Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Cina. 2019. 150 milioni hanno viaggiato all’estero +15% yoy.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-13.

Pechino-Cina

I media occidentali liberal socialisti si stanno sgolando che in Cina vi sarebbe una crisi economica severa e che il popolo cinese starebbe vivendo in condizioni prossime la miseria.

Infatti, i miserrimi cinesi si stanno evolvendo al ritmo del +6.0%: tasso di crescita a loro dire ‘prossimo al fallimento’, per non parlare poi delle loro remore ad accettare la Weltanschauung liberal.

China’s Economy and the Global Financial Crisis

A Prosperous China Says ‘Men Preferred,’ and Women Lose

“Made in China”: Crisis Begets Quality Upgrade

West is paying the price for supporting Hong Kong riots, Chinese state media says

Caught between human rights and trade, Angela Merkel lands in China

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Cerchiamo di ragionare, nel limite del possibile.

La Cina ha 1.4 miliardi di abitanti.

Di questi:

«Oggi sono 150 milioni i turisti che dalla Cina vanno all’estero»

«C’è anche il fenomeno dei Millennials (31%), ragazzi di 25 anni che hanno già viaggiato, una volta su tre e almeno sei volte all’estero. Cosa cercano? Come gli italiani, esperienze, quindi gastronomia, entertainment, spettacoli”. Il turista cinese, poi, è ipertecnologico: 1 su 5 prenota il viaggio on line, 2 su 3 utilizzano app, blog e social e 1 su 2 naviga regolarmente sul proprio mobile»

«La sua spesa media …. è di 2 mila dollari, per un totale di 288 miliardi di dollari, un quarto del totale globale»

«La metà di quei 150 milioni di turisti (149 per l’esattezza con + 15% sul 2017) – dice – è diretta a Macao e Hong Kong, solo 6 milioni, con un +20%, arrivano fino in Europa, loro destinazione principe fuori dall’Asia»

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Oltre il 10% della popolazione totale cinese si è potuta concedere un viaggio all’estero, spendendo mediamente 2,000 dollari Usd a testa, per un totale di 288 miliardi Usd, grosso modo, 6,000 Usd a famiglia.

– In primo luogo, tutti questi 149 milioni di persone andate in ferie all’estero hanno regolarmente fatto ritorno in Patria. Se in Cina i diritti umani fossero conculcati come si dice, una buona quota di essi avrebbe colto l’occasione per fuggire come accadeva ai tempi della Unione Sovietica. Evidentemente, i cinesi vivono a loro agio senza le trasgressioni contro natura, senza un femminismo esacerbato, senza il ‘clima’ e facendo politica in seno al partito comunista cinese, novella scuola mandarinica, come da tradizione ultramillenaria.

In secondo luogo, i cinesi che si sono recati all’esteri hanno spesso 288 miliardi di Usd. Questa è prova probante che possono lavorare, mettersi da parte un gruzzoletto, e di entità tale da potersi permettere una spesa voluttuaria di 6,000 Usd a famiglia. La narrativa dei media liberal occidentali che i cinesi siano un popolo di miserandi è una colossale menzogna.

In terzo luogo, su 149 milioni di cinesi andati in vacanza all’estero, solo sei milioni hanno avuto desiderio di visitare l’Europa. Questo è un altro dato che ridimensiona, e di molto, il concetto ipertrofico che gli europei hanno di sé stessi.

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Turismo: cinesi pazzi per l’Italia, +8,2% nel 2019

Oggi sono 150 milioni i turisti che dalla Cina vanno all’estero. Nel 2030 saranno 400, con il clamoroso sorpasso sugli americani. E l’Italia? Salda in testa alle classifiche delle mete più sognate, deve accelerare il passo e prepararsi ad accoglierli, pensando, però, a un turismo quanto più sostenibile. A raccontarlo sono dati ed esperienze presentate oggi al convegno “Turismo Italia-Cina: pronti a partire? Le nuove frontiere di un trend in crescita”, promosso da Associazione Civita e Unindustria in vista del 2020 Anno della cultura e del Turismo tra Italia e Cina. 

“Partiamo da una situazione di grande vantaggio da mettere a frutto”, esordisce il Presidente di Civita Gianni Letta. “Tranquillizziamoci però”, esorta il Presidente Sezione Industria del Turismo e Tempo libero di Unindustria, Stefano Fiori, raccontando, numeri alla mano, chi sono e dove vanno i nuovi viaggiatori del Sol Levante. “La metà di quei 150 milioni di turisti (149 per l’esattezza con + 15% sul 2017) – dice – è diretta a Macao e Hong Kong, solo 6 milioni, con un +20%, arrivano fino in Europa, loro destinazione principe fuori dall’Asia”. In Italia, specifica il Presidente Enit, Giorgio Palmucci, “sono 5 milioni nel 2018, il 2,4% degli arrivi internazionali”. Nulla ancora rispetto ai “57 milioni di tedeschi” ogni anno pazzi per l’Italia, anche se i numeri sono destinati a crescere con un “+8,2% già nel primo semestre del 2019 – prosegue Fiori – Il nostro paese insieme alla Francia guida la classifica europea” e “Roma è nona tra le 20 città più visitate al mondo nel 2017-2018” (Londra, Parigi e New York sul podio).

“Il turista cinese, poi, sta cambiando – prosegue – Noi abbiamo l’immagine dei grandi gruppi e invece i cinesi viaggiano sempre più su base individuale. C’è anche il fenomeno dei Millennials (31%), ragazzi di 25 anni che hanno già viaggiato, una volta su tre e almeno sei volte all’estero. Cosa cercano? Come gli italiani, esperienze, quindi gastronomia, entertainment, spettacoli”. Il turista cinese, poi, è ipertecnologico: 1 su 5 prenota il viaggio on line, 2 su 3 utilizzano app, blog e social e 1 su 2 naviga regolarmente sul proprio mobile. E, altro luogo comune da sfatare, mette volentieri mano al portafoglio. “La sua spesa media – sottolinea Fiori – è di 2 mila dollari, per un totale di 288 miliardi di dollari, un quarto del totale globale”. Ma l’Italia è pronta a soddisfare tanta attenzione?  “Il mercato cinese – dice il sottosegretario Mibact, Lorenza Bonaccorsi – è importantissimo, è un rapporto storico, un incontro di culture. Siamo gli unici due paesi con 55 siti Unesco. Noi, però – aggiunge – dobbiamo lavorare sulla gestione dei flussi” per “un turismo sostenibile, che valorizzi tutto il paese, non solo Roma, Firenze, Venezia”. “La cultura è un forte strumento di coesione sociale e un motore di sviluppo economico”, concorda Simonetta Giordani, vicepresidente Comitato Strategico di Civita. “Fondamentale è raccontarci nel mondo tutti insieme, soprattutto in quei paesi lontani che non ci conoscono”, aggiunge Palmucci, annunciando “a breve” anche il calendario degli eventi del 2020 Anno della cultura e del Turismo tra Italia e Cina. Parola d’ordine, è dunque “fare sistema”. “Non possiamo pensare di gestire il turismo senza industrializzazione”, spiega Francesco Rutelli, Coordinatore Forum Culturale Italia Cina. Ma attenzione a non farci male da soli. “L’attrattiva di un paese è anche nella sua capacità di dare certezze. Quello che sta succedendo in questi giorni da indicazioni diverse”, avverte il presidente di Unindustria, Filippo Tortoriello. Quanto alla crescita dei numeri, avverte l’ad di Aeroporti di Roma, Ugo De Carolis, “quest’anno abbiamo 12 città cinesi collegate, 7 compagnie aeree cinesi e 900mila passeggeri. Al momento tra Italia e Cina abbiamo il permesso per 56 frequenze settimanali bilaterali, ma se a gennaio non si aprono gli accordi per portare più aerei i numeri non potranno crescere”.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Governo rossogiallo. Bocciata la riduzione Iva sugli assorbenti.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-13.

2019-11-13__Assorbenti001

Prosegue il minuetto del governo rossogiallo Zingaretti.

Mettono un articolo nella Legge di Bilancio, e poi rattamente lo sopprimono.

Pochissime idee, ma oltremodo confuse.

«La commissione Finanze della Camera ha dichiarato inammissibile l’emendamento al Dl Fisco che chiedeva una riduzione dal 22% al 10% dell’Iva su una serie di prodotti igienici femminili, fra cui gli assorbenti»

«L’emendamento, con prima firmataria Laura Boldrini (Pd), era stato presentato da una trentina di parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione »

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Gli assorbenti non sono come gli altri rifiuti

«Nonostante siano tra i prodotti più inquinanti, la Commissione Europea li ha ritirati dalla bozza finale degli articoli da tassare a causa dell’impatto che hanno sull’ambiente»

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Aumenta l’inquinamento? E’ colpa degli assorbenti. E delle donne che li usano

«Care italiane, volete gli assorbenti usa e getta? Bene: pagate. E pagate tanto»

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Il governo rossogiallo Zingaretti è ecologista nell’animo e telebano nella prassi: chi inquina deve pagare

Ed a quanto si dice, le femmine sono altamente inquinanti. Quindi, giù tasse da orbi.

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Dl fisco: stop emendamento su assorbenti

La commissione Finanze della Camera ha dichiarato inammissibile l’emendamento al Dl Fisco che chiedeva una riduzione dal 22% al 10% dell’Iva su una serie di prodotti igienici femminili, fra cui gli assorbenti.

L’emendamento, con prima firmataria Laura Boldrini (Pd), era stato presentato da una trentina di parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria

Eurozona. Produzione Industriale -1.7% yoy. Ungheria +11.1%, Polonia +5.6%.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-13.

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Eurostat ha rilasciato il dato sulla Produzione Industriale dell’eurozona: -1.7% anno su anno (yoy). Dodicesimo mese consecutivo di contrazione.

Ma, attenzione.

La contrazione della produzione industriale sta avvenendo nei paesi a governo liberal socialista.

A dimostrazione, l’Ungheria presenta un 11.1% e la Polonia un 5.6%.: stati a governo identitario sovranista.

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Non solo.

La crisi della produzione non è mondiale, bensì solo dell’eurozona.

Questo a seguito è il dato della Cina. Solo per fare un esempio.

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Il problema sono i governi liberal socialisti: tutto qua.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Energie Alternative, Ong - Ngo, Problemia Energetici

Messico. Inneggiano al ‘clima’, ma investono nel petrolio.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-13.

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A parole il Messico aveva lanciato, e sta lanciando tuttora, struggenti proclami sull’imperversare della imminente catastrofe legata al ‘clima’: catastrofe rimediabile versando fondi stroboscopici alle ngo attive nel settore.

Appena le monetine tintinnano nel salvadanaio liberal, immediatamente il ‘clima’ migliora.

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«We’re investing in refineries»

«What was invested this year is going to be repeated next year, …. more than 12 billion pesos ($600 million) toward revamping oil production»

«Under the proposal, the energy ministry’s budget would jump more than 70% compared to last year, to 48.5 billion pesos ($2.4 billion), following a budget increase this year of over 900% compared to 2018»

«96% of the money is intended to support oil and natural gas related projects»

«70% is being set aside for transporting natural gas, a somewhat cleaner fossil fuel»

«Conspicuously absent from the budget, advocates say, is funding for expanding renewables, despite the country’s potential to adopt clean energy»

«the president has prioritized ending Mexico’s entrenched poverty but is using oil as the primary engine to drive prosperity»

«He should care about climate change, but between climate change and going down in history for ending poverty… well obviously he prefers that»

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Il problema è semplicissimo.

Deve il presidente investire nel ‘clima’ così da dare aria pulita ad un popolo che viva in miseria, oppure investire nel petrolio e fare uscire la gente dalla fascia di povertà?

In altri termini, valgono di più gli esseri umani oppure l’ambiente ove vivono?

I supporter del ‘clima’ non hanno dubbi: essendo a lor dire gli esseri umani causa efficiente di inquinamento, ebbene, li si stermini, meglio se per fame, metodo poco costoso.

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Reuters. 2019-11-01. Amid climate worries, Mexico doubles down on fossil fuels

On the same September day that activist Greta Thurnberg gave a fiery speech in New York demanding world leaders tackle climate change, Mexico’s president was touting achievements of a wholly different kind: increasing funding for oil production.

“We’re investing in refineries. It hasn’t been done for a long time,” President Andres Manuel Lopez Obrador told reporters at a news conference in Mexico City.

“What was invested this year is going to be repeated next year,” promised Lopez Obrador, noting that the government had already funneled more than 12 billion pesos ($600 million) toward revamping oil production.

The leftist leader, who was elected in a landslide last July, has framed the investment as a way to wean Mexico off its dependency on foreign energy supplies, as well as fueling economic development through increased oil production.

But at a time when countries are facing mounting pressure to curb emissions and stave off threats from a warming climate, environmental experts say the Mexican government is moving in the wrong direction.

“While Mexico should be abandoning (oil) production, they’re rehabilitating refineries … under a logic of national sovereignty,” said Leon Avila, a professor of sustainable development at the Intercultural University of Chiapas.

“It’s an archaic perspective, based on production in the 70s during the oil boom, and they think they can do the same thing – when really we’re in another context,” he told the Thomson Reuters Foundation.

On Monday, Mexico’s government announced it would expand the rules of its “clean energy certificates” (CEL) programme to make them available to older hydroelectric plants operated by state utility company CFE.

The program previously applied only to new projects, creating an incentive for local and foreign firms to invest in green energy.

The CEL-certified energy can be sold to big companies that are required to obtain a percentage of their electricity from clean sources.

But in a statement on Tuesday, CFE director general Manuel Bartlett Diaz said that, in line with the president’s vision for energy sovereignty, there was “no reason to subsidize private (electricity) generating companies”.

Industry leaders and environmental experts said the move weakens incentives for renewable energy investment, and risks Mexico’s compliance with the 2015 Paris Agreement to fight climate change.

The Mexican CCE business council said on Tuesday that the change could jeopardize up to $9 billion in foreign and local clean energy investments tied to the original CEL rules.

“The decision detracts from the only mechanism considered by law to drive Mexico’s energy transition and meet the mandatory national clean energy adoption goals,” the CCE said in a statement.

MORE OIL, LESS POVERTY?

The Lopez Obrador administration has emphasized its commitment to tackle climate change and adhere to the Paris accord.

At a UN climate conference last December, Sergio Sanchez, then undersecretary for environmental protection, said the government would implement “concrete policies and actions focused both on reducing emissions and adapting to climate change”.

The Mexican senate last week also called on the federal government to declare a “climate emergency” and take necessary steps to address climate threats.

Those can range from wilder weather and rising seas to more crop-killing droughts that can drive worsening poverty and migration.

But at a press conference the following day, the president shied away from recognizing climate change as a crisis.

“We have already considered a series of measures to face the climate change phenomenon in the Development Plan,” Lopez Obrador said.

But the president’s description of the plan – listing conservation efforts but omitting any policies to reduce emissions – irked environmentalists.

“There is a lack of understanding for the climate crisis we are confronting,” said Claudia Campero from the Mexican Alliance Against Fracking, an advocacy group.

According to Avila, the university professor, the president has prioritized ending Mexico’s entrenched poverty but is using oil as the primary engine to drive prosperity.

“He should care about climate change, but between climate change and going down in history for ending poverty… well obviously he prefers that,” Avila said.

Among Lopez Obrador’s most important projects is the construction of a new oil refinery in his home state of Tabasco. The project is set to cost $8 billion, and the government says it would generate up to 23,000 jobs.

But besides boosting Mexico’s carbon footprint, the refinery, at a coastal site, is vulnerable to climate threats, environmental experts said. Local media reported this week that the property had flooded due to heavy rains.

MORE CASH FOR OIL AND GAS

Environmentalists also point with concern to the government’s proposed 2020 budget, which would see fossil fuel funding continue to increase.

Under the proposal, the energy ministry’s budget would jump more than 70% compared to last year, to 48.5 billion pesos ($2.4 billion), following a budget increase this year of over 900% compared to 2018.

According to an analysis of the budget published in September by a coalition of environmental groups, 96% of the money is intended to support oil and natural gas related projects.

“There is no room for more development of fossil fuel extraction,” said Campero, the fracking opponent. “(But) that’s far from being the vision of this government.”

The budget does include about 56 billion pesos ($2.8 billion) for “adaptation and mitigation of the effects of climate change,” but of this, 70% is being set aside for transporting natural gas, a somewhat cleaner fossil fuel, Campero said.

A spokeswoman for the Mexican environment ministry did not respond to numerous requests for comment.

Conspicuously absent from the budget, advocates say, is funding for expanding renewables, despite the country’s potential to adopt clean energy.

According to a 2017 study from the Friedrich Ebert Foundation, which focuses on promoting democracy and social programs, 80% of Mexico’s energy currently comes from fossil fuels.

But the country’s landscape and weather conditions mean it could supply its electricity needs entirely from renewable sources, the study noted.

The Lopez Obrador administration has appeared reticent to capitalize on this potential, however. In January, the government canceled a public auction for companies to bid on clean energy contracts.

“Mexico is a very rich country in terms of its potential in renewables,” said Pablo Ramirez, a campaigner at Greenpeace Mexico.

“But since the arrival of the new administration, that’s been completely scrubbed off the map.”

Mexico’s 2020 budget is awaiting final approval by congress this month.

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Governo alle corde. Conte e Zingaretti vanno a piatire da Alleanza Progressista.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-13.

Titanic 002

«L’Alleanza Progressista è un’organizzazione internazionale di partiti politici, fondata nel 2013, per superare l’Internazionale Socialista e raccogliere partiti di centrosinistra non esclusivamente di tradizione socialista.

È nata per iniziativa dell’SPD tedesca che, tramite i suoi dirigenti Sigmar Gabriel e Hans-Jochen Vogel, ha mosso diverse critiche all’Internazionale Socialista, considerata povera di prospettiva e accusata di continuare ad ammettere tra i partiti aderenti anche movimenti autoritari e/o dittatoriali.

Dopo una prima conferenza tenutasi a Roma il 14 e il 15 dicembre 2012, la nascita ufficiale di Alleanza Progressista è stata a Lipsia il 22 maggio 2013, con la partecipazione di circa 70 partiti da tutto il mondo, così come anche dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici, della Confederazione Sindacale Internazionale, e di Solidar.»

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All’Internazionale Socialista prima, ad Alleanza Progressista poi, aderiscono tutti i partiti di ideologia liberal socialista dell’occidente.

Quando in passato i liberal avevano la presidenza degli Stati Uniti, e governavano Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna, solo per citare le nazioni maggiori, l’Internazionale Socialista, poi Alleanza Progressista, erano i padroni incontrastati dell’Occidente, che deve loro l’attuale situazione.

Al momento, Alleanza Progressista governa solo tre nazioni, e tutte in crisi: Germania, Spagna ed Italia. Ha ancora molto potere, dispone di media agguerriti, ma è solo il fantasma di ciò che era prima.

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Il Governo rossogiallo è in una profonda crisi.

Dissidi interni, discordanza di vedute, distacco dalla volontà popolare e mancanza di un qualche piano sul da farsi lo rendono quasi agonizzante.

Così nel bel mezzo della crisi dell’Ilva, incapaci di portare a termine la legge di bilancio, ecco che Mr Conte corre da Frau Merkel e Mr Zingaretti da Mr Clinton.

«viaggio della speranza»

«Il segretario del Pd è negli Stati Uniti per incontrare i Dem americani»

«La destra brava a raccontare i problemi, non a risolverli. Col nuovo governo lavoriamo per portare il Paese fuori dalla crisi sociale ed economica»

«Col nuovo governo stiamo lavorando per portare il Paese fuori dalla crisi sociale ed economica. È un lavoro serio, che richiederà tempo. Col quale cerchiamo anche di togliere alla destra il monopolio della rabbia e di riportare il Paese sui binari della speranza»

«Il «viaggio della speranza» di Zingaretti continua oggi a Washington»

«Zingaretti avrà un incontro col vicecapo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale»

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Nulla è trapelato di quanto si siano effettivamente detti.

Ma il colloquio finale con vicecapo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale lascerebbe presagire l’emersione di scandali, più o meno vero, su Mr Salvini, che per Mr Zingaretti è l’odiato nemico da sopprimere.

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«La visione di Berlino per l’Europa trova l’Italia d’accordo, ma non è possibile che ogni idea di sviluppo e maggiore integrazione finisca quando questa comporta che la Germania debba sborsare un euro in più al bilancio comunitario»

Zingaretti in Usa: «La destra parla dei problemi, ma non sa risolverli»

Zingaretti: «Salvini bravo a cavalcare la rabbia, ma non ha mai fatto proposta per evitare aumento Iva»

Il segretario del Pd è negli Stati Uniti per incontrare i Dem americani: «La destra brava a raccontare i problemi, non a risolverli. Col nuovo governo lavoriamo per portare il Paese fuori dalla crisi sociale ed economica»

Nicola Zingaretti in America per cercare di fare rete con i democratici americani nella comune battaglia contro una destra che, dice, è «brava a raccontare i problemi, ma non a risolverli». Alla fine di una prima giornata di incontri con l’ex presidente Bill Clinton e col sindaco di New York Bill de Blasio, il segretario del Partito democratico si dice molto incoraggiato dalle parole dei due leader progressisti Usa: «Col nuovo governo stiamo lavorando per portare il Paese fuori dalla crisi sociale ed economica. È un lavoro serio, che richiederà tempo. Col quale cerchiamo anche di togliere alla destra il monopolio della rabbia e di riportare il Paese sui binari della speranza». Il «viaggio della speranza» di Zingaretti continua oggi a Washington dove, dopo un incontro col leader dei democratici al Congresso, la speaker Nancy Pelosi, andrà alla Casa Bianca: la tana del presidente populista, Donald Trump, che ha dato scacco ai democratici americani proprio giocando sulle paure e alimentando la rabbia con spregiudicatezza e grande abilità mediatica. In una Casa Bianca sconvolta dai continui esodi e con un Trump molto nervoso alla vigilia dell’inizio delle audizioni ufficiali del Congresso per il procedimenti di impeachment, Zingaretti avrà un incontro col vicecapo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale.

Del resto anche in Campidoglio il segretario del Pd troverà un’atmosfera elettrica, visto che spetta proprio alla Pelosi gestire la procedura di impeachment senza cedimenti, ma anche senza forzature. Un passaggio difficile per la speaker, stretta tra una sinistra radicale che la considera non abbastanza determinata sulla messa in stato d’accusa del presidente, e i repubblicani che stanno sfruttando tutti i cavilli regolamentari per cercare di bloccare la procedura accusatoria appena avviata. Dopo l’incontro gioviale con un Bill Clinton che si è scusato per aver ricevuto Zingaretti nella sede della sua fondazione a Broadway, a due passi da Times Square, vestito in modo informale, con la giacca ma senza cravatta, il segretario del Pd ha incontrato ieri gli iscritti del suo partito a New York e, collegati in videoconferenza, quelli delle altre sedi americane del Pd.

Ne è venuta fuori una discussione vera con gli iscritti che non hanno risparmiato a Zingaretti domande difficili: dalla richiesta di un atteggiamento più determinato nel proporre lo ius soli, un cavallo di battaglia tornato nella stalla dopo la sconfitta alle elezioni politiche, al dubbio che si sia aperta una fase politica nuova nella quale c’è più spazio per movimenti politici a sfondo sociale come quello di Macron in Francia o come l’esperimento che Renzi cerca di costruire in Italia, che per i partiti politici strutturati di vecchio stampo. Zingaretti si è detto convinto che ci sia ancora spazio per i partiti, ha rivendicato il ruolo responsabile dei democratici che al governo hanno formulato proposte costruttive «apprezzate anche dai mercati, come testimonia il crollo dello spread. Salvini è bravo a cavalcare la rabbia, ma non gli ho mai sentito fare una proposta concreta per evitare l’aumento dell’Iva. Noi in poche settimane abbiamo agito e l’abbiamo evitato». Durante la visita americana Zingaretti ha parlato anche dei problemi delle aziende italiane, esprimendo apprezzamento per la riapertura del dialogo con la compagnia americana Delta per l’Alitalia, ma concentrandosi soprattutto sull’ex Ilva: pieno appoggio al premier Conte in una trattativa difficilissima. Con la disponibilità a riaprire la questione del cosiddetto «scudo penale» (l’immunità dell’azienda per le conseguenze ambientali della sua attività, che è stata prima concessa, poi revocata), ma solo se Acelor Mittal rinuncerà alle richieste appena formulate che Zingaretti giudica, come il governo, inaccettabili.

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Conte vede Merkel: «Serve gestione europea dei migranti»

Il premier italiano incontra la Cancelliera a Roma: impegno comune per migranti, crescita, occupazione. Sul tavolo anche l’Ilva.

Giuseppe Conte si sente «più omogeneamente sostenuto dalle forze politiche dell’attuale maggioranza di governo» nel suo approccio «critico ma costruttivo» verso l’Europa. E questo lo «agevola nel dialogo con gli altri Paesi dell’Unione». All’incontro bilaterale con Angela Merkel a Villa Doria Pamphilj, il presidente del Consiglio rivendica una personale «continuità di posizioni» europee in entrambi i governi che ha presieduto, ma sottolinea il nuovo contesto nel quale si trova ad agire. E la prima visita in Italia della cancelliera da quando lui è a Palazzo Chigi è lì a dimostrarlo.

Il messaggio del vertice è che Italia e Germania sono fianco a fianco nell’obiettivo comune di contribuire al rilancio dell’Europa. E se qualche volta non condividono le stesse soluzioni, l’importante è lavorare nella stessa direzione di marcia per impedire l’emergere delle forze disgregatrici.

Se non portano risultati concreti, i colloqui fanno intravedere forti convergenze e sviluppi interessanti: una promessa tedesca di cooperare sulla questione dell’Ilva a Taranto, anche per individuare soluzioni tecnologicamente avanzate e più in generale ragionare sul futuro dell’acciaio europeo; il rinnovo dell’impegno di Merkel a lavorare ancora «per una ripartizione più equa dei migranti» e la conferma dell’appoggio italiano all’iniziativa tedesca per una conferenza berlinese sulla Libia.

«Stiamo lavorando attivamente per il buon esito della conferenza, che si pone come primo obiettivo il cessate il fuoco», ha detto Conte, secondo cui in Libia «l’opzione militare non può garantire nessuna soluzione sostenibile». Fonti diplomatiche tuttavia ricordano che fin quando l’amministrazione americana non chiarirà le sue ambiguità sulla Libia, è improbabile che ogni sforzo di stabilizzazione abbia successo.

Un importante riconoscimento all’Italia, sia pure all’interno di una posizione tedesca che rimane non ben definita, Merkel lo fa sul tema delle banche. Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha rotto un tabù nei giorni scorsi, dicendo sì a un’assicurazione europea sui depositi, pilastro mancante dell’Unione bancaria, sia pure non sostenuta da un fondo comune e vincolandola a condizioni molto severe. Fra queste, forti limiti se non addirittura il divieto per le banche europee a detenere titoli di Stato, per ridurre i rischi. Un vincolo che sembra mirato direttamente contro l’Italia e che ha sollevato le critiche del ministro delle Finanze Roberto Gualtieri. Ieri Merkel ha confermato che la proposta non è ancora stata fatta propria dal governo federale, ma ha riconosciuto che sulla riduzione dei rischi del sistema bancario, l’Italia ha «compiuto notevoli progressi». La cancelliera ha detto che l’Unione bancaria è «fondamentale per garantire la stabilità dell’euro». Conte le ha fatto eco, ricordando però che il sistema dell’Unione bancaria e monetaria debba rafforzarsi «in tutte le sue componenti e in modo equilibrato».

Ancora una convergenza, questa direttamente in opposizione al presidente francese Emmanuel Macron, Italia e Germania registrano sul tema strategico dell’ampliamento della Ue ai Paesi dei Balcani occidentali. «Noi condividiamo la stessa visione strategica — dice Merkel — soprattutto per l’apertura di negoziati di adesione con Albania e Nord-Macedonia», che Macron ha bloccato all’ultimo vertice europeo. Attenzione, avverte la cancelliera con un velato riferimento alle ambizioni balcaniche della Russia di Putin, se non lo farà l’Europa, «il vuoto sarà colmato da altri e questo non è nell’interesse strategico europeo».

Ma nella riservatezza della cena, entrano anche alcune note polemiche. «La visione di Berlino per l’Europa trova l’Italia d’accordo, ma non è possibile che ogni idea di sviluppo e maggiore integrazione finisca quando questa comporta che la Germania debba sborsare un euro in più al bilancio comunitario», spiega una fonte diplomatica.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Italia. Mentre il Governo si balocca, gli Elettori abbandonano PD e M5S.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-12.

2019-11-12__Italia Sondaggi 001

Gli ultimi sondaggi elettorali della Swg sono tranchant.

Su scala nazionale, il M5S si attesterebbe al 15.8% ed il PD al 18.6%. Sommati assieme, raggranellano un 34.4%.

Prosegue implacabile la devoluzione socialista: gli Elettori sono in fuga.

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Nel 2020 si terranno le elezioni per il rinnovo dei governi regionali in otto regioni, delle quali, tranne Liguria e Veneto, sei sono ancora a giunta rossa: Emilia Romagna, Calabria, Campania, Marche, Puglia, Toscana.

Sembrerebbe essere del tutto ragionevole ipotizzare che, in assenza di fatti nuovi di grande impatto sulla gente, Lega e centrodestra potrebbe conquistarsele tutte ed otto, con tutte le conseguenze del caso.

Mr Zingaretti, Mr Di Maio e Mr Conte si avviano a replicare quanto successo alla battaglia di Mazinkert, quando l’Imperatore Romano IV Diogne si ritrovò praticamente da solo contro l’esercito turco del Sultano Selgiuchide Alp Arslan: tutte le truppe lo avevano abbandonato.

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2019-11-03__Regioni__002

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Italia. Produzione industriale -2.1% yoy. Settimo mese consecutivo. Ungheria +11.1% yoy.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-11.

2019-11-11__Italia__Produzione Industriale 001

Istat. Produzione industriale 

«A settembre 2019 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale diminuisca dello 0,4% rispetto ad agosto. Nella media del terzo trimestre la produzione mostra una flessione congiunturale dello 0,5%.

L’indice destagionalizzato mensile mostra aumenti congiunturali per i beni di consumo (+0,7%) e i beni strumentali (+0,6%); variazioni negative registrano, invece, l’energia (-1,1%) e i beni intermedi (-1,0%). ….

Le flessioni più ampie si registrano nell’attività estrattiva (-11,2%), nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-8,1%) e nella metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-7,1%).»

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Tutta l’Unione Europea, tranne i paese ex-est, è in una profonda recessione economica, particolarmente severa in Germania.

Germania. Per il dodicesimo mese consecutivo la produzione industriale in negativo.

Germania. Produzione manifatturiera. -21.3% in sette mesi. È in depressione.

Solo per comparazione, in Ungheria la produzione industriale è cresciuta del +11.1% yoy, ed in Polonia del +5.6% yoy.

Il problema non è quindi legato all’Eurozona in sé, quando piuttosto agli stati a reggimento liberal socialista.

Il rimedio dovrebbe essere semplice.

A chi fosse caduto un masso su di una gamba, la prima cosa da fare sarebbe quella di rimuovere il masso.

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Industria, produzione in calo a settembre: è il settimo mese consecutivo

Calo dello 0,4% mensile e del 2,1% tendenziale per la produzione manifatturiera, in rosso su base annua per il settimo mese consecutivo. Male meccanica e abbigliamento, brillano solo alimentare ed elettronica. In nove mesi output in rosso dell’1%.

Per il settimo mese consecutivo la produzione industriale italiana arretra, spingendo verso il basso il bilancio del 2019: -1% il risultato tra gennaio e settembre per il nostro output manifatturiero.

Poche le novità nel trend, con un calo su base mensile dello 0,4%, del 2,1% se il confronto è con lo stesso mese del 2018.

Così, nella media del terzo trimestre – osserva l’Istat – la produzione manifatturiera mostra una flessione congiunturale dello 0,5%.
L’indice destagionalizzato mensile mostra aumenti congiunturali per i beni di consumo (+0,7%) e i beni strumentali (+0,6%); variazioni negative registrano, invece, l’energia (-1,1%) e i beni intermedi (-1,0%).

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 21, contro i 20 di settembre 2018), a settembre 2019 come detto l’indice complessivo è diminuito in termini tendenziali del 2,1%, per effetto in particolare del calo di oltre cinque punti dei beni intermedi e della frenata di due punti per i bei strumentali. In crescita, invece (+1,2%), il comparto dei beni di consumo.

La zavorra dell’auto

A pesare sulla produzione continua ad essere il rallentamento dell’area allargata della meccanica e della componentistica, che continua a pagare dazio al rallentamento dell’output globale di auto, a partire da quello sperimentato in Germania , primo mercato di sbocco per i nostri componentisti, così come in generale per il made in Italy.

Metallurgia, prodotti in metallo e gomma-plastica sono infatti tra i settori più penalizzati, anche se il calo maggiore è per tessile-abbigliamento, giù dell’8,1%. In calo anche macchinari e attrezzature, così come i mezzi di trasporto, che insieme al tessile-abbigliamento è l’unico comparto ad arretrare di oltre quattro punti tra gennaio e settembre del 2019.

Pochi i settori in controtendenza, tra cui il comparto alimentare, che conferma il proprio momento positivo in particolare grazie all’export, piazzando nel mese un aumento della produzione del 7,8%. In crescita anche elettronica e chimica. Anche se, come detto, si tratta di eccezioni tra i tanti segni meno.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Italia. Multinazionali in fuga. ArcelorMittal ed Fca sono solo esempi.

Giuseppe Sandro Mela

2019-11-12.

Titanic 002

Sareste contenti di vivere in un lager dove i kapò vi bastonassero giorno dopo giorno, vi facessero portare pesi elevati per sedici ore al giorno, e vi dessero da mangiare centocinquanta grammi di pane al giorno?

No? Sicuri?

Ma allora perché mai una multinazionale, ma anche una usuale ditta italiana, dovrebbe aver piacere di lavorare nel bel paese? Le aziende sono strozzate da una congerie di leggi, circolari applicati, norme e normative a stento contenute in 200,000 pagine, e che variano in continuazione di trimestre in trimestre.

Poi, c’è un fisco dalle mani adunche, che nessuna ragione ode. Che poi la azienda vinca il contenzioso giuridico è faccenda diversa, che si definisce nei lustri: i tempi della giustizia sono da ere geologiche.

Con una pressione fiscale totale che arriva al 70% le imprese avanza loro ben poco per la gestione ordinaria e straordinaria. Più che alla produzione l’azienda deve persare a tutti gli adempimenti burocratici.

Se però dal lager era quasi impossibile fuggire, dall’Italia le imprese possono andarsene, ed infatti la gran parte è in fuga. Sempre che non lo abbiano già fatto.

Solo per paragone, la produzione industriale annuale in Italia è scesa del -2.1%, ma in Ungheria la produzione industriale è cresciuta del +11.1% yoy, ed in Polonia del +5.6% yoy.

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«Il rischio di fuga di ArcelorMittal da Taranto e l’assottigliarsi dell’attività di Fca in quel che rimane del miraggio del polo del lusso sono soltanto gli ultimi elementi che compongono il mosaico fragile e deteriorato del radicamento delle multinazionali nel nostro Paese».

«La possibile “fuga” del colosso globale dell’acciaio da Taranto e l’assottigliarsi dell’attività di Fca in quel che rimane del miraggio del polo del lusso sono soltanto gli ultimi elementi che compongono il mosaico fragile e deteriorato del radicamento delle multinazionali nel nostro Paese. Potremmo aggiungere il probabile ridimensionamento della multinazionale del bianco Whirlpool dal Belpaese e la recente scelta della Unilever, multinazionale con quartier generale tra Londra e Rotterdam, di spostare il dado Knorr in Portogallo da Sanguinetto, in provincia di Verona»

«il limite strutturale del capitalismo familiare del Novecento italiano e le asimmetrie con il costo del lavoro dell’Est Europa hanno mandato in crisi l’industria del bianco dagli anni 70, la forza tecnologica e patrimoniale di una grande multinazionale ci si augurava che potesse sopperire a questo declino»

«Un differenziale negativo che anticipa il rischio di una uscita dei capitali stranieri da queste imprese e che fornisce una interpretazione economica – non ideologica – ai disinvestimenti presenti e futuri dal nostro Paese: è un problema di strategie di impresa – in questo caso di multinazionali – non di natura “buona” o “cattiva” dei capitali stranieri. Un caso estremo e paradossale, da questo punto di vista, è rappresentato da Fca. Che va considerata una multinazionale ormai da 8 anni. E che, come tale, opera»

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Chiunque abbia la sorte di subentrare a questo governo Zingaretti si troverà a dover ripartire dal deserto.

L’Italia è entrata nella società della misera.

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Non solo ArcelorMittal: perché le multinazionali disinvestono dall’Italia

Il rischio di fuga di ArcelorMittal da Taranto e l’assottigliarsi dell’attività di Fca in quel che rimane del miraggio del polo del lusso sono soltanto gli ultimi elementi che compongono il mosaico fragile e deteriorato del radicamento delle multinazionali nel nostro Paese

Arcelor Mittal – società giuridicamente inglese, nata dalla fusione tra i francesi di Arcelor e gli indiani di Mittal – il 4 novembre ha annunciato la sua intenzione di restituire l’ex Ilva allo stato italiano. Fca, gruppo con sede ad Amsterdam che paga le tasse a Londra, ha dimezzato il volume produttivo della Maserati a Torino, il cuore del triangolo manifatturiero, realizzando nei primi 6 mesi dell’anno lo stesso numero di macchine di lusso del primo trimestre del 2018, senza contare le incognite legate al probabile deal con Psa che potrebbe ridisegnare la presenza “italiana” dell’ex Lingotto.

La possibile “fuga” del colosso globale dell’acciaio da Taranto e l’assottigliarsi dell’attività di Fca in quel che rimane del miraggio del polo del lusso sono soltanto gli ultimi elementi che compongono il mosaico fragile e deteriorato del radicamento delle multinazionali nel nostro Paese. Potremmo aggiungere il probabile ridimensionamento della multinazionale del bianco Whirlpool dal Belpaese e la recente scelta della Unilever, multinazionale con quartier generale tra Londra e Rotterdam, di spostare il dado Knorr in Portogallo da Sanguinetto, in provincia di Verona.

Peggiora il tessuto produttivo

Tutto questo rappresenta soltanto l’accelerazione di un deterioramento del nostro tessuto produttivo che ha avuto nelle multinazionali una componente essenziale. Nel bene e nel male. Sì, perché a 10 anni dall’inizio della Grande Crisi, uno dei cuori del capitalismo industriale italiano – le aziende controllate da capitali stranieri – batteva due ritmi, in apparenza diversi e divergenti.

Il primo ritmo è lento, sempre più lento: i trasferimenti di conoscenze scientifiche e tecnologiche dalle società italiane verso le capogruppo estere e dalle capogruppo estere verso le società italiane si sono, sul lungo periodo, significativamente ridotti. E, in questo ritmo lento, ci sono nelle ultime settimane accelerazioni: se c’è qualcuno – anzi, a questo punto, se c’era qualcuno – in grado non soltanto di bonificare, ma anche di riportare all’antica brillantezza tecnologica l’acciaieria di Taranto, rendendola compatibile con l’ambiente e la salute, è – o, meglio, era – Arcelor Mittal. Se Arcelor Mittal si disimpegna, i flussi si riducono. Se va via, si interrompono.

Il secondo ritmo è inaspettatamente rapido e ha caratteri positivi: la ristrutturazione del tessuto industriale italiano ha subìto una accelerazione anche grazie all’opera dei capitali stranieri che arrivano e scelgono chi comprare, riorganizzano le fabbriche e ristrutturano l’assetto societario – danno vita a nuove società, ma senza modificare il perimetro sostanziale – contribuendo così aumentare il numero di società a controllo straniero. Una tendenza di lungo periodo, che la crisi potrebbe compromettere.

Meno tecnologia

Un organismo industriale interconnesso con altri organismi industriali è in salute quando vi è osmosi in entrambe le direzioni: la membrana, costituita dall’azienda consociata, assorbe competenze di ogni tipo dalla controllante straniera e a essa la restituisce. La consistenza di questi flussi garantisce una solidità di fondo al territorio: tanto sono maggiori questi flussi, tanto più conviene alla multinazionale straniera mantenere elevati livelli di produzione e occupazione, perché quando il legame è strutturato, articolato e sofisticato i costi di disinvestimento sono maggiori rispetto ai costi da sostenere per chiudere un impianto di sola mera produzione.

Questo meccanismo era auspicato da tutti gli osservatori quando la famiglia Merloni (ramo Vittorio) ha venduto Indesit agli americani di Whirlpool: il limite strutturale del capitalismo familiare del Novecento italiano e le asimmetrie con il costo del lavoro dell’Est Europa hanno mandato in crisi l’industria del bianco dagli anni 70, la forza tecnologica e patrimoniale di una grande multinazionale ci si augurava che potesse sopperire a questo declino.

Non è andata così sul breve periodo. Non è andata così sul lungo periodo. Le analisi dei flussi di conoscenza scientifico-tecnologiche effettuate dall’Istat sui suoi focus group di imprese a controllo straniero sono impressionanti. Nel 2005, quando il sistema industriale italiano aveva già effettuato la sua ristrutturazione successiva all’introduzione dell’euro, il 47% delle consociate riceveva dalla casa madre trasferimenti scientifici e tecnologici e il 30% li indirizzava dall’Italia all’estero.

Dieci anni dopo – con un dato credibile anche oggi – questi flussi in entrata e in uscita sono crollati: solo il 33% delle imprese assorbe know-how (il 14% in meno, in un sistema industriale ad alta sensibilità e ad alta amplificazione interna di ogni shock è una differenza consistente), mentre fa il contrario – cioè trasferisce questo sapere dal nostro Paese alla casa madre – il 24%, cioè sei imprese su cento in meno.

Il dato preoccupante, che mostra come con la Grande Crisi qualcosa si sia appunto incrinato nel processo osmotico di trasmissione di cultura tecno-industriale, è il primo. Ma anche il secondo non va bene. La qualità di un organismo produttivo è garantita dalla consistenza – chi sei, cosa fai e dove vai come soggetto industriale collettivo – ma anche dalla fluidità in entrata e in uscita con il resto della manifattura internazionale, soprattutto se la dimensione media del tuo tessuto produttivo è inferiore agli standard europei e, dunque, tu hai bisogno come l’aria di R&S e di tecnologia proveniente dall’estero.

Le multinazionali, in tempi di fisiologia e non di patologia, servono a questo. Qualcosa, invece, si è rotto, in questi flussi particolarmente nobili, in entrata e in uscita. E, quindi, aumenta la probabilità di disinvestimenti. Come sta succedendo con Whirlpool. Con tanta pace della fu Indesit.

Meno know-how manageriale

Il dai e vai tra sistemi industriali nazionali, che dopo la progressiva integrazione avvenuta con l’ultima globalizzazione stanno adesso vivendo un passaggio di regressione per via delle guerre commerciali, dei nuovi sovranismi politico-culturali e delle riperimetrazioni in senso nazionale dei grandi gruppi industriali, è basato anche sui trasferimenti di competenze manageriali. Si sono ridotti i punti di collegamento tra consociate italiane e case madri straniere: nel 2005, secondo l’Istat, il 56% delle imprese riceveva know how manageriale e commerciale dall’estero e il 33% lo ricambiava.

Le multinazionali continuano ad assorbire conoscenza: il 32%, la stessa quota di prima della Grande Crisi, continua a trasferirle alle case madri. Hanno smesso di pompare competenze manageriali verso l’Italia: a riceverle sono il 42% delle controllate italiane, il 14% in meno.

Un differenziale negativo che anticipa il rischio di una uscita dei capitali stranieri da queste imprese e che fornisce una interpretazione economica – non ideologica – ai disinvestimenti presenti e futuri dal nostro Paese: è un problema di strategie di impresa – in questo caso di multinazionali – non di natura “buona” o “cattiva” dei capitali stranieri. Un caso estremo e paradossale, da questo punto di vista, è rappresentato da Fca. Che va considerata una multinazionale ormai da 8 anni. E che, come tale, opera.

Le competenze in uscita dall’Italia verso l’estero sono state significative: tutta la reindustrializzazione delle fabbriche nordamericane è stata fatta con modelli manageriali, competenze tecniche e codici organizzativi provenienti dall’Italia: da Cassino e da Pomigliano d’Arco, da Mirafiori e da Melfi piccole squadre di specialisti si sono trasferite al Jefferson North Assembly Plant di Detroit, a Toledo in Ohio o a Windsor in Canada.

Allo stesso tempo, non ci sono state competenze e investimenti in entrata e nemmeno denari per farle sviluppare tra Torino e Modena: ci sarebbero potute essere, se il polo del lusso di Maserati e Alfa Romeo, annunciato nel 2014 da Sergio Marchionne, si fosse realizzato.

Il perimetro invariato

Questo fenomeno di anchilosamento dell’attività di scambio delle consociate con le loro controllanti fa il paio con l’aumento del peso – finanziario, ma soprattutto strategico – del capitale straniero nella nostra manifattura. Nel 2005, le imprese partecipate da investitori stranieri censite dalla banca dati Reprint erano 2.551 e avevano 520mila addetti. Nel 2018, sono diventate 3.519, il 38% in più.

Gli occupati, invece, sono saliti in maniera meno consistente a 568mila: il 10% in più. Ancor meno i ricavi: da 470 miliardi a 507 miliardi di euro (+8%). In alcuni settori strategici, la penetrazione degli investitori stranieri è stata significativa. Basti pensare che la metallurgia e la meccanica italiana a controllo estero avevano nel 2015 130mila addetti, che sono diventati 160mila nel 2018.

E che, nel tessile, nell’abbigliamento, nel cuoio e nelle calzature a controllo estero, gli occupati 4 anni fa erano 12mila e, nel 2018, sono diventati 27mila.

Tuttavia, il perimetro della manifattura italiana a partecipazione straniera è rimasto quello. Ci sono più società, ma il perimetro è quello. Ragioniamo sull’indicatore del numero di società, che è insieme ambiguo e limpido. Per questo è interessante.

Il novero degli investitori stranieri è composto dai fondi di private equity (pochi), dalle grandi società industriali e dalle piccole imprese estere (l’ultima tendenza). Una crescita così elevata del numero di società partecipate – quasi il 40% in più in 13 anni – non è spiegabile soltanto con la tendenza alla polverizzazione del tessuto produttivo italiano, che sconta una deriva di lungo periodo verso le piccole dimensioni. Né soltanto con l’ultima tendenza delle piccole imprese straniere che – magari a prezzi di saldo – comprano una omologa italiana.

C’è senz’altro di più. E questo di più non può che essere l’attitudine degli investitori stranieri – quando rilevano una società italiana perché è in crisi, o perché è nel pieno di uno sbandamento strategico per cui ha bisogno di capitali o perché si trova nel corso di un passaggio generazionale incompiuto – a operare con il taglia e cuci, il cuci e taglia.

Prendi una società con due specializzazioni produttive, come spesso capita nelle piccole e medie aziende italiane, e da una fanne due. Oppure, acquista una azienda integrata e scegli di concentrarti soprattutto sulla attività industriale, così da disaggregare per esempio i servizi e la logistica. In quel modo puoi cercare nuovi azionisti. Oppure, rendendo una parte di essa autonoma, la puoi in un secondo momento vendere e così finanziare l’acquisto (nei peggiori dei casi) o lo sviluppo (nei migliori dei casi) della impresa italiana che hai rilevato all’origine.

Lo sbandamento strategico delle ultime settimane della manifattura italiana a capitale straniero, con un disimpegno crescente si innesta su una dinamica che, sull’equity, è sul lungo periodo positiva.

L’equilibrio perduto

Le multinazionali fanno bene all’economia italiana. Rimane valido lo studio di Prometeia che ricorda come i differenziali di crescita positivi per chi è stato acquisito siano pari al 2,8% per il fatturato, al 2% per il numero di occupati e all’1,4% per la produttività.

Ma, oggi, il disimpegno è il punto di caduta di una tendenza di lungo periodo che ha visto ridurre i flussi di tecnologia e di competenze manageriali dall’estero verso le consociate del nostro Paese. Arrivano, quando rimangono ci credono meno e, a un certo punto, si disimpegnano.

I boati prodotti da Arcelor Mittal, Whirlpool e Unilever e il volume all’improvviso abbassato di Maserati e Alfa Romeo non avvengono nel silenzio. Gli scricchiolii si avvertono da tempo.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria

Spagna. Vox. I liberal li definiscono come sporchi e maledetti, ma la gente li vota.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-11.

2019-11-11_Spagna Risultati 001

Sánchez perde la scommessa: ora ha bisogno dei popolari. Vox raddoppia . Femminismo no, corrida sì: Vox in pillole

«Nel Parlamento uscente esisteva una teorica maggioranza di sinistra; in quello nuovo, no; a meno di non mettere insieme un terrificante puzzle di indipendentisti catalani, autonomisti baschi, nazionalisti navarrini»

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«I socialisti vincono le elezioni in Spagna, anche se non ottengono la maggioranza dei seggi»

«Quando sono stati scrutinati il 93,29% dei seggi, il Psoe ha ottenuto 120 deputati, il Pp 88 (+22) e Vox 52 (+28)»

«Seguono Unidas Podemos con 35 (-7) seggi e Ciudadanos con 10 (-47)»

«Terza l’ultradestra che conferma l’exploit»

«Sanchez aveva già vinto le elezioni del 28 aprile, arrivando largamente in testa con 123 seggi, un risultato importante ma sotto la soglia di maggioranza di 176 deputati. Premier ad interim, dopo che la caduta del suo governo di minoranza aveva portato al voto, il leader socialista non è riuscito a formare un nuovo governo malgrado il successo elettorale»

«Il 14 ottobre la condanna a pene fino a 13 anni di carcere per nove leader indipendentisti catalani ha riacceso la tensione in Catalogna, con una settimana di violente proteste che hanno sconvolto la regione e devastato Barcellona. La durezza della protesta secessionista ha sconfessato la linea dialogante di Sanchez, mentre la polizia è stata accusata di essere intervenuta in modo eccessivo. Neanche la promessa mantenuta di spostare la salma dell’ex dittatore Francisco Franco dall’imponente mausoleo della valle dei caduti ad un semplice cimitero, sembra essere riuscita ad aumentare i consensi per il leader socialista»

«Intanto la crisi catalana ha riportato in auge Vox, il partito di ultradestra di Santiago Abascal, entrato per la prima volta in parlamento in aprile. “L’ascesa di Vox fa saltare i nervi ai grandi partiti”, titolava giovedì El Pais, in una giornata in cui Abascal è riuscito a riunire 6mila persone ad un suo comizio a Valencia e il leader del partito Popolare Pablo Casado ha parlato davanti a soli 1600 sostenitori nella stessa città».

A conti fatti, mancano solo poche migliaia di seggi da scrutinare, il partito socialista spagnolo riesce a mantenere la maggioranza relativa, ma perde tre seggi.

Il vero partito vincitore è Vox, che conquisterebbe 52 seggi, i popolari recuperano dal tonfo storico della primavera scorsa passando da 66 a 87 seggi, la formazione di sinistra Podemos è ridimensionata, passando da 42 a 35 deputati, mentre Ciudadanos crolla da 57 a 10 seggi.

Che la Spagna abbia optato per la destra dovrebbe essere ben evidente da questi numeri.

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Tra i molti problemi che ne emergono, uno dovrebbe essere affrontato, perché a nostro sommesso parere di grande importanza.

Il cardine di tutta la propaganda liberal socialista si centra nell’ostracismo dato a chiunque tentasse di opporsi alla loro Weltanschauung. Sono etichettati come ‘ultradestra’, fascisti’, ‘nazionalsocialisti’, sovranisti, identitari, antieuropei, prevaricatori dei diritti civili, ed, ovviamente, di aver diffuso dati falsi e manipolati. Poi seguono gli altri insulti d’obbligo: codici, omofobi, e via quant’altro. Come se tutti questi epiteti fossero sinonimi di orrendi peccati mortali politici.

Significativo è stato lo slogan delle sinistre:

«necessità storica di una coalizione di sinistra

per fermare l’ultradestra»

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Questa frase sintetizza l’amara situazione: il liberal socialisti sono incapaci sia di coagularsi in un unico partito maggioritario, sia di esprimere un programma politico ed economico che possa essere condiviso dall’elettorato.

Sono politicamente agonizzanti in un mondo in rapidissimi cambiamenti che non concede più loro spazio di manovra alcuno,

Ed il problema spagnolo è esattamente quello di quasi tutti i paesi europei, Italia in primis.

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Sanchez senza maggioranza, boom di Vox

I socialisti vincono le elezioni in Spagna, anche se non ottengono la maggioranza dei seggi. Quando sono stati scrutinati il 93,29% dei seggi, il Psoe ha ottenuto 120 deputati, il Pp 88 e Vox 52. Seguono Unidas Podemos con 35 seggi e Ciudadanos con 10. Terza l’ultradestra che conferma l’exploit.

“Siamo convinti che il risultato di queste elezioni serva per consolidarci come alternativa patriottica e sociale”, ha detto l’europarlamentare esponente di Vox Jorge Buxade dopo i primi exit poll.

La Spagna è tornata a votare oggi alle elezioni generali per la quarta volta in quattro anni. Scende l’affluenza rispetto alle elezioni dello scorso aprile. Alle 18 ha votato il 56,86% degli elettori, rispetto al 60,74% registrato alla scorsa tornata elettorale.

Chi sono i 5 leader protagonisti del voto

Sanchez aveva già vinto le elezioni del 28 aprile, arrivando largamente in testa con 123 seggi, un risultato importante ma sotto la soglia di maggioranza di 176 deputati. Premier ad interim, dopo che la caduta del suo governo di minoranza aveva portato al voto, il leader socialista non è riuscito a formare un nuovo governo malgrado il successo elettorale. I negoziati con la sinistra radicale del partito anti sistema Podemos di Pablo Iglesias si sono arenati su veti reciproci, mentre i liberali di Ciudadanos, ormai spostati a destra, non hanno voluto sostenere l’esecutivo dall’esterno.

A metà settembre, quando il re è stato costretto a convocare nuove elezioni, Sanchez ha impostato una campagna tesa a chiedere una maggioranza chiara per portare avanti da solo un governo stabile. Ma non tutto è andato come previsto.

Il 14 ottobre la condanna a pene fino a 13 anni di carcere per nove leader indipendentisti catalani ha riacceso la tensione in Catalogna, con una settimana di violente proteste che hanno sconvolto la regione e devastato Barcellona. La durezza della protesta secessionista ha sconfessato la linea dialogante di Sanchez, mentre la polizia è stata accusata di essere intervenuta in modo eccessivo. Neanche la promessa mantenuta di spostare la salma dell’ex dittatore Francisco Franco dall’imponente mausoleo della valle dei caduti ad un semplice cimitero, sembra essere riuscita ad aumentare i consensi per il leader socialista.

Intanto la crisi catalana ha riportato in auge Vox, il partito di ultradestra di Santiago Abascal, entrato per la prima volta in parlamento in aprile. “L’ascesa di Vox fa saltare i nervi ai grandi partiti”, titolava giovedì El Pais, in una giornata in cui Abascal è riuscito a riunire 6mila persone ad un suo comizio a Valencia e il leader del partito Popolare Pablo Casado ha parlato davanti a soli 1600 sostenitori nella stessa città.

Sovranista, anti migranti, euroscettico e maschilista, Abascal ha fatto una campagna elettorale a colpi di dati statistici dubbi e ampiamente contestati, come quello che il 70% degli stupri di gruppo in Spagna è opera di stranieri. Ma anche se 1.600 accademici hanno firmato un manifesto per accusarlo di aver diffuso dati falsi e manipolati, la sua retorica ha fatto presa su una crescente fetta di elettorato stufa dei partiti tradizionali.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Italia. Sondaggi. M5S 15.8%, PD 18.5%.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-11.

2019-11-10_Sondaggi Italiani

Gli ultimi sondaggi elettorali italiani sono confrontati per alcuni, disastrosi per altri.

Il M5S sarebbe sceso al 15.8%, proseguendo senza sosta il suo declino elettorale

Ma neanche il partito democratico scherza: nell’ultimo sondaggio è quotato 18.5%.

Lega e centrodestra sembrerebbero invece in ottima salute.

Si direbbe che gli Elettori non gradiscano poi molto essere considerati pecore da tosa.

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Plastic e sugar tax, auto aziendali e Quota 100, le incognite della manovra

Plastic e sugar tax: incasso di tre miliardi, ma si discute sulle aliquote

È forse la tassa più contestata di tutta la manovra, ma anche quella che porterebbe fin da subito il maggior gettito fiscale nelle casse dello Stato. Ma sulla «plastic tax» molto può ancora cambiare in Parlamento dove è iniziato l’esame. Ora il testo è in Senato, dove si punta a licenziarlo in tempi brevi per inviarlo poi alla Camera non oltre il 2-3 dicembre. La tassa sulle microplastiche prevede il prelievo di un euro al chilo per tutti gli imballaggi usati una sola volta per trasportare o contenere prodotti alimentari. Il gettito sarebbe di poco più di un miliardo di euro per il 2020 e 1,8 per il 2021. Una misura subito criticata da tutto il mondo produttivo che la vive come un dazio applicato però su un prodotto italiano: «Penalizza le aziende senza dar loro il tempo di riposizionarsi o adottare possibili alternative tecnologiche», attacca Confindustria. Ecco allora che tra le ipotesi di modifica durante i lavori parlamentari (per presentare gli emendamenti al Senato c’è tempo fino al prossimo sabato), c’è quella di far slittare a luglio l’entrata in vigore dell’imposta, oggi prevista per aprile 2020. E anche di rimodulare le cifre che potrebbero scendere a 40-60 centesimi al chilo e solo per alcuni prodotti. Stessa cosa varrebbe anche per la «sugar tax» sulle bevande zuccherate da cui il governo prevede di incassare 233 milioni nel 2020.

Auto aziendali, la tassa che non piace a nessuno

L’obiettivo è quello di favorire scelte più ecologiche come spiega lo stesso premier Giuseppe Conte: «Orientare l’acquisto di auto aziendali verso l’ibrido o l’elettrico è una scelta politica». Ma la tassa sulle auto aziendali inserita nella prossima manovra economica fa arrabbiare quasi tutti. Dalla rimodulazione dell’imposta, il governo conta di incassare 332 milioni di euro nel 2020 per poi salire gradualmente a 378 nel 2022. Ad essere colpite sono le auto aziendali la cui tassazione a carico dei dipendenti raddoppierebbe dall’attuale 30% al 60%; quelle più inquinanti pagherebbero il 100%. Resterebbero escluse le auto ibride ed elettriche. Ma nonostante la retromarcia — la prima versione della misura prevedeva la tassa per tutte le auto senza distinzioni —, tutti restano contrari alla misura, anche dentro l’esecutivo con i renziani di Italia Viva pronti a dare battaglia. «L’imposta verrà radicalmente rivista», promette però il viceministro dell’Economia Antonio Misiani: «È giusto differenziare l’aliquota in relazione al grado di inquinamento delle vetture, ma l’impatto è sicuramente eccessivo». Non si esclude quindi un dietrofront, che potrebbe passare per uno slittamento dell’entrata in vigore dell’imposta di almeno 6 mesi o al 2021, o addirittura per la sua eliminazione.

Lavoro e previdenza, ipotesi rinvio cuneo fiscale

Nella manovra economica da circa 30 miliardi di euro ci sono dei conti da far quadrare. Eventuali modifiche e rimodulazioni decise durante l’esame del Parlamento vanno però bilanciate con nuovi tagli o nuove entrate. Così ecco che il taglio del cuneo fiscale, cioè il costo del lavoro, che prevede uno stanziamento solo per il 2020 di tre miliardi (diventano 5 a regime), potrebbe subire un ridimensionamento o addirittura slittare, magari per ridurre o eliminare l’impatto delle microtasse molto contestate anche nella stessa maggioranza, plastic tax su tutte. In realtà la misura per ridurre tasse e contributi previdenziali coinvolgerebbe oltre 10 milioni di lavoratori dipendenti a basso reddito è stata espressamente voluta dal Pd, che difficilmente accetterebbe quindi un suo ritocco. Ma non si esclude un braccio di ferro anche tra gli alleati di governo per rivederla. Stesso discorso si può fare per Quota 100 la cui sperimentazione è stata confermata fino al 2021, poi scomparirà. E intanto però ha fatto risparmiare allo Stato un miliardo solo per il 2019 grazie alle adesioni inferiori rispetto alle stime e, come ha raccontato ieri il presidente dell’Inps Pasquale Tridico al Corriere, «nel 2020 si stimano non meno di 2 miliardi di risparmi su circa 8 di spesa prevista». Un tesoretto che non passa inosservato.