Pubblicato in: Amministrazione, Banche Centrali, Senza categoria, Stati Uniti, Trump

Trump. T2. Personal income tax balza a 1.4$ trilioni di dollari.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-18.

Trump Vincitore

Il Bureau of Fiscal Service, US Department of Treasury, ha rilasciato il report

Monthly Treasury Statement (MTS).

Del più recente aggiornamento è disponibile un pdf.

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Nel secondo trimestre le entrate fiscali da tasse su persone sono ammontate ad 1.4 trilioni di dollari.

Questo è uno degli effetti del grande taglio delle tasse praticato mesi or sono dalla Amministrazione Trump.

E sono passati soltanto pochi mesi, ma il cresciuto benessere della popolazione è palpabile, tangibile.

A cosa mai servirebbe lo stato se non a far star bene la gente comune?


Sean Hannity. 2018-08-13. Great again: US Government Collects record tax haul in July

The United States treasury collected the highest level of personal income tax on record in July 2018, smashing estimates and taking-in more than $1.4 trillion just months after President Trump signed the sweeping tax overhaul into law.

According to CNS News, the federal government collected its highest recorded level of personal income tax on record in the second quarter of 2018 at $1,415,150,000,000; topping the previous record in the first ten months of 2017.

“In addition to the individual income taxes and corporation income taxes, the total taxes the federal government collected in October through July included $978,254,000,000 in Social Security and other payroll taxes; $70,755,000,000 in excise taxes; $18,761,000,000 in estate and gift taxes; $32,477,000,000 in customs duties; and $84,688,000,000 in miscellaneous revenues,” writes CNS.

The strong economic data may spell disaster for Democratic challengers just months before the 2018 midterm elections, with liberal candidates vowing to repeal the “GOP tax scam” should they retake control of Congress this fall.


Cns. 2018-08-13. Feds Collect Record Individual Income Taxes Through July; Still Run $683.9B Deficit

The federal government collected a record $1,415,150,000,000 in individual income taxes through the first ten months of fiscal 2018 (October 2017 through July 2018), according to the Monthly Treasury Statement.

But the federal government also ran a $683,965,000,000 deficit for those ten months, according to the statement.

The previous record for individual income tax collections in the first ten months of the fiscal year was in fiscal 2017, when the Treasury collected $1,351,409,020,000 in individual income taxes (in constant July 2018 dollars) in the October through July period.

Despite the record amount in individual income taxes collected in the first ten months of this fiscal year, overall federal tax collections declined in the first ten months of this fiscal year compared to last year. In the October-through-July period of fiscal 2017, the Treasury collected $2,820,673,610,000 in total taxes. In the October-through-July period of this fiscal year, the Treasury collected only $2,766,071,000,000.

While individual income taxes collected in the first ten month of the fiscal year increased from 2017 to 2018, corporation income tax collections declined. In the October-through-July period of fiscal 2017, the Treasury collected $239,013,770,000 in corporation income taxes (in constant July 2018 dollars). In the October-through-July period of fiscal 2018, the Treasury collected $166,004,000,000 in corporation income taxes.

In addition to the individual income taxes and corporation income taxes, the total taxes the federal government collected in October through July included $978,254,000,000 in Social Security and other payroll taxes; $70,755,000,000 in excise taxes; $18,761,000,000 in estate and gift taxes; $32,477,000,000 in customs duties; and $84,688,000,000 in miscellaneous revenues.

The federal government ran a $683,965,000,000 deficit in October through July of fiscal 2018 because while collecting its $2,766,071,000,000 in total taxes, it spent $3,450,035,000,000.

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Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia leader europea per carico fiscale. – Cgia.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-07-03.

2018-06-28__Cgia__001

L’Italia è paese leader europeo per carico fiscale sulle imprese con un 14.1% sul totale del gettito fiscale: 101.176 miliardi di euro.

Per paragone e confronto, nell’Unione Europea questa percentuale vale l’11.8% (681.827 miliardi) e nell’eurozona vale invece il 12.0% (519.998 miliardi di euro).

«Il peso economico dell’inefficienza burocratica della macchina pubblica sulle Pmi, invece, è di 31 miliardi e il deficit infrastrutturale, sia materiale che immateriale, grava sul sistema produttivo per almeno 40 miliardi di euro”»

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Queste cifre danno da pensare.

Non lascia perplessi l’entità della cifra, quanto piuttosto la discrepanza tra la cifra versata e la scarsezza di prestazioni elargite. L’intera macchina statale soffre di una burocrazia elefantiasica: sempre più si avverte l’esigenza di una de legislazione che elimini od almeno snellisca le procedure burocratiche e normative.

Se il problema è sicuramente politico, altrettanto sicuramente si dovrebbe ammettere che sia con altrettanta importanza organizzativo.

L’efficienza burocratica olandese, tedesca oppure austriaca è proverbiale, eppure quanto a leggi e normativi quei paesi non scherzano affatto.

Se poi si volesse allargare l’orizzonte al quadro mondiale, la struttura e l’efficienza organizzativa delle burocrazie americana e cinese potrebbero essere prese come esempi paradigmatici.

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Se compito del governo sia sicuramente quello di indirizzo politico della nazione, altrettanta attenzione sembrerebbe essere da attribuirsi alla semplificazione del funzionamento dell’apparato statale. Non sarà certo cosa facile, dopo tanti, troppi, anni di malgoverno.


Cgia. 2018-06-23.  Sulle nostre imprese gravano 101 miliardi di tasse l’anno. Sforzo fiscale record tra i big dell’UE.

Le imprese italiane versano al fisco 101,1 miliardi di euro l’anno: un carico di imposte, tasse, tributi e contributi previdenziali da far tremare i polsi. Tra i principali paesi europei, solo l’Olanda (14,2 per cento) registra una incidenza del prelievo fiscale riconducibile alle imprese sul gettito fiscale totale superiore alla nostra (14,1 per cento).

Con i nostri principali competitor, invece, scontiamo dei differenziali molto preoccupanti; tutti presentano un “sacrificio fiscale” nettamente inferiore al nostro. Sulle aziende tedesche, ad esempio, grava un prelievo sul gettito totale del 12,3 per cento, sulle spagnole dell’11,6 per cento, su quelle britanniche dell’11,4 per cento e sulle francesi del 10,2 per cento (vedi Tab.1).

“Sebbene alle nostre imprese sia praticamente richiesto lo sforzo fiscale più oneroso d’Europa – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – lo Stato italiano continua a non agevolarne la crescita. Anzi. Ricordo, ad esempio, che il debito commerciale della nostra Pubblica amministrazione nei confronti dei propri fornitori è di 57 miliardi di euro, di cui una trentina ascrivibili ai ritardi nei pagamenti. Il peso economico dell’inefficienza burocratica della macchina pubblica sulle Pmi, invece, è di 31 miliardi e il deficit infrastrutturale, sia materiale che immateriale, grava sul sistema produttivo per almeno 40 miliardi di euro”.

L’Ufficio studi della CGIA tiene inoltre a sottolineare che la priorità del nostro Paese è la questione economica. I segnali di ripresa registrati in questi ultimi 2 anni si stanno affievolendo e anche quest’anno la nostra crescita sarà la più contenuta in tutta l’Ue. Per questo è necessario intervenire quanto prima per abbassare le tasse, alleggerire l’oppressione burocratica, accelerare i pagamenti della Pubblica amministrazione e tornare ad investire. In merito agli investimenti il Segretario della CGIA, Renato Mason, afferma:

“Pur essendo uno strumento intelligente, il piano 4.0, fortemente voluto dall’ex ministro Calenda, è stato tarato sulle esigenze delle medie e delle grandi aziende. Non è un caso, infatti, che fino ad ora la stragrande maggioranza degli incentivi sia stata utilizzata da queste ultime. Le piccole, che sono la quasi totalità delle imprese presenti nel paese, ne hanno usufruito in misura minore. Pertanto, è necessario coinvolgerle maggiormente e nella rivoluzione digitale che dovremo affrontare nei prossimi anni dovranno essere interessate anche la Pubblica amministrazione, la scuola e le maestranze. Questa sfida si vince se, tutti assieme, saremo in grado di fare squadra, giocando questa partita con la consapevolezza che chi rimarrà indietro avrà poche possibilità di stare al passo con le principali potenze economiche del mondo”.

Oltre ad avere un peso fiscale in Italia che rimane tra i più elevati tra i paesi più avanzati, la CGIA ricorda che è altrettanto inaccettabile che il grado di complessità raggiunto dal fisco scoraggi la libera iniziativa e la voglia di fare impresa. Inoltre, gli artigiani mestrini tengono a precisare che non è nemmeno più rinviabile una riflessione sull’ “assetto” della Magistratura giudiziaria.

“Il nostro sistema fiscale – conclude Zabeo – è costituito da 3 attori: il legislatore, l’Amministrazione finanziaria e la giustizia tributaria. Ad ognuno di questi soggetti la Costituzione conferisce una funzione e

non è ammessa alcuna sovrapposizione di ruoli. Le Commissioni tributarie, però, si avvalgono della struttura organizzativa ed economica del Ministero dell’Economia e delle Finanze a cui appartiene anche l’Agenzia delle Entrate che è la controparte del contribuente. Ora, nessuno mette in discussione l’indipendenza e l’imparzialità dei giudici tributari, ci mancherebbe, sta di fatto che il problema esiste e nel contenzioso giuridico tra fisco e contribuente lo squilibrio c’è e, purtroppo, è a svantaggio di quest’ultimo”.

Ritornando ai dati riportati in Tab. 1, la CGIA fa presente che l’incidenza percentuale delle tasse pagate dalle imprese sul totale del gettito fiscale è un indicatore che aiuta a comprendere l’elevato livello di tassazione a cui sono sottoposte le aziende. Si tenga presente che le imposte italiane considerate in questa analisi su dati Eurostat sono: l’Irap, l’Ires, la quota dell’Irpef in capo ai lavoratori autonomi, le ritenute sui dividendi e sugli interessi, le imposte da capital gain e i contributi previdenziali pagati dai lavoratori autonomi per la propria posizione previdenziale.

Pubblicato in: Amministrazione, Banche Centrali, Unione Europea

MEF. Ragioneria Generale. Bilancio breve 2018 – 2020.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-24.

2018-06-20__Mef__001

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ragioneria Generale dello Stato, ha rilasciato il

Bilancio in Breve – 2018-2020

La legge di bilancio in breve 2018-2020 (formato PDF – dimensione 1576 Kb).

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È un documento lungo e complesso, dal quale enucleeremo un solo punto:

«comporta incremento dell’indebitamento netto di circa 10,8 miliardi nel 2018, 11,4 miliardi nel 2019 e 2,4 miliardi nel 2020 e un peggioramento del saldo netto da finanziare del bilancio dello Stato di 14,8 miliardi nel 2018, 16,2 miliardi nel 2019 e 7,6 miliardi nel 2020»

A seguito, riportiamo alcuni stralci.

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«Intro

La legge di bilancio in breve è un documento a carattere divulgativo. Esso illustra: lo scenario di riferimento in cui si colloca la legge di bilancio per il triennio di riferimento, gli effetti e i contenuti dei principali interventi disposti con la manovra di finanza pubblica e il loro impatto sui sottosettori delle Pubbliche amministrazioni, la struttura del bilancio dello Stato e il relativo quadro finanziario anche in termini di allocazione tra i principali settori di spesa.

In evidenza

La manovra di finanza pubblica, che per il triennio 2018-2020 comprende oltre alle disposizioni della legge di bilancio previste con la sezione I e i rifinanziamenti, definanziamenti e riprogrammazioni contenuti nella sezione II anche gli effetti finanziari del decreto legge 148/2017, è coerente con gli obiettivi programmatici di finanza pubblica, definiti con la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza 2017 e la contestuale Relazione al Parlamento. Essa comporta incremento dell’indebitamento netto di circa 10,8 miliardi nel 2018, 11,4 miliardi nel 2019 e 2,4 miliardi nel 2020 e un peggioramento del saldo netto da finanziare del bilancio dello Stato di 14,8 miliardi nel 2018, 16,2 miliardi nel 2019 e 7,6 miliardi nel 2020. I principali interventi riguardano la sterilizzazione degli aumenti delle aliquote IVA e delle accise previsti dalle clausole di salvaguardia, il rilancio degli investimenti, l’incremento delle risorse per gli enti territoriali, il potenziamento del capitale umano e il rafforzamento del welfare, mediante interventi in ambito previdenziale, assistenziale e di inclusione sociale.

Per effetto degli andamenti tendenziali e della manovra di finanza pubblica il quadro generale riassuntivo del bilancio dello Stato evidenzia un livello del risparmio pubblico pari a circa 1,4 miliardi nel 2018, 19,9 miliardi nel 2019 e 32,3 miliardi nel 2020. Il saldo netto da finanziare, in miglioramento rispetto ai valori del bilancio assestato 2017, si attesta a 45 miliardi nel 2018, 25,3 miliardi nel 2019 e 13,3 miliardi nel 2020.»

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 2.1 – Gli effetti sui saldi

La manovra di finanza pubblica per il triennio 2018-2020 si compone delle disposizioni della legge di bilancio previste con la sezione I e dei rifinanziamenti, definanziamenti e riprogrammazioni contenuti nella sezione II, nonché degli effetti finanziari del decreto legge 148/2017.

Gli interventi previsti sono rappresentati in relazione alle finalità perseguite da ciascuna misura e al complesso degli effetti finanziari che esse determinano sui soggetti interessati. Le misure sono pertanto distinte tra “reperimento” e “utilizzo” delle risorse. La valutazione degli effetti finanziari riconducibili a ciascuna misura è effettuata in termini netti, includendo eventuali effetti riflessi di natura fiscale e contributiva direttamente riconducibili all’operare della disposizione e rappresentando la variazione complessiva che si determina su ciascun aggregato di bilancio.

La manovra di finanza pubblica, in coerenza con gli obiettivi programmatici, comporta un incremento dell’indebitamento netto di circa 10,8 miliardi nel 2018, 11,4 miliardi nel 2019 e 2,4 miliardi nel 2020 e un peggioramento del saldo netto da finanziare del bilancio dello Stato di 14,8 miliardi nel 2018, 16,2 miliardi nel 2019 e 7,6 miliardi nel 20201 (Tav. 2.1).

Si prevede un utilizzo di risorse per circa 22,6 miliardi nel 2018, 17 miliardi nel 2019 e 11,3 miliardi nel 2020 che, in termini di bilancio dello Stato, corrispondono a 28,2 miliardi nel 2018, 19,6 miliardi nel 2019 e 15 miliardi nel 2020. I principali interventi riguardano la sterilizzazione degli aumenti delle aliquote IVA e delle accise previsti dalle clausole di salvaguardia, il rilancio degli investimenti, l’incremento delle risorse per gli enti territoriali, il potenziamento del capitale umano e il rafforzamento del welfare, mediante interventi in ambito previdenziale, assistenziale e di inclusione sociale.

Le risorse reperite ammontano a circa 11,7 miliardi nel 2018, 5,6 miliardi nel 2019 e 8,9 miliardi nel 2020 (corrispondenti in termini di saldo netto da finanziare a 13,5 miliardi nel 2018, 3,5 miliardi nel 2019 e 7,4 miliardi nel 2020). Nel triennio di riferimento circa il 60 per cento delle risorse derivano da aumenti attesi di gettito, in prevalenza per le misure di contrasto all’evasione fiscale, attraverso il potenziamento della definizione agevolata dei carichi fiscali iscritti a ruolo e l’estensione della fatturazione elettronica obbligatoria anche nei rapporti tra privati. Sul versante delle uscite, sono previste riprogrammazioni di trasferimenti e di fondi del bilancio dello Stato e misure di revisione della spesa da parte dei Ministeri.

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Gli effetti consolidati della manovra di finanza pubblica (Tav. 2.2) determinano un disavanzo delle Amministrazioni centrali pari a circa 11,3 miliardi nel 2018, 10,6 miliardi nel 2019 e 0,3 miliardi nel 2020. Nel biennio 2018-2019 questo risultato dipende in larga misura dalla disattivazione delle clausole di salvaguardia. Dal lato delle uscite incidono, in particolare, il rinnovo dei contratti del personale delle Amministrazioni centrali dello Stato, le misure di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale, gli stanziamenti per la prosecuzione delle missioni internazionali e il rifinanziamento del fondo per gli investimenti pubblici e lo sviluppo infrastrutturale del Paese. Al netto della sterilizzazione delle clausole di salvaguardia (Fig. 1) il saldo delle Amministrazioni centrali nel 2018 migliorerebbe di circa 4,5 miliardi.

Per le Amministrazioni locali la manovra comporta un disavanzo di circa 0,3 miliardi nel 2018, 0,6 miliardi nel 2019 e 1,1 miliardi nel 2020, per effetto delle misure per il finanziamento degli investimenti degli Enti territoriali e della riduzione del concorso alla finanza pubblica da parte delle Regioni e delle Province autonome.

Con riferimento agli Enti di previdenza, gli effetti della manovra risultano più contenuti e dipendono prevalentemente dagli effetti connessi alle misure di assunzioni di personale nel settore pubblico, e a quelle legate agli sgravi contributivi per l’assunzione a tempo indeterminato dei giovani.

Nei paragrafi successivi sono illustrate, con riferimento agli effetti sul conto consolidato della Pubblica amministrazione, le principali misure della manovra di finanza pubblica 2018-2020.

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2.2 – Le principali misure della manovra di finanza pubblica

2.2.1 – Utilizzo risorse

Parte rilevante delle misure della manovra di finanza pubblica 2018-2020 sono destinate a favorire la competitività e lo sviluppo attraverso la riduzione del carico fiscale. Per disattivare le c.d. clausole di salvaguardia sono neutralizzati nel 2018 e ridotti nel 2019 gli incrementi delle aliquote IVA e azzerati gli aumenti delle accise sui carburanti nel 2019 per complessivi 15,7 miliardi nel 2018 e 6,4 miliardi nel 2019 (per un approfondimento si veda il riquadro 1). Ulteriori interventi riguardano la proroga del superammortamento per l’acquisto di beni immateriali e di nuovi beni strumentali e dell’iperammortamento per l’acquisto di nuovi beni strumentali funzionali alla trasformazione tecnologica delle imprese nell’ambito del programma “Industria 4.0” (0,9 miliardi nel 2019 e 1,7 miliardi nel 2020). Per le imprese ubicate nel Mezzogiorno è previsto un ampliamento delle risorse per 0,3 miliardi nel biennio 2018-2019 destinate al credito di imposta per l’acquisto di nuovi beni strumentali. La legge di bilancio dispone anche le proroghe delle agevolazioni fiscali per interventi di riqualificazione energetica degli edifici, la ristrutturazione edilizia e l’acquisto di mobili ed elettrodomestici fruibili anche dagli IACP e introduce, inoltre, una nuova detrazione per interventi di sistemazione a verde delle aree degli edifici privati. Complessivamente tali misure comportano un beneficio fiscale per circa 0,6 miliardi nel 2019 e 0,9 miliardi nel 2020. Sempre a sostegno della crescita e dello sviluppo è disposto l’incremento di risorse per il fondo di garanzia delle piccole e medie imprese (0,2 miliardi nel 2018).

Per rilanciare gli investimenti pubblici e lo sviluppo infrastrutturale è rifinanziato il fondo investimenti. istituito dalla precedente legge di bilancio, per un importo di 36,11 miliardi dal 2018 al 2033, con effetti in termini di indebitamento netto pari a 2,4 miliardi nel triennio. Sono inoltre concessi ai Comuni spazi finanziari per la realizzazione degli investimenti, attribuiti contributi per la messa in sicurezza degli edifici e assegnate nuove risorse alle Province e Città metropolitane per la manutenzione straordinaria della rete viaria (per un totale di oltre 1,1 miliardi nel triennio).

A beneficio degli Enti territoriali sono inoltre assegnate risorse complessive per 2,2 miliardi nel triennio, in termini di indebitamento, finalizzate principalmente a: ridurre il concorso alla manovra di finanza pubblica a carico delle Regioni e delle Province Autonome; trasferire risorse alle Regioni al fine di assicurare la transizione delle competenze in materia di politiche attive attraverso l’assorbimento del personale dei centri per l’impiego delle Province e Città metropolitane che attualmente svolgono tali funzioni; attribuire risorse alle Province e Città metropolitane per il finanziamento delle funzioni fondamentali e per sanare situazioni di dissesto finanziario.

In materia previdenziale è prevista, per specifiche categorie di lavoratori impegnati in attività c.d. gravose, la modifica dei requisiti di accesso al pensionamento attraverso la deroga dal 2019 dell’adeguamento all’incremento della speranza di vita (0,24 miliardi nel triennio). Si estende la disciplina fiscale in materia di previdenza complementare ai dipendenti pubblici. Viene, inoltre, rafforzata la misura sperimentale di tipo assistenziale dell’anticipo pensionistico (Ape sociale) ampliandone la platea dei beneficiari, e contestualmente, per i lavoratori iscritti alla previdenza complementare, si rende strutturale la rendita integrativa temporanea anticipata (RITA), precedentemente prevista in via sperimentale per il periodo dal 1° maggio 2017 al 31 dicembre 2018 .

In materia di contrasto alla povertà, welfare e sostegno alle famiglie rileva l’incremento del fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale al fine di rafforzare la misura del Reddito di inclusione (REI), appena entrata in vigore, ampliando la platea dei soggetti beneficiari e l’entità del beneficio economico, oltre a prevedere un sostegno ai servizi territoriali per il contrasto alla povertà (0,3 miliardi nel 2018, 0,7 miliardi nel 2019 e 0,9 miliardi nel 2020). Viene esteso al 2018 l’assegno per la natalità – c.d. bonus bebè – con una rideterminazione della durata a dodici mesi anziché trentasei (circa 0,4 miliardi nel biennio 2018-2019) e sono previste nuove risorse alle Regioni destinate all’assistenza di alunni diversamente abili (circa 0,08 miliardi nel 2018). La manovra, inoltre, incrementa a 4.000 euro la soglia di reddito dei figli di età non superiore a 24 anni per essere considerati fiscalmente a carico (0,23 miliardi nel biennio 2019-2020), finanzia l’abolizione per specifiche categorie di soggetti vulnerabili del ”super-ticket”, ossia della quota fissa applicata sulle ricette mediche per prestazioni di assistenza specialistica e ambulatoriale. Alle fondazioni bancarie che finanziano interventi di contrasto alla povertà e al disagio sociale viene riconosciuto un credito d’imposta pari al 65 per cento delle erogazioni effettuate nei periodi d’imposta successivi a quello in corso al 31 dicembre 2017 (0,1 miliardi in ciascuno degli anni 2019 e 2020).

Per il rilancio dell’occupazione giovanile è previsto, per i datori di lavoro che assumono soggetti con età inferiore ai 30 anni (il limite è elevato a 35 anni per il solo 2018) con contratti a tempo indeterminato, l’esonero parziale (50 per cento fino al limite massimo di 3.000 euro) dal versamento dei contributi previdenziali (circa 0,4 miliardi nel 2018, 1 miliardo nel 2019 e 1,5 miliardi nel 2020). Nell’ambito delle politiche per i giovani viene prorogato fino al 2019 il bonus erogato ai diciottenni (0,3 miliardi l’anno nel biennio 2018-2019).

Nel settore del pubblico impiego sono stanziate le risorse per il rinnovo dei contratti dei dipendenti del settore statale (0,85 miliardi a decorrere dal 2018) e si finanziano, inoltre, assunzioni e stabilizzazioni di personale nelle Pubbliche amministrazioni (circa 0,9 miliardi nel triennio). Tra le altre misure del settore (per circa 0,47 miliardi nel triennio) si annoverano, in particolare, l’incremento dei fondi destinati all’integrazione dei trattamenti economici del personale delle Forze armate, dei Corpi di polizia e dei Vigili del fuoco e della dirigenza medica sanitaria e veterinaria, l’adeguamento delle retribuzioni dei dirigenti scolastici e la revisione della disciplina sugli scatti stipendiali dei professori universitari.

Per gli interventi in materia di sicurezza e difesa sono previsti circa 1,3 miliardi nel biennio 2018-2019 destinati a finanziare la prosecuzione delle missioni internazionali e delle attività di contrasto alla microcriminalità ed alla vigilanza a siti e obiettivi ritenuti sensibili (operazione strade sicure), svolta dalle Forze armate in concorso con le Forze di polizia

Per il potenziamento del capitale umano è istituito un apposito fondo destinato a finanziare progetti di ricerca e innovazione (circa 0,4 miliardi nel triennio 2018-2020) e si prevede il riconoscimento di un credito di imposta per le spese in attività di formazione effettuate dalle imprese (0,25 miliardi nel 2019).

Tra gli altri interventi rientrano la proroga della cedolare secca al 10 per cento per le locazioni a canone concordato (circa 0,3 miliardi nel triennio) e l’ampliamento della platea dei soggetti percettori dell’assegno mensile degli “80 euro”, attraverso l’incremento delle soglie reddituali di accesso al beneficio (0,2 miliardi annui).

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2.2.2 – Reperimento risorse

Le principali disposizioni che concorrono al finanziamento della manovra di finanza pubblica derivano da misure dirette al contrasto dell’evasione fiscale e alla revisione di alcuni regimi fiscali. Rientrano tra queste: l’estensione della fatturazione elettronica digitale obbligatoria per le operazioni di cessione/prestazione verso le Pubbliche amministrazioni anche ai soggetti privati residenti o stabiliti nel territorio dello Stato (l’effetto atteso di maggior gettito ammonta a circa 0,2 miliardi nel 2018, 1,7 miliardi nel 2019 e 2,4 miliardi nel 2020); le disposizioni per il contrasto alle frodi e all’evasione fiscale nel settore degli olii minerali (circa 0,3 miliardi nel 2018 e 0,5 miliardi nel 2019 e nel 2020). Nella stessa direzione, per contrastare il fenomeno delle indebite compensazioni dei crediti verso l’erario e consentire all’Amministrazione finanziaria l’espletamento di tutti i controlli sulle situazioni che presentino profili di rischio, in modo da evitare successive azioni di recupero, si dispone la sospensione per un termine di 30 giorni delle deleghe di pagamento eseguite dai contribuenti tramite F24 (circa 0,24 miliardi annui). Viene, inoltre, ridotta da 10.000 a 5.000 euro la soglia al di sopra della quale le Pubbliche amministrazioni e le società a prevalente partecipazione pubblica, prima di procedere ad un pagamento, devono verificare la regolarità fiscale e contributiva del beneficiario del pagamento stesso (circa 0,5 miliardi nel triennio). Ulteriori risorse derivano dalle disposizioni del decreto legge 148/2017 in materia di definizione agevolata dei carichi fiscali e contributivi affidati agli agenti della riscossione: in particolare, si concede la possibilità di accedere a tale procedura anche ai soggetti che in precedenza si erano visti respingere le istanze perché non in regola con il pagamento delle rate e, contestualmente, si estende la procedura della definizione agevolata anche ai carichi fiscali e contributivi iscritti a ruolo dal 1° gennaio al 30 settembre 2017 (complessivamente 0,9 miliardi nel 2018 e 0,2 miliardi nel 2019).

Altre coperture sono assicurate dal differimento al 2018 dell’entrata in vigore dell’imposta sul reddito d’impresa (circa 1,3 miliardi nel triennio), dall’incremento dell’acconto dell’imposta sulle assicurazioni (circa 1,1 miliardi nel triennio), dalla rivalutazione del valore di acquisto delle partecipazioni non negoziate e dei terreni non edificati (circa 0,7 miliardi nel triennio), dalle disposizioni in materia di giochi (circa 0,4 miliardi nel triennio) in relazione alle procedure di selezione dei concessionari di raccolta delle scommesse su eventi sportivi e non sportivi e sul bingo e dalla proroga onerosa delle concessioni in essere. Si prevede, inoltre, l’esclusione dal reddito operativo lordo dei dividendi esteri (0,3 miliardi nel triennio), l’introduzione di un’imposta sulle transazioni digitali (circa 0,2 miliardi nel 2018 e nel 2019) e l’uniformazione dei regimi fiscali dei redditi da partecipazione (0,25 miliardi nel triennio).

Concorrono, infine, al finanziamento della manovra i risparmi (1 miliardo per ciascun anno del triennio) derivanti dal nuovo processo di revisione della spesa dei Ministeri (per un approfondimento si veda il paragrafo 2.3), le riduzioni e le riprogrammazioni di trasferimenti del bilancio dello Stato e del fondo per lo sviluppo e la coesione (complessivamente circa 4,8 miliardi nel triennio).»

Pubblicato in: Amministrazione, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Karachi senza acqua pone il problema di cosa serva lo stato.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-17.

Pakistan 001

«Karachi, la più popolosa città del Pakistan, vive ormai da tempo il suo dramma: l’acqua potabile scarseggia. Di fatto, solo la metà dell’acqua necessaria – circa 2080 milioni di litri al giorno contro un fabbisogno di 4160 milioni – viene distribuita quotidianamente»

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La vicenda di Karachi dovrebbe suggerire molti spunti di meditazione e ripensamenti.

Ma, forse, quello principale dovrebbe essere un ripensamento di cosa consista la funzione dello stato e della gestione della cosa pubblica.

La Repubblica prima e l’Impero Romano dopo ci hanno sicuramente tramandato una gloriosa storia militare e civile, ma altrettanto sicuramente sono ricordati per il loro impegno a costruire acquedotti, reti fognarie, argini fluviali, porti e strade. Gli acquedotti romani sono davvero imponenti.

Esattamente come i grandi stati dell’Europa ottocentesca si sono contraddistinti per aver concepito ed attuato grandiosi progetti di infrastrutture, dalla rete ferroviaria alle gallerie transalpine, alla costruzione di centrali elettriche e della rete di distribuzione, di grandi acquedotti e l’erezione di argini ai fiumi. Per non parlare delle bonifiche.

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Riassumendo.

Ragion d’essere dello stato, al di là della difesa e degli interni, è la messa in opera di infrastrutture quali acquedotti e relative reti di distribuzione dell’ultimo miglio, efficienti reti fognarie, reti stradali, autostradali e linee ferroviarie, ivi comprese le alte velocità, aeroporti efficienti e funzionali, ben collegati ai centri urbani, porti allo stato dell’arte, ed una oculata politica energetica: tutti devono essere cllegati alla corrente elettrica. Queste sono le principali opere, che ovviamente non escludono quelle di importanza relativamente minore, meno vitali, quali, per esempio, la tutela del patrimonio artistico della nazione.

La lettura dei bilanci statali europei degli ultimi decenni è invece sconsolante.

Lo stato si è trasformato in un ammortizzatore sociale che elargisce stipendi per lavori non produttivi, garantisce pensioni e cerca di gestire alla meno peggio il welfare.

Nulla di cui stupirsi se alla fine sistemi di tal fatta si inceppano fino quasi a smettere di funzionare.

E questo è il quadro che abbiamo sotto i nostri occhi e che sta segnando il declino del continente.


Sole 24 Ore. 2018-06-10. A Karachi cronica carenza di acqua: 20 milioni di persone hanno sete

Una popolazione di oltre 20 milioni di persone se si comprende l’intero agglomerato urbano, un fiume come l’Indo –il terzo come portata di tutta l’Asia- che ha il suo delta a poche decine di chilometri di distanza dalla città, le acque del Mare Arabico che la lambiscono. Eppure Karachi, la più popolosa città del Pakistan, vive ormai da tempo il suo dramma: l’acqua potabile scarseggia. Di fatto, solo la metà dell’acqua necessaria –circa 2080 milioni di litri al giorno contro un fabbisogno di 4160 milioni- viene distribuita quotidianamente.

Le cause di questa penuria sono diverse. Non tutto può essere attribuito ai cambiamenti climatici in atto negli ultimi anni, che sicuramente hanno comunque contribuito in negativo alla situazione, ma esistono anche altre cause. Una delle principali è la scarsa attenzione da parte delle autorità cittadine e nazionali al problema della distribuzione dell’acqua e, come concausa e conseguenza, il crescere di quella che viene chiamata “water mafia”, con un vero e proprio mercato nero dell’acqua potabile, che viene distribuita attraverso autobotti a prezzi altissimi, che arrivano a 30 volte il prezzo ufficiale stabilito dalle autorità.

Il contraddittorio boom economico

Karachi è il centro industriale e finanziario più importante del Pakistan, e genera una percentuale a doppia cifra del prodotto interno lordo del Paese asiatico. Però, la sua crescita economica negli ultimi anni è, come spesso succede nei grandi agglomerati urbani nei Paesi emergenti, a macchia di leopardo: se il Pil reale dal 2000 al 2012 è cresciuto in medi a del 5,7% annuo, quelli pro capite ha avuto un incremento medio nello stesso periodo solo del 2,7%. Tra le cause, vi è una crescita fortissima della popolazione di anno in anno, con punte che raggiungono il 4,5%, dovuta in gran parte all’immigrazione dalle campagne. Karachi ha una densità di popolazione che raggiunge i 24.000 abitanti per chilometro quadrato: una delle più alte al mondo. E una delle cause del problema idrico della megalopoli è proprio l’enorme crescita della popolazione urbana: nel non lontanissimo 1947, gli abitanti erano solo 450.000. Far fronte a questa smisurata crescita è stata una sfida che, evidentemente, ha messo a durissima prova le infrastrutture cittadine, fra cui appunto la rete di distribuzione dell’acqua potabile.

Poche ore di acqua. E di acqua «cattiva»

Attualmente, gran parte della cittadinanza può usufruire dell’acqua di rubinetto solo per alcune ore al giorno, in particolare la notte. E, molto spesso, quando l’acqua esce dai rubinetti, è di pessima qualità, tanto da essere inutilizzabile non solo per essere bevuta, ma anche per l’igiene personale e per lavare i panni. La qualità dell’acqua è così scarsa da mettere a repentaglio la salute dei cittadini, con batteri tra cui l’Escherichia Coli, la cui presenza nelle acque potabili è un chiaro sintomo di contaminazione, e che può portare malattie di vario tipo. Di fatto, nell’intero Pakistan, le acque distribuite come potabili ma in realtà di pessima qualità, a cui è esposta il 65% della popolazione, sono una delle cause maggiori di morti e malattie, raggiungendo addirittura il 40%. A Karachi, la water mafia e le sue autobotti sono l’unica fonte per molte case prive di collegamento con gli acquedotti, costrette anche a dotarsi di pompe idriche di aspirazione per portare l’”oro blu” ai piani alti.

Inoltre, la penuria di acqua potabile non colpisce solamente la popolazione, ma anche strutture industriali, servizi e infrastrutture. Per esempio, l’aeroporto internazionale di Karachi, il più grande del Pakistan, avrebbe bisogno di circa tre milioni di litri d’acqua al giorno per operare al meglio, ma al conto mancano circa 1milione 900mila litri.

Perché le fonti non bastano

Una delle principali fonti di acqua pubblica della città, l’invaso del fiume Hub chiuso da una diga, ha subito negli ultimi anni gli effetti del climate change e del calo delle piogge monsoniche. Questo invaso deve fornire di acqua non solo la provincia di Sindh, ove è situata Karachi, ma anche quella di Balochistan, la più grande in dimensione di tutto il Pakistan, dove sono situati i terreni agricoli meno irrigati dalle piogge. L’altra fonte, il fiume Indo, sta subendo anch’essa dei problemi, dovuti al clima più caldo degli ultimi anni sulle catene dell’Himalaya e del Kakakorum, con conseguente riduzione della massa di molti ghiacciai che per millenni hanno alimentato il fiume.

Il progetto di un grande acquedotto

Le autorità pubbliche che gestiscono l’acqua della città da anni cercano una soluzione a un problema che, oltre ad essere diventato cronico, rischia di peggiorare di anno in anno. Ma le inefficienze del sistema di distribuzione dell’acqua, con acquedotti che perdono percentuali importanti del proprio contenuto durante il percorso verso la città, hanno impedito di fatto il miglioramento della situazione. Attualmente, è in corso di realizzazione il progetto K-4, un sistema di condutture idriche lunghe circa 120 chilometri che dovrebbero portare poco meno di 2.500 milioni di litri di acqua al giorno nell’area urbana prelevandola dal bacino del lago Keenjar. L’ultimamento del progetto è previsto per la fine di quest’anno, ritardi e lungaggini operative e burocratiche permettendo. Ma il problema, come abbiamo visto, è complesso e di difficile soluzione, e riguarda non solo l’approvvigionamento, ma anche la distribuzione, la burocrazia e la corruzione endemica diffusa da quelle parti. Il sesto più grande agglomerato urbano al mondo ha sete, e l’emergenza sanitaria è alle porte.

Pubblicato in: Amministrazione, Cina, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Unione Europea. Più poliziotti che delinquenti. – Eurostat

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-06.

2018-05-22__Eurostat__001

Eurostat ha rilasciato l’aggiornamento del database Personnel in the criminal justice system by sex – number and rate.

Sono dati che danno da pensare. Sono aggiornati a tutto il 2015.

I dati relativi alla concentrazione sulla popolazione sono espressi per unità ogni 100,000 residenti.

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Per paragone, nella Repubblica Popolare Cinese vi sono 147 unità delle forze dell’ordine ogni 100,000 abitanti, citando volutamente un fonte malevola.

* * *

Giudici.

2018-05-22__Eurostat__002

In Italia vi sono 6,496 giudici, contro i 20,301 in Germania, 5,720 in Francia, 5,096 nel Regno Unito, 1,271 in Svizzera.

Considerando la concentrazione ogni 100,000 abitanti, in Italia abbiamo 10.68 giudici, in Germania 25.14, in Francia 8.6, nel Regno Unito 8.84, in Svizzera 15.98.

Per comparazione, in Polonia sono 26.20, in Ungheria 28.82, in Scozia 4.74.

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Forze dell’ordine.

2018-05-22__Eurostat__003

Per quanto riguarda il numero delle forze dell’ordine, in Italia sono 273,341, in Germania 245,072, in Francia 214,095, nel Regno Unito 124,066, in Svizzera 18,150.

Considerando la concentrazione ogni 100,000 abitanti, in Italia abbiamo 449.61, in Germania 304.35, in Francia 322.00, nel Regno Unito 215.13, in Svizzera 220.33.

Per comparazione, in Polonia sono 260.20, in Ungheria 90.27, in Scozia 322.24.

2018-05-22__Eurostat__004

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Questi numeri danno molto cui pensare.

Se è vero che nelle diverse nazioni i giudici hanno competenze alquanto differenti, sarebbe altrettanto vero che l’Italia con i suoi 10.68 giudici ogni 100,000 abitanti ne abbia ben di più della Francia (8.6) e del Regno Unito (8.84), nazioni nelle quali la Giustizia funziona egregiamente bene. Il dato tedesco (25.14) è del tutto abnorme, e riflette la situazione coercitiva che vige in tale nazione.

Con 449.61 forze dell’ordine ogni 100,000 abitanti l’Italia si qualifica come uno stato poliziesco, specie poi se lo si paragonasse alla Repubblica Popolare Cinese, che ne ha 147, e della quale non sembrerebbero esservi lagnanze sul mantenimento dell’ordine pubblico. Ragionamento analogo per Francia (322) e per Regno Unito (215).

Spicca anche agli occhi che l’Ungheria abbia soltanto 90.27 forze dell’ordine su 100,000 abitanti, lei che gli eurocrati indicano come stato autocratico e repressivo.

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Questi i dati: poi, ovviamente, essi posono essere letti sotto ottiche differenti, ciascuna delle quali coglie un particolare aspetto.

Qui sembrerebbe essere importante lanciare un richiamo a rientrare entro limiti ragionevoli: che l’Italia abbia un concentrazione di 449.61 poliziotti è uno spreco assurdo.

Con ciò non si vuole dire che non facciano nulla: si segnala soltanto che sono risorse male allocate. Molto male allocate.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Imposte, Tasse, Tributi ed Accise. Non sono sinonimi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-21.

Matsys Jan. (Belgio 1509-1575). Esattore delle Tasse. 1539

Matsys Jan. (Belgio 1509-1575). Esattore delle Tasse. 1539.


Nel comune fraseggio i media ci hanno abituato ad usare i termini imposte, tasse e tributi quasi siano sinonimi, come se indicassero lo stesso contenuto logico. Ma così non è. Purtroppo anche molti politici di alta caratura sembrerebbero avere severi problemi lessicologici. Il risultato è una grande confusione.

Cerchiamo di fare un pochino di chiarezza, senza scendere in un dettaglio pesantemente noioso.

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Tributo, secondo Treccani.

«Prestazione patrimoniale imposta ai cittadini dallo Stato o da altro ente del settore pubblico, in virtù del potere normativo (art. 23 Cost.).

In ragione del presupposto impositivo, si distinguono 3 forme di tributo:

– le imposte, che sono finalizzate al finanziamento della spesa per servizi pubblici indivisibili (per es., ordine pubblico, difesa militare), il cui ammontare varia in ragione della capacità contributiva, ex art. 53 Cost.

– le tasse, che sono tributi corrisposti a fronte di un servizio pubblico erogato a determinati contribuenti, essendo il costo del servizio ripartito in ragione del beneficio ottenuto (per es., tasse universitarie e sanitarie);

– i contributi speciali che costituiscono, infine, tributi per prestazioni erogate a un soggetto su istanza individuale (per es., estrazione o copia di documenti, registrazione di atti; caso a parte, a carattere obbligatorio, per es. per conseguire la pensione o i servizi sanitari, sono i contributi sociali»

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Imposta, secondo Treccani.

«Nell’ambito della più ampia nozione di tributo, la prestazione patrimoniale coattiva acausale, dovuta da un soggetto in base a un presupposto dimostrativo di forza economica, che escluda qualunque relazione specifica con un’attività dell’ente pubblico riferita al soggetto o da cui quest’ultimo possa trarre un vantaggio. In tal senso le imposte si distinguono dalla tassa, il cui presupposto è di contro costituito dalla richiesta di un atto ovvero del compimento di un’attività pubblica specificamente riguardante un determinato soggetto, quale l’emanazione di un provvedimento o la prestazione di un pubblico servizio»

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Tassa, secondo Treccani.

«Compenso, talora inferiore al costo, pagato dal privato a un ente pubblico per un servizio a lui reso dall’ente stesso dietro sua domanda. A differenza dell’imposta, la tassa, pur essendo fissata dall’autorità (e quindi in questo senso coattiva), non è obbligatoria per il contribuente, che è tenuto al pagamento solo nel caso in cui intenda usufruire del relativo servizio. La tassa rappresenta dunque una forma di tributo legato a una controprestazione che rientra nell’ambito delle funzioni istituzionali di un’amministrazione pubblica.»

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Accisa, secondo Treccani.

«Tributo indiretto applicato sulla produzione o sul consumo di determinati beni. Le a. assicurano alcune importanti finalità del sistema fiscale:

– la realizzazione del principio della generalità dell’imposta (in quanto colpiscono prodotti di largo consumo, in proporzione al consumo stesso);

– l’assicurazione di un gettito immediato e costante per lo Stato;

– la possibilità di rapide manovre fiscali mediante il ritocco delle aliquote»

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Carico fiscale, secondo il dizionario de il Sole 24 Ore.

«Il carico fiscale comprende l’insieme degli oneri fiscali e contributivi cui devono sottostare le imprese.»

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Contributo, secondo Treccani. [Ha molti significati ed usi: ne elenchiamo i pertinenti]

«- Somma di denaro che, in seguito a particolari disposizioni, viene esatta obbligatoriamente, con carattere di imposta o di tassazione, dallo stato o da enti pubblici, sia per far fronte a lavori di pubblica utilità, sia a favore di determinati gruppi sociali

– Contributo previdenziale, somma che, nel rapporto di assicurazione sociale, deve essere versata obbligatoriamente, parte dal datore di lavoro e parte dal lavoratore stesso, all’istituto assicuratore in misura proporzionale all’ammontare della retribuzione e con aliquote distinte per le varie forme assicurative»

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Ci si rende perfettamente conto di quanto a molti suonino noiose le definizioni e di come spesso lo stesso termine possa essere utilizzato con sensi differenti, talora specificati nei testi.

Una corretta distinzione dei termini è tuttavia importante per comprendere e far comprendere di cosa si stia parlando oppure, per esempio, nel poter valutare il rapporto prestazioni costo e liceità della tassa.

Poniamo un caso per tutti.

La tassa sui rifiuti, entrata in vigore in tutti i comuni italiani a partire dal 1.1.2014, è destinata alla copertura integrale dei costi relativi al servizio di gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati avviati alla smaltimento. Il servizio comprende lo spazzamento, la raccolta, il trasporto, il recupero, il riciclo, il riutilizzo, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti.

Usualmente il calcolo è automatico a partire dalla metratura dell’immobile, dal numero di persone ivi agenti, dal tipologia di attività svolta, etc. La ponderatura del carico è tuttavia soggetta alla visione politica dell’ente imponente. Alcune tipologie di lavoro potrebbero essere chiamate a contribuire in modo molto maggiore di altre, anche al di là dei costi che obbiettivamente siano loro imputabili.

Un abuso frequentemente riscontrato nell’esame dei bilanci di molti comuni è una tassa sui rifiuti ben più onerosa dei costi oggettivi dello smaltimento. Fatto è che la facilità identificativa ed esattiva porta a caricare su tale tassa altri oneri che in realtà le sono alieni.

Stesso discorso potrebbe essere fatto per le accise, che di norma ben poco hanno a che vedere con il bene colpito.

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Sulle imposte il discorso potrebbe essere di ben maggiore respiro.

Esso coinvolge direttamente il concetto di “stato” e di quali debbano essere le sue mansioni.

Un solo esempio per tutti. Se è logico che uno stato debba provvedere all’ordine interno ed alla difesa, è compito della politica determinarne obiettivi, estensione, e, quindi, costi.

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Una considerazione finale, ma non certo ultima per importanza.

Con l’esclusione delle accise, ogni tassa genera sicuramente un gettito, ma nel contempo necessita di personale e di spese materiali per essere applicata. La contabilità dei costi applicativi è complessa, ma non certo impossibile, e spesso, molto spesso, genera sorprese amare. La tassa soddisfa molto spesso più la vanagloria dei politici che la hanno istituita e la loro reclame elettorale piuttosto che incrementare il gettito. Non da ultimo, nella contabilità dei costi si dovrebbe anche tenere presente quelli dei Contribuenti, chiamati ad ulteriori adempimenti burocratici.

Pubblicato in: Amministrazione, Criminalità Organizzata

Messico. Dal 1° gennaio a fine aprile 5,333 omicidi con efferatezza.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-05.

2018-05-05__Messico__Narcos__001

«Nel solo 2017 i morti sono stati 25.339»

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«in Messico nei primi quattro mesi del 2018 ci sono stati 5.333 omicidi legati al crimine organizzato»

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«le vittime narcos, agenti, e tanti civili, finiti in mezzo al fuoco incrociato»

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Il problema è drammaticamente semplice, ma molto scomodo da riportarsi.

Nel 2000 il pil procapite era 7,016 Usd, salito quindi a 10,989 Usd nel 2014 per crollare ai valori di 8,444 Usd a fine 2016.

Se è vero che il costo della vita è basso, specie poi nelle campagne, è altrettanto vero come non sia entusiasmante.

Crisi economica determinata in gran parte da una crisi politica impressionante, condotta anche con l’uso della violenza.

Governo e Magistratura sembrerebbero essere impotenti di fronte ad una criminalità organizzata in modo tale da parere uno stato nello stato, dotato anche di un esercito.

Quando la criminalità passa certe soglie limite, la reazione non può altro che essere adeguata, come minimo paritetica.

Il commercio della droga verso la California è poi un business così appetibile che rende feroci, assatanati.

È del tutto naturale che in una simile situazione le forze dell’ordine abbiano paura, che i magistrati vogliano tutto tranne che giudicare quei malviventi.

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Cosa sarà il futuro?

In certi eventi storici si corre il rischio di diventare facili profeti.

Alla fine si prenderanno provvedimenti draconiani, tipo quelli che si resero necessari nelle Filippine.

È solo un problema di legittima difesa.


Corriere. 2018-05-02.

Messico, in 4 mesi 5333 omicidi. e negli arsenali dei narcos granate, lanciarazzi e mitragliatrici.

Cadaveri decapitati, privati del cuore, martoriati di pallottole: in Messico nei primi quattro mesi del 2018 ci sono stati 5333 omicidi legati al crimine organizzato. E per gli analisti che seguono la crisi il quadro peggiorerà

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Una guerra senza fine, una lotta tra bande criminali che somigli al terrorismo. Anzi lo è. Gli ultimi dati ufficiali segnalano che in Messico nei primi quattro mesi del 2018 ci sono stati 5.333 omicidi legati al crimine organizzato. Per gli analisti che seguono la crisi il quadro peggiorerà. Tra le vittime narcos, agenti, e tanti civili, finiti in mezzo al fuoco incrociato. Nel solo 2017 i morti sono stati 25.339.

Gesti di ferocia

La battaglia tra i cartelli e i sottogruppi attraversa intere regioni messicane, da Acapulco — una delle città pericolose — fino a Cancun, snodo turistico che è diventato terreno di scontro. Pochi giorni fa hanno rinvenuto cinque cadaveri, alcuni decapitati, altri privati del cuore. Gesti di ferocia, la normalità per molti stati, in particolare quelli al confine con gli Usa, meta finale di montagne di droga. Gli articoli sulla stampa locale sono pieni di dettagli efferati, di notizie su agguati e sulle ripetute offensive lanciate dai gruppi di trafficanti. Quello di Jalisco Nueva Generacion continua la sua campagna per allargare le aree di influenza, si serve di sicari e di «scioglitori», persone incaricate di far sparire nell’acido i corpi dei morti. Sorte toccata a tre giovani studenti poi «dissolti» da un rapper al servizio del network.

Carichi di armi

Per sostenere la sfida, i padrini hanno bisogno di molte armi. Ne hanno a volontà, acquistate negli Usa e nei paesi centro-americani. In una recente operazione a Nuevo Laredo, al confine con il Texas, i militari hanno scoperto quattro arsenali dei narcos. Nella lista dei pezzi sequestrati 206 fucili d’assalto, 14 pistole, un paio di fucili Barrett da cecchino, lanciarazzi Rpg, granate, tubi esplosivi e 185 mila proiettili. Il 12 aprile, ancora in Texas, sono stati incriminati due cittadini statunitensi accusati di aver venduto oltre frontiera alcune mitragliatrici Minigun M134-G. Di solito i sicari sistemano queste armi a bordo di pick up usati per scortare carichi di stupefacenti oppure per lanciare assalti alle zone controllate dagli avversari. Tecniche che ricordano quelle di formazioni guerrigliere.

I tunnel

Restando sempre sul fronte narcos l’annuncio della scoperta di un altro tunnel clandestino. Questa volta sono stati i messicani a scoprirlo a Mexicali, cittadina che «guarda» a Calexico, in California. Non era ancora terminato, protetto da alcune «sentinelle», ha una lunghezza di 700 metri, la metà in territorio americano. La galleria è solo una delle tante che i contrabbandieri hanno scavato, con l’aiuto di team specializzati, in diversi punti del confine da metà degli Anni ’90 in poi.

Pubblicato in: Amministrazione, Unione Europea

Hanno proposto una nuova legge elettorale efficiente, tutta da discutere.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-06.

Gufo_011__

È stata avanzata una proposta, tutta da verificare e discutere, ma con fondamento di buon senso.

«Noi siamo disponibili a prendere l’attuale legge elettorale e a mettere un premio di maggioranza che garantisca a chi prende un voto in più di governare, non vogliamo perdere due anni di tempo, l’unica modifica possibile è prendere questa legge elettorale aggiungendoci due righe sul premio di maggioranza»

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A nostro sommesso parere non esistono sistemi elettorali perfetti: essi sono il risultato di un accordo generalizzato che dipenda da tradizioni e costumanze, nonché dal momento storico in cui sono proposte ed approvate.

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Nessuno potrebbe mettere in dubbio il substrato democratico della legge elettorale inglese, che da secoli prevede il voto per collegio: risultano eletti coloro che hanno conquistato il collegio ove si erano presentati. Questo sistema penalizza anche severamente le formazioni politiche a bassa presenza percentuale ben distribuita sul territorio nazionale ma consente anche a partiti percentualmente minimi, ma fortemente concentrati in alcuni collegi, di far eleggere i propri deputati, come è avvenuto nelle ultime elezioni politiche in Scozia.

Né alcuno potrebbe definire non democratico il sistema elettorale francese che, con il doppio turno, obbliga agli accorpamenti. Non solo, in caso di alto frazionamento delle forze politiche, consente la nomina del Presidente anche se minoritario percentualmente in scala nazionale.

I sistemi tedesco ed italiano prevedono una quota di deputati eletti secondo la tecnica del collegio ed un’altra invece su base proporzionale nazionale, con soglie di sbarramento.

Però facciamo attenzione. Una cosa è eleggere il parlamento ed un’altra è ottenerne in tempi umani un Governo efficiente, in carica ed in grado di governare.

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Tranne forse la legge elettorale francese, tutti i sistemi in uso in Occidente presentano una carenza: carenza non grave nei periodi di ordinaria vita e contesa politica, che però diventa severa nei momenti di turmoil oppure di alta frammentazione delle formazioni politiche, specie poi se questa frammentazione sia astiosa con plurimi veti crociati.

Il Rosatellum in parte aveva cercato di ovviare la possibilità di stallo politico, ossia di impossibilità di formare in parlamento un governo legale quanto stabile, ma aveva errato, lo vediamo a posteriori, nel postulare l’assunto che vi fosse un partito quasi maggioritario.

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Grandi paesi europei stanno sperimentando una situazione di impossibilità di formare un governo legalmente stabile.

In Spagna il Governo Rajoy è minoritario, così come quello inglese di Mrs May. In Germania sono stati impiegati sei mesi di tempo per formare un governo debole quanto instabile.

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Orbene. Pensiamoci accuratamente.

Si badi bene. Qui non si tratta di un problema politico ma esclusivamente di un aspetto gestionale, organizzativo.

Il mondo è entrato in un periodo ove molte nazioni di sono messe in grado di avere una struttura gestionale della politica snella ed efficiente: hanno una capacità deliberativa nell’ordine di poche ore. Non presentano periodi di latenza senza governo decisionale in carica.

Non solo. Nelle grandi nazioni del mondo le strutture organizzative sono tali da non permettere periodi di vuoto politico. Queste crisi, queste empasse, sono deleterie e minano anche la credibilità internazionale.

Già. Le singole nazioni sono tutte incardinate in più vasti organismi, dalle Nazioni Unite all’Unione Europea, dal Fondo Monetario Internazionale alla Nato o strutture equivalenti, siano esse lo Sco oppure l’Asean.

Nessuno si illuda che in assenza di uno stato gli altri ne curino gli interessi.

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Allora poniamoci qualche domanda.

– È poi così dannoso conferire il governo alla forza politica che abbia conquistato la maggioranza relativa in libere elezioni?

– È più dannoso un lungo periodo senza governo oppure usare questa proposta?

– E cosa potrebbe succedere se le elezioni si susseguissero alle elezioni senza possibilità di formare un governo?

Non credo che alcuno abbia la soluzione preconfezionata in tasca, ma parlarne potrebbe valerne la pena.

Torniamo a ripetere solo per estrema chiarezza.

Non problema politico, bensì organizzativo.

Siamo perfettamente consci che il problema avrebbe dovuto essere impostato in termini giuridici, ma allora ben poche persone avrebbero potuto seguire argomento e discussione. Nessuno è tenuto a conoscere il linguaggio e la terminologia giuridica, ma tutti i Cittadini Elettori sono interessati a questo problema.

Nota.

Nella Roma Repubblicana la legge prevedeva la possibilità di eleggere un dittatore pro tempore, cui erano conferiti tutti i pieni poteri. Poi, a mandato scaduto, si sarebbero fatti i conti, nel caso fossero stati necessari. Erano forse per questo meno democratici? Non si salvò forse la Repubblica grazia a Quinto Fabio Massimo?

Pubblicato in: Amministrazione

Regno Unito. Elezioni. Labour al 50% a Londra.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-29.

2018-04-27__Regno_Unito__002

La settimana prossima si terranno nel Regno Unito le elezioni amministrative e suppletive.

2018-04-27__Regno_Unito__001

YouGov ha rilasciato le seguenti previsioni elettorali:

Voting Intention: Conservatives 43%, Labour 38% (16-17 Apr) [pdf]

«The latest YouGov/Times voting intention survey, largely conducted before the Windrush row, sees the Conservatives on 43% (from 40% in last week’s poll) and Labour on 38% (from 40%).

Elsewhere, Liberal Democrat voting intention stands at 8% (from 9%) while 11% would vote for other parties (no change).

On who would make the best Prime Minister, 39% of people prefer Theresa May while 25% favour Jeremy Corbyn. A further 35% can’t choose between the two.

Last week we highlighted how concern over crime had reached a seven year high in our ‘most important issues’ tracker. This week sees the issue receding somewhat in the eyes of the public, with a five-point drop from 27% of people considering it one of the top three issues facing the country to 22%. This could be in part because of the attacks on Syria dominating the headlines, with a commensurate increase in the proportion of people seeing “defence and security” as a top-three from 22% last week to 27% this week.»

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Alcuni dati sono interessanti, ma da prendersi con grandissima prudenza.

2018-04-27__Regno_Unito__003

Nella fascia di età 18-24 anni (183 persone) il 16% si dichiara a favore dei conservatori ed il 59% a favore dei laburisti. Invece i 387 in fascia di età 50-64 voterebbe conservatore per il 46% e laburista per il 33%. Gli ultra sessantacinquenni voterebbero per il 68% conservatore e per il 17% laburista.

Nota.

Ricordiamo come

– nelle elezioni amministrative giochino moltissimo i fattori locali e la personalità delle persone che si sono presentate;

– il campione elettorale di Londra presenta molte significative differenze da quello del resto del Regno Unito.

Si leggano quindi questi dati con enorme buon senso.


→ Ansa. 2018-04-26. Consenso record per il Labour a Londra

LONDRA, 26 APR – Picchi di consenso record per il Labour di Jeremy Corbyn a Londra e dintorni in vista di una tornata di elezioni amministrative e suppletive che la settimana prossima vedrà coinvolti in Gran Bretagna anche alcuni municipi circoscrizionali della ciclopica capitale del Regno. Lo rivelano alcuni sondaggi che assegnano al principale partito di opposizione oltre il 50% dei voti potenziali, record assoluto per un qualsiasi partito britannico in città da 40 anni.
Nell’area urbana della metropoli, terza per estensione in Europa dopo Mosca e Istanbul con una popolazione di quasi 9 milioni di persone, i laburisti sono accreditati in particolare del 51% dei suffragi dall’ultima rivelazione dell’istituto demoscopico YouGov: con ben 22 punti di vantaggio sui conservatori di Theresa May, fermi al 29% nonostante una leggera risalita rispetto a una precedente stima. Mentre gli europeisti del Partito Liberaldemocratico non vanno oltre un 11%.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Debito delle Amministrazioni Locali. Ipotecano il futuro.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-25.

Debt Concept

La Banca di Italia ha rilasciato il Report Debito delle Amministrazioni locali – dicembre 2017.

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Per meglio comprendere le parti estratte dalle Tavole e qui riportate, sarebbe utile leggere prima questa sezione dei materiali e metodi.

«In questa pubblicazione si riportano le serie storiche annuali relative al debito (consolidato e non consolidato) delle Amministrazioni locali. Se ne analizza, per ciascuna regione, la composizione per strumento – titoli, prestiti di Istituzioni finanziarie monetarie (IFM, inclusa la Cassa depositi e prestiti spa, CDP), altre passività, e per le quattro aree geografiche, la composizione sia per strumento sia per comparto – Regioni e Province autonome, Province e Città metropolitane, Comuni, altri Enti.

Il debito consolidato delle Amministrazioni locali esclude le passività che costituiscono attività di enti appartenenti agli altri sottosettori delle Amministrazioni pubbliche. I titoli sono valutati al valore facciale. I dati relativi ai prestiti erogati dalle IFM residenti sono desunti dalle segnalazioni per la Matrice dei conti. I prestiti della CDP sono calcolati al netto della quota dei prestiti di scopo non ancora erogata e presente nei depositi nelle segnalazioni di vigilanza.

Il debito non consolidato, rispetto al debito consolidato, include le passività delle Amministrazioni locali verso enti appartenenti agli altri sottosettori delle Amministrazioni pubbliche (cosiddetti elementi di consolidamento). Il debito non consolidato fornisce quindi una misura della situazione debitoria complessiva degli enti, prescindendo dalla natura del soggetto creditore.

Le passività sono attribuite alle Amministrazioni locali se il debitore effettivo, ossia l’ente che è tenuto al rimborso, appartiene a tale sottosettore; non sono pertanto incluse le passività con rimborso a carico dello Stato.

Nella categoria “altre passività” sono incluse principalmente le passività commerciali di Amministrazioni locali cedute al settore finanziario dalle imprese fornitrici con clausola pro soluto (ossia a titolo definitivo, trasferendone il rischio), le

operazioni di cartolarizzazione riclassificate tra i prestiti(1), le operazioni di leasing finanziario effettuate con istituzioni finanziarie non bancarie, le operazioni di Partenariato pubblico-privato (PPP) consolidate nei conti delle Amministrazioni pubbliche.

Le passività in valuta estera sono convertite al tasso di cambio vigente alla fine del periodo di riferimento; gli importi tengono conto degli effetti delle operazioni di swap effettuate dall’emittente.»

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Tavola 1.

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Il debito non consolidato delle Amministrazioni locali al 31 dicembre 2017 ammontava a 127.655 miliardi di euro. Mentre la regione Nord-Est aveva un non consolidato di 14.125 miliardi, il Centro arrivava a 40.751 ed il Sud con le Isole a 45.889. Un terzo del non consolidato è da addebitarsi a comuni, ma 40.779 miliardi sono imputabili agli elementi di consolidamento.

Tavola 2.

2018-04-26__Debito_Amministrazioni__002

Si noti come i prestiti di IFM residenti e CDP ammontino in totale a 63.124 miliardi, ossia quasi la metà del non consolidato totale.

Tavola 3.

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Si noti come il debito non consolidato sia diminuito di soli tre miliardi nell’arco di sei anni. Ma la riduzione del debito consolidato da 113.791 miliardi ad 86.877 miliardi è semplicemente dovuto alla crescita degli Elementi di consolidamento da 16.456 a 40.779 miliardi.

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Tra il 2012 ed il 2017 il debito non consolidato è sceso nel Comparto Nord-Ovest da 34.034 miliardi a 26.889 miliardi. Nello stesso lasso di tempo nel Comparto Sud ed Isole è cresciuto da 41.769 miliardi a 45.889 miliardi.

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Comunque siano contabilizzati i debiti sono debiti e tali rimangono.

Se è vezzo di molti economisti e persone asserire che essi non esistono, di parere ben differente sembrerebbero essere i creditori, che non aderirebbero alle teorie di avanguardia e vorrebbero rivedere indietro il proprio denaro.

Sono davvero dei tangheri.

Molti di questi debiti derivano da gestioni che potrebbero serenamente essere definite essere criminali.

«c’è anche un tasso di evasione senza pari, che porta Atac a ricavare dai biglietti poco più del 60% rispetto all’Atm di Milano a parità di chilometri percorsi …. Con questo buco nella cassa, Atac fatica a pagare fornitori e creditori, e tra questi c’è il Campidoglio che a sua volta ha ingaggiato una lunga battaglia sui contributi della Regione».

In parole miserrime, la incapacità gestionale dell’Atac si riverbera amplificata sulle altre componenti, ed un suo default aprirebbe nei bilanci comunali voragini incolmabili: questi sono le vere buche che si stanno aprendo a Roma e negli altri comuni italiani.

Dirigenza politica ed alta burocrazia delle pubbliche amministrazioni possono tenere comportamenti del genere per il semplice motivo che, almeno per il momento, nessuno li ha portati dapprima in tribunale e quindi in una casa circondariale.

Ma la manfrina mica che sia finita.

«gli enti locali che non pagano i fornitori; le pubbliche amministrazioni che reciprocamente non si pagano i rispettivi debiti.»

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«Sono tanti gli anelli della catena dei crediti e dei debiti incagliati, che negli anni hanno aperto buchi nei conti pubblici e privati.»

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«Prima sono arrivati i decreti sblocca-debiti che, per sciogliere la montagna dei mancati pagamenti ai fornitori delle pubbliche amministrazioni, hanno prestato a Regioni ed enti locali circa 30 miliardi di euro, da restituire in 30 anni»

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«Molte Regioni, però, hanno usato i prestiti non per saldare le fatture alle imprese, ma per alimentare nuova spesa corrente con una mossa bocciata dalla Corte costituzionale: è nato così il decreto salva-Regioni, che ha permesso di spalmare in 30 anni anche la copertura di questi buchi»

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«Infine, a chiudere il cerchio, ha mosso i suoi primi passi attuativi la riforma dei conti locali che, dopo un vivace dibattito tecnico accompagnato dal silenzio della politica, ha chiesto agli amministratori di pulire i bilanci dalle vecchie entrate ormai impossibili da riscuotere: si sono generati così disavanzi multi-miliardari, che vanno coperti. In quanto tempo? Indovinato: 30 anni.»

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«La gobba di nuovi «residui attivi», cioè delle entrate accertate ma non riscosse nell’anno, è stata certificata giovedì anche dalla relazione della Corte dei conti sulla finanza locale, e si spiega in parte anche con l’impatto della riforma dei bilanci, e le difficoltà con cui le amministrazioni locali la stanno digerendo»

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«Per raggiungere gli obiettivi, gli amministratori locali hanno privatizzato una parte del debito pubblico, mettendolo a carico delle imprese sotto forma di mancati pagamenti, e hanno puntellato la colonna delle entrate mantenendo in bilancio crediti ormai impossibili da recuperare»

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«In Piemonte – uno dei casi più plateali alla base del salva-Regioni – se ne vanno così oltre 200 milioni all’anno, per ripianare il maxi-deficit da 5,8 miliardi certificato nel 2015 dalla Corte dei conti e maturato negli anni in un percorso avviato con le vecchie giunte di centro-sinistra»

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Aprire maggiormente il flusso defluente dal rubinetto che riempie una vasca quando non sia stato messo in opera il tappo è operazione demenziale. Per riempire detta vasca sarebbe già tanto tappare ad arte il buco di scarico.

«Al Comune di Napoli un primo, parziale stralcio delle vecchie entrate mai incassate ha aperto una voragine da 850 milioni, e ha avviato la giostra dei piani anti-dissesto che da anni imbrigliano assunzioni e spese di Palazzo San Giacomo senza riuscire ad avviare davvero il risanamento.»

Conclusione.

Dovrebbe essere evidente come questo sistema tappabuchi non serva ad altro che a generare ulteriori situazioni debitorie, per di più gettate sulle spalle della discendenza. Questo è un sistema strutturale architettato per generare debito da debito.

Ma tutti i sistemi hanno una tolleranza, passata la quale collassano.

Pur non essendo per natura cultori del concetto tanto peggio tanto meglio, l’unica via di uscita parrebbe proprio essere il collasso del sistema.


Sole 24 Ore. 2018-04-23. Il fardello dei deficit nei Comuni: un’ipoteca su 30 anni di futuro

Gli italiani che non pagano tasse, tariffe e multe; gli enti locali che non pagano i fornitori; le pubbliche amministrazioni che reciprocamente non si pagano i rispettivi debiti. Sono tanti gli anelli della catena dei crediti e dei debiti incagliati, che negli anni hanno aperto buchi nei conti pubblici e privati. Per le imprese, la catena si è stretta spesso nel fallimento: per i conti pubblici si è tradotta in regole emergenziali che hanno spostato sul presente e sul futuro i debiti del passato.

Prima sono arrivati i decreti sblocca-debiti che, per sciogliere la montagna dei mancati pagamenti ai fornitori delle pubbliche amministrazioni, hanno prestato a Regioni ed enti locali circa 30 miliardi di euro, da restituire in 30 anni. Molte Regioni, però, hanno usato i prestiti non per saldare le fatture alle imprese, ma per alimentare nuova spesa corrente con una mossa bocciata dalla Corte costituzionale: è nato così il decreto salva-Regioni, che ha permesso di spalmare in 30 anni anche la copertura di questi buchi.

Infine, a chiudere il cerchio, ha mosso i suoi primi passi attuativi la riforma dei conti locali che, dopo un vivace dibattito tecnico accompagnato dal silenzio della politica, ha chiesto agli amministratori di pulire i bilanci dalle vecchie entrate ormai impossibili da riscuotere: si sono generati così disavanzi multi-miliardari, che vanno coperti. In quanto tempo? Indovinato: 30 anni.

I numeri in pagina, che saranno confermati presto dai rendiconti del 2017 in preparazione in queste settimane, mostrano bene il legame fra gli inciampi nella riscossione e i tempi infiniti dei pagamenti ai fornitori. La gobba di nuovi «residui attivi», cioè delle entrate accertate ma non riscosse nell’anno, è stata certificata giovedì anche dalla relazione della Corte dei conti sulla finanza locale, e si spiega in parte anche con l’impatto della riforma dei bilanci, e le difficoltà con cui le amministrazioni locali la stanno digerendo. Ma al di là dei fatti contabili, proprio la riforma prova a puntare dritta al cuore del problema. Si tratta del circolo vizioso del «non ti pago», affrontato in questi anni con la più classica delle soluzioni: quella che ipoteca presente e futuro per i conti non pagati del passato.

I casi sono multiformi, le ragioni tecniche complesse, ma la storia all’osso è sempre quella. Per anni i patti di stabilità hanno imposto a Regioni, Province e Comuni di chiudere i bilanci con “utili” (nel linguaggio della finanza pubblica gli «avanzi») sempre più ambiziosi per ridurre il deficit complessivo della Pa, cioè il numero che ogni anno viene messo sotto esame a Bruxelles. Per raggiungere gli obiettivi, gli amministratori locali hanno privatizzato una parte del debito pubblico, mettendolo a carico delle imprese sotto forma di mancati pagamenti, e hanno puntellato la colonna delle entrate mantenendo in bilancio crediti ormai impossibili da recuperare. Quando la corda si è fatta troppo tesa, si è corsi ai ripari disegnando piani di rientro a lunghissima scadenza.

Ma nemmeno nella finanza pubblica esistono pasti gratis, e ogni euro destinato a coprire i buchi del passato è un euro non speso per i bisogni del presente. In Piemonte – uno dei casi più plateali alla base del salva-Regioni – se ne vanno così oltre 200 milioni all’anno, per ripianare il maxi-deficit da 5,8 miliardi certificato nel 2015 dalla Corte dei conti e maturato negli anni in un percorso avviato con le vecchie giunte di centro-sinistra, esploso con il centro-destra ed ereditato da Pd e alleati una volta tornati in sella. Al Comune di Napoli un primo, parziale stralcio delle vecchie entrate mai incassate ha aperto una voragine da 850 milioni, e ha avviato la giostra dei piani anti-dissesto che da anni imbrigliano assunzioni e spese di Palazzo San Giacomo senza riuscire ad avviare davvero il risanamento. E a Roma un’intricata vicenda di crediti mai pagati fra Regione, Comune e Atac tiene tutti appesi al rischio di fallimento dell’azienda di trasporti.

Ma proprio il caso della Capitale aiuta a mostrare che la classica lettura manichea, con i cittadini “virtuosi” opposti alla Pa inefficiente, non coglie il problema. Tra i tanti cappi al collo della più grande partecipata italiana c’è anche un tasso di evasione senza pari, che porta Atac a ricavare dai biglietti poco più del 60% rispetto all’Atm di Milano a parità di chilometri percorsi. Con questo buco nella cassa, Atac fatica a pagare fornitori e creditori, e tra questi c’è il Campidoglio che a sua volta ha ingaggiato una lunga battaglia sui contributi della Regione. Con il risultato che un default di Atac aprirebbe una voragine nei bilanci del Comune.

Al problema, insomma, concorrono tutti. I cittadini che non pagano multe e tasse (Palermo nel 2016 ha incassato il 17,5% delle multe dell’anno, Napoli il 19,7% e Roma il 25,2%), le Pa che non onorano i loro debiti reciproci e quelle che non pagano le imprese. E, dove gli incassi inciampano, i servizi peggiorano, alimentando un’evasione da tributi e tariffe motivata con il fatto che i rifiuti rimangono in strada e i bus non passano. E il circolo vizioso continua a girare.