Pubblicato in: Amministrazione, Fisco e Tasse, Stati Uniti, Trump

Trump. I liberal democratici pagheranno la riforma fiscale federale.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-11-15.

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Tutte le leggi necessitano di fondi per essere applicate: non a caso la maggior parte delle costituzioni prescrive che ogni provvedimento possa essere approvato in parlamento sotto la condizione che indichi donde reperire i mezzi necessari.

A maggior ragione questa norma deve essere rispetatta da leggi che riducano le entrate dello stato.

La riforma fiscale proposta dal Presidente Trump sembrerebbe quasi autofinanziarsi, nonostante che riduca le tasse al 20%.

Questo avviene perché più che una riduzione delle tasse è un riequilibrio, una razionalizzazione, di chi le deve pagare.

«The most recent example is a GOP tax plan that would limit local and state sales, income and property tax deductions»

*

«Republicans are doing away with the deduction because they need to lower the cost of their tax bill, which reduces the corporate tax rate to 20 percent»

*

«While the House bill preserves a maximum $10,000 property tax deduction, the Senate tax bill would go even further by completely eliminating the deduction»

*

«There are no Republican senators from the states of California, New York and New Jersey, while in the House, blue-state Republicans won a concession»

*

«Six states claim more than half of the value of the deduction nationwide, according to the Tax Foundation, and four voted for Hillary Clinton in last year’s presidential election: California, New York, New Jersey and Illinois»

*

«It just looks like the Republicans are taking the money from the Democrat states and giving it to the Republican states»

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Ricapitoliamo.

I liberal democratici sono concentrati negli stati costieri sia ad est sia ad ovest, nonché nell’Illinois. Sono stati molto ricchi e molto popolosi.

La Precedente Amministrazione Obama aveva avuto una genialata: aveva ammesso alla scarico per il pagamento delle tasse federali quanto versato per le tasse locali allo stato di appartenenza. Senza porre limite.

La conseguenza era semplicissima: California, New York, New Jersey ed Illinois avevano aumentato a dismisura l’imposizione fiscale, tanto poi i Contribuenti le avrebbero dedotte dalla quota dovuta con le tasse federali. In poche parole, la federazione avrebbe dovuto mantenere gli eccessi di bilancio degli stati. Il Contribuente versava alle casse dello stato salatissime tasse per le quali chiedeva rimborsa da quelle federali. Pur essendo molto ricchi, California, New York, New Jersey ed Illinois quasi non pagavano tasse federali. Perfetta morale liberal.

Così sei stati, tutti casualmente liberal democratici, erano responsabili di oltre la metà delle tasse scaricate in tutta la federazione di cinquanta stati: erano in poche parole perfetti parassiti delle pubbliche risorse.

La nuova legge proibisce lo scarico delle tasse statali nel computo di quanto dovuto per le tasse federali.

Adesso consegue che gli stati liberal democratici dovranno nettamente ridimensionare il loro budget e, quindi, la pressione fiscale locale, altrimenti i loro Cittadini si troverebbero sotto un peso di oltre il 70% di imposte da pagare sull’unghia.

Fine della pacchia: anche i soldi degli altri alla fine terminano.

L’epoca degli allegri bilanci statali alle spalle di quello federali è finita.

Adesso siamo comodamente seduti in poltrona con un buon bicchiere di bourbon a vedere con quali risorse la California finanzierà la sua rivolta contro Washington, oppure la sua battaglia per il ‘clima‘.

Ne vedremo proprio delle belle.

Nota.

Adesso è chiaro perché i liberal democratici odiano Mr Trump?


Red state lawmakers find blue state piggy bank

«Red states are using blue states as their new piggy bank in the GOP Congress. ….

The most recent example is a GOP tax plan that would limit local and state sales, income and property tax deductions — which would hurt suburban taxpayers in blue states with high property taxes. ….

Republicans are doing away with the deduction because they need to lower the cost of their tax bill, which reduces the corporate tax rate to 20 percent. It just so happens that the major deduction getting the axe delivers big benefits to blue-state taxpayers. ….

While the House bill preserves a maximum $10,000 property tax deduction, the Senate tax bill would go even further by completely eliminating the deduction.

The more stringent Senate bill reflects a political reality: There are no Republican senators from the states of California, New York and New Jersey, while in the House, blue-state Republicans won a concession.

Six states claim more than half of the value of the deduction nationwide, according to the Tax Foundation, and four voted for Hillary Clinton in last year’s presidential election: California, New York, New Jersey and Illinois. ….

Tax reform is the second high-profile example of GOP legislation that has dramatically shifted benefits from blue states to red states. ….

It just looks like the Republicans are taking the money from the Democrat states and giving it to the Republican states»

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Pubblicato in: Amministrazione, Trump

America. Elezioni di mezzo termine 2018.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-11-11.

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«Le elezioni di metà mandato o medio termine (dall’inglese Midterm Elections) si tengono negli Stati Uniti e riguardano il Congresso, le assemblee elettive dei singoli Stati, e alcuni dei governatori dei singoli Stati. Non riguardano l’elezione del presidente degli Stati Uniti.

Tale tornata elettorale si tiene il primo martedì dopo il primo lunedì del mese di novembre degli anni pari e riguarda i 435 membri della Camera dei rappresentanti e un terzo dei 100 membri del Senato (alternativamente 33 o 34). Le elezioni di metà mandato si tengono a metà del mandato presidenziale (4 anni), e da ciò deriva la loro denominazione.

Le elezioni di metà mandato riguardano anche i governatori di trentasei dei cinquanta Stati membri degli Stati Uniti: trentaquattro Stati infatti eleggono il loro governatore per un mandato quadriennale durante le elezioni midterm, mentre il Vermont ed il New Hampshire eleggono i propri governatori per un mandato biennale in concomitanza, quindi, una volta con le elezioni presidenziali, e una volta con le midterm elections. Vengono eletti inoltre in questa occasione i membri delle assemblee legislative degli Stati membri e degli organi di contea per un mandato di due anni.

Le ultime elezioni di metà mandato per la Camera dei rappresentanti, per il Senato e per i governatori degli Stati membri si sono tenute il 4 novembre 2014, mentre le prossime si terranno il 6 novembre 2018.» [Fonte]

Ricapitolando.

Il 6 novembre 2018, tra poco più di un anno, negli Stati Uniti di America si terranno elezioni per:

– rinnovare tutti i 435 membri della Camera dei Rappresentanti;

– eleggere il Delegato per il Distretto di Columbia ed i delegati dei territori, eccetto il Commissario residente di Puerto Rico.

– rinnovare 33 dei 100 seggi senatoriali;

– rinnovare 39 governatori di stati o territori;

– rinnovare un elevato numero di deputati e senatori di stati;

– eleggere un certo quale numero di giudici locali e federali.

Nota.

– Gli stati dispongono di un numero di deputati alla Camera dei Rappresentanti grosso modo proporzionale alla popolazione: per esempio, la California eleggerà 53 deputati, essendo lo stato più popolato degli Stati Uniti.

– Ogni stato ha diritto ad essere rappresentato in Senato da due senatori: tale numero è fisso e non dipende quindi dalla popolosità dello stato. Così, sia l’Alaska sia la California hanno ciascuno due senatori.

– Ogni stato vota in accordo alla sua propria legge elettorale. Mentre in alcuni vige il sistema proporzionale, in altri vige invece il criterio di collegio. Lo stato è diviso in zone territoriali, con denominazioni varie (collegi, distretti, etc), che eleggono ciascuna il proprio deputato. Di conseguenza, il numero assoluto dei voti presi in uno stato da un partito non corrisponde necessariamente al numero di eletti attribuiti.

Nota lessicologica.

Il termine “trifecta” indica la condizioni in cui un partito abbia conquistato sia il governatorato sia il parlamento dello stato.

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Al momento attuale assistiamo ad una ridda di sondaggi che porgono risultati conflittuali: sarebbe troppo prematuro per stabilire quali possano essere reali. Tutti i sondaggi dei media sarebbero concordi nel dire che la popolarità del Presidente Trump sia ai livelli di quelli che aveva a suo tempo Mrs Hollande.

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Per contro, nelle cinque tornate elettive suppletive Mr Trump ha sempre conquistato la vittoria elettorale, ed anche con buone maggioranze, vittoria che potrebbe anche ripetersi nelle elezioni del 15 in Alabama.

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Non solo, constatiamo che

Il Governatore democratico della West Virginia passa ai repubblicani.

Constatiamo infine anche che

«Over 1,000 seats have been lost nationally by Democrats, including the U.S. Senate, U.S. House and state chambers across the country»

In parole poverissime: i dati elettorali disponibili smentirebbero vistosamente le previsioni fatte dai media liberal democratici.

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United States House of Representatives elections, 2018

435 seggi, 218 la maggioranza. Ad oggi 241 repubblicani e 194 democratici.

Le previsioni attuali prevedrebbero che i repubblicani possano mantenere la maggioranza.

*

United States Senate elections, 2018

100 seggi, 51 la maggioranza. Ad oggi 52 repubblicani e 46 democratici. Sono da rinnovare 33 dei 100 seggi senatoriali. 23 seggi sono al momento democratici ed 8 repubblicani: i restanti indipendenti.

Le previsioni attuali prevedrebbero che i repubblicani possano mantenere la maggioranza, aumentando a 54 – 56 senatori.

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*

United States gubernatorial elections, 2018

Si debbono rinnovare 39 governatori di stati o territori.

Al momento, 26 trifecta sono repubblicani e 6 trifecta sono democratici. La maggior quota di candidati governatori democratici dovrà concorrere in stati che alle elezioni presidenziali avevano votato repubblicano.

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Conclusione.

Questa sembrerebbe essere la situazione odierna. In un anno di tempo il clima politico potrebbe essere anche nettamente differente, per cui al momento azzardare previsioni sembrerebbe essere del tutto prematuro.

Forse, l’unico elemento che potrebbe essere preso in considerazione, ma con tutte le cautele, è quello economico: usualmente, in termini medi, gli americani privilegiano alle elezioni i candidati di partiti che hanno conservato il loro potere di acquisto, soprattutto quello locale. Da questo punto di vista sono una nazione a pelle di leopardo.

Se però, come potrebbe sembrare verosimile, Mr Trump potesse conservare la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, eliminando i personaggi ambigui e facendo eleggere persone più affidabili, nei due anni rimanenti di mandato potrebbe davvero cambiare la storia degli Stati Uniti, e con loro del mondo occidentale.

Nota.

Il lessico potrebbe giocare brutti scherzi.

Il termine “vittoria” dovrebbe essere riservato al partito che riesce a fare eleggere il proprio candidato che subentra ad uno di parte avversa.

Il mero subentro prende nome di “conservazione“, ed ha un significato politico del tutto differente.


Independent Journal Review. 2017-08-11. The 10 Senate Seats Most Likely to Switch Parties in 2018 Should Terrify Democrats.

There are many polls out declaring doom and gloom for Republicans this mid-term election.

But Eric Bradner of CNN has grim news for Democrats: Don’t expect an easy ride in 2018. In fact, if you’re a betting man, bet on Democrats losing ground. Bradner handicapped the top 10 Senate races in the country most likely to flip this year.

According to his analysis:

«The across-the-board primary battles are complicating what should be a hugely advantageous map for Republicans. Democratic senators are running for re-election in 10 — that’s right, 10 — states that President Donald Trump won in 2016. The GOP, meanwhile, only has two members who currently look like they could be in real jeopardy

At stake is control of the Senate, where the GOP currently holds 52 of 100 seats.

Democrat Senate seats most likely to flip:

– Missouri: Sen. Claire McCaskill

– Indiana: Sen. Joe Donnelly

– West Virginia: Sen. Joe Manchin

– Montana: Sen. Jon Tester

– North Dakota: Sen. Heidi Heitkamp

– Wisconsin: Sen. Tammy Baldwin

– Ohio: Sen. Sherrod Brown

– Florida: Sen. Bill Nelson

Republican Senate seats most likely to flip:

– Nevada: Sen. Dean Heller

– Arizona: Sen. Jeff Flake

I’d encourage you to read the analysis here.

Democrats are on their heels out of pocket in 2018. According to David Wasserman, writing at FiveThirtyEight, Democrats could run the board in swing districts and still be in a terrible position:

«Even if Democrats were to win every single 2018 House and Senate race for seats representing places that Hillary Clinton won or that Trump won by less than 3 percentage points — a pretty good midterm by historical standards — they could still fall short of the House majority and lose five Senate seats.

This is partly attributable to the nature of House districts: GOP gerrymandering and Democratic voters’ clustering in urban districts has moved the median House seat well to the right of the nation. Part of it is bad timing. Democrats have been cursed by a terrible Senate map in 2018: They must defend 25 of their 48 seats1 while Republicans must defend just eight of their 52

Democrats must defend 23 seats in the Senate in 2018.

Pubblicato in: Amministrazione, Senza categoria

Rosatellum bis. Gli strani effetti della nuova legge elettorale.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-11-08.

2017-11-08__Sicilia 001

Non esiste una legge elettorale ‘giusta‘ o perfetta.

Le sia pur dotte disquisizioni in materia avranno sicuramente una grande valenza culturale, ma corrono il serio pericolo di esitare in una legge che alla fine rende ingovernabile il paese.

Si rovesci il problema e ci si domandi:

“a cosa serve un sistema elettorale?”

Se la risposta fosse quella di poter avere un governo stabile, allora la risposta sarebbe sequenziale e senza traumi.

Ed il problema della ingovernabilità abita di casa nei paesi dell’Unione europea: dalla Spagna all’Olanda per finire alla Germania.

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Questo problema si era posto in Francia alla fine degli anni cinquanta: lo stato era ingovernabile.

Il sistema a doppio turno obbliga la congerie dei partiti, piccoli e grandi, a coalizzarsi. A ciò consegue che partiti anche percentualmente ben rappresentati alla fine possano trovarsi con uno sparuto manipolo di deputati, mentre una coalizione di piccoli partiti possa conseguire la maggioranza assoluta dei seggi.

Questo sistema elettorale privilegia l’obbligo alla coalizione: se rende possibile un governo stabile numericamente non ne assicura affatto la stabilità politica, essendo i partiti quanto di più litigioso possa esserci.

Altri sistemi elettorali sono ancor più pratici: il partito che ottiene la maggioranza relativa dei voti va al governo, essendogli riconosciuto un ampio premio di maggioranza.

Questo sistema privilegia la coesione politica. I suoi critici fanno notare che dovrebbe governare la maggioranza assoluta, non quella relativa.

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Il premio di maggioranza può però essere contrabbandato in modo elegante, istituendo collegi elettorali ove risulta eletto il candidato che abbia ottenuto la maggioranza relativa dei voti.

Il problema si sposta quindi alla percentuale di seggi attribuiti sulla base dei collegi e quelli attribuiti invece in via proporzionale.

Il Rosatellum bis stabilisce che il 37% dei seggi (232 alla camera e 116 in senato) siano attribuiti con sistema maggioritario a turno unico in altrettanti collegi uninominali. Il 61% dei seggi (386 alla camera e 193 in senato) sono invece assegnati con criterio proporzionale su base nazionale, fatta salva una soglia di sbarramento.

Se è vero che in linea generale il 37% di seggi uninominali è troppo poco per garantire una stabile maggioranza nel caso di alta framentazione partitica, è altrettanto vero che nessuna forza politica avrebbe voluto una quota maggiore.

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Calcolando cosa sarebbe successo in Sicilia se si fosse votato con il Rosatellum bis, la compagine di Centro – destra conquisterebbe 19 dei venti seggi. Ma tenendo conto del voto proporzionale, raggiungerebbe una maggioranza risicata.

Quando si andrà a votare in primavera su scala nazionale potrebbe anche essere che il paese resti ancora ingovernabile.

Strani effetti della nuova legge elettorale.


Corriere. 2017-11-08. In Sicilia centrodestra pigliatutto. «Così alle politiche 19 collegi su 20».

La simulazione dell’Istituto Cattaneo: i voti dati dai siciliani alle regionali applicati alla parte uninominale del Rosatellum. Il centrosinistra dovrebbe unirsi o sarebbe a zero.

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Le elezioni delle prossima primavera come quelle del 2001, quando la coalizione guidata da Silvio Berlusconi portò a casa tutti i collegi uninominali dell’isola, nel famoso 61-0? In base a una simulazione dell’Istituto Cattaneo, se gli elettori votassero alle politiche come hanno fatto alle regionali, il centrodestra porterebbe a casa quasi tutti i collegi (dove è eletto il candidato che ottiene anche solo un voto in più): potrebbe finire 19 a 1, con il Movimento 5 Stelle che riesce a vincere solo a Siracusa.

Il confronto

Questo accadrebbe «se gli stessi elettori siciliani che si sono recati ai seggi domenica scorsa per le elezioni regionali congelassero le loro preferenze e votassero allo stesso modo anche in occasione delle prossime politiche». Un «se» che necessita delle dovute cautele, come sottolinea lo stesso Cattaneo: da qui alle politiche potrebbero cambiare gli orientamenti di voto, le coalizioni e i programmi; varierà l’elettorato; un sistema elettorale diverso innescherà strategie diverse di scelta o «voto utile»; gli stessi collegi potrebbero essere ridisegnati.

Vince il centrodestra

Ma, fatte le dovute premesse, il risultato prevede una schiacciante vittoria del centrodestra, che otterrebbe 19 dei 20 collegi se il centrosinistra si presentasse diviso. Se invece il Pd riuscisse a stringere un’intesa con i partiti alla sua sinistra, il risultato subirebbe una variazione lieve: il centrosinistra riuscirebbe a conquistare il collegio di Sciacca e se la potrebbe giocare (anche se al momento è sotto) a Trapani, Enna e Palermo.

La capacità dei leader di aggregare

Lo studio si basa sui voti di lista: il candidato del Movimento, Giancarlo Cancelleri, ha ottenuto circa 200 mila voti della lista 5 Stelle e i grillini potrebbero essere quindi più competitivi. Ma il vantaggio netto del centrodestra rimane. «In una situazione tripolare, bastano infatti poche variazioni di voto tra i partiti o lo spostamento di una forza politica da uno schieramento all’altro per determinare l’esito di un’elezione in un collegio uninominale — si legge nello studio firmato da Marco Valbruzzi e Michelangelo Gentilini —. Molto dipenderà dalla campagna elettorale, dalle tematiche che verranno proposte, dalle qualità/abilità dei candidati e anche dalla maggiore o minore mobilitazione degli elettori a favore di uno o più schieramenti. In parte, però, l’esito nei collegi uninominali dipenderà anche dalle capacità aggregative dei leader nazionali e dalla loro volontà di creare coalizioni in grado di essere potenzialmente competitive su tutto il territorio 4 italiano. Ed è questo forse il più grosso “se” che potrebbe condizionare nella prossima primavera il risultato elettorale nei collegi uninominali». I collegi del Rosatellum — che prevede che 232 deputati siano eletti in collegi uninominali, gli altri con metodo proporzionale — devono essere ancora disegnati. Lo studio ha ricalcato quelli utilizzati al Senato per l’elezione del 2001.

Pubblicato in: Amministrazione, Sistemi Politici, Stati Uniti

Burocrati. Vil razza dannata. Le democrazie occidentali sono ereditarie.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-10-30.

Bburocrate

Una delle grandi illusioni che la gente nutre senza nessun substrato oggettivo o logico è che nel sistema democratico occidentale le elezioni possano mutare il quadro politico: via i vecchi governanti e subentrino i nuovi.

È questa una visione decisamente miope quanto irreale.

Che le elezioni possano servire a qualcosa, d’accordo, ma mica poi più di tanto.

Vediamo subito il perché, pigliando spunto dagli Stati Uniti di America, anche se le considerazioni che si svilupperanno sono di ordine generale.

*

Le elezioni presidenziali polarizzano, correttamente, l’attenzione del mondo. Ci si domanda cosa e come farà il nuovo presidente. Ma allora, domandiamoci, quanto è libero di agire?

Quando un presidente entra in carica si ritrova, per limitarsi ai poteri politici tradizionali, un Congresso ed un Senato eletto negli anni precedenti, che quasi invariabilmente non lo supporta. Il presidente uscente condiziona quello entrante lasciandogli in eredità la composizione delle due camere. Il presidente ha sicuramente molti poteri, ma senza il placet del Congresso e del Senato fa ben poca strada.

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Se è vero che al rinnovo presidenziale fa riscontro lo spoils system, ossia le dimissioni d’ufficio delle maggiori figure burocratiche della federazione, è altrettanto vero che il corpo dei burocrati resta. E questo è stato assunto dalle Amministrazioni precedenti: di volta in volta possono essere un volano oppure un terribile freno all’operato del Presidente. Molti di essi sono inamovibili.

La resilienza del corpo burocratico è proverbiale nei secoli ed in ogni nazione. Mai un burocrate ammetterà che le mansioni che svolge sono inutili o dannose per il paese: anzi, per sua intima natura cercherà di sopravvivere alle alterne sorti irrobustendo l’organico e le mansioni: al caso, inventandosele di sana pianta.

La burocrazia sopravvive benissimo anche senza erogare servizi. La burocrazia serve sé stessa.

Poi, si consideri che ad ogni legge approvata corrisponde la messa in funzione di un organo burocratico che la attui e ne sorvegli l’attuazione. Ogni legge ipertrofizza l’apparato burocratico.

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Poi, a metà mandato, ci sono le elezioni di mezzo termine.

«Le elezioni di metà mandato o medio termine (dall’inglese Midterm Elections) si tengono, ogni quattro anni, ovvero due anni dopo le elezioni presidenziali, negli Stati Uniti e riguardano il Congresso, le assemblee elettive dei singoli Stati, e alcuni dei governatori dei singoli Stati. Non riguardano l’elezione del presidente degli Stati Uniti.

Tale tornata elettorale si tiene il primo martedì dopo il primo lunedì del mese di novembre degli anni pari e riguarda i 435 membri della Camera dei rappresentanti e un terzo dei 100 membri del Senato (alternativamente 33 o 34). Le elezioni di metà mandato si tengono a metà del mandato presidenziale (4 anni), e da ciò deriva la loro denominazione.

Le elezioni di metà mandato riguardano anche i governatori di trentasei dei cinquanta Stati membri degli Stati Uniti.» [Fonte]

Se è vero che la Presidenza degli Stati Uniti può modulare le elezioni di mezzo termine, è altrettanto vero che nella storia bicentenaria degli Stati Uniti raramente un Presidente in carica sia riuscito a vincere le elezioni di mezzo termine.

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Ma il problema è ancora più complicato.

Da sempre il Senato è stato una delle bestie nere dei Presidenti.

«La sua organizzazione e i suoi poteri sono delineati dall’articolo 1 della costituzione degli Stati Uniti. Il Senato è presieduto dal vicepresidente degli Stati Uniti d’America; condivide con la Camera il potere legislativo e le funzioni di controllo dell’operato dell’esecutivo, ma possiede anche alcuni poteri esclusivi, tra cui la ratifica dei trattati internazionali e l’approvazione delle nomine di molti funzionari e dei giudici federali. ….

Ogni Stato degli Stati Uniti è rappresentato da due membri; pertanto il Senato è attualmente composto da cento senatori. ….

Ciascun senatore è eletto per sei anni; le scadenze dei mandati sono distribuite nel tempo con un sistema di classi, in modo che un terzo dei senatori siano rinnovati ogni due anni» [Fonte]

Già. I senatori durano in carica due anni più del Presidente degli Stati Uniti. Il Presidente entrante si ritrova senatori eletti quattro o due anni prima di lui, in un clima politico spesso molto differente da quello attuale. In compenso, i senatori che riuscisse a far eleggere nelle elezioni di mezzo termine ovvero quelle in occasione del rinnovo presidenziale li lascerà in eredita non sempre gradita al suo successore.

*

Ma dove il concetto di ereditarietà appare evidente nella sua forma completa è il corpo dei giudici federali, ivi compresa la Suprema Corte di Giustizia.

Agli inizi, due secoli or sono, la Suprema Corte di Giustizia era solo la suprema istanza d’appello cui poter ricorrere. Mentre le corti federali dei Circuiti sono tenute ad esaminare qualsiasi istanza sia loro sottoposta, la Suprema Corte decide se ammettere o meno l’appello alla valutazione. Sull’intorno del 1820 – 1830 i membri della Suprema Corte fecero un quasi colpo di stato, anche se allora non fu percepito come tale. La costituzione americana non prevedeva, e continua a non prevedere, una qualche forma giuridica equivalente a ciò che noi europei denominiamo Corte Costituzionale, ossia una corte che esamini se i provvedimenti legislativi siano o meno conformi alla costituzione.

Orbene, l’allora Suprema Corte di Giustizia si autoproclamò competente in materia costituzionale, e nessuno disse nulla: continuò quindi così per tradizione e consuetudine. Negli ultimi decenni poi, la Suprema Corte di Giustizia avocò a sé persino la definizione dei principi metagiuricidi alla base della Costituzione. La contraddizione dei termini è evidente. La Suprema Corte di Giustizia applica una Costituzione i contenuti della quale decide lei stessa quali debbano essere: è un potere assoluto mai visto dai tempi di faraoni e di Ivan il Terribile. Nemmeno Stalin era arrivato a tanto.

Ciò premesso, quando si renda vacante un posto di giudice federale, quasi sempre per decesso del titolare, il Presidente nomina il subentrante, ma sotto la condizione che il Senato approvi la proposta.

Inutile dire che se il Senato fosse contrario per un qualsiasi motivo al Presidente in carica le nomine dovrebbero essere tutte contrattate.

Ma quando un Presidente riuscisse a far passare un giudice federale della sua parte, quello occuperebbe il posto per lunghi decenni. E, dato l’immenso potere politico dei giudici federali, ciò costituisce un fatto ereditario di potere assoluto mai visto nella storia.

* * * * * * *

Non desta quindi meraviglia che spesso una situazione così contro frenata trovi epilogo nel modo più umanamente semplice ed efficace.

Abramo Lincoln nel 1865, James Garfield nel 1881, William McKinley nel 1901 e John Kennedy nel 1963 furono semplicemente assassinati. I successori mangiarono la foglia, e morirono così nel proprio letto. Ma Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman, Theodore Roosevelt e Gerald Ford sfuggirono per un pelo a degli attentati, mentre Donald Regan se la cavò con tre mesi di ospedale.

Ma anche candidati alla presidenza quali Robert Kennedy nel 1968 furono uccisi senza tanti complimenti.

Si pensi anche come nel 1859 il «Chief Justice» della California, David Terry, uccidesse il senatore dello Stato, David Broderick.

Come si vede, ogni lavoro ha i suoi rischi professionali.

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Adesso non rimane altro che porsi due tra le tante possibili domande.

La prima domanda è per quale strano motivo gli Stati Uniti si siano dotati di una costituzione così farraginosa.

La risposta solita è che ai padri fondatori era parso opportuno bilanciare i poteri, nell’ottica illuministica e massonica della divisione dei poteri.

Questa risposta soddisfa le intelligenze scarne e superficiali. Questo sistema in effetti è sostanzialmente ingestibile, o, quanto meno, con tempi di risposta geologici e con la concreta impossibilità di delineare una linea strategica duratura.

Il problema è semplicissimo. Solo per fare un nome, consideriamo George Washington, padre della patria.

«George Washington fu anche uno dei principali esponenti della massoneria in America durante il suo periodo. Fu iniziato il 4 novembre 1752 nella Loggia “Fredericksburg” in Virginia, e divenne Maestro il 4 agosto 1753. Nel 1779 gli fu proposto il titolo di “Primo Worshipful Master” (Gran Maestro) della neonata Gran Loggia per tutti i Paesi del Commonwealth, proposta in un’assemblea delle logge della Virginia, ma egli rifiutò la carica perché preferì occuparsi dei problemi militari.

Nell’aprile del 1788 fu eletto Maestro Venerabile della Loggia di Alexandria, in Virginia, nei pressi di Washington DC, e il 30 aprile 1789 gli fu conferito il titolo di Gran Maestro, carica che mantenne ed esercitò fino alla sua morte.» [Fonte]

Al sodo: tutte le decisioni importanti erano prese in loggia, quindi erano applicate con la collaborazione dei massoni di ogni ordine e grado, indipendentemente dal partito di militanza. La massoneria formava il vero centro di potere trasversale a quello formale politico e burocratico. Qualsiasi azione deliberata in loggia trovava immediato riscontro, mentre iniziative non sue non avevano quasi possibilità di concretizzarsi.

Qualcuno non gradiva il sistema? Nessun problema. Si sarebbe scatenata una terrificante campagna mediatica, una persecuzione giudiziaria e burocratica. Se poi questo non fosse stato sufficiente, ebbene, allora un killer avrebbe provveduto.

*

Compreso questo marchingegno, resta perfettamente comprensibile tutto quello che sta accadendo a Mr Trump, che è un outsider. Il sistema non lo riconosce e quindi lo rigetta.

*

La seconda domanda è perché mai Mr Xi, Mr Putin e tanti altri governanti a livello mondiale non sappiano cosa farsene della democrazia occidentale. La risposta dovrebbe essere implicita in tutto ciò che prima è stato detto. Osservando accuratamente cosa sia e dove abbia portato la democrazia occidentale ne fanno volentieri a meno.

*

Resta da fare un’ultima considerazione di vasta portata.

Cerchiamo per almeno un momento di scordare che è la politica a gestire la cosa pubblica.

Sotto questa condizione, resta la struttura organizzativa dello stato.

Per quanto riguarda l’Occidente, questa era stata pensata dagli illuministi in un’epoca prettamente contadina, con comunicazioni molte lente e difficoltose, e senza tutto sommato una grande pressione esterna ad avere un’organizzazione strutturalmente efficiente.

Ad oggi le cose sono mutate.

Le costituzioni dei paesi occidentali, viste assieme al copro legislativo di competenza quali le leggi elettorali, prevedono un costante steady-state. Sono difficilmente gestibili nei periodi di crisi e non prevedono di norma la gestione di eventi straordinari.

Due esempi per tutti.

Solo la costituzione francese permette sostanzialmente che prenda il potere la maggioranza relativa. Ci sono dei pro e dei contro: è vero. Però così facendo lo stato ha sempre un governo legalmente costituito.

Nelle altre nazioni ad una frammentazione politica corrisponde una sostanziale ingovernabilità. Spagna e Germania stanno ora cercando di affrontare alla al meglio un simile frangente.

La tecnologia innanzitutto rende accessibili le informazioni in tempo reale, e sempre in tempo reale è possibile smistare gli ordini ai destinatari. Il mondo finanziario, economico e sociale si muove a questa velocità.

I governi occidentali sono farraginosamente lenti.

Questo non sarebbe drammatico che esistesse solo l’Occidente: ma così non è.

La Russia ha tempi di reazione tra evento e decreto in gazzetta ufficiale di poche ore, così come la Cina.

Si voglia o meno, la competizione è con queste due realtà: al momento il confronto ricorderebbe quello di un esercito appiedato che combattesse contro un esercito meccanizzato.

Senza profonde riforme dell’assetto burocratico degli stati con relativi snellimenti procedurali, l’Occidente si condannerebbe a morire di inedia mentre tutti gli altri corrono. Esattamente come la quantità di potere che debba essere concessa al capo dello stato (primo ministro nel caso) dovrebbe essere rivista.

Nota.

L’autore è conscio che un tema di questa portata è stato riportato in modo frammentario ed incompleto. Lo si prenda come spunto di riflessione.


New American. 2017-10-20. “Deep State” Bureaucracy vs. Trump, America, Constitution

Burrowed deep within the bowels of the U.S. government are legions of Big Government bureaucrats with views that are radically at odds with those of everyday, mainstream Americans — and the implications for freedom are enormous. Elections may be useful in removing politicians, but the career bureaucrats who toil away in obscurity, often in blatant defiance of the Constitution, never go anywhere. Instead, they protect their turf as they dump an unfathomable amount of regulations and decrees on the very taxpaying Americans who pay their salaries — tens of thousands of pages worth every year. And when there is a perceived threat to their power and agenda — say, for example, a president who promises to “drain the swamp” and rein in the bureaucracy — they react with fury. Meet the infamous “Deep State,” or at least one crucial component of it.  

On paper, at least, President Donald Trump is the chief executive officer of the federal government. He sits atop a vast and incredibly powerful machine that includes nearly three million civilian federal employees, according to data from the Office of Personnel Management. That does not include the more than two million in the Armed Services or the over 20 million government employees at the state and local level. Those millions of federal employees are spread out across hundreds — nobody has the exact number, apparently — of bureaucracies, agencies, departments, sub-agencies, and more. Official estimates on the number of agencies range as high as 430, or even higher. And regardless of which agency they work at, among those federal employees who gave to a political campaign in the last presidential election, almost all of them gave to Hillary Clinton.

In a memo produced by Rich Higgins while he was serving as U.S. national security council director for strategic planning in the Trump administration, the “Deep State” is referred to multiple times. Under “The Deep State,” the document outlines the general idea: “The successful outcome of cultural Marxism is a bureaucratic state beholden to no one, certainly not the American people. With no rule of law considerations outside those that further deep state power, the deep state truly becomes, as Hegel advocated, god bestriding the earth.” Throughout the memo, there are more than half a dozen references to this “Deep State,” including the idea that Democratic leadership “protects cultural Marxist programs of action and facilitates the relentless expansion of the deep state.” Even the Republican leadership, in cooperation with “globalists, corporatists, and the international financial interests,” is willing to “service the deep state.”

The document, which outlines the coalition of interests that are said to be working to destroy President Trump and America, highlights a seemingly bizarre alliance among the hard Left, Islamist organizations, globalists, and more. “Recognizing in candidate Trump an existential threat to cultural Marxist memes that dominate the prevailing cultural narrative, those that benefit recognize the threat he poses and seek his destruction,” Higgins observed, describing a Maoist-style insurgency being waged against the administration. “For this cabal, Trump must be destroyed. Far from politics as usual, this is a political warfare effort that seeks the destruction of a sitting president. Since Trump took office, the situation has intensified to crisis level proportions. For those engaged in the effort, especially those from within the “deep state” or permanent government apparatus, this raises clear Title 18 (legal) concerns.”

Higgins was reportedly removed from his post by the Deep State. Former Trump advisor Sebastian Gorka referred to it as the “permanent state.”

And indeed, there does appear to be a sort of permanent governing class that, at least in part, is composed of unaccountable federal officials burrowed into the bowels of the bureaucracy. And there is plenty of evidence to suggest that this permanent government is hostile to the founding values of the United States — limited government, rule of law, inalienable rights endowed on individuals by God, traditional morality, and more. Of course, the first and most obvious piece of evidence is simply to examine the actions of this permanent governing class. The obvious fruits of the bureaucracy’s labors include constantly diminishing individual freedom, perpetually expanding government power, increased militarization of the bureaucracies, destroyed lives, reduced prosperity, and other ills.   

Consider also the fact that some 95 percent of the money donated by federal employees who gave in the 2016 presidential election went to Clinton. The massive imbalance held true across every agency analyzed by The Hill as part of an eye-opening investigation published in the days before the election. Among employees at the U.S. State Department, for example, more than 99 percent of all donations went to Clinton. That incredible ratio helps explain seemingly bizarre occurrences such as, for instance, the recently exposed plot by top State Department officials to install Clinton’s top aide as U.S. ambassador to Colombia amid a Deep State-backed scheme to empower communist forces there. It also helps explain why foreign policies started under previous administrations — using U.S. tax money to promote homosexuality abroad, as one example — continue despite the change in the political leadership.   

Some bureaucracies were even worse than the State Department. At the U.S. Department of Education, which has usurped virtually all authority over what gets taught in government schools today, 99.7 percent of donations went to Clinton. Virtually every bureaucrat in this department who donated (except three) supported Hillary Clinton, who supported Common Core and infamously claimed that it takes a (government) “village” to raise a child. That is why, despite the ostensible change in leadership, very little has actually changed in terms of policy at the department. In fact, Education Secretary Betsy DeVos’ false claims notwithstanding, the department continues its scheming to force government schools across America to teach the Obama-backed, dumbed-down Common Core standards — a politically toxic program to further nationalize and destroy education that Trump promised to crush.     

Other federal departments — including many that can literally destroy the lives of Americans on a whim — are almost as radically skewed in favor of Clinton and her anti-constitutional, Big Government agenda. Consider the Department of Justice as a representative example. According to The Hill’s analysis of election spending data, 97 percent of DOJ employees’ donations to a presidential campaign went to Clinton. Remember, those are the same bureaucrats who were in charge of investigating Clinton for a variety of serious crimes, including her use of a private e-mail server while she was secretary of state. Still today, despite having Attorney General Jeff Sessions ostensibly in charge, the DOJ remains dominated by a permanent class of bureaucrats and attorneys who loathe the average Trump voter.    

At the U.S. Department of Agriculture, 99.4 percent of donations went to Clinton. The numbers were the same at the U.S. Department of Labor, with just 0.6 percent of donations going to Trump. At the U.S. Commerce Department, more than 98 percent of the cash went to Clinton. At the Department of Energy, it was 95 percent. Among Health and Human Services (HHS) bureaucrats, 96 percent of their donations were for Clinton. At the Department of Housing and Urban Development (HUD), 96 percent of donations went to Clinton, too. At the Internal Revenue Service (IRS), which has been under fire for years for targeting conservatives, almost 95 percent of donations were for Hillary. At the Treasury Department, 95 percent went to Clinton. At the EPA, where former bureaucrats got caught circulating a guide teaching current bureaucrats how to resist the Trump policies voters supported, it was 96 percent.      

In other words, the federal bureaucrats in charge of foreign policy, “justice,” education, agriculture, health, tax audits, housing, commerce, and more are virtually all opponents of their boss — the man elected by the American people to rein in those very bureaucracies and bureaucrats. Those bureaucrats, who make up a key component of the “deep state,” are still giving overwhelmingly to Democrats ahead of the 2018 congressional elections, according to an analysis by the Washington Free Beacon released this week. Those trends are unlikely to change any time soon, with many of those bureaucrats having “job security” unimaginable in the private sector that includes a practical ban on being fired.    

Some analysts have tried to explain away the incredibly lopsided donation numbers by citing self-preservation. In essence, the argument goes like this: Trump said he would consider cutting back some of the sprawling federal bureaucracy, so bureaucrats were anxious about potentially losing their jobs or their power or both. However, even among the agencies ostensibly dealing with “defense” and “security,” where Trump vowed more resources, Trump still did poorly in terms of donations relative to Clinton. At the Defense Department, for example, some 84 percent of donations went to Clinton. At “Homeland Security,” 90 percent of the donations went to Hillary. And at Veterans Affairs, Clinton received almost 90 percent.  

Unfortunately, despite the rhetoric, President Donald Trump has been unable or unwilling to drain the Deep State bureaucracy swamp. Indeed, beyond the bureaucracy, many of Obama’s political appointees remain in their posts. At the State Department, for example, out of six undersecretary of state positions, only one has been filled so far. That single post was actually filled by an Obama-era official, Thomas Shannon, who has been working to have Deep State operatives put into key posts that will advance Obama’s agenda while ensuring that the “dirty laundry” never gets aired. Of the 23 assistant secretary of state positions, just three are filled so far, and two of those have been filled by officials from the Obama administration. A State Department official quoted in media reports said the agency had a “deep bench” of career bureaucrats working to “advance U.S. interests.” Even neocons, though, have warned that the State Department is still pursuing Obama’s policies despite the election.   

When asked about the huge number of appointments that have not been made, Trump suggested he might not make them. “We are not looking to fill all of those positions,” Trump explained on Twitter. “Don’t need many of them — reduce size of government.” In an interview earlier this year with Forbes, Trump echoed those comments, saying he would not be making many of the appointments that would normally be made, because “you don’t need them.” “I mean, you look at some of these agencies, how massive they are, and it’s totally unnecessary,” he said. “They have hundreds of thousands of people.” Trump is right, of course. In reality, it is even worse — many of those jobs and the agencies the appointees would lead are unconstitutional. But by not filling those key posts, Trump is allowing Obama holdovers and swarms of bureaucrats across the federal government to run wild. He may be getting bad advice from “Deep State” operatives.         

In fact, some of the Deep State’s leading luminaries — such as fanatical “New World Order” advocate and population-control zealot Henry Kissinger, who has served as secretary of state and in other top posts — have even been embraced by Trump in recent weeks. On October 10, Kissinger visited the Oval Office and was showered with praise by the president. “Henry Kissinger has been a friend of mine. I’ve liked him, I’ve respected him,” Trump said. “He’s a man I have great, great respect for.” Beyond that, The New American has highlighted the troubling connections to globalist establishment and the Council on Foreign Relations — another key component of the “Deep State”even among some of his Cabinet appointments. Some of his top officials have even attended the annual Bilderberg meeting, another gathering of Deep State operatives.  

Clinton and Biden have realized how important it is for Deep State operatives to remain in place as they try to sabotage any semblance of America First policies promised to voters by Trump. Biden, for example, said they “call me all the time.” He responds by telling them: “Please stay, please stay. There has to be some competence and normalcy.” Clinton made similar remarks last month, urging federal employees to “stick it out, stick it out, because the tide has to turn.” “If [Democrats] can take back one or both houses of Congress in 2018, you will have people you can talk to again,” Clinton declared while promoting her book. At least 78 of Obama’s political appointees even “burrowed” into top-level civil service jobs where they essentially cannot be removed, according to a report from the Government Accountability Office.     

Those “Deep State” bureaucrats and bureaucracies have many ways to take down their enemies. Consider, for example, that these out-of-control, rabidly pro-Clinton agencies produce more decrees and regulations with criminal penalties attached than the government itself can count — literally. Estimates suggest there are close to half a million federal regulations with criminal penalties. But nobody knows the true number. When lawmakers asked the Congressional Research Service to calculate the number of statutes and regulations with criminal penalties, its response was that it lacked the “manpower and resources to accomplish this task.” Seriously. Despite the Constitution delegating all legislative powers to Congress, the reality is that most legislative powers (and even many judicial powers) have been usurped by the administrative arm of “Deep State” and its never-ending deluge of regulations and decrees.

That means, among other things, that virtually every American commits multiple federal crimes each day without even knowing it, according to the book Three Felonies a Day: How the Feds Target the Innocent by attorney Harvey Silverglate. In other words, any American who crossed the Deep State could, theoretically, be targeted for violating some criminal regulation that he or she never even heard of. That is one of the things that makes the ongoing “fishing expedition” against Trump by Special Counsel Robert Mueller, a longtime Deep State operative, so dangerous — experts such as prominent emeritus law professor John Baker say there is literally no American over 18 who could not be charged with some federal crime. Combined with the out-of-control “intelligence” apparatus — another crucial component of the Deep State — literally nobody is safe. The vicious take down of Trump’s first national security advisor, Mike Flynn, appears to have been a clear-cut example of the “Deep State” taking down one of its enemies.        

Of course, different people mean different things when they talk about the “Deep State.” In the coming days and weeks, The New American magazine will also take a look at the Deep State behind the Deep State — manifested in, among other organizations, the Council on Foreign Relations, the Trilateral Commission, the Bilderberg network, and more. But for now, it is clear that the federal bureaucracy has become a crucial element of what is today known in the popular imagination as the “Deep State.” It is not alone, of course. But it is extremely powerful, and it has countless ways to destroy its enemies. If the American people hope to protect their Constitution and their liberties from the forces arrayed against it, defanging the administrative arm of the “Deep State” will be essential. And right now, Trump has the power to put that process in motion — if only he will take steps to do it.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Investimenti pubblici crollati del -35%.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-10-19.

2017-10-16__Cgia__001

La Cgia Mestre ha rilasciato il Report

Gli investimenti pubblici sono crollati del 35%. Formato pdf.

2017-10-16__Cgia__002

«Nel nostro Paese sono crollati gli investimenti pubblici. Dal 2005 al 2017, fa sapere l’Ufficio studi della CGIA, la contrazione è stata del 20 per cento; ma rispetto al 2009, punta massima di crescita registrata prima della crisi, la riduzione è stata pesantissima: -35 per cento. Nessun altro indicatore economico ha registrato una caduta percentuale così rovinosa.

In termini nominali in questi ultimi 8 anni abbiamo “bruciato” 18,6 miliardi di euro di investimenti. Se rispetto al 2016 abbiamo leggermente invertito la tendenza, nella Nota di aggiornamento del Def presentata nelle settimane scorse si evince che nel 2017 l’ammontare complessivo della spesa per investimenti del settore pubblico si dovrebbe attestare a quota 35,5 miliardi di euro (vedi Graf. 1).

“Gli investimenti pubblici – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – sono una componente del Pil poco rilevante in termini assoluti, ma fondamentale per la creazione di ricchezza. Se non miglioriamo la qualità e la quantità delle nostre infrastrutture materiali, immateriali e dei servizi pubblici, questo Paese è destinato al declino. Senza investimenti non si creano posti di lavoro stabili e duraturi in grado di migliorare la produttività del sistema e, conseguentemente, di far crescere il livello delle retribuzioni medie. Ricordo, altresì, che il crollo avvenuto in questi ultimi anni è stato dovuto alla crisi, ma anche ai vincoli sull’indebitamento netto che ci sono stati imposti da Bruxelles che, comunque, possiamo superare, se, come prevedono i trattati europei, ricorriamo alla golden rule. Ovvero alla possibilità che gli investimenti pubblici in conto capitale siano scorporati dal computo del deficit ai fini del rispetto del patto di stabilità fra gli stati membri”.

A livello territoriale, invece, gli ultimi dati disponibili sono aggiornati al 2015  e, a differenza di quelli riportati nel Graf. 1, includono anche quelli realizzati dal Settore pubblico allargato (Spa), ovvero dalle imprese pubbliche nazionali (Posteitaliane, Gruppo Ferrovie dello Stato, Terna, Aci, Gestore servizi elettrici, etc.)  e da quelle locali (Municipalizzate, Consorzi di Enti locali, etc.)……»

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«Sempre tra il 2005 e il 2015, i settori maggiormente interessati da questa stretta sugli investimenti sono stati in termini nominali la mobilità (-5,2 miliardi pari a -24,9 per cento), la cultura e la ricerca (-4,1 miliardi pari a -47,6 per cento), l’amministrazione generale (-2,3 miliardi di euro pari a -41,8 per cento), le attività produttive e le opere pubbliche (-2,2 miliardi pari a -13,3 per cento). In controtendenza, invece, solo le reti infrastrutturali che hanno visto aumentare gli investimenti in conto capitale (grazie soprattutto alla realizzazione della rete ferroviaria alta velocità/alta capacità) sia della Pa sia della Spa di 9 miliardi di euro (+76,5 per cento)»

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Ben poche ed amare le considerazioni.

In primo luogo, si constata come le pubbliche amministrazioni siano sostanzialmente diventate nel tempo degli stipendifici, termine molto slang ma che rende l’idea. Sono enti che vivono e consumano risorse soltanto per erogare stipendi a quei pochi cittadini che hanno avuto la buona sorte di poter lavorare in un ente pubblico e, quindi, di essere ipertutelati ed inamovibili.

In secondo luogo, si constata come senza investimenti la qualità dei servizi resi in cambio delle tasse pagate degradi costantemente nel tempo, fino quasi ad annullarsi.

In terzo luogo, si constata come si dia per accettato o fisiologico che detti enti pubblici continuino a sopravvivere essendo la quantità e qualità dei servizi resi minimizzati nel tempo.

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I governi che si sono succeduti in questo ultimo decenni saranno un giorno chiamati a render conto di quanto hanno fatto.

Pubblicato in: Amministrazione, Giustizia, Unione Europea

America. Differenza tra il titolo di Judge e di Justice.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-10-13.

Tribunale 010

Il sistema giudiziario americano è sostanzialmente semplice ma formalmente molto complesso, specie per noi europei che siamo abituati ad ordinamenti del tutto differenti. Queste differenze dipendono in gran parte dal fatto che gli Stati Uniti sono una federazione nella quale gli stati afferenti ritengono molta della propria sovranità giudiziaria. Inoltre, ogni stato si regge con una sua propria costituzione, che riflette differenti tradizioni.

A rendere agli europei meno facilmente comprensibile il meccanismo giudiziario americano, si aggiunge il fatto che ogni stato è dotato  anche di una sua propria Corte Suprema, i cui giudizi sono appellabili di fronte la Supreme Court of the United States.

Si tenga conto che di norma i giudici di tribunali di interesse statale sono elettivi: per esempio, nel Texas anche i giudici della Suprema Corte sono elettivi su di un arco temporale di cinque anni e sono rinnovabili. In California, invece, i giudici della Suprema Corte sono nominati dal Governatore, dietro conferma della Commission on Judicial Nominees Evaluation of the State Bar of California. Ripetiamo: da un punto di vista organizzativo ogni stato è una realtà a sé stante.

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«The federal courts are composed of three levels of courts.

– The Supreme Court of the United States is the court of last resort. It is generally an appellate court that operates under discretionary review, which means that the Court can choose which cases to hear, by granting writs of certiorari.

– The United States courts of appeals are the intermediate federal appellate courts. They operate under a system of mandatory review which means they must hear all appeals of right from the lower courts.

– The United States district courts (one in each of the 94 federal judicial districts, as well three territorial courts) are general federal trial courts.»

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«Federal judges, like Supreme Court Justices, are appointed by the President with the consent of the Senate to serve until they resign, are impeached and convicted, retire, or die.»

L’americano traduce il termine italiano “giudice” in modi differenti a seconda della carica ricoperta.

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Il titolo di “Judge

«someone who controls a court and decides how criminals should be punished»

Esempi:

«The judge ruled that he was not guilty of murder.»

– acting judge: giudice ad interim, temporary adjudicator

– alternate judge: giudice sostituto

– chief judge: presidente del collegio

– circuit judge: giudice che amministra la giustizia nei circuiti giudiziari, giudice di tribunale circondariale (oversees specific locations)

– circuit judge: giudice circoscrizionale

– deputy judge: giudice delegato

– district judge: giudice distrettuale

– judge advocate: magistrato militare, procuratore militare

– judge advocate general: procuratore generale

– Judge Advocate General: consulente legale (nei corpi armati americani)

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Il titolo di “Justice

– Associate Justices: Giudice della Corte Suprema

Questo titolo è riservato di giudici della Corte Suprema.

– Chief Justice: Presidente di Corte Suprema

«Texas is one of seven states that elects Supreme Court justices on partisan ballots.»

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«All nine Supreme Court justices are Republican»

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«John Glover Roberts Jr. is the 17th and current Chief Justice of the United States.»

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«Neil McGill Gorsuch is an Associate Justice of the Supreme Court of the United States»

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Adesso dovrebbe essere chiaro come i differenti titoli attribuiti a giudici di diverso livello e posizione non siano refusi di stampa. Si noti come spesso nei media americani i due titoli sia spesso confusi.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo, Giustizia, Stati Uniti, Trump

Trump. Proseguono le nomine di Giudici nelle Corti di Appello.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-10-06.

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Il Presidente Trump ha proceduto a nominare otto Giudici delle Corti di Appello, nomine che dovranno essere ratificate dal Senato.

Stuart Kyle Duncan of Louisiana will serve as a Circuit Judge on the U.S. Court of Appeals for the Fifth Circuit.

Kurt D. Engelhardt of Louisiana will serve as a Circuit Judge on the U.S. Court of Appeals for the Fifth Circuit.

James C. Ho of Texas will serve as a Circuit Judge on the U.S. Court of Appeals for the Fifth Circuit.

Don R. Willett of Texas will serve as a Circuit Judge on the U.S. Court of Appeals for the Fifth Circuit.

Gregory E. Maggs of Virginia will serve as a Judge on the U.S. Court of Appeals for the Armed Forces.

Barry W. Ashe of Louisiana will serve as a District Judge on the U.S. District Court for the Eastern District of Louisiana.

Daniel D. Domenico of Colorado will serve as a District Judge on the U.S. District Court for the District of Colorado.

Howard C. Nielson, Jr., of Utah will serve as a District Judge on the U.S. District Court for the District of Utah.

Ryan T. Holte of Ohio will serve as a Judge on the U.S. Court of Federal Claims.

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Con queste nomine la U.S. Court of Appeals for the Fifth Circuit risulterà essere blindata per un quarantennio ad infiltrazioni liberal democratiche.

«The United States Court of Appeals for the Fifth Circuit (in case citations, 5th Cir.) is a federal court with appellate jurisdiction over the district courts in the following federal judicial districts:

    Eastern District of Louisiana

    Middle District of Louisiana

    Western District of Louisiana

    Northern District of Mississippi

    Southern District of Mississippi

    Eastern District of Texas

    Northern District of Texas

    Southern District of Texas

    Western District of Texas» [Fonte]

2017-10-06__Quinto Circuito __001

Nota.

Selezione sulla sola base del merito. Nessuna ‘quota‘. L’America ritorna ad avere una amministrazione della giustizia equa e giusta.


White House. 2017-09-27. President Donald J. Trump Announces Eighth Wave of Judicial Candidates

If confirmed, Stuart Kyle Duncan of Louisiana will serve as a Circuit Judge on the U.S. Court of Appeals for the Fifth Circuit. Kyle Duncan is currently a partner at Schaerr Duncan LLP, where he represents clients in trial and appellate litigation. Before joining the firm, Mr. Duncan served for two years as general counsel of the Becket Fund for Religious Liberty, where he managed Becket’s nationwide public-interest litigation. Mr. Duncan previously served for three years as the Solicitor General and Appellate Chief of the Louisiana Department of Justice, where he represented Louisiana in a wide range of appellate matters in State and Federal courts, including the United States Supreme Court. Before that, Mr. Duncan spent four years as an assistant professor of law at the University of Mississippi Law School. Mr. Duncan also spent two years as an associate-in-law at Columbia University Law School, three years as an Assistant Solicitor General in the Office of the Solicitor General in the Texas Attorney General’s Office, and one year in the appellate practice group at Vinson & Elkins LLP. After graduating from law school, Mr. Duncan clerked for Louisiana-based Circuit Judge John M. Duhé, Jr., of the U.S. Court of Appeals for the Fifth Circuit. Mr. Duncan has argued two cases in the United States Supreme Court, and has acted as lead counsel in numerous other cases in that Court, including Burwell v. Hobby Lobby Stores, Inc., 134 S.Ct. 2751 (2014), in which he successfully led litigation challenging the Affordable Care Act’s contraceptive mandate on behalf of Hobby Lobby Stores. Mr. Duncan earned his B.A., summa cum laude, from Louisiana State University and his J.D. from the Paul M. Hebert Law Center at Louisiana State University, where he was inducted into the Order of the Coif and served as executive senior editor of the Louisiana Law Review. Mr. Duncan subsequently earned an LL.M. from Columbia University Law School.

If confirmed, Kurt D. Engelhardt of Louisiana will serve as a Circuit Judge on the U.S. Court of Appeals for the Fifth Circuit. Judge Kurt Engelhardt currently serves as the Chief Judge of the United States District Court for the Eastern District of Louisiana. He was nominated to the bench by President George W. Bush and confirmed by the U.S. Senate in December 2001. During his tenure on the bench, Judge Engelhardt has served on the Judicial Conference Committee of Federal-State Jurisdiction, first appointed to that Committee by Chief Justice William Rehnquist in 2004, and re-appointed for a second term by Chief Justice John Roberts in 2007. He also served as President of the New Orleans Chapter of the Federal Bar Association from 2011 to 2012. Before his appointment to the district court, Judge Engelhardt practiced commercial litigation in private practice—first at the law firm of Little & Metzger and later at Hailey, McNamara, Hall, Larmann & Papale LLP. While in private practice, he was appointed by the governor to serve on the Louisiana Judiciary Commission, which adjudicates statewide ethics complaints against judges. In 1998, the members of the Commission elected him to serve as its Chairman. Upon graduation from law school, Judge Engelhardt served as a law clerk to Judge Charles Grisbaum, Jr., on the Louisiana Fifth Circuit Court of Appeal. He earned his B.A. and J.D. from Louisiana State University.

If confirmed, James C. Ho of Texas will serve as a Circuit Judge on the U.S. Court of Appeals for the Fifth Circuit. Jim Ho is currently a partner in the Dallas office of Gibson, Dunn & Crutcher LLP, where he serves as co-chair of the firm’s appellate and constitutional law practice group. Before joining the firm, Mr. Ho served as Solicitor General of Texas in the Office of the Attorney General of Texas. Before relocating to Texas, Mr. Ho served as a law clerk to U.S. Supreme Court Justice Clarence Thomas and as Chief Counsel to U.S. Senator John Cornyn on the Senate Judiciary Committee. Mr. Ho also served in the U.S. Department of Justice, first as a special assistant to the Assistant Attorney General for Civil Rights, and then as an attorney-advisor in the Office of Legal Counsel. Upon graduation from law school, Mr. Ho served as a law clerk to Judge Jerry E. Smith of the U.S. Court of Appeals for the Fifth Circuit. He earned a B.A. in Public Policy, with honors, from Stanford University and a J.D., with high honors, from the University of Chicago Law School.

If confirmed, Don R. Willett of Texas will serve as a Circuit Judge on the U.S. Court of Appeals for the Fifth Circuit. Justice Don Willett currently serves as a Justice on the Texas Supreme Court. He was appointed to the Texas Supreme Court by Governor Perry in 2005, and was then elected to that position by the people of Texas in 2006 and 2012. Before assuming judicial office, Justice Willett held several other positions of public service. From 2003 to 2005, he was a Deputy Attorney General and chief legal counsel to the Attorney General of Texas, and before that, was Deputy Assistant Attorney General in the Office of Legal Policy at the U.S. Department of Justice. Previously, Justice Willett served in the White House as Special Assistant to the President and Director of Law & Policy in the White House Office of Faith-Based and Community Initiatives. From 1996 to 2000, Justice Willett was Director of Research & Special Projects for Governor Bush. Before entering public service, he practiced labor and employment law in the Austin office of Haynes and Boone, LLP. Justice Willett clerked for Judge Jerre S. Williams of the U.S. Court of Appeals for the Fifth Circuit. Justice Willett is a member of the American Law Institute and recently served as editor-in-chief of Judicature—The Scholarly Journal for Judges. He earned a B.B.A. from Baylor University, and then three degrees from Duke University: J.D. with honors, M.A. in political science, and LL.M. in Judicial Studies.

If confirmed, Gregory E. Maggs of Virginia will serve as a Judge on the U.S. Court of Appeals for the Armed Forces. Professor Greg Maggs currently serves as the Arthur Selwyn Miller Research Professor of Law and Co-Director of the National Security & U.S. Foreign Relations Law LL.M. Program at the George Washington University Law School in Washington, D.C., where he has taught since 1993. At GWU, Professor Maggs teaches and writes in the areas of constitutional law, counterterrorism, military justice, and national security law. He is the co-author of a leading military law casebook, Modern Military Justice: Cases and Materials, and has published two related books, along with dozens of articles in the fields of constitutional law and national security. In addition to his academic work, Professor Maggs serves as a Colonel in the U.S. Army Reserve, Judge Advocate General’s Corps. He received his commission in 1990 and was mobilized from 2007 to 2008. From 2007 to 2017, Professor Maggs served as a reserve trial and appellate military judge. Upon graduation from law school, he served as a law clerk to U.S. Supreme Court Justices Clarence Thomas and Anthony M. Kennedy and to Judge Joseph T. Sneed of the U.S. Court of Appeals for the Ninth Circuit. Professor Maggs earned his A.B., summa cum laude, from Harvard College, where he was inducted into Phi Beta Kappa, and was designated a John Harvard Scholar, and his J.D. from Harvard Law School, magna cum laude, where he served as articles co-chair of the Harvard Law Review. He also earned a Master of Strategic Studies from the U.S. Army War College.

If confirmed, Barry W. Ashe of Louisiana will serve as a District Judge on the U.S. District Court for the Eastern District of Louisiana. Barry Ashe is a partner in the New Orleans office of Stone Pigman Walther Wittmann L.L.C., where his practice spans a broad range of complex civil and commercial law matters, in both State and Federal courts, at trial and on appeal. Upon graduation from law school, Mr. Ashe served as a law clerk to Judge Carolyn Dineen King on the U.S. Court of Appeals for the Fifth Circuit. Prior to enrolling in law school, Mr. Ashe served for three years in the U.S. Navy, where he rose to the rank of Lieutenant and received an honorable discharge. Mr. Ashe earned his B.A. from Tulane University, summa cum laude, where he was inducted into Phi Beta Kappa and Omicron Delta Kappa, and his J.D. from Tulane Law School, where he graduated magna cum laude, was inducted into the Order of the Coif, and served as the senior managing editor of the Tulane Law Review.

If confirmed, Daniel D. Domenico of Colorado will serve as a District Judge on the U.S. District Court for the District of Colorado. Dan Domenico currently serves as managing partner of Kittredge LLC. From 2006 to 2015, Mr. Domenico served as the Solicitor General of Colorado, where he oversaw major litigation for the State and represented governors from both political parties. During his time as Solicitor General, he argued in State and Federal courts, including the United States Supreme Court, and received the Supreme Court Best Brief Award from the National Association of Attorneys General. At the time of his appointment, he was the youngest state solicitor general in the country, and his nine years of service made him the longest serving solicitor general in Colorado history. He has also served as an adjunct professor of natural resources and advanced constitutional law at the University of Denver’s Sturm College of Law. Earlier in his career, Mr. Domenico was a law clerk to Judge Timothy M. Tymkovich of the U.S. Court of Appeals for the Tenth Circuit and an associate at Hogan & Hartson LLP. A native of Boulder, he earned his B.A., magna cum laude, from Georgetown University and his J.D. from the University of Virginia School of Law, where he was inducted into the Order of the Coif and served as an editor of the Virginia Law Review.

If confirmed, Howard C. Nielson, Jr., of Utah will serve as a District Judge on the U.S. District Court for the District of Utah. Howard Nielson is currently a partner at Cooper & Kirk, PLLC. From 2001 to 2005, Mr. Nielson served in the U.S. Department of Justice, first as Counsel to the Attorney General and later as Deputy Assistant Attorney General in the Office of Legal Counsel. In addition, Mr. Nielson has taught courses in constitutional litigation, national security law, foreign relations law, and federal courts as a Distinguished Lecturer at the J. Reuben Clark Law School at Brigham Young University. Earlier in his career, Mr. Nielson served as a law clerk to Justice Anthony M. Kennedy of the Supreme Court of the United States and to Judge J. Michael Luttig of the U.S. Court of Appeals for the Fourth Circuit. Mr. Nielson received his B.A. with university honors and summa cum laude from Brigham Young University and his J.D. with high honors from the University of Chicago Law School, where he was elected to Order of the Coif and served as Articles Editor of the University of Chicago Law Review.

If confirmed, Ryan T. Holte of Ohio will serve as a Judge on the U.S. Court of Federal Claims. Professor Ryan Holte currently serves as the David L. Brennan Associate Professor of Law and the Director of the Center for Intellectual Property Law and Technology at the University of Akron School of Law. Professor Holte teaches and researches in the areas of property and intellectual property law and is a recognized expert in these areas, completing numerous academic research fellowships and funded research grants. He also serves as general counsel, partner, and co-inventor of an electrical engineering technology company. Before joining the law faculty at Akron, Professor Holte served for four years on the faculty at Southern Illinois University School of Law, worked as a trial attorney at the United States Federal Trade Commission, and practiced law as an associate at Jones Day. He clerked for Judge Stanley F. Birch, Jr., of the U.S. Court of Appeals for the Eleventh Circuit and Judge Loren A. Smith of the U.S. Court of Federal Claims. Professor Holte earned his B.S. in engineering, magna cum laude, from the California Maritime Academy, and his J.D. from the University of California Davis School of Law, where he served as a staff editor of the UC Davis Business Law Journal.

Pubblicato in: Amministrazione, Stati Uniti, Trump

Trump. Americani favorevoli all’accordo con i democratici. Poll: 71% Y, 8% N.

Giuseppe Sandro Mela.

2047-09-26.

2017-09-25__Trump_Deal__001

Con la solita sintesi lapidaria Mr Putin aveva definito ciò che sta succedendo negli Stati Uniti: «“political schizophrenia”».

Ricordiamo come secondo Treccani la schizofrenia altro non sia che:

«psicosi dissociativa caratterizzata da un processo di disgregazione (dissociazione) della personalità psichica; si manifesta con gravi disturbi dell’attività affettiva e del comportamento»

*

È da circa un anno che sia al Congresso sia in Senato, sia pur anche su tutti i media liberals, è in corso un qualcosa che assomiglia sempre più ad una guerra civile combattuta, almeno al momento, senza armi letali, senza strumenti bellici.

Se si potesse parlare senza l’uso della fraseologia politicamente corretta, si potrebbe dire che i parlamentari si stiano litigando come bagasce ai trogoli e, tutti presi dai motivi del contendere, ben poco facciano per dare un governo efficiente al paese.

I liberal hanno accusato il Presidente Trump di ogni possibile nefandezza, a partire dal sexual harassment fino all’intelligenza con i russi, senza peraltro riuscire a produrre uno straccetto di prova probante.

Diciamo pure che i liberal democratici proprio non sanno perdere.

2017-09-25__Trump_Deal__002

*

I risultati del sondaggio eseguito da Nbc e dal Wall Street Journal sono però inequivocabili su come la stiano pensando gli americani.

Una larga maggioranza, sempre sopra il 60%, approva un accordo tra repubblicani e democratici sulla riforma dell’healthcare, la tassazione, l’immigrazione e la protezione ambientale. Ossia, su tutti i grandi temi interni al momento dibattuti nei ritagli di tempo lasciati dagli alterchi.

*

Il politico dovrebbe essere un personaggio che appiana le divergenze, coagula consensi, trova accordi proficui con chiunque: quindi, almeno a nostro sommesso parere, ben vengano accordi tra i due partiti.

Deputati e senatori dovranno alla fine comprendere come i litigi siano sgraditi alla gente che li ha eletti, e che li sta mantenendo.

Nota.

Si fa un gran dire che Mr Trump sarebbe impopolare.

Si fa sommessamente notare come Mrs Nancy Pelosi, leader della minoranza democratica al Congresso, più che un tasso di gradimento sembrerebbe avere un tasso di esecrabilità.

2017-09-25__Trump_Deal__003


Fox News. 2017-09-21. 71% of Americans Support Trump’s Deal With Dems to Keep Gov’t Open, Fund Hurricane Relief, Poll Finds

More than 70 percent of Americans support President Donald Trump’s deal with Democratic leaders to provide hurricane relief and keep the government open for 90 days, according to the latest NBC News/Wall Street Journal poll.

Trump was criticized by some of his fellow Republicans for reaching across the aisle and working with Senate Minority Leader Chuck Schumer and House Minority Leader Nancy Pelosi to raise the debt limit, which kept the government open and provided relief for Hurricanes Harvey and Irma.

71 percent of those surveyed by NBC News and the Wall Street Journal, however, approved of Trump agreeing with Schumer and Pelosi on the legislation. Only eight percent disapproved, while 20 percent had no opinion and one percent were not sure.

Trump’s overall job approval rating in the poll is 43 percent, which is up three points since August. 83 percent of Republicans, 41 percent of independents and 10 percent of Democrats approve of Trump’s performance.

“There’s a sense out there that people are so dug in in Washington, they’re oblivious to the fact the average American says we’re not getting anything done, we’re going to have to compromise,” Brian Kilmeade said on “Fox & Friends.” “And I think the president was the first to realize that. And now the poll numbers reflect that.”

He noted that a recent Economist/YouGov poll found that 60 percent of Republicans prefer lawmakers who are willing to work with Democrats and compromise.

Watch more above.


YouGov. 2017-09-21. Americans prefer compromise to inaction in Congress

55% of Americans want President Trump to make a deal with Democrats over “Dreamers”

Americans today say compromise across party lines is a good thing, especially now – a time when the public gives Congress only a 10% approval rating and few see a lot being accomplished by legislators. In the latest Economist/YouGov Poll, even Republicans think it would be fine if President Trump were to reach across the aisle and work with Congressional Democrats on a host of critical issues before Congress.

Their interest in compromise doesn’t mean that Republicans agree with the Democrats on these issues. They overwhelmingly favor GOP positions on immigration and health care reform. But the poll findings underscore the lowered expectations for this Congress. Almost half of the public no longer thinks Congress will repeal Obamacare. Most don’t think there will be funding for a border wall, while a plurality thinks there won’t be comprehensive immigration reform and barely half expect Congress will even pass a budget.

Republicans expect tax reform to pass (55% to 32%) and Obamacare repeal as well, though by a narrow margin (48% to 43%). But they too are skeptical about the prospects for passing funding for a border wall and comprehensive immigration reform.

The first indication of the President’s interest in compromising with Democrats came earlier this month when he agreed with the House and Senate Minority Leaders, Nancy Pelosi and Chuck Schumer, to increase the debt limit and to provide aid for those affected by Hurricane Harvey. Last week, there were conflicting reports about whether or not there had been another compromise, this time about the Deferred Action for Childhood Arrivals program established through an executive order signed by former President Barack Obama. The public approves of an attempt at compromise on this issue.

Republicans generally agree. So do those who voted for President Trump, although they are more closely divided. 45% approve of the President working with Democrats on this issue; 39% do not. Like the public overall, they think protection for “dreamers” will happen.

The GOP willingness for compromise is relatively new. Throughout the Obama Administration, Republicans were much more likely than Democrats to say they preferred to have a Representative in Congress who stuck to principles at all costs, even at the risk of limiting accomplishments. In a 2011 poll, Republicans opposed having a Congressman who would be willing to compromise by nearly two to one. In this week’s poll, 60% of Republicans prefer a representative who is willing to compromise.

However, Republicans and Democrats may have different goals for DACA. Two in three Republicans approve of the President’s decision to end the program. When it comes to the program itself, members of the President’s party are divided: 39% support it, 45% do not.

There is also a significant amount of distrust of both sides. Majorities say they trust Democrats in Congress – and Donald Trump “not much” or “not at all” – when it comes to negotiating an agreement for the Dreamers.

More than two-thirds of Republicans distrust the Democrats in Congress on this issue; more than two-thirds of Democrats distrust the President. And the public is not quite sure of how much their leaders care about the “dreamers,” especially the President – most think he cares little or nothing about the needs and problems of the “dreamers.” This contrasts with the two-thirds of Americans – and a majority of Republicans – who say they care about the “dreamers.”

Increased interest in compromise may also be due to the fact that the Democratic Congressional leaders are more popular with the public and within their own parties than the Republican Congressional leadership is within theirs. The Democratic leadership even has gained support in recent weeks. While more than a third of the public disapproves of the way Schumer is handling his job as Senate Minority Leader, his 31% approval rating this week is the highest ever for him since he took office. 52% of Democrats approve. House Minority Leader Nancy Pelosi has just a 28% approval rating, but 56% of Democrats approve of her performance.

Speaker Paul Ryan fares worse both with the public and with members of his own party. Only 43% of Republicans approve of the way he is doing his job, matching his low ratings after the failure of Obamacare repeal. Senate Majority Leader Mitch McConnell scores even worse. His 30% approval rating among Republicans is his lowest all year.

Pubblicato in: Amministrazione, Giustizia, Unione Europea

Prima legge sul Brexit e Corte di giustizia dell’Unione europea.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-23.

Diritto Europeo 001

Il 12 settembre il Regno Unito ha votato a larga maggioranza la legge di stacco dall’Unione Europea: nonostante fosse una legge generale però tutti i media continentali la hanno interpretata come la «legge che mette fine alla preminenza del diritto comunitario nel Regno Unito». Cerchiamo di comprenderne il motivo e cosa significhi tutto ciò.

Ufficialmente, l’Unione Europea dovrebbe essere guidata dalla Commissione Europea e dal Parlamento Europeo, e le delibere dovrebbero essere approvate da entrambi codesti organi. Ma nei fatti non sono loro ad esercitare il vero potere.

*

Il fatto nodale è che l’Unione Europea non ha una Costituzione, una Carta Fondamentale, o qualcosa del genere: non avendola non avrebbe nemmeno potuto sottoporla ad un referendum popolare.

«La Costituzione europea, formalmente Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa, è stato un progetto di revisione dei trattati fondativi dell’Unione europea, redatto nel 2003 dalla Convenzione Europea e definitivamente abbandonato nel 2007, a seguito dello stop alle ratifiche imposto dalla vittoria del no ai referendum in Francia e nei Paesi Bassi. Diverse innovazioni della Costituzione sono state incluse nel successivo Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1º dicembre 2009.» [Fonte]

*

«Il Trattato di Lisbona, noto anche come Trattato di riforma e ufficialmente Trattato di Lisbona che modifica il trattato sull’Unione europea e il trattato che istituisce la Comunità europea, è il trattato internazionale, firmato il 13 dicembre 2007, che ha apportato ampie modifiche al Trattato sull’Unione europea e al Trattato che istituisce la Comunità europea.

Rispetto al precedente Trattato, quello di Amsterdam, esso abolisce i “pilastri”, provvede al riparto di competenze tra Unione e Stati membri, e rafforza il principio democratico e la tutela dei diritti fondamentali, anche attraverso l’attribuzione alla Carta di Nizza del medesimo valore giuridico dei trattati.

È entrato ufficialmente in vigore il 1º dicembre 2009.» [Fonte]

Si noti come nemmeno il Trattato di Lisbona fosse stato sottoposto a vidimazione popolare e sicuramente non è strutturato a mo’ di Costituzione. Si noti anche come

«la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea non è integrata nel Trattato, ma vi è un riferimento ad essa. Il Regno Unito ha ottenuto una “clausola di esclusione” (“opt-out”) per non applicarla sul suo territorio al fine di preservare il Common law. Lo stesso è stato concesso alla Polonia ma con l’elezione a premier di Donald Tusk quest’ultimo si è impegnato a non far valere l'”opt-out” ottenuto. Anche la Repubblica Ceca ha richiesto e ottenuto, poco prima della ratifica, l’opt-out;» [Fonte]

Ma la “clausola di esclusione” è stata erosa nel tempo.

*

Chiariti questi dati di fatto, arriviamo al punto nodale.

L’Unione Europea, pur non essendo dotata di una Carta Costituzionale, ha invece una specie di Corte Costituzionale.

«La Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) è un’istituzione dell’Unione europea (UE) con sede in Lussemburgo.

La CGUE ha il compito di garantire l’osservanza del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati fondativi dell’Unione europea.» [Fonte]

Non solo.

In giurisprudenza esistono due opposte tendenze: per la prima il giudice dovrebbe applicare le leggi, per la seconda il giudice dovrebbe interpretarle. Bene, i Giudici della Corte di giustizia dell’Unione europea hanno abbracciato la seconda ipotesi di lavoro: non applicano, bensì interpretano.

*

Le sentenze interpretative della Corte di giustizia dell’Unione europea hanno valore coercitivo sulla giurisprudenza dei singoli stati, che per trattato dovrebbero adeguarvisi: ma hanno tale valore solo perché i principali stati membri vogliono che lo abbiano. Esse impegnano gli stati a varare leggi conformi.

Questo è l’immenso potere politico che è conferito alla Corte di Giustizia, che non è organo elettivo, bensì nominato.

È sequenziale che la corrente politica e giuridica che detenga la maggioranza in seno alla Corte esercita poteri virtualmente dittatoriali su tutta l’Unione, e con il Brexit il Regno Unito si è sottratto a questo potere.

*

Senza nessuno spirito di polemica, sembrerebbe davvero molto utile che l’Unione Europea rivedesse in modo sistematico la propria struttura organizzativa: la confusione non genera chiarezza.

La farraginosità decisionale dell’Unione Europea è proverbiale: ma il mondo viaggia a ben altra velocità. Mr Trump può firmare un executive order in meno di sei ore, Xi e Putin in meno di tre ore, laddove l’Unione Europea impiega mesi.

Senza parlare poi della necessità di disporre di una carta costituzionale, vidimata da dei referendum da tenersi in ogni singolo stato membro dell’Unione.

Nota.

Suggeriremmo a tutti di acquistarsi e leggersi con attenzione il seguente manuale:

Martinelli Francesco.

Manuale di Diritto dell’Unione Europea.

Napoli, 2017.

Questo trattato è arrivato alla XXIV edizione. È molto chiaro e dettaglia al meglio i concetti su esposti in succinta sintesi.

Pubblicato in: Amministrazione, Giustizia, Stati Uniti

America. Corte di Appello del 9th Circuito. La Corte del disonore.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-14.

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Cerchiamo di comprendere il problema posto, perché se esso è rilevante negli Stati Uniti, ha anche grandi risvolti internazionali.

Il sistema giudiziario americano è complesso perché gli Stati Uniti di America sono una realtà complessa.

*

«Gli Stati Uniti sono una Repubblica federale di tipo presidenziale. Nell’esperienza statunitense, Federazione e Stati mantengono diverse sfere di competenze, i cui confini, tuttavia, non sono mai stati fissati in maniera rigida ed assoluta. La miglior sintesi della divisione dei poteri fra Stati e Federazione è probabilmente contenuta nel decimo emendamento alla Costituzione, in base al quale i poteri che non sono espressamente attribuiti al Governo federale e che non sono dalla stessa Costituzione sottratti alla competenza dei singoli Stati, sono riservati a questi ultimi.

In particolare, tra i poteri sottratti alla competenza degli Stati e attribuiti espressamente al Congresso, così come previsto all’articolo 1, sezione 8 della Costituzione, vale la pena menzionare, tra gli altri, quello di imporre e percepire le tasse, di regolare il commercio internazionale e tra i vari Stati della federazione, di legiferare in materia fallimentare, di gestire il sistema postale, di costituire tribunali di grado inferiore rispetto alla Corte Suprema e di legiferare in materia di proprietà intellettuale.

I singoli Stati, tuttavia, con il consenso espresso del Governo e nei limiti posti da quest’ultimo, godono di una autonoma potestà legislativa. In linea di principio, può dirsi, per concludere, che nel sistema federale statunitense gran parte del diritto privato è di competenza statale. La Costituzione degli Stati Uniti adottata nel 1789 ed emendata solo raramente da allora, è la legge suprema del Paese» [Fonte]

*

«Il potere giudiziario federale è un ramo completamente separato ed autonomo. Il potere giudiziario ha il compito di interpretare e stabilire la costituzionalità delle leggi federali e di risolvere le controversie riguardanti tali norme.

La Costituzione garantisce l’indipendenza del potere giudiziario stabilendo che:

– i giudici federali, nominati secondo l’art. III della Costituzione, possono restare in carica a vita e possono essere destituiti solo in seguito a “impeachment” e solo qualora il Congresso abbia accertato atti di tradimento, corruzione, o altri gravi reati a loro carico;

– la retribuzione dei giudici federali nominati secondo l’art. III della Costituzione non può essere ridotta durante la loro permanenza in carica: dunque, né il Presidente, né il Congresso hanno alcuna facoltà di ridurre lo stipendio dei giudici federali. Queste due salvaguardie consentono ad un organo giudiziario indipendente di deliberare senza vincoli imposti da influenze politiche o passioni popolari.

L’art. III della Costituzione stabilisce, altresì, che il potere giudiziario degli Stati Uniti è affidato ad una Corte Suprema ed a tanti tribunali di ordine inferiore quanti il Congresso stabilirà all’occorrenza.» [Fonte]

*

«The federal courts are composed of three levels of courts.

The Supreme Court of the United States is the court of last resort. It is generally an appellate court that operates under discretionary review, which means that the Court can choose which cases to hear, by granting writs of certiorari. There is therefore generally no basic right of appeal that extends automatically all the way to the Supreme Court. In a few situations (like lawsuits between state governments or some cases between the federal government and a state) it sits as a court of original jurisdiction.

The United States courts of appeals are the intermediate federal appellate courts. They operate under a system of mandatory review which means they must hear all appeals of right from the lower courts. In some cases, Congress has diverted appellate jurisdiction to specialized courts, such as the Foreign Intelligence Surveillance Court of Review.

The United States district courts (one in each of the 94 federal judicial districts, as well three territorial courts) are general federal trial courts, although in many cases Congress has diverted original jurisdiction to specialized courts, such as the Court of International Trade, the Foreign Intelligence Surveillance Court, the Alien Terrorist Removal Court, or to Article I or Article IV tribunals. The district courts usually have jurisdiction to hear appeals from such tribunals (unless, for example, appeals are to the Court of Appeals for the Federal Circuit.)» [Fonte]

*

«I distretti giudiziari sono organizzati in circuiti regionali, in ciascuno dei quali è presente una Corte d’Appello. Ognuna di esse giudica i ricorsi provenienti dai tribunali distrettuali appartenenti al proprio circuito e da alcuni enti amministrativi federali. Inoltre, la Corte d’Appello federale ha competenza su tutto il territorio nazionale in merito ad alcuni casi specifici, tra i quali quelli relativi alle leggi sui brevetti e quelli sui quali si sono pronunciati i Tribunali per il Commercio Internazionale e il Tribunale per i Ricorsi Federali.

Il diritto all’appello si applica a tutti i procedimenti sui quali si è pronunciato un tribunale distrettuale con una decisione definitiva. Le Corti d’Appello sono di regola composte da tre giudici.»  [Fonte]

*

«Federal judges, like Supreme Court Justices, are appointed by the President with the consent of the Senate to serve until they resign, are impeached and convicted, retire, or die. » [Fonte]

* * * * * * *

Riassumendo solo gli aspetti discussi in questo articolo:

– Le Corti di Appello Federali sono composte da giudici nominati a vita dal Presidente degli Stati Uniti e confermati nella nomina dal Congresso.

– Le sentenze delle Corti di Appello Federali hanno valore su tutti i territori della Federazione: possono essere appellate davanti la Suprema Corte di Giustizia, sotto la condizione che questa deliberi di esaminare quel caso specifico.

– I Giudici federali sono dichiaratamente schierati sia politicamente (repubblicani oppure democratici) sia secondo la scuola giurisprudenziale (una favorevole alla “interpretazione” di Costituzione e Leggi, l’altra invece fautrice dell’applicazione testuale del corpo giurisprudenziale).

^ ^ ^

Nessuno quindi si scandalizza, né dovrebbe scandalizzarsi, che su molti argomenti le sentenze siano atti squisitamente politici, essendo i giudici dei politici nominati dalla politica.

Nei fatti, il controllo politico di almeno una Corte di Appello Federale consente ad un partito politico di bloccare, se non altro temporaneamente, le iniziative politiche sia del Presidente degli Stati Uniti, sia del Congresso, sia anche del Senato.

Se nella storia le Corti Federali hanno usualmente evidenziato una ragionevole serenità di giudizio, negli ultimi decenni la componente liberal democratica le ha fatte virare a veri e propri centri di potere politico, a mo’ di surroga del potere elettivo.

L’attuale guerra civile che intercorre tra liberal democratici e repubblicani non verte tanto sulla natura dei provvedimenti sottoposti a giudizio, quanto piuttosto sul controllo della composizione delle Corti.

Le Corti di Appello Federali sono il vero centro di potere negli Stati Uniti: giudici non elettivi ed incardinati a vita, che possono facilmente deragliare verso un regime dittatoriale.

* * * * * * *

«The United States Court of Appeals for the Ninth Circuit (in case citations, 9th Cir.) is a U.S. Federal court with appellate jurisdiction over the district courts in the following districts:

    District of Alaska

    District of Arizona

    Central District of California

    Eastern District of California

    Northern District of California

    Southern District of California

    District of Hawaii

    District of Idaho

    District of Montana

    District of Nevada

    District of Oregon

    Eastern District of Washington

    Western District of Washington

It also has appellate jurisdiction over the following territorial courts:

    District of Guam

    District of the Northern Mariana Islands» [Fonte]

*

La Corte di Appello del Nono Circuito è un caso atipico per molti motivi.

Dimensioni territoriali. A lei afferiscono circa 65 milioni di cittadini americani, ossia un quinto della popolazione. Se è vero che è dotata di ventinove giudici, è altrettanto vero che la sua giurisdizione, ragionevole un secolo or sono, al momento rasenta la ingestibilità. Il problema è squisitamente organizzativo: tutte le componenti politiche e giuridiche ne convengono, nessuno ha però la forza politica di ripartire in due o tre tronconi l’attuale Nono Distretto.

Competenza professionale.

«From 1999 to 2008, of the 0.151% of Ninth Circuit Court rulings that were reviewed by the Supreme Court, 20% were affirmed, 19% were vacated, and 61% were reversed …. From 2010 to 2015, of the cases it accepted to review, the Supreme Court reversed around 79 percent of the cases from the Ninth Circuit» [Fonte]

Quando la Corte Suprema ribalta i tre quarti delle sentenze pronunciate dovrebbe essere chiaro come in quel Circuito la Corte di Appello manchi di professionalità nell’applicare le leggi nel rispetto della Costituzione.

Composizione politica. Al momento sono vacanti quattro posti di Giudice Federale. Diciotto giudici sono liberal democratici e sette sono repubblicani. Lo squilibrio politico di tale Corte è evidente.

^ ^ ^

Nessuno quindi si stupisca se questo distretto giudiziario fosse un giorno scorporato in due e tre Distretti.

Si legga la sentenza (opinion):

Appeal from the United States District Court for the District of Hawaii Derrick Kahala Watson, District Judge, Presiding

Si noti un fatto davvero inusuale.

«Argued and Submitted August 28, 2017 Seattle, Washington»

*

«No. 17-16426 D.C. No. 1:17-cv-00050-DKW-KSC.  SEP 7 2017»

*

Sentenza emessa in una sola settimana.

Una settimana durante la quale la Corte avrebbe letto alcuni faldoni di documenti complessi, tenuta una serie di udienze pubbliche ed infine scritto questa sentenza di trentasette fitte pagine.

Questa sentenza era stata scritta prima ancora di aver ricevuto il ricorso, in perfetto stile liberal democratico.

* * * * * * *

Ma l’operato della Corte di Appello del Nono Circuito è sottoposto alla revisione della Corte Suprema.

In questo specifico caso, la Corte Suprema ha agito con una rapidità fulminea:

Trump. Corte Suprema conferma legalità del travel ban.

*

Tiriamo allora alcune conseguenze.

Che la Corte Federale di Appello del Nono Circuito sia un organo politico non ci piove: è uno dei tanti templi liberal rimasti.

Che la Corte Federale di Appello del Nono Circuito sia faziosamente anti – governativa è di nuovo un semplice dato di fatto.

Nel contempo, che la Corte Suprema non sia più feudo liberal è altrettanto un dato di fatto.

Tutto si deciderà in modo che potrebbe essere definitivo con le elezioni me mezzo termine.

Trump. La guerra civile americana si avvia alla sua Gettysburg.


Conservative Daily Post. 2017-09-07. Liberal Court Rules Against Trump, Travel Ban Struck Down

One of the biggest acts that President Donald Trump has made during his short tenure was his Executive Order to limit refugees that are coming over. Citing security risks, Trump’s main goal is to make sure the country is safe. Unfortunately, not everyone understands that as it was dealt a significant blow from the Ninth Circuit Court Of Appeals.

The Ninth Circuit has reportedly ruled against Trump’s revised travel ban. The revision, which would allow immediate family members from six Muslim-majority countries to be allowed in, didn’t allow grandparents. Liberals challenged this decision.

The Daily Caller, the Associated Press, and Reuters are all reporting on the decision.

According to the Associated Press, “US appeals court rejects Trump administration’s limited view of who is allowed into the country under travel ban.” Reuters followed a similar pattern, “U.S. appeals court rules against President Donald Trump over scope of travel ban.”

It’s not surprising that the Ninth Circuit is the one to rule on this. They have consistently done whatever they could to stop Trump’s orders.