Pubblicato in: Cina, Economia e Produzione Industriale, Finanza e Sistema Bancario, Senza categoria

Ambasciatore Antonio Morabito. Incriminato per spionaggio a favore della Cina.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-10.

Pechino-Cina

«È stato ambasciatore nel principato di Monaco e quando è rientrato alla Farnesina si è occupato della Promozione del Sistema Paese»

«Ma a leggere gli atti dell’inchiesta dove è accusato di corruzione sembra fosse più interessato a promuovere gli interessi della Cina»

«Per questo Antonio Morabito, 64 anni, diplomatico in servizio al ministero degli Esteri, rischia adesso il processo»

«L’indagine è chiusa, lunghissimo l’elenco di regali, soldi, favori che avrebbe ottenuto per «soffiare» notizie riservate su società italiane di livello internazionale a intermediari che curavano per alcuni investitori cinesi il loro «shopping aziendale»

«Notizie «esclusive e riservate», chiariva il diplomatico al telefono ai suoi interlocutori. E nell’area di interesse rientravano anche le infrastrutture e aziende controllate dallo Stato, come Enel»

«Ora il pm, Giuseppe Deodato ha chiuso le indagini per una sistematica opera di corruzione, ricostruita dalla Guardia di finanza e avvenuta tra il 2016 e il 2017»

Nessuno si scandalizza che i servizi informativi cinesi abbiano per molto tempo utilizzato l’Ambasciatore Antonio Morabito come informatore, compensandolo a dovere.

Pur comprendendo il naturale riserbo trattando argomenti del genere, ci si sarebbe aspettati di veder coinvolto anche il nostro controspionaggio e non solo un Magistrato della Magistratura ordinaria.

Né ci si scandalizzi se in questa Italia vi siano numerose persone che hanno venduto la patria.

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«Spiava per i cinesi». Ex ambasciatore verso il processo

Bonifici bancari e promesse di milioni di euro. Regali, viaggi e carte prepagate. In cambio, Antonio Morabito, ex ambasciatore italiano a Monaco e ministro plenipotenziario, attualmente alle dipendenze della direzione generale per la Promozione del Sistema Paese della Farnesina, avrebbe “girato” da alcuni “mediatori” informazioni sulle aziende italiane, interessate a partecipazioni di terzi al capitale sociale, favorendo il «cosiddetto shopping aziendale cinese». Da Versace al Regina calcio. Notizie «esclusive e riservate», chiariva il diplomatico al telefono ai suoi interlocutori. E nell’area di interesse rientravano anche le infrastrutture e aziende controllate dallo Stato, come Enel. I rapporti con gli investitori cinesi erano curati da tre intermediari, Angelo Di Corrado, il commercialista Marco Gianneschi e l’avvocato Hui Xu Cheng, che avrebbero retribuito l’ambasciatore in cambio delle preziose informazioni. Gli imprenditori Nicolò Corso e Vincenzo Di Grandi, invece, avrebbero pagato il diplomatico per ottenere i contatti con le autorità di alcuni paesi del Nord Africa. Ora il pm, Giuseppe Deodato ha chiuso le indagini per una sistematica opera di corruzione, ricostruita dalla Guardia di finanza e avvenuta tra il 2016 e il 2017. 

Secondo l’accusa, Morabito avrebbe preparato schede su almeno otto aziende, acquisendo le notizie al Mef grazie alle sue conoscenze. I dossier sarebbero stati consegnati a Di Corrado, attraverso il quale Morabito avrebbe anche organizzato incontri con gli investitori coinvolti «nello shopping aziendale cinese per il quale, secondo il mediatore, erano stati stanziati 6 miliardi di euro». Con il suo intermediario, il diplomatico si sarebbe impegnato anche a individuare «infrastrutture e opere importanti tipo centrali elettriche gasdotti autostrade in Italia, Francia, Spagna» per proporre investimenti ai cinesi. «Dismissioni Enel», annuncia Morabito in una conversazione intercettata. Morabito avrebbe «asservito stabilmente la sua funzione» agli interessi personali Marco Ginanneschi. Con il quale l’affare più importante sarebbe stato quello Huawei. Perché dopo avere partecipato in Cina a un forum sulla cooperazione commerciale nel 2016, il diplomatico aveva preso contatti con le aziende, agganci utilissimi che poi avrebbero consentito a Giannaneschi e Xu di proporsi come consulenti alle aziende italiane interessate a produrre software e tecnologie per Huawei. Morabito sarebbbe stato pronto a diventare socio di Di Corrado in una società di relazioni internazionali, tanto da avere fornito anche indicazioni sul suo prestanome. 

Intanto, per i pm, aveva accettato dal faccendiere la promessa di una retribuzione «mensile continuativa», 5mila euro per i primi tre mesi di giugno 2016 e 7mila euro per i mesi successivi. In un’occasione sarebbe stato il padre di Di Corrado a consegnare 5mila euro al diplomatico, a giugno 2016. E il faccendiere, che era finito nella black list di Fincantieri, sarebbe stato pronto a pagare un milione di euro se il suo amico diplomatico fosse riuscito a “riaccreditarlo” con l’azienda. Per i pm erano d’accordo. Poi c’erano i biglietti aerei per Nizza, quelli per Monaco. E persino il pagamento dei viaggi ferroviari per andare da Roma a Reggio Calabria o da Roma a Milano. Tra le contestazioni ci sono le ricariche delle carte prepagate: Di Corrado avrebbe caricato su quella del diplomatico 5mila euro. Di certo Morabito riceve bonifici per 20 euro tra maggio e dicembre 2017 da Yunlai hu, referente cinese in contatto con Di Corrado. Ma i bonifici sono tanti anche da parte di società. E se l’avvocato Cheng prometteva al diplomatico una sorta di stipendio fisso. Anche Giannaneschi avrebbe ricaricato con 6mila euro una carta prepagata in occasione del viaggio a Manchester del diplomatico. La procura accusa il commercialista anche di avere pagato la residenza universitaria del figlio. 

Gli imprenditori Corso e Di Grandi della “Hadid Mediterranean steel srl”, invece, puntavano a partecipare a gare di appalto in Senegal, Marocco e Tunisia. Morabito organizza gli incontri, media, partecipa a un viaggio in Senegal con la delegazione aziendale. Presenta ai due manager i diplomatici di quei paesi. In cambio, per i pm, avrebbe avuto bonifici per 13mila euro. E ottenuto l’acquisto di circa 200 copie del suo libro: “La valigia diplomatica”. 

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L’ambasciatore Morabito «passava notizie ai cinesi sulle nostre aziende»

I pm: corrotto con soldi, affitti e la retta del figlio. Avrebbe svelato informazioni su Versace e Ferrari

ROMA — È stato ambasciatore nel principato di Monaco e quando è rientrato alla Farnesina si è occupato della Promozione del Sistema Paese. Ma a leggere gli atti dell’inchiesta dove è accusato di corruzione sembra fosse più interessato a promuovere gli interessi della Cina. Per questo Antonio Morabito, 64 anni, diplomatico in servizio al ministero degli Esteri, rischia adesso il processo. L’indagine è chiusa, lunghissimo l’elenco di regali, soldi, favori che avrebbe ottenuto per «soffiare» notizie riservate su società italiane di livello internazionale a intermediari che curavano per alcuni investitori cinesi il loro «shopping aziendale».

L’affare Huawei

Grazie al proprio incarico e ai rapporti privilegiati che aveva costruito anche all’interno del ministero per lo Sviluppo economico era in grado di conoscere in anticipo le mosse dei vertici di moltissime aziende. E ai cinesi avrebbe svelato informazioni su marchi del lusso come Versace e Ferrari, società sportive come il Reggina calcio, ma anche centri clinici, complessi alberghieri, industrie tessili, imprese specializzate nella gestione delle linee ferroviarie. Ma pure indiscrezioni per «i cinesi interessati ad acquistare tecnologia italiana nel settore delle telecomunicazioni per conto della Huawei», il colosso mondiale finito nel mirino di Donald Trump. In particolare avrebbe consegnato loro le «conoscenze acquisite anche in ragione della partecipazione, quale rappresentante italiano, al “Forum on Global Production Capacity” svolto in Cina a giugno 2016 e interessandosi «per far arrivare le delegazioni in Italia».

Contanti e biglietti

Uno dei mediatori gli avrebbe elargito «mazzette» in contanti da 5mila euro, elargizioni mensili fino a 7mila euro, biglietti aerei, carte prepagate. Da un altro aveva invece preteso l’acquisto di 200 copie del suo libro «Valigia diplomatica» e ordini per altre 200 copie «così ti faccio fare record di vendite», ma che in realtà non risulta poi aver avuto grande successo. Morabito era comunque a disposizione e nel 2016, quando era ancora nel Principato, riuscì «a far assumere un ruolo di rilievo agli investitori cinesi per la sponsorizzazione della settimana della moda di Montecarlo» e vantandosi di essere riuscito a far ottenere loro «il primo posto nelle sponsorizzazioni». Sono le intercettazioni dei suoi colloqui con mediatori e investitori a rivelare quali promesse facesse e soprattutto che tipo di informazioni era in grado di veicolare: «Mi impegno su infrastrutture e opere importanti tipo centrali elettriche gasdotti autostrade in Italia, Francia, Spagna» con un obiettivo dichiarato: «Dismissioni Enel».

«Azionista in Ferrari»

Morabito tesseva la propria rete di relazioni e garantiva il risultato. Nel settembre 2017 uno dei mediatori gli chiede «un buon contatto in Ferrari» e lui non si tira indietro. Anzi risponde sicuro: «Noi abbiamo il principale azionista che… insomma è del governo, poi quando ci vediamo ti dico». In cambio l’interlocutore risulta avergli pagato l’affitto di una casa, ma anche il «deposito cauzionale per la residenza universitaria di Carlo Morabito», il figlio che l’ambasciatore andava poi a trovare a Manchester. Oltre ai viaggi e ad alcune somme versate come «cifra fissa».

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Materie Prime

Arcelor Mittal abbandona l’Italia e Taranto, alla faccia di Mr Di Maio.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-07.

Pagliaccio 001

L’Ilva e quello sbrodellaro di Mr Di Maio. Sentite cosa aveva detto. [Video]

«L’allora vicepremier parlava in un video su Facebook nell’anniversario del V Day e faceva il punto sulla crisi dell’acciaieria | Corriere TV

Luigi di Maio, allora vicepremier e ministro dello sviluppo economico e del lavoro, a settembre 2018 parlava in un video su Facebook e raccontava i risultati ottenuti dal Movimento 5 stelle e dal governo gialloverde. «Abbiamo risolto la crisi dell’Ilva» annunciava «E lo abbiamo fatto in tre mesi, quando quelli di prima in sei anni non erano stati capaci».

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L’intervista rilasciata da Mr Di Maio assume le connotazioni di un delirio schizofrenico, totalmente avulso dal reale.

Arcelor Mittal sembrerebbe del tutto intenzionata a cessare la produzione in Italia.

È semplicemente impossibile produrre qualcosa in Italia a prezzi concorrenziali.

Il problema è strutturale, aggravato dalla situazione mondiale

«’La multinazionale ha ribadito a Conte la volontà di recedere il contratto, il problema non è solo lo scudo penale’. Sciopero di 24 ore per l’otto novembre»

«Sull’ex Ilva “è scattato l’allarme rosso. Per il governo il rilancio è una priorità e le richieste di ArcelorMittal sono inaccettabili»

«Vogliono il disimpegno o un taglio di 5mila lavoratori»

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È da tempo che l’acciaieria di Taranto era fastidiosissima concorrenza al all’industria siderurgica francese e tedesca.

Adesso i santi patroni del Governo Zingaretti rosso-giallo presentano il conto da pagare.

Ottimo viatico per le prossime elezioni regionali in Puglia.

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Mittal conferma l’addio, no a scudo offerto da Conte. Sindacati indicono uno sciopero

Sindacati: ‘La multinazionale ha ribadito a Conte la volontà di recedere il contratto, il problema non è solo lo scudo penale’. Sciopero di 24 ore per l’otto novembre

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Sull’ex Ilva “è scattato l’allarme rosso. Per il governo il rilancio è una priorità e le richieste di ArcelorMittal sono inaccettabili”. In una conferenza stampa notturna, convocata dopo dodici ore di riunioni e vertici dai toni anche drammatici, il premier Giuseppe Conte riassume quella che è una vera e propria guerra tra il governo e la multinazionale dell’acciaio. Ma sull’immunità restano intatte le tensioni nella maggioranza e nel Movimento Cinque stelle. “Lo scudo penale è stato offerto ed è stato rifiutato. Il problema è industriale”, sottolinea il premier riferendo che dall’azienda è arrivata una richiesta di “cinquemila esuberi” e chiamando “tutto il Paese e le forze di opposizione alla compattezza”.

Saranno 48 ore sul filo della suspense. Perché la trattativa con ArcelorMittal non è ancora definitivamente chiusa. “Al momento la via concreta è il richiamo alla loro responsabilità”, spiega Conte che ha chiesto a Lakshmi Mittal e a suo figlio di aggiornarsi tra massimo due giorni per una nuova proposta. E’ una delle poche volte, da quando è a Palazzo Chigi, che Conte pone il suo accento sulla serietà del problema. E sono parole che danno il tono della fumata nerissima registrata dopo l’incontro con i vertici di A.Mittal. “Vogliono il disimpegno o un taglio di 5mila lavoratori” ma “nessuna responsabilità sulla decisione dell’azienda può essere attribuita al governo”, spiega Conte sentenziando un concetto che sa di protesta di un intero sistema: “l’Italia è un Paese serio, non ci facciamo prendere in giro”. Già perché, per il governo, semplicemente A.Mittal non rispetta un contratto aggiudicatasi dopo una gara pubblica. Tanto che fonti di governo descrivono lo scontro con l’azienda in questi termini: “praticamente siamo già in causa”. E, nell’esecutivo, emerge anche un’altra considerazione: quanto conviene che l’azienda resti? Per questo, parallelamente, si stanno cercando “strade alternative”.

Un piano B, insomma, che non includerebbe la partecipazione di Cdp ma che potrebbe concretizzarsi con una nuova cordata. E’ un’ipotesi che emerge a tarda notte e che non riguarderebbe necessariamente Jindal o AcciaItalia. Allo stesso tempo nel M5S filtra già una certa irritazione per la scelta di ArcelorMittal – che ha azzerato la concorrenza – e nei confronti di chi ha gestito il dossier, l’ex ministro Carlo Calenda. Sospetti che il titolare del Mise Stefano Patuanelli così sintetizza: “è evidente che ArcelorMittal voleva solo un’acquisizione”. Il governo, insomma, passa al contrattacco ma le armi rischiano di essere spuntate. “Il nostro strumento al momento è la pressione nel nostro sistema Paese”, sottolinea Conte convocando, per domani pomeriggio i sindacati, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci.

“Chiameremo tutto il Paese a raccolta”, insiste Conte ribadendo il suo messaggio alla politica: è il momento della compattezza. Una compattezza che, sul decreto offerto a ArcelorMittal sullo scudo penale rischiava di mancare vista la ferma contrarietà di una parte del M5S. Tanto che, dopo tre ore e mezza di Consiglio dei ministri quel decreto non salta fuori. Ma per Conte, ora il problema non è questo. La norma sullo scudo penale, raccontano fonti di governo, è stata di fatto messa sul tavolo nell’incontro con A.Mittal, così altre rassicurazioni, come il pieno sostegno a un piano che renda l’ex Ilva un “hub della transizione energetica”. Tutto inutile. L’azienda vuole l’addio o un taglio draconiano della forza lavoro, che costringerebbe il governo ad intervenire sulla cassa integrazione. Con un’appendice: il governo non accetterà mai i 5mila esuberi richiesti.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale

L’Ilva e quello sbrodellaro di Mr Di Maio. Sentite cosa aveva detto. [Video]

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-06.

Sentite cosa diceva Mr Di Maio nel settembre 2018.

Sembra un ventilatore che inonda l’etere di vacui suoni.

«E lo abbiamo fatto in tre mesi, quando quelli di prima in sei anni non erano stati capaci».

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Ilva resta a Taranto, aumenta la produzione, bonifica territorio ed aria, che profumerà di violette.

E bravo Mr Di Maio: crede forse che gli italiani non abbiano buona memoria?

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Quando Di Maio a settembre 2018 annunciava: «Abbiamo risolto la crisi dell’Ilva in tre mesi»

L’allora vicepremier parlava in un video su Facebook nell’anniversario del V Day e faceva il punto sulla crisi dell’acciaieria | Corriere TV

Luigi di Maio, allora vicepremier e ministro dello sviluppo economico e del lavoro, a settembre 2018 parlava in un video su Facebook e raccontava i risultati ottenuti dal Movimento 5 stelle e dal governo gialloverde. «Abbiamo risolto la crisi dell’Ilva» annunciava «E lo abbiamo fatto in tre mesi, quando quelli di prima in sei anni non erano stati capaci».

https://video.corriere.it/politica/quando-maio-settembre-2018-annunciava-abbiamo-risolto-crisi-dell-ilva-tre-mesi/3757f238-007d-11ea-90df-c7bf97da0906

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale

Germania. La crisi del metalmeccanico si sta acuendo. Licenziamenti.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-01.

Germania 001

«Wir müssen damit rechnen, dass es noch schlechter wird»

«Metall-Arbeitgeber erwarten weiteren Stellenabbau.»

«Die Arbeitgeber in der Metall- und Elektroindustrie erwarten angesichts der Rezession in der Branche einen weiteren Stellenabbau und rufen die Gewerkschaften zu Zurückhaltung in der bevorstehenden Tarifrunde auf.»

«Dulger beklagte im Interview weiter, dass in den ersten drei Quartalen beim Auftragseingang ein Minus von knapp sechs Prozent gegenüber dem Vorjahreszeitraum stehe.»

«An die Bundesregierung appellierte der Gesamtmetall-Präsident, wieder erleichterte Zugangsmöglichkeiten zum Kurzarbeitergeld zu schaffen»

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“Dobbiamo aspettarci che le cose peggiorino ancora di piu’.”

“I datori di lavoro metalmeccanici si aspettano ulteriori tagli ai posti di lavoro.”

“I datori di lavoro del settore metalmeccanico ed elettrico si aspettano ulteriori tagli di posti di lavoro in vista della recessione del settore e invitano i sindacati a dar prova di moderazione nella prossima tornata di contrattazione collettiva.”

“In un’intervista, Dulger ha inoltre lamentato che nei primi tre trimestri gli ordini in entrata sono diminuiti di quasi il 6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

“Il presidente di Gesamtmetall ha lanciato un appello al governo federale per un nuovo e più facile accesso al lavoro a tempo parziale.

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La Germania è in piena recessione.

Frau Merkel non è ancora riuscito a distruggere completamente il comparto industriale produttivo, ma la buona volontà ce la ha messa proprio tutta.

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Deutschland Kurier. 2019-10-29. »Wir müssen damit rechnen, dass es noch schlechter wird«: Metall-Arbeitgeber erwarten weiteren Stellenabbau

Die Arbeitgeber in der Metall- und Elektroindustrie erwarten angesichts der Rezession in der Branche einen weiteren Stellenabbau und rufen die Gewerkschaften zu Zurückhaltung in der bevorstehenden Tarifrunde auf.

»Wir werden das Beschäftigungsniveau nicht halten können. Es sinkt bereits. Zum ersten Mal seit neun Jahren ist die Beschäftigung in unserer Branche seit Mai leicht zurückgegangen«, so Gesamtmetall-Präsident Rainer Dulger im Interview mit der ›Neuen Osnabrücker Zeitung‹ (›NOZ‹). Er fügte hinzu, es werde wohl auch zu einzelnen Betriebsschließungen kommen, denn es müssten angesichts des Strukturwandels etwa in der Automobilindustrie Kapazitäten angepasst werden. Die Metall- und Elektroindustrie gehört zu den bedeutendsten Arbeitgeberinnen in Deutschland. Im August 2019 zählte sie etwas mehr als vier Millionen Mitarbeiter.

Dulger beklagte im Interview weiter, dass in den ersten drei Quartalen beim Auftragseingang ein Minus von knapp sechs Prozent gegenüber dem Vorjahreszeitraum stehe. Und auch im Rest des Jahres und im kommenden Jahr werde kein »Baum in den Himmel wachsen«. Ganz im Gegenteil, so Dulger weiter: »Wir müssen damit rechnen, dass es noch schlechter wird, man denke an den Brexit, die Handelskonflikte und das weltweit nachlassende Wirtschaftswachstum.«

Die IG Metall rief Dulger vor diesem Hintergrund dringend zu Zurückhaltung in der kommenden Tarifrunde auf: »Es ist wichtig, dass die Gewerkschaften verstehen, dass 2020 keine Tarifrunde wie in den vergangenen acht, neun Jahren ist. Wir haben konjunkturelle Probleme, und wir haben zugleich strukturelle Probleme. Die Gewerkschaften müssen deshalb schon im Vorfeld verstehen, dass sie ihre Forderungen zurückschrauben müssen.«

Scharf kritisierte Dulger zudem die 24-Stunden-Streiks, mit denen die IG Metall in der Tarifrunde 2018 die Gemüter der Arbeitgeber sehr erhitzt habe. Durch die Streiks seien enorme Kosten entstanden. Während es in einer normalen Tarifrunde etwa 800.000 bis eine Million Streikstunden gebe, seien es 2018 aufgrund der Tagesstreiks drei Millionen gewesen. Und den Arbeitgebern stehe kein Mittel zur Verfügung, sich gegen solche Aktionen zu wehren. Er fordere die Gewerkschaft deshalb auf, »mit Vernunft und Weitblick vorzugehen«, so Dulgers Antwort auf Fragen nach der Zukunft der Flächentarifverträge.

An die Bundesregierung appellierte der Gesamtmetall-Präsident, wieder erleichterte Zugangsmöglichkeiten zum Kurzarbeitergeld zu schaffen, »so, wie wir sie in der Krise 2008/2009 hatten«. Noch gebe es zwar kein flächendeckendes Problem, »aber wir sollten Vorsorge treffen für den Ernstfall. Wenn der Blitz einschlägt, ist die Feuerwehr dann schon im Haus«.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Unione Europea

Italia. Diesel. 240 aziende e 25,000 lavoratori in crisi. E la Mahale chiude.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-31.

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La crisi della trazione diesel è causata da una politica di penalizzazione di codesto mezzo, ufficialmente per motivazioni ecologiche.

Questo fenomeno nasce in Germania patrocinato dapprima da Frau Merkel e quindi ripreso dai Grüne: prosegue in un continuo crescendo con il Dieselgate fino ad arrivare alla crisi dell’intero settore automobilistico. Ma questa crisi tende ad allargarsi a macchia d’olio: le industrie automobilistiche tedesche, infatti, alimentavano un grande mercato di componentistica altamente specializzata, locata specialmente in Italia. Questo comparto è adesso nella crisi più nera.

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«[Mahle] Il Gruppo conta 79mila dipendenti e ricavi per oltre 12 miliardi di euro ed è specializzato nella produzione di componenti per il powertrain»

«Uno stabilimento produttivo a La Loggia, alle porte di Torino, e una fonderia a Saluzzo, nel Cuneese. La Mahle, multinazionale tedesca del settore automotive, annuncia la chiusura deidue siti piemontesi dove lavorano almeno 450 addetti. L’azienda in una nota parla di «anni critici dal punto di vista economico» e spiega che «la riduzione degli ordini a livello europeo, principalmente nella produzione di motori diesel, ha notevolmente ridotto la capacità produttiva».

Negli stabilimenti di La Loggia e Saluzzo si producono pistoni, nell’ottica della filiera integrata: la crisi delle motorizzazioni Diesel ha generato un calo di volumi prima graduale, raccontano fonti aziendali, e poi da quest’anno diventato rilevante. Si tratta dell’ennesima crisi industriale in una regione, il Piemonte, dove si concentrano oltre un terzo delle imprese della componentistica auto Made in Italy»

«Mahle si trova purtroppo costretta a programmare la chiusura dei due stabilimenti e a breve saranno avviate le consultazioni con le organizzazioni sindacali» recita il comunicato diffuso nel pomeriggio dall’azienda. La multinazionale si dice disponibile a collaborare «con i rappresentanti dei lavoratori per considerare ogni possibile misura alternativa e minimizzare il potenziale impatto sui circa 450 dipendenti»

«Formalmente si è aperta una procedura di licenziamento collettivo per la chiusura degli stabilimenti. Durante la riunione Mahle ha sottolineato di non vedere possibilità di miglioramento degli ordinativi nei prossimi mesi. La crisi, dicono, è destinata ad aggravarsi, da qui la scelta di chiudere i siti perché gli ordinativi non sono sufficienti a mantenere i livelli produttivi»

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«In media l’Italia esporta motori per un valore complessivo pari a oltre 4 miliardi, il 19% delle esportazioni della componentistica auto. La Germania è il primo mercato estero, qui il calo della produzione di auto è stimato quest’anno a quota 10%.»

«Nella fabbrica Fiat Chrysler di Pratola Serra nel primo semestre del 2019 sono stati prodotti 150mila motori diesel, il 30% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. Si correrà ai ripari nel 2020, visto che allo stabilimento campano è stata assegnata la produzione di una nuova gamma di diesel Euro6D, da montare sul Ducato»

«Ma questa vicenda industriale è emblematica di quanto l’automotive italiano sia esposto al rischio del calo – di mercato e produttivo – che sta investendo i motori diesel»

«Dal 2015 a oggi il mercato europeo delle auto diesel è diminuito dal 51,5% al 35,4% (2018), per arrivare al 31,5% del primo semestre 2019»

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Sarebbe inopportuno in questa sede riaprire un dibattito politico sulla questione dell’uso dei motori diesel, così come sul loro reale impatto ambientale.

Non sta a noi contestare o approvare dei provvedimenti varati da Governi legalmente eletti.

Ciò non toglie che si possa, e si debba, constatare come ogni iniziativa abbia i suoi costi.

In una Unione Europea in recessione economica, la penalizzazione economica e sociale dell’uso dei motori diesel comporta severe perdite secche per molti settori lavorativi, con anche un ampio indotto che propaga le perdite. Per non parlare poi della perdita del know-how. Poi, la gente non ha le risorse per cambiare automobile, e deve usarle per lavoro.

Sarebbe cosa utile che i Governi si sensibilizzassero anche su queste problematiche e ne traessero le conseguenze.

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Sole 24 Ore. 2019-10-29. Auto, la crisi del diesel colpisce 240 aziende e 25mila lavoratori

La debolezza del mercato coinvolge molte imprese della componentistica. Il 77% delle aziende non è coinvolto nei nuovi powertrain elettrici e ibridi.

Nella fabbrica Fiat Chrysler di Pratola Serra nel primo semestre del 2019 sono stati prodotti 150mila motori diesel, il 30% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. Si correrà ai ripari nel 2020, visto che allo stabilimento campano è stata assegnata la produzione di una nuova gamma di diesel Euro6D, da montare sul Ducato.

Ma questa vicenda industriale è emblematica di quanto l’automotive italiano sia esposto al rischio del calo – di mercato e produttivo – che sta investendo i motori diesel. Di aziende come la Mahle, che in Italia ha annunciato la chiusura dei due stabilimenti in Piemonte specializzati sulla produzione di pistoni per i motori diesel, potrebbero essercene altre.

La filiera italiana di componentisti che lavorano al diesel è complessa, va dalle fonderie, dove si realizzano le parti principali del motore, fino ai produttori di singoli componenti (valvole, filtri, ecc.): secondo l’Osservatorio sulla componentistica auto parliamo di oltre 240 imprese e almeno 32mila addetti, numero che sale a 50mila se si considera l’indotto allargato, in media un lavoratore su tre dell’intero settore come stima l’Anfia.

La metà di loro, circa 25mila persone, lavora sui motori diesel, uno dei prodotti di punta storicamente dell’automotive italiano grazie alle competenze nel common rail.

«Siamo davanti a una transizione industriale complessa e articolata – sottolinea Marco Stella, presidente del Gruppo Componenti di Anfia – e il fatto che non la si guidi può portare a conseguenze gravi dal punto di vista sociale». La demonizzazione del diesel, «oltre a creare confusione sul mercato, ha indebolito ulteriormente una domanda già debole – aggiunge Stella – e questa incertezza spinge molti a puntare sulle razionalizzazioni produttive». Il tavolo sull’auto aperto al Mise diventa più che mai necessario: «Abbiamo fatto una serie di proposte – conclude Stella – a sostegno della transizione tecnologica e industriale, servono politiche sull’offerta per sostenere l’attività dei privati nella ricerca industriale e strumenti per la riconversione, a cominciare da formazione e riqualificazione».

Dal 2015 a oggi il mercato europeo delle auto diesel è diminuito dal 51,5% al 35,4% (2018), per arrivare al 31,5% del primo semestre 2019. Sono cresciute le auto a benzina sfiorando quasi il 60% del mercato mentre la famiglia delle elettriche e delle ibride è al 7,7. Al ridimensionamento del diesel molti componentisti stanno reagendo diversificando le produzioni e allargando le proprie competenze alle nuove motorizzazioni. Non senza ritardi – il 77% dei componentisti secondo lo studio realizzato dall’Osservatorio sulla componentistica auto non ha partecipato ad alcun progetto di sviluppo nel comparto dei nuovi powertrain (elettrici o ibridi) – e difficoltà come dimostra il caso della Mahle. Che purtroppo non è isolato.

A sentire i sindacati, va avanti da anni la vertenza per lo stabilimento Bosch di Bari: circa 2mila addetti e una specializzazione produttiva sui componenti per motori common rail. «I volumi sono in continuo calo – spiega Gianluca Ficco della Uilm – e la diversificazione della produzione su cui la proprietà si è impegnata procede in maniera timida, tanto che i lavoratori sono da mesi con i contratti di solidarietà».

Desta inoltre preoccupazione anche la situazione del polo motori di Cnh Industrial a Foggia, dove si producono diesel per commerciali e mezzi industriali. In questo caso la preoccupazione nasce a seguito dalla decisione di Fca di produrre in casa i motori per il Ducato invece di acquisirli dalla “sorella” Cnh Industrial.

«Oggi è in programma un incontro al Mise per il plant di Pratola Serra – ricorda Michele De Palma della Fiom – mentre nello stabilimento Fpt di Foggia, secondo il piano di riorganizzazione presentato da Cnh Industrial, le produzioni assegnate saturerebbe il 75% della capacità produttiva, il problema dunque resta».

De Palma parla di uno tsumani sull’ecosistema dell’auto, «abbiamo segnali negativi a partire dalle fonderie di Padova specializzate sull’automotive per arrivare a l caso della Mahle e alla cassa integrazione alla Magneti Marelli, a cui mancano commesse industriali in Italia sull’ibrido».

In media l’Italia esporta motori per un valore complessivo pari a oltre 4 miliardi, il 19% delle esportazioni della componentistica auto. La Germania è il primo mercato estero, qui il calo della produzione di auto è stimato quest’anno a quota 10%.

«In questa fase i legami dei componentisti italiani con la Germania rappresentano uno svantaggio» spiega Andrea Stocchetti dell’Università Ca’ Foscari. Pesa inoltre il ritardo industriale della filiera sull’ibrido, una tecnologia che, secondo Stocchetti, potrebbe colmare il gap industriale collegato ai minori volumi del diesel, così come lo sviluppo di progetti a favore della mobilità elettrica anche nel trasporto pubblico.

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Sole 24 Ore. 2019-10-27. Crisi del diesel, la tedesca Mahle chiude due fabbriche in Piemonte

Sono 450 gli addetti nello stabilimento di La Laggia e nella fonderia di Saluzzo – L’azienda parla di calo di volumi disastroso.

Uno stabilimento produttivo a La Loggia, alle porte di Torino, e una fonderia a Saluzzo, nel Cuneese. La Mahle, multinazionale tedesca del settore automotive, annuncia la chiusura deidue siti piemontesi dove lavorano almeno 450 addetti. L’azienda in una nota parla di «anni critici dal punto di vista economico» e spiega che «la riduzione degli ordini a livello europeo, principalmente nella produzione di motori diesel, ha notevolmente ridotto la capacità produttiva».

Negli stabilimenti di La Loggia e Saluzzo si producono pistoni, nell’ottica della filiera integrata: la crisi delle motorizzazioni Diesel ha generato un calo di volumi prima graduale, raccontano fonti aziendali, e poi da quest’anno diventato rilevante. Si tratta dell’ennesima crisi industriale in una regione, il Piemonte, dove si concentrano oltre un terzo delle imprese della componentistica auto Made in Italy.

«Mahle si trova purtroppo costretta a programmare la chiusura dei due stabilimenti e a breve saranno avviate le consultazioni con le organizzazioni sindacali» recita il comunicato diffuso nel pomeriggio dall’azienda. La multinazionale si dice disponibile a collaborare «con i rappresentanti dei lavoratori per considerare ogni possibile misura alternativa e minimizzare il potenziale impatto sui circa 450 dipendenti».

Il tavolo di crisi si è aperto nella sede dell’Amma – l’Associazione delle aziende della meccanica e della meccatronica – di Torino e nei prossimi giorni si avvierà la procedura di 75 giorni per le negoziazioni con le organizzazioni sindacali. Formalmente si è aperta una procedura di licenziamento collettivo per la chiusura degli stabilimenti. Durante la riunione Mahle ha sottolineato di non vedere possibilità di miglioramento degli ordinativi nei prossimi mesi. La crisi, dicono, è destinata ad aggravarsi, da qui la scelta di chiudere i siti perché gli ordinativi non sono sufficienti a mantenere i livelli produttivi.

Il Gruppo conta 79mila dipendenti e ricavi per oltre 12 miliardi di euro ed è specializzato nella produzione di componenti per il powertrain, sia per i motori tradizionali che per l’e-mobility.

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Cina. Ha importato 369 mln ton di greggio nei primi nove mesi. +10% yoy.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-26.

Pechino-Cina

«China imported 369 million tonnes of crude oil in the first nine months of 2019, up nearly 10% from the same period last year»

«China has lifted its crude oil import quotas to allow mostly private refiners to bring in a further 12.9 million tonnes this year»

«The third batch of quotas was allocated to 19 companies, including private refiner Zhejiang Petroleum & Chemical Co (ZPC), which was awarded 3.5 million tonnes»

«Prior to this, China had issued a crude import quota of 153.1 million tonnes, according to Huatai Futures Co, bringing total allowed imports so far this year to 166 million tonnes»

«The new increase in import quotas is mainly for the newly launched mega-refineries»

«This year in the first half margin was poor, especially for gasoline»

«Although margins recovered in the second half, it is still worse than previous years as the market is competitive and refined oil products are in oversupply»

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Mentre gran parte dei paesi occidentali barcollano sotto la recessione economica, la Cina prosegue imperterrita a crescere di circa il 6% all’anno ed aumentano quindi di conseguenza le sue esigenze energetiche.

Di questi giorni la notizia che essa ha importato nei primi nove mesi dell’anno 369 milioni di tonnellate di greggio, ossia il 10% in più rispetto l’anno precedente.

Ma la notizia più interessante consiste nel fatto che le quote aggiuntive delle importazioni siano destinate a nuove raffinerie.

Questo è segno evidente di quanto il Governo cinese ritenga essere definitivo l’incremento dei consumi petroliferi.

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Reuters. 2019-10-23. China issues more crude oil import quotas for 2019

China has lifted its crude oil import quotas to allow mostly private refiners to bring in a further 12.9 million tonnes this year, a document seen by Reuters showed on Tuesday, feeding a new generation of huge refineries.

The third batch of quotas was allocated to 19 companies, including private refiner Zhejiang Petroleum & Chemical Co (ZPC), which was awarded 3.5 million tonnes, the document showed.

Prior to this, China had issued a crude import quota of 153.1 million tonnes, according to Huatai Futures Co, bringing total allowed imports so far this year to 166 million tonnes, a Reuters calculation showed.

“Import quotas have increased overall this year as new refineries are being launched,” said Xiang Pan, head of oil research at Huatai Futures Co.

“The new increase in import quotas is mainly for the newly launched mega-refineries.”

Privately-owned Hengli Petrochemical Ltd (600346.SS) ramped up its 400,000 barrel-per-day (bpd) oil refinery to full rate in late May, while ZPC aims to bring online a second 200,000 bpd crude distillation unit (CDU) in the coming months.

China imported 369 million tonnes of crude oil in the first nine months of 2019, up nearly 10% from the same period last year, customs data showed, boosted by the startup of new refineries as well as strong fuel demand in the country.

ernment-backed Shaanxi Yanchang Petroleum Group was also granted another 900,000 tonnes in the latest batch of quotas.

That brought its total allocation this year to 3.6 million tonnes.

China’s Ministry of Commerce did not respond to a request for comment.

“Some crude import quotas will be left unused, the same as previous years. Some teapots will not be able to finish their quotas, either because they have credit problems or because they prefer domestic trades,” Huatai’s Pan said.

“This year in the first half margin was poor, especially for gasoline. Although margins recovered in the second half, it is still worse than previous years as the market is competitive and refined oil products are in oversupply.”

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Bundesbank. Germania sull’orlo di una profonda recessione.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-23.

  2019-10-22__Germania__Sondaggio                      

Queste sono le testuali parole usate da Bundesbank per descrivere la situazione.

«Wirtschaftsleistung könnte sich erneut verringert haben»

«Im Vergleich zum Frühjahrsquartal könnte sich die deutsche Wirtschaftsleistung im dritten Vierteljahr 2019 leicht verringert haben.»

«Zwar liefern die Frühindikatoren nach Einschätzung der Bundesbank gegenwärtig wenig Anzeichen für eine nachhaltige Belebung der Exportwirtschaft und eine Stabilisierung in der Industrie.»

«Dabei sei die Erzeugung von Vorleistungs- und Konsumgütern kräftig zurückgegangen. Die Produktion von Investitionsgütern stagnierte hingegen.»

«Die Ausbringung in der Automobilbranche habe sich dagegen stark verringert. Die erneute Verschärfung der Normen für Neuzulassungen ab September 2019 könnte hierzu geringfügig beigetragen haben.»

«Produktion im Baugewerbe kräftig gefallen»

La produzione economica potrebbe essere di nuovo diminuita.

Rispetto al trimestre primaverile, la produzione economica tedesca potrebbe essere leggermente diminuita anche nel terzo trimestre del 2019.

Secondo la Bundesbank, i primi indicatori mostrano attualmente pochi segni di una ripresa sostenuta delle esportazioni e di stabilizzazione dell’industria.

Allo stesso tempo, la produzione di beni intermedi e beni di consumo ha subito un forte calo. La produzione di beni strumentali, invece, è rimasta stagnante.

La produzione dell’industria automobilistica, d’altro canto, era nettamente diminuita. Il nuovo inasprimento degli standard per le nuove registrazioni a partire dal settembre 2019 avrebbe potuto dare un piccolo contributo in tal senso.

La produzione nel settore edile è diminuita drasticamente.

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Al di là del linguaggio professionalmente distaccato e pacato, sembra la descrizione della sacca di Stalingrado.

«Germany’s economy may have already slumped into recession»

«Economic output could have decreased slightly in the third quarter of 2019,” after contracting 0.1% in the three months to June»

«The bank said “the leading indicators currently show few signs of a sustained recovery in the export economy and stabilization in the industrial sector.”»

«The German economy has been hammered by the trade war and Brexit, with exports slowing markedly»

«Germany will have contracted for two consecutive quarters – it shrank by 0.1% in the three months to June – meaning it’s officially in recession»

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Se non si tenesse conto dei preziosismi formali della bella lingua tedesca, il bollettino della Bundesbank potrebbe essere letto come gli annunci che i tedeschi facevano a suo tempo.

“La recessione avanza in tutto il territorio della Bundesrepublik, ma la Bundeskanzlerin Frau Merkel resiste strenuamente nel suo bunker di Berlino fino all’immancabile vittoria finale.”

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Germany’s economy may have already slumped into recession, its central bank says

– Germany’s economy may have fallen into recession, the country’s central bank said.

– “Economic output could have decreased slightly in the third quarter of 2019,” after contracting 0.1% in the three months to June, the Bundesbank said in its monthly report.

– The bank said “the leading indicators currently show few signs of a sustained recovery in the export economy and stabilization in the industrial sector.”

-The German economy has been hammered by the trade war and Brexit, with exports slowing markedly.

Europe’s largest economy may have fallen into recession, according to Germany’s central bank.

“German economic output could have decreased slightly in the third quarter of 2019,” the Bundesbank said in its monthly report. If it did, Germany will have contracted for two consecutive quarters – it shrank by 0.1% in the three months to June – meaning it’s officially in recession.

The potential decline was “mainly due to the fact that the export-oriented industry continued to weaken,” the bank said. Exports have been hit especially hard by factors such as Brexit and the trade war.

The German economy – which is much more dependent on exports than others – has suffered as a result of dropping demand from both the US and China due to increased protectionism. Uncertainty within the UK due to Brexit has also dampened demand.

The Bundesbank downplayed its worrying statement by saying, “A recession in the sense of a clear, broad-based and sustained decline in economic management with under-utilized capacity has not yet been apparent.”

Germany’s particularly large industrial sector contracted over the two months to August, the bank said, and intermediate and consumer good production “fell sharply.”

Sentiment among German manufacturers dropped to a decade low last month, according to IHS Markit data. Brexit was “paralyzing” car orders and the nation was “seeing the worst performance from the sector since the depths of the financial crisis in 2009,” Phil Smith, principal economist at IHS Markit, said at the time.

The Bundesbank said automotive production, one of the biggest sectors of German manufacturing, declined 1.5% between the second and third quarters.

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Bundesbank. 2019-10-21. Wirtschaftsleistung könnte sich erneut verringert haben

Im Vergleich zum Frühjahrsquartal könnte sich die deutsche Wirtschaftsleistung im dritten Vierteljahr 2019 leicht verringert haben. Wie aus dem jüngsten Monatsbericht hervorgeht, liegt das vor allem daran, dass die exportorientierte Industrie weiterhin schwächelte. Die stärker auf die Binnenwirtschaft ausgerichteten Branchen sorgten hingegen weiter für Auftrieb. So deuteten die Umsätze im Einzelhandel darauf hin, dass die Konsumfreude der Verbraucherinnen und Verbraucher bis zuletzt ungetrübt war. Durch die nach wie vor gute Lage am Arbeitsmarkt seien die Einkommensperspektiven für die Konsumentinnen und Konsumenten weiterhin günstig. Damit halte die Zweiteilung der deutschen Konjunktur an. Zwar liefern die Frühindikatoren nach Einschätzung der Bundesbank gegenwärtig wenig Anzeichen für eine nachhaltige Belebung der Exportwirtschaft und eine Stabilisierung in der Industrie. „”Damit nimmt die Gefahr zu, dass sich ihr Abwärtssog in stärkerem Maß auf die eher binnenwirtschaftlich orientierten Branchen überträgt”“, schreiben die Bundesbank-Fachleute.

Eine Rezession im Sinne eines deutlichen, breit angelegten und länger anhaltenden Rückgangs der Wirtschaftsleitung bei unterausgelasteten Kapazitäten zeichne sich bislang aber nicht ab.

Industrieproduktion im August mit deutlichem Plus

Die Industrieproduktion habe im August zwar deutlich zugelegt und sei im Vormonatsvergleich saisonbereinigt um ¾ Prozent gestiegen. Im Durchschnitt der Monate Juli und August habe die industrielle Erzeugung dennoch merklich unter dem Mittel des zweiten Quartals gelegen. Dabei sei die Erzeugung von Vorleistungs- und Konsumgütern kräftig zurückgegangen. Die Produktion von Investitionsgütern stagnierte hingegen. Hier habe die Fertigung medizinischer Geräte und Materialien für Auftrieb gesorgt. Die Ausbringung in der Automobilbranche habe sich dagegen stark verringert. Die erneute Verschärfung der Normen für Neuzulassungen ab September 2019 könnte hierzu geringfügig beigetragen haben.

Produktion im Baugewerbe kräftig gefallen

Die Produktion im Baugewerbe sei im August gegenüber dem Vormonat saisonbereinigt kräftig zurückgegangen. Auch im Durchschnitt der Monate Juli und August sei sie im Vergleich zum zweiten Vierteljahr leicht gesunken. Demgegenüber sei der Auftragseingang im Bauhauptgewerbe im Juli gegenüber dem Vorquartal spürbar angestiegen. Dass die Baukonjunktur grundsätzlich weiterhin gut sei, würden auch die Umfragen des ifo Instituts signalisieren. „”Sowohl die Stimmung im Bauhauptgewerbe als auch die Geräteauslastung befinden sich unweit ihrer historischen Höchstwerte”“, so die Bundesbank-Fachleute.

Langsam gestiegene Beschäftigung

Die Erwerbstätigkeit in Deutschland sei zuletzt weiter gestiegen, wenngleich nur noch wenig. Im August seien saisonbereinigt 10.000 Personen mehr in Beschäftigung gewesen als im Vormonat. Gegenüber dem Vorjahresmonat sei die Beschäftigung um 333.000 Personen gestiegen. Die Zahl der sozialversicherungspflichtigen Stellen sei deutlich stärker angestiegen als die Beschäftigung insgesamt. Maßgeblich dafür sei vor allem die bereits seit längerem rückläufige Zahl der ausschließlich geringfügigen Beschäftigten und der Selbstständigen gewesen, heißt es im Bericht. Die registrierte Arbeitslosigkeit sei im September erstmals seit vier Monaten wieder leicht gesunken: Bei der Bundesagentur für Arbeit seien saisonbereinigt 2,28 Millionen Personen arbeitslos gemeldet gewesen, rund 10.000 weniger als im August. Wie im Vormonat habe die Arbeitslosenquote 5,0 Prozent betragen. Im September 2019 seien gegenüber dem Vorjahr 22.000 Personen weniger arbeitslos gewesen. Das Barometer Arbeitslosigkeit des Instituts für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (IAB) deute darauf hin, dass die Arbeitslosigkeit in den kommenden Monaten wieder leicht ansteigen könnte.

Verbraucherpreise leicht gestiegen

Die Verbraucherpreise seien im September gemessen am Harmonisierten Verbraucherpreisindex (HVPI) saisonbereinigt gegenüber dem Vormonat leicht angestiegen. Zwar seien die Preise für Nahrungsmittel geringfügig gesunken. „”Allerdings verteuerten sich Industriegüter ohne Energie leicht und die Preise für Dienstleistungen zogen etwas deutlicher an”“, so die Expertinnen und Experten. Die Preise für Energie blieben trotz der höheren Rohölnotierungen unverändert.

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale

Francia. Renault nei triboli. -716 milioni nel primo semestre.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-23.

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«sales were likely to drop between 3% and 4% this year»

«In July it had already abandoned a promise to increase revenue»

«a 1.6% drop in sales for the July to September period to 11.3 billion euros ($12.6 billion), down 1.4% at constant exchange rates and without the effect of acquisitions or sales.»

«It came in at a negative 716 million euros in the first six months of 2019»

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L’Europa è diventata un ambiente fortemente ostile ad ogni tipo di produzione industriale.

Unione Europea ed i singoli stati stanno facendo tutto l’umano possibile per ingabbiarla in una lunga serie di leggi, norme e regolamenti che ne impediscono, e spesso ne bloccano, la normale funzionalità.

Il settore automobilistico è poi visto come la vacca da mungere, e meno tasse questa versa, più la si vessa.

Alla fine poi i nodi arrivano al pettine.

Una perdita di 716 milioni nel primo semestre è cifra non da poco.

Ma il problema non è industriale: è solamente ed esclusivamente politico.

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Reuters. 2019-10-21. Renault warns sales to fall in 2019 as automakers struggle

France’s Renault (RENA.PA) on Thursday cut its revenue guidance for 2019 further and lowered its profitability forecast, citing difficulties in markets such as Turkey and Argentina as carmakers grapple with a broad-based slump in auto sales.

Renault, which has just rejigged its top management as it tries to draw a line under a scandal surrounding former boss Carlos Ghosn, said sales were likely to drop between 3% and 4% this year.

In July it had already abandoned a promise to increase revenue before currency effects in 2019, saying it expected sales to be close to the previous year’s, just as rivals across the industry issued a number of profit warnings linked to falling demand in key markets like China.

In a flavor of the turbulent reporting season to come for the sector in the third quarter, Renault also said its operating margin was set to come in at 5%, versus a previous 6% goal.

It added that it was re-assessing its mid-term goals, and reported a 1.6% drop in sales for the July to September period to 11.3 billion euros ($12.6 billion), down 1.4% at constant exchange rates and without the effect of acquisitions or sales.

Interim chief executive Clotilde Delbos – whose remit as financial chief was expanded last week after Thierry Bollore was ousted as CEO – said the revised guidance was also due to Renault’s struggle to shrink research and development costs as much as it had planned to at the start of the second half.

“Everything is linked to the market and some disappointment on the action plan launched at the end of July,” Delbos told a conference call.

Carmakers are straining to meet European emissions requirements and to invest in costly new technologies to producer cleaner car models.

Partly to meet these challenges and cut costs, Renault is hoping to reboot its alliance with Japan’s Nissan (7201.T) after a recent management shake-up at both firms.

“The latest announcements about changes in the alliance are a very good sign that we will be able to strengthen synergies,” Delbos said.

The partnership was rocked after former alliance supremo Ghosn was arrested in Tokyo last year on financial misconduct charges, which he denies.

With Bollore, a former Ghosn protegee, now gone, Renault is banking on reviving some stalled joint industrial projects as a first step, sources close to the matter said.

Renault is also banking on model launches like a new Clio mini to give it leeway on prices and pass on the increased costs derived from regulatory pressures.

Renault said on Thursday that its operating free cash flow might not end the year as a whole in positive territory, although it would be in the black in the second half of the year.

It came in at a negative 716 million euros in the first six months of 2019.

The company, which pre-released its third-quarter trading update, said a fuller publication was still planned for Oct. 25.

Pubblicato in: Commercio, Economia e Produzione Industriale, Senza categoria

Singapore. Esportazioni non-petrolifere -8.10% yoy.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-20.

2019-10-17__Singapore__Esportazioni 001

Avevamo già riportato il netto e duraturo calo della produzione industriale di Singapore.

Singapore. Produzione industriale -8% anno su anno.

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Il 17 ottobre il Singapore Department Of Statistics ha pubblicato il dato sulle esportazioni non petrolifere: -8.10%.

Esportazioni che sono in calo significativo da dodici mesi.

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Il sistema mondiale economico è entrato in una severa recessione, e la guerra commerciale non preannuncia proprio nulla di buono.

Pubblicato in: Cina, Economia e Produzione Industriale

Cina. Produzione Industriale +5.8% yoy.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-20.

2019-10-18__Cina_ Produzione Industriale

Il National Bureau of Statistics of China ha rilasciato i dati relativi alla produzione industriale, dato annuale: +5.8%

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The Economic Times. 2019-10-18. China’s Q3 GDP growth slows to 6%, slowest in 27 years

«China’s economy expanded at its slowest rate in nearly three decades in the third quarter, hit by cooling domestic demand and a protracted US trade war, data showed Friday, with an official warning of “mounting downward pressure”.

Gross domestic product expanded 6.0 percent in July-September, down from 6.2 percent in the second quarter, according to the National Bureau of Statistics (NBS).»

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MSN. 2019-10-18. China posts GDP growth of 6.0% in Q3, lowest quarterly growth since 1992

«China’s economy seems to be struggling with sluggish growth. It’s preliminary GDP growth for the third quarter marked the lowest quarterly growth in 27 years. China’s National Bureau of Statistics said on Friday,… that the Chinese economy grew six percent on-year in the July to September period…. slightly down compared to the previous quarter. Although the bureau hasn’t confirmed specific reasons as to why China’s economy contracted… experts say,… it’s likely the world’s second largest economy is feeling the heat from its trade war with the U.S.»

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Financial Post. 2019-10-18. China Q3 GDP grows 6.0% y/y, misses expectations

«BEIJING — China’s economic growth slowed more than expected to 6.0% year-on-year in the third quarter, the weakest pace in at least 27-1/2 years, as demand at home and abroad faltered amid a bruising Sino-U.S. trade war.

Friday’s data marked a further loss of momentum for the economy from the second quarter’s 6.2% growth, likely raising expectations that Beijing needs to roll out more measures to ward off a sharper slowdown.

Analysts polled by Reuters had forecast gross domestic product (GDP) to grow 6.1% in the July-September quarter from a year earlier.»

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La Cina è la dimostrazione vivente di come si possa crescere e produrre anche con l’occidente in depressione.

«China’s economy seems to be struggling with sluggish growth»

Ma di che mai parla costui?