Pubblicato in: Amministrazione, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Karachi senza acqua pone il problema di cosa serva lo stato.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-17.

Pakistan 001

«Karachi, la più popolosa città del Pakistan, vive ormai da tempo il suo dramma: l’acqua potabile scarseggia. Di fatto, solo la metà dell’acqua necessaria – circa 2080 milioni di litri al giorno contro un fabbisogno di 4160 milioni – viene distribuita quotidianamente»

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La vicenda di Karachi dovrebbe suggerire molti spunti di meditazione e ripensamenti.

Ma, forse, quello principale dovrebbe essere un ripensamento di cosa consista la funzione dello stato e della gestione della cosa pubblica.

La Repubblica prima e l’Impero Romano dopo ci hanno sicuramente tramandato una gloriosa storia militare e civile, ma altrettanto sicuramente sono ricordati per il loro impegno a costruire acquedotti, reti fognarie, argini fluviali, porti e strade. Gli acquedotti romani sono davvero imponenti.

Esattamente come i grandi stati dell’Europa ottocentesca si sono contraddistinti per aver concepito ed attuato grandiosi progetti di infrastrutture, dalla rete ferroviaria alle gallerie transalpine, alla costruzione di centrali elettriche e della rete di distribuzione, di grandi acquedotti e l’erezione di argini ai fiumi. Per non parlare delle bonifiche.

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Riassumendo.

Ragion d’essere dello stato, al di là della difesa e degli interni, è la messa in opera di infrastrutture quali acquedotti e relative reti di distribuzione dell’ultimo miglio, efficienti reti fognarie, reti stradali, autostradali e linee ferroviarie, ivi comprese le alte velocità, aeroporti efficienti e funzionali, ben collegati ai centri urbani, porti allo stato dell’arte, ed una oculata politica energetica: tutti devono essere cllegati alla corrente elettrica. Queste sono le principali opere, che ovviamente non escludono quelle di importanza relativamente minore, meno vitali, quali, per esempio, la tutela del patrimonio artistico della nazione.

La lettura dei bilanci statali europei degli ultimi decenni è invece sconsolante.

Lo stato si è trasformato in un ammortizzatore sociale che elargisce stipendi per lavori non produttivi, garantisce pensioni e cerca di gestire alla meno peggio il welfare.

Nulla di cui stupirsi se alla fine sistemi di tal fatta si inceppano fino quasi a smettere di funzionare.

E questo è il quadro che abbiamo sotto i nostri occhi e che sta segnando il declino del continente.


Sole 24 Ore. 2018-06-10. A Karachi cronica carenza di acqua: 20 milioni di persone hanno sete

Una popolazione di oltre 20 milioni di persone se si comprende l’intero agglomerato urbano, un fiume come l’Indo –il terzo come portata di tutta l’Asia- che ha il suo delta a poche decine di chilometri di distanza dalla città, le acque del Mare Arabico che la lambiscono. Eppure Karachi, la più popolosa città del Pakistan, vive ormai da tempo il suo dramma: l’acqua potabile scarseggia. Di fatto, solo la metà dell’acqua necessaria –circa 2080 milioni di litri al giorno contro un fabbisogno di 4160 milioni- viene distribuita quotidianamente.

Le cause di questa penuria sono diverse. Non tutto può essere attribuito ai cambiamenti climatici in atto negli ultimi anni, che sicuramente hanno comunque contribuito in negativo alla situazione, ma esistono anche altre cause. Una delle principali è la scarsa attenzione da parte delle autorità cittadine e nazionali al problema della distribuzione dell’acqua e, come concausa e conseguenza, il crescere di quella che viene chiamata “water mafia”, con un vero e proprio mercato nero dell’acqua potabile, che viene distribuita attraverso autobotti a prezzi altissimi, che arrivano a 30 volte il prezzo ufficiale stabilito dalle autorità.

Il contraddittorio boom economico

Karachi è il centro industriale e finanziario più importante del Pakistan, e genera una percentuale a doppia cifra del prodotto interno lordo del Paese asiatico. Però, la sua crescita economica negli ultimi anni è, come spesso succede nei grandi agglomerati urbani nei Paesi emergenti, a macchia di leopardo: se il Pil reale dal 2000 al 2012 è cresciuto in medi a del 5,7% annuo, quelli pro capite ha avuto un incremento medio nello stesso periodo solo del 2,7%. Tra le cause, vi è una crescita fortissima della popolazione di anno in anno, con punte che raggiungono il 4,5%, dovuta in gran parte all’immigrazione dalle campagne. Karachi ha una densità di popolazione che raggiunge i 24.000 abitanti per chilometro quadrato: una delle più alte al mondo. E una delle cause del problema idrico della megalopoli è proprio l’enorme crescita della popolazione urbana: nel non lontanissimo 1947, gli abitanti erano solo 450.000. Far fronte a questa smisurata crescita è stata una sfida che, evidentemente, ha messo a durissima prova le infrastrutture cittadine, fra cui appunto la rete di distribuzione dell’acqua potabile.

Poche ore di acqua. E di acqua «cattiva»

Attualmente, gran parte della cittadinanza può usufruire dell’acqua di rubinetto solo per alcune ore al giorno, in particolare la notte. E, molto spesso, quando l’acqua esce dai rubinetti, è di pessima qualità, tanto da essere inutilizzabile non solo per essere bevuta, ma anche per l’igiene personale e per lavare i panni. La qualità dell’acqua è così scarsa da mettere a repentaglio la salute dei cittadini, con batteri tra cui l’Escherichia Coli, la cui presenza nelle acque potabili è un chiaro sintomo di contaminazione, e che può portare malattie di vario tipo. Di fatto, nell’intero Pakistan, le acque distribuite come potabili ma in realtà di pessima qualità, a cui è esposta il 65% della popolazione, sono una delle cause maggiori di morti e malattie, raggiungendo addirittura il 40%. A Karachi, la water mafia e le sue autobotti sono l’unica fonte per molte case prive di collegamento con gli acquedotti, costrette anche a dotarsi di pompe idriche di aspirazione per portare l’”oro blu” ai piani alti.

Inoltre, la penuria di acqua potabile non colpisce solamente la popolazione, ma anche strutture industriali, servizi e infrastrutture. Per esempio, l’aeroporto internazionale di Karachi, il più grande del Pakistan, avrebbe bisogno di circa tre milioni di litri d’acqua al giorno per operare al meglio, ma al conto mancano circa 1milione 900mila litri.

Perché le fonti non bastano

Una delle principali fonti di acqua pubblica della città, l’invaso del fiume Hub chiuso da una diga, ha subito negli ultimi anni gli effetti del climate change e del calo delle piogge monsoniche. Questo invaso deve fornire di acqua non solo la provincia di Sindh, ove è situata Karachi, ma anche quella di Balochistan, la più grande in dimensione di tutto il Pakistan, dove sono situati i terreni agricoli meno irrigati dalle piogge. L’altra fonte, il fiume Indo, sta subendo anch’essa dei problemi, dovuti al clima più caldo degli ultimi anni sulle catene dell’Himalaya e del Kakakorum, con conseguente riduzione della massa di molti ghiacciai che per millenni hanno alimentato il fiume.

Il progetto di un grande acquedotto

Le autorità pubbliche che gestiscono l’acqua della città da anni cercano una soluzione a un problema che, oltre ad essere diventato cronico, rischia di peggiorare di anno in anno. Ma le inefficienze del sistema di distribuzione dell’acqua, con acquedotti che perdono percentuali importanti del proprio contenuto durante il percorso verso la città, hanno impedito di fatto il miglioramento della situazione. Attualmente, è in corso di realizzazione il progetto K-4, un sistema di condutture idriche lunghe circa 120 chilometri che dovrebbero portare poco meno di 2.500 milioni di litri di acqua al giorno nell’area urbana prelevandola dal bacino del lago Keenjar. L’ultimamento del progetto è previsto per la fine di quest’anno, ritardi e lungaggini operative e burocratiche permettendo. Ma il problema, come abbiamo visto, è complesso e di difficile soluzione, e riguarda non solo l’approvvigionamento, ma anche la distribuzione, la burocrazia e la corruzione endemica diffusa da quelle parti. Il sesto più grande agglomerato urbano al mondo ha sete, e l’emergenza sanitaria è alle porte.

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Pubblicato in: Amministrazione, Cina, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Unione Europea. Più poliziotti che delinquenti. – Eurostat

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-06.

2018-05-22__Eurostat__001

Eurostat ha rilasciato l’aggiornamento del database Personnel in the criminal justice system by sex – number and rate.

Sono dati che danno da pensare. Sono aggiornati a tutto il 2015.

I dati relativi alla concentrazione sulla popolazione sono espressi per unità ogni 100,000 residenti.

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Per paragone, nella Repubblica Popolare Cinese vi sono 147 unità delle forze dell’ordine ogni 100,000 abitanti, citando volutamente un fonte malevola.

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Giudici.

2018-05-22__Eurostat__002

In Italia vi sono 6,496 giudici, contro i 20,301 in Germania, 5,720 in Francia, 5,096 nel Regno Unito, 1,271 in Svizzera.

Considerando la concentrazione ogni 100,000 abitanti, in Italia abbiamo 10.68 giudici, in Germania 25.14, in Francia 8.6, nel Regno Unito 8.84, in Svizzera 15.98.

Per comparazione, in Polonia sono 26.20, in Ungheria 28.82, in Scozia 4.74.

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Forze dell’ordine.

2018-05-22__Eurostat__003

Per quanto riguarda il numero delle forze dell’ordine, in Italia sono 273,341, in Germania 245,072, in Francia 214,095, nel Regno Unito 124,066, in Svizzera 18,150.

Considerando la concentrazione ogni 100,000 abitanti, in Italia abbiamo 449.61, in Germania 304.35, in Francia 322.00, nel Regno Unito 215.13, in Svizzera 220.33.

Per comparazione, in Polonia sono 260.20, in Ungheria 90.27, in Scozia 322.24.

2018-05-22__Eurostat__004

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Questi numeri danno molto cui pensare.

Se è vero che nelle diverse nazioni i giudici hanno competenze alquanto differenti, sarebbe altrettanto vero che l’Italia con i suoi 10.68 giudici ogni 100,000 abitanti ne abbia ben di più della Francia (8.6) e del Regno Unito (8.84), nazioni nelle quali la Giustizia funziona egregiamente bene. Il dato tedesco (25.14) è del tutto abnorme, e riflette la situazione coercitiva che vige in tale nazione.

Con 449.61 forze dell’ordine ogni 100,000 abitanti l’Italia si qualifica come uno stato poliziesco, specie poi se lo si paragonasse alla Repubblica Popolare Cinese, che ne ha 147, e della quale non sembrerebbero esservi lagnanze sul mantenimento dell’ordine pubblico. Ragionamento analogo per Francia (322) e per Regno Unito (215).

Spicca anche agli occhi che l’Ungheria abbia soltanto 90.27 forze dell’ordine su 100,000 abitanti, lei che gli eurocrati indicano come stato autocratico e repressivo.

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Questi i dati: poi, ovviamente, essi posono essere letti sotto ottiche differenti, ciascuna delle quali coglie un particolare aspetto.

Qui sembrerebbe essere importante lanciare un richiamo a rientrare entro limiti ragionevoli: che l’Italia abbia un concentrazione di 449.61 poliziotti è uno spreco assurdo.

Con ciò non si vuole dire che non facciano nulla: si segnala soltanto che sono risorse male allocate. Molto male allocate.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Imposte, Tasse, Tributi ed Accise. Non sono sinonimi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-21.

Matsys Jan. (Belgio 1509-1575). Esattore delle Tasse. 1539

Matsys Jan. (Belgio 1509-1575). Esattore delle Tasse. 1539.


Nel comune fraseggio i media ci hanno abituato ad usare i termini imposte, tasse e tributi quasi siano sinonimi, come se indicassero lo stesso contenuto logico. Ma così non è. Purtroppo anche molti politici di alta caratura sembrerebbero avere severi problemi lessicologici. Il risultato è una grande confusione.

Cerchiamo di fare un pochino di chiarezza, senza scendere in un dettaglio pesantemente noioso.

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Tributo, secondo Treccani.

«Prestazione patrimoniale imposta ai cittadini dallo Stato o da altro ente del settore pubblico, in virtù del potere normativo (art. 23 Cost.).

In ragione del presupposto impositivo, si distinguono 3 forme di tributo:

– le imposte, che sono finalizzate al finanziamento della spesa per servizi pubblici indivisibili (per es., ordine pubblico, difesa militare), il cui ammontare varia in ragione della capacità contributiva, ex art. 53 Cost.

– le tasse, che sono tributi corrisposti a fronte di un servizio pubblico erogato a determinati contribuenti, essendo il costo del servizio ripartito in ragione del beneficio ottenuto (per es., tasse universitarie e sanitarie);

– i contributi speciali che costituiscono, infine, tributi per prestazioni erogate a un soggetto su istanza individuale (per es., estrazione o copia di documenti, registrazione di atti; caso a parte, a carattere obbligatorio, per es. per conseguire la pensione o i servizi sanitari, sono i contributi sociali»

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Imposta, secondo Treccani.

«Nell’ambito della più ampia nozione di tributo, la prestazione patrimoniale coattiva acausale, dovuta da un soggetto in base a un presupposto dimostrativo di forza economica, che escluda qualunque relazione specifica con un’attività dell’ente pubblico riferita al soggetto o da cui quest’ultimo possa trarre un vantaggio. In tal senso le imposte si distinguono dalla tassa, il cui presupposto è di contro costituito dalla richiesta di un atto ovvero del compimento di un’attività pubblica specificamente riguardante un determinato soggetto, quale l’emanazione di un provvedimento o la prestazione di un pubblico servizio»

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Tassa, secondo Treccani.

«Compenso, talora inferiore al costo, pagato dal privato a un ente pubblico per un servizio a lui reso dall’ente stesso dietro sua domanda. A differenza dell’imposta, la tassa, pur essendo fissata dall’autorità (e quindi in questo senso coattiva), non è obbligatoria per il contribuente, che è tenuto al pagamento solo nel caso in cui intenda usufruire del relativo servizio. La tassa rappresenta dunque una forma di tributo legato a una controprestazione che rientra nell’ambito delle funzioni istituzionali di un’amministrazione pubblica.»

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Accisa, secondo Treccani.

«Tributo indiretto applicato sulla produzione o sul consumo di determinati beni. Le a. assicurano alcune importanti finalità del sistema fiscale:

– la realizzazione del principio della generalità dell’imposta (in quanto colpiscono prodotti di largo consumo, in proporzione al consumo stesso);

– l’assicurazione di un gettito immediato e costante per lo Stato;

– la possibilità di rapide manovre fiscali mediante il ritocco delle aliquote»

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Carico fiscale, secondo il dizionario de il Sole 24 Ore.

«Il carico fiscale comprende l’insieme degli oneri fiscali e contributivi cui devono sottostare le imprese.»

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Contributo, secondo Treccani. [Ha molti significati ed usi: ne elenchiamo i pertinenti]

«- Somma di denaro che, in seguito a particolari disposizioni, viene esatta obbligatoriamente, con carattere di imposta o di tassazione, dallo stato o da enti pubblici, sia per far fronte a lavori di pubblica utilità, sia a favore di determinati gruppi sociali

– Contributo previdenziale, somma che, nel rapporto di assicurazione sociale, deve essere versata obbligatoriamente, parte dal datore di lavoro e parte dal lavoratore stesso, all’istituto assicuratore in misura proporzionale all’ammontare della retribuzione e con aliquote distinte per le varie forme assicurative»

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Ci si rende perfettamente conto di quanto a molti suonino noiose le definizioni e di come spesso lo stesso termine possa essere utilizzato con sensi differenti, talora specificati nei testi.

Una corretta distinzione dei termini è tuttavia importante per comprendere e far comprendere di cosa si stia parlando oppure, per esempio, nel poter valutare il rapporto prestazioni costo e liceità della tassa.

Poniamo un caso per tutti.

La tassa sui rifiuti, entrata in vigore in tutti i comuni italiani a partire dal 1.1.2014, è destinata alla copertura integrale dei costi relativi al servizio di gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati avviati alla smaltimento. Il servizio comprende lo spazzamento, la raccolta, il trasporto, il recupero, il riciclo, il riutilizzo, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti.

Usualmente il calcolo è automatico a partire dalla metratura dell’immobile, dal numero di persone ivi agenti, dal tipologia di attività svolta, etc. La ponderatura del carico è tuttavia soggetta alla visione politica dell’ente imponente. Alcune tipologie di lavoro potrebbero essere chiamate a contribuire in modo molto maggiore di altre, anche al di là dei costi che obbiettivamente siano loro imputabili.

Un abuso frequentemente riscontrato nell’esame dei bilanci di molti comuni è una tassa sui rifiuti ben più onerosa dei costi oggettivi dello smaltimento. Fatto è che la facilità identificativa ed esattiva porta a caricare su tale tassa altri oneri che in realtà le sono alieni.

Stesso discorso potrebbe essere fatto per le accise, che di norma ben poco hanno a che vedere con il bene colpito.

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Sulle imposte il discorso potrebbe essere di ben maggiore respiro.

Esso coinvolge direttamente il concetto di “stato” e di quali debbano essere le sue mansioni.

Un solo esempio per tutti. Se è logico che uno stato debba provvedere all’ordine interno ed alla difesa, è compito della politica determinarne obiettivi, estensione, e, quindi, costi.

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Una considerazione finale, ma non certo ultima per importanza.

Con l’esclusione delle accise, ogni tassa genera sicuramente un gettito, ma nel contempo necessita di personale e di spese materiali per essere applicata. La contabilità dei costi applicativi è complessa, ma non certo impossibile, e spesso, molto spesso, genera sorprese amare. La tassa soddisfa molto spesso più la vanagloria dei politici che la hanno istituita e la loro reclame elettorale piuttosto che incrementare il gettito. Non da ultimo, nella contabilità dei costi si dovrebbe anche tenere presente quelli dei Contribuenti, chiamati ad ulteriori adempimenti burocratici.

Pubblicato in: Amministrazione, Criminalità Organizzata

Messico. Dal 1° gennaio a fine aprile 5,333 omicidi con efferatezza.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-05.

2018-05-05__Messico__Narcos__001

«Nel solo 2017 i morti sono stati 25.339»

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«in Messico nei primi quattro mesi del 2018 ci sono stati 5.333 omicidi legati al crimine organizzato»

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«le vittime narcos, agenti, e tanti civili, finiti in mezzo al fuoco incrociato»

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Il problema è drammaticamente semplice, ma molto scomodo da riportarsi.

Nel 2000 il pil procapite era 7,016 Usd, salito quindi a 10,989 Usd nel 2014 per crollare ai valori di 8,444 Usd a fine 2016.

Se è vero che il costo della vita è basso, specie poi nelle campagne, è altrettanto vero come non sia entusiasmante.

Crisi economica determinata in gran parte da una crisi politica impressionante, condotta anche con l’uso della violenza.

Governo e Magistratura sembrerebbero essere impotenti di fronte ad una criminalità organizzata in modo tale da parere uno stato nello stato, dotato anche di un esercito.

Quando la criminalità passa certe soglie limite, la reazione non può altro che essere adeguata, come minimo paritetica.

Il commercio della droga verso la California è poi un business così appetibile che rende feroci, assatanati.

È del tutto naturale che in una simile situazione le forze dell’ordine abbiano paura, che i magistrati vogliano tutto tranne che giudicare quei malviventi.

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Cosa sarà il futuro?

In certi eventi storici si corre il rischio di diventare facili profeti.

Alla fine si prenderanno provvedimenti draconiani, tipo quelli che si resero necessari nelle Filippine.

È solo un problema di legittima difesa.


Corriere. 2018-05-02.

Messico, in 4 mesi 5333 omicidi. e negli arsenali dei narcos granate, lanciarazzi e mitragliatrici.

Cadaveri decapitati, privati del cuore, martoriati di pallottole: in Messico nei primi quattro mesi del 2018 ci sono stati 5333 omicidi legati al crimine organizzato. E per gli analisti che seguono la crisi il quadro peggiorerà

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Una guerra senza fine, una lotta tra bande criminali che somigli al terrorismo. Anzi lo è. Gli ultimi dati ufficiali segnalano che in Messico nei primi quattro mesi del 2018 ci sono stati 5.333 omicidi legati al crimine organizzato. Per gli analisti che seguono la crisi il quadro peggiorerà. Tra le vittime narcos, agenti, e tanti civili, finiti in mezzo al fuoco incrociato. Nel solo 2017 i morti sono stati 25.339.

Gesti di ferocia

La battaglia tra i cartelli e i sottogruppi attraversa intere regioni messicane, da Acapulco — una delle città pericolose — fino a Cancun, snodo turistico che è diventato terreno di scontro. Pochi giorni fa hanno rinvenuto cinque cadaveri, alcuni decapitati, altri privati del cuore. Gesti di ferocia, la normalità per molti stati, in particolare quelli al confine con gli Usa, meta finale di montagne di droga. Gli articoli sulla stampa locale sono pieni di dettagli efferati, di notizie su agguati e sulle ripetute offensive lanciate dai gruppi di trafficanti. Quello di Jalisco Nueva Generacion continua la sua campagna per allargare le aree di influenza, si serve di sicari e di «scioglitori», persone incaricate di far sparire nell’acido i corpi dei morti. Sorte toccata a tre giovani studenti poi «dissolti» da un rapper al servizio del network.

Carichi di armi

Per sostenere la sfida, i padrini hanno bisogno di molte armi. Ne hanno a volontà, acquistate negli Usa e nei paesi centro-americani. In una recente operazione a Nuevo Laredo, al confine con il Texas, i militari hanno scoperto quattro arsenali dei narcos. Nella lista dei pezzi sequestrati 206 fucili d’assalto, 14 pistole, un paio di fucili Barrett da cecchino, lanciarazzi Rpg, granate, tubi esplosivi e 185 mila proiettili. Il 12 aprile, ancora in Texas, sono stati incriminati due cittadini statunitensi accusati di aver venduto oltre frontiera alcune mitragliatrici Minigun M134-G. Di solito i sicari sistemano queste armi a bordo di pick up usati per scortare carichi di stupefacenti oppure per lanciare assalti alle zone controllate dagli avversari. Tecniche che ricordano quelle di formazioni guerrigliere.

I tunnel

Restando sempre sul fronte narcos l’annuncio della scoperta di un altro tunnel clandestino. Questa volta sono stati i messicani a scoprirlo a Mexicali, cittadina che «guarda» a Calexico, in California. Non era ancora terminato, protetto da alcune «sentinelle», ha una lunghezza di 700 metri, la metà in territorio americano. La galleria è solo una delle tante che i contrabbandieri hanno scavato, con l’aiuto di team specializzati, in diversi punti del confine da metà degli Anni ’90 in poi.

Pubblicato in: Amministrazione, Unione Europea

Hanno proposto una nuova legge elettorale efficiente, tutta da discutere.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-06.

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È stata avanzata una proposta, tutta da verificare e discutere, ma con fondamento di buon senso.

«Noi siamo disponibili a prendere l’attuale legge elettorale e a mettere un premio di maggioranza che garantisca a chi prende un voto in più di governare, non vogliamo perdere due anni di tempo, l’unica modifica possibile è prendere questa legge elettorale aggiungendoci due righe sul premio di maggioranza»

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A nostro sommesso parere non esistono sistemi elettorali perfetti: essi sono il risultato di un accordo generalizzato che dipenda da tradizioni e costumanze, nonché dal momento storico in cui sono proposte ed approvate.

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Nessuno potrebbe mettere in dubbio il substrato democratico della legge elettorale inglese, che da secoli prevede il voto per collegio: risultano eletti coloro che hanno conquistato il collegio ove si erano presentati. Questo sistema penalizza anche severamente le formazioni politiche a bassa presenza percentuale ben distribuita sul territorio nazionale ma consente anche a partiti percentualmente minimi, ma fortemente concentrati in alcuni collegi, di far eleggere i propri deputati, come è avvenuto nelle ultime elezioni politiche in Scozia.

Né alcuno potrebbe definire non democratico il sistema elettorale francese che, con il doppio turno, obbliga agli accorpamenti. Non solo, in caso di alto frazionamento delle forze politiche, consente la nomina del Presidente anche se minoritario percentualmente in scala nazionale.

I sistemi tedesco ed italiano prevedono una quota di deputati eletti secondo la tecnica del collegio ed un’altra invece su base proporzionale nazionale, con soglie di sbarramento.

Però facciamo attenzione. Una cosa è eleggere il parlamento ed un’altra è ottenerne in tempi umani un Governo efficiente, in carica ed in grado di governare.

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Tranne forse la legge elettorale francese, tutti i sistemi in uso in Occidente presentano una carenza: carenza non grave nei periodi di ordinaria vita e contesa politica, che però diventa severa nei momenti di turmoil oppure di alta frammentazione delle formazioni politiche, specie poi se questa frammentazione sia astiosa con plurimi veti crociati.

Il Rosatellum in parte aveva cercato di ovviare la possibilità di stallo politico, ossia di impossibilità di formare in parlamento un governo legale quanto stabile, ma aveva errato, lo vediamo a posteriori, nel postulare l’assunto che vi fosse un partito quasi maggioritario.

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Grandi paesi europei stanno sperimentando una situazione di impossibilità di formare un governo legalmente stabile.

In Spagna il Governo Rajoy è minoritario, così come quello inglese di Mrs May. In Germania sono stati impiegati sei mesi di tempo per formare un governo debole quanto instabile.

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Orbene. Pensiamoci accuratamente.

Si badi bene. Qui non si tratta di un problema politico ma esclusivamente di un aspetto gestionale, organizzativo.

Il mondo è entrato in un periodo ove molte nazioni di sono messe in grado di avere una struttura gestionale della politica snella ed efficiente: hanno una capacità deliberativa nell’ordine di poche ore. Non presentano periodi di latenza senza governo decisionale in carica.

Non solo. Nelle grandi nazioni del mondo le strutture organizzative sono tali da non permettere periodi di vuoto politico. Queste crisi, queste empasse, sono deleterie e minano anche la credibilità internazionale.

Già. Le singole nazioni sono tutte incardinate in più vasti organismi, dalle Nazioni Unite all’Unione Europea, dal Fondo Monetario Internazionale alla Nato o strutture equivalenti, siano esse lo Sco oppure l’Asean.

Nessuno si illuda che in assenza di uno stato gli altri ne curino gli interessi.

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Allora poniamoci qualche domanda.

– È poi così dannoso conferire il governo alla forza politica che abbia conquistato la maggioranza relativa in libere elezioni?

– È più dannoso un lungo periodo senza governo oppure usare questa proposta?

– E cosa potrebbe succedere se le elezioni si susseguissero alle elezioni senza possibilità di formare un governo?

Non credo che alcuno abbia la soluzione preconfezionata in tasca, ma parlarne potrebbe valerne la pena.

Torniamo a ripetere solo per estrema chiarezza.

Non problema politico, bensì organizzativo.

Siamo perfettamente consci che il problema avrebbe dovuto essere impostato in termini giuridici, ma allora ben poche persone avrebbero potuto seguire argomento e discussione. Nessuno è tenuto a conoscere il linguaggio e la terminologia giuridica, ma tutti i Cittadini Elettori sono interessati a questo problema.

Nota.

Nella Roma Repubblicana la legge prevedeva la possibilità di eleggere un dittatore pro tempore, cui erano conferiti tutti i pieni poteri. Poi, a mandato scaduto, si sarebbero fatti i conti, nel caso fossero stati necessari. Erano forse per questo meno democratici? Non si salvò forse la Repubblica grazia a Quinto Fabio Massimo?

Pubblicato in: Amministrazione

Regno Unito. Elezioni. Labour al 50% a Londra.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-29.

2018-04-27__Regno_Unito__002

La settimana prossima si terranno nel Regno Unito le elezioni amministrative e suppletive.

2018-04-27__Regno_Unito__001

YouGov ha rilasciato le seguenti previsioni elettorali:

Voting Intention: Conservatives 43%, Labour 38% (16-17 Apr) [pdf]

«The latest YouGov/Times voting intention survey, largely conducted before the Windrush row, sees the Conservatives on 43% (from 40% in last week’s poll) and Labour on 38% (from 40%).

Elsewhere, Liberal Democrat voting intention stands at 8% (from 9%) while 11% would vote for other parties (no change).

On who would make the best Prime Minister, 39% of people prefer Theresa May while 25% favour Jeremy Corbyn. A further 35% can’t choose between the two.

Last week we highlighted how concern over crime had reached a seven year high in our ‘most important issues’ tracker. This week sees the issue receding somewhat in the eyes of the public, with a five-point drop from 27% of people considering it one of the top three issues facing the country to 22%. This could be in part because of the attacks on Syria dominating the headlines, with a commensurate increase in the proportion of people seeing “defence and security” as a top-three from 22% last week to 27% this week.»

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Alcuni dati sono interessanti, ma da prendersi con grandissima prudenza.

2018-04-27__Regno_Unito__003

Nella fascia di età 18-24 anni (183 persone) il 16% si dichiara a favore dei conservatori ed il 59% a favore dei laburisti. Invece i 387 in fascia di età 50-64 voterebbe conservatore per il 46% e laburista per il 33%. Gli ultra sessantacinquenni voterebbero per il 68% conservatore e per il 17% laburista.

Nota.

Ricordiamo come

– nelle elezioni amministrative giochino moltissimo i fattori locali e la personalità delle persone che si sono presentate;

– il campione elettorale di Londra presenta molte significative differenze da quello del resto del Regno Unito.

Si leggano quindi questi dati con enorme buon senso.


→ Ansa. 2018-04-26. Consenso record per il Labour a Londra

LONDRA, 26 APR – Picchi di consenso record per il Labour di Jeremy Corbyn a Londra e dintorni in vista di una tornata di elezioni amministrative e suppletive che la settimana prossima vedrà coinvolti in Gran Bretagna anche alcuni municipi circoscrizionali della ciclopica capitale del Regno. Lo rivelano alcuni sondaggi che assegnano al principale partito di opposizione oltre il 50% dei voti potenziali, record assoluto per un qualsiasi partito britannico in città da 40 anni.
Nell’area urbana della metropoli, terza per estensione in Europa dopo Mosca e Istanbul con una popolazione di quasi 9 milioni di persone, i laburisti sono accreditati in particolare del 51% dei suffragi dall’ultima rivelazione dell’istituto demoscopico YouGov: con ben 22 punti di vantaggio sui conservatori di Theresa May, fermi al 29% nonostante una leggera risalita rispetto a una precedente stima. Mentre gli europeisti del Partito Liberaldemocratico non vanno oltre un 11%.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Debito delle Amministrazioni Locali. Ipotecano il futuro.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-25.

Debt Concept

La Banca di Italia ha rilasciato il Report Debito delle Amministrazioni locali – dicembre 2017.

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Per meglio comprendere le parti estratte dalle Tavole e qui riportate, sarebbe utile leggere prima questa sezione dei materiali e metodi.

«In questa pubblicazione si riportano le serie storiche annuali relative al debito (consolidato e non consolidato) delle Amministrazioni locali. Se ne analizza, per ciascuna regione, la composizione per strumento – titoli, prestiti di Istituzioni finanziarie monetarie (IFM, inclusa la Cassa depositi e prestiti spa, CDP), altre passività, e per le quattro aree geografiche, la composizione sia per strumento sia per comparto – Regioni e Province autonome, Province e Città metropolitane, Comuni, altri Enti.

Il debito consolidato delle Amministrazioni locali esclude le passività che costituiscono attività di enti appartenenti agli altri sottosettori delle Amministrazioni pubbliche. I titoli sono valutati al valore facciale. I dati relativi ai prestiti erogati dalle IFM residenti sono desunti dalle segnalazioni per la Matrice dei conti. I prestiti della CDP sono calcolati al netto della quota dei prestiti di scopo non ancora erogata e presente nei depositi nelle segnalazioni di vigilanza.

Il debito non consolidato, rispetto al debito consolidato, include le passività delle Amministrazioni locali verso enti appartenenti agli altri sottosettori delle Amministrazioni pubbliche (cosiddetti elementi di consolidamento). Il debito non consolidato fornisce quindi una misura della situazione debitoria complessiva degli enti, prescindendo dalla natura del soggetto creditore.

Le passività sono attribuite alle Amministrazioni locali se il debitore effettivo, ossia l’ente che è tenuto al rimborso, appartiene a tale sottosettore; non sono pertanto incluse le passività con rimborso a carico dello Stato.

Nella categoria “altre passività” sono incluse principalmente le passività commerciali di Amministrazioni locali cedute al settore finanziario dalle imprese fornitrici con clausola pro soluto (ossia a titolo definitivo, trasferendone il rischio), le

operazioni di cartolarizzazione riclassificate tra i prestiti(1), le operazioni di leasing finanziario effettuate con istituzioni finanziarie non bancarie, le operazioni di Partenariato pubblico-privato (PPP) consolidate nei conti delle Amministrazioni pubbliche.

Le passività in valuta estera sono convertite al tasso di cambio vigente alla fine del periodo di riferimento; gli importi tengono conto degli effetti delle operazioni di swap effettuate dall’emittente.»

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Tavola 1.

2018-04-26__Debito_Amministrazioni__001

Il debito non consolidato delle Amministrazioni locali al 31 dicembre 2017 ammontava a 127.655 miliardi di euro. Mentre la regione Nord-Est aveva un non consolidato di 14.125 miliardi, il Centro arrivava a 40.751 ed il Sud con le Isole a 45.889. Un terzo del non consolidato è da addebitarsi a comuni, ma 40.779 miliardi sono imputabili agli elementi di consolidamento.

Tavola 2.

2018-04-26__Debito_Amministrazioni__002

Si noti come i prestiti di IFM residenti e CDP ammontino in totale a 63.124 miliardi, ossia quasi la metà del non consolidato totale.

Tavola 3.

2018-04-26__Debito_Amministrazioni__003

Si noti come il debito non consolidato sia diminuito di soli tre miliardi nell’arco di sei anni. Ma la riduzione del debito consolidato da 113.791 miliardi ad 86.877 miliardi è semplicemente dovuto alla crescita degli Elementi di consolidamento da 16.456 a 40.779 miliardi.

*

Tra il 2012 ed il 2017 il debito non consolidato è sceso nel Comparto Nord-Ovest da 34.034 miliardi a 26.889 miliardi. Nello stesso lasso di tempo nel Comparto Sud ed Isole è cresciuto da 41.769 miliardi a 45.889 miliardi.

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Comunque siano contabilizzati i debiti sono debiti e tali rimangono.

Se è vezzo di molti economisti e persone asserire che essi non esistono, di parere ben differente sembrerebbero essere i creditori, che non aderirebbero alle teorie di avanguardia e vorrebbero rivedere indietro il proprio denaro.

Sono davvero dei tangheri.

Molti di questi debiti derivano da gestioni che potrebbero serenamente essere definite essere criminali.

«c’è anche un tasso di evasione senza pari, che porta Atac a ricavare dai biglietti poco più del 60% rispetto all’Atm di Milano a parità di chilometri percorsi …. Con questo buco nella cassa, Atac fatica a pagare fornitori e creditori, e tra questi c’è il Campidoglio che a sua volta ha ingaggiato una lunga battaglia sui contributi della Regione».

In parole miserrime, la incapacità gestionale dell’Atac si riverbera amplificata sulle altre componenti, ed un suo default aprirebbe nei bilanci comunali voragini incolmabili: questi sono le vere buche che si stanno aprendo a Roma e negli altri comuni italiani.

Dirigenza politica ed alta burocrazia delle pubbliche amministrazioni possono tenere comportamenti del genere per il semplice motivo che, almeno per il momento, nessuno li ha portati dapprima in tribunale e quindi in una casa circondariale.

Ma la manfrina mica che sia finita.

«gli enti locali che non pagano i fornitori; le pubbliche amministrazioni che reciprocamente non si pagano i rispettivi debiti.»

*

«Sono tanti gli anelli della catena dei crediti e dei debiti incagliati, che negli anni hanno aperto buchi nei conti pubblici e privati.»

*

«Prima sono arrivati i decreti sblocca-debiti che, per sciogliere la montagna dei mancati pagamenti ai fornitori delle pubbliche amministrazioni, hanno prestato a Regioni ed enti locali circa 30 miliardi di euro, da restituire in 30 anni»

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«Molte Regioni, però, hanno usato i prestiti non per saldare le fatture alle imprese, ma per alimentare nuova spesa corrente con una mossa bocciata dalla Corte costituzionale: è nato così il decreto salva-Regioni, che ha permesso di spalmare in 30 anni anche la copertura di questi buchi»

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«Infine, a chiudere il cerchio, ha mosso i suoi primi passi attuativi la riforma dei conti locali che, dopo un vivace dibattito tecnico accompagnato dal silenzio della politica, ha chiesto agli amministratori di pulire i bilanci dalle vecchie entrate ormai impossibili da riscuotere: si sono generati così disavanzi multi-miliardari, che vanno coperti. In quanto tempo? Indovinato: 30 anni.»

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«La gobba di nuovi «residui attivi», cioè delle entrate accertate ma non riscosse nell’anno, è stata certificata giovedì anche dalla relazione della Corte dei conti sulla finanza locale, e si spiega in parte anche con l’impatto della riforma dei bilanci, e le difficoltà con cui le amministrazioni locali la stanno digerendo»

*

«Per raggiungere gli obiettivi, gli amministratori locali hanno privatizzato una parte del debito pubblico, mettendolo a carico delle imprese sotto forma di mancati pagamenti, e hanno puntellato la colonna delle entrate mantenendo in bilancio crediti ormai impossibili da recuperare»

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«In Piemonte – uno dei casi più plateali alla base del salva-Regioni – se ne vanno così oltre 200 milioni all’anno, per ripianare il maxi-deficit da 5,8 miliardi certificato nel 2015 dalla Corte dei conti e maturato negli anni in un percorso avviato con le vecchie giunte di centro-sinistra»

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Aprire maggiormente il flusso defluente dal rubinetto che riempie una vasca quando non sia stato messo in opera il tappo è operazione demenziale. Per riempire detta vasca sarebbe già tanto tappare ad arte il buco di scarico.

«Al Comune di Napoli un primo, parziale stralcio delle vecchie entrate mai incassate ha aperto una voragine da 850 milioni, e ha avviato la giostra dei piani anti-dissesto che da anni imbrigliano assunzioni e spese di Palazzo San Giacomo senza riuscire ad avviare davvero il risanamento.»

Conclusione.

Dovrebbe essere evidente come questo sistema tappabuchi non serva ad altro che a generare ulteriori situazioni debitorie, per di più gettate sulle spalle della discendenza. Questo è un sistema strutturale architettato per generare debito da debito.

Ma tutti i sistemi hanno una tolleranza, passata la quale collassano.

Pur non essendo per natura cultori del concetto tanto peggio tanto meglio, l’unica via di uscita parrebbe proprio essere il collasso del sistema.


Sole 24 Ore. 2018-04-23. Il fardello dei deficit nei Comuni: un’ipoteca su 30 anni di futuro

Gli italiani che non pagano tasse, tariffe e multe; gli enti locali che non pagano i fornitori; le pubbliche amministrazioni che reciprocamente non si pagano i rispettivi debiti. Sono tanti gli anelli della catena dei crediti e dei debiti incagliati, che negli anni hanno aperto buchi nei conti pubblici e privati. Per le imprese, la catena si è stretta spesso nel fallimento: per i conti pubblici si è tradotta in regole emergenziali che hanno spostato sul presente e sul futuro i debiti del passato.

Prima sono arrivati i decreti sblocca-debiti che, per sciogliere la montagna dei mancati pagamenti ai fornitori delle pubbliche amministrazioni, hanno prestato a Regioni ed enti locali circa 30 miliardi di euro, da restituire in 30 anni. Molte Regioni, però, hanno usato i prestiti non per saldare le fatture alle imprese, ma per alimentare nuova spesa corrente con una mossa bocciata dalla Corte costituzionale: è nato così il decreto salva-Regioni, che ha permesso di spalmare in 30 anni anche la copertura di questi buchi.

Infine, a chiudere il cerchio, ha mosso i suoi primi passi attuativi la riforma dei conti locali che, dopo un vivace dibattito tecnico accompagnato dal silenzio della politica, ha chiesto agli amministratori di pulire i bilanci dalle vecchie entrate ormai impossibili da riscuotere: si sono generati così disavanzi multi-miliardari, che vanno coperti. In quanto tempo? Indovinato: 30 anni.

I numeri in pagina, che saranno confermati presto dai rendiconti del 2017 in preparazione in queste settimane, mostrano bene il legame fra gli inciampi nella riscossione e i tempi infiniti dei pagamenti ai fornitori. La gobba di nuovi «residui attivi», cioè delle entrate accertate ma non riscosse nell’anno, è stata certificata giovedì anche dalla relazione della Corte dei conti sulla finanza locale, e si spiega in parte anche con l’impatto della riforma dei bilanci, e le difficoltà con cui le amministrazioni locali la stanno digerendo. Ma al di là dei fatti contabili, proprio la riforma prova a puntare dritta al cuore del problema. Si tratta del circolo vizioso del «non ti pago», affrontato in questi anni con la più classica delle soluzioni: quella che ipoteca presente e futuro per i conti non pagati del passato.

I casi sono multiformi, le ragioni tecniche complesse, ma la storia all’osso è sempre quella. Per anni i patti di stabilità hanno imposto a Regioni, Province e Comuni di chiudere i bilanci con “utili” (nel linguaggio della finanza pubblica gli «avanzi») sempre più ambiziosi per ridurre il deficit complessivo della Pa, cioè il numero che ogni anno viene messo sotto esame a Bruxelles. Per raggiungere gli obiettivi, gli amministratori locali hanno privatizzato una parte del debito pubblico, mettendolo a carico delle imprese sotto forma di mancati pagamenti, e hanno puntellato la colonna delle entrate mantenendo in bilancio crediti ormai impossibili da recuperare. Quando la corda si è fatta troppo tesa, si è corsi ai ripari disegnando piani di rientro a lunghissima scadenza.

Ma nemmeno nella finanza pubblica esistono pasti gratis, e ogni euro destinato a coprire i buchi del passato è un euro non speso per i bisogni del presente. In Piemonte – uno dei casi più plateali alla base del salva-Regioni – se ne vanno così oltre 200 milioni all’anno, per ripianare il maxi-deficit da 5,8 miliardi certificato nel 2015 dalla Corte dei conti e maturato negli anni in un percorso avviato con le vecchie giunte di centro-sinistra, esploso con il centro-destra ed ereditato da Pd e alleati una volta tornati in sella. Al Comune di Napoli un primo, parziale stralcio delle vecchie entrate mai incassate ha aperto una voragine da 850 milioni, e ha avviato la giostra dei piani anti-dissesto che da anni imbrigliano assunzioni e spese di Palazzo San Giacomo senza riuscire ad avviare davvero il risanamento. E a Roma un’intricata vicenda di crediti mai pagati fra Regione, Comune e Atac tiene tutti appesi al rischio di fallimento dell’azienda di trasporti.

Ma proprio il caso della Capitale aiuta a mostrare che la classica lettura manichea, con i cittadini “virtuosi” opposti alla Pa inefficiente, non coglie il problema. Tra i tanti cappi al collo della più grande partecipata italiana c’è anche un tasso di evasione senza pari, che porta Atac a ricavare dai biglietti poco più del 60% rispetto all’Atm di Milano a parità di chilometri percorsi. Con questo buco nella cassa, Atac fatica a pagare fornitori e creditori, e tra questi c’è il Campidoglio che a sua volta ha ingaggiato una lunga battaglia sui contributi della Regione. Con il risultato che un default di Atac aprirebbe una voragine nei bilanci del Comune.

Al problema, insomma, concorrono tutti. I cittadini che non pagano multe e tasse (Palermo nel 2016 ha incassato il 17,5% delle multe dell’anno, Napoli il 19,7% e Roma il 25,2%), le Pa che non onorano i loro debiti reciproci e quelle che non pagano le imprese. E, dove gli incassi inciampano, i servizi peggiorano, alimentando un’evasione da tributi e tariffe motivata con il fatto che i rifiuti rimangono in strada e i bus non passano. E il circolo vizioso continua a girare.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Camera. Commissione Speciale. I Presidenti Crimi e Molteni.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-14.

Animali. Bocca aperta. Civetta. 001

«Per lo sciopero della fame della Boldrini mangerò un panino in più» [Salvini]



Senato della Repubblica. 2018-04-04. Commissione speciale per esame atti urgenti del Governo

«Elezione dell’Ufficio di presidenza

La Commissione speciale, nella prima seduta di mercoledì 4 aprile, ha proceduto all’elezione del suo Ufficio di presidenza. Sono risultati eletti: Presidente, il senatore Vito Crimi; Vice Presidenti, i senatori Erica Rivolta e Giacomo Caliendo; Segretari, i senatori Simona Malpezzi e Giovanbattista Fazzolari.

Come comunicato in Aula mercoledì 28 marzo, la Conferenza dei Capigruppo ha stabilito all’unanimità che, ai sensi dell’articolo 24 del Regolamento, fosse nominata una Commissione speciale per l’esame degli atti urgenti presentati dal Governo. In conformità ai precedenti, la Commissione è composta da 27 membri in rappresentanza proporzionale dei Gruppi parlamentari, che hanno provveduto a nominare i propri designati entro giovedì 29 marzo. Oltre ad avere la competenza di merito sui singoli provvedimenti, la Commissione speciale assorbe le competenze di ogni altra Commissione in sede consultiva, anche con riguardo agli eventuali pareri obbligatori.»

sen Vito Crimi: Movimento Cinque Stelle

sen Erica Rivolta: Lega – Salvini Premier

sen Giacomo Caliendo: Forza Italia – Berlusconi Presidente

sen Simona Malpezzi: Partito Democratico

sen Giovanbattista Fazzolari: Fratelli di Italia.

* * *

L’on Molteni (Lega – Salvini Premier) è stato nominato Presidente della commissione speciale alla camera.

Si noti che il sito della Camera dei Deputati sembrerebbe essere al momento ancora da aggiornare.

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Lentamente, molto lentamente, le testate liberal italiane, il Corriere della Sera, la Stampa ed il Sole 24 Ore stanno iniziando a razionalizzare che il partito democratico ha ottenuto il 18.72% dei suffragi, ossia 106 deputati e 51 senatori. In poche parole, ha perso rispetto il 40.08% delle elezioni europee ventun punti percentuali.

Se come forza politica il pd è oramai una formazione dissolta, i casi della vita potrebbero al massimo vederlo giocare un qualche ruolo come portatore d’acqua in una coalizione improbabile ma pur sempre possibile.

Corriere della Sera, la Stampa ed il Sole 24 Ore pubblicano lamentosissimi articoli come se il pd esistesse ancora e, magari, avesse anche una dirigenza intelligente. Ricordano i nobili francesi che si incensavano e si esaltavano a vicenda mentre camminavano su e giù per la cella la sera prima di essere ghigliottinati.

Per loro il caro estinto sembrerebbe essere ancora vivo: proprio non riescono ad elaborare il lutto. Un bel giorno si accorgeranno che stanno continuando a sostenere una formazione politica inesistente: roba da suicidio.

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Il pezzo riportato è tutto un programma, dato anche che è stato scritto dalla dr.ssa Mariolina Sesto, vedova bianca dell’ideologia liberal a tutto tondo.

Qualcuno dovrebbe prendersi il mesto compito di spiegare alla dr.ssa Sesto che né il sen Crimi né l’on Molteni appoggeranno iniziative politiche gradite al partito democratico: sono stati nominati a quelle cariche per conto del M5S e della Lega, ossia delle formazioni che hanno vinto le elezioni.


Sole 24 Ore. 2018-04-12. Molteni, il leghista giustizialista inviso a Fi presiederà la commissione speciale alla Camera

Contro tutte le previsioni, che davano Giancarlo Giorgetti in pole alla presidenza della commissione speciale che dovrà approvare il Def alla Camera, l’incarico va a un altro leghista, Nicola Molteni. Se, come sembra, la costituzione del nuovo governo non tarderà ad arrivare, la commissione speciale avrà vita breve: ecco spiegata – probabilmente – la correzione di rotta da Giorgetti (magari destinato ad un ruolo di governo) a Molteni.

Il giustizialista radicale

Originario di Cantù, marito dell’ultima direttrice del quotidiano leghista La Padania Aurora Lussana prima del fallimento, Molteni pur non essendo noto ai più è un politico navigato. Alla sua terza legislatura, si è distinto soprattutto in quella da poco conclusa per aver perorato da vicepresidente dei deputati leghisti le cause più radicali sul fronte della giustizia. Dal no all’abolizione del reato di clandestinità alla contrarietà sulla riforma delle carceri del ministro Orlando fino alla castrazione chimica per chi commette stupri e abusi sui minori, è entrato in collisione con i colleghi di Forza Italia soprattutto per due provvedimenti di legge che il Carroccio ha provato a introdurre senza tuttavia riuscirvi. Di Molteni era infatti la proposta di legge sulla legittima difesa e sua è stata la battaglia contro lo sconto di pena per i reati più gravi. La prima, di cui era originariamente relatore, mirava a estendere il diritto di legittima difesa considerandola, appunto, sempre legittima. Ma la proposta venne riscritta e svuotata in Commissione Giustizia alla Camera da un emendamento del Pd. La Lega promise le barricate in Aula e il dibattito parlamentare si protrasse tra accuse incrociate e rinvii. Nella sua battaglia la Lega venne affiancata da Fdi mentre Forza Italia, pur supportando la proposta originaria del Carroccio, non si spese particolarmente in sua difesa. Tant’è che votò a favore della ben nota “esenzione notturna” da colpe per chi reagiva ad aggressioni e che fece tanto scalpore sui giornali: per Molteni quella norma introdotta dopo la mediazione tra maggioranza e Forza Italia non migliorava il testo che lasciava “campo libero ai delinquenti”. Alla fine, su indicazione di Berlusconi, gli azzurri votarono comunque contro il provvedimento.

Il deputato inviso a Forza Italia

Ma a far litigare Salvini e Berlusconi fu la legge, sempre firmata Molteni, che mirava a introdurre l’inapplicabilità del rito abbreviato per i reati “gravissimi”. Il disegno di legge, anche noto come “anti-Kabobo”, prevedeva l’impossibilità per gli imputati di reati che prevedono l’ergastolo di ricorrere all’abbreviato, godendo così dello sconto fino a un terzo della pena. Il ddl venne affossato in Commissione Giustizia al Senato grazie al voto di Giovanardi (Idea) e soprattutto del forzista Giacomo Caliendo. «Questa legge – disse Molteni – è per noi imprescindibile ed è uno dei punti di programma della premiership di Matteo Salvini. Questi senatori hanno offeso le famiglie delle vittime che vedono i propri cari uccisi due volte».

Pubblicato in: Amministrazione

Inps. Pubblicati i dati relativi lo scorso 2017.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-06.

2018-04-03__Inps__001

L’Inps ha pubblicato l’Osservatorio sulle pensioni con i dati del 2017. Qui si trova il testo completo.

Evidenziamo immediatamente una severa anomalia.

Capibile da un punto di vista umano, ma il cuore in mano non risolve né il problema politico né tanto meno quello del reperimento dei fondi di copertura.

«Le pensioni vigenti al 1° gennaio 2018 sono 17.886.623 …. le restanti 3.907.487 di natura assistenziale (invalidità civili, indennità di accompagnamento, pensioni e assegni sociali)»

*

«Nel 2017 la spesa complessiva per le pensioni è stata di 200,5 miliardi di euro, di cui 179,6 miliardi sostenuti dalle gestioni previdenziali»

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«le gestioni assistenziali erogano il 21,8% delle prestazioni con un importo in pagamento di poco superiore al 10,4% del totale»

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«Le nuove pensioni liquidate nel 2017 sono state 1.112.163, di cui poco meno della metà (49,7%) di natura assistenziale …. per il restante 77,9% da pensioni erogate agli invalidi civili»

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Anche se l’esborso per la gestione assistenziale non è percentualmente molto rilevante, si constata che la metà delle nuove pensioni erogate siano assistenziali e per il 77.9% siano costituite da invalidità civili.

Questi sono segni chiari dello stato di malessere in cui versa la nazione.

Che in Italia vi siano 2,663,200 invalidi civili sarebbe cifra grottesca se non si tenesse conto che in realtà tale voce altro non sia che un ammortizzatore sociale.

Senza voler entrare nel merito di una diatriba, questo modo di concepire l’invalidità civile assomiglierebbe in tutto e per tutto ad un reddito da cittadinanza. Nulla da accepire: sarebbe però buona pratica contabilizzare la pura assistenza in un capitolo a parte.

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Inps. Pubblicato l’Osservatorio sulle pensioni con i dati del 2017

Le pensioni vigenti al 1° gennaio 2018 sono 17.886.623, di cui 13.979.136 di natura previdenziale (vecchiaia, invalidità e superstiti) e le restanti 3.907.487 di natura assistenziale (invalidità civili, indennità di accompagnamento, pensioni e assegni sociali). Nel 2017 la spesa complessiva per le pensioni è stata di 200,5 miliardi di euro, di cui 179,6 miliardi sostenuti dalle gestioni previdenziali. È quanto emerge dall’Osservatorio sulle pensioni erogate dall’INPS che analizza i dati del 2017.

Oltre la metà delle pensioni è in carico alle gestioni dei dipendenti privati, di cui quella di maggior rilievo (95,6%) è il Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti (FPLD), che gestisce il 48,2% del complesso delle pensioni erogate e il 61,1% degli importi in pagamento. Le gestioni dei lavoratori autonomi elargiscono il 27,5% delle pensioni, per un importo in pagamento del 23,9%, mentre le gestioni assistenziali erogano il 21,8% delle prestazioni con un importo in pagamento di poco superiore al 10,4% del totale.

Le nuove pensioni liquidate nel 2017 sono state 1.112.163, di cui poco meno della metà (49,7%) di natura assistenziale. Gli importi stanziati per queste pensioni ammontano a 10,8 miliardi di euro, circa il 5,4% della spesa complessiva al 1° gennaio 2018 (200,5 miliardi di euro, appunto).

Le prestazioni di tipo previdenziale, generate dal versamento dei contributi durante l’attività lavorativa, sono costituite per il 66,6% da pensioni di vecchiaia, per il 6,8% da pensioni di invalidità previdenziale e per il 26,6% da pensioni ai superstiti.

Le prestazioni di tipo assistenziale, erogate per sostenere una situazione di invalidità collegata o meno al reddito basso, sono invece costituite per il 22,1% da pensioni e assegni sociali e per il restante 77,9% da pensioni erogate agli invalidi civili. Tra queste ultime, la prestazione di maggior rilievo (45,7%) è l’indennità di accompagnamento.

Per quanto riguarda le nuove prestazioni previdenziali liquidate nel 2017, il 53% è composto da pensioni di vecchiaia, il 10,1% di invalidità e il 36,9% ai superstiti. Nell’ambito delle pensioni di tipo assistenziale erogate nel 2017, invece, la quasi totalità (91,7%) è composta dalle prestazioni di invalidità civile, mentre il resto da assegni sociali.

La distribuzione territoriale delle pensioni

Al 1° gennaio 2018, il 48% delle pensioni viene percepito da pensionati residenti al Nord, il 19,2% al Centro, mentre il 30,6% al Sud e nelle isole. Il restante 2,2% (392.076 prestazioni) viene erogato ai residenti all’estero.

Passando alla distribuzione territoriale degli importi erogati, dall’Osservatorio emerge che il 55,1% delle somme stanziate a inizio anno sono destinate all’Italia settentrionale, il 24,6% all’Italia meridionale e alle isole, il 19,7% all’Italia centrale e lo 0,6% ai residenti all’estero. L’importo medio mensile della pensione di vecchiaia è di 1.165,18 euro e presenta il valore più elevato al Nord con 1.247,46 euro. Gli uomini percepiscono pensioni mediamente più elevate rispetto alle donne, arrivando a essere quasi il doppio (+92%) nel Nord Italia per la categoria vecchiaia.

Età media dei pensionati e distribuzione per importi

L’età media dei pensionati è di 73,9 anni (71,3 anni per gli uomini e 75,9 anni per le donne). Il 62,2% delle pensioni, infine, ha un importo inferiore a 750 euro. Questa percentuale, che per le donne raggiunge il 75,5%, costituisce solo una misura indicativa della povertà, per il fatto che molti pensionati sono titolari di più prestazioni pensionistiche o comunque di altri redditi. A tal fine si evidenzia che, delle 11.117.947 pensioni con importo inferiore a 750 euro, solo il 44,3% (4.930.423) beneficia di prestazioni legate a requisiti reddituali bassi, come integrazione al minimo, maggiorazioni sociali, pensioni e assegni sociali e pensioni di invalidità civile.

 

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Stangata. Continua il minuetto in crescendo: ora siamo 60 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-03.

Matsys Jan. (Belgio 1509-1575). Esattore delle Tasse. 1539

«Non è ancora chiusa la partita sulle commissioni speciali per esaminare gli atti urgenti del Governo in attesa che si formi una maggioranza. Anche perché sono in ballo passaggi delicati come quelli sul Def e su eventuali decreti che potrebbero rendersi necessari nel caso in cui si prolungassero i tempi per la nascita di un nuovo Governo. Il Senato ha formalizzato la costituzione della super-commissione, la Camera, complice l’assenza di esponenti del Governo, ha invece preso tempo. ….

Dei 27 componenti della commissione speciale al Senato, che sarà operativa dal 4 aprile, 9 sono infatti del M5S, 5 della Lega, altrettanti di Fi e 2 di Fratelli d’Italia, tutte forze politiche decise a invertire la rotta sul fronte previdenziale.» [Sole 24 Ore]

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Una situazione che avrebbe potuto essere semplicissima è stata ingarbugliata fino a renderla quasi incomprensibile.

L’essenza, è che il passato Governo Gentiloni ha lasciato sicuramente in eredità all’Italia la legge sul testamento biologico, facendo così felice la maggior parte degli italiani, ma altrettanto sicuramente ha lasciato una situazione contabile che rasenta al filo il codice penale. E questo non piace a molto italiani.

Dapprima si parlava, conti alla mano, della necessità di una “manovrina“. Piccina, piccina, piccina.

Italia. Manovra da trenta miliardi. I masochisti voteranno a favore.

Manovra, “stangata da 30 miliardi”

Manovrina che assomigliava ad una stangata. Trenta miliardi non sono una briciola.

Poi, qualcuno ha ravattato nei conti:

Conti Pubblici. Manovra. I 30 miliardi che sono 70, ma raddoppieranno.

Adesso esce una nuova valutazione: “mica settanta miliardi! Che caspita. Sono solo sessanta“.

In arrivo 60 mld di tasse in più.

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«Cittadini e imprese, spremuti all’inverosimile, si preparano ad aprire il portafogli per sostenere i conti pubblici»

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«I contribuenti vengono chiamati a coprire i fallimenti dei governi che non sono riusciti a tagliare gli sprechi nel bilancio pubblico …. e zavorrano i conti dello Stato; la Spending Review è stata una clamorosa barzelletta»

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Il nodo è semplice, e si articola in due statement:

– i debiti si pagano;

– il debito pubblico altro non è che una tassa a pagamento differito.

Nota.

Non ci si illuda che questi siano i conti definitivi. Le prefiche parlano di 130 miliardi totali. Per il momento, si intende.


Adnk. 2018-04-01. “In arrivo 60 mld di tasse in più”

Il nuovo governo deve disinnescare una mina fiscale da oltre 60 miliardi di euro. Nei prossimi tre anni sono in arrivo 30 miliardi in più di tasse che corrispondono all’aggravio Iva che farà salire il balzello sui consumi fino al 25% nel 2019-2020. E altri 30 miliardi saranno prelevati dalle tasche dei contribuenti grazie a una lunga lista di misure contenute nell’ultima Legge di Bilancio. E’ questo, secondo un’analisi del Centro studi di Unimpresa, il primo scoglio per la nuova maggioranza e per il prossimo esecutivo.

Si tratta di trappole fiscali, sostiene l’associazione, che faranno lievitare il gettito dello Stato: nella manovra approvata a fine 2017 sono contenute ben 27 voci, in qualche modo nascoste o comunque poco note, che portano complessivamente a far lievitare le entrate nelle casse dello Stato per complessivi 29,6 miliardi nel triennio 2018-2020. In totale, dunque, i contribuenti italiani, imprese e famiglie, dovranno pagare all’erario 60 miliardi in più.

“Cittadini e imprese, spremuti all’inverosimile, si preparano ad aprire il portafogli per sostenere i conti pubblici”, commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci. “I contribuenti vengono chiamati a coprire i fallimenti dei governi che non sono riusciti a tagliare gli sprechi nel bilancio pubblico – aggiunge Pucci – e zavorrano i conti dello Stato; la Spending Review è stata una clamorosa barzelletta”.

Secondo Unimpresa, “il ragionamento trae fondamento dalle misure contenute nel provvedimento sui conti pubblici” che ha stabilito il rinvio dell’aumento dell’imposta sul valore aggiunto al 2019 e ha evitato, così, un incremento del carico fiscale a carico di famiglie e imprese, per il 2018, pari a 15,7 miliardi. Ma si tratta di mancati aumenti tributari e non di tagli. E comunque la stretta fiscale è solo rinviata: secondo i calcoli dell’associazione, nel 2019-2020 l’aumento delle aliquote Iva (quella ordinaria dal 22 al 25% e quella agevolata dal 10 all’11,5%) comporterà complessivamente un aumento del gettito tributario superiore a 30 miliardi di euro. Nel 2019, l’incremento sarà di 11,4 miliardi e nel 2020 di 19,1 miliardi per un totale di 30,5 miliardi. E poi ci sono le 27 trappole fiscali, grazie alle quali lo Stato incasserà 29,6 miliardi aggiuntivi, cifra che porta il totale della stangata a 60,1 miliardi.

Nel dettaglio, quest’anno il gettito tributario complessivo salirà di 11,7 miliardi, nel 2019 crescerà di 9,5 miliardi e nel 2020 aumenterà di 8,3 miliardi. Dalle misure sulla fatturazione elettronica derivano aumenti delle entrate per 202,2 milioni, 1,6 miliardi e 2,3 miliardi per un totale di 4,2 miliardi nel triennio. La stretta sulle frodi nel commercio degli oli minerali “vale” 272,3 milioni, 434,3 milioni e 387 milioni per complessivi 1,09 miliardi. La riduzione della soglia dei pagamenti della pubblica amministrazione a 5.000 euro frutta all’erario 145 milioni, 175 milioni e 175 milioni per complessivi 495 milioni.

Dai nuovi limiti alla compensazione automatica dei versamenti fiscali, continua Unimpresa, derivano 239 milioni l’anno per tutto il triennio, con un totale di 717 milioni. L’aumento dal 40 al 55% (per il 2018 e per il 2019) e al 70% (dal 2020) degli anticipi delle imposte sulle assicurazioni porteranno più entrate pari a 480 milioni nel 2018 e nel 2020 per 960 milioni complessivi. Il ridimensionamento del fondo per la riduzione della pressione fiscale vale 377,9 milioni per il 2018, 377,9 milioni per il 2019 e 507,9 milioni per il 2020 per un totale di 1,2 miliardi. Le nuove disposizioni in materia di giochi valgono in totale 421,2 milioni (rispettivamente 120 milioni 150,6 milioni e 150,6 milioni). Sono sei, in tutto, le voci che riguardano le detrazioni per spese relative alla ristrutturazione edilizia o alla riqualificazione energetica: un “pacchetto” che porta a un incremento di gettito, rispettivamente, per 145,3 milioni, 703,7 milioni e 4,3 milioni per un totale di 853,3 milioni.

I cosiddetti “effetti riflessi” derivanti dai rinnovi contrattuali e dalle nuove assunzioni portano a maggiori entrate per 1,02 miliardi, 1,08 miliardi e 1,1 miliardi per complessivi 3,2 miliardi. Il differimento al 2018 dell’entrate in vigore della nuova Iri (imposta sui redditi) “vale” 5,3 miliardi nel 2018, 1,4 miliardi nel 2019 e 23,2 miliardi nel 2020 per un totale di 6,8 miliardi in più di tasse. Altri 4,04 miliardi complessivi, nel triennio in esame, sono legati all’imposta sostitutiva sui redditi da partecipazione delle persone fisiche: 1,2 miliardi nel 2018, 1,4 miliardi nel 2019 e 1,4 miliardi nel 2020. Vi sono, poi, altre 11 voci, piccole misure e interventi vari, che comportano 5,4 miliardi aggiuntivi di entrate nel triennio: 2,1 miliardi nel 2018, 1,8 miliardi nel 2019 e 1,4 miliardi nel 2020, conclude l’associazione.