Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Svezia. Elezioni 2018. A sorpresa la destra rimonta. +9.8 punti percentali.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-21.

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Nella seconda domenica del settembre 2018 si terranno in Svezia le elezioni politiche.

«Il Parlamento del Regno di Svezia, il Riksdag, è composto da 349 membri, eletti a suffragio universale per la durata di quattro anni.

I componenti del Riksdag sono eletti con il sistema proporzionale. 310 seggi sono assegnati in 29 collegi plurinominali, i restanti 39 sono distribuiti tra i partiti. Per entrare in Parlamento, ogni partito deve ottenere almeno il 4% dei suffragi.

Altro aspetto, l’elezione si deve svolgere la seconda domenica di settembre.» [Fonte]

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Il Governo Löfven è il governo della Svezia in carica dal 3 ottobre 2014, presieduto dal primo ministro Stefan Löfven.

Si tratta di un esecutivo di coalizione tra il Partito Socialdemocratico e i Verdi, che tuttavia non possiede la maggioranza al Riksdag.

«Il Partito socialdemocratico (simboleggiato da una S; Socialdemokraterna in svedese) è al momento il partito più grande in parlamento, possedendo 113 dei 349 seggi totali. Esso è anche il partito del primo ministro uscente, Stefan Löfven, e collabora con i Verdi per formare una maggioranza di governo. Löfven, al potere dal 2014, ha affermato che si candiderà nuovamente per un secondo mandato.

Il Partito moderato (M; Moderaterna) è il secondo partito più grande nel Riksdag con 84 seggi. È stato al potere dal 2006 al 2014 con il suo primo ministro Frederik Reinfeldt e oggi il partito è guidato da Anna Kinberg Batra. Il partito fa parte della Alleanza, l’unione dei partiti ad oggi all’opposizione.

I Democratici Svedesi (SD; Sverigedemokraterna) sono il terzo partito nel Riksdag, con un gruppo parlamentare di 49 seggi. Nelle elezioni del 2014 il partito è cresciuto di 29 seggi rispetto le elezioni del 2007 e il loro leader è Jimmie Åkesson. Il partito è all’opposizione ma non fa parte della Alleanza.

Il Partito Ambientalista i Verdi (MO; Miljöpartiet) è il quarto partito più grande nel Parlamento, con 25 posti. Al momento fanno parte della coalizione di governo, sostenendo i Socialdemocratici di Löfven. I due leader del partito sono Gustav Fridolin e Isabella Lövin.

Il Partito di Centro (C; Centerpartiet) si piazza al quinto posto per numero di eletti al Parlamento, raggiungendo 22 seggi. Ha fatto parte del governo Reinfeld dal 2006 al 2014. Il partito è oggi guidato da Annie Lööf. Anche il Partito di centro fa parte della Alleanza con altri partiti dell’opposizione.

Il Partito della sinistra (V; Vänsterpartiet) è il sesto partito più grande in parlamento, con 21 seggi. Il suo leader attuale è Jonas Sjöstedt. Anche se è all’opposizione, non fa parte della Alleanza.

I Liberali (L; Liberalerna) sono invece al settimo posto per numero di seggi al Riksdag, avendone 19. Anche i Liberali, come il Partito di centro, hanno fatto parte del governo Reinfeldt fino al 2014. Il partito è guidato da Jan Björklund, anche se la sua leadership è fortemente criticata all’interno del partito stesso. Anche i Liberali fanno parte della Alleanza.

I Cristiani democratici (KD; Kristdemokraterna) guidati da Ebba Busch Thor, si piazzano al settimo posto per numero di seggi in Parlamento, avendone 16. Secondo le stime di voto il partito potrebbe avere difficoltà a superare la soglia di sbarramento nelle prossime elezioni. Il partito fa parte della Alleanza. » [Fonte]

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Svezia. Il caso di Mr Qaisar Mahmood. Farsa nella tragedia.

Il caso di Mr Qaisar Mahmood ha scosso la Svezia.

«Qaisar Mahmood, nato il 16 febbraio 1973 a Lahore, in Pakistan, è uno scrittore svedese. Qaisar Mahmood è cresciuto a Lahore con sua madre e sua sorella, mentre suo padre ha vissuto in Svezia per alcuni anni come immigrato. Quando Qaisar Mahmood aveva sette anni, il resto della famiglia seguì il padre e si stabilirono a Tensta, a Stoccolma.
Mahmood è stato educato e si è laureato in Scienze Politiche all’Università di Stoccolma nel 1999. Era il Segretario Generale del Comitato per la politica di integrazione che il governo borghese ha messo da parte al suo insediamento nel 2006. Qaisar Mahmood ha lavorato presso l’Ufficio del Revisore Generale, il governo locale svedese, gli uffici governativi e il Consiglio di integrazione svedese. Attualmente è (2017) impiegato come Capo Dipartimento della Riksantikvarieämbetet.
Nel 2012 ha pubblicato il libro Hunting for Swedish (Nature & Culture), che descrive un viaggio di 900 miglia in motociclette attraverso la Svezia per cercare l’identità svedese»

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«Qaisar Mahmood, a Muslim born in Pakistan, is the new head of the Swedish National Heritage Board»

Molti svedesi non hanno digerito questa nomina né, tanto meno, quelle idee.

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Il recente report pubblicato da Skop riporta i dati fotocopiati in figura.

La coalizione di centro – destra avrebbe il 43.5% dei voti, contro il 37.2% (33.7%) della coalizione di centro sinistra.

È una differenza di 9.8 punti percentuali; valore talmente alto da far sembrare affidabile il risultato.

Ci sono ancora alcuni mesi per le elezioni, ma se questo rsultato dovesse confermarsi alle urne, il Consiglio Europeo perderebbe un altro voto a favore della linea Juncker – Tusk – Merkel.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Ong - Ngo, Unione Europea

Orban scaccia Soros e vince la Unione Europea. E siamo solo agli inizi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-20.

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È durata per lunga pezza la resistenza dell’Ungheria di Mr Orban alle azioni del ngo (ong) finanziate da Mr Soros per propagare l’ideologia liberal e svolgere attività contro il governo legalmente in carica. Ma dopo che si è resistito ai nazionalsocialisti e poi ai comunisti non ci si trova certo paura dei loro nipotini.

Adesso, dopo la clamorosa vittoria elettorale ove gli Elettori ungheresi hanno dato al Presidente Orban la maggioranza assoluta dei seggi, in grado tale che potrebbe anche varare leggi che variassero la costituzione, Mr Soros ritira da quella nazione le sue ngo, prima che esse siano dichiarate fuori legge ed i suoi membri verosimilmente fossero arrestati.

La notizia arriva a pochi giorni di distanza dall’anniversario della liberazione dell’Ungheria dall’occupazione nazionalsocialista.

«George Soros’ Open Society Foundations will close their office in Budapest and move their eastern European operations to Berlin»

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«the Open Society Foundations (OSF) has said it will leave Budapest after a sustained campaign against the globalist influence of George Soros»

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«OSF chairman Patrick Gaspard personally travelled to Hungary’s capital to inform around 100 members of staff there that the international grantmaking network founded by Soros will be moving its Eastern European operations to Berlin»

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«The OSF’s announcement followed reports that Soros’ Central European University (CEU) is also planning to retreat from Hungary, with the institution having already signed an agreement with a landlord in Vienna where it will establish a campus»

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«Both are radically pro-immigration and are both committed enemies of the Hungarian government and Hungarian migration policy»

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La dirigenza dell’Unione Europea, nelle persone del Presidente Juncker e del Presidente Tusk, unitamente alla Bundeskanzlerin Frau Merkel, avevano da sempre dichiarato ai quattro venti che avrebbero denunciato Mr Orban e che nel caso avrebbero preso severissime misure contro la Ungheria. Essi ritengono infatti essere antidemocratico e tirannico quel governo che non approvasse e favorisse le ngo di Mr Soros sul proprio territorio, elemento questo caratterizzante l’apice della scala valoriale liberal.

No ngo? No European Union.

Bene. Benissimo.

Siamo tutti in attesa di vedere cosa e come faranno.

I maligni dicono nulla.


Die Presse. 2018-04-19. Soros-Institut verlässt Budapest

Die Open Society Foundation von George Soros schließt ihr Büro in Budapest und zieht nach Berlin.

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Wien/Budapest. Patrick Gaspard war eigens nach Budapest gereist, um den rund 100 Mitarbeitern die schlechte Nachricht zu verkünden. Der Chef der Open Society Foundation (OSF), einer vom ungarischstämmigen US-Milliardär George Soros gegründeten Stiftung, gab am Donnerstag die Schließung des Büros in der ungarischen Hauptstadt bekannt. Im Sommer will die Organisation, die in Europa Niederlassungen in Brüssel, Paris und London hat, stattdessen eine Filiale in Berlin eröffnen. Dies bestätigte die OSF-Zentrale in New York der „Presse“. Das Hauptquartier wollte den Schritt vorerst nicht kommentieren.

Die Stiftung beugt sich indessen offenkundig dem Druck der Regierung Viktor Orbáns und seiner Fidesz-Partei, die spätestens seit der Flüchtlingskrise vor drei Jahren eine Kampagne gegen Soros und mit ihm assoziierter Institutionen betreibt – inklusive antisemitischer Untertöne.


Breitbart. 2018-04-20. Soros’s Open Society Foundations Announces Exit from Hungary

In a major victory for the Hungarian government and the Hungarian people who overwhelmingly re-elected it in the recent elections, the Open Society Foundations (OSF) has said it will leave Budapest after a sustained campaign against the globalist influence of George Soros.

OSF chairman Patrick Gaspard personally travelled to Hungary’s capital to inform around 100 members of staff there that the international grantmaking network founded by Soros will be moving its Eastern European operations to Berlin, Austria’s Die Presse reported Thursday.

After closing its Budapest office in August, the organisation will operate temporarily in Vienna before moving to a site in the German capital, according to the liberal news portal 444.hu.

The OSF’s announcement followed reports that Soros’ Central European University (CEU) is also planning to retreat from Hungary, with the institution having already signed an agreement with a landlord in Vienna where it will establish a campus.

Earlier this month, Prime Minister Viktor Orbán’s conservative Fidesz party swept to victory in elections, winning a huge two-thirds majority of seats in the Hungarian parliament after a campaign vowing to protect citizens from Soros’s plans to turn the country into a multicultural “nation of immigrants”.

major pillar of the party’s campaign was directed at the influence of foreign NGOs and the far left financier, who has spent more than $32 billion on OSF’s work to “build vibrant and tolerant democracies” since launching what he describes as his “philanthropic” career in South Africa in 1979.

Since the election, Fidesz has said that a major priority for the government will be passing a package of bills dubbed the “Stop Soros” laws which would tax foreign income to NGOs and restrict the operations of open borders groups.

Speaking on public radio following the foundation’s announcement, Orbán remarked: “I think you will understand if I fail to cry over its decision to close the headquarters in our capital.

“The fight against Soros, its liberal ideology, its initiatives on migrants, will continue wherever the foundations of its foundation are,” he told MR1.

Earlier this week, the government said that despite a landslide victory for patriots at the polls, it was “crystal clear” the Hungarian-born billionaire remains committed to flooding unwilling EU nations with third world migrants.

Both the Fidesz spokesman Zoltán Kovács and the foreign minister Péter Szijjártó denounced a meeting in Brussels Monday between Soros and the European Commission vice-president Frans Timmermans.

“Both are radically pro-immigration and are both committed enemies of the Hungarian government and Hungarian migration policy,” said Szijjártó, stressing that Fidesz has been given a mandate to resist any attempts by the pair to implement their globalist ideology in Hungary.


→ Reuters. 2018-04-20. Soros foundations to quit Hungary amid political hostility

George Soros’ Open Society Foundations will close their office in Budapest and move their eastern European operations to Berlin, Austria’s Die Presse newspaper reported on Thursday.

Hungarian Prime Minister Viktor Orban has blamed Soros, a Hungarian-born U.S. financier, for a host of ills and pushed through legislation cracking down on non-governmental organizations called the “Stop Soros” laws which drew international criticism.

The Hungarian news web site 444.hu said the Open Society Foundations office would shut by Aug. 31 and move first to Vienna then on to Berlin.

Reuters was not been able to immediately reach the Open Society Foundations either in Budapest or New York.

Orban, a self-styled champion of what he calls an “illiberal democracy”, has long been at odds with Soros’ network of NGO’s which promote liberal values around the world.

The Hungarian premier has for years waged a campaign against migration into Europe, an issue at the center of his re-election bid which resulted in a third landslide victory this month.

Orban’s Fidesz party said it would deliver on campaign promises to crack down on NGOs that promote migrant rights. The Organisation for Security and Co-operation in Europe said the election was characterized by xenophobic and intimidating messages.

The legislation submitted to parliament before the election would impose a 25 percent tax on foreign donations to NGOs that the government says back immigration.

Their activity would have to be approved by the interior minister, who could deny permission if he saw a national security risk.

Open Society Foundations could not immediately be reached for comment. Hungarian government spokespeople did not immediately reply to emailed requests for comment.

The Soros-founded Central European University has also said it is opening a campus in Vienna in the near future. It has said it remains committed to its Budapest campus, despite government pressure that it said was geared to oust it from Hungary.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Merkel. Si inizia a recitare il De Profundis. Un esilio a Bruxelles.

Giuseppe Sandro Mela

2018-04-20.

Merkel 1030

La Bundeskanzlerin Frau Merkel non è mica più quella di una volta.

Il 24 settembre le fu data infausta.

Una débâcle elettorale di portata non solo tedesca, bensì europea.

Ed adesso conta poco, molto poco.

Vertice EU – Balcani occidentali. Sofia, 2018-05-17. Kurz contro Merkel.

Germania. ‘Conservative Manifesto’ vuole defenestrare Frau Merkel.

Merkel e Governo a Schloss Meseberg. – Il parere cinese.

Trump. Macron e Merkel convocati a rapporto a fine aprile.

Vertice EU – Balcani occidentali. Sofia, 2018-05-17. Kurz contro Merkel.

Germania. ‘Conservative Manifesto’ vuole defenestrare Frau Merkel.

Merkel. Dieselgate. Di masochismo si può anche morire.

La rivolta della Csu destabilizza Frau Merkel ed anche l’Unione Europea.

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«In varie capitali si è diffusa l’idea che la leader tedesca potrebbe candidarsi alla presidenza della Commissione Ue per sostituire Juncker dopo le europee del maggio 2019»

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«Il 5 marzo i ministri delle Finanze di Olanda, Finlandia, Irlanda, Estonia, Lituania, Lettonia, Danimarca e Svezia hanno pubblicato un documento che contraddice lo spirito e molti dei punti specifici del programma europeo concordato da Merkel con la Spd …. Gli otto Paesi del Nord hanno sbarrato la porta»

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«può colpire la doppia verità dell’Olanda e della stessa Irlanda che — stima l’economista di Berkeley Gabriel Zucman — sottraggono oltre 200 miliardi di euro di base imponibile agli altri Paesi europei agendo da paradisi fiscali per le multinazionali»

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«Prima di creare un problema politico ad Angela Merkel, gli otto hanno avuto un via libera dalla Germania a dispetto della leader tedesca.»

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«in varie capitali si è diffusa l’idea che proprio Merkel potrebbe candidarsi alla presidenza della Commissione Ue, per sostituire Jean-Claude Juncker dopo le europee del maggio 2019»

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L’esperienza insegna che le anatre zoppe finiscono in padella.


Corriere. 2018-04-17. Merkel debole in casa pensa a una seconda vita alla guida dell’Europa

In varie capitali si è diffusa l’idea che la leader tedesca potrebbe candidarsi alla presidenza della Commissione Ue per sostituire Juncker dopo le europee del maggio 2019.

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Se un’anatra zoppa è un leader che i suoi stessi alleati cercano di isolare e depotenziare, allora Angela Merkel inizia pericolosamente a rispondere alla definizione. Più delle voci, lo segnala il calendario di questo scorcio iniziale di questo che probabilmente sarà l’ultimo governo della cancelliera tedesca. L’accordo dei suoi cristiano-democratici e dei cristiano-sociali con la Spd è rimasto appeso fino al 4 marzo scorso, in attesa che si pronunciassero in un referendum i militanti socialdemocratici.

Forse però il momento più emblematico per Merkel è arrivato il giorno dopo. Il 5 marzo i ministri delle Finanze di Olanda, Finlandia, Irlanda, Estonia, Lituania, Lettonia, Danimarca e Svezia hanno pubblicato un documento che contraddice lo spirito e molti dei punti specifici del programma europeo concordato da Merkel con la Spd. Gli otto respingono l’idea un bilancio dell’area euro per investimenti nei Paesi più fragili e chiedono procedure di default sul debito per i governi in difficoltà. Merkel e la Spd avevano cercato di aprire la strada a un accordo entro giugno con Francia o Italia sul governo dell’euro, basato su un equilibrio fra disciplina e risorse finanziarie comuni. Gli otto Paesi del Nord hanno sbarrato la porta.

Può sorprendere la svolta dell’Irlanda, che deve ancora rimborsare all’Italia buona parte dei sette miliardi prestati con il salvataggio del 2010. O può colpire la doppia verità dell’Olanda e della stessa Irlanda che — stima l’economista di Berkeley Gabriel Zucman — sottraggono oltre 200 miliardi di euro di base imponibile agli altri Paesi europei agendo da paradisi fiscali per le multinazionali. Ma secondo le ricostruzioni di vari osservatori europei l’iniziativa degli otto piccoli Paesi del Nord Europa non è stata affatto improvvisata. Prima di creare un problema politico ad Angela Merkel, gli otto hanno avuto un via libera dalla Germania a dispetto della leader tedesca.

Alcuni sospettano Uwe Corsepius, l’ex segretario generale del Consiglio europeo oggi consigliere alla cancelleria di Berlino. Di certo chiunque in Germania abbia dato luce verde a quel siluro contro un compromesso di Merkel con Francia e Italia rispecchia l’aria del tempo: lo spirito di chiusura e il particolarismo guadagnano terreno ovunque. In Germania per la prima volta la cancelliera ha visto crescere alla propria destra una forza sciovinista come Alternative für Deutschland (al 15% nei sondaggi) e anche i conservatori della Cdu e della Csu ormai inseguono alcuni slogan: sui rifugiati, ma anche contro qualunque presunta «solidarietà» verso gli altri Paesi dell’area euro. E in Europa il modello nazionalista del premier ungherese Viktor Orbán esercita un fascino innegabile su larghi settori del centro-destra. Il fronte sovranista e euroscettico resta variegato — interno o alla destra del Partito popolare europeo, presente in Austria, in Baviera o in Ungheria — ma concorda su un punto: l’Italia e gli altri Paesi vulnerabili vanno lasciati soli a gestire i propri problemi, dalle emergenze migratorie alla tenuta del debito.

È in questo quadro che Merkel somiglia sempre più a un’anatra zoppa, anche perché quasi tutti pensano che non si possa ripresentare alle elezioni tedesche del 2021. Tutto però si può dire della cancelliera, meno che le manchi la tenacia. Dev’essere per questo che in varie capitali si è diffusa l’idea che proprio Merkel potrebbe candidarsi alla presidenza della Commissione Ue, per sostituire Jean-Claude Juncker dopo le europee del maggio 2019. Un anno in politica è lungo e molto può cambiare nel frattempo, ma l’operazione presenterebbe diversi vantaggi per la leader tedesca.

Prolungherebbe la sua vita politica e le permetterebbe di orchestrare la propria successione in Germania con un’altra figura moderata e pro-europea, per esempio il neo-segretario generale della Cdu Annegret Kramp-Karrenbauer. Soprattutto, la presenza di Merkel a Bruxelles può rassicurare gli elettori tedeschi e garantire il futuro dell’area euro.

L’ipotesi circola, anche se nessuna decisione è già presa. Del resto Merkel per quel posto a Bruxelles potrebbe vedersela con un’altra donna difficile da ignorare: Christine Lagarde, la francese che dirige il Fondo monetario internazionale.

Pubblicato in: Cina, Devoluzione socialismo, Sistemi Economici, Unione Europea

E questa Unione Europea sbatté il grugno contro la Silk Road. Frattura scomposta.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-20.

Bell Addormentata

«Se i socialisti capissero d’economia, non sarebbero socialisti» von Mises



«Twenty-seven of the 28 national EU ambassadors to Beijing have compiled a report that sharply criticizes China’s “Silk Road” project, denouncing it as designed to hamper free trade and put Chinese companies at an advantage.»

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«The report, seen by Handelsblatt, said the plan, unveiled in 2013, “runs counter to the EU agenda for liberalizing trade and pushes the balance of power in favor of subsidized Chinese companies.”»

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«The unusually biting contents, which only Hungary’s ambassador refused to sign, are part of the EU’s preparations for an EU-China summit in July.»

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«The new Silk Road will run through some 65 countries in six economic corridors»

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«Chinese politicians have been banging the drum for the vast project, officially called “One Belt, One Road”. They’re mobilizing around $1 trillion in what would be the biggest international development program since the US launched the Marshall Plan after World War Two.»

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«China’s ‘One Belt, One Road’ will be the new World Trade Organization – whether we like it or not»

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«We shouldn’t refuse to cooperate but we should politely yet firmly state our terms»

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«They warned that European companies could fail to clinch good contracts if China isn’t pushed into adhering to the European principles of transparency in public procurement, as well as environmental and social standards.»

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Ventisette dei 28 ambasciatori nazionali dell’UE a Pechino hanno compilato un rapporto che critica aspramente il progetto cinese della “Via della Seta“, denunciandolo come destinato a ostacolare il libero scambio e a mettere le imprese cinesi in una posizione di vantaggio.

Il rapporto dice che Silk & Road va contro l’agenda dell’UE per la liberalizzazione del commercio e spinge l’equilibrio di potere a favore delle società cinesi sovvenzionate

I cinesi stanno investendo in questo progetto circa un trilione di dollari.

Lo hanno fatto senza chiedere il parere dell’Unione Europea, stanno usando denaro proprio, e continueranno iperterriti tenendo l’Unione Europea in non cale.

Chi si fosse illuso che i cinesi investissero mille miliardi di dollari in un progetto per compiacere l’Unione Europea ed i suoi “principi” dovrebbe essere immediatamente ricoverato alla neurodeliri.

Chi poi avesse avuto la allucinazione che i cinesi  si sentissero in obbligo di condividere quelli che l’Unione Europea denomina “propri valori” dovrebbe essere avviato alla eutanasia: troppo pericoloso a sé ed agli altri.

Il problema è semplice, semplicissimo.

I cinesi stanno proseguendo il loro programma ignorando persino la esistenza dell’Unione Europea.

«whether we like it or not»

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«German government papers seen by Handelsblatt indicate that China isn’t interested in transparency when it comes to procurement. Last May, when former Economics Minister Brigitte Zypries traveled to Beijing for the grand launch of the Silk Road initiative, she and other EU officials were meant to sign a joint declaration with the Chinese government. It didn’t happen. …. The Chinese refused to incorporate any amendments»

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Nota.

L’Ungheria di Mr Orban si è rifiutata di firmare questo documento demenziale.

Speriamo che in un futuro non molto lontano i cinesi ammettano gli europei alla raccolta stagionale dei loro pomodori. Questa volta si prova vergogna ad essere europei.


Deutsche Welle. 2018-04-18. Report: EU countries to be straitjacketed by China’s New Silk Road

European firms could miss out on China’s $900 billion infrastructure initiative, warns a leaked report by EU diplomats. It said the New Silk Road trade corridor has the potential to disadvantage and even divide the bloc.

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China’s plans to create three huge trade corridors between Asia and Europe will likely hurt the European Union’s trade interests, EU ambassadors have warned.

In a report leaked to German business daily Handelsblatt,  the diplomats cautioned that the $900 billion (€727 billion) mega infrastructure project “runs counter to the EU agenda for liberalizing trade, and pushes the balance of power in favor of subsidized Chinese companies.”

Handelsblatt on Monday said the report contained “unusually biting content,” as diplomats detailed their frustration at the lack of opportunities for European firms from the New Silk Road initiative, named after China’s ancient trade route.

Report excludes Hungary

The paper was signed by the Beijing ambassadors of 27 of the 28 EU member states — with Hungary being the only exception.

New Silk Road — which is also known as the Belt and Road Initiative (BRI) — will enable China to oversee the construction of new roads, ports and pipelines that will run through 65 countries. The initiative is widely seen as helping to cement Beijing’s position as a new global superpower.

China has promised the project will benefit all countries along its route, thanks to the greater connectivity it will allow. But its main trading partners are growing increasingly suspicious over Beijing’s strategic objectives, amid concerns that Chinese state-owned firms are set to reap most of the benefits.

“(At present) ​European companies have to compete against their Chinese counterparts, who enjoy almost unlimited credit from Chinese state banks,” Thomas Eder, a research associate at the Mercator Institute for China Studies in Berlin, told DW.

He said, even before plans for the New Silk Road have been finalized, the EU has already witnessed a decline in its share of trade with several developing countries because of large-scale Chinese investment in Asia and Africa.

Backing up the leaked report’s findings, Eder predicted that unless there is a major push for China to boost transparency in the procurement process, European access to the BRI would be “only marginal.”

He said Beijing has never hidden its ambition for the New Silk Road initiative to expand the presence and profits of Chinese firms abroad, who are encouraged to buy Chinese components and raw materials where possible.

Market access restricted

EU leaders and business executives have longstanding complaints about China’s unwillingness to fully open its markets to foreign players. Despite Chinese assurances that reforms will be forthcoming, foreign firms insist they remain at a huge disadvantage when doing business in China or bidding for Chinese funded projects.

Reaffirming the EU’s frustration, the leaked ambassadors’ report urged EU states to remain united as they pressure Beijing to open up the bidding for key infrastructure projects.

“We shouldn’t refuse to cooperate but we should politely yet firmly state our terms,” Handelsblatt cited one high-ranking EU diplomat as saying.

Damien Tobin, a lecturer in Chinese Business and Manager at London’s School of Oriental and African Studies (SOAS) believes the EU — which sits at the opposite end of the three trade corridors that make up the New Silk Road — will still benefit hugely from its completion.

He said many of the bloc’s biggest companies are also well represented in countries along the trade route, and that Beijing has always been “clear on the areas where it sees benefits from the participation of foreign firms.”

‘Opportunities exist’

“Chinese companies have developed capabilities in areas such as infrastructure construction, but EU companies retain significant advantages in downstream technologies and financing,” Tobin told DW.

Reacting to the leaked report, the European Union Chamber of Commerce in China said in a statement it was vital that trade and investment flow equally in both directions, and again called on Beijing to unlock its markets to foreign players.

“The success of the Belt and Road Initiative will largely be predicated on open markets, balanced trade, transparency and reciprocity,” it wrote in an email to DW.

“The European Chamber expects to see transparent public procurement processes put in place that will allow European and Chinese companies, and especially private companies, to compete on an even playing field with projects going to the strongest bidders.”

“Not doing so would likely result in funds being wasted and projects fail,” the statement said.

European unity at risk

Another concern raised in the ambassadors’ report was the potential of the New Silk Road initiative to sow division among the EU’s 28 member states, many of whom are desperate to attract new Chinese investment to upgrade their crumbling infrastructure.

“China has already succeeded on several occasions in undermining EU cohesion,” warned the Mercator Institute’s Eder.

He said Hungary’s refusal to sign the report was indicative of the benefits it is likely to receive from China’s investment in Eastern Europe, which will see railways, motorways and power plants upgraded.

He also cited Hungary and Greece’s refusal to sign EU statements critical of China’s human rights record, and following the tribunal ruling on the South China Sea dispute.

China is already facing criticism for saddling partner countries in the New Silk Road project with too much debt. Sri Lanka, for example, was forced to offer a 99-year lease on the strategically located and bustling Hambantota Port to pay down debt.

But SOAS’ Tobin believes it is not in China’s long-term interests or those of its large state-owned enterprises to see the EU’s fragile consensus torn apart.

“It is not clear that such (Chinese) investments would benefit from the uncertainty brought about by different rules on investment across different (EU) member states,” he said.

Clarity needed

Instead of taking aim solely on Beijing, member states would profit from a more unified position on Chinese inward investment, Tobin suggested.

“(It) would prevent large quantities of perhaps inefficient and speculative investments concentrating in particular regions.”

The EU’s External Action Service, which is in charge of foreign affairs for the bloc, refused to comment on the leaked report.

But in an email to DW, it reiterated the European Council’s support for the infrastructure initiative “on the basis of China fulfilling its declared aim of making it an open platform which adheres to market rules, EU and international requirements and standards, and complements EU policies and projects, in order to deliver benefits for all parties concerned and in all the countries along the planned routes.”


Handelsblatt. 2018-04-18. EU ambassadors band together against Silk Road

EU ambassadors to Beijing warn that China’s Silk Road project flouts international transparency norms and is aimed at furthering Chinese interests. The paper reflects Beijing’s strategy to divide the bloc.

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Twenty-seven of the 28 national EU ambassadors to Beijing have compiled a report that sharply criticizes China’s “Silk Road” project, denouncing it as designed to hamper free trade and put Chinese companies at an advantage.

The report, seen by Handelsblatt, said the plan, unveiled in 2013, “runs counter to the EU agenda for liberalizing trade and pushes the balance of power in favor of subsidized Chinese companies.”

The unusually biting contents, which only Hungary’s ambassador refused to sign, are part of the EU’s preparations for an EU-China summit in July. The EU Commission is working on a strategy paper to forge a common EU stance on China’s prestige project to build roads, ports and gas pipelines to connect China by land and sea to Southeast Asia, Pakistan and Central Asia, and beyond to the Middle East, Europe and Africa. The new Silk Road will run through some 65 countries in six economic corridors.

“We shouldn’t refuse to cooperate but we should politely yet firmly state our terms,” said one high-ranking EU diplomat, adding that Chinese firms must not receive preferential treatment in the awarding of public contracts.

One German economics ministry official said the Silk Road initiative “must take account of the interests of all participants” and was still a long way off.

Chinese politicians have been banging the drum for the vast project, officially called “One Belt, One Road”. They’re mobilizing around $1 trillion in what would be the biggest international development program since the US launched the Marshall Plan after World War Two.

“China’s ‘One Belt, One Road’ will be the new World Trade Organization – whether we like it or not,” CEO of German industrial giant Siemens, Joe Kaeser, told the World Economic Forum in January.

In their report, the ambassadors wrote that China wanted to shape globalization to suit its own interests. “At the same time the initiative is pursuing domestic political goals like the reduction of surplus capacity, the creation of new export markets and safeguarding access to raw materials,” it read.

They warned that European companies could fail to clinch good contracts if China isn’t pushed into adhering to the European principles of transparency in public procurement, as well as environmental and social standards.

EU officials said China was trying to divide Europe to strengthen its hand in relations with individual member states. Countries such as Hungary and Greece, which both rely on Chinese investment, have in the past shown they’re susceptible to pressure from China.

Whenever European politicians travel to China nowadays they’re put under pressure by their hosts to sign agreements for the joint expansion of the Silk Road. “This bilateral structure leads to an unequal distribution of power which China exploits,” their report said.

The Silk Road isn’t the only issue between the EU and China right now. Like US President Donald Trump, the EU is also fed up with the obstacles China has put up for foreign investors, including the forced transfer of know-how to Chinese partners.

But the bloc isn’t resorting to one-sided tariffs to push China to open its markets. Instead, it’s working in an investment agreement with China. Progress has been painfully slow, but the EU hopes the looming global trade war may speed up the talks. Negotiators from the two sides plan to meet this week.

One EU diplomat said China was very good at exploiting grey areas in WTO law on the protection of intellectual property, for example, and didn’t shy away from breaking rules. “When we point that out to our Chinese negotiating partners they always show a lot of understanding but in reality hardly anything changes,” the diplomat said.

In a speech last week, President Xi Jinping said the Silk Road project “isn’t a Chinese conspiracy as some people abroad claim.” China, he insisted, has no intention of playing “self-serving geopolitical games.”

However, China has yet to provide exact information on which foreign firms have so far directly benefited from the Chinese development program. The $40 billion Silk Road Fund was set up in 2014 to invest in countries along the road but it’s unclear who is eligible for investment, and on what terms.

A German study released in February by the government’s GTAI foreign trade and investment marketing agency and the Association of German Chambers of Commerce and Industry concluded that the Silk Road project was often focused on politically unstable countries with uncertain legal frameworks. GTAI’s managing director said that around 80 percent of projects funded by Chinese state banks had gone to Chinese companies in the past.

German government papers seen by Handelsblatt indicate that China isn’t interested in transparency when it comes to procurement. Last May, when former Economics Minister Brigitte Zypries traveled to Beijing for the grand launch of the Silk Road initiative, she and other EU officials were meant to sign a joint declaration with the Chinese government. It didn’t happen.

The Europeans wanted to change much of the agreement’s wording, saying it should guarantee “equal opportunities for all investors in transport infrastructure” as well as international standards of transparency.

The Chinese refused to incorporate any amendments.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Ungheria, Mr Orban e la reazione dei liberal. Come farsi ridere dietro.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-19.2018-04-15__Orban__001

Questa è la fotografia della manifestazione pubblicata dal giornale Abcug

CEU and Kárpátia can stand side by side if the goal is to get rid of Orbán


2018-04-15__Orban_002

E questa è la fotografia riportata dalla Bbc:

Hungary: Thousands march in anti-Orban demo in Budapest

*

Per una testata la manifestazione si è svolta di notte e per l’altra di giorno. E, sembrerebbe, anche in due porzioni di piazza differenti.

Guardatevi le fotografie e traetene la conclusione. La contraddizione è evidente.



L’otto aprile 2018 la società civile ungherese è andata a votare per le elezioni politiche ed ha eletto per il Fidesz di Mr Orban 134 / 199 deputati: gli ha conferito la maggioranza qualificata in seno al parlamento. Il Jobbik ha preso 25 / 199 deputati e gli altri partiti si sono spartiti le frattaglie.

L’Mszp aveva ottenuto 635,283 voti. Ricordiamo come Il Partito Socialista Ungherese sia una formazione politica social democratica. Il partito è membro dell’Internazionale Socialista e del Partito del Socialismo Europeo.

*

I liberal ed i socialisti di tutta Europa sono rimasti basiti: il popolo sovrano, gli Elettori, non hanno concesso loro nemmeno un modestissimo dieci per cento. La società civile li ha molto civilmente messi all’uscio nel momento in cui non li ha votati più a lungo. E ciò che li rode è il fatto che gli ungheresi abbiano votato Mr Orban.

«Mr Orban is a strong Eurosceptic who campaigned on an anti-immigration platform»

E questo sarebbe forse ancora il meno.

Orban metterà fuori legge le ngo (ong) di Mr Soros. – Spiegel.

*

Apriti Cielo!! Pardon!! Per i liberal il Cielo non esiste, quindi non potrebbe aprirsi.

Dapprima ammettono a denti stretti

«the governing Fidesz party won two-thirds of the parliamentary seats with half of the national vote.»

Vero. Ma questo è solo effetto della legge elettorale, simile per la sua componente di voto per collegio a quella del democratico Regno Unito e della democratica Italia ove, non dimentichiamocelo, la legge elettorale fu varata proprio dal partito democratico. Ma la legge elettorale è buona e santa solo se fa vincere i liberal: in caso contrario deve essere cambiata a spron battuto.

* * *

A detta della Bbc ci sarebbero stati in piazza oltre 100,000 persone

«Tens of thousands of people have demonstrated in Budapest against the re-elected right-wing government of Hungarian Prime Minister Viktor Orban»

Cerchiamo di ragionare.

Se l’Mszp ha raccolto in tutta la Ungheria 635,283 come avrebbe potuto portare in piazza a Budapest oltre 100,000 persone?

In realtà questo intervento della Bbc è la parafrasi di questo articolo:

CEU and Kárpátia can stand side by side if the goal is to get rid of Orbán

comparso sul giornale Abcug, finanziato dal quel grande amico dell’Ungheria che è Mr Soros.

Articolo peraltro ripreso pari pari, ne è la traduzione quasi letterale, dal The Budapest Bacon:

Tens of thousands of protestors demand new elections, opposition solidarity

che guarda caso, chi mai lo avrebbe potuto immaginare, fa anche esso capo al network delle ngo di quel santo uomo.

E cosa vorrebbero mai costoro (meno di 10,000 per la polizia)?

«The organisers of the anti-Orban protests have demanded a recount of all ballots, a new election law, a non-partisan public media, and better organised co-operation among parties opposed to the Fidesz government»

Piccini!

Sono reduci da una débâcle elettorale di immani proporzioni e vorrebbero anche nuove elezioni?

I liberal non sono riusciti a far eleggere un deputato e vorrebbero farci credere che contano qualcosa, che rappresentano qualcosa?

«We want to live in a state of law, where checks and balances are present, we want to live in a real democracy»

Benissimo. Più che bene.

Vogliono vivere in una vera democrazia?

Allora che queste insignificante opposizioni si adattino a fare la minoranza: che rientrino nei ranghi.

Non si facciano ridere dietro.


Bbc. 2018-04-15. Hungary: Thousands march in anti-Orban demo in Budapest

Tens of thousands of people have demonstrated in Budapest against the re-elected right-wing government of Hungarian Prime Minister Viktor Orban.

Opponents of Mr Orban flooded the capital on Saturday to protest at what they say is an unfair electoral system.

A similar number of people attended a pro-Orban demonstration last month.

The protests come just six days after the governing Fidesz party won two-thirds of the parliamentary seats with half of the national vote.

Mr Orban is a strong Eurosceptic who campaigned on an anti-immigration platform.

Hungary’s Eurosceptic PM wins third term

The man who thinks Europe has been invaded

The march was organised through a Facebook group called “We are the majority”. Following the large turn-out for Saturday’s rally, the organisers have called for a further demonstration next weekend.

BBC correspondent Nick Thorpe reported from Budapest that around 100,000 people attended Saturday’s protests. Many were brandishing Hungarian and European Union flags.

A large number of police were deployed in the capital, including riot officers, however the demonstration remained peaceful.

Speakers who participated in the event denounced what they called Mr Orban’s theft of the election, and the corruption and abuse of power they say characterises his rule.

Asked about the prospect of forthcoming demonstrations, Mr Orban simply replied: “We won, that’s it.”

The organisers of the anti-Orban protests have demanded a recount of all ballots, a new election law, a non-partisan public media, and better organised co-operation among parties opposed to the Fidesz government.

Hungary country profile

Nationalism in heart of Europe needles EU

Many of those who marched the streets to the Hungarian parliament on Saturday were young people.

“We want to live in a state of law, where checks and balances are present, we want to live in a real democracy,” protest organiser Viktor Gyetvai, 20, told AFP news agency.

“This is our last chance to do something for this country,” he added.

Many parties and movements opposed to Mr Orban’s government, including the right-wing nationalist Jobbik, participated in the demonstration.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Fisco e Tasse, Stati Uniti, Trump

Trump ha ragione. Amazon. Questa volta lo dicono anche i liberal democratici.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-18.

Gabellieri__001__

Se è molto difficile trovare qualcuno che di questi tempi osi dire che Mr Trump abbia ragione, ancor più difficile sarebbe che non fosse linciato lì, su due piedi. Lapidato come converrebbe agli eretici.

A dirlo però oggi è il The International Business Times, per gran tempo tempio sacro dei liberal democratici americani.

*

«There are plenty of reasons to be concerned about President Trump’s tirades against Amazon»

*

«Trump’s attacks on Amazon are also tied to The Washington Post, which Amazon CEO Jeff Bezos separately owns, and therefore seen as an attempt to influence the Post’s coverage»

*

«However, on at least one account, Trump is correct»

*

«Amazon was the second-most valuable company in the country, worth nearly $800 and behind only Apple»

*

«However, the company paid no U.S. income taxes on a $5.6 billion in domestic profits last year thanks to a $789 million windfall from the new tax law»

*

«During the five previous years, Amazon had an effective tax rate of just 11.4%, said the ITEP, compared to its traditional retail peers, who generally paid between 35% and 40%.»

*

«its ability to avoid taxes is one of the biggest and most often overlooked»

*

«That strategy gave Amazon an unfair advantage and deprived states and municipalities of revenue they would have normally collected.»

*

«The National Bureau of Economic Research estimated that Amazon’s sales fell by nearly 10% when that tax advantage disappeared»

*

«Companies often pit states against each other in order to get the best tax incentive package available, but Amazon took this tax avoidance strategy to a new level with its search for a second headquarters. The company solicited bids from cities and regions interested in hosting its second headquarters, promising $5 billion in investment and 50,000 new jobs over the next decade. Amazon received over 200 bids with offers as lucrative as $7 billion in tax incentives from Newark, and Chicago offered to let Amazon keep over $1 billion in income taxes that would normally go to the state»

*

«Between 2008 and September 2017, for example, Walmart paid $64 billion in income tax, compared to just $1.4 billion for Amazon, even though Amazon has been the more valuable company for several years now»

* * * * * * * *

In pratica, Amazon ha messo in pratica in modo magistrale la elusione delle tasse.

Treccani ci fornisce il significato del termine.

«l’aggiramento di una norma tributaria, volto a ridurre o a eliminare l’onere fiscale in essa sancito, mediante elaborate operazioni contrattuali o negoziali predisposte nel rispetto della legge (in ciò la differenza con l’evasione, che costituisce invece un illecito)».

In questo caso sono qauttro i fattori di principale interesse.

In primo luogo, Amazon è una impresa che lavora a livello mondiale, e che quindi può ripartire oneri ed utili su tale scala, usufruendo dei differenti regimi fiscali vigenti nei singoli stati.

Né si pensi ad una particolare malizia di Amazon. Città come Newark e Chicago hanno fatto carte false pur di ottenere che Amazon investisse sul loro territorio, generando così posti di lavoro.

In secondo luogo, negli stati occidentali la legislazioni fiscale è diventata così complessa e farraginosa da permettere tutto ed il contrario di tutto. L’ingordigia bramosa degli stati e degli enti pubblici in generale è proverbiale. Alla fine dell’Ancien Régime, subito prima della rivoluzione, in Francia erano in essere oltre 120,000 leggi nazionali e locali, regolamenti e trattati in materia fiscale: in parole povere, lo stato non era più in grado di stilare una legge che non fosse aggirabile con enorme facilità. In tempi più recenti basterebbe pensare all’Irlanda ed al Lussemburgo di Mr Juncker, disposti a tutto pur di attirare la sede legale o quella operativa di una multinazionale che però generasse localmente occupazione.

In terzo luogo, manca, ma perché nei fatti nessuno la vorrebbe, una legislazione mondiale che enuclei i così detti paradisi fiscali.

In quarto luogo, per tanto che gli agenti del fisco siano onesti, capaci e preparati non potranno mai competere come gli agguerriti studi commerciali a copertura mondiale. Quando ad un tavolo di trattative vi siano da una parte tre o quattro funzionari pubblici pagati che vada bene 3,000 dollari al mese e dall’altra vi siano cinque commercialisti da tre milioni al mese il risultato è scontato.

* * * * * * * *

La denuncia fatta da Mr Trump è quindi corretta, ma i provvedimenti pratici potrebbero essere anche molto dolorosi.

*

Quanto accaduto apre però un problema di improba soluzione, ma che se lasciato a sobbollire potrebbe anche risolversi solo secondo le leggi del mercato, cosa forse non troppo auspicabile.

È il problema se e quanto debbano essere sottoposte a tassazione le attività produttive.

Infatti, ogni qualsivoglia attività produttiva genera posti di lavoro, eroga stipendi ai dipendenti e genera inoltre un indotto di importanza più o meno grande. Da questo punto di vista il tassare le entrate societarie diventa per la Collettività un income marginale.

Non solo. Se la pressione fiscale non fosse esosa, alla fine eludere il fisco non sarebbe nemmeno più conveniente. Lo diventa quando le tassa superano valori di soglia da esasperare il contribuente: anche i processi elusivi hanno i loro costi.


International Business Times. 2018-04-08. Trump Is Right. Amazon Is A Master Of Tax Avoidance

There are plenty of reasons to be concerned about President Trump’s tirades against Amazon (NASDAQ:AMZN). For starters, it’s unseemly for a president to be attacking an American company, especially when he appears to be seeking to damage the company and its stock price. Trump’s attacks on Amazon are also tied to The Washington Post, which Amazon CEO Jeff Bezos separately owns, and therefore seen as an attempt to influence the Post’s coverage. And many of Trump’s claims about Amazon are not accurate or are grossly exaggerated — for instance, that the e-commerce giant is cheating the United States Post Office.

However, on at least one account, Trump is correct. Throughout its history, the e-commerce giant has been a master of tax avoidance, leveraging laws that don’t properly account for internet sales and playing states and municipalities against one another for tax breaks. 

Until the stock’s recent dive, Amazon was the second-most valuable company in the country, worth nearly $800 and behind only Apple. However, the company paid no U.S. income taxes on a $5.6 billion in domestic profits last year thanks to a $789 million windfall from the new tax law, according to the Institute on Taxation and Economic Policy. 

During the five previous years, Amazon had an effective tax rate of just 11.4%, said the ITEP, compared to its traditional retail peers, who generally paid between 35% and 40%. While there are a number of reasons Amazon is one of the most powerful companies in the world, its ability to avoid taxes is one of the biggest and most often overlooked. 

The sales tax game

Laws are often slow to evolve to respond to technological advances. Municipalities continue to struggle with “sharing economy” companies like Airbnb and Uber, and cryptocurrencies have similarly been a challenge for regulators.

In its rise to retail dominance, Amazon also exploited this regulatory delay. In the pre-internet era, sales taxes, which are imposed by states and municipalities, were only assessed if a retailer had a physical presence inside that domain. For most of its history, Amazon avoided charging sales tax on most of its customers by shipping goods from the few low-population states where it had warehouses. That strategy gave Amazon an unfair advantage and deprived states and municipalities of revenue they would have normally collected. The National Bureau of Economic Research estimated that Amazon’s sales fell by nearly 10% when that tax advantage disappeared. 

When that strategy no longer became tenable, and as Amazon wanted to add more warehouses in more states to support its growing Prime two-day delivery program, the company often negotiated to get the taxes delayed, deferred, or reduced as a condition of collecting them. Even today, Amazon’s third-party sellers, a significant portion of its business, often don’t collect sales taxes, and Amazon itself doesn’t always collect local sales taxes.

The HQ2 bonanza

Companies often pit states against each other in order to get the best tax incentive package available, but Amazon took this tax avoidance strategy to a new level with its search for a second headquarters. The company solicited bids from cities and regions interested in hosting its second headquarters, promising $5 billion in investment and 50,000 new jobs over the next decade. Amazon received over 200 bids with offers as lucrative as $7 billion in tax incentives from Newark, and Chicago offered to let Amazon keep over $1 billion in income taxes that would normally go to the state. Again, this method is not unique. Foxconn just squeezed billions of dollars in incentives out of Wisconsin for locating a new plant there, but Amazon’s size gives it undue sway in easing its tax burdens and tilting the playing field. Its strategy with the Post Office has been similar, as it’s scored perks like Sunday delivery and lower rates that would not be available to a smaller company.

The long-term strategy

Throughout its history, Amazon has consistently reported minimal profits, meaning it has paid very little in taxes since taxes are assessed based on profits. While that strategy is generally seen as sacrificing profits for market share and long-term competitive advantages, it’s also a way of avoiding taxes, especially compared to its rivals, who pay some of the highest tax rates in business. Between 2008 and September 2017, for example, Walmart (NYSE:WMT) paid $64 billion in income tax, compared to just $1.4 billion for Amazon, even though Amazon has been the more valuable company for several years now.  

Avoiding taxes is standard practice for businesses, but few companies have benefited from exploiting the system more than Amazon, and those strategies have given the e-commerce leader a decided advantage over its heavily taxed retail rivals. 

There’s no question that Amazon has weighed on the profit growth of its retail peers. By avoiding its own taxes and lowering industry profits, the company is reducing the broader retail corporate tax base. It’s not surprising that such an issue would attract government attention.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Merkel. La stanno soffriggendo a fuoco lento e basso in Brandenburg.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-18.

 Germania. Brandenburg. 001

Il Brandenburg è un Land dell’est poco popolato, circa due milioni e mezzo di abitanti. È uno dei Länder tedeschi più poveri e trascurati dal Governo federale. Il suo pil procapite valeva 24,200 euro.

2018-04-17__Brandeburg__001

Nelle elezioni del 24 settembre scorso la Cdu ha preso il 26.7%, l’Spd il 17.2% ed AfD il 20.2%.

Si dovrebbe far notare come i sondaggi a ridosso delle elezioni avessero fornito risultati molto differenti: CDU 25%, Spd 28%, AfD 15%.

Le più recenti prospezioni elettorali della Civey indicherebbero la Spd in discesa dal 31.9% del 2014 all’attuale 21.8%, la Cdu dal 23% al 22.1% ed AfD in salita dal 12.2% all’attuale 18.8%.

Nessuno si stupirebbe che queste proiezioni sovrastimassero Cdu ed Spd e sottostimassero AfD.

*

Tuttavia il problema reale sembrerebbe non essere questo.

Se tutti sono concordi nel constatare come il Brandenburg conti nella Federazione per il solo 3.05% della popolazione, tutti sono peraltro concordi nel constatare sia l’importanza politica di questo Land sia il fatto che anche esso manda i suoi senatori al Bundesrat. Alla conquista del governo di un Land corrisponde una nuova presenza nel Burdesrat.

Spesso il destino delle guerre si decide in una battaglia anche molto lontana dalla capitale: si pensi solo a Midway oppure a Kursk. Per Frau Merkel le battaglie saranno l’Assia, la Baviera e poi il Brandenburg, sempre che non sia già stata rimossa dalla carica che occupa.

*

«Ingo Senftleben (10. August 1974 in Großenhain) ist ein deutscher Politiker (CDU) und seit dem 18. November 2014 als CDU-Fraktionsvorsitzender Oppositionsführer im Landtag von Brandenburg. Am 25. April 2015 wurde er zudem zum Landesvorsitzenden der CDU Brandenburg gewählt. ….

Von 2004 bis 2009 war er Vorsitzender des Ausschusses für Bildung, Jugend und Sport und bildungspolitischer Sprecher der CDU-Landtagsfraktion im Landtag Brandenburg. Von 2009 bis 2014 war er Parlamentarischer Geschäftsführer der CDU-Fraktion Brandenburg und Sprecher der CDU-Fraktion für den ländlichen Raum und Demographie. Seit 2009 ist er Mitglied im Präsidium und Hauptausschuss des Landtages Brandenburg. Im November 2014 übernahm er den Fraktionsvorsitz in der CDU-Landtagsfraktion.

Mitglied im Braunkohleausschuss des Landes Brandenburg ist Senftleben seit Oktober 2014, im rbb-Rundfunkrat sitzt er seit Februar 2015.» [Fonte]

Herr Ingo Senftleben dal 18 novembre 2014 è a capo del gruppo parlamentare della CDU nel parlamento di stato del Brandeburgo. Il 25 aprile 2015 è stato anche eletto presidente di stato della CDU

Dal 2009 al 2014 è stato direttore parlamentare della fazione CDU in Brandeburgo ed è portavoce della fazione CDU per le aree rurali e la demografia.

Dall’ ottobre 2014 Senftleben è membro del comitato per la lignite del Land Brandeburgo e dal febbraio 2015 è membro del Consiglio radiotelevisivo Rbb.

Herr Ingo Senftleben è dunque un personaggio politico di rilievo nella Cdu tedesca ed in quella del Brandenburg in modo particolare.

Volente o nolente la Bundeskanzlerin Frau Merkel non può fare a meno di sentire i pareri espressi da Herr Ingo Senftleben.

*

Adesso che la situazione generale è stata delineata possiamo meglio comprendere cosa stia succedendo.

Da quando in Germania sono comparse sulla scena politica Pegida a Dresden ed Alternative für Deutschland nella Federazione, i partiti tradizionali, Union, Cdu, Csu ed Spd hanno cercato di ghettizzarle in una sorta di novello arco costituzionale, rifiutandosi di aver rapporto alcuno con esse. Ma gli equilibri sono stati rotti.

AfD ha però ottenuto il 24 settembre uno straordinario risultato elettorale, entrando al Bundestag con oltre 90 deputati, con i quali bene o male i partiti tradizionali devono fare i conti. Non è tanto AfD che ha vinto, quanto piuttosto Cdu, Csu ed Spd che hanno perso il consenso elettorale.

Nei Länder dell’ex est AfD è proiettata al momento al 25%. Non è detto che possa mantenere queste percentuali, ma non è nemmeno escluso che possa migliorarle.

Il quadro che inizia a delinearsi in Brandenburg, così come in altri Länder, è l’impossibilità di formare un governo, causa i veti incrociati.

In Brandenburg sarebbe impossibile una Große Koalition, essendo Cdu al 22.1% ed Spd al 21.8%. Un governo Spd, Linke e Grüne sarebbe altrettanto impossibile sia numericamente sia per incompatibilità personali.

Lo stallo politico è evidente.

Ecco quindi che Herr Ingo Senftleben avanza nuove proposte, che per Frau Merkel sono sia un insulto personale sia una eresia degna della Siberia di un volta.

«Ingo Senftleben, leader of Mrs Merkel’s Christian Democrats (CDU) in the state of Brandenburg, said he would hold negotiations with the AfD after regional elections next year»

*

«Germany’s mainstream parties have all refused to enter talks or share power with the AfD, which they consider far-Right»

*

«If we have the opportunity after the state election, I will open talks with all parties. …. I do not rule out discussions with the AfD»

*

Questo è il commento di Frau Merkel

«We are sticking to a clear demarcation both on the right and to the left, which I made clear in a to the Brandenburg CDU leader»

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Questo è quanto.

Ma la poltrona della Bundeskanzlerin Frau Merkel sta vistosamente scricchiolando

Merkel. Discorso programmatico di Governo

Trump. Macron e Merkel convocati a rapporto a fine aprile.

Merkel. Dieselgate. Di masochismo si può anche morire.

Merkel. Adesso anche la dirigenza Cdu vuole una svolta a destra.

Merkel e Governo a Schloss Meseberg. – Il parere cinese.

Germania. ‘Conservative Manifesto’ vuole defenestrare Frau Merkel.

Merkel critics draft alternative “conservative manifesto”: report

Grosse Koalition. Herr Seehofer spara su Frau Merkel.

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Germania. Baviera 2018. La débâcle si sta avvicinando.

Germania. Elezioni di ottobre in Assia. Prospezioni.

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Siamo pratici.

Che Herr Ingo Senftleben l’anno prossimo sia ancora alla guida di ciò che resta nel suo Land della Cdu se ne hanno ragionevoli sicurezze, ma che la Cdu sia ancora a guida di Frau Merkel potrebbero esserci fortissimi dubbi.


Express. 2018-04-16. Merkel crisis: Chancellor’s ally considers coalition with nationalist AfD party

ANGELA Merkel has been plunged into fresh crisis tonight as a senior member of her party opens the door for talks with election rivals and nationalist party Alternative for Germany party (AfD) after saying he is ready to go into coalition with them.

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Ingo Senftleben, leader of Mrs Merkel’s Christian Democrats (CDU) in the state of Brandenburg, said he would hold negotiations with the AfD after regional elections next year.

The AfD finished third in last year’s general election and became the first nationalist party to sit in the German parliament since the 1960s.

It also hold seats in all but two of the country’s 16 regional parliaments but Germany’s mainstream parties have all refused to enter talks or share power with the AfD, which they consider far-Right.

But Mr Senftleben has now declared he is prepared to consider a deal with the party if it enabled him to win power.

He said: “If we have the opportunity after the state election, I will open talks with all parties.

“I do not rule out discussions with the AfD.”

But he said there would be no deal with the AfD under Brandenburg leader Andreas Kalbitz, who he said had “links to the far-Right”.

Germany’s federal system gives regional governments considerable power and for the AfD to win a share of power would be seen as a major coup for the party and huge blow to the Merkel administration.

Mr Senftleben was immediately slapped down by party chairman Annegret Kramp-Karrenbauer, who is widely seen as Mrs Merkel’s chosen successor.

She said: “We are sticking to a clear demarcation both on the right and to the left, which I made clear in a to the Brandenburg CDU leader.”

The CDU is in opposition in Brandenburg and Mr Senftleben is clearly trying to find the best position from which to win power.

The AfD reacted coolly to the CDU’s advances.

A spokesman said: “The AfD alone decides about its personnel.”

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Croazia. Inizia a montare il sentimento anti – europeo.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-17.

Croazia 001

«La Croazia, ufficialmente Repubblica di Croazia (Republika Hrvatska, in croato), è uno Stato dell’Unione europea con una popolazione di 4.154.200 abitanti (2017), la sua capitale è Zagabria (Zagreb, 792.875 abitanti, ultimo censimento nel 2011). ….

La Croazia è una repubblica parlamentare e la lingua ufficiale è il croato. La Regione Istriana, comprendente la maggior parte dell’Istria, adotta ufficialmente il bilinguismo (croato e italiano), ma la sua attuazione varia a livello comunale. ….

La Croazia ha aderito alla NATO il 1º aprile 2009 e dal 1º luglio 2013 è il ventottesimo Stato membro dell’Unione europea. ….

La Croazia ha per valuta la Kuna croata» [Fonte]

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La Croazia ha un pil procapite di 12,095 Usd, cui corrispondono 22,795 Usd come pil ppa pro capite.

«Le ultime elezioni parlamentari si sono tenute l’11 settembre 2016. Le elezioni anticipate sono state precedute dalla sfiducia nei confronti del Governo Orešković il 16 giugno 2016 e dallo scioglimento del Parlamento.

La IX Legislatura del Parlamento croato ha avuto inizio venerdì 14 ottobre 2016. La maggioranza parlamentare è stata composta dalla coalizione tra Unione Democratica Croata (HDZ) e Ponte delle Liste Indipendenti (Most) dal 14 ottobre 2016 al 27 aprile 2017. Božo Petrov (Most) viene eletto Presidente del Parlamento. Il 4 maggio 2017 Petrov ha rassegnato le dimissioni dopo che la coalizione HDZ – Most è stata terminata, il 5 maggio il Parlamento ha accettato le dimissioni e Petrov è destituito dalla carica. Lo stesso giorno Gordan Jandroković, segretario dell’HDZ è eletto Presidente del Parlamento croato (dal 14 ottobre 2016 è stato uno dei cinque vicepresidenti). ….

L’attuale governo è guidato da Andrej Plenković, presidente dell’HDZ. Il Governo Plenković è in carica dal 19 ottobre 2016 (ha ottenuto la fiducia al Parlamento la sera del 19 ottobre 2016 con 91 voti favorevoli, 45 contrari e 3 astenuti; 139 presenti da 151 deputati eletti).» [Fonte]

*

L’Hdz ha 57 / 151 deputati e 4 / 11 parlamentari europei. Tendenzialmente, semrberebbe essere un partito conservatore sociale o sfondo cristiano democratico.

Un problema al momento sul tavolino è l’attuale legge sull’aborto.

Croazia: la legge sull’aborto non viola la Costituzione

«La Corte Costituzionale croata ha statuito che una legge che consente l’aborto, risalente al periodo jugoslavo, non viola la Costituzione. Gli alti giudici hanno comunque detto che il Parlamento dovrà approvare una nuova legge entro due anni.

I gruppi cattolici pro-vita ne chiedevano l’abrogazione.

La legislazione vigente risale al 1978 e consente l’aborto fino alla decima settimana di gravidanza.

Questa la motivazione della sentenza: “Non spetta alla Corte costituzionale dire quando inizia la vita umana”.

I medici sono autorizzati a rifiutare di aiutare a realizzare aborti in Croazia, dove circa l’85% degli abitanti si dichiara cattolico.»

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Il quadro politico attuale è complesso.

Se è vero che nel 1991 il pil ppa procapite era 3,915 Usd contro gli attuali 22,795 Usd, sarebbe altrettanto vero ricordare come abbia regredito durante la crisi del 2009.

Al febbraio 2018 il tasso di disoccupazione era il 9.8%, con il 24.5% di disoccupati sotto i 25 anni.

L’11 settembre 2017 l’Hdz aveva conseguito il 36.3% dei voti, contro gli attuali 26.8%; l’Sdp è invece scesa dai passati 33.8% agli attuali 21.1%.

*

Per essere un paese europeo nei vincoli dell’unione Europea, la Croazia sta andando bene, ma sempre più numerose le persone che si stanno domandando come potrebbe andare senza l’Unione Europea.

«since the referendum campaign in 2013, Croatia has developed an unusual sentiment, “almost an anti-European reflex.”»

Croazia. Immigrazione zero. Azioni illegali delle ngo. 

Croazia. Voto in bilico nel Consiglio di Europa.

Nota.

Non siamo fini patologi, ma inizieremmo ad avere il sospetto che la sindrome di Orban possa essere contagiosa.


Total Croatia News. 2018-04-10. Sentiment Toward EU in Croatia worsens.

ZAGREB, April 5, 2018 – Croatians’ sentiment towards the European Union today is significantly different than five years ago, when they voted in a referendum in favour of joining the bloc, Prime Minister Andrej Plenković said on Thursday, announcing additional government efforts to strengthen the pro-EU sentiment

Plenković’s statement was prompted by the government’s decision to adopt the Action Plan 2018-2021 for the implementation of the Croatian-French strategic partnership which lists among its priorities a stronger European partnership between the two countries, stronger trade relations and a more intensive exchange of people and cultural exchange. The document will be signed on Friday when French Minister for Europe Nathalie Loiseau is scheduled to arrive in Zagreb.

Plenković said that Loiseau’s arrival would be extremely beneficial because, as part of her visit, citizens’ dialogues will be held at the Faculty of Humanities and Social Sciences.

“French President (Emmanuel) Macron wants to additionally encourage this initiative and I am happy that Croatia is the first country to be chosen as part of those efforts. I believe this is very good for Croatia-France cooperation and for returning the European topics to the public sphere in a healthy fashion,” Plenković said. He noted that, since the referendum campaign in 2013, Croatia has developed an unusual sentiment, “almost an anti-European reflex.”

That is why the government, notably the Foreign and European Affairs Ministry, needs to make additional efforts when it comes to “the consolidation of European values,” Plenković said.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Otto Stati Nordici pronti al saccheggio dell’Eurozona.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-17.

Hastein. Re Vikingo. Saccheggiò Norbona, Nimes, Arles; poi Bourges, Orléans ed Anger. Poi il resto.....

Hastein. Re Vikingo. Saccheggiò Norbona, Nimes, Arles; poi Bourges, Orléans ed Anger. I suoi successori sognano il saccheggio dell’Esm.



L’Italia sta danzando il minuetto della eventuale quanto improbabile formazione di un governo con grande soddisfazione dei paesi che formano gli otto Nordici: l’assenza dell’Italia consente loro di far piani che poi lo Stivale dovrà calcare, volente o nolente.

Ma non è mica detto che questo dispiaccia poi troppo ai signori Di Maio, Salvini e Berlusconi. Infatti, anche se non è ancora definito il da farsi, è molto verosimile che l’Italia ne esca con le ossa rotte ed i Contribuenti italiani ridotti alla miseria. Nessun governo ama invero il prendere decisioni impopolari.

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Di cosa stanno confabulando?

Riforma dell’euro. La deadline di giugno sarebbe inattuabile. – Bloomberg

Vertice EU – Balcani occidentali. Sofia, 2018-05-17. Kurz contro Merkel.

Germania. Altmaier. Il nuovo centro di potere. – Bloomberg.

Germania. ‘Conservative Manifesto’ vuole defenestrare Frau Merkel.

In buona sostanza il club degli Otto Paesi Nordici vorrebbe:

– nessuna assicurazione comune europea sui depositi bancari (“European Deposit Insurance Scheme”) inferiori ai 100.000 euro;

– si deve prima attuare:

– – – ulteriori misure di “riduzione del rischio”

– – – un drastico taglio ai crediti deteriorati Npl detenuti soprattutto dalle banche greche, italiane e portoghesi

– – – una severa limitazione, nei bilanci delle banche, dei titoli di Stato emessi dai paesi in cui operano (una vecchia idea di Wolfgang Schauble)

– nuovi interventi del Fondo salva Stati Esm solo se gli stati riceventi ristrutturano il loro debito

– nessun utilizzo dell’Esm come rete di sicurezza (“backstop”) per il Fondo unico europeo di risoluzione delle crisi bancarie

– apparentemente tutti contro la conversione dell’Esm in Fondo Monetario europeo.

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Ciascuno di questi punti sarebbe già di per sé stesso doloroso per l’Italia, ma uno potrebbe essere un colpo mortale.

Sarebbe questo la severa limitazione all’ammontare massimo che le banche di un paese possano detenere in titoli sovrani emessi da quel paese stesso.

Una regola del genere che entrasse in vigore in un momento di rialzo dei tassi di interesse a livello mondiale genererebbe una situazione che potrebbe rapidamente sfuggire di mano sia a Banca di Italia sia al Governo. Senza esserne obbligate ben difficilmente le banche proseguirebbero gli acquisti di titoli sovrani, figurarsi poi se fosse imposto un tetto.


Askanews. 2018-04-14. Duro scontro fra paesi Ue su riforme Eurozona, senza Italia -2

Bruxelles, 13 apr. (askanews) – Le posizioni degli Otto Stati nordici possono essere riassunte così: 1) niente assicurazione comune europea sui depositi bancari (“European Deposit Insurance Scheme”) inferiori ai 100.000 euro, senza aver attuato prima ulteriori misure di “riduzione del rischio”: un drastico taglio ai crediti deteriorati Npl detenuti soprattutto dalle banche greche, italiane e portoghesi, e una severa limitazione, nei bilanci delle banche, dei titoli di Stato emessi dai paesi in cui operano (una vecchia idea di Wolfgang Schauble); 2) eventuali nuovi interventi del Fondo salva Stati Esm condizionati a ristrutturazioni “semi automatiche” del debito pubblico dei paesi richiedenti, in cambio della trasformazione dello stesso Esm in un Fondo Monetario europeo con capacità finanziarie accresciute; 3) no all’utilizzo dell’Esm come rete di sicurezza (“backstop”) per il Fondo unico europeo di risoluzione delle crisi bancarie.

Ieri sono arrivate anche, particolarmente dure, le dichiarazioni di Ralph Brinkhaus, numero due della coalizione di Cdu-Csu guidata dalla cancelliera Angela Merkel: una serie di “no” e di altre risposte praticamente in linea con le posizione degli Otto paesi nordeuropei. E Brinkhaus ha minacciato anche una bocciatura netta “del popolo tedesco” alla reintroduzione “dalla porta di servizio” di qualunque proposta di emissione di “eurobond” per sostituire anche solo parzialmente i titoli di Stato nazionali. Brinkhaus, semplicemente, sembra preferire lo status quo a qualunque riforma maggiore integrazione che vada nel senso di rendere l’Uem più solidale nei confronti dei paesi del Sud.

E anche il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, un falco dell’austerità che i tedeschi sperano di mettere al posto di Mario Draghi alla testa della Bce l’anno prossimo, si è espresso ieri contro la conversione dell’Esm in Fondo Monetario europeo.

Quello che manca ancora, in questo quadro, è un accordo fra la cancelliera Merkel e il nuovo ministro delle Finanze per arrivare a una posizione consolidata su tutti questi punti da parte del governo tedesco, per poi tentare di trovare una linea comune (che a questo punto appare molto difficile) con la Francia di Macron, prima del Consiglio europeo di giugno.

E manca, infine, l’Italia. La mancanza ancora a lungo di un governo a Roma può sbilanciare gravemente a favore dell’asse nordico-tedesco questa discussione, sempre più accesa, fondamentale per l’Ue e per il posto che l’Italia avrà nel suo futuro.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Italia. I nuovi miseri, i giovani. – Istat.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-17.

2018-04-12__Italia. I nuovi miseri, i giovani. - Istat.__001

L’étendard sanglant est levé (bis)

La bandiera insanguinata si è innalzata

Entendez-vous dans les campagnes

Sentite nelle campagne

Mugir ces féroces soldats?

Muggire questi feroci soldati?

Ils viennent jusque dans vos bras

Vengono fin nelle vostre braccia

Égorger vos fils, vos compagnes!

A sgozzare i vostri figli, le vostre compagne!

Queste sono le parole dell’Inno nazionale Francese. Ma presto sarà anche l’inno di tutta la Europa.


Il figliol prodigo si rese conto della sua situazione quando alla fine ebbe così tanta fame da invidiare il cibo che era stato dato ai porci, ma che a lui non era stato dato: ed in una società semitica essere considerato meno di un porco è forse il peggiore insulto possibile.

Solo che il figliol prodigo aveva ancora un padre da cui poter ritornare: i giovani italiani sono invece disperatamente orfani: se ora sono miseri, quando saranno alla fame più nera non sapranno a chi rivolgersi.

Quando due secoli or sono la nobiltà francese, l’Ancien Régime, vantava i suoi diritti precostituiti, alla fine arrivò la rivoluzione francese, che decapitò tutti i nobili sui quali aveva potuto mettere le mani.

Se tre pasti saltati fanno una rivolta, cinque pasti saltati fanno una rivoluzione.

Poi, non ci si lamenti se in un prossimo futuro in Italia si vedrà scorrere sangue a fiumi.

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Banca di Italia ha pubblicato il Report:

Indagine sui bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2016

«Il reddito medio …. dopo essere pressoché ininterrottamente caduto dal 2006. È rimasto tuttavia ancora inferiore dell’11 per cento rispetto al picco raggiunto in quell’anno.»

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«È aumentata anche la quota di individui a rischio di povertà, definiti come quelli che dispongono di un reddito equivalente inferiore al 60 per cento di quello mediano. L’incidenza di questa condizione, che interessa perlopiù le famiglie giovani, del Mezzogiorno o dei nati all’estero, è salita al 23 per cento, un livello molto elevato»

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«La ricchezza netta media e quella mediana sono diminuite del 5 e 9 per cento a prezzi costanti.»

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I giovani hanno tre nemici mortali, che li stanno assassinando, condannando alla miseria più nera.

– I vecchi, che si godono pensioni ed assorbono risorse pubbliche avendo in passato ben poco concorso a  renderle sostenibili.

– I dipendenti delle pubbliche amministrazioni, che godono stipendi sicuri e sono inamovibili come i baroni francesi di prima della rivoluzione. Tutto il peso della crisi è stato scaricato sia sul comparto produttivo privato, sia sui giovani.

– Tutti coloro che sono stati assunti con posto fisso, e che sono tutelati in modo ignominioso rispetto a quanti non siano riusciti ad entrare nel sistema.

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Chiunque abbia memoria storica e riesca ad intravedere il futuro vede ben male queste tre categorie, sulle quali un bel giorno si rovesceranno addosso eventi di ogni sorta. Sono ben peggio dei nobilotti supponenti dell’Ancien Régime, e si candidano a condividerne la stessa sorte.

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«il Movimento 5 Stelle è risultato di gran lunga il più votato fra gli under 35 – circa il 40% del totale –, mentre la fetta più ampia di over 65 – poco più di uno su quattro – si è invece diretta verso il PD».

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«negli ultimi dieci anni, e anche dopo la crisi economica, gli italiani più anziani sono l’unico gruppo che ha perso pochissimo o spesso nulla; viceversa, il conto è stato pagato soprattutto dai giovani»

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«in dieci anni i protetti dal sistema pensionistico non hanno subito cali restando (con qualche su e giù) allo stesso livello del 2006»

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«il resto d’Italia ha attraversato la più grave crisi economica del dopoguerra con gli under 40, in particolare, il cui reddito è crollato del 20%.»

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«gli over 65 che ora risultano di gran lunga i meno poveri e tutti gli altri che lo sono diventati molto di più»

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«Se invece di considerare il fiume del reddito prendiamo invece il lago della ricchezza – a intendere la somma di risparmi, attività, immobili e così via accumulati nel tempo – a risaltare in negativo sono ancora gli under 40»

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«La ricchezza media nelle famiglie giovani si è praticamente dimezzata passando da 200 a 100mila euro circa»

2018-04-12__Italia. I nuovi miseri, i giovani. - Istat.__002

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Riassumendo.

Sempre che non siano riusciti a trovarsi un lavoretto da quattro scudi e senza contributi, i giovani vivono sia sulle pensioni dei vecchi sia consumando i risparmi di famiglia.

Ma i vecchi alla fine muoiono: se è vero che da morti non percepiscono più la pensione a carico della Collettività, è altrettanto vero che così termina il godimento della pensione da parte dei giovani con quello conviventi. Un gran bel dramma.

Nel volgere di dieci anni la ricchezza degli under-40 è scesa da 200,000 euro circa a poco più di 100,000. Hanno utilizzato 10,000 euro all’anno per vivere. Tra dieci anni non avranno più da parte un centesimo bucato.

Quindi, ci si prepari: di qui a dieci anni dovrà per forza di cose partire la mattanza. Mors tua, vita mea.

Ils viennent jusque dans vos bras / Égorger vos fils, vos compagnes!


Sole 24 Ore. 2018-04-11. Chi sono i nuovi poveri? Il reddito è una variabile generazionale

A confrontare mappe nel dopo elezioni, sovrapporre il successo del Movimento 5 Stelle alle aree povere d’Italia – sud in testa – è stata la cosa più naturale. La questione è con tutta probabilità più complicata, e non sembra che geografia e lavoro siano in grado di spiegare tutto da soli.

Eppure esiste un altro problema totalmente trascurato dalla politica ma non per questo meno importante: quello generazionale. Secondo un sondaggio condotto da Quorum per SkyTG24 subito dopo le elezioni, il Movimento 5 Stelle è risultato di gran lunga il più votato fra gli under 35 – circa il 40% del totale –, mentre la fetta più ampia di over 65 – poco più di uno su quattro – si è invece diretta verso il PD.

I risultati di un solo sondaggio vanno sempre presi con cautela. Tuttavia anche al di là del voto la spaccatura economica fra generazioni non solo esiste oltre ogni dubbio, ma è diventata sempre più profonda, anno dopo anno.

Ce lo ricorda intanto qualche numero arrivato da poco dalla Banca d’Italia, che con la sua indagine sui bilanci delle famiglie italiane ha fatto luce sui cambiamenti principali della nostra economia dal 2006 al 2016. Tutti i dati del rapporto sono stati aggiustati per tenere in conto l’inflazione, e dunque il fatto che un euro di oggi vale necessariamente meno rispetto a uno di diverso tempo fa.

Per quel che interessa qui, l’estrema sintesi del rapporto è la seguente: negli ultimi dieci anni, e anche dopo la crisi economica, gli italiani più anziani sono l’unico gruppo che ha perso pochissimo o spesso nulla; viceversa, il conto è stato pagato soprattutto dai giovani. Per questi ultimi, in aggiunta, la ripresa non è praticamente mai arrivata e al più ci sono stati dei piccoli miglioramenti marginali – ma nulla in confronto a quanto hanno perso.

L’esempio più semplice e insieme evidente di questo enorme aumento della disuguaglianza generazionale arriva dal reddito medio per età. Tutto considerato, in dieci anni i protetti dal sistema pensionistico non hanno subito cali restando (con qualche su e giù) allo stesso livello del 2006. Nel frattempo il resto d’Italia ha attraversato la più grave crisi economica del dopoguerra con gli under 40, in particolare, il cui reddito è crollato del 20%.

Un altro modo di guardare al problema è attraverso la lente della povertà. Nel 2006 le famiglie composte da anziani erano povere tanto quanto altri gruppi come i 45-55enni, per esempio, e già molto meno dei giovani. Negli anni questa frattura si è allargata, con gli over 65 che ora risultano di gran lunga i meno poveri e tutti gli altri che lo sono diventati molto di più.

Il quadro, a grandi linee, resta simile anche considerando il tipo di reddito invece che la sola età. Dipendenti e autonomi che siano, per tutti i gruppi di lavoratori aumenta l’incidenza della povertà – unica eccezione, ancora i pensionati.

Se invece di considerare il fiume del reddito prendiamo invece il lago della ricchezza – a intendere la somma di risparmi, attività, immobili e così via accumulati nel tempo – a risaltare in negativo sono ancora gli under 40. La ricchezza media nelle famiglie giovani si è praticamente dimezzata passando da 200 a 100mila euro circa, mentre quella degli over 65 è certamente un po’ minore, ma ha comunque preso un colpo meno forte rispetto a qualunque altro gruppo di età.

Qualunque sarà il governo prossimo venturo, ogni intervento che allenti i cordoni del sistema pensionistico non farà che allargare ancora di più questo genere di disuguaglianza – a beneficio di chi povero non lo è quasi mai, e allo stesso tempo pagato da chi ha ancora sulla schiena il peso pieno della crisi.