Pubblicato in: Istruzione e Ricerca, Scienza & Tecnica

Informatica neuromorfa. Neurotransistor plastici capaci di memoria ed elaborazioni. – Nature.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-06-01.

2020-05-29__Transistor Nature 013

Coordinati dalla Technische Universität Dresden, un team di scienziati del Centro Helmholtz di Dresda-Rossendorf, della Tschingua di Pechino, dell’Università di Calcutta, del Postech a Pohang in Corea e di Berkeley in California ha prodotto un transistor neuromorfo, capace di memorizzare, di elaborare e di rispondere sulla scorta dei dati memorizzati in tempo reale.

«Un passo importante verso l’informatica neuromorfa»

«Ricercatori della TU di Dresda hanno pubblicato un articolo rivoluzionario sull’informatica neuromorfica»

«Uno degli obiettivi dichiarati della ricerca nel campo del calcolo neuromorfico è quello di mappare la natura auto-organizzante e autoregolante del cervello sia nei circuiti che nei materiali – da qui il termine neuromorfico»

«I computer risultanti dovrebbero essere in grado di adattare e ottimizzare le loro prestazioni e i loro compiti durante il funzionamento in base alle esigenze ed essere in grado di risolvere problemi per i quali non sono stati originariamente programmati»

«Sono costantemente in apprendimento e hanno la cosiddetta plasticità di un sistema nervoso biologico»

«La plasticità si riferisce alla capacità di modificare la struttura e la funzione del circuito elettronico al fine di adattare i processi in corso alle esigenze dell’utente – in altre parole, di riallineare e ricostruire il circuito elettronico dai suoi singoli elementi di commutazione, se necessario.»

«Un ulteriore vantaggio dei computer neuromorfi è la loro struttura di base»

«Nel cervello umano, le informazioni vengono memorizzate ed elaborate nella stessa posizione, simultaneamente e in parallelo, attraverso una complessa rete di connessioni sinaptiche tra più di cento miliardi di neuroni»

«Questo distingue fondamentalmente il cervello dai computer di oggi. Funzionano secondo il principio di von Neumann, in cui le due funzioni elementari di memorizzazione e di calcolo vengono eseguite in unità separate»

«Le architetture informatiche neuromorfiche, invece, come reso possibile dalla scoperta di Dresda, mirano ad andare ben oltre i computer di von Neumann»

«Essi combinano l’immagazzinamento e l’elaborazione delle informazioni all’interno di un’unità funzionale in grado di apprendere – in questo caso specifico, un transistor basato sui fili quantistici di silicio costruiti in modo elaborato con un rivestimento in sol-gel che fornisce plasticità modellata sui neuroni.»

«Ciò consente di eseguire a livello hardware algoritmi potenti, veloci e flessibili, come quelli necessari per l’intelligenza artificiale»

* * *

«Neuromorphic architectures merge learning and memory functions within a single unit cell and in a neuron-like fashion»

«Research in the field has been mainly focused on the plasticity of artificial synapses»

«However, the intrinsic plasticity of the neuronal membrane is also important in the implementation of neuromorphic information processing»

«Here we report a neurotransistor made from a silicon nanowire transistor coated by an ion-doped sol–gel silicate film that can emulate the intrinsic plasticity of the neuronal membrane»

«The neurotransistors are manufactured using a conventional complementary metal–oxide–semiconductor process on an 8-inch (200 mm) silicon-on-insulator wafer»

«Mobile ions allow the film to act as a pseudo-gate that generates memory and allows the neurotransistor to display plasticity»

«We show that multiple pulsed input signals of the neurotransistor are non-linearly processed by sigmoidal transformation into the output current, which resembles the functioning of a neuronal membrane»

«The output response is governed by the input signal history, which is stored as ionic states within the silicate film, and thereby provides the neurotransistor with learning capabilities»

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A nostra conoscenza, questo è il primo neurotransistor progettato, costruito e funzionante, capace sia di memoria locale sia della capacità di utilizzare le informazioni memorizzate per modulare la risposta, in un processo continuo di apprendimento e di utilizzo immediato di quanto imparato.

Pensando ai primi trasistor degli anni cinquanta ed agli sviluppi che hanno mostrato fino ai circuiti integrati, non si osa pensare quale possa essere il futuro del neurotransistor.

Si noti come le Università Tschingua di Pechino, quella di Calcutta ed il Postech di Pohang siano centri di ricerca asiatici: in meno di trenta anni sono diventati tra le migliori istituzioni del settore.

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Eunhye Baek, Nikhil Ranjan Das, Carlo Vittorio Cannistraci, Taiuk Rim, Gilbert Santiago Cañón Bermúdez, Khrystyna Nych, Hyeonsu Cho, Kihyun Kim, Chang-Ki Baek, Denys Makarov, Ronald Tetzlaff, Leon Chua, Larysa Baraban & Gianaurelio Cuniberti.

Intrinsic plasticity of silicon nanowire neurotransistors for dynamic memory and learning functions.

Nature Electronics (2020)

«Abstract.

Neuromorphic architectures merge learning and memory functions within a single unit cell and in a neuron-like fashion. Research in the field has been mainly focused on the plasticity of artificial synapses. However, the intrinsic plasticity of the neuronal membrane is also important in the implementation of neuromorphic information processing. Here we report a neurotransistor made from a silicon nanowire transistor coated by an ion-doped sol–gel silicate film that can emulate the intrinsic plasticity of the neuronal membrane. The neurotransistors are manufactured using a conventional complementary metal–oxide–semiconductor process on an 8-inch (200 mm) silicon-on-insulator wafer. Mobile ions allow the film to act as a pseudo-gate that generates memory and allows the neurotransistor to display plasticity. We show that multiple pulsed input signals of the neurotransistor are non-linearly processed by sigmoidal transformation into the output current, which resembles the functioning of a neuronal membrane. The output response is governed by the input signal history, which is stored as ionic states within the silicate film, and thereby provides the neurotransistor with learning capabilities.»

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«Informazioni per i giornalisti.

Un passo importante verso l’informatica neuromorfa: un lavoro di seminale da Dresda

Ricercatori della TU di Dresda hanno pubblicato un articolo rivoluzionario sull’informatica neuromorfica. Nel loro lavoro pubblicato sulla rinomata rivista “Nature Electronics”, mostrano come i transistor fatti di fili quantistici possano imitare importanti funzioni del cervello umano – la memoria dinamica e l’apprendimento. Il lavoro è stato sviluppato in stretta collaborazione con gli scienziati del Centro Helmholtz di Dresda-Rossendorf, della Tschingua di Pechino, dell’Universita` di Calcutta, del POSTECH a Pohang in Corea e di Berkeley in California. 

“Uno degli obiettivi dichiarati della ricerca nel campo del calcolo neuromorfico è quello di mappare la natura auto-organizzante e autoregolante del cervello sia nei circuiti che nei materiali – da qui il termine neuromorfico”, dice il Prof. Gianaurelio Cuniberti professore ordinario di Scienza dei Materiali e Nanotecnologie, che ha coordinato il lavoro. I computer risultanti dovrebbero essere in grado di adattare e ottimizzare le loro prestazioni e i loro compiti durante il funzionamento in base alle esigenze ed essere in grado di risolvere problemi per i quali non sono stati originariamente programmati. Sono costantemente in apprendimento e hanno la cosiddetta plasticità di un sistema nervoso biologico. La plasticità si riferisce alla capacità di modificare la struttura e la funzione del circuito elettronico al fine di adattare i processi in corso alle esigenze dell’utente – in altre parole, di riallineare e ricostruire il circuito elettronico dai suoi singoli elementi di commutazione, se necessario.

Un ulteriore vantaggio dei computer neuromorfi è la loro struttura di base. Nel cervello umano, le informazioni vengono memorizzate ed elaborate nella stessa posizione, simultaneamente e in parallelo, attraverso una complessa rete di connessioni sinaptiche tra più di cento miliardi di neuroni. Questo distingue fondamentalmente il cervello dai computer di oggi. Funzionano secondo il principio di von Neumann, in cui le due funzioni elementari di memorizzazione e di calcolo vengono eseguite in unità separate. Le connessioni aggiuntive richieste tra memoria e unità di calcolo limitano la capacità di risolvere problemi complessi in modo flessibile e causano un enorme consumo di energia e di materiale.

Le architetture informatiche neuromorfiche, invece, come reso possibile dalla scoperta di Dresda, mirano ad andare ben oltre i computer di von Neumann. Essi combinano l’immagazzinamento e l’elaborazione delle informazioni all’interno di un’unità funzionale in grado di apprendere – in questo caso specifico, un transistor basato sui fili quantistici di silicio costruiti in modo elaborato con un rivestimento in sol-gel che fornisce plasticità modellata sui neuroni. Ciò consente di eseguire a livello hardware algoritmi potenti, veloci e flessibili, come quelli necessari per l’intelligenza artificiale. “Grazie al lavoro del nostro team, questa visione di lunga data si è avvicinata molto di più”, conclude Cuniberti.»

Pubblicato in: Istruzione e Ricerca, Medicina e Biologia

SARS-CoV-2. 50% dei soggetti mai esposti ha risposta immunitaria efficiente. – Cell.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-05-23.

Coronavirus

Il lavoro della Grifoni et Al pubblicato su Cell potrebbe spiegare, almeno in parte, le differenti risposte al coronavirus.

Il raffreddore potrebbe dare una preimmunità al Covid-19 a chi non è mai entrato in contatto col virus

«Una parte della popolazione potrebbe presentare una sorta di preimmunità al SARS-CoV-2 anche senza essere mai entrata in contatto con il virus, probabilmente per via dell’immunizzazione generata da altri, più banali, coronavirus, come quello del raffreddore. E’ quanto ipotizzato da uno studio di un team di ricercatori californiani del Center for Infectious Disease and Vaccine Research presso La Jolla Institute for Immunology, pubblicato sulla prestigiosa rivista Cell. Gli scienziati hanno analizzato il sangue di una piccola popolazione di pazienti convalescenti (20 persone) e di soggetti mai esposti al virus (altre 20). Il sangue dei soggetti non esposti al virus era stato raccolto tra il 2015 ed il 2018. Nei soggetti convalescenti, si è avuta la conferma di una ottima risposta immunitaria al virus – in questo caso, i ricercatori si sono concentrati su un tipo di cellule del sistema immune chiamate cellule T, ed hanno trovato che il 100% dei convalescenti esprimeva le cellule T che aiutano le B a fare anticorpi e possedeva anche gli anticorpi contro molte delle proteine di SARS-CoV-2, mentre il 70% aveva cellule T di un altro tipo, che intervengono nella distruzione diretta delle cellule infettate dal virus.

Ma la vera sorpresa è arrivata dal sangue dei soggetti mai esposti al virus. In 11 dei 20 campioni è stata riscontrata risposta immune (mediata da cellule T) a SARS-CoV-2. Quindi, una porzione importante della popolazione californiana è stata esposta a qualche coronavirus precedente, che genera una immunità almeno parziale contro il nuovo – forse i coronavirus del raffreddore (il sangue di quei soggetti conteneva infatti anche anticorpi contro due di questi coronavirus del raffreddore). “Un ottima notizia”, commenta il biologo Enrico Bucci, ricercatore in Biochimica e Biologia molecolare e professore alla Temple University di Philadelphia, che allo studio dedica un commento su facebook.

“I soggetti esposti al virus montano una robusta risposta immune, che permane dopo l’infezione, di tipo T”, sottolinea, e “una parte di soggetti mai esposti al virus è “preimmunizzata”, probabilmente a causa dell’incontro con altri coronavirus comuni. Adesso, però – aggiunge – prima che stappate lo champagne, ecco i limiti di questo studio ed alcune altre considerazioni: il campione è molto piccolo; la percentuale di popolazione che può essere “preimmunizzata” non è quindi necessariamente del 50%, ma potrebbe essere molto più piccola (o più grande); il fatto che esistano soggetti le cui cellule T sono in grado di riconoscere il virus, pur non essendo mai stati esposti ad essi, non vuol dire che quei soggetti non svilupperanno sintomi (anche se magari saranno più deboli, chi può dirlo); potenzialmente, se vi è cross-reattività tra coronavirus, l’epidemiologia su base sierologica va a farsi benedire, perché, oltre a cellule T, vi potrebbero essere anche anticorpi cross-reattivi (il significato dei test cambia, e diventa solo immunologico) lo studio va replicato al più presto (su base anche più ampia)”.»

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Due le frasi da enfatizzare, con la usuale cautela.

«Nei soggetti convalescenti, si è avuta la conferma di una ottima risposta immunitaria al virus …. ed hanno trovato che il 100% dei convalescenti esprimeva le cellule T che aiutano le B a fare anticorpi e possedeva anche gli anticorpi contro molte delle proteine di SARS-CoV-2, mentre il 70% aveva cellule T di un altro tipo, che intervengono nella distruzione diretta delle cellule infettate dal virus»

«Ma la vera sorpresa è arrivata dal sangue dei soggetti mai esposti al virus. In 11 dei 20 campioni è stata riscontrata risposta immune (mediata da cellule T) a SARS-CoV-2. Quindi, una porzione importante della popolazione californiana è stata esposta a qualche coronavirus precedente, che genera una immunità almeno parziale contro il nuovo»

Come tutti i riscontri scientifici, anche questo necessita di essere corroborato da parte di studi più vasti.

Questo studio aprirebbe due scenari, simultanei.

Nel primo caso, potrebbe facilitare la strada verso un vaccino ragionevolmente efficiente.

Nel secondo caso, “l’epidemiologia su base sierologica va a farsi benedire“.

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Di conseguenza, nessun facile entusiasmo, ma anche nessun scoramento.

Nota.

Alba Grifoni è da tempo specializzata nello studio delle reazioni crociate. Ne citiamo volentieri una delle sue ultime pubblicazioni.

T Cell Responses Induced by Attenuated Flavivirus Vaccination Are Specific and Show Limited Cross-Reactivity with Other Flavivirus Species.

Journal of Virology. May 4, 2020. https://doi.org/10.1128/JVI.00089-20.

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Alba Grifoni, Daniela Weiskopf, Sydney I. Ramirez, Davey M. Smith, Shane Crotty, Alessandro Sette et Al.

Targets of T cell responses to SARS-CoV-2 coronavirus in humans with COVID-19 disease and unexposed individuals.

Cell, May 14, 2020 DOI: https://doi.org/10.1016/j.cell.2020.05.015

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Highlights.

– Measuring immunity to SARS-CoV-2 is key for understanding COVID19 and vaccine development

– Epitope pools detect CD4+ and CD8+ T cells in 100 and 70% of convalescent COVID patients

– T cell responses are focused not only on spike but also on M, N and other ORFs

– T cell reactivity to SARS-CoV-2 epitopes is also detected in non-exposed individuals

Summary.

Understanding adaptive immunity to SARS-CoV-2 is important for vaccine development, interpreting coronavirus disease 2019 (COVID-19) pathogenesis, and calibration of pandemic control measures. Using HLA class I and II predicted peptide ‘megapools’, circulating SARS-CoV-2−specific CD8+ and CD4+ T cells were identified in ∼70% and 100% of COVID-19 convalescent patients, respectively. CD4+ T cell responses to spike, the main target of most vaccine efforts, were robust and correlated with the magnitude of the anti-SARS-CoV-2 IgG and IgA titers. The M, spike and N proteins each accounted for 11-27% of the total CD4+ response, with additional responses commonly targeting nsp3, nsp4, ORF3a and ORF8, among others. For CD8+ T cells, spike and M were recognized, with at least eight SARS-CoV-2 ORFs targeted. Importantly, we detected SARS-CoV-2−reactive CD4+ T cells in ∼40-60% of unexposed individuals, suggesting cross-reactive T cell recognition between circulating ‘common cold’ coronaviruses and SARS-CoV-2.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Istruzione e Ricerca, Stati Uniti

Università Americane e Covid-19. Fallimenti alle porte.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-04-30.

Università Ivy League 001

Un effetto collaterale dell’epidemia da Covid-19 è la crisi indotta nel sistema universitario sassone.

Coronavirus e Cina mettono in dissesto le Università inglesi.

Ma se le università inglesi di chiara fama mondiale sono sull’orlo del disastro economico, quelle americane ci sono già dentro fino al collo.

Ci si ricordi come negli Stati Uniti le università funzionino sulla base dei college, ove gli studenti vivono e studiano, pagando rette anche molto elevate. Se è vero che i più meritevoli godono di ottime borse di studio sarebbe altrettanto vero che la massa si deve indebitare per pagare le tasse. Poi, gli atenei hanno per decenni goduto di grandi fondi pubblici, fonte che si è inaridita a seguito della attuale crisi.

A mettere la ciliegina sulla torta, la maggior parte degli atenei è chiaramente ad indirizzo liberal. I soliti malpensanti maligni suggerirebbero che l’Amministrazione Trump  non bruci dal desiderio di finanziarli a fondo perduto.

Da ultimo, ma non certo per ultimo, gli atenei liberal hanno offerto una grande serie di corsi di laurea molto estrosi: ligi all’ideologia liberal ma avulsi dal contesto lavorativo. I laureati in quelle discipline, storia del cinema oppure degli indiani Sioux, per esempio, si candidano alla disoccupazione cronica, da cui deriva una consistente impossibilità di rifondere i debiti contratti.

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«Bubbles are bursting everywhere and America’s most prestigious export — higher education — won’t be immune. Universities are like landlocked cruise ships: places with all-you-can-eat buffets and plenty of beer, but almost no way of social distancing»

«Many colleges are considering running online classes into the autumn and beyond. But that requires additional resources that most are ill equipped to afford»

«Even before coronavirus, 30 per cent of colleges tracked by rating agency Moody’s were running deficits, while 15 per cent of public universities had less than 90 days of cash on hand.»

«Now, with colleges shuttered, revenues reduced, endowment investments plunging, and the added struggle of shifting from physical to virtual education, Moody’s has downgraded the entire sector to negative from stable»

«The American Council on Education believes revenues in higher education will decline by $23bn over the next academic year»

«US universities are world class. But the system as a whole is in trouble. Cost is a big part of the problem. I’ve written many times about the US’s dangerous $2tn student debt load»

«Soaring tuition fees, worthless degrees and dicey investments made by both universities and the government have become a huge headwind to economic growth and social mobility. »

«Those with fancy brand-name degrees from top schools do great. So do many who attend high-quality, low-cost community and state programmes»

«But millions in the middle get neither a cheap nor a useful education. Underemployed and debt laden, they were struggling even before coronavirus struck. One study by the think-tank Demos found that the average student debt burden for a married couple with two four-year degrees was $53,000, and resulted over their lifetimes in an overall wealth loss of $208,000»

«young people have been hit especially hard by the crisis as they do much of the low-paid, high-touch service work that has been shut down. Some 11m college students work: almost three-quarters of them for 20 hours or more a week, and 4.4m full time. Yet few are eligible for federal bailout money»

«Still, some schools — particularly second tier private institutions — will go under, as many did in the 1930s Depression»

«If so, that would be the beginning of some much needed deflation in the price of US higher education.»

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La fama di una università dipende dal suo corpo docente: ma negli Stati Uniti questo è costituito, almeno negli atenei maggiori, dalle eccellenze a livello mondiale, attirate dalla minima burocrazia e dagli alti stipendi. Se il livello dell’insegnamento dipende in parte dai docenti, in egual misura dipende dal livello degli studenti ammessi alla frequenza dei corsi. Con degli studenti ciucci nemmeno un Premio Nobel riesce a farli diventare intelligenti.

Negli ultimi decenni la politica ha invaso le università americane.

Soros. Esercito universitario e controllo della cultura, strumenti del potere.

Soros, ngo e debito studentesco. 50 milioni di americani resi schiavi.

«Prima del prestito.

– Ma cara signorina, questo corso di laurea la farà diventare ricca!

– Ma ci mancherebbe altro che chiedessimo garanzie: il suo futuro titolo di studio è garanzia più che sufficiente!

Dopo il prestito.

– Ma cara signorina, come facciamo a reiterale il debito se lei non è nemmeno andata alla manifestazione contro il Presidente Trump?

– Ma cara signorina, se lei non me la da, ed anche bene, saremmo obbligati ad aumentare il tasso di interesse.»

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L’occidente è al tramonto, come preconizzava Spengler. Il declino dei suoi sistemi universitari altro non è che uno dei tanti segni di questo disfacimento.

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Coronavirus bursts the US college education bubble.

Bubbles are bursting everywhere and America’s most prestigious export — higher education — won’t be immune. Universities are like landlocked cruise ships: places with all-you-can-eat buffets and plenty of beer, but almost no way of social distancing.

Many colleges are considering running online classes into the autumn and beyond. But that requires additional resources that most are ill equipped to afford. Even before coronavirus, 30 per cent of colleges tracked by rating agency Moody’s were running deficits, while 15 per cent of public universities had less than 90 days of cash on hand.

Now, with colleges shuttered, revenues reduced, endowment investments plunging, and the added struggle of shifting from physical to virtual education, Moody’s has downgraded the entire sector to negative from stable. The American Council on Education believes revenues in higher education will decline by $23bn over the next academic year. In one survey this week, 57 per cent of university presidents said they planned to lay off staff. Half said they would merge or eliminate some programmes, while 64 per cent said that long-term financial viability was their most pressing issue. It’s very likely we are about to see the hollowing out of America’s university system.

US universities are world class. But the system as a whole is in trouble. Cost is a big part of the problem. I’ve written many times about the US’s dangerous $2tn student debt load. Soaring tuition fees, worthless degrees and dicey investments made by both universities and the government have become a huge headwind to economic growth and social mobility.

If you don’t believe me, take it from the New York Fed, which two years ago called out student debt and the dysfunctions of higher education as problems for the overall US economy. That’s a sad irony, given that a college degree is supposed to increase wealth and productivity. Unfortunately, the US system of higher education — like healthcare, housing, labour markets and so much else in America today — is bifurcated. Those with fancy brand-name degrees from top schools do great. So do many who attend high-quality, low-cost community and state programmes.

But millions in the middle get neither a cheap nor a useful education. Underemployed and debt laden, they were struggling even before coronavirus struck. One study by the think-tank Demos found that the average student debt burden for a married couple with two four-year degrees was $53,000, and resulted over their lifetimes in an overall wealth loss of $208,000.

Economically, young people have been hit especially hard by the crisis as they do much of the low-paid, high-touch service work that has been shut down. Some 11m college students work: almost three-quarters of them for 20 hours or more a week, and 4.4m full time. Yet few are eligible for federal bailout money.

Colleges, however, will get plenty. Many of the top recipients of federal aid are big state universities, such as the University of California, which incurred $558m of coronavirus-related costs in March alone. But a number of rich Ivy League colleges have received aid, too. Harvard, with its $40bn endowment, was given a nearly $9m CARES grant. It is returning the funds, as are many other top private schools, following public pressure.

They are right to do so. Covid-19 has put moral hazard front and centre on the national agenda. The US cannot have taxpayer-funded bailouts that put big rich companies — or colleges — ahead of those who need help more. We need to focus on the most productive use of funds and worry first about helping the most vulnerable individuals and worthy public institutions.

Still, some schools — particularly second tier private institutions — will go under, as many did in the 1930s Depression. That’s appropriate given the froth in the sector today. As the Roosevelt Institute has outlined, educational institutions have become highly financialised in recent years. Many have engaged in dicey debt deals and complex swaps arrangements that backfired, leaving institutions and students with even more costs.

In that sense, the coronavirus-induced crisis could be a welcome chance to take on some of the problems in US higher education.

As economists from Michael Spence to Joe Stiglitz have shown, a good chunk of the value of a college degree lies in market signalling rather than the acquisition of skills. Moreover, paying $75,000 a year for a private, four-year degree isn’t the only way to learn. My daughter will graduate this spring from Bard High School Early College in Manhattan, a public high school associated with Bard College, where students earn two years of college credits as well as a high-school degree in four years. It’s one of many such “6 in 4” schools, which should become a new national model for secondary education.

We might also look closely at the effects of our pandemic-induced, real-time experiment with online learning. Institutions are under pressure to drop fees for classes conducted virtually. The fees may go back up whenever business might return as usual. But, given the likely decrease in enrolment rates, some may stay down for good. If so, that would be the beginning of some much needed deflation in the price of US higher education.

Pubblicato in: Istruzione e Ricerca, Medicina e Biologia

Coronavirus. I test attuali hanno quasi il 30% – 40% di falsi negativi.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-04-16.

Coronavirus

Il problema è semplicissimo: non esistono test perfetti, ossia che identifichino senza errore i malati e risultino essere negativi nei sani.

Dobbiamo accontentarci di test che siano il meno imperfetti il possibile, e quindi dobbiamo rassegnarci al fatto che possano dare risultati falsi, non attendibili.

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La sensibilità di un test risponde alla domanda ‘quante persone sicuramente malate sono risultate essere positive al test?’ La sensibilità è quindi la capacità di identificare correttamente le persone malate, meglio, è la proporzione delle persone malate risultate essere positive al test.

La specificità di un test risponde alla domanda ‘quante persone sane sottoposte al test sono risultate essere negative?’ La specificità di un test è quindi la sua capacità di identificare correttamente le persone sane, ovvero, è la proporzione delle persone sane che risultano essere negative al test.

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Un test è considerato essere affidabile quando sia la sensibilità sia la specificità abbiano ambedue valori superiori allo 0.8, meglio se fosse 0.9. In ogni caso, il medico deve sempre tener presente sia la presenza di falsi positivi sia la presenza di falsi negativi. Non esistono test assolutamente precisi.

Il quadro clinico del paziente aiuta ad identificare come falso il risultato negativo di un test: il problema grande insorge invece quando il paziente sia asintomatico con test negativo. Lo si dovrebbe ritenere essere ‘sano’, ma pur sempre con grandissima cautela.

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«Uncertainty in clinical diagnoses is not new, and clinicians are well aware that no type of test for any condition can be considered perfect»

«The tests are not 100 percent reliable, meaning people with negative results might actually have the virus.»

«That could have devastating implications as a global recession looms and governments wrangle with the question of when to reopen economies shuttered as billions of people were ordered to stay home in an effort to halt the transmission of the deadly disease»

«The majority of tests around the world use a technology called PCR, which detects traces of the coronavirus in mucus samples»

«The virus has only been spreading among humans for four months and therefore studies about test reliability are still considered preliminary»

«Early reports from China suggest its sensitivity, meaning how well it is able to return positive results when the virus is present, is somewhere around 60-70 percent»

«But even if it were possible to increase the sensitivity to 90 percent, the magnitude of risk remains substantial as the number of people tested grows»

«This makes it critical for clinicians to base their diagnosis on more than just the test: They must also examine a patient’s symptoms, their potential exposure history, imaging and other lab work.»

«Part of the problem lies in locating the virus as its area of highest concentration shifts within the body»

«But even if done correctly, the swab may produce a negative. That is because as the disease progresses, the virus passes from the upper to the lower respiratory system»

«the real fear of that is people who are given a false negative test and then decide that they’re safe to go around their daily life and go out and expose people»

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Come si constata, un tampone negativo non è sinonimo di ‘nessuna infezione’, così come un tampone positivo non è sinonimo di ‘infezione in atto’.

Una considerazione, ultima ma non certo per importanza.

Lo scienziato, il ricercatore e, massimamente, il medico, devono essere persone umili: la presunzione non trova casa nella scienza.

I lavori scientifici sono riconoscibili sicuramente dall’uso della logica non contraddittoria, ma a livello concettuale e semantico si concretizzano nell’evitare il modo indicativo, utilizzando invece il modo condizionale, spesso rafforzato da un verbo ausiliare di dubbio.

Lo scienziato od il medico imprudente commettono sempre degli errori.

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How false negatives are complicating COVID-19 testing.

People with negative results might actually have the virus, as all tests are not 100 percent reliable, experts warn.

As COVID-19 tests become more widely available across the United States, scientists have warned that there is one growing concern: The tests are not 100 percent reliable, meaning people with negative results might actually have the virus.

That could have devastating implications as a global recession looms and governments wrangle with the question of when to reopen economies shuttered as billions of people were ordered to stay home in an effort to halt the transmission of the deadly disease.

The majority of tests around the world use a technology called PCR, which detects traces of the coronavirus in mucus samples.

But “there are a lot of things that impact whether or not the test actually picks up the virus,” Priya Sampathkumar, an infectious diseases specialist at Mayo Clinic in Minnesota, told AFP.

“It depends on how much virus the person is shedding (through sneezing, coughing and other bodily functions), how the test was collected and whether it was done appropriately by someone used to collecting these swabs, and then how long it sat in transport,” she said.

The virus has only been spreading among humans for four months and therefore studies about test reliability are still considered preliminary.

Early reports from China suggest its sensitivity, meaning how well it is able to return positive results when the virus is present, is somewhere around 60-70 percent.

Different companies around the world are now producing slightly different tests, so it is hard to have a precise overall figure.

But even if it were possible to increase the sensitivity to 90 percent, the magnitude of risk remains substantial as the number of people tested grows, Sampathkumar argued in a paper published in Mayo Clinic Proceedings.

“In California, estimates say the rate of COVID-19 infection may exceed 50 percent by mid-May 2020,” she said.

With 40 million people, “even if only one percent of the population was tested, 20,000 false-negative results would be expected.”

This makes it critical for clinicians to base their diagnosis on more than just the test: They must also examine a patient’s symptoms, their potential exposure history, imaging and other lab work.

Timing is everything

Part of the problem lies in locating the virus as its area of highest concentration shifts within the body.

The main nasal swab tests examine the nasopharynx, where the back of the nose meets the top of the throat. This requires a trained hand to perform and some portion of the false negatives arises from improper procedures.

But even if done correctly, the swab may produce a negative. That is because as the disease progresses, the virus passes from the upper to the lower respiratory system.

In these cases, the patient may be asked to try to cough up sputum – mucus from the lower lungs – or doctors may need to take a sample more invasively when a patient is under sedation.

Speaking to AFP, Daniel Brenner, an emergency physician at Johns Hopkins Hospital in Baltimore, described the procedure, bronchoalveolar, as a minimally invasive procedure to collect fluid from the lungs. This fluid is then tested for COVID-19.

This was done on a patient whose nasal swab returned negative three times, but who showed all the signs of COVID-19.

Eventually, the patient’s medical team placed a camera down his windpipe to examine the lungs, then sprayed fluid in and sucked out secretions, which then tested positive for COVID-19.

No perfect test

Uncertainty in clinical diagnoses is not new, and clinicians are well aware that no type of test for any condition can be considered perfect.

What makes COVID-19 different is its newness, said Sampathkumar.

“Most of the time when you have tests, you have test characteristics outlined carefully and warnings about tests interpretation,” she said.

“We had no test for so long, and when we got the test, we started using it widely and sort of forgot the basics.”

After being slow to start mass testing, the US has ramped up production of test kits and has tested almost 2.5 million people, with pharmacists now authorised to carry out the procedure. 

But “the real fear of that is people who are given a false negative test and then decide that they’re safe to go around their daily life and go out and expose people,” said Brenner.

Much hope is placed on newly available serological tests which look for antibodies produced by a person’s body in response to the virus and can tell whether a person was infected, long after they recovered.

They could also be used to help diagnose a person who is currently infected but whose PCR test results showed a false negative, by waiting a week or so for the body to produce its immune response.

“We are excited about the serologic test, but we don’t know how well it will work and we are starting to study it,” said Sampathkumar.

Pubblicato in: Istruzione e Ricerca, Medicina e Biologia, Regno Unito

UK. Coronavirus e Cina mettono in dissesto le Università inglesi.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-04-15.

Oford. All Soules 001

Le Università inglesi hanno ottimi livelli scientifici e didattici, motivi per i quali richiamano un elevato numero di studenti esteri, che vi studiano allo stato dell’arte e nel frattempo imparano un inglese fluente.

Queste istituzioni erano la classica operazione vantaggiosa per ambo le parti: gli studenti acquisivano alte professionalità e gli atenei introitavano con le rette larga quota delle loro entrate, necessarie per mantenere alti profili.

L’epidemia da coronavirus sembrerebbe aver distrutto questo meccanismo.

«Nearly 120,000 students from China currently study at British universities, with their tuition fees a key source of income»

«only one in five students on British campuses were from overseas, their fees amounted to nearly a third of all tuition income and close to £7bn in total.»

«But the survey by the British Council found that only one in four students said they were still going ahead with plans to study abroad next year.»

«Of the 8,000 Chinese students surveyed, 22% said they were likely or very likely to cancel their plans, while 39% said they were unsure. Just 27% said they were not likely to cancel»

«One senior university leader told the Guardian that international enrolments at many UK institutions could fall by 50% to 100% in the next academic year»

«Universities UK – which represents 137 UK institutions – said it was requesting increased funding and other emergency support from the government, in return for a temporary cap on domestic student recruitment and cuts within the sector»

«a 50% drop in international students would cost its members £435m in 2020-21»

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Un sistema universitario di livello internazionale ha costi consistenti. Per richiamare le eccellenze, deve offrire adeguati emolumenti a professori e ricercatori e fare adeguati investimenti nella ricerca scientifica e nella didattica. I contributi statali non brillano certamente per larghezza e le rette di iscrizione sono parte sostanziosa delle entrate totali.

Se è vero che gli stranieri sono circa il 20% del corpo discente, rendono conto del 33% delle rette: sette miliardi di sterline all’anno.

Occorrerebbe fare molta attenzione. Senza interventi statali adeguati gli atenei inglesi potrebbero perdere rapidamente il loro potere di attrazione, rendendo meno appetibile la loro frequentazione da parte degli stranieri quando ci sarà la ripresa.

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UK universities fear huge budget holes as Chinese students stay home.

Overseas students, who represent a third of all tuition fee income, cancel plans amid coronavirus outbreak.

 British universities fear that the loss of tens of thousands of Chinese students next year will mean gaping holes in their budgets, after a survey found that only a quarter of those intending to study in the UK were still going ahead.

Nearly 120,000 students from China currently study at British universities, with their tuition fees a key source of income. But the survey by the British Council found that only one in four students said they were still going ahead with plans to study abroad next year.

Of the 8,000 Chinese students surveyed, 22% said they were likely or very likely to cancel their plans, while 39% said they were unsure. Just 27% said they were not likely to cancel.

One senior university leader told the Guardian that international enrolments at many UK institutions could fall by 50% to 100% in the next academic year.

Universities UK – which represents 137 UK institutions – said it was requesting increased funding and other emergency support from the government, in return for a temporary cap on domestic student recruitment and cuts within the sector.

In Edinburgh, Nicola Sturgeon confirmed she would fully pass on any bailout funds coming from the UK government to Scottish universities, and that talks were ongoing over further support. “The scale of the financial crisis facing universities is well understood by ministers,” the Scottish first minister said.

“There are some very complex discussions we need to have. We know exactly what the universities have been asking for and will continue to have those discussions,” Sturgeon added.

Universities Scotland, which represents the sector, said a 50% drop in international students would cost its members £435m in 2020-21.

The Institute for Fiscal Studies said while only one in five students on British campuses were from overseas, their fees amounted to nearly a third of all tuition income and close to £7bn in total.

“Attempts by universities to make up for this loss by increasing their numbers of domestic students could lead to a desperate scramble, concentrating the income loss on lower ranked universities which would face severe difficulties in recruiting students,” said Laura van der Erve, an IFS research economist.

The loss of international students would be more severe on Scottish universities, which rely heavily on their fees to compensate for the lower funding they receive compared with their counterparts in England.

The University of St Andrews revealed it had already lost £25m from coronavirus disruption, with its principal describing it as “as serious a financial crisis as our university has faced in modern times”.

One senior Scottish university executive said it was clear that overseas students were already delaying their start dates or were no longer sure they would study in the UK. This needed urgent attention and significant Treasury funding. The crisis could eventually lead to universities being merged or shut down.

“The scale of the shock is mind-blowing,” the executive said. “Some institutions are modelling between a 50% and 100% drop in international students. That is not scaremongering.”

The University of Aberdeen warned staff this week that its finances were “now under very serious pressure”. It had hoped to earn £50m from overseas students this year, 20% of its overall income, but that “is now likely to fall substantially, because of the restrictions and uncertainty created by coronavirus”.

George Boyne, Aberdeen’s principal, told staff: “Already we are seeing evidence globally of international applicants wishing to defer their studies by a year, and some being unsure whether they wish to study abroad at all.”

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Istruzione e Ricerca

Ministro da un giorno, Gaetano Manfredi (PD) è già indagato.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-30.

Partito Democratico 0273

«Due ministri al posto del dimissionario Lorenzo Fioramonti: Lucia Azzolina in quota M5S, Gaetano Manfredi scelto dal Pd»

«Sul neo ministro della Università Gaetano Manfredi pende una accusa di falso come collaudatore delle case che Silvio Berlusconi fece costruire a L’Aquila»

«Dopo il rovinoso crollo di un balcone la procura de L’Aquila guidata all’epoca da Fausto Cardella mise sotto inchiesta nel 2015 37 persone, fra cui proprio il futuro ministro che aveva fatto da ingegnere collaudatore la perizia sui materiali delle case scrivendo una relazione ritenuta falsa dagli inquirenti»

«Il processo però non è mai stato istruito per una serie incredibile di contrattempi: intervento della procura di Piacenza, rinvio in Cassazione, trasferimento definitivo a L’Aquila, giudice che si è a lungo ammalato, udienze continuamente saltate, errori di notifica, con il risultato che gli imputati sono rimasti in 29 – Manfredi compreso – e l’udienza preliminare per stabilire l’eventuale rinvio a giudizio è stata fissata per il prossimo 5 febbraio 2020»

«vecchi ritagli di stampa sono iniziati a circolare vorticosamente dal pomeriggio della nomina nelle chat dei militanti e dei portavoce del M5s, che pare gradiscano assai poco l’imbarazzante situazione»

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È in segno dei tempi.

Non ci si stupisce più di tanto che il partito democratico sia così a corto di nomi da dover proporre un indagato. e per materia di simile gravità.

Si rimane esterrefatti del silenzio omertoso del movimento cinque stelle, che da sempre si era dichiarato allergico ai corrotti e che aveva a suo tempo obbligato alle dimissioni un Siri, colpevole di essere indagato.

Questo è solo uno dei tanti casi che attestano la perfetta malafede di Mr Di Maio e sodali, che tengono più alla poltrona che alla loro stessa vita.

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Gaetano Manfredi, il nuovo ministro dell’Università è il fratello dell’ex deputato Pd

Due ministri al posto del dimissionario Lorenzo Fioramonti: Lucia Azzolina in quota M5S, Gaetano Manfredi scelto dal Pd.

Due ministri al posto del dimissionario Lorenzo Fioramonti. La responsabilità di governo per scuola e ricerca torna a separarsi dopo 20 anni: alla guida dei due dicasteri, Istruzione e Università e ricerca,vanno la sottosegretaria grillina Lucia Azzolina e il rettore dell’ateneo Federico II di Napoli Gaetano Manfredi. Ad annunciarlo è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nella conferenza stampa di fine anno a Villa Madama. All’Istruzione il nome di Azzolina, dirigente scolastico e già sottosegretaria allo stesso ministero in quota M5S (in pole position da giorni dopo le dimissioni di Fioramonti; al ministero della Ricerca invece Gaetano Manfredi indicato da Pd. Il rettore dell’Università Federico II di Napoli e presidente della Conferenza dei rettori è anche fratello dell’ex deputato Pd Massimiliano Manfredi eletto alle elezioni politiche del 2013 alla Camera dei Deputati. 

Il fratello del neo ministro è stato fino ad ottobre 2001 segretario provinciale della Sinistra Giovanile a Napoli. Dal 2006 al 2008 a capo della segreteria del Ministro della Pubblica Amministrazione Luigi Nicolais. Dal 2008 al 2009 coordinatore per le attività programmatiche nazionali del PD all’interno del gruppo dirigente del PD con Walter Veltroni e Dario Franceschini. Dal 2010 al 2013 è inoltre stato Presidente del Pd in provincia di Napoli. 

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Gaetano Manfredi è indagato. Prima grana sul nuovo ministro

Sul neo ministro della Università Gaetano Manfredi pende una accusa di falso come collaudatore delle case che Silvio Berlusconi fece costruire a L’Aquila. Dopo il rovinoso crollo di un balcone la procura de L’Aquila guidata all’epoca da Fausto Cardella mise sotto inchiesta nel 2015 37 persone, fra cui proprio il futuro ministro che aveva fatto da ingegnere collaudatore la perizia sui materiali delle case scrivendo una relazione ritenuta falsa dagli inquirenti. Il processo però non è mai stato istruito per una serie incredibile di contrattempi: intervento della procura di Piacenza, rinvio in Cassazione, trasferimento definitivo a L’Aquila, giudice che si è a lungo ammalato, udienze continuamente saltate, errori di notifica, con il risultato che gli imputati sono rimasti in 29- Manfredi compreso- e l’udienza preliminare per stabilire l’eventuale rinvio a giudizio è stata fissata per il prossimo 5 febbraio 2020.

E’ praticamente scontato che con una udienza preliminare fissata a sei anni dall’inizio dell’inchiesta sui cosidetti “balconi marci” del Progetto C.a.s.e. de L’Aquila sia destinato per tutti i reati- e certamente per quello di falso contestato al futuro ministro- al colpo di spugna della prescrizione. Anche la nuova legge di Alfonso Bonafede che entrerà in vigore dal primo gennaio cancellando la prescrizione, non potrà intervenire sui procedimenti già avviati per il principio del favor rei. Certo che proprio un ministro di Giuseppe Conte possa salvarsi con la prescrizione sarebbe grottesco, dopo avere varato quella legge. A meno che Manfredi stesso non faccia più o meno spontaneamente il gesto di rinunciarvi, tanto più che vecchi ritagli di stampa sono iniziati a circolare vorticosamente dal pomeriggio della nomina nelle chat dei militanti e dei portavoce del M5s, che pare gradiscano assai poco l’imbarazzante situazione…

Pubblicato in: Istruzione e Ricerca, Scienza & Tecnica

Nature. Studiando una carota di 584 metri è stata ricostruita la storia climatica della Groenlandia.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-02.

2019-10-17__Nature Grenlandia 001

«These findings constrain the possible response of the Greenland ice sheet to climate forcings.»

«Atmospheric models show extreme disagreement regarding the quantity of dust transported from Iceland to East Greenland»

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La storia dei ghiacciai della Groenlandia svelata dalla polvere

Applicato per la prima volta un approccio completamente nuovo per studiare le variazioni del margine orientale della calotta. La ricerca si è basata sull’analisi di una carota di ghiaccio di 584 metri di profondità prelevata presso il sito di Renland nella regione di Scoresby Sund.

In uno studio pubblicato su Nature Communications il 3 Ottobre 2019, che ha visto coinvolto un team internazionale di ricercatori tra i quali Barbara Delmonte e Giovanni Baccolo del laboratorio Eurocold del dipartimento di Scienze dell’ambiente e della terra dell’Università di Milano-Bicocca, è stato per la prima volta applicato un approccio completamente nuovo per studiare le variazioni del margine orientale della calotta di ghiaccio della Groenlandia.

La ricerca si è basata sull’analisi di una carota di ghiaccio di 584 metri di profondità prelevata presso il sito di Renland (71.30°N, 26.72°W, 2315 m s.l.m.), ubicato nella regione di Scoresby Sund, periferica rispetto alla calotta e quindi molto sensibile alle oscillazioni del margine glaciale. Attraverso l’analisi delle polveri minerali provenienti dalle regioni proglaciali, sollevate e trasportate dal vento negli ultimi 120.000 anni, è stato possibile distinguere in modo inequivocabile i periodi in cui la calotta copriva queste aree marginali dai periodi in cui le aree proglaciali erano libere da ghiaccio e sottoposte all’azione dei venti. 

La ricostruzione dell’estensione delle calotte glaciali polari nel passato in risposta a cambiamenti climatici repentini o di lungo periodo è di fondamentale importanza per i modelli climatici, in quanto è un parametro fondamentale per la stima del contributo delle calotte all’innalzamento del livello del mare. Solitamente, questo tipo di ricostruzione si basa su diversi parametri, come l’età di esposizione delle rocce nelle aree deglaciate circostanti i ghiacciai oppure la datazione di reperti organici.

La calotta glaciale della Groenlandia è oggi particolarmente sensibile alle variazioni climatiche in atto. Tuttavia la ricostruzione dei limiti della calotta in epoche antecedenti l’Ultimo massimo glaciale – il periodo dell’ultima glaciazione, conclusosi circa 18.000 anni fa, durante il quale si ebbe la massima espansione dei ghiacci – è molto difficile a causa della rimozione e del rimaneggiamento dei materiali ad opera dei ghiacciai in avanzata durante i periodi freddi. Ciò inevitabilmente impedisce di ricostruire il comportamento della calotta prima dell’ultima grande avanzata glaciale e durante le variazioni climatiche repentine verificatesi più di una ventina di volte nell’ultimo periodo glaciale, tra circa 116.000 e 18.000 anni dal presente.

Grazie alla precisa datazione della carota è stato possibile affermare che il margine orientale della calotta era in fase di avanzata tra 113400±400 e 111000±400 anni dal presente, ovvero durante l’inizio dell’ultima era glaciale. Al contrario, era in fase di progressivo ritiro tra 12100±100 e 9000±100 anni dal presente, ovvero durante la prima parte dell’interglaciale in cui viviamo, l’Olocene.

Non sono state però rilevate evidenze significative di cambiamenti al margine della calotta durante l’ultimo periodo glaciale e specialmente in corrispondenza degli eventi di “Dansgaard-Oeschger”, caratterizzati da un riscaldamento climatico repentino seguito da un più graduale ritorno a condizioni glaciali.

Non bisogna dimenticare che la polvere minerale depositata sulla calotta glaciale rappresenta uno dei fattori che contribuisce all’annerimento della neve superficiale (riduzione dell’albedo) con conseguente fusione del ghiaccio e perdita di massa. L’importanza di questo studio è quindi duplice: da un lato ha permesso di stimare i tempi di risposta della calotta nei confronti delle variazioni climatiche naturali avvenute nel passato, dall’altro ha fornito elementi che permetteranno in futuro di quantificare il contributo delle polveri minerali nei processi di “feedback” (retroazione) tipici del sistema climatico.

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East Greenland ice core dust record reveals timing of Greenland ice sheet advance and retreat

Abstract

Accurate estimates of the past extent of the Greenland ice sheet provide critical constraints for ice sheet models used to determine Greenland’s response to climate forcing and contribution to global sea level. Here we use a continuous ice core dust record from the Renland ice cap on the east coast of Greenland to constrain the timing of changes to the ice sheet margin and relative sea level over the last glacial cycle. During the Holocene and the previous interglacial period (Eemian) the dust record was dominated by coarse particles consistent with rock samples from central East Greenland. From the coarse particle concentration record we infer the East Greenland ice sheet margin advanced from 113.4 ± 0.4 to 111.0 ± 0.4 ka BP during the glacial onset and retreated from 12.1 ± 0.1 to 9.0 ± 0.1 ka BP during the last deglaciation. These findings constrain the possible response of the Greenland ice sheet to climate forcings.

Introduction

Although ice cores are geographical point measurements, they represent a record of air, water and aerosols transported to the ice over regional or even hemispheric scales. In contrast, reconstructions of past ice sheet limits are typically limited to the locations of the individual measurements1,2. These measurements include dating of moraines and subglacial rocks by cosmogenic surface-exposure methods and radiocarbon dating of exposed organic material3. Although East Greenland is mountainous and relatively inaccessible, the deglacial timing and location of the ice sheet margin has been intensively studied, particularly in the locality of Scoresby Sund and Milne Land. It is a challenge to investigate changes in ice sheet extent prior to the LGM, due to the removal and/or reworking of chronological features such as moraines and erratics. Hence there are large dating uncertainties regarding glacial advance after the Eemian4. Ice core dust records may complement this research because ice caps and ice sheets are sensitive recorders of aeolian dust, such as that deflated from glacial outwash plains5, and ice cores typically feature accurate chronologies over multimillennial timescales6.

Records of past dust deposition have been reconstructed from central Greenland ice cores, yet no single record covers the last glacial cycle entirely. Representative dust fluxes for the Holocene have been reported as 24 ± 9 mg m−2 yr−1 from the South Greenland DYE-3 core7,8 and Steffensen9 reported fluxes of 7–11 mg m−2 yr−1 from the central Greenland GRIP core. During the last glacial period, the ice core dust concentration was 10–100 times greater than in the Holocene due to enhanced continental aridity, increased wind strength, lower snow accumulation and longer atmospheric particle lifetime9,10,11. Around 90% of the dust mass in central Greenland during the Holocene and 95% during the glacial comes from particles smaller than 4 μm, as large particles are depleted during transport due to gravitational settling9.

The provenance of dust in Greenland ice cores has been primarily assigned by comparing geochemical parameters with likely dust sources in arid zones of the Northern Hemisphere. Mineralogy and strontium/neodymium isotope ratios12,13 provide the classic means of establishing dust provenance, with central Asian deserts (the Gobi and Taklamakan in particular) providing the best geochemical matches to the dust found in central Greenland during both the Holocene and last glacial. Bory et al.14, also investigated late Holocene ice from two small coastal Greenland ice caps, Renland and Hans Tausen, identifying greater dust fluxes with distinctly less-radiogenic Sr and Nd isotope ratios (i.e. lower εNd, higher 87Sr/86Sr) compared to central Greenland ice cores. Although no representative source was identified, Bory et al. speculated that a potential contributor was the Caledonian fold belt, a formation that comprises most of North and East Greenland14 and for which less-radiogenic Sr isotopic signatures have been reported15.

The dust record of the RECAP ice core was obtained from the Renland ice cap in the Scoresby Sund region of central East Greenland. The RECAP ice core (71.30°N, 26.72°W, 2315 m asl) was drilled in June 2015 less than 2 km from the site of the 1988 Renland ice core16. The surface elevation at the drill site is comparable to the DYE-3 (2490 m asl) and NEEM (2450 m asl) ice cores. The core reaches 584 m to bedrock, and contains a complete climate record back to 120 ka b2k (before 2000 CE) (see Supplementary Note 1, Supplementary Figs. 13 for information regarding the time scale). It was drilled into a topographic valley, resulting in a thick and well-resolved Holocene sequence (533 m), a strongly thinned glacial sequence (20 m) and a partially-preserved Eemian sequence (8 m) above 23 m of stratigraphically disturbed ice. The coastal location of the Renland ice cap provides important geographic climate information that can be compared with central Greenland ice cores as well as providing a sensitive indicator of changes at the margins of the Greenland ice sheet.

We use the RECAP large dust particle record (larger than 8 μm) as an indicator of the presence of local dust sources and present new isotope geochemistry data constraining the likely sources of dust found on the Renland ice cap. The RECAP dust record also provides an independent age constraint on changes to local relative sea level and the location of the East Greenland ice sheet margin, which are both important controls on the presence of dust deflation sources through the onset of the glacial and the deglaciation. During both the Holocene and the previous interglacial period (the Eemian) the ice core dust record was dominated by coarse particles likely to originate from Kong Christian X Land in central East Greenland. We infer the East Greenland ice sheet margin advanced from 113.4 ± 0.4 to 111.0 ± 0.4 ka BP during the glacial onset and retreated from 12.1 ± 0.1 to 9.0 ± 0.1 ka BP during the last deglaciation. These findings provide important constraints for ice sheet models used to investigate the sensitivity of the Greenland ice sheet to climate forcing parameters.

Results

RECAP dust record

The RECAP dust record (Fig. 1, Supplementary Fig. 4) confirms previously reported features of central Greenland dust records such as extreme concentration variability during stadial/interstadial cycles. The dust record also displays unusually high concentrations during the interglacials. Dust records from central Greenland ice cores (DYE-3, GRIP, GISP2, NGRIP) consistently feature low concentrations in the Holocene (<102 µg kg−1) and high glacial stadial concentrations (>103 µg kg−1)17. In contrast, the RECAP dust record displays intermediate concentrations during the Holocene (5–11.7 ky b2k, 305 ± 117 µg kg−1, 1σ error bounds) and late Eemian (119.0–120.8 ka b2k, 861 ± 402 µg kg−1, 1σ error bounds) with higher concentrations in the glacial stadials (>103 µg kg−1) and lower concentrations in the glacial interstadials (<200 µg kg−1). We evaluate the glacial and interglacial sections of the RECAP dust record separately below.

Considering the glacial section (11.7–119.0 ka b2k) of the RECAP dust record, we find similar features of the dust record (concentrations, particle size mode, scales of variability) to central Greenland ice cores. RECAP dust concentrations varied by a factor of 10–100 between mild interstadial and cold stadial periods commonly known as Dansgaard-Oeschger events18. These changes are attributed to changes in aridity and dust storm activity in central Asian deserts as well as hemispheric-scale atmospheric circulation patterns19,20. We compare the RECAP dust record to the NGRIP ice core, which is the longest continuous central Greenland dust record available10. We observe a Pearson correlation coefficient of 0.95 ± 0.01 between the log-scaled 100-year mean RECAP and NGRIP glacial dust records. The NGRIP dust concentration is 1.7 ± 0.2 times greater than the RECAP dust concentration. Assuming an identical dust flux to the two sites, the different dust concentrations can be explained by the different snow accumulation rates at NGRIP (19 cm ice equivalent yr−1)21 and RECAP (45 cm ice equivalent yr−1). The accumulation difference alone explains the higher dust concentrations in NGRIP compared to RECAP, without the need to invoke differences in source activity or atmospheric dust transport. The mode of the RECAP glacial dust size distribution, i.e. the particle size contributing most to the total mass (see Methods for calculation of the mode), is also in good agreement with those reported for central Greenland ice cores. The RECAP glacial dust size distribution mode is 2.22 ± 0.02 µm, compared to 1.73 µm for NGRIP (Fig. 2)10. The close similarities of dust concentrations and particle size distributions strongly suggest the glacial dust deposited at RECAP, GRIP, GISP2 and NGRIP originated from a common source18. In the absence of geochemistry data for RECAP glacial dust, we assume that the central Asian dust source determined for other Greenland ice cores12,13 also provided dust to Renland ice cap throughout the glacial.

The RECAP dust record also confirms previous findings of surprisingly high interglacial dust concentrations at coastal Greenland ice core sites compared to central Greenland ice core sites. Bory et al.14, reported elevated late Holocene dust concentrations in coastal Greenland ice cores from Renland (1360 µg kg−1, dated 1604–1662 CE) and Hans Tausen (476 µg kg−1, dated ca. 1000 CE) ice caps, which are similar to those reported here for RECAP interglacial samples. In comparison, dust concentrations in contemporaneous central Greenland ice core samples ranged from 35 to 123 µg kg−1. The elevated interglacial dust concentrations found at Renland and Hans Tausen suggest an alternate or additional source of dust impacts on coastal East and Northeast Greenland but not the central Greenland ice core sites.

Further support for an additional coastal Greenland interglacial dust source is provided by particle size distributions in the RECAP ice core, which reveal a much larger particle mode than those found in central Greenland ice cores. The mode of the RECAP Holocene size distribution is 19.6 ± 1.0 µm, compared to 1.47 µm for NGRIP (Fig. 2). Furthermore, the NGRIP and RECAP glacial dust size distributions are concave with power law tails, whereas the Holocene RECAP size distribution is bimodal and therefore indicative of contributions from two distinct sources. A power law was fitted to the tail of the RECAP Holocene particle size distribution between 4 and 6 µm and the concentration of excess particles in the size range 0.9–2.5 µm was determined. The mode of these small RECAP Holocene particles is 1.88 ± 0.04 µm (Fig. 2, see Methods for details on separating the two distributions), consistent with that of NGRIP early Holocene ice. The large RECAP Holocene particle mode (19.6 ± 1.0 µm) suggests a dust source local to Renland ice cap, as such large particles are rapidly sedimented and typically reside in the atmosphere for less than a day19.

To better characterize changes in large and small particle deposition in the RECAP dust record, we identify two particle size ranges representative of these modes and determine their concentrations over time. The small (1.25–2.9 µm) and large (8.13–10.5 µm) particle size ranges are shown in Fig. 2 and, respectively, correspond to size ranges assigned to ‘distal’ and ‘local’ dust sources in a comparable study22. The record of RECAP large particles (Fig. 1) shows elevated values during interglacials (Holocene 66 ± 28 µg kg−1 and late Eemian 205 ± 170 µg kg−1, durations as previously defined) and low values during the glacial (14 ± 21 µg kg−1). During the Holocene, RECAP large particle concentrations peak (135 µg kg−1) at 7.8 ± 0.1 ka b2k coinciding with the Holocene climatic optimum at Renland23. This coincidence may mark the maximum extent and/or activity of the local East Greenland dust production zone, which is the product of both the retreating ice sheet margin and the lowering relative sea level. Northern Hemisphere insolation was at a maximum during the Holocene climatic optimum, implying a maximum rate of meltwater runoff from the Greenland ice sheet even if the ice sheet continued to lose elevation (and therefore mass) until ~7 ka b2k23. Available reconstructions indicate that the central east Greenland deglacial response in relative sea level change was almost complete by 8 ka b2k24,25,26. This suggests that relative sea level decrease may have had a greater influence than ice margin retreat with respect to the establishment of dust production areas local to Renland ice cap. Three instances of high concentrations of large particles are found in the glacial, and all correspond to the ages of tephra layers previously identified in central Greenland ice cores (26, 55 and 81 ka b2k)27, although geochemical measurements have not yet been undertaken to confirm a volcanic source for these large particles. Otherwise, RECAP large particle concentrations vary by a factor of just 2.6 ± 0.5 throughout the glacial stadials and interstadials (Supplementary Note 2, Supplementary Fig. 5), which is consistent with a factor 2 variability in the snow accumulation rate in central Greenland28,29. If the snow accumulation rate at Renland follows the same pattern, the glacial large particle concentration variations can be explained solely by variations in snow accumulation, suggesting the location of the central East Greenland ice sheet margin did not change significantly through the rapid stadial/interstadial cycles. Furthermore the data suggest a small but constant flux of dust from local sources was transported to Renland ice cap throughout the glacial.

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Pubblicato in: Istruzione e Ricerca, Scienza & Tecnica

Asse magnetico terrestre in rapido spostamento, ma Greta lo fermerà.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-07.

2019-10-08__Clima Magnete

Negli ultimi mesi sono stati pubblicati alcuni lavori di grande interesse scientifico, e che potrebbero avere ripercussioni non indifferenti su tutte le popolazioni mondiali. Non introducono concetti scientifici nuovi, ma li presentano con grande ricchezza di dati sperimentali che sembrerebbero consentire la formulazione di teorie scientifiche autoconsistenti.

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Hui Li, Chi Wang, Huijun Wang, Cui Tu, Jiyao Xu, Fei Li, Xiaocheng Guo

Plausible modulation of solar wind energy flux input on global tropical cyclone activity.

Journal of Atmospheric and Solar-Terrestrial Physics. Volume 192, 1 October 2019, 104775.

https://doi.org/10.1016/j.jastp.2018.01.018

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«Highlights

– Global tropical cyclone activity is modulated by solar wind energy flux.

– Tropical cyclones are more intense with higher geomagnetic activities.

– A possible mechanism is proposed and some evidences are also presented.

Abstract

Studies on Sun-climate connection have been carried out for several decades, and almost all of them focused on the effects of solar total irradiation energy. As the second major terrestrial energy source from outer space, the solar wind energy flux exhibits more significant long-term variations. However, its link to the global climate change is rarely concerned and remains a mystery. As a fundamental and important aspect of the Earth’s weather and climate system, tropical cyclone activity has been causing more and more attentions. Here we investigate the possible modulation of the total energy flux input from the solar wind into the Earth’s magnetosphere on the global tropical cyclone activity during 1963–2012. From a global perspective, the accumulated cyclone energy increases gradually since 1963 and starts to decrease after 1994. Compare to the previously frequently used parameters, e.g., the sunspot number, the total solar irradiation, the solar F10.7 irradiation, the tropical sea surface temperature, and the south oscillation index, the total solar wind energy flux input exhibits a better correlation with the global tropical cyclone activity. Furthermore, the tropical cyclones seem to be stronger with more intense geomagnetic activities. A plausible modulation mechanism is thus proposed to link the terrestrial weather phenomenon to the seemingly-unrelated solar wind energy input.»

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Yves Gallet, Vladimir Pavlov, Igor Korovnikov

Extreme geomagnetic reversal frequency during the Middle Cambrian as revealed by the magnetostratigraphy of the Khorbusuonka section (northeastern Siberia).

Earth and Planetary Science Letters. Volume 528, 15 December 2019, 115823.

https://doi.org/10.1016/j.epsl.2019.115823

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«Highlights

– We present the magnetostratigraphy of the Khorbusuonka section (northeastern Siberia).

– Numerous polarity reversals are observed during the Drumian stage (Middle Cambrian).

– A magnetic reversal frequency >20 reversals per Myr is estimated for the Drumian.

– A sharp decrease in reversal rate is found around the Middle-Upper Cambrian boundary.

– These results confirm the existence of a hyperactive reversing mode of the geodynamo.

Abstract

We present new magnetostratigraphic results obtained for the Drumian stage (504.5–500.5 Ma; Epoch 3/Middle Cambrian) from the Khorbusuonka sedimentary section in northeastern Siberia. They complement previous data that did not allow the determination of a reliable estimate of the geomagnetic reversal frequency during this time. Magnetization of the samples is carried by a mixture of magnetite and hematite in various proportions. Thermal demagnetization makes it possible to distinguish two magnetization components. The low unblocking temperature (<350 °C) component has a steep inclination and likely originates from remagnetization in a recent field. At higher temperatures, the magnetization isolated possesses the two polarities. Its direction is usually well determined; however, for a noticeable set of samples, a strong overlap between the demagnetization spectra of the two components prevents the determination of reliable directions, although their polarities are well established. The directions from 437 samples define a sequence of 78 magnetic polarity intervals, 22 of which are observed in a single sample. Biostratigraphic data available from the Khorbusuonka section indicate that the duration of the studied section is ∼3 Myr. A geomagnetic reversal frequency of 26 reversals per Myr is therefore estimated for the Drumian, reduced to 15 reversals per Myr if only the polarity intervals defined by at least two consecutive samples are retained. This is an extreme reversal rate, similar to that reported for the Late Ediacaran (late Precambrian), ∼50 Myr earlier, and proposed to be potentially linked to a late nucleation of the inner core. The reversal frequency appears to have drastically dropped for ∼3–4 Myr from a value probably >20 reversals per Myr during the Drumian to ∼1.5 reversals per Myr during the Furongian/Upper Cambrian. Such a sharp decrease is consistent with a transition at a ∼1-Myr timescale, probably caused by threshold effects in core processes, between two geodynamo modes, one characterized by reversals occurring at frequencies ranging from 1 to 5 reversals per Myr, and the other marked by hyperactivity of the reversing process, with reversal rates >15 reversals per Myr.»

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Inversione ‘superveloce’ dei poli magnetici della Terra

L’inversione dei poli magnetici della Terra avviene più velocemente del previsto: particelle magnetiche trovate in rocce sedimentarie della Siberia indicano che 500 milioni di anni fa Nord e Sud magnetici si sono invertiti circa 80 volte nell’arco di pochi milioni di anni. La scoperta, pubblicata sulla rivista Earth and Planetary Science Letters, si deve alla ricerca coordinata da Yves Gallet, dell’università di Parigi e del Centro nazionale francese per la ricerca scientifica (Cnrs).

Analizzando i sedimenti raccolti nel fiume Khorbusuonka, nella Siberia nord-orientale, i ricercatori hanno trovato le prove dell’inversione dei poli magnetici nell’orientamento delle particelle di due minerali, la magnetite e l’ematite, il cui allineamento ai poli magnetici terrestri è rimasto ‘intrappolato’ nelle rocce in modo permanente.

Nei 437 campioni studiati, i geologi hanno identificato il numero record di 78 inversioni di polarità avvenute nell’arco di 3 milioni di anni. “Dal punto di vista magnetico, la Terra ha alternato fasi particolarmente stabili, come accaduto nel periodo compreso tra 118 e 83 milioni di anni fa, a fasi dinamiche, con frequenti inversioni del campo magnetico terrestre”, ha detto all’ANSA Aldo Winkler, del laboratorio di Paleomagnetismo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv).

“Negli ultimi 20 milioni di anni – ha aggiunto – le inversioni del campo magnetico terrestre sono avvenute al ritmo di qualche centinaio di migliaia di anni, l’ultima, circa 780.000 anni fa”. Le inversioni, ha spiegato, “avvengono durante periodi di bassa intensità del campo e dipendono dalle complicate dinamiche nel confine tra nucleo esterno e mantello”.

Non è affatto chiaro se questi eventi siano collegati o meno ad alcune estinzioni di massa, ma secondo l’esperto, “non sono state trovate significative correlazioni, anche considerando che il genere umano è sopravvissuto a molte di queste inversioni”. Il fenomeno oggi “creerebbe problemi soprattutto a satelliti e reti elettriche che potrebbero essere bombardati da particelle solari e raggi cosmici perché il campo magnetico indebolito ha più difficoltà a fare da scudo”.

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«Negli ultimi 20 milioni di anni – ha aggiunto – le inversioni del campo magnetico terrestre sono avvenute al ritmo di qualche centinaio di migliaia di anni, l’ultima, circa 780.000 anni fa”. Le inversioni, ha spiegato, “avvengono durante periodi di bassa intensità del campo e dipendono dalle complicate dinamiche nel confine tra nucleo esterno e mantello»

«Global tropical cyclone activity is modulated by solar wind energy flux»

«Tropical cyclones are more intense with higher geomagnetic activities»

«Studies on Sun-climate connection have been carried out for several decades, and almost all of them focused on the effects of solar total irradiation energy»

«As the second major terrestrial energy source from outer space, the solar wind energy flux exhibits more significant long-term variations»

«However, its link to the global climate change is rarely concerned and remains a mystery»

«As a fundamental and important aspect of the Earth’s weather and climate system, tropical cyclone activity has been causing more and more attentions. Here we investigate the possible modulation of the total energy flux input from the solar wind into the Earth’s magnetosphere on the global tropical cyclone activity during 1963–2012»

«Compare to the previously frequently used parameters, e.g., the sunspot number, the total solar irradiation, the solar F10.7 irradiation, the tropical sea surface temperature, and the south oscillation index, the total solar wind energy flux input exhibits a better correlation with the global tropical cyclone activity»

«Furthermore, the tropical cyclones seem to be stronger with more intense geomagnetic activities»

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La temperatura della crosta terrestre e le sue variazioni locoregionali sono fenomeni altamente complessi, ove sono in gioco una considerevole quantità di fenomeni, alcuni dei quali possono anche funzionare da trigger. Punto nodale è che nel momento in cui si trovassero reclutati in fase si assisterebbe a variazioni di enorme portata.

Nota.

Almeno per il momento, non esistono studi che mettano in relazione le emissioni dei motori diesel e gli spostamenti degli assi magnetici né del sole né della terra.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Istruzione e Ricerca

Italia. Un addetto alla scuola ogni 5.57 studenti, sei volte più che in Cina.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-09-06.

2019-07-17__Scuola_Italiana__001

Il Miur, nel Portale Unico dei Dati della Scuola, mette a disposizione numerose tabelle numeriche.

Docenti a tempo indeterminato. Scuola statale Aggiornato a tutto il 2018-08-31.

ATA titolari per genere e fascia di eta’. Scuola statale. Aggiornato a tutto il 2019-03-04.

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L’Italia ha 8,481,183 persone in età scolare.

Il numero dei docenti a tempo indeterminato assomma a 1,346,487 unità lavorative.

Il numero geli Ata, acronimo di personale amministrativo, tecnico ed ausiliare, a tempo indeterminato assomma a 183,425 unità lavorative.

Il totale del personale a tempo indeterminato è quindi 1,346,487 + 183,425 = 1,529,912 addetti.

A questo numero dovrebbe essere aggiunto il personale non a tempo determinato, sul quale non sono però al momento disponibili statistiche recenti. Sono grosso modo stimabili trai 300,000 ed i 400,000 addetti.

Ragionando quindi sui soli dati disponibili emerge che in Italia vi siano:

– 6.29 studenti per ogni docente a tempo indeterminato;

– 5.57 studenti per ogni addetto alla scuola a tempo indeterminato.

Queste cifre sono tre volte maggiori di quelle riscontrabili per classi omologhe negli Stati Uniti, cinque volte maggiori per la Russia e sei volte maggiori per la Cina.

Tuttavia, mentre negli Stati Uniti, in Russia ed in Cina non risulterebbe che gli studenti siano particolarmente mal preparati, gli studenti italiani emergono essere particolarmente mal preparati.

Questi sono i risultati dell’Invalsi, pubblicati il 10 luglio.

«le scuole del Nord che riescono a mantenere un buon livello degli studenti durante tutto il percorso e le scuole di regioni come la Campania, la Calabria e la Sicilia in cui la metà degli studenti arriva alla Maturità con l’insufficienza sia in italiano che in matematica»

«soltanto due studenti su tre posseggono alla fine del percorso le competenze di base richieste dai programmi scolastici»

«matematica: se in terza media tre ragazzi su 5 (61,33 per cento) hanno appreso in maniera sufficiente o di più il programma, alla fine delle scuole superiori sono solo il 58,3 per cento quelli che si possono considerare «promossi»»

«in Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna dove addirittura la situazione è rovesciata: il 60 per cento degli studenti non è sufficiente»

«Inglese: per quanto riguarda la comprensione orale solo uno studente su tre riesce a raggiungere il livello richiesto»

«i dati sulla lettura in inglese: il 51,8 per cento degli studenti di quinta superiore, cioè uno su due, arriva al livello B2. Ma resta un risultato comunque insoddisfacente»

«Si conferma anche per la quinta superiore il divario tra le regioni del Nord nelle quali l’insufficienza grave nelle prove di italiano è quasi fisiologica al di sotto del 10 per cento e quelle del Sud dove sfiora il 20 per cento in Puglia e Molise e supera il 25 in Calabria»

«Ma il vero problema della scuola superiore in Italia resta la matematica: ci sono regioni come la Calabria, la Campania e la Sicilia dove il 60 per cento dei ragazzi non ha raggiunto le competenze minime richieste dai programmi»

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Nel corso degli ultimi decenni la scuola ha subito una burocratizzazione che supera ampiamente quella che vigeva nella passata Unione Sovietica e nella Cina della rivoluzione culturale. Il corpo docente passa il suo tempo a disbrigare pratiche burocratiche che mai i burocrati ministeriali leggeranno.

Scuola Italiana. Fotocopie di una burocrazia satanica.

«Come si constata, le sole circolari interne dedicate in un anno al Corpo docente assommano a 477 (quattrocentosettantasette). Ogni tanto sono di semplice e rapida lettura, ma di norma sono lunghette e complesse, con molti rimandi.

Ragionando in termini medi, ogni circolare richiede grosso modo un’ora di tempo tra lettura e tentativi di comprendere cosa dicano.

Questo significa che un usuale Insegnate spende ogni anno circa 500 ore del suo tempo a leggersi e studiarsi circolari sulla utilità delle quali ben si potrebbe argomentare.

Ma un insegnante di liceo scientifico lavora mediamente 1,300 ore all’anno, secondo i dati ministeriali.

In altri termini, ogni insegnante passa più di un terzo del suo tempo lavorativo a leggere circolari.»

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Sorgono spontanee alcune domande.

– Che senso ha investire 80 miliardi ogni anno nella scuola per ottenere poi risultati così sconfortanti?

– Che senso ha utilizzare il comparto scolastico come ammortizzatore sociale di persone che hanno conseguito lauree fuori mercato?

– Cosa si aspetta a ristrutturare deburocratizzando l’intero comparto?

– Una scuola che non seleziona bocciando gli incapaci è solo un opificio di certificati senza valore.

– Lo si è capito o meno che gli studenti di oggi saranno i professori di domani nonché la classe dirigente?

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I ministeriali sono davvero fortunati a vivere in Italia. Fossimo in Cina sarebbero da tempo nel Laogai a meditare che lo stipendio ce lo si deve guadagnar con il sudore della fronte.


Corriere. 2019-07-10. Invalsi 2019, l’Italia divisa in due. Quasi la metà dei maturandi «analfabeta» in matematica

Italiano, uno su tre «bocciato»

E’ un’Italia divisa in due quella che appare dalla fotografia della scuola italiana presentata il 10 luglio dall’Invalsi, l’ente di valutazione del sistema d’Istruzione guidato da Anna Maria Ajello. Con le scuole del Nord che riescono a mantenere un buon livello degli studenti durante tutto il percorso e le scuole di regioni come la Campania, la Calabria e la Sicilia in cui la metà degli studenti arriva alla Maturità con l’insufficienza sia in italiano che in matematica. Per la prima volta quest’anno l’Invalsi ha testato i ragazzi della quinta superiore, quelli che hanno appena affrontato la maturità. Come media nazionale, i risultati delle superiori confermano quelli della terza media: soltanto due studenti su tre posseggono alla fine del percorso le competenze di base richieste dai programmi scolastici: sono il 65,6 % alle medie e il 65,4 % in quinta superiore per quanto riguarda l’italiano.

Emergenza matematica

Va anche peggio per la matematica: se in terza media tre ragazzi su 5 (61,33 per cento) hanno appreso in maniera sufficiente o di più il programma, alla fine delle scuole superiori sono solo il 58,3 per cento quelli che si possono considerare «promossi». Una situazione incredibile che diventa drammatica in Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna dove addirittura la situazione è rovesciata: il 60 per cento degli studenti non è sufficiente. «Le cause sono varie – spiega il direttore dell’Invalsi Roberto Ricci – molto dipende dal contesto e dalla situazione socioeconomica familiare. In alcune aree l’impreparazione è tale che è come se un terzo degli studenti non avesse frequentato la scuola: alla fine delle superiori ha conoscenze e competenze della terza media». Nei piccoli centri delle regioni del Sud ancora esistono classi di fatto differenziate per i bravi e gli studenti considerati scarsi.

Il flop dell’inglese

Doccia fredda anche per l’inglese. I programmi ministeriali prevedono che i ragazzi escano dalle scuole superiori con competenze al livello B2 in lettura e comprensione orale, che è un livello avanzato: per quanto riguarda la comprensione orale solo uno studente su tre riesce a raggiungere il livello richiesto. «E’ un problema anche di didattica – spiega Anna Maria Ajello – ma ormai ci sono moltissime risorse facilmente reperibili: aver messo sotto la lente anche l’inglese in questi ultimi due anni ci ha permesso di avere già i primi miglioramenti per esempio alle medie. Questo è un caso in cui la valutazione aiuta a migliorare il curriculum».

La lettura (in inglese)

Sono un po’ più incoraggianti anche se ben lontano dal 77,5 per cento dei ragazzini della terza media che superano il livello A1, i dati sulla lettura in inglese: il 51,8 per cento degli studenti di quinta superiore, cioè uno su due, arriva al livello B2. Ma resta un risultato comunque insoddisfacente.

Nord vs Sud

Si conferma anche per la quinta superiore il divario tra le regioni del Nord nelle quali l’insufficienza grave nelle prove di italiano è quasi fisiologica al di sotto del 10 per cento e quelle del Sud dove sfiora il 20 per cento in Puglia e Molise e supera il 25 in Calabria: «In quest’ultima regione è come se uno studente su quattro non fosse andato a scuola», commenta Ricci.

Italiano, i migliori e i peggiori

I numeri sono inversi se si considerano gli studenti migliori, quelli che hanno i punteggi più alti: sono tra il 15 e il 20 per cento nelle regioni del Nord e sotto il 10 per cento al Sud.

Il tonfo in matematica

Ma il vero problema della scuola superiore in Italia resta la matematica: ci sono regioni come la Calabria, la Campania e la Sicilia dove il 60 per cento dei ragazzi non ha raggiunto le competenze minime richieste dai programmi. Al contrario di regioni come la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna e il Friuli Venezia Giulia dove tre studenti su quattro hanno raggiunto gli obiettivi.

Matematica, il divario comincia alle elementari

Occorrerà riflettere sui risultati della matematica e trovare qualche soluzione: il trend degli studenti scarsi comincia dalla quinta elementare e non si arresta più, aumentando anzi il divario.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Istruzione e Ricerca

Germania. Anche la scuola pubblica è entrata in depressione.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-24.

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Un dogma dell’ideologia  liberal  socialista  recita  che  la  scuola  debba  essere  pubblica:  è  un  fatto  che  è  dato semplicemente per scontato.

Diverse sono le motivazioni addotte.

In  primo luogo, si afferma come  l’istruzione sia  un  fondamentale patrimonio della  Collettività, rendendo quindi necessario un intervento dello stato per uniformare al meglio insegnamenti ed insegnanti.

In secondo luogo, si asserisce come lo stato debba avere un controllo diretto della istruzione, selezionando il corpo docente secondo i propri criteri informatori.

In terzo luogo, anche qualora fosse tollerata la presenza di scuole private, lo stato abbia il diritto – dovere di legiferare per esse direttive e normative.

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Da un punto di vista squisitamente euristico, ciò che dovrebbe interessare è che i diplomi rilasciati abbiano tutti ragionevolmente lo stesso identico valore, ossia paragonabili livelli culturali, esattamente come l’accesso alla istruzione sia aperto a facilitato a tutti i giovani Cittadini. Da un punto di vista pratico, dare ai meno abbienti una borsa di studio ovvero esonerarli dal pagare la retta dovrebbe essere equivalente, rendendo preferibile il metodo meno oneroso.

In realtà, al di là delle belle parole altisonanti, lo stato liberal socialista vuole esercitare un potere di controllo politico sia del corpo docente sia dei discenti. Una volta compresa questa esigenza inespressa ma concreta, tutto il problema delle scuole diventa banale.

Si dovrebbe anche notare come, se avesse un senso che scuole omologhe rilasciassero diplomi equipollenti, d’altro canto ciò non dovrebbe implicare la diretta proprietà delle scuole stesse. Ciò che dovrebbe contare dovrebbe essere la garanzia di un comune livello di istruzione.

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Tutto è filato più o meno liscio, a parte il grande attrito nell’impiego delle risorse, fino a tanto che non è entrata in gioco la ideologia liberal socialista. In accordo, nella scuola pubblica è iniziato l’insegnamento della sua etica e morale, da cui il mix di studenti a diversa capacità di apprendimento e di giovani migranti non autoctoni nelle classi che ha determinato un sensibile abbassamento del livello di preparazione finale.

L’immediata risposta è stato un continuo fiorire di scuole private, istituite con il malcelato scopo di sfuggire a codeste imposizioni.

«A politician stated this that many parents are turning away from Germany’s public schools in favour of private ones.»

«Christian Democratic politician Carsten Linnemann caused a stir when he suggested children with inadequate knowledge of German should be held back from starting primary school»

«many middle-income parents “who send their children to private schools because the level at state schools is falling”.»

«It’s true that private school enrollment across Germany is growing, with increasing numbers in nearly every German state»

«But the reasons for parents to enroll their children in such a school – ranging from religious run to experimental education schools like Montessori – varies state by state»

«Within 25 years, the number of privately run schools has almost doubled from around 3,200 to just under 5,850 in Germany»

«According to the latest figures, they account for 14 percent of all schools»

«Private schools are “socially selective and contribute to a social divide,”»

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È una legge universale del mercato che ovunque si manifesti una esigenza fiorisca di conserva l’offerta.

Così come è strutturata, la scuola non provvedere a dare una formazione umana ed una preparazione quale quella richiesta per accedere alle classi sociali e professionali superiori. L’immissione nelle classe dei figli dei migranti e degli handicappati non innalza certo il livello.

A nostro personale avviso però il problema non risiede nel dover porre limitazioni alle scuole private, bensì nell’innalzare il livello di quelle pubbliche.


The Local. 2019-08-10.  State by state: Why private school enrolment across Germany is growing A politician stated this that many parents are turning away from Germany’s public schools in favour of private ones. We look at all of the reasons private schools are growing throughout the country.

At the beginning of the week, Christian Democratic politician Carsten Linnemann caused a stir when he suggested children with inadequate knowledge of German should be held back from starting primary school.

He lamented on the poor performance of many public schools due to the mixed levels of learning.

Linnemann told the Rheinische Post that he sees many middle-income parents “who send their children to private schools because the level at state schools is falling”.

It’s true that private school enrollment across Germany is growing, with increasing numbers in nearly every German state.

But the reasons for parents to enroll their children in such a school – ranging from religious run to experimental education schools like Montessori – varies state by state.

14 percent of all schools

Within 25 years, the number of privately run schools has almost doubled from around 3,200 to just under 5,850 in

Germany. According to the latest figures, they account for 14 percent of all schools.

The growth largely comes from East Germany, where there were practically no private schools before the fall of the

Berlin Wall, explained Nele McElvany, an education researcher from the University of Dortmund.

In almost all federal states, the number of private students has been constant or rising most recently in the school year

2018/19, as a survey by the German Press Agency shows.

“We see continuous growth and increasing popularity,” said Association of German Private Schools spokeswoman

Beate Bahr.

Whether private individuals, foundations or church organizations: anyone can set up a private school.

But there are several conditions that need to be met. According to the VDP, they must be charitable and accessible to everyone, meet criteria and requirements and be approved by the state.

A mixed debate

Yet there remains a mixed reaction about sending children to private school – or if students should stick to state schools.

Private schools are “socially selective and contribute to a social divide,” according to a statement by Germany’s

Education and Science Workers’ Union (GEW).