Pubblicato in: Medio Oriente, Religioni, Senza categoria

Arabia Saudita. Una mutazione. Meno Wahhabismo e più Realpolitik.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-03-27.

Arabia Saudita 001

Siamo debitori al grande biologo de Vries della definizione del concetto di mutazione, parola spesso usata in modo improprio.

Treccani ce ne fornisce il significato biologico.

«In biologia, il fenomeno di variazione che si verifica nel genotipo di un individuo o a livello di un singolo gene (m. genica) o nella struttura dei cromosomi (m. cromosomica) o nel numero dei cromosomi (m. genomica): tale variazione è trasmissibile alle generazioni successive solo se si verifica nel nucleo dei gameti (m. germinale); quando riguarda invece cellule somatiche (m. somatica), i suoi effetti si riscontrano solo nelle linee cellulari in cui si è verificata».

Cerchiamo di comprendere meglio.

Il primo principio della dinamica ci assicura che “Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisca su di esso“. È il principio di inerzia.

Questo principio vale anche per il comportamento degli esseri umani, sia come singoli sia come comunità: si continua a comportarsi così come si era sempre fatto. Ciò va avanti fino al momento in cui ci si rende conto che la realtà è mutata, e che di conseguenza diventa mandatorio cambiare moduli mentali ed operativi.

L’individuo che emerge dalla mutazione genica è differente da quello che era prima. Anche se gli assomiglia, è sostanzialmente diverso.

I fenomeni mutazionali causano aprono sempre grandi problemi.

Intanto è necessario saperli individuare e prenderne atto per quello che sono: la tentazione di continuare a percepire e ragionare per inerzia come nel passato è sempre grande, ma foriera di errori speso anche grossolani.

Non è assolutamente detto che l’individuo mutato sopravviva: ciò avviene solo sotto la condizione che la mutazione lo abbia reso più capace di gestire il reale. In altri termini, alla fine del turmoil sopravvive la stirpe che si è adattata e scompare quella tetragona al cambiamento: la storia ci fornisce una lunghissima serie di popoli scomparsi per questo motivo.

Un errore di elevato riscontro è la tendenza umana a considerare il “nuovo” come se fosse per forza di cose “migliore” del vecchio. Mica è detto. Non solo: ciò che sulle prime sembrerebbe essere un ottimo evento molto spesso si dimostra essere controproducente nel tempo. Se così non fosse, nessuno farebbe degli errori. Ciò che sarebbe proficuo non sarebbe tanto il fatto di non errare, quanto piuttosto il cercare di non ripetere gli stessi errori. Pia speranza: la storia serve solitamente solo per poter constatare come si sia fatto un errore che sarebbe stato facilmente prevedibile.

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Le conseguenze di queste considerazioni, peraltro alquanto banali, sono però di interesse per le loro conseguenze.

L’intelligenza è la capacità di comprendere e gestire il nuovo.

La mutazione è dannosa e nociva se irrigidisce il sistema. Un caso storico da manuale è il realizzarsi di una mutazione in senso ideologico: lì per lì può anche risolvere molte problematiche, ma alla fine la sclerosi apodittica porta ad una certa catastrofe.

La mutazione è dannosa e nociva se complica inutilmente il sistema. Un esempio paramount sarebbe la rivoluzione francese. Nella Francia pre rivoluzionaria vigeva un corpo di leggi, regolamenti e trattati che affondavano le loro radici a partire dall’epoca merovingia: era un inestricabile groviglio di circa 120,000 (centoventimila) leggi a valore locale che impedivano la possibilità attuativa di una qualsiasi nuova legge nazionale. La rivoluzione francese, e questo fu l’unico suo merito, abolì di forza tutto il pregresso e decapitò con puntigliosa precisione tutti coloro che vi si erano opposti, più un buon numero per far buon peso. Dopo la rivoluzione fu possibile fare a livello nazionale leggi applicabili. Le leggi rivoluzionarie furono un esempio da manuale di quanto il “nuovo” possa anche essere ben peggio del “vecchio“. Il rogo di place Vendôme fu l’inizio della fine della rivoluzione: poi ci pensò Napoleone. Il 18 brumaio fece il colpo di stato e quindi si dedicò anima e corpo a macellare i sanculotti, con viva soddisfazione della gente. La Francia aveva quindi un unico detentore del potere e poté ripartire a prendersi il suo posto nella storia.

Nel sociale così come in politica, la storia mostra come possano sopravvivere solo le mutazione radicali e semplificative. Per dirla a soldoni grossolani, sono utili a lungo termine le mutazioni che destrutturano la organizzazione della Collettività, semplificandola, così come quelle che spazzano via i preconcetti ideologici rimpiazzandoli con sano senso pratico.

Così, mentre per i media liberal la mutazione araba sembrerebbe estinguersi nel fatto che le femmine guidino l’automobile, nei fatti essa si concretizza in meno Wahhabismo e più Realpolitik.

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Ciò premesso appare evidente come Moḥammad bin Salmān Āl Saʿūd, Principe ereditario, abbia posto in essere una mutazione semplificativa che si preannuncia essere di vasta portata.

Il Principe evidenzia il classico pragmatismo arabo.

Non ci ha pensato due volte ad iniziare la bonifica dei suoi parenti, amici, conoscenti e funzionari vari.

In altri tempi, ma non vorremmo ipotecare il futuro, l’egemone emergente assassinava tutti i suoi parenti. Oggi Salmān si è accontentato di farne arrestare undici.

L’offerta di Riad ai principi. Soldi e beni allo Stato in cambio della libertà

«La libertà in cambio di molto denaro. È quello che si starebbe negoziando in queste ore in quella prigione dorata che è diventato il lussuoso hotel Ritz-Carlton di Riad. Le autorità dell’Arabia Saudita starebbero infatti scendendo a patti con le decine di principi, funzionari e soprattutto uomini d’affari accusati di corruzione e arrestati il 4 novembre in una inedita e vasta ondata di detenzioni, passata alla storia come la notte dei lunghi coltelli.»

Il boia può attendere, tanto è sempre lì ad affilare la scimitarra. La pazienza degli arabi è proverbiale.

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Né si pensi che questo sia la fine della resa dei conti.

Re Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd al momento ci cresce come l’acqua nel vino.

Il Principe Muḥammad bin Nāyef Āl Saʿūd verosimilmente ha già iniziato a dire le preghiere della buona morte: lui è veramente di troppo. Mai nei millequattrocento anni di storia l’ex prediletto è sopravissuto al reale successore.

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La realtà mondiale è mutata, e così deve mutare anche l’Arabia Saudita.

In primis, l’Arabia Saudita ha la necessità impellente di provvedere alla propria difesa. Poi, magari, al momento opportuno potrà dedicarsi allo sterminio degli odiati vicini mediorientali. Ciò che è rimandato non è perso.

Arabia Saudita. Potrebbe sviluppare armamenti atomici.

«questions about whether the US-Saudi strategic partnership, historically built on the premise of trading American military might for Saudi oil, has become an anachronism»

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«In terms of the Washington agenda, there is a real opportunity for progress on a nuclear power agreement that benefits both parties»

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«Signing an accord which, like the Iran deal (JCPOA), does not require Riyadh to waive its uranium enrichment rights, would help the US check Russian inroads into the Kingdom’s energy market and boost its flagging nuclear power industry while allowing Saudi to exploit its considerable uranium deposits and conserve oil for export»

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«enables Riyadh to begin enriching uranium just as key JCPOA “sunset provisions” expire, would also give Iran added incentive to restrict its nuclear program to peaceful civilian applications»

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Tuttavia, nell’immediato e nel breve – medio termine l’abbandono dei preconcetti e l’assunzione del classico pragmatismo sembrerebbe aver preso il sopravvento. Ecco uno dei maggiori risultati della mutazione.

«MBS’s visit is likely to emphasize economics over politics»

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I rapporti politici sono labili e volubili, troppo soggetti alle umane concupiscenze e troppo spesso inquinate da velleitarismi utopici.

Privilegiare i legami economici su quelli politici è un pragmatismo benefico. I primi sono molto più facilmente quantizzabili e comprensibili rispetto ai secondi.

Poi, infine, si tenga conto come adesso in Medio Oriente si sia insediata militarmente la Russia mentre la Cina prosegue la colonizzazione diplomatica ed economica. Due presenze rassicuranti ma molto scomode.

Cina, nuovo leader mondiale dei Paesi mussulmani. – Al Arabiya


Al Arabiya. 2018-03-21. Saudi Crown Prince US visit likely to emphasize economics over politics

Saudi Crown Prince Mohammed bin Salman (MBS) arrives in Washington for the start of a two-week tour of the United States. His trip coincides with a Congressional push to end US support for the war in Yemen, considerable criticism of the Trump-Saudi relationship within policy circles, and questions about whether the US-Saudi strategic partnership, historically built on the premise of trading American military might for Saudi oil, has become an anachronism.

Within the context of these debates, fueled, in part, by intense political polarization in Washington, MBS’s visit is likely to emphasize economics over politics. This approach, if successful, will expand the scope and value of a 75-year-old partnership, which has always been bigger than oil-for-security.

Much of what the crown prince hopes to achieve will take place outside of Washington. After just three days in the capital, he will travel to New York, Boston, Silicon Valley, Los Angeles, and Houston. In these cities, MBS’s primary goal will be to cultivate, expand, and deepen ties with leading US financial, technology, entertainment, and energy companies in order to advance Saudi’s economic development and diversification plan, as laid out by Vision 2030.

In terms of the Washington agenda, there is a real opportunity for progress on a nuclear power agreement that benefits both parties. Signing an accord which, like the Iran deal (JCPOA), does not require Riyadh to waive its uranium enrichment rights, would help the US check Russian inroads into the Kingdom’s energy market and boost its flagging nuclear power industry while allowing Saudi to exploit its considerable uranium deposits and conserve oil for export. Following this deal with a Subsequent Arrangement that enables Riyadh to begin enriching uranium just as key JCPOA “sunset provisions” expire, would also give Iran added incentive to restrict its nuclear program to peaceful civilian applications.

Inking new deals

New deals in business or energy would expand on a relationship that has produced wide-ranging political and economic benefits for the US since 1945. During the Cold War, for example, Riyadh helped Washington topple the Soviet Empire by crashing oil prices (severely straining Moscow’s petroleum-dependent economy in the mid-1980s) and by matching CIA funding for the Afghan resistance dollar-for-dollar.

More recently, the horror of the September 11th attacks and the shocking discovery that Saudi citizens were involved, greatly embarrassed the Kingdom but also awoke its leadership to the threat posed by jihadi terrorism. In the years which followed, Saudi Arabia fought a vicious war against Al Qaeda and went after its sources of funding. The crown prince’s 2017 crackdown on religious extremism is vigorously expanding that fight into the realm of radical ideas.

Within the context of these debates, fueled, in part, by intense political polarization in Washington, MBS’s visit is likely to emphasize economics over politics.

Ali al-Shihabi

Today, even as the US reduces its dependence on oil imports, America’s robust military presence in the Persian Gulf safeguards the energy supplies of key European and Asian allies while giving Washington considerable influence over China’s energy lifeline. By continuing to insist on pricing oil in dollars despite Russian and Chinese pressure, Saudi has also helped maintain the greenback as the world’s reserve currency, reducing US Treasury borrowing costs.

This is not to say the relationship is without its difficulties. Within the corridors of Washington, the Kingdom has become a partisan football, chastised by many for its efforts to cultivate a close relationship with the Trump Administration despite the fact that, as the US’s junior partner, Riyadh has had little choice but to court every American president since Roosevelt.

The polarized political environment and US-Saudi variance, in terms of how best to approach the Yemen war, the Qatar crisis, and Israel-Palestine, has made a major breakthrough on any one of these issues unlikely.

War of necessity

Riyadh continues to see Yemen as “a war of necessity” preventing Iran-backed Houthi militias from becoming a new Hezbollah on the Kingdom’s southern border; the conflict will persist as long as the Houthis refuse a political settlement, as they did just last month. Despite some Congressional pushback, US “support” for the Saudi-led coalition is more symbolic than substantive, limited to midair refueling of Emirati jets and intelligence-sharing. If necessary, Riyadh could substitute the refueling services, but Washington’s intelligence-sharing has helped to minimize civilian casualties and collateral damage. Saudi will deliver aid for as long as the war continues but ending intelligence-sharing now only risks worsening the humanitarian situation.

For Riyadh, the Qatar embargo, a last attempt to undo two decades of Doha’s subverting its security, remains a sideshow. Judging by the alacrity with which Qatar is attempting to undo it, the embargo is clearly having a painful impact while costing Saudi, the UAE, Egypt, and Bahrain little. Consequently, none of the Arab Quartet seems very interested in US involvement or mediation.

As to the much-vaunted Israel-Palestine peace deal, Saudi leaders explicitly warned the Trump administration that relocating the US Embassy to Jerusalem would make any progress on the president’s proposed accord nearly impossible.

The crown prince’s trip reflects all of the promise and complexities of a multi-faceted relationship that has endured since the Second World War. Should his visit yield new economic or energy ties, it will further expand the US-Saudi partnership, even if little progress is made on the policy front.

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Pubblicato in: Armamenti, Cina, Medio Oriente, Problemi militari

Arabia Saudita. Potrebbe sviluppare armamenti atomici.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-03-21.

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مبررات القنبلة النووية السعودية


Saudi Crown Prince slams ‘harmful’ Iran for sheltering Osama bin Laden’s son [Full Video]

«Saudi Crown Prince Mohammed bin Salman’s highly-anticipated interview on CBS’s 60 minutes aired on Sunday night in which the young royal spoke on a wide-range of topics, including the link between al-Qaeda and Iran.

The television interview, the first in which he is addressing an American audience, was broadcast two days before the crown prince’s meeting with US President Donald Trump in Washington.

Co-host of CBS This Morning Norah O’Donnell bagged the exclusive interview, in which the crown prince said the son of former al-Qaeda leader Osama bin Laden is being supported by Iran. 

“Unfortunately, Iran is playing a harmful role. The Iranian regime is based on pure ideology. Many of the Al-Qaeda operatives are protected in Iran and it refuses to surrender them to justice, and continues to refuse to extradite them to the United States. This includes the son of Osama bin Laden, the new leader of Al-Qaeda. He lives in Iran and works out of Iran. He is supported by Iran,” Prince Mohammed said.

He also said that Saudi Arabia would build its own nuclear capabilities “immediately” if Iran develops a bomb.»

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Allo stato attuale della scienza e della tecnica, qualsiasi paese che abbia qualche ragionevole disponibilità economica è in grado di progettare e costruire un ordigno nucleare.

Se entrare nel novero delle superpotenze atomiche richiederebbe molto tempo ed investimenti mastodontici, perché ordigni atomici senza adeguati vettori e tutto il relativo supporto logistico sarebbero virtualmente inutili, arrivare ad avere un qualche armamento atomico ad uso locoregionale è diventato accessibile a molti.

Nel Medio Oriente l’Iran sta cercando di sviluppare una sua bomba atomica. Si dice, ma non esiste al momento alcuna conferma ufficiale, che Israele abbia da tempo simili armi.

L’iniziativa iraniana è comprensibile, ma occorre prendere atto che altera i già labili equilibri locoregionali.

Sono quasi millequattrocento anni che gli arabi odiano gli iraniani e tutti i loro vicini, adeguatamente ricambiati.

Sunniti, sciiti e wahabiti si odiano cordialmente ed al di là delle buone maniere diplomatiche, se potessero si sterminerebbero dal primo all’ultimo.

Poi, quasi che non fosse sufficiente, oltre a detestarsi per motivi politici e religiosi, è in corso una lotta all’ultimo sangue per il controllo dei bacini idrici e dei campi petroliferi.

Studiare il Medio Oriente è cosa desolante: ma siccome al peggio non c’è mai limite, si dovrebbero anche considerare le ambizioni politiche, economiche e militari delle superpotenze, che di fatto si stanno fronteggiando in quella regione in una lotta all’ultimo sangue.

Arabia Saudita. Un progetto da 500 miliardi.

Cina ed Africa. Una politica di rapporti internazionali paritetici.

Merkel. Una gran brutta figuraccia in Arabia Saudita.

L’Unione economica eurasiatica accoglierà l’Iran dal febbraio 2018.

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«Saudi Arabia held talks with China around six months ago to establish a nuclear infrastructure for peaceful purposes»

Se un cinico constatasse come solo una guerra distruttiva e massacrante potrebbe, forse, risolvere la situazione attuale, verosimilmente direbbe un qualcosa non molto lontano dalla verità.

Sotto queste considerazioni risulta chiaro il messaggio lanciato dal Principe Ereditario Mohammed bin Salman:

«Saudi Arabia will develop nuclear weapons if Iran builds a nuclear bomb».

Sempre una persona cinica ma raziocinante arriverebbe a concludere che l’unico modo di conservare uno straccetto di pace, nome pomposo per una realtà ove la gente non si ammazzi su scala industriale, sarebbe quella di cercare di mantenere equilibri politici e militari in termini ragionevolmente accettabili.

Infine, cinico o disincantato, si dovrebbe ammettere come i trattati siano meri pezzi di carta, che valgono solo ed esclusivamente se supportati a garantiti da eserciti pronti, agguerriti, e soprattutto in equilibrio.


Al Arabiya. 2018-03-19. Saudi nuclear bomb justifications.

Saudi Crown Prince Mohammed bin Salman dropped a bombshell when he said Saudi Arabia will develop nuclear weapons if Iran builds a nuclear bomb. Before this week, Saudi Arabia’s strategy was either based on not letting Iran develop nuclear weapons, via international negotiations and pressure, or depending on the international community – which we know is not reliable – to deter it.

Saudi policy has now changed. Prince Mohammed bin Salman chose CBS to announce the kingdom’s new policy before meeting with US President Donald Trump. His statements had tangible consequences in Washington whose stances are usually divided. The crown prince’s task to convince legislators in the Congress and the different political powers in Washington will be difficult.

Washington’s approval to let Saudi Arabia develop nuclear weapons is almost impossible especially that some countries, like Israel, oppose this. However, the prince linked this to Iran’s attempt to build its own nuclear weapons. This resembles the Pakistani scenario with India.

Deterrence

The new Saudi policy conveys to the Europeans and the Americans, particularly those who seem lenient towards Iran, that they must understand that Riyadh will not settle with any guarantees if Iran develops its nuclear weapons and that it will do the same within the context of balance of deterrence.

First of all, we must ask, is Saudi Arabia capable of building a nuclear bomb?

No one can confirm that. However, the kingdom does have scientific competencies. This year, it will set up projects related to reactors, factories and infrastructure to develop its nuclear capabilities for peaceful purposes. What distinguishes Saudi Arabia from Iran here is that it has uranium in its desert. Therefore, the kingdom does not need to buy it, and it has actually adopted a plan to extract it for development projects that are part of Vision 2030.

The second question is how will Saudi Arabia confront international opposition and possible political risks?

I do not think Riyadh will take this step to develop nuclear weapons without the approval of the concerned superpowers which cannot ignore the fact that Iran targets Saudi Arabia and that the former has reached an advanced stage of readiness to build nuclear weapons. If Tehran decided to enrich uranium and resume its nuclear project for military purposes, the crown prince’s statement will thus be justified.

Those who oppose the crown prince are not just in Iran but also in Washington itself. US Senator Ed Markey, also member of the US Senate Committee on Foreign Relations, immediately responded to the prince’s statements and said: “Saudi Arabia’s crown prince has confirmed what many have long suspected—nuclear energy in Saudi Arabia is about more than just electrical power, it’s about geopolitical power,” adding: “The United States must not compromise on nonproliferation standards in any 123 agreement it concludes with Saudi Arabia.” Opponents have noted that Saudi Arabia refuses to sign the “gold standard” or the “123 agreement” which guarantees that it does not enrich uranium and does not reproduce plutonium.

It’s worth noting that a week before the crown prince kicked off his tour in the US, the kingdom announced that it approved its national policy of the atomic energy program and confirmed its commitment to international agreements and the principle of transparency while emphasizing the program aims to serve peaceful purposes. The prince’s recent statements ahead of his travel to Washington prepared everyone there to understand that keeping silent and being lenient with Iran, thus allowing it to produce nuclear weapons, will mean that Saudi Arabia will do the same and possess a nuclear bomb. His statements may be looked at from two angles. The first one is that Saudi Arabia does not intend to develop nuclear weapons if Iran commits not to, and the second one is that the prince is warning of being lenient with Tehran because he will thus develop nuclear weapons to defend his country and create “a balance of terror.”
Everyone takes Prince Mohammed bin Salman’s statements seriously. In addition to announcing its national policy of the atomic energy program, Saudi Arabia held talks with China around six months ago to establish a nuclear infrastructure for peaceful purposes. This will probably be among the topics he will address in Washington. Discussing these matters will not be easy due to all those skeptics who doubt Saudi Arabia’s aims and intentions. These skeptics have two choices, to either work seriously to prevent Iran from building nuclear weapons – in this case Saudi Arabia and the world will not sense nuclear threats – or approve Saudi Arabia’s right of readiness to possess weapons like Iran’s. Iran is headed by an extremist fascist and religious regime which may use any nuclear weapons it builds to attack its rivals. Even if it does not directly use these weapons, it will exploit them to blackmail the region and the world and it will threaten to use them to achieve its expansive activities it’s currently endeavoring.

 

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Medio Oriente, Stati Uniti, Trump

Trump, Putin ed i media americani. – Al Arabiya.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-03-15.

Maccari Cesare. Catilina. 1880.

«cui prodest scelus, is fecit»


«Cui prodest? (lett. “a chi giova?”), a volte resa anche come cui bono? (“chi ne beneficia?”), è una locuzione latina utilizzata nel discorso come elemento retorico per domandarsi chi sia l’effettivo beneficiario di una determinata azione o evento

L’espressione cui bono? fu coniata da Lucio Cassio Longino Ravilla, durante il processo a Marco Emilio Lepido Porcina, con la quale egli si chiedeva quale fosse il vero beneficiario di un’azione imputata ad una certa persona.

La locuzione fu ripresa più tardi da Cicerone, nella orazione Pro Milone, e nella Pro Roscio Amerino.

Le stesse parole vengono pronunciate da Medea nell’omonima tragedia di Seneca. Ai versi 500-501 ella afferma: “cui prodest scelus, is fecit“, cioè “colui al quale il crimine porta vantaggi, egli l’ha compiuto”» [Fonte]

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Quando a distanza di lungo tempo, talora anche oltre il secolo, si aprono gli archivi segreti emergono verità sconcertanti su come e perché molti personaggi abbiano agito. E tutto diventa immediatamente chiaro.

Un caso eclamptico è quello di Mr Kim Philby, un agente segreto britannico, che acquisì la cittadinanza sovietica nel 1963. Da sempre comunista, fu al servizio dell’NKVD e del KGB dall’interno del Military Intelligence e del corpo diplomatico del Regno Unito: fu, per due anni, a capo della sezione controspionaggio R5 del Secret Intelligence Service (SIS). Fu poi trasferito come capo della stazione MI6 in Turchia e, in seguito, fu ufficiale di collegamento per l’intelligence SIS presso l’Ambasciata britannica a Washington.

Ma il Papiro Giuridico ci narra anche della regina Tiye che sgozzò il Faraone Ramesse III. Pagò poi con la vita il suo amore straniero.

Erano personaggi della massima rilevanza politica e sociale, al soldo di stranieri per convinzioni ideologiche oppure per mera corruzione, brama di ricchezza. Si presentavano come fedeli servitori dello stato proprio mentre lo tradivano.

* * * * * * *

Al Arabiya si pone, come tantissimi altri, il problema del comportamento dei media americani controllati dai liberal democratici: stanno facendo di tutto tranne che gli interessi degli Stati Uniti. Secondo la regola del cui prodest, sembrerebbero essere al servizio del Kremlin, come Mr Philby.

«Any observer of US left-wing media outlets will be aware that it can be so opinionated that it could go the extent of threatening national security»

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«What this media has been doing in the past two years against Trump serves the interest of Russia»

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«Whether knowingly or unknowingly, it has promoted Russian influence which has been able to penetrate more than 16 US security agencies, including the CIA and FBI»

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«Putin must be thrilled by watching the crisis between Trump and the media»

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«The American media, which has long worried Russia and the Soviet Union, is now targeting the US president, instead of attacking the US’ enemies»

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«The Left media is contributing to disrupting President Trump’s work and to supporting and strengthening US’ fierce opponent, Vladimir Putin»

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«Al Arabiya is a Saudi-owned pan-Arab television news channel broadcast in Modern Standard Arabic. The channel is based in Dubai and is regarded as a competitor to Al Jazeera. ….

the channel is based in Dubai Media City, United Arab Emirates, and is owned by Saudi broadcaster Middle East Broadcasting Center (MBC). ….

Some believe that Al Arabiya was created to be a direct competitor of the Qatar-based Al Jazeera.»

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Constatiamo un fatto, senza cercare di darne una interpretazione.

Con regolarità che sembrerebbe essere una regola fissa, gli articoli in materia di rapporti internazionali precedono quasi invariabilmente in Al Arabiya gli accadimenti preconizzati.

In verità sono dei veri e propri veggenti.

Un esempio?

Israel’s Mossad to apologize for using UK passports

«The Israeli intelligence agency, Mossad, will apologize for using British passports in the murder of a Hamas commander this year in Dubai, the Daily Telegraph reported Sunday quoting Israeli sources.

The newly appointed Mossad chief Tamir Pardo will promise the UK’s foreign secretary, William Hague, and the home secretary, Theresa May, never to allow Israel’s spies to use British passports during operations abroad, the paper reported.»


Al Arabiya. 2018-03-11. The US media and the Russian Caesar

Any observer of US left-wing media outlets will be aware that it can be so opinionated that it could go the extent of threatening national security. What this media has been doing in the past two years against Trump serves the interest of Russia. Whether knowingly or unknowingly, it has promoted Russian influence which has been able to penetrate more than 16 US security agencies, including the CIA and FBI, and also intervened in the course of the 2016 US elections.

Trump’s travails

This does not mean that Trump has been free of mistakes whether in dealing with Russian intervention or over the media issue. His stubbornness and ego have partly contributed to the problem. However, the crisis has clearly exposed how extreme the leftist media is, which has often accused the right-wing media of extremism!

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Putin must be thrilled by watching the crisis between Trump and the media. The American media, which has long worried Russia and the Soviet Union, is now targeting the US president, instead of attacking the US’ enemies

Ahmad al-Farraj

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Putin must be thrilled by watching the crisis between Trump and the media. The American media, which has long worried Russia and the Soviet Union, is now targeting the US president, instead of attacking the US’ enemies. Trump’s problem with the Russians is complicated, as Russia’s involvement in the last US elections has been proven by US security services, but they have not been able to prove that Trump had anything to do with it. Meanwhile the Leftist media is trying to implicate him by any means in order to start impeachment proceedings against him. As Trump was a billionaire since early childhood, he is used to having the upper hand. He does not take the attack of the media against him lightly. Therefore, he has decided to taunt the media, which has exacerbated the problem and almost about to disrupt the work of the US administration.

Why so soft on Russia

Thomas Friedman, a columnist in the New York Times which is considered Trump’s fiercest critic, has raised aspersions at Trump’s non-confrontationist approach towards Russia, particularly on the issue of its interference in the US’ most important matter of democracy. Friedman cited some media reports that Russia possesses a scandalous tape of Trump during one of his stays at a Moscow hotel when he was organizing the Miss World contests, which implies that Trump is probably facing Russian blackmail. This accusation cannot be confirmed nor denied as it might be fabricated by Trump’s adversaries. Probably, Trump believes that good relations with Russia may facilitate resolving current issues between the two countries and resolve several international issues and crises.

The Left media is contributing to disrupting President Trump’s work and to supporting and strengthening US’ fierce opponent, Vladimir Putin. So for how long would this absurdity go on?

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Dr Ahmad al-Farraj is a Saudi writer with al-Jazirah daily. He holds a Masters degree in literature from the University of Indiana and a PhD in Linguistics from the University of Michigan. He was the Dean of the Arabic Language Institute in King Saud University and a member of the university’s council. He tweets under @amhfarraj

Pubblicato in: Medio Oriente, Problemia Energetici

Mediterraneo e giacimenti gas. Pericolo di una guerra.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-22.

2018-02-20__Mediterraneo__001

Il Mare Mediterraneo orientale ha almeno quattro grandi giacimenti di gas: Zohr, Aphrodite, Leviathan e Tamar.

A disgrazia dell’umanità, questi giacimenti sono alquanto vicini e sono quasi equidistanti da Cipro, Israele ed Egitto.

2018-02-20__Mediterraneo__002

Il diritto internazionale ha approntato svariate definizioni del problema.

Col termine acque territoriali o mare territoriale si considera in diritto internazionale quella porzione di mare adiacente alla costa degli Stati; su questa parte di mare lo Stato esercita la propria sovranità territoriale in modo del tutto analogo al territorio corrispondente alla terraferma. Si distinuono le acque territoriali fino a 12 miglia nautiche dalle coste e le acque di zona continua, tra le 12 e le 24 miglia marine dalle coste.

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Nel 1958 si tenne la Convenzione di Ginevra sul mare territoriale e la zona contigua, la quale si estende per 200 miglia nautiche dalle coste: zona economica esclusiva.

Nel 1982 prese luogo la Convenzione di Montego Bay.

La zona economica esclusiva, talvolta citata con l’acronimo ZEE, è un’area del mare, adiacente le acque territoriali, in cui uno Stato costiero ha diritti sovrani per la gestione delle risorse naturali, giurisdizione in materia di installazione e uso di strutture artificiali o fisse, ricerca scientifica, protezione e conservazione dell’ambiente marino.

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I giacimenti in oggetto distano in termini medi 100 km da Cipro, altrettanti dal Libano, poco meno di 200 km da Israele e 330 km dall’Egitto.

Ciascuno di questi quattro stati vorrebbe avere l’esclusiva per lo sfruttamento di questi giacimenti e mal sopporta l’idea di dover spartire queste risorse con altri.

Ma il problema si complica ulteriormente quando si pensa che il gas estratto deve essere portato agli utilizzatori tramite un qualche gasdotto.

Una possibile soluzione sarebbe il trasporto di gas liquefatto, Lng: servono però stazioni di liquefazione e di deliquefazione, nonché un qualche gasdotto che dai giacimenti marini porti ad una qualche terra.

La soluzione più ragionevole potrebbe essere un gasdotto che convogli l’estratto al continente europeo, maggiore utente in senso assoluto. Una variante potrebbe essere il collegamento da Cipro alla Turkia, per essere di lì immesso nella rete continentale. Una seconda variante politicamente più gradita a molti sarebbe un gasdotto marino che toccasse Creta, quindi la Grecia per confluire alla fine in Italia.

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Come facilmente si comprende, il problema non è tecnico bensì politico. Tutti gli stati presi in considerazione hanno severe remore reciproche gli uni verso gli altri. Ma oltre alle comuni diffidenze, sotto la cenere permane una brace di odi ricambiati e feroci.

Poi, come se già questo non fosse ancora sufficiente, questo comparto geopolitico è teatro di aspro confronto tra Stati Uniti e Russia.

È un gran bel problema, per la cui risoluzioni si entono voci al momento ancora sussurrate di una guerra che sia risolutrice.


La Stampa. 2018-02-19. Giacimenti di gas, il Mediterraneo orientale è a un bivio: pace economica o nuovi conflitti.

Le guerre sotto gli occhi di tutti e le crisi meno note a livello globale. Come sono iniziate? Chi è coinvolto? Quali gli scenari futuri? Rispondiamo a queste domande nell’approfondimento realizzato con l’European Council on Foreign Relations e la Compagnia di San Paolo.

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Affidarsi «alle mediazioni internazionali» anziché alle politiche di potenza nazionali perché le scoperte di giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale portino a una «pace economica» e non a una nuova guerra. Per Tareq Baconi, analista dell’ECFR per il Middle East and North Africa programme, la regione è a un bivio. Se imbocca la strada giusta gli Stati avranno più risorse per lo sviluppo interno, saranno «costretti» a riavvicinarsi e a collaborare, almeno a livello tecnologico, e l’Europa potrà trovare nuove fonti di approvvigionamento che la renderanno meno dipendente dal metano russo. Altrimenti potrebbe essere un disastro. Un primo segnale negativo è arrivato dal blocco da parte della marina militare turca della nave dell’Eni Saipem 12000 che si apprestava a cominciare le prospezioni per il giacimento Calypso di Cipro. 

Come possono essere risolte queste tensioni, la competizione fra Stati, alcuni formalmente ancora in guerra, per le nuove risorse?  

«La strada maestra sono le mediazioni internazionali. Le prove di forza non portano da nessuna parte. Affidarsi a istituzioni sopra le parti significa arrivare ad accordi, trattati, regolamenti internazionali che alla fine garantiscono tutti. Non bisogna esagerare la ricaduta di uno sviluppo in questo senso ma di sicuro l’Ue ha l’opportunità di agire su più fronti: spingere per maggiori riforme in Egitto, mediare nella disputa sui confini marittimi fra Libano e Israele, far ripartire i colloqui fra Turchia e Cipro, dare l’opportunità ai palestinesi di avere accesso a proprie risorse naturali». 

Le tensioni fra Turchia e Cipro sono però di nuovo ai massimi. C’entra anche la competizione fra diversi progetti di gasdotti, verso la costa turca o verso quella greca?  

«Queste tensioni vanno viste in un contesto più ampio. Il progetto di un gasdotto che parta dai giacimenti israeliani, in particolare il Leviathan, e arrivi in Turchia incontra fortissimi ostacoli. C’è la disputa fra Turchia e Cipro e c’è quella sul confine marittimo fra Israele e Libano. Nel 2010, quando sono cominciate le scoperte nel Mediterraneo orientale, le aspettative per l’esportazione di gas erano altissime, forse sopravvalutate. Il Leviathan, scoperto cinque anni fa, non è ancora entrato in produzione. Lo Zohr, in Egitto, andrà invece ad alimentare il mercato interno. Aphrodite, poco distante nelle acque cipriote, ha subìto per ora la stessa sorte di Leviathan. Soltanto nuove scoperte vicino alla costa di Cipro, come il giacimento Calypso da parte dell’Eni, potranno far cambiare le cose. Ma insisto, la nostra raccomandazione è per una mediazione internazionale, a livello Ue o dell’Onu. Un primo esempio potrebbe essere proprio per la disputa sulle acque territoriali fra Israele e Libano». 

Che impatto prevede per il mercato globale, l’Europa ne potrà trarre vantaggio?  

«In prospettiva globale, le riserve nel Mediterraneo orientale sono modeste. È possibile che tutte le scoperte in questa area finiscano per alimentare i mercati interni, in forte crescita, come è successo in Israele e succederà in Egitto. Anche la Giordania e i Territori palestinesi sono possibili sbocchi. Per quanto riguarda la sicurezza energetica, l’Europa si trova in questo momento in una posizione migliore di quel che sembra. Ha molte opzioni disponibili per diversificare le sue fonti. Può puntare sulle energie rinnovabili all’interno e ridurre la dipendenza da combustibili fossili, ha davanti a sé un mercato del gas metano liquido (Lng) in rapida espansione». 

Ma il trasporto del gas liquido non costa di più rispetto a quello con i tradizionali gasdotti?  

«Dipende dalla provenienza. Il gas liquido (Lng) proveniente dal Qatar ha un prezzo minore di quello che proviene dall’America, che si sta affacciando ora sul mercato. Prevediamo che il Qatar avrà un ruolo molto importante con il suo Lng nel futuro». 

Resta la forte dipendenza dell’Ue dalle importazioni da zone ad alta conflittualità, la Russia, il Golfo.  

«In realtà né la Guerra Fredda né il recente conflitto in Ucraina hanno interferito nelle importazioni dalla Russia. Anche lo scontro all’interno dei Paesi del Golfo, con l’isolamento del Qatar, non ha avuto conseguenze sul traffico delle navi gasiere». 

Pubblicato in: Armamenti, Medio Oriente

Siria. Dopo il Su-25 adesso è un F16 israeliano ad essere abbattuto.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-10.

Syria 2018-02-10

Come per il caso del Su-25 abbattuto la settimana scorsa, anche adesso che è stato abbattuto un F16 israeliano le polemiche infuriano. Tutte le parti in causa si accusano vicendevolmente di ogni possibile nequizia, e spesso qualcosa di più.

Solo sull’unico elemento che sta emergendo quasi nessuno osa parlarne.

I mezzi di difesa antiaerei hanno avuto negli ultimi decenni sviluppi tecnici impressionanti.

Al momento attuale un razzetto portatile a spalla, del valore di poche decine di migliaia di dollari, può abbattere un aeroplano del valore di venti – trenta milioni di dollari.

E non si tratta solamente di un gradiente economico incredibilmente elevato.

I tempi di costruzione di un missile terra – aria del tipo impiegato si aggirano sulla settimana lavorativa, mentre quelli di un aeroplano da combattimento sui due anni.

Il tempo necessario per addestrare un fante all’uso del missile terra – aria non supera la giornata, mentre la formazione di un pilota da caccia richiede dai tre ai sei anni.

In altri termini, in caso di conflitto, le rispettive aviazioni sarebbero in breve decimate nei mezzi e nei piloti, e si tornerebbe a modalità combattive dell’era pre – aeronautica.

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Ci si pensi bene, molto bene.

Questa è una realtà di cui è necessario prendere atto.

L’illusione che la guerra vera sia assimilabile ai video games è sempre dura a morire, ma sul campo di battaglia è morta, e da un bel pezzo.


Il pilota abbattuto in Siria nel Su-25 non attendeva la minaccia

«Il Su-25 russo è stato abbattuto a Idlib da un MANPADS, il pilota russo, probabilmente a bassa quota, non sapeva che in questa zona di distensione potevano verificarsi minacce per la sicurezza.

Lo ha detto il presidente dell’Accademia dei problemi geopolitici, il dottore in scienze militari Kostantin Sivkov. In precedenza il ministero della Difesa russo ha dichiarato che il caccia russo Su-25 è stato abbattuto da un MANPADS nella provincia siriana di Idlib, il pilota è morto in combattimento con i terroristi. Successivamente, le Forze Armate russe hanno attaccato i miliziani di Al-Nusra a Idlib, eliminando più di 30 terroristi.»

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«Le apparecchiature radar dell’aereo non possono tenere traccia dell’attacco di armi portatili terra-aria di tipo “Stinger” o “Igla”, il puntamento è passivo, non emettono segnali. L'”Igla” si può usare a tre chilometri e, quindi, il Su-25 è volato a bassa quota, il che suggerisce che il pilota pensava si trattasse di una zona di sicurezza, che nessuno sparasse»

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Israeli warplane crashes amid cross-border escalation with Syria

An Israeli jet has been downed by Syrian anti-air fire after Israel intercepted an Iranian drone launched from Syria. The incident is one of the most serious involving Israel, Iran and Syria amid the Syrian civil war.

Israel planes on Saturday carried out attacks on “Iranian targets” in Syria after intercepting a drone, with one F16 fighter downed by heavy anti-aircraft counter fire, a military spokesman said.

Israeli military spokesman Jonathan Conricus wrote on Twitter that the plane had crashed in Israel but that the pilots were safe, saying that the incident occurred as Israeli forces attacked the “Iranian control systems in Israel” responsible for the launch of the drone.

Israeli police said the F16 crashed in the Jezreel Valley in northern Israel. The pilots were taken to hospital for treatment, according to the military, with one seriously wounded and the other lightly.

In a separate statement, the military said that a “combat helicopter successfully intercepted an Iranian UAV that was launched from Syria and infiltrated Israel.”

It said it had carried out “large-scale” attacks on at least a dozen Iranian targets in Syria in response to the drone’s intrusion into Israeli airspace.

Mutual blame game

The Syrian state news agency SANA quoted an unidentified military source as saying Syrian forces had responded with anti-aircraft fire to an Israel act of “aggression” against a military base and that more than one Israeli plane had been hit.

The Israeli military insists that only one plane was affected.

Israel’s targeting of an Iranian site in Syria marks an escalation in military action involving the three countries and is one of the most serious incidents of its type since the Syrian civil conflict began eight years ago.

Iran and its Lebanese militia ally, Hezbollah, are both major players in Syria’s multi-faceted civil war, while Israel has experienced spillover violence from the fighting; shooting down several drones that have tried to infiltrate its territory among other things.

Israel has of late been warning of increased Iranian involvement along its border in Syria and Lebanon, fearing that Iran could use Syrian territory as a base for attacks.

Israeli missiles also this week targeted a Syrian military research center near Damascus.

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Medio Oriente, Problemia Energetici

Egitto. L’Eni ha già avviato la produzione dal campo Zohr.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-05.

Zohr Egitto giacimento-eni-zohr

«Eni ha avviato “in meno di 2 anni e mezzo, un tempo record per questa tipologia di giacimento”, la produzione nel giacimento di Zohr»

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«La scoperta, che si trova nel blocco di Shorouk, nell’offshore dell’Egitto a circa 190 chilometri a nord di Port Said, ha un potenziale di oltre 850 miliardi di metri cubi di gas in posto (circa 5,5 miliardi di barili di olio equivalente)»

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«la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel Mar Mediterraneo e sarà in grado di soddisfare parte della domanda egiziana di gas naturale per i prossimi decenni»

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«è la testimonianza del successo del Dual Exploration Model di Eni, adottato dalla società dal 2013. Questo approccio si basa su un principio semplice: mentre si accrescono le riserve di idrocarburi attraverso i successi esplorativi, si trae vantaggio dalla monetizzazione anticipata ottenuta attraverso la cessione di quote di minoranza, mantenendo comunque il controllo e l’operatorship dell’asset»

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«Eni ha il 60% nella concessione Shorouk, Rosneft il 30% e BP il 10%. La società è co-operatore del progetto attraverso Petrobel, detenuta pariteticamente da Eni e dalla società di stato Egyptian General Petroleum (EGPC), per conto di Petroshorouk, società detenuta pariteticamente da Eni e Egyptian Natural Gas holding Company»

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Eni è una grande società, con ottime capacità operative ed un dirigenza di primo livello.

Per sua disgrazia ha sede sociale in Italia, ove è sottoposta ad un regime fiscale molto elevato rispetto alle altre grandi compagnie petrolifere. Handicap non da poco, specie se coniugato con le bramose voglie di molte componenti politiche che avrebbero avuto più che voglia di colonizzarla a fini espoliativi.

Tutta l’operazione sul campo Zohr alla fine potrebbe rendere l’intero Egitto quasi autosufficiente dal punto di vista energetico. Si tenga anche presente come l’Egitto si stia apprestando ad entrare nel nucleare.

Egitto. Impianto Nucleare russo di Al Dabaa funzionante per il 2022.

Aspetto questo di non poca rilevanza, che verosimilmente potrebbe costituire una svolta nelle prospettive di politica estera di questo grande paese, a cavaliere tra Mare mediterraneo ed Oceano Indiano, nonché proprietario del Canale di Suez.


Camera Cooperazione Italo – Araba. 2017-12-20. Eni avvia in tempi record la produzione di gas nel giacimento di Zohr

Eni ha avviato “in meno di 2 anni e mezzo, un tempo record per questa tipologia di giacimento”, la produzione nel giacimento di Zohr. La scoperta, che si trova nel blocco di Shorouk, nell’offshore dell’Egitto a circa 190 chilometri a nord di Port Said, ha un potenziale di oltre 850 miliardi di metri cubi di gas in posto (circa 5,5 miliardi di barili di olio equivalente). Lo rende noto la società in una nota in cui ricorda che Zohr, scoperto ad agosto 2015, “rappresenta la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel Mar Mediterraneo e sarà in grado di soddisfare parte della domanda egiziana di gas naturale per i prossimi decenni”.

Zohr – sottolinea il gruppo petrolifero – “è uno dei 7 progetti record di Eni, caratterizzati da sviluppo e messa in produzione in tempi rapidi. Eni ha il 60% nella concessione Shorouk, Rosneft il 30% e BP il 10%. La società è co-operatore del progetto attraverso Petrobel, detenuta pariteticamente da Eni e dalla società di stato Egyptian General Petroleum (EGPC), per conto di Petroshorouk, società detenuta pariteticamente da Eni e Egyptian Natural Gas holding Company.

Eni – ribadisce il gruppo – è presente in Egitto dal 1954, dove opera attraverso la controllata IEOC Production BV. La società è il principale produttore del paese con una produzione equity pari a circa 230.000 barili di olio equivalente al giorno. Zohr – conclude la nota – “è la testimonianza del successo del Dual Exploration Model di Eni, adottato dalla società dal 2013. Questo approccio si basa su un principio semplice: mentre si accrescono le riserve di idrocarburi attraverso i successi esplorativi, si trae vantaggio dalla monetizzazione anticipata ottenuta attraverso la cessione di quote di minoranza, mantenendo comunque il controllo e l’operatorship dell’asset.

Conducendo in parallelo le fasi di esplorazione, di appraisal e di sviluppo, il time-to-market è più rapido e c’è una riduzione dei costi per la messa in produzione delle scoperte e un cash flow anticipato. Questa combinazione vincente – spiega Eni – ha permesso alla società di generare tra il 2014 e il 2017 circa 9 miliardi di dollari dalle attività di esplorazione”

Pubblicato in: Medio Oriente

Cipro. A metà scrutinio Anastasiades 56%, Malas 44%. – Aljazeera

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-04. h 18:45.

Cirpo 001

Essendo state scrutinate circa la metà delle schede, Nicos Anastasiades conduce su Stavros Malas per 56% contro 44%.

Le previsioni sembrerebbero aver centrato esattamente il risultato.

Cipro. Presidenziali. Anastasiades 35.5%, Malas 30.3%. Secondo turno il 4 febbraio.

«Cipro è la terza isola per estensione del Mar Mediterraneo (dopo Sicilia e Sardegna), Stato membro dell’Unione europea dal 1º maggio 2004 e del Commonwealth dal 13 marzo 1961.

È situata a sud della penisola anatolica (70 km), a breve distanza dalle coste del Vicino Oriente (100 km). Il suo territorio è diviso in due dalla linea verde, che separa i territori governati dalla Repubblica di Cipro da quelli de facto sotto il potere della Repubblica Turca di Cipro Nord. Una parte del territorio è sotto giurisdizione del Regno Unito: si tratta delle basi militari di Akrotiri e Dhekelia (2,8% del territorio).»

Piccolo quanto si voglia, sinistrato quanto si voglia, ma il legale rappresentante del Governo di Cipro siede nel Consiglio di Europa e vota.

Un voto sicuramente pilotato da tutte quelle componenti che sono impegnate nel suo risanamento economico: inutile dire come Cipro sia ricattabile e ricattato.


Aljazeera. 2018-02-04. Cyprus election: Anastasiades wins presidential race

Nicosia, Cyprus – Nicos Anastasiades has won a second five-year term as president of the Republic of Cyprus, official results have shown.

With nearly all of the votes counted, the incumbent conservative secured 56 percent, comfortably ahead of its rival Stavros Malas, a leftist-backed independent, on 44 percent.

Anastasiades is expected to pick up the pieces of a suspended peace process on the ethnically split island, as well as oversee the economic recovery of a country still bouncing back from a crippling financial crisis.

Initial exit polls had put support for Anastasiades at an average of 56.5 percent, within a range of 54.5 percent to 59.5 percent.

‘Cause for optimism’

Anastasiades’s win sparked scenes of joy in his campaign headquarters in the centre of the capital, Nicosia.

“The result is a cause for optimism for the future,” Ioannis Hasikos, a 35-year-old lawyer, said.

“Over the past five years, the country achieved stability and people have decided to continue on the same path.”

Anastasiades ran a campaign emphasising the recovery of Cyprus’s economy from the state of near collapse it was in during the first days of his presidency after taking over from the communist party AKEL in 2013.

In 2016, the country succefully exited a tough, three-year international programme that saw it implementing tough economic measures in exchange for a multibillion dollar bailout. 

Under the terms of its contentious rescue programme, Nicosia agreed to shut down the island’s second-largest lender, Laiki, while Bank of Cyprus depositors were forced to forfeit nearly 50 percent of their savings over 100,000 euros ($124,000).

For his part, Malas, who was backed by AKEL, had focused on the need for a new economic policy that would guarantee labour and social rights.

2013 repeat

Cyprus, a small Mediterranean island, has been divided along ethnic lines since 1974 when Turkish troops seized its northern third in response to an Athens-inspired Greek Cypriot coup seeking union with Greece.

Diplomatic efforts to unify the island have failed repeatedly, the latest being in July 2017 in the Swiss resort of Crans Montana when negotiations between Anastasiades and Mustafa Akinci, the Turkish Cypriot leader, broke down in acrimony. 

Anastasiades has vowed to seek the resumption of UN-mediated peace talks, under certain conditions, in a bid to reunify Cyprus as a two-zone federation. 

In a first, the two finalists proceeded to the second round without the endorsement of smaller parties whose candidates were knocked out in the January 28 first round.

The runoff ballot was a repeat of the 2013 presidential election, which was won by Anastasiades with 57.48 percent of the vote. 

Pubblicato in: Medio Oriente

Ngo in sommossa contro i tagli di Mr Trump alla Palestina.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-18.

Palestina 001

La società civile dei grandi paesi moderni mondiali – Cina, India, Russia, Polonia, Ungheria – sta rigettando le ngo allineate a Mr George Soros, che vorrebbero formare stati negli stati, finanziate da fondi stranieri.

Solo in alcune nazioni di retroguardia le ngo sono ancora tollerate, ed in alcuni anche patrocinate dai rispettivi governi. Grosso modo, operano ancora in poco meno di un sesto del mondo.

Correttamente il Presidente Xi le ha definite “organizzazioni criminali“, come anche hanno ribadito tribunali indiani e norvegesi in ripetute sentenze.

Proponendosi come se rappresentassero la popolazione di tutta la nazione in cui operano, mirano a condizionare la politica svolta dal legittimo governo democraticamente eletto al fine di sovvertirlo con un processo rivoluzionario.

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Soros George. Uno stato negli stati. Ecco i suoi principali voivodati.

Russia. Nuova legge sulle ong (ngo). Povero Mr Soros.

Ungheria. Orban porta in tribunale le ong di Mr Soros.

Tribunale norvegese condanna e bacchetta le ngo di Mr Soros.

Orban contro Soros. Nuova legge sulle Ong.

Ong. Tempi durissimi. India avvia inchiesta sulla Bloomberg Philanthropies.

Cina. Una nuova legge sulle Ong (Ngo).

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Questi i fatti, così come riportati da Aljazeera, testata dichiaratamente filoaraba.

US cuts UNRWA funding by more than half

«First of all, UNRWA is not a Palestinian institution, UNRWA is a UN institution»

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«US …. is UNRWA’s largest donor supplying almost 30 percent of its budget.»

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«The US government is cutting more than half of its planned funding to the United Nations agency for Palestinian refugees, a move that could prove catastrophic for millions of people in need»

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«The Department of State announced on Tuesday that it was withholding $65m out of a $125m aid package earmarked for the United Nations Relief and Works Agency for Palestinian Refugees (UNRWA)»

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Una riflessione sarebbe doverosa.

Ottanta anni fa era forse lecito parlare di “Palestinian refugees“. Ma dopo ottanta anni i “rifugiati” sono deceduti: adesso ci sono i loro nipoti e pronipoti. Il titolo di “rifugiato” sembrerebbe essere diventato ereditario.

Gli aiuti alla popolazione palestinese, a suo tempo elargiti in via provvisoria, sembrerebbero essere diventati un qualcosa si eterno. Si potrebbe anche lavorare per vivere.

Non solo.

Mr Trump in fondo aveva fatto una semplice constatazione di un dato di fatto.

«We pay the Palestinians hundred of millions of dollars a year and get no appreciation or respect. ….

With the Palestinians no longer willing to talk peace, why should we make any of these massive future payments to them?»

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Se è del tutto comprensibile l’urlo di dolore dei palestinesi che si vedono ridotto l’obolo della misericordia, altrettanto comprensibile lo strepitio starnazzante delle ngo umanitarie, che tanta parte di tale obolo gestivano a loro proprio vantaggio.

Che si affamino i palestinesi passi, ma che si tolgano benefit e prebende ai membri delle ngo è un chiaro atto fascista, ai limiti con l’omofobia.

«International NGOs have condemned the US government’s decision to cut more than half of its planned funding to the United Nations agency for Palestinian refugees»

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«Jan Egeland, secretary-general of the Norwegian Refugee Council, urged the US government to reverse its decision»

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Mr Kenneth Roth  Mr Jan Egeland: due cognomi tipicamente palestinesi.

Nota.

Se qualcuno risolvesse il così detto problema palestinese, di cosa camperebbero i funzionari della Human Rights Watch, della United Nations Relief and Works Agency for Palestinian Refugees, del Norwegian Refugee Council?


Aljazeera. 2018-01-17. Global NGOs criticise drastic US cuts of UNRWA funding

International NGOs have condemned the US government’s decision to cut more than half of its planned funding to the United Nations agency for Palestinian refugees.

Kenneth Roth, executive director of Human Rights Watch, said in a Twitter post late on Tuesday that Washington was “holding Palestinian kids’ humanitarian needs hostage to political agendas”.

Jan Egeland, secretary-general of the Norwegian Refugee Council, urged the US government to reverse its decision announced on Tuesday to withhold $65m out of $125m aid package earmarked for the United Nations Relief and Works Agency for Palestinian Refugees (UNRWA).

“The move will have devastating consequences for vulnerable Palestinian refugees across the Middle East, including hundreds of thousands of refugee children in the West Bank and Gaza, Lebanon, Jordan and Syria who depend on the agency for their education,” he said in a statement on Tuesday.

“It will also deny their parents a social safety net that helps them to survive, and undermine the UN agency’s ability to respond in the event of another flare-up in the [Israeli-Palestinian] conflict.”


Cutting aid to innocent refugee children due to political disagreements among well-fed grown men and women is a really bad politization of humanitarian aid.

Jan Egeland – Norwegian Refugee Council


On Twitter, Egeland said: “Cutting aid to innocent refugee children due to political disagreements among well-fed grown men and women is a really bad politization of humanitarian aid. US holds back $65m aid to Palestinians.”

The Turkish Ministry of Foreign Affairs said cuts to UNRWA would “hamper the efforts towards a two-state political solution and regional stability”. It also said that Ankara would increase its contributions to the agency.

Yazan Muhammad Sabri, an 18-year-old Palestinian refugee in Dheisheh camp in the occupied West Bank town of Bethlehem, told Al Jazeera last week that “if the wakala [UNRWA] goes away, there will be no education, no healthcare, no sanitation”.

“There will be nothing – everything will disappear,” he said.

Salah Ajarmeh, a 44-year-old refugee living in West Bank’s Aida camp, told Al Jazeera that “if the services stop, there will be a revolution”.

“Palestinian uprisings began in the refugee camps in Jordan and Syria, and this will happen again.”

‘Not a bargaining chip’

Husam Zomlot, head of the Palestine Liberation Organisation’s delegation to the US, said in a statement on Wednesday that Palestinian refugees and children’s access to basic humanitarian services was “not a bargaining chip but a US and international obligation”.

“Taking away food and education from vulnerable refugees does not bring a lasting and comprehensive peace,” the statement said.

“Heeding Israeli Prime Minister [Benjamin] Netanyahu’s zero-sum game to take Jerusalem off the table and now attempting to dismantle UNRWA, thinking that it would relinquish the rights of Palestinian refugees is a fallacy.”

Zomlot was referring to the earlier US decision to recognise Jerusalem as Israel’s capital, a move that prompted widespread international condemnation and led Palestinian leaders to say that they would “no longer” accept any peace plan put forward by the US.

Tuesday’s announcement on UNRWA came after US President Donald Trump had threatened on January 2 to cut aid to Palestinians.

In a series of tweets, Trump had said: “… We pay the Palestinians HUNDRED OF MILLIONS OF DOLLARS a year and get no appreciation or respect.

“… With the Palestinians no longer willing to talk peace, why should we make any of these massive future payments to them?”

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Medio Oriente, Putin, Religioni, Russia

Putin ed Al Sisi. Il coraggio del ritorno della religione.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-09.

2018-01-07__Putin_Sisi.__000

I detrattori cronici della religione si facciano pure venire le coliche di colecisti e le crisi epilettiche: fatti loro.

Così come quei poveracci che scambiano le religioni per ideologie, come se i termini fossero equivalenti.

Guardiamo invece con attenzione quello che sta nel mondo: la realtà che è in atto e che alla fine schiaccia sotto la evidenza dei fatti.

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È in corso a livello mondiale la devoluzione dell’ideologia liberal e di quella socialista.

Uno dei loro tratti caratteristici, forse il principale da cui far discendere tutto il loro pensiero come conseguenza, è la professione di ateismo positivo, con rigetto e demonizzazione delle religioni, del trascendente.

Immortale odium et numquam sanabile vulnus.

Ateismo che impongono denominandolo libertà religiosa: si è liberi di essere atei.

Logica conseguenza deduttiva il rigetto delle radici cristiane su cui è stato eretto tutto l’Occidente.

Eppure la storia ci fa vedere come siano state proprio le radici cristiane a muovere quelle rivolta polacca che destabilizzò l’Unione Sovietica al punto tale da far implodere il regime comunista. E come il popolo russo sia riuscito a riprendersi dalle macerie comuniste proprio stringendosi alla sua millenaria tradizione cristiana. E questo Mr Putin lo sa più che bene.

Più di recente stiamo assistendo alla rivolta del Visegrad contro la dittatura liberal degli eurocrati: ma cosa mai sarebbe il Visegrad se non la rinascita dell’orgoglio cristiano? I paesi del Visegrad sono cristiani e difendono la loro religione, prima ancora di difendere la propria sovranità nazionale. Concetto questo che sfugge ai più, perché presumono che la religione sia morta. Una delle tante loro idee bislacche.

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«Russian President Vladimir Putin has congratulated Orthodox Christians and all Russians on Christmas celebrated according to the Julian calendar on January 7»

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«A Kremlin press service statement quoted Putin as saying that Christmas “gives millions of believers joy and hope.”»

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«Putin said the holiday accustoms Orthodox Christians to “spiritual origins and fatherly traditions, and unites them around eternal Christian values” and the “centuries-old historic and cultural heritage of our people.”»

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«Putin also said the Orthodox Christian Church has “made a significant contribution to strengthening high moral ideals in society, educating the growing generation, and solving vital social problems.”»

2018-01-07__Putin_Sisi.__001

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Ma uno dei segni che i tempi stanno mutando e che la voce dei liberal si sta facendo sentire sempre meno è l’atto storico compito da Mr Abdel-Fattah al-Sisi, presidente dell’Egitto.

«In Egypt, President Abdel-Fattah al-Sisi attended an Orthodox Christmas service at a new church in a symbolic act of solidarity with his country’s embattled Christian community, the Copts.»

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«Sisi, a Muslim, told the packed cathedral outside of Cairo on the Orthodox Christmas Eve that “you are our family. We are one and no one can divide us.”»

*

«His appearance at the cathedral along with Coptic Pope Tawadros II came as tens of thousands of soldiers and police were deployed outside churches in Egypt to secure against attacks by Islamic militants, who have targeted Christians for the past two years in bomb attacks that have killed about 100 people»

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Al Sisi ha dimostrato non solo di avere una chiara visione del retaggio religioso e storico dell’Egitto, ma anche e soprattutto un coraggio da vendere.

Siamo chiari.

In Egitto fazioni estremiste islamiche hanno abbondantemente irrorato di sangue le Chiese Copte, assassinando migliaia di persone innocenti.

Non solo Mr Al Sisi ha messo a repentaglio la propria vita, ma adesso sarà anche lui nel mirino dei terroristi.

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Si dica pure ciò che si voglia, ma vedere uomini coraggiosi, che hanno ideali per i quali vivere perché ne hanno per i quali morire, rincuora e non poco, sul futuro della umanità.


BBC. 2018-01-07. Orthodox Christmas marked in Russia and Egypt [Video]

«The presidents of Russia and Egypt joined worshippers during celebrations of Christmas in the Orthodox Church»


Radio Free Europe. 2018-01-07. Putin Hails ‘Eternal Christian Values’ Amid Orthodox Christmas Celebrations

Russian President Vladimir Putin has congratulated Orthodox Christians and all Russians on Christmas celebrated according to the Julian calendar on January 7.

A Kremlin press service statement quoted Putin as saying that Christmas “gives millions of believers joy and hope.”

Putin said the holiday accustoms Orthodox Christians to “spiritual origins and fatherly traditions, and unites them around eternal Christian values” and the “centuries-old historic and cultural heritage of our people.”

Putin also said the Orthodox Christian Church has “made a significant contribution to strengthening high moral ideals in society, educating the growing generation, and solving vital social problems.”

Putin attended Orthodox Christmas services at the Church of saints Simeon and Ann in St. Petersburg as the clock turned to January 7.

Meanwhile, Russian state television channels showed a live broadcast of the Christmas Eve midnight Mass from Moscow’s Christ the Savior Cathedral.

Russian Orthodox Church Patriarch Kirill conducted the ceremonies at the Moscow site before hundreds of worshippers, including several Russian government and parliamentary officials.

Orthodox Christians in Russia and most other Orthodox countries celebrate Christmas according to the Julian calendar on January 7, two weeks after most Western Christian churches that use the Gregorian calendar.

January 7 is a national holiday in Russia, as well as in Belarus, Egypt, Ethiopia, Georgia, Kazakhstan, Macedonia, Moldova, Montenegro, Serbia, and Ukraine. The Armenian Orthodox Church celebrated on January 6.

In Bethlehem, Palestinians Christians — angry with church land sales to Israelis — scuffled with Palestinian police, as they attempted to block the arrival of the Holy Land’s Greek Orthodox patriarch for Christmas celebrations.

Demonstrators banged on the sides of police escort vehicles, but Patriarch Theophilos III managed to safely move in his limousine to the Church of the Nativity for the traditional Orthodox Christmas eve observance.

In Istanbul, the Greek Orthodox Christian community celebrated Epiphany with the blessing of the waters.

Ecumenical Patriarch Bartholomew I, the spiritual leader of Orthodox Christians around the world and the archbishop of Constantinople, led the liturgy at the Patriarchal Church of St. George.

The Eastern Orthodox Church commemorates Jesus’ baptism on Epiphany. Most Christian religions observe Epiphany to recall the three wise men who followed a star to find the baby Jesus.

In Egypt, President Abdel-Fattah al-Sisi attended an Orthodox Christmas service at a new church in a symbolic act of solidarity with his country’s embattled Christian community, the Copts.

Sisi, a Muslim, told the packed cathedral outside of Cairo on the Orthodox Christmas Eve that “you are our family. We are one and no one can divide us.”

His appearance at the cathedral along with Coptic Pope Tawadros II came as tens of thousands of soldiers and police were deployed outside churches in Egypt to secure against attacks by Islamic militants, who have targeted Christians for the past two years in bomb attacks that have killed about 100 people.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Medio Oriente

Emirati Arabi Uniti. 7,878 progetti edili per 227.9 mld, senza l’Italia.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-06.

Emirati Arabi Uniti 2

«Il valore complessivo di 7.878 progetti di costruzione negli Emirati Arabi Uniti all’inizio di settembre, è stato pari a 227,9 miliardi di dollari»

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«circa 100,5 miliardi di dollari riguardano progetti per la costruzione di grattacieli, mentre il valore di progetti per la realizzazione di edifici di medie e piccole dimensioni è rispettivamente di 64,5 miliardi e 62,9 miliardi di dollari»

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«Circa 3.857 edifici stanno emergendo negli emirati settentrionali, 2.812 a Dubai e 1.208 a Abu Dhabi. In termini di valore, a Dubai sono stati sviluppati 121,1 miliardi di dollari di immobili, 64,3 miliardi di dollari di progetti ad Abu Dhabi e 42,6 miliardi di dollari nel resto della parte settentrionale del paese»

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«L’industria dell’edilizia costituisce l’83 per cento di tutti i progetti attivi nel settore dell’edilizia urbana negli Emirati, rappresentando circa il 44 per cento del valore totale stimato del settore»

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Questa è una grandiosa fase costruttiva negli Emirati Arabi Uniti. E tutti i progetti non solo sono lucrosi, appaltati a prezzi di mercato, ma consentono anche un portafogli ordini pluriennale, cosa di non poco conto.

L’Italia è rimasta fuori dai giochi, se si escludono rari e scarni briciolotti, in gran parte ottenuti per amicizie personali.

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha brillato per la sua assenza, quello degli Esteri brilla solo per i suoi costi.

Sarebbe logico domandarsi cosa ci stiano a fare questi due Ministeri.

Purtroppo la risposta è immediata, surreale, naif, ma non per questo a buon mercato.

A confronto politiche e pratiche contro la violenza di genere in Palestina

Constatiamo soltanto come i paesi arabi non siano per nulla interessati alla ‘violenza di genere‘ e guardino invece in modo molto sospettoso tutti quelli che la sostengono e che vorrebbero propagandarla in casa loro.

Anzi, in modo talmente sospettoso, da non invitarli nemmeno a partecipare alla gare di appalto. Gli altrimenti pensanti e senzienti non sono gente gradita nei paesi arabi.

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Questo tristo governo sta finalmente arrivando a termine e le prospezioni sembrerebbero indicare che difficilmente potrà riproporsi.

Sinceramente noi vorremmo avere un Primo Ministro come Churchill, flagello di tutte le segretarie, che peraltro si battevano per i suoi favori: nessuna scampò alla sua attenzione. Fumava in continuazione sigari molto odorosi, e la sera si beveva una buona mezza bottiglia di whisky. Quando si arrabbiava, tirava giù dei moccoli strabilianti, che avrebbero fatto tremare anche gli scafati portuali di Plymouth.

Ma mai in vita sua Mr Churchill si fece sfuggire un appalto.

Il quattro marzo si avvicina: ci rivedremo a Filippi.


Camera Cooperazione Italo Araba. 2018-01-03. Emirati, in corso 7.878 progetti settore costruzioni per 227,9 miliardi di dollari

Il valore complessivo di 7.878 progetti di costruzione negli Emirati Arabi Uniti all’inizio di settembre, è stato pari a 227,9 miliardi di dollari. Lo ha riferito Bnc, uno dei più importanti network del settore immobiliare nella regione Medio Oriente e Nord Africa. Secondo il rapporto, circa 100,5 miliardi di dollari riguardano progetti per la costruzione di grattacieli, mentre il valore di progetti per la realizzazione di edifici di medie e piccole dimensioni è rispettivamente di 64,5 miliardi e 62,9 miliardi di dollari. 

Tra i 7.788 progetti analizzati nel rapporto di Bnc la maggioranza si trova negli emirati di Dubai ed Abu Dhabi. Circa 3.857 edifici stanno emergendo negli emirati settentrionali, 2.812 a Dubai e 1.208 a Abu Dhabi. In termini di valore, a Dubai sono stati sviluppati 121,1 miliardi di dollari di immobili, 64,3 miliardi di dollari di progetti ad Abu Dhabi e 42,6 miliardi di dollari nel resto della parte settentrionale del paese. Nel mese di agosto, il numero di progetti di costruzione negli Emirati Arabi Uniti è aumentato del 2 per cento rispetto a luglio 2017, ma in termini di valore, non si sono verificati aumenti significativi, riferisce Bnc nel suo rapporto. “I nostri risultati mostrano chiaramente che i progetti immobiliari stanno andando avanti come previsto per l’anticipato aumento della domanda nei prossimi anni a causa dei lavori per il completamento di Expo Dubai 2020”, ha dichiarato Avin Gidwani, amministratore delegato di Bnc. “La maggior parte dei proprietari dei progetti in corso e gli sviluppatori stanno cercando di completare i piani di costruzione prima dell’ottobre 2020, quando Dubai prevede di ricevere 20 milioni di ospiti e di 25 milioni di visitatori presso il sito di Expo”, ha aggiunto. 

L’industria dell’edilizia costituisce l’83 per cento di tutti i progetti attivi nel settore dell’edilizia urbana negli Emirati, rappresentando circa il 44 per cento del valore totale stimato del settore. Un totale di 48 progetti di costruzione con un valore combinato stimato di 2,5 miliardi di dollari sono stati assegnati nel mese di agosto. Il più grande progetto edilizio in termini di valore è stato il complesso di 729 ville che sorgeranno ad Al Montezi, nell’emirato di Ajman, per un valore di 272 milioni di dollari. Sempre nel mese di agosto sono stati completati 228 progetti edilizi con un valore complessivo stimato di 4 miliardi di dollari. Il più grande progetto in termini di valore che è stato completato nel mese di riferimento è stato il piano di rinnovo del palazzo presidenziale di Abu Dhabi per un totale di spesa di 1,6 miliardi di dollari.