Pubblicato in: Amministrazione, Cina, Devoluzione socialismo

Servizi sanitari. Valutazione mondiale dei benefici/costi. – Bloomberg

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-08.

2018-09-25__Health Care 001

Bloomberg è uscito con una ponderoso articolo che compara i servizi sanitari di 56 differenti nazioni, assumendo come criteri uno score di efficienza ed il costo assoluto riportato in Usd.

L’articolo, di grande interesse per i cultori del tema specifico, si presta però ad una considerazione ben più generale ed importante: la valutazione del rapporto beneficio / costo.

Sotto questa ottica importa relativamente poco come siano stati ottenuti gli score di efficienza ed il costo.

«The U.S. had the second-highest per-capita spending on health care at $9,536. Switzerland’s average based on gross domestic product was $9,818. But that $282 supplement helped deliver an extra 4.2 years of life — with the average Swiss lifespan of almost 83»

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«Compared to residents of the Czech Republic — which had an average life expectancy almost at parity with the U.S. — Americans spent more than double on health care relative to GDP, 16.8 percent versus 7.3 percent»

Consideriamo la seguente Tabella estratta da quelle fornite da Bloomberg.

2018-09-25__Health Care 002

Gli Stati Uniti spendono 9,536 Usd per ottenere un’efficienza del 29.6, mentre la Svizzera ne spende 9,818 Usd contro un’efficienza del 58.4.

Valutiamo gli estremi.

La Cina spende 426 Usd per una dignitosa efficienza al 54.6. La Svezia ha un’efficienza del 53.2, quasi eguale a quella cinese, ma spende 5,800 Usd. Hong Kong spende 2,222 Usd ed ottiene un’efficienza di 87.3

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Questi dati consentirebbero di trarne alcune considerazioni della massima importanza.

Se sicuramente senza investimenti nulla può essere ottenuto, se altrettanto sicuramente i risultati perseguiti dipendano anche in parte dal volume di risorse rese disponibili, contemporaneamente si dovrebbe constatare come sia più importante la corretta gestione della spesa rispetto a tutte le altre variabili di interesse.

Il caso paramount è la comparazione tra Stati Uniti e Svizzera: con investimenti quasi eguali i primi hanno una efficienza del 29.6 ed i secondi del 58.4, ossia quasi il doppio.

Ragionando su scala così grossolanamente macroscopica, oltre alla struttura organizzativa entra anche in gioco la mentalità nazionale.

Un secondo elemento che emerge è la considerazione di quanto possa costare il miglioramento della efficienza.

Dai dati riportati dovrebbe essere chiaro come maggiori investimenti producano ben poco, se non punto, incremento di efficienza.

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Questi dati sono di una semplicità disarmante, ma nella vita servirebbe anche avere il coraggio e l’acume di guardare e considerare le cose semplici. La troppa complessità troppo spesso racchiude interessi che molti non vorrebbero emergessero alla luce.


Bloomberg. 2018-09-23. These Are the Economies With the Most (and Least) Efficient Health Care

– Americans’ life expectancy of 79 years lags behind 25 nations’

– Bloomberg Health-Efficiency Index tracks medical costs, value

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Want medical care without quickly draining your fortune? Try Singapore or Hong Kong as your healthy havens.

The U.S. will cost you the most for treatment, both in absolute terms and relative to average incomes, while life expectancy of Americans — about 79 years — was exceeded by more than 25 countries and territories, according to an annual Bloomberg analysis in almost 200 economies.

A health-efficiency index was then created to rank those with average lifespans of at least 70 years, GDP per-capita exceeding $5,000 and a minimum population of 5 million.

Americans aren’t getting their medical money’s worth, according to each of the categories.

The U.S. had the second-highest per-capita spending on health care at $9,536. Switzerland’s average based on gross domestic product was $9,818. But that $282 supplement helped deliver an extra 4.2 years of life — with the average Swiss lifespan of almost 83.

READ MORE: U.S. Health system ranked among the least efficient in the world, before and during first year of Obamacare HERE, and HERE and HERE.

Compared to residents of the Czech Republic — which had an average life expectancy almost at parity with the U.S. — Americans spent more than double on health care relative to GDP, 16.8 percent versus 7.3 percent. Health spending is the U.S. is estimated to increase to 18 percent of GDP in the U.S., according to estimates from the Altarum Institute.

The latest reading of the Bloomberg index reflects the second full year of “Obamacare,” the short name for the U.S. Affordable Care Act, which expanded access to health insurance and provided payment subsidies starting on Jan. 1, 2014. The latest health-efficiency gauge used 2015 data, as that’s the most-recent for most economies from the World Health Organization.

That lag time also puts the spotlight on the U.K., which fell out of Europe’s top 10 in the health ranking based on 2015 data. The nation voted in favor of Brexit the following year, with costs and efficiency of the National Health Service a key issue for British voters.

Spain’s health system efficiency ranked third behind Hong Kong and Singapore, followed by that of Italy, which moved up two spots from a year earlier. Italy ranked as the world’s healthiest country in a separate Bloomberg gauge.

Thailand moved up 14 places to No. 27, the biggest annual improvement, as per-capita spending declined 40 percent to only $219, while life expectancy advanced to 75.1 years. Medical tourism industry is among Thailand’s fastest-growing industries.

Chile, highest-ranked from Latin America last year, tumbled 23 positions, out of the top 10 to 31st, well behind Mexico and Costa Rica. The Chilean government spent 28 basis points more on health expenditure relative to annual GDP, while longevity of its citizens fell more than two years.

Israel and the U.A.E. ranked highest among Middle East economies, with both remaining in the top 10 from last year’s survey.

Costa Rica, Ireland, Lebanon and New Zealand were added to the final index this year, having reached the population threshold — all now ranking among the top 25.

Rankings can change substantially year-over-year because of such things as recession, currency fluctuations and volatile spending patterns relative to the slow pace of improvement in life expectancy.

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Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Provincie. Il 31 ottobre andremo a votare per 47 enti che quasi non esistono.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-09-30.

Ghigliottina 1004

È un guazzabuglio tipicamente nostrano: in questo noi italiani siamo dei maestri.

Cosa sono le provincie?

«Relativamente all’Italia, la provincia è un ente locale avente una competenza su un gruppo di comuni, non necessariamente contigui, e al contempo una circoscrizione periferica di uffici statali. Essa ha competenze e funzioni determinate dalle leggi di attuazione dell’art. 114 della Costituzione.

Attualmente le province italiane sono 107, includendo nel computo anche i liberi consorzi comunali della Sicilia che hanno natura consortile, le province autonome di Trento e di Bolzano che svolgono funzioni regionali e sono in grado di legiferare, le 14 città metropolitane, la Regione Valle d’Aosta che svolge anche funzioni che nelle regioni a statuto ordinario sono svolte dalle province, e le 4 province del Friuli-Venezia Giulia che sono state ridotte a pure circoscrizioni statali.

Il numero delle province italiane è costantemente aumentato nel secondo dopoguerra. Nella creazione di nuove province, non si è registrato alcun caso di accorpamento o soppressione di enti precedenti se non per cessione dei relativi territori ad altri Stati (provincia di Fiume, di Pola e di Zara), è solo in Sardegna sono state soppresse le province di diritto regionale dell’Ogliastra e di Olbia-Tempio, mentre sono state accorpate la provincia di Carbonia-Iglesias, la provincia del Medio Campidano e parte della provincia di Cagliari andando a costituire l’attuale provincia del Sud Sardegna.

La riforma Delrio, nel suo testo originario, emanato per decreto, prevedeva la riduzione delle circoscrizioni provinciali a circa la metà. In sede di conversione in legge la parte relativa ad accorpamenti, soppressioni, fusioni e incorporazioni è stata abrogata. Così era accaduto in precedenza con gli emendamenti alle varie riforme varate dal governo Monti. Con la modifica del Titolo V della Costituzione del 2001 le province sono state mantenute tra gli elementi costitutivi della Repubblica, al pari dei comuni. Questo ha portato la Corte costituzionale ad annullare i decreti del Governo Monti che svuotavano le province delle loro funzioni come anticamera della loro abolizione.

Il 3 aprile 2014 è stata approvata definitivamente dal parlamento una riforma delle province a seguito della quale esse sono diventate enti di area vasta di secondo livello, cioè eletti a suffragio ristretto dai sindaci e dai consiglieri comunali dei comuni presenti sul loro territorio. È previsto che alcune funzioni proprie delle province passino ai comuni e alle regioni. Fanno eccezione le province autonome di Trento e Bolzano inoltre le regioni a statuto speciale che hanno autonomia in materia di enti locali ovvero la Sicilia, Sardegna e Friuli – Venezia Giulia si sono in parte discostate dai principi della legislazione statale in materia.»

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Chi e come elegge presidente e consiglio provinciale?

«La regolamentazione del consiglio provinciale è difforme sul territorio nazionale. Nelle regioni a statuto ordinario, la legge “Delrio” 7 aprile 2014 n°56 ha disposto una riforma complessiva dell’ente provinciale. Secondo la legge costituzionale 23 settembre 1993 n°2, nelle regioni a statuto speciale la normativa in questione si applica solo nella misura in cui esse lo desiderino.

Secondo la legge Delrio, il consiglio provinciale viene eletto a suffragio ristretto solo dai sindaci e dai consiglieri comunali della provincia. Anche il suffragio passivo è stato parimenti ristretto, con l’aggiunta in via transitoria dei consiglieri provinciali uscenti. Il voto è ponderato secondo le fasce di popolazione previste per le elezioni comunali. Il consiglio provinciale si compone del Presidente della provincia e di un numero variabile di consiglieri, in funzione del numero degli abitanti:

– 16 consiglieri nelle province con più di 700.000 abitanti,

– 12 consiglieri nelle province intermedie,

– 10 consiglieri nelle province con meno di 300.000 abitanti.

Sebbene non esplicitamente disposto dal testo di legge, il sistema elettorale è stabilito nel metodo D’Hondt per analogia di quanto previsto per i consigli metropolitani. Il superamento del vecchio metodo del premio di maggioranza a favore del ritorno alla proporzionale è da supporsi essere motivato sia dal fatto che la distorsione a favore del maggior partito è già implicita nel restringimento del suffragio a consiglieri comunali già eletti con sistema maggioritario, sia dalla cancellazione del rapporto di fiducia col Presidente che rende così superflua la necessità di un’ampia maggioranza consiliare per la stabilità dell’organo esecutivo. La selezione dei singoli consiglieri avviene invece sulla base del classico voto di preferenza, fatto inedito nella storia elettorale delle province italiane. La nuova normativa ha ridotto la durata del mandato del Consiglio in 2 anni, sebbene l’eventuale perdita della carica comunale comporti la decadenza del consigliere provinciale e la sua surroga. Il passaggio al sistema presidenziale ha invece implicitamente abolito la possibilità di uno scioglimento anticipato del Consiglio per motivi politici.»

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Uno dei più deprecabili e deprecandi aspetti di essere stati governati per decenni da politici liberal oppure socialisti è l’astrusa quanto assurda complicatezza della struttura amministrativa della cosa pubblica.

Questa è la diretta conseguenza di una visione idealista statolatra che ad ogni provvedimento in materia complica la già complessa macchina organizzativa dello stato: è una burocrazia che genera sempre nuova burocrazia.

Gli Elettori si erano più volte pronunciati per l’abolizione delle provincie. Ma abolire 107 presidenze e 107 consigli suona agli orecchi statalisti come un’orrenda eresia. Ma questo sarebbe anche il meno. Le provincie hanno un bilancio che spendono con spensierata gaiezza, hanno il loro personale, accuratamente selezionato tra gli aventi diritto, ossia i tesserati del partito egemone, e continuano anche allegramente ad assumere nuovo personale.

Il ritorno delle Province: enti morti che assumono

«Le Province tornano a nuova vita grazie alla legge di Bilancio varata dal governo Gentiloni: rianimate da una pioggia di milioni e dal via libera alle assunzioni a tempo indeterminato, dopo il blocco del turn over lungo tre anni, si preparano a una florida ripartenza. A riabilitarle ufficialmente c’è l’iniezione da 700 milioni di euro per il 2018, necessaria a finanziare la spesa corrente, e che fa cantare vittoria al presidente dell’Upi (Unione province italiane), Achille Variati: «Finalmente non siamo più un tabù per la politica». È la celebrazione di una rinascita: «La legge ci restituisce l’autonomia finanziaria e quella organizzativa, riaffermando per le Province i principi contenuti nella Costituzione e che fino ad oggi erano stati disattesi». ….

La legge di bilancio licenziata dal Parlamento riapre i cordoni della borsa: 480 milioni di euro per il 2018 e un fondo straordinario da 1,6 miliardi per la manutenzione della rete stradale provinciale.

Ma soprattutto c’è il via alle assunzioni a tempo indeterminato sia nelle Province che nelle Città metropolitane, con priorità agli uffici in sofferenza come viabilità ed edilizia, a patto che l’importo dei costi complessivi di personale non superi il 20% delle spese correnti»

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La domanda di quanti siano a percepire emolumenti dalle provincie resta senza risposta: è più facile che venga reso pubblico lo schieramento atomico dei nostri amici russi. Se il numero dei dipendenti è stimabile per difetto a circa 30,000 unità, il numero dei consulenti e dei fornitori di beni o servizi supera le 120,000 unità. Alle volte cifre ragionevoli, altre volte cifre stroboscopiche.

Anche il volume di spesa è segreto militare: una stima del tutto grossolana si aggirerebbe attorno ai trenta miliardi all’anno.

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È una situazione organizzativa folle, fatta da un partito folle.

Dirigenza del pd. Ecco perché dovrebbe essere internata in manicomio.

Calenda. ‘Al pd serve il presidente della associazione di psichiatria.’

Studiare l’organizzazione della cosa pubblica italiana porta immediatamente alla mente quella della Francia nel periodo a ridosso della rivoluzione francese, quando il solo numero delle leggi, regolamenti e norme in campo fiscale assommavano a ben 120,000 atti differenti. Ben si capisce come alla fine la gente si sia rivoltata, abbia fatto un rogo delle leggi passate, ed abbia accuratamente decapitato personalità, burocrati e funzionari dell’ancien régime.

Almeno i morti non ritornano ed hanno smesso di nuocere.

Nota Importante.

A molti sfugge un meccanismo perverso delle elezioni indirette.

Lo scopo ultimo delle elezioni dovrebbe essere il consentire il ricambio politico e generazionale.

Con le elezioni indirette sono elettori attuali personaggi eletti in un passato quadro politico del tutto differente da quello odierno. In questa maniera il vecchio tende ad auto perpetuarsi, con tutti gli evidenti conflitti gestionali.

A conti fatti, sarebbe meno costoso dare un vitalizio di 10,000 euro al mese purché scompaiano: loro e le provincie.


Agi. 2018-09-25. Il 31 ottobre saranno eletti i presidenti di 47 province. Ma non erano state abolite?

Consiglieri e presidenti non saranno votati dai cittadini. Come funziona il nuovo ordinamento degli enti locali che il referendum del 4 dicembre 2016 avrebbe dovuto spazzare via, ma che continuano a funzionare in base alla legge Delrio.

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Tutti gli ultimi governi hanno sparato a zero sulle province, fino ad annunciare di averle debellate, quale caposaldo di inutili sprechi. Eppure il 31 ottobre si voterà per rinnovare 47 presidenti e 70 consigli provinciali. Come è possibile? Il decreto milleproroghe, scrive il Sole 24 Ore, ha dato il via alla macchina elettorale, con buona pace della legge Delrio del 2014, che ha trasformato le Province in enti di secondo livello cioè eletti da sindaci e consiglieri comunali del territorio e non dai cittadini.

La riforma costituzionale che le avrebbe dovute cancellare si è arenata sullo scoglio del referendum e ora sta al governo gialloverde esaminare la richiesta dell’Upi di ripristinare 280 milioni di finanziamenti tagliati negli anni scorsi.

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I numeri

– Si eleggeranno 47 presidenti e 70 consigli provinciali

– Le province nelle Regioni a statuto ordinario sono 76

– In totale le poltrone da assegnare sono 850

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Come funzionano le elezioni

In teoria, sono candidabili tutti i sindaci e i consiglieri comunali interessati. In pratica, potrà essere coinvolto solo il 38% dei primi cittadini. L’altro 62% non ha i 12 mesi di mandato ancora da svolgere previsti dalla riforma Delrio. Il risultato è che l’election day consentirà di riempire tutte le caselle solo a 13 enti sui 47 coinvolti. Gli altri lo faranno a metà o in due tempi. Senza contare che nei 29 restanti (per arrivare alle 76 Province delle Regioni a statuto ordinario) sí voterà nell’arco dei prossimi 4 anni.

Cosa prevede la legge Delrio

Le 76 Province (e 10 Città metropolitane) delle Regioni ordinarie sono diventate enti di secondo grado con un presidente e un consiglio provinciale (tutti senza gettone) eletti tra i sindaci e i consiglieri comunali di zona. Non esistono più le giunte. Le Regioni hanno deciso quali funzioni lasciare loro e quali riprendersi. La riforma costituzionale avrebbe dovuto sopprimerle, ma è stata bocciata con il referendum

Le province ora costano il 32% in meno, con un taglio da 5 miliardi di spese nel 2010 a 3,45 del 2015, di cui solo 1,38 di funzioni fondamentali. Gli investimenti, poi, sono crollati del 63%, passando da 1,93 miliardi del 2008 a 0,71 del 2017.

Pubblicato in: Amministrazione, Criminalità Organizzata, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Dirigenza del pd. Ecco perché dovrebbe essere internata in manicomio.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-09-24.

2018-09-19__Promesse__000

Il suolo italiano ha visto per suo disgrazia una lunga serie di malgoverni, che vanno dall’impero di Eliogabalo ai recenti decenni di usbergo pidiino, il cui unico merito è quello di averci fatto rimpiangere amaramente quando stavamo peggio.

2018-09-19__Promesse__001

Che i quarantatre miliardi siano nelle tasche del pd? Qui non si sono mai visti.

2018-09-19__Promesse__002

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Alla fine gli Elettori si sono stancati di questi mentitori professionisti e li ha emarginati dalla società civile.

2018-09-19__Promesse__003

2018-09-19__Promesse__004

Come si constata, dai 43 miliardi di Mr Renzi si è già scesi ai 25 di Mr Delrio.

Italia. Sondaggio elettorale. Consenso al Governo salito dal 50% al 62%.

Facciamo nostre le parole dell’on Calenda, alto esponente del partito democratico:

Calenda. ‘Al pd serve il presidente della associazione di psichiatria.’

Per lustri l’Italia è stata governata da pazzi furiosi da internare in ospedali psichiatrici, murandone le porte.

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Il Sole 24 Ore da una sintesi in poche slides delle mirabolanti promesse che alla fine si sono infrante con il crollo del ponte Benetton. Sembra di risentire la storia di quando l’Infn parla dei neutrini: loro sì che se ne intendono! In una conferenza in pompa magna avevano annunciato che sarebbero stati ben più veloci della luce: l’Infn voleva pensionare Einstein. ….

Superata la velocità della luce

«Un clamoroso esperimento congiunto tra il Cern e i Laboratori dell’Infn del Gran Sasso avrebbe dimostrato che la velocità della luce può essere superata. Se fosse confermato farebbe crollare il pilastro del Modello Standard della fisica: la Teoria della Relatività Speciale di Einstein.»

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Ecco l’articolo del Sole 24 Ore.

Investimenti in infrastrutture fermi: ecco cinque anni di promesse della politica

Non promesse della politica: promesse dei pidiini, schizofrenici scollati dal reale.

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È una denuncia invero coraggiosa, che il Sole 24 Ore ben si era guardato di fare quando il pd era al potere: lo sta facendo adesso quando il pd è crollato al 17% dei consensi elettorali.

Anche Fabrizio Maramaldo aveva assassinato il morente Francesco Ferrucci.

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Ma il Sole 24 Ore riporta le sole conseguenze di quello che è stato l’orripilante Weltanschauung professata dai pidiini.

Un occhiuto statalismo onnipervadente a copertura dei loro loschissimi affari.

Figlia naturale dello statalismo è la burocrazia: vero parto podalico di un mostro contro natura.

Ponte Morandi ed il problema della burocrazia.

Fondi europei utilizzati al solo 3% e grandi opere bloccate dalla burocrazia.

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Meglio tardi che mai, si potrebbe dire.

Assomiglia però tanto alle conversioni giornalistiche che accaddero il 26 aprile 1945.

Senza delegiferazione e deburocratizzazione, ossia smantallando tutto l’impianto socialista, non si otterrà mai nulla.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Ponte Morandi ed il problema della burocrazia.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-27.

2018-08-27__Burocrazia__001

Ogni situazione patologica è retta da una causa efficiente e si manifesta attraverso dei segni e dei sintomi.

Il primo e più severo impatto è quello che colpisce quando i sintomi si manifestano. Tuttavia occorrerebbe tener sempre ben presente come la cura, il trattamento, dei sintomi non porti minimamente alla guarigione, evento che si ottiene soltanto ed esclusivamente individuando le cause e rimuovendole.

Per essere più chiari, sicuramente il paziente affetto da polmonite lobare franca evidenzia iperpiressia, ma la somministrazione di antipiretici non risolve che ben poco: se non si somministrasse l’antibiotico di elezione il paziente andrebbe incontro alla morte.

Ciò non toglie che anche il trattamento dei sintomi possa far vivere meglio il paziente, ma solo il trattamento etiologico lo fa sopravvivere.

Stranamente, questo semplicissimo concetto è scotomizzato dalla gente comune.

Sia consentita quindi una brevissima e sintetica esposizione, che certo non vicaria la trattatistica consolidata. Utilissima sarebbe la lettura del famoso libro di von Mises Burocrazia.

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Ogniqualvolta lo stato promulga una legge, un regolamento, un provvedimento qualsivoglia nome esso assuma, ne deriva immediatamente la necessità di istituire un corpo di burocrati che applichino tale provvedimento, affiancati da un corpo di funzionari che lo facciano rispettare. Talora simili incombenze sono demandate a corpi già sussistenti, ma in ogni caso i loro organici necessiteranno di adeguamenti.

Burocrati e funzionari applicano, meglio dovrebbero applicare, i provvedimenti emanati.

Molte sono le conseguenze.

Esse spaziano dal problema dei costi gestionali – burocrati e funzionari necessitano di mezzi materiali e percepiscono uno stipendio – fino al problema sostanziale che è loro delegato un potere decisionale spesso di vitale importanza per lo stato.

Per essere ancor più chiari: il Governatore della Banca Centrale si assume la responsabilità di agire in un settore vitale per la nazione, e le sue decisioni coinvolgono tutti i Cittadini, dal primo all’ultimo.

Se da molti punti di vista un potere decisionale di tale portata dovrebbe essere esclusivo appannaggio di persone elette su base di suffragio popolare, da altri punti di vista emerge evidente la totale impraticabilità di una gestione assembleare di tutta la cosa pubblica. Non a caso deputati e senatori sono eletti in delega di potere. Ad impossibilia nemo tenetur.

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Il nodo sostanziale è quindi la filosofia che impronta le leggi ed il modo in cui esse siano implementate.

Si scontrano nei fatti due visioni opposte.

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Secondo una visione, che potremmo etichettare in modo grossolanamente sommario come ‘di sinistra’, lo stato avrebbe diritto e dovere di regolamentare ogni attività pubblica e privata, fin nei dettagli. La conseguenza che ne deriva è la necessità di un corpo di burocrati e funzionari in continua espansione: una crescita che si auto sostiene, fino a raggiunger il fatidico momento della paralisi. Questo era, paradossalmente, la situazione delle finanze francesi nel periodo prerivoluzionario: in campo fiscale erano in essere oltre 120,000 leggi, tutte contrastanti tra di esse, nei fatti impossibili da applicare e rispettare. La rivoluzione francese ne fece piazza pulita, ricorrendo anche all’opera persuasiva della ghigliottina.

Un altro esempio potrebbe essere l’Unione Sovietica, implosa alla fine quando il numero dei burocrati era diventato cinque volte maggiore degli addetti al comparto produttivo.

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Secondo l’altra visione, diciamo ‘di destra’ anche se sia definizione epidermica, meno lo stato legifera e meno regolamenta più efficiente sarebbe la gestione della cosa pubblica. Grosso modo, questa sarebbe la visione di quanti sostengono la necessità dello stato minimo. Lo stato dovrebbe soltanto limitarsi a sorvegliare quanto accada, regolamentando solo in base a codice civile e codice penale. Il Cittadino secondo questo modo di intendere le cose è libero di fare ciò che sia più opportuno per il suo vivere sociale ed economico, nei limiti imposti da leggi del tutto generali, e quindi chiare e facilmente applicabili.

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Il discrimine reale è il concetto di libertà personale. Nella visione di sinistra, statalista, la libertà personale è ridotta al punto tale che quasi non esista, in quella di destra si è effettivamente liberi ma non certo onnipotenti: si è in pratica libri di agire rettamente.

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Riassumendo, almeno fino a tanto che i Cittadini abbiano la concreta possibilità di eleggere liberamente i propri rappresentanti, gli Elettori sono i diretti responsabili dei governi che si eleggono, subendone quindi le impostazioni mentali.

È destituito di costrutto logico lo scagliarsi contro burocrazia e burocrati. Certamente spesso si assiste ad abusi del loro potere discrezionale: ma in tale evenienza si vede se lo stato è o meno civile, ossia da quanto rapidamente e fattivamente si riesce ad individuare e reprimere il reato.

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Un processo di deburocratizzazione è possibile solo abrogando le leggi che avevano reso necessario l’apparato burocratico: la mera ‘riduzione’ numerica del corpo dei burocrati è logicamente inconcludente.

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I romani, il cui stato ha retto per oltre millequattrocento anni, da persone pratiche qual loro, avevano istituito la carica del Curator, il Curatore. Costui, di carica elettiva, presiedeva uno specifico compito, con amplissima facoltà operativa, rispondendo a fine mandato con la propria testa e con i  proprio patrimonio di una eventuale gestione incongrua. Si potrebbe citare, ma solo a titolo di esempio, il Curator alvei Tiberis et riparum et cloacarum. Nel suo trattato De aquaeductibus urbis Romae Sestio Giulio Frontino descrive in dettaglio i poteri concessi al Curator e quanto il Senato lo sorvegliasse e, nel caso, pigliasse anche provvedimenti disciplinari drastici. La filosofia era quella di lasciarlo fare liberamente: premiarlo, e molto bene, se avesse operato in modo saggio, decapitarlo se avesse fallito la sua missione.

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Ciò premesso, affrontiamo adesso i problemi posti dal crollo del ponte Morandi.

Sorveglianza e manutenzione dello stato delle autostrade e dei relativi ponti e gallerie è di competenza del concessionario, sottoposto al parere e giudizio di una miriade di entità.

Non solo.

Ciò che balza immediatamente agli occhi è la mancanza di un qualcuno, persona od ente, completamente responsabile della gestione del problema nella sua globalità. Per usare la terminologia di cui sopra, non esiste una figura assimilabile al Curator romano.

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Tra la pletora di enti interessati, citiamo soltanto il Provveditorato interregionale per il Piemonte, la Valle d’Aosta e la Liguria, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Queste sono le competenze del Comitato Tecnico Amministrativo.

«Sono al vaglio del C.T.A.:

– progetti preliminari, definitivi ed esecutivi di opere attribuite alla competenza del Provveditorato interregionale, da eseguire a cura dello Stato a totale suo carico, nonché sui progetti definitivi da eseguire da enti pubblici o da privati, quando siano finanziati dallo Stato per almeno il cinquanta per cento comunque per opere per le quali le disposizioni di legge richiedano il parere degli organi consultivi del Ministero quando l’importo non ecceda i venticinque milioni di euro;

– vertenze relative ai lavori attribuiti alla competenza del Provveditorato interregionale per maggiori oneri o per esonero di penalità contrattuali e per somme non eccedenti i cinquanta mila euro;

– proposte di risoluzione o rescissione di contratti, nonché sulle determinazioni di nuovi prezzi per opere di importi eccedenti i limiti di competenza del responsabile del procedimento;

– perizie di manutenzione annuali e pluriennali di importo eccedenti i limiti di competenza del responsabile del procedimento;

– concessione di proroghe superiori a trenta giorni dei termini contrattuali fissati per l’ultimazione dei lavori;

– affari di competenza degli organi locali dell’Amministrazione dello Stato e degli enti locali per le quali le disposizioni vigenti richiedano il parere del Comitato;

– affari per il quali il Provveditore interregionale ritenga opportuno richiedere il parere del Comitato.»

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Chi vi confluisce?

«Il Comitato Tecnico Amministrativo è istituito presso il Provveditorato interregionale (C.T.A.) quale organo consultivo, presieduto dal Provveditore e così composto:

I Dirigenti degli uffici di livello dirigenziale non generale:

– Un Avvocato dello Stato designato dalle Avvocature distrettuali rientranti nella competenza territoriale del Provveditorato interregionale;

– Un rappresentante della Ragioneria territoriale dello Stato;

– Un rappresentante del Ministero dell’interno;

– Un rappresentante del Ministero dell’economia e delle finanze;

– Un rappresentante del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali;

– Un rappresentante del Ministero del lavoro, e delle politiche sociali;

– Un rappresentante del Ministero della giustizia;

– Un rappresentante del Ministero dei beni e le attività culturali e del turismo;

– Un rappresentante del Ministero dell’ambiente, della tutela del territorio e del mare.

Al Comitato possono inoltre partecipare, in qualità di esperti per la trattazione di speciali problemi, studiosi e tecnici anche non appartenenti alle Amministrazioni dello Stato.

E’ prevista inoltre la possibilità di integrare la composizione del Comitato con ulteriori rappresentanti eventualmente necessari in ragione di specifiche esigenze dell’ambito territoriale interessato.»

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Tutto questo per sentito parere. Tutte le cose “sono al vaglio” di questo moloch, che nulla decide in via operativa.

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Riportiamo infine questo simpatico verbale di una riunione di detto Comitato del 1° febbraio 2018, di cui in figura abbiamo fornito la fotocopia della composizione, tanto per fare un po’ di nomi e cognomi.

Provveditorato interregionale per il Piemonte, la Valle d’Aosta e la Liguria. Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Verbale Adunanza N° 1 – 2018.pdf

Eccone alcuni stralci.

«A chiarimento di alcune richieste pervenute da parte delle commissioni relatrici circa la valenza tecnico-amministrativa del parere reso dal CT A nei casi in cui le opere oggetto di esame derivano da a atti negoziali di valenza nazionale, quali accordi di programma e/o convenzioni, sottoscritti tra il Ministero e i soggetti attuatori che si qualificano come concessionari per la realizzazione di opere pubbliche, il Provveditore fornisce l ‘interpretazione per la quale nei casi in cui le opere in esame al CTA costituiscono “tessere” di contratti di programma adottati a livello centrale, la completezza degli elaborati progettuali del singolo progetto deve essere compatibilmente valutata alla luce degli elaborati che accompagnano il progetto generale, sia per quanto riguarda le norme del capitolato speciale d’appalto, sia per quanto attiene ai prezzi e agli elaborati di computo metrico estimativo.

E’ stato notato, infatti, da pruie delle commissioni relatrici che, in alcuni casi, il progetto portato all’esame del CTA rimanda a elaborati tecnico-amministrativi che fanno parte del “progetto generale” ovvero del “piano-economico finanziario” che è sotteso all’atto di concessione.»

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«Il Provveditore, riguardo i tempi contingentati con ai quali i relatori e agli esperti è stato richiesto di esprimere il proprio parere nella seduta odierna, fa presente le sollecitazioni pervenute alla competente Direzione Generale per la vigilanza sulle concessioni  autostradali che ha trasmesso i progetti a questo Provveditorato, ai sensi e per gl ieffetti dell’art. 2015, c. 3, del D. Lgs. 50/2016, per un esame tecnico del progetto il cui iter approvativo, a differenza dei progetti a esecuzione diretta, non si conclude con un decreto del Provveditore, ma, bensì con il provvedimento di approvazione che è adottato dalla predetta Direzione Generale, rispetto al quale l’esame del CT A si configura pertanto come una istruttoria tecnico-amministrativa endoprocedimentale, finalizzata al provvedimento definitivo.»

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«Il Provveditore ricorda ai presenti che è responsabilità della Società Concessionarie quella di garantire lo svolgimento degli interventi nella massima sicurezza, sia per i lavoratori che per l’utenza.»

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«Come secondo argomento viene esaminato il progetto esecutivo riguardante gli “Interventi di retrofitting strutturale del viadotto Polcevera al km 000+ 551 -Autostrada Al O Genova – Savona – “, dell’importo di € 26.857.432,78. Illustrano il progetto il R.U.P, ing. Strazzullo e il progettista ing. Giacobbi in rappresentanza di Autostrade per l’Italia. Relazionano l’ing. Buonaccorso e l’ing. Sisca del Provveditorato, l’ing. Servetto e il prof. Brencich. L’intervento, localizzato, consiste nel ripristino e ne rinforzo degli stralli del viadotto “Morandi”. Trattasi di un appalto a corpo, con lavorazioni rientranti nelle categorie OSll prevalente e OG3. I prezzi si desumono dal prezzario ANAS 2017. Il prof. Brencich fornisce spunti per migliorare la lettura dei documenti progettuali.

Relativamente al progetto sopradescritto, trattandosi di opere in concessione, il Comitato esprime il parere istruttorio in merito ai considerato che precedono.»

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Conclusione.

Sono state contate oltre 311 figure fisiche o giuridiche tenute ad esprime il proprio parere vincolante sul progetto dei lavori da eseguirsi con urgenza sul ponte Morandi. Ma alla fine la conta è terminata per esaurimento fisico: il loro numero totale è ben maggiore.

Con una simile diluizione delle responsabilità, alla fine l’unico colpevole è il sistema.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: sei mesi dopo questa riunione il ponte Morandi è crollato ‘legalmente’.

La realtà dei fatti non rispetta minimamente i tempi tecnici della burocrazia. Proprio per nulla.

Qui non ne facciamo problema politico partitico.

Se questo sistema piace, si votino i partiti tradizionali, ossia quelli che hanno partorito codesto marchingegno.

Se questo sistema non è condiviso, si votino i partiti emergenti, selezionando con cura i nomi cui dare la propria preferenza. Ma non ci si illuda che l’Italia possa essere bonificata in tempi brevi.

Da ultimo, ma non certo per ultimo, le responsabilità giuridiche e morali dei Governi che hanno legiferato negli anni precedenti sono invero severe, molto severe: sono loro che hanno istituzionalizzato questo marchingegno burocratico degno di Kafka. La responsabilità delle morti e delle distruzioni accadute a Genova è loro: esclusivamente loro.

Pubblicato in: Amministrazione, Banche Centrali, Senza categoria, Stati Uniti, Trump

Trump. T2. Personal income tax balza a 1.4$ trilioni di dollari.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-18.

Trump Vincitore

Il Bureau of Fiscal Service, US Department of Treasury, ha rilasciato il report

Monthly Treasury Statement (MTS).

Del più recente aggiornamento è disponibile un pdf.

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Nel secondo trimestre le entrate fiscali da tasse su persone sono ammontate ad 1.4 trilioni di dollari.

Questo è uno degli effetti del grande taglio delle tasse praticato mesi or sono dalla Amministrazione Trump.

E sono passati soltanto pochi mesi, ma il cresciuto benessere della popolazione è palpabile, tangibile.

A cosa mai servirebbe lo stato se non a far star bene la gente comune?


Sean Hannity. 2018-08-13. Great again: US Government Collects record tax haul in July

The United States treasury collected the highest level of personal income tax on record in July 2018, smashing estimates and taking-in more than $1.4 trillion just months after President Trump signed the sweeping tax overhaul into law.

According to CNS News, the federal government collected its highest recorded level of personal income tax on record in the second quarter of 2018 at $1,415,150,000,000; topping the previous record in the first ten months of 2017.

“In addition to the individual income taxes and corporation income taxes, the total taxes the federal government collected in October through July included $978,254,000,000 in Social Security and other payroll taxes; $70,755,000,000 in excise taxes; $18,761,000,000 in estate and gift taxes; $32,477,000,000 in customs duties; and $84,688,000,000 in miscellaneous revenues,” writes CNS.

The strong economic data may spell disaster for Democratic challengers just months before the 2018 midterm elections, with liberal candidates vowing to repeal the “GOP tax scam” should they retake control of Congress this fall.


Cns. 2018-08-13. Feds Collect Record Individual Income Taxes Through July; Still Run $683.9B Deficit

The federal government collected a record $1,415,150,000,000 in individual income taxes through the first ten months of fiscal 2018 (October 2017 through July 2018), according to the Monthly Treasury Statement.

But the federal government also ran a $683,965,000,000 deficit for those ten months, according to the statement.

The previous record for individual income tax collections in the first ten months of the fiscal year was in fiscal 2017, when the Treasury collected $1,351,409,020,000 in individual income taxes (in constant July 2018 dollars) in the October through July period.

Despite the record amount in individual income taxes collected in the first ten months of this fiscal year, overall federal tax collections declined in the first ten months of this fiscal year compared to last year. In the October-through-July period of fiscal 2017, the Treasury collected $2,820,673,610,000 in total taxes. In the October-through-July period of this fiscal year, the Treasury collected only $2,766,071,000,000.

While individual income taxes collected in the first ten month of the fiscal year increased from 2017 to 2018, corporation income tax collections declined. In the October-through-July period of fiscal 2017, the Treasury collected $239,013,770,000 in corporation income taxes (in constant July 2018 dollars). In the October-through-July period of fiscal 2018, the Treasury collected $166,004,000,000 in corporation income taxes.

In addition to the individual income taxes and corporation income taxes, the total taxes the federal government collected in October through July included $978,254,000,000 in Social Security and other payroll taxes; $70,755,000,000 in excise taxes; $18,761,000,000 in estate and gift taxes; $32,477,000,000 in customs duties; and $84,688,000,000 in miscellaneous revenues.

The federal government ran a $683,965,000,000 deficit in October through July of fiscal 2018 because while collecting its $2,766,071,000,000 in total taxes, it spent $3,450,035,000,000.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia leader europea per carico fiscale. – Cgia.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-07-03.

2018-06-28__Cgia__001

L’Italia è paese leader europeo per carico fiscale sulle imprese con un 14.1% sul totale del gettito fiscale: 101.176 miliardi di euro.

Per paragone e confronto, nell’Unione Europea questa percentuale vale l’11.8% (681.827 miliardi) e nell’eurozona vale invece il 12.0% (519.998 miliardi di euro).

«Il peso economico dell’inefficienza burocratica della macchina pubblica sulle Pmi, invece, è di 31 miliardi e il deficit infrastrutturale, sia materiale che immateriale, grava sul sistema produttivo per almeno 40 miliardi di euro”»

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Queste cifre danno da pensare.

Non lascia perplessi l’entità della cifra, quanto piuttosto la discrepanza tra la cifra versata e la scarsezza di prestazioni elargite. L’intera macchina statale soffre di una burocrazia elefantiasica: sempre più si avverte l’esigenza di una de legislazione che elimini od almeno snellisca le procedure burocratiche e normative.

Se il problema è sicuramente politico, altrettanto sicuramente si dovrebbe ammettere che sia con altrettanta importanza organizzativo.

L’efficienza burocratica olandese, tedesca oppure austriaca è proverbiale, eppure quanto a leggi e normativi quei paesi non scherzano affatto.

Se poi si volesse allargare l’orizzonte al quadro mondiale, la struttura e l’efficienza organizzativa delle burocrazie americana e cinese potrebbero essere prese come esempi paradigmatici.

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Se compito del governo sia sicuramente quello di indirizzo politico della nazione, altrettanta attenzione sembrerebbe essere da attribuirsi alla semplificazione del funzionamento dell’apparato statale. Non sarà certo cosa facile, dopo tanti, troppi, anni di malgoverno.


Cgia. 2018-06-23.  Sulle nostre imprese gravano 101 miliardi di tasse l’anno. Sforzo fiscale record tra i big dell’UE.

Le imprese italiane versano al fisco 101,1 miliardi di euro l’anno: un carico di imposte, tasse, tributi e contributi previdenziali da far tremare i polsi. Tra i principali paesi europei, solo l’Olanda (14,2 per cento) registra una incidenza del prelievo fiscale riconducibile alle imprese sul gettito fiscale totale superiore alla nostra (14,1 per cento).

Con i nostri principali competitor, invece, scontiamo dei differenziali molto preoccupanti; tutti presentano un “sacrificio fiscale” nettamente inferiore al nostro. Sulle aziende tedesche, ad esempio, grava un prelievo sul gettito totale del 12,3 per cento, sulle spagnole dell’11,6 per cento, su quelle britanniche dell’11,4 per cento e sulle francesi del 10,2 per cento (vedi Tab.1).

“Sebbene alle nostre imprese sia praticamente richiesto lo sforzo fiscale più oneroso d’Europa – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – lo Stato italiano continua a non agevolarne la crescita. Anzi. Ricordo, ad esempio, che il debito commerciale della nostra Pubblica amministrazione nei confronti dei propri fornitori è di 57 miliardi di euro, di cui una trentina ascrivibili ai ritardi nei pagamenti. Il peso economico dell’inefficienza burocratica della macchina pubblica sulle Pmi, invece, è di 31 miliardi e il deficit infrastrutturale, sia materiale che immateriale, grava sul sistema produttivo per almeno 40 miliardi di euro”.

L’Ufficio studi della CGIA tiene inoltre a sottolineare che la priorità del nostro Paese è la questione economica. I segnali di ripresa registrati in questi ultimi 2 anni si stanno affievolendo e anche quest’anno la nostra crescita sarà la più contenuta in tutta l’Ue. Per questo è necessario intervenire quanto prima per abbassare le tasse, alleggerire l’oppressione burocratica, accelerare i pagamenti della Pubblica amministrazione e tornare ad investire. In merito agli investimenti il Segretario della CGIA, Renato Mason, afferma:

“Pur essendo uno strumento intelligente, il piano 4.0, fortemente voluto dall’ex ministro Calenda, è stato tarato sulle esigenze delle medie e delle grandi aziende. Non è un caso, infatti, che fino ad ora la stragrande maggioranza degli incentivi sia stata utilizzata da queste ultime. Le piccole, che sono la quasi totalità delle imprese presenti nel paese, ne hanno usufruito in misura minore. Pertanto, è necessario coinvolgerle maggiormente e nella rivoluzione digitale che dovremo affrontare nei prossimi anni dovranno essere interessate anche la Pubblica amministrazione, la scuola e le maestranze. Questa sfida si vince se, tutti assieme, saremo in grado di fare squadra, giocando questa partita con la consapevolezza che chi rimarrà indietro avrà poche possibilità di stare al passo con le principali potenze economiche del mondo”.

Oltre ad avere un peso fiscale in Italia che rimane tra i più elevati tra i paesi più avanzati, la CGIA ricorda che è altrettanto inaccettabile che il grado di complessità raggiunto dal fisco scoraggi la libera iniziativa e la voglia di fare impresa. Inoltre, gli artigiani mestrini tengono a precisare che non è nemmeno più rinviabile una riflessione sull’ “assetto” della Magistratura giudiziaria.

“Il nostro sistema fiscale – conclude Zabeo – è costituito da 3 attori: il legislatore, l’Amministrazione finanziaria e la giustizia tributaria. Ad ognuno di questi soggetti la Costituzione conferisce una funzione e

non è ammessa alcuna sovrapposizione di ruoli. Le Commissioni tributarie, però, si avvalgono della struttura organizzativa ed economica del Ministero dell’Economia e delle Finanze a cui appartiene anche l’Agenzia delle Entrate che è la controparte del contribuente. Ora, nessuno mette in discussione l’indipendenza e l’imparzialità dei giudici tributari, ci mancherebbe, sta di fatto che il problema esiste e nel contenzioso giuridico tra fisco e contribuente lo squilibrio c’è e, purtroppo, è a svantaggio di quest’ultimo”.

Ritornando ai dati riportati in Tab. 1, la CGIA fa presente che l’incidenza percentuale delle tasse pagate dalle imprese sul totale del gettito fiscale è un indicatore che aiuta a comprendere l’elevato livello di tassazione a cui sono sottoposte le aziende. Si tenga presente che le imposte italiane considerate in questa analisi su dati Eurostat sono: l’Irap, l’Ires, la quota dell’Irpef in capo ai lavoratori autonomi, le ritenute sui dividendi e sugli interessi, le imposte da capital gain e i contributi previdenziali pagati dai lavoratori autonomi per la propria posizione previdenziale.

Pubblicato in: Amministrazione, Banche Centrali, Unione Europea

MEF. Ragioneria Generale. Bilancio breve 2018 – 2020.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-24.

2018-06-20__Mef__001

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ragioneria Generale dello Stato, ha rilasciato il

Bilancio in Breve – 2018-2020

La legge di bilancio in breve 2018-2020 (formato PDF – dimensione 1576 Kb).

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È un documento lungo e complesso, dal quale enucleeremo un solo punto:

«comporta incremento dell’indebitamento netto di circa 10,8 miliardi nel 2018, 11,4 miliardi nel 2019 e 2,4 miliardi nel 2020 e un peggioramento del saldo netto da finanziare del bilancio dello Stato di 14,8 miliardi nel 2018, 16,2 miliardi nel 2019 e 7,6 miliardi nel 2020»

A seguito, riportiamo alcuni stralci.

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«Intro

La legge di bilancio in breve è un documento a carattere divulgativo. Esso illustra: lo scenario di riferimento in cui si colloca la legge di bilancio per il triennio di riferimento, gli effetti e i contenuti dei principali interventi disposti con la manovra di finanza pubblica e il loro impatto sui sottosettori delle Pubbliche amministrazioni, la struttura del bilancio dello Stato e il relativo quadro finanziario anche in termini di allocazione tra i principali settori di spesa.

In evidenza

La manovra di finanza pubblica, che per il triennio 2018-2020 comprende oltre alle disposizioni della legge di bilancio previste con la sezione I e i rifinanziamenti, definanziamenti e riprogrammazioni contenuti nella sezione II anche gli effetti finanziari del decreto legge 148/2017, è coerente con gli obiettivi programmatici di finanza pubblica, definiti con la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza 2017 e la contestuale Relazione al Parlamento. Essa comporta incremento dell’indebitamento netto di circa 10,8 miliardi nel 2018, 11,4 miliardi nel 2019 e 2,4 miliardi nel 2020 e un peggioramento del saldo netto da finanziare del bilancio dello Stato di 14,8 miliardi nel 2018, 16,2 miliardi nel 2019 e 7,6 miliardi nel 2020. I principali interventi riguardano la sterilizzazione degli aumenti delle aliquote IVA e delle accise previsti dalle clausole di salvaguardia, il rilancio degli investimenti, l’incremento delle risorse per gli enti territoriali, il potenziamento del capitale umano e il rafforzamento del welfare, mediante interventi in ambito previdenziale, assistenziale e di inclusione sociale.

Per effetto degli andamenti tendenziali e della manovra di finanza pubblica il quadro generale riassuntivo del bilancio dello Stato evidenzia un livello del risparmio pubblico pari a circa 1,4 miliardi nel 2018, 19,9 miliardi nel 2019 e 32,3 miliardi nel 2020. Il saldo netto da finanziare, in miglioramento rispetto ai valori del bilancio assestato 2017, si attesta a 45 miliardi nel 2018, 25,3 miliardi nel 2019 e 13,3 miliardi nel 2020.»

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 2.1 – Gli effetti sui saldi

La manovra di finanza pubblica per il triennio 2018-2020 si compone delle disposizioni della legge di bilancio previste con la sezione I e dei rifinanziamenti, definanziamenti e riprogrammazioni contenuti nella sezione II, nonché degli effetti finanziari del decreto legge 148/2017.

Gli interventi previsti sono rappresentati in relazione alle finalità perseguite da ciascuna misura e al complesso degli effetti finanziari che esse determinano sui soggetti interessati. Le misure sono pertanto distinte tra “reperimento” e “utilizzo” delle risorse. La valutazione degli effetti finanziari riconducibili a ciascuna misura è effettuata in termini netti, includendo eventuali effetti riflessi di natura fiscale e contributiva direttamente riconducibili all’operare della disposizione e rappresentando la variazione complessiva che si determina su ciascun aggregato di bilancio.

La manovra di finanza pubblica, in coerenza con gli obiettivi programmatici, comporta un incremento dell’indebitamento netto di circa 10,8 miliardi nel 2018, 11,4 miliardi nel 2019 e 2,4 miliardi nel 2020 e un peggioramento del saldo netto da finanziare del bilancio dello Stato di 14,8 miliardi nel 2018, 16,2 miliardi nel 2019 e 7,6 miliardi nel 20201 (Tav. 2.1).

Si prevede un utilizzo di risorse per circa 22,6 miliardi nel 2018, 17 miliardi nel 2019 e 11,3 miliardi nel 2020 che, in termini di bilancio dello Stato, corrispondono a 28,2 miliardi nel 2018, 19,6 miliardi nel 2019 e 15 miliardi nel 2020. I principali interventi riguardano la sterilizzazione degli aumenti delle aliquote IVA e delle accise previsti dalle clausole di salvaguardia, il rilancio degli investimenti, l’incremento delle risorse per gli enti territoriali, il potenziamento del capitale umano e il rafforzamento del welfare, mediante interventi in ambito previdenziale, assistenziale e di inclusione sociale.

Le risorse reperite ammontano a circa 11,7 miliardi nel 2018, 5,6 miliardi nel 2019 e 8,9 miliardi nel 2020 (corrispondenti in termini di saldo netto da finanziare a 13,5 miliardi nel 2018, 3,5 miliardi nel 2019 e 7,4 miliardi nel 2020). Nel triennio di riferimento circa il 60 per cento delle risorse derivano da aumenti attesi di gettito, in prevalenza per le misure di contrasto all’evasione fiscale, attraverso il potenziamento della definizione agevolata dei carichi fiscali iscritti a ruolo e l’estensione della fatturazione elettronica obbligatoria anche nei rapporti tra privati. Sul versante delle uscite, sono previste riprogrammazioni di trasferimenti e di fondi del bilancio dello Stato e misure di revisione della spesa da parte dei Ministeri.

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Gli effetti consolidati della manovra di finanza pubblica (Tav. 2.2) determinano un disavanzo delle Amministrazioni centrali pari a circa 11,3 miliardi nel 2018, 10,6 miliardi nel 2019 e 0,3 miliardi nel 2020. Nel biennio 2018-2019 questo risultato dipende in larga misura dalla disattivazione delle clausole di salvaguardia. Dal lato delle uscite incidono, in particolare, il rinnovo dei contratti del personale delle Amministrazioni centrali dello Stato, le misure di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale, gli stanziamenti per la prosecuzione delle missioni internazionali e il rifinanziamento del fondo per gli investimenti pubblici e lo sviluppo infrastrutturale del Paese. Al netto della sterilizzazione delle clausole di salvaguardia (Fig. 1) il saldo delle Amministrazioni centrali nel 2018 migliorerebbe di circa 4,5 miliardi.

Per le Amministrazioni locali la manovra comporta un disavanzo di circa 0,3 miliardi nel 2018, 0,6 miliardi nel 2019 e 1,1 miliardi nel 2020, per effetto delle misure per il finanziamento degli investimenti degli Enti territoriali e della riduzione del concorso alla finanza pubblica da parte delle Regioni e delle Province autonome.

Con riferimento agli Enti di previdenza, gli effetti della manovra risultano più contenuti e dipendono prevalentemente dagli effetti connessi alle misure di assunzioni di personale nel settore pubblico, e a quelle legate agli sgravi contributivi per l’assunzione a tempo indeterminato dei giovani.

Nei paragrafi successivi sono illustrate, con riferimento agli effetti sul conto consolidato della Pubblica amministrazione, le principali misure della manovra di finanza pubblica 2018-2020.

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2.2 – Le principali misure della manovra di finanza pubblica

2.2.1 – Utilizzo risorse

Parte rilevante delle misure della manovra di finanza pubblica 2018-2020 sono destinate a favorire la competitività e lo sviluppo attraverso la riduzione del carico fiscale. Per disattivare le c.d. clausole di salvaguardia sono neutralizzati nel 2018 e ridotti nel 2019 gli incrementi delle aliquote IVA e azzerati gli aumenti delle accise sui carburanti nel 2019 per complessivi 15,7 miliardi nel 2018 e 6,4 miliardi nel 2019 (per un approfondimento si veda il riquadro 1). Ulteriori interventi riguardano la proroga del superammortamento per l’acquisto di beni immateriali e di nuovi beni strumentali e dell’iperammortamento per l’acquisto di nuovi beni strumentali funzionali alla trasformazione tecnologica delle imprese nell’ambito del programma “Industria 4.0” (0,9 miliardi nel 2019 e 1,7 miliardi nel 2020). Per le imprese ubicate nel Mezzogiorno è previsto un ampliamento delle risorse per 0,3 miliardi nel biennio 2018-2019 destinate al credito di imposta per l’acquisto di nuovi beni strumentali. La legge di bilancio dispone anche le proroghe delle agevolazioni fiscali per interventi di riqualificazione energetica degli edifici, la ristrutturazione edilizia e l’acquisto di mobili ed elettrodomestici fruibili anche dagli IACP e introduce, inoltre, una nuova detrazione per interventi di sistemazione a verde delle aree degli edifici privati. Complessivamente tali misure comportano un beneficio fiscale per circa 0,6 miliardi nel 2019 e 0,9 miliardi nel 2020. Sempre a sostegno della crescita e dello sviluppo è disposto l’incremento di risorse per il fondo di garanzia delle piccole e medie imprese (0,2 miliardi nel 2018).

Per rilanciare gli investimenti pubblici e lo sviluppo infrastrutturale è rifinanziato il fondo investimenti. istituito dalla precedente legge di bilancio, per un importo di 36,11 miliardi dal 2018 al 2033, con effetti in termini di indebitamento netto pari a 2,4 miliardi nel triennio. Sono inoltre concessi ai Comuni spazi finanziari per la realizzazione degli investimenti, attribuiti contributi per la messa in sicurezza degli edifici e assegnate nuove risorse alle Province e Città metropolitane per la manutenzione straordinaria della rete viaria (per un totale di oltre 1,1 miliardi nel triennio).

A beneficio degli Enti territoriali sono inoltre assegnate risorse complessive per 2,2 miliardi nel triennio, in termini di indebitamento, finalizzate principalmente a: ridurre il concorso alla manovra di finanza pubblica a carico delle Regioni e delle Province Autonome; trasferire risorse alle Regioni al fine di assicurare la transizione delle competenze in materia di politiche attive attraverso l’assorbimento del personale dei centri per l’impiego delle Province e Città metropolitane che attualmente svolgono tali funzioni; attribuire risorse alle Province e Città metropolitane per il finanziamento delle funzioni fondamentali e per sanare situazioni di dissesto finanziario.

In materia previdenziale è prevista, per specifiche categorie di lavoratori impegnati in attività c.d. gravose, la modifica dei requisiti di accesso al pensionamento attraverso la deroga dal 2019 dell’adeguamento all’incremento della speranza di vita (0,24 miliardi nel triennio). Si estende la disciplina fiscale in materia di previdenza complementare ai dipendenti pubblici. Viene, inoltre, rafforzata la misura sperimentale di tipo assistenziale dell’anticipo pensionistico (Ape sociale) ampliandone la platea dei beneficiari, e contestualmente, per i lavoratori iscritti alla previdenza complementare, si rende strutturale la rendita integrativa temporanea anticipata (RITA), precedentemente prevista in via sperimentale per il periodo dal 1° maggio 2017 al 31 dicembre 2018 .

In materia di contrasto alla povertà, welfare e sostegno alle famiglie rileva l’incremento del fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale al fine di rafforzare la misura del Reddito di inclusione (REI), appena entrata in vigore, ampliando la platea dei soggetti beneficiari e l’entità del beneficio economico, oltre a prevedere un sostegno ai servizi territoriali per il contrasto alla povertà (0,3 miliardi nel 2018, 0,7 miliardi nel 2019 e 0,9 miliardi nel 2020). Viene esteso al 2018 l’assegno per la natalità – c.d. bonus bebè – con una rideterminazione della durata a dodici mesi anziché trentasei (circa 0,4 miliardi nel biennio 2018-2019) e sono previste nuove risorse alle Regioni destinate all’assistenza di alunni diversamente abili (circa 0,08 miliardi nel 2018). La manovra, inoltre, incrementa a 4.000 euro la soglia di reddito dei figli di età non superiore a 24 anni per essere considerati fiscalmente a carico (0,23 miliardi nel biennio 2019-2020), finanzia l’abolizione per specifiche categorie di soggetti vulnerabili del ”super-ticket”, ossia della quota fissa applicata sulle ricette mediche per prestazioni di assistenza specialistica e ambulatoriale. Alle fondazioni bancarie che finanziano interventi di contrasto alla povertà e al disagio sociale viene riconosciuto un credito d’imposta pari al 65 per cento delle erogazioni effettuate nei periodi d’imposta successivi a quello in corso al 31 dicembre 2017 (0,1 miliardi in ciascuno degli anni 2019 e 2020).

Per il rilancio dell’occupazione giovanile è previsto, per i datori di lavoro che assumono soggetti con età inferiore ai 30 anni (il limite è elevato a 35 anni per il solo 2018) con contratti a tempo indeterminato, l’esonero parziale (50 per cento fino al limite massimo di 3.000 euro) dal versamento dei contributi previdenziali (circa 0,4 miliardi nel 2018, 1 miliardo nel 2019 e 1,5 miliardi nel 2020). Nell’ambito delle politiche per i giovani viene prorogato fino al 2019 il bonus erogato ai diciottenni (0,3 miliardi l’anno nel biennio 2018-2019).

Nel settore del pubblico impiego sono stanziate le risorse per il rinnovo dei contratti dei dipendenti del settore statale (0,85 miliardi a decorrere dal 2018) e si finanziano, inoltre, assunzioni e stabilizzazioni di personale nelle Pubbliche amministrazioni (circa 0,9 miliardi nel triennio). Tra le altre misure del settore (per circa 0,47 miliardi nel triennio) si annoverano, in particolare, l’incremento dei fondi destinati all’integrazione dei trattamenti economici del personale delle Forze armate, dei Corpi di polizia e dei Vigili del fuoco e della dirigenza medica sanitaria e veterinaria, l’adeguamento delle retribuzioni dei dirigenti scolastici e la revisione della disciplina sugli scatti stipendiali dei professori universitari.

Per gli interventi in materia di sicurezza e difesa sono previsti circa 1,3 miliardi nel biennio 2018-2019 destinati a finanziare la prosecuzione delle missioni internazionali e delle attività di contrasto alla microcriminalità ed alla vigilanza a siti e obiettivi ritenuti sensibili (operazione strade sicure), svolta dalle Forze armate in concorso con le Forze di polizia

Per il potenziamento del capitale umano è istituito un apposito fondo destinato a finanziare progetti di ricerca e innovazione (circa 0,4 miliardi nel triennio 2018-2020) e si prevede il riconoscimento di un credito di imposta per le spese in attività di formazione effettuate dalle imprese (0,25 miliardi nel 2019).

Tra gli altri interventi rientrano la proroga della cedolare secca al 10 per cento per le locazioni a canone concordato (circa 0,3 miliardi nel triennio) e l’ampliamento della platea dei soggetti percettori dell’assegno mensile degli “80 euro”, attraverso l’incremento delle soglie reddituali di accesso al beneficio (0,2 miliardi annui).

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2.2.2 – Reperimento risorse

Le principali disposizioni che concorrono al finanziamento della manovra di finanza pubblica derivano da misure dirette al contrasto dell’evasione fiscale e alla revisione di alcuni regimi fiscali. Rientrano tra queste: l’estensione della fatturazione elettronica digitale obbligatoria per le operazioni di cessione/prestazione verso le Pubbliche amministrazioni anche ai soggetti privati residenti o stabiliti nel territorio dello Stato (l’effetto atteso di maggior gettito ammonta a circa 0,2 miliardi nel 2018, 1,7 miliardi nel 2019 e 2,4 miliardi nel 2020); le disposizioni per il contrasto alle frodi e all’evasione fiscale nel settore degli olii minerali (circa 0,3 miliardi nel 2018 e 0,5 miliardi nel 2019 e nel 2020). Nella stessa direzione, per contrastare il fenomeno delle indebite compensazioni dei crediti verso l’erario e consentire all’Amministrazione finanziaria l’espletamento di tutti i controlli sulle situazioni che presentino profili di rischio, in modo da evitare successive azioni di recupero, si dispone la sospensione per un termine di 30 giorni delle deleghe di pagamento eseguite dai contribuenti tramite F24 (circa 0,24 miliardi annui). Viene, inoltre, ridotta da 10.000 a 5.000 euro la soglia al di sopra della quale le Pubbliche amministrazioni e le società a prevalente partecipazione pubblica, prima di procedere ad un pagamento, devono verificare la regolarità fiscale e contributiva del beneficiario del pagamento stesso (circa 0,5 miliardi nel triennio). Ulteriori risorse derivano dalle disposizioni del decreto legge 148/2017 in materia di definizione agevolata dei carichi fiscali e contributivi affidati agli agenti della riscossione: in particolare, si concede la possibilità di accedere a tale procedura anche ai soggetti che in precedenza si erano visti respingere le istanze perché non in regola con il pagamento delle rate e, contestualmente, si estende la procedura della definizione agevolata anche ai carichi fiscali e contributivi iscritti a ruolo dal 1° gennaio al 30 settembre 2017 (complessivamente 0,9 miliardi nel 2018 e 0,2 miliardi nel 2019).

Altre coperture sono assicurate dal differimento al 2018 dell’entrata in vigore dell’imposta sul reddito d’impresa (circa 1,3 miliardi nel triennio), dall’incremento dell’acconto dell’imposta sulle assicurazioni (circa 1,1 miliardi nel triennio), dalla rivalutazione del valore di acquisto delle partecipazioni non negoziate e dei terreni non edificati (circa 0,7 miliardi nel triennio), dalle disposizioni in materia di giochi (circa 0,4 miliardi nel triennio) in relazione alle procedure di selezione dei concessionari di raccolta delle scommesse su eventi sportivi e non sportivi e sul bingo e dalla proroga onerosa delle concessioni in essere. Si prevede, inoltre, l’esclusione dal reddito operativo lordo dei dividendi esteri (0,3 miliardi nel triennio), l’introduzione di un’imposta sulle transazioni digitali (circa 0,2 miliardi nel 2018 e nel 2019) e l’uniformazione dei regimi fiscali dei redditi da partecipazione (0,25 miliardi nel triennio).

Concorrono, infine, al finanziamento della manovra i risparmi (1 miliardo per ciascun anno del triennio) derivanti dal nuovo processo di revisione della spesa dei Ministeri (per un approfondimento si veda il paragrafo 2.3), le riduzioni e le riprogrammazioni di trasferimenti del bilancio dello Stato e del fondo per lo sviluppo e la coesione (complessivamente circa 4,8 miliardi nel triennio).»

Pubblicato in: Amministrazione, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Karachi senza acqua pone il problema di cosa serva lo stato.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-17.

Pakistan 001

«Karachi, la più popolosa città del Pakistan, vive ormai da tempo il suo dramma: l’acqua potabile scarseggia. Di fatto, solo la metà dell’acqua necessaria – circa 2080 milioni di litri al giorno contro un fabbisogno di 4160 milioni – viene distribuita quotidianamente»

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La vicenda di Karachi dovrebbe suggerire molti spunti di meditazione e ripensamenti.

Ma, forse, quello principale dovrebbe essere un ripensamento di cosa consista la funzione dello stato e della gestione della cosa pubblica.

La Repubblica prima e l’Impero Romano dopo ci hanno sicuramente tramandato una gloriosa storia militare e civile, ma altrettanto sicuramente sono ricordati per il loro impegno a costruire acquedotti, reti fognarie, argini fluviali, porti e strade. Gli acquedotti romani sono davvero imponenti.

Esattamente come i grandi stati dell’Europa ottocentesca si sono contraddistinti per aver concepito ed attuato grandiosi progetti di infrastrutture, dalla rete ferroviaria alle gallerie transalpine, alla costruzione di centrali elettriche e della rete di distribuzione, di grandi acquedotti e l’erezione di argini ai fiumi. Per non parlare delle bonifiche.

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Riassumendo.

Ragion d’essere dello stato, al di là della difesa e degli interni, è la messa in opera di infrastrutture quali acquedotti e relative reti di distribuzione dell’ultimo miglio, efficienti reti fognarie, reti stradali, autostradali e linee ferroviarie, ivi comprese le alte velocità, aeroporti efficienti e funzionali, ben collegati ai centri urbani, porti allo stato dell’arte, ed una oculata politica energetica: tutti devono essere cllegati alla corrente elettrica. Queste sono le principali opere, che ovviamente non escludono quelle di importanza relativamente minore, meno vitali, quali, per esempio, la tutela del patrimonio artistico della nazione.

La lettura dei bilanci statali europei degli ultimi decenni è invece sconsolante.

Lo stato si è trasformato in un ammortizzatore sociale che elargisce stipendi per lavori non produttivi, garantisce pensioni e cerca di gestire alla meno peggio il welfare.

Nulla di cui stupirsi se alla fine sistemi di tal fatta si inceppano fino quasi a smettere di funzionare.

E questo è il quadro che abbiamo sotto i nostri occhi e che sta segnando il declino del continente.


Sole 24 Ore. 2018-06-10. A Karachi cronica carenza di acqua: 20 milioni di persone hanno sete

Una popolazione di oltre 20 milioni di persone se si comprende l’intero agglomerato urbano, un fiume come l’Indo –il terzo come portata di tutta l’Asia- che ha il suo delta a poche decine di chilometri di distanza dalla città, le acque del Mare Arabico che la lambiscono. Eppure Karachi, la più popolosa città del Pakistan, vive ormai da tempo il suo dramma: l’acqua potabile scarseggia. Di fatto, solo la metà dell’acqua necessaria –circa 2080 milioni di litri al giorno contro un fabbisogno di 4160 milioni- viene distribuita quotidianamente.

Le cause di questa penuria sono diverse. Non tutto può essere attribuito ai cambiamenti climatici in atto negli ultimi anni, che sicuramente hanno comunque contribuito in negativo alla situazione, ma esistono anche altre cause. Una delle principali è la scarsa attenzione da parte delle autorità cittadine e nazionali al problema della distribuzione dell’acqua e, come concausa e conseguenza, il crescere di quella che viene chiamata “water mafia”, con un vero e proprio mercato nero dell’acqua potabile, che viene distribuita attraverso autobotti a prezzi altissimi, che arrivano a 30 volte il prezzo ufficiale stabilito dalle autorità.

Il contraddittorio boom economico

Karachi è il centro industriale e finanziario più importante del Pakistan, e genera una percentuale a doppia cifra del prodotto interno lordo del Paese asiatico. Però, la sua crescita economica negli ultimi anni è, come spesso succede nei grandi agglomerati urbani nei Paesi emergenti, a macchia di leopardo: se il Pil reale dal 2000 al 2012 è cresciuto in medi a del 5,7% annuo, quelli pro capite ha avuto un incremento medio nello stesso periodo solo del 2,7%. Tra le cause, vi è una crescita fortissima della popolazione di anno in anno, con punte che raggiungono il 4,5%, dovuta in gran parte all’immigrazione dalle campagne. Karachi ha una densità di popolazione che raggiunge i 24.000 abitanti per chilometro quadrato: una delle più alte al mondo. E una delle cause del problema idrico della megalopoli è proprio l’enorme crescita della popolazione urbana: nel non lontanissimo 1947, gli abitanti erano solo 450.000. Far fronte a questa smisurata crescita è stata una sfida che, evidentemente, ha messo a durissima prova le infrastrutture cittadine, fra cui appunto la rete di distribuzione dell’acqua potabile.

Poche ore di acqua. E di acqua «cattiva»

Attualmente, gran parte della cittadinanza può usufruire dell’acqua di rubinetto solo per alcune ore al giorno, in particolare la notte. E, molto spesso, quando l’acqua esce dai rubinetti, è di pessima qualità, tanto da essere inutilizzabile non solo per essere bevuta, ma anche per l’igiene personale e per lavare i panni. La qualità dell’acqua è così scarsa da mettere a repentaglio la salute dei cittadini, con batteri tra cui l’Escherichia Coli, la cui presenza nelle acque potabili è un chiaro sintomo di contaminazione, e che può portare malattie di vario tipo. Di fatto, nell’intero Pakistan, le acque distribuite come potabili ma in realtà di pessima qualità, a cui è esposta il 65% della popolazione, sono una delle cause maggiori di morti e malattie, raggiungendo addirittura il 40%. A Karachi, la water mafia e le sue autobotti sono l’unica fonte per molte case prive di collegamento con gli acquedotti, costrette anche a dotarsi di pompe idriche di aspirazione per portare l’”oro blu” ai piani alti.

Inoltre, la penuria di acqua potabile non colpisce solamente la popolazione, ma anche strutture industriali, servizi e infrastrutture. Per esempio, l’aeroporto internazionale di Karachi, il più grande del Pakistan, avrebbe bisogno di circa tre milioni di litri d’acqua al giorno per operare al meglio, ma al conto mancano circa 1milione 900mila litri.

Perché le fonti non bastano

Una delle principali fonti di acqua pubblica della città, l’invaso del fiume Hub chiuso da una diga, ha subito negli ultimi anni gli effetti del climate change e del calo delle piogge monsoniche. Questo invaso deve fornire di acqua non solo la provincia di Sindh, ove è situata Karachi, ma anche quella di Balochistan, la più grande in dimensione di tutto il Pakistan, dove sono situati i terreni agricoli meno irrigati dalle piogge. L’altra fonte, il fiume Indo, sta subendo anch’essa dei problemi, dovuti al clima più caldo degli ultimi anni sulle catene dell’Himalaya e del Kakakorum, con conseguente riduzione della massa di molti ghiacciai che per millenni hanno alimentato il fiume.

Il progetto di un grande acquedotto

Le autorità pubbliche che gestiscono l’acqua della città da anni cercano una soluzione a un problema che, oltre ad essere diventato cronico, rischia di peggiorare di anno in anno. Ma le inefficienze del sistema di distribuzione dell’acqua, con acquedotti che perdono percentuali importanti del proprio contenuto durante il percorso verso la città, hanno impedito di fatto il miglioramento della situazione. Attualmente, è in corso di realizzazione il progetto K-4, un sistema di condutture idriche lunghe circa 120 chilometri che dovrebbero portare poco meno di 2.500 milioni di litri di acqua al giorno nell’area urbana prelevandola dal bacino del lago Keenjar. L’ultimamento del progetto è previsto per la fine di quest’anno, ritardi e lungaggini operative e burocratiche permettendo. Ma il problema, come abbiamo visto, è complesso e di difficile soluzione, e riguarda non solo l’approvvigionamento, ma anche la distribuzione, la burocrazia e la corruzione endemica diffusa da quelle parti. Il sesto più grande agglomerato urbano al mondo ha sete, e l’emergenza sanitaria è alle porte.

Pubblicato in: Amministrazione, Cina, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Unione Europea. Più poliziotti che delinquenti. – Eurostat

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-06.

2018-05-22__Eurostat__001

Eurostat ha rilasciato l’aggiornamento del database Personnel in the criminal justice system by sex – number and rate.

Sono dati che danno da pensare. Sono aggiornati a tutto il 2015.

I dati relativi alla concentrazione sulla popolazione sono espressi per unità ogni 100,000 residenti.

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Per paragone, nella Repubblica Popolare Cinese vi sono 147 unità delle forze dell’ordine ogni 100,000 abitanti, citando volutamente un fonte malevola.

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Giudici.

2018-05-22__Eurostat__002

In Italia vi sono 6,496 giudici, contro i 20,301 in Germania, 5,720 in Francia, 5,096 nel Regno Unito, 1,271 in Svizzera.

Considerando la concentrazione ogni 100,000 abitanti, in Italia abbiamo 10.68 giudici, in Germania 25.14, in Francia 8.6, nel Regno Unito 8.84, in Svizzera 15.98.

Per comparazione, in Polonia sono 26.20, in Ungheria 28.82, in Scozia 4.74.

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Forze dell’ordine.

2018-05-22__Eurostat__003

Per quanto riguarda il numero delle forze dell’ordine, in Italia sono 273,341, in Germania 245,072, in Francia 214,095, nel Regno Unito 124,066, in Svizzera 18,150.

Considerando la concentrazione ogni 100,000 abitanti, in Italia abbiamo 449.61, in Germania 304.35, in Francia 322.00, nel Regno Unito 215.13, in Svizzera 220.33.

Per comparazione, in Polonia sono 260.20, in Ungheria 90.27, in Scozia 322.24.

2018-05-22__Eurostat__004

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Questi numeri danno molto cui pensare.

Se è vero che nelle diverse nazioni i giudici hanno competenze alquanto differenti, sarebbe altrettanto vero che l’Italia con i suoi 10.68 giudici ogni 100,000 abitanti ne abbia ben di più della Francia (8.6) e del Regno Unito (8.84), nazioni nelle quali la Giustizia funziona egregiamente bene. Il dato tedesco (25.14) è del tutto abnorme, e riflette la situazione coercitiva che vige in tale nazione.

Con 449.61 forze dell’ordine ogni 100,000 abitanti l’Italia si qualifica come uno stato poliziesco, specie poi se lo si paragonasse alla Repubblica Popolare Cinese, che ne ha 147, e della quale non sembrerebbero esservi lagnanze sul mantenimento dell’ordine pubblico. Ragionamento analogo per Francia (322) e per Regno Unito (215).

Spicca anche agli occhi che l’Ungheria abbia soltanto 90.27 forze dell’ordine su 100,000 abitanti, lei che gli eurocrati indicano come stato autocratico e repressivo.

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Questi i dati: poi, ovviamente, essi posono essere letti sotto ottiche differenti, ciascuna delle quali coglie un particolare aspetto.

Qui sembrerebbe essere importante lanciare un richiamo a rientrare entro limiti ragionevoli: che l’Italia abbia un concentrazione di 449.61 poliziotti è uno spreco assurdo.

Con ciò non si vuole dire che non facciano nulla: si segnala soltanto che sono risorse male allocate. Molto male allocate.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Imposte, Tasse, Tributi ed Accise. Non sono sinonimi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-21.

Matsys Jan. (Belgio 1509-1575). Esattore delle Tasse. 1539

Matsys Jan. (Belgio 1509-1575). Esattore delle Tasse. 1539.


Nel comune fraseggio i media ci hanno abituato ad usare i termini imposte, tasse e tributi quasi siano sinonimi, come se indicassero lo stesso contenuto logico. Ma così non è. Purtroppo anche molti politici di alta caratura sembrerebbero avere severi problemi lessicologici. Il risultato è una grande confusione.

Cerchiamo di fare un pochino di chiarezza, senza scendere in un dettaglio pesantemente noioso.

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Tributo, secondo Treccani.

«Prestazione patrimoniale imposta ai cittadini dallo Stato o da altro ente del settore pubblico, in virtù del potere normativo (art. 23 Cost.).

In ragione del presupposto impositivo, si distinguono 3 forme di tributo:

– le imposte, che sono finalizzate al finanziamento della spesa per servizi pubblici indivisibili (per es., ordine pubblico, difesa militare), il cui ammontare varia in ragione della capacità contributiva, ex art. 53 Cost.

– le tasse, che sono tributi corrisposti a fronte di un servizio pubblico erogato a determinati contribuenti, essendo il costo del servizio ripartito in ragione del beneficio ottenuto (per es., tasse universitarie e sanitarie);

– i contributi speciali che costituiscono, infine, tributi per prestazioni erogate a un soggetto su istanza individuale (per es., estrazione o copia di documenti, registrazione di atti; caso a parte, a carattere obbligatorio, per es. per conseguire la pensione o i servizi sanitari, sono i contributi sociali»

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Imposta, secondo Treccani.

«Nell’ambito della più ampia nozione di tributo, la prestazione patrimoniale coattiva acausale, dovuta da un soggetto in base a un presupposto dimostrativo di forza economica, che escluda qualunque relazione specifica con un’attività dell’ente pubblico riferita al soggetto o da cui quest’ultimo possa trarre un vantaggio. In tal senso le imposte si distinguono dalla tassa, il cui presupposto è di contro costituito dalla richiesta di un atto ovvero del compimento di un’attività pubblica specificamente riguardante un determinato soggetto, quale l’emanazione di un provvedimento o la prestazione di un pubblico servizio»

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Tassa, secondo Treccani.

«Compenso, talora inferiore al costo, pagato dal privato a un ente pubblico per un servizio a lui reso dall’ente stesso dietro sua domanda. A differenza dell’imposta, la tassa, pur essendo fissata dall’autorità (e quindi in questo senso coattiva), non è obbligatoria per il contribuente, che è tenuto al pagamento solo nel caso in cui intenda usufruire del relativo servizio. La tassa rappresenta dunque una forma di tributo legato a una controprestazione che rientra nell’ambito delle funzioni istituzionali di un’amministrazione pubblica.»

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Accisa, secondo Treccani.

«Tributo indiretto applicato sulla produzione o sul consumo di determinati beni. Le a. assicurano alcune importanti finalità del sistema fiscale:

– la realizzazione del principio della generalità dell’imposta (in quanto colpiscono prodotti di largo consumo, in proporzione al consumo stesso);

– l’assicurazione di un gettito immediato e costante per lo Stato;

– la possibilità di rapide manovre fiscali mediante il ritocco delle aliquote»

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Carico fiscale, secondo il dizionario de il Sole 24 Ore.

«Il carico fiscale comprende l’insieme degli oneri fiscali e contributivi cui devono sottostare le imprese.»

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Contributo, secondo Treccani. [Ha molti significati ed usi: ne elenchiamo i pertinenti]

«- Somma di denaro che, in seguito a particolari disposizioni, viene esatta obbligatoriamente, con carattere di imposta o di tassazione, dallo stato o da enti pubblici, sia per far fronte a lavori di pubblica utilità, sia a favore di determinati gruppi sociali

– Contributo previdenziale, somma che, nel rapporto di assicurazione sociale, deve essere versata obbligatoriamente, parte dal datore di lavoro e parte dal lavoratore stesso, all’istituto assicuratore in misura proporzionale all’ammontare della retribuzione e con aliquote distinte per le varie forme assicurative»

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Ci si rende perfettamente conto di quanto a molti suonino noiose le definizioni e di come spesso lo stesso termine possa essere utilizzato con sensi differenti, talora specificati nei testi.

Una corretta distinzione dei termini è tuttavia importante per comprendere e far comprendere di cosa si stia parlando oppure, per esempio, nel poter valutare il rapporto prestazioni costo e liceità della tassa.

Poniamo un caso per tutti.

La tassa sui rifiuti, entrata in vigore in tutti i comuni italiani a partire dal 1.1.2014, è destinata alla copertura integrale dei costi relativi al servizio di gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati avviati alla smaltimento. Il servizio comprende lo spazzamento, la raccolta, il trasporto, il recupero, il riciclo, il riutilizzo, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti.

Usualmente il calcolo è automatico a partire dalla metratura dell’immobile, dal numero di persone ivi agenti, dal tipologia di attività svolta, etc. La ponderatura del carico è tuttavia soggetta alla visione politica dell’ente imponente. Alcune tipologie di lavoro potrebbero essere chiamate a contribuire in modo molto maggiore di altre, anche al di là dei costi che obbiettivamente siano loro imputabili.

Un abuso frequentemente riscontrato nell’esame dei bilanci di molti comuni è una tassa sui rifiuti ben più onerosa dei costi oggettivi dello smaltimento. Fatto è che la facilità identificativa ed esattiva porta a caricare su tale tassa altri oneri che in realtà le sono alieni.

Stesso discorso potrebbe essere fatto per le accise, che di norma ben poco hanno a che vedere con il bene colpito.

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Sulle imposte il discorso potrebbe essere di ben maggiore respiro.

Esso coinvolge direttamente il concetto di “stato” e di quali debbano essere le sue mansioni.

Un solo esempio per tutti. Se è logico che uno stato debba provvedere all’ordine interno ed alla difesa, è compito della politica determinarne obiettivi, estensione, e, quindi, costi.

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Una considerazione finale, ma non certo ultima per importanza.

Con l’esclusione delle accise, ogni tassa genera sicuramente un gettito, ma nel contempo necessita di personale e di spese materiali per essere applicata. La contabilità dei costi applicativi è complessa, ma non certo impossibile, e spesso, molto spesso, genera sorprese amare. La tassa soddisfa molto spesso più la vanagloria dei politici che la hanno istituita e la loro reclame elettorale piuttosto che incrementare il gettito. Non da ultimo, nella contabilità dei costi si dovrebbe anche tenere presente quelli dei Contribuenti, chiamati ad ulteriori adempimenti burocratici.