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Polonia. Dal 2020 il sistema pensionistico emulerà il 401(k) americano.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-19.

Gruzzolo 001

È lo stesso Governo Americano a spiegare in cosa consista il sistema pensionistico 401(k).

«The Employee Retirement Income Security Act (ERISA) covers two types of retirement plans: defined benefit plans and defined contribution plans.

A defined benefit plan promises a specified monthly benefit at retirement. The plan may state this promised benefit as an exact dollar amount, such as $100 per month at retirement. Or, more commonly, it may calculate a benefit through a plan formula that considers such factors as salary and service – for example, 1 percent of average salary for the last 5 years of employment for every year of service with an employer. The benefits in most traditional defined benefit plans are protected, within certain limitations, by federal insurance provided through the Pension Benefit Guaranty Corporation (PBGC).

A defined contribution plan, on the other hand, does not promise a specific amount of benefits at retirement. In these plans, the employee or the employer (or both) contribute to the employee’s individual account under the plan, sometimes at a set rate, such as 5 percent of earnings annually. These contributions generally are invested on the employee’s behalf. The employee will ultimately receive the balance in their account, which is based on contributions plus or minus investment gains or losses. The value of the account will fluctuate due to the changes in the value of the investments. Examples of defined contribution plans include 401(k) plans, 403(b) plans, employee stock ownership plans, and profit-sharing plans. ….

A Profit Sharing Plan or Stock Bonus Plan is a defined contribution plan under which the plan may provide, or the employer may determine, annually, how much will be contributed to the plan (out of profits or otherwise). The plan contains a formula for allocating to each participant a portion of each annual contribution. A profit sharing plan or stock bonus plan may include a 401(k) plan.

A 401(k) Plan is a defined contribution plan that is a cash or deferred arrangement. Employees can elect to defer receiving a portion of their salary which is instead contributed on their behalf, before taxes, to the 401(k) plan. Sometimes the employer may match these contributions. There is a dollar limit on the amount an employee may elect to defer each year. An employer must advise employees of any limits that may apply. Employees who participate in 401(k) plans assume responsibility for their retirement income by contributing part of their salary and, in many instances, by directing their own investments. ….»

*

«A 401(k) is a feature of a qualified profit-sharing plan that allows employees to contribute a portion of their wages to individual accounts.

– Elective salary deferrals are excluded from the employee’s taxable income (except for designated Roth deferrals).

– Employers can contribute to employees’ accounts.

– Distributions, including earnings, are includible in taxable income at retirement (except for qualified distributions of designated Roth accounts).» [irs.gov/retirement-plans]

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«The biggest difference between a 401(k) plan and a traditional pension plan is the distinction between a defined benefit plan and a defined contribution plan. Defined benefit plans, such as pensions, guarantee a given amount of monthly income in retirement and place the investment and longevity risk on the plan provider. Defined contribution plans, such as 401(k)s, place the investment and longevity risk on individual employees, asking them to choose their own retirement investments with no guaranteed minimum or maximum benefits. Employees assume the risk of both not investing well and outliving their savings.»

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Il piano 401(k) consente versamenti contributivi fino a 19,000 dollari l’anno, mentre i piani 403(b), 457(b) e 401(a) consentono di poter aggiungere 55,000 dollari ogni anno. Queste limitazioni trovano la loro ragion d’essere nel fatto che sono esenti da imposizioni fiscali.

Un lavoratore rimasto in servizio per 40 anni consecutivi, con il piano 401(k) potrebbe aver versato 760,000 dollari. mentre con un altro piano più sostanzioso potrebbe arrivare ad un versato contributivo di 2,960,000 dollari. A queste cifre si devono aggiungere le plusvalenze, se maturate, oppure dedurne le minusvalenze.

Ma tranne periodi relativamente brevi, usualmente gli investimenti fatti salgono di valore e generano anche interessi.

Chiariamo immediatamente che, a differenza del sistema pensionistico italiano (europeo in senso lato) contributi versati e plusvalenze accumulate sono disponibili in un ‘monte titoli‘ nominativo del lavoratore, e non sono utilizzati per pagare le pensioni in essere.

Lo stato interviene solo ed unicamente nel caso che i versamenti siano stati minimali, ma non ci si aspetti gran ché.

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«Poland will dismantle part of its pension system by transferring all 162 billion zloty ($43 billion) of assets managed by privately-owned pension funds to individual pension accounts».

È lo smantellamento storico di quello che fu uno dei pilastri della dottrina socialista.

Nota.

In realtà i piani pensionistici americani sono quanto mai variegati. Qui abbiamo solo cercato di rendere l’idea.


Bloomberg. 2019-04-15. Poland to Move $43 Billion of Pension Assets to Private Accounts

Poland will dismantle part of its pension system by transferring all 162 billion zloty ($43 billion) of assets managed by privately-owned pension funds to individual pension accounts.

State-owned social security fund will pick up a one-time 15 percent fee in the process, Prime Minister Mateusz Morawiecki said when unveiling the plan in Warsaw. The transfer of assets from the old system, known as OFE, may take effect at the beginning of 2020, Bloomberg reported earlier on Monday.

The decision comes before the roll-out of a new voluntary, employer-provided pension program emulating the U.S. defined-contribution 401(k) system. Warsaw’s benchmark WIG20 Index fell 0.4 percent after the announcement.

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Italia. Dissesto idrogeologico ed alluvioni ricorrenti.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-18.

2019-04-09__Alluvioni Genova

Dovunque arrivavano, i romani si davano un gran da fare a costruire acquedotti, reti fognarie, strade, ponti, argini dei fiumi e dei torrenti, e tutte le opere pubbliche che uno stato civile deve curare. Questi sono sicuramente dei grandi investimenti, ma sono essenziali per una normale vita civile.

Segovia. Acquedotto romano.

Non solo.

Li costruivano davvero bene. Moltissime di queste opere hanno facilmente resistito al tempo, due millenni, ma molto meno alla incuria umana. Ponte Sant’Angelo a Roma fu costruito nel 134 sotto l’Imperatore Adriano: ha resistito ai barbari, al sacco di Roma, ai Lanzichenecchi, ed è anche sopravissuto benissimo ai bombardamenti alleati che pure lo avevano centrato in pieno. Vive di vita stentata sotto le odierne giunte capitoline.

Segovia. Acquedotto romano 002

*

In Italia è sufficiente un pochino di pioggia e subito si devono registrare esondazioni, allagamenti e, purtroppo, spesso anche dei morti. Ciò non è dovuto alla ineluttabilità del fato, bensì alla incuria umana.

Prima di chiamare in causa i mutamenti climatici, sempre che poi esistano, sarebbero da menzionare le mancanze colpevoli: fiumi e torrenti i letti dei quali non sono dragati e sui quali si è lasciato costruire, abusivamente, argini fatiscenti e mezzi in rovina, solo per citare gli interventi maggiori.

Poco importa se la sindaco Marta Vincenzi sia stata condannata con sentenza passata in giudicato per omicidio colposo plurimo: sei persone, tra le quali due bambine, morirono annegate a causa dell’incuria dei responsabili della cosa pubblica. E la città ha subito danni per centinaia di milioni, senza ricevere che qualche briociolotto a compenso delle perdite.

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Si noti come:

«La Liguria, che negli ultimi anni ha pagato il tributo di vite più alto al maltempo, è inaspettatamente una delle Regioni italiane con meno territorio esposto a questo rischio».

L’estensione dei territori a rischio non è indice della pericolosità di alcune situazioni locali, anche se rende bene l’idea del dissesto idrogeologico attuale.

Ben poco importa che i comuni patrocinino serate musicali e dibattiti sulla fame nel Centro Africa: ci si accontenterebbe che dragassero fiumi e torrenti, riattassero gli argini e sturassero i tombini.

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TrueNumbers. 2019-04-08. Dissesto idrogeologico: 2 milioni di italiani in pericolo

L’11,1% dell’Emilia Romagna e il 7,8% della Lombardia ad alto rischio idraulico

Morti per colpa della pioggia. O meglio, dell’incuria umana, della scarsa manutenzione e dell’abusivismo edilizio. Nel 2018, secondo il dossier elaborato dal Cnr, frane e inondazioni hanno causato in Italia 38 vittime, a cui si aggiungono 2 dispersi, 38 feriti e oltre 4.500 tra sfollati e senzatetto. Numeri ben al di sopra della media recente (23 morti all’anno) e che ci ricordano quanto il nostro territorio sia esposto al rischio idrogeologico. Gli ultimi dati arrivano dall’Ispra: gli italiani in pericolo sono più di 2 milioni e vivono in tutte le Regioni d’Italia. Ecco quali.

Il rischio idrogeologico in Italia

Il grafico sopra mostra la percentuale di territorio di ogni singola Regione italiana che è attualmente classificata come “ad alto rischio idraulico”. Un indicatore che permette di misurare il cosiddetto “rischio idrogeologico”, cioè quei pericoli legati a pioggia e inondazioni nelle diverse zone del Paese. Da un lato sono dovuti all’azione umana e alla cementificazione di molte aree extraurbane, dall’altro a quei fenomeni atmosferici estremi che sono sempre più frequenti negli ultimi anni. La causa? Il cambiamento climatico, un’emergenza di cui Truenumbers si è già occupato in questo articolo.

La Liguria, che negli ultimi anni ha pagato il tributo di vite più alto al maltempo, è inaspettatamente una delle Regioni italiane con meno territorio esposto a questo rischio: come si vede dal grafico, solo il 2,1% è ad alto rischio. In realtà la Regione più “pericolosa” da questo punto di vista è l’Emilia Romagna, che ha l’11,1% del territorio esposto ad “alto rischio idraulico”. Seguono la Lombardia (7,8%) e il Veneto (6,7%).

In fondo alla classifica ci sono le Marche, con lo 0,1%. Ciò non significa che sia la Regione più sicura d’Italia, ma che il suo territorio risponde meglio ad alluvioni e maltempo. I motivi sono diversi, come ad esempio l’assenza di quella fitta di canali di irrigazione e bonifica che caratterizza il territorio emiliano-romagnolo.

Quante persone sono in pericolo

In base agli ultimi dati rilasciati dall’Ispra, l’ente governativo per la protezione ambientale, è possibile sapere anche quante sono le persone che vivono nelle zone d’Italia più esposte al dissesto idrogeologico.

Gli italiani maggiormente in pericolo sono poco più di 2 milioni, perché abitano in zone ad alto rischio. Circa 6 milioni si trovano in aree a pericolosità media, mentre quelli in aree a basso rischio sono (per fortuna) la maggioranza: 9,3 milioni.

Soluzioni? Investire nella tutela ambientale è certamente la strada migliore, il problema è che spesso i soldi (pochi) che ci sono spesso non vengono spesi, come Truenumbers ha spiegato in questo articolo.

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Italia. Stipendi dei dirigenti pubblici. Il problema del tetto.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-08.

2019-04-03__Dirigenza__001

Se in Italia esiste un problema reale e concreto sull’elevato numero di persone che hanno redditi al di sotto della soglia di povertà, sarebbe altrettanto vero constatare come vi sia tutta una classe di alti burocrati con stipendi bloccati.

La mentalità per decenni imperante ha portato in buona sostanza ad un appiattimento delle retribuzioni: è paradossale che invece di innalzarle si sia fatto di tutto per abbassarle.

Ci aiuteremo con qualche esempio per cercare di essere chiari.

Un professore universitario tedesco percepisce mediamente uno stipendio cinque volte maggiore del corrispettivo che percepirebbe se fosse in Italia. Ma se si considerassero gli Stati Uniti si salirebbe a poco meno di dieci volte, mentre i nostri connazionali riparati in Cina hanno stipendi fino a trenta volta quelli italiani. C’è quindi ben poco da stupirsi e le persone più dotate, ed anche con un pizzico di buona sorte, appena possano facciano le valige ed emigrino. Il punto nodale è che un professore nella fascia dell’eccellenza è persona rara, e genera un indotto culturale ed in termini di brevetti che ripaga ad usura dello stipendio che gli è stato dato.

Un caso paramount. Il prof Tim Hunt, premio Nobel per la Medicina disse che “è meglio non aver donne nei laboratori perché ci innamoriamo di loro, si innamorano di noi e quando le criticate, si mettono a piangere“. Licenziato in tronco dal University College of London su denunzia di alcune femmine, dopo nemmeno due mesi era stato assunto dalla Okinawa University, lui e sua moglie: “The loss of a leading UK female scientist is perhaps one of the more ironic outcomes of the Hunt affair“. Le sue denunciatrici sono scomparse nel nulla, ma la perdita di Hunt e Collins fu davvero severa. I premi Nobel non sono funghi prataioli.

Con lo stesso metro, mutatis mutandis, si dovrebbe approcciare lo stipendio di un dirigente o di un manager.

Sarebbe utopico illudersi che un dirigente che maneggia decine di miliardi prenda uno stipendio ridicolmente basso: se è fesso genera solo perdite, se è intelligente sa più che bene come arrangiarsi, costretto a ciò da un emolumento indegno.

Il criterio aureo dovrebbe essere quello di riconoscergli una percentuale sui guadagni e trattenergli una percentuale sulle perdite. Poco importa quanto percepisca di stipendio, purché generi guadagni adeguati.

Una ultima considerazione.

La dirigenza industriale è quanto mai mobile, quella pubblica invece è inamovibile, se non de iure almeno de facto. Negli Stati Uniti vige lo spoils system, per cui ad ogni elezione presidenziale l’alta dirigenza presenta le dimissioni, che il nuovo presidente può accogliere oppure no. Nella Chiesa Cattolica questo sistema vige dai tempi di San Gregorio Magno: ad ogni nomina papale tutte le persone che ricoprono incarichi di nomina papale devini dare le dimissioni: si dovrebbe anche dire che in questi millequattrocento anni di uso lo spoils system ha funzionato più che bene.

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Tirando le somme.

I buoni dirigenti devono essere remunerati in modo adeguato, in accordo alla resa.

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Tetto agli stipendi, il rebus dei dirigenti

«Non sono riuscita a trovare, in nessuna parte del mondo, un amministratore delegato di una società in regime di competizione che percepisca lo stesso stipendio di un dirigente suo sottoposto. Venendo meno il principio dell’equità e della motivazione, manderebbe l’azienda fuori mercato. In Italia questo avviene. La storia inizia con una buona legge, quella che ha mosso i primi passi nel 2011, mettendo un tetto ai dirigenti della Pubblica Amministrazione. Il decreto, che alla fine coinvolge Ministeri, Enti Pubblici e Autorità indipendenti, entra in vigore il primo maggio 2014: il più alto in carica non deve superare i 240.000 euro lordi l’anno. Carlo Cottarelli, però, sa che il grosso del problema è più nascosto e propone la necessità di adeguare verso il basso gli stipendi delle fasce sotto le figure apicali, ma la ragioneria dello Stato ha stimato che avrebbe coinvolto circa 50.000 dirigenti (46.051 per la precisione). Matteo Renzi ha preferito fermarsi lì e rimandare ad un secondo decreto l’eliminazione delle sacche di privilegi. Intanto la retribuzione media delle nostre figure apicali è scesa da 339.000 a 212.000 euro lordi; nonostante la sforbiciata, però, siamo ancora ben al di sopra della media dei Paesi sviluppati che aderiscono all’Ocse, fissata, secondo la rilevazione che va dal 2011 al 2015, in 132.315 euro lordi. A conti fatti, quanto si è risparmiato? La Ragioneria un dato certo non ce l’ha; si parla di una «stima» complessiva di 30 milioni di euro l’anno. Partecipate: per la trasparenza c’è la privacy

La stessa norma è stata estesa alle società partecipate, ad esclusione di quelle quotate (come Eni, Enel, Enav, Leonardo, Poste Italiane) e quelle che emettono bond (Ferrovie, Rai) perché sono in regime di competizione e i manager si reclutano a prezzi di mercato. È un po’ ardito equiparare un direttore generale della Pubblica Amministrazione all’amministratore delegato di un’azienda commerciale, ma tant’è. Nella rideterminazione dei tetti, la parte fissa è stata portata a 192.000 euro, a cui va aggiunta una quota variabile legata alla complessità organizzativa, gestionale e di risultato. I risparmi non sono banali; per esempio, l’emolumento dell’Ad di Consap è passato da 440.000 a 240.000, mentre quello di Consip da 305.000 a 208.000, Sogei da 435.000 a 208.502, Sogin da 472.000 a 211.000.»

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Non si resta perplessi di questi stipendi: si resta perplessi di fronte alla inefficienza della pubblica amministrazione.

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Sanità. Ancora concorsi deserti. Il buon senso non alberga più in Italia.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-26.

Brügel Pieter. Le Streghe. 001

Brügel Pieter.  Le Streghe.


La sanità pubblica italiana è in una situazione kafkiana.

Sanità. Spesa totale 152.817 mld, pubblica 113.131 mld, famiglie 35.989 mld.

Dal punto di vista del bilancio costa 152.817 miliardi ogni anno, ma 35.989 miliardi ce li devono mettere le persone di tasca propria se vogliono essere curate.

Dal punto di vista stipendiale gli emolumenti sono troppo bassi per poter rientrare degli investimenti fatti per poter studiare i sei anni di corso di laurea, i cinque di specialità e gli almeno tre di scuola di perfezionamento. Il medico inizia a lavorare ben dopo il trentesimo anno di età.

Ma il lavoro con il servizio sanitario nazionale, sia quello ospedaliero sia quello sul territorio, è allucinante ed alienante. Il personale è sottoposto ad una pletora di regolamenti, protocolli e via quant’altro che obbligano a passare il proprio tempo a riempire scartafacci: il paziente deve morire legalmente. Non solo, le amministrazioni vigilano sulla stretta applicazione dei protocolli diagnostici e terapeutici: quattordici anni di studio coerciti a fare un lavoro da automi. Peccato però che ogni paziente sia un caso particolare, una eccezione al protocollo. L’unico problema è che crepi nell’osservanza burocratica, se non si vogliono avere dei guai.

E qui, per mettere la ciliegina sulla torta, si arriva al sublime vertice di questa situazione kafkiana.

Il nodo è la Magistratura ed i Magistrati.

Se è giusto che la malasanità sia punita, ed anche con molta severità, sarebbe solo questione di buon senso che la magistratura vagliasse le denuncie sporte ed archiviasse immediatamente quelle inconsistenti. Invece tutte sono passate automaticamente al giudizio.

Se è vero che oltre il 95% di tali cause si conclude con un “non luogo a procedere” oppure “perché il fatto non sussiste”, è altrettanto vero che tali giudizi arrivano un buon numero di anni dopo l’inizio dell’iter giudiziario, in cui il medico è stato lasciato disperatamente solo, magari anche sospeso dal servizio. E mica che il denunciante sia condannato a rifondere il sanitario. Una denuncia rovina vita e carriera:le scuse non bastano.

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«i numeri al momento dicono questo: su 13 posti per dirigente medico del Pronto soccorso si sono presentati solo 3 candidati, per Ortopedia 2 su 4, Ostetricia e Ginecologia 2 su 5 e per Neonatologia non si è presentato nessuno»

Ci si stupisce che la gente si stupisca.

Si fa un gran parlare dell’intelligenza artificiale: bene, che i pazienti si facciano curare da un robot. Oppure si facciano curare dai burocrati.

In conclusione: in Italia ci si può curare solo se si è ricchi. Proprio come accadeva nell’Unione Sovietica di infausta memoria.


Corriere. 2019-03-21. Sanità, il Molise non ha medici e richiama i pensionati

Il Molise non è una regione per giovani. Per medici giovani, in particolare. Tanto che l’Azienda sanitaria regionale (Asrem) è stata costretta a chiedere al Commissario alla Sanità, Angelo Giustini, l’autorizzazione ad avviare le procedure per incarichi libero-professionali a medici in pensione. E la struttura commissariale ha dato il via libera. Del resto, la nota trasmessa ai vertici aziendali dal direttore facente funzioni dell’Unità operativa complessa (Uoc) di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale «Cardarelli» di Campobasso, non poteva essere più chiara: la «gravissima criticità di personale medico in dotazione», si legge nella richiesta, determina «grosse difficoltà a garantire una corretta turnazione». Non resta, quindi, che chiedere ai pensionati di tornare al lavoro.

Sembra paradossale che, in un Paese alla ricerca disperata di un lavoro (10,6% il tasso di disoccupazione italiano nel 2018), in una tra le regioni più piccole d’Italia (circa 310 mila abitanti) in tanti rinuncino a partecipare ai concorsi banditi dall’Azienda sanitaria regionale (Asrem) ed altri rifiutino il lavoro a tempo indeterminato dopo essere risultati vincitori di concorso. Perché, in Molise, accade anche questo. L’ultimo caso di bando andato deserto riguarda il concorso per due posti di dirigente medico di Pediatria. Ed è, appunto, solo l’ultimo di una serie di casi. «Bandiremo nuovi concorsi nella speranza di avere nuove unità — spiega all’Ansa il direttore sanitario dell’Asrem, Antonio Lucchetti — ma i numeri al momento dicono questo: su 13 posti per dirigente medico del Pronto soccorso si sono presentati solo 3 candidati, per Ortopedia 2 su 4, Ostetricia e Ginecologia 2 su 5 e per Neonatologia non si è presentato nessuno. È una carenza che sta mettendo in crisi i vari servizi. In Molise — aggiunge — comunque accade quello che si registra anche in altre parti d’Italia, ma visti i numeri ridotti della regione, la situazione diventa sempre più grave». Quanto ai vincitori di concorso che alla fine rinunciano al posto, la spiegazione è, alla fine, più semplice di quanto si possa pensare: «In Molise — conclude Lucchetti — se non si è radicati, se non si hanno famiglia, affetti, interessi, chi ha la possibilità di lavorare da altre parti sceglie questa strada».

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Elezioni Amministrative. 17 milioni di Elettori in 3,800 comuni.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-23.

Elezioni 001

«Quasi la metà dei Comuni italiani andrà al voto alla tornata della primavera prossima»

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«Saranno oltre 3.800 i Comuni chiamati alle urne, per un totale di circa 17 milioni di elettori, più o meno un terzo dell’intera popolazione italiana»

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«Con la tornata elettorale di primavera saranno eletti 43.974 consiglieri e in seguito nominati circa 11.352 assessori.»

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Chiariamo immediatamente il fatto che nelle elezioni amministrative gioca molto il prestigio personale dei candidati e di norma sono presenti liste civiche difficilmente inquadrabili nell’ambito dei partiti politici nazionali.

I risultati dovranno quindi essere letti con grande buon senso, specie poi nei cnfronti con le tornate elettorali precedenti.

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Città maggiori con giunte in scadenza di mandato di centrosinistra.

– Bari, sindaco Antonio Decaro

– Bergamo, sindaco Giorgio Gori

– Biella, sindaco Marco Cavicchioli

– Caltanissetta, sindaco Giovanni Ruvolo

– Campobasso, sindaco Antonio Battista

– Cesena, sindaco Paolo Lucchi

– Cremona, sindaco Gianluca Galimberti

– Ferrara, sindaco Tiziano Tagliani

– Firenze, sindaco Dario Nardella

– Foggia, sindaco Franco Landella

– Forlì, sindaco Davide Drei

– Modena, sindaco Gian Carlo Muzzarelli

– Pavia, sindaco Massimo Depaoli

– Pesaro, sindaco Matteo Ricci

– Pescara, sindaco Marco Alessandrini

– Prato, sindaco Matteo Biffoni

– Reggio Emilia, sindaco Luca Vecchi

– Sassari, sindaco Nicola Sanna

– Verbania, sindaco Silvia Marchionini

– Vercelli, sindaco Maura Forte

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Città maggiori con giunte in scadenza di mandato di centrodestra.

– Ascoli Piceno, sindaco Guido Castelli

– Perugia, sindaco Andrea Romizi

– Potenza, sindaco Dario De Luca

– Urbino, sindaco Maurizio Gambini

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Città maggiori con giunte in scadenza di mandato di M5S.

– Livorno, sindaco Filippo Nogarin

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Città maggiori in amministrazione straordinaria.

– Avellino

– Lecce

– Rovigo

– Vibo Valentia

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Città con più di 100,000 abitanti.

– Bari

– Bergamo

– Ferrara

– Firenze

– Foggia

– Forlì-Cesena

– Livorno

– Modena

– Perugia

– Pescara

– Prato

– Reggio Emilia

– Sassari.


Adnk. 2019-03-21. Amministrative, verso l’election day

Quasi la metà dei Comuni italiani andrà al voto alla tornata della primavera prossima. Manca ancora l’ufficialità, ma molto probabilmente per le amministrative si va verso l”election day’ del 26 maggio con le elezioni europee. Saranno oltre 3.800 i Comuni chiamati alle urne, per un totale di circa 17 milioni di elettori, più o meno un terzo dell’intera popolazione italiana. Un test importante, quindi, che riguarderà molti capoluoghi di Provincia: Bari, Campobasso, Firenze, Perugia, Potenza, Ascoli Piceno, Avellino, Bergamo, Biella, Forlì, Cesena, Cremona, Ferrara, Foggia, Lecce, Livorno, Modena, Pavia, Pesaro, Urbino, Pescara, Prato, Reggio Emilia, Rovigo, Sassari, Verbania e Vercelli, Vibo Valentia. Al voto anche Caltanissetta ma in Sicilia per le comunali si andrà alle urne il 28 aprile per il primo turno.

 In ben 20 delle città maggiori chiamate alla sfida elettorale, le giunte in scadenza di mandato sono di centrosinistra. Si tratta delle amministrazioni guidate dai sindaci uscenti di Bari, Antonio Decaro, di Firenze, Dario Nardella, di Bergamo Giorgio Gori, di Campobasso Antonio Battista, di Biella Marco Cavicchioli, di Caltanissetta Giovanni Ruvolo, di Forlì Davide Drei, di Cesena Paolo Lucchi, di Cremona Gianluca Galimberti, di Ferrara Tiziano Tagliani, di Foggia Franco Landella, di Modena Gian Carlo Muzzarelli, di Pavia Massimo Depaoli, di Pesaro Matteo Ricci, di Pescara Marco Alessandrini, di Prato Matteo Biffoni, di Reggio Emilia Luca Vecchi, di Sassari Nicola Sanna, di Verbania Silvia Marchionini e di Vercelli Maura Forte.

I capoluoghi al voto con giunte uscenti di centrodestra sono quelle di Perugia del sindaco Andrea Romizi, di Potenza del primo cittadino uscente Dario De Luca, di Ascoli Piceno del sindaco uscente Guido Castelli e Urbino del sindaco uscente Maurizio Gambini. In una città, Livorno, il sindaco uscente, Filippo Nogarin, è del Movimento 5 Stelle. In amministrazione straordinaria Rovigo, Avellino, Lecce e Vibo Valentia. Con la tornata elettorale di primavera saranno eletti 43.974 consiglieri e in seguito nominati circa 11.352 assessori.

Tredici dei Comuni che andranno al voto in primavera superano i 100.000 abitanti (Bari, Bergamo, Ferrara, Firenze, Foggia, Forlì-Cesena, Livorno, Modena, Perugia, Pescara, Prato, Reggio Emilia e Sassari). Saranno invece 198 i Comuni alle urne con popolazione sopra ai 15.000 abitanti per i quali è previsto il sistema elettorale maggioritario a doppio turno. Chiamati a votare per la prima volta 21 Comuni ‘neonati’ perché appena istituiti attraverso processi di fusione amministrativa. La maggior parte di questi, ossia sette, sono in Piemonte, quattro in Lombardia, tre rispettivamente in Veneto ed Emilia Romagna, uno per ognuna delle seguenti regioni: Toscana, Trentino Alto Adige, Marche e Calabria.

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Sanità. Spesa totale 152.817 mld, pubblica 113.131 mld, famiglie 35.989 mld.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-20.

2019-0316__Sanitaà_Italiana__001

L’Istat ha rilasciato la Tabella

Conti della sanità: Spesa sanitaria per soggetto erogatore e tipo di finanziamento

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Il Conto annuale del personale della PA 2016, appena pubblicato dalla Ragioneria generale dello Stato, ci ragguaglia invece sulla numerosità del personale.

2019-0316__Sanitaà_Italiana__002

2019-0316__Sanitaà_Italiana__003

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Al 2017 la sanità pubblica aveva 110,909 medici, 18,549 dirigenti non medici, e 522,915 personale non dirigente: di questi, 266,352 gli infermieri, 35,680 in ruolo tecnico sanitario, 11,145 in ruolo tecnico e 69,997 in ruolo amministrativo. Un totale di 652,373 unità lavorative, alle quali dovrebbero essere sommate altre 70,000 circa in altri ruoli ed avventizi. 119,145 addetti come personale tecnico – non ad impiego sanitario – lascia molto ma molto perplessi.

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Le spese stipendiali per i dipendenti pubblici si aggira attorno ai 35 miliardi di euro, per cui le spese per il servizio sanitario nazionale, dedotto il personale, si aggira attorno ai 78 miliardi di euro ogni anno.

Le spese per la farmaceutica ammontano ad 11.261 miliardi per i farmaci passati dal servizio sanitario pubblico, cui dovrebbe essere aggiunta la cifra di 13.504 miliardi spesi dai privati. Orbene, se i privati si accollano tale cifra dovrebbe essere segno evidente della utilità intrinseca dei farmaci non ammessi dal servizio pubblico.

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Sempre l’Istat riporta come le famiglie italiane spendano per la sanità 55.989 miliardi di euro ogni anno.

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Sono davvero molto numerose le considerazioni che potrebbero essere fatte: ci si limiterà solo ad alcune.

– Nel complesso, gli italiani spendono relativamente poco per la propria salute. Questo in gran parte è da addebitarsi ai bassi livelli stipendiali, nonché al fatto che i pensionati, di per sé vecchi bisognosi di cure, hanno pensione molto contenute.

– 652,373 addetti alla sanità pubblica è cifra iperboreica. Solo un sesto sono medici e poco meno del 40% infermieri, ossia il personale propriamente attribuibile al comparto sanitario. 69,997 persone addette alla amministrazione è ina quota nemmeno raggiunta dalla fu Unione Sovietica.

– Ciò che blocca il comparto sanitario è un’iper legislazione ed una super regolamentazione, cui conseguono una dilatazione ipertrofica di carichi burocratici inutili quanto dannosi. Il personale lavora quasi sempre al meglio possibile, e lo affermiamo con molto piacere: solo che fan fare loro lavori di scartoffie. Nulla da stupirsi quindi se il personale sia fortemente disincentivato e non veda l’ora di andarsene in pensione.

– Che poi le famiglie debbano spendere 35.989 miliardi per la sanità indica chiaramente quanto carente sia il servizio sanitario nazionale. Siamo chiari: ci si può curare solo se si sia abbienti.

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Proseguendo su questa china, il servizio sanitario finirà come dovrà finire: privatizzato.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Mef. Entrate Tributarie Erariali 436 mld. Dirette 248, indirette 216.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-08.

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Pavimento del Duomo di Siena. Il Massacro degli Innocenti.


Il Mef, Ministero Economia e Finanze ha rilasciato due interessanti report.

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Gennaio 2019. [pdf]

«Nel mese di gennaio 2019, le entrate tributarie erariali accertate in base al criterio della competenza giuridica ammontano a 36.547 milioni di euro, segnando un incremento di 955 milioni di euro rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (+2,7%).»

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«Le imposte dirette risultano pari a 25.390 milioni di euro, con un aumento di 208 milioni di euro (+0,8%) rispetto a gennaio 2018»

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«Le imposte indirette, che ammontano a 11.157 milioni di euro, registrano una variazione positiva di 495 milioni di euro»

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Anno 2018. [pdf]

«Il 1° marzo l’ISTAT ha diffuso i dati del PIL e dell’indebitamento delle Amministrazioni Pubbliche e ha certificato che nel 2018 il prodotto interno lordo ai prezzi di mercato è cresciuto dell’1,7%; in termini reali la crescita del PIL è stata pari allo 0,9%, i consumi finali nazionali sono aumentati dello 0,5% e gli investimenti fissi lordi del 3,4%; il rapporto tra deficit e PIL è sceso a -2,1% a fronte del -2,4% del 2017»

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«Nell’anno 2018 le entrate tributarie erariali accertate in base al criterio della competenza giuridica sono pari a 463.296 milioni di euro con un aumento di 7.652 milioni di euro (+1,7%) rispetto all’anno precedente»

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«Le imposte dirette ammontano a 247.631 milioni di euro, con una crescita tendenziale di 2.011 milioni di euro (+0,8%)»

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«Il gettito dell’imposta sul reddito delle società evidenzia una flessione del 7,2% »

«La cedolare secca sugli affitti ha segnato un gettito di 2.790 milioni di euro (+227 milioni di euro, apri a +8,9%)»

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«Le imposte indirette ammontano a 215.665 milioni di euro, con una crescita tendenziale di 5.641 milioni di euro (+2,7%)»

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«Le entrate derivanti dai giochi si attestano, nel 2018, a 14.552 milioni di euro con una variazione positiva pari a 534 milioni di euro (+3,8%).»

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«Nel 2018 il Pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.753.949 milioni di euro correnti, con un aumento dell’1,7% rispetto all’anno precedente. In volume il Pil è aumentato dello 0,9%.» [Istat]

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Cattive notizie sul fronte debito che si è impennato al 132.1% del Prodotto interno lordo, contro il 131.3 dell’anno precedente. Bene, invece, il rapporto deficit/Pil. La pressione fiscale resta inchiodata al 42.2% e le famiglie spendono sempre meno. Frenano export e investimenti.

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Entrate tributarie, nel 2018 gettito di 463,2 miliardi (+1,7%)

Comunicato Stampa N° 45 del 05/03/2019

SCENARIO

Il 1° marzo l’ISTAT ha diffuso i dati del PIL e dell’indebitamento delle Amministrazioni Pubbliche e ha certificato che nel 2018 il prodotto interno lordo ai prezzi di mercato è cresciuto dell’1,7%; in termini reali la crescita del PIL è stata pari allo 0,9%, i consumi finali nazionali sono aumentati dello 0,5% e gli investimenti fissi lordi del 3,4%; il rapporto tra deficit e PIL è sceso a -2,1% a fronte del -2,4% del 2017. I dati dell’economia reale e dei conti pubblici segnalano un miglioramento delle finanze pubbliche segnando, tuttavia, un rallentamento rispetto al 2017. In questo quadro la dinamica delle entrate tributarie è stata influenzata nell’anno 2018 anche dagli effetti di alcuni provvedimenti normativi che hanno riguardato la riduzione, a decorrere dal 2017, dell’aliquota legale Ires dal 27,5% al 24% (legge 208/2015), l’applicazione all’imposta sul reddito delle società della maggiorazione della deduzione per gli investimenti in beni strumentali nuovi e beni strumentali ad alto contenuto tecnologico (c.d. superammortamento e iperammortamento) contenuta nella Legge di Bilancio per il 2017. Infine la Legge di Bilancio per il 2018 (legge 205/2017) ha incrementato dal 40% al 58% l’acconto relativo all’imposta sulle assicurazioni.

I DATI GENERALI

Nell’anno 2018 le entrate tributarie erariali accertate in base al criterio della competenza giuridica sono pari a 463.296 milioni di euro con un aumento di 7.652 milioni di euro (+1,7%) rispetto all’anno precedente. Nel confronto tra il gettito annuale registrato nel biennio 2018/2017, non si rilevano disomogeneità determinate da entrate tributarie una-tantum, come le entrate derivanti dalla voluntary disclosure che hanno influenzato il gettito nel biennio 2016/2017.

IMPOSTE DIRETTE

Le imposte dirette ammontano a 247.631 milioni di euro, con una crescita tendenziale di 2.011 milioni di euro (+0,8%) sostenute, in particolare, dalla dinamica delle ritenute IRPEF da lavoro dipendente e da pensione con un incremento complessivo di 5.537 milioni di euro (+3,8%). Sul risultato hanno influito la dinamica dell’occupazione che è cresciuta nel corso del 2018 dello 0,9%, la dinamica delle retribuzioni lorde pro-capite che sono aumentate dell’1,7% e la dinamica dei redditi da lavoro dipendente che sono cresciuti del 3,3% (fonte Istat).

L’andamento dell’autoliquidazione IRPEF (-744 milioni di euro, -3,5%) è influenzato principalmente dai minori versamenti a saldo (-571 milioni di euro, -9,2%).

Il gettito dell’imposta sul reddito delle società evidenzia una flessione del 7,2% determinata dagli effetti finanziari derivanti dalla riduzione dell’aliquota Ires dal 27,5% al 24% e degli effetti dell’applicazione del c.d. superammortamento e iperammortamento.

Il gettito delle altre imposte dirette segna una riduzione di 930 milioni di euro pari a -8,7%, principalmente per la diminuzione delle entrate in conto capitale derivanti dall’emersione delle attività finanziarie e patrimoniali detenute all’estero (-692 milioni di euro, pari a -72,4%). La cedolare secca sugli affitti ha segnato un gettito di 2.790 milioni di euro (+227 milioni di euro, apri a +8,9%); l’imposta sostitutiva per la rideterminazione dei valori di acquisto delle partecipazioni non negative ha segnato un gettito di 1.281 milioni di euro (+331 milioni di euro pari a +34,8%) e l’imposta sostitutiva sul valore dell’attivo dei fondi pensione che ha registrato un gettito di 930 milioni di euro ( +260 milioni di euro pari a +38,8%).

IMPOSTE INDIRETTE

Le imposte indirette ammontano a 215.665 milioni di euro, con una crescita tendenziale di 5.641 milioni di euro (+2,7%). Alla dinamica favorevole ha contribuito principalmente il gettito dell’IVA (+3.859 milioni di euro, +3,0%) nella componente di prelievo sugli scambi interni +3.018 milioni di euro. L’Iva versata sulle importazioni di oli minerali rappresenta oltre il 30 % del gettito totale.

Il gettito dell’IVA sugli scambi interni cresce del 2,6% rispetto al 2017. La dinamica registrata è stata condizionata dall’ampliamento della platea dei contribuenti soggetti all’applicazione dello split payment (art.1 del D.L. n.50/2017). La norma sopra richiamata ha esteso l’ambito applicativo dello split payment alle operazioni – per le quali è emessa fattura a partire dal 1° luglio 2017 – effettuate nei confronti di tutte le pubbliche amministrazioni inserite nel conto economico consolidato, delle società controllate da pubbliche amministrazioni centrali e locali, nonché delle società quotate incluse nell’indice Ftse Mib. I primi sette mesi dell’anno 2018 hanno registrato delle variazioni non omogenee rispetto all’anno precedente. Dal mese di agosto con la sincronizzazione delle due annualità la variazione rispetto al 2017 si è mantenuta costantemente intorno al 2%.

Il gettito dell’IVA sulle importazioni registra nel periodo un incremento complessivo di 841 milioni di euro (+6,3). L’imposta sulle assicurazioni ha segnato un incremento del 19,9% determinato dall’aumento della misura dell’acconto dal 40% al 58% (art. 1, comma 992, legge n.205/2017).

Tra le imposte sulle transazioni a fronte delle leggere flessioni delle tasse e delle imposte ipotecarie (-18 milioni di euro, -1,1%) e dei diritti catastali e di scritturato (-2 milioni di euro, -0,3), si registrano i significativi incrementi dell’imposta di bollo (+642 milioni di euro, +10,1%) e dell’imposta di registro (+205 milioni di euro, +4,2%), che in parte riflettono il buon andamento del mercato immobiliare registrato nel 2018.

ENTRATE DA GIOCHI

Le entrate derivanti dai giochi si attestano, nel 2018, a 14.552 milioni di euro con una variazione positiva pari a 534 milioni di euro (+3,8%).

ENTRATE DA ACCERTAMENTO E CONTROLLO

Le entrate tributarie erariali derivanti dall’attività di accertamento e controllo si sono attestate a 12.182 milioni di euro (-734 milioni di euro, -5,7%) di cui: 6.170 milioni di euro (-1.060 milioni di euro, -14,7%) sono affluiti dai ruoli relativi alle imposte dirette e 6.012 milioni di euro (+327 milioni di euro, +5,7%) da quelli delle imposte indirette. Il risultato negativo si concentra nel periodo agosto-dicembre che è stato condizionato dalle consistenti entrate, affluite nell’anno 2017, derivanti dalla “rottamazione delle cartelle esattoriali”.

Sul sito del Dipartimento delle Finanze è disponibile il Bollettino delle entrate tributarie del periodo gennaio-dicembre 2018, corredato dalle appendici statistiche e la relativa Nota tecnica che illustra in sintesi i principali contenuti del documento.

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Entrate tributarie, a gennaio 2019, pari a 36,5 miliardi (+2,7%)

Comunicato Stampa N° 46 del 05/03/2019

Nel mese di gennaio 2019, le entrate tributarie erariali accertate in base al criterio della competenza giuridica ammontano a 36.547 milioni di euro, segnando un incremento di 955 milioni di euro rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (+2,7%). Al risultato contribuiscono sia le imposte dirette, che aumentano dello 0,8%, sia le imposte indirette (+4,6%).

IMPOSTE DIRETTE

Le imposte dirette risultano pari a 25.390 milioni di euro, con un aumento di 208 milioni di euro (+0,8%) rispetto a gennaio 2018. La crescita delle imposte dirette riflette essenzialmente l’andamento delle ritenute IRPEF sui lavoratori dipendenti e sui pensionati (+688 milioni di euro, +3,2%). Negativo il risultato dell’IRES che registra una diminuzione di 34 milioni di euro (-9,9%).

IMPOSTE INDIRETTE

Le imposte indirette, che ammontano a 11.157 milioni di euro, registrano una variazione positiva di 495 milioni di euro. Il risultato è legato all’andamento del gettito dell’IVA (+587 milioni di euro, +10,8%) e, in particolare, alla componente di prelievo sugli scambi interni che registra un incremento di 721 milioni di euro, mentre diminuisce il prelievo sulle importazioni (-134 milioni di euro, -9,6%).

ENTRATE DA ACCERTAMENTO E CONTROLLO

Le entrate tributarie erariali derivanti dall’attività di accertamento e controllo si sono attestate a 766 milioni (+80 milioni di euro, +11,7%) di cui: 377 milioni di euro (-23 milioni di euro, -5,8%) sono affluiti dalle imposte dirette e 389 milioni di euro (+103 milioni di euro, +36,0%) dalle imposte indirette.

Sul sito del Dipartimento delle Finanze è disponibile il Bollettino delle entrate tributarie del periodo gennaio-dicembre 2019, corredato dalle appendici statistiche e la relativa Nota tecnica che illustra in sintesi i principali contenuti del documento.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Gap Fiscale. In venti anni 1,000 miliardi trasferiti dal nord al sud.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-22.

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Per Gap Fiscale si intende la differenza tra quanto le Regioni italiane versano sotto forma di tributi a Roma e quanto dallo Stato centrale ricevono in termini di servizi e investimenti.

Se è del tutto ovvio che in una situazione ottimale il gap fiscale dovrebbe essere ragionevolmente eguale allo zero, in Italia ciò non accade. Alcune regioni ricevono molto di più di quanto versino e, nel converso, alcune altre regione versano molto di più di quanto ricevano

La Lombardia versa una differenza di 54 miliardi. seguita dall’Emilia Romagna con 18.861, Veneto con 15.458, Toscana con 5.442. È un totale di 93.761 miliardi di euro.

Se si esaminasse il Gap Fiscale procapite, il Cittadino Contribuente lombardo ha un onere procapite di 5,217 euro, un emiliano di 4,239, un veneto di 3,141.

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La Regione Sicilia riceve 10.617 miliardi, la Puglia 6.419, la Calabria 5.871, la Campania 5.705.

I valori procapite sono di conseguenza: Sardegna 3,169, Calabria 2,975,  Basilicata 2,192 e Sicilia 2,089.

2019-02-22__Gap_Foscale__001

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In venti anni le regioni meridionali hanno ricevuto un surplus di oltre 1,000 miliardi: dovrebbero essere lastricate d’oro con paracarri impreziositi di diamanti.

Nulla di tutto questo.

Questi dati si commentano da soli.

Una proposta.

Il gruppo familiare medio siciliano consta di cinque persone: lo stato potrebbe dare direttamente a ciascuno di essi un reddito di cittadinanza di 10,000 euro netti annuali, saltando la regione che opera da intermediaria.

Oppure.

Si versino 50 miliardi all’anno all’Inps, ed i lproblema pensionistico sarebbe sostanzialmente ridotto.


Gap tra tasse e trasferimenti: un lombardo perde 5.217 euro, un sardo ne guadagna…

Calcolato da Eupolis, per residuo fiscale si intende la differenza tra quanto un territorio versa sotto forma di tributi allo Stato e quanto da esso riceve sotto forma di servizi.

Che cosa è il residuo fiscale

Il grafico sopra mostra esattamente questo: a quanto ammonta la differenza tra quanto le Regioni italiane versano sotto forma di tributi a Roma e quanto dallo Stato centrale ricevono in termini di servizi e investimenti. Naturalmente se l’istogramma è a destra la Regione versa più di quanto riceve se, invece è a sinistra è residuo fiscale negativo: riceve più di quanto versa.

I versamenti a Roma riguardano in particolare queste imposte e tributi:

– Imposte dirette (es Irpef), imposte in conto capitale (es Imu), imposte dirette (es Iva)

– Contributi sociali effettivi e figurativi versati da lavoratori e imprese (i contributi di lavoro che vanno principalmente all’Inps)

– Interessi, dividendi, redditi prelevati dai membri di quasi società (es interessi su obbligazioni di imprese), utili reinvestiti di investimenti all’estero, fitti di terreni e diritti sfruttamento giacimenti

-Trasferimenti correnti o in conto capitale diversi da famiglie e imprese

– Produzione di servizi vendibili e produzione di beni e servizi per uso proprio

Questo, invece, è un elenco delle principali voci di spesa dello Stato sui territori regionali.

– Spesa per consumi finali (es spesa statale in giustizia, istruzione, ecc)

– Prestazioni sociali in denaro e trasferimenti correnti diversi a famiglie e istituzioni sociali private

(tipicamente le pensioni in particolare quelle sociali o di invalidità)

– Contributi alla produzione e trasferimenti correnti diversi a imprese (i vari incentivi alle aziende)

– Imposte dirette,trasferimenti ad enti pubblici (ovvero i gettiti delle tasse come l’IRAP re-indirizzate alle regioni)

– Investimenti fissi lordi ( es. quando lo Stato costruisce una nuova autostrada in una regione)

– Contributi agli investimenti a famiglie e imprese (trasferimenti in conto capitale, per esempio contributi a fondo perduto a start-up).

Il residuo fiscale per Regione

Ebbene, i complessi calcoli hanno portato a una differenza che per alcune regioni appare da record. Innanzitutto per la Lombardia, che vanta un residuo fiscale a proprio sfavore di 54 miliardi circa. Ovvero la differenza tra quanto privati cittadini e imprese lombarde versano e quanto ricevono in servizi e trasferimenti è altissima, molto superiore a quella delle altre regioni.

La seconda regione, l’Emilia Romagna, vede un residuo fiscale molto minore, di 18 miliardi e 861 milioni

Viene poi il Veneto, con 15 miliardi e 458 milioni. Al quarto posto il Piemonte con 8 miliardi e 606 milioni.

A seguire tutte le regioni del Nord, tranne la provincia di Trento, la Toscana e il Lazio.

Al contrario vi sono quelle regioni in cui il calcolo del residuo fiscale dà un risultato negativo, perché quello che si riceve da Roma è più di quanto si versa. E’ il caso di tutto il Sud: la Sicilia ha il dato con il maggior deficit, – 10 miliardi e 617 milioni e questo nonostante il livello altissimo delle tasse locali, come Truenumbers ha raccontato in questo post. Poi viene la Puglia, con -6 miliardi e 419 milioni; la Calabria, -5 miliardi e 871 milioni e la Campania, – 5 miliardi e 705 milioni.

Tra le aree in deficit fiscale c’è anche la provincia autonoma di Trento. Che sia autonoma non è certamente un caso, l’enorme afflusso di denaro proveniente da Roma riesce infatti a superare anche quello che viene versato e prodotto dai trentini, nonostante questo non sia poco.

Il residuo fiscale pro-capite

Le regioni italiane non hanno lo stesso numero di abitanti, se la Lombardia ne ha più di 10 milioni, il Molise, la Basilicata, la Valle d’Aosta non raggiungono il milione. E’ giusto considerare anche i valori appena visti commisurati alla popolazione. Dividendo il residuo fiscale per il numero di abitanti abbiamo quindi il residuo fiscale pro-capite.

Ebbene, anche in questa classifica la Lombardia è prima, con 5.217 euro per cittadino. Le differenze con le altre regioni tuttavia non sono più abissali. L’Emilia Romagna, è al secondo posto con 4.239 euro, il Veneto, al terzo, 3.141 euro. Viene poi Bolzano al quarto posto, che nella classifica precedente era più indietro, all’ottavo, con un residuo fiscale di 2.117 euro.

Tra le regioni con residuo negativo il valore record non è più della Sicilia, ma della Sardegna, con 3.169. Vi è poi la Calabria, con 2.975 pro capite, e la Basilicata, 2.192. La Sicilia è ora “solo” quartultima, con -2.089. Migliora relativamente la posizione campana che era al 18esimo posto e ora è solamente 14esima.

Naturalmente non mancano critiche a questo metodo di calcolo. E’ chiaro che appare difficile attribuire a ogni regione tutti i gettiti delle imposte e soprattutto tutte le spese dello Stato. La spesa per la difesa, per esempio, finisce in alcune installazioni specifiche, centrali e periferiche, e anche se va in un radar in Puglia è chiaro che questo difende anche il resto del Paese e non solo quella regione.Così i finanziamenti per una università in Emilia Romagna in cui studiano anche giovani di tutte le altre regioni.

E poi vi sono tutte le strutture centrali dello Stato, concentrate a Roma, che tuttavia offrono servizi per tutto il Paese. Tuttavia quello che è innegabile è il grosso squilibrio che, miliardo più, miliardo meno, contraddistingue da sempre il nostro Paese. La Lombardia da sola può “mantenere” molte regioni del Mezzogiorno, non da oggi, e ci sono pochi casi simili nel resto d’Europa.

Pubblicato in: Amministrazione, Demografia

Inps. Si avvicina la soluzione finale dei pensionati. Eutanasia.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-08.

2018-101_età pensionamento

L’Inps ha un flusso finanziario complessivo di 860 miliardi annuo.

L’Inps riporta a bilancio 2018 entrate complessive per 423.975 miliardi di euro, delle quali 211.462 miliardi derivano dal versamento dei contributi. Mancano all’appello 212.513 = (423.975 – 211.462) miliardi di euro.


Per comprendere appieno il dramma dell’Inps servirebbe tener sempre a mente che i contributi versati sono immediatamente utilizzati per pagare le prestazione fatte dall’ente: in altri termini, sono i lavoratori attuali che pagano con i contributi che versano le pensioni di quanti siano ritirati.

Perché il gioco funzioni devono essere soddisfatte alcune condizioni di base:

– il numero dei lavoratori dovrebbe essere sempre maggiore dei pensionati;

– I lavoratori dovrebbero guadagnare a sufficienza da poter versare contributi consistenti;

– il sistema non dovrebbe essere gravato da spese improprie. A rigor di termini, l’assistenza non dovrebbe competere l’Inps bensì essere contabilizzata a parte: per l’assistenza sociale non si versano contributi;

– le pensioni di reversibilità altro non sono che una forma assistenziale che prolunga lo stato in essere di un trattamento pensionistico ben oltre i contributi versati.

– la demografia del paese non dovrebbe subire scossoni significativi.

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Negli ultimi tempi si sono evidenziati diversi fatti avversi al bilancio dell’Inps.

– L’età media si è allungata in modo molto significativo;

– Con il calo delle nascita è diminuito il numero delle persone al lavoro che versano contributi;

– Con la crisi economica le retribuzioni si sono ridimensionate, riducendo così il flusso contributivo;

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I rimedi hanno certamente rabberciato situazioni temporanee, ma hanno generato i presupposti per ulteriori peggioramenti ed anche per molte iniquità.

Se l’innalzamento dell’età pensionabile ha ridotto il transito da lavoro a pensione, ha però reso impossibile la liberazione di posti di lavoro, da cui aumento della disoccupazione giovanile, ricorso a forme di lavoro precario, da cui deriva una diminuzione di quello che avrebbe dovuto essere l’apporto contributivo alle casse dell’Inps.

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Al mantenimento dei pensionati in essere è immolata l’intera generazione che loro subentra, per la quale la prospettiva di ottenere a fine ciclo lavorativo una pensione con cui poter vivere risulta essere semplicemente impossibile.

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Un orpello a parte è costituito dagli oneri squisitamente assistenziali, in continuo aumento.

Tutti i morti erano vivi un secondo prima di morire: il fatto che l’Inps sia ancora in piedi non garantisce affatto che tale posa restare in un domani.


2018-102

Con 22.5 milioni di contribuenti l’Inps dovrebbe mantenere 15.5 milioni di beneficiari di trattamento pensionistico. In altri termini, un lavoratore paga grosso modo un migliaio di euro al mese per mantenere il “suo” pensionato, denaro che gli resterebbe in tasca se il pensionato non ci fosse oppure decedesse con gradita sollecitudine.

2018-103

A riscontro di 22,523,280 assicurati Inps, 4,877,333 sono beneficiari di prestazioni a sostegno del reddito. È un numero insostenibile. Ci si rende conto che non si può chiedere di essere solidali al punto tale da immiserirsi.

2018-104

Le entrate contributive dell’Inps sono disperatamente scarne in confronto degli obblighi. Senza il contributo statale di 110 miliardi l’Inps non potrebbe far fronte ai propri impegni. Ma, ci si pensi bene: lo stato quei 110 miliardi li cava fuori dalle tasche dei lavoratori, che alla fine si trovano un conto totale non salato, ma sale schietto.

2018-105

Dei 428.142 miliardi di uscite, solo 251.643 sono per le pensioni. I commenti dovrebbero essere superflui.

2018-106

2018-107

L’importo lordo medio mensile del reddito pensionistico ammonta a 1,513,41 euro. È una cifra di poco superiore alla soglia di povertà.

2018-108

Lo stato in cui è stata ridotta l’Italia da decine di anni di governo delle sinistre è ben evidenziato da questa tabella, di cui sopra. La retribuzione media annua ammonta a 26,331 euro in Lombardia, la massima riscontrabile in Italia, mentre quella ottenuta dagli italiani all’estero vale 62,570 euro, ossia tre volte tanto. La “colpa” non è certo degli esteri che lasciano guadagnare bene chi lavora, è dello stato italiano che tiene chi lavora a livello di schiavo.

2018-109

2018-110

La grande quantità dei pensionati maschi, il 67.5%, gode di trattamenti inferiori ai 2,000 euro mensili.

Il 7.2% del totale dei pensionati percepisce trattamenti superiori ai 3,000 euro mensili, per una pensione media lorda annuale di 52,216.99 euro. Hanno avuto modo di fare versamenti contributivi elevati ed adesso ottengono ciò che loro spetta.

Pubblicato in: Amministrazione, Demografia, Unione Europea

Danimarca. A breve restrizioni accesso migranti al welfare.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-30.

2019-01-28__danimarca__001

Il problema dell’accesso dei migranti alla assistenza sanitaria è sia politico sia economico.

Le diatribe politiche prendono in considerazione una congerie di elementi e le scelte finali rispondono a criteri che sono tutto tranne che economici.

Le diatribe economiche invece si basano, o dovrebbero farlo, sui numeri: sulle reali disponibilità, sull’allestimento di una scaletta di priorità, ed infine sulla sostenibilità nel tempo degli investimenti.

In questo caso il problema è duplice.

In Danimarca sta governando un monocolore di minoranza, composto solo da ministri del partito liberale, con il sostegno esterno del partito del popolo danese, alleanza liberale, e partito conservatore.

Il DF, Dansk Folkeparti, partito del popolo danese, è una formazione populista fortemente euroscettica nei confronti dell’attuale élite egemone.

Il DA, Det Konservative Folkeparti, partito conservatore aderisce al gruppo del ppe, ma se ne differenza in modo sostanziale essendo molto meno statalista della Cdu, per esempio.

Il Venstre, alleanza liberale pur professandosi liberal, ha posizioni molto simili al Da.

A giugno in Danimarca si terranno le elezioni politiche, e le formazioni politiche identitarie sovraniste sono in grande fermento. È concretamente possibile che possano riuscire ad essere determinanti nella formazione di quello ce sarà il prossimo governo. Questa evenienza induce tutte le forze politiche a formulare proposte che posano essere metabolizzate anche dalle opposizioni.

Infatti, a meno di clamorosi mutamenti del quadro politico, sarà alla fine possibile solo un governo di coalizione ed il partito socialdemocratico sembrerebbe essere fuori gioco.

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«A proposed tightening of immigration rules could have a significant impact on refugees’ ability to pay unforeseen costs of vital services like medicine and healthcare»

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«The Danish government’s projected ‘paradigm change’ in asylum policy could reduce the access of refugees to vital economic support in paying for medicines and other necessary one-off costs»

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«Several organisations have advised against changing a current scheme which enables municipalities to provide subsidies for specific, often unforeseen costs»

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Il costo delle cure mediche, prestazioni professionali, medicine e protesi, è molto elevato, specie poi se si volesse mantenere lo standard a livello dello stato dell’arte.

Con i tempi nei quali viviamo e, ancora a maggior ragione, con quelli venturi, i problemi dei costi diventeranno via via sempre più cogenti. Ogni azione politica necessita infatti di una adeguata copertura. Ed i soldi stanno finendo.


The Local. 2019-01-27. New Danish asylum curb could restrict refugee access to medicine and dental care

A proposed tightening of immigration rules could have a significant impact on refugees’ ability to pay unforeseen costs of vital services like medicine and healthcare.

The Danish government’s projected ‘paradigm change’ in asylum policy could reduce the access of refugees to vital economic support in paying for medicines and other necessary one-off costs.

Several organisations have advised against changing a current scheme which enables municipalities to provide subsidies for specific, often unforeseen costs incurred by hard-up refugees, newspaper Jyllands-Posten reports.

The Danish Refugee Council (Dansk Flygtningehjælp) has said that the proposal, which underwent the first round of political process in parliament on Thursday, would “limit individual refugees’ ability to get help” with the costs of medicine, dental care and other “necessary one-off costs”.

The bill also provides for a 2,000-kroner reduction in benefits payments to refugees who provide for dependents.

“This will affect a group which is already economically pressed to its absolute limits,” the Danish Red Cross wrote in a response to the hearing stage of the bill procedure.

Current rules enable refugees, like other people living in Denmark, to apply for assistance in covering the costs of specific one-off costs that they cannot afford themselves. Half of the money provided by municipalities in such instances is directly refunded by the state.

But the proposed new legislation will change that by providing for a block subsidy only, paid by the state to municipalities for extra financial assistance to refugees.

That means that municipalities will no long be certain of receiving the same state subsidies for the payments as before and may thereby have to change their policies.

Meanwhile, another element of the bill, which cuts integration benefits paid to refugee families.

“Put succinctly, this is making things harder for the people who are already struggling the most,” Danish Institute for Human Rights director Jonas Christoffersen told Jyllands-Posten.

Martin Henriksen, immigration spokesperson with the Danish People’s Party, told the newspaper he hoped the result of the new legislation would be fewer subsidies for refugees.

“Since we have cut benefits to refugees [via previous reforms, ed.], we have got the impression that some municipalities have compensated for some of the reduction by giving these subsidies. We want that stopped,” Henriksen said.

“We are not interested in letting municipalities, with 50 percent economic support from the state, conduct local politics that contradict national policy on foreigners,” he added.

In written comments provided to Jyllands-Posten, immigration minister Inger Støjberg did not directly answer whether she expected the bill to result in municipalities providing fewer subsidies to refugees, the newspaper writes.

But Støjberg’s ministry confirmed that savings are expected to be made through the change, the report adds.

The term ‘paradigm shift’ has been used to refer to a change in approach to asylum policy, initially driven by the anti-immigration Danish People’s Party, reflecting the view that the status of refugees should always be considered as temporary, and that their status should be revoked as soon as conditions in origin countries are deemed to enable this.

That means less emphasis in general on assisting refugees to integrate, which would aid their long-term prospects in Danish society.

The bill that provides for the new rule change is scheduled for its second and third parliamentary procedures in February, following normal process in Denmark for passing legislation.

It was contained in the budget agreed between the government and Danish People’s Party in November last year and is expected to be voted through.