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La fabbrica del divorzio indissolubile, anzi, eterno.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-25.

Tribunale 010

Articolo fortemente politicamente scorretto: i benpensanti si astengano dal leggerlo.

Verissimo: il titolo sembrerebbe essere scazontico. Ma lo è perché riflette una legislazione ed una giurisprudenza che rasentano i limiti della schizofrenia.

Cerchiamo di fare un minimo di chiarezza, per quanto possibile trattando un simile argomento.

In Italia il matrimonio è indissolubile in modo ben più stretto di come lo aveva concepito Papa San Gregorio Magno.

Infatti, se è mera formalità adire alla separazione e quindi al divorzio, questo ultimo scioglie dai vincoli giuridici ma lascia intatti quelli economici. In altri termini, non è tanto un matrimonio indissolubile, bensì un matrimonio eterno.

Se è di comune buon senso il disporre impegni economici per il mantenimento della prole fino al suo ingresso nel mondo del lavoro, impegno questo a termine, è ancora oggetto di ampio dibattito quello relativo al mantenimento del coniuge “economicamente più debole“.

Questo aspetto si presta infatti ad ogni sorta di abusi, ben difficilmente documentabili in forma compiuta.

Il problema di fondo è se e come il divorzio estingua il dovere al mantenimento.

Alcune sentenze della Suprema Corte di cassazione sembrerebbero  favorevoli ad un taglio completo, altre invece sembrerebbero sostenere l’opposto: un maldicente potrebbe dire, suffragandolo dalle sentenze, che il giudizio dei giudici dipende più da fattori amicali che di diritto. D’altra parte, qui mica che applichino le leggi: le interpretano.

In Italia, come altrove peraltro, è ben più importante avere giudici amici piuttosto che ragione. In ogni caso, essere femmina è titolo sufficiente ad avere tutti gli emolumenti eterni. La reclamata parità dei sessi è una pura e semplice presa per i fondi. Stiamo vivendo un periodo di tirannide femminile.

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Il caso più frequente è quello di una donna che sposa una persona abbiente e dopo qualche tempo si separa prima e divorzia dopo. Essendo essa “economicamente più debole” ed adducendo tutte le difficoltà ad trovarsi un lavoro con cui vivere, si è costituita una sorta di pensione esentasse a vita. A ciò si aggiunga come, in accordo alla Weltanschauung vigente, la donna anche nullipara risulta sempre essere privilegiata, fatto questo cui contribuiscono in modo fattivo i giudici femmine, che applicano più le ideologie che le leggi. È il trionfo del concetto di oι μέν και οι δέν.

Su questa base è stata allestita una vera e propria fabbrica di divorzi.

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Ad agitare le acque è arrivata la recente sentenza di Cassazione 11504/2017.

Questo è il passo degno di nota:

«Deve, peraltro, sottolinearsi che il carattere condizionato del diritto all’assegno di divorzio – comportando ovviamente la sua negazione in presenza di «mezzi adeguati» dell’ex coniuge richiedente o delle effettive possibilità «di procurarseli», vale a dire della “indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso – comporta altresì che, in carenza di ragioni di «solidarietà economica», l’eventuale riconoscimento del diritto si risolverebbe in una locupletazione illegittima, in quanto fondata esclusivamente sul fatto della “mera preesistenza” di un rapporto matrimoniale ormai estinto, ed inoltre di durata tendenzialmente sine die: il discrimine tra «solidarietà economica» ed illegittima locupletazione sta, perciò, proprio nel giudizio sull’esistenza, o no, delle condizioni del diritto all’assegno, nella fase dell’an debeatur.

Tali precisazioni preliminari si rendono necessarie, perché non di rado è dato rilevare nei provvedimenti giurisdizionali aventi ad oggetto l’assegno di divorzio una indebita commistione tra le due “fasi” del giudizio e tra i relativi accertamenti che, essendo invece pertinenti esclusivamente all’una o all’altra fase, debbono per ciò stesso essere effettuati secondo l’ordine progressivo normativamente stabilito.»

Ci si permette di ricordare come il termine “locupletazione” significhi arricchimento, spesso a danno di altri.

«l’eventuale riconoscimento del diritto si risolverebbe in una locupletazione illegittima, in quanto fondata esclusivamente sul fatto della “mera preesistenza” di un rapporto matrimoniale ormai estinto, ed inoltre di durata tendenzialmente sine die»

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Di seguito riportiamo una raccolta di titoli di sentenze di cassazione, classificate per tipologia di problema.


Sole 24 Ore. 2017-05-22. Divorzio, ecco le mosse per ridurre l’assegno all’ex

Partono le richieste di revisione dell’assegno di divorzio dopo la sentenza della Cassazione 11504 del 10 maggio scorso (relativa al divorzio tra l’ex ministro Vittorio Grilli e Lisa Lowenstein), che ha mandato in soffitta il criterio della «conservazione del tenore di vita» per sostituirlo con quello dell’«indipendenza economica».

Ma è davvero così semplice ora, per il coniuge obbligato, ottenere la revoca o la riduzione dell’assegno di divorzio? Non proprio. La sentenza della Cassazione, nei fatti, rende meno scontato il riconoscimento del mensile perché lo subordina solo alla mancanza di mezzi adeguati e all’impossibilità di procurarseli (articolo 5, comma 6, della legge 898/70), sganciandolo dal «tenore di vita durante il matrimonio» che, tra l’altro, la legge sul divorzio non cita. Chi vuole agire per la revoca, quindi, deve provare che l’ex coniuge può mantenersi da sé o che potrebbe attivarsi in tal senso.

Una guida per decidere come muoversi, oltre che dalla recente sentenza, deriva dalla giurisprudenza degli ultimi anni. I giudici hanno infatti individuato alcuni casi in cui l’assegno può essere revocato o ridotto.

La sentenza del 10 maggio ha indicato quattro punti da tenere in considerazione per valutare l’autosufficienza dell’ex: i redditi di qualsiasi specie; i cespiti patrimoniali immobiliari e mobiliari; la capacità e la possibilità effettive di lavoro personale; la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Assegno divorzile, ecco cosa cambia dopo la sentenza della Cassazione

Per convincere il giudice a revocare l’assegno, dunque, il divorziato potrà tentare di documentare il possesso, da parte dell’altro, di redditi o beni. Ma, se questi mancano, la partita si fa più complessa: non è semplice provare la capacità al lavoro del beneficiario o le concrete chance di trovarne uno. Dall’altra parte, per chi teme di perdere l’assegno, è consigliabile archiviare domande di lavoro, annunci o iscrizioni al collocamento, che attestino la buona volontà di rendersi indipendenti. Anche se la stessa Cassazione con sentenza 11538 dell’11 maggio scorso ha chiarito che a chi percepisce l’assegno non si può chiedere la prova dell’impossibilità di trovare lavoro, soprattutto se la non indipendenza si desume anche da altri fattori.

Finora, la giurisprudenza ha cancellato l’assegno divorzile, anche a prescindere dall’esistenza di «mezzi adeguati» per vivere, se il beneficiario ha avviato una stabile convivenza con un altro (Cassazione, 25528/2016), perché il divorziato rescinde così ogni legame con la vita precedente. Non solo: l’assegno è stato revocato anche in un caso in cui non è stata provata la natura amorosa del nuovo legame del beneficiario (Cassazione, 6009/2017). Secondo i giudici, inoltre, può ottenere la cancellazione dell’assegno anche l’obbligato benestante, se lo suggeriscono le altre condizioni previste dalla legge (Tribunale di Roma, 8 gennaio 2016), ma non basta la condizione di disoccupazione dell’obbligato, se ha altre fonti di reddito (Cassazione, ordinanza 10099/2016).

Fin qui la revoca. Nella partita sulla riduzione dell’assegno entrano invece gli altri criteri, da valutare in base alla durata del rapporto, dettati sempre dall’articolo 5, comma 6, della legge sul divorzio: condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o comune e redditi. Ecco come li ha applicati finora la giurisprudenza.

I giudici hanno ridotto l’assegno alla divorziata che, tornando a vivere dai suoi, ha migliorato le condizioni di vita, mentre il coniuge ha perso il lavoro (Cassazione, 10787/2017). Cifra ribassata anche per la titolare di una modesta pensione sociale (Cassazione, 18092/16). E l’importo da pagare è stato ridotto anche per l’obbligato che ha avuto un figlio dalla nuova compagna e che quindi deve affrontare nuove spese (Cassazione 14521/2015). Infine, anche il crollo professionale dell’obbligato può essere un elemento che motiva la riduzione dell’assegno (Cassazione, 21670/2014), ma non se è avvenuto per sue scelte azzardate (Cassazione 14143/2014).

Divorzio, al via le battaglie per rivedere gli accordi patrimoniali

IN SINTESI I CRITERI STABILITI DAI GIUDICI

SI ALLA REVOCA:

  • il coniuge coabita con un altro partner, anche se manca la prova che tra i due vi sia, effettivamente, una convivenza more uxorio, apparendo legati, in società, solo da un’«affettuosa amicizia» (Cassazione, ordinanza 6009 dell’8 marzo 2017);

    • il coniuge tenuto a pagare l’assegno ha consistenti disponibilità economiche e personalità discutibile, ma vengono comunque utilizzati (senza limiti) i criteri di legge per la riduzione (fino all’azzeramento) dell’assegno: condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, durata del matrimonio, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno o comune (Tribunale di Roma, sentenza dell’8 gennaio 2016)

NO ALLA REVOCA:

  • il coniuge tenuto a pagare l’assegno è disoccupato e l’ex moglie lavora, ma l’uomo possiede molti immobili che gli consentono di mantenere un significativo standard di vita, mentre l’ex moglie svolge lavori umili e malretribuiti (Cassazione, ordinanza 10099 del 17 maggio 2016);

  • gli ex hanno mantenuto in comproprietà la casa coniugale, che non produce reddito valutabile ai fini dell’assegno (Cassazione, ordinanza 8158 del 22 aprile 2016);

  • il coniuge beneficiario dell’assegno è lavoratore saltuario e “in nero” (Cassazione, ordinanza 4175 del 2 marzo 2016)

SI ALLA RIDUZIONE:

  • l’ex moglie se è tornata a vivere dai genitori e per questo non ha subito un peggioramento delle condizioni di vita e l’ex marito, obbligato a versarle il mensile, ha perso il lavoro e ha difficoltà ad adempiere l’obbligazione (Cassazione, ordinanza 10787 del 3 maggio 2017);

  • all’ex moglie viene riconosciuta la pensione sociale. Il fatto che la beneficiaria possa contare su un reddito fisso, seppur modesto, è motivo per un nuovo vaglio delle condizioni economiche delle parti (Cassazione, sentenza 18092 del 15 luglio 2016);

  • l’ex coniuge tenuto a pagare l’assegno ha un figlio dalla nuova compagna. Va disposto – dovendosi soppesare i diritti acquisiti con le esigenze del nuovo nucleo familiare (Cassazione, sentenza 11438/2014) – il riesame delle condizioni economiche degli ex coniugi (Cassazione, ordinanza 14521 del 10 luglio 2015);

  • l’ex tenuto a pagare l’assegno ha perso il lavoro (Cassazione, ordinanza 21670 del 14 ottobre 2014)

NO ALLA RIDUZIONE:

  • le difficoltà economiche dell’obbligato sono state causate dalle sue scelte poco oculate, come un acquisto immobiliare inopportuno. Peraltro, l’ammontare dei redditi dell’ex coniuge, raggiunto da un accertamento di evasione fiscale, era presumibilmente superiore a quanto dichiarato (Cassazione, ordinanza 14143 del 20 giugno 2014).

SI ALL’AUMENTO:

  • la richiesta è motivata solo dalla crescita dei figli e dal mutare dei loro bisogni. Per far salire l’importo si esige una valutazione di quanto, concretamente, occorra ai figli, da parametrarsi all’aggiornata situazione economica dei genitori (Cassazione, ordinanza 8151 del 22 aprile 2016);

  • la domanda è basata sull’incremento delle spese derivanti dal trasferimento dei figli in una facoltà fuori sede, ma i figli stessi hanno redditi saltuari, derivanti da borse di studio e lavori estivi o collaterali allo studio (Cassazione, ordinanza 439 del 14 gennaio 2016);

  • l’ex marito riceve una cospicua eredità; i giudici aumentano l’assegno per i figli ma non quello per l’ex moglie (Tribunale di Roma, sentenza 581 del 2015)

NO ALL’AUMENTO:

  • l’ex coniuge, oltre a lavorare in un’impresa affermata e a disporre di una sua casa, si dedica a passatempi costosi, come la caccia e la guida di auto potenti, mentre l’ex moglie, malata, è lavoratrice saltuaria nel settore agricolo (Cassazione, ordinanza 2574 del 10 febbraio 2015);

  • l’assegno è l’unica entrata della ex coniuge beneficiaria che, per età, non è più idonea a iniziare a lavorare (Cassazione, sentenza 19000 del 10 settembre 2014)

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Papa Francesco fa il miracolo. Hanno chiuso la Venerabile.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-24.

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Il ventisei maggio Papa Francesco sarà a Genova: Dio solo sa quanto questa povera e martoriata città abbia bisogno di sentire una parola buona e giusta.

Ma prima ancora di arrivare ha compiuto un miracolo, al cui confronto la moltiplicazione dei pani e dei pesci diventa roba da prestigiatori di periferia.

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La chiamavano la “Venerabile”: nota non solo nel quartiere ma in tutta la città.

Taluni dicevano che era stata fatta durante il sacco saraceno di dodici secoli or sono, altri la ascrivevano al bombardamento navale inglese, altri infine al secondo bombardamento a tappeto fatto dagli americani.

Era protetta dalla Belle Arti.

La Venerabile era un buca smisurata piazzata nel bel mezzo di un tratto carrabile ad alta densità di traffico. Gli aborigeni ben la conoscevano e la temevano, ma i visitatori ci cadevano dentro a frotte. Subito accanto c’erano i propagandisti di meccanici e carrozzerie.

Gli uffici comunali rigurgitavano di petizioni: decine e decine di metri cubi di petizioni che nessun dipendente comunale mai avrebbe letto. Alla milionesima petizione dettero in premio una multa per guida con gomme lisce: a nulla valsero le proteste di non possedere né macchina né patente. I comunali comminano soltanto multe.

Alla fine l’evento epocale: il Santo Padre sarebbe venuto a Genova.

La possibilità che Lui ed il suo seguito finissero ingoiati dalla Venerabile era concreta.

Lunghe furono le sedute in consiglio comunale e le luce del consiglio di quartiere, soppresso ma pur sempre esistente, restarono accese per lunghissime noti di discussioni.

Alla fine deve essere intervenuta la Digos. Nella Venerabile avrebbero potuto nascondersi diversi reggimenti di terroristi con tanto di armamento pesante.

Così, un bel mattino, senza dir nulla a nessuno, il luogo fu invaso da una squadra di dodici operai, funzionari vari, e carri attrezzi per rimuovere i veicoli fermi sul luogo dei lavori.

Presero per benino tutte le misure possibili.

Sul far del tramonto arrivò un maestoso camion, che fu parcheggiato nei pressi della Venerabile.

All’indomani l’alba si levò sul cantiere, che si iniziò a popolare sull’intorno delle dieci.

Orrore!

L’asfalto sul camion durante la notte si era seccato.

Epoca di consultazioni febbrili con tutti gli uffici interessati, con grande gioia dei bar limitrofi, che portavano panini e bibite.

Finalmente arrivò un altro camion di eguale grandezza. Vi saltò sopra un immigrato ben integrato, e voilà! Tre palate tre e la Venerabile era stata riempita tra gli applausi degli astanti. Quindi la simpatica brigata si sciolse dopo un’altra giornata di duro lavoro.

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Adesso al posto della Venerabile c’è un simpatico rialzo si asfalto, con una gradinatura verso il suo lato nord.

E la gente continua ad inciamparci sopra.

Si sente sussurrare tra i platani che quando il Santo Padre ritornerà in visita a Genova, il comune che tutto vede e provvede renderà raso l’asfalto.

Mela con il Coltello tra i Denti. - Copia

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Trump. Nomine dei giudici federali nel primo circuito.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-24.

Tribunale 010

Ecco degli stralci dal Il sistema giuridico negli Stati Uniti d’America, edito da Uniroma1.

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«Il Potere Giudiziario Federale

Il potere giudiziario federale è un ramo completamente separato ed autonomo. Il potere giudiziario ha il compito di interpretare e stabilire la costituzionalità delle leggi federali e di risolvere le controversie riguardanti tali norme.
La Costituzione garantisce l’indipendenza del potere giudiziario stabilendo che:

– i giudici federali, nominati secondo l’art. III della Costituzione, possono restare in carica a vita e possono essere destituiti solo in seguito a “impeachment” e solo qualora il Congresso abbia accertato atti di tradimento, corruzione, o altri gravi reati a loro carico;

– la retribuzione dei giudici federali nominati secondo l’art. III della Costituzione non può essere ridotta durante la loro permanenza in carica: dunque, né il Presidente, né il Congresso hanno alcuna facoltà di ridurre lo stipendio dei giudici federali. Queste due salvaguardie consentono ad un organo giudiziario indipendente di deliberare senza vincoli imposti da influenze politiche o passioni popolari.

L’art. III della Costituzione stabilisce, altresì, che il potere giudiziario degli Stati Uniti è affidato ad una Corte Suprema ed a tanti tribunali di ordine inferiore quanti il Congresso stabilirà all’occorrenza.»

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«La Struttura dei Tribunali Federali (vedi suddivisione 5.1, 5.2 e 5.3)

Salvo alcune eccezioni di rilievo, la competenza dei tribunali federali si estende ad un’ampia varietà di casi. Gli stessi giudici federali si occupano di procedimenti civili e penali, di controversie che rientrano nel settore del diritto pubblico e privato, di cause riguardanti persone fisiche, giuridiche ed organismi governativi, di ricorsi in appello a seguito di provvedimenti di enti amministrativi e di questioni regolate dalla legge o dal diritto consuetudinario (equity).

Non esistono corti costituzionali separate, dal momento che ogni tribunale ha competenza in merito alla costituzionalità delle leggi federali e di altri atti dello Stato cui si faccia riferimento nel corso dei procedimenti istituiti davanti ad esso. In linea di principio, i tribunali federali sono competenti a giudicare i casi che riguardano il governo degli Stati Uniti o i suoi rappresentanti, la Costituzione degli Stati Uniti o le leggi federali, oppure controversie tra Stati o tra gli Stati Uniti e i governi stranieri.

5.1) Tribunali di Prima Istanza

I tribunali distrettuali sono i principali tribunali di prima istanza nel sistema giudiziario federale. Essi hanno competenza per quasi tutti i tipi di procedimenti federali. Ogni distretto giudiziario federale comprende un tribunale fallimentare che opera all’interno di una sua sezione. Esistono, inoltre, due tipi speciali di tribunali di prima istanza che hanno competenza su tutto il territorio nazionale per alcune materie specifiche. Il Tribunale del Commercio Internazionale si occupa appunto dei casi che riguardano il commercio internazionale e la normativa doganale. Il Tribunale degli Stati Uniti per i Ricorsi Federali è competente, invece, per le controversie riguardanti gli appalti del governo federale, l’appropriazione di beni privati da parte dello stesso governo e per una serie di altri ricorsi di natura economica nei confronti del governo. I procedimenti davanti ai tribunali di prima istanza sono condotti da un solo giudice, singolarmente o con l’appoggio di una giuria, composta da cittadini e incaricata di accertare i fatti del caso.
La Costituzione prevede il diritto alla giuria in molte tipologie di casi, tra i quali:

– tutti i processi penali per reati gravi;

– i procedimenti per i quali il Congresso ha espressamente previsto il ricorso alla giuria.

5.2) Le Corti di Appello

I distretti giudiziari sono organizzati in circuiti regionali, in ciascuno dei quali è presente una Corte d’Appello. Ognuna di esse giudica i ricorsi provenienti dai tribunali distrettuali appartenenti al proprio circuito e da alcuni enti amministrativi federali. Inoltre, la Corte d’Appello federale ha competenza su tutto il territorio nazionale in merito ad alcuni casi specifici, tra i quali quelli relativi alle leggi sui brevetti e quelli sui quali si sono pronunciati i Tribunali per il Commercio Internazionale e il Tribunale per i Ricorsi Federali.

Il diritto all’appello si applica a tutti i procedimenti sui quali si è pronunciato un tribunale distrettuale con una decisione definitiva. Le Corti d’Appello sono di regola composte da tre giudici.»

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«I giudici federali sono nominati a vita dal Presidente, previo consenso del Senato, dove vige la tradizione del “Senatorial courtesy”. In altre parole, se il nominato non piace ai senatori del circuito in cui deve operare, il Senato non ne accetta la nomina»

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«Alla base ci sono le 94 US District Courts (almeno una per stato) e ogni stato è all’interno di uno degli 11 Circuiti federali, più due a Washington DC.»

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Estraiamo invece da Elementi introduttivi per i magistrati e gli amministratori giudiziari di altri paesi

«La presente pubblicazione è stata redatta dall’Ufficio Amministrativo dei Tribunali degli Stati Uniti per fornire una prima descrizione del sistema giudiziario federale, della relativa organizzazione e amministrazione, del suo rapporto con i rami legislativo ed esecutivo del governo federale, e del suo rapporto rispetto ai sistemi dei tribunali degli stati.»

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Trump. Lunedì scatta l’operazione sulle Corti di Giustizia. Una vera rivoluzione.

Trump. Se gli riuscisse questo colpo sarebbe chiamato il Grande.

Mr Trump. Secondo alcuni non avrebbe fatto nulla. White House Actions.

Trump. Marcia verso la conquista del vero potere. – Bbc.

Trump. Deobamizzare la Civil Rights Division.

Trump. Neil Gorsuch nominato alla Suprema Corte. Sviluppi futuri.

Usa. La Suprema Corte del Wisconsin rigetta una petizione sui giudici.

Giudice Ruth Bader Ginsburg, Decano della Corte Suprema degli Stati Uniti.

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È inutile girare attorno al problema o fingere di usare il politicamente corretto in modo tartufesco.

Nel mondo occidentale odierno le Corti di Giustizia amministrano tutto tranne che la Giustizia.

Sono organi politici a tutti gli effetti, che calpestano costituzione, leggi e tradizioni sotto l’escamotage che le leggi si “interpretano“: obbediscono solo ed unicamente al potere vigente, vero o presunto che sia.

Essendo i loro giudizi inappellabili, sono il vero e concreto strumento di dittatura del potere.

La persona ovvero la lobby ovvero ancora il partito che governa le Corti di Giustizia è il dittatore dell’Occidente, per quello che ancora può valere.

Questo spiega la reazione da caricatura delle checche isteriche dei liberals democratici: sanno benissimo che nominare nelle Corti 139 giudici federali quarantenni a vita, tutti repubblicani, li annienterebbe. Giocano convulsamente il tutto per tutto: sanno che sarebbero trattati per come loro hanno trattato.

The Washington Times. 2017-05-18. Trump’s first circuit judge nominee advances to Senate for confirmation

The first of President Trump’s slate of circuit court nominees cleared the Judiciary Committee on Thursday as Republicans prepared to move swiftly on stocking the federal courts with what backers hope will be an army of conservatives.

Judge Amul Thapar, who is currently on a federal district court in Kentucky, was approved for a seat on the 6th Circuit by the Senate Judiciary Committee. The 11-8 vote sends his nomination to the Senate floor for a final confirmation vote.

Sen. Mazie Hirono, Hawaii Democrat, didn’t cast a vote.

He should be able to win confirmation on the floor, given the GOP’s 52-48 edge in the Senate. Since 2013, when Democrats triggered the “nuclear option” shortcut to change the rules, it takes only a majority vote to break a filibuster on appeals court nominees.

Democrats on the committee voted against the judge, saying he equates campaign donations with speech and is tied to the Federalist Society, which helped Mr. Trump form a list of potential Supreme Court justices during his campaign.

The committee’s top Democrat Sen. Dianne Feinstein said she was unable to vote for the judge because of a case where he held an individual supports an organization by using words, just as one supports an organization by donating money.

“Words and money are in fact different,” Ms. Feinstein said.

But the committee’s Chairman Sen. Charles E. Grassley, Iowa Republican, said the judge’s decade long record speaks for itself.

“The judge isn’t against the little guy. He applies the law faithfully,” Mr. Grassley said.

Judge Thapar has sat on the U.S. District Court for the Eastern District of Kentucky for roughly 10 years. He’s the first ever South Asian Pacific American federal judge, and he’ll be the second South Asia Pacific American circuit court judge.

He was the first circuit court pick Mr. Trump made, and his confirmation process was much less contentious than that of Supreme Court Justice Neil Gorsuch.

Mr. Trump faced 20 circuit court vacancies when he took office, and he has offered nominees to fill six of them so far. He’s expected to approve the rest of his first slate of circuit picks next month.

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In Italia ci sarebbero quattro milioni di posti di lavoro scoperti.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-20.

Fachhochschulen

Chiariamo immediatamente un aspetto a quanto sembrerebbe sarebbe ben poco chiaro e fonte di equivoci non indifferenti.

Consideriamo quale esempio la Germania, ma il discorso potrebbe essere facilmente esteso alla maggior parte dei paesi occidentali.

Traiamo dal Deutscher Akademischer Austauschdienst.

«Il sistema universitario tedesco.

Anche la Germania partecipa al cosiddetto Processo di Bologna, teso a riformare i differenti sistemi universitari europei, di modo che risultino il più possibile armonizzati e uniformati tra di loro. Questo progetto prevede la suddivisione degli studi superiori in tre cicli:

Laurea triennale, in Germania chiamata Bachelor

Laurea magistrale/specialistica, in Germania chiamata Master

Dottorato di ricerca, in Germania chiamato Promotion

In Germania sono talvolta presenti, accanto a master consecutivi biennali, anche master di perfezionamento, rivolti principalmente a coloro che – durante il lavoro – vogliono specializzarsi in un determinato ambito. Questi corsi sono caratterizzati da periodi di presenza, ai quali si alternano dei moduli online.  La suddivisione in Bachelor e Master prevede però, in Germania così come in altri paesi, delle eccezioni, in particolare in tutti quei casi in cui i corsi di laurea richiedono un esame di stato (Staatsexamen) per l’esercizio della professione (es. medicina, farmacia, giurisprudenza). In questi casi il corso di laurea rimane a ciclo unico e dura 5-6 anni.

L’anno accademico è diviso in due semestri, quello cosiddetto invernale (Wintersemester) e quello cosiddetto estivo (Sommersemester).

Sommersemester: da aprile a settembre (lezioni: da aprile a luglio)

Wintersemester: da ottobre a marzo (lezioni: da ottobre a febbraio)

Durante le cosiddette ferie semestrali non ci sono lezioni ma spesso esami.

Nelle Fachhochschulen (vedi sotto) i semestri e le lezioni cominciano circa un mese prima. In ogni caso, le date d’inizio/fine semestre e d’inizio/fine lezioni possono variare da un’università all’altra. Riferimenti precisi possono essere trovati sui siti internet e nelle segreterie delle singole università. Spesso per i nuovi studenti immatricolati vengono organizzati eventi informativi e presentazioni già una o più settimane prima dell’inizio delle lezioni.

A differenza dell’Italia, in molti corsi di studio lo studente può iscriversi all’università tanto nel semestre invernale quanto in quello estivo. La durata dei corsi di studio si calcola quindi in semestri e non in anni.

L’offerta universitaria è in Germania assai ampia e articolata. S’impernia, infatti, non solo su un numero elevato di atenei, ma anche su una notevole varietà di tipi di istituti universitari, cosa che non trova un vero e proprio analogo nel sistema italiano. Più in particolare, in Germania si possono trovare:

109 università (Universitäten)

191 istituti superiori di formazione professionale (Fachhochschulen)

55 istituti superiori di formazione artistica, cinematografica e musicale (Kunst-, Film- und Musikhochschulen)

Le università (Universitäten) rappresentano il posto giusto per coloro che sono interessati a uno studio principalmente teorico. Offrono una vasta scelta in termini di facoltà e corsi di studio; è forte anche la tendenza a puntare in modo sempre più deciso su una maggiore integrazione con le realtà del lavoro attraverso attività professionalizzanti (tirocini, ecc.). Alcune università si sono specializzate in determinati ambiti disciplinari: un esempio è rappresentato in questo senso dalle università tecniche, mediche e pedagogiche. Le università sono infine il posto giusto anche per coloro che desiderino fare un dottorato in Germania.

Gli istituti superiori di formazione professionale (Fachhochschulen), chiamati spesso anche università di scienze applicate (University of Applied Sciences), rappresentano la giusta soluzione per coloro che prediligono uno studio orientato alla prassi. Essi offrono una formazione fondata teoricamente e però diretta alle applicazioni concrete del mondo del lavoro. Nel percorso formativo sono previsti tirocini e semestri pratici obbligatori.

Gli istituti superiori di formazione artistica, cinematografica e musicale (Kunst-, Film- und Musikhochschulen) sono indicati per coloro che desiderano realizzare uno studio artistico o comunque creativo. Questi istituti offrono facoltà come arti figurative, design industriale e di moda, grafica, musica strumentale o canto. Negli istituti per i mezzi di comunicazione moderna vengono formati registi, operatori di ripresa, sceneggiatori e altre figure attive nel mondo del cinema e della televisione. Il presupposto per intraprendere simili percorsi di studio è il possesso di un certo talento artistico, che viene valutato attraverso specifici test. Per questo tipo di istituti, pertanto, valgono condizioni d’accesso del tutto particolari.»

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«A Fachhochschule, abbreviated FH, or University of Applied Sciences (UAS) is a German tertiary education institution, specializing in topical areas (e.g. engineering, technology or business).

Fachhochschulen were first founded in Germany, and were later adopted in Austria, Liechtenstein, Switzerland and Greece (where they are called TEI or Technological Educational Institutes). An increasing number of Fachhochschulen are abbreviated as Hochschule, the generic term in Germany for institutions awarding academic degrees in higher education, or expanded as Hochschule für angewandte Wissenschaften (HAW). Universities of Applied Sciences are primarily designed with a focus on teaching professional skills. Swiss law calls Fachhochschulen and Universitäten “separate but equal”.

Due to the Bologna process, Universitäten and Fachhochschulen award legally equivalent academic bachelor’s and master’s degrees. Fachhochschulen generally do not award doctoral degrees themselves. This, and the rule to only appoint professors with a professional career of at least three years outside the university system, remain the two major ways in which they differ from traditional universities. However, they may run doctoral programs where the degree itself is awarded by a partner institution» [Fonte]

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Circa il 70% dei laureati tedeschi ha conseguito il diploma passando attraverso le Fachhochschule, le quali scuole «award legally equivalent academic bachelor’s and master’s degrees».

Ma le Fachhochschulen corrispondono grosso modo agli istituti Professionali italiani, i quali non rilasciano per legge diplomi di laurea, ed assomigliano alle Fachhochschulen come una vecchia artritica assomiglia ad una ballerina del Crazy Horse.

Se è vero che in Germania le scuole professionali sono quasi invariabilmente di ottimo livello, non regalano nulla a nessuno, sono anche molto severe e formano personale di altissima preparazione, è altrettanto vero che i laureati provenienti dalle Fachhochschulen differiscono profondamente per preparazione da coloro che escono invece dalle università vere e proprie. Sono loro a formare il backbone della Germania.

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L’ignoranza di questa differenza nell’ordinamento scolastico porta spesso ad asserire che in Italia ci sarebbero troppo pochi laureati. Ma se si considerassero equivalenti ai laureati i nostri diplomati, allora il conteggio risulterebbe essere rovesciato.

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Fatta salva codesta premessa terminologica e metodologica, l’articolo riportato dalla Stampa contiene molti elementi di grande interesse, riscontrabili nella vita quotidiana.

La scuola inferiore e superiore italiana ha percorsi formativi che sembrano essere avulsi dal contesto sociale e produttivo nazionale ed europeo. Insegnano, poco e male, tutto ciò che non serve. Si pensi soltanto all’insegnamento delle lingue straniere.

I laureati escono con una preparazione del tutto inadeguata alle richieste odierne, che restano quindi insoddisfatte.

Non molto tempo fa la società Dco cercava laureati/e in lettere antiche che conoscessero il latino ed il greco medievale: l’esame era la lettura e la traduzione di un testo per ciascuna delle due lingue. Nonostante un emolumento superiore a quello percepito da un direttore di filiale bancaria, non si trovò un/una laureato/a italiano in grado di leggere e capire dei testi scritti in tali lingue. La Dco trovò tali competenze in una università della Korea del Sud.

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Questo esempio potrebbe essere ben significativo. L’Italia rigurgita di laureati/e in lettere classiche, che però non conoscono tali lingue.

Similmente, trovare un piastrellista, un ebanista oppure un fabbro ferraio degni di quel nome è impresa ardua.

Per non parlare poi di un avvocato che sia esperto di diritto internazionale e di diritto comunitario.

Questa intervista rilasciata dal dr. Dattoli dovrebbe essere maieutica. Se la cifra di quattro milioni potrebbe sembrare essere eccessiva, tutto il resto dell’esposizione semrberebbe essere drammaticamente vero.


Stampa. 2017-05-20. Quattro milioni: i posti di lavoro in cerca del giusto curriculum.

Il cacciatore di talenti: “Non si riesce a coprirli perché in Italia mancano le competenze adeguate”

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Ha detto quattro milioni? Davide Dattoli non ha dubbi e ripete che «sì, i posti disponibili in Italia che non si riesce ad assegnare per mancanza di candidati con le giuste competenze sono valutabili in quattro milioni». È un numero da brividi, quello offerto dal fondatore dei Talent Garden. Batte anche i senza lavoro certificati Istat e diventa misura impietosa della debolezza strutturale che inquina il potenziale economico del Paese. Parla di voglia di crescere zavorrata dal malfunzionamento di scuola, imprese e amministrazione. 

«Do anche la colpa ai genitori», insiste il giovane che cinque anni fa ha creato la più grande rete europea di co-working: «Dicono ai figli “prendi una laurea tradizionale che sei tranquillo” e alla fine creano solo nuovi disoccupati». 

Davide problemi di impiego non ne ha. I suoi Tag, i giardini dei Talenti organizzati su 18 campus in sei paesi si intersecano 150 aziende, sono «piattaforme fisiche per talenti digitali» per giovani, professionisti e grandi imprese come Uber, Deliveroo e Tesla. Per un ventiseienne «orgogliosamente bresciano» è un risultato da incorniciare. Soprattutto perché la maggioranza dei coetanei, se va bene, naviga fra il secondo e al terzo stage. 

Come nascono i posti che non trovano autore?  

«La causa principale è il rapido cambiamento delle professioni. Una volta studiavi Legge e pensavi di avere lo stesso lavoro tutta la vita. Ora devi accettare di rinnovarti quattro o cinque volte. I mestieri digitali cambiano ogni dieci anni. Poco tempo fa tutti cercavano esperti per i social media, ci sono state opportunità per migliaia di persone, ma in futuro sarà diverso. Il pubblico farà da solo. E loro dovranno riciclarsi». 

Quali le offerte senza risposta?  

«Sono diversificate, ce ne sono anche nei settori tradizionali. Vedo richiedere sviluppatori di software, esperti di marketing digitale, di e-commerce e user experience, di design digitale. Sono profili ricercati. Ce ne chiedono a decine. Ma non ci sono». 

Tutti a giurisprudenza?  

«Il 75% dei giovani neolaureati in Legge è ancora disoccupato. In Italia sono 13 mila». 

Invece voi?  

«Abbiamo lanciato una scuola di formazione professionale sul digitale. Lo scorso anno abbiamo avuto 250 studenti a Milano. Il 98% ha trovato lavoro». 

Un lavoro decente?  

«Il grosso degli ingaggi è stato a tempo indeterminato. Quando un’azienda trova la persona che cerca, ha ogni interesse a tenersela stretta». 

Cosa fare per la formazione?  

«La sfida è connettere il mondo del lavoro con la formazione. Ad esempio, col numero chiuso sulle università, così per produrre solo i laureati che servono e orientare meglio i fondi per lo studio, così si sostiene non chi fa più corsi, ma chi sforna più studenti preparati». 

È anche questione di tempi?  

«Andrebbe accorciata la preparazione al mondo del lavoro, con percorsi formativi brevi, proprio perché nella tua vita dovrai cambiare tante volte e non c’è tempo da perdere». 

Chi paga il training continuo?  

«Siamo sommersi di borse di studio private. Le imprese sono pronte ad investire se sanno che questo farà loro trovare le persone giuste. Abbiamo offerto 20 borse e sono arrivate 1800 richieste. La selezione è stata massacrante. È una questione culturale: se non ci rendiamo conto del problema non possiamo investire».  

Vede anche lei, come l’ex presidente Obama, il rischio che l’Economia 4.0 crei opportunità ma anche nuove diseguaglianze aumentando il divario fra chi corre e chi no?  

«Assolutamente sì». 

Come se ne esce?  

«Cominciamo a cambiare i servizi e dare alla gente quello che vuole, altrimenti si muore. Il digitale aiuta». 

Molti mestieri svaniranno con la quarta rivoluzione industriale.  

«Fra cinque anni sarà di nuovo tutto diverso. Nella Silicon Valley si comincia a parlare tanto di centralità della persona. Non ho una risposta. La sfida è capire che la popolazione deve essere più creativa che manuale. La crescita deve essere un tema culturale più che industriale». 

Scuola da rifare?  

«Inevitabile. In Italia abbiamo talento. Tuttavia l’intero sistema deve smettere di investire nel passato e ragionare sul futuro, aprendo il sistema formativo nella consapevolezza che la tendenza non cambierà. Deve prepararsi per il mondo che cambia». 

L’Italia lo fa?  

«Il piano Economia 4.0 di Calenda è stato un gran lavoro, però non tutti conoscono i super ammortamenti. Insisto, è un fatto culturale. La digitalizzazione è un fattore di trasformazione del modo di fare affari e non sono uno strumento di marketing. La Francia ha varato un piano pluriennale per capire dove va il Venture capital. In meno di cinque anni è diventata la prima meta d’investimenti innovativi e digitali. Ha investito 600 milioni solo nel 2016. Noi abbiamo messo la stessa cifra per salvare quelli di Alitalia che dovremmo salvare ancora». 

Pubblicato in: Criminalità Organizzata, Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Germania. Dopo la débâcle dell’Spd Merkel si accorge di odiare i migranti.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-20.

Passion Satana Rosalinda Celentano

Vi sono concetti inesprimibili in termini politicamente corretti. Ogni linguaggio è strutturato per esprimere una certa quale tipologia di concetti. Per esempio, nell’arabo classico non esiste un termine equivalente a quello occidentale di “persona umana” oppure di “libertà“, così come in mandarino classico non esiste una qualcosa che esprima il concetto occidentale di “democrazia“.

Cercheremo quindi di esprimerci nel modo più soft possibile. Leggete per cortesia tra le righe.

La Bundeskanzlerin Frau Merkel è attaccata al potere per il potere più di MacBeth, che assassinò Re Duncan per strappargli la corona, ed è disposta a difenderlo con la determinazione di Ivan Vasil’evič, forse più noto con il nome regale di Ivan IV il Terribile.

«Tutti i sovrani russi sono autocrati e nessuno ha il diritto di criticarli, il monarca può esercitare la sua volontà sugli schiavi che Dio gli ha dato. Se non obbedite al sovrano quando egli commette un’ingiustizia, vi rendete colpevoli di fellonia» [Lettera di Ivan IV il Terribile ad Andrej Kurbskij]

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Ci si ricordi di cosa fece Frau Merkel al suo mentore Herr Helmut Kohl.

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Il titolo del Deutsche Welle è oltremodo chiaro:

Getting tough: Merkel’s asylum U-turn?

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In Germania si è votato in tre Länder.

Saarland. Polls. Cdu 40.4%, Spd 30.4%. AfD 6.2%.

Schleswig-Holstein. Exit poll. Cdu 34%, Spd 27%, Grüne 12.5%, AfD 5.5%.

Nordrhein-Westfalen. Epicrisi a livello federale. Spd kaputt.

Mentre la Spd non ha fatto altro che perdere voti fino ad arrivare alla disfatta nel Nordrhein-Westfalen, la Cdu della Bundeskanzlerin Frau Merkel ha inanellato un successo dopo l’altro.

A prima vista il fenomeno sarebbe sembrato essere inspiegabile. Eppure era tornato in Germania Herr Schulz, e tutti erano concordi a dire che c’era lo “effetto Schulz“, che avrebbe fatto stravincere la socialdemocrazia.

La spiegazione è di una sconvolgente semplicità, ed anche altamente indigesta da tutti i punti di vista.

Herr Schulz, da buon ideologo quale è, ha proposto all’elettorato una ulteriore dose massiccia di socialdemocrazia, che gli Elettori hanno percepito come sinonimo di sempre più stato, sempre più migranti, sempre più previdenze, sempre meno ordine. Togli ai tedeschi l’ordine e quelli si eleggono anche Adolfo.

Frau Merkel si è proposta come la donna del ritorno alla legalità ed all’ordine. Si è presentata come la vittima della Spd che la avrebbe condizionata nella Große Koalition a richiamare migranti, tollerare disordini, conculcare la legalità.

Volete l’ordine?

Bene. Votate me sottraendo voti all’Spd.

Sicuramente la Spd ha su tutti questi problemi delle responsabilità severe, molto severe: ma dire che Frau Merkel sia stata costretta ad agire come ha agito è una favoletta che solo i tedeschi possono tracannarsi come rosolio.

Sta di fatto che agendo in questa maniera la Bundeskanzlerin Frau Merkel ha recuperato una quantità straordinaria di voti, sottraendoli all’Spd. Infatti, Fdp ed AfD hanno ottenuto risultati molto superiori alle comuni aspettative.

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Dalle parole ai fatti.

«German authorities will be allowed to deport rejected asylum seekers more quickly and regularly under a series of new asylum laws passed on Thursday»

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«The Bundestag said the new laws would guarantee “the improved enforcement of deportation rulings.” Rejected asylum seekers deemed to be a security threat will be deported faster or monitored with an electronic ankle bracelet»

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«Deportation orders against rejected asylum seekers can now be imposed even without assurance that the person in question would be repatriated within three months. A migrant could therefore be issued a deportation order even if the country origin fails to provide the necessary documentation or passport papers»

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«The German government has significantly cut back on family reunions for refugees arriving from Greece, local media reported. Germany has taken in over a million people and is facing “limited capacity.”»

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«The federal government is trampling all over EU law and child welfare»

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La Bundeskanzlerin Frau Merkel non si è certo conturbata «trampling all over EU law and child welfare». Frau Merkel non è immorale: è amorale.

Le leggi EU si applicano quando servono a consolidare il potere di Frau Merkel, se no a che mai servirebbero? Sono gli stati mediterranei dell’Unione che le devono osservare. Il “welfare” per i bambini? Ma i bambini sono fatti per essere gettati in pasto agli orchi.

Al pari di MacBeth, la Bundeskanzlerin Frau Merkel teme come la peste esclusivamente una cosa: che alle sue spalle si stia avvicinando una altra Fraulein Merkel, anche essa assatanata di potere, pronta a farle il servizio.


Deutsche Welle. 2017-05-19. German parliament passes tighter asylum laws

German lawmakers have passed a series of laws concerning the deportation, monitoring and access to personal data of asylum seekers. The new legislation has been met with sharp criticism.

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German authorities will be allowed to deport rejected asylum seekers more quickly and regularly under a series of new asylum laws passed on Thursday.

The Bundestag said the new laws would guarantee “the improved enforcement of deportation rulings.” Rejected asylum seekers deemed to be a security threat will be deported faster or monitored with an electronic ankle bracelet.

Deportation orders against rejected asylum seekers can now be imposed even without assurance that the person in question would be repatriated within three months. A migrant could therefore be issued a deportation order even if the country origin fails to provide the necessary documentation or passport papers. This law was among the key new regulations for the German government, after the Berlin Christmas market attacker, Anis Amri, saw his deportation order waived when the Tunisian government couldn’t provide the necessary papers.

Authorities, meanwhile, will also be allowed to detain individuals suspected to be a threat to security for a maximum of 10 days, rather than the previous limit of four days.

Another new piece of legislation allows Germany’s Federal Office for Migration and Refugees (BAMF) to access asylum seekers’ personal electronic devices in order to verify the identities of those without official identification papers.

Draft laws further tightened before vote

Any migrant found to have given a false identity upon entering Germany will see their freedom of movement strictly limited. The same penalty would also apply to migrants without the right to remain in Germany, but who nevertheless refuse to leave on their own volition.

German authorities would also instruct asylum seekers deemed to have few prospects in the country to remain in reception centers until their asylum procedures have been completed.

Germany’s federal and 16 state governments had already agreed to the new asylum laws back in February. However, on Wednesday the ruling coalition government, made up of Chancellor Angela Merkel’s Christian Democrats (CDU) and the Social Democratic Party (SPD), introduced a number of stricter laws to the draft bill.

One of the rules introduced at the eleventh hour would prohibit failed asylum seekers from acquiring the right to stay by abusing a law that allows migrant fathers to remain if their child is born in Germany.

Another law would make it easier for state authorities and the Federal Criminal Police Office (BKA) to share and compare data.

Rights groups and welfare organizations decry new laws

Rights groups, welfare organizations and opposition parties condemned the tighter asylum laws as an assault on fundamental rights of people seeking protection.

The federal government was dismantling several legal hurdles that had been set up to protect people from undue detention, Maria Scharlau, a Berlin-based legal expert for Amnesty International, said. Laws concerning access to migrants’ smartphones presented a “major encroachment into the privacy of tens of thousands of people,” without providing any particularly robust conditions, she claimed.

“This law will change Germany from being a host country to one focused on deporting new arrivals,” Germany’s refugee aid organization, Pro Asyl, said amid its criticism of the bill.

The social welfare organization AWO warned that the tighter laws would also see an increasing number of people who require protection becoming disenfranchised.

De Maiziere argues against critics

German Interior Minister defended the new laws on Thursday, along with a number of CDU and SPD lawmakers.

“Our position is clear,” de Maiziere said. “Help and integration for those who need our protection; hardship and repatriation for those who don’t require protection, and in particular for those whose dishonesty makes them culpable.

De Maiziere added that it was unacceptable that certain “asylum seekers are allowed to go unpunished despite having registered under a host of different names and nationalities.”


Deutsche Welle. 2017-05-19. Germany limits refugee family reunions from Greece

The German government has significantly cut back on family reunions for refugees arriving from Greece, local media reported. Germany has taken in over a million people and is facing “limited capacity.”

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German Interior Minister Thomas de Maiziere has reduced the number of asylum-seeker family members allowed into the country from Greece to 70 a month, German news group RedaktionsNetzwerk Deutschland reported on Friday.

The group of local papers said the information was provided by Chancellor Angela Merkel’s government following a request from the Left Party. In its response, the Interior Ministry said the decrease in numbers had to do with “limited support and accommodation capacities,” as well as the “considerable logistical coordination effort by state and federal authorities.”

Left lawmaker Ulla Jelpke described the explanation as a “miserable excuse,” and accused the government of shirking its responsibilities under the EU’s Dublin regulation. The law stipulates that separated refugee and asylum-seeking families are entitled to a legal reunion once an immediate relative arrives in a country covered by the Dublin rule.

“The federal government is trampling all over EU law and child welfare,” Jelpke said, adding that the cap should be removed because there was a need for as many as 400 refugee family members per month to be reunited with their loved ones in Germany. 

Overstretched asylum system

The European Union took in some 1.6 million refugees and migrants – most of them from Syria – between 2014 and 2016.  The majority arrived in Germany via frontline states like Italy and Greece. But the scale of the influx prompted many countries to introduce extra controls and to close their borders, blocking the so-called Balkan route and leaving tens of thousands of people stranded in Greece’s refugee camps. 

According to information published by Greek newspaper “Efimerida ton Synakton”, around 2,000 refugees are waiting in Greece to be reunited with their families in Germany. It reported that Germany received only 70 Dublin transfers from Greece in April under the new cap, compared to 540 in March and 370 in February. Given the large number of arrivals and asylum requests, family reunion claims often require more time for processing. The UN’s refugee agency has urged European countries to speed up the procedure to prevent further hardship for refugees, many of whom have already endured dangerous journeys in escaping conflict in their home countries. 

Sharing the burden

The EU is attempting to lighten the burden for countries hosting refugees by introducing mandatory relocation quotas for member states. Thus far Poland, Hungary, the Czech Republic and others have resisted the plan, citing security concerns. The European Commission is expected to decide next month on possible legal action against countries unwilling to accept asylum-seekers.

At a meeting of interior ministers in Brussels on Thursday, Germany’s de Maiziere said he hoped for progress by June. “We should concentrate on the issues where an understanding is easier to achieve: efficient procedures, quicker returns and avoiding secondary migration,” he told reporters in Brussels.

“Maybe the very difficult issue of redistribution becomes easier when we have an agreement on these other issues.”

Pubblicato in: Senza categoria

Paesi di lingua tedesca hanno bandito il burqa.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-18.

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Non si venga a dire che i turki non sono islamici. Ecco qui le loro femmine scosciate e con i capelli bene agghindati ed in vista. Islam bigotto? Non diciamo bubbole.



Dopo Francia, Belgio, Paesi Bassi e Bulgaria adesso anche Germania, Baviera ed Austria hanno messo al bando il burqa ed ogni altro copricapo muliebre islamico che impedisca la chiara visione del volto.

Burqa. Simbolo politico non indumento islamico.

Il burqa non è di per sé stesso un indumento mandatorio per le donne islamiche, né, di conseguenza, è un simbolo religioso islamico.

A molti sembrerebbe infatti sfuggire il fatto che fu il re dell’Afganistan  Habibullah Kalakānī ad introdurre l’uso del burqa nel 1880, facendolo indossare alle proprie concubine. In un lampo la moda si propagò in tutti i ceti abbienti del regno, e fu lestamente imitata dalle donne della gente comune.

Caduto quasi completamente in disuso a partire dagli anni cinquanta, il regime telebano ne impose l’uso, considerandolo simbolo di appartenenza a quella corrente religiosa e politica.

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All’interno del mondo islamico la foggia del velo varia da zona a zona, ed in talune nazioni è anche caduto in disuso. Potremmo, grosso modo, distinguere alcune tipologie.

–  Khimar: termine coranico. Usualmente indica un mantello che copra dalla testa in giù: alcuni modelli arrivano fino a sotto i fianchi, altri fino alle caviglie. Può o meno avere un velo che copra anche il viso.

–  Jilbab: termine coranico. Denomina un abito che copra completamente il corpo della donna. “Abaya” è sinonimo di uso corrente. È usato prevalentemente nei paesi del Golfo Persico.

Niqab: Velo di tradizione preislamica. Copre l’intero corpo della donna, lasciando solo una fessura per gli occhi. usualmente è composto di un pezzo superiore, che avvolge il capo, e di uno inferiore per il corpo.

È l’abito indossato tipicamente in Arabia Saudita ed è altrettanto usualmente associato alla corrente wahhabita. Ha come variante l’uso del solo pezzo superiore, specialmente in Egitto e nell’Africa settentrionale in genere: prende anche nome di hijab.

Chador: Abito che copre da capo a piedi, lasciando però libero tutto il viso. È il tipico indumento muliebre iraniano e, solitamente, è di colore nero.

Burqa: Di colore azzurro, è simile al niqab ma presenta all’altezza degli occhi una griglia per la visione. Il burqa è tipico dell’Afganistan e del Pakistan.

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Concludendo.

Una cosa è la pratica religiosa, da rispettarsi, ed una totalmente differente è l’uso di simbologie politiche, specie poi se fondamentaliste.


Deutsche Welle. 2017-05-17. Austrian parliament passes burqa ban as part of new migrant law

The measure was backed by both of the ruling parties, the SPÖ and ÖVP, on Tuesday, in spite of political turbulence that has divided the governing coalition in recent days.

Starting in October, police will be charging fines from people who wear clothes that obstruct their facial features. The 150-euro ($166) fine would also apply to women wearing burqas and niqabs at universities, courts, or in public transport.

It was not immediately clear how many people would be affected by the ban.

Austrian mainstream parties have come under pressure from a rise in popularity for the far-right FPÖ faction, which criticized the law adopted on Tuesday by saying it did not go far enough.

School of life skills and ethics

Other measures in the legislation included setting up a 12-month integration school for migrants who are deemed to have good chances of staying in Austria. The schools would offer German courses, but also teach the asylum seekers about ethics and values considered customary in the country. Other skills, like applying for a job, would also be included.

The programs would aim to provide migrants with better prospects in society, said State Secretary Muna Duzdar.

“However, it is also clear that people need to take us up on the offers we create,” she was cited by the daily Wiener Zeitung as saying.

Migrants who refuse to take part in the courses would see their social welfare benefits cut.

Additionally, the law also sees asylum seekers expected to perform unpaid public work, as part of efforts to prepare them for the Austrian job market.


Deutsche Welle. 2017-02-22. Bavaria approves ban on full-face veil

The government of Bavaria has agreed to a new law which will ban certain Muslim religious clothing from public spaces. The decision came as German conservatives try to win back voters from the anti-immigration AfD party.

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Germany’s southeastern state of Bavaria announced late on Tuesday that it had approved a ban on face veils in certain public spaces. Women wearing a niqab or burqa are hindering communication and public safety, Bavarian Interior Minister Joachim Herrmann said following a cabinet meeting.

“A communicative exchange takes place not only through speech, but also through looks, expressions and gestures,” Hermann told the press. “It forms the foundation of our interpersonal relationships and is the basis of our society and free and democratic order.”

According to the new draft legislation, a full-face veil is to be prohibited “in the fields of civil service, universities, schools, kindergartens, in the fields of public general safety and order, and at elections.”

Bavaria is governed by the right-leaning conservative Christian Social Union (CSU), the smaller sister party of Chancellor Angela Merkel’s Christian Democrats (CDU). The CSU has an absolute majority in Bavaria’s state parliament, which Herrmann said is expected to pass the law by the summer break.

The move is a timely one. As Germany prepares for federal elections in September, there are fears of losing votes to the anti-immigrant Alternative for Germany (AfD) party and worries that Merkel has moved her party so far to the center that it is not longer recognizable.

A non-issue?

The chancellor expressed her support for such a ban in December, saying it should be implemented “wherever legally possible.” As the front line of the influx of more than a million often Muslim refugees and migrants into Germany over the past two years, Bavaria has also had to deal with increasing concerns about domestic security and the integration of migrants into mainstream culture.

However, many have criticized the move not only as contrary to religious freedom but also a distracting non-issue being exploited for political purposes. The German government does not have official statistics on how many women wear a full-face veil. Multiple German media reports have estimated that fewer than 300 women wear a niqab regularly, and that extremely few, if any, wore a burqa.


Deutsche Welle. 2017-04-28. Bundestag bans face veils for civil servants amid security measures

In a late night sitting, the lower house of parliament has approved a raft of security measures and a draft ban on face veils. The ban would only apply to civil servants in Germany.

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Germany’s lower house of parliament, the Bundestag, on Thursday approved a draft law that would prevent civil servants, judges and soldiers from wearing Islamic full-face veils at work.

Germany’s ruling coalition said in a statement said that a “religious or ideological covering of the face contradicts the neutrality required of state functionaries.”

The law would also require women to show their face during identity checks.

The law still has to be approved by the upper house, the Bundesrat, before coming into effect.

“Integration also means that we should make clear and impart our values and where the boundaries lie of our tolerance towards other cultures,” German Interior Minister Thomas de Maiziere said. “The draft law we have agreed on makes an important contribution to that.”

Fifth country to ban

If the law is passed, Germany would become the fifth European country to ban or partially ban the wearing of the burqa and niqab, after France, Belgium, the Netherlands and Bulgaria.

Austria and Norway are also working towards a ban.

The approval came after Chancellor Angela Merkel’s December call for a ban on full-face Muslim veils “wherever legally possible”. The new law fell short of demands by right-wing parties for a total ban in public places, as in France. 

Merkel is facing a federal election in five months, with her Christian Democratic Union (CDU) losing some support to the anti-immigrant Alternative for Germany (AfD).

In February, Merkel’s Bavarian CSU sister party said it would ban the full-face veil in schools, universities, government workplaces and polling stations.

Package of security measures

During the same late night session, the Bundestag approved a package of security measures aimed at preventing extremist attacks.

New security measures includes the court-approved use of electronic ankle bracelets for people deemed a security threat. Another law is aimed at helping national and state police forces pool their data in a new integrated IT system.

A separate measure implemented European Union rules on the mandatory sharing and retention of data on flight passengers.

Another measure meant physical attacks on police, emergency services and military personnel on duty would be punished with up to five years’ jail.

Pubblicato in: Cina, Commercio, Senza categoria

Belt and Road Forum. L’alternativa a Davos ed al G20.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-16.

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Se ne è accorta persino la Cnn, ed è tutto dire.

Non è la Cina che deve integrarsi con l’Occidente, bensì questo con la Cina.

Non a caso Bloomberg ha pubblicato un allarmaato ed allarmante editoriale su questo argomento:

One Belt, One Road, One Man

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Cosa è il progetto One Belt, One Road (Obor)?

«La Nuova via della seta è un’iniziativa strategica della Cina per il miglioramento dei collegamenti e della cooperazione tra paesi nell’Eurasia. Comprende le direttrici terrestri della “zona economica della via della seta” e la “via della seta marittima del XXI secolo” (in cinese: 丝绸之路经济带和21世纪海上丝绸之路S, Sīchóu zhī lù jīngjìdài hé èrshíyī shìjì hǎishàng sīchóu zhī lùP), ed è conosciuta anche come “iniziativa della zona e della via” o “una zona, una via” e col corrispondente acronimo inglese OBOR (one belt, one road).

Partendo dallo sviluppo delle infrastrutture di trasporto e logistica, la strategia mira a promuovere il ruolo della Cina nelle relazioni globali, favorendo i flussi di investimenti internazionali e gli sbocchi commerciali per le produzioni cinesi. L’iniziativa di un piano organico per i collegamenti terrestri (la cintura) è stata annunciata pubblicamente dal presidente cinese Xi Jinping a settembre del 2013, e la via marittima ad ottobre dello stesso anno, contestualmente alla proposta di costituire la Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture (AIIB), dotata di un capitale di 100 miliardi di dollari USA, di cui la Cina stessa sarebbe il principale socio, con un impegno pari a 29,8 miliardi e gli altri paesi asiatici (tra cui l’India e la Russia) e dell’Oceania avrebbero altri 45 miliardi (l’Italia si è impegnata a sottoscrivere una quota di 2,5 miliardi).

La Via della Seta Terrestre attraversa tutta l’Asia Centrale e arriva dalla Cina fino alla Spagna: con le infrastrutture esistenti sono già stati simbolicamente inaugurati i collegamenti merci diretti fino a Berlino e Madrid, ma è allo studio anche la possibilità di una linea passeggeri ad alta velocità. La Via Marittima costeggia tutta l’Asia Orientale e Meridionale, arrivando fino al Mar Mediterraneo attraverso il canale di Suez. La AIIB è un veicolo per catalizzare gli investimenti necessari al miglioramento delle infrastrutture ferroviarie e portuali, complessivamente stimati in 1800 miliardi di dollari in dieci anni. Nel quadro dell’iniziativa della Nuova via della seta la Cina sta promuovendo anche investimenti diretti, anche in ambiti anche non direttamente collegati alla logistica. A questo scopo, nel novembre 2014 ha creato anche un Fondo per la Via della Seta, dotandolo di 40 miliardi di dollari USA.» [Fonte]

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Cosa è la Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture (Aiib)?

«La Banca Asiatica d’Investimento per le infrastrutture (AIIB), fondata a Pechino nell’ottobre 2014, è un’istituzione finanziaria internazionale proposta dalla Repubblica Popolare Cinese. Si contrappone al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale e all’Asian Development Bank, queste ultime, secondo molti osservatori, sarebbero sotto il controllo del capitale e delle scelte strategiche dei paesi sviluppati come gli Stati Uniti d’America. Scopo della Banca è fornire e sviluppare progetti di infrastrutture nella regione Asia-Pacifico attraverso la promozione dello sviluppo economico-sociale della regione e contribuendo alla crescita mondiale.

I paesi fondatori dell’AIIB sono 57. Secondo la Cina, sono considerati fondatori gli stati che aderiscono alla banca entro il 31-03-2015, dopo tale data, ogni ulteriore adesione comporta per lo stato che aderirà all’AIIB lo status di semplice “componente”» [Fonte]

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Lingue ufficiali dell’Obor e dell’Aiib sono il cinese ed il russo. Talora, per pura cortesia orientale, è fornita una traduzione simultanea in inglese, ma non è la norma e non è considerata essere fonte ufficiale. Questo problema costituisce un severo ostacolo per gli osservatori occidentali.

L’Aiib è un contraltare molto efficiente dell’Imf, ad attuale direzione francese, ed alla Wb, ad attuale direzione americana. Gli occidentali non hanno mai lasciato spazio alle realtà emergenti, e solo lo scorso anno lo yuan è stato ammesso come valuta di riferimento per i diritti speciali di prelievo.

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Una caratteristica specifica dell’Obor e dell’Aiib è che tutti gli stati sono trattati su base paritetica sulla base di criteri di mero scambio economico, senza ingerenza alcuna nella gestione interna. Questo approccio le rende totalmente differenti dalle analoghe strutture occidentali che, almeno durante la Amministrazione Obama, vincolavano la concessione di fondi ed il finanziamento di progetti alla condivisione della Weltanschauung liberal. Ostacolo questo non da poco.

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Obor ed Aiib sono finalizzate alla realizzazione di infrastrutture strategiche.

Cina ed Africa. Una politica di rapporti internazionali paritetici.

Tillerson in Cina incontra Xi. Un gentlemen’s agreement.

Cina. Durissima risposta al report Usa sui ‘diritti umani’.

Cina. Finanzia in Guinea-Bissau la ristrutturazione dello stadio.

Usa e Cina. Economie e trend a confronto.

Cina ed America Latina. Fine della Dottrina Monroe.

Cina – Pakistan. Inaugurata la strada Gwadar – Kashgar.

Usa. Perù ripudia il TPP. Vuole un trattato con Russia e Cina.

Cina. Una diplomazia alla conquista del mondo.

Cina. Consolida il suo impero in Africa.

Cina e Myanmar. Un possibile sbocco sull’Oceano Indiano.

La Cina rifiuta l’accredito al G20 ai giornalisti del Deutsche Welle.

China Development Bank ed accordo strategico Cina – Venezuela.

Cina. La diplomazia ferroviaria.

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«Chinese President Xi Jinping pledged $124 billion on Sunday for his new Silk Road plan to forge a path of peace, inclusiveness and free trade, and called for the abandonment of old models based on rivalry and diplomatic power games.»

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«Xi used a summit on the initiative, attended by leaders and top officials from around the world, to bolster China’s global leadership ambitions as U.S. President Donald Trump promotes “America First” and questions existing global free trade deals.»

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«”We should build an open platform of cooperation and uphold and grow an open world economy,” Xi told the opening of the two-day gathering in Beijing.»

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«China has touted what it formally calls the Belt and Road initiative as a new way to boost global development since Xi unveiled the plan in 2013, aiming to expand links between Asia, Africa, Europe and beyond underpinned by billions of dollars in infrastructure investment.»

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In sintesi: questo è uno sforzo finanziario che l’Occidente non potrebbe al momento permettersi e dal quale è rimasto tagliato fuori. Le infrastrutture patrocinate rendono agevoli gli scambi commerciali e concorrono in modo potente a fare emergere economie e sistemi economici al momento ancora in via di sviluppo o di emersione.

E di questo sono in molti ad essere riconoscenti alla Cina: è un modo efficiente per procurarsi degli amici.


Cnn. 2017-05-14. China’s new world order: Xi, Putin and others meet for Belt and Road Forum

Belt and Road Forum, Beijing (CNN)China’s leaders are ringing in what they hope is a new world order at a major international conference in Beijing Sunday.

The Belt and Road Forum is China’s answer to Davos or the G20, centered around the colossal One Belt, One Road (OBOR) trade initiative, which takes its inspiration from the ancient Silk Road trading route.

Speaking at the opening ceremony, Chinese President Xi Jinping emphasized OBOR’s international credentials in the face of criticism that the project will be dominated by Beijing.

“What we hope to create is a big family of harmonious co-existence,” Xi said, adding that all countries were welcome to take part in the project.

Xi also announced China will contribute an additional $14.5 billion to the Silk Road Fund, which provides support for OBOR projects, and $8.7 billion in assistance to developing countries.

Addressing the forum after Xi, Russian President Vladimir Putin appeared to take aim at the US, which is not involved in the OBOR initiative.

“Protectionism is becoming the new normal,” Putin warned, adding that the “ideas of openness and free trade are increasingly often being rejected (even) by those who until very recently expounded them.”

OBOR, which has been in the works for four years, spans more than 68 countries and up to 40% of global GDP. It is China’s push to put it in a position of world leadership as the US under President Donald Trump takes a more protectionist approach and gives up the mantle of globalization.

Sunday’s forum is being held near Beijing’s Olympic Park — the site of the 2008 games — as the city enjoys the type of splendid weather China’s leaders have shown themselves adept at creating on demand when needed for political events. Roads around the venue have been closed down amid a heavy security operation.

Political push

In attendance Sunday were Chinese President Xi Jinping — whose personal project the OBOR initiative is — Russian President Vladimir Putin, Turkish President Recep Tayyip Erdogan and Philippines President Rodrigo Duterte, alongside a host of other world leaders and top ranking officials.

Joining them was a small delegation from North Korea, despite recent strained ties between Beijing and Pyongyang over the latter’s nuclear program.

Early Sunday, North Korea launched a ballistic missile, emphasizing how high tensions in the region are at the moment and stealing focus from the OBOR forum in what could be seen as a deliberate insult to Xi.

The leaders of the US and most European economies were notably absent Sunday. While the US sent Matt Pottinger, special assistant to the President, no cabinet or elected officials were in attendance.

In a communique announcing a new trade deal with China Thursday, the US said it “recognizes the importance of China’s One Belt and One Road initiative,” but Washington is largely uninvolved in OBOR or connected projects like the China-led Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB).

Speaking to CNN Saturday, AIIB President Jin Liqun was positive that the US could still play a role in China’s projects, saying that “regardless of the membership of the US … we can work together.”

“The door is open, any member is welcome to join,” he added.

While OBOR has been hailed within China as something that can benefit the whole world and lift millions out of poverty, further afield its reception has been more mixed.

Jörg Wuttke, outgoing president of the EU Chamber of Commerce in China, warned last week that the initiative has increasingly “been hijacked by Chinese companies, which have used it as an excuse to evade capital controls, smuggling money out of the country by disguising it as international investments and partnerships.”

He and other critics have pointed to restrictions on and obstacles to foreign firms doing business in China as evident of the hypocrisy behind Beijing’s grand unifying vision.

Even neighboring India has been skeptical. The country’s finance and defense minister Arun Jaitley told reporters this month Delhi has “serious reservations” about the project, particularly regarding China-funded development in Pakistan-administered Kashmir.

US pulls back

While many countries may have gone into OBOR with a “more rosy tinted view of what China’s intent was,” the scales are increasingly falling from their eyes, said Christopher Balding, a professor of economics at Peking University.

Of particular concern for many is what happens if Chinese-funded projects fail. In the past, this has meant Chinese firms or banks “essentially taking over,” Balding said, giving them complete control over very strategic projects in foreign countries. Some have also warned of projects becoming expensive white elephants with little payoff for backers or locals.

Jin said such warnings are “necessary,” adding that in the past “there were white elephants, there were mistakes.”

“It’s very important that the resources put into (OBOR) projects must be producing tangible results for the people” of the countries they are in, he told CNN.

Max Baucus, a former US ambassador to China, said OBOR has “if not frightened, then at least concerned, a lot of countries along the way.”

Prior to Donald Trump’s election as US President, it could be expected that Washington’s Trans-Pacific Partnership (TPP) — a free-trade alliance of 12 Asian and Pacific economies — would act as something of a counterbalance to rising Chinese power.

Trump however, pulled the US out of the deal a day after taking office. While it still includes Australia and Japan, both major economies, without Washington’s backing the TPP will be far smaller if it manages to nevertheless go ahead.

The US has also reduced activity in the hotly contested South China Sea, in what has been seen as another concession to China by the new US president who hopes for a solution in North Korea.

Baucus said the country’s withdrawal from the region risked creating “a vacuum.”

“(TPP was) an economic complement to military planning in the South China Sea,” he said, while OBOR puts China “in the driving seat.”


Reuters. 2017-05-14. China pledges $124 billion for new Silk Road as champion of globalization

Chinese President Xi Jinping pledged $124 billion on Sunday for his new Silk Road plan to forge a path of peace, inclusiveness and free trade, and called for the abandonment of old models based on rivalry and diplomatic power games.

Xi used a summit on the initiative, attended by leaders and top officials from around the world, to bolster China’s global leadership ambitions as U.S. President Donald Trump promotes “America First” and questions existing global free trade deals.

“We should build an open platform of cooperation and uphold and grow an open world economy,” Xi told the opening of the two-day gathering in Beijing.

China has touted what it formally calls the Belt and Road initiative as a new way to boost global development since Xi unveiled the plan in 2013, aiming to expand links between Asia, Africa, Europe and beyond underpinned by billions of dollars in infrastructure investment.

Xi said the world must create conditions that promote open development and encourage the building of systems of “fair, reasonable and transparent global trade and investment rules”.

Hours before the summit opened, North Korea launched another ballistic missile, further testing the patience of China, its chief ally. The United States had complained to China on Friday over the inclusion of a North Korean delegation at the event.

MASSIVE FUNDING BOOST

Xi pledged a major funding boost to the new Silk Road, including an extra 100 billion yuan ($14.50 billion) into the existing Silk Road Fund, 380 billion yuan in loans from two policy banks and 60 billion yuan in aid to developing countries and international bodies in countries along the new trade routes.

In addition, Xi said China would encourage financial institutions to expand their overseas yuan fund businesses to the tune of 300 billion yuan.

Xi did not give a time frame for the new loans, aid and funding pledged on Sunday.

Leaders from 29 countries attended the forum, as well as the heads of the United Nations, International Monetary Fund and World Bank.

Britain’s finance minister told the summit his country was a “natural partner” in the new Silk Road, while the prime minister of Pakistan, Nawaz Sharif, a close Chinese ally, praised China’s “vision and ingenuity”.

“Such a broad sweep and scale of interlocking economic partnerships and investments is unprecedented in history,” Sharif said.

White House adviser Matt Pottinger said the United States welcomed efforts by China to promote infrastructure connectivity as part of its Belt and Road initiative, and U.S. companies could offer top value services.

India refused to send an official delegation to Beijing, reflecting displeasure with China for developing a $57 billion trade corridor through Pakistan that also crosses the disputed territory of Kashmir.

“No country can accept a project that ignores its core concerns on sovereignty and territorial integrity,” said Indian foreign ministry spokesman Gopal Baglay, adding that there were concerns about host countries taking on “unsustainable debt.”

China plans to import $2 trillion of products from countries participating in its Belt and Road initiative over the next five years, Commerce Minister Zhong Shan said.

UNEASE OVER SUMMIT

But some Western diplomats have expressed unease about both the summit and the plan as a whole, seeing it as an attempt to promote Chinese influence globally. They are also concerned about transparency and access for foreign firms to the scheme.

Australian Trade Minister Steven Ciobo said Canberra was receptive to exploring commercial opportunities China’s new Silk Road presented, but any decisions would remain incumbent on national interest.

“China is willing to share its development experience with all countries,” Xi said. “We will not interfere in other countries’ internal affairs. We will not export our system of society and development model, and even more will not impose our views on others.”

“In advancing the Belt and Road, we will not re-tread the old path of games between foes. Instead we will create a new model of cooperation and mutual benefit,” Xi said.

North Korea, which considers China its sole major diplomatic ally and economic benefactor, raised eyebrows when it decided to send a delegation to the summit.

The North Korean delegation largely kept a low profile at the summit, and there was no evidence that its presence had affected participation despite U.S. misgivings.

FINANCIAL INCLUSIVENESS

Xi said the new Silk Road would be open to all, including Africa and the Americas, which are not situated on the traditional Silk Road.

“No matter if they are from Asia and Europe, or Africa or the Americas, they are all cooperative partners in building the Belt and Road.”

The idea of cooperation and inclusiveness extends to funding projects and investments along the new trade routes, which are being developed both on land and at sea.

“We need joint effort among Belt and Road countries to boost financing cooperation,” Zhou Xiaochuan, governor of China’s central bank, said.

To sustain the projects, Belt and Road nations should allow companies to play a key role, as government resources are limited, Zhou said.

The active use of local currencies will also help to mobilize local savings, lower remittance and exchange costs, and safeguard financial stability, he said.

At the forum, finance ministries from 27 countries, including China, approved a set of principles that will guide project financing along the new Silk Road.

Germany, which was not among the countries that approved the financing guidelines, said its firms were willing to support the Belt and Road initiative, but more transparency was needed.

Some of China’s close allies and partners were at the forum, including Russian President Vladimir Putin, Cambodian Prime Minister Hun Sen and Kazakh President Nursultan Nazarbayev.

There were also several European leaders attending, including the prime ministers of Spain, Italy, Greece and Hungary.

Chinese state-run media has spared no effort in its coverage of the summit, including broadcasting an awkwardly-named English-language music video “The Belt and Road is How” sung by children from countries on the new Silk Road.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria, Trump

Trump. Come far venire le coliche renali ai liberals democratici.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-15.

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«President Trump on Saturday told the class of 2017 at Liberty University to stay true to their ideals and remember that the United States was built on religious principles»

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«what is considered the largest Christian university in the world»

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«In America we don’t worship government, we worship God»

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«As long as I’m president, nobody will stop you from practicing your faith»

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«The president described the Washington elite he contends with as “a small group of failed voices who think they know everything and understand everyone [and] want to tell everyone else how to live, what to do and how to think.”»

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Non si può dre che fossero solo quattro gatti messi in croce.

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Erano decenni che in un’università americana non si udivano parole del genere, perché semplicemente era proibito esprimersi liberamente. Chi avesse osato farlo, e qualcuno di coraggioso c’era stato, sarebbe stato immediatamente radiato dalla università: perché sotto il pregresso regime si era liberi di ripetere parola per parola quanto gradito all’élite dominante. Guai a sgarrare!

Fa impressione sentire nuovamente, dopo decenni , risuonare in un’aula universitaria una frase come questa:

«In America we don’t worship government, we worship God»

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«As long as I’m president, nobody will stop you from practicing your faith»

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Poveri liberals democratici! Stanno pagando duramente il sostegno dato alla candidatura di Mrs Hillary Clinton!

Si staranno rodendo il fegato, passando di colica in colica.

Mr Trump osa asserire che si adora Dio e non il potere, ossia l’esatto opposto di quanto loro sono andai predicando.

E lo dice a voce alta e chiara, in pubblico, ed in un’università.

E per di più nella ricorrenza del centenario della apparizioni mariane a Fatima.


Nota. È sfuggito a molti, ma non certo a Mr Trump. È impossibile distruggere i liberals democratici senza reinstaurare i principi religiosi e dare libertà alle Chiese. Questa è una guerra che è combattuta per annientare, non per vincere. Lo ha capito, ed anche molto bene, Mr Putin, che si è eletto patrono della Chiesa Ortodossa russa e non manca alcuna funzione religiosa.

Se non per amore, almeno per convenienza. Ma non tutti capiscono.


The Washington Times. 2017-05-14. Trump at Liberty University: ‘We don’t worship government, we worship God’

President Trump on Saturday told the class of 2017 at Liberty University to stay true to their ideals and remember that the United States was built on religious principles.

“In America we don’t worship government, we worship God,” Mr. Trump said, delivering a commencement address in Lynchburg, Virginia, at what is considered the largest Christian university in the world.

He noted the prominent reverence given to God throughout U.S. history, from the prayers of pilgrims landing at Plymouth Rock to the oath of office taken by every elected officials and the words recited in the Pledge of Allegiance.

“As long as I’m president, nobody will stop you from practicing your faith,” said Mr. Trump.

He later added that “America is a nation of true believers.”

It was Mr. Trump’s third visit to the institution but his first as a sitting president.

The last sitting U.S. president to speak at a Liberty University commencement was George H.W. Bush.

When Mr. Trump first spoke at Liberty University during the campaign, he quoted scripture and vowed to “protect Christianity.”

The close ties he forged with the university leadership paved the way for evangelical support that was crucial to winning the GOP nomination and the White House.

In the commencement address, Mr. Trump urged the graduates to follow their dreams and to have the courage to defy conventional wisdom.

He said that he knew firsthand how difficult it was to stand up to naysayers in Washington but that it was worth it.

The president described the Washington elite he contends with as “a small group of failed voices who think they know everything and understand everyone [and] want to tell everyone else how to live, what to do and how to think.”

“But you aren’t going to let other people tell you what you believe, especially when you know you are right,” Mr Trump told the graduates.

“Nothing worth doing ever ever ever came easy,” said Mr. Trump. “I know each of you will do what is right, not the easy way.”

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Macron. Ci costerà un bel pacco di euro. – Bloomberg

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-14.

Duello Giochi-di-Carnasciale-Scherma-medievale

«How much will Macron cost us?»

Ecco cosa sta pensando la pitonessa Bundeskanzlerin Frau Merkel mentre abbraccia il confratello Macron.

Germany’s Enthusiasm for Macron Won’t Last

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La luna di miele franco-tedesca sembrerebbe essere finita ancor prima di essere incominciata.

Uniti come i ladri di Pisa quando c’era da combattere un nemico inesistente, Mrs Marine Le Pen, iniziano a guardarsi con sospetto su come dividere un bottino che non c’è.

Al di là dei sorrisi formali, Merkel e Macron sembrerebbero tutti intenti ad affilare acciari, brandi, durlindane, daghe e stocchi, senza ovviamente trascurare la punta delle misericordie e la tempratura del Panzerbrecher.

Sono aperte le scommesse su chi per primo riuscirà a pugnalare alla schiena l’amico/a che avranno calorosamente abbracciato.

Molto dipenderà dall’esito delle elezioni parlamentari che si terranno il mese entrante in Francia ed a settembre in Germania. Ma il conto da pagare potrebbe benissimo arrivare sul tavolo degli italiani.

«In the five coming years, I’ll fight so that everywhere in the European Union our freedoms and fundamental rights are scrupulously respected»

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«We also need a Europe that protects … workers, employees, protects craftsmen as well as academics»

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«underline his determination to refashion European political discussion as the continent moves beyond its sovereign-debt crisis and looks ahead to life as 27-nation bloc after the U.K. leaves»

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«The 39-year-old president-elect’s European views are already sparking debate in Germany»

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«Bild newspaper ran a headline Tuesday asking “How much will Macron cost us?”»

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«Germany’s Social Democrats have struck the opposite pose, saying Macron’s arrival requires a new approach»

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«the time of financial orthodoxy and finger-wagging must finally end»

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«We cannot have a Europe that debates budgetary questions to a decimal place and then do nothing about member countries that behave like Poland or Hungary … We can’t have a country that exploits the disparities in taxes and social security contributions within the European Union while also breaching the principles of the union»

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«Polish Prime Minister Beata Szydlo’s government has repeatedly clashed with the EU over democratic standards and dismissed recommendations made by the bloc over how to restore a functioning constitutional court»

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«Our mission is not to recycle politics, our mission is to create a new political offering …. Valls doesn’t meet the criteria to be a candidate for Republic on the Move, Macron’s party»

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«Macron’s success and the U.K.’s decision to quit the EU present Germany with mutually reinforcing problems. They put the German conception of Europe’s future under pressure»

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«Macron is pro-Europe in the traditional French way: He wants a deeper European Union, with closer integration of fiscal policy in particular»

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«Germany is pro-EU as well, of course, but has generally preferred making the union broader rather than deeper. Its goal has been to spread the blessings of peace and prosperity more widely, and especially to its east, rather than pursuing with French zeal a United States of Europe (to be led, incidentally, by France

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«the creation of the euro — an act of radical economic deepening — was Germany’s great strategic mistake. In effect, it was the price Helmut Kohl paid for French acquiescence to German reunification»

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«In the euro zone, monetary policy cannot work on a country-by-country basis to attenuate the ups and downs of the business cycle»

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«Without targeted monetary stimulus, countries can get trapped for longer, and perhaps indefinitely, with slow growth and high unemployment»

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«German support cannot replace French policy-making»

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Ricapitoliamo.

Gli interessi e le ambizioni francesi sono in rotta di collisione con quelle tedesche.

Al solito, il vero problema non è cosa si voglia, ma come lo si voglia.

E la storia insegna che due galli in un pollaio alla fine si beccano a morte.

Mario e Silla, Pompeo e Cesare, Ottaviano ed Antonio.

“L’Unione Europea è bella, se comando io”.

Nota.

Spiegazione per chi non avesse letto con attenzione ovvero non avesse capito bene. Il conto da pagare di Mr Macron finirà anche sul tavolo dell’Italia.


Bloomberg. 2017-05-10. Macron Flexes Muscle in France as He Demands EU Protect Workers

– French president-elect has highlighted Poland, Hungary

– Germany politicians debate how to respond to Macron election

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President-elect Emmanuel Macron is imposing his authority on the French political class as he begins to stake out his plans for Europe.

Macron on Wednesday rejected an offer of support from former Prime Minister Manuel Valls, his boss in the Francois Hollande government less than a year ago, as he shifted focus to push for more worker protections at the European level.

“In the five coming years, I’ll fight so that everywhere in the European Union our freedoms and fundamental rights are scrupulously respected,” Macron said late Tuesday in a video released on social media. “We also need a Europe that protects — that protects workers, employees, protects craftsmen as well as academics.”

The remarks were Macron’s first since his victory speeches on Sunday night and underline his determination to refashion European political discussion as the continent moves beyond its sovereign-debt crisis and looks ahead to life as 27-nation bloc after the U.K. leaves.

French bond spreads have almost halved since Macron won the first round of the presidential election on April 23. The extra yield investors demand to hold French 10-year bonds instead of German bunds fell by 1 basis point at 11:45 a.m. on Wednesday to 42 basis points.

Germans Divided

The 39-year-old president-elect’s European views are already sparking debate in Germany. As politicians in Europe’s biggest economy gear up for their own national elections in September, Bild newspaper ran a headline Tuesday asking “How much will Macron cost us?” Germany’s Social Democrats have struck the opposite pose, saying Macron’s arrival requires a new approach.

German Foreign Minister Sigmar Gabriel set the tone in a statement eight minutes after polls closed in France on Sunday, saying “the time of financial orthodoxy and finger-wagging must finally end.” Merkel, responding at a Monday news conference, said Germany is ready to help “wherever possible” but France needs to take the lead in overhauling its economy.

Macron is due to meet Merkel next week after his inauguration on May 14.

For Macron, the European question is both a matter of conviction and political necessity. A turning point in his campaign was a confrontation with workers at a French Whirlpool factory that is being shut down so that production can be moved to lower-cost Poland.

“We cannot have a Europe that debates budgetary questions to a decimal place and then do nothing about member countries that behave like Poland or Hungary,” he said in an interview published in La Voix du Nord newspaper the day after his visit. “We can’t have a country that exploits the disparities in taxes and social security contributions within the European Union while also breaching the principles of the union.”

‘No Recycling’

Polish Prime Minister Beata Szydlo’s government has repeatedly clashed with the EU over democratic standards and dismissed recommendations made by the bloc over how to restore a functioning constitutional court. Szydlo has promised to take Poland, the biggest net recipient of EU aid, out of what she called the “European mainstream” and pursue its national interests in Brussels. Her government rejected Macron’s charges.

At home Macron has also vowed to renew politics. With that in mind, his party rejected Valls’s request to stand for parliament under its banner. Macron served as a minister in Valls’s Socialist government for two years through August 2016.

“Our mission is not to recycle politics, our mission is to create a new political offering,” Jean-Paul Delevoye, head of the party’s selection committee said Wednesday on Europe 1 radio. Valls doesn’t meet the criteria to be a candidate for Republic on the Move, Macron’s party, he said.

The party has already chosen about 500 of the 577 candidates and plans to publish a full list Thursday. Macron has said that half the candidates will be women and half will be new to politics office holders.

Jean-Luc Melenchon, who missed out on the presidential runoff by 620,000 votes, said his France Unbowed movement has failed to reach an accord with the Communist Party and will present its own full slate of candidates in the parliamentary election. He’s likely to run for a seat in Marseille, he told RMC Radio.


Bloomberg. 2017-05-10. Germany’s Enthusiasm for Macron Won’t Last

When German Chancellor Angela Merkel congratulated Emmanuel Macron on his “magnificent” victory over Marine Le Pen in the French presidential election, there was no reason to doubt her sincerity. President Le Pen would have been such a disaster for Europe that the Brexit calamity would have seemed trivial in comparison.

Even so, Macron’s success and the U.K.’s decision to quit the EU present Germany with mutually reinforcing problems. They put the German conception of Europe’s future under pressure.

Macron is pro-Europe in the traditional French way: He wants a deeper European Union, with closer integration of fiscal policy in particular. Germany is pro-EU as well, of course, but has generally preferred making the union broader rather than deeper. Its goal has been to spread the blessings of peace and prosperity more widely, and especially to its east, rather than pursuing with French zeal a United States of Europe (to be led, incidentally, by France).

Seen in this light, the creation of the euro — an act of radical economic deepening — was Germany’s great strategic mistake. In effect, it was the price Helmut Kohl paid for French acquiescence to German reunification, but German voters were never in favor of the single currency, rightly suspecting its constitutional implications. In case anybody needed reminding, Macron spelled these out during his campaign.

To work well, a single-currency area needs a prominent fiscal dimension. In the euro zone, monetary policy cannot work on a country-by-country basis to attenuate the ups and downs of the business cycle. Without targeted monetary stimulus, countries can get trapped for longer, and perhaps indefinitely, with slow growth and high unemployment. Fiscal policy has to be brought to bear. Yet, at Germany’s insistence, the EU’s Stability and Growth Pact, imposing limits on deficit spending and public debt, makes this difficult. And Germany has consistently resisted the idea of a “transfer union”; the European Union’s budget amounts to a mere 1 percent of the total income of its 28 member states.  

Now that the euro exists, dismantling it would be a financial nightmare, so economic logic strongly favors a more deeply integrated EU. Macron gets that. He has talked about an EU budget ministry and centrally coordinated public investment financed with eurobonds, presumably with an EU guarantee. He’s right — but that’s exactly what Germany doesn’t want. Magnificent as she believed the election result to be, Merkel was quick to add that “German support cannot replace French policy-making,” and her officials said Germany wouldn’t be dropping its longstanding opposition to eurobonds.

Macron fought Le Pen by calling for more Europe, not less. It’s true that a majority of French citizens count themselves pro-Europe, but compare Macron’s stand with Prime Minister Mark Rutte of the Netherlands, who dealt with the Dutch brand of militant populism by making rhetorical concessions to it. This shows the strength of the French elite’s commitment to deeper integration. If Germany isn’t alarmed about that, it should be.

In resisting these political and economic pressures, Germany used to have an ally in the U.K. Not anymore. The principal skeptic on deeper integration — so skeptical it refused to join the euro system — is no longer around to provide cover for Germany’s reservations and help check France’s ambitions for the union. Almost all of that burden will now fall on Germany.

Merkel’s dilemma will soon be apparent. Macron, with unsteady parliamentary backing at best, will struggle to get his way in Paris — so the French structural reforms that he promised and Merkel is calling for will be hard to deliver. This will raise the political stakes for EU policy reform: Gains in that area will matter more for Macron, yet be harder for Merkel to justify to her own voters. If she continues to resist Macron’s proposals, she’ll embarrass the new president and further inflame French euroskepticism. If she gives way, her own euroskeptics will be energized.

Merkel might come to regret — if she isn’t regretting it already — her failure to help Britain’s David Cameron save face last year. His attempt to wring yet more concessions and special favors from the U.K.’s EU partners was brusquely rebuffed, and Cameron was humiliated. Much to his surprise, rather than accepting this refusal to budge any further, the Brits decided to go, leaving Merkel to make the case against deeper integration without their help. How do you say in German, “You don’t know what you’ve got till it’s gone”?

Pubblicato in: Geopolitica Militare, Problemi militari, Senza categoria

Calcolatori di bordo e sicurezza elettronica dei missili.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-04-11.

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Premessa fondamentale.

Tutte le forze armate conservano gelosamente i propri segreti, siano essi punti di forza, siano essi di debolezza. Nessuno sarebbe così ingenuo da rendere pubblici dati e fatti riservati.

Di conseguenza, occorrerebbe sempre tenere presente come la maggior quota delle informazioni accessibili pubblicamente siano in gran parte disinformazione.

Ma anche il tentativo di analisi dei dati di fatto è molto ardua: non tanto la loro constatazione, quanto piuttosto cercare di capirne il razionale.

Se resta davvero difficile immaginarsi che grandi eserciti possano prender decisioni alla leggera, la constatazione di fatti apparentemente inspiegabili non dovrebbe necessariamente portare a conclusioni di incapacità gestionale.

Questo è uno dei settori che più difficilmente si presta a visioni dicotomiche: esistono certamente il bianco ed il nero, ma soprattutto innumerevoli sfumature di grigio.

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Un fatto paramount.

«L’attacco Usa alla Siria: cosa c’è davvero dietro ai missili di Trump?

Partiamo proprio dalla base militare di Sharyat, bombardata dagli Usa con razzi tomahawk due giorni fa. Le immagini satellitari e numerosi giornalisti dicono chiaramente che sono stati distrutti solo 6 vecchi mig in riparazione, una stazione radar e poco di più. Non solo: dei 59 missili lanciati dagli Usa, secondo Mosca solo 23 avrebbero raggiunto l’obiettivo. Le due piste dell’aeroporto sono intatte, al punto che i caccia di Damasco hanno già ripreso le missioni. C’è di più: le batterie antimissilistiche siriane e russe (Mosca ne ha in abbondanza sia nella base navale di Tartus sia in quella aerea di Lavtakia, entrambe sulla costa siriana) non sono entrate in azione per intercettare i missili. E quando i tomahawk sono arrivati, Sharyat era già stata evacuata: non solo i russi, ma anche i militari siriani erano stati avvertiti. Martedì il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, incontrerà Putin al Cremlino. Da questo incontro si capirà molto della politica estera di Donald Trump.» [Rai News]

Dovrebbe essere evidente come questa azione militare sia stata effettuata senza la chiara intenzione distruttrice bellica. Che poi solo 23 cruise siano andai a segno sui cinquantanove lanciati lascia davvero molto perplessi. Se fosse successo mentre l’avversario metteva in atto tutte le contromanovre sarebbe stato comprensibile: la contraerea può far pagare uno scotto anche severo ad un qualsiasi attaccante. Ma che i cruise americani siano così imprecisi sembrerebbe essere del tutto inverosimile.

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Sul problema dell’elettronica di bordo di cruise e missili varia americani è uscito da pochi giorni uno studio da leggersi con attenzione perché riporta molti dati fatto, facilmente riscontrabili, assieme ad altri non controllabili. Data la tesata editrice si dovrebbe presumere che l’articolista sia in possesso di informazioni sicure ma non pubblicabili per ovvi motivi.

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«“The default assumption is that everything is vulnerable,” says Robert Watson, a computer scientist at the University of Cambridge. The reasons for this run deep. The vulnerabilities of computers stem from the basics of information technology, the culture of software development, the breakneck pace of online business growth, the economic incentives faced by computer firms and the divided interests of governments. The rising damage caused by computer insecurity is, however, beginning to spur companies, academics and governments into action.»

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«Modern computer chips are typically designed by one company, manufactured by another and then mounted on circuit boards built by third parties next to other chips from yet more firms. A further firm writes the lowest-level software necessary for the computer to function at all. The operating system that lets the machine run particular programs comes from someone else. The programs themselves from someone else again. A mistake at any stage, or in the links between any two stages, can leave the entire system faulty—or vulnerable to attack.»

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«It is not always easy to tell the difference. Peter Singer, a fellow at New America, a think-tank, tells the story of a manufacturing defect discovered in 2011 in some of the transistors which made up a chip used on American naval helicopters. Had the bug gone unspotted, it would have stopped those helicopters firing their missiles. The chips in question were, like most chips, made in China. The navy eventually concluded that the defect had been an accident, but not without giving serious thought to the idea it had been deliberate.»

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«Most hackers lack the resources to mess around with chip design and manufacture. But they do not need them. Software offers opportunities for subversion in profusion. In 2015 Rachel Potvin, an engineer at Google, said that the company as a whole managed around 2bn lines of code across its various products. Those programs, in turn, must run on operating systems that are themselves ever more complicated.»

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L’elettronica di bordo di un cruise oppure di un missile è molto complessa sia come hardware sa come software. Inoltre nel momento di impiego è sottoposa a stress straordinari: si pensi solo alle accelerazioni ed alle variazioni termiche alle quale resta sottoposta. Imperfezioni non riscontrabili agli ordinari test statici potrebbero diventare evidenti nel momento operativo. Sicuramente possono essere fatti molti test di simulazione, ma per quanto siano essi accurati non vicariano in nulla la prova sul campo.

In linea generale, più un mezzo militare è complesso e maggiori sono le possibilità sia di malfunzionamento sia le vulnerabilità.

Ecco cosa può generare il difetto in un transistor, ossia un componente da quattro soldi.

«it would have stopped those helicopters firing their missiles».

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Non si dovrebbe nemmeno mai dimenticare che un sistema perfettamente funzionante durante i test nel momento dell’azione sia sicuramente sottoposto alle contromisure elettroniche dell’avversario, che in queste ha effuso il massimo impegno. Le contromisure mirano solitamente ai punti deboli. Quello che segue è un esempio che si direbbe essere da manuale.

«In 2015 a group of computer-security researchers demonstrated that it was possible to take remote control of certain Jeep cars»

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A tutte queste considerazioni se ne dovrebbe aggiungere un’ultima, si non poca importanza.

«The chips in question were, like most chips, made in China.»

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«The navy eventually concluded that the defect had been an accident, but not without giving serious thought to the idea it had been deliberate»

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Due considerazioni sembrerebbero essere doverose.

In primo luogo, tutti i componenti di un ordigno militare dovrebbero essere stati progettati, costruiti ed assemblati in stabilimenti locati in patria. Questo sia al fine di evitare una dipendenza strategica del tutto inopportuna, sia per poter avere tutta la catena produttiva sotto il controllo dell’intelligence.

In secondo luogo, si sarebbe restati perplessi se i produttori dei componenti non avessero inserito nei loro chip un qualcosa atto a causarne un malfunzionamento, magari a seguito di un comando esterno. Anzi, si potrebbe quasi dire che se non lo avessero fatto sarebbero stati tutti da licenziare, come minimo.

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Una conclusione.

Nessuno però si stupirebbe più di tanto se in realtà i cruise americani montassero esclusivamente componenti domestici ed i malfunzionamenti portati a conoscenza del pubblico fossero stati causati ad arte.


The Economist. 2017-04-08. Computer security is broken from top to bottom

As the consequences pile up, things are starting to improve.

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OVER a couple of days in February, hundreds of thousands of point-of-sale printers in restaurants around the world began behaving strangely. Some churned out bizarre pictures of computers and giant robots signed, “with love from the hacker God himself”. Some informed their owners that, “YOUR PRINTER HAS BEEN PWND’D”. Some told them, “For the love of God, please close this port”. When the hacker God gave an interview to Motherboard, a technology website, he claimed to be a British secondary-school pupil by the name of “Stackoverflowin”. Annoyed by the parlous state of computer security, he had, he claimed, decided to perform a public service by demonstrating just how easy it was to seize control.

Not all hackers are so public-spirited, and 2016 was a bonanza for those who are not. In February of that year cyber-crooks stole $81m directly from the central bank of Bangladesh—and would have got away with more were it not for a crucial typo. In August America’s National Security Agency (NSA) saw its own hacking tools leaked all over the internet by a group calling themselves the Shadow Brokers. (The CIA suffered a similar indignity this March.) In October a piece of software called Mirai was used to flood Dyn, an internet infrastructure company, with so much meaningless traffic that websites such as Twitter and Reddit were made inaccessible to many users. And the hacking of the Democratic National Committee’s e-mail servers and the subsequent leaking of embarrassing communications seems to have been part of an attempt to influence the outcome of the American elections.

Away from matters of great scale and grand strategy, most hacking is either show-off vandalism or simply criminal. It is also increasingly easy. Obscure forums oil the trade in stolen credit-card details, sold in batches of thousands at a time. Data-dealers hawk “exploits”: flaws in code that allow malicious attackers to subvert systems. You can also buy “ransomware”, with which to encrypt photos and documents on victims’ computers before charging them for the key that will unscramble the data. So sophisticated are these facilitating markets that coding skills are now entirely optional. Botnets—flocks of compromised computers created by software like Mirai, which can then be used to flood websites with traffic, knocking them offline until a ransom is paid—can be rented by the hour. Just like a legitimate business, the bot-herders will, for a few dollars extra, provide technical support if anything goes wrong.

The total cost of all this hacking is anyone’s guess (most small attacks, and many big ones, go unreported). But all agree it is likely to rise, because the scope for malice is about to expand remarkably. “We are building a world-sized robot,” says Bruce Schneier, a security analyst, in the shape of the “Internet of Things”. The IoT is a buzz-phrase used to describe the computerisation of everything from cars and electricity meters to children’s toys, medical devices and light bulbs. In 2015 a group of computer-security researchers demonstrated that it was possible to take remote control of certain Jeep cars. When the Mirai malware is used to build a botnet it seeks out devices such as video recorders and webcams; the botnet for fridges is just around the corner.

Not OK, computer

“The default assumption is that everything is vulnerable,” says Robert Watson, a computer scientist at the University of Cambridge. The reasons for this run deep. The vulnerabilities of computers stem from the basics of information technology, the culture of software development, the breakneck pace of online business growth, the economic incentives faced by computer firms and the divided interests of governments. The rising damage caused by computer insecurity is, however, beginning to spur companies, academics and governments into action.

Modern computer chips are typically designed by one company, manufactured by another and then mounted on circuit boards built by third parties next to other chips from yet more firms. A further firm writes the lowest-level software necessary for the computer to function at all. The operating system that lets the machine run particular programs comes from someone else. The programs themselves from someone else again. A mistake at any stage, or in the links between any two stages, can leave the entire system faulty—or vulnerable to attack.

It is not always easy to tell the difference. Peter Singer, a fellow at New America, a think-tank, tells the story of a manufacturing defect discovered in 2011 in some of the transistors which made up a chip used on American naval helicopters. Had the bug gone unspotted, it would have stopped those helicopters firing their missiles. The chips in question were, like most chips, made in China. The navy eventually concluded that the defect had been an accident, but not without giving serious thought to the idea it had been deliberate.

Most hackers lack the resources to mess around with chip design and manufacture. But they do not need them. Software offers opportunities for subversion in profusion. In 2015 Rachel Potvin, an engineer at Google, said that the company as a whole managed around 2bn lines of code across its various products. Those programs, in turn, must run on operating systems that are themselves ever more complicated. Linux, a widely used operating system, clocked in at 20.3m lines in 2015. The latest version of Microsoft’s Windows operating system is thought to be around 50m lines long. Android, the most popular smartphone operating system, is 12m.

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Getting each of those lines to interact properly with the rest of the program they are in, and with whatever other pieces of software and hardware that program might need to talk to, is a task that no one can get right first time. An oft-cited estimate made by Steve McConnell, a programming guru, is that people writing source code—the instructions that are compiled, inside a machine, into executable programs—make between ten and 50 errors in every 1,000 lines. Careful checking at big software companies, he says, can push that down to 0.5 per 1,000 or so. But even this error rate implies thousands of bugs in a modern program, any one of which could offer the possibility of exploitation. “The attackers only have to find one weakness,” says Kathleen Fisher, a computer scientist at Tufts University in Massachusetts. “The defenders have to plug every single hole, including ones they don’t know about.”

All that is needed is a way to get the computer to accept a set of commands that it should not. A mistake may mean there are outcomes of a particular command or sequence of commands that no one has foreseen. There may be ways of getting the computer to treat data as instructions—for both are represented inside the machine in the same form, as strings of digits. “Stackoverflowin”, the sobriquet chosen by the restaurant-printer hacker, refers to such a technique. If data “overflow” from a part of the system allocated for memory into a part where the machine expects instructions, they will be treated as a set of new instructions. (It is also possible to reverse the process and turn instructions into unexpected streams of data. In February researchers at Ben-Gurion University, in Israel, showed that they could get data out of a compromised computer by using the light that shows whether the hard drive is working to send those data to a watching drone.)

Shutting down every risk of abuse in millions of lines of code before people start to use that code is nigh-on impossible. America’s Department of Defence (DoD), Mr Singer says, has found significant vulnerabilities in every weapon system it examined. Things are no better on civvie street. According to Trustwave, a security-research firm, in 2015 the average phone app had 14 vulnerabilities.

Karma police

All these programs sit on top of older technologies that are often based on ways of thinking which date back to a time when security was barely a concern at all. This is particularly true of the internet, originally a tool whereby academics shared research data. The first versions of the internet were policed mostly by consensus and etiquette, including a strong presumption against use for commercial gain.

When Vint Cerf, one of the internet’s pioneers, talked about building encryption into it in the 1970s he says his efforts were blocked by America’s spies, who saw cryptography as a weapon for nation-states. Thus, rather than being secure from the beginning, the net needs a layer of additional software half a million lines long to keep things like credit-card details safe. New vulnerabilities and weaknesses in that layer are reported every year.

The innocent foundations of many computer systems remain a source for concern. So does the innocence of many users. Send enough people an innocuous-looking e-mail that asks for passwords or contains what look like data, but is in fact a crafty set of instructions, and you have a good chance that someone will click on something that they should not have done. Try as network administrators might to instil good habits in their charges, if there are enough people to probe, the chances of trust, laziness or error letting a malefactor get in are pretty high.

Good security cultures, both within software developers and between firms and their clients, take time to develop. This is one of the reasons to worry about the Internet of Things. “Some of the companies making smart light bulbs, say, or electricity meters, are not computing companies, culturally speaking,” says Graham Steel, who runs Cryptosense, a firm that carries out automated cryptographic analysis. A database belonging to Spiral Toys, a firm that sells internet-connected teddy bears through which toddlers can send messages to their parents, lay unprotected online for several days towards the end of 2016, allowing personal details and toddlers’ messages to be retrieved.

Even in firms that are aware of the issues, such as car companies, nailing down security can be hard. “The big firms whose logos are on the cars you buy, they don’t really make cars,” points out Dr Fisher. “They assemble lots of components from smaller suppliers, and increasingly, each of those has code in it. It’s really hard for the car companies to get an overview of everything that’s going in.”

On top of the effects of technology and culture there is a third fundamental cause of insecurity: the economic incentives of the computer business. Internet businesses, in particular, value growth above almost everything else, and time spent trying to write secure code is time not spent adding customers. “Ship it on Tuesday, fix the security problems next week—maybe” is the attitude, according to Ross Anderson, another computer-security expert at the University of Cambridge.

The long licence agreements that users of software must accept (almost always without reading them) typically disclaim any liability on the part of a software firm if things go wrong—even when the software involved is specifically designed to protect computers against viruses and the like. Such disclaimers are not always enforceable everywhere. But courts in America, the world’s biggest software market, have generally been sympathetic. This impunity is one reason why the computing industry is so innovative and fast-moving. But the lack of legal recourse when a product proves vulnerable represents a significant cost to users.

If customers find it hard to exert pressure on companies through the courts, you might expect governments to step in. But Dr Anderson points out that they suffer from contradictory incentives. Sometimes they want computer security to be strong, because hacking endangers both their citizens and their own operations. On the other hand, computers are espionage and surveillance tools, and easier to use as such if they are not completely secure. To this end, the NSA is widely believed to have built deliberate weaknesses into some of its favoured encryption technologies.

Increasingly paranoid android

The risk is that anyone else who discovers these weaknesses can do the same. In 2004 someone (no authority has said who) spent months listening to the mobile-phone calls of the upper echelons of the Greek government—including the prime minister, Costas Karamanlis—by subverting surveillance capabilities built into the kit Ericsson had supplied to Vodafone, the pertinent network operator.

Some big companies, and also some governments, are now trying to solve security problems in a systematic way. Freelance bug-hunters can often claim bounties from firms whose software they find fault with. Microsoft vigorously nags customers to ditch outdated, less-secure versions of Windows in favour of newer ones, though with only limited success. In an attempt to squash as many bugs as possible, Google and Amazon are developing their own versions of standard encryption protocols, rewriting from top to bottom the code that keeps credit-card details and other tempting items secure. Amazon’s version has been released on an “open-source” basis, letting all comers look at the source code and suggest improvements. Open-source projects provide, in principle, a broad base of criticism and improvement. The approach only works well, though, if it attracts and retains a committed community of developers.

More fundamental is work paid for by the Defence Advanced Research Projects Agency (DARPA), a bit of the DoD that was instrumental in the development of the internet. At the University of Cambridge, Dr Watson has been using this agency’s money to design CHERI, a new kind of chip that attempts to bake security into hardware, rather than software. One feature, he says, is that the chip manages its memory in a way that ensures data cannot be mistaken for instructions, thus defanging an entire category of vulnerabilities. CHERI also lets individual programs, and even bits of programs, run inside secure “sandboxes”, which limit their ability to affect other parts of the machine. So even if attackers obtain access to one part of the system, they cannot break out into the rest.

Sandboxing is already used by operating systems, web browsers and so on. But writing sandboxing into software imposes performance penalties. Having a chip that instantiates the idea in hardware gets around that. “We can have a web browser where every part of a page—every image, every ad, the text, and so on—all run in their own little secure enclaves,” says Dr Watson. His team’s innovations, he believes, could be added fairly easily to the chips designed by ARM and Intel that power phones and laptops.

Another DARPA project focuses on a technique called “formal methods”. This reduces computer programs to gigantic statements in formal logic. Mathematical theorem-proving tools can then be applied to show that a program behaves exactly as its designers want it to. Computer scientists have been exploring such approaches for years, says Dr Fisher, but it is only recently that cheap computing power and usable tools have let the results be applied to pieces of software big enough to be of practical interest. In 2013 Dr Fisher’s team developed formally verified flight-control software for a hobbyist drone. A team of attackers, despite being given full access to the drone’s source code, proved unable to find their way in.

“It will be a long time before we’re using this stuff on something as complicated as a fully fledged operating system,” says Dr Fisher. But she points out that many of the riskiest computing applications need only simple programs. “Things like insulin pumps, car components, all kinds of IoT devices—those are things we could look at applying this to.”

Most fundamental of all, though, is the way in which markets are changing. The ubiquity of cyber-attacks, and the seeming impossibility of preventing them, is persuading big companies to turn to an old remedy for such unavoidable risks: insurance. “The cyber-insurance market is worth something like $3bn-4bn a year,” says Jeremiah Grossman of SentinelOne, a company which sells protection against hacking (and which, unusually, offers a guarantee that its solutions work). “And it’s growing at 60% a year.”

As the costs of insurance mount, companies may start to demand more from the software they are using to protect themselves, and as payouts rise, insurers will demand the software be used properly. That could be a virtuous alignment of interests. A report published in 2015 by PwC, a management consultancy, found that a third of American businesses have cyber-insurance cover of some kind, though it often offers only limited protection.

But it is the issue of software-makers’ liability for their products that will prove most contentious. The precedents that lie behind it belong to an age when software was a business novelty—and when computers dealt mostly with abstract things like spreadsheets. In those days, the issue was less pressing. But in a world where software is everywhere, and computerised cars or medical devices can kill people directly, it cannot be ducked for ever.

“The industry will fight any attempt to impose liability absolutely tooth and nail,” says Mr Grossman. On top of the usual resistance to regulations that impose costs, Silicon Valley’s companies often have a libertarian streak that goes with roots in the counterculture of the 1960s, bolstered by a self-serving belief that anything which slows innovation—defined rather narrowly—is an attack on the public good. Kenneth White, a cryptography researcher in Washington, DC, warns that if the government comes down too hard, the software business may end up looking like the pharmaceutical industry, where tough, ubiquitous regulation is one reason why the cost of developing a new drug is now close to a billion dollars. There is, then, a powerful incentive for the industry to clean up its act before the government cleans up for it. Too many more years like 2016, and that opportunity will vanish like the contents of a hacked bank account.