Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Italia. Leggi e decreti attuativi. Il concetto di eternità.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-05-21.

2020-05-18__Decreti attuativi 001

Noi menti semplici e scarsamente strutturate, troppo presi dal proprio lavoro per potersi curare di tutto il resto, nutriamo quasi sempre la mal posta convinzione che una volta pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il provvedimento, approvato dal Parlamento, questo entri automaticamente in vigore.

Questa credenza trova riscontro pratico in una piccola percentuale del volume legislativo, e, di norma, per leggi di scarsa importanza generale.

«Dopo il lavoro del parlamento, l’implementazione di una legge passa nelle mani di ministeri e agenzie pubbliche»

«Un secondo tempo delle leggi spesso ignorato, ma che lascia molte norme incomplete»

«Il processo legislativo in Italia è complesso e lungo, e coinvolge numerosi attori. Comunemente si pensa solo al parlamento»

«Qui le proposte di legge, e il tanto lavoro in aula e nelle commissioni, contribuiscono in maniera imprescindibile alla formazione delle norme che regolano la vita nel nostro paese»

«Ma si tratta solo di una prima parte dell’iter, che possiamo definire “il primo tempo” delle leggi»

«Dopo l’attività di parlamento e governo comincia infatti un secondo tempo, altrettanto importante, ma più lungo e complesso»

«Spesso infatti aspetti pratici, burocratici e tecnici necessari per applicare e implementare le leggi sono affidati ad altri soggetti istituzionali, principalmente i ministeri»

«Questi si devono occupare dei cosiddetti decreti attuativi, provvedimenti necessari per completare gli effetti della norma stessa»

«Delle 352 leggi approvate dal nostro parlamento nella XVII legislatura, 88 (il 25%) hanno richiesto almeno un decreto attuativo. A queste 88 leggi vanno aggiunti 126 decreti legislativi, per un totale di 214 atti. Atti che hanno richiesto l’adozione di 1.735 decreti attuativi per essere completati»

* * * * * * *

Il provvido Governo italiano ha allestito un sito internet apposito per consentire di monitore lo stato di emanazione dei decreti attuativi.

Ufficio per il programma di Governo. Presidenza del Consiglio dei Ministri.

«Decreti attuativi – Stato di attuazione.

Dati sui provvedimenti di attuazione delle disposizioni legislative aggiornati al 31 gennaio 2020.

Provvedimenti adottati e comunicati dalle Amministrazioni dal 01/01/2020 al 31/01/2020»

*

2020-05-18__Decreti attuativi 002

A pagina tre si legge sconsolati che la L. 18/2017 (conv. D.L. 243/2016) – Sostegno ai lavoratori Ilva e alla città di Taranto e ai lavoratori portuali di Gioia Tauro, emanata nel 2017 dall’allora Governo Gentiloni ha ricevuto il relativo decreto attuativo, D.I. 23/01/2020, quttro anni dopo l’approvazione del decreto legge.

Quattro anni dopo.

Per fortuna era stato un decreto legge, preso con urgenza.

Ogni ulteriore commento dovrebbe essere inutile.

*

Nota.

Si chiamava Salva Italia e valeva 30 miliardi di euro. Lo varò il governo guidato da Mario Monti nel dicembre del 2011 e per renderlo definitivamente operativo ebbe bisogno di 61 decreti attuativi. Di questi la stragrande maggioranza (51 per l’esattezza, il 96,1%) sono stati approvati.

Ma mancando ancora dieci decreti attuativi, a distanza di nove ani il ‘Salva Italia’ può essere applicato solo parzialmente.

*


Che cosa sono i decreti attuativi.

Dopo il lavoro del parlamento, l’implementazione di una legge passa nelle mani di ministeri e agenzie pubbliche. Un secondo tempo delle leggi spesso ignorato, ma che lascia molte norme incomplete.

Definizione.

Il processo legislativo in Italia è complesso e lungo, e coinvolge numerosi attori. Comunemente si pensa solo al parlamento. Qui le proposte di legge, e il tanto lavoro in aula e nelle commissioni, contribuiscono in maniera imprescindibile alla formazione delle norme che regolano la vita nel nostro paese. Ma si tratta solo di una prima parte dell’iter, che possiamo definire “il primo tempo” delle leggi. Dopo l’attività di parlamento e governo comincia infatti un secondo tempo, altrettanto importante, ma più lungo e complesso. Spesso infatti aspetti pratici, burocratici e tecnici necessari per applicare e implementare le leggi sono affidati ad altri soggetti istituzionali, principalmente i ministeri. Questi si devono occupare dei cosiddetti decreti attuativi, provvedimenti necessari per completare gli effetti della norma stessa.

Dati.

Delle 352 leggi approvate dal nostro parlamento nella XVII legislatura, 88 (il 25%) hanno richiesto almeno un decreto attuativo. A queste 88 leggi vanno aggiunti 126 decreti legislativi, per un totale di 214 atti. Atti che hanno richiesto l’adozione di 1.735 decreti attuativi per essere completati. A questo punto dell’iter normativo, la palla, come abbiamo detto, passa ai ministeri e ai vari attori coinvolti nella fase di attuazione delle leggi. Il ministero più sollecitato nel corso della XVII legislatura è stato quello dell’Economia e delle finanze, responsabile per l’adozione di 433 decreti attuativi, il 24,81% del totale. Molto più distanziati gli altri ministeri, nello specifico sul podio troviamo anche: il ministero del Lavoro e politiche sociali (157 decreti – 9% del totale) e quello dell’Istruzione (140 decreti – 8% del totale). Non solo si assiste a un moltiplicarsi degli attori coinvolti nell’iter, ma anche a un aumento degli strumenti necessari per la piena implementazione delle norme. Dei 1.735 decreti attuativi previsti da leggi e decreti legislativi approvati nella XVII legislatura, ne sono stati adottati 1.069 (il 61,61% del totale). La stragrande maggioranza di essi, 722 su 1.069 (67,54%), sono stati decreti ministeriali, ma sono stati molto ricorrenti anche i decreti del Presidente del consiglio dei ministri (16,09%), i provvedimenti direttoriali (9,26%), i decreti del Presidente della Repubblica (2,62%), le deliberazioni Cipe (1,50%) e infine i decreti ad interim approvati da due ministeri congiuntamente (1,22%). In totale per la piena implementazione delle leggi e dei decreti legislativi approvati nella XVII legislatura sono stati a oggi coinvolti più di 20 attori extra parlamentari, che hanno adottato 17 diverse tipologie di atti.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Burocrazia. Un inutile moloch che costa 57.2 miliardi ogni anno.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-05-01.

Goveno ladro

Ogniqualvolta una pubblica autorità, sia lo stato sia la regione etc, promulga una legge, un decreto, una normativa, un regolamento, o qualsiasi altro provvedimento, specifica chi debba occuparsene dell’attuazione e chi debba sorvegliare che siano attuate.

In altri termini, genera un certo quale numero di nuove posizioni di burocrati e di funzionari.

Questa conseguenza non sarebbe perniciosa se nel contempo si abrogassero le disposizioni precedenti, liberando in questa maniera del personale. Cosa che di norma non avviene.

Esattamente come non avviene che si proceda alla stesura di un testo unico, che contenga in modo organico tutte le disposizioni su di una ben determinata problematica. Nello stilare un testo unico di risolvono le diverse contraddizioni

Infine è costumanza italiana riportare le variazioni eseguite alle già esistenti leggi, senza rilasciare il testo in vigore.

Questa situazione di chaos stabilizzato determina diversi fenomeni.

Il primo, un contenzioso giudiziario che appesantisce non poco il sistema giudiziario, le cui sentenze espresse dopo lungo tempo sono spesso superate dai fatti.

Il secondo, obbliga le imprese ed i Cittadini a ricorrere a consulenti specializzate nell’epistemologia e nell’ermeneutica dei testi di legge: le imprese si devono quindi sobbarcare l’onere di personale finalizzato alla comprensione e soddisfazione delle richieste burocratiche, oltre, ovviamente, le componenti esterne. Non parliamo poi delle partite iva, gli artigiani, per esempio.

«ad esempio, il decreto liquidità che ha messo in grosse difficoltà le strutture operative sia delle banche sia del Fondo di garanzia gestito dal Mediocredito Centrale. A distanza di 10 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, infatti, nessuna impresa è ancora riuscita a ottenere 1 euro di prestito.»

«Senza contare che da parecchie settimane commercialisti, consulenti del lavoro e associazioni di categoria sono letteralmente sommersi dalle telefonate degli imprenditori che non sanno se e come possono slittare il pagamento delle tasse, come ricorrere alla CIG, quando verrà erogata ai propri dipendenti o se possono tornare a operare»

«In questi ultimi 2 mesi il Governo ha approvato una dozzina di decreti, costituiti da oltre 170 pagine, per fronteggiare l’emergenza Covid-19»

«Ammonta a 57,2 miliardi di euro il costo che ogni anno grava sulle imprese italiane a causa del cattivo funzionamento della nostra burocrazia che – avvolta da un coacervo di leggi, decreti, ordinanze, circolari e disposizioni varie – rende sempre più difficile il rapporto tra le imprese e la Pubblica amministrazione»

«In Italia si stima vi siano 160.000 norme, di cui 71.000 promulgate a livello centrale e le rimanenti a livello regionale e locale. In Francia, invece, sono 7.000, in Germania 5.500 e nel Regno Unito 3.000»

* * * * * * *

Questi dati dovrebbero essere autoesplicativi.

Uno dei grandi problemi dell’Italia è la selva legislativa cui consegue una pletora di norme, spesso conflittuali.

Senza una seria deregolamentazione sarà semplicemente impossibile parlare di ripresa.

*


Soffocati dalla Burocrazia: Costo per le Imprese di 57 Miliardi all’anno.

Ammonta a 57,2 miliardi di euro il costo che ogni anno grava sulle imprese italiane a causa del cattivo funzionamento della nostra burocrazia che – avvolta da un coacervo di leggi, decreti, ordinanze, circolari e disposizioni varie – rende sempre più difficile il rapporto tra le imprese e la Pubblica amministrazione.

Basti pensare che al netto delle disposizioni prese dalle singole regioni, in questi ultimi 2 mesi il Governo ha approvato una dozzina di decreti, costituiti da oltre 170 pagine, per fronteggiare l’emergenza Covid-19.

Molti dei quali, segnala la CGIA, pressoché indecifrabili: come, ad esempio, il decreto liquidità che ha messo in grosse difficoltà le strutture operative sia delle banche sia del Fondo di garanzia gestito dal Mediocredito Centrale. A distanza di 10 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, infatti, nessuna impresa è ancora riuscita a ottenere 1 euro di prestito.

Senza contare che da parecchie settimane commercialisti, consulenti del lavoro e associazioni di categoria sono letteralmente sommersi dalle telefonate degli imprenditori che non sanno se e come possono slittare il pagamento delle tasse, come ricorrere alla CIG, quando verrà erogata ai propri dipendenti o se possono tornare a operare.

Dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo:

“In Italia si stima vi siano 160.000 norme, di cui 71.000 promulgate a livello centrale e le rimanenti a livello regionale e locale. In Francia, invece, sono 7.000, in Germania 5.500 e nel Regno Unito 3.000. Tuttavia, la responsabilità di questa iper legiferazione è ascrivibile alla mancata abrogazione delle leggi concorrenti e al fatto che il nostro quadro normativo negli ultimi decenni ha visto aumentare esponenzialmente il ricorso ai decreti legislativi che, per essere operativi, richiedono l’approvazione di numerosi decreti attuativi. Questa procedura ha aumentato a dismisura la produzione normativa in Italia, gettando nello sconforto cittadini e imprese che ogni giorno sono chiamati a rispettarla”.

Uno spaccato, quello fotografato dall’Ufficio studi della CGIA, che fa rabbrividire.

“Tuttavia – segnala il segretario della CGIA Renato Mason – una soluzione è praticabile. Si potrebbe, ad esempio, ridurre il numero delle leggi attraverso l’abrogazione di quelle più datate, evitando così la sovrapposizione legislativa che su molte materie ha generato incomunicabilità, mancanza di trasparenza, incertezza dei tempi ed adempimenti sempre più onerosi, facendo diventare la burocrazia un nemico invisibile e difficilmente superabile”.

Le imprese di Milano, Roma e Torino sono le più penalizzate

L’Ufficio studi della CGIA ha provato a stimare a livello provinciale/regionale a quanto ammonta il peso della burocrazia sulle imprese di quelle aree geografiche, calcolando l’incidenza del valore aggiunto sui 57,2 miliardi di euro di costo annuo elaborato dall’Istituto Ambrosetti. In questa simulazione, ovviamente, risultano essere maggiormente penalizzate quelle realtà territoriali dove è maggiore la concentrazione di attività economiche che producono ricchezza. La provincia dove il costo annuo sostenuto dalle imprese per la gestione dei rapporti con la Pubblica Amministrazione è superiore a tutte le altre è Milano con 5,77 miliardi di euro. Seguono Roma con 5,37, Torino con 2,43, Napoli con 1,97, Brescia con 1,39 e Bologna con 1,35 miliardi di euro. Le realtà imprenditoriali meno “soffocate” dalla burocrazia sono quelle di Enna (87 milioni di euro), Vibo Valentia (82 milioni) e Isernia (56 milioni di euro).

Alcuni suggerimenti per sburocratizzare il Paese

Cosa si potrebbe fare per migliorare l’efficienza della nostra Pubblica amministrazione, alleggerendo così i costi amministrativi delle aziende? Innanzitutto, come dicevamo più sopra, bisogna semplificare il quadro normativo. Cercare, ove è possibile, di non sovrapporre più livelli di governo sullo stesso argomento e, in particolar modo, accelerare i tempi di risposta della Pubblica amministrazione.

Con troppe leggi, decreti e regolamenti i primi penalizzati sono i funzionari pubblici che nell’incertezza si “difendono” spostando nel tempo le decisioni. Nello specifico è necessario:

– migliorare la qualità e ridurre il numero delle leggi, analizzando più attentamente il loro impatto, soprattutto su micro e piccole imprese;

– monitorare con cadenza periodica gli effetti delle nuove misure per poter introdurre tempestivamente dei correttivi;

– consolidare l’informatizzazione della Pubblica amministrazione, rendendo i siti più accessibili e i contenuti più fruibili;

far dialogare tra di loro le banche dati pubbliche per evitare la duplicazione delle richieste;

– permettere all’utenza la compilazione esclusivamente per via telematica delle istanze;

– procedere e completare la standardizzazione della modulistica;

– accrescere la professionalità dei dipendenti pubblici attraverso un’adeguata e continua formazione.

Pubblicato in: Amministrazione

MEF. Le nostre dichiarazioni dei redditi.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-04-27.

MEF

Il MEF ha rilasciato il Report

Dichiarazioni dei redditi persone fisiche (Irpef) e dichiarazioni IVA per l’anno di imposta 2018.

A latere, il MEF mette a disposizione il Report

Statistiche sulle dichiarazioni anno d’imposta 2018.

* * * * * * *

Sintesi.

– Circa 41,4 milioni di contribuenti hanno assolto l’obbligo dichiarativo

– Sono 21,2 milioni le persone fisiche che hanno utilizzato il modello 730

– Il reddito complessivo totale dichiarato ammonta a circa 880 miliardi di euro

– Il reddito complessivo medio dichiarato ammonta a 21.660 euro

– I redditi da lavoro dipendente e da pensione rappresentano circa l’82% del reddito complessivo dichiarato

– il reddito da pensione rappresenta il 29% del totale del reddito complessivo

– L’imposta netta totale dichiarata è pari a 164,2 miliardi di euro

– l’imposta netta Irpef risulta pari in media a 5.270 euro e viene dichiarata da circa 31,2 milioni di soggetti, pari a circa il 75% del totale dei contribuenti

– Oltre 10,2 milioni di soggetti hanno un’imposta netta pari a zero

– il 44% dei contribuenti, che dichiara il 4% dell’Irpef totale, si colloca nella classe fino a 15.000 euro

– in quella tra i 15.000 e i 50.000 euro si posiziona il 50% dei contribuenti, che dichiara il 56% dell’Irpef totale

– circa il 6% dei contribuenti dichiara più di 50.000 euro, versando il 40% dell’Irpef totale

* * * * * * *

Una considerazione sorgerebbe spontanea.

Si constata come 18 milioni di Contribuenti (44% del totale) dichiarino una imposta netta totale di 6.568 miliardi (4% dell’Irpef totale) e giacciano nella classe di reddito fino  15,000 euro di reddito.

Se la soglia contributiva fosse elevata a tale reddito (15,000 euro l’anno) si sgraverebbe il fisco dall’esame approfondito di diciotto milioni di pratiche, con consistente snellimento del carico lavorativo.

*

2020-04-24__MEF 001

2020-04-24__MEF 002

2020-04-24__MEF 003

Dipendenti.

2020-04-24__MEF 004 DipendentiPensionati.

2020-04-24__MEF 005 Pensionati Classi Età

Pensionati per classe di reddito.

2020-04-24__MEF 006 Pensionati Classi Reddito

Pensionati per classi di età.

2020-04-24__MEF 0065 Pensionati Classi Età

*


MEF. Dichiarazioni dei redditi persone fisiche (Irpef) e dichiarazioni IVA per l’anno di imposta 2018.

Comunicato Stampa N° 83 del 23/04/2020

L’accelerazione impressa negli ultimi anni dal Dipartimento delle Finanze alle procedure di validazione statistica e le innovazioni nel processo legato alla dichiarazione precompilata, avviate dall’Amministrazione Finanziaria nel 2015, consentono di rendere disponibili in modo tempestivo i dati delle dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche presentate nel 2019 e riferite all’anno di imposta 2018. La data di pubblicazione risente tuttavia dello slittamento della scadenza per la presentazione della dichiarazione dei redditi (2 dicembre 2019).

Quadro generale

È utile innanzitutto ricordare i dati macroeconomici dell’anno di riferimento: nel 2018 il PIL ha presentato una crescita dell’1,7% in termini nominali e dello 0,8% in termini reali[1].

Numero di contribuenti Irpef

Circa 41,4 milioni di contribuenti hanno assolto l’obbligo dichiarativo, direttamente attraverso la presentazione dei modelli di dichiarazione “Redditi Persone Fisiche[2]” e “730”, o indirettamente attraverso la dichiarazione dei sostituti d’imposta (Certificazione Unica – CU). Il numero totale dei contribuenti è aumentato di circa 162.000 soggetti (+0,4%) rispetto all’anno precedente.

Tipo di dichiarazione

Sono 21,2 milioni le persone fisiche che hanno utilizzato il modello 730 con un aumento di oltre 500.000 contribuenti rispetto all’anno precedente; 9,6 milioni di soggetti hanno presentato invece il modello “Redditi Persone Fisiche”, mentre i dati dei restanti 10,6 milioni di contribuenti, non tenuti a presentare direttamente la dichiarazione, sono stati acquisiti tramite il modello CU compilato dal sostituto d’imposta.

Reddito complessivo dichiarato

Il reddito complessivo totale dichiarato ammonta a circa 880 miliardi di euro (+42 miliardi rispetto all’anno precedente, +5%) per un valore medio di 21.660 euro, in crescita del 4,8% rispetto al reddito complessivo medio dichiarato l’anno precedente. Si sottolinea che nel 2018 cambia la gestione del riporto delle perdite per i soggetti in contabilità semplificata, ora equiparate a coloro che hanno una contabilità ordinaria e che pertanto non rientrano più nel calcolo del reddito complessivo. Per un confronto omogeneo con l’anno precedente, è necessario escludere dal reddito complessivo del 2017 le perdite in contabilità semplificata e da partecipazione in società esercenti attività d’impresa, in tal caso la variazione percentuale del reddito complessivo rispetto al 2017 è del +3,1%. L’incremento del reddito complessivo è dovuto all’aumento dei redditi da pensione, lavoro dipendente e lavoro autonomo[3].

L’analisi territoriale conferma che la regione con reddito medio complessivo più elevato è la Lombardia (25.670 euro), seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano (24.760 euro), mentre la Calabria presenta il reddito medio più basso (15.430 euro); anche nel 2018, quindi, rimane cospicua la distanza tra il reddito medio delle regioni centro-settentrionali e quello delle regioni meridionali.

Tipologie di reddito dichiarate

I redditi da lavoro dipendente e da pensione rappresentano circa l’82% del reddito complessivo dichiarato, nello specifico, il reddito da pensione rappresenta il 29% del totale del reddito complessivo.

Il reddito medio più elevato è quello da lavoro autonomo, pari a 46.240 euro[4], mentre il reddito medio dichiarato dagli imprenditori (titolari di ditte individuali) è pari a 20.940 euro[5]. Il reddito medio dichiarato dai lavoratori dipendenti è pari a 20.820 euro, quello dei pensionati a 17.870 euro. Infine, il reddito medio da partecipazione in società di persone ed assimilate risulta di 18.130 euro. Si ricorda che la quasi totalità dei redditi da capitale è soggetta a tassazione sostitutiva e non rientra pertanto nell’Irpef.

È opportuno ribadire che per “imprenditori” nelle dichiarazioni Irpef si intendono i titolari di ditte individuali, escludendo pertanto chi esercita attività economica in forma societaria; inoltre la definizione di imprenditore non può essere assunta come sinonimo di “datore di lavoro” in quanto la gran parte delle ditte individuali non ha personale alle proprie dipendenze. Sarebbe pertanto improprio utilizzare i dati sopra riportati per confrontare i redditi degli “imprenditori” con quelli dei “dipendenti”[6].

L’analisi dell’andamento dei redditi medi delle singole categorie di contribuenti evidenzia che, in confronto al 2017, crescono in misura significativa i redditi medi da lavoro autonomo (+6,3%), mentre la contrazione del reddito d’impresa (-5,2%)[7] e del reddito da partecipazione (-1,4%) sono verosimilmente dovuti agli effetti transitori dell’introduzione, a partire dal 2017, del regime per cassa per le imprese in contabilità semplificata. Il reddito medio d’impresa in contabilità ordinaria, non interessato dalla variazione normativa, aumenta del 4,6%.

Il reddito medio da pensione mostra una crescita del 2,5%, confermando il trend degli anni precedenti, mentre continua a rilevarsi una contrazione del numero di pensionati (oltre 73.500 soggetti in meno, -0,5%), effetto della riforma delle pensioni Monti-Fornero, (D.L. 201 del 6/12/2011) che ha posticipato il raggiungimento dei requisiti per il pensionamento. Risulta in crescita anche il reddito medio da lavoro dipendente (+1,3%), a differenza della flessione registrata nell’anno precedente. In tale ambito, va evidenziato l’aumento del numero sia di lavoratori con contratti a tempo indeterminato (+1,2%) sia di lavoratori con contratti a tempo determinato (+3,5%). Inoltre, si registrano 279.055 soggetti (1,3% del totale lavoratori dipendenti,con una flessione del 5,2% rispetto al 2017) che hanno richiesto la liquidazione mensile del TFR, per un ammontare di circa 132 milioni di euro (valore medio annuo di 474 euro).

Nel 2018 l’ammontare del reddito da fabbricati soggetto a tassazione ordinaria ammonta a 26,7 miliardi di euro, con una riduzione dell’1,3% rispetto all’anno precedente, a causa dell’aumento della tassazione sostitutiva.

Principali novità

Oltre alle novità già descritte rispetto alle imprese in contabilità semplificata, si segnala che la Legge di Bilancio 2018 ha introdotto delle modifiche per quanto riguarda le soglie di fruibilità per il credito denominato “Bonus Irpef” di 960 euro, riconosciuto ai titolari di reddito di lavoro dipendente e di alcuni redditi assimilati. Tale importo spetta ai contribuenti con reddito fino a 24.600 euro (nel 2017 era 24.000), proporzionalmente ridotto per i redditi fino a 26.600 euro (nel 2017 era 26.000 euro).

Dalle dichiarazioni risultano circa 12,1 milioni di soggetti con bonus spettante (+3,3% rispetto al 2017) per un ammontare di circa 9,9 miliardi di euro (+3,6% rispetto al 2017).

Significativa è l’incidenza percentuale dei soggetti beneficiari del bonus rispetto al totale lavoratori dipendenti, pari al 54% in tutto il territorio nazionale, mentre è da sottolineare che circa 2,4 milioni di soggetti (20% di coloro che hanno diritto al bonus) hanno un bonus spettante di ammontare superiore all’imposta netta dovuta nell’anno in esame. Ciò implica che per tali soggetti il bonus ha rappresentato un trasferimento monetario per la quota parte eccedente l’imposta netta. Complessivamente la parte di bonus corrispondente ad un trasferimento monetario è stata pari a 1 miliardo di euro.

Per quanto riguarda le detrazioni IRPEF, è stata introdotto il bonus verde, che prevede una detrazione del 36% per interventi relativi a “sistemazione a verde” di aree scoperte private di edifici esistenti, a impianti di irrigazione e realizzazione pozzi e alla realizzazione di coperture a verde e di giardini pensili. Tali spese sono detraibili per un ammontare complessivo non superiore a 5.000 euro per unità immobiliare ad uso abitativo.

Dalle dichiarazioni 2018 risulta un ammontare di 4,4 milioni di euro di detrazione per bonus verde.

Imposta netta

L’imposta netta totale dichiarata è pari a 164,2 miliardi di euro, (+4,3% rispetto all’anno precedente).
Al netto degli effetti del bonus 80 euro, l’imposta netta Irpef risulta pari in media a 5.270 euro e viene dichiarata da circa 31,2 milioni di soggetti, pari a circa il 75% del totale dei contribuenti. Oltre 10,2 milioni di soggetti hanno un’imposta netta pari a zero. Si tratta prevalentemente di contribuenti con livelli reddituali compresi nelle soglie di esenzione, ovvero di coloro la cui imposta lorda si azzera per effetto delle detrazioni riconosciute dal nostro ordinamento. Inoltre, considerando i soggetti la cui imposta netta è interamente compensata dal bonus “80 euro”, i soggetti che di fatto non versano l’Irpef salgono a circa 12,6 milioni.

Analisi per classi di reddito

Analizzando i contribuenti per fasce di reddito complessivo si osserva che il 44% dei contribuenti, che dichiara il 4% dell’Irpef totale, si colloca nella classe fino a 15.000 euro; in quella tra i 15.000 e i 50.000 euro si posiziona il 50% dei contribuenti, che dichiara il 56% dell’Irpef totale, mentre solo circa il 6% dei contribuenti dichiara più di 50.000 euro, versando il 40% dell’Irpef totale.

Si rammenta che i soggetti con un reddito complessivo maggiore di 300 mila euro (0,1% del totale dei contribuenti) non sono più tenuti al pagamento del contributo di solidarietà del 3% sulla parte di reddito eccedente tale soglia.

Addizionale Regionale e Comunale

L’addizionale regionale Irpef ammonta nel 2018 a circa 12,3 miliardi di euro (+3,1% rispetto al 2017). L’addizionale regionale media è pari a 420 euro. Il valore più alto si registra nel Lazio (620 euro), il valore più basso si rileva in Basilicata e in Sardegna (280 euro).

L’addizionale comunale ammonta invece complessivamente a 5,0 miliardi di euro, in aumento del 3,6% rispetto al 2017, con un importo medio pari a 190 euro, che varia dal valore massimo di 250 euro nel Lazio, al valore minimo di 70 euro nella Provincia autonoma di Bolzano.

Dichiarazioni IVA

Sono circa 4,7 milioni i contribuenti che hanno presentato la dichiarazione Iva per l’anno d’imposta 2018, in calo rispetto all’anno precedente (-1,7%), a causa principalmente della mancata presentazione della dichiarazione da parte dei soggetti che hanno aderito al regime forfetario. Le operazioni imponibili dichiarate per l’anno d’imposta 2018 sono pari a 2.101 miliardi di euro (-0,1% rispetto al 2017), mentre il volume d’affari dichiarato ha raggiunto i 3.515 miliardi di euro, aumentando del 2,9%. Il divergente andamento è dovuto all’incremento della componente non imponibile del volume d’affari, particolarmente robusto nelle operazioni verso l’estero, segnatamente quelle intracomunitarie (+5,2%) e quelle non soggette all’imposta ai sensi degli art. da 7 a 7-septies del D.P.R. 633/72 (+5,8%). Anche le operazioni con applicazione del reverse charge crescono del 3,8%, nonostante la diminuzione di quelle afferenti l’edilizia. Per l’anno d’imposta 2018, l’Iva di competenza è risultata pari a 106,8 miliardi di euro con una base imponibile pari a 703,9 miliardi di euro. Questi dati non sono direttamente confrontabili con quelli dell’anno precedente, reperibili nelle tabelle presenti sul sito del Dipartimento delle Finanze[8], in quanto il procedimento di calcolo delle variabili di cui sopra è stato oggetto di revisione metodologica, resa necessaria dalle profonde modifiche del funzionamento dell’IVA intervenute negli ultimi anni in riferimento all’estensione del regime di “reverse charge” e del regime di “split payment”. Nell’analisi dei dati, per un confronto omogeneo, i valori del 2017 sono stati ricalcolati utilizzando la nuova metodologia: in questa maniera nel 2018 si evidenzia un aumento dell’IVA di competenza di circa il 7,3%, attribuibile principalmente alle società di capitali (+8,9%); analizzando i principali settori di attività economica, quelli che mostrano un aumento più evidente sono il settore dell’alloggio e ristorazione e il settore manifatturiero.

Il “Totale Iva a credito” passa dai 48,8 miliardi di euro del 2017 ai 49,2 miliardi di euro del 2018, con un incremento dello 0,82%. Si ritiene che la modesta dimensione dell’incremento possa essere collegata all’introduzione, nella determinazione del credito IVA emergente dalla dichiarazione annuale, del vincolo in base al quale esso va calcolato considerando esclusivamente i versamenti effettuati[9].

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo, Persona Umana, Sistemi Politici

Italia. Costituzione e Covid-19. Pro e Contro.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-04-18.

Costituzione Italiana 001

«L’epidemia da Covid-19 ha prodotto in Italia una emergenza “vera”, che ha riattualizzato il problema – che si era posto anche negli anni del terrorismo fascista e brigatista – della compatibilità di misure eccezionali, a tutela della collettività, con i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione repubblicana, con la forma di governo parlamentare basata sulla separazione dei poteri e con il sistema costituzionale delle autonomie.»

«Troppo spesso politici, giornalisti e tuttologi di vario genere hanno abusato del termine “emergenza”, al solo scopo di dare enfasi retorica ai propri discorsi, per ritrovarsi poi puntualmente impreparati quando si verificano autentici stati di necessità, che reclamano risposte rapide ed efficaci dalle istituzioni»

«Di qui una ridda di atti normativi e amministrativi, di annunci mediatici e di commenti “a caldo”, che quasi sempre aumentano la confusione, ingenerando equivoci difficili da superare perché ormai entrati nel senso comune.»

* * * * * * *

A nostro sommesso parere, il problema esiste ed è concreto.

Vi sono dei pro e dei contro.

Di fatto, non essendo stata prevista questa situazione generata dal Coid-19, stiamo improvvisando: personalmente, non grideremmo alla crisi della democrazia. Sarebbe parola troppo grossa.

La nostra costituzione è stata scritta nel primissimo dopoguerra: ne ritiene pregi e difetti.

A nostro modo di vedere il bicameralismo perfetto ed una quasi ossessiva divisione dei poteri conseguono in tempi decisionali troppo lunghi, ai quali l’avvalersi dei decreti pone ben poco rimedio.

Il coronavirus ha generato una situazione nella quale il parlamento trova grandi difficoltà a riunirsi, e questo fatto non era stato preso in considerazione dalla costituzione.

Aggiungere una ultima considerazione.

In tempi nei quali tutto viaggiava lentamente, la nostra trigosità decisionale non emergeva evidente. Ma nei tempi odierni, quando ci sono nazioni come la Russia oppure la Cina che hanno tempi decisionali nell’ordine delle ore, la struttura della nostra costituzione non è funzionale. Una cosa è discutere il problema in sé e per sé, ed una differente è valutarlo nell’ambito dei rapporti internazionali.

La costituzione dello stato è troppo importante per essere scritta soltanto dai giuristi.

L’articolo riportato espone il punto di vista del giurista, da leggersi con attenzione.

* * * * * * *


Covid-19 e Costituzione.

SOMMARIO: 1. Le garanzie costituzionali non possono essere “sospese”. 2. Il ricorrente disprezzo per la democrazia parlamentare. 3. L’alterazione progressiva del sistema delle fonti. 4. Possibile sveltimento del procedimento di conversione dei decreti legge. 5. Emergenza e sistema delle autonomie.

1 Le garanzie costituzionali non possono essere “sospese”

L’epidemia da Covid-19 ha prodotto in Italia una emergenza “vera”, che ha riattualizzato il problema – che si era posto anche negli anni del terrorismo fascista e brigatista – della compatibilità di misure eccezionali, a tutela della collettività, con i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione repubblicana, con la forma di governo parlamentare basata sulla separazione dei poteri e con il sistema costituzionale delle autonomie. Troppo spesso politici, giornalisti e tuttologi di vario genere hanno abusato del termine “emergenza”, al solo scopo di dare enfasi retorica ai propri discorsi, per ritrovarsi poi puntualmente impreparati quando si verificano autentici stati di necessità, che reclamano risposte rapide ed efficaci dalle istituzioni. Di qui una ridda di atti normativi e amministrativi, di annunci mediatici e di commenti “a caldo”, che quasi sempre aumentano la confusione, ingenerando equivoci difficili da superare perché ormai entrati nel senso comune.

Sul piano del diritto costituzionale, un primo equivoco, di carattere generale, è prodotto dall’affermazione che una situazione di emergenza richieda la sospensione, ancorché temporanea, delle garanzie, personali e istituzionali, previste dalla Costituzione. Tenterò di dimostrare che non si deve sospendere nulla, ma che invece sarebbe sufficiente, per fronteggiare lo stato di necessità, applicare quanto è scritto nella Carta costituzionale, senza vagheggiare revisioni e tirare in ballo la sempre fascinosa teoria di Carl Schmitt sulla sovranità che spetta a chi comanda nello stato di eccezione.

È vero che la Costituzione italiana non contiene una norma specifica sullo stato di necessità, come alcune altre Carte europee, ma si tratta di una omissione voluta, perché non era ancora svanito il ricordo, nella mente dei Costituenti, dell’art. 48 della Costituzione di Weimar, che contribuì notevolmente ad aprire la strada all’affermazione del regime nazista. Alla contrazione autocratica del potere, nell’ipotesi di emergenza, si è preferita la puntuale previsione di specifici modi di applicazione di princìpi e regole costituzionali, quando alcuni beni collettivi (salute, sicurezza, pacifica convivenza) fossero gravemente minacciati. Del resto, come potrebbe la Costituzione, che trova la sua legittimazione nella tutela dei diritti fondamentali prevedere essa stessa il loro accantonamento, anche se temporaneo?

Persino in vista della situazione eccezionale per antonomasia, la guerra, l’art. 78 Cost. non mette da parte la democrazia parlamentare, giacché lo stato di guerra può essere dichiarato solo dal Parlamento e prevede che quest’ultimo possa delegare al Governo i «poteri necessari», non i pieni poteri, richiamando così il principio di proporzionalità, che vale non soltanto per la restrizione dei diritti fondamentali, ma anche per le alterazioni del normale equilibrio costituzionale.

Dall’ultima disposizione costituzionale citata si può già dedurre il criterio generale di valutazione dell’appropriatezza degli interventi istituzionali nelle situazioni di emergenza, qualunque sia la loro causa. Poiché ogni diritto, dovere o potere, pubblico e privato, si inserisce in un contesto di rapporti giuridicamente regolati e condizionati dalle diverse situazioni di fatto, la loro consistenza e la loro portata si definisce, volta per volta, dall’interazione tra la posizione singola, personale o istituzionale, ed il contesto medesimo, che varia a seconda delle circostanze, sempre nell’ambito di schemi normativi pre-disposti direttamente dalla Costituzione o dalla stessa specificamente previsti nelle loro linee generali.

Lo stato di eccezione schmittiano – di questi tempi spesso evocato – presuppone invece uno spazio vuoto, deregolato e riempito dalla volontà del sovrano, inteso come potere pubblico liberato da ogni vincolo giuridico e capace di trasformare istantaneamente la propria forza in diritto. Tutto ciò non è ipotizzabile nell’Italia repubblicana e democratica, mentre sarebbe ben possibile sul piano dell’effettività storica se, anche sulla base di equivoci non chiariti, si accedesse all’idea di un salto extra-sistematico verso un ordinamento giuridico-costituzionale opposto a quello vigente e paradossalmente introdotto da quest’ultimo. Sembra che molti non si avvedano di evocare scenari di questo tipo. Peggio ancora nell’ipotesi che se ne avvedano.

Sarebbe quindi coerente e prudente non parlare più di “sospensione” delle garanzie costituzionali.

2 Il ricorrente disprezzo per la democrazia parlamentare

Colto alla sprovvista da un dramma epocale inizialmente sottovalutato, il Governo italiano – come, anche se in forme diverse, tutti gli altri governi del mondo, a cominciare dal celebrato Governo cinese – ha dato vita ad una serie impressionante di atti normativi, primari e secondari, che si sono accavallati, sovrapposti e contraddetti, con scarso o nessun rispetto per quella noiosa ed ingombrante costruzione che i giuristi chiamano “sistema delle fonti”. Non si percepisce con sufficiente nettezza che il rispetto dell’ordine costituzionale delle fonti non è concessione ad una mania classificatoria di specialisti autoreferenziali, ma la carne viva della democrazia “reale”.

Troppo spesso in Italia la democrazia parlamentare è stata ritenuta, a seconda dei casi, antiquata, meramente formale, strumento dei partiti e della “casta” che li dirige. I seggi delle Camere sono sempre più spesso denominati spregiativamente “poltrone”. Che male c’è quindi a sottrarre potere decisionale e di controllo ad un gruppo di parassitari membri della “casta”, comodamente assisi nelle loro poltrone e attenti soltanto alle loro prebende e ai loro privilegi? Ritorna periodicamente la polemica antiparlamentare, che nel XX secolo accompagnò l’eclissi della democrazia in tutta Europa. Cesarismo e bonapartismo – sorvolo in questa sede su sottili distinzioni teoriche tra i due termini – furono ritenuti, a destra come a sinistra, strumenti di accelerazione del cambiamento politico e sociale, in contrapposizione all’equilibrio costituzionale del vecchio Montesquieu, considerato invece fattore di immobilismo e di conservazione. I partiti politici furono annientati dai loro stessi capi (Mussolini, Hitler, Stalin) e trasformati in apparati di propaganda al loro servizio. La democrazia parlamentare, disprezzata e derisa, ha dovuto cedere il passo alla democrazia dell’acclamazione, del consenso plebiscitario verso il leader, a volte truce a volte paternamente benevolo, le cui decisioni sono rapide, efficaci e immuni dalle lotte tra le aborrite fazioni politiche.

Quale migliore occasione di una grande epidemia (pandemia) che miete migliaia di vittime e richiede misure immediate e coerenti nell’interesse dell’intera collettività, per riportare in auge questo ciarpame storico?

Il Parlamento è troppo lento e rissoso per essere in grado di sfornare atti normativi con la tempestività imposta dalle drammatiche circostanze determinate dall’espandersi del contagio. Ci pensa il Governo; anzi, siccome lo stesso Governo è lento e litigioso al suo interno, ci pensa il Presidente del Consiglio dei ministri. Assieme alla rappresentanza parlamentare viene “sospesa” anche la collegialità del Governo, entrambe sostituite dalla comunicazione diretta tra vertice dell’Esecutivo e cittadini. All’approvazione o riprovazione delle Camere sui provvedimenti urgenti si sostituiscono i sondaggi, esangue e incontrollabile surrogato del voto democratico e costituzionalmente regolato.

Si potrebbe dire che, nel momento attuale, di fronte alla necessità di salvare la salute e la vita stessa delle persone, l’osservanza delle regole istituzionali slitta in secondo piano.

Sarebbe asserzione ineccepibile, se non fosse possibile ottenere gli stessi risultati senza “sospensioni”, in tutto o in parte, della Costituzione. Riaffiora la tendenza degli ultimi decenni a mettere sulle spalle della Carta le responsabilità di una politica impotente, perché perennemente affaccendata da baruffe di cortile e dall’ossessivo inseguimento di consenso emotivo ed immediato. Non c’è principio, non c’è riflessione ragionevole che non possa essere sacrificata ad un applauso in un teatro o in una piazza o a qualche like inserito sotto la suggestione di una battuta a effetto. Accade così che la Costituzione venga di fatto oscurata sotto la coltre di esaltazioni enfatiche, volte a dimostrare che il proprio programma politico discende da un principio costituzionale, oppure, al contrario, delegittimata dalle accuse continue di impedire quel benefico decisionismo, il cui deficit sarebbe alla radice di tutti i mali. Si diceva lo stesso nella Germania di Weimar. Sappiamo come è andata a finire.    

3 L’alterazione progressiva del sistema delle fonti
Tra i tanti profili meritevoli di attenzione, mi soffermo brevemente su quello che mi sembra il punto capitale della problematica costituzionalistica della gestione dello stato di necessità: il rispetto del principio di legalità e della riserva di legge.

L’esordio delle misure di contenimento del contagio epidemico da Covid-19 è stato caratterizzato da un profluvio di dpcm contenenti discipline delle più varie materie e dei più disparati oggetti, norme attuative di disposizioni già vigenti e, insieme, norme anche fortemente innovative della legislazione esistente, non escluse limitazioni di diritti fondamentali, prescrizioni di nuovi doveri di comportamento, financo sanzioni penali. Tutto sotto l’ombrello (si potrebbe dire sotto … la foglia di fico) di una disposizione “in bianco” del d.l. n. 6/2020, meramente attributiva di potere, senza alcuna delimitazione di forma o di contenuto. Ciò che non sarebbe stato consentito in sede di delegazione legislativa si è pensato fosse ammissibile con un decreto legge a maglie larghe, anzi … larghissime! È vero che buona parte dei veri e propri “sfregi” costituzionali della prima fase dell’emergenza sono stati cancellati a posteriori da successivi atti con forza di legge, in special modo dal d.l. n.19/2020, ma è altrettanto vero che ciò è avvenuto in ritardo, dopo il levarsi di molte critiche, accompagnate inevitabilmente da proposte di revisione costituzionale volte ad eliminare gli “impacci” di un sistema costituzionale “bloccato”, perché asseritamente irto di pesi e contrappesi che impedirebbero le decisioni.

Ciò che in questo momento mi interessa sottolineare è la disinvoltura con cui si stava procedendo all’impiego indiscriminato di atti di varia natura (legislativa, regolamentare, amministrativa generale). Non c’è tanto da meravigliarsi, se si pensa che da molti decenni gli organi di produzione normativa in Italia hanno adottato, come proprio inno, rispetto alle fonti del diritto, l’aria del Duca di Mantova nel Rigoletto di Giuseppe Verdi: «Questa o quella per me pari sono», alla faccia di moralisti e parrucconi (i famosi “professoroni”), che tarpano le ali alla potente creatività dell’Esecutivo e dei “tecnici” (?) retrostanti (burocrati o “consiglieri” che siano).

Oggi più che mai è necessario riaffermare, senza tentennamenti, che qualunque limitazione di diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione o disciplina restrittiva della generale libertà dei comportamenti – anche sotto forma di istituzione o ampliamento di doveri – deve trovare il suo presupposto in una statuizione di rango legislativo – legge formale o atto con forza di legge – perché, in un modo o nell’altro, la limitazione stessa possa essere assoggettata al vaglio del Parlamento. L’assolutezza o relatività delle varie riserve di legge previste in Costituzione è rimessa alla valutazione degli organi costituzionali politici e di garanzia nei casi concreti. Resta fuori dal quadro costituzionale, in ogni caso, la rimozione in blocco del controllo parlamentare e, di conseguenza, del Presidente della Repubblica e della Corte costituzionale. Ne deriva che, nelle ipotesi di emergenza, lo strumento, non surrogabile, da utilizzare per interventi immediati, è il decreto legge (art. 77: «In casi straordinari di necessità e urgenza…»).

Come stupirsi, del resto, che questa elementare affermazione, che tutti gli studenti in giurisprudenza di primo anno ben conoscono, sia stata ignorata in questa occasione, se la stessa è stata pretermessa quanto meno nell’ultimo quarto di secolo, con l’abuso della decretazione d’urgenza, che ha preso il posto della legge formale delle Camere; era logico aspettarsi che, diventato il decreto legge una forma anomala, ma invalsa nella prassi, di legislazione corrente, quando si fosse presentata una vera situazione di necessità e urgenza, il procedimento ideato dai Costituenti per fronteggiare velocemente l’emergenza sia apparso “lento”, come “lento” era apparso il procedimento ordinario di formazione della legge di fronte all’abuso della parola “emergenza” per qualunque problematica economica o sociale si presentasse al vaglio della politica. Si è verificato un “effetto domino”: il decreto legge al posto della legge, l’atto amministrativo al posto del decreto legge.

Detto questo, non bisogna dimenticare che nelle presenti circostanze le restrizioni incidono inevitabilmente almeno sulle libertà personale (art. 13 Cost.), di circolazione e soggiorno (art. 16 Cost.), di riunione (art. 17 Cost.), di religione (art. 19 Cost.), di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.), nonché sul diritto-dovere al lavoro (art. 4 Cost.) e sulla libertà di iniziativa economica privata (art. 41 Cost.). Se da questi caposaldi si passa alle conseguenze indirette delle restrizioni, quasi tutta la prima parte della Costituzione risulta incisa dalle norme di contenimento del contagio da Covid-19. Molto lavoro per il Parlamento? Al contrario purtroppo, poco lavoro.

4 Possibile sveltimento del procedimento di conversione dei decreti legge

Gli argomenti principali che sostengono, in questi drammatici momenti, l’accantonamento del Parlamento sono essenzialmente due.

Il primo è quello, sempre ricorrente, delle “pastoie” del procedimento parlamentare di conversione in legge, appesantito da eventuali atteggiamenti non collaborativi dell’opposizione.

Il secondo è quello della difficoltà di riunirsi delle Camere, a causa della necessità di osservare rigorosamente le precauzioni necessarie ad evitare la diffusione del contagio, anche all’interno delle sedi parlamentari,  

Il primo argomento prova troppo. Atteggiamenti poco responsabili delle forze politiche, che, in momento come quello che stiamo attraversando, perdono tempo in schermaglie, tattiche ritardatrici, dispetti e imboscate o, al contrario, approfittano della situazione per dettare regole unilaterali, saltando il doveroso confronto tra maggioranza e opposizione, non sono imputabili alla Costituzione e alla separazione dei poteri, ma alla perdurante crisi del sistema politico, frammentato in partiti e movimenti incapaci di indirizzi responsabili, ma al continuo inseguimento degli spostamenti, anche minimi, di consenso elettorale, cui viene sacrificato il risultato pratico della legislazione in qualsiasi campo. Sarebbe aberrante che l’unico rimedio a queste deprecabili tendenze fosse l’irrigidimento autoritario dello Stato. Il pericolo tuttavia esiste, giacché – è inutile negarlo – è rimasta in vita in una parte della popolazione la cultura politica che accompagnò la nascita e l’affermazione del fascismo: disprezzo per il Parlamento ed i suoi “riti”, culto del capo. A poco varrebbe obiettare che spesso queste tendenze si manifestano in forme farsesche e quindi non temibili. Al contrario, l’incapacità di percepire il proprio stesso ridicolo è stata una componente dell’appoggio di massa alle dittature moderne.

 Osservando quanto si è verificato nella prima fase della crisi da covid-19, si ha la conferma dell’assoluta necessità che la democrazia sia saldamente presidiata da organi di garanzia, quali il Presidente della Repubblica (così come è configurato dalla Costituzione italiana) e la Corte costituzionale. Non sorprende che la venatura autoritaria della cultura politica italiana favorisca continui attacchi contro di essi.

 La seconda argomentazione, di carattere contingente, può trovare una risposta, che mostra refluenze anche sulla prima, di carattere generale.

Il quarto comma dell’art. 72 Cost. non include la conversione in legge dei decreti legge tra i casi in cui è obbligatorio il procedimento ordinario ed è, di conseguenza, escluso il procedimento decentrato in commissione. La necessità del procedimento ordinario emerge tuttavia dai Regolamenti della Camera e del Senato (art. 96-bis RC e art. 78 RS). Potrebbe essere utile, in circostanze veramente straordinarie come quella attuale, prevedere nei medesimi Regolamenti l’ipotesi di una deliberazione all’unanimità della Conferenza dei capigruppo, che autorizzi la scelta del procedimento decentrato, le cui modalità non solo renderebbero più agili e veloci i lavori, ma consentirebbero pure l’adozione di tutte le cautele (numero dei presenti, distanze, scelta dei locali più adatti etc.) necessarie per l’incolumità dei partecipanti ed il contenimento del contagio. Maggioranza e opposizione sarebbero comunque garantite, giacché sarebbe sempre possibile la transizione al procedimento ordinario, su richiesta del Governo, di un quinto dei membri della commissione competente e di un decimo dell’assemblea.

Una facile obiezione a questa proposta potrebbe essere la scarsa coesione sui valori delle nostre forze politiche, che potrebbe vanificare – con la mancata unanimità iniziale e con l’uso spregiudicato della facoltà di trasformazione del procedimento legislativo – gli obiettivi perseguiti (rapidità e ruolo centrale del Parlamento). Sono consapevole di questa difficoltà. Rispondo però che si tratta di un problema politico, da non celare dietro la comoda scusa dell’impedimento costituzionale. Una volta predisposti gli strumenti adatti, ognuno dovrà assumersi le proprie responsabilità.

Una soluzione come quella prospettata mi sembrerebbe preferibile al “televoto” dei parlamentari, non tanto per una interpretazione letterale delle parole «presente» o «presenti» contenute nell’art. 64 Cost., quanto piuttosto perché appare problematico poter garantire nella votazione da remoto la sussistenza delle condizioni della sua genuinità ai sensi dell’art. 48 Cost.; il che vale per tutte le forme di “democrazia digitale”, che prescindono dalle condizioni ambientali in cui si trova chi esprime la sua volontà democratica. A costo di apparire troppo sospettoso e tradizionalista démodé, mi sento più tranquillo se elettori e rappresentanti esprimono il loro voto nelle cabine poste nei seggi elettorali e su schede di Stato (elettori) o nelle sedi parlamentari, con le tecniche allo scopo predisposte e lontani da possibili interferenze e pressioni (rappresentanti). L’entusiasmo per la tecnologia non dovrebbe far diminuire l’entusiasmo per la libertà. E se, financo con le garanzie di cui sopra, si sono verificate, dentro e fuori le Camere, violazioni scandalose dell’art. 48 Cost., possiamo figurarci cosa potrebbe accadere se il voto fosse espresso in luoghi privati, alla presenza eventuale di terzi estranei o con modalità – volute o non – tali da non garantirne la segretezza, quando richiesta.

5 Emergenza e sistema delle autonomie

Una rapida osservazione sull’incidenza della situazione emergenziale sul sistema delle autonomie.

Non credo vi sia necessità di reintrodurre il limite dell’interesse generale alla potestà normativa delle Regioni, nei termini in cui esisteva nella Costituzione prima della riforma del Titolo V della Parte II introdotta nel 2001.

Esistono due possibilità, entrambe trascurate, o quasi, per rendere più coerenti e veloci i rapporti tra Stati e Regioni, specie in tempi come quelli che stiamo vivendo. Il primo è quello classico della legge-quadro. Sarebbe necessario ed opportuno che lo Stato emanasse – ai sensi dell’art. 117, terzo comma, Cost. – una legge contenente i principi generali di una materia (la tutela della salute), in cui fossero contenute norme precise sul modus operandi delle autorità statali, regionali e locali in caso di epidemie e altre emergenze sanitarie. Il caos attuale è, in buona parte, frutto dell’assenza di una tale legislazione di inquadramento sistematico, che non si è pensato di predisporre in tempi normali. Le norme contenute nella legge n. 833 del 1978, istitutiva del Servizio sanitario nazionale, appaiono lacunose e insufficienti, specie sul punto cruciale degli ambiti reciproci delle competenze dello Stato e delle Regioni. È sufficiente compiere una lettura sistematica degli artt. 7, 11 e 32 della legge ora citata, per rendersi conto che rimangono margini di incertezza e ambiguità non tollerabili in situazioni di emergenza, come quella attuale, in cui di tutto c’è bisogno tranne che di conflitti istituzionali, che aumentano lo smarrimento e la confusione.   

La carenza di criteri pre-definiti, lascia largo spazio ad una disordinata corsa a riempire veri o presunti vuoti di disciplina o a dar luogo a normative anche fortemente differenziate non solo per obiettive necessità di adeguamento a situazioni locali, ma anche per pura polemica politica con il Governo nazionale o per smania individualistica di visibilità, in vista del possibile, successivo sfruttamento elettorale. Forse è l’aspetto più triste e squallido delle attuali difficoltà di coordinamento tra autorità nazionali, regionali e locali. Si spera che le attuali difficoltà possano essere di monito a non dimenticare il problema una volta ritornata (come si spera!) la normalità.

Il secondo strumento è previsto nell’art. 120 Cost., che consente al Governo di sostituirsi alle Regioni ed agli enti locali in una serie di casi, tra i quali rientra certamente l’emergenza che stiamo attraversando. Ciò non significa che non si debbano attivare tutte le potenzialità del regionalismo cooperativo, ma soltanto che il Governo nazionale, esperiti tutti i tentativi di accordo, in uno spazio temporale compatibile con la gravità della situazione, possa assumere la responsabilità della decisione unitaria, quando ciò sia indispensabile per la salvaguardia degli interessi supremi indicati nella medesima norma costituzionale. Non esiste alcuna oggettiva necessità di nuove disposizioni costituzionali per introdurre clausole di supremazia e di interesse nazionale. Basterebbe applicare le norme che già esistono Naturalmente sarebbe necessaria un’altra condizione, non scritta: il coraggio di farlo.

In ogni caso, nessuna legge autorizzativa potrà mai consentire ad una Regione (a fortiori ad un ente locale) di emanare norme che impediscano o ostacolino la libera circolazione delle persone e delle cose tra le Regioni, in palese dispregio del primo comma del citato art. 120 della Cost., come purtroppo in qualche caso si sta verificando. Un blocco di transito da una Regione ad un’altra ha una rilevanza nazionale per diretto dettato costituzionale. Sempre e comunque è necessario un provvedimento statale. La Repubblica «una e indivisibile» (art. 5 Cost.) non può tollerare che parti del territorio e della popolazione nazionali si pongano in contrapposizione tra loro. Vi osta, oltre che il principio di unità nazionale, anche il principio di solidarietà (art. 2 Cost.), inconciliabile con qualunque chiusura egoistica o particolaristica. Chiudere si può e si deve, se la situazione concreta lo impone, ma solo se si valuta l’impatto nazionale di provvedimenti così incisivi su princìpi supremi (unità e solidarietà), dai quali dipende l’esistenza stessa della Repubblica democratica.

Pubblicato in: Amministrazione, Medicina e Biologia

Coronavirus. Tutte le ordinanze ed i link ufficiali.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-03-07.

Repubblica Italiana 001

Coronavirus, i documenti ufficiali e le misure per fronteggiare l’emergenza.

* * * * * * *

Il portale del ministero della Salute  

Il portale a cura dell’Istituto superiore di sanità

Il portale della Protezione Civile

Il portale del ministero degli Affari Esteri

Il portale del Miur

Il portale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

* * * * * * *

Coronavirus: Conte rilancia vademecum, ognuno faccia sua parte

Su profili social del premier ripubblicate le regole igieniche.

*

Coronavirus: decreto con nuovi stili vita, stop abbracci

Giovedì in cdm deficit e dl economia, si decide su stop partite.

*

Il testo del DPCM del 4 marzo 2020

Il Decreto Legge del 2 marzo

CircolareminSalutePostiletto.pdf

Coronavirus, il decreto legge del 23 febbraio con le misure per gestire l’emergenza

Ulteriori disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio

Decreto del Presidente del Consiglio del 25 febbraio

L’ordinanza Ministero Salute-Regione Lombardia

L’ordinanza per il Veneto

L’ordinanza per il Friuli-Venezia Giulia

L’ordinanza per l’Emilia-Romagna

L’ordinanza per la Liguria

L’ordinanza per il Piemonte

Il decreto del Mef per la sospensione dei versamenti e degli adempimenti tributari

Il decreto sul coronavirus spiegato dai tecnici della Camera

Il parere dei tecnici sull’impatto economico del decreto sul coronavirus

Nuovo coronavirus – Dieci comportamenti da seguire

Previeni le infezioni con il corretto lavaggio delle mani

Polmonite da nuovo Coronavirus – Consigli ai viaggiatori internazionali di ritorno da aree a rischio della Cina

Decalogo Istituto Superiore di Sanità, Ministero Salute con Regioni, Ordini professionali e società scientifiche

Nuovo coronavirus – consigli per i viaggiatori dopo il ritorno in Italia

Nuovo coronavirus – consigli per i viaggiatori nelle aree colpite

Coronavirus: Protezione Civile, online la mappa dei contagi

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Piemonte. Inizia la tutela del retaggio religioso, storico e culturale.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-30.

Presepe 001

Il concetto di democrazia si fonda su alcuni assunti di base, che spesso sono scotomizzati o disattesi.

In primo luogo, tutta la Collettività dovrebbe condividere nella sostanza una identica Weltanschauung. La presenza di antitetici principi fondamentali comporta inevitabilmente situazioni conflittuali che alla fine sono risolvibili solo con la forza.

In secondo luogo, mentre la maggioranza governa, la minoranza dovrebbe adeguarsi a quanto deciso dai governanti. Questo principio diventa però inaccettabile se una componente più o meno ampia nutrisse ambizioni rivoluzionare, ossia la presa di potere con la forza da parte di una minoranza. Infatti, se tale non fosse, avrebbe vinto le elezioni e governerebbe.

*

Nessuna di queste due condizioni vige in Italia. La Weltanschauung di sinistra è antitetica ed incompatibile con quella della destra: e la sinistra sopporta tutto tranne che l’essere relegata dagli Elettori a ruolo di minoranza.

Questi contrasti sono così accesi che, nonostante vi sia in atto una recessione stagnante del sistema economico i temi sui principi fondamentali si dimostrano essere ferita saniosa.

*

Che la religione cattolica sia parte integrante e portante del retaggio religioso, storico e culturale italiano dovrebbe essere cosa semplicemente evidente a chiunque si sia curato di studiare la nostra storia sulle cronache delle rispettive epoche: sarebbe sufficiente leggersi il Migne. Per non parlare poi dell’incredibile numero di edifici religiosi e delle espressioni artistiche.

Fatto si è che la sinistra liberal socialista rinnega tale retaggio nell’odio che esprime verso Dio, la Chiesa ed i Vangeli. Odio ben sintetizzato dal motto stampato sulla famosa medaglia ottocentesca: “immortale odium et numquam sanabile vulnus”.

Odio che si riversa in un distorto concetto di laicità, inteso come rigetto di ogni simbologia cattolica.

Si dicono offesi dalla eventuale presenza di un Crocefisso e vorrebbero inter alias la eliminazione dei Presepi da case e scuole.

L’assenza di simbologia cattolica è assunta come nuova forma religiosa, dogmatica quanto apodittica.

* * * * * * *

«Un presepe in ogni scuola, “per tutelare e mantenere vive l’identità culturale e le tradizioni”»

«La Regione scrive a tutti i dirigenti scolastici del Piemonte in vista del Natale chiedendo di celebrare la festività con iniziative all’interno delle scuole»

«Dopo la discussione sul crocifisso nell’Aula del Consiglio Regionale, il cui via libera definitivo sarà votato nella mattinata di oggi,  e le polemiche per la frase del ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti sulla possibilità di rimuovere il simbolo della croce dalla aule scolastiche, il Piemonte a guida centrodestra detta le linee guida per il Natale»

«Le chiedo la disponibilità – scrive l’assessore alla Scuola Elena Chiorino (Fratelli d’Italia) nella comunicazione inviata ieri a tutte le scuole – di valorizzare all’interno dell’istituto ogni iniziativa legata a questa importante Festività come l’allestimento di presepi o lo svolgimento di recite e canti legati al tema della Natività. La ricorrenza natalizia e le conseguenti tradizioni come il presepe, l’albero di Natale e le recite scolastiche ispirate al tema della natività – prosegue Chiorino – sono parte fondante della nostra identità culturale e delle nostre tradizioni. Che, precisa la comunicazione “la Regione Piemonte intende tutelare e mantenere vive”.»

* * * * * * *

Bene.

Liberal e radicali si mettano l’animo in pace. È arrivato il loro turno di stare in panchina.

Non va loro bene? Comprensibilissimo. Alla prossima tornata elettorale conquistino pure loro la maggioranza.

*


Repubblica. 2019-11-26. La Regione scrive ai presidi del Piemonte: “Un presepe in ogni scuola per mantenere viva l’identità”

L’invito comprende anche l’albero, recite e canti. L’assessora: “Un supporto per l’integrazione”

Un presepe in ogni scuola, “per tutelare e mantenere vive l’identità culturale e le tradizioni”. La Regione scrive a tutti i dirigenti scolastici del Piemonte in vista del Natale chiedendo di celebrare la festività con iniziative all’interno delle scuole. Dopo la discussione sul crocifisso nell’Aula del Consiglio Regionale, il cui via libera definitivo sarà votato nella mattinata di oggi,  e le polemiche per la frase del ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti sulla possibilità di rimuovere il simbolo della croce dalla aule scolastiche, il Piemonte a guida centrodestra detta le linee guida per il Natale.
“Le chiedo la disponibilità – scrive l’assessore alla Scuola Elena Chiorino (Fratelli d’Italia) nella comunicazione inviata ieri a tutte le scuole – di valorizzare all’interno dell’istituto ogni iniziativa legata a questa importante Festività come l’allestimento di presepi o lo svolgimento di recite e canti legati al tema della Natività. La ricorrenza natalizia e le conseguenti tradizioni come il presepe, l’albero di Natale e le recite scolastiche ispirate al tema della natività – prosegue Chiorino – sono parte fondante della nostra identità culturale e delle nostre tradizioni. Che, precisa la comunicazione “la Regione Piemonte intende tutelare e mantenere vive”.

L’assessore mette poi le mani avanti rispetto alle probabili polemiche che questa richiesta potrebbe provocare soprattutto nelle realtà scolastiche con altre presenza di stranieri provenienti da famiglie di religioni e culture diverse da quella cristiana cattolica. “E’ evidente – sostiene l’assessore – che la conoscenza delle nostre tradizioni, scevra da qualsiasi connotazione ideologica, sia un supporto alla piena integrazione per chi proviene da altre realtà”. 
Ribatte, Igor Boni, presidente di Radicali Italiani: “Siamo di fronte a una giunta che utilizza le istituzioni per fini propagandistici e basta. A proposito di scuola, all’assessore assegno lo zero spaccato in laicità. Queste righe inqualificabili fanno il paio con chi utilizza rosari e crocifissi brandendoli come armi politiche. Spero che le scuole piemontesi sistemino nella raccolta carta questa missiva”.

Pubblicato in: Amministrazione, Stati Uniti, Trump

Trump. Impeachment. Molti ne parlano senza sapere cosa sia.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-09-27.

Invidia 001

Di questi tempi di fa un gran parlare di un possibile impeachment nei confronti del Presidente Trump.

«La messa in stato di accusa o impeachment (dall’inglese «imputazione») è un istituto giuridico col quale si prevede il rinvio a giudizio di titolari di cariche pubbliche qualora si ritenga che abbiano commesso determinati illeciti nell’esercizio delle loro funzioni.

L’impeachment è un antico istituto del common law, sviluppatosi dapprima in Inghilterra in un arco di tempo che va dal 1376, anno in cui il Parlamento inglese mise in stato d’accusa alcuni ministri di Edoardo III e la sua amante Alice Perrers per corruzione e incapacità, al XVIII secolo, quando è evoluto nella responsabilità ministeriale del gabinetto del Re. Nella versione di memento “ai cittadini che il loro presidente è umano e può sbagliare come ogni altro cittadino” è stato poi previsto e disciplinato dai padri costituenti degli Stati Uniti d’America nella Costituzione di Filadelfia del 1787.

Al vertice dei problemi di giustizia politica, il diritto comparato degli Stati democratici sul punto “può, infine, essere sintetizzato in tre congegni di garanzia della giusta tranquillità (ma fino ad un certo punto!) di chi è investito di potere: autorizzazione a procedere, per i governanti spagnoli da parte degli organi parlamentari con possibilità di ricorso al Tribunale costituzionale; organismo istruttorio formato da altissimi magistrati per i governanti francesi prima del deferimento all’Alta Corte; impeachment per il Presidente degli Stati Uniti e, con qualche adattamento, in Francia a seguito della revisione costituzionale del 2007.

Nell’ordinamento giuridico statunitense, soggetti passivi dell’impeachment (sottoposti al procedimento) sono i componenti del potere esecutivo, dal presidente al vicepresidente fino ai funzionari delle amministrazioni statali, e i giudici intesi come membri delle giurisdizioni federali.

Negli Stati Uniti d’America, soggetti attivi dell’impeachment (promotori del procedimento) sono la Camera dei Rappresentanti, investita della funzione di discutere i presupposti dell’accusa ed eventualmente elevarla (con voto a maggioranza semplice dei presenti), e il Senato investito del ruolo di giudice (con voto a maggioranza dei due terzi dei presenti). Se a esservi sottoposto è il presidente degli Stati Uniti presiederà il senato il Presidente della Corte suprema.» [Fonte]

* * * * * * *

L’impeachment è quindi un atto di sfiducia politica, scollegato da una eventuale azione giudiziaria.

Ufficialmente dovrebbe essere corroborato da prove probanti, inequivocabili: ma l’interpretazione della loro pertinenza e gravità è un giudizio meramente politico.

Riassumiamo.

– Soggetto attivo dell’impeachment (promotori del procedimento) è la Camera dei Rappresentanti, investita della funzione di discutere i presupposti dell’accusa ed eventualmente elevarla (con voto a maggioranza semplice dei presenti).

– Una volta formalizzata l’accusa, suffragata da prove probanti, interviene il Senato, investito del ruolo di giudice (con voto a maggioranza dei due terzi dei presenti).

– Se a esservi sottoposto è il presidente degli Stati Uniti presiederà il senato il Presidente della Corte suprema.

*

Nel breve termine, la procedura di impeachment è virtualmente impossibile da concretizzarsi. I repubblicani hanno infatti una maggioranza risicata ma efficiente in Senato, ed al momento almeno sembrerebbe essere impossibile che i liberal democratici possano raggiungere i due terzi. La Corte Suprema poi è ora a maggioranza repubblicana ed il suo presidente è pure repubblicano: difficilmente un impeachment potrebbe essere votato.

Di certo, l’apertura di una procedura di impeachment consentirebbe di mettere in moto quella macchina  del fango in cui i democratici sono maestri consumati.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Italia. 3,356,750 dipendenti pubblici. Della burocrazia.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-30.

Burocrazia 828

Attenzione! I dati riportati si riferiscono al personale regolarmente assunto ad orario pieno. A questi si dovrebbero aggiungere tutti coloro che a qualsiasi titolo e con qualsiasi remunerazione sono incardinati nel comparto pubblico: spesso sono denominati ‘precari’.

Con il termine di ‘stipendio’ si fa riferimento al totale percepito, ivi comprese addizionali, gratifiche, etc.

* * * * * * *

I dipendenti delle pubbliche amministrazioni ammontano a 3,356,750 unità lavorative. Di queste, le principali componenti sono la scuola 1,085,333, Corpi di Polizia 312.132, Servizio Sanitario Nazionale 690,294, Magistratura 10,270, Regioni ed Autonomia Locali 490,072.

In termini medi, un dipendente del pubblico impiego riceve uno stipendio di 34,388 euro.

Sempre in termini medi, i dipendenti della scuola percepiscono un stipendio medio di 28,841, Corpi di Polizia 39,405, Servizio Sanitario Nazionale 38,664, Magistratura 138,491, Regioni ed Autonomia Locali 28,971.

Stipendi di rilievo sono percepiti anche dalle Autorità Indipendenti 84,950, dalla Carriera Prefettizia 94,117, e da quella Diplomatica 93,183.

«Lombardia e Lazio avevano quasi lo stesso numero di dipendenti pubblici, ovvero rispettivamente 410.923, il 12,76% del totale, e 407.141, il 12,65%, nonostante la Lombardia sia popolosa quasi il doppio, ma in questo caso gioca il fatto che a Roma è concentrata la gran parte della macchina burocratica statale (ministeri, enti pubblici …).»

* * * * * * *

Grosso modo, un lavoratore su sei lavora alle dipendenze delle pubbliche amministrazione.

Smentiamo immediatamente un preconcetto irrazionale. Non è vero che i dipendenti pubblici siano in media dei nullafacenti. Sono al contrario oberati da una inenarrabile sequela di leggi, circolari attuative, normativi e così via che rendono il loro lavoro gravoso ma, purtroppo, spesso anche inutile. Non a caso molte regioni stanno reclamantdo un’autonomia nella gestione burocratica.

Un caso per tutti.

Scuola Italiana. Fotocopie di una burocrazia satanica.

«Come si constata, le sole circolari interne dedicate in un anno al Corpo docente assommano a 477 (quattrocentosettantasette). Ogni tanto sono di semplice e rapida lettura, ma di norma sono lunghette e complesse, con molti rimandi.

Ragionando in termini medi, ogni circolare richiede grosso modo un’ora di tempo tra lettura e tentativi di comprendere cosa dicano.

Questo significa che un usuale Insegnate spende ogni anno circa 500 ore del suo tempo a leggersi e studiarsi circolari sulla utilità delle quali ben si potrebbe argomentare.»

Una nota importante. Si fa tanto parlare della ‘austerità‘, ed anche a ragione. Ma quasi invariabilmente si omette dal dire che tutto il peso della crisi economica è gravato

* * * * * * *

Fondi europei utilizzati al solo 3% e grandi opere bloccate dalla burocrazia.

Ponte Morandi ed il problema della burocrazia.

«Ogniqualvolta lo stato promulga una legge, un regolamento, un provvedimento qualsivoglia nome esso assuma, ne deriva immediatamente la necessità di istituire un corpo di burocrati che applichino tale provvedimento, affiancati da un corpo di funzionari che lo facciano rispettare. Talora simili incombenze sono demandate a corpi già sussistenti, ma in ogni caso i loro organici necessiteranno di adeguamenti.

Burocrati e funzionari applicano, meglio dovrebbero applicare, i provvedimenti emanati.

Molte sono le conseguenze.

Esse spaziano dal problema dei costi gestionali – burocrati e funzionari necessitano di mezzi materiali e percepiscono uno stipendio – fino al problema sostanziale che è loro delegato un potere decisionale spesso di vitale importanza per lo stato. ….

La conseguenza che ne deriva è la necessità di un corpo di burocrati e funzionari in continua espansione: una crescita che si auto sostiene, fino a raggiunger il fatidico momento della paralisi. Questo era, paradossalmente, la situazione delle finanze francesi nel periodo prerivoluzionario: in campo fiscale erano in essere oltre 120,000 leggi, tutte contrastanti tra di esse, nei fatti impossibili da applicare e rispettare. La rivoluzione francese ne fece piazza pulita, ricorrendo anche all’opera persuasiva della ghigliottina.»


I dipendenti pubblici sono 3.356.750: +0,2% in due anni

Più 7mila in due anni. Calano gli stipendi nella scuola (-1,4%) crescono quelli di Palazzo Chigi (+12,1%)

I dipendenti pubblici aumentano. Di poco, solo lo 0,2% tra il 2015 e il 207, ma aumentano. E probabilmente continueranno a farlo: Quota100, infatti, lascerà liberi migliaia e migliaia di posti di lavoro proprio nel settore del pubblico impiego che dovranno essere riempiti attraverso nuove assunzioni.

Quanti sono i dipendenti pubblici

Il grafico sopra mostra i dati ufficiali (Ragioneria dello Stato) dei dipendenti del pubblico impiego. Risultato: aumento di circa 7mila unità tra il 2015 e il 2017 ma, attenzione, solo a causa della crescita dei contratti precari con la conseguenza che i dipendenti pubblici sono diventati 3.356.750.

La crescita si è concentrata in particolare in alcuni comparti. Innanzitutto la scuola, con una crescita nei due anni presi in considerazione di 39mila unità e, in parte, nel comparto degli enti di ricerca, che ha messo a segno un +9,8% (ma, essendo più piccolo, i numero assoluti sono più bassi).

Al contrario vi sono stati tagli negli enti locali, in particolare nelle regioni ordinarie e nei comuni, in cui i dipendenti sono diminuiti di più di 25mila unità, ovvero il 5,2%.

In calo anche i membri delle forze di polizia, erano 7mila in meno i poliziotti nel 2017 rispetto al 2015, e quelli delle forze armate, calati di quasi 5mila unità.

Le Regioni con più dipendenti pubblici

Ma dove sono i dipendenti pubblici? In quale aree dell’Italia ce ne sono di più? Ecco i numeri Regione per Regione.

Lombardia e Lazio avevano quasi lo stesso numero di dipendenti pubblici, ovvero rispettivamente 410.923, il 12,76% del totale, e 407.141, il 12,65%, nonostante la Lombardia sia popolosa quasi il doppio, ma in questo caso gioca il fatto che a Roma è concentrata la gran parte della macchina burocratica statale (ministeri, enti pubblici…). Ma ciò non toglie il fatto che nel Lazio, dal 2015, vi sia stato un aumento di quasi 7mila persone, mentre in Lombardia si sia verificato un leggero calo.

Segue la Campania, con 282.048 statali, l’8,76%, ma qui è da segnalare il calo di 6mila unità. Vi è poi la Sicilia, con 272.743 dipendenti, l’Emilia Romagna, con 228.306, il Veneto, con 223.336. Sopra i 200mila dipendenti pubblici poi ci sono la Puglia, la Toscana, il Piemonte. In fondo naturalmente la Valle d’Aosta, con 11.826 persone. E’ però evidente che le regioni a statuto speciale hanno più dipendenti pubblici rispetto alle altre, almeno in proporzione agli abitanti. Così, per esempio, la Valle d’Aosta ha un decimo della popolazione dell’Abruzzo, eppure poco meno di un sesto dei dipendenti. Le province di Trento e Bolzano hanno ognuna gli stessi abitanti della Basilicata, ma circa un 25% in più degli statali, 40.538 e 41.552 contro 33.490.

Al Sud calano i dipendenti pubblici

Nel complesso è in Campania e in Sicilia che c’è stato il maggior calo nel numero degli statali, con decrementi, come si è visto, di circa 6mila unità in ognuna delle regioni, mentre nel Lazio, che dipende meno dai tagli agli enti locali, essendo sede di organi centrali, vi è stato l’aumento maggiore, di quasi 7mila persone.

Quanto guadagnano i dipendenti pubblici

Ma quanto guadagnano i dipendenti pubblici in Italia? Anche qui vi sono differenze rilevanti. In base soprattutto al comparto in questo caso.

Tra il 2015 e il 2017 lo stipendio lordo totale, completo di tutte le eventuali indennità, è aumentato di pochissimo, solo del 0,3%, arrivando a 34.491. I più fortunati? Quelli che lavorano alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che non solo erano arrivati a prendere mediamente 64.611, ma che avevano anche messo a segno una crescita in due anni di ben il 12,1%. Piove sul bagnato anche nel comparto delle autorità indipendenti. I suoi dipendenti prendevano 91.259 euro i media nel 2017, dopo un aumento del 7,4%. In diminuzione invece gli emolumenti medi dei lavoratori del settore della scuola, che già sono i più bassi, di 28.440 in media, scesi dell’1,4%. Giù del 6,5% anche gli stipendi di coloro che sono impiegati nella carriera diplomatica.

In entrambi i casi è possibile che abbia influito l’inserimento di personale più giovane, e quindi junior, in questi anni.

I meglio pagati comunque sono i magistrati, con 137.294 euro a testa in media, nonostante una diminuzione del 0,9%.

Vengono poi coloro che seguono la carriera prefettizia, con 94.293 euro, i già citati lavoratori delle autorità indipendenti, quelli impegnati nella carriera diplomatica, con 87.121, e coloro che seguono quella penitenziaria, con 81.817 euro, che tra l’altro hanno goduto di una crescita del 4,9% degli emolumenti.

I più poveri, oltre agli insegnanti, anche gli impiegati nelle regioni e nelle autonomie locali, con solo 28.632 euro a testa, tra l’altro in diminuzione dell’1,2% sul 2015.

I più sfortunati, ovvero coloro che hanno subìto il peggior decremento della remunerazione, sono stati gli statali che lavorano negli istituti di formazione artistica e musicale, con la maggiore diminuzione degli stipendi, del 2,5%.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Consulta. Non ammette i ricorsi delle regione avverso il dl Sicurezza.

Giuseppe Sandro Mela

2019-06-23.

Giudici 001

Le regioni Calabria, Emilia Romagna, Marche, Toscana ed Umbria avevano fatto ricorso contro il decreto legge sulla Sicurezza.

Con una velocità assolutamente inusuale, la Corte Costituzionale ha esaminato i ricorsi e si è riunita per sentenziare, disponendo la non ammissibilità dei ricorsi.

«la Corte ha ritenuto che le nuove regole su permessi di soggiorno, iscrizione all’anagrafe dei richiedenti asilo e Sprar sono state adottate nell’ambito delle competenze riservate in via esclusiva allo Stato in materia di asilo, immigrazione, condizione giuridica dello straniero e anagrafi (articolo 117, secondo comma, lettere a, b, i, della Costituzione), senza che vi sia stata incidenza diretta o indiretta sulle competenze regionali»

«Resta impregiudicata ogni valutazione sulla legittimità costituzionale dei contenuti delle norme impugnate»

* * * * * * *

A nostro personale parere, nel non accettare i ricorsi delle regioni non solo la Corte Costituzionale ha applicato quanto disposto dal Testo fondamentale dello stato, riportando legalità e giustizia nella giusta considerazione che loro spetta: ha anche operato con buon senso.

Data la posizione politica delle regioni che avevano fatto ricorso, nessuno si stupisca se alla fine cercassero in tutte le maniere di aggirare la legge dello stato.

Sinceramente, la frase

«abbiamo intenzione di combattere contro chi, come il ministro Salvini, calpesta i diritti umani più elementari»

sembrerebbe essere più un insultato gratuito alla Corte Costituzionale che al Ministro Salvini.


Adnk. 2019-06-21. Dl Sicurezza, Consulta: “Inammissibili ricorsi Regioni”

La Corte costituzionale, che si è riunita oggi in camera di consiglio per esaminare i ricorsi delle Regioni Calabria, Emilia Romagna, Marche, Toscana e Umbria, che hanno impugnato numerose disposizioni del Decreto sicurezza lamentando la violazione diretta o indiretta delle loro competenze, ha giudicato inammissibili tali ricorsi. La Corte ha anche esaminato alcune disposizioni del Titolo II del ‘Decreto sicurezza’ e ha ritenuto, in particolare, “che sia stata violata l’autonomia costituzionalmente garantita a comuni e province. Pertanto, ha accolto le censure sull’articolo 28 che prevede un potere sostitutivo del prefetto nell’attività di tali enti”.

In attesa del deposito della sentenza, fa sapere l’Ufficio stampa, “la Corte ha ritenuto che le nuove regole su permessi di soggiorno, iscrizione all’anagrafe dei richiedenti asilo e Sprar sono state adottate nell’ambito delle competenze riservate in via esclusiva allo Stato in materia di asilo, immigrazione, condizione giuridica dello straniero e anagrafi (articolo 117, secondo comma, lettere a, b, i, della Costituzione), senza che vi sia stata incidenza diretta o indiretta sulle competenze regionali”. “Resta impregiudicata ogni valutazione sulla legittimità costituzionale dei contenuti delle norme impugnate”, sottolinea la Corte.

Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, commenta: “Prendiamo atto della sentenza della Corte, che non è entrata nel merito della legittimità costituzionale delle norme, ma si tratta soltanto del primo tempo della battaglia che abbiamo intenzione di combattere contro chi, come il ministro Salvini, calpesta i diritti umani più elementari”. “Infatti abbiamo già in discussione in Consiglio regionale della Toscana una proposta di legge presentata dalla giunta che individua le modalità generali di erogazione dei servizi per garantire livelli minimi di dignità umana a tutti. Li abbiamo chiamati diritti samaritani – continua Rossi – La legge sarà presto approvata e domani con il capogruppo del Pd Leonardo Marras terremo una conferenza stampa per spiegarne i contenuti di fondo”. “Sfidiamo il governo a ricorrere, se vorrà, contro questa legge, convinti della legittimità costituzionale di ciò che andiamo sostenendo”, conclude il governatore della Toscana.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. Il budget avrà un deficit da 100 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-31.

Das Brandenburger Tor in Berlin

Con un rapporto debito / pil molto basso, la Germania non ha nulla da temere di un budget che un anno possa essere negativo.

Ha invece moltissimi motivi di scontentezza per il motivo che ha portato al deficit di bilancio: l’economia tedesca stagna, ed al ristagno economico consegue la riduzione del gettito fiscale. Quindi, a spese invariate, il deficit è obbligatorio.

Siamo stati in questo facili profeti.

Germania. Acquacoltura ittica totale -12.0% a/a. – Destatis.

Germania. Colza -38%. Meno etica e più acquedotti. – Destatis

Germania. Destatis. ‘On an annual basis electricity prices increased by 10.8%’.

Germania. Ordini Industria. Febbraio -8.1% a/a. Marzo -6.0% a/a. – Destatis.

Germania. Licenze edili ad uso abitativo -2.8% a/a. – Destatis.

Germania. Produzione auto -4.1%, insolvenze +5.7%.

Germania. Sommovimenti di piazza per il caro-affitti.

Germania. VW e Ford annunciano decine di migliaia di licenziamenti e chiusure.

*

«Germany has slashed its estimate of tax intake because of weaker growth»

*

«Revenue estimates for 2019 were cut to 793.7 billion euros ($892.28 billion) from 804.6 billion euros»

*

«From 2019 through to 2023, estimates for all state levels were for an intake 124.3 billion euros less than was forecast in November, a tax estimate document published by the finance ministry showed»

*

«Over the period 2019-2023, the federal government will have some 70.6 billion euros less than the previous projection called for»

*

«We already have an expansionary fiscal policy in place»

* * * * * * * *

Quando un sistema economico entra in crisi tutti gli economisti si affrettano a suggerire i rimedi che le loro teorie suggerirebbero.

Quasi tutti però concordano nell’affermare che lo stato dovrebbe spendere di più, per stimolare l’economia.

A nostro sommesso parere però, almeno al momento attuale, il metodo Trump di ridurre drasticamente le tasse potrebbe essere una soluzione da prendersi in considerazione, visto tra l’altro che sembrerebbe funzionare più che bene.


Reuters. 2019-05-09. Germany lowers tax revenues, budget shortfall of 10.5 billion euros

Germany has slashed its estimate of tax intake because of weaker growth, the finance ministry said on Thursday, leaving the government with limited room for additional fiscal measures to counter a slowdown in Europe’s largest economy.

Revenue estimates for 2019 were cut to 793.7 billion euros ($892.28 billion) from 804.6 billion euros. From 2019 through to 2023, estimates for all state levels were for an intake 124.3 billion euros less than was forecast in November, a tax estimate document published by the finance ministry showed.

Over the period 2019-2023, the federal government will have some 70.6 billion euros less than the previous projection called for, the figures showed.

The weaker growth outlook has partly been taken into account by Finance Minister Olaf Scholz in the draft budget plan he presented in March. It means that the budget faces a shortfall of 10.5 billion euros until 2023, the finance ministry said.

“The government will have to work hard to make up for the shortfall and everybody will view this as a joint effort,” Scholz told a news conference.

Scholz, a Social Democrat, said that the German economy was facing weaker growth but it was not heading towards a crisis and no additional fiscal stimulus was needed.

“We already have an expansionary fiscal policy in place. And we will stick to this,” Scholz said, adding that the government would continue to refrain from taking on new debt.

Scholz rejected calls from Economy Minister Peter Altmaier, a confidant of conservative Chancellor Angela Merkel, to lower taxes for companies. “I’m against a race to the bottom when it comes to corporate taxation globally,” Scholz said.

The minister added, however, that the government would stick to its plan to support corporate research and development with incentives worth 1.25 billion euros per year. The cabinet is expected to pass the draft law next week.

*


The Telegraph. 2019-05-25. German economic slowdown set to blow €100bn black hole in Berlin’s budget

Germany faces a budget shortfall of €100bn (£86bn) over the next four years as its economy slows, according to leaked government figures.

Economic growth has been much slower than forecast in recent months and tax revenues are expected to fall well short of projections.

That will leave Angela Merkel’s government with a gap of €11.1bn (£9.5bn) to fill in its budget for this year alone, according to leaked figures published by Bild newspaper.

The European Commission cut its growth forecast for the German economy to just 0.5pc on Tuesday, compared to earlier projections of 1.1pc.

[Testo riportato parzialmente causa Copyright]

*


ESM. 2019-05-24. Germany’s Scholz Eyes Higher Tobacco Tax To Plug Budget Gap: Sources

German finance minister Olaf Scholz is flirting with a higher tobacco tax to plug a multi-billion-euro gap in the federal budget and boost Berlin’s fiscal strength to counter the effects of a slowing world economy, government sources said.

Scholz made the proposal last week during a closed-door meeting with other senior members of Chancellor Angela Merkel’s coalition government, two people familiar with the talks told Reuters on condition of anonymity.

‘Not A Priority’

A finance ministry spokesman declined to comment, while a government spokeswoman said a higher tobacco tax was currently not a priority for the government.

In their coalition deal sealed last year, Merkel’s conservative CDU/CSU bloc and Scholz’s left-leaning SPD agreed to refrain from both taking on new debt and increasing taxes.

“The tobacco tax is not mentioned in the coalition agreement,” the government spokeswoman said. But she added that coalition parties would discuss a tax increase if the need to talk about it should arise.

Scholz wants to increase the tobacco tax gradually over a period of five years starting from 2020. The move could bring additional tax revenues of up to €4 billion from 2020-24, according to a report by Der Spiegel magazine.