’s party is divided over Washington’s attempt to end pandemic restrictions on the asylum application process.

“At some point we either decided to get older and shrink or we changed our immigration policy,” said Douglas Holtz-Eakin, an economist and a former official in the administration of President George W. Bush who now chairs the center-right US Action Forum.

Holtz-Eakin acknowledged that a change in immigration policy is unlikely.

“The bases of both parties are very closed,” he said.

This is certainly the case in Republican-ruled Texas, which encompasses the longest and busiest stretch of the southern border.

In 2017, the legislature forced cities to have their federal immigration agents search for people living in the United States without legal authorization. Gov. Greg Abbott sent the Texas National Guard to patrol the border and recently caused massive traffic jams when he ordered increased inspections at border crossings.

The turn against immigration distresses some Texas business owners.

“Immigration is very important to our workforce in the United States,” Correa acknowledged. “We just need it.”

Correa is seeing his projects running two or three months behind schedule as he and his subcontractors — from drywall erectors to plumbers and electricians — struggle to put together work teams.

Correa has raised the regular price of his homes from $500,000 to about $650,000.

“We are feeling it and if at the end of the day we are feeling it as builders and developers, the consumer pays the price,” said Correa, who spoke from Pensacola, Florida, where he brought a crew of workers as a favor for a client who did not has been able to find employees to fix a beach house damaged by Hurricane Sally in 2020.

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La carenza di manodopera immigrata fa aumentare i prezzi negli Stati Uniti

A circa 16 chilometri dal Rio Grande, la fattoria di Mike Helle soffre di una tale carenza di lavoratori immigrati che ha sostituito 450 acri (180 ettari) di verdure a foglia, che vengono raccolte a mano, con colture che possono essere raccolte con macchine.

A Houston, Al Flores ha aumentato i prezzi del suo ristorante perché il costo della carne è raddoppiato a causa della mancanza di personale immigrato sulle linee di produzione degli stabilimenti di confezionamento della carne. Nell’area di Dallas, Joshua Correa ha aumentato i prezzi delle case costruite dalla sua azienda di 150.000 dollari in parte a causa dell’aumento dei costi causato dalla mancanza di manodopera immigrata.

Dopo che l’immigrazione negli Stati Uniti è diminuita sotto il presidente Donald Trump – e si è quasi arrestata durante i 18 mesi della pandemia di coronavirus – il paese sta scoprendo che c’è una carenza di manodopera dovuta in parte a quei freni.

Si stima che il paese abbia due milioni di immigrati in meno di quanti ne avrebbe se il tasso fosse stato mantenuto. Questo ha scatenato una disperata disputa sulla manodopera in molti settori, tra cui l’imballaggio della carne e la costruzione di case, che contribuisce anche alla carenza e all’aumento dei prezzi.

“La mancanza di quei due milioni di immigrati spiega in parte perché abbiamo una carenza di manodopera”, ha detto Giovanni Peri, un economista dell’Università della California, Davis, che ha calcolato il deficit. “A breve termine, ci adegueremo a questo deficit nel mercato del lavoro attraverso aumenti dei salari e dei prezzi”.

Il fattore lavoro è uno di quelli che contribuiscono a far sì che gli Stati Uniti subiscano la più alta inflazione degli ultimi 40 anni; altri sono le interruzioni delle catene di approvvigionamento dovute alla pandemia di coronavirus e l’aumento dei prezzi del carburante e delle materie prime dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

Steve Camarota, un ricercatore del Center for Immigration Studies, un sostenitore della riduzione dell’immigrazione, crede che durante la presidenza di Joe Biden ci sarà un forte aumento dell’immigrazione non autorizzata che compenserà le carenze che ancora persistono dopo la pandemia. Egli sostiene inoltre che gli aumenti salariali nei settori a basso reddito come l’agricoltura contribuiscono poco all’inflazione.

“Non penso che gli aumenti salariali siano una brutta cosa per i poveri e penso che sia matematicamente impossibile ridurre l’inflazione con limiti sui salari più bassi”, ha detto Camarota a The Associated Press.

L’immigrazione sta rapidamente tornando ai suoi livelli pre-pandemici, secondo i ricercatori, ma gli Stati Uniti avrebbero bisogno di una forte accelerazione per recuperare il deficit. Dato il forte calo delle nascite negli ultimi due decenni, alcuni economisti prevedono che la forza lavoro potenziale inizierà a ridursi entro il 2025.

Nel frattempo, il sistema politico mostra poca volontà di aumentare l’immigrazione. I democratici, che controllano la Casa Bianca e il Congresso e sono stati il partito più favorevole agli immigrati negli ultimi anni, non hanno introdotto importanti disegni di legge che permetterebbero a più nuovi residenti di entrare nel paese. Un recente sondaggio Gallup rivela che i timori dell’immigrazione non autorizzata sono i più alti degli ultimi due decenni. Con le elezioni di midterm di novembre incombenti, che saranno difficili per i democratici, il partito del presidente Biden è diviso sul tentativo di Washington di porre fine alle restrizioni pandemiche sul processo di richiesta di asilo.

“A un certo punto o abbiamo deciso di invecchiare e ridurci o abbiamo cambiato la nostra politica sull’immigrazione”, ha detto Douglas Holtz-Eakin, un economista ed ex funzionario dell’amministrazione del presidente George W. Bush che ora presiede il centro-destra US Action Forum.

Holtz-Eakin ha riconosciuto che un cambiamento nella politica d’immigrazione è improbabile.

“Le basi di entrambi i partiti sono molto chiuse”, ha detto.

Questo è certamente il caso del Texas governato dai repubblicani, che comprende il tratto più lungo e trafficato del confine meridionale.

Nel 2017, la legislatura ha costretto le città a far cercare ai loro agenti federali dell’immigrazione le persone che vivono negli Stati Uniti senza autorizzazione legale. Il governatore Greg Abbott ha inviato la Guardia Nazionale del Texas per pattugliare il confine e recentemente ha causato enormi ingorghi quando ha ordinato di aumentare le ispezioni ai valichi di frontiera.

La svolta contro l’immigrazione angoscia alcuni imprenditori del Texas.

“L’immigrazione è molto importante per la nostra forza lavoro negli Stati Uniti”, ha riconosciuto Correa. “Ne abbiamo bisogno”.

Correa vede i suoi progetti in ritardo di due o tre mesi sulla tabella di marcia, mentre lui e i suoi subappaltatori – dai muratori a secco agli idraulici ed elettricisti – lottano per mettere insieme le squadre di lavoro.

Correa ha aumentato il prezzo regolare delle sue case da 500.000 dollari a circa 650.000 dollari.

“Lo stiamo sentendo e se alla fine della giornata lo stiamo sentendo come costruttori e sviluppatori, il consumatore ne paga il prezzo”, ha detto Correa, che ha parlato da Pensacola, Florida, dove ha portato una squadra di lavoratori come favore per un cliente che non è stato in grado di trovare dipendenti per riparare una casa sulla spiaggia danneggiata dall’uragano Sally nel 2020.

Pubblicato in: Materie Prime, Russia, Senza categoria, Stati Uniti

America. Le sanzioni di Joe Biden hanno beneficiato Mr Putin e sono state pagate dagli americani.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-04-18.

Biden 013

Al 13 aprile 2022 gli Stati Uniti hanno raggiunto un Producer Price Index, PPI, dell’11.2%. L’Indice dei Prezzi al Consumo era 8.5%.

Nel converso, la Russia guadagna 320 miliardi di dollari dalle sue vendite di energia nel 2022, più di un terzo rispetto all’anno scorso.

Queste sono le conseguenze delle sanzioni furiose imposte da Joe Biden, e pagate dai Contribuenti americani.

«Bloomberg Economics stima che la Russia è sulla buona strada per guadagnare 320 miliardi di dollari dalle sue vendite di energia nel 2022, più di un terzo rispetto all’anno scorso, a causa dei prezzi più alti»

«Di conseguenza, specialmente se la Cina volesse comprare più petrolio russo, l’effetto principale dell’embargo europeo sarebbe quello di liberare i paesi dell’UE dal finanziamento diretto dello sforzo bellico, piuttosto che paralizzare economicamente la Russia»

Bloomberg ha pubblicato un articolo estensivo, ripreso e reso pubblico da darik.news.

Data la lunghezza del testo, ne riporteremo solo alcuni stralci, pur raccomandandone la lettura.

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«Ukraine’s prime minister, Denis Schmihal, recently called payments for Russian energy “blood money”, underscoring the increasingly unstable moral position of the West»

«Leading global democracies express outrage at the atrocities committed by Russian forces in Ukraine but provide Moscow with hundreds of billions of dollars it could fund its military efforts»

«Bloomberg Economics estimates that Russia is on track to earn $320 billion from its energy sales in 2022, up more than a third from last year, due to higher prices»

«Last week, the European Union and Japan freely agreed to impose sanctions on purchases of Russian coal»

«Historically, Russia earned $4 in oil export revenue for every $1 it earned from selling natural gas overseas»

«Furthermore, given that the oil market is global and oil is a commodity that is easily shipped from one place to another, managing a European (but not global) ban on the sale of Russian oil should be less painful»

«this optionality of oil is a drawback rather  than a merit to a potential ban on European imports. India is aggressively buying Russian oil which has been discarded by other buyers»

« As a result, especially if China wanted to buy more Russian oil, the main effect of the European embargo would be to free EU countries from direct funding the war effort, rather than economically crippling Russia»

«Europe now buys about half of Russia’s crude oil and petroleum products»

«But if more Russian oil comes out of the market, the price could move back up»

«Secondary sanctions are generally associated with American overreach and allied outrage, as they are often seen as examples of the US exercising its economic power when its diplomacy has failed to get others on board»

«Instead of having Modi choose between secondary sanctions or a complete severance of India’s energy ties with Russia, Biden could have made a more gradual and more realistic Indian move away from Russia»

«Sanctions are often referred to as “blunt tools”. They don’t need to be»

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“Il primo ministro dell’Ucraina, Denis Schmihal, ha recentemente chiamato i pagamenti per l’energia russa “denaro sporco”, sottolineando la posizione morale sempre più instabile dell’Occidente”

“Le principali democrazie globali esprimono sdegno per le atrocità commesse dalle forze russe in Ucraina, ma forniscono a Mosca centinaia di miliardi di dollari che potrebbero finanziare i suoi sforzi militari”

“Bloomberg Economics stima che la Russia è sulla buona strada per guadagnare 320 miliardi di dollari dalle sue vendite di energia nel 2022, più di un terzo in più rispetto all’anno scorso, a causa dei prezzi più elevati”

“La settimana scorsa, l’Unione europea e il Giappone hanno liberamente concordato di imporre sanzioni sugli acquisti di carbone russo”

“Storicamente, la Russia ha guadagnato 4 dollari di entrate dalle esportazioni di petrolio per ogni dollaro guadagnato dalla vendita di gas naturale all’estero”

“Inoltre, dato che il mercato del petrolio è globale e il petrolio è una merce che viene facilmente spedita da un luogo all’altro, gestire un divieto europeo (ma non globale) sulla vendita di petrolio russo dovrebbe essere meno doloroso”

“questa opzionalità del petrolio è uno svantaggio piuttosto che un merito per un potenziale divieto delle importazioni europee. L’India sta acquistando aggressivamente il petrolio russo che è stato scartato da altri acquirenti”

” Di conseguenza, soprattutto se la Cina volesse comprare più petrolio russo, l’effetto principale dell’embargo europeo sarebbe quello di liberare i paesi dell’UE dal finanziamento diretto dello sforzo bellico, piuttosto che paralizzare economicamente la Russia”

“L’Europa ora compra circa la metà del greggio e dei prodotti petroliferi della Russia”

“Ma se più petrolio russo esce dal mercato, il prezzo potrebbe risalire”

“Le sanzioni secondarie sono generalmente associate all’eccesso di potere americano e all’indignazione degli alleati, poiché sono spesso viste come esempi di come gli Stati Uniti esercitino il loro potere economico quando la loro diplomazia non è riuscita a convincere gli altri”

“Invece di far scegliere a Modi tra sanzioni secondarie o una completa rottura dei legami energetici dell’India con la Russia, Biden avrebbe potuto fare un allontanamento indiano dalla Russia più graduale e più realistico”

“Le sanzioni sono spesso definite “strumenti contundenti”. Non hanno bisogno di esserlo”

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Russia’s oil sanctions don’t have to be a blunt instrument

Ukraine’s prime minister, Denis Schmihal, recently called payments for Russian energy “blood money”, underscoring the increasingly unstable moral position of the West. Leading global democracies express outrage at the atrocities committed by Russian forces in Ukraine but provide Moscow with hundreds of billions of dollars it could fund its military efforts.

Bloomberg Economics estimates that Russia is on track to earn $320 billion from its energy sales in 2022, up more than a third from last year, due to higher prices. This disconnect is likely to be politically destabilizing, especially jaw-dropping in its brutality given the potential Russian invasion of eastern Ukraine.

Western policymakers are grappling with ways to punish Russia amid significant energy market uncertainty. To break out of this dilemma, he should look to policy innovations of a decade ago, largely designed in response to Iran’s nuclear activities.

The wave of sanctions against Moscow is still at its peak. In response to Ukrainian requests, major oil-trading houses such as Vitol and Trafigura announced that they would fulfill existing contractual obligations, but would not take on any new business related to Russian oil. Last week, the European Union and Japan freely agreed to impose sanctions on purchases of Russian coal.

                         Debate on doing more.

European officials have acknowledged they will continue to discuss further cuts in Russian energy imports, although member states are divided over what costs in their quest to increase pressure on President Vladimir Putin.

While much of the focus has been on European imports of natural gas, Russian oil purchases will be the next shoe in decline. Concentrating on oil, while difficult, is easier and can have a greater impact than concentrating on gas.

Historically, Russia earned $4 in oil export revenue for every $1 it earned from selling natural gas overseas. (This oil/gas dollar ratio fell from 3 to 1 in 2021 due to exorbitant natural gas prices.) Targeting oil sales is going for the Russian juggler.

Furthermore, given that the oil market is global and oil is a commodity that is easily shipped from one place to another, managing a European (but not global) ban on the sale of Russian oil should be less painful. At least in theory, Russian oil dumped by Europe could make its way into other markets, displacing non-Russian producers who would work their way to Europe, alleviating the pain at the pump.

For some, however, this optionality of oil is a drawback rather than a merit to a potential ban on European imports. India is aggressively buying Russian oil which has been discarded by other buyers. In a virtual meeting this week, President Joe Biden reportedly advised Indian Prime Minister Narendra Modi not to increase India’s dependence on Russian energy.

In this view, Russia’s steep discounts to lubricate sales would mean a European embargo would reduce somewhat – but not radically – revenue flows into Moscow. As a result, especially if China wanted to buy more Russian oil, the main effect of the European embargo would be to free EU countries from direct funding the war effort, rather than economically crippling Russia.

For others, the main concern over Moscow’s European embargo on oil concerns its consequences for the global economy, not its impact on Russia. Europe now buys about half of Russia’s crude oil and petroleum products. A sudden disruption of these flows could shock energy markets, given the uncertainty about how quickly, completely and seamlessly the oil market will resume oil-trade flows. Mohamed Barkindo, secretary-general of the Organization of the Petroleum Exporting Countries, told EU officials this week that it would be “nearly impossible to reverse a loss of this magnitude” when it comes to potentially removing Russian oil exports from the market.

Oil prices are now down from earlier spikes, mostly thanks to a revision in China’s expected oil demand this year, due to heavy releases from the US Strategic Petroleum Reserve and a Covid-induced slowdown in China’s economy. But if more Russian oil comes out of the market, the price could move back up. The Oxford Institute for Energy Studies estimates that disrupting half of Russia’s oil exports, roughly the same amount that Europe buys every day, could push oil prices up to $160 a barrel by summer.

Both of these reservations about a future embargo on Russian oil purchases are valid, but they will not eliminate a deep unease over continuing energy ties with Russia as its forces invade eastern Ukraine.

Policy making in the face of uncertainty

Fortunately, there are other options than doing nothing or risking the state of the global economy. One, already somewhat adopted by Europe, is to announce a ban on Russian energy imports that will expire during the coming months or the remainder of 2022. In addition to the new sanctions on coal, Germany says it may stop buying Russian oil by the end of the year.

Another option under consideration is creating an escrow account in which a portion of the proceeds of any sale of Russian oil will go, above some value, that is deemed sufficient to induce continued Russian sales.

But such measures could seem insufficiently ambitious or too selfish in the coming weeks, putting pressure on political leaders to do more.

The US will also be urged to do more, even though the Biden administration has already ended US purchases of Russian energy. Members of Congress are speaking about “secondary sanctions” – penalties on third parties (such as corporations or banks) that continue to transact with Russia that reinforce some specified element of the state. Energy purchases firmly fall into that category.

Uncertainty is always a challenge for policymakers, but in this instance the uncertainty is epic, especially in the face of rising sentiment over Russia’s allegations of atrocities and genocide.

When faced with future scenarios that are both plausible but widely different, good policy makers often ask whether there are tools or strategies that may prove useful if either situation occurs. This time should be no different.

                         Lessons from a Sanctions Superpower.

American policymakers are fortunate that America is a sanctions superpower. This exaggeration applies not only in the sense that the US uses sanctions more often and more aggressively than any other power. It has also experimented with restrictions in the past, employing creative ideas that serve as suggestions for the future.

Secondary sanctions are generally associated with American overreach and allied outrage, as they are often seen as examples of the US exercising its economic power when its diplomacy has failed to get others on board. This need not be the case.

In fact, the secondary sanctions that have been used to prevent non-US countries and companies from buying Iranian oil may offer some useful lessons for today. The sanctions included in the National Defense Authorization Act in 2012 proposed a series of mechanisms that allowed policymakers to pressure Iranian oil flows based on market conditions and political realities.

In 2012, the Arab Revolution was sweeping the Middle East, and oil prices had been hovering near $100 for a few years. With high prices and the world still pulling out of the Great Recession, officials in President Barack Obama’s administration and elsewhere are without some key safeguards to isolate Iran, one of the world’s largest suppliers of crude, from the global oil market. were reluctant to

The Defense Authorization Act recognized this and required that the administration report periodically to Congress about the state of the oil market. And the president was to provide a regular determination as to whether oil markets were supplied with enough for sanctions to continue. (Given Saudi cooperation at the time to stabilize oil markets in the US and accelerate shale oil production, the administration was not required to use the provision to circumvent sanctions.)

In addition, the NDAA created what is known as a “critical deficiency exemption” from sanctions. The Obama administration could employ these exemptions for countries that have made progress in significantly reducing dependence on Iranian oil.

The package allowed the White House greater discretion and exemptions for some of the US treaty allies, such as Japan and South Korea, as well as non-allies including China and India. The law also includes general national-security exemptions, which give the executive branch the option to declare that a suspended sanction in a particular case would be in the national interest.

As pressure mounts in Washington for more economic penalties on Russia, and especially for secondary sanctions, Congress would be wise to consider these innovations from 2012. They could give the Biden administration the flexibility it needs to reduce its reliance on Russian energy.

For example, imagine that Biden and Modi discussed the sanctions provisions used with Iran in the 2012 NDAA. Biden could have allayed any (legitimate) fears that tightening oil markets could spiral out of control, by assuring the prime minister that he had the tools needed to roll back any US sanctions if oil markets were too strong. seem tight.

Instead of having Modi choose between secondary sanctions or a complete severance of India’s energy ties with Russia, Biden could have made a more gradual and more realistic Indian move away from Russia.

Sanctions are often referred to as “blunt tools”. They don’t need to be.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria, Stati Uniti

Joe Biden. Indice di approvazione Rasmussen -31%. Il migliore alleato dei repubblicani.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-01-15.

2022-01-15__ Rasmussen 001

                         In sintesi.

– 18% who Strongly Approve of the job Biden

– 49% who Strongly Disapprove

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Joe Biden si conferma quale migliore alleato dei repubblicani.

Intanto le elezioni di midterm si stanno avvicinando.

E, come diceva Napoleone, mai fermare un avversario che stia facendo errori.

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Daily Presidential Tracking Poll.

The Rasmussen Reports daily Presidential Tracking Poll, …. for Friday shows that 38% of Likely U.S. Voters approve of President Biden’s job performance. Sixty percent (60%) disapprove.

The latest figures include 18% who Strongly Approve of the job Biden is doing and 49% who Strongly Disapprove. This gives him a Presidential Approval Index rating of -31. 

Some readers wonder how we come up with our job approval ratings for the president since they often don’t show as dramatic a change as some other pollsters do. It depends on how you ask the question and whom you ask.

To get a sense of longer-term job approval trends for the president, Rasmussen Reports compiles our tracking data on a full month-by-month basis.

Rasmussen Reports has been a pioneer in the use of automated telephone polling techniques, but many other firms still utilize their own operator-assisted technology (see methodology).

Daily tracking results are collected via telephone surveys of 500 likely voters per night and reported on a three-day rolling average basis. To reach those who have abandoned traditional landline telephones, Rasmussen Reports uses an online survey tool to interview randomly selected participants from a demographically diverse panel. The margin of sampling error for the full sample of 1,500 Likely Voters is +/- 2.5 percentage points with a 95% level of confidence.

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Virginia. Analisi di un Elettorato mutato, contagioso per tutta la America. Midterm è vicino.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-11-04.

Biden 014

Fino a un mese fa i liberal democratici davano per scontato che la Virginia sarebbe rimasta una roccaforte democratica.

Ma questa sensazione è risultata essere non corroborata dai fatti.

È stata una ulteriore débâcle di Joe Biden che viene a seguito di quella della perdita del controllo  in seno alla Assemblea delle Nazioni Unite, quella al G20, ed quella prossima ventura a Cop26, da cui il carbone fossile esce più vitale che mai.

I risultati della Virginia sono la bocciatura totale e senza appello di questa presidenza.

Poi, se i democratici avessero fatto il sondaggio in calce riportato prima delle elezioni, verosimilmente ne avrebbero tratto grande vantaggio.

Il clou è l’ultima domanda, sullo stato economico della Virginia, giudicato negativamente dal 76% degli Elettori repubblicani ma anche dal 24% di quelli democratici. La stagflazione inizia a mordere i lavoratori.

Joe Biden si è giocato i risultati delle elezioni di mezzo termine.

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Elezioni. Exit poll alle 15-31.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-10-04. h 15:31.

Elezioni 001

               Exit poll Rai – Trieste: Dipiazza è al 46-50%

Trieste, l’exit poll del Consorzio Opinio Italia per Rai: il sindaco uscente di centrodestra, Roberto Dipiazza, è al 46-50% mentre il candidato di centrosinistra Francesco Russo è al 29-33%. Alessandra Richetti (M5s) è al 2-4%, Riccardo Laterza è al 9-13%.

               Exit Poll Opinio – In Calabria vince Occhiuto

Alle regionali in Calabria, secondo il primo exit poll di consorzio Opinio Italia per Rai, il candidato di centrodestra Roberto Occhiuto è in testa con il 46,5-50,5%, a seguire la candidata di centrosinistra Amalia Cecilia Bruni 24-28%. Luigi de Magistris è al 21-25% mentre Mario Oliverio è al 1,5-3,5%.

               Exit poll Rai – Milano: Sala tra 54 e 58%

Milano, il primo Exit poll del consorzio Opinio Italia per la Rai: Giuseppe Sala raggiunge una forchetta del 54-58%, seguito da Luca Bernardo (centrodestra) con il 32-36%. Seguono Layla Pavone (M5s) e Gianluigi Paragone, entrambi con una forchetta del 2-4%.

               Exit Poll Opinio – A Bologna vittoria di Lepore

A Bologna, stando al primo exit poll del consorzio Opinio per la Rai, Matteo Lepore, sostenuto da Pd e M5s, si avvia verso una larga vittoria: è accreditato del 61-65% dei voti. Il candidato del centrodestra Fabio Battistini si ferma al 26,5-30,5%, terza Marta Collot (Potere al Popolo) con il 2-4%.

               Exit Poll Opinio – A Torino centrosinistra avanti

Il primo exit poll del consorzio Opinio per la Rai (80% copertura del campione) dà il candidato del centrosinistra Stefano Lorusso avanti con il 44-48% dei voti. Paolo Damilano (centrodestra) viaggia tra il 36,5 e il 40,5 per cento. Terza Valentina Sganga (M5s) con il 7-9 per cento.

               Exit Poll Rai – Napoli: Manfredi al 57-61%

Anche a Napoli il candidato del M5s-Pd Gaetano Manfredi va verso la vittoria al primo turno. Gli exit poll Rai: Manfredi tra il 57 e il 61%, Maresca (centrodestra) 19-23%, Bassolino 9-13%, Clemente 5,5-7,5%.

               Tendenze Swg – Milano: Sala verso vittoria al primo turno

Beppe Sala verso la vittoria al primo turno a Milano, secondo le tendenze Swg. Gli exit poll Rai stimano il sindaco uscente tra il 54 e il 58%

               Tendenze Swg – Roma verso il ballottaggio

A Roma si va verso il ballottaggio, stando alle tendenze di Swg per La7. Il confronto tra due settimane sarebbe tra Michetti (29-30%) e Gualtieri (27-28%). Calenda e Raggi sono accreditati di circa il 18%.

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Buffett Indicator ai massimi storici 243. L’occidente finanzia la Cina.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-09-06.

2021-09-05__ Buffett Indicator 001

Gli stati dell’enclave liberal socialista occidentali sono in stagflazione: evidenziano inflazione e ristagno economico.

Usa. Nonfarm Payrolls 253,000. La débâcle economica di Joe Biden.

Europa. Luglio21. PPI, industrial producer prices, +12.2% su Luglio 2020. Inflazione a due cifre.

Mondo. La catena degli approvvigionamenti continua a peggiorare.

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Le banche centrali, Fed ed Ecb, stanno continuando ad inondare i sistemi economici di immani quantità di liquidità, che finiscono nelle mani degli addetti ai lavori e poco o nulla alla produzione, che ha dimostrato essere incapace di generare posti di lavoro.

Queste liquidità confluiscono quindi in Cina.

«Nel luglio 2021 gli investimenti esteri in Cina sono cresciuti del +25%, paragonati al luglio 2020»

Multiplying Crackdowns Haven’t Stopped Cash Pouring Into China.

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In ultima analisi, l’occidente finanzia, e generosamente, il continuo sviluppo della Cina.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Geopolitica Asiatica, Senza categoria, Stati Uniti

Afganistan. La débâcle americana è peggio del Vietnam. È devoluzione dell’America.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-08-16.

Afganistan 001

La decisione di Joe Biden di abbandonare l’Afganistan esula dal fatto contingente: è la constatazione che gli Stati Uniti non sono più, ovvero non vogliono più, essere una grande potenza mondiale politica, economica e militare.

Per decenni hanno creduto di poter gestire le guerre per procura, e che la loro potenza aerea e marittima le consentissero di dominare il mondo.

Questo assunto si è dimostrato essere falso, incominciando dal Vietnam.

In Afganistan aviazione e marina non servono a nulla.

Non è questione il dibattito, sterile, su chi abbia avuto per primo l’idea di lasciare l’Afganistan: fatto sì è che Biden è fuggito da quel paese senza essersi prima assicurato uno stato ed un esercito locale degno di quel nome. La situazione era infatti diventata insostenibile. Il suo esercito femminilizzato ha perso la volontà di combattere ed i problemi economici e sociali in patria sono ingravescenti.

Ma questo è solo l’ultimo degli errori fatti.

Per motivazioni ideologiche hanno tentato di esportare un reggimento democratico in un paese la mentalità del quale gli è aliena: è un paese tribale e mussulmano. Un esperimento destinato a fallire per definizione.

È patognomonico il fatto che i media occidentali riportino non quanto accade in Afganistan dal punto di vista degli afgani, bensì cose ne pensa la loro ideologia: nessuno sforzo per cercare di capire quella mentalità.

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«The rout of Afghan forces as Taliban fighters take one provincial city after another provides a stark answer to anyone wondering about the success of two decades of U.S.-led efforts to build a local army»

«Despite about $89 billion budgeted for training the Afghan army, it took the Taliban little more than a month to brush it aside»

«They now stand almost at the gates of Kabul»

«But still, there has been shock at the lack of resistance put up by many Afghan army units»

«because they believed defeat was unavoidable»

«Once morale goes, it spreads very quickly»

«American officers have long worried that rampant corruption, well documented in parts of Afghanistan’s military and political leadership, would undermine the resolve of badly paid, ill-fed and erratically supplied front-line soldiers – some of whom have been left for months or even years on end in isolated outposts»

«Would you give your life for leaders who don’t pay you on time and are more interested in their own future?»

«The defeat highlights the failure of the United States to create a fighting force in the image of its own highly professional military with a motivated, well-trained leadership, high-tech weaponry and seamless logistical support»

«But whether it was ever a realistic goal to create a Western-style army in one of the world’s poorest countries, with a literacy rate of 40% and a social and political culture far from the developed sense of nationhood underpinning the U.S. military, is an open question»

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Gli Stati Uniti stanno lentamente ma implacabilmente devolvendosi.

Certamente sono e rimarranno una grande potenza nucleare, ma il loro esercito rispecchia fedelmente la società americana.

Facciamoci infine una domanda. Chi ha finanziato, addestrato, armato e coperto politicamente il movimento talebano? Ebbene, costoro sono i veri vincitori.

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Taliban surge exposes failure of U.S. efforts to build Afghan army

Aug 15 (Reuters) – The rout of Afghan forces as Taliban fighters take one provincial city after another provides a stark answer to anyone wondering about the success of two decades of U.S.-led efforts to build a local army.

Despite about $89 billion budgeted for training the Afghan army, it took the Taliban little more than a month to brush it aside. Over the last few days, the insurgents have seized every major city in Afghanistan – from Kandahar in the south to Mazar-i-Sharif in the north, Herat in the west to Jalalabad in the east.

They now stand almost at the gates of Kabul.

Afghan President Ashraf Ghani praised Afghan security and defense forces in a brief televised address on Saturday, saying they had “a strong spirit to defend their people and country.”

But still, there has been shock at the lack of resistance put up by many Afghan army units. Some abandoned their posts and others reached agreements with the Taliban to stop fighting and hand over their weapons and equipment.

In some instances, U.S. officials say, provincial governors asked security forces to surrender or escape, perhaps in order to avoid further bloodshed because they believed defeat was unavoidable.

Where deals were not cut, Afghan forces still appear to have melted away.

“Once morale goes, it spreads very quickly, and that is at least partly to blame,” a U.S. official said.

American officers have long worried that rampant corruption, well documented in parts of Afghanistan’s military and political leadership, would undermine the resolve of badly paid, ill-fed and erratically supplied front-line soldiers – some of whom have been left for months or even years on end in isolated outposts, where they could be picked off by the Taliban.

Over many years, hundreds of Afghan soldiers were killed each month. But the army fought on, without any of the airborne evacuation of casualties and expert surgical care standard in Western armies, as long as international backing was there. Once that went, their resolve evaporated.

“Would you give your life for leaders who don’t pay you on time and are more interested in their own future?” a second U.S. official, speaking on the condition of anonymity, asked.

It is an analysis shared by some in the Taliban movement itself.

One Taliban commander in the central province of Ghazni said the government forces’ collapse started as soon as U.S. forces started withdrawing “as they didn’t have any ideology except fleecing the Americans.”

“The only reason for this unexpected fall of provinces was our commitment and the withdrawal of U.S. troops,” he said.

‘REALISTIC’

The defeat highlights the failure of the United States to create a fighting force in the image of its own highly professional military with a motivated, well-trained leadership, high-tech weaponry and seamless logistical support.

On paper, Afghan security forces numbered around 300,000 soldiers. In reality, the numbers were never that high.

Dependent on a small number of elite Special Forces units that were shunted from province to province as more cities fell to the Taliban, the already high rate of desertion in the regular army soared.

As government forces started to fall apart, hastily recruited local militias, loyal to prominent regional leaders such as Marshal Abdul Rashid Dostum in the northern province of Faryab or Ismail Khan in Herat, also rushed in to fight.

Western countries had long been wary of such militias. Though more in line with the realities of traditional Afghan politics where personal, local or ethnic ties outweigh loyalty to the state, they were also open to corruption and abuse and ultimately proved no more effective than conventional forces.

Dostum fled to Uzbekistan as the Taliban advanced and Khan surrendered to the insurgents.

But whether it was ever a realistic goal to create a Western-style army in one of the world’s poorest countries, with a literacy rate of 40% and a social and political culture far from the developed sense of nationhood underpinning the U.S. military, is an open question.

U.S. army trainers who worked with Afghan forces struggled to teach the basic lesson of military organization that supplies, maintaining equipment and ensuring units get proper support are key to battlefield success.

Jonathan Schroden, an expert at the CNA policy institute, who served as an advisor to U.S. central command CENTCOM and the U.S.-led international force in Afghanistan, said the Afghan army functioned as much as a “jobs program” as a fighting force “because it’s the source of a paycheck in a country where paychecks are hard to come by.”

But the chronic failure of logistical, hardware and manpower support to many units, meant that “even if they want to fight, they run out of the ability to fight in relatively short order.”

Afghan forces have been forced repeatedly to give up after pleas for supplies and reinforcements went unanswered, either because of incompetence or the simple incapacity of the system to deliver.

Even the elite Special Forces units that have borne the brunt of the fighting in recent years have suffered. Last month, at least a dozen commandos were executed by Taliban fighters in the northern province of Faryab after running out of ammunition and being forced to surrender.

Richard Armitage, the former U.S. diplomat who organized a flotilla of South Vietnamese Navy ships to carry some 30,000 refugees out of Saigon before it fell in April 1975, has watched as the threat of a similar disaster unfolds in Kabul.

As deputy Secretary of State under former President George W. Bush when the United States invaded in 2001, he was deeply involved in Afghanistan diplomacy. He said the Afghan army’s collapse pointed to the wider failures of two decades of international efforts.

“I hear people expressing frustration in the press that the Afghan army can’t fight a long fight,” he said. “I can assure you the Afghan army has fought, can fight and if it’s got a trigger and something comes out of the barrel, they can use it.”

“The question is, is this government worth fighting for?” he said.