Pubblicato in: Criminalità Organizzata, Devoluzione socialismo

Palamara. Chiesto il processo disciplinare. Nomi e cognomi.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-06-26.

Champagne__

Ci si è dovuti occupare già da tempo di quel venerabile uomo che è il giudice Luca Palamara.

Palamara ed amante. ‘Da Ibiza a Favignana, abbiamo vissuto sette anni nel lusso’

Palamara santo subito. Sarebbe più candido di san Luigi Gonzaga.

«I processi pilotati.

Durante la perquisizione a casa di Palamara è stato trovato un elenco di fascicoli già inviati in tribunale o in corte d’Appello con alcune annotazioni a mano. Per il primo si parla della sostituzione di una giudice; su un altro è scritto: «Questa è fondamentale che la rigetti»; su un terzo: «Questa è l’ultima che ti ho dato». E adesso sarà la Guardia di Finanza a dover verificare se gli interventi siano effettivamente andati a buon fine»

Csm, Palamara e sodali. È solo la punta dell’iceberg.

ANM. Ancora Intercettazioni. Vertici dimissionari.

CSM. Gran bell’ambientino! Il caso Palmara.

Bufera sulle Procure. Favori a Palamara, anche Centofanti indagato

Ex Ilva. Chi governa è la magistratura. I politici son meno che pezze da piedi.

Ex Ilva. Chi governa è la magistratura. I politici son meno che pezze da piedi.

CSM. Elezioni. D’Amato vince su Di Matteo.

Csm. Magistrati. Stipendio medio 142,554 euro l’anno.

Giudice Riccardo Fuzio se ne va. Primo di una lunga lista.

* * *

Mah! Chissà come si potrebbe definire quella simpatica riunione tenuta all’Hotel Champagne, dove nove magistrati amici si sono riuniti anche a nome dei loro relativi amici per decidere le sorti dell’Italia. Già. Chi governa le procure ed i tribunali processa chi vuole e condanna chi vuole. La giustizia è usata come arma impropria.

Sembrerebbero essere parole dure?

«La potenza dei magistrati? Leggete di questo caso.

– Nel 1991 sulla base delle dichiarazioni del pentito Rosario Spatola, il sostituto procuratore di Trapani Francesco Taurisano aprì un procedimento contro Mannino per rapporti con la mafia.

– Nel 2001 Mannino è assolto in primo grado perché il fatto non sussiste.

– L’assoluzione viene impugnata dal pubblico ministero e la corte d’appello di Palermo, nel maggio 2003, lo riconosce colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa fino al 1994, e condanna Mannino a 5 anni e 4 mesi di reclusione.

– Nel 2005 la corte di cassazione annulla la sentenza di condanna riscontrando un difetto di motivazione, rinviando ad altra sezione della corte d’appello.

– Il 22 ottobre 2008, riprendendo la sentenza di primo grado, i giudici della seconda sezione della corte d’appello di Palermo assolvono Mannino perché il fatto non sussiste.

– La procura generale di Palermo in seguito impugna l’assoluzione, facendo ricorso in Cassazione.

– Il 14 gennaio 2010, la corte di cassazione assolve definitivamente l’ex ministro democristiano.

– Il 24 luglio 2012 la Procura di Palermo, con il Pm Antonio Ingroia ha chiesto il rinvio a giudizio di Mannino e altri 11 indagati. In tale inchiesta Mannino è accusato di violenza o minaccia verso un corpo politico dello Stato.

– Il 4 novembre 2015 il giudice dell’udienza preliminare di Palermo, Marina Petruzzella assolve Mannino dall’accusa a lui contestata per “non aver commesso il fatto”

– Sentenza di assoluzione confermata, in appello, il 22 luglio 2019.»

Orbene: la magistratura ha incapsulato per ben trenta anni Mannino, reo di aver cercato di contrastare politicamente gli allora egemoni.

Adesso dovrebbe essere più chiara la importanza della riunione tenuta all’Hotel Champagne.

* * *

«L’ira dell’Anm: da lui soltanto falsità»

«È finito sotto i riflettori ma non è credibile che il problema sia solo lui»

«E ora su Luca Palamara, espulso sabato dall’Anm che aveva guidato e passato all’attacco dei colleghi, piovono minacce di querele»

«Palamara, ex consigliere del Csm, captato da un trojan (nell’ambito di un’indagine della procura di Perugia che non è ancora arrivata all’udienza preliminare) venne sorpreso all’Hotel Champagne mentre trattava con i renziani Luca Lotti e Cosimo Ferri, e altri colleghi consiglieri, nomine di incarichi direttivi di uffici importanti come la procura di Roma»

«comincia a fare i nomi»

«A partire da Eugenio Albamonte, suo successore all’Anm»

«Il primo a minacciare querele per le allusioni di Palamara relative a cene con l’ex presidente dem in commissione giustizia, Donatella Ferranti («in cui dubito si parlasse di calcio»). Pronto a ricorrere agli avvocati anche il segretario Anm, Giuliano Caputo, secondo Palamara inserito nel sistema di correnti che decideva le nomine»

*

«Il pg Salvi: «Il caso Palamara ha segnato un punto di non ritorno. Agiremo con massima trasparenza per voltare pagina»»

«È molto grave l’accusa ipotizzata dal procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, nei confronti di Luca Palamara e altri nove magistrati collegati alla riunione sulle nomine all’Hotel Champagne»

«A finire davanti al «tribunale delle toghe» oltre a Palamara, sotto inchiesta a Perugia, già sospeso dalle funzioni e dallo stipendio, I cinque ex consiglieri del Csm, dimessisi dopo lo scandalo: Antonio Lepre, Luigi Spina, Gianluigi Morlini, Corrado Cartoni e Paolo Criscuoli; l’ex pm della Dna Cesare Sirignano; l’ex pm di Roma Stefano Rocco Fava; due magistrati segretari del Csm (per uno di questi la richiesta di giudizio disciplinare è già stata avanzata in precedenza)»

«Ma sono molti altri i magistrati le cui affermazioni nelle chat di Palamara passeranno al vaglio del pool della procura generale, coordinato dal procuratore aggiunto Luigi Salvato e dall’avvocato generale Piero Gaeta»

* * * * * * *

Intanto, a due anni dai fatti, l’indagine della procura di Perugia non è ancora arrivata all’udienza preliminare.

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Caso Palamara, chiesto processo disciplinare per l’ex presidente dell’Anm e altri nove

Coinvolti anche gli ex togati del Csm Corrado Cartoni, Paolo Criscuoli, Antonio Lepri, Gianluigi Morlini, Luigi Spina e altri. Il pg Salvi: «Il caso Palamara ha segnato un punto di non ritorno. Agiremo con massima trasparenza per voltare pagina».

Interferenza nell’esercizio delle attività di organi costituzionali. È molto grave l’accusa ipotizzata dal procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, nei confronti di Luca Palamara e altri nove magistrati collegati alla riunione sulle nomine all’Hotel Champagne. Il titolare dell’azione disciplinare ha chiuso la prima fase dell’istruttoria. Ora sarà il Csm a valutare, al termine di una sorta di processo pubblico, se meritano la sanzione prevista per quell’incolpazione che può essere anche la più grave.

I nomi

A finire davanti al «tribunale delle toghe» oltre a Palamara, sotto inchiesta a Perugia, già sospeso dalle funzioni e dallo stipendio, I cinque ex consiglieri del Csm, dimessisi dopo lo scandalo: Antonio Lepre, Luigi Spina, Gianluigi Morlini, Corrado Cartoni e Paolo Criscuoli; l’ex pm della Dna Cesare Sirignano; l’ex pm di Roma Stefano Rocco Fava; due magistrati segretari del Csm (per uno di questi la richiesta di giudizio disciplinare è già stata avanzata in precedenza).

Autorizzazione della Camera per Ferri

Per Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa ora in Parlamento con Italia Viva è stata chiesto alla disciplinare del Csm di avanzare alla Camera la richiesta di autorizzazione per utilizzare le conversazioni del deputato intercettate. «Per altri l’autorizzazione non è necessaria. Per Ferri sì».

«Massima trasparenza»

Ma sono molti altri i magistrati le cui affermazioni nelle chat di Palamara passeranno al vaglio del pool della procura generale, coordinato dal procuratore aggiunto Luigi Salvato e dall’avvocato generale Piero Gaeta. Ma il lavoro sarà svolto con «la massima trasparenza» ha assicurato il pg Salvi inaugurando un sistema innovativo: i criteri «chiari e trasparenti» saranno resi pubblici. «Possiamo sbagliare di sottovalutazione o sopravvalutazione ma l’obiettivo, anche a garanzia degli incolpati, è la trasparenza». Secondo Salvi il caso Palamara ha »segnato un punto di non ritorno» e ora nella magistratura tutta è forte il desiderio di «voltare pagina»

*


Le accuse di Palamara non sono finite. Altri colleghi nel «sistema incarichi».

L’ira dell’Anm: da lui soltanto falsità. Ma adesso la politica va in pressing: riforme sempre più urgenti. L’ex ministra Giulia Bongiorno (Lega): «È finito sotto i riflettori ma non è credibile che il problema sia solo lui».

Zitto, come auspicava l’Associazione nazionale magistrati, non c’è stato. E ora su Luca Palamara, espulso sabato dall’Anm che aveva guidato e passato all’attacco dei colleghi, piovono minacce di querele. Ne parlano diversi magistrati coinvolti dall’ex pm nella chiamata di corresponsabilità nell’affaire delle nomine pilotate. Palamara, ex consigliere del Csm, captato da un trojan (nell’ambito di un’indagine della procura di Perugia che non è ancora arrivata all’udienza preliminare) venne sorpreso all’Hotel Champagne mentre trattava con i renziani Luca Lotti e Cosimo Ferri, e altri colleghi consiglieri, nomine di incarichi direttivi di uffici importanti come la procura di Roma. Convinto di aver «sbagliato» ma «mai da solo» comincia a fare i nomi. A partire da Eugenio Albamonte, suo successore all’Anm. Il primo a minacciare querele per le allusioni di Palamara relative a cene con l’ex presidente dem in commissione giustizia, Donatella Ferranti («in cui dubito si parlasse di calcio»). Pronto a ricorrere agli avvocati anche il segretario Anm, Giuliano Caputo, secondo Palamara inserito nel sistema di correnti che decideva le nomine.

«Non vediamo cosa ci sia di diffamatorio nelle dichiarazioni del nostro assistito. Sarà comunque un’occasione di chiarimento», obiettano i legali Benedetto e Mariano Marzocchi Buratti. « Piuttosto ci si dovrebbe seriamente interrogare sul trattamento ricevuto dal dottor Palamara, privato di difesa e di come il trojan non abbia carpito nulla di rilevante». «Palamara mente», accusa una nota dell’Anm. Quel diritto di difesa gli è stato dato «di fronte ai probiviri». Non è stato sentito dal direttivo di sabato, si precisa, «perché lo statuto non lo prevede».

La prende meglio, invece, uno dei probiviri tirati in ballo: Giuseppe Amato. Secondo Palamara «nel 2016 venne nominato procuratore di Bologna secondo i meccanismi di cui tanto si parla oggi. Fermo restando il suo indiscusso valore». «Non ce l’ho con lui, né con nessuno. Ma sono stato proposto all’unanimità, e votato all’unanimità: questo è il fatto che meglio dimostra come non ci fosse accordo di alcun tipo». In controtendenza, Amato contesta «chi vede solo lottizzazione nel Csm. Al contrario — dice — i parametri sono ben scadenzati e vedono il coinvolgimento di tutti, compreso il ministro della Giustizia che deve dare il suo concerto».

Ma le «rivelazioni» di Palamara non sono finite. E rendono più urgente, per la politica, accelerare sulle riforme. «Nei prossimi giorni credo si debba riflettere su una seria riforma del disciplinare dei magistrati, sottraendolo al Csm ed istituendo un’apposita corte che si occupi di tutte le magistrature. Credo sia utile lavorare a una legge costituzionale che vada in questa direzione coinvolgendo tutte le forze parlamentari», scrive su Facebook l’ex ministro della Giustizia, e ora vicesegretario pd, Andrea Orlando.

Il centrodestra attacca. «L’espulsione di Palamara dall’Anm è un buon segnale,ma non basta» dice Giorgia Meloni (FdI), chiedendo le dimissioni immediate di tutti i magistrati coinvolti nello scandalo e un sorteggio per le nomine al Csm. Giulia Bongiorno (Lega) difende l’ex consigliere Csm: «È corretto quello che dice: i riflettori sono accesi su di lui ma è poco credibile che il problema riguardi solo Palamara». E Fabrizio Cicchitto (ReL) chiosa: «Adesso manca solo far passare Palamara per matto. La verità è che il trojan è stato messo per boicottare la scelta di Viola a procuratore di Roma e non per scoprire episodi di corruzione mai esistiti di Palamara».

Pubblicato in: Criminalità Organizzata, Devoluzione socialismo

ANM. Ancora Intercettazioni. Vertici dimissionari.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-05-24.

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CSM. Gran bell’ambientino! Il caso Palmara.

Bufera sulle Procure. Favori a Palamara, anche Centofanti indagato

Csm, Palamara e sodali. È solo la punta dell’iceberg.

Palamara ed amante. ‘Da Ibiza a Favignana, abbiamo vissuto sette anni nel lusso’

Palamara santo subito. Sarebbe più candido di san Luigi Gonzaga.

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Un dato che sembrerebbe essere certo è che i nostri magistrati formano un ambientino che te lo raccomando.

Il caso Palamara riassume e sintetizza quanto i Magistrati siano politicizzati, ed usati quale braccio operativo, con buona pace del principio di separazione dei poteri.

Il tempo passa impietoso, ed il processo a Palamara langue, sempre che poi lo si tenga.

In compenso, si assiste ad un fiorire di corvi e talpe, che con perfetti tempismi lasciano trapelare estratti del fascicolo.

«Continua a mietere vittime il trojan iniettato nel cellulare dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara, rinviato a processo a Perugia dopo la tempesta che ha travolto il Csm per il risiko delle nomine nelle procure decise in camere d’albergo con cotè politico. Ad andare in frantumi è l’attuale dirigenza della magistratura associata, da poco in sella dopo lo tsunami giudiziario»

«Il presidente Luca Poniz di Area, la corrente progressista delle toghe che era uscita ‘bene’ dalla tempesta, e il segretario Giuliano Caputo di Unicost, la corrente più affondata perchè dominata dal ‘ras’ Palamara, si sono dimessi dopo la pubblicazione di intercettazioni di chat e conversazioni»

«Gli ultimi ‘scampoli’ usciti dal pozzo senza fine dei contatti del telefonino di Palamara, che il pm di Roma ora sospeso da funzioni e stipendio era solito conservare, lo immortalano mentre parlando con un collega – il procuratore capo di Viterbo Paolo Auriemma, estraneo all’inchiesta – dice che Matteo Salvini “va fermato”, proprio mentre l’ex ministro dell’Interno è sotto indagine in Sicilia per i porti chiusi ai migranti»

«Solo due giorni fa, giovedì, si era consumata l’ultima ‘vendetta’ del trojan di Palamara, culminata nella decisione del Csm di trasferire dalla Procura nazionale antimafia il pm Cesare Sirignano, intercettato mentre parla di nomine con il pm di Roma»

«Il presidente Luca Poniz di Area, la corrente progressista delle toghe che era uscita ‘bene’ dalla tempesta, e il segretario Giuliano Caputo di Unicost, la corrente più affondata perchè dominata dal ‘ras’ Palamara, si sono dimessi dopo la pubblicazione di intercettazioni di chat e conversazioni»

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Tra le tante intercettazioni, eccone un microflorilegio.

«Salvini, anche se ha ragione sui migranti va attaccato»

«Salvini indagato per i migranti? Siamo indifendibili»

«No hai ragione, ma ora bisogna attaccarlo»

«C’è anche quella merda di Salvini, ma io mi sono nascosto»

Tutte queste esternazioni, fatte dai massimi esponenti della magistratura, non corroborano la visione di un apparato giudiziario indipendente ed obbiettivo. La sentenza è già stata scritta.

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Palamara: “Salvini, anche se ha ragione sui migranti va attaccato”.

L’intercettazione tra il boss di Unicost e il capo della Procura di Viterbo Auriemma (non indagato).

Il caso Palamara si tinge sempre più di giallo, stando alle intercettazione agli atti del processo che lo vede il magistrato sospeso dal Csm indagato per corruzione. Spunta una nuova conversazione Whatsapp – secondo quanto riporta La Verità – relativa ad agosto 2018, che riguarda la questione migranti e la presa di posizione di Salvini. Il capo della Procura di Viterbo Paolo Auriemma (non indagato) dice a Palamara: “Salvini indagato per i migranti? Siamo indifendibili”. Ma Palamara replica: “No hai ragione, ma ora bisogna attaccarlo”.

Da altre intercettazioni con la sua famiglia – riporta La Verità – risultano continui incroci tra Palamara e il leader della Lega, ma il magistrato fa di tutto per non farsi notare: “E’ davanti a me nei controlli in aeroporto”, “E’ sul mio stesso aereo nei posti in mezzo”. Al presidente dell’Anm Francesco Minisci: “C’è anche quella merda di Salvini, ma io mi sono nascosto”, e anche con il consigliere del Csm Nicola Clivio: “Cazzo, ho Salvini davanti”.

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Intercettazioni travolgono l’Anm, i vertici si dimettono.

Dimessi presidente e segretario. Resta solo minoranza Autonomia.

Continua a mietere vittime il trojan iniettato nel cellulare dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara, rinviato a processo a Perugia dopo la tempesta che ha travolto il Csm per il risiko delle nomine nelle procure decise in camere d’albergo con cotè politico. Ad andare in frantumi è l’attuale dirigenza della magistratura associata, da poco in sella dopo lo tsunami giudiziario.

Il presidente Luca Poniz di Area, la corrente progressista delle toghe che era uscita ‘bene’ dalla tempesta, e il segretario Giuliano Caputo di Unicost, la corrente più affondata perchè dominata dal ‘ras’ Palamara, si sono dimessi dopo la pubblicazione di intercettazioni di chat e conversazioni.

Gli ultimi ‘scampoli’ usciti dal pozzo senza fine dei contatti del telefonino di Palamara, che il pm di Roma ora sospeso da funzioni e stipendio era solito conservare, lo immortalano mentre parlando con un collega – il procuratore capo di Viterbo Paolo Auriemma, estraneo all’inchiesta – dice che Matteo Salvini “va fermato”, proprio mentre l’ex ministro dell’Interno è sotto indagine in Sicilia per i porti chiusi ai migranti.

Dalle trascrizioni, pubblicate da giorni su alcuni quotidiani, emergono anche contatti molto stretti, tra Palamara, l’ex presidente dell’Anm Giovanni Legnini, e alcuni giornalisti. Il contraccolpo è forte, proprio nel giorno in cui si commemorano i 28 anni della strage di Capaci, i vertici dell’Anm lasciano il mandato, dopo una riunione fiume di otto ore nella sede del ‘parlamentino’ delle toghe, in Cassazione, all’ultimo piano del ‘Palazzaccio’. Nella Giunta dell’Anm adesso rimane solo la corrente di Autonomia e Indipendenza, guidata da Piercamillo Davigo.

Oggi i gruppi faranno valutazioni per capire come proseguire e vedere se c’è una nuova maggioranza o equilibri tali per cui una nuova compagine possa traghettare l’Anm fino alle elezioni previste per fine ottobre. Il consiglio del Comitato direttivo centrale dell’Anm è stato convocato per domani, lunedì, alle 19.

Solo due giorni fa, giovedì, si era consumata l’ultima ‘vendetta’ del trojan di Palamara, culminata nella decisione del Csm di trasferire dalla Procura nazionale antimafia il pm Cesare Sirignano, intercettato mentre parla di nomine con il pm di Roma.

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Anm, Giunta a rischio scioglimento per le dimissioni dei vertici dopo intercettazioni.

Passo indietro, dopo la pubblicazione di intercettazioni di chat e conversazioni e una riunione durata circa 9 ore, dei rappresentanti di Area e Unicost, il presidente Luca Poniz e il segretario Giuliano Caputo. La vicenda è legata all’inchiesta che ha travolto l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara.

La Giunta dell’Associazione nazionale magistrati rischia lo scioglimento. Dopo la pubblicazione delle ultime intercettazioni nell’ambito dell’inchiesta che ha travolto l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara, si sono dimessi i rappresentanti in Giunta di Area e Unicost, il presidente Luca Poniz e il segretario Giuliano Caputo. Una decisione arrivata dopo una riunione durata circa nove ore. All’interno della Giunta rimane solo la corrente di Autonomia e Indipendenza. Oggi i gruppi valuteranno come muoversi. Domani, invece, è in programma il consiglio del Comitato direttivo centrale (I LEGALI DI PALAMARA: CADUTE LE ACCUSE PIÙ GRAVI).

Le dimissioni dopo la pubblicazione di intercettazioni

Tutto è partito con il trojan iniettato nel cellulare dell’ex presidente dell’Anm Palamara, rinviato a processo a Perugia dopo la tempesta che ha travolto il Csm per il risiko delle nomine nelle Procure decise in camere d’albergo. Ad andare in frantumi è l’attuale dirigenza della magistratura associata, da poco in carica dopo lo tsunami giudiziario. A dimettersi sono stati il presidente Luca Poniz di Area, la corrente progressista delle toghe che era uscita “bene” dalla tempesta, e il segretario Giuliano Caputo di Unicost, la corrente più affondata perché dominata dal “ras” Palamara. Entrambi hanno fatto un passo indietro dopo la pubblicazione di intercettazioni di chat e conversazioni.

I prossimi passi.

I vertici dell’Anm hanno lasciato il mandato dopo una riunione fiume di nove ore nella sede del “parlamentino” delle toghe, in Cassazione, all’ultimo piano del Palazzaccio. Nella Giunta dell’Anm adesso rimane solo la corrente di Autonomia e Indipendenza, guidata da Piercamillo Davigo. Oggi i gruppi faranno valutazioni per capire come proseguire e vedere se c’è una nuova maggioranza o equilibri tali per cui una nuova compagine possa traghettare l’Anm fino alle elezioni previste per fine ottobre. Il consiglio del Comitato direttivo centrale dell’Anm è stato convocato per lunedì alle 19.

Pubblicato in: Criminalità Organizzata, Devoluzione socialismo

Aulla. Crolla un altro ponte. Sembrerebbe essersi collassato.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-04-08.

2020-04-08__Albiano 001

Aulla, crolla il ponte di Albiano Magra. Coinvolto un furgone – Video

«Il ponte sul fiume Magra, tra Albiano e Caprigliola nel comune di Aulla, è crollato questa mattina, intorno alle 10,22. Si è accartocciato su se stesso, ed è crollato: a quanto sembra, ci sarebbe un furgone coinvolto. Il ponte unisce la Statale della Cisa con la provinciale di Albiano.»

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Crolla il ponte tra Santo Stefano Magra e Albiano

La Spezia – Il crollo è avvenuto intorno alle 10.30: il ponte che collega l’abitato di Santo Stefano Magra con Albiano (che si trova in provincia di Massa-Carrara) ha ceduto improvvisamente.

Sul posto i vigili del fuoco.

Come si vede anche dalle prime immagini, è rimasto coinvolto nel crollo un furgone del corriere Bartolini. Secondo quanto appreso, la persone che era a bordo del mezzo si è salvata.

Nella zona si sente un forte odore di gas. Tra le diverse ipotesi avanzate nei primissimi istanti sulle ragioni del crollo, oltre al cedimento strutturale, anche quella di una fuga di gas. Ma gli accertamenti sono in corso. 

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Dopo il crollo del ponte Morandi i ministeri competenti avrebbero dovuto censire tutti i ponti nazionali e far mettere in sicurezza quelli pericolanti.

Avrebbero.

Adesso c’è il coronavirus, ma dopo si vorrebbero vedere le teste dei progettisti, dei responsabili dei cantieri e di tutti i burocrati che avevano dato il permesso alla costruzione.

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Pirati abbordano in Atlantico una portacontainer tedesca.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-02-19.

2020-02-14__Pirati 001

«A vessel operated by Hamburg-based Bernhard Schulte Ship management was attacked by two speedboats in the Gulf of Guinea on Friday»

Molti mari sono infestati dai pirati, che abbordano i mercantili, saccheggiano il carico ed ammazzano l’equipaggio. Quando sono buoni, li trattengono per ottenere un riscatto.

Ma sono anche molto selettivi nel scegliere la nave da assaltare: hanno fatto anche pessime esperienze.

Pirateria. Fregata cinese abborda nave piratata e la libera.

«The Chinese military confirmed on April 12 that a PLA (People’s Liberation Army) vessel had rescued a Tuvalu-registered cargo ship from pirate control in the Gulf of Aden on April 9.»

«The Ministry of National Defense (MOD) said in a statement that a PLA task force on escort mission in the Gulf of Aden and the waters off Somalia received intelligence at dusk on April 8 that a Tuvalu-registered cargo ship (hull number OS 35) had been hijacked by pirates in the waters northwest of the Socotra»

«The distress signal sent by the United Kingdom Maritime Trade Organisation (UKMTO) said a boat carrying an unconfirmed number of pirates had berthed alongside the cargo ship. The Chinese guided missile frigate Yulin instantly dashed to the area»

«Yulin launched the rescue operation in the early hours of April 9, shortly after arriving at the scene at midnight. Sixteen Special Forces soldiers boarded the hijacked vessel and managed to rescue all 19 crew members.»

* * * * * * *

Giornali cinesi locali avrebbero riportato che molti dei pirati sarebbero morti dopo diversi giorni di atroci agonie, amorosamente accuditi da cinesi specializzati nella bisogna.

I cinesi, animi nobili e sensibili, dopo un po’ di tempo dopo hanno avvisato le famiglie dei pirati che i loro cari erano morti di indigestione durante la loro permanenza in Cina.

* * *

Fatto sì è che i cinesi dispongono di una flotta oceanica degna di quel nome  e la usano per proteggere le loro navi e le loro rotte commerciali.

I tedeschi, al contrario, non hanno una flotta che stia a galla e nessuna nave effettivamente operativa nelle acque oceaniche.

Poi, tutti sanno che i tedeschi sono gente non violenta: hanno messo fiori nei loro cannoni – arrugginiti – e le soldatesse sono troppo deboli per sollevare i proiettili di artiglieria.

La risposta tedesca è stata in linea con il loro pensiero dominante:

«Is it time for the international community to intervene?»

«In order to combat the problem, something must be done to combat environmental pollution and to promote statehood, education and health care»

* * *

Intanto i pirati se ne stanno ben lontani dai cargo cinesi.

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Pirates attack German container ship off West African coast.

Maritime piracy has increased off the west coast of Africa, in the Gulf of Guinea, despite preventative measures. The issues lie on land rather than at sea. Is it time for the international community to intervene?

A vessel operated by Hamburg-based Bernhard Schulte Ship management was attacked by two speedboats in the Gulf of Guinea on Friday.

The Maersk Tema was attacked by two speedboats off the Nigerian coast, a spokesman for Peter Doehle Schiffart and Bernhard Schulte said. The crew followed emergency procedures, but the spokesman did not say whether the pirates had boarded the ship.

The Maersk Group in Copenhagen, Denmark, said that despite the name, it was not one of their ships.

Who will help solve Africa’s piracy problem in the Gulf of Guinea?

Nine out of 10 maritime incidents of piracy and kidnappings for ransom are reported in West Africa’s Gulf of Guinea, which stretches 5,700 kilometres (3,500 miles) from Senegal to Angola.

As the number of crew members kidnapped by pirates worldwide decreased, the number reported in the Gulf of Guinea increased from 78 in 2018 to 121 in 2019.

From January to September last year, 82% of maritime kidnappings in the world occurred in the Gulf of Guinea, according to the International Maritime Bureau (IMB). 

The vast expanse has eclipsed the notorious waters off Somalia in the Horn of Africa to become the world’s epicentre for pirate attacks, lootings and kidnappings.

Fewer attacks, more kidnappings

“Seafarers go through great dangers so that consumers can buy coffee and cocoa in supermarkets or refuel their cars,” Cyrus Mody, IMB’s deputy director, told DW.

“The numbers in the Gulf have not increased,” Mody said. ” Media has only very recently started picking up on it. Ten years back we had the whole Somali piracy issue and media picked up on that relatively quickly. In the Gulf of Guinea the total number of incidences which actually occurred are underreported by around 50%-60%, piracy has been going on for years.”

Pirates mainly target ships with international crews, according to a report on piracy in the Gulf of Guinea by the United States Maritime Administration (MARAD). In December, pirates boarded two ships within a few days, each 100 nautical miles off the coasts of Nigeria and Benin. They kidnapped 19 and 20 crew members respectively.

“Since 2018 there have been a quarter fewer attacks on ships, but more hijackings,” said Wolf Kinzel, frigate captain and expert on maritime security in the region at the German Institute for International and Security Affairs (SWP). “The approach of the pirates has changed: instead of three seamen, they take the whole crew with them. Hostages for money.”

Playground for criminals

But why are neighbouring countries not getting a grip on the situation? The problem is that they lack the knowledge, training and resources to deal with the situation, said IMB deputy director Mody. “When an incident takes place within the territorial waters of a state, it is called armed robbery. When that same incident takes place outside the territorial waters of a state, it is called piracy, and any navy or any response agency can respond to that incident. The responsibility to deal with a situation within the territorial state lies with the state only,” said Mody. According to the 1982 UN Convention on the Law of the Sea, the 12-mile zone (one nautical mile is about 1.85 kilometres) is part of the national territory. 

Cooperation between states would be made more difficult by bureaucracy. Security forces are not allowed to travel from one territory to another to pursue pirates without informing the neighbouring country beforehand. “Until the bureaucracy is sorted out, the pirates are gone,” said Mody. “Due to a lack of law enforcement, the waters become a playground for criminals.”

Piracy originates on land

The fundamental problem of piracy does not lie at sea, according to SWP specialist Kinzel. “In recent years, the main area of piracy has been the coast of Nigeria, a region where there is no statehood on land.” The heavy environmental pollution caused by oil production makes it almost impossible to live as fishermen and cattle herders. In addition, there are smuggling, ethnic and religious conflicts and terrorism and youth unemployment. 

“Lack of prospects, lack of consequences due to inadequate criminal prosecution, corruption and thus a quite understandable lack of trust in state actors create the best conditions for piracy,” according to Kinzel.

“People feel exploited and use their maritime expertise to commit piracy, Kinzel told DW. “In order to combat the problem, something must be done to combat environmental pollution and to promote statehood, education and health care.”

No second Horn of Africa

The international community has taken up the Horn of Africa issue. Since 2008, ships and planes have been patrolling off the coast of Somalia as part of the EU mission Atalanta. However, as a link between the Indian Ocean and the Red Sea, and thus the Mediterranean, the region is also one of the world’s busiest and therefore its most important shipping routes. Germany is probably not interested in an additional marine mission in the Gulf of Guinea, Kinzel said: “The Horn of Africa is where large flows of goods are brought from Europe to Asia. In West Africa, most attacks take place on the territory and in the ports of the countries concerned, and the nations themselves have to intervene.”

“There is a huge difference between the Gulf of Guinea and the Horn of Africa,” Mody added. “The ships have to cross the Gulf of Aden, where most of the attacks take place. But the passage is in international waters, so the international community can protect the ships. Thirty countries have provided ships for this purpose.” However, in the Gulf of Guinea, many attacks also occur near the coast.

Mody stressed that international missions are extremely important. “They enable the exchange of information and knowledge between countries that have resources and those that are struggling with these crimes. Within the territorial waters it is impossible for any international navy to come in and to get deployed. But they can help to carry out exercises to train the coastguards in how to react to an attack or arrest pirates. They can also educate the local community in trying to make them understand what the negative effects of facilitating this crime are on land.

The responsibility of the countries

There are already approaches. For example, the Code of Conduct negotiated by the Gulf states in the so-called Yaounde Process 2013 is to ensure maritime security in the Gulf of Guinea. “Since the Yaounde Process 2013, all countries of West Africa have joined forces to make the maritime area safer. They have set up zones where ships can make their emergency calls so that national navies can respond,” said Kinzel. In addition, since 2010, the United States has conducted the annual “Obangame Express” exercise to improve the capabilities of West African states to combat illegal activities at sea.

The European Union has also been involved with a local training program since 2013, and France has been involved since 1990. “Give a man a fish and he eats for a day — teach him to fish and he will eat for the rest of his life,” said Mody. An international mission only works as long as there is a budget for it. In the long term, only the states in the Gulf of Guinea itself, equipped with the right resources, can fight piracy.

Pubblicato in: Criminalità Organizzata

La sinistra ha idee chiare. ‘Toti a testa in giù’. Sono degli Hašīšiyyūn.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-02-18.

2020-02-17__Toti 001

La sinistra ha in testa poche idee, ma molto chiare.

Enfant terrible del suo avo comunismo, ne porta le stigmate nel proprio dna.

Ha nel sangue la rivoluzione, ossia un’operazione armata con la quale una sparuta minoranza di impadronisce del potere attraverso un’azione

Si inizia con le manifestazioni di piazza, che i media compiacenti additano come feeling nazionale omogeneo e concorde, quindi si passa alla violenza verbale che invoca la morte violenta degli avversari identificati come nemici mortali, e quindi resta solo un piccolo passo per passare poi all’azione.

Il problema è che soffrono di una insanabile superbia, una considerazione talmente alta di sé stessi da giungere al punto di stimarsi come principio e fine del proprio essere. Una superbia che obnubila la mente, nella quale si identificano con la verità assoluta, e la loro volontà di dominio cerca disperatamente ogni modo e maniera per perseguire il suo scopo. Non sono immorali: sono amorali.

Ma quando ‘gli altri’ si ribellano alla loro volontà, dapprima ne restano esterrefatti, incapaci di capire per quale motivo qualcuno osi contraddirli, poi, quando constatano che la volontà altrui contrasta con la propria, ergendosi in questa maniera a limite tangibile del fatto che non siano onnipotenti, allora iniziano ad odiarlo di odio viscerale e mortale.

L’avversario, percepito come nemico, deve essere assassinato. È un delirio ossessivo, polarizzante, tetragono ad ogni qualsiasi revisione critica.

Constatare come alla propria volontà non corrisponda la facoltà di poterla realizzare li fa impazzire di odio furibondo, satanico.

Ma i nipotini del comunismo continuano a vivere tra di noi: sono il reale problema esistenziale di questa povera nazione.

«Toti a testa in giù».

* * * * * * *

A Genova le sardine avevano già lasciato la traccia del loro passaggio.

Sardine. A Genova hanno lasciato scritto il loro programma.

Non c’è che da dire: hanno idee fin troppo chiare.

2020-02-17__Toti 002

Pubblicato in: Criminalità Organizzata

Autostrade. Il sangue di 43 morti assassinati reclama giustizia.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-01-13.

Clusone.-Trinfo-e-Danza-della-Morte.-La-Marcia-macabra__02_.

Il problema delle concessioni autostradali ad Atlantia e, quindi, alla Famiglia Benetton esula da tutti gli usuali canoni giuridici.

Il motivo dovrebbe essere evidente.

Quarantatre persone sono morte ammazzate a causa della colpevole incuria della dirigenza della società Atlantia, tesa a far lucro sulla pelle dei Cittadini.

Né si tratta di un evento occasionale, imprevisto od imprevedibile: è invece il risultato di una politica economica accuratamente pianificata e voluta, imposta, perdurata decenni, incurante di tutti gli avvisi sempre più allarmati.

Questo è un comportamento non da società che agisce economicamente, bensì da organizzazione criminale, che per di più presume di essere impunita ed impunibile per via degli agganci politici in essere.

«“cavarsela” con una maxi-multa e uno sconto a tempo sui pedaggi»

sarebbe uno sfregio a quei quarantatre morti.

Tutta la dirigenza Atlantia dovrebbe essere messa all’ergastolo ed i beni societari e personali di dirigenti ed azionisti confiscati da parte dello stato: i capitali di Atalantia sono il frutto di una colossale sanguinosa rapina al popolo italiano. Sono refurtiva.

E dirigenza Atlantia ed il residuo Benetton dovrebbero anche ringraziare il Cielo che in Italia non viga la pena capitale.

*


Autostrade, anche il Pd ha deciso: sarà revoca. Pronta la guerra legale. Rumor

Già in settimana un passaggio in Cdm. Ma i Benetton si spaccano

Il Pd cede e si allinea al M5S sulla revoca della concessione ad Autostrade. Mentre il premier Giuseppe Conte parla di “gravissime inadempienze nella gestione delle infrastrutture autostradali”, secondo i rumors, il partito di Zingaretti si sarebbe convinto a votare sì alla revoca. Il provvedimento, corredato dalle analisi del ministero delle Infrastrutture sulle mancate manutenzioni di Autostrade e dai pareri tecnici di Avvocatura e Corte dei Conti, sarà pronto per il Consiglio dei ministri della prossima settimana, ma non è ancora stato deciso se procedere prima o dopo le Regionali di domenica 26 gennaio.

Ora, per portare a termine il colpo di mano, manca il sì del ministro Paola De Micheli. Ma, scrive il Fatto oggi in edicola, i Benetton sono divisi e la holding Atlantia ha scelto la via della “guerra nucleare” contro una scelta reputata ingiusta e dannosa. La scelta del Pd sulla posizione della revoca, spiega infatti il quotidiano diretto da Marco Travaglio, è anche frutto dei comportamenti dell’azienda: trattare coi Benetton è quasi impossibile, tanto più che la famiglia è divisa su quale comportamento tenere.

La proposta di “cavarsela” con una maxi-multa e uno sconto a tempo sui pedaggi – spiegano fonti di governo – è arrivata dai “giovani” della famiglia, componente che ha però scarso potere decisionale. Duri e decisi allo scontro invece il patriarca Luciano e il manager di fiducia della famiglia Gianni Mion.

“Noi stiamo facendo le revisioni. Le revisioni sono per migliorare il servizio, la qualità, la sicurezza e il rapporto fra pubblico e privato”, aveva detto pochi giorni fa il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli, a margine di una visita ala stazione M4 di Linate, a Milano, a chi le chiedeva della possibilità di modificare i contratti per fare in modo che i concessionari possano fare più controlli e migliorare i livelli di sicurezza. Mentre il capo politico Luigi Di Maio ha ribadito a chiare lettere che ipotesi più soft non sono sul tavolo del Movimento.

Pubblicato in: Criminalità Organizzata, Devoluzione socialismo

Australia. Le variazioni climatiche erano incendi dolosi. 183 arresti.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-01-07.

2020-01-07_Incendio 001

I terrificanti effetti incendiari in Australia dovuti alle variazioni climatiche preconizzate dalla Greta Thunberg, ierodula del ‘clima’, erano dovuti all’azione coordinata e sincrona di centinaia di ragazzini esaltati dediti a fare i piromani. Molto difficile negare che sia stato un piano accuratamente programmato: duecento giovanotti/e non agiscono con perfetta tempistica in modo casuale.

Miss Greta Thunberg ha fatto incendiari interventi grondanti odio verso i negazionisti del ‘clima’, e questi sono i risultati ottenuti: almeno 180 piromani minorenni hanno dato una mano alla causa incendiando a destra e manca mezzo continente. Procurando anche decine di morti.

Avete visto che razza di incendi provocano le variazioni climatiche?

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Australia, oltre 180 persone arrestate per incendio doloso. Autorità ordinano abbattimento di 10mila cammelli

Il 70 per cento dei piromani è minorenne. Da settembre le fiamme che devastano l’Australia hanno causato almeno 25 vittime. Ora il timore è che due enormi incendi negli altopiani meridionali possano unirsi per diventare un “mega incendio”. Ieri Canberra ha registrato la peggiore qualità dell’aria al mondo: cittadini dotati di 100mila maschere per la respirazione.

SYDNEY – Le autorità australiane hanno arrestato oltre 180 persone per aver appiccato deliberatamente incendi boschivi, in particolare 29 incendi sono stati deliberatamente causati nella regione di Shoalhaven nel sud-est del Nuovo Galles del Sud in soli tre mesi. Gli arresti sono stati effettuati in relazione a incendi dolosi appiccati nel Nuovo Galles del Sud, a Queensland, Victoria, nell’Australia Meridionale e in Tasmania.

Da settembre le fiamme he devastano l’Australia hanno causato almeno 25 vittime. Ora il timore è che due enormi incendi negli altopiani meridionali possano unirsi per diventare un “mega incendio”.

In particolare, nel Nuovo Galles del Sud 183 persone sono state accusate di reati relativi agli incendi boschivi da novembre, mentre 24 sono state arrestate per aver provocato deliberatamente incendi. In Victoria, 43 sono le persone accusate di incendi dolosi nel 2019, mentre nel Queensland 101 persone sono state arrestate, il 70 per cento di loro è minorenne.

Il clima migliora

Qualche temporale sta dando sollievo ai vigili del fuoco nel sud dell’Australia. Ma le condizioni non sono stabili e potrebbero peggiorare nel corso della settimana.

Critiche al primo ministro

Il primo ministro Scott Morrison è stato travolto dalle critiche per la sua tardiva risposta nel mettere insieme le risorse nazionali contro gli incendi. Ma ha anche dichiarato che il suo governo conservatore non rafforzerà le politiche per combattere i cambiamenti climatici. Morrison è stato accusato anche di voler politicizzare la crisi piagandola a suo vantaggio dopo aver pubblicato uno spot pubblicitario di 50 secondi sul dispiegamento di forze. È l’ennesimo passo falso dopo le polemiche causate per la sua vacanza senza preavviso prima delle feste natalizie alle Hawaii nel mezzo della crisi. Una volta tornato, Morrison è stato anche filmato mentre voltava le spalle a una donna incinta che chiedeva più risorse per affrontare gli incendi durante una visita in una comunità devastata dai roghi.

A Canberra aria irrespirabile

La città dell’entroterra, che ha circa 500mila abitanti, è stata una delle più colpite dal fumo che ha avvolto l’Australia sudorientale per settimane. Lunedì Canberra ha registrato la peggiore qualità dell’aria al mondo, durante il fine settimana sono state consegnate ai cittadini circa 100mila maschere con filtri protettivi per la respirazione. Decine di voli e servizi postali sono stati cancellati. Lunedì sono stati chiusi i centri di assistenza all’infanzia, negozi e musei. Il Dipartimento degli Affari interni ha chiuso i suoi uffici almeno fino a mercoledì, consentendo al personale non essenziale di restare a casa.

La strage dei cammelli

Dai 5 ai 10mila cammelli selvatici nell’Australia Meridionale saranno abbattuti dai tiratori professionisti in elicotteri già da domani su ordine del capo della comunità degli aborigeni di Anangu Pitjantjatjara Yankunytjatjara per impedire agli animali di consumare l’acqua nella regione devastata dalla siccità. L’abbattimento dovrebbe durare cinque giorni, la comunità si lamenta che gli animali invadono le proprietà in cerca di acqua.

Turisti bloccati a Melbourne

La coltre di fumo tossico ieri ha raggiunto Melbourne, la più grande città del Victoria. La marina australiana è stata dispiegata per salvare centinaia di turisti bloccati da un incendio e costretti a rifugiarsi sulla spiaggia di Mallacoota.

Donazioni

Sono stati distrutti quasi 12,3 milioni di acri nel solo Nuovo Galles del Sud. Milioni di dollari di donazioni e sostegno stanno arrivando da celebrità internazionali, star dello sport e dalla famiglia reale britannica.

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Australia, 180 persone accusate di aver appiccato gli incendi: arresti

Nel Queensland il 70% dei sospettati è minorenne. Da quattro mesi le fiamme stanno divorando il Paese. Almeno 25 persone hanno perso la vita. I vigili del fuoco raddoppiano gli sforzi prima della prossima ondata di calore attesa in settimana.

Le autorità australiane hanno arrestato 183 persone con l’accusa di aver appiccato deliberatamente incendi boschivi negli ultimi mesi. In particolare, gli incendi dolosi sarebbero stati appiccati nel Nuovo Galles del Sud (qui le foto), a Queensland, Victoria, nell’Australia Meridionale e in Tasmania. Dal mese di settembre, almeno 25 persone hanno perso la vita a causa delle fiamme che devastano il Paese.

Gli arresti

Nello Stato del Nuovo Galles del Sud, più di 180 persone sono state accusate di reati relativi agli incendi boschivi, mentre 24 sono state arrestate per aver provocato deliberatamente incendi. Nello Stato di Victoria, 43 sono le persone accusate di incendi dolosi nel 2019, mentre nel Queensland 101 persone sono state arrestate; il 70 per cento di loro è minorenne.

Contestato

Nei giorni scorsi ha fatto il giro del mondo un video in cui si vede il primo ministro conservatore, Scott Morrison, in visita a Cobargo, cittadina pesantemente colpita dagli incendi, contestato dagli abitanti per aver fatto troppo poco contro l’emergenza. Morrison, accusato di voler politicizzare la crisi, ha anche dichiarato che il suo governo conservatore non rafforzerà le politiche per combattere i cambiamenti climatici. L’ennesimo passo falso dopo le polemiche causate per la sua vacanza senza preavviso prima delle feste natalizie alle Hawaii nel mezzo della crisi.

Quattro mesi di fiamme

Da 4 mesi le fiamme stanno divorando il Paese: 25 persone sono morte dall’inizio degli incendi ad agosto, 14 solo nel 2020. E ancora, 500 milioni di animali hanno perso la vita e oltre 5 milioni di ettari di sono andati in fumo. Si calcola che almeno 1.800 abitazioni siano state ridotte in cenere. I vigili del fuoco e volontari stanno lottando da mesi per domare le dozzine di incendi, ancora fuori controllo nella parte orientale dell’enorme continente insulare. Le precipitazioni di lunedì hanno offerto una tregua relativa, ma sono state insufficienti per spegnere gli incendi. In alcune zone hanno persino complicato le operazioni di soccorso. Nella giornata di martedì hanno intensificato gli sforzi, approfittando del clima meno sfavorevole, prima della nuova ondata di calore prevista nei prossimi giorni.

Risarcimenti

Un’ulteriore misura della portata della drammatica stagione degli incendi, è stata fornita dai meteorologi cileni e argentini, che hanno annunciato che il fumo dei fuochi australiani è stato individuato nei cieli di questi due paesi, a oltre 12mila chilometri di distanza dall’Australia. Non è ancora noto quale sarà il costo finanziario dell’emergenza: il Consiglio degli assicuratori australiani ha calcolato che le richieste di risarcimento ricevute dalle società ammontano già a 700 milioni di dollari australiani (433 milioni di euro), importo destinato ad aumentare. Il primo ministro si è impegnato a donare due miliardi di dollari australiani in due anni (1,2 miliardi di euro) di entrate fiscali provenienti da un fondo nazionale per l’assistenza alle vittime di incendi.

Pubblicato in: Criminalità Organizzata, Devoluzione socialismo

La questione meridionale si ripropone nella sua drammaticità. La mafia.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-31.

Scacciapensieri 001

Dopo decenni durante i quali la questione meridionale era stata riproposta in tutte le sue varianti, da un po’ di tempo quasi non se ne parla più, come se il Mezzogiorno di Italia non esistesse ovvero fosse emerso ad un sistema socio – economico florido.

La realtà dei fatti è completamente differente.

Istat. Nel Mezzogiorno il 46.9% della popolazione è a rischio povertà.

«Il Mezzogiorno resta l’area territoriale più esposta al rischio di povertà o esclusione sociale (46,9%, in lieve crescita dal 46,4% del 2015). Il rischio è minore, sebbene in aumento, nel Nord-ovest (21,0% da 18,5%) e nel Nord-est (17,1% da 15,9%). Nel Centro un quarto della popolazione (25,1%) permane in tale condizione».

*

Il reddito mediano delle persone sole ammonta nel Meridione a 16,115 euro l’anno, 1,343 euro al mese: ciò significa che metà di questa popolazione gode di un reddito inferiore a tale cifra.

Il reddito mediano delle famiglie italiane ammonta a 25,328 euro l’anno, 2,111 euro al mese: ciò significa che la metà delle famiglie gode di un reddito inferiore a tale cifra.

I giovani intraprendenti, e nel Mezzogiorno ce ne sono molti, sono costretti ad emigrare: infatti il tasso occupazionale giovanile si attesta soltanto al 22,7%, in larga quota in posizioni di dipendenti delle pubbliche amministrazioni. Nel Meridione non si generano posti di lavoro.

* * * * * * *

La retorica imperante impone di additare le cause di simile sfacelo alla mancanza di investimenti nel comparto produttivo e reclama un incremento della presenza dello stato.

In altri termini, si vorrebbe curare questa situazione utilizzando proprio quegli strumenti che la hanno determinata.

Nessuno si fida ad imprendere nel Mezzogiorno. Oltre a tutte le note situazioni che lo controindicano, dalla tassazione eccessiva al carico burocratico alienante, chi imprendesse nel Mezzogiorno avrebbe la certezza assoluta che dovrebbe fare i conti con la mafia.

Tutto il sistema sociale ed economico del Mezzogiorno è governato dalla mafia: dal rilascio dei permessi, alla assunzione del personale, alla gestione degli affari, alla ‘ripartizione‘ degli utili.

Lo stato, questo stato, è del tutto impotente nei confronti delle organizzazioni malavitose, anche perché esse hanno infiltrato magistratura e politica.

Sarebbe impossibile e velleitario parlare di rinascita economica del Mezzogiorno senza prima aver eliminato la mafia nelle sue diverse articolazioni. Gli investimenti originariamente concepiti per ravvivare la produzione finirebbero inevitabilmente nelle tasche dei malavitosi.

*

La lotta alla mafia è una guerra, che come tale dovrebbe essere combattuta con l’intelligence e con le armi. Essa infatti le usa, come attestano, per esempio, gli omicidi di Falcone e Borsellino.

I mafiosi, e con essi tutto lo sterminato esercito dei collusi, reclamano a gran voce che lo stato sia garantista nei loro confronti. Che li tratti come persone dabbene. Siamo chiari: chi professi il garantismo in questa situazione o è incardinato nella mafia oppure ne è uno spalleggiatore.

A suo tempo, grazie al preciso ed inequivocabile mandato politico, l’allora Prefetto Cesare Mori inferse colpi durissimi alla mafia siciliana: ricordiamo tra tutti l’assedio di Gangi e l’arresto e relativa condanna al’ergastolo di Vito Cascio Ferro, il boss della mafia siciliana e americana, che aveva fatto assassinar Joe Petrosino.

Basta volerlo, e lo stato può sconfiggere la mafia.

Ma senza aver debellato questa organizzazione malavitosa, parlare di rianimare il sistema sociale ed economico del Mezzogiorno è solo una presa in giro.

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Mezzogiorno, Confindustria: “Rischia spirale recessiva”

Secondo il report di Confindustria e SRM, il Sud Italia rischia la recessione. La crescita si è arrestata dopo 4 anni.

Il Sud Italia sull’orlo di una recessione. A fine 2019 si ferma – dopo 4 anni – la crescita delle Regioni meridionali. Questo è quanto rivela il report di Dicembre 2019 del Check-up Mezzogiorno, curato dall’Area Politiche Regionali e per la coesione territoriale di Confindustria e da SRM – Studi e Ricerche per il Mezzogiorno.

Sud, Pil si ferma dopo 4 anni

Dopo 4 anni di crescita, l’Indice Sintetico dell’Economia Meridionale è tornato a calare, a 30 punti al di sotto dei livelli pre-crisi. Sul risultato pesa soprattutto l’andamento del Pil, che rallenta in maniera più forte proprio al Sud. Le previsioni Svimez – confermate da Banca d’Italia – individuano nel territorio una mini-recessione a -0,2%.

Il quadro delineato dal rapporto è alquanto desolante, perché molti sono gli indicatori che qualcosa non stia andando nel verso giusto. I ricercatori del Check-up Mezzogiorno hanno registrato un deterioramento nella fiducia delle imprese, specialmente in quelle del manifatturiero.

Le brutte prospettive si riflettono sul numero di aziende operanti, diminuito nel terzo quarto del 2019, e strumenti come il Credito d’Imposta Investimenti Sud “sono solo serviti a limitare i danni”.

Mezzogiorno, meno di 1 giovane su 4 è occupato

Un segnale particolarmente allarmante viene dal tasso di occupazione, che nel 2019 ha registrato un aumento minimo (+0,4%). E la domanda che cresce è soltanto quella relativa a lavori part-time e poco qualificati. La realtà del Mezzogiorno d’Italia è particolarmente svantaggiosa per giovani e per coloro che hanno un’educazione di alto livello. Il tasso occupazionale giovanile si attesta soltanto al 22,7%.

Nonostante il rinnovato dibattito politico sulla questione meridionale, lo studio di Confindustria evidenzia come la spesa pubblica per gli investimenti al Sud sia la più bassa da 15 anni a questa parte: nel 2018 è di 10.3 miliardi.

Per il rapporto, il Mezzogiorno si appresta ad affrontare un punto critico. “Il rallentamento di molti fattori di sviluppo e la persistente debolezza della spesa pubblica negli investimenti rischiano di metterlo in una spirale recessiva”.

La Legge di Bilancio 2020, afferma il report, mette in campo alcune risorse importanti per il Sud, ma queste possono essere soltanto “la prima reazione a un trend economico negativo”.

Confindustria stila quali sono gli elementi che dovrebbero essere al centro del Piano per il Sud, di recente annunciato dal ministro Giuseppe Provenzano. “Adesso è essenziale implementare questa azione per rafforzare la competitività delle imprese, espandere gli investimenti pubblici e potenziare la pubblica amministrazione”.

Pubblicato in: Criminalità Organizzata

Autostrada A26. Crolla il soffitto della Galleria Berté a Masone.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-30.

2019-12-30__Masone 001

I concessionari delle Autostrade italiane dovrebbero essere presi, messi contro un muro e giustiziati.

Ed i loro familiari chiamati a pagare il costo delle pallottole e dell’inumazione delle carcasse.

Il processo lo stanno facendo i quarantatre morti del ponte Morandi e tutta questa continua serie di crolli, frane distacchi di soffitti.

Andare in autostrada significa darsi come bersagli dei crolli dovuti ad incuria, trasandatezza e smisurata sete di guadagno.

Revocare la concessione?

Ma stiamo scherzando??

I beni delle società di gestione e quelli privati degli amministratori siano confiscati, ed utilizzati per rifondere le famiglie dei morti che hanno causato e degli immani danni al sistema economico ligure.

A gennaio avremo modo di vedere se Mr Di Maio è coerente, oppure se fa anche lui parte del club dei gestori.

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Genova, nella galleria Berté si stacca il soffitto: chiusa la A26 a Masone

Parte del soffitto della galleria si è staccato, ma il crollo non avrebbe coinvolto mezzi in transito. Chiusa l’autostrada, sul posto si è già formata una coda di un chilometro.

Caduta di calcinacci dalla galleria Berté, in A26 in direzione Genova. Il tratto da Masone fino al bivio A26/A10 è stato chiuso con uscita obbligatoria a Masone, ad eccezione dei mezzi pesanti che restano in coda. Sul posto sono intervenuti le pattuglie della polizia stradale e le squadre dei tecnici di Autostrade. Il crollo non ha coinvolto mezzi in transito. Sul posto si è formata una coda di un chilometro.

Pubblicato in: Criminalità Organizzata

Olanda. Il narcostato che batte il Messico.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-30.

Olanda 271

Anche se spesso per falso pudore non se ne vorrebbe parlare, esiste tutta una fascia sociale dedicata al crimine organizzato.

Possono variare le denominazioni, ma la sostanza è la stessa.

Ma parlare della grande criminalità porta necessariamente a distinguere la micro e bassa manovalanza, i gruppi di fuoco, ma la criminalità organizzata ha una alta dirigenza poliglotta, laureata nei migliori atenei mondiali, di alto profilo intellettivo ed ottime preparazioni specifiche.

La droga è il commercio illegale più redditizio.

Ma questo non potrebbe prosperare senza una ben radicata connivenza nella politica e nella alta burocrazia statale.

Solo ricordandosi questi presupposti diventa logica conseguenza comprendere l’operato di molti governanti e parlamentari, di connivenze tra giudici e forze dell’ordine, ampie infiltrazioni tra gli insegnanti scolastici, e così via.

Lo schema operativo ricalca l’operazione che a suo tempo fece Al Capone, quando fece colonizzare la cittadina di Cicero dai suoi picciotti, grazie ai quali elesse giunta e sindaco. Cicero fu a lungo una città modello, additata ad esempio in tutti gli States: nessun misero, nessun povero, un comune di rara generosità che richiamava aziende su aziende: dalla produzione su larga scala di birra ed alcoolici illegali, ad una serie incredibile di bordelli, corredati da servizi vari, quale le lavanderie. Nessun crimine, sia pur minimo, era tollerato: gli unici due balordi che tentarono fecero una fine tale che dissuase chiunque dal riprovarci.

Bene,

Adesso lo stesso schema è applicato a livello di stato.

* * * * * * *


Ad oggi, l’Olanda, i Paesi Bassi, è il narcostato di maggiore importanza finanziaria e ‘commerciale’.

I narcotrafficanti manipolano governo, parlamento, sistema giudiziario e forze dell’ordine, nonché il mondo bancario e finanziario. Lo fanno con mano leggera, ma molto ferma. Sono strenui supporter dei liberal socialisti, che forniscono loro la necessaria copertura politica.

*

«”We definitely have the characteristics of a narco-state,” confides Jan Struijs, chairman of the biggest Dutch police union »

«”Sure we’re not Mexico. We don’t have 14,400 murders. But if you look at the infrastructure, the big money earned by organised crime, the parallel economy. Yes, we have a narco-state.”»

«South American drug lords started by shipping to West Africa. The drugs then went north over old smuggling lines from Morocco, and young Moroccans whose parents had moved to the Netherlands still had family connections and migration routes to tap into.»

«That is how police allege Ridouan Taghi made his fortune. He inherited or “gained control” of a smuggling line and started moving cocaine instead of cannabis – which generated more money, and violence»

«While ringleaders often operate internationally, police fear they are able to use domestic influence to control contract killers who are becoming increasingly younger.»

«”Police understand but don’t have the means to intervene,”»

«The Dutch economy may not be dependent or defined by the drugs industry, but that industry is exerting increasing influence on society.»

«Even before Wiersum’s murder, a report commissioned by the mayor or Amsterdam in August described the capital as a “Valhalla for drugs criminals”»

«One opinion poll suggested 59% of people believed the Netherlands was now a narco-state, in other words a country whose economy is dependent on the trade in illegal drugs.»

«It strikes me as ironic that in a bureaucratic nation that sends you a dog tax reminder or fine for an overdue parking payment in a flash, gangsters remain at large and gangland shootings erupt on a regular basis.»

«The deadly shooting of Derk Wiersum destroyed a common misconception here: that drug cartels only kill their own»

«”It’s about opportunities in society. They’re no different from bankers or journalists, they want to make money. If you aren’t a good football player or don’t have the brains to wrestle yourself out of that world, this is their means. It’s not just a drug problem, it’s a social problem.”»

«The Netherlands has in a sense created the perfect environment for the drugs trade to flourish.»

«Billions and billions of euros are earned on the black market. Synthetic drugs with a street value of €18.9bn (£16bn; $22bn) were produced in the Netherlands in 2017»

* * * * * * *

Nessuno si faccia illusioni. Ma proprio nessuna.

Le guerre si combattono ad armi pari, e la così detta ‘tutela del diritto’ rende sempre questa mafia vincente.

Nota.

Si sarebbe potuto fare nomi e cognomi, ma a nessuno farebbe piacere finire in un pilone di cemento armato.

*


Bbc. 2019-12-20. Is the Netherlands becoming a narco-state?

“We definitely have the characteristics of a narco-state,” confides Jan Struijs, chairman of the biggest Dutch police union.

“Sure we’re not Mexico. We don’t have 14,400 murders. But if you look at the infrastructure, the big money earned by organised crime, the parallel economy. Yes, we have a narco-state.”

His words echo in a society that has been convulsed by a murder that went far beyond the bubble of the criminal underworld.

The deadly shooting of Derk Wiersum destroyed a common misconception here: that drug cartels only kill their own. A 44-year-old father of two, he was shot dead in front of his wife outside their home in Amsterdam in September.

‘This is meant to frighten us’

Wiersum was the lawyer for a crown prosecution witness, Nabil B, who had turned supergrass in a case against two of the Netherlands’ most wanted suspects.

The shooting in broad daylight in quiet suburbia was seen as an attack on civil society, democracy and the rule of law.

“This is meant to frighten us,” warned public prosecutor Fred Westerbeke. “We must continue to use key witnesses otherwise we will get no further.”

Suddenly, the fears of a drug users’ paradise turning into a haven for drug crime and an economy undermined by it had burst into the open.

Shock at murder of Dutch lawyer in gangster case

“A few incidents over the last few years were like a sign on the wall,” explains Wouter Laumans whose bestseller, Mocro Mafia, is a story charting the rise of a new generation of criminals in Amsterdam.

“The signs were there that it could flow over from the underworld to the upper world, and now that has happened.”

Laumans lists a series of incidents as evidence of the escalating brutality:

– Two young boys killed in Kalashnikov shootout with bullets ricocheting off walls

– A mother murdered in front of her children

– A severed head outside a coffee shop

– The murder of a crown witness’s brother, Reduan B

– The murder of lawyer Derk Wiersum.

What is the ‘Mocro Mafia’?

“It’s street slang. Young Moroccans call each other ‘Mocro’,” says Laumans, who wrote the book with Marijn Schrijver.

“We came up with Mocro Mafia to encapsulate what the book was about. Now I see they’re using it in police reports. But it’s not only Moroccans. It’s about young boys growing up in areas of Amsterdam where tourists never go.

“It’s not canals, the Rijksmuseum, Van Gogh. It’s the housing estates. They don’t have the same opportunities. They are aspirational, they are looking for a career in the underworld.”

Organised crime ‘rotting society’

Even before Wiersum’s murder, a report commissioned by the mayor or Amsterdam in August described the capital as a “Valhalla for drugs criminals”.

The Netherlands wasn’t yet a narco-state but was in danger of becoming one, warned Justice Minister Ferd Grapperhaus.

Without firm intervention, he said, “you’ll get a minister standing here in dark glasses rather that someone simply giving democratic accountability”.

“We knew it was coming,” Jan Struijs told me. “Lawyers, mayors, police officers – we’ve all been threatened by organised crime. All the alarms have been sounding but the politicians have been naive. Now it’s rotting the concrete of our society.”

A few days later another Dutch lawyer, Philippe Schol, was shot in the leg in a drive-by shooting while out walking his dog near his home across the border in Germany.

One opinion poll suggested 59% of people believed the Netherlands was now a narco-state, in other words a country whose economy is dependent on the trade in illegal drugs.

It strikes me as ironic that in a bureaucratic nation that sends you a dog tax reminder or fine for an overdue parking payment in a flash, gangsters remain at large and gangland shootings erupt on a regular basis.

Arrest of the Netherlands’ most wanted

Then came a high-profile arrest in the Gulf this week.

Ridouan Taghi was detained entering Dubai on a fake ID and held under an international arrest warrant on suspicion of multiple murders and drug running.

Described by police as one of the world’s “most dangerous men”, the 41-year-old is suspected of ordering a string of “liquidations”, including the murder of Derk Wiersum.

Dutch prosecutors immediately sought his extradition, ahead of a major gangland trial in March 2020, and he was flown to the Netherlands late on Wednesday.

The “Marengo” case involves five murders and a series of attempted murders, including the brother of informant Nabil B.

Ridouan Taghi is believed to have been living in Dubai with his wife and six children.

Dutch police say his arrest followed intense international co-operation rather than a tip-off . A hundred detectives were involved and police chief Erik Akerboom said the arrest was “of great importance to the Netherlands”.

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“Taghi and his henchmen pose a threat to the rule of law. It is very important for us as police… to remove threats,” he said.

The following day, six people were picked up across the Netherlands on suspicion of money laundering and possessing drugs and firearms.

While the arrest of Ridouan Taghi was a success for Dutch law enforcement, Wouter Laumans doubts it’ll deter young people from aspiring to follow in his footsteps.

“It’s about opportunities in society. They’re no different from bankers or journalists, they want to make money. If you aren’t a good football player or don’t have the brains to wrestle yourself out of that world, this is their means. It’s not just a drug problem, it’s a social problem.”

How big is the Dutch drug problem?

The Netherlands has in a sense created the perfect environment for the drugs trade to flourish.

With its extensive transport network, its lenient drug laws and penalties, and its proximity to a number of lucrative markets, it is an obvious hub for the global narcotics flow.

Renowned writer Roberto Saviano, who chronicled the organised crime world of the Naples Camorra network, believes mafia influence in Amsterdam is even worse.

“There are clans from all over the world, because the Netherlands is one of the most important transit ports. They know whoever controls the Netherlands has one of the arteries of the global drug market,” he told the Volkskrant newspaper.

Billions and billions of euros are earned on the black market. Synthetic drugs with a street value of €18.9bn (£16bn; $22bn) were produced in the Netherlands in 2017.

Soft drugs have been imported from Colombia and North Africa for 30 years. Today a significant portion of synthetic drugs – MDMA, LSD, amphetamines, GHB and crystal meth – are produced in the Netherlands. In fact the country is considered a world leader.

Police union chief Jan Struijs highlights the speed at which these drugs are transported around the globe.

“On the day Donald Trump became president, the first distinctive orange ‘Trumpies’ ecstasy tablets were found in Schiphol; 24 hours later they were on sale in Australia.

“There are a lot of Mexicans helping to produce crystal meth in the Netherlands. You see a cocaine dump in Venezuela and Suriname, you see very low prices in Amsterdam, Liverpool and Manchester. Every gram you buy goes to organised crime and to funding these drug cartels.”

Where the Netherlands fits on the drugs map

South American drug lords started by shipping to West Africa. The drugs then went north over old smuggling lines from Morocco, and young Moroccans whose parents had moved to the Netherlands still had family connections and migration routes to tap into.

That is how police allege Ridouan Taghi made his fortune. He inherited or “gained control” of a smuggling line and started moving cocaine instead of cannabis – which generated more money, and violence.

While ringleaders often operate internationally, police fear they are able to use domestic influence to control contract killers who are becoming increasingly younger.

“Police understand but don’t have the means to intervene,” shrugs Jan Struijs, “It’s not only the budget cuts. Also youth prevention teams have gone. So young people are falling under the radar. Then suddenly we see them helping with liquidations.”

But does that mean that the Netherlands has turned into a narco-state?

“We don’t have bodies dangling from bridges,” argues Wouter Laumans, “but we do have corruption in the docks, violence against lawyers, threats to journalists. It definitely has some of the characteristics of a narco-state lite.”

If it does have such an unenviable status, it manifests itself mostly below the radar.

The Dutch economy may not be dependent or defined by the drugs industry, but that industry is exerting increasing influence on society.