Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Italia.10 milioni160mila dichiarazioni (24.5%) dei Contribuenti è in zona esente.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-06-26.

2021-06-24__ Contribuenti 001

«Una larga parte dei contribuenti italiani pur facendo una dichiarazione dei redditi non ha pagato nulla di Irpef sui redditi del 2019»

«si tratta di 10 milioni e 160mila circa, ovvero il 24,5% dei 41 milioni e 526mila italiani che hanno presentato una dichiarazione dei redditi l’anno scorso»

«Consideriamo che poco meno di un milione di italiani, 951mila, ha dichiarato zero o un reddito negativo»

«A questi però si aggiungono 11 milioni e 753mila persone che nel 2019 avrebbero avuto un reddito tra zero e 10mila euro»

«Versano qualcosa solo 3 milioni e 779mila persone sui 12 milioni e 704mila con redditi inferiori a 10mila euro»

«il numero di quanti non pagano nulla sale a 12,8 milioni»

«In particolare a versare quasi la metà del gettito complessivo l’anno scorso sono stati solo quelli che hanno dichiarato più di 40mila euro. Che sono stati pochi, 3 milioni e 887mila contribuenti, solo il 9,4% dei 41,5 milioni che hanno presentato una dichiarazione Irpef»

«Basti pensare che lo scaglione in cui si ritrovano più contribuenti è quello che va da 20 a 26mila euro, e che comprende 6 milioni e 645mila persone»

«Pochissimi invece i veri ricchi, quelli con un reddito superiore a 100mila euro all’anno. Sono poco più di 500mila, una frazione minima, l’1,2%, dei contribuenti complessivi, ma versano circa 31,5 miliardi, il 19% del gettito Irpef 2020 totale»

«Nel complesso i 5 milioni e 879mila contribuenti lombardi versano in tutto 37 miliardi e 826 milioni»

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Queste cifre si commentano da sole.

Quella che una volta era la classe media, sostegno dell’economia e, quindi, del fisco, è eluita nel nulla, nel generale impoverimento.

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Irpef 2020: 10,4 milioni di contribuenti non pagano nulla.

                         Dalle dichiarazioni dei redditi emerge che solo 31,2 milioni l’hanno versata.

È stato così anche gli anni precedenti. E il 2020 non ha fatto eccezione. Una larga parte dei contribuenti italiani pur facendo una dichiarazione dei redditi non ha pagato nulla di Irpef sui redditi del 2019. Nello specifico come si vede nella nostra infografica si tratta di 10 milioni e 160mila circa, ovvero il 24,5% dei 41 milioni e 526mila italiani che hanno presentato una dichiarazione dei redditi l’anno scorso.

Non si tratta di evasori, o meglio non lo sappiamo, ma ufficialmente si tratta delle conseguenze del fatto che sono relativamente moltissimi coloro che dichiarano di avere avuto redditi così bassi da non essere tassati, dopo avere calcolato esenzioni, no tax aree, detrazioni e deduzioni.

                         Gli italiani che non dichiarano reddito.

Consideriamo che poco meno di un milione di italiani, 951mila, ha dichiarato zero o un reddito negativo. A questi però si aggiungono 11 milioni e 753mila persone che nel 2019 avrebbero avuto un reddito tra zero e 10mila euro. Tra questi ben 2 milioni e 472mila ne denunciano uno tra zero e mille euro.

Ed è quindi tra questi che alla fine si trovano coloro che non pagano un euro di imposta. Versano qualcosa solo 3 milioni e 779mila persone sui 12 milioni e 704mila con redditi inferiori a 10mila euro. E questo qualcosa è comunque molto poco rispetto al gettito totale Irpef 2020, solo un miliardo e 271 milioni sui 165 miliardi e 116 milioni complessivi che lo Stato ha incassato.

                         I redditi superiori a 40mila euro.

Considerando inoltre il bonus 80 euro, trasformato in detrazione sopra i 28 mila euro di reddito, il numero di quanti non pagano nulla sale a 12,8 milioni. Questo significa che a sostenere realmente il bilancio statale è una minoranza della popolazione. In particolare a versare quasi la metà del gettito complessivo l’anno scorso sono stati solo quelli che hanno dichiarato più di 40mila euro. Che sono stati pochi, 3 milioni e 887mila contribuenti, solo il 9,4% dei 41,5 milioni che hanno presentato una dichiarazione Irpef.

Una somma come 40mila euro appare ai più come un reddito da ceto medio, ma in realtà sono pochi quelli che dichiarano di percepirne uno. Ancora meno quelli con entrate maggiori. Basti pensare che lo scaglione in cui si ritrovano più contribuenti è quello che va da 20 a 26mila euro, e che comprende 6 milioni e 645mila persone. Seguito da quello tra i 15 e i 20mila, in cui ne sono racchiuse 5 milioni e 553mila.

Pochissimi invece i veri ricchi, quelli con un reddito superiore a 100mila euro all’anno. Sono poco più di 500mila, una frazione minima, l’1,2%, dei contribuenti complessivi, ma versano circa 31,5 miliardi, il 19% del gettito Irpef 2020 totale. In Italia però probabilmente più che in altri Paesi europei i divari sono anche geografici. Con il gradiente tra        Nord e Centro-Sud che appare piuttosto inclinato.

Irpef 2020, in Lombardia si pagano 6,430 euro a testa in Calabria 3.810

Nel complesso coloro che versano l’Irpef nel nostro Paese l’hanno scorso hanno pagato mediamente 5.300 euro a testa. Si tratta appunto di una media tra valori molto diversi, che vanno dai 6.430 pro capite della Lombardia ai 3.810 della Calabria.

Nel complesso i 5 milioni e 879mila contribuenti lombardi versano in tutto 37 miliardi e 826 milioni. I secondi più ricchi sono gli altoatesini con 6.320 euro di imposta ognuno. Seguono i laziali con 6.300 e poi gli emiliano-romagnoli e piemontesi, con 5.560 e 5.400. I veneti vengono dopo i liguri.

Agli ultimi posti oltre ai calabresi gli abitanti della altre regioni del Mezzogiorno. Sia pugliesi che lucani versano meno di 4mila euro a testa. I campani forse un po’ a sorpresa non risultano tra i più poveri, visto che anzi pagano pro capite più imposte degli abruzzesi, 4.380 contro 4.340, e risultano essere i meridionali che versano di più.

Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo, Islamizzazione dell'Occidente

Francia. Mussulmani 7%, ma il 21.53 % dei nuovi nati ha nome arabo.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-06-17.

Giulio Romano. Palazzo Gonzaga. Sala dei giganti. 004

«La Direction générale de la Sécurité intérieure, i servizi segreti francesi, hanno reso noto lo scorso gennaio, che nel paese sarebbero attualmente 150 i quartieri fuori dal controllo delle istituzioni e comandati da reti più o meno informali legate allo jihadismo e all’islam radicale»

«Stiamo parlando certamente di banlieu e zone-dormitorio nelle grandi città, ma il fenomeno riguarda sempre più anche villaggi fuori dalle zone urbane»

«Sempre i dati dell’Insee, l’Istat francese, rivelano che nel 2019 il 21.53% di tutti i nuovi nati in Francia avessero un nome arabo»

«Nel 1969 i neonati con nomi arabi rappresentavano soltanto il 2,6% del totale»

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«L’islamizzazione, dunque, è qualcosa di decisamente reale in Francia e, a differenza dell’Italia, affonda le sue radici nella storia colonizzatrice del Paese»

«due lettere inviate da generali e ufficiali dell’esercito al presidente Macron»

«La prima è stata firmata da 25 militari, la seconda ha raggiunto già i 100mila firmatari e ha trovato il favore politico di alcuni partiti come quello di Marine Le Pen»

«I militari sostengono che la società francese sia sull’orlo del collasso proprio a causa dell’islamismo e si accusa il presidente di aver fatto “concessioni” alle persone di fede islamica proprio nel momento in cui l’esercito del Paese versava il sangue per combatterlo in Afghanistan, Mali e Repubblica Centroafricana»

«Toni sicuramente non leggeri, tanto più perché si parla esplicitamente di una guerra civile imminente»

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In Francia il problema islamico presenta alcuni tratti salienti.

– In primo luogo, anche a causa del passato coloniale, la comunità araba è numerosa ed anche molto prolifica, ed ad oggi siamo alla quarta generazione, cui si aggiungono i migranti. Sono circa 5.7 milioni, il 9 per cento della popolazione residente. La situazione demografica è ben chiarita dal fatto che il 21.53% di tutti i nuovi nati abbia nomi arabi.

– In secondo luogo, la popolazione araba è concentrata quasi esclusivamente nelle periferie cittadine, le così dette banlieue. Questa concentrazione conferisce un grande potere politico ed elettorale.

– In terzo luogo, le banlieue sono misere. Il sistema scolastico è fatiscente, i diplomati sono rari e per di più con un titolo di studio ottenuto in via politica. La presenza degli islamici nell’industria è minima, e nei servizi è virtualmente nulla. Lì la parola ‘integrazione’ assume un significato ironico e beffardo.

– In quarto luogo, le influenze internazionali dei vari paesi islamici sono profonde.

– In quinto luogo, anche se al momento temporaneamente sopito, le banlieue sono il pabulum di crescita del terrorismo islamico in Francia.

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Francia. 2021Q1. Pil -4.7%, Consumi -6.8%, Exports -9.9%, comparati sul 2019Q4. – Insee.

Francia. Febbraio 21. Produzione manifatturiera -7.1%, totale -6.6%. – Insee.

Francia. Strascichi della seconda lettera dei militari sulla guerra civile.

Francia. L’Esercito lancia il secondo segnale di guerra civile. 130,000 firme, 992,000 virtuali.

Francia. L’Esercito avverte. Seria possibilità di una guerra civile.

Una nazione è costituita dai suoi cittadini: territorio e risorse sono secondarie al fattore umano. 

Senza cittadini gli stati diventano mere realtà geografiche.

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Islam in Francia: il 21% dei nuovi nati ha un nome arabo.

Un’altra lettera da parte di alcuni generali a Macron: si parla di guerra civile e islamizzazione

Anche in Italia si è ricominciato a parlare di immigrazione dopo gli ultimi importanti sbarchi a Lampedusa. C’è chi ha chiesto l’aiuto dell’Europa e chi un blocco navale che impedisca ai barconi di partire. Eppure, l’Italia non è l’unico Paese a dover gestire la questione immigrazione e cercare di migliorare quanto fatto fino ad oggi. La Francia, infatti, vive un noto problema di emarginazione e ghettizzazione di una sempre più numerosa comunità islamica che già nel 2005 aveva visto insorgere interi quartieri. La polizia allora aveva soppresso le rivolte, ma il malcontento continuava a persistere e il terrorismo islamico non ha fatto che aumentare le tensioni nell’opinione pubblica.

                         Le lettere inviate da alcuni generali a Macron.                                                           Nelle ultime settimane, però, il dibattito si è intensificato a causa di due lettere inviate da generali e ufficiali dell’esercito al presidente Macron. La prima è stata firmata da 25 militari, la seconda ha raggiunto già i 100mila firmatari e ha trovato il favore politico di alcuni partiti come quello di Marine Le Pen. Ma cosa dice la lettera? I militari sostengono che la società francese sia sull’orlo del collasso proprio a causa dell’islamismo e si accusa il presidente di aver fatto “concessioni” alle persone di fede islamica proprio nel momento in cui l’esercito del Paese versava il sangue per combatterlo in Afghanistan, Mali e Repubblica Centroafricana. Toni sicuramente non leggeri, tanto più perchè si parla esplicitamente di una guerra civile imminente. Noi abbiamo analizzato il fenomeno guardando principalmente i dati.

                         Quanti sono i musulmani in Francia?

Come si può vedere nel grafico sopra, la religione islamica è la seconda religione del Paese. Questo se non si vuole contare l’ateismo come religione, ma è giusto tenerne conto perchè il cristianesimo, pur essendo la principale fede per i francesi risulta decisamente ridimensionato rispetto al totale della popolazione. Siamo sull’ordine del 51% per i cristiani e del 7% per i musulmani. Per avere un’idea più completa basta pensare che in Italia i non credenti sono il 15% della popolazione, i musulmani il 3,7% e di cristiani il 66,7%. Ma il vero problema della Francia non sono tanti i numeri assoluti, quanto la distribuzione geografica e la ghettizzazione che i migranti hanno subito negli anni.

                         Un cambiamento demografico che è in atto da anni.

La Direction générale de la Sécurité intérieure, i servizi segreti francesi, hanno reso noto lo scorso gennaio, che nel paese sarebbero attualmente 150 i quartieri fuori dal controllo delle istituzioni e comandati da reti più o meno informali legate allo jihadismo e all’islam radicale. Stiamo parlando certamente di banlieu e zone-dormitorio nelle grandi città, ma il fenomeno riguarda sempre più anche villaggi fuori dalle zone urbane. Sempre i dati dell’Insee, l’Istat francese, rivelano che nel 2019 il 21.53% di tutti i nuovi nati in Francia avessero un nome arabo. Nel 1969 i neonati con nomi arabi rappresentavano soltanto il 2,6% del totale. Nell’arco di quarant’anni esatti è avvenuta una vera e propria rivoluzione demografica che, dopo aver riscritto il volto di intere periferie e città, si appresta a modificare nel profondo l’identità francese.

                         Il fenomeno migratorio e la crescita dell’Islam in Francia.

L’islamizzazione, dunque, è qualcosa di decisamente reale in Francia e, a differenza dell’Italia, affonda le sue radici nella storia colonizzatrice del Paese. Nonostante ciò, anche il fenomeno migratorio negli anni è cresciuto. nel solo 2019, anno decisamente più indicativo del 2020, il Ministero dell’Interno ha rilasciato 274.676 permessi di residenza, 36.276 titoli di soggiorno di natura umanitaria e ricevuto 177.822 richieste d’asilo. La maggior parte di questi soggetti proveniva da Paesi a maggioranza musulmana. Inoltre, sono tra i 300mila e i 400mila i clandestini attualmente presenti sul territorio, che come tali purtroppo non possono ambire ad alcun tipo di emancipazione economica.

Pubblicato in: Demografia

Giappone. Demografia. Tassodi fertilità sceso a 1.34. È crisi devastante.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-06-12.

Giappone 001

Giappone. Primo atto del Governo Suga è sulla demografia.  

In Giappone troppi anziani, bonus a chi si sposa e fa figli.

Giappone. Un vecchio ogni 1.8 giovani. Cina e Russia si leccano i baffi.

«I minori con un’età inferiore ai 15 anni, infatti, costituiscono appena il 12% degli abitanti»

«la fascia di età degli over 65 … rappresenta il 28,7% del »

«Da qui al 2040 la percentuale di anziani con più di 65 anni raggiungeranno il 35,3% del totale della popolazione»

«Il tasso di fertilità delle donne giapponesi è di appena l’1,36: inferiore alla soglia minima di 2,07, considerata necessaria a garantire il ricambio generazionale»

«Ad oggi il 29% degli uomini single giapponesi tra i 25 e i 34 anni, e il 17,8% delle donne considerano la mancanza di fondi come principale motivo per non compiere il passo e recarsi all’altare»

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«Per arrestare il declino della popolazione e far ripartire il numero delle unioni ufficiali tra coppie, il governo giapponese decide l’introduzione di un piano di incentivi con lo scopo di facilitare i matrimoni e aumentare il tasso di natalità»

«Le agevolazioni messe a disposizione dall’esecutivo appena insediatosi equivarranno a un importo di 600.000 yen, circa 4.850 euro, e saranno distribuite alle coppie con meno di 40 anni, con un reddito annuo combinato non superiore ai 5,4 milioni di yen, circa 43mila euro»

«Quello che appare certo è che la battaglia per impedire una trasformazione demografica dalle implicazioni devastanti per la terza economia mondiale non può più essere più rimandata»

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Ma il problema demografico non è solo ed esclusivamente economico.

È soprattutto un problema di Weltanschauung.

Il Giappone si è occidentalizzato, assorbendo gran parte dell’ideologia liberal, che aborrisce nascite e matrimoni, e che considera la femmina ‘realizzata’ solo ed esclusivamente nel lavoro e nel guadagno.

Nei fatti, sono le femmine giapponesi che rifiutano la maternità.

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«The number of births fell to 840,832 in 2020, down 2.8% from a year earlier»

«The number of registered marriages in Japan fell 12.3% last year to 525,490»

«country’s fertility rate, the expected number of births per woman, declined to 1.34»

«It is a “super-aged” nation, meaning more than 20% of its population is older than 65»

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La Cina e la Russia attendono pazientemente il crollo demografico del Giappone.

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Japan’s birth rate fell to another record low in 2020

The number of babies born in Japan fell to a record low last year, the health ministry said on Friday, as more couples put off marriage and starting a family amid a global pandemic.

The number of births fell to 840,832 in 2020, down 2.8% from a year earlier and the lowest since records began in 1899, the ministry said.

The coronavirus outbreak has hit birth rates around the world, including in the United States, despite early speculation that pandemic-related lockdowns may lead to a global baby boom.

The number of registered marriages in Japan fell 12.3% last year to 525,490, a post-war record, the ministry said. The country’s fertility rate, the expected number of births per woman, declined to 1.34, among the lowest in the world.

Japan has been struggling with a looming demographic crisis for years, with its birth rate continually declining — raising concerns of the aging population and shrinking workforce.

It is a “super-aged” nation, meaning more than 20% of its population is older than 65. The country’s total population stood at 124 million in 2018 — but by 2065 it is expected to have dropped to about 88 million.

Neighboring South Korea has also struggled with low birth rates for years; in 2020, it reported more deaths than births for the first time — a marker known as the “population death cross,” meaning the total population has shrunk.

And in China, the world’s most populous country, the number of newborns registered dropped almost 15% last year. The government last week announced it would further ease its strict family planning policy by allowing couples to have up to three children to combat the slide.

Pubblicato in: Banche Centrali, Demografia, Devoluzione socialismo

Pensionati. 2019. Spesi 301 miliardi in prestazioni pensionistiche. -Istat.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-02-25.

2021-02-19__ Pensioni 001

“Ti ricordi quando i nonni andavano in pensione? Poveretti!! Per fortuna noi siamo socialmente avanzati e non ci andremo mai”


2021-02-19__ Pensioni 002

Pensionati. Metà dei beneficiari non ha mai versato contributi. Tagli imminenti.

Inps. Si avvicina la soluzione finale dei pensionati. Eutanasia.

«L’Inps ha un flusso finanziario complessivo di 860 miliardi annuo.

L’Inps riporta a bilancio 2018 entrate complessive per 423.975 miliardi di euro, delle quali 211.462 miliardi derivano dal versamento dei contributi. Mancano all’appello 212.513 = (423.975 – 211.462) miliardi di euro.»

Italia. Pensioni. Le piglierete nei denti. Sempre poi che ve le diano.

«Il passaggio dal retributivo al contributivo porterà ad una progressiva riduzione degli importi delle pensioni»

«la crisi economica …. avrà ripercussioni sulla rivalutazione dei contributi accreditati negli anni»

«Chi andrà in pensione nei prossimi anni, quindi, percepirà importi sempre più bassi»

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2021-02-19__ Pensioni 003


2021-02-19__ Pensioni 004

I problemi pensionistici sono facilmente enunciabili.

– Circa la metà dei beneficiari non ha mai versato contributi

– Il passaggio da retributivo a contributivo comporta pensioni minori rispetto al passato

– Il crollo demografico dei giovani e la difficoltà a trovare lavoro stabile implica una riduzione dei contributi versati: meno entrate per l’Inps, pensioni da fame per loro, se mai le vedranno.

– Stipendi sempre più bassi e difficoltà ad avere un impiego stabile contribuiranno a ridurre le pensioni future

– Le ‘diseguaglianze’ altro non sono che differenze nei contributi versati.

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Il tragico è che i nostri giovani sono rassegnati, come pecore mandate al macello.

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Istat. Condizioni di vita dei pensionati

Nel 2019 spesi 301 miliardi di euro in prestazioni pensionistiche: +2,5% rispetto al 2018.

Rimane sostanzialmente stabile il numero di pensionati (poco più di 16 milioni). Si confermano le ampie disuguaglianze di reddito tra i beneficiari, con il 42,3% della spesa che va al quinto più ricco e un gap marcato a svantaggio delle donne.

Sono 5,2 milioni (32,7% del totale) coloro che cumulano due o più prestazioni. Oltre un terzo dei pensionati vive in coppia senza figli (35,6%), più di un quarto da solo (28,2%).

Crescono i pensionati da lavoro che dichiarano di essere occupati (+3,6% sul 2018).

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                         Continua a diminuire il rapporto tra pensionati e lavoratori

Nel 2019, sono poco meno di 23 milioni i trattamenti pensionistici erogati a 16 milioni di beneficiari, per una spesa pensionistica complessiva che raggiunge i 301 miliardi di euro (+2,5% rispetto all’anno precedente).

Gran parte della spesa (273 miliardi, 90,6% del totale, 15% del Pil) è destinata alle pensioni IVS (invalidità, vecchiaia e superstiti). Tra queste, più di due terzi (67,4%) sono pensioni di vecchiaia e anzianità che assorbono il 79,2% della spesa previdenziale.

Il sistema di trasferimenti pensionistici impegna ulteriori 24 miliardi (8% della spesa complessiva) a favore di 4,4 milioni di beneficiari ai quali eroga prestazioni di tipo assistenziale, che comprendono le pensioni agli invalidi civili, ai non udenti civili e ai non vedenti civili, le indennità di accompagnamento, di frequenza e di comunicazione, le pensioni e gli assegni sociali e le pensioni di guerra. Si tratta di prestazioni erogate a favore di persone in condizioni di disagio per motivi economici e/o fisici il cui finanziamento è indipendente dal versamento di contributi.

Alle prestazioni di tipo IVS e assistenziali si aggiungono 4,1 miliardi erogati a copertura di quasi 700 mila rendite dirette e indirette per infortuni sul lavoro e malattie professionali.

Il rapporto tra numero di pensionati e occupati è di 686 beneficiari ogni 1.000 lavoratori (era 757 nel 2000, primo anno della serie storica analizzata). Se si considerano solo i titolari di prestazioni IVS, il rapporto tra pensionati che hanno versato i contributi e i lavoratori che li versano scende a 602 ogni 1.000 lavoratori. Il rapporto è diminuito di quasi 6 punti percentuali nei sei anni successivi alla riforma del sistema pensionistico del 2012, mentre nei precedenti dodici anni si era ridotto di soli 2 punti (Tavola 1 in allegato).

L’andamento degli indicatori, la distribuzione territoriale delle pensioni e della relativa spesa risentono sia delle differenze nei livelli e nella dinamica dell’occupazione, sia della diversa struttura per età della popolazione delle regioni, mediamente più anziana nel Nord del Paese.

Il 50,8% della spesa complessiva è erogata a residenti al Nord – principalmente in qualità di beneficiari di pensioni IVS – il resto nel Mezzogiorno (28%), dove sono più diffuse le prestazioni assistenziali e al Centro (21,2%) (Tavola 2 in allegato).

In rapporto alla popolazione residente, in media si calcolano 260 pensionati ogni 1.000 abitanti. Anche tenendo conto delle differenze territoriali nella struttura per età della popolazione, il tasso di pensionamento è più elevato al Nord (262 pensionati ogni 1.000 abitanti), a testimoniare una pregressa e continuativa partecipazione al mercato del lavoro di una parte più ampia della popolazione, scende nel Mezzogiorno (259) ed è in assoluto più basso al Centro (255). (Tavola 3 in allegato).

                         Significative differenze di genere per i redditi da pensione

Nel 2019, le donne ricevono il 43,9% (44,1% nel 2018) della spesa complessiva e sono in maggioranza sia tra i titolari di pensioni (55,2%, 55,5% nel 2018) sia tra i beneficiari (51,9%, 52,2% nell’anno precedente) (Tavola 4 in allegato).

In media, l’importo di una pensione di una donna è più basso rispetto a quello riservato agli uomini per lo stesso tipo di pensione. In particolare, per le pensioni di vecchiaia le donne percepiscono in media 7.783 euro annui in meno degli uomini (-36,1%) per effetto del divario retributivo. Al contrario, per le pensioni di reversibilità alle donne spetta 1,6 volte l’importo degli uomini, per effetto del divario di genere rispetto alla speranza di vita (assorbono infatti il 91% della spesa per pensioni di reversibilità).

Il gap tra uomini e donne si riduce a 6.049 euro se si guarda al reddito annuo complessivo (-27,6%), dato dalla somma tra singole prestazioni pensionistiche.

Le donne riescono a colmare parzialmente il gap rispetto agli uomini perché più spesso titolari di più prestazioni contemporaneamente: sono il 58,5% tra chi percepisce due pensioni e il 69,2% tra i beneficiari che ne cumulano tre o più (Tavola 5 in allegato).

Lo svantaggio femminile deriva dalla minore partecipazione al mercato del lavoro, dal differenziale salariale, dalla presenza di carriere contributive più brevi e frammentate. Inoltre, le donne sono spesso beneficiarie di pensioni di reversibilità (86,2% dei casi), il cui importo è calcolato come percentuale della pensione del familiare deceduto.

Considerando la natura dei trasferimenti, alle donne va il 42,6% della spesa per pensioni IVS e il 60% di quella assistenziale. Rispetto alla distribuzione del reddito, il 66,3% delle donne non supera i 1.500 euro mensili (il 43,2% si colloca nella fascia inferiore a 1.000 euro). Il divario di genere è massimo nella classe di reddito più alta (3.000 euro e più) dove ci sono 262 pensionati ogni 100 pensionate (Tavola 6 in allegato).

Le donne si collocano più frequentemente nel segmento più povero della distribuzione dei redditi pensionistici mentre la presenza degli uomini cresce all’aumentare del reddito. Una pensionata su quattro (24,4%) appartiene al quinto più povero, ma solo il 13,3% si colloca in quello più ricco; per gli uomini, invece, tali quote si attestano, rispettivamente, al 15,2% e al 27,2%. Il quinto di donne con redditi pensionistici più bassi percepisce annualmente fino a 7.200 euro, tra gli uomini tale soglia è quasi 2.400 euro più alta (Tavola 7 in allegato)

                         Tipologie e cumulo di pensioni alla base delle disuguaglianze di reddito

La variabilità dell’entità dei trasferimenti pensionistici è dovuta a un insieme di fattori, primo tra tutti la presenza o meno di un pregresso contributivo. Le pensioni assistenziali, infatti, essendo finanziante dalla fiscalità generale, hanno importi generalmente più bassi. Anche tra chi ha versato contributi, l’importo della prestazione può essere variabile perché calcolato sulla base di normative diverse che tengono conto della retribuzione, dell’anzianità lavorativa, della composizione e del reddito familiare.

Inoltre, ciascun beneficiario può essere titolare di più prestazioni cumulando così l’importo delle diverse categorie di pensione, nel rispetto dei vincoli reddituali e di compatibilità tra categorie di prestazione.

Nel 2019, sono 5,2 milioni (32,7% del totale) i beneficiari che cumulano due o più prestazioni, dello stesso tipo o di tipo diverso (Tavola 8 in allegato). La spesa destinata ai multi-titolari è di 123 miliardi (40,9% del totale dei trasferimenti, il 6,9% del PIL). Tra i beneficiari di pensioni di tipo diverso, la quota maggiore è rappresentata da quanti associano alla pensione di vecchiaia una ai superstiti (40,6%).

Oltre alle differenze di genere, l’analisi distributiva degli importi pensionistici evidenzia marcate

disuguaglianze sia rispetto alle tipologie di pensioni ricevute sia rispetto al territorio di residenza, come testimonia la suddivisione in quinti dei beneficiari rispetto al livello di reddito. Se il reddito fosse distribuito allo stesso modo nella popolazione, a ciascun quinto di popolazione spetterebbe il 20% della spesa pensionistica. Nella realtà, invece, al quinto più povero è destinato il 5,2% del totale della spesa pensionistica, al 20% più ricco otto volte di più (42,3%).

La diseguaglianza tra redditi pensionistici può inoltre essere analizzata considerando la categoria di prestazione. Tra i beneficiari di pensioni di invalidità, vecchiaia o superstiti (IVS), con alle spalle un pregresso contributivo, il 15,2% si colloca nel quinto più povero, percentuale che sale al 69,2% tra quanti godono soltanto di benefici assistenziali. Sempre tra questi ultimi, il quinto di popolazione con redditi pensionistici più bassi percepisce meno di 3.800 euro lordi annui. Chi associa una pensione assistenziale a una IVS quadruplica il valore soglia del primo quintile di reddito, che sfiora i 14.500 euro (Tavola 9 in allegato).

Nel Mezzogiorno, dove sono più diffuse le pensioni assistenziali rispetto a quelle da lavoro, un pensionato su cinque (24,4%) appartiene al quinto più povero della distribuzione dei redditi pensionistici e solo il 16,2% si colloca nel quinto più ricco. Sempre nel Mezzogiorno, il quinto di popolazione con redditi pensionistici più bassi percepisce meno di 7 mila euro lordi annui; nel Nord non supera i 9.300 euro. Il quinto di pensionati con redditi pensionistici più elevati percepisce al Centro e al Nord oltre 27 mila euro lordi annui, al Sud e nelle Isole oltre 24 mila euro (Tavola 10 in allegato).

                         In aumento i pensionati che continuano a lavorare

Nel 2019, secondo la Rilevazione sulle forze di lavoro, i pensionati da lavoro che percepiscono anche un reddito da lavoro sono 420 mila, in aumento rispetto al 2018 (+3,6%) e in decisa diminuzione rispetto al 2011 (-18,5%). Tale aggregato è composto principalmente da uomini (in oltre tre casi su quattro), da residenti nelle regioni settentrionali (in due casi su tre) e da lavoratori non dipendenti (in circa l’85% dei casi) (Tavola 11 in allegato). Circa la metà dei pensionati occupati ha al massimo la licenza media (è il 30,4% per il complesso degli occupati), tre su dieci possiedono un diploma mentre il segmento dei laureati rappresenta oltre un quinto del totale.

Nel tempo l’età media dei pensionati che lavorano è cresciuta, per effetto dell’aumento dell’età pensionabile: oltre il 77% ha almeno 65 anni (53,7% nel 2011) e il 41,7% ne ha almeno 70 (25,0% nel 2011); proprio al segmento più anziano si deve gran parte dell’incremento osservato nel 2019. Tra il 2011 e il 2019 si sono invece più che dimezzati i 60-64enni (Figura 3). L’età media dei pensionati con redditi da lavoro raggiunge quindi i 69 anni (66 anni nel 2011); tra gli uomini la media è di circa un anno e mezzo più elevata rispetto alle donne e tra i lavoratori indipendenti supera di oltre tre anni quella dei dipendenti.

Nel 2019, lavora nel settore dei servizi circa il 65% dei percettori di pensione (da lavoro) che continuano a essere occupati, al suo interno meno di un terzo è impiegato nel commercio (Tavola 12 in allegato).

Il confronto con il collettivo degli occupati nel suo complesso mostra differenze significative. I pensionati che lavorano sono più spesso impiegati in agricoltura – con un’incidenza tre volte e mezzo superiore rispetto al totale – e nel commercio (quasi una volta e mezzo superiore), risultando sovra rappresentati anche nelle attività professionali e nei servizi alle imprese. Nei settori istruzione e sanità, trasporti e nell’industria in senso stretto, al contrario, l’incidenza è sensibilmente inferiore a quella del totale degli occupati.

Circa il 44% dei pensionati che lavorano svolge una professione qualificata (compresa nei primi tre grandi gruppi della classificazione delle professioni CP2011), una quota più alta rispetto al totale degli occupati (35,3%), lo stesso si verifica per gli operai (30,9% contro 22,4%). È invece più bassa la percentuale di pensionati che lavorano in professioni non qualificate (3,3% contro 11,8%).

Considerando solo l’occupazione indipendente (l’84,4% dei lavoratori beneficiari di una pensione da lavoro), il 54,8% è rappresentato da lavoratori autonomi (in lieve aumento rispetto al 2018), il 26,8% da liberi professionisti (dal 28,3% dell’anno precedente), il 7,1% da coadiuvanti nell’azienda familiare (in lieve crescita), il 6,9% da imprenditori (anch’essi in leggero aumento). Tra l’esiguo gruppo dei dipendenti, invece, il 54,2% è operaio e circa il 29% è impiegato.

                         Quasi in una famiglia su due c’è un titolare di pensione

Nel 2018, si stima che quasi in una famiglia su due sia presente almeno un pensionato (oltre 12 milioni di nuclei); in particolare, nel 34% dei casi vi è un titolare di pensione e nel 12,4% due e più.

Più di un terzo dei pensionati vive in coppia senza figli (35,6%) e il 28,2% vive da solo (Figura 4). È invece più contenuta la percentuale di pensionati che vivono in coppia con figli (18,4%), in famiglie con singolo genitore (9,6%), oppure in altra tipologia (8,1%), cioè in famiglie di membri isolati o composte da più nuclei. Rispetto al resto del Paese, i pensionati del Nord vivono più spesso da soli (29,5%) o in coppia senza figli (39,5%) mentre i pensionati del Mezzogiorno risiedono più frequentemente in coppia con figli (23,7%). Infine i pensionati del Centro si trovano più diffusamente in famiglie di altra tipologia (9,8%).

I titolari di pensioni di vecchiaia e anzianità vivono prevalentemente in famiglie di coppie senza figli (45,4%), i percettori di pensioni di reversibilità più spesso abitano soli (62,3%) o con i figli in qualità di unico genitore (24,2%), essendo rappresentati nella stragrande maggioranza dei casi da donne vedove. Per queste famiglie, i trasferimenti sociali erogati ai pensionati (da qui denominati semplicemente trasferimenti pensionistici) rappresentano, in media, il 63,1% del reddito familiare netto disponibile (al netto dei fitti imputati); la quota restante è costituita per il 30,1% da redditi da lavoro e per il 6,8% da altri redditi (prevalentemente affitti e rendite finanziarie). Le pensioni di anzianità e vecchiaia, unitamente alle liquidazioni di fine rapporto per quiescenza, contribuiscono alla formazione del totale dei redditi familiari per il 43,8%, i trattamenti di reversibilità per il 9,3% e le restanti pensioni per il 10,1%.

Per quasi 7,5 milioni di famiglie (il 62% delle famiglie con pensionati) i trasferimenti pensionistici rappresentano più dei tre quarti del reddito familiare disponibile (Tavola 13 in allegato); nel 24,9% dei casi le stesse prestazioni sono l’unica fonte di reddito (oltre 3 milioni di famiglie), mentre per il 26,0% delle famiglie il loro peso non supera la metà delle entrate familiari.

Se in famiglia vi sono solo pensionati, sale all’84,5% la percentuale di famiglie con trasferimenti pensionistici il cui contributo è pari almeno ai tre quarti delle risorse economiche.

                         Rischio povertà più basso tra le famiglie con pensionati

Nel 2018, il reddito medio netto (esclusi i fitti figurativi) delle famiglie con pensionati è stimato in 32.000 euro (2.670 euro mensili) ed è, seppur di poco, superiore a quello delle famiglie senza pensionati (2.610 euro mensili). La metà delle famiglie con pensionati ha un reddito netto inferiore ai 24.780 euro (2.065 euro mensili), valore mediano che scende a 21.445 euro nel Mezzogiorno, mentre si attesta intorno a 27.800 euro nel Centro e a 25.830 euro nel Nord (Tavola 14 in allegato).

Le famiglie con pensionati presentano un reddito mediano più basso rispetto a quello delle famiglie senza pensionati. Tale situazione, però, si inverte se si considera il reddito netto familiare equivalente, cioè includendo l’effetto delle economie di scala e rendendo comparabili i livelli di benessere tra famiglie di diversa composizione. Infatti, il valore mediano in termini equivalenti è pari a 17.800 euro per le famiglie con pensionati contro i 17.110 euro delle restanti famiglie. Il vantaggio comparativo è ulteriormente avvalorato dal fatto che il rischio di povertà delle prime (15,9%) è circa 8 punti percentuali inferiore a quello delle seconde. Ciò conferma l’importante ruolo di protezione economica che i trasferimenti pensionistici assumono in ambito familiare.

La presenza di un pensionato all’interno di nuclei familiari “vulnerabili” (genitori soli o famiglie in altra tipologia) riduce sensibilmente l’esposizione al rischio di povertà, rispettivamente dal 32,8% al 15,1% e dal 32,9% al 15,3% (Figura 5). Il cumulo di pensione e reddito da lavoro abbassa ulteriormente il rischio di povertà: 4,8% contro 18,1% delle famiglie sostenute da titolari di sole pensioni. Anche l’apporto economico dei componenti non pensionati, in particolare gli occupati, riduce il rischio di povertà pur in assenza di cumulo (8,4%).

Tra le famiglie con pensionati, le meno esposte al rischio di disagio economico sono quelle in cui vi è almeno un pensionato che cumula redditi da lavoro propri o di altri componenti occupati (rispettivamente 3,6% e 4,8%). Le più vulnerabili sono costituite da pensionati senza redditi da lavoro che vivono assieme ad altri membri non occupati (34%).

Analogamente a quanto si verifica per le famiglie nel loro complesso, quelle di pensionati del Sud e delle Isole presentano un’incidenza del rischio di povertà quasi tre volte superiore a quella delle famiglie residenti nel Nord e più che doppia rispetto a quelle del Centro. L’indice di grave deprivazione conferma in misura ancora più accentuata queste evidenze.

Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo

Italia. 2020. Persi 444,000 posti di lavoro. – Istat.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-02-03.

2021-02-03__Istat Occupati 001

Istat ha rilasciato il Report Occupati e Disoccupati.

– A dicembre tornano a calare gli occupati e si registra un incremento dei disoccupati e degli inattivi.

– La diminuzione dell’occupazione (-0,4% rispetto a novembre, pari a -101mila unità) coinvolge le donne, i lavoratori sia dipendenti sia autonomi e caratterizza tutte le classi d’età, con l’unica eccezione degli ultracinquantenni che mostrano una crescita; sostanzialmente stabile la componente maschile. Nel complesso il tasso di occupazione scende al 58,0% (-0,2 punti percentuali).

– Il numero di persone in cerca di lavoro torna a crescere (+1,5%, pari a +34mila unità) in modo generalizzato e solo per 15-24enni si osserva una diminuzione. Il tasso di disoccupazione sale al 9,0% (+0,2 punti) e tra i giovani al 29,7% (+0,3 punti).

– A dicembre, il numero di inattivi cresce (+0,3%, pari a +42mila unità) tra donne, 15-24enni e 35-49enni, mentre diminuisce tra gli uomini e le restanti classi di età. Il tasso di inattività sale al 36,1% (+0,1 punti).

– Nonostante il calo di dicembre, il livello dell’occupazione nel trimestre ottobre-dicembre 2020 è superiore dello 0,2% a quello del trimestre precedente (luglio-settembre 2020), con un aumento di 53mila unità.

– Nel trimestre calano le persone in cerca di occupazione (-5,6%, pari a -137mila) e aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,1%, pari a +17mila unità).

– Le ripetute flessioni congiunturali dell’occupazione registrate tra marzo e giugno 2020, unite a quella di dicembre, hanno portato l’occupazione a un livello più basso di quello registrato nel dicembre 2019 (-1,9%, pari a -444mila unità). La diminuzione coinvolge uomini e donne, dipendenti (-235mila) e autonomi (-209mila) e tutte le classi d’età, ad eccezione degli over50, in aumento di 197mila unità, soprattutto per effetto della componente demografica. Il tasso di occupazione scende, in un anno, di 0,9 punti percentuali.

– A dicembre 2020, le ore pro capite effettivamente lavorate settimanalmente, calcolate sul complesso degli occupati, sono pari a 28,9, livello di 2,9 ore inferiore a quello registrato a dicembre 2019; la differenza scende a 2,5 ore tra i dipendenti, per i quali il numero di ore lavorate è pari a 28,0.

– Nell’arco dei dodici mesi, diminuiscono le persone in cerca di lavoro (-8,9%, pari a -222mila unità), mentre aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+3,6%, pari a +482mila).

2021-02-03__Istat Occupati 002

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2021-02-03__Istat Occupati 003

Il commento

A dicembre l’occupazione torna a diminuire, interrompendo il trend positivo che tra luglio e novembre aveva portato a un recupero di 220 mila occupati; il calo occupazionale è concentrato sulle donne e coinvolge sia i dipendenti sia gli autonomi. Inversione di tendenza anche per la disoccupazione che, dopo quattro mesi di progressivo calo, torna a crescere portando il tasso al 9%. I livelli di occupazione e disoccupazione sono inferiori a quelli di febbraio 2020 – rispettivamente di oltre 420 mila e di quasi 150 mila unità – e l’inattività risulta superiore di oltre 400 mila unità. Rispetto a febbraio 2020, il tasso di occupazione è più basso di 0,9 punti percentuali e quello di disoccupazione di 0,4 punti.

2021-02-03__Istat Occupati 004

Pubblicato in: Cina, Demografia, Persona Umana, Russia

South Korea. Allarme per la bassa fertilità. Morti più numerose delle nascite.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-01-12.

Cina Mar Giallo Mare Cinese orientale

I paesi occidentali od occidentalizzati sono afflitti da una crisi di denatalità che alla fine ne decimerà la popolazione autoctona.

Una nazione è il suo popolo, ma senza popolo quella nazione diventa una mera espressione geografica.

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Germania, realtà geografica. Nel 2030 mancheranno 5 milioni di lavoratori. – Destatis.

Germania. La demografia stritola Germania e Große Koalition.

Italia. Demografia. 188,721 in meno in un anno, 844mila in cinque anni.

Visegrad. Denatalità, emigrazione, immigrazione e mercato del lavoro.

Russia. Il problema demografico. È in via di risoluzione.

India. Modi. Una rivoluzione nella politica economica. ‘Self-reliant India’.

Giappone. Un vecchio ogni 1.8 giovani. Cina e Russia si leccano i baffi.

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«Adesso, leggiamoci i dati della seguente tabella, che riporta il tasso di fertilità di questi paesi.

Giappone            1.42

Korea del Sud    1.27

Taiwan                 1.13

Hong Kong           1.2

Basta avere pazienza ancora trenta anni, una generazione, e questi paesi sono destinati a scomparire dalla faccia della terra.

A quel tempo, la Cina e la Russia se li potranno occupare tranquillamente, senza dover sparare un colpo, e soprattutto, potranno colonizzarli con le loro popolazioni, ottenendone quindi un dominio irreversibile. Al massimo, entrando in quei paesi, troveranno un ammasso di vecchietti, ma i cinesi ed i russi hanno per questo sistemi infallibili.»

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«Alarm as South Korea sees more deaths than births»

«South Korea recorded more deaths than births in 2020 for the first time ever, raising fresh alarm in the country which already has the world’s lowest birth rate.»

«Only 275,800 babies were born last year, down 10% from 2019. Around 307,764 people died»

«A declining population puts immense strain on a country»

«Apart from increased pressure on public spending as demand for healthcare systems and pensions rise, a declining youth population also leads to labour shortages that have a direct impact on the economy»

«Under the scheme, from 2022, every child born will receive a cash bonus of 2 million won ($1,850; £1,350) to help cover prenatal expenses, on top of a monthly payout of 300,000 won handed out until the baby turns one»

«It’s expensive to raise a child. The government providing an extra couple hundred thousand won won’t solve our problems»

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Per quanto riguarda la famiglia, tutti gli stati occidentali od occidentalizzati stanno seguendo gli indirizzi della dottrina liberal socialista. Stanno facendo errori grossolani sull’ara ideologica.

– In primo luogo, considerano l’essere umano solo come una macchina deterministica economica. Questa è una distorsione della realtà. L’aspetto economico è sicuramente importante, ma altrettanto sicuramente non è l’unico fattore che condiziona i comportamenti. La donna si realizza anche nel lavoro, ma non esclusivamente. Il suo vero posto  nella famiglia.

– In secondo luogo, aver posto in atto una politica ed una visione di vita penalizzante la famiglia e la procreazione. Si va dalla facilità di accesso a separazione e divorzio, per finire ai contraccettivi ed all’aborto.

– In terzo luogo, la lotta contro le religioni, tutte poi basate sul concetto di famiglia, ha infine assestato il colpo di grazia.

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La crisi demografica occidentale è manna dal Cielo per il blocco eurasiatico.

L’occidente si sta semplicemente suicidando.

Basta solo avere pazienza e saper aspettare.

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Alarm as South Korea sees more deaths than births

South Korea recorded more deaths than births in 2020 for the first time ever, raising fresh alarm in the country which already has the world’s lowest birth rate.

Only 275,800 babies were born last year, down 10% from 2019. Around 307,764 people died.

The figures prompted the interior ministry to call for “fundamental changes” to its policies.

A declining population puts immense strain on a country.

Apart from increased pressure on public spending as demand for healthcare systems and pensions rise, a declining youth population also leads to labour shortages that have a direct impact on the economy.

Last month, President Moon Jae-in launched several policies aimed at addressing the low birth rate, including cash incentives for families.

Under the scheme, from 2022, every child born will receive a cash bonus of 2 million won ($1,850; £1,350) to help cover prenatal expenses, on top of a monthly payout of 300,000 won handed out until the baby turns one. The incentive will increase to 500,000 won every month from 2025.

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What’s behind South Korea’s falling birth rate?

Largely, it’s because in South Korea, women struggle to achieve a balance between work and other life demands.

Hyun-yu Kim is one of them. The oldest of four, she dreamed of having a big family of her own. But faced with conditions that are not family friendly in South Korea, she is reconsidering her plans to have children.

She recently accepted a new job and had felt anxious about taking time off for maternity leave. “People tell me that it’s safer to build my career first,” she told the BBC.

Soaring real estate prices are another major issue. Ms Kim points out that rapidly rising property prices also discourage young couples.

“In order to have children, you need to have your own home. But this has become an impossible dream in Korea.”

She is also unconvinced by the incentives being offered by the government.

“It’s expensive to raise a child. The government providing an extra couple hundred thousand won won’t solve our problems.”

Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo

Giappone. Il numero di morti per suicidio supera quello da Covid-19.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-12-26.

Harakiri 013

Le guerre, pur nella loro terrificante realtà, avevano anche qualche aspetto positivo.

Gli esaltati correvano in prima linea, ove erano falciati, mentre i paurosi facevano azioni irrazionali che li portavano alla morte. Erano le guerre un potente strumento darwiniano di selezione naturale: alla fine sopravvivevano solo i fortunati ma equilibrati mentalmente.

Se si pensasse ai triboli che sopportarono i nostri nonni nella guerra in trincea, oppure i nostri padri e madri sotto i bombardamenti, si dovrebbe concludere che le limitazioni indotte dal Covid-19 siano ben poca cosa.

Eppure le statistiche ci dicono che in Giappone il numero di morti per suicidio supera quello da Covid-19. Sono persone che non riescono a tollerare i tempi mutati e gli sforzi richiesti.

Sono molteplici le cause.

                         Problemi Economici.

The Global wealth report 2020 fornisce anche dati provvisori per il 2020.

Questi sono i più facili da identificarsi, basterebbe solo saper leggere le statistiche.

Per il Giappone il Gross per-capita income mediano ammonta a 10.840 dollari ppa equivalenti l’anno. Ciò significa che la metà della popolazione introita e meno e l’altra metà introita di più. Di conseguenza, circa 63 milioni di giapponesi vive con un introito annuo inferiore ai 10,840 Usd. In parole miserrime, sono poveri ai limiti della miseria.

«My salary was cut, and I cannot see the light at the end of the tunnel …. I constantly feel a sense of crisis that I might fall back into poverty»

La crisi da epidemia da Covid-19 ha sicuramente sottominato il sistema produttivo giapponese, ma se si guardassero le statistiche dei suicidi subito dopo il termine della seconda guerra mondiale si rimarrebbe stupiti di trovarle quasi nulle. Eppure quelli furono tempi incredibilmente più duri degli attuali.

Sono variate le persone.

                         Problemi etici e sociali.

I moventi che spingono al suicidio sono numerosi, e sono sempre vissuti nella loro percezione individuale.

– Sicuramente in Giappone l’etica del suicidio è radicata e diffusa. L’harakiri, forma di suicidio, volontario o imposto, che veniva attuato squarciandosi il ventre con la spada, era tradizionale nella casta dei samurai, che così si sottraevano alla pena capitale, o manifestavano solennemente la propria protesta contro un’ingiustizia subìta, o esprimevano il proprio dolore per la morte del loro signore (ma è stato praticato anche in tempi più recenti, da militari, uomini politici, alti funzionarî). L’etica e la morale giapponese non solo non lo condannano, ma in molte istanze lo nobilitano.

– Nella gente comune la depressione, endogena oppure reattiva, costituisce un ampio substrato per spingere a suicidio.

– Ma caratteristica comune alla quasi totalità dei casi di suicidio è la completa perdita di ogni speranza, ossia di quel sentimento di aspettazione fiduciosa nella realizzazione, presente o futura, di quanto si desidera. Ma per quanti vivono esclusivamente l’immanente, il futuro non esiste, non può esistere. Ergo, non possono nutrire speranza alcuna.

– La disperazione della situazione attuale, vera o solo percepita come tale, avvinghia quasi soltanto persone prive di speranza.

– Una altra ma potente causa che spinge al suicidio sono i rimorsi, veri o presunti tali. Viene sempre il momento in cui ci si rende conto che “l’ora è fuggita, e muoio disperato“. Ma il rimorso diventa insopportabile solo quando si razionalizzi quanto sia impossibile tornare indietro nel tempo e comportarsi in modo diverso. Saper chiedere scusa, chiedere il perdono, sarebbe l’antidoto, ma ben pochi sanno capire ed ammettere di aver sbagliato.

– Ma la speranza ha un suo fondamento razionale solo ed esclusivamente se si spera un qualcosa di possibile: una speranza male indirizzata e quindi delusa è causa efficiente di molti suicidi. Si pensi solo agli amori non corrisposti, oppure a ciò che consegue il crollo di un regime.

* * * * * * *

Poniamoci a questo punto una seria domanda.

Che senso ha vivere una Weltanschauung che alla fine compelle al suicidio?

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In Japan, more people died from suicide last month than from Covid in all of 2020. And women have been impacted most.

Eriko Kobayashi has tried to kill herself four times.

The first time, she was just 22 years old with a full-time job in publishing that didn’t pay enough to cover her rent and grocery bills in Tokyo. “I was really poor,” said Kobayashi, who spent three days unconscious in hospital after the incident.

Now 43, Kobayashi has written books on her mental health struggles and has a steady job at an NGO. But the coronavirus is bringing back the stress she used to feel.

“My salary was cut, and I cannot see the light at the end of the tunnel,” she said. “I constantly feel a sense of crisis that I might fall back into poverty.”

Experts have warned that the pandemic could lead to a mental health crisis. Mass unemployment, social isolation, and anxiety are taking their toll on people globally.

In Japan, government statistics show suicide claimed more lives in October than Covid-19 has over the entire year to date. The monthly number of Japanese suicides rose to 2,153 in October, according to Japan’s National Police Agency. As of Friday, Japan’s total Covid-19 toll was 2,087, the health ministry said.

Japan is one of the few major economies to disclose timely suicide data — the most recent national data for the US, for example, is from 2018. The Japanese data could give other countries insights into the impact of pandemic measures on mental health, and which groups are the most vulnerable.

“We didn’t even have a lockdown, and the impact of Covid is very minimal compared to other countries … but still we see this big increase in the number of suicides,” said Michiko Ueda, an associate professor at Waseda University in Tokyo, and an expert on suicides.

“That suggests other countries might see a similar or even bigger increase in the number of suicides in the future.”

Covid’s toll on women

Japan has long struggled with one of the highest suicide rates in the world, according to the World Health Organization. In 2016, Japan had a suicide mortality rate of 18.5 per 100,000 people, second only to South Korea in the Western Pacific region and almost triple the annual global average of 10.6 per 100,000 people.

While the reasons for Japan’s high suicide rate are complex, long working hours, school pressure, social isolation and a cultural stigma around mental health issues have all been cited as contributing factors.

But for the 10 years leading up to 2019, the number of suicides had been decreasing in Japan, falling to about 20,000 last year, according to the health ministry — the lowest number since the country’s health authorities started keeping records in 1978.

The pandemic appears to have reversed that trend, and the rise in suicides has disproportionately affected women. Although they represent a smaller proportion of total suicides than men, the number of women taking their own lives is increasing. In October, suicides among women in Japan increased almost 83% compared to the same month the previous year. For comparison, male suicides rose almost 22% over the same time period.

There are several potential reasons for this. Women make up a larger percentage of part-time workers in the hotel, food service and retail industries — where layoffs have been deep. Kobayashi said many of her friends have been laid off. “Japan has been ignoring women,” she said. “This is a society where the weakest people are cut off first when something bad happens.”

In a global study of more than 10,000 people, conducted by non-profit international aid organization CARE, 27% of women reported increased challenges with mental health during the pandemic, compared to 10% of men.

Compounding those worries about income, women have been dealing with skyrocketing unpaid care burdens, according to the study. For those who keep their jobs, when children are sent home from school or childcare centers, it often falls to mothers to take on those responsibilities, as well as their normal work duties.

Increased anxiety about the health and well-being of children has also put an extra burden on mothers during the pandemic.

Akari, a 35-year-old who did not want to use her real name, said she sought professional help this year when her premature son was hospitalized for six weeks. “I was pretty much worried 24 hours,” Akari said. “I didn’t have any mental illness history before, but I could see myself really, really anxious all the time.”

Her feelings got worse as the pandemic intensified, and she worried her son would get Covid-19.

“I felt there was no hope, I felt like I always thought about the worst-case scenario,” she said.

“A Place for You”

In March, Koki Ozora, a 21-year-old university student, started a 24-hour mental health hotline called Anata no Ibasho (A Place for You). He said the hotline, a nonprofit funded by private donations, receives an average of over 200 calls a day, and that the vast majority of callers are women.

“They lost their jobs, and they need to raise their kids, but they didn’t have any money,” Ozora said. “So, they attempted suicide.”

Most of the calls come through the night — from 10 p.m. to 4 a.m. The nonprofit’s 600 volunteers live around the world in different timezones and are awake to answer them. But there aren’t enough volunteers to keep up with the volume of messages, Ozora said.

They prioritize the texts that are most urgent — looking for keywords such as suicide or sexual abuse. He said they respond to 60% of texts within five minutes, and volunteers spend an average of 40 minutes with each person.

Anonymously, over online messaging, people share their deepest struggles. Unlike most mental health hotlines in Japan, which take requests over the phone, Ozora says many people — especially the younger generation — are more comfortable asking for help via text.

In April, he said the most common messages were from mothers who were feeling stressed about raising their kids, with some confessing to thoughts of killing their own children. These days, he says messages from women about job losses and financial difficulties are common — as well as domestic violence.

“I’ve been accepting messages, like ‘I’m being raped by my father’ or ‘My husband tried to kill me,'” Ozora said. “Women send these kinds of texts almost every day. And it’s increasing.” He added that the spike in messages is because of the pandemic. Before, there were more places to “escape,” like schools, offices or friend’s homes.

Celebrity suicides

A succession of Japanese celebrities have taken their lives in recent months. While the Japanese media rarely details the specifics of such deaths — deliberately not dwelling on method or motive — the mere reporting on these cases often causes an increase in suicide in the general public, according to experts such as Ueda.

Hana Kimura, a 22-year-old professional wrestler and star of the reality show “Terrace House,” died by suicide over the summer, after social media users bombarded her with hateful messages. Hana’s mother, Kyoko Kimura, says she was conscious that media reports on her daughter’s death may have affected others who were feeling suicidal.

“When Hana died, I asked the police repeatedly not to disclose any concrete situation of her death, but still, I see the reporting of information only the police knew,” Kimura said. “It’s a chain reaction of grief.”

Kimura said the pandemic led her daughter to spend more time reading toxic social media messages, as she was unable to wrestle because of coronavirus restrictions. Kimura is now setting up an NGO called “Remember Hana” to raise awareness about cyberbullying.

“She found her reason to live by fighting as a professional wrestler. It was a big part of her. She was in a really tough situation as she could not wrestle,” Kimura said. “The coronavirus pandemic made society more suffocating.”

Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo, Persona Umana, Vizi e Depravazioni

Pornhub. Un ampio fenomeno da conoscere, che dovrebbe dare da pensare.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-12-15.

Cabanel Alexandre. L'angelo caduto. 1847. Museè Fabre di Montpellier. Particolare

«nescit vox missa reverti»

«Vóce del sén fuggita / Pòi richiamàr non vale»

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«Pornhub è come YouTube, in quanto permette al pubblico di pubblicare i propri video.»

«A differenza di YouTube, Pornhub permette di scaricare questi video direttamente dal suo sito web.»

«Pornhub si presenta spesso come la faccia giovane ed etica del porno, che rivendica il diritto a una sessualità libera.»

«La grande maggioranza dei 6,8 milioni di nuovi video pubblicati ogni anno sul sito coinvolge probabilmente adulti consenzienti, ma molti mostrano abusi su minori e violenza non consensuale.»

«Poiché è impossibile sapere con certezza se un giovane in un video ha 14 o 18 anni, né Pornhub né nessun altro ha una chiara idea di quanto sia il contenuto illegale — spiega Kristof —.»

«Quindi, anche se un video di uno stupro viene rimosso su richiesta delle autorità, potrebbe essere già troppo tardi: il video continua a vivere quando viene condiviso con gli altri o caricato altre volte».

«il sito canadese, che permette ai suoi utenti di condividere i loro video pornografici e di scaricare quelli degli altri, trae profitto pubblicando le immagini degli stupri di migliaia di minorenni maschi e femmine, di età e nazionalità diverse, e che molto spesso continua a diffonderle anche dopo le loro richieste di eliminarle»

«Kristof ha intervistato numerose ragazze e ragazzi che sono stati stuprati e filmati senza il loro consenso e i cui video sono finiti sul sito»

«C’è la 23enne adottata dalla Cina quando aveva 9 anni da due “genitori” che l’hanno prostituita: i video delle violenze che ha subito continuano a essere caricati sul sito come pornografia (in realtà sono la prova e la reiterazione costante di reati).»

«Pornhub è diventato il mio sfruttatore …. Continua a vendermi, nonostante sia sfuggita a quella vita cinque anni fa».

«Ci sono ragazze come Serena K. Fleites che hanno visto tutta la loro vita distrutta per una leggerezza che molte adolescenti, tra noi, compiono ogni giorno»

«Quando aveva 14 anni, e non aveva mai baciato nessuno …. ha mandato un video che la mostrava nuda al ragazzo di cui era innamorata e che glielo aveva chiesto»

«Quelle immagini hanno iniziato prima a circolare per la sua scuola, diffuse dal ragazzo che per il suo gesto è stato soltanto sospeso, poi sono finite su Pornhub, e hanno continuato a inseguirla anche dopo che ha cambiato scuola e nonostante sua madre avesse chiesto al sito di rimuoverle»

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Cerchiamo di ragionare.

Di siti a contenuti simili a quelli di Pornhub possono esserne censisti più di un migliaio. Facciamo dapprima qualche conto.

– L’analisi anche superficiale di questa categoria di siti evidenzia come le ragazze ritratte siano nella stragrande maggioranza di razza europoide, caucasica, a pelle bianca, nel range di età compresa tra i 15 ed i 40 anni.

– A livello mondiale possiamo stimare attorno al miliardo il numero dei caucasici, dei quali circa 500 milioni sono femmine e di esse 150 milioni sono nel range attuale dei 15 – 40 anni.

– Considerando solo Pornhub, in cinque anni avrebbe caricato 34 milioni di filmini osceni, in buona parte artigianali: sarebbero quindi altrettante le ragazze le forme e performance delle quali arricchiscono il catalogo del sito. Ma 34 milioni significano il 23% delle ragazze nella fascia di età considerata a livello mondiale.

– La maggior parte dei filmati e delle immagini è caricata dagli utenti, per cui Pornhub non è gravata dai costi di produzione.

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Tuttavia, a nostro sommesso parere, il problema è ben più profondo e diverso di quanto i soli numeri possano dire.

Il caso di Miss Serena K. Fleites è patognomonico.

A quattordici anni manda al suo ragazzo delle sue foto nelle quali compare senza veli. Questo bel tipetto le fa circolare dapprima nella scuola, quindi sui social, e infine su Pornhub.

A questo punto resta quasi impossibile bloccare la marea: circolando a livello mondiale, la possibilità di ritorno in circolo è elevata.

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Il vero problema risiede nella perdita del pudore muliebre. Se Miss Serena K. Fleites non avesse accondisceso a farsi un selfie nuda, ed a mandarlo con grande leggerezza, desso non sarebbe nei triboli.

Ma tutta la enclave occidentale è stracolma di femmine che ostentano le proprie forme, incuranti degli effetti che simili comportamenti potrebbero avere sul pubblico maschile. La chiamano ‘libertà’ di fare ciò che vogliono, ma non ammettono che la controparte sia pur essa libera. Non si è libere di conculcare l’altrui libertà.

Si aggiungano le famiglie sfilacciate ed il rapporto affettivo ridotto alla mera congiunzione carnale.

Servirà davvero un gran brutto scossone per uscire da un simile degrado morale.

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Pornhub, così il sito di video porno guadagna con le immagini degli stupri di migliaia di minorenni

La denuncia in una lunga inchiesta del New York Times che dimostra come il sito, molto spesso, continui a diffonderle anche dopo le richieste di eliminarle. Rovinando la vita delle vittime delle violenze.

Pornhub si presenta spesso come la faccia giovane ed etica del porno, che rivendica il diritto a una sessualità libera. A marzo, per esempio, aveva reso accessibili gratuitamente i suoi contenuti per gli italiani in lockdown, per aiutarli a “stare a casa” in isolamento ed evitare di aumentare i contagi da Covid. Una lunga inchiesta del premio Pulitzer Nicholas Kristof sul New York Times dimostra però che il sito canadese, che permette ai suoi utenti di condividere i loro video pornografici e di scaricare quelli degli altri, trae profitto pubblicando le immagini degli stupri di migliaia di minorenni maschi e femmine, di età e nazionalità diverse, e che molto spesso continua a diffonderle anche dopo le loro richieste di eliminarle.

«Pornhub è come YouTube, in quanto permette al pubblico di pubblicare i propri video. La grande maggioranza dei 6,8 milioni di nuovi video pubblicati ogni anno sul sito coinvolge probabilmente adulti consenzienti, ma molti mostrano abusi su minori e violenza non consensuale. Poiché è impossibile sapere con certezza se un giovane in un video ha 14 o 18 anni, né Pornhub né nessun altro ha una chiara idea di quanto sia il contenuto illegale — spiega Kristof —. A differenza di YouTube, Pornhub permette di scaricare questi video direttamente dal suo sito web. Quindi, anche se un video di uno stupro viene rimosso su richiesta delle autorità, potrebbe essere già troppo tardi: il video continua a vivere quando viene condiviso con gli altri o caricato altre volte». Cercando sul sito Kristof ha trovato centinaia di migliaia di video che, secondo le loro descrizioni, raffiguravano video con minorenni (anche sotto i 13 anni), spesso suddivisi per categorie di età.

Kristof ha intervistato numerose ragazze e ragazzi che sono stati stuprati e filmati senza il loro consenso e i cui video sono finiti sul sito. C’è la 23enne adottata dalla Cina quando aveva 9 anni da due “genitori” che l’hanno prostituita: i video delle violenze che ha subito continuano a essere caricati sul sito come pornografia (in realtà sono la prova e la reiterazione costante di reati). «Pornhub è diventato il mio sfruttatore — dice —. Continua a vendermi, nonostante sia sfuggita a quella vita cinque anni fa». Ci sono ragazze come Serena K. Fleites che hanno visto tutta la loro vita distrutta per una leggerezza che molte adolescenti, tra noi, compiono ogni giorno. Quando aveva 14 anni, e «non aveva mai baciato nessuno» scrive Kristof, ha mandato un video che la mostrava nuda al ragazzo di cui era innamorata e che glielo aveva chiesto. Quelle immagini hanno iniziato prima a circolare per la sua scuola, diffuse dal ragazzo che per il suo gesto è stato soltanto sospeso, poi sono finite su Pornhub, e hanno continuato a inseguirla anche dopo che ha cambiato scuola e nonostante sua madre avesse chiesto al sito di rimuoverle. Poco dopo qualcun altro le caricava di nuovo. Serena ha tentato il suicidio più volte, poi ha sviluppato una tossicodipendenza. Oggi, a 19 anni, è riuscita a smettere con la droga, ma è una senzatetto: vive nella sua macchina e non sa più come ricostruirsi una vita.

Sono molte le storie di vittime i cui video sono stati pubblicati come pornografia senza il loro consenso quando erano minorenni (cosa che di per sé costituisce un reato grave, anche se non sono state costrette/i a girarle) e che poi hanno tentato il suicidio più volte. «Stanno facendo soldi con il momento peggiore della mia vita, con il mio corpo» dice una ragazza colombiana vittima di prostituzione minorile quando aveva 16 anni. «Non finirà mai. Stanno facendo un sacco di soldi con il nostro trauma» aggiunge un’altra ragazza. «È un tema ricorrente tra le sopravvissute: un’aggressione alla fine finisce, ma Pornhub rende interminabile la sofferenza» spiega Kristof.

Il problema, dimostra l’inchiesta del New York Times, è che Pornhub sta facendo pochissimo per impedire gli abusi ed evitare di rendere pubbliche immagini di stupri su minorenni. Solo recentemente ha aumentato i moderatori dei contenuti, di cui non rende pubblici i numeri: secondo le informazioni raccolte dal Times sono 80 contro i 15 mila di Youtube. Questo nonostante Pornhub sia con 3,5 miliardi e mezzo di visite al mese, il decimo sito web più visitato al mondo, più di Netflix, Yahoo o Amazon. I suoi gestori respingono le accuse, ma si sono rifiutati di parlare con il New York Times. E godono dell’immunità quasi totale riservata dalla legge a chi pubblica contenuti altrui. Sono anche queste regole a permettere l’esplosione della pedopornografia online avvenuta negli ultimi anni.

Il Centro nazionale per i bambini scomparsi e sfruttati degli Stati Uniti ha ricevuto nel 2015 segnalazioni di 6,5 milioni di video o altri contenuti che mostravano lo sfruttamento sessuale di bambini; nel 2017 sono state 20,6 milioni e nel 2019 69,2 milioni. In tre mesi, quest’anno, «Facebook ha rimosso 12,4 milioni di immagini relative allo sfruttamento dei minori — scrive ancora il Times —. Twitter ha chiuso 264.000 account in sei mesi lo scorso anno per lo sfruttamento sessuale di bambini». Pornhub ha infinitamente meno segnalazioni di abusi. Molto probabilmente perché i suoi utenti non li denunciano: spesso anzi li cercano. Per questo servono leggi che impediscano alle grandi società del web di sfruttare sessualmente i bambini. «Con Pornhub — dice Kristof — abbiamo Jeffrey Epstein alla 1000esima potenza».

Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale

Germania, realtà geografica. Nel 2030 mancheranno 5 milioni di lavoratori. – Destatis.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-11-21.

2020-11-06__ Culle Vuore 013

«Population ageing in Germany will continue to increase despite high net immigration and growing birth rates»

«In the next 20 years, the current age structure will definitely lead to a decrease in the working-age population and to an increase in the number of older people»

«The future development of demographic factors such as fertility, life expectancy and net immigration will not be able to stop these processes»

«In 2018, 51.8 million people in Germany were at working age between 20 and 66 years. By 2035, the working-age population will fall by roughly 4 to 6 million, reaching 45.8 to 47.4 million»

«Then it will stabilise and subsequently decrease to 40 million»

«Without net immigration, the working-age population would decline by roughly 9 million already by 2035»

«The number of people aged 67 or over rose by 54% from 10.4 million in 1990 to 15.9 million in 2018»

«The number of people aged 80 or over will increase from 5.4 million in 2018 to 6.2 million already in 2022 and will then remain at that level until the early 2030s.»

«In the subsequent 20 years, however, it will continuously rise and reach 8.9 to 10.5 million»

«the working-age population between 20 and 66 years will decrease in all Länder»

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Germania. Demografia. Tasso di fertilità crollato a 1.54. – Destatis.

Germania. Demografia. Il dramma degli insegnanti in via di pensionamento.

Germania. Adesso i vecchiacci iniziano a pagare in prima persona.

Germania. La demografia stritola Germania e Große Koalition.

Germania. Mancano 1.6 milioni di lavoratori esperti, Meister.

Germania. Il 17% degli studenti è affetto da patologie psichiatriche.

Germania al capolinea. – Handelsblatt

Germania. Gigante dai piedi di argilla. – Handelsblatt

Germania. Mancano ora 35,000 insegnanti, nel 2025 ne mancheranno 105,000.

Germania. Demografia. Accademia Tecnica. Mancano dieci milioni di lavoratori.

Germania. Mancano 1.6 milioni di lavoratori esperti, Meister. – Handelsblatt.

Germania. Incidenza economica del calo demografico. – Bloomberg. 

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La popolazione autoctona tedesca è proiettata a perdere nove milioni di persone in età lavorativa entro il 2035, ossia entro quindici anni.

Industria e servizi dovranno per forza di cose ridurre di conseguenza il lavoro e, quindi, le tasse introitate dallo stato. Stato che peraltro si troverà a dover pagare un numero di pensione ben maggiore di quello attuale.

Sarà la fine ingloriosa di quello che fu un grande popolo.

Orbene.

Chi mai avrà voglia di investire nella Germania attuale?

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Destatis. In 2030, there will be more over 65 year olds in employment than under 20 year olds.

Press release No. 436 of 2 November 2020

WIESBADEN – For 2030, it is expected that the labour force will comprise more people aged 65 to 74 than people under 20. According to the 2020 labour force projection, 1.5 to 2.4 million people in the labour force will be aged between 65 and 74 years at the beginning of the next decade, and only about 1.1 million between 15 and 19 years. The Federal Statistical Office (Destatis) also reports that presumably 1.2 to 2.2 million people in the labour force will belong to the older age group, and 1.0 to 1.1 million to the younger age group in 2060. In 2019, each group comprised 1.2 million people in the labour force.

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Destatis. Working-age population expected to decrease by 4 to 6 million by 2035

WIESBADEN – Population ageing in Germany will continue to increase despite high net immigration and growing birth rates. In the next 20 years, the current age structure will definitely lead to a decrease in the working-age population and to an increase in the number of older people. The future development of demographic factors such as fertility, life expectancy and net immigration will not be able to stop these processes. This is the main result of the 14th coordinated population projection presented by the Federal Statistical Office (Destatis) at a press conference in Berlin on 27 June 2019.

In 2018, 51.8 million people in Germany were at working age between 20 and 66 years. By 2035, the working-age population will fall by roughly 4 to 6 million, reaching 45.8 to 47.4 million. Then it will stabilise and subsequently decrease to 40 to 46 million by 2060, depending on the level of net immigration.

Without net immigration, the working-age population would decline by roughly 9 million already by 2035.

Older population groups will continue to grow

The number of people aged 67 or over rose by 54% from 10.4 million in 1990 to 15.9 million in 2018. Until 2039, that number will grow by another 5 to 6 million, reaching at least 21 million people, and will then remain rather stable until 2060.

The number of people aged 80 or over will increase from 5.4 million in 2018 to 6.2 million already in 2022 and will then remain at that level until the early 2030s. In the subsequent 20 years, however, it will continuously rise and reach 8.9 to 10.5 million in 2050, depending on the assumed development of life expectancy.

Population will grow at least until 2024 and decline as from 2040 at the latest

For the total population, there is a wider range of possible developments than for the working-age population and for older people. Depending on the assumptions regarding fertility, life expectancy and net immigration, the population in 2018 (83 million) will increase at least until 2024 and decrease as from 2040 at the latest. It is expected that in 2060 there will be between 74 and 83 million people in Germany.

Regional differences will continue to grow until 2060

Assuming a moderate development of fertility, life expectancy and net immigration, the population will be down by 4% by 2060, in the new Länder by 18%. In the city states, however, it will be up by 10%. In contrast to the total population, the working-age population between 20 and 66 years will decrease in all Länder. With the same assumptions, the number of working-age people will decline between 2018 and 2060 by 16% in the western non-city Länder, by 31% in the new Länder and by 4% in the city states.

Methodological notes

Long-term population projections are no forecasts. They provide ‘if-then statements’ and show how the population and its structure would change under certain assumptions. The 14th coordinated population projection is based on three assumptions each regarding fertility, life expectancy and external migration balance. Nine main variants form the core of the entire calculation system. They illustrate the range of possible developments and show how the population development is influenced by fertility, life expectancy and migration.

The results for 2018 are based on an estimate.

Detailed documents relating to the press conference are available here (only in german).