Pubblicato in: Armamenti, Devoluzione socialismo, Geopolitica Africa, Ong - Ngo

Francia. Si è fatta odiare ed ora è scacciata anche dal Burkina Faso. Russia e Cina felici.

Giuseppe Sandro Mela.

2023-02-01.

Burkina Faso Britannica 001

Macron in visita nel Burkina Faso. Per poco lo accoppano. Incidente diplomatico.

«Durante un incontro con gli studenti a Ouagadougou, capitale dell’ex colonia Burkina Faso, l’inquilino dell’Eliseo, per invitarli a superare la visione di una Francia paternalista alla quale chiedere soccorso nella difficoltà, li ha esortati, con toni un po’ bruschi, a “non trattarlo come se fosse il presidente del Burkina Faso.

Christian Kaboré, Presidente del Burkina Faso, inizialmente reagisce con un sorriso e poi si alza, lasciando la sala.

Ma Macron lo incalza: «Ecco se ne va… Ma no resta qui… Niente, è andato a riparare l’aria condizionata»

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Midterm. Decapitato il boss i fedeli sostenitori sono esposti alle vendette in tutto il mondo.

Elezioni francesi. Non solo débâcle di Macron.  È crollata l’architettura politica dei liberal.

Mali. Macron si è trovato in casa più di mille mercenari russi. Mr Putin lo ha sfregiato.

Francia. Lo tsunami Grüne nelle grandi città. Macron scomparso e sepolto.

Africa. Sahel. Cina e Russia hanno scalzato l’occidente. I popoli odiano francesi e Nato.

Cina penetra economicamente l’Africa subsahariana.

Pechino assorbe il 30% dell’export di 9 Paesi subsahariani.

Cina ed Africa. I rapporti collaborativi si stanno consolidando.

Cina ed Africa. Una politica di rapporti internazionali paritetici.

Cina. Consolida il suo impero in Africa.

I nuovi enormi investimenti della Cina in Africa

Cina. Prima base militare permanente a Djibouti in Africa. Prima non c’era.

Macron accusa Russia e Turchia di voler scalzare la Francia dall’Africa Centrale.

Russia. Penetrazione in Africa costruendovi centrali atomiche.

Putin. La Russia alla conquista dell’Africa.

Russia. Putin sta penetrando militarmente l’Africa, scacciandone americani e francesi.

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                         La Francia ritirerà i suoi militari dal Burkina Faso entro un mese, a seguito di una richiesta della giunta di governo del Paese dell’Africa occidentale. Il ritiro è l’ultimo segno del crollo dell’influenza dell’ex potenza coloniale nella regione, uno sviluppo che la Russia ha sfruttato con entusiasmo.

                         La fine della missione francese in Burkina Faso, composta da circa 400 persone, arriva 10 mesi dopo che le sue truppe sono state cacciate dal vicino Mali, dove le forze francesi hanno trascorso quasi un decennio a condurre una lotta persa contro una crescente insurrezione jihadista, che ha ucciso migliaia di persone e ne ha sfollate milioni mentre si diffondeva nel Sahel. In entrambi i Paesi, il ritiro francese è avvenuto mentre i leader governativi hanno rafforzato i loro legami con il Cremlino, che ha utilizzato il gruppo mercenario Wagner per prendere piede nella Repubblica Centrafricana, in Libia e in Sudan.

                         La Francia ha cercato di mantenere uno stretto rapporto con il Burkina Faso, ma la richiesta esplicita della giunta di ritirare le truppe è arrivata dopo una serie di iniziative sempre più ostili nei confronti di Parigi, tra cui la messa al bando dell’emittente francese RFI. Molte truppe francesi si sono già trasferite in Niger, che confina con il Mali e il Burkina Faso. Attraverso aziende che sfruttano le risorse naturali dell’Africa, operatori politici che minano gli attori democratici, società di facciata che si spacciano per ONG e manipolazione dei social media, Prigozhin diffonde disinformazione per influenzare la politica africana a favore della Russia.

                         Molti burkinabé vogliono che la Russia sia il partner principale nella lotta al terrorismo. La Russia vuole il sostegno di tutti i suoi alleati africani, ha risposto Saltykov. Stiamo cercando di rafforzare i nostri sforzi nella lotta per un mondo multipolare. La Francia ha mantenuto un’influenza notevole sulla politica, sull’economia e sulla sicurezza dei Paesi saheliani nei decenni successivi alla rivendicazione della loro indipendenza dall’ex potenza coloniale negli anni Sessanta. Questa storia, insieme all’incapacità delle truppe francesi di fermare la diffusione di attività estremiste nella regione, ha contribuito a far crescere un senso di risentimento. Queste dinamiche hanno creato un’opportunità per il Gruppo Wagner, che la giunta militare al potere in Mali ha assunto nel dicembre 2021 per assistere i suoi sforzi di controinsurrezione. La presenza di Wagner sta anche causando il lento collasso della forza di pace delle Nazioni Unite, composta da 13,000 uomini, che opera in Mali dal 2013. Alla fine dello scorso anno, Germania, Regno Unito e Costa d’Avorio hanno annunciato il loro ritiro dalla missione, dopo la decisione di Danimarca e Svezia di fare lo stesso.

                         Come in Mali, il sentimento antifrancese si è intensificato e la russofilia è cresciuta con il peggiorare della situazione della sicurezza. Il colpo di Stato di settembre che ha portato al potere la giunta del Burkina Faso è stato accompagnato da un attacco all’ambasciata francese e applaudito da sostenitori che sventolavano bandiere russe.

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«France will withdraw its military from Burkina Faso within a month following a request from the West African country’s governing junta. The removal is the latest sign of the former colonial power’s collapsing influence in the region—a development that Russia has eagerly exploited.»

«The end of France’s roughly 400-person mission in Burkina Faso comes 10 months after its troops were kicked out of neighboring Mali, where French forces spent nearly a decade leading a losing fight against a growing jihadist insurgency, which killed thousands and displaced millions as it spread across the Sahel. In both countries, the French withdrawal occurred as government leaders strengthened their ties to the Kremlin, which has used the mercenary Wagner Group to gain a foothold in the Central African Republic, Libya and Sudan.»

«France has sought to maintain its close relationship with Burkina Faso, but the junta’s explicit demand that the country withdraw its troops came after a series of increasingly hostile moves towards Paris, including banning French broadcaster RFI. Many French troops have already relocated to Niger, which borders Mali and Burkina Faso. Through companies that exploit Africa’s natural resources, political operatives who undermine democratic actors, front companies posing as NGOs, and social media manipulation, Prigozhin spreads disinformation to influence African politics in Russia’s favor»

«many Burkinabe want Russia to be the main partner in the fight against terrorism. Russia wants the support of all its African allies, Saltykov responded. We’re looking to reinforce our efforts in the fight for a multipolar world. France has maintained outsized influence over the politics, economies and security of Sahelian countries in the decades since they claimed their independence from the former colonial power in the 1960s. That history, alongside French troops’ failure to stop the spread of extremist activity in the region, has contributed to a growing sense of resentment. These dynamics created an opportunity for the Wagner Group, which Mali’s ruling military junta hired in December 2021 to assist in its counter-insurgency efforts. Wagner’s presence is also causing the slow-motion collapse of the 13,000-troop UN peacekeeping force that has operated in Mali since 2013. Late last year, Germany, the UK and the Ivory Coast announced that they were withdrawing from the mission, following Denmark and Sweden’s decision to do the same»

«As in Mali, anti-French sentiment has intensified and Russophilia has grown as the security situation has worsened. The September coup that brought Burkina Faso’s ruling junta into power was accompanied by an attack on the French Embassy and cheered on by supporters waving Russian flags. The unpopularity of France.»

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Russia’s Footprint Grows in Africa as France Leaves Burkina Faso

January 29, 2023.

France will withdraw its military from Burkina Faso within a month following a request from the West African country’s governing junta. The removal is the latest sign of the former colonial power’s collapsing influence in the region—a development that Russia has eagerly exploited.

The end of France’s roughly 400-person mission in Burkina Faso comes 10 months after its troops were kicked out of neighboring Mali, where French forces spent nearly a decade leading a losing fight against a growing jihadist insurgency, which killed thousands and displaced millions as it spread across the Sahel. In both countries, the French withdrawal occurred as government leaders strengthened their ties to the Kremlin, which has used the mercenary Wagner Group to gain a foothold in the Central African Republic, Libya and Sudan.

France has sought to maintain its close relationship with Burkina Faso, but the junta’s explicit demand that the country withdraw its troops came after a series of increasingly hostile moves towards Paris, including banning French broadcaster RFI. Amid the turmoil, France stated that it would recall its ambassador to Burkina Faso while seeking clarity from authorities, and is expected to announce a revamp of its security presence in Africa. Many French troops have already relocated to Niger, which borders Mali and Burkina Faso. 

Western governments have for years warned about the threat of Russian disinformation campaigns in the Sahel, spearheaded by companies linked to Wagner founder Yevgeny Prigozhin. “Through companies that exploit Africa’s natural resources, political operatives who undermine democratic actors, front companies posing as NGOs, and social media manipulation, Prigozhin spreads disinformation to influence African politics in Russia’s favor,” the US State Department warned last May.

Relations between the Kremlin and political leaders in the Sahel have grown close as Russia is increasingly seen as an effective potential partner in the war against jihadists. During a state TV interview on Jan. 13, a journalist told Russian Ambassador Alexey Saltykov that “many Burkinabe want Russia to be the main partner in the fight against terrorism.”

“Russia wants the support of all its African allies,” Saltykov responded. “We’re looking to reinforce our efforts in the fight for a multipolar world.”

                          ‘Malian blueprint’

France has maintained outsized influence over the politics, economies and security of Sahelian countries in the decades since they claimed their independence from the former colonial power in the 1960s. That history, alongside French troops’ failure to stop the spread of extremist activity in the region, has contributed to a growing sense of resentment. 

These dynamics created an opportunity for the Wagner Group, which Mali’s ruling military junta hired in December 2021 to assist in its counter-insurgency efforts. Burkina Faso has denied doing the same.

The UN has accused the private military company of gross human rights violations, hiring mercenaries in exchange for Russian access to gold mines. The press service for Concord Group, the catering company owned by Prigozhin, didn’t respond to questions seeking comment about its activities in Africa.

Civilian deaths have roughly quadrupled to more than 2,000 since Mali deployed Wagner mercenaries in December 2021, up from about 550 in the previous year, according to data collected by ACLED, a Washington-based group. In 2022, at least 750 civilians were killed in attacks by Wagner fighters working alongside Malian soldiers.

Wagner’s presence is also causing the slow-motion collapse of the 13,000-troop UN peacekeeping force that has operated in Mali since 2013. Late last year, Germany, the UK and the Ivory Coast announced that they were withdrawing from the mission, following Denmark and Sweden’s decision to do the same. 

Ornella Moderan, a Bamako-based research associate fellow at the Dutch Clingendael Institute, described Burkina Faso as following the “Malian blueprint.” A key step, she said, is “pushing out inconvenient partners —those who insist on human rights, erect democracy-related conditions to their military support, or citizen transitional authorities too openly.” Both countries have ejected UN officials, French diplomats, and finally, the French military, all while forging closer ties to Russia.

                         Dramatic collapse

No country in the Sahel has suffered as precipitous a collapse as Burkina Faso, which just eight years ago was seen as relatively stable and a tourism destination. Now huge swathes of its territory are outside government control, thousands have died and about 2 million people—or a tenth of the population—are displaced.

As in Mali, anti-French sentiment has intensified and Russophilia has grown as the security situation has worsened. The September coup that brought Burkina Faso’s ruling junta into power was accompanied by an attack on the French Embassy and cheered on by supporters waving Russian flags.

President Emmanuel Macron has accused Moscow of using disinformation to stoke anti-French sentiment and to pursue a “predatory” strategy in Africa that serves its own interests. But the young soldiers who have taken over leadership in Mali and Burkina Faso are tapping into a rich vein of resentment and re-establishing Cold War-era links: Russia has for decades provided training and weapons to African countries, including in the Sahel.

According to Moussa Mara, who served as prime minister under Ibrahim Boubacar Keita, the French-aligned president ousted in a 2020 coup, the pro-Russian tilt in Mali has little to do with “the popularity of Russia.” Rather, he said, “it is an expression of the unpopularity of France.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Geopolitica Africa

Qatar. Cosa mai si crederebbe di essere lo Human Rights Watch?

Giuseppe Sandro Mela.

2022-10-26.

Qatar 001

«Human Rights Watch (HRW) is an international non-governmental organization, headquartered in New York City, that conducts research and advocacy on human rights. The group pressures governments, policy makers, companies, and individual human rights abusers to denounce abuse and respect human rights, and the group often works on behalf of refugees, children, migrants, and political prisoners.

Human Rights Watch, in 1997, shared the Nobel Peace Prize as a founding member of the International Campaign to Ban Landmines, and it played a leading role in the 2008 treaty banning cluster munitions.

Human Rights Watch was co-founded by Robert L. Bernstein Jeri Laber and Aryeh Neier as a private American NGO in 1978, under the name Helsinki Watch, to monitor the then-Soviet Union’s compliance with the Helsinki Accords.» [Fonte]

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Lo Human Rights Watch altro non è che una organizzazione internazionale non-governativa di chiara appartenenza alla componente liberal socialista.

Nel converso, il Quatar è uno stato sovrano, con le leggi e con una Weltanschauung sue proprie, che non riconoscono ed avversano l’ideologie liberal socialista e le sue modalità di azione.

I liberal socialisti, e quindi lo Human Rights Watch sono ideologicamente razzisti e ritengono di essere la razza superiore, depositaria della verità, ed investita del compito di imporre dovunque la propria ideologia. Ma il mondo libero non solo non condivide simile visione, ma la avversa e la condanna.

Orbene, depongano lo scolapasta che hanno in testa e rientrino nei ranghi.

Senza la cassa di risonanza dei media di regime lo Hrw sarebbe una emerita nullità, quale è.

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                         Le forze di sicurezza del Qatar hanno arrestato arbitrariamente e maltrattato persone LGBT del Qatar il mese scorso, ha dichiarato Human Rights Watch (HRW). L’omosessualità è illegale nel Paese musulmano conservatore e alcune star del calcio hanno sollevato preoccupazioni sui diritti dei tifosi in viaggio per l’evento, in particolare delle persone LGBT+ e delle donne. Un funzionario del Qatar ha dichiarato che le accuse di HRW contengono informazioni categoricamente e inequivocabilmente false.

                         Gli organizzatori della Coppa del Mondo, che inizierà il 20 novembre e sarà la prima a svolgersi in una nazione mediorientale, affermano che tutti, indipendentemente dal loro orientamento sessuale o dal loro background, sono i benvenuti, pur mettendo in guardia dalle manifestazioni pubbliche di affetto.

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«Security forces in Qatar arbitrarily arrested and abused LGBT Qataris as recently as last month, Human Rights Watch (HRW) said. Homosexuality is illegal in the conservative Muslim country, and some soccer stars have raised concerns over the rights of fans travelling for the event, especially LGBT+ individuals and women. A Qatari official said in a statement that HRW’s allegations contain information that is categorically and unequivocally false»

«Organisers of the World Cup, which starts on Nov. 20 and is the first held in a Middle Eastern nation, say that everyone, no matter their sexual orientation or background, is welcome, while also warning against public displays of affection»

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HRW says Qatar has detained and mistreated LGBT people ahead of World Cup

Doha, Oct 24 (Reuters) – Security forces in Qatar arbitrarily arrested and abused LGBT Qataris as recently as last month, Human Rights Watch (HRW) said on Monday, in the run-up to hosting soccer’s World Cup which has put a spotlight on human rights issues in the Gulf Arab state.

Homosexuality is illegal in the conservative Muslim country, and some soccer stars have raised concerns over the rights of fans travelling for the event, especially LGBT+ individuals and women, whom rights groups say Qatari laws discriminate against.

A Qatari official said in a statement that HRW’s allegations “contain information that is categorically and unequivocally false,” without specifying.

Organisers of the World Cup, which starts on Nov. 20 and is the first held in a Middle Eastern nation, say that everyone, no matter their sexual orientation or background, is welcome, while also warning against public displays of affection.

“Freedom of expression and nondiscrimination based on sexual orientation and gender identity should be guaranteed, permanently, for all residents of Qatar, not just spectators going to Qatar for the World Cup,” HRW said in a statement.

The organisation said it had interviewed six LGBT Qataris, including four transgender women, one bisexual woman and one gay man, who reported being detained between 2019 and 2022 and subjected to verbal and physical abuse, including kicking and punching.

They were detained without charge in an underground prison in Doha, HRW said, and one individual was held for two months in solitary confinement.

“All six said that police forced them to sign pledges indicating that they would ‘cease immoral activity’,” it said, adding that transgender women detainees were mandated to attend conversion therapy sessions at a government-sponsored clinic.

Qatar does not “license or operate ‘conversion centres’,” the Qatari official said.

One of the transgender Qatari women interviewed by HRW told Reuters on condition of anonymity that she was arrested several times, most recently this summer when she was held for several weeks.

Authorities had stopped her due to her appearance or for possessing make-up, the woman said, adding that she had been beaten to the point of bleeding and had her head shaved.

The behaviour centre she was mandated to attend told the woman she had a gender identity disorder and accused her of being transgender in search of “sympathy from others”.

“The last thing I want is sympathy, I just want to be myself,” she said.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Geopolitica Africa, Russia

Madagascar. Licenziato il ministro degli esteri che ha votato contro la Russia.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-10-23.

Madagascar 001

                         Il presidente del Madagascar ha licenziato il suo ministro degli Esteri per aver votato alle Nazioni Unite la condanna dei referendum organizzati dalla Russia per annettere quattro regioni parzialmente occupate dell’Ucraina. Dei 193 membri dell’Assemblea Generale, 143 Paesi hanno votato a favore di una risoluzione che riaffermava anche la sovranità, l’indipendenza, l’unità e l’integrità territoriale dell’Ucraina all’interno dei suoi confini internazionalmente riconosciuti. Il ministro Richard Randriamandrato è stato licenziato per essere stato uno di quelli che hanno votato a favore.

                         L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia quest’anno ha messo molti Paesi africani in una posizione diplomatica scomoda. Molti hanno una storia complicata di relazioni con l’Occidente e l’ex Unione Sovietica, nonché importanti legami economici con la Russia. Hanno in gran parte evitato di prendere posizione sulla guerra, frustrando alcune nazioni occidentali.

                         Fino alla scorsa settimana, il Madagascar si è sempre astenuto durante le varie votazioni sulle risoluzioni relative alla crisi in Ucraina. Il governo ha parlato di neutralità e non allineamento sull’argomento. Diciotto dei 35 Paesi che si sono astenuti nella votazione della scorsa settimana erano africani. Russia, Bielorussia, Corea del Nord, Siria e Nicaragua hanno votato contro la risoluzione.

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«Madagascar’s president has fired his foreign affairs minister for voting at the United Nations to condemn Russian-organised referendums to annex four partially-occupied regions in Ukraine. Of the 193-member General Assembly, 143 countries voted in support of a resolution that also reaffirmed the sovereignty, independence, unity and territorial integrity of Ukraine within its internationally recognised borders. Minister Richard Randriamandrato was sacked for being one of those who voted in support.»

«Russia’s invasion of Ukraine this year has put many African countries in an awkward diplomatic position. Many have a complicated history of relations with the West and the former Soviet Union as well as important economic ties to Russia. They have largely avoided taking sides over the war, frustrating some Western nations.»

«Until last week, Madagascar always abstained during the various votes on resolutions related to the crisis in Ukraine. The government spoke of neutrality and non-alignment on the subject. Eighteen of the 35 countries to abstain on last week’s vote were African. Russia, Belarus, North Korea, Syria and Nicaragua voted against the resolution»

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Madagascar minister fired for voting against Russia’s Ukraine annexation

Antananarivo, Oct 19 (Reuters) – Madagascar’s president has fired his foreign affairs minister for voting at the United Nations to condemn Russian-organised referendums to annex four partially-occupied regions in Ukraine, two sources at the president’s office said.

Last Wednesday, the U.N. General Assembly voted overwhelmingly to condemn what it said was Russia’s “attempted illegal annexation” of the four regions in Ukraine and called on all countries not to recognise the move.

Of the 193-member General Assembly, 143 countries voted in support of a resolution that also reaffirmed the sovereignty, independence, unity and territorial integrity of Ukraine within its internationally recognised borders.

Two senior officials at President Andriy Rajoelina’s office told Reuters minister Richard Randriamandrato was sacked for being one of those who voted in support.

Russia’s invasion of Ukraine this year has put many African countries in an awkward diplomatic position. Many have a complicated history of relations with the West and the former Soviet Union as well as important economic ties to Russia.

They have largely avoided taking sides over the war, frustrating some Western nations.

Until last week, Madagascar always abstained during the various votes on resolutions related to the crisis in Ukraine. The government spoke of neutrality and non-alignment on the subject.

Randriamandrato declined to comment.

Eighteen of the 35 countries to abstain on last week’s vote were African. Russia, Belarus, North Korea, Syria and Nicaragua voted against the resolution.

Pubblicato in: Armamenti, Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Geopolitica Africa

Russia. Adesso domina tutta l’Africa Centrale. I francesi abbandonano il Centro Africa.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-10-19.

Africa Centrale 004

                         Dopo il Mali, i francesi lasciano anche la Repubblica Centrafricana. Rimpiazzati dai consiglieri militari della Compagnia Wagner. Gli ultimi 130 soldati francesi dispiegati nella Repubblica Centrafricana lasceranno il paese entro la fine dell’anno. La conferma di questo ritiro è stata confermata dall’ambasciatore francese a Bangui con una lettera inviata al ministero della Difesa centrafricano. Con la partenza di questi ultimi militari finisce l’influenza di Parigi su questo ex bastione francese nell’Africa centrale. Un ritiro che era nell’aria da tempo visto che il paese si è messo totalmente nelle mani della Russia – con una presenza massiccia dei mercenari della Compagnia Wagner – che di fatto controlla il paese. In tutto e per tutto Mosca ha sostituito Parigi. Adesso la Russia ha mano libera in Africa centrale.

                         Questa partenza dalla Repubblica Centrafricana arriva a pochi mesi dal ritiro dei militari di Parigi dal Mali, avvenuta al termine del consumato divorzio tra i due paesi e con la decisione della giunta militare di Bamako di avvalersi dei servizi degli istruttori russi per aiutare a proteggere e fronteggiare le milizie jihadiste nel paese. Militari, anch’essi, che appartengono alla Wagner. Bamako, come Bangui, si è messa totalmente nelle mani dei russi.

                         Nel 2013, Parigi ha schierato più di mille soldati nel paese nell’ambito dell’Operazione Sangaris, con il via libera della Nazioni Unite, per porre fine alla violenza tra le comunità. Operazione che è durata fino al 2016. Approfittando del vuoto creato dalla partenza del grosso delle truppe francesi, Mosca ha inviato in questo paese tra i più poveri del mondo “istruttori militari” nel 2018, e centinaia di paramilitari nel 2020 su richiesta del governo di Bangui, per far fronte alla guerra civile che imperversava e imperversa ancora oggi. La Francia, come ha fatto in Mali, ha accusato regolarmente questi paramilitari, i mercenari della Compagnia Wagner, di aver commesso abusi contro i civili e di aver instaurato un regime “predatorio” delle risorse della Repubblica Centrafricana.

                         A lasciare il paese non sono solo i militari francesi, anche la compagnia petrolifera di bandiera, la Total, sembra essere intenzionata a vendere le sue attività nel paese a causa, ufficialmente, della crisi dei combustibili e del clima imprenditoriale non più favorevole alla Francia. Quello che era il bastione più importante francese nell’Africa centrale ora è totalmente nelle mani della Russia che proprio dalla Repubblica Centrafricana ha iniziato la sua avventura di “conquista” dell’Africa.

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Perché la Russia adesso ha mano libera in Africa centrale.

Dopo il Mali, i francesi lasciano anche la Repubblica Centrafricana. Rimpiazzati dai ‘consiglieri militari’ della Compagnia Wagner.

AGI – Gli ultimi 130 soldati francesi dispiegati nella Repubblica Centrafricana lasceranno il paese entro la fine dell’anno. La conferma di questo ritiro è stata confermata dall’ambasciatore francese a Bangui con una lettera inviata al ministero della Difesa centrafricano. Con la partenza di questi ultimi militari finisce l’influenza di Parigi su questo ex bastione francese nell’Africa centrale. Un ritiro che era nell’aria da tempo visto che il paese si è messo totalmente nelle mani della Russia – con una presenza massiccia dei mercenari della Compagnia Wagner – che di fatto controlla il paese. In tutto e per tutto Mosca ha sostituito Parigi. Adesso la Russia ha mano libera in Africa centrale.

Questa partenza dalla Repubblica Centrafricana arriva a pochi mesi dal ritiro dei militari di Parigi dal Mali, avvenuta al termine del consumato divorzio tra i due paesi e con la decisione della giunta militare di Bamako di avvalersi dei servizi degli istruttori russi per aiutare a proteggere e fronteggiare le milizie jihadiste nel paese. Militari, anch’essi, che appartengono alla Wagner. Bamako, come Bangui, si è messa totalmente nelle mani dei russi.

Nella Repubblica Centrafricana, il contingente francese, di stanza al campo di M’Poko all’aeroporto di Bangui, fornisce la logistica ai soldati della Missione di addestramento dell’Unione europea (Etum) e a un contingente della Missione delle Nazioni Unite nel paese (Minusca). Questa missione logistica ha sostituito, nel giugno 2021, il distaccamento di supporto operativo francese a Bangui, che ha svolto cooperazione e, in particolare, addestramento militare per le Forze armate centrafricane (Faca).

Nell’estate del 2021 Parigi ha deciso di sospendere la sua cooperazione militare con Bangui, ritenuto “complice” di una campagna antifrancese guidata proprio dalla Russia. Ex potenza coloniale, la Francia è intervenuta regolarmente e militarmente nella Repubblica Centrafricana sin dalla sua indipendenza nel 1960. Nel territorio centrafricano erano presenti due basi militari, quella di M’Poko e quella di Bouar che insieme contavano circa 1600 effettivi per tutti gli anni Novanta dello scorso secolo, oltre a mezzi militari, tra cui aerei ed elicotteri da combattimento, che sono progressivamente diminuiti negli anni successivi. La Repubblica Centrafricana è sempre stata un presidio militare della Francia nella regione. Oggi il paese si è trasformato in un avamposto africano di Mosca.

Nel 2013, Parigi ha schierato più di mille soldati nel paese nell’ambito dell’Operazione Sangaris, con il via libera della Nazioni Unite, per porre fine alla violenza tra le comunità. Operazione che è durata fino al 2016. Approfittando del vuoto creato dalla partenza del grosso delle truppe francesi, Mosca ha inviato in questo paese tra i più poveri del mondo “istruttori militari” nel 2018, e centinaia di paramilitari nel 2020 su richiesta del governo di Bangui, per far fronte alla guerra civile che imperversava e imperversa ancora oggi. La Francia, come ha fatto in Mali, ha accusato regolarmente questi paramilitari, i mercenari della Compagnia Wagner, di aver commesso abusi contro i civili e di aver instaurato un regime “predatorio” delle risorse della Repubblica Centrafricana.

Con la partenza dei francesi si apre una voragine nel supporto logistico alle truppe europee di Etum che si trovano di fronte ad un dilemma di non poco conto: trovare un’altra forza logistica in grado di fornire cibo, energia e acqua, oppure lasciare il paese. Gli europei, tuttavia, hanno già ridotto le loro attività da diversi mesi svolgendo più una funzione di consulenza strategica e non più di formazione.

A lasciare il paese non sono solo i militari francesi, anche la compagnia petrolifera di bandiera, la Total, sembra essere intenzionata a vendere le sue attività nel paese a causa, ufficialmente, della crisi dei combustibili e del clima imprenditoriale non più favorevole alla Francia.

Secondo quanto riporta Radio France international, più della metà delle stazioni di servizio della Total nella Repubblica Centrafricana sono ora chiuse per mancanza di carburante, solo quelle della capitale Bangui lavorano a singhiozzo, a seconda delle scorte disponibili con disagi enormi per la popolazione, ma anche per i trasportatori di merci e per i servizi di taxi e mototaxi. Ultimo importatore di carburanti nel paese, Total limita i suoi acquisti perché la vendita è stata effettuata in perdita per mesi. Il prezzo regolamentato di un litro di benzina è di 865 Franchi Cfa, circa 1,30 euro, alla pompa, ma costa al fornitore dal 30 al 40% in più.

Lo Stato dovrebbe sovvenzionare la differenza, ma attualmente ha un debito nei confronti della compagnia petrolifera di diverse decine di milioni di euro. Secondo un dirigente, che ha mantenuto l’anonimato, di Total sentito da Radio France, il mercato centrafricano è “l’equivalente di una stazione autostradale francese”. Il disimpegno militare francese ha reso ancora di più diseconomica una presenza di Total. Quello che era il bastione più importante francese nell’Africa centrale ora è totalmente nelle mani della Russia che proprio dalla Repubblica Centrafricana ha iniziato la sua avventura di “conquista” dell’Africa.

Pubblicato in: Cina, Geopolitica Africa, Materie Prime

Guinea. Simandou. La Cina sta acquisendo la principale fonte mondiale di ferro.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-08-03.

2022-08-03__ Simandou 001

Il termine ‘iron ore’ è generico e spesso ambiguo: si riferisce al ferro estrattivo indipendentemente dalla concentrazione del metallo. È evidente che maggiore sia la concentrazione minori siano i costi di raffinazione.

Con il sistema economico in piena espansione, la Cina necessita di oltre un miliardo di tonnellate di ferro all’anno.

La sua produzione interna è del tutto insufficiente e, per di più, l’estratto è di bassa qualità. A questo consegue un maggiore costo di raffinazione.

Le miniere di Simandou estraggono minerale di alta qualità, con una concentrazione superiore al 60%. e sono stimate contenere oltre la metà delle scorte mondiali.

Da anni la Cina tesse la sua rete politica e diplomatica per assicurarsi il controllo di Simandou, ed adesso sembrerebbe essere alla conclusione dell’accordo.

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Guinea. Ha le maggiori intonse scorte di materiali ferrosi, che tutti vorrebbero. – Caixin

Cina. Consolida il suo impero in Africa.

Perché alla Cina interessa l’Africa

Gruppo Wagner. La entità che non esiste ma agisce. Figlio negletto mai riconosciuto.

Cina. Ferro. Importa circa il 70% del materiale estratto a livello mondiale.

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L’importanza del Simandou risiede nella sua capacità di fornire ai principali consumatori di minerale di ferro, come la Cina, un’alternativa alle principali fonti di approvvigionamento come l’Australia e il Brasile.

Due consorzi hanno dichiarato che cercheranno finanziamenti per costruire più di 600 chilometri di infrastrutture ferroviarie che si estendono dal sud al sud-ovest della Guinea e infrastrutture portuali nella prefettura di Forecariah, nella Guinea Marittima.

A regime, Simandou sarebbe in grado di esportare fino a 100 milioni di tonnellate di minerale di ferro all’anno, rivaleggiando con i volumi di produzione di pesi massimi australiani come Fortescue Metals e della mega-mineraria brasiliana Vale.

Ma le future miniere della Guinea, che si estendono in quattro blocchi su due lotti settentrionali e meridionali e su oltre 100 chilometri di terreno accidentato e delicato.

Ma mercoledì i due consorzi proprietari dei quattro blocchi, Winning Consortium Simandou e Rio Tinto Simfer, e il governo guineano hanno concordato di sviluppare congiuntamente le infrastrutture multiutente per Simandou, un passo avanti nel progresso delle operazioni minerarie.

I due consorzi hanno dichiarato che cercheranno finanziamenti per costruire più di 600 chilometri di infrastrutture ferroviarie che si estendono dal sud al sud-ovest della Guinea, nonché infrastrutture portuali nella prefettura di Forecariah, nella Guinea Marittima.

Il Consorzio Winning Simandou comprende la società di Singapore Winning International Group, la società cinese Weiqiao Aluminum e la United Mining Suppliers International.

La presenza di società cinesi nelle operazioni di Simandou indica la speranza di Pechino di esplorare e diversificare ulteriormente le proprie fonti di minerale di ferro.

Togliere potere di mercato a società come BHP, Rio Tinto, Vale e Fortescue non è un’idea nuova in Cina.

L’ulteriore punto di forza di Simandou è il minerale di altissima qualità, con un contenuto di ferro del 65%. La maggior parte dei minatori australiani e brasiliani tende a esportare minerali tradizionali con un contenuto del 60%-62%.

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«Simandou’s significance lies in its ability to provide major iron ore consumers such as China with an alternative to top supply sources like Australia and Brazil»

«Two consortiums say they will seek financing to construct more than 600 kilometers of rail infrastructure extending from the south to the southwest of Guinea as well as port infrastructure in the Forecariah prefecture in Maritime Guinea»

«When fully operational, Simandou would be able to export up to 100 million tonnes of iron ore a year, rivaling the production volumes of Australian heavyweights such as Fortescue Metals and Brazilian mega-miner Vale»

«But the future Guinea mines, stretched across four blocks on two northern and southern parcels and over 100 kilometers of rough and sensitive terrain»

«But on Wednesday, the two consortium owners of the four blocks, Winning Consortium Simandou and Rio Tinto Simfer, and the Guinean government, agreed to co-develop multi-user infrastructure for Simandou, a step forward in progressing mining operations»

«The two consortiums say they will seek financing to construct more than 600 kilometers of rail infrastructure extending from the south to the southwest of Guinea as well as port infrastructure in the Forecariah prefecture in Maritime Guinea»

«Winning Consortium Simandou comprises Singaporean company, Winning International Group; Chinese company, Weiqiao Aluminum; and United Mining Suppliers International»

«The presence of Chinese companies in the Simandou operations point to Beijing’s hope to further explore and diversify its iron ore sources»

«Taking market power away from the likes of BHP, Rio Tinto, Vale and Fortescue is not a new idea in China»

«Simandou’s additional point of difference lies in its top quality ore, which have 65% iron content. Most of the miners in Australia and Brazil tend to export traditional 60% to 62% content ores»

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China is one small step closer to getting alternative iron ore supply from Simandou

– Simandou’s significance lies in its ability to provide major iron ore consumers such as China with an alternative to top supply sources like Australia and Brazil.

– Two consortiums say they will seek financing to construct more than 600 kilometers of rail infrastructure extending from the south to the southwest of Guinea as well as port infrastructure in the Forecariah prefecture in Maritime Guinea.

– When fully operational, Simandou would be able to export up to 100 million tonnes of iron ore a year, rivaling the production volumes of Australian heavyweights such as Fortescue Metals and Brazilian mega-miner Vale. 

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The development of one of the largest untapped high-grade iron ore deposits in the world in Guinea, Simandou, has moved a step forward after miners struck a deal to develop key infrastructure at the West African location. 

Simandou’s significance lies in its ability to provide major iron ore consumers such as China with an alternative to top supply sources like Australia and Brazil, creating raw material diversification for Chinese and other steel mills while offering coveted higher-quality ore. 

But the future Guinea mines, stretched across four blocks on two northern and southern parcels and over 100 kilometers of rough and sensitive terrain, are notoriously difficult to develop, resulting in years of delays and a production stalemate.

But on Wednesday, the two consortium owners of the four blocks, Winning Consortium Simandou and Rio Tinto Simfer, and the Guinean government, agreed to co-develop multi-user infrastructure for Simandou, a step forward in progressing mining operations. 

“WCS and Rio Tinto Simfer are committed to co-develop the rail and port infrastructures in line with internationally recognised environmental, social and governance standards,” a statement by the consortium owners and the Guinean government said. 

“The infrastructure constitutes the backbone of the Simandou project, that presents a significant opportunity for the economic growth of the Republic of Guinea, in addition to the mining activities it will support.”

The two consortiums say they will seek financing to construct more than 600 kilometers of rail infrastructure extending from the south to the southwest of Guinea as well as port infrastructure in the Forecariah prefecture in Maritime Guinea.

The inked deal comes after several rounds of delays which saw the Guinean government again suspend activities at Simandou last month when both consortium parties failed to reach a deadline. 

Winning Consortium Simandou comprises Singaporean company, Winning International Group; Chinese company, Weiqiao Aluminum; and United Mining Suppliers International.

The Simfer joint venture comprises Simfer S.A., owned by the Government of Guinea, and Simfer Jersey, which is made up of Anglo-Australian miner Rio Tinto Group and Chinese group Chalco Iron Ore Holdings.

The presence of Chinese companies in the Simandou operations point to Beijing’s hope to further explore and diversify its iron ore sources, given its heavy dependence on Australian ore in particular. 

China has been importing about 60% of its total from Down Under. Another 20% comes from Brazil, according to Chinese customs figures.

However, frail relations between China and Australia in recent years have ignited a debate over China’s desire to push forward with the Simandou project

“China is particularly exposed to international iron ore prices given it only produces 15% to 20% of the iron ore it consumes,” said Vivek Dhar, a mining and energy commodities analyst at Commonwealth Bank of Australia, in a note last week.

“Taking market power away from the likes of BHP, Rio Tinto, Vale and Fortescue is not a new idea in China.”

Alongside expediting new sources of iron ore, Dhar said China is attempting to control its iron ore supply by centralizing purchases of the material rather than allowing steel mills to do so in a piecemeal fashion, although that project might be hard to coordinate.

When fully operational, Simandou would be able to export up to 100 million tonnes of iron ore a year, rivaling the production volumes of Australian heavyweights such as Fortescue and Brazilian mega-miner Vale. 

Simandou’s additional point of difference lies in its top quality ore, which have 65% iron content. Most of the miners in Australia and Brazil tend to export traditional 60% to 62% content ores. Higher iron ore content means better yield and profits for miners. 

Simandou is expected to start production in 2025, although the project has had a checkered history of delays in the past two decades that also involved scandals such as bribery and corruption.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Geopolitica Africa, Russia, Stati Uniti

Russia. Più della metà degli stati africani ha appoggiato la Russia in sede UN.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-08-02.

Lavron e Putin che ridono 001

Il problema è semplice.

«when the 193-member General Assembly voted on a resolution condemning the invasion of Ukraine, 35 countries — roughly half from Africa, including South Africa and Senegal — abstained …. Others, like Ethiopia and Morocco didn’t vote at all»

Più della metà degli stati africani ha appoggiato la Russia in sede UN.

I liberal democratici si domandano stupefatti come mai possa essere successo un fatto del genere.

Se i liberal non fossero liberal lo avrebbero capito più che bene.

«None of the stops feature high up in democratic rankings either, so it’s been less a triumph than a round of autocratic nations happy to get a boost from a like-minded government  …. The trouble is that’s been enough»

«It’s a resource-rich region that Europe sees as its backyard»

Si sono dati la risposta da soli.

I liberal occidentali hanno sempre visto i paesi americani come stati nei quali fare tutto ciò che volevano, imponendo sempre l’adesione alla ideologia liberal, dall’aborto agli lgbt e depredandoli delle loro risorse.

Nulla da stupirsi quindi del successo della Russia. L’articolo allegato è un capolavoro della mistica liberal.

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Dall’invasione dell’Ucraina a febbraio, non c’è dubbio che la Russia abbia trovato nel Sud globale partner più amichevoli, o esteriormente neutrali, di quanto l’Occidente vorrebbe.

Quando l’Assemblea Generale dei 193 membri ha votato una risoluzione di condanna dell’invasione dell’Ucraina, 35 Paesi – circa la metà africani, tra cui Sudafrica e Senegal – si sono astenuti ….. Altri, come Etiopia e Marocco, non hanno votato affatto.

I legami anticoloniali di epoca sovietica giocano a favore di Mosca, insieme a una diffusa sfiducia nei confronti dell’Occidente …. Non meno cruciali sono i legami con la difesa e la sicurezza: ciò che manca al Cremlino in termini di capacità di investimento (e non si avvicina ai miliardi della Cina per le infrastrutture) è compensato dalla vendita di armi e da appaltatori militari privati, senza che vengano poste domande imbarazzanti. La Russia è anche un esportatore chiave di grano e fertilizzanti per una regione vulnerabile che ha bisogno di entrambi. Nazioni come l’Egitto, prima tappa del tour di Lavrov, non hanno bisogno di ricordare i pericoli dell’impennata dell’inflazione alimentare.

Non ci sono promesse di denaro vistose da parte di una nazione che sta lottando per espandere la propria economia sottoposta a sanzioni, e mentre l’Egitto è un partner commerciale importante – c’è un motivo per cui il suo leader ha fatto un’apparizione virtuale al raduno Davos-lite del presidente Vladimir Putin a giugno – gli altri lo sono meno.

Nessuno degli scali si trova in cima alle classifiche democratiche, quindi non si è trattato tanto di un trionfo quanto di una serie di nazioni autocratiche felici di ricevere una spinta da un governo che la pensa come loro.

Il problema è che questo è stato sufficiente. Per aiutare l’Africa e schiacciare la Russia, questa situazione deve cambiare.

È una regione ricca di risorse che l’Europa vede come il suo cortile di casa, con governi spesso deboli che rendono relativamente poco costoso portare avanti gli interessi di Mosca (e quelli di stretti collaboratori del Cremlino che beneficiano di accordi sulle risorse e sulla sicurezza).

La Russia ha rappresentato il 44% delle vendite di armi all’Africa nel periodo 2017-21.

Non basta torcere le mani a Bruxelles e Washington quando il capo dell’Unione Africana fa commenti fuorvianti sulle sanzioni occidentali e si presta ai giochi della fame di Putin. A quel punto, è troppo tardi.

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 «Since its invasion of Ukraine in February, there’s no question that Russia has found more friendly, or outwardly neutral, partners in the Global South than the West would like»

«when the 193-member General Assembly voted on a resolution condemning the invasion of Ukraine, 35 countries — roughly half from Africa, including South Africa and Senegal — abstained …. Others, like Ethiopia and Morocco didn’t vote at all»

«Soviet-era, anti-colonial ties work to Moscow’s advantage here, along with a widespread distrust of the West ….

«No less crucially, there are defense and security links — what the Kremlin lacks in investment capacity (and it doesn’t come near China’s billions for infrastructure) it makes up for in weapons sales and private military contractors, no awkward questions asked. Russia is also a key exporter of grain and fertilizer to a vulnerable region badly in need of both. Nations like Egypt, the first stop on Lavrov’s tour, need little reminding of the dangers of soaring food inflation.»

«There are no flashy cash promises from a nation struggling to expand its own sanctioned economy, and while Egypt is a significant trade partner — there’s a reason its leader made a virtual appearance at President Vladimir Putin’s Davos-lite gathering in June — others are less so»

«None of the stops feature high up in democratic rankings either, so it’s been less a triumph than a round of autocratic nations happy to get a boost from a like-minded government»

«The trouble is that’s been enough»

«To help Africa and squeeze Russia, that must change.»

«It’s a resource-rich region that Europe sees as its backyard, with often-weak governments that make it relatively inexpensive to advance Moscow’s interests (and those of close Kremlin associates benefitting from resource and security deals).»

«Russia accounted for 44% of weapons sales to Africa in 2017-21»

«It isn’t enough to wring hands in Brussels and Washington when the head of the African Union makes misleading comments on Western sanctions and plays into Putin’s hunger games. By then, it’s far too late»

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Is Russia Winning the Battle for African Support?

Russian Foreign Minister Sergei Lavrov’s charm offensive in Africa this week, part of efforts to rally support in the face of growing isolation, has prompted fresh Western hand-wringing. Is Moscow gaining ground in the emerging world? Why can’t African nations see that Russia is waging a war of conquest? On the other side, predictably, it fed propaganda bombast. “Russia is winning the fight for Africa,” one state television presenter told viewers. “The tour has turned out to be a triumphal march.”

Both are wide of the mark.

Since its invasion of Ukraine in February, there’s no question that Russia has found more friendly, or outwardly neutral, partners in the Global South than the West would like. Kenya gave a rousing speech at the Security Council laying out the dangerous implications of Russian irredentism, but when the 193-member General Assembly voted on a resolution condemning the invasion of Ukraine, 35 countries — roughly half from Africa, including South Africa and Senegal — abstained. Others, like Ethiopia and Morocco didn’t vote at all.

Soviet-era, anti-colonial ties work to Moscow’s advantage here, along with a widespread distrust of the West, nurtured by expanding Russian disinformation campaigns framing the war as the rich world against the rest. No less crucially, there are defense and security links — what the Kremlin lacks in investment capacity (and it doesn’t come near China’s billions for infrastructure) it makes up for in weapons sales and private military contractors, no awkward questions asked. Russia is also a key exporter of grain and fertilizer to a vulnerable region badly in need of both. Nations like Egypt, the first stop on Lavrov’s tour, need little reminding of the dangers of soaring food inflation.

Still, his destinations — Egypt, Uganda, Republic of Congo and Ethiopia — say a lot about the limits of the Kremlin’s endeavor. Russia’s constrained means (and Africa’s patchwork of political systems) force it to take a selective approach. There are no flashy cash promises from a nation struggling to expand its own sanctioned economy, and while Egypt is a significant trade partner — there’s a reason its leader made a virtual appearance at President Vladimir Putin’s Davos-lite gathering in June — others are less so. None of the stops feature high up in democratic rankings either, so it’s been less a triumph than a round of autocratic nations happy to get a boost from a like-minded government.

The trouble is that’s been enough. Too few African nations have seen the benefit of getting off the fence, and that’s as much about nonaligned traditions and Russia’s historic might as it is about Western disengagement. It’s not that Europe and the United States are absent — French President Emmanuel Macron has just completed a tour of Cameroon, Benin and Guinea-Bissau — but they have proven easily distracted by other demands. They tend to portray Africa as a geopolitical battleground, and their investment priorities do not always align with the continent’s own. After a diplomatic retreat during the Trump years, US embassies remain understaffed, and a US-Africa leaders summit announced last year (the second, after a first in 2014) has only just been scheduled for the end of 2022. Not to mention the blunder of attempting to portray the crisis in Ukraine as a war of values to a continent that has seen plenty of evidence of Western hypocrisy.

To help Africa and squeeze Russia, that must change.

It’s clear what Russia, in need of friends and trading partners, gets out of Africa. It’s a resource-rich region that Europe sees as its backyard, with often-weak governments that make it relatively inexpensive to advance Moscow’s interests (and those of close Kremlin associates benefitting from resource and security deals).

But what’s in it for the vast majority of Africans? Russia amounts to a sliver of foreign direct investment into Africa, less than 1% in 2020, and its stagnant economy is not going to thrive any time soon, as the Kremlin prioritizes Putin’s imperial delusions over growth. Import restrictions, Moscow’s removal from international payment systems, a lack of innovation and research make it an unlikely partner in anything other than resources, which have long accounted for the bulk of Russian greenfield investment into the continent, when Africa needs technology instead. Russia accounted for 44% of weapons sales to Africa in 2017-21, but even that will pull back as import restrictions bite, and Russia scrambles to resupply its own armed forces.

Allied governments, eager to sustain support for Ukraine as the war drags, should seize the moment. First, they must recognize today’s food-security concerns, particularly with generous financial and logistical support for nations dependent on food and fertilizer imports and generously support the Food and Agriculture Organization’s Food Import Financing Facility and other mechanisms. 

Europe and the United States must also recognize that compounding crises — climate, fuel, security, agriculture — demand long-term solutions that include a dramatic increase in renewable-energy generation, more sustainable fertilizer production and use, more resilient crops, plus improved infrastructure to limit the amount of food wasted. Private companies can and must be crowded in.

Then, there’s the need for long-term diplomatic engagement and communication. Staff embassies and invest in the sort of media and education partnerships that China has used to good effect. It isn’t enough to wring hands in Brussels and Washington when the head of the African Union makes misleading comments on Western sanctions and plays into Putin’s hunger games. By then, it’s far too late.

Pubblicato in: Banche Centrali, Cina, Criminalità Organizzata, Devoluzione socialismo, Geopolitica Africa, Russia

Africa. Sahel. Cina e Russia hanno scalzato l’occidente. I popoli odiano francesi e Nato.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-07-21.

Africa Sahel 001

In estrema sintesi.

Francia e Nato hanno in passato operato in modo così arrogante e vessatorio che le popolazioni del Sahel semplicemente li odiano.

Non è un sentimento delle sole élite: questo è un sentimento diffuso a tutte le popolazioni.

Capito questo, tutto risulta essere solo sequenziale.

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Sahel è un termine di derivazione araba.

«Da alcuni decenni, il termine ha assunto, per antonomasia, il valore di specifica denominazione di un’unica vasta area africana, posta immediatamente a Sud del Sahara e delimitata approssimativamente dall’isoieta di 250 mm a Nord e da quella di 500 mm a Sud, con precipitazioni concentrate in estate; la caratterizzazione del Sahel, in questa accezione, è dunque climatica e, di conseguenza, biogeografica. Il Sahel. in senso geografico si estende dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso, per circa 2,5 milioni di km2, fra i paralleli di 12° e 18° Nord, per una profondità variabile secondo le condizioni climatiche, interessando porzioni più o meno estese di Senegal, Mauritania, Mali, Burkina, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Sudan, Etiopia ed Eritrea (cui alcuni vorrebbero aggiungere Somalia e Kenya, dove si ripropongono condizioni ambientali analoghe). La vegetazione è di tipo steppico a Nord, a savana arborata a Sud.» [Fonte]

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I paesi dell’area saheliana hanno dimostrato, fino ad ora, di privilegiare il rapporto con Mosca rispetto a quelli Nato.

La Nato volge il suo sguardo anche a sud del Mediterraneo, in particolare verso il Sahel.

Già nel passato la Nato è intervenuta nella gestione delle crisi su richiesta dell’Unione Africana (Ua)

Con l’ultimo vertice della Nato a Madrid, che ha ridisegnato la postura dell’Alleanza a livello globale puntando con più forza alla deterrenza e alla difesa collettiva, resta l’impegno verso la prevenzione e la gestione delle crisi con un focus significativo sul Nord Africa e il Sahel.

Tuttavia il capitale politico, militare ed economico dell’Alleanza verrà inevitabilmente incanalato verso est e verso la minaccia russa.

I paesi dell’area saheliana hanno dimostrato, fino ad ora, di privilegiare il rapporto con Mosca.

In particolare in Mali dove l’ambasciatore spagnolo a Bamako, Romero Gomez, è stato convocato dal ministro degli Esteri maliano, Abdoulaye Diop, dopo le parole del suo omologo spagnolo, Manuel Alvares che in una dichiarazione non escludeva un possibile intervento della Nato in Mali

Diop non le ha mandate a dire e in un’intervista ha spiegato: “Oggi abbiamo convocato l’ambasciatore spagnolo per sollevare una forte protesta contro queste affermazioni.

L’espansione del terrorismo nel Sahel è principalmente legata all’intervento della Nato in Libia, le cui conseguenze stiamo ancora pagando”.

L’occidente dovrà abituarsi a questa ostilità che, in parte, è persino giustificata dalle missioni militari francesi e europee nell’area.

Nel difendere i propri interessi la Francia non ha fatto altro che alimentare un sentimento anti francese.

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Africa. Le sanzioni di Joe Biden rendono appetibili i metalli africani anche in zone pericolose.

EU Summit. Vorrebbe contrastare l’influenza russa e cinese in Africa.

Cina penetra economicamente l’Africa subsahariana.

Pechino assorbe il 30% dell’export di 9 Paesi subsahariani.

Cina ed Africa. I rapporti collaborativi si stanno consolidando.

Cina ed Africa. Una politica di rapporti internazionali paritetici.

Cina. Consolida il suo impero in Africa.

Cina. Grande Muraglia contro la Germania. – Handelsblatt.

I nuovi enormi investimenti della Cina in Africa

Cina. Prima base militare permanente a Djibouti in Africa. Prima non c’era.

Pirateria. Fregata cinese abborda nave piratata e la libera.

Mali. Macron si è trovato in casa più di mille mercenari russi. Mr Putin lo ha sfregiato.

Macron accusa Russia e Turchia di voler scalzare la Francia dall’Africa Centrale.

Russia. Penetrazione in Africa costruendovi centrali atomiche.

Putin. La Russia alla conquista dell’Africa.

Russia. Putin sta penetrando militarmente l’Africa, scacciandone americani e francesi.

Macron Says Russia, Turkey Fueling Anti-French Sentiment in Africa.

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Perché l’Occidente dovrà ripensare la propria politica strategica in Africa.

I paesi dell’area saheliana hanno dimostrato, fino ad ora, di privilegiare il rapporto con Mosca rispetto a quelli Nato.

AGI – La Nato volge il suo sguardo anche a sud del Mediterraneo, in particolare verso il Sahel. E questa sembrerebbe una novità se non fosse che già nel passato la Nato è intervenuta nella gestione delle crisi su richiesta dell’Unione Africana (Ua). L’esordio è del 20005 quando, con l’acuirsi della crisi del Darfur, la Nato ha accolto la richiesta della Ua di supportare la sua missione di peacekeeping in Sudan. Poi nel 2009 la richiesta, sempre da parte della Ua di sostenere la missione in Somalia. Poi nel 2009 con l’operazione Ocean Shield per la lotta contro la pirateria nel Corno d’Africa. Per non dimenticare ciò che è successo in Libia a partire dal 2011. Sono solo alcuni esempi.

Con l’ultimo vertice della Nato a Madrid, che ha ridisegnato la postura dell’Alleanza a livello globale puntando con più forza alla deterrenza e alla difesa collettiva, resta l’impegno verso la prevenzione e la gestione delle crisi con un focus significativo sul Nord Africa e il Sahel. Di sicuro l’Italia può dirsi soddisfatta del linguaggio usato nel nuovo Concetto strategico – come scrive su Affarinternazionali.it, Elio Calcagno – rispetto a una regione di primario interesse per il paese. Tuttavia il capitale politico, militare ed economico dell’Allenza verrà inevitabilmente incanalato verso est e verso la minaccia russa. L’Italia, dunque, dovrà giocare un ruolo più propositivo e concreto sul fianco sud in ambito Nato di quanto abbia fatto fino ad oggi. Roma non può permettersi di stare a guardare e non può essere uno spettatore passivo come in Libia.

La gestione e la prevenzione delle crisi, in particolare nel Sahel, dovranno necessariamente passare attraverso una “richiesta” dell’Unione africana e il consenso dei paesi coinvolti. E visto il clima anti-occidentale che regna in questa regione dell’Africa è abbastanza complesso che i governi saheliani si affidino all’Alleanza per risolvere le crisi interne, senza dimenticare, poi, la forte presenza della Russia in quell’area.

Detta in parole povere la lotta al terrorismo nel Sahel non può essere camuffata come deterrenza nei confronti della minaccia russa. Insomma, i paesi dell’area saheliana hanno dimostrato, fino ad ora, di privilegiare il rapporto con Mosca. Un esempio eclatante è il ritiro dal Mali dei francesi con l’operazione Barkhane e di quella europea Takuba. Un bel rompicapo.

Fino ad ora tutto è sulla carta ma alcune fughe in avanti di qualche ministro degli Esteri europeo, fanno già discutere nel Sahel. In particolare in Mali dove l’ambasciatore spagnolo a Bamako, Romero Gomez, è stato convocato dal ministro degli Esteri maliano, Abdoulaye Diop, dopo le parole del suo omologo spagnolo, Manuel Alvares che in una dichiarazione non escludeva un possibile intervento della Nato in Mali.

Diop non le ha mandate a dire e in un’intervista ha spiegato: “Oggi abbiamo convocato l’ambasciatore spagnolo per sollevare una forte protesta contro queste affermazioni. L’espansione del terrorismo nel Sahel è principalmente legata all’intervento della Nato in Libia, le cui conseguenze stiamo ancora pagando”.

Parole dure, ma Diop non si ferma qui, ha infatti definito le affermazioni del suo omologo spagnolo “ostili, gravi e inaccettabili”, perché “tendono a incoraggiare l’aggressione contro un paese indipendente e sovrano”. L’ambasciata spagnola, in un tweet, ha cercato di smorzare i toni spiegando che la “Spagna non ha richiesto, durante il vertice della Nato o in un qualsiasi altro momento, un intervento, una missione o qualsiasi azione dell’Allenza in Mali”. L’occidente dovrà abituarsi a questa ostilità che, in parte, è persino giustificata dalle missioni militari francesi e europee nell’area.

Secondo il direttore del Centro studi sulla sicurezza dell’Istituto francese di relazioni internazionali (Ifri), Elie Tenenbaum, la Francia, ma anche l’occidente nel suo insieme, deve “pensare” una nuova strategia, perché attualmente la “dinamica strategica produce l’opposto di ciò che si è prefissa”. L’analista sostiene che i tentativi di entrare in partenariato con gli attori locali ha prodotto attriti – il Mali ne è un esempio – i francesi hanno cercato di arginare il deterioramento della sicurezza in Sahel ma non ci sono riusciti. Nel difendere i propri interessi la Francia non ha fatto altro che alimentare un sentimento anti francese.

Ma il problema su tutti è quello di avere trascurato le ambizioni russe, turche e cinesi. Attori nello scacchiere africano molto più spregiudicati e soprattutto meno interessati alle politiche interne dei paesi con cui diventano partner. La Francia, invece, non ha fatto altro che continuare, anche “sottobanco”, a determinare le politiche interne delle ex colonie, a “scegliere” chi di volta in volta avrebbe governato. Insomma, un’ingerenza inizialmente mal sopportata e ora totalmente avversata da buona parte delle popolazioni saheliane, certo con gradazioni diverse, ma pur sempre penetrante.

È chiaro che l’occidente dovrà ripensare completamente la sua strategia globale nel Sahel e nell’Africa occidentale se non vuole essere “sfrattato”. Ciò lo chiedono anche le opinioni pubbliche, in particolare quella francese, che cominciano a non capire più le politiche post coloniali della Francia e quelle dell’Europa che sembra avere come unico obiettivo quello di spostare sempre più a sud il confine del Mediterraneo per arginare i flussi migratori.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Geopolitica Africa, Materie Prime

Africa. Le sanzioni di Joe Biden rendono appetibili i metalli africani anche in zone pericolose.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-05-15.

Gufo_019__

«con il 7% della fornitura globale di nichel della Russia, il 10% del platino del mondo e il 25-30% del palladio del mondo fuori dal mercato internazionale, i ricchi depositi africani di questi metalli iniziano a sembrare molto più attraenti»

«Le sanzioni occidentali alla Russia per la sua invasione dell’Ucraina stanno costringendo le catene di approvvigionamento dei metalli a riconfigurarsi lungo le linee geopolitiche»

I paesi dell’enclave liberal occidentale stanno imbattendosi in una critica carenza di carenza di metalli, carenza che è effetto del blocco delle esportazioni di tali beni da loro stessi imposto alla Russia.

Ma se le miniere africane possono offrire ragionevoli ancorché rischiose possibilità di approvvigionamento, il loro sfruttamento non risolve certamente la carenza attuale.

Senza materie prime la produzione chiude i battenti.

Con un Ppi al 37% il blocco europeo sta agonizzando.

I Contribuenti dell’enclave socialista stanno pagando un ben alto prezzo.

La Russia?

Esporta con gioia il suo surplus minerario alla Cina ed all’India. Non ha perso un centesimo.

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In calce riportiamo una traduzione in lingua italiana dell’allegato articolo.

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«Global scramble for metals thrusts Africa into mining spotlight»

«The need to secure new sources of metals for the energy transition amid sanctions on top producer Russia has increased the Africa risk appetite for major miners, who have few alternatives to the resource-rich continent»

«Companies and investors are considering projects they may have previously overlooked, while governments are also looking to Africa, anxious to ensure their countries can procure enough metals to feed an accelerating net-zero push»

«The reality is that the resources the world wants are typically located in difficult places»

«The United States has voiced support for new domestic mines, but projects have stalled»

«Certainly, the risks of mining in sub-Saharan Africa remain high»

«The acute security challenge facing mines in the gold-rich Sahel region was highlighted last month when Russia’s Nordgold abandoned its Taparko gold mine in Burkina Faso over an increasing threat from militants»

«And even in the continent’s most industrialised economy, South Africa, deteriorating rail infrastructure is forcing some coal producers to resort to trucking their product to ports»

«Yet with Russia’s 7% of global nickel supply, 10% of the world’s platinum, and 25-30% of the world’s palladium off the table, Africa’s rich deposits of those metals start looking a lot more attractive»

«Western sanctions on Russia over its invasion of Ukraine are forcing metals supply chains to reconfigure along geopolitical lines»

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Global scramble for metals thrusts Africa into mining spotlight

Ohannesburg, May 8 (Reuters) – The need to secure new sources of metals for the energy transition amid sanctions on top producer Russia has increased the Africa risk appetite for major miners, who have few alternatives to the resource-rich continent.

Companies and investors are considering projects they may have previously overlooked, while governments are also looking to Africa, anxious to ensure their countries can procure enough metals to feed an accelerating net-zero push.

This year’s Investing in African Mining Indaba conference, which runs May 9-12 in Cape Town, will see the highest-ranking U.S. government official in years attending, organisers say, as well as representatives from the Japan Oil, Gas and Metals Corporation (JOGMEC), in a sign of rich countries’ rising concern about securing supply.

“The reality is that the resources the world wants are typically located in difficult places,” said Steven Fox, executive chairman of New York-based political risk consultancy Veracity Worldwide.

The U.S. administration wants to position itself as a strong supporter of battery metals projects in sub-Saharan Africa, he said.

“While Africa presents its challenges, those challenges are no more difficult than the corresponding set of challenges in Canada. It may be easier to actually bring a project to fruition in Africa, than in a place like Canada or the U.S.,” he added.

The United States has voiced support for new domestic mines, but projects have stalled. Rio Tinto’s  Resolution copper project, for example, was halted over Native American claims on the land, and conservation issues.

Certainly, the risks of mining in sub-Saharan Africa remain high. The acute security challenge facing mines in the gold-rich Sahel region was highlighted last month when Russia’s Nordgold abandoned its Taparko gold mine in Burkina Faso over an increasing threat from militants.

And even in the continent’s most industrialised economy, South Africa, deteriorating rail infrastructure is forcing some coal producers to resort to trucking their product to ports.

Yet with Russia’s 7% of global nickel supply, 10% of the world’s platinum, and 25-30% of the world’s palladium off the table, Africa’s rich deposits of those metals start looking a lot more attractive.

“As a mining company, there aren’t many opportunities and if you are going to grow, you’re going to have to look at riskier countries,” said George Cheveley, portfolio manager at Ninety One.

“Clearly, after Russia-Ukraine people are more sensitive to geopolitical risk and you cannot predict which projects are going to work out and which are not,” he added.

Kabanga Nickel, a project in Tanzania, secured funding from global miner BHP  in January, and CEO Chris Showalter said it is seeing increased demand from potential offtakers.

Western sanctions on Russia over its invasion of Ukraine are forcing metals supply chains to reconfigure along geopolitical lines, Showalter said.

“Not everyone’s going to be able to get clean battery metals from a friendly jurisdiction, so I think some difficult decisions will have to be made, and it is going to force people to make some new decisions about where they want to source.”

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La corsa globale ai metalli spinge l’Africa sotto i riflettori dell’industria mineraria

Ohannesburg, 8 maggio (Reuters) – La necessità di assicurarsi nuove fonti di metalli per la transizione energetica in mezzo alle sanzioni sul produttore principale Russia ha aumentato l’appetito di rischio Africa per i principali minatori, che hanno poche alternative al continente ricco di risorse.

Le aziende e gli investitori stanno prendendo in considerazione progetti che potrebbero aver trascurato in precedenza, mentre i governi stanno anche guardando all’Africa, ansiosi di garantire che i loro paesi possano procurarsi abbastanza metalli per alimentare una spinta netta-zero in accelerazione.

La conferenza Investing in African Mining Indaba di quest’anno, che si svolge dal 9 al 12 maggio a Città del Capo, vedrà la partecipazione del più alto funzionario del governo degli Stati Uniti da anni, dicono gli organizzatori, così come i rappresentanti della Japan Oil, Gas and Metals Corporation (JOGMEC), in un segno della crescente preoccupazione dei paesi ricchi di garantire l’approvvigionamento.

“La realtà è che le risorse che il mondo vuole sono tipicamente situate in luoghi difficili”, ha detto Steven Fox, presidente esecutivo della società di consulenza sui rischi politici Veracity Worldwide con sede a New York.

L’amministrazione degli Stati Uniti vuole posizionarsi come un forte sostenitore dei progetti sui metalli delle batterie nell’Africa sub-sahariana, ha detto.

“Mentre l’Africa presenta le sue sfide, quelle sfide non sono più difficili del corrispondente insieme di sfide in Canada. Può essere più facile portare a compimento un progetto in Africa che in un posto come il Canada o gli Stati Uniti”, ha aggiunto.

Gli Stati Uniti hanno espresso il loro sostegno per nuove miniere nazionali, ma i progetti si sono arenati. Il progetto di rame Resolution di Rio Tinto, per esempio, è stato fermato per le rivendicazioni dei nativi americani sulla terra e per questioni di conservazione.

Certamente, i rischi dell’attività mineraria nell’Africa sub-sahariana rimangono alti. L’acuta sfida alla sicurezza delle miniere nella regione del Sahel, ricca d’oro, è stata evidenziata il mese scorso quando la russa Nordgold ha abbandonato la sua miniera d’oro Taparko in Burkina Faso a causa della crescente minaccia dei militanti.

E anche nell’economia più industrializzata del continente, il Sudafrica, il deterioramento delle infrastrutture ferroviarie sta costringendo alcuni produttori di carbone a ricorrere ai camion per trasportare il loro prodotto nei porti.

Tuttavia, con il 7% della fornitura globale di nichel della Russia, il 10% del platino del mondo e il 25-30% del palladio del mondo fuori dal tavolo, i ricchi depositi africani di questi metalli iniziano a sembrare molto più attraenti.

“Come azienda mineraria, non ci sono molte opportunità e se vuoi crescere, devi guardare a paesi più rischiosi”, ha detto George Cheveley, portfolio manager di Ninety One.

“Chiaramente, dopo Russia-Ucraina la gente è più sensibile al rischio geopolitico e non si può prevedere quali progetti andranno bene e quali no”, ha aggiunto.

Kabanga Nickel, un progetto in Tanzania, si è assicurato un finanziamento da BHP a gennaio, e il CEO Chris Showalter ha detto che sta vedendo un aumento della domanda da parte di potenziali acquirenti.

Le sanzioni occidentali alla Russia per la sua invasione dell’Ucraina stanno costringendo le catene di approvvigionamento dei metalli a riconfigurarsi lungo le linee geopolitiche, ha detto Showalter.

“Non tutti saranno in grado di ottenere metalli puliti per batterie da una giurisdizione amica, quindi penso che alcune decisioni difficili dovranno essere prese, e questo costringerà le persone a prendere alcune nuove decisioni su dove vogliono approvvigionarsi”.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Geopolitica Africa, Russia

Russia. La presenza in Africa occidentale preoccupa ed irrita i francesi.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-11-17.

Mali 002

Mali. Macron si è trovato in casa più di mille mercenari russi. Mr Putin lo ha sfregiato.

Cina penetra economicamente l’Africa subsahariana.

Macron accusa Russia e Turchia di voler scalzare la Francia dall’Africa Centrale.

Russia. Penetrazione in Africa costruendovi centrali atomiche.

Russia. Dispiegati cacciabombardieri in Libia. La strategia russa in Africa.

Putin. La Russia alla conquista dell’Africa.

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«France’s foreign and armed forces ministers will stress their governments concern over the Kremlin’s activities in West Africa»

«Relations have been strained over ongoing differences over Ukraine and more recently over the role of Russian mercenaries in West Africa»

«Diplomatic and security sources have told Reuters that Mali’s year-old military junta is close to recruiting mercenaries from the Russia Wagner Group»

«such an arrangement is incompatible with a continued French presence in its former colony»

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Nel passato l’Africa occidentale e subsahariana erano colonie francesi, che fecero poco o nulla per quelle popolazioni. Adesso ci si sta avviando al redde rationem.

Russia e cinesi stanno penetrando economicamente e militarmente quelle nazioni, che sono sempre più insofferenti al controllo francese.

Uno dei risultati tangibili lo si  visto

Cina. Si avvia alla maggioranza nelle Nazioni Unite.

Questa nuova débâcle di Joe Biden segna la tappa epocale della perdita di controllo delle UN.

«Da venerdì Stati Uniti ed enclave liberal europea sono diventati minoranza nelle assemblee delle Nazioni Unite..

I media liberal si son chiusi in un muto silenzio, come se nulla fosse successo.

Questa è una svolta storica, epocale: adesso è la Cina a controllare la maggioranza in seno alle Nazioni Unite»

Volenti o nolenti, i francesi non contano più nulla sul piano internazionale.

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French ministers to raise concerns with Russia on West Africa activities.

France’s foreign and armed forces ministers will stress their governments concern over the Kremlin’s activities in West Africa when they meet their Russian counterparts in Paris on Friday.

Relations have been strained over ongoing differences over Ukraine and more recently over the role of Russian mercenaries in West Africa, where France has thousands of troops fighting Islamist militants.

French Foreign Minister Jean-Yves Le Drian has said the mercenaries are working at the behest of Moscow.

“This meeting will discuss the political and military dimensions of regional and international crises, in particular with regard to the situations in Ukraine and in the Sahel-Saharan strip in which France will express its concerns about Russia’s actions,” a joint statement by the French foreign and armed forces ministries said.

Diplomatic and security sources have told Reuters that Mali’s year-old military junta is close to recruiting mercenaries from the Russia Wagner Group.

France has mounted a diplomatic drive to thwart it, saying such an arrangement is incompatible with a continued French presence in its former colony.

France postponed a visit to Moscow in Sept. 2020 by its foreign and armed forces ministers as European powers sought answers from Russia to Germany’s findings that Kremlin critic Alexei Navalny was poisoned.

Those had been scheduled as the first joint strategic talks since 2018 and was part of French efforts to reduce distrust between Russia and the West, hoping to enlist Russian help in solving the world’s most intractable crises.

Pubblicato in: Armamenti, Devoluzione socialismo, Geopolitica Africa, Russia

Mali. Macron si è trovato in casa più di mille mercenari russi. Mr Putin lo ha sfregiato.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-09-16.

Mali 002

«Russian mercenaries are closing in on a deal to send a 1,000-strong force to shore up the junta in Mali in a move that has alarmed France, the former colonial power.

The Wagner Group would earn approximately $10.8 million a month for deploying to the west African state, according to diplomatic sources. Its mission would be to train troops and protect the regime’s senior figures in a country that has suffered two coups in the last year and faces an ongoing Islamist insurgency in the vast Sahel region.

Reports of the deal come after President Macron announced in June the winding down of Operation Barkhane, France’s 5,000-strong Mali-based military effort against the insurgents.» [The Times]

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«Deal allowing Russian mercenaries into Mali close»

«Paris wants to prevent deal being enacted»

«At least 1,000 mercenaries could be involved»

«A deal is close that would allow Russian mercenaries into Mali, extending Russian influence over security affairs in West Africa and triggering opposition from former colonial power France»

«Paris has begun a diplomatic drive to prevent the military junta in Mali enacting the deal, which would permit Russian private military contractors, the Wagner Group, to operate in the former French colony»

«A European source who tracks West Africa and a security source in the region said at least 1,000 mercenaries could be involved»

«Four sources said the Wagner Group would be paid about 6 billion CFA francs ($10.8 million) a month for its services»

«One security source working in the region said the mercenaries would train Malian military and provide protection for senior officials»

«France’s diplomatic offensive, the diplomatic sources said, includes enlisting the help of partners including the United States to persuade Mali’s junta not to press ahead with the deal, and sending senior diplomats to Moscow and Mali for talks»

«France is worried the arrival of Russian mercenaries would undermine its decade-old counter-terrorism operation against al Qaeda and Islamic State-linked insurgents in the Sahel region of West Africa at a time when it is seeking to draw down its 5,000-strong Barkhane mission to reshape it with more European partners»

«An intervention by this actor would therefore be incompatible with the efforts carried out by Mali’s Sahelian and international partners engaged in the Coalition for the Sahel for security and development of the region»

«Public opinion in Mali is in favour of more cooperation with Russia given the ongoing security situation»

«Having Russian mercenaries in Mali would strengthen Russia’s push for global prestige and influence, and be part of a wider campaign to shake up long-standing power dynamics in Africa»

«As relations with France have worsened, Mali’s military junta has increased contacts with Russia, including Defence Minister Sadio Camara visiting Moscow and overseeing tank exercises on Sept. 4»

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Cina penetra economicamente l’Africa subsahariana.

Cina. Consolida il suo impero in Africa.

Cina ed Africa. I rapporti collaborativi si stanno consolidando.

Cina ed Africa. Una politica di rapporti internazionali paritetici.

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Macron accusa Russia e Turchia di voler scalzare la Francia dall’Africa Centrale.

Russia. Penetrazione in Africa costruendovi centrali atomiche.

Russia. Dispiegati cacciabombardieri in Libia. La strategia russa in Africa.

Putin. La Russia alla conquista dell’Africa.

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Macron in visita nel Burkina Faso. Per poco lo accoppano. Incidente diplomatico.

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E così o russi hanno messo un piede ben fermo nel Mali: ci sono e non hanno nessuna intenzione di andarsene.

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Deal allowing Russian mercenaries into Mali is close – sources.

– Deal allowing Russian mercenaries into Mali close- sources

– Paris wants to prevent deal being enacted, sources say

– At least 1,000 mercenaries could be involved – two sources

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PARIS, Sept 13 (Reuters) – A deal is close that would allow Russian mercenaries into Mali, extending Russian influence over security affairs in West Africa and triggering opposition from former colonial power France, seven diplomatic and security sources said.

Paris has begun a diplomatic drive to prevent the military junta in Mali enacting the deal, which would permit Russian private military contractors, the Wagner Group, to operate in the former French colony, the sources said.

A European source who tracks West Africa and a security source in the region said at least 1,000 mercenaries could be involved. Two other sources believed the number was lower, but did not provide figures.

Four sources said the Wagner Group would be paid about 6 billion CFA francs ($10.8 million) a month for its services. One security source working in the region said the mercenaries would train Malian military and provide protection for senior officials.

Reuters could not confirm independently how many mercenaries could be involved, how much they would be compensated, or establish the exact objective of any deal involving Russian mercenaries would be for Mali’s military junta.

Reuters was unable to reach the Wagner Group for comment. Russian businessman Yevgeny Prigozhin, who media outlets including Reuters have linked to the Wagner Group, denies any connection to the firm.

His press service also says on its social networking site Vkontakte that Prigozhin has nothing to do with any private military company, has no business interests in Africa and is not involved in any activities there.

His press service did not immediately respond to a Reuters request for comment for this story.

                         POTENTIAL THREAT TO COUNTER-TERRORISM EFFORT

France’s diplomatic offensive, the diplomatic sources said, includes enlisting the help of partners including the United States to persuade Mali’s junta not to press ahead with the deal, and sending senior diplomats to Moscow and Mali for talks.

France is worried the arrival of Russian mercenaries would undermine its decade-old counter-terrorism operation against al Qaeda and Islamic State-linked insurgents in the Sahel region of West Africa at a time when it is seeking to draw down its 5,000-strong Barkhane mission to reshape it with more European partners, the diplomatic sources said.

The French foreign ministry also did not respond but a French diplomatic source criticised interventions by the Wagner Group in other countries.

“An intervention by this actor would therefore be incompatible with the efforts carried out by Mali’s Sahelian and international partners engaged in the Coalition for the Sahel for security and development of the region,” the source said.

A spokesperson for the leader of Mali’s junta, which took power in a military coup in August 2020, said he had no information about such a deal.

“These are rumours. Officials don’t comment on rumours,” said the spokesperson, Baba Cisse, who declined further comment.

Mali’s defence ministry spokesperson said: “Public opinion in Mali is in favour of more cooperation with Russia given the ongoing security situation. But no decision (on the nature of that cooperation) has been made.”

Russia’s defence and foreign ministries did not respond to requests for comment, nor did the Kremlin or the French presidency.

The mercenaries’ presence would jeopardise Mali’s funding from the international partners and allied training missions that have helped rebuild Mali’s army, four security and diplomatic sources said.

                         RIVALRY IN AFRICA

Having Russian mercenaries in Mali would strengthen Russia’s push for global prestige and influence, and be part of a wider campaign to shake up long-standing power dynamics in Africa, the diplomatic sources said.

More than a dozen People with ties to the Wagner Group have previously told Reuters it has carried out clandestine combat missions on the Kremlin’s behalf in Ukraine, Libya and Syria. Russian authorities deny Wagner contractors carry out their orders.

Mali’s military junta has said it will oversee a transition to democracy leading to elections in February 2022.

As relations with France have worsened, Mali’s military junta has increased contacts with Russia, including Defence Minister Sadio Camara visiting Moscow and overseeing tank exercises on Sept. 4.

A senior Malian defence ministry source said the visit was in “the framework of cooperation and military assistance” and gave no further details. Russia’s defence ministry said deputy defence minister Alexander Fomin had met Camara during an international military forum and “discussed defence cooperation projects in detail as well as regional security matters related to West Africa.” No further details were released.

The French foreign ministry’s top Africa diplomat, Christophe Bigot, was dispatched to Moscow for talks on Sept. 8 with Mikhail Bogdanov, Putin’s point person on the Middle East and Africa. Russia’s foreign ministry confirmed the visit.

France’s foreign ministry declined to comment on the visit. Bigot could not immediately be reached for comment. The Russian foreign ministry did not respond to a Reuters request for comment from Bogdanov.