Pubblicato in: Medio Oriente, Problemia Energetici

Mediterraneo e giacimenti gas. Pericolo di una guerra.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-22.

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Il Mare Mediterraneo orientale ha almeno quattro grandi giacimenti di gas: Zohr, Aphrodite, Leviathan e Tamar.

A disgrazia dell’umanità, questi giacimenti sono alquanto vicini e sono quasi equidistanti da Cipro, Israele ed Egitto.

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Il diritto internazionale ha approntato svariate definizioni del problema.

Col termine acque territoriali o mare territoriale si considera in diritto internazionale quella porzione di mare adiacente alla costa degli Stati; su questa parte di mare lo Stato esercita la propria sovranità territoriale in modo del tutto analogo al territorio corrispondente alla terraferma. Si distinuono le acque territoriali fino a 12 miglia nautiche dalle coste e le acque di zona continua, tra le 12 e le 24 miglia marine dalle coste.

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Nel 1958 si tenne la Convenzione di Ginevra sul mare territoriale e la zona contigua, la quale si estende per 200 miglia nautiche dalle coste: zona economica esclusiva.

Nel 1982 prese luogo la Convenzione di Montego Bay.

La zona economica esclusiva, talvolta citata con l’acronimo ZEE, è un’area del mare, adiacente le acque territoriali, in cui uno Stato costiero ha diritti sovrani per la gestione delle risorse naturali, giurisdizione in materia di installazione e uso di strutture artificiali o fisse, ricerca scientifica, protezione e conservazione dell’ambiente marino.

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I giacimenti in oggetto distano in termini medi 100 km da Cipro, altrettanti dal Libano, poco meno di 200 km da Israele e 330 km dall’Egitto.

Ciascuno di questi quattro stati vorrebbe avere l’esclusiva per lo sfruttamento di questi giacimenti e mal sopporta l’idea di dover spartire queste risorse con altri.

Ma il problema si complica ulteriormente quando si pensa che il gas estratto deve essere portato agli utilizzatori tramite un qualche gasdotto.

Una possibile soluzione sarebbe il trasporto di gas liquefatto, Lng: servono però stazioni di liquefazione e di deliquefazione, nonché un qualche gasdotto che dai giacimenti marini porti ad una qualche terra.

La soluzione più ragionevole potrebbe essere un gasdotto che convogli l’estratto al continente europeo, maggiore utente in senso assoluto. Una variante potrebbe essere il collegamento da Cipro alla Turkia, per essere di lì immesso nella rete continentale. Una seconda variante politicamente più gradita a molti sarebbe un gasdotto marino che toccasse Creta, quindi la Grecia per confluire alla fine in Italia.

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Come facilmente si comprende, il problema non è tecnico bensì politico. Tutti gli stati presi in considerazione hanno severe remore reciproche gli uni verso gli altri. Ma oltre alle comuni diffidenze, sotto la cenere permane una brace di odi ricambiati e feroci.

Poi, come se già questo non fosse ancora sufficiente, questo comparto geopolitico è teatro di aspro confronto tra Stati Uniti e Russia.

È un gran bel problema, per la cui risoluzioni si entono voci al momento ancora sussurrate di una guerra che sia risolutrice.


La Stampa. 2018-02-19. Giacimenti di gas, il Mediterraneo orientale è a un bivio: pace economica o nuovi conflitti.

Le guerre sotto gli occhi di tutti e le crisi meno note a livello globale. Come sono iniziate? Chi è coinvolto? Quali gli scenari futuri? Rispondiamo a queste domande nell’approfondimento realizzato con l’European Council on Foreign Relations e la Compagnia di San Paolo.

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Affidarsi «alle mediazioni internazionali» anziché alle politiche di potenza nazionali perché le scoperte di giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale portino a una «pace economica» e non a una nuova guerra. Per Tareq Baconi, analista dell’ECFR per il Middle East and North Africa programme, la regione è a un bivio. Se imbocca la strada giusta gli Stati avranno più risorse per lo sviluppo interno, saranno «costretti» a riavvicinarsi e a collaborare, almeno a livello tecnologico, e l’Europa potrà trovare nuove fonti di approvvigionamento che la renderanno meno dipendente dal metano russo. Altrimenti potrebbe essere un disastro. Un primo segnale negativo è arrivato dal blocco da parte della marina militare turca della nave dell’Eni Saipem 12000 che si apprestava a cominciare le prospezioni per il giacimento Calypso di Cipro. 

Come possono essere risolte queste tensioni, la competizione fra Stati, alcuni formalmente ancora in guerra, per le nuove risorse?  

«La strada maestra sono le mediazioni internazionali. Le prove di forza non portano da nessuna parte. Affidarsi a istituzioni sopra le parti significa arrivare ad accordi, trattati, regolamenti internazionali che alla fine garantiscono tutti. Non bisogna esagerare la ricaduta di uno sviluppo in questo senso ma di sicuro l’Ue ha l’opportunità di agire su più fronti: spingere per maggiori riforme in Egitto, mediare nella disputa sui confini marittimi fra Libano e Israele, far ripartire i colloqui fra Turchia e Cipro, dare l’opportunità ai palestinesi di avere accesso a proprie risorse naturali». 

Le tensioni fra Turchia e Cipro sono però di nuovo ai massimi. C’entra anche la competizione fra diversi progetti di gasdotti, verso la costa turca o verso quella greca?  

«Queste tensioni vanno viste in un contesto più ampio. Il progetto di un gasdotto che parta dai giacimenti israeliani, in particolare il Leviathan, e arrivi in Turchia incontra fortissimi ostacoli. C’è la disputa fra Turchia e Cipro e c’è quella sul confine marittimo fra Israele e Libano. Nel 2010, quando sono cominciate le scoperte nel Mediterraneo orientale, le aspettative per l’esportazione di gas erano altissime, forse sopravvalutate. Il Leviathan, scoperto cinque anni fa, non è ancora entrato in produzione. Lo Zohr, in Egitto, andrà invece ad alimentare il mercato interno. Aphrodite, poco distante nelle acque cipriote, ha subìto per ora la stessa sorte di Leviathan. Soltanto nuove scoperte vicino alla costa di Cipro, come il giacimento Calypso da parte dell’Eni, potranno far cambiare le cose. Ma insisto, la nostra raccomandazione è per una mediazione internazionale, a livello Ue o dell’Onu. Un primo esempio potrebbe essere proprio per la disputa sulle acque territoriali fra Israele e Libano». 

Che impatto prevede per il mercato globale, l’Europa ne potrà trarre vantaggio?  

«In prospettiva globale, le riserve nel Mediterraneo orientale sono modeste. È possibile che tutte le scoperte in questa area finiscano per alimentare i mercati interni, in forte crescita, come è successo in Israele e succederà in Egitto. Anche la Giordania e i Territori palestinesi sono possibili sbocchi. Per quanto riguarda la sicurezza energetica, l’Europa si trova in questo momento in una posizione migliore di quel che sembra. Ha molte opzioni disponibili per diversificare le sue fonti. Può puntare sulle energie rinnovabili all’interno e ridurre la dipendenza da combustibili fossili, ha davanti a sé un mercato del gas metano liquido (Lng) in rapida espansione». 

Ma il trasporto del gas liquido non costa di più rispetto a quello con i tradizionali gasdotti?  

«Dipende dalla provenienza. Il gas liquido (Lng) proveniente dal Qatar ha un prezzo minore di quello che proviene dall’America, che si sta affacciando ora sul mercato. Prevediamo che il Qatar avrà un ruolo molto importante con il suo Lng nel futuro». 

Resta la forte dipendenza dell’Ue dalle importazioni da zone ad alta conflittualità, la Russia, il Golfo.  

«In realtà né la Guerra Fredda né il recente conflitto in Ucraina hanno interferito nelle importazioni dalla Russia. Anche lo scontro all’interno dei Paesi del Golfo, con l’isolamento del Qatar, non ha avuto conseguenze sul traffico delle navi gasiere». 

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Pubblicato in: Armamenti, Medio Oriente

Siria. Dopo il Su-25 adesso è un F16 israeliano ad essere abbattuto.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-10.

Syria 2018-02-10

Come per il caso del Su-25 abbattuto la settimana scorsa, anche adesso che è stato abbattuto un F16 israeliano le polemiche infuriano. Tutte le parti in causa si accusano vicendevolmente di ogni possibile nequizia, e spesso qualcosa di più.

Solo sull’unico elemento che sta emergendo quasi nessuno osa parlarne.

I mezzi di difesa antiaerei hanno avuto negli ultimi decenni sviluppi tecnici impressionanti.

Al momento attuale un razzetto portatile a spalla, del valore di poche decine di migliaia di dollari, può abbattere un aeroplano del valore di venti – trenta milioni di dollari.

E non si tratta solamente di un gradiente economico incredibilmente elevato.

I tempi di costruzione di un missile terra – aria del tipo impiegato si aggirano sulla settimana lavorativa, mentre quelli di un aeroplano da combattimento sui due anni.

Il tempo necessario per addestrare un fante all’uso del missile terra – aria non supera la giornata, mentre la formazione di un pilota da caccia richiede dai tre ai sei anni.

In altri termini, in caso di conflitto, le rispettive aviazioni sarebbero in breve decimate nei mezzi e nei piloti, e si tornerebbe a modalità combattive dell’era pre – aeronautica.

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Ci si pensi bene, molto bene.

Questa è una realtà di cui è necessario prendere atto.

L’illusione che la guerra vera sia assimilabile ai video games è sempre dura a morire, ma sul campo di battaglia è morta, e da un bel pezzo.


Il pilota abbattuto in Siria nel Su-25 non attendeva la minaccia

«Il Su-25 russo è stato abbattuto a Idlib da un MANPADS, il pilota russo, probabilmente a bassa quota, non sapeva che in questa zona di distensione potevano verificarsi minacce per la sicurezza.

Lo ha detto il presidente dell’Accademia dei problemi geopolitici, il dottore in scienze militari Kostantin Sivkov. In precedenza il ministero della Difesa russo ha dichiarato che il caccia russo Su-25 è stato abbattuto da un MANPADS nella provincia siriana di Idlib, il pilota è morto in combattimento con i terroristi. Successivamente, le Forze Armate russe hanno attaccato i miliziani di Al-Nusra a Idlib, eliminando più di 30 terroristi.»

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«Le apparecchiature radar dell’aereo non possono tenere traccia dell’attacco di armi portatili terra-aria di tipo “Stinger” o “Igla”, il puntamento è passivo, non emettono segnali. L'”Igla” si può usare a tre chilometri e, quindi, il Su-25 è volato a bassa quota, il che suggerisce che il pilota pensava si trattasse di una zona di sicurezza, che nessuno sparasse»

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Israeli warplane crashes amid cross-border escalation with Syria

An Israeli jet has been downed by Syrian anti-air fire after Israel intercepted an Iranian drone launched from Syria. The incident is one of the most serious involving Israel, Iran and Syria amid the Syrian civil war.

Israel planes on Saturday carried out attacks on “Iranian targets” in Syria after intercepting a drone, with one F16 fighter downed by heavy anti-aircraft counter fire, a military spokesman said.

Israeli military spokesman Jonathan Conricus wrote on Twitter that the plane had crashed in Israel but that the pilots were safe, saying that the incident occurred as Israeli forces attacked the “Iranian control systems in Israel” responsible for the launch of the drone.

Israeli police said the F16 crashed in the Jezreel Valley in northern Israel. The pilots were taken to hospital for treatment, according to the military, with one seriously wounded and the other lightly.

In a separate statement, the military said that a “combat helicopter successfully intercepted an Iranian UAV that was launched from Syria and infiltrated Israel.”

It said it had carried out “large-scale” attacks on at least a dozen Iranian targets in Syria in response to the drone’s intrusion into Israeli airspace.

Mutual blame game

The Syrian state news agency SANA quoted an unidentified military source as saying Syrian forces had responded with anti-aircraft fire to an Israel act of “aggression” against a military base and that more than one Israeli plane had been hit.

The Israeli military insists that only one plane was affected.

Israel’s targeting of an Iranian site in Syria marks an escalation in military action involving the three countries and is one of the most serious incidents of its type since the Syrian civil conflict began eight years ago.

Iran and its Lebanese militia ally, Hezbollah, are both major players in Syria’s multi-faceted civil war, while Israel has experienced spillover violence from the fighting; shooting down several drones that have tried to infiltrate its territory among other things.

Israel has of late been warning of increased Iranian involvement along its border in Syria and Lebanon, fearing that Iran could use Syrian territory as a base for attacks.

Israeli missiles also this week targeted a Syrian military research center near Damascus.

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Medio Oriente, Problemia Energetici

Egitto. L’Eni ha già avviato la produzione dal campo Zohr.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-05.

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«Eni ha avviato “in meno di 2 anni e mezzo, un tempo record per questa tipologia di giacimento”, la produzione nel giacimento di Zohr»

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«La scoperta, che si trova nel blocco di Shorouk, nell’offshore dell’Egitto a circa 190 chilometri a nord di Port Said, ha un potenziale di oltre 850 miliardi di metri cubi di gas in posto (circa 5,5 miliardi di barili di olio equivalente)»

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«la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel Mar Mediterraneo e sarà in grado di soddisfare parte della domanda egiziana di gas naturale per i prossimi decenni»

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«è la testimonianza del successo del Dual Exploration Model di Eni, adottato dalla società dal 2013. Questo approccio si basa su un principio semplice: mentre si accrescono le riserve di idrocarburi attraverso i successi esplorativi, si trae vantaggio dalla monetizzazione anticipata ottenuta attraverso la cessione di quote di minoranza, mantenendo comunque il controllo e l’operatorship dell’asset»

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«Eni ha il 60% nella concessione Shorouk, Rosneft il 30% e BP il 10%. La società è co-operatore del progetto attraverso Petrobel, detenuta pariteticamente da Eni e dalla società di stato Egyptian General Petroleum (EGPC), per conto di Petroshorouk, società detenuta pariteticamente da Eni e Egyptian Natural Gas holding Company»

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Eni è una grande società, con ottime capacità operative ed un dirigenza di primo livello.

Per sua disgrazia ha sede sociale in Italia, ove è sottoposta ad un regime fiscale molto elevato rispetto alle altre grandi compagnie petrolifere. Handicap non da poco, specie se coniugato con le bramose voglie di molte componenti politiche che avrebbero avuto più che voglia di colonizzarla a fini espoliativi.

Tutta l’operazione sul campo Zohr alla fine potrebbe rendere l’intero Egitto quasi autosufficiente dal punto di vista energetico. Si tenga anche presente come l’Egitto si stia apprestando ad entrare nel nucleare.

Egitto. Impianto Nucleare russo di Al Dabaa funzionante per il 2022.

Aspetto questo di non poca rilevanza, che verosimilmente potrebbe costituire una svolta nelle prospettive di politica estera di questo grande paese, a cavaliere tra Mare mediterraneo ed Oceano Indiano, nonché proprietario del Canale di Suez.


Camera Cooperazione Italo – Araba. 2017-12-20. Eni avvia in tempi record la produzione di gas nel giacimento di Zohr

Eni ha avviato “in meno di 2 anni e mezzo, un tempo record per questa tipologia di giacimento”, la produzione nel giacimento di Zohr. La scoperta, che si trova nel blocco di Shorouk, nell’offshore dell’Egitto a circa 190 chilometri a nord di Port Said, ha un potenziale di oltre 850 miliardi di metri cubi di gas in posto (circa 5,5 miliardi di barili di olio equivalente). Lo rende noto la società in una nota in cui ricorda che Zohr, scoperto ad agosto 2015, “rappresenta la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel Mar Mediterraneo e sarà in grado di soddisfare parte della domanda egiziana di gas naturale per i prossimi decenni”.

Zohr – sottolinea il gruppo petrolifero – “è uno dei 7 progetti record di Eni, caratterizzati da sviluppo e messa in produzione in tempi rapidi. Eni ha il 60% nella concessione Shorouk, Rosneft il 30% e BP il 10%. La società è co-operatore del progetto attraverso Petrobel, detenuta pariteticamente da Eni e dalla società di stato Egyptian General Petroleum (EGPC), per conto di Petroshorouk, società detenuta pariteticamente da Eni e Egyptian Natural Gas holding Company.

Eni – ribadisce il gruppo – è presente in Egitto dal 1954, dove opera attraverso la controllata IEOC Production BV. La società è il principale produttore del paese con una produzione equity pari a circa 230.000 barili di olio equivalente al giorno. Zohr – conclude la nota – “è la testimonianza del successo del Dual Exploration Model di Eni, adottato dalla società dal 2013. Questo approccio si basa su un principio semplice: mentre si accrescono le riserve di idrocarburi attraverso i successi esplorativi, si trae vantaggio dalla monetizzazione anticipata ottenuta attraverso la cessione di quote di minoranza, mantenendo comunque il controllo e l’operatorship dell’asset.

Conducendo in parallelo le fasi di esplorazione, di appraisal e di sviluppo, il time-to-market è più rapido e c’è una riduzione dei costi per la messa in produzione delle scoperte e un cash flow anticipato. Questa combinazione vincente – spiega Eni – ha permesso alla società di generare tra il 2014 e il 2017 circa 9 miliardi di dollari dalle attività di esplorazione”

Pubblicato in: Medio Oriente

Cipro. A metà scrutinio Anastasiades 56%, Malas 44%. – Aljazeera

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-04. h 18:45.

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Essendo state scrutinate circa la metà delle schede, Nicos Anastasiades conduce su Stavros Malas per 56% contro 44%.

Le previsioni sembrerebbero aver centrato esattamente il risultato.

Cipro. Presidenziali. Anastasiades 35.5%, Malas 30.3%. Secondo turno il 4 febbraio.

«Cipro è la terza isola per estensione del Mar Mediterraneo (dopo Sicilia e Sardegna), Stato membro dell’Unione europea dal 1º maggio 2004 e del Commonwealth dal 13 marzo 1961.

È situata a sud della penisola anatolica (70 km), a breve distanza dalle coste del Vicino Oriente (100 km). Il suo territorio è diviso in due dalla linea verde, che separa i territori governati dalla Repubblica di Cipro da quelli de facto sotto il potere della Repubblica Turca di Cipro Nord. Una parte del territorio è sotto giurisdizione del Regno Unito: si tratta delle basi militari di Akrotiri e Dhekelia (2,8% del territorio).»

Piccolo quanto si voglia, sinistrato quanto si voglia, ma il legale rappresentante del Governo di Cipro siede nel Consiglio di Europa e vota.

Un voto sicuramente pilotato da tutte quelle componenti che sono impegnate nel suo risanamento economico: inutile dire come Cipro sia ricattabile e ricattato.


Aljazeera. 2018-02-04. Cyprus election: Anastasiades wins presidential race

Nicosia, Cyprus – Nicos Anastasiades has won a second five-year term as president of the Republic of Cyprus, official results have shown.

With nearly all of the votes counted, the incumbent conservative secured 56 percent, comfortably ahead of its rival Stavros Malas, a leftist-backed independent, on 44 percent.

Anastasiades is expected to pick up the pieces of a suspended peace process on the ethnically split island, as well as oversee the economic recovery of a country still bouncing back from a crippling financial crisis.

Initial exit polls had put support for Anastasiades at an average of 56.5 percent, within a range of 54.5 percent to 59.5 percent.

‘Cause for optimism’

Anastasiades’s win sparked scenes of joy in his campaign headquarters in the centre of the capital, Nicosia.

“The result is a cause for optimism for the future,” Ioannis Hasikos, a 35-year-old lawyer, said.

“Over the past five years, the country achieved stability and people have decided to continue on the same path.”

Anastasiades ran a campaign emphasising the recovery of Cyprus’s economy from the state of near collapse it was in during the first days of his presidency after taking over from the communist party AKEL in 2013.

In 2016, the country succefully exited a tough, three-year international programme that saw it implementing tough economic measures in exchange for a multibillion dollar bailout. 

Under the terms of its contentious rescue programme, Nicosia agreed to shut down the island’s second-largest lender, Laiki, while Bank of Cyprus depositors were forced to forfeit nearly 50 percent of their savings over 100,000 euros ($124,000).

For his part, Malas, who was backed by AKEL, had focused on the need for a new economic policy that would guarantee labour and social rights.

2013 repeat

Cyprus, a small Mediterranean island, has been divided along ethnic lines since 1974 when Turkish troops seized its northern third in response to an Athens-inspired Greek Cypriot coup seeking union with Greece.

Diplomatic efforts to unify the island have failed repeatedly, the latest being in July 2017 in the Swiss resort of Crans Montana when negotiations between Anastasiades and Mustafa Akinci, the Turkish Cypriot leader, broke down in acrimony. 

Anastasiades has vowed to seek the resumption of UN-mediated peace talks, under certain conditions, in a bid to reunify Cyprus as a two-zone federation. 

In a first, the two finalists proceeded to the second round without the endorsement of smaller parties whose candidates were knocked out in the January 28 first round.

The runoff ballot was a repeat of the 2013 presidential election, which was won by Anastasiades with 57.48 percent of the vote. 

Pubblicato in: Medio Oriente

Ngo in sommossa contro i tagli di Mr Trump alla Palestina.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-18.

Palestina 001

La società civile dei grandi paesi moderni mondiali – Cina, India, Russia, Polonia, Ungheria – sta rigettando le ngo allineate a Mr George Soros, che vorrebbero formare stati negli stati, finanziate da fondi stranieri.

Solo in alcune nazioni di retroguardia le ngo sono ancora tollerate, ed in alcuni anche patrocinate dai rispettivi governi. Grosso modo, operano ancora in poco meno di un sesto del mondo.

Correttamente il Presidente Xi le ha definite “organizzazioni criminali“, come anche hanno ribadito tribunali indiani e norvegesi in ripetute sentenze.

Proponendosi come se rappresentassero la popolazione di tutta la nazione in cui operano, mirano a condizionare la politica svolta dal legittimo governo democraticamente eletto al fine di sovvertirlo con un processo rivoluzionario.

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Soros George. Uno stato negli stati. Ecco i suoi principali voivodati.

Russia. Nuova legge sulle ong (ngo). Povero Mr Soros.

Ungheria. Orban porta in tribunale le ong di Mr Soros.

Tribunale norvegese condanna e bacchetta le ngo di Mr Soros.

Orban contro Soros. Nuova legge sulle Ong.

Ong. Tempi durissimi. India avvia inchiesta sulla Bloomberg Philanthropies.

Cina. Una nuova legge sulle Ong (Ngo).

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Questi i fatti, così come riportati da Aljazeera, testata dichiaratamente filoaraba.

US cuts UNRWA funding by more than half

«First of all, UNRWA is not a Palestinian institution, UNRWA is a UN institution»

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«US …. is UNRWA’s largest donor supplying almost 30 percent of its budget.»

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«The US government is cutting more than half of its planned funding to the United Nations agency for Palestinian refugees, a move that could prove catastrophic for millions of people in need»

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«The Department of State announced on Tuesday that it was withholding $65m out of a $125m aid package earmarked for the United Nations Relief and Works Agency for Palestinian Refugees (UNRWA)»

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Una riflessione sarebbe doverosa.

Ottanta anni fa era forse lecito parlare di “Palestinian refugees“. Ma dopo ottanta anni i “rifugiati” sono deceduti: adesso ci sono i loro nipoti e pronipoti. Il titolo di “rifugiato” sembrerebbe essere diventato ereditario.

Gli aiuti alla popolazione palestinese, a suo tempo elargiti in via provvisoria, sembrerebbero essere diventati un qualcosa si eterno. Si potrebbe anche lavorare per vivere.

Non solo.

Mr Trump in fondo aveva fatto una semplice constatazione di un dato di fatto.

«We pay the Palestinians hundred of millions of dollars a year and get no appreciation or respect. ….

With the Palestinians no longer willing to talk peace, why should we make any of these massive future payments to them?»

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Se è del tutto comprensibile l’urlo di dolore dei palestinesi che si vedono ridotto l’obolo della misericordia, altrettanto comprensibile lo strepitio starnazzante delle ngo umanitarie, che tanta parte di tale obolo gestivano a loro proprio vantaggio.

Che si affamino i palestinesi passi, ma che si tolgano benefit e prebende ai membri delle ngo è un chiaro atto fascista, ai limiti con l’omofobia.

«International NGOs have condemned the US government’s decision to cut more than half of its planned funding to the United Nations agency for Palestinian refugees»

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«Jan Egeland, secretary-general of the Norwegian Refugee Council, urged the US government to reverse its decision»

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Mr Kenneth Roth  Mr Jan Egeland: due cognomi tipicamente palestinesi.

Nota.

Se qualcuno risolvesse il così detto problema palestinese, di cosa camperebbero i funzionari della Human Rights Watch, della United Nations Relief and Works Agency for Palestinian Refugees, del Norwegian Refugee Council?


Aljazeera. 2018-01-17. Global NGOs criticise drastic US cuts of UNRWA funding

International NGOs have condemned the US government’s decision to cut more than half of its planned funding to the United Nations agency for Palestinian refugees.

Kenneth Roth, executive director of Human Rights Watch, said in a Twitter post late on Tuesday that Washington was “holding Palestinian kids’ humanitarian needs hostage to political agendas”.

Jan Egeland, secretary-general of the Norwegian Refugee Council, urged the US government to reverse its decision announced on Tuesday to withhold $65m out of $125m aid package earmarked for the United Nations Relief and Works Agency for Palestinian Refugees (UNRWA).

“The move will have devastating consequences for vulnerable Palestinian refugees across the Middle East, including hundreds of thousands of refugee children in the West Bank and Gaza, Lebanon, Jordan and Syria who depend on the agency for their education,” he said in a statement on Tuesday.

“It will also deny their parents a social safety net that helps them to survive, and undermine the UN agency’s ability to respond in the event of another flare-up in the [Israeli-Palestinian] conflict.”


Cutting aid to innocent refugee children due to political disagreements among well-fed grown men and women is a really bad politization of humanitarian aid.

Jan Egeland – Norwegian Refugee Council


On Twitter, Egeland said: “Cutting aid to innocent refugee children due to political disagreements among well-fed grown men and women is a really bad politization of humanitarian aid. US holds back $65m aid to Palestinians.”

The Turkish Ministry of Foreign Affairs said cuts to UNRWA would “hamper the efforts towards a two-state political solution and regional stability”. It also said that Ankara would increase its contributions to the agency.

Yazan Muhammad Sabri, an 18-year-old Palestinian refugee in Dheisheh camp in the occupied West Bank town of Bethlehem, told Al Jazeera last week that “if the wakala [UNRWA] goes away, there will be no education, no healthcare, no sanitation”.

“There will be nothing – everything will disappear,” he said.

Salah Ajarmeh, a 44-year-old refugee living in West Bank’s Aida camp, told Al Jazeera that “if the services stop, there will be a revolution”.

“Palestinian uprisings began in the refugee camps in Jordan and Syria, and this will happen again.”

‘Not a bargaining chip’

Husam Zomlot, head of the Palestine Liberation Organisation’s delegation to the US, said in a statement on Wednesday that Palestinian refugees and children’s access to basic humanitarian services was “not a bargaining chip but a US and international obligation”.

“Taking away food and education from vulnerable refugees does not bring a lasting and comprehensive peace,” the statement said.

“Heeding Israeli Prime Minister [Benjamin] Netanyahu’s zero-sum game to take Jerusalem off the table and now attempting to dismantle UNRWA, thinking that it would relinquish the rights of Palestinian refugees is a fallacy.”

Zomlot was referring to the earlier US decision to recognise Jerusalem as Israel’s capital, a move that prompted widespread international condemnation and led Palestinian leaders to say that they would “no longer” accept any peace plan put forward by the US.

Tuesday’s announcement on UNRWA came after US President Donald Trump had threatened on January 2 to cut aid to Palestinians.

In a series of tweets, Trump had said: “… We pay the Palestinians HUNDRED OF MILLIONS OF DOLLARS a year and get no appreciation or respect.

“… With the Palestinians no longer willing to talk peace, why should we make any of these massive future payments to them?”

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Medio Oriente, Putin, Religioni, Russia

Putin ed Al Sisi. Il coraggio del ritorno della religione.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-09.

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I detrattori cronici della religione si facciano pure venire le coliche di colecisti e le crisi epilettiche: fatti loro.

Così come quei poveracci che scambiano le religioni per ideologie, come se i termini fossero equivalenti.

Guardiamo invece con attenzione quello che sta nel mondo: la realtà che è in atto e che alla fine schiaccia sotto la evidenza dei fatti.

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È in corso a livello mondiale la devoluzione dell’ideologia liberal e di quella socialista.

Uno dei loro tratti caratteristici, forse il principale da cui far discendere tutto il loro pensiero come conseguenza, è la professione di ateismo positivo, con rigetto e demonizzazione delle religioni, del trascendente.

Immortale odium et numquam sanabile vulnus.

Ateismo che impongono denominandolo libertà religiosa: si è liberi di essere atei.

Logica conseguenza deduttiva il rigetto delle radici cristiane su cui è stato eretto tutto l’Occidente.

Eppure la storia ci fa vedere come siano state proprio le radici cristiane a muovere quelle rivolta polacca che destabilizzò l’Unione Sovietica al punto tale da far implodere il regime comunista. E come il popolo russo sia riuscito a riprendersi dalle macerie comuniste proprio stringendosi alla sua millenaria tradizione cristiana. E questo Mr Putin lo sa più che bene.

Più di recente stiamo assistendo alla rivolta del Visegrad contro la dittatura liberal degli eurocrati: ma cosa mai sarebbe il Visegrad se non la rinascita dell’orgoglio cristiano? I paesi del Visegrad sono cristiani e difendono la loro religione, prima ancora di difendere la propria sovranità nazionale. Concetto questo che sfugge ai più, perché presumono che la religione sia morta. Una delle tante loro idee bislacche.

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«Russian President Vladimir Putin has congratulated Orthodox Christians and all Russians on Christmas celebrated according to the Julian calendar on January 7»

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«A Kremlin press service statement quoted Putin as saying that Christmas “gives millions of believers joy and hope.”»

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«Putin said the holiday accustoms Orthodox Christians to “spiritual origins and fatherly traditions, and unites them around eternal Christian values” and the “centuries-old historic and cultural heritage of our people.”»

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«Putin also said the Orthodox Christian Church has “made a significant contribution to strengthening high moral ideals in society, educating the growing generation, and solving vital social problems.”»

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Ma uno dei segni che i tempi stanno mutando e che la voce dei liberal si sta facendo sentire sempre meno è l’atto storico compito da Mr Abdel-Fattah al-Sisi, presidente dell’Egitto.

«In Egypt, President Abdel-Fattah al-Sisi attended an Orthodox Christmas service at a new church in a symbolic act of solidarity with his country’s embattled Christian community, the Copts.»

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«Sisi, a Muslim, told the packed cathedral outside of Cairo on the Orthodox Christmas Eve that “you are our family. We are one and no one can divide us.”»

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«His appearance at the cathedral along with Coptic Pope Tawadros II came as tens of thousands of soldiers and police were deployed outside churches in Egypt to secure against attacks by Islamic militants, who have targeted Christians for the past two years in bomb attacks that have killed about 100 people»

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Al Sisi ha dimostrato non solo di avere una chiara visione del retaggio religioso e storico dell’Egitto, ma anche e soprattutto un coraggio da vendere.

Siamo chiari.

In Egitto fazioni estremiste islamiche hanno abbondantemente irrorato di sangue le Chiese Copte, assassinando migliaia di persone innocenti.

Non solo Mr Al Sisi ha messo a repentaglio la propria vita, ma adesso sarà anche lui nel mirino dei terroristi.

*

Si dica pure ciò che si voglia, ma vedere uomini coraggiosi, che hanno ideali per i quali vivere perché ne hanno per i quali morire, rincuora e non poco, sul futuro della umanità.


BBC. 2018-01-07. Orthodox Christmas marked in Russia and Egypt [Video]

«The presidents of Russia and Egypt joined worshippers during celebrations of Christmas in the Orthodox Church»


Radio Free Europe. 2018-01-07. Putin Hails ‘Eternal Christian Values’ Amid Orthodox Christmas Celebrations

Russian President Vladimir Putin has congratulated Orthodox Christians and all Russians on Christmas celebrated according to the Julian calendar on January 7.

A Kremlin press service statement quoted Putin as saying that Christmas “gives millions of believers joy and hope.”

Putin said the holiday accustoms Orthodox Christians to “spiritual origins and fatherly traditions, and unites them around eternal Christian values” and the “centuries-old historic and cultural heritage of our people.”

Putin also said the Orthodox Christian Church has “made a significant contribution to strengthening high moral ideals in society, educating the growing generation, and solving vital social problems.”

Putin attended Orthodox Christmas services at the Church of saints Simeon and Ann in St. Petersburg as the clock turned to January 7.

Meanwhile, Russian state television channels showed a live broadcast of the Christmas Eve midnight Mass from Moscow’s Christ the Savior Cathedral.

Russian Orthodox Church Patriarch Kirill conducted the ceremonies at the Moscow site before hundreds of worshippers, including several Russian government and parliamentary officials.

Orthodox Christians in Russia and most other Orthodox countries celebrate Christmas according to the Julian calendar on January 7, two weeks after most Western Christian churches that use the Gregorian calendar.

January 7 is a national holiday in Russia, as well as in Belarus, Egypt, Ethiopia, Georgia, Kazakhstan, Macedonia, Moldova, Montenegro, Serbia, and Ukraine. The Armenian Orthodox Church celebrated on January 6.

In Bethlehem, Palestinians Christians — angry with church land sales to Israelis — scuffled with Palestinian police, as they attempted to block the arrival of the Holy Land’s Greek Orthodox patriarch for Christmas celebrations.

Demonstrators banged on the sides of police escort vehicles, but Patriarch Theophilos III managed to safely move in his limousine to the Church of the Nativity for the traditional Orthodox Christmas eve observance.

In Istanbul, the Greek Orthodox Christian community celebrated Epiphany with the blessing of the waters.

Ecumenical Patriarch Bartholomew I, the spiritual leader of Orthodox Christians around the world and the archbishop of Constantinople, led the liturgy at the Patriarchal Church of St. George.

The Eastern Orthodox Church commemorates Jesus’ baptism on Epiphany. Most Christian religions observe Epiphany to recall the three wise men who followed a star to find the baby Jesus.

In Egypt, President Abdel-Fattah al-Sisi attended an Orthodox Christmas service at a new church in a symbolic act of solidarity with his country’s embattled Christian community, the Copts.

Sisi, a Muslim, told the packed cathedral outside of Cairo on the Orthodox Christmas Eve that “you are our family. We are one and no one can divide us.”

His appearance at the cathedral along with Coptic Pope Tawadros II came as tens of thousands of soldiers and police were deployed outside churches in Egypt to secure against attacks by Islamic militants, who have targeted Christians for the past two years in bomb attacks that have killed about 100 people.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Medio Oriente

Emirati Arabi Uniti. 7,878 progetti edili per 227.9 mld, senza l’Italia.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-06.

Emirati Arabi Uniti 2

«Il valore complessivo di 7.878 progetti di costruzione negli Emirati Arabi Uniti all’inizio di settembre, è stato pari a 227,9 miliardi di dollari»

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«circa 100,5 miliardi di dollari riguardano progetti per la costruzione di grattacieli, mentre il valore di progetti per la realizzazione di edifici di medie e piccole dimensioni è rispettivamente di 64,5 miliardi e 62,9 miliardi di dollari»

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«Circa 3.857 edifici stanno emergendo negli emirati settentrionali, 2.812 a Dubai e 1.208 a Abu Dhabi. In termini di valore, a Dubai sono stati sviluppati 121,1 miliardi di dollari di immobili, 64,3 miliardi di dollari di progetti ad Abu Dhabi e 42,6 miliardi di dollari nel resto della parte settentrionale del paese»

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«L’industria dell’edilizia costituisce l’83 per cento di tutti i progetti attivi nel settore dell’edilizia urbana negli Emirati, rappresentando circa il 44 per cento del valore totale stimato del settore»

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Questa è una grandiosa fase costruttiva negli Emirati Arabi Uniti. E tutti i progetti non solo sono lucrosi, appaltati a prezzi di mercato, ma consentono anche un portafogli ordini pluriennale, cosa di non poco conto.

L’Italia è rimasta fuori dai giochi, se si escludono rari e scarni briciolotti, in gran parte ottenuti per amicizie personali.

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha brillato per la sua assenza, quello degli Esteri brilla solo per i suoi costi.

Sarebbe logico domandarsi cosa ci stiano a fare questi due Ministeri.

Purtroppo la risposta è immediata, surreale, naif, ma non per questo a buon mercato.

A confronto politiche e pratiche contro la violenza di genere in Palestina

Constatiamo soltanto come i paesi arabi non siano per nulla interessati alla ‘violenza di genere‘ e guardino invece in modo molto sospettoso tutti quelli che la sostengono e che vorrebbero propagandarla in casa loro.

Anzi, in modo talmente sospettoso, da non invitarli nemmeno a partecipare alla gare di appalto. Gli altrimenti pensanti e senzienti non sono gente gradita nei paesi arabi.

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Questo tristo governo sta finalmente arrivando a termine e le prospezioni sembrerebbero indicare che difficilmente potrà riproporsi.

Sinceramente noi vorremmo avere un Primo Ministro come Churchill, flagello di tutte le segretarie, che peraltro si battevano per i suoi favori: nessuna scampò alla sua attenzione. Fumava in continuazione sigari molto odorosi, e la sera si beveva una buona mezza bottiglia di whisky. Quando si arrabbiava, tirava giù dei moccoli strabilianti, che avrebbero fatto tremare anche gli scafati portuali di Plymouth.

Ma mai in vita sua Mr Churchill si fece sfuggire un appalto.

Il quattro marzo si avvicina: ci rivedremo a Filippi.


Camera Cooperazione Italo Araba. 2018-01-03. Emirati, in corso 7.878 progetti settore costruzioni per 227,9 miliardi di dollari

Il valore complessivo di 7.878 progetti di costruzione negli Emirati Arabi Uniti all’inizio di settembre, è stato pari a 227,9 miliardi di dollari. Lo ha riferito Bnc, uno dei più importanti network del settore immobiliare nella regione Medio Oriente e Nord Africa. Secondo il rapporto, circa 100,5 miliardi di dollari riguardano progetti per la costruzione di grattacieli, mentre il valore di progetti per la realizzazione di edifici di medie e piccole dimensioni è rispettivamente di 64,5 miliardi e 62,9 miliardi di dollari. 

Tra i 7.788 progetti analizzati nel rapporto di Bnc la maggioranza si trova negli emirati di Dubai ed Abu Dhabi. Circa 3.857 edifici stanno emergendo negli emirati settentrionali, 2.812 a Dubai e 1.208 a Abu Dhabi. In termini di valore, a Dubai sono stati sviluppati 121,1 miliardi di dollari di immobili, 64,3 miliardi di dollari di progetti ad Abu Dhabi e 42,6 miliardi di dollari nel resto della parte settentrionale del paese. Nel mese di agosto, il numero di progetti di costruzione negli Emirati Arabi Uniti è aumentato del 2 per cento rispetto a luglio 2017, ma in termini di valore, non si sono verificati aumenti significativi, riferisce Bnc nel suo rapporto. “I nostri risultati mostrano chiaramente che i progetti immobiliari stanno andando avanti come previsto per l’anticipato aumento della domanda nei prossimi anni a causa dei lavori per il completamento di Expo Dubai 2020”, ha dichiarato Avin Gidwani, amministratore delegato di Bnc. “La maggior parte dei proprietari dei progetti in corso e gli sviluppatori stanno cercando di completare i piani di costruzione prima dell’ottobre 2020, quando Dubai prevede di ricevere 20 milioni di ospiti e di 25 milioni di visitatori presso il sito di Expo”, ha aggiunto. 

L’industria dell’edilizia costituisce l’83 per cento di tutti i progetti attivi nel settore dell’edilizia urbana negli Emirati, rappresentando circa il 44 per cento del valore totale stimato del settore. Un totale di 48 progetti di costruzione con un valore combinato stimato di 2,5 miliardi di dollari sono stati assegnati nel mese di agosto. Il più grande progetto edilizio in termini di valore è stato il complesso di 729 ville che sorgeranno ad Al Montezi, nell’emirato di Ajman, per un valore di 272 milioni di dollari. Sempre nel mese di agosto sono stati completati 228 progetti edilizi con un valore complessivo stimato di 4 miliardi di dollari. Il più grande progetto in termini di valore che è stato completato nel mese di riferimento è stato il piano di rinnovo del palazzo presidenziale di Abu Dhabi per un totale di spesa di 1,6 miliardi di dollari.

Pubblicato in: Fisco e Tasse, Medio Oriente

Paesi del Golfo. Parziale adeguamento fiscale all’Occidente.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-05.

Arabia Saudita 001

«Rivoluzione fiscale in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti dove per la prima volta è stata introdotta l’Iva»

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«Una svolta storica e necessaria per tentare di rimpolpare le casse dei due paesi del Golfo e rilanciare l’economia provata dal crollo dei prezzi del petrolio»

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«L’imposta al 5% …. da oggi è applicata su molti prodotti d’uso comune, dalla benzina, al cibo ai telefoni»

*

«Saranno esenti dall’Iva invece i servizi sanitari, i trasporti pubblici e le operazioni finanziarie»

*

«Gli altri Paesi membri, Qatar, Bahrein, Oman e Kuwait hanno tempo fino al 1 gennaio 2019 per applicare la tassa»

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«L’Arabia Saudita, il cui 90% delle entrate proviene dall’oro nero, ha già introdotto una tassa su tabacco e bevande e ha ridotto alcune forme di sussidio. Gli Emirati, che devono al petrolio l’80% del loro budget, hanno alzato i pedaggi autostradali e la tassa sul turismo»

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2018-01-04__Paesi del Golfo.

L’Arabia Saudita sta attraversando un periodo di transizione politica ed economica.

Il pil pro capite è sceso dai 25,208$ del 2012 agli attuali 20,029$. Nel 2017 il pil% è decresciuto del -0.5% nel Q1 e del -1.0% nel Q2.

Il Principe Ereditario ha assunto de facto il governo ed ha varato grandi progetti di riforme.

Arabia Saudita entra nel nucleare, dall’estrazione ai reattori.

Arabia Saudita. Un progetto da 500 miliardi.

Arabia Saudita passa al calendario gregoriano.

Arabia Saudita, prima emissione record di bond

Tuttavia la guerra del petrolio oltre alle grandi spese militari per la propria sicurezza in un Medio Oriente inquieto ed instabile, ha inciso profondamente sulla situazione economica, destabilizzandola.

Poi, si tenga presente come gran parte dei proventi petroliferi vadano non tanto all’Arabia Saudita quanto piuttosto ai membri della Famiglia Saud.

Le conclusione sono al solito davvero semplici.

L’Arabia Saudita deve ridimensionare le proprie ambizioni locoregionali per il banale motivo che non ha fondi sufficienti per potersele permettere.

Nota.

I media liberal occidentali hanno fatto grancassa al permesso accordato in Arabia Saudita alle femmine di poter guidare l’automobile. Certo cambiamento di costume, anche se limitato alle 52 donne abilitate della Famiglia Saud, ma non di importanza come l’introduzione dell’Iva.


Camera Cooperazione Italo Araba. 2018-01-03. Arabia Saudita ed Emirati, introdotta per la prima volta l’IVA

Rivoluzione fiscale in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti dove per la prima volta è stata introdotta l’Iva. Una svolta storica e necessaria per tentare di rimpolpare le casse dei due paesi del Golfo e rilanciare l’economia provata dal crollo dei prezzi del petrolio. L’imposta al 5%, riporta la Bbc, da oggi è applicata su molti prodotti d’uso comune, dalla benzina, al cibo ai telefoni. Ma anche sui costi delle stanze d’albergo e sulle bollette di acqua ed elettricità. Saranno esenti dall’Iva invece i servizi sanitari, i trasporti pubblici e le operazioni finanziarie.

Finisce quindi il sogno del paradiso ‘tax-free’ nel Golfo che per tanto tempo ha attirato lavoratori e turisti da tutto il mondo. Negli ultimi tre anni, con l’aggravarsi della crisi dei prezzi del petrolio, i paesi dell’area hanno cominciato a discutere della possibilità di introdurre un vero e proprio sistema di tassazione.

L’Arabia Saudita, il cui 90% delle entrate proviene dall’oro nero, ha già introdotto una tassa su tabacco e bevande e ha ridotto alcune forme di sussidio. Gli Emirati, che devono al petrolio l’80% del loro budget, hanno alzato i pedaggi autostradali e la tassa sul turismo. I lavoratori, locali e non, possono consolarsi almeno parzialmente. Non è in programma, infatti, l’imposizione di nessuna tassa sul reddito.

L’introduzione dell’Iva è stata decisa nell’ambito del Consiglio di cooperazione del Golfo ed è in linea con le raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale.

Secondo il direttore del Fmi per il Medio Oriente, Jihad Azour, la tassa fa parte di una riforma a lungo termine del sistema fiscale per avviare i paesi del Golfo a diminuire la loro dipendenza dal petrolio. Sul rischio che la nuova imposta provochi un rallentamento dei consumi in paesi in cui il costo della vita è già molto alto l’Fmi rassicura: sarà compensato dagli investimenti del governo.

Gli altri Paesi membri, Qatar, Bahrein, Oman e Kuwait hanno tempo fino al 1 gennaio 2019 per applicare la tassa.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Medio Oriente

Israele. I migranti illegali africani devono andarsene.

MURO-DEL-PIANTO-ISRAELE-003

La devoluzione dell’ideologia liberal e socialista ideologica prosegue a buon ritmo.Segno del loro indebolimento è la posizione presa da Israele.

Israel’s unwanted African migrants

«The Israeli government has issued a notice for thousands of African migrants to leave the country or face imprisonment»

*

«They will be given the option of going to their home country or third countries»

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«If they do not leave, the Israeli authorities have threatened that they will start jailing them from April»

*

«A spokesperson for Israel’s Population and Immigration Authority told the BBC there were currently 38,000 “infiltrators” in Israel, of whom just 1,420 were being held in detention facilities»

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«Israel uses the term “infiltrators” to describe people who did not enter the country through an official border crossing»

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Poniamoci adesso una domanda.

Chi ha stabilito o chi ha ordinato e, nel caso, con quale autorità, che uno stato sovrano debba accettare un’immigrazione illegale?

Per quale motivo uno stato sovrano dovrebbe accettare un fatto illegale?

In quale codice è mai scritta codesta regola?

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Si fa tanto parlare del rule of law, ma resterebbe invero difficile accettare che esso implichi la legalizzazione dell’illegale. Questa è l’interpretazione liberal delle leggi.

Come quasi tutte le nazioni, Israele ha un efficiente Ufficio immigrazione che nel corso degli anni ha sempre dimostrato larghezza di vedute e sano buon senso.

A nostro sommesso parere il problema degli ‘economic migrants’ trova solo due possibili e ragionevoli soluzioni.

La prima soluzione consiste nel ritorno in patria di quanti, dopo essere espatriati, hanno avuto modo di imparare un mestiere produttivo e mettersi da parte un gruzzoletto con cui finanziarsi un inizio attività una volta tornati in patria. Fenomeno questo vissuto dall’emigrazione del Veneto e del Friuli, delle valli liguri interne, e di molte altre regioni.

La seconda soluzione consiste nel facilitare lo sviluppo economico delle zone di provenienza. Senza investimenti per costruire nei paesi fonti di immigrazione acquedotti, strade, ferrovie, centrali elettriche, infrastrutture in altri termini, il problema resterà perennemente irrisolto.


Bbc. 2018-01-02. Israel: African migrants told to leave or face imprisonment

The Israeli government has issued a notice for thousands of African migrants to leave the country or face imprisonment.

The migrants will be given up to $3,500 (£2,600) for leaving within the next 90 days.

They will be given the option of going to their home country or third countries.

If they do not leave, the Israeli authorities have threatened that they will start jailing them from April.

The UN refugee agency said the controversial plan violated international and Israeli laws.

The Israeli government says their return will be humane and “voluntary”.

The order exempts children, elderly people, and victims of slavery and human trafficking.

A spokesperson for Israel’s Population and Immigration Authority told the BBC there were currently 38,000 “infiltrators” in Israel, of whom just 1,420 were being held in detention facilities.

Israel uses the term “infiltrators” to describe people who did not enter the country through an official border crossing.

Many of the migrants – who are mostly from Eritrea and Sudan – say they came to Israel to seek asylum after fleeing persecution and conflict, but the authorities regard them as economic migrants.

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu has claimed that an unchecked influx of African migrants could threaten Israel’s Jewish character.

Pubblicato in: Medio Oriente, Religioni

Israele abbandona l’Unesco. Ed ha fatto più che bene.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-12-23.

Yaḥyā ibn Saʿīd al-Anṭakī_

Unesco, “Building peace in the minds of men and women

«UNESCO is responsible for coordinating international cooperation in education, science, culture and communication. It strengthens the ties between nations and societies, and mobilizes the wider public so that each child and citizen:

– has access to quality education; a basic human right and an indispensable prerequisite for sustainable development;

– may grow and live in a cultural environment rich in diversity and dialogue, where heritage serves a- s a bridge between generations and peoples;

– can fully benefit from scientific advances;

– and can enjoy full freedom of expression; the basis of democracy, development and human dignity.

UNESCO’s messages are of increasing importance today, in a globalized world where interconnections and diversity must serve as opportunities to build peace in the minds of men and women.»

*

Per capire a fondo cosa sia e cosa rappresenti l’Unesco sarebbe molto utile leggere con cura l’Approved Programme and Budget 2016-2017. Si noti come questo riportato sia il budget specifico, da aggiungersi a quello di dotazione ordinaria.

«Since 1945, UNESCO has been acting across the world to strengthen the defences of peace by promoting

education for all, by safeguarding humanity’s shared cultural heritage and diversity on the basis of human

rights, by advancing scientific cooperation for the benefit of all, by championing gender equality, by

supporting States in understanding and managing social transformations and by defending freedom of

expression and promoting media development. ….

Globalization has accelerated, and so has the impact of climate change. ….

I see this as the essence of the new 2030 Agenda for Sustainable Development, agreed by Member States

in 2015. The same inspiration underpins the Paris Climate Change Agreement, adopted at the COP21 in

Paris in December, 2015.»

*

«For the financial period 2016-2017 the amount of $667,000,000 is appropriated as follows: ….

Major Programme I – Education 124 437 800 ….

Major Programme II – Natural sciences 67 350 200

Major Programme IV – Culture 54 439 400»

*

«Coordination and monitoring of action to benefit Africa 8 181 500 ….

Coordination and monitoring of action to benefit Gender Equality 2 240 700 ….

Human resources management 33 420 100»

* * *

Come si constata, l’Unesco è improntata all’ideologia liberal, ed usa i fondi di dotazione per propagandare tale modo di concepire la vita e la società. È un immane stipendificio a beneficio di pochi intimi, purché liberal.

In termini politicamente corretti, l’Unesco è un grandioso stipendificio per funzionari destinati a questo cimitero degli elefanti.

Old City of Jerusalem and its Walls

«As a holy city for Judaism, Christianity and Islam, Jerusalem has always been of great symbolic importance. Among its 220 historic monuments, the Dome of the Rock stands out: built in the 7th century, it is decorated with beautiful geometric and floral motifs. It is recognized by all three religions as the site of Abraham’s sacrifice. The Wailing Wall delimits the quarters of the different religious communities, while the Resurrection rotunda in the Church of the Holy Sepulchre houses Christ’s tomb.»

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«Last year, UNESCO passed resolutions declaring that Israel has no rights to Jerusalem, and described the Temple Mount and Old City of Jerusalem as Muslim holy sites»

*

«Earlier this year, UNESCO declared the ancient city of Hevron, King David’s first capital and home to the tomb of the biblical patriarchs, an endangered Palestinian heritage site»

*

«Thursday’s vote at the UN General Assembly in which 128 countries voted to reject U.S. President Donald Trump’s recognition of Jerusalem as Israel’s capital»

* * *

Quando la politica si intromette nella storia e nella religione afferma e compie invariabilmente scempiaggini immani.

Basterebbe leggersi la Sacra Bibbia e gli storici per constatare come Gerusalemme sia città sacra degli Ebrei e dei Cristiani. Non a caso, Gerusalemme non è mai citata nel Corano, mentre la Mecca vi compare ripetutamente. Le prelazioni arabe su Gerusalemme hanno preso corpo solo dopo l’istituzione dello Stato di Israele, e la dizione “Gerusalemme città sacra dei musulmani” compare per la prima volta nel 1961: un po’ troppo recentemente per essere definito un retaggio storico. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i cronisti islamici medievali non può che confermare questa asserzione. Basterebbe leggersi le Cronache dell’Egitto Fatimide di Yaḥyā ibn Saʿīd al-Anṭakī per constatare il rispetto con cui il Califfo Al-Hakim bi-Amr Allah trattò Gerusalemme.

Che poi Hevron, capitale davidica e sede delle tombe di molti patriarchi, sia “retaggio palestinese” è un falso  storico: il termine “palestinese” trova il suo primo riscontro nel 1949. Hevron è città ebraica da oltre tremila anni.

* * * * * * *

Siamo i primi a riconoscere come il Medio Oriente costituisca un problema politico, militare ed economico.

Nel contempo constatiamo come gli israeliti abbiano commesso nel 1948, al termine della prima guerra di indipendenza, il grave errore di non aver sgombrato dal loro territorio tutti i musulmani. Stalin, più lungimirante, sgombrò tutti i tedeschi dalla ex Prussia orientale, diventata territorio russo, rendendo così stabile la zona.

Constatiamo anche come il termine “Ebreo” designi certamente persone con eguale ascendenza israelita, ma che gli Ebrei che vivono in Occidente si comportino più da liberal che da Ebrei. E da buoni liberal odiano la religione.

Constatiamo infine come gli organi internazionali siano credibili solo quando rispettino la verità storica  e deliberino in modo equo secondo giustizia: una volta squalificati, sono più dannosi che inutili.


Arutz Sheva. 2017-12-23.Israel to leave UNESCO

Israel will leave the UN’s cultural body, UNESCO, it was announced Friday.

Prime Minister Binyamin Netanyahu instructed Israel’s ambassador to UNESCO, Carmel Shama Hacohen, to officially submit a letter to UNESCO Director-General Audrey Azoulay, announcing Israel’s withdrawal from the body.

The letter will be submitted in the coming days and Israel’s withdrawal will go into effect at the end of 2018, according to the organization’s rules.

The decision follows Thursday’s vote at the UN General Assembly in which 128 countries voted to reject U.S. President Donald Trump’s recognition of Jerusalem as Israel’s capital.

Israel’s move comes several months after the U.S. State Department declared that the U.S. would be leaving UNESCO by 2019 due to its anti-Israel bias.

Earlier this year, UNESCO declared the ancient city of Hevron, King David’s first capital and home to the tomb of the biblical patriarchs, an endangered Palestinian heritage site.

Last year, UNESCO passed resolutions declaring that Israel has no rights to Jerusalem, and described the Temple Mount and Old City of Jerusalem as Muslim holy sites.


Ansa. 2017-12-23. Israele, fuori da Unesco a fine 2018

Israele ha annunciato che lascerà l’Unesco entro la fine del 2018 per i “sistematici attacchi” da parte dell’organizzazione delle Nazioni Unite contro lo Stato ebraico. Il portavoce del ministero degli Esteri, Emmanuel Nahshon, ha precisato che la decisione è stata presa per i “tentativi” dell’Unesco “di disconnettere la storia ebraica dalla terra di Israele”, aggiungendo che la lettera formale sarà presentata all’agenzia Onu entro la fine di quest’anno e che quindi Israele lascerà l’Unesco entro la fine del 2018.

Lo scorso 12 ottobre gli Stati Uniti avevano annunciato di volersi ritirare dall’agenzia delle Nazioni Unite dopo mesi di tensioni sul nodo del Medio Oriente. E lo stesso giorno il premier israeliano Benyamin Netanyhau aveva dato istruzioni di “preparare l’uscita di Israele dall’Unesco in parallelo con gli Usa”. Netanyahu aveva reso omaggio alla scelta del presidente americano. “La decisione di Trump – aveva detto – è coraggiosa e morale, perche l’Unesco è diventato un teatro dell’assurdo e perché piuttosto che preservare la storia la distorce”. Tre giorni dopo il premier israeliano aveva ribadito la sua decisione di uscire dall’agenzia Onu: “la mia istruzione di lasciare l’organismo – aveva spiegato – resta immutata e procederemo per realizzarla”. “L’Unesco è diventata la sede di risoluzioni bizzarre, anti israeliane e in pratica antisemite. Ci auguriamo che cambi strada ma non abbiamo grandi speranze”.