Pubblicato in: Banche Centrali, Medio Oriente

Turkia. Accordo con Qatar, che erogherebbe 13 mld Usd.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-19.

2018-06-27__Trump_Suprema_Corte__001

La politica di fedeli rapporti amicali genera sempre buoni frutti.

«Gulf nation’s banking sector has considerable exposure to Turkey»

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«Qatar’s emir headed to Turkey on Wednesday for talks with President Recep Tayyip Erdogan who is dealing with a collapse of the lira currency and deteriorating relations with the United States»

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«Ad agevolare il soccorso dell’Emiro, la fedeltà dimostrata da Ankara nei confronto del ricco alleato del Golfo durante i lunghi anni della crisi siriana, e soprattutto nell’ultima fase in cui gli altri Paesi dell’area, con in testa l’Arabia Saudita, hanno deciso di forzare la mano rompendo le relazioni diplomatiche con i «nemici» sciiti del Qatar»

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«Dopo un incontro di tre ore e mezza ad Ankara, l’Emiro del Qatar, lo sceicco Al Thani, ha promesso che il suo Paese investirà 15 miliardi di dollari — circa 13 miliardi di euro — in Turchia»

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Ben difficilmente saranno i quindici miliardi erogati dall’emiro del Qatar che potranno tamponare la crisi della Turkia.

Non dovrebbe però essere sottovalutato l’impatto politico e psicologico di una simile manovra.

Si resta invece molto incuriositi dall’attuale silenzio del Presidente Putin.


Gulf New. Banking. 2018-08-16. Qatar’s emir heads to Turkey for talks with Erdogan

Gulf nation’s banking sector has considerable exposure to Turkey.

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Dubai: Qatar’s emir headed to Turkey on Wednesday for talks with President Recep Tayyip Erdogan who is dealing with a collapse of the lira currency and deteriorating relations with the United States.

Emir Tamim Bin Hamad Al Thani and Erdogan are expected to discuss “means of strengthening the existing strategic cooperation between the two countries in various fields”, the state news agency QNA reported.

Qatar National Bank, the Middle East and North Africa’s largest bank, in 2016 completed the acquisition of Turkey’s Finansbank. Now around 15 per cent of QNB’s assets and 14 per cent of its loans relate to Turkey, according to Arqaam Capital.

Commercial Bank, Qatar’s third largest bank by assets, has been deploying more capital and focus on its Turkey business in a bid to benefit from closer political ties between the two countries. The lender owns Turkey’s Alternatifbank.


Corriere. 2018-08-16. Soccorso di lusso per Erdogan: in arrivo fondi dal Qatar per 13 miliardi

La promessa dell’Emiro dopo l’incontro ad Ankara. E il presidente turco manda segnali di disgelo all’Europa: liberato dopo 14 mesi il presidente onorario di Amnesty.

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Nel pieno del tracollo finanziario dello scorso finesettimana, Recep Tayyip Erdogan aveva promesso minaccioso dalle colonne del New York Times che la Turchia si sarebbe cercata presto «nuovi alleati» dopo il voltafaccia degli Stati Uniti con i nuovi dazi decisi da Trump. Detto, fatto. Dopo un incontro di tre ore e mezza ad Ankara, l’Emiro del Qatar, lo sceicco Al Thani, ha promesso che il suo Paese investirà 15 miliardi di dollari — circa 13 miliardi di euro — in Turchia. E la notizia ha contribuito a risollevare il corso della lira, il cui valore è risalito del 6% dopo le pesantissime perdite consumate nell’ultima settimana.

Una boccata d’ossigeno essenziale per i mercati, ma anche per Erdogan, rimasto spiazzato dalla «aggressione» americana e determinato a salvare il suo Paese — e il consenso al suo potere — dal tracollo economico-finanziario. Ad agevolare il soccorso dell’Emiro, la fedeltà dimostrata da Ankara nei confronto del ricco alleato del Golfo durante i lunghi anni della crisi siriana, e soprattutto nell’ultima fase in cui gli altri Paesi dell’area, con in testa l’Arabia Saudita, hanno deciso di forzare la mano rompendo le relazioni diplomatiche con i «nemici» sciiti del Qatar.

Ma la strategia diplomatica di Erdogan per uscire dall’angolo non si ferma qui. Il secondo fronte aperto dal governo turco per risalire la china politica ed economica sembra essere proprio quello europeo. Già negli scorsi giorni un canale era sembrato aprirsi con la Germania quando la cancelliera Angela Merkel aveva sottolineato che «nessuno ha interesse in una destabilizzazione economica della Turchia». Ieri Erdogan ha dato seguito ai segnali tedeschi trattenendosi al telefono con Merkel, alla quale farà visita, dopo mesi di alta tensione, a settembre. E oggi è in programma un contatto telefonico con l’altro leader forte europeo, il francese Emmanuel Macron.

A testimoniare la volontà di riavvicinarsi all’Ue — per lo meno sulla carta — è arrivata anche la decisione inattesa da parte del governo turco di liberare dopo 14 mesi di prigionia Taner Kilic, presidente onorario di Amnesty in Turchia, incarcerato lo scorso anno con l’accusa di far parte della rete dell’imam Fethullah Gulen, considerato da Ankara il «mandante» del tentato golpe del 2016.

Un segnale politico ancora più evidente considerato che arriva nelle stesse ore in cui la corte di Istanbul ha respinto un secondo appello da parte della difesa del pastore Andrew Brunson per la sua liberazione. Mano tesa all’Europa, pungo di ferro con gli americani dunque. Anche sul piano più concreto: dopo l’approvazione delle tariffe anti-turche da parte degli Usa lo scorso venerdì, Erdogan ha risposto firmando il decreto che impone nuovi dazi dal 50 al 140% su prodotti di importazione americana come riso, alcol, tabacco e automobili. E pur senza porre tariffe esplicite, per completare il quadro, Erdogan ha invitato i suoi concittadini a boicottare anche i prodotti americani nel settore dell’elettronica: a partire dagli iPhone.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Medio Oriente, Unione Europea

Le illusioni europee sull’Iran. – Al Arabiya.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-18.

Iran 001

I problemi culturali, politici, economici e militari legati all’Iran sono complessi e sfaccettati. Difficile cercare di comprenderli senza aver anche valutato attentamente come le svariate componenti in gioco vedano la questione.

A seguito saranno riportate alcune considerazioni fatte dagli arabi.

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«It was an almost surrealistic scene the other day when the European Union’s foreign relations spokeswoman Federica Mogherini traveled halfway around the world to New Zealand to lobby for “continued trade with the Islamic Republic of Iran” in defiance of sanctions re-imposed by US President Donald Trump»

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«Here was an official of a bloc of democracies supposedly allied to the United States not only criticizing an American policy, something quite legitimate, but inviting others to oppose it with full resolve»

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«Trump may have been impolitic or provocative. But he has betrayed no signature and violated no treaty»

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«To start with, they all insist that the so-called “nuke deal” concocted by former US President Barack Obama is inviolable because, in Mogherini’s words, the EU must “honor its signature.”»

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«However, the EU never signed the so-called Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), nor did anyone else»

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«the EU was never part of the negotiations that took place between Iran on one hand and the five permanent members of the UN Security Council plus Germany on the other»

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«the so-called 5+1 group that negotiated with the Islamic Republic was an informal group with absolutely no legal existence»

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«If Mogherini and Alistair Burt are serious in their campaign in favor of the JCPOA they should re-write it in the form of a treaty signed by EU members and ratified by their respective parliaments or at least the EU’s Council of Ministers»

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«With the re-imposition of American sanctions, thousands of firms trading with both Iran and the US would face a dilemma: which of the two markets do they choose? It is not in the EU’s mandate to resolve that dilemma for them.»

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«Four-fifths of Iran’s trade with the EU bloc is with Germany, France, the UK and Italy.»

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«That may or may not be the right policy, but it is at least a policy»

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Trump. Executive Order EO13846. Della vera novità nessuno ne parla.

Al Arabiya evidenzia alcune problematiche, diplomatiche e giuridiche, di non poco conto.

In primo luogo, l’Iranian deal non esiste, né può esistere, da un punto di vista diplomatico e giuridico, non essendo le parti contraenti legalmente abilitate a firmare trattati internazionali. Non lice invocare the rule of laws per poi disattenderle.

In secondo luogo, l’Unione Europea non compariva tra gli attori dell’Iranian deal, di conseguenza Mrs Mogherini non ha diritto di intervenire in materia, cercando di assumere il ruolo di parte contraente. Una cosa è esprimere pareri politica, ed un’altra invece il farlo con autorità giuridicamente legale.

In terzo luogo, Mr Trump non ha violato nessun termine degli accordi: il provvedimento EO13846 stabilisce soltanto che le imprese che commercializzano o producono in Iran non saranno ammesse al mercato statunitense ed i loro beni confiscati. In altri termini, questo provvedimento inerisce le imprese europee, noni relativi governi né, tanto meno, l’Unione Europea.

In quarto luogo, sta di fatto come l’Unione Europea si sia fatta cogliere del tutto impreparata dalle mosse del presidente Trump. I dirigenti europei dovrebbero prendere atto come si possa ragionare ed agire anche in modo differente da come loro pensavano fosse l’unico modo possibile.

In quinto luogo, quattro quinti del commercio europeo con l’Iran è sostenuto da imprese tedesche, francesi, inglesi ed italiane, sicuramente europee ma non per questo rappresentative dell’Unione Europea.

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Sono tutte considerazioni che sembrerebbero esser degne di nota.


Al Arabiya. 2018-08-14. Europe’s dangerous illusions about Iran

It was an almost surrealistic scene the other day when the European Union’s foreign relations spokeswoman Federica Mogherini traveled halfway around the world to New Zealand to lobby for “continued trade with the Islamic Republic of Iran” in defiance of sanctions re-imposed by US President Donald Trump.

Here was an official of a bloc of democracies supposedly allied to the United States not only criticizing an American policy, something quite legitimate, but inviting others to oppose it with full resolve. Almost on the same day Alistair Burt, the minister in charge of the Middle East in the British Foreign Office, told BBC Radio 4 that the United Kingdom, still part of the EU, was adopting a similar position against Trump’s move.

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«By re-imposing some of the sanctions imposed by four of his predecessors, Trump may have been impolitic or provocative. But he has betrayed no signature and violated no treaty. All he has done is refusing to continue suspending some sanctions as Bill Clinton and Barack Obama had done before him»

——

Illegitimate intervention.

To start with, they all insist that the so-called “nuke deal” concocted by former US President Barack Obama is inviolable because, in Mogherini’s words, the EU must “honor its signature.” However, the EU never signed the so-called Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), nor did anyone else. There is no signature to honor or not.

In any case, though hovering on the sidelines like a ghost, the EU was never part of the negotiations that took place between Iran on one hand and the five permanent members of the UN Security Council plus Germany on the other.

Moreover, the so-called 5+1 group that negotiated with the Islamic Republic was an informal group with absolutely no legal existence and certainly no legally binding mission and no mechanism for enforcing its decisions and answerability.

If Mogherini and Alistair Burt are serious in their campaign in favor of the JCPOA they should re-write it in the form of a treaty signed by EU members and ratified by their respective parliaments or at least the EU’s Council of Ministers. Even then, for JCPOA to acquire some legal dignity it would have to be re-written in the form of an act of parliament and submitted to the Islamic Majlis in Tehran for proper ratification according to the Iranian Constitution, something that the Islamic government is loathing to do.

All of that would require an agreement on a single official version of the deal, which means discarding the various English and Persian versions in circulation.

By re-imposing some of the sanctions imposed by four of his predecessors, Trump may have been impolitic or provocative. But he has betrayed no signature and violated no treaty. All he has done is refusing to continue suspending some sanctions as Bill Clinton and Barack Obama had done before him.

Other factors point to EU’s hypocrisy in this matter.

With the re-imposition of American sanctions, thousands of firms trading with both Iran and the US would face a dilemma: which of the two markets do they choose? It is not in the EU’s mandate to resolve that dilemma for them. So far, and at least two years after the ”nuke deal” was unveiled, European firms are not quite sure how or even if they can treat the Islamic Republic as a normal trading partner. Nor has the EU’s lobbying for the mullahs persuaded them to free a dozen European Union citizens still held hostage in Tehran about whom neither Mogherini nor Burt ever make a noise.

If sincere, the EU could use a range of tools at its disposal to encourage at least some firms to continue trading with Iran in areas affected by the re-imposed sanctions. Four-fifths of Iran’s trade with the EU bloc is with Germany, France, the UK and Italy. All those countries have well-established mechanisms for export protection but none is prepared to use them in support of trading with Iran. Interestingly, some of the sanctions that the EU is still keeping in place against Iran are tougher than those re-imposed by Trump.

Trump-bashing.

Leaving all that aside, the EU’s Trump-bashing on the issue will not change some facts. Even supposing the EU did something to render the re-imposed American sanctions less painful or utterly ineffective the concerns that Trump has raised about aspects of Tehran’s behavior would remain worthy of consideration by Europeans.

Shouldn’t one try to persuade or force Tehran to stop “exporting revolution” i.e. terror? Doesn’t peace and stability in the Middle East benefit from an end to Tehran’s meddling in Lebanon, Syria, Iraq, Yemen and Bahrain, not to mention Afghanistan and Pakistan? Would it not be a good thing if the present rulers in Tehran allowed the Iranian people a greater space for self-expression and participation in shaping their nation’s destiny?

The EU could play a positive role by acting as a broker between Iran and the US rather than go for empty diplomatic gesticulations. The EU should seek to persuade Iran that its traditional cheat-and-retreat strategy peaked out under Obama and its pursuit would only lead to disaster.

Obama encouraged the mullahs in their reckless strategy by supposedly granting them “the right to enrich uranium” as Islamic Foreign Minister Mohammad-Javad Zarif goes around boasting. However, all nations have the right to enrich uranium if they so wish or even to build nuclear weapons.

The mullahs wanted another “victory over the Infidel” and Obama gave them the illusion of one through secret negotiations in Oman. Obama’s behavior persuaded the mullahs that regardless of what mischief they may make at home or abroad no one would make them pay a price for it.

Even better, a faux anti-American profile might give a morally bankrupt and repressive regime some prestige in parts of the world where anti-Americanism is the last refuge of every scoundrel. In a talk in New York in 2016, Zarif noted that without its “anti-Imperialist” profile the Islamic Republic would be “just another Pakistan”, which in his world view means a nobody.

Trump isn’t repeating Obama’s mistake by getting involved in secret shenanigans favored by the mullahs; he is playing above board. His message is, behave differently and you shall be treated differently.

That may or may not be the right policy, but it is at least a policy. The EU, on the other hand, has no policy on Iran apart from using it as an excuse for a little bit of Trump-bashing, a favorite global sport these days.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Medio Oriente, Ong - Ngo

Arabia Saudita sospende i voli per il Canada. Considerazioni.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-07.

2018-08-07__dionysius_i_of_syracuse

Moneta raffigurante Dionisio (Dionigi) I tiranno di Siracusa, circa 405 a.C.


Arabia Saudita e Canada. Congelati gli accordi commerciali. Espulsi gli Ambasciatori.

Riassumiamo.

«Canada is gravely concerned about additional arrests of civil society and women’s rights activists in #SaudiArabia, including Samar Badawi. We urge the Saudi authorities to immediately release them and all other peaceful #humanrights activists.vists.».

Così scriveva la Ministra degli Esteri Canadese Mrs Chrystia Freeland.

Così rispondeva l’Arabia Saudita.

«The negative and surprising attitude of #Canada is an entirely false claim and utterly incorrect. ….

We have been briefed by what the #Canadian foreign minister and the Canadian embassy to the #Kingdom released on what they named “civil society rights activists”, and we affirm that this negative and surprising attitude is an incorrect claim. ….

The Canadian position is an overt and blatant interference in the internal affairs of the Kingdom of #SaudiArabia and is in contravention of the most basic international norms and all the charters governing relations between States. ….

The Canadian position is a grave and unacceptable violation of the Kingdom’s laws and procedures. In addition to violate the Kingdom’s judiciary and a breach of the principle of #sovereignty. ….»

*

«We consider the Canadian ambassador to the Kingdom of Saudi Arabia persona non grata and order him to leave within the next 24 hours.»

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Di oggi una nuova escalation nel contenzioso.

Saudi Arabia suspends Toronto flights in row with Canada

«The leading Saudi women’s rights campaigner Manal al-Sharif thanked Canada for “speaking up” and asked when other Western powers would do the same. ….

In what appeared to be a further sign of deteriorating relations between the two countries, a verified Twitter account, which is reportedly linked to Saudi authorities, shared an image of a plane flying towards Toronto’s famed CN Tower.

The image was overlaid with text, including a quote which read “he who with what doesn’t concern him finds what doesn’t please him”. ….

Ms Badawi was given the US International Women of Courage Award in 2012 and is known for challenging Saudi Arabia’s male guardianship system.

Her brother Raif was sentenced to 10 years in prison and 1,000 lashes for “insulting Islam” online back in 2014, while his wife, Ensaf Haidar, lives in Canada and recently became a Canadian citizen.»

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Qualche precisazione.

– Una cosa è il non condividere una posizione politica di uno stato sovrano ed una ben differente è ordinare  a questo di variarla. Gli ordini si danno solo ed esclusivamente quando si sia investiti dell’autorità di emetterli, e poi di farli anche rispettare.

Il Canada non ha alcun diritto di immettersi negli affari sauditi.

– La diplomazia è un’arte delicata e sottile, molto ossequiosa alle forme. Il post twitter di Mrs Chrystia Freeland suona agli orecchi dei diplomatici come uno schiaffo insultante, di poco sotto ad una dichiarazione di guerra.

*

Il dramma degli autori illuministi consiste nel fatto che quasi nessuno ha letto i loro scritti, accontentandosi di riassunti e, soprattutto, di commenti. La differenza è evidente: sarebbe come guardare la cartolina del Cervino oppure esserselo scalato. Senza poi contare che la pletora dei commenti in realtà propugnano cose mai dette, edulcorando gli aspetti più aspri.

La storia insegna come l’illuminismo sia alla fine culminato nel movimento giacobino, di infausta memoria.

Quasi invariabilmente, quando sento parlare degli illuministi mi domando di cosa stiano parlando: chiaramente li ignorano. E questo sarebbe ancora il meno: sono anche convinti di conoscerli a menadito.

Il cuore dell’illuminismo risiede nel fatto di aver rigettato l’uso della logica non contraddittoria, del principio di non contraddizione. Tendenza questa che alla fine culminerà nella dialettica di Hegel, per cui:

«se i fatti conttaddicono la teoria, tanto peggio per i fatti»

I liberal ed i socialisti ideologici hanno assorbito appieno codesto modo di concepire il pensiero. Loro si credono di essere gli “illuminati” dalla dea ragione, fatto questo che li autorizzerebbe a sentirsi le guide naturali ed incontestabili di un popolo bue. È nel pensiero e nei fatti una visione prettamente razzista: al posto del discrimine razziale biologico è posta l’aderenza o meno alla dottrina liberal. Non solo, ma deriva sequenzialmente che chiunque non aderisca alla dottrina liberal non è un avversario politico, bensì un nemico da conculcare ed estirpare. Da sopprimere dapprima con la morte civile, quindi con quella fisica. Sotto questa ottica la dottrina liberal differisce da quella nazionalsocialista solo per l’oggetto da odiare. I liberal sono nazionalsocialisti.

Così i liberal hanno sviluppato nel tempo un superbia luciferina, per cui hanno una considerazione talmente alta di sé stessi da giungere al punto di stimarsi come principio e fine del proprio essere.

Alla luce di quanto sopra detto, risulta ben chiaro il perché Mrs Chrystia Freeland si sia comportata in codesta maniera. Crede semplicemente di essere dio sulla terra. Non vuole cercare di convincere alla propria Weltanschauung: la vuole semplicemente imporre.

Il brano del Grande Inquisitore de I Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij è chiarissimo ed auto esplicativo. Dostoevskij ha descritto i liberal con un secolo di anticipo per il semplice motivo che ciò sarebbe stato facilmente prevedibile a chiunque avesse ragionato: però, lo ha fatto con una penna grandiosamente bella e con una penetrazione psicologica di rara acutezza. I russi son sempre stati grandi pensatori: Vladimir Sergeevič Solov’ëv descrisse l’impero liberal in modo talmente perfetto da lasciare esterrefatti che sia stato possibile farlo con un secolo di anticipo.

Ma questa superbia riesce a reggersi solo ed esclusivamente conservando il potere, the power that be.

In altri tempi il diktat canadese avrebbe dovuto essere eseguito perché imposto, ma il Canada oramai vale ben poco, così come l’ideologia liberal in piena devoluzione.

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«civil society and women’s rights»

Chiariamo subito due grossolani equivoci, dapprima logici e quindi concettuali.

La società civile sono gli Elettori che si esprimono nell’urna, non gruppuscoli che alle elezioni non riescono a far eleggere nemmeno un deputato. Né, tanto meno, sono un’orda di erinni urlanti nelle strade: la piazza è incivile, e lo è perché cerca di imporre il volere di una sparuta minoranza. Una cosa è la dimostrazione ed una completamente differente la sommossa.

I women’s rights semplicemente non esistono. Esistono, e son cose ben serie, i diritti della persona umana. Ma questi diritti sono tali perché corrispondono a ben precisi doveri e non urtano né conculcano il proprio prossimo.

La neolingua liberal, culminante nel politicamente corretto, è roba da infingardi.

Troppo forte questa frase?

Pensiamoci sopra.

Vi sembra forse che quanto detto da Mrs Chrystia Freeland sia stato politicamente corretto?

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Medio Oriente, Senza categoria

Arabia Saudita e Canada. Congelati gli accordi commerciali. Espulsi gli Ambasciatori.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-06.

2018-08-06__Arabia__001

I fatti.

«Canada is gravely concerned about additional arrests of civil society and women’s rights activists in #SaudiArabia, including Samar Badawi. We urge the Saudi authorities to immediately release them and all other peaceful #humanrights activists.»

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«The negative and surprising attitude of #Canada is an entirely false claim and utterly incorrect. ….

We have been briefed by what the #Canadian foreign minister and the Canadian embassy to the #Kingdom released on what they named “civil society rights activists”, and we affirm that this negative and surprising attitude is an incorrect claim. ….

The Canadian position is an overt and blatant interference in the internal affairs of the Kingdom of #SaudiArabia and is in contravention of the most basic international norms and all the charters governing relations between States. ….

The Canadian position is a grave and unacceptable violation of the Kingdom’s laws and procedures. In addition to violate the Kingdom’s judiciary and a breach of the principle of #sovereignty. ….»

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«We consider the Canadian ambassador to the Kingdom of Saudi Arabia persona non grata and order him to leave within the next 24 hours.»

2018-08-06__Arabia__002

Questo il testo ufficiale dell’Arabia Saudita, che riportiamo in fotocopia.

2018-08-06__Arabia__003

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Considerazioni.

Per comprendere al meglio quanto è successo sarebbe utile richiamare alla mente alcuni elementi.

Fino alla fine degli anni settanta del secolo scorso l’Occidente rendeva ragione di oltre l’80% del pil mondiale: governava economicamente l’intero globo terraqueo. Se sicuramente l’economia non è l’unico fattore che concorre all’umano benessere e felicità, la potenza economica e familiare poneva l’Occidente in posizione egemone. Ma le cose sono cambiate e stanno evolvendosi in modo turbinoso.

«International Monetary Fund World Economic Outlook (October – 2017)

Le proiezioni al 2022 danno la Cina ad un pil ppa di 34,465 (20.54%) miliardi di Usd, gli Stati Uniti di 23,505 (14.01%), e l’India di 15,262 9.10%) Usd. Seguono Giappone con 6,163 (3.67%),  Germania (4.932%), Regno Unito 3,456 (2.06%), Francia 3,427 (2.04%), Italia 2,677 (1.60%). Russia 4.771 (2.84%) e Brasile 3,915 (2.33%).

I paesi del G7 produrranno 46,293 (27.59%) mld Usd del pil mondiale, mentre i paesi del Brics renderanno conto di 59,331 mld Usd (35.36%).»

Questi dati evidenziano come l’Occidente, inteso almeno come G7, conti grosso modo il 30% del pil ppa mondiale, mentre i Brics stanno evolvendosi a ritmo serrato. La Cina in particolare è proiettata per avere nel 2020 un pil ppa del 20.54% di quello mondiale. Per riscontro, gli Stati Uniti sarebbero proiettati al 14.01%, ed i paesi dell’Unione Europea a frazioni marginali di questo indicatore.

La conseguenza è evidente: l’Occidente non può permettersi di fare la voce grossa con nessuno.

*

Ma la situazione forse peggiore per l’Occidente è stata l’influenza delle ideologie liberal e socialiste, che per qualche decennio hanno anche gestito i governi nazionali ed attivamente partecipato alla Alleanza Progressista.

In estrema sintesi, in Occidente ha preso campo il vezzo di voler imporre la propria Weltanschauung a tutti i paesi non occidentali per quanto concerne il credo liberal, specialmente poi nei settori etici e morali. La situazione è stata anche forzata fino al punto di condizionare i rapporti economici alla accettazione di ciò che i liberal denominano i propri “valori“.

Orbene, codesti “valori” non sono per nulla condivisi a livello mondiale e l’ascesa dei movimenti sovranisti negli Stati Uniti e nell’Unione Europea dovrebbe renderli in breve oggetto di studio da parte della storia della filosofia e dell’economia: i liberal ed i socialisti si stanno rapidamente estinguendo.

Significativo è l’atteggiamento cinese.

Cina ed Africa. Una politica di rapporti internazionali paritetici.

Kenyatta: Gay rights is a non-issue for Keny

Cina, nuovo leader mondiale dei Paesi mussulmani. – Al Arabiya

Ma alla avanzata cinese, che considera i rapporti internazionali su base paritetica e non interferisce con le situazioni interne degli stati con i quali intrattiene rapporti economici, fa riscontro una lunga serie di insuccessi diplomatici occidentali.

Merkel. Una gran brutta figuraccia in Arabia Saudita.

Macron in visita nel Burkina Faso. Per poco lo accoppano. Incidente diplomatico.

Cina. Grande Muraglia contro la Germania. – Handelsblatt.

Macron licenzia in tronco l’ambasciatore in Ungheria.

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«Saudi Arabia has said it is freezing all new trade and investment with Canada over its “interference” in the Gulf Kingdom’s internal affairs»

*

«In a series of tweets, the Saudi foreign ministry said it was expelling the Canadian ambassador and recalling its own envoy in Canada »

*

«The move comes after Canada said it was “gravely concerned” about the arrest of several human rights activists.

Among those arrested was Saudi-American women’s rights campaigner Samar Badawi»

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Tranne che per i liberal e socialisti ideologizzati gli “human rights activists” non sono altro che agenti sovversivi al soldo di potenze straniere: nessuno li vuole sul proprio territorio, così come non gradiscono le ngo dalle quali dipendono. Per non parlare poi di cosa i liberal considerino “diritti umani“: una concezione giuridica scazontica e rigettata dal resto del mondo.

«what they named “civil society rights activists”, and we affirm that this negative and surprising attitude is an incorrect claim.»

Poi, da quale pulpito arriva la predica? Da Mr Justin Trudeau?

Canada. Ontario. I populisti di Mr Doug vincono 76 seggi contro i 7 dei liberal.

G7. Volano gli stracci. Figuraccia di Trudeau il trombato.

Trudeau. Un altro leader liberal arrostito sulla graticola. – Bloomberg.

Justin Trudeau, premier canadese, si era palpeggiato Mrs. Rose Knight.

Non siamo fini conoscitori dell’ideologia liberal e di quella femminista che ne deriva, ma avremmo seri dubbi che il palpeggiare le femmine sulle mammelle e sui glutei, nel tentativo di farsi strada verso zone ben più strategiche, sia conforme alla dottrina che Mr Trudeau professa.

«Canada is gravely concerned about additional arrests of civil society and women’s rights activist»

Ripetiamo. Sempre che esistano i “diritti delle femmine“, rientra nel loro diritto essere palpeggiate da Mr Trudeau? Lui sì e gli altri no?

Nota.

L’anno prossimo si terranno le elezioni politiche in Canada ed, a meno di grossolane variazioni del quadro politico, Mr Trudeau potrà tornate a fare lo spogliarellista in un qualche locale gay.


Bbc. 2018-08-06. Saudi Arabia freezes Canada trade ties, recalls envoy

Saudi Arabia has said it is freezing all new trade and investment with Canada over its “interference” in the Gulf Kingdom’s internal affairs.

In a series of tweets, the Saudi foreign ministry said it was expelling the Canadian ambassador and recalling its own envoy in Canada.

The move comes after Canada said it was “gravely concerned” about the arrest of several human rights activists.

Among those arrested was Saudi-American women’s rights campaigner Samar Badawi.

Ms Badawi had been calling for an end to Saudi Arabia’s male guardianship system.

– Saudi Arabia widens crackdown on women’s rights activists

Have executions doubled in Saudi Arabia?

Who is Saudi Crown Prince Mohammed?

What did Saudi Arabia say?

The foreign ministry said it “will not accept any form of interfering” in its internal affairs.

It referred to last week’s statement by the Canadian foreign ministry, which urged Riyadh to “immediately release” civil society and women’s rights activists.

The Saudi ministry described Canada’s position as “an attack” on the kingdom, saying it would now:

Freeze all new trade and investment transactions between the two countries

Consider the Canadian ambassador persona non grata and order the envoy to leave within 24 hours

Recall the Saudi envoy in Canada

Reserve the right to take further action

Canada’s government has so far made no public comments on Saudi Arabia’s diplomatic measures.

The arrests are at odds with the progressive image the government has projected this year under Crown Prince Mohammed bin Salman.

He drew widespread praise last year when they announced that the decades-old ban on women driving would end on 24 June.

Saudi women’s rights activists, including those who have been imprisoned for defying the ban, had celebrated the decision.

But they also vowed to continue campaigning for the end of other laws they consider discriminatory.

Women must adhere to a strict dress code, be separated from unrelated men, and be accompanied by or receive written permission from a male guardian – usually a father, husband or brother – if they want to travel, work or access healthcare.

The Saudi crown prince has also spearheaded a sweeping anti-corruption drive which resulted in dozens of princes, government ministers and businessmen being detained in November and generated an estimated $107bn ($80bn) in settlements.

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Medio Oriente, Problemia Energetici

Eni. I giacimenti mediterranei Zhor e Noor. Sembrerebbero essere enormi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-07-12.

2018-07-10__mediterraneo__003

«Secondo uno dei pochi giornali egiziani di solito attendibili, al-Masry al-Ayoum, di fronte alle coste dell’Egitto l’Eni ha scoperto un giacimento di gas, Noor, che ha dimensioni pari a tre volte il gigantesco giacimento di Zohr, individuato nel 2015 e ritenuto all’epoca il più grande del Mediterraneo»

*

«punto l’Egitto si troverebbe nelle condizioni di diventare un grande esportatore di energia verso l’Europa, a scapito delle analoghe ambizioni israeliane affidate ai giacimenti Tamar e Leviathan, quest’ultimo in joint-venture con l’americana Noble

*

«Eni ha finalizzato la cessione a Mubadala Petroleum, società interamente posseduta da Mubadala Investment Company, di una quota del 10% nella concessione di Shorouk, nell’offshore dell’Egitto, nella quale si trova il giacimento super-giant a gas di Zohr»

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«L’euforia egiziana per l’importante scoperta fa storcere il naso a Israele per più ragioni: la prima è che con la prospettiva di un Egitto non solo indipendente energicamente ma anche esportatore è a rischio un accordo annunciato a febbraio tra la società israeliana Delek Drilling per fornire gas israeliano alla società egiziana Dolphinus Holdings e che prevede(va) di esportare 15 miliardi di dollari di gas israeliano in Egitto nel prossimo decennio»

*

«Il gas che sarà estratto da questi due dovrà andare in Egitto prima di raggiungere i potenziali acquirenti nel resto del mondo, per colpa della conformazione del fondo marino che impedisce ai gasdotti di dirigersi altrove – e anche perché l’Egitto a questo punto si candida a essere il paese leader nel trattamento del gas appena estratto nel settore est del Mediterraneo»

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Se lo sfruttamento di questi giacimenti è difficoltoso dal punto di vista tecnico, ancor più problematico lo è dal punto di vista politico. I giacimenti sono molto distanti dalle coste ed Egitto, Israele, Cipro e Turkia avanzano diritti più o meno ragionevoli sullo sfruttamento.

Egitto. L’Eni ha già avviato la produzione dal campo Zohr.

Egitto. Impianto Nucleare russo di Al Dabaa funzionante per il 2022.

Mediterraneo e giacimenti gas. Pericolo di una guerra.

I giacimenti in oggetto distano in termini medi 100 km da Cipro, altrettanti dal Libano, poco meno di 200 km da Israele e 330 km dall’Egitto.

Ciascuno di questi quattro stati vorrebbe avere l’esclusiva per lo sfruttamento di questi giacimenti e mal sopporta l’idea di dover spartire queste risorse con altri.

Ma il problema si complica ulteriormente quando si pensa che il gas estratto deve essere portato agli utilizzatori tramite un qualche gasdotto. Ma i fondali mal si adatto a gasdotti, tranne quelli diretti in Egitto.

Insomma: è ancora una situazione in divenire.


La prima notizia risale al 26 giugno 2016.

Egitto, Eni scopre Noor: ‘Più grande giacimento di gas del Mediterraneo’. La verità su Regeni si allontana

«Secondo uno dei pochi giornali egiziani di solito attendibili, al-Masry al-Ayoum, di fronte alle coste dell’Egitto l’Eni ha scoperto un giacimento di gas, Noor, che ha dimensioni pari a tre volte il gigantesco giacimento di Zohr, individuato nel 2015 e ritenuto all’epoca il più grande del Mediterraneo.

Le stime delle dimensioni dei giacimenti di idrocarburi sono sempre scommesse, pronostici che possono essere smentiti quando comincia l’estrazione (tra due mesi, secondo il governo egiziano). Ma se al-Masry al-Ayoum, o in questo caso l’Eni, avessero indovinato, ci troveremmo di fronte ad un evento che in prospettiva può cambiare la geopolitica del Mediterraneo. A quel punto l’Egitto si troverebbe nelle condizioni di diventare un grande esportatore di energia verso l’Europa, a scapito delle analoghe ambizioni israeliane affidate ai giacimenti Tamar e Leviathan, quest’ultimo in joint-venture con l’americana Noble


Reuters. 2018-06-20. Zohr, Eni completa cessione 10% concessione Shorouk in Egitto a Mubadala

Eni ha finalizzato la cessione a Mubadala Petroleum, società interamente posseduta da Mubadala Investment Company, di una quota del 10% nella concessione di Shorouk, nell’offshore dell’Egitto, nella quale si trova il giacimento super-giant a gas di Zohr.

Secondo una nota, Eni, attraverso la sua controllata IEOC, detiene ora una quota di partecipazione nel blocco del 50%, mentre gli altri partner sono Rosneft con il 30%, Bp con il 10% e Mubadala Petroleum con un altro 10%.


Occhi della Guerra. 2018-07-09. Eni, l’Italia e l’Egitto: un giacimento cambia gli equilibri nel Mediterraneo

Secondo i funzionari del ministero del Petrolio egiziano citati dal Middle East Eye, l’Eni annuncerà presto il giacimento Noor trovato nella concessione di Shorouk. Si dice che Noor abbia tre volte le dimensioni di Zohr, rilevato dall’Eni nel 2015, e che abbia quindi le risorse per trasformare l’Egitto in un esportatore di gas, cambiando di conseguenza gli equilibri in un settore dove tutti, dagli attori regionali fino a alle superpotenze internazionali, hanno forti interessi.

La nuova scoperta sta rafforzando i piani dell’Egitto di diventare un hub regionale del gas. Il ministro egiziano del petrolio Tarek El-Molla  ha detto a Bloomberg alla fine della scorsa settimana che il paese potrebbe interrompere l’importazione di gas naturale liquefatto (GNL) entro la fine dell’anno per poi concludere: “L’Egitto avrà abbastanza gas per i propri bisogni e molto probabilmente anche per l’esportazione” evitando però di confermare la scoperta del nuovo giacimento, ancora non ufficiale.

L’euforia egiziana per l’importante scoperta fa storcere il naso a Israele per più ragioni: la prima è che con la prospettiva di un Egitto non solo indipendente energicamente ma anche esportatore è a rischio un accordo annunciato a febbraio tra la società israeliana Delek Drilling per fornire gas israeliano alla società egiziana Dolphinus Holdings e che prevede(va) di esportare 15 miliardi di dollari di gas israeliano in Egitto nel prossimo decennio.

La seconda ragione della preoccupazione di Israele è ben riassunta da Daniele Raineri su Il Foglio : “Oltre al gigante egiziano, esistono due giacimenti minori ma pur sempre grandi, il Leviatano davanti a Israele e l’Afrodite davanti a Cipro. Il gas che sarà estratto da questi due dovrà andare in Egitto prima di raggiungere i potenziali acquirenti nel resto del mondo, per colpa della conformazione del fondo marino che impedisce ai gasdotti di dirigersi altrove – e anche perché l’Egitto a questo punto si candida a essere il paese leader nel trattamento del gas appena estratto nel settore est del Mediterraneo”. Elemento che spingerebbe il governo israeliano ad avvicinarsi il più possibile all’Egitto, costringendo la leadership israeliana ad avere un occhio di riguardo per i rapporti con il nuovo attore energetico della regione.

Per quanto riguarda il giacimento di Zohr per ora il 60% rimane in mano all’Eni, che l’ha scoperto, mentre alla russa Rosneft è stato ceduto il 35%. Nelle ultime settimane invece Eni ha firmato ad Abu Dhabi due concession agreements per l’ingresso di Mubadala Petroleum con una quota del 5% nel giacimento a olio di Lower Zakum e con una quota del 10% nei giacimenti a olio, condensati e gas di Umm Shaif e Nasr, nell’offshore del Paese, per circa 934milioni di dollari e una durata di 40 anni.

La scoperta del giacimento di Noor che dovrebbe essere annunciata quest’estate ha sì le capacità di avvicinare gli attori attivi nella regione portando magari a nuove alleanze e accordi, ma allo stesso tempo potrebbe aumentare la tensione in un’area già abbastanza suscettibile alle manovre delle grandi potenze. 

Solo qualche mese fa (febbraio 2018) la nave Saipem 12000noleggiata da Eni per svolgere attività di esplorazione nel Blocco 3 delle acque di Cipro è stata bloccata dalla Marina turca che, infine, ha costretto l’imbarcazione a tornare nel porto di Cipro rischiando, peraltro, di speronare la Saipem durante le manovre, tutt’altro che “diplomatiche” proprio come la politica del presidente Erdogan, accolto in pompa magna a Roma qualche giorno prima. 

Altro elemento da tenere in considerazione sono le voci di molti analisti e un’inchiesta del New York Times che, senza inutili complottismi, hanno fatto notare la coincidenza della scoperta di Zohr con l’uccisione di Giulio Regeni, avvenuta solo pochi mesi dopo l’annuncio del supergiacimento a largo delle acque egiziane. Tra le tante ipotesi delle ragioni che hanno portato all’omicidio del giovane ricercatore italiano c’è la teoria che sia stato ucciso per minare i rapporti tra il governo italiano e quello egiziano, uno dei partner più importanti per Roma soprattutto alla luce della scoperta di Zohr.

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Medio Oriente, Problemia Energetici

Arabia Saudita. Aramco. Offerta Pubblica da 2.5 trilioni. – Bloomberg.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-07-12.

2018-07-08__Aramco__001

I mercati ci stanno abituando a cifre con dodici zeri. Serve un pochino di fantasia oppure molta abitudine.

L’Aramco è la compagnia petrolifera saudita, che possiede la quasi totalità delle risorse sotto sfruttamento e di riserva.

Con 65,266 dipendenti, nella prima metà del 2017 ha avuto un ricavo netto di 33.8 miliardi di dollari americani. Ufficialmente.

Di questi tempi sembrerebbe che l’Arabia Saudita sia intenzionata venderne delle quote più o meno ampie sui mercati internazionali.

Emergono quindi alcuni problemi di non poco conto. Intanto il valore totale, poi la resa, ed infine il contorno politico: tutti gli idrocarburi di pertinenza sono locati in Arabia e quindi potenzialmente vulnerabili.

*

Già nel 2016 si parlava di cessione di quote.

How Much Is Saudi Aramco Worth? It Depends On The Country’s Institutions

«Saudi Arabia plans a public offering of 5% of its national oil company, Aramco, sometime in 2018. As the world’s largest energy producer and with the largest proved reserves, Saudi Arabia believes that the capital market will value Aramco at some $2 trillion, making it the world’s most valuable publicly traded company. At this price, the government’s 5% would bring in $100 billion, which is supposed to be devoted to diversifying the Saudi Arabian economy away from energy.

The eventual valuation of Aramco is hotly disputed. The Saudis have thrown out a figure of $2 trillion. Analysts doubt this figure. Some put the valuation as low as $500 billion, which would mean a lean diversification fund of $25 billion.

Given the wide divergence of estimates of the upcoming market capitalization of Aramco, we can examine the determinants of value of publicly traded international energy companies to determine possible pricing ranges.»

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Se è naturale che il venditore dia una stima elevata, in questo caso due trilioni di dollari, sarebbe altrettanto naturale che i potenziali acquirenti ne diano una valutazione decisamente inferiore: alcuni dicono 500 miliardi. È una discrepanza di valutazioni davvero troppo ampia. Sono valori inconciliabili. Forse, la stima di un trilione potrebbe avvicinarsi alla realtà.

Il mercato del greggio ha evidenziato negli ultimi anni andamenti con significative fluttuazioni dei prezzi.

Dovrebbe essere inutile far presente come esse dipendano sicuramente dai costi estrattivi, ma altrettanto  sicuramente da complesse considerazioni politiche, che trascendono volontà ed aspettative saudite.

«The company finds itself caught in geopolitical crosswinds once again. Riyadh needs higher oil prices to fund its national budget and get the Aramco valuation closer to the $2 trillion target MBS wants.»

*

«But that’s antagonizing Trump—Saudi Arabia’s most important ally—and other customers, notably China and India, the world’s second- and third-largest oil consumers.»

*

Sotto queste condizioni, una vendita sia pure parziale presenta davvero molte difficoltà.

«A face-saving private placement—selling a stake in Aramco to a Chinese enterprise without the public exposure of how much money was actually raised in the transaction—is also possible.»

*

«Officials have openly discussed a sale—in effect, a distribution of a few shares each to Saudi citizens—that would take place only in the country’s stock market.»

*

Verosimilmente i cinesi potrebbero essere gli acquirenti di elezione.

Per loro, l’ingresso in Aramco sarebbe un’acquisizione strategica di risorse energetiche che loro mancano, non hanno certo carenza di liquidità, ed infine hanno un peso politico tale da controbilanciare quelle che potrebbero essere nel futuro esigenze altrui.


Bloomberg. 2018-07-08. Saudi Aramco’s $2 Trillion Zombie IPO

Likely investors doubt the value of the proposed public offering. How will Mohammed bin Salman save face?

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It was the moment Saudi Arabia’s reforming young prince told the world he meant business. In early 2016, Mohammed bin Salman said he planned to sell shares in the kingdom’s crown jewel: Saudi Aramco, the giant energy company that produces 10 percent of the world’s oil and finances the Saudi state. The initial public offering—planned for 2018—would be the deal to end all deals, raising more than $100 billion for a new sovereign wealth fund, creating the world’s most valuable listed company, and funneling hundreds of millions of dollars in fees to Wall Street’s elite banks. MBS, as the 32-year-old crown prince is known, said the company would be worth at least $2 trillion—more than double the current market valuation of Apple Inc.—and perhaps as much as $2.5 trillion.

Two years later, things look very different. A combination of hubris on the valuation, an overambitious timetable, and indifference—if not derision—from global investors doubtful that an IPO would benefit them, has forced Riyadh to delay the sale until at least 2019. And many observers—including members of the company’s senior leadership—doubt whether it will happen at all. Aramco has become the zombie IPO.

Add Donald Trump to the mix. While the U.S. president has said he’s excited about the idea of Aramco selling shares in New York, keeping the price of gasoline under control seems far more important. With Republicans facing tough midterm elections in November, he’s pressured Saudi Arabia to pump more oil, and cheaper crude means a lower valuation for the company.

For MBS, the IPO has faded in importance as he grapples with an agenda crowded with social and economic reforms at home and an assertive foreign policy. He may also not need the money as much as he did at the outset of his mission to change the country. Saudi authorities this year reached agreements to recover more than $100 billion (the same amount the Aramco IPO was supposed to provide) from a controversial corruption investigation that saw many of the kingdom’s most prominent subjects imprisoned at the five-star Riyadh Ritz-Carlton.

Already, senior officials have started to soften expectations for the IPO. “The timing isn’t critical for the government of Saudi Arabia,” Khalid al-Falih, the energy minister, told an industry conference in June. While “it would be nice if we can do it in 2019,” the minister said, “there is a lot more at stake than just ticking a box and say, ‘We got this out of the way.’ ”
Aramco didn’t respond to requests for comment for this story.

Delaying the IPO beyond 2019—or even shelving it—would be a setback to MBS’s plan to transform Saudi Arabia and leave the kingdom open to suggestions that it’s not truly serious about overhauling its economy. But it would also be a victory for environmentalist in Europe and America who say international investors should begin turning their back on oil and prepare for the switch to an electric transport system.

Aramco is a company like no other. Its profits easily outstrip those of every other company on Earth, from Apple to Exxon Mobil Corp. The billions of petro dollars it pumps out every month underpin the kingdom’s decades-old social contract: generous state handouts in return for the political loyalty that maintains stability in the birthplace of Islam. Those dollars also finance the lavish lifestyles of hundreds of princes. For decades, diplomats have joked that Saudi Arabia is the only family business with a seat at the United Nations. As the world’s largest petroleum producer, Aramco is key for global economic growth and international security. At one point during the Arab oil embargo in the 1970s, the U.S. even considered the possibility of seizing the company’s oil fields by force, according to declassified British intelligence papers.

The company finds itself caught in geopolitical crosswinds once again. Riyadh needs higher oil prices to fund its national budget and get the Aramco valuation closer to the $2 trillion target MBS wants. But that’s antagonizing Trump—Saudi Arabia’s most important ally—and other customers, notably China and India, the world’s second- and third-largest oil consumers. On April 20 the U.S. president took to Twitter to lambaste the Saudis’ push for higher oil prices. “ Looks like OPEC is at it again,” Trump tweeted. “Oil prices are artificially Very High!” Since then, Trump has issued more tweets about oil, Saudi Arabia, and the Organization of Petroleum Exporting Countries. In one, he said he’d persuaded Saudi King Salman to raise production in order to lower prices.

The problem isn’t just Washington, Beijing, and New Delhi. Moscow, which for the last two years has supported the Saudis in boosting oil prices by curbing oil output, has called time on the production cuts. Vladimir Putin said at the end of May that Moscow would be happier with $60 a barrel than the $80-plus the Saudis are aiming for.

The Saudis duly delivered. In late June they announced that OPEC and its allies will increase production by as much as 1 million barrels a day—equal to about 1 percent of global demand. At the St. Petersburg International Economic Forum, al-Falih pledged to do “whatever is necessary to keep the market in balance,” echoing the famous pledge made by Mario Draghi, the head of the European Central Bank, to save the single currency at the height of the euro crisis in 2012.

All of a sudden, Riyadh couldn’t push for the higher oil prices it needs to achieve the Aramco valuation it wants. “This is a pivotal change from recent months,” says Olivier Jakob, managing director of Swiss-based consultant PetroMatrix GmbH. “We are back to the days when Saudi Arabia had to respond to U.S. requests for a cap on gasoline prices.”

The IPO process started in January 2016, when MBS told the Economist that Riyadh was considering selling shares in Aramco, which the kingdom nationalized in 1976 when it took over the stake of its American owners. “Personally, I’m enthusiastic about this step,” he said. “I believe it is in the interest of the Saudi market, and it is in the interest of Aramco.” Nowhere was the surprise greater than at Aramco itself, where senior officials weren’t expecting the announcement, according to people with direct knowledge of the events who asked not to be named to avoid damaging their relationships with the kingdom.

For months, Saudi officials said again and again the IPO was “on track, on time” for the second half of 2018, with a sale on both the Tawadul, the local stock market, and a foreign stock exchange, most likely New York or London. Late last year, Saudi officials poured cold water on the foreign exchange, sketching a plan for a far less ambitious IPO just in Riyadh.

Then, earlier this year, when it became obvious the process was delayed, officials shifted their narrative, saying the sale would happen “most likely” in 2019. Now the guidance has weakened again. The Saudis are adamant the IPO has simply been delayed rather than canceled. Yet signs the deal is deep in the long grass abound.

Inside Aramco, key executives working on the project have left or moved. Abdullah bin Ibrahim al-Saadan, a 30-year veteran who as chief financial officer was the most senior executive working on the IPO’s day-to-day preparations, left in June to become the chairman of the Royal Commission for Jubail and Yanbu. Aramco has yet to announce a permanent replacement for al-Saadan; another executive is working in an acting capacity as CFO. Motassim al-Maashouq, another key executive on the IPO project, has been asked to take on new responsibilities.

Wall Street is also feeling the delay. In January, Aramco called global banks to pitch for IPO roles, joining the lenders that have so far done most of the preparatory work— JPMorgan Chase, Morgan Stanley, HSBC Bank, Moelis, and Evercore. Nearly six months later, banks hoping to win new mandates, including Goldman Sachs Group and Citigroup, are still waiting for a call from the company. “Without explanation, they’ve gone quiet,” says a banker who’d hoped to participate.

The main problem is valuation. There’s a wide gulf between MBS’s ambitious $2 trillion target—which the prince says is nonnegotiable—and the $1 trillion to $1.5 trillion that most analysts and investors see as more realistic, according to two persons directly involved in the internal discussions. The gap between what the market thinks Aramco is worth and what the Saudi royals want is so wide that, even at the narrowest end it would overshadow the combined value of America’s two largest oil companies—Exxon Mobil and Chevron Corp. In May, al-Falih said the company was ready for an IPO but investors weren’t. “We are ready,” he said. “We’re simply waiting for a market readiness for the IPO.”

The valuation problem has become more visible after Bloomberg News disclosed the first accountings of Aramco since its nationalization almost 40 years ago. The leaked documents included the company’s tax regime, until now secret. The accounts showed that Aramco was the world’s most profitable company, churning out $33.8 billion in net income the first six months of 2017—before taxes. Much of the cash the highly taxed company generates is channeled as royalties into the Saudi government budget. How can investors be sure the government won’t raise taxes on the company to pay for more social or military spending, especially when the government already needs a price of about $80 a barrel to break even?

Even higher oil prices won’t help the valuation as much as they might, because Riyadh has overhauled the royalty system to mean the government gets more cash as crude rises. A marginal rate of 20 percent of revenue is due for oil prices up to $70 a barrel, 40 percent between $70 and $100, and 50 percent above $100. The government also widened the volume of crude covered by the royalties. Previously, the royalty was applied to exports. Now, it’s on production. The increase is almost a third to a fourth of the previous volume covered.

For potential investors, the Aramco conundrum goes beyond the valuation. They may also be spooked by the politics involved in the way oil is priced. Aramco’s production has always been determined by the state; it must fit into what’s decided by OPEC, where Saudi Arabia is the leading member. That creates potential conflicts between what works for the government in Riyadh and what maximizes investor returns.

Fund managers also worry that the value of oil fields could dwindle as governments ramp up their efforts to reduce fossil-fuel consumption to fight climate change. The spread of electric vehicles, for example, will reduce demand growth over the next two decades. In May a group of investors including Standard Life Aberdeen, Fidelity Investments, and Legal & General Group warned oil companies about the risk of global warming. “As long-term investors, representing more than $10.4 trillion in assets,” they said in an open letter, they believed “the case for action on climate change is clear.”

The government has options should it decide to get the IPO done quickly. It could slash tax rates on the company to juice its valuation and look to take the money back in dividends. A face-saving private placement—selling a stake in Aramco to a Chinese enterprise without the public exposure of how much money was actually raised in the transaction—is also possible. Officials have openly discussed a sale—in effect, a distribution of a few shares each to Saudi citizens—that would take place only in the country’s stock market. “I’m sure there will be a form of sale of Saudi Aramco in a market, but it’s unclear which market and exactly how,” says John Browne, who ran British oil giant BP Plc for more than a decade. “I’m reluctant to use the word IPO.”

The once-in-a-generation deal MBS promised in 2016 seems a long way off.

Pubblicato in: Medio Oriente

Macron. Litiga anche con il Bahrain. Re al Khalifa annulla visita a Parigi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-30.

Qatar 001

Il Bahrein o Bahrain, ufficialmente Regno del Bahrein, è un piccolo Stato situato su un arcipelago di 33 isole vicino alle coste occidentali del Golfo Persico, la sua capitale è Manama. La lingua ufficiale è l’arabo.

Ha circa un milione e mezzo di abitanti con pil ppa procapite di 28,691 Usd. Noto per il suo petrolio e per le sue perle, il Bahrein è anche sede di molte grandi strutture, tra cui il Bahrain World Trade Center e il Bahrain Financial Harbour.

«France sought to assuage Bahrain on Friday after rare criticism by its ambassador to the kingdom over human rights and an honorary citizenship by Paris of a rights campaigner sparked anger in Manama»

*

«French ambassador Cecile Longe tweeted on June 7 that Paris was deeply concerned by the “treatment of human rights defenders and political opponents in the country” and specifically criticized the confirmation of a five-year prison sentence for opposition member Nabeel Rajab.»

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«Longe’s tweets were followed by a decision on Monday by Paris town hall to make the activist an honorary citizen of the French capital.»

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«A Bahraini emissary was dispatched to Paris on Friday to underscore Manama’s disapproval over the issue»

*

«the decision had pushed the Bahrainis to look to call off the king’s official visit to Paris, which had been due at the end of June»

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Se l’aver mandato come ambasciatrice in Bahrain Mrs Cecile Longe sembrerebbe essere stata una delle idee meno brillanti dei nostri tempi, criticare il Regno per una condanna inflitta da una sua propria Corte Penale a mente delle leggi ivi in vigore.

«On 21 February 2018, Nabeel Rajab was sentenced to five years in prison on charges of “spreading false rumors in time of war,” “insulting public authorities,” and “insulting a foreign country” in relation to Twitter posts about Bahrain’s participation in Saudi Arabia’s war on Yemen» [Fonte]

Sono ben pochi gli stati che in tempo di guerra non prevedano come reato lo spargere notizie false.

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Mr Macron, la Francia, l’Unione Europea e gli occidentali in genere hanno da tempo il vezzo di sentirsi autorizzati a far la morale agli altri stati sovrani. Farlo poi in via ufficiale tramite l’ambasciatrice non concorre a generare un clima di calme e serene relazioni diplomatiche.

Il fatto che Mr Nabeel Rajab sia riferito essere un ”human rights defender” non lo autorizza minimamente ad insultare le pubbliche autorità, altri stati stranieri, né, tanto meno, a propalar menzogne.

Intanto un effetto c’è stato: Re al Khalifa ha annullato la visita che avrebbe dovuto tenere a Parigi a fine di questo mese.

Diciamo che Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord era ben più cauto e diplomatico dei suoi epigoni francesi.


Reuters. 2018-06-23. France seeks to calm Bahrain after rights criticism

PARIS (Reuters) – France sought to assuage Bahrain on Friday after rare criticism by its ambassador to the kingdom over human rights and an honorary citizenship by Paris of a rights campaigner sparked anger in Manama, three sources said.

France, one of the five veto-wielding members of the U.N. Security Council, has close ties with Gulf Arab states, in particular Saudi Arabia and the United Arab Emirates, and rarely publicly criticizes internal political issues.

However, French ambassador Cecile Longe tweeted on June 7 that Paris was deeply concerned by the “treatment of human rights defenders and political opponents in the country” and specifically criticized the confirmation of a five-year prison sentence for opposition member Nabeel Rajab.

Rajab was sentenced to five years in prison in February for criticizing a Saudi-led coalition fighting in Yemen and accusing Bahrain’s prison authorities of torture.

Longe’s tweets were followed by a decision on Monday by Paris town hall to make the activist an honorary citizen of the French capital.

“The Bahrainis went apoplectic after this because the symbolism of it was a step too far,” said one source aware of the matter.

A Bahraini emissary was dispatched to Paris on Friday to underscore Manama’s disapproval over the issue, two diplomatic sources said.

The sources said the decision had pushed the Bahrainis to look to call off the king’s official visit to Paris, which had been due at the end of June.

One of the two diplomats said Manama had informed Paris that the visit, which had never been officially announced, could not go ahead due to a death in the royal family.

The French presidency declined to comment. France’s foreign ministry said it stood by the ambassador’s tweets. Bahrain’s embassy in Paris did not immediately respond to requests for comment.

Pubblicato in: Armamenti, Medio Oriente

Qatar vorrebbe aderire alla Nato.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-11.

Qatar 001

Il Medio Oriente è uno scacchiere geopolitico davvero molto complesso.

Virtualmente, tutti gli stati che vi appartengono si odiano l’un l’altro di odi secolari, laddove alle lotte religiose ed etniche si sono aggiunte negli ultimi decenni anche quelli economici.

Poi, come se la cosa non fosse sufficiente, tutte le grandi potenze mondiali stanno versano a piene mani benzina sul fuoco.

Per finire, come se poi ce ne fosse stato tanto bisogno, il carattere degli arabi è spesso ambiguo, le loro posizioni sempre sfumate, e con grande facilità sanno tenere il piede non in due, ma anche in quattro scarpe. Con loro, nulla potrebbe mai dirsi definitivo.

Se è vero che usualmente mantengono le parole date, sarebbe altrettanto vero ammettere che cerchino in ogni modo di eluderne gli obblighi.

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«Il Qatar aspira a entrare nell’Alleanza atlantica»

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«Il vicepremier ha precisato che il Qatar è già preparato al dispiegamento di «qualsiasi unità della Nato» sul suo territorio»

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«Le dichiarazioni arrivano a un anno dal blocco economico lanciato dal cosiddetto Quartetto (Arabia Saudita, Emirati arabi, Bahrein, Egitto).»

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«Doha ha però sempre respinto le accuse di appoggiare «gruppi terroristici», come Hamas o Hezbollah»

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«L’Arabia Saudita ha di nuovo minacciato di invadere il piccolo regno se procederà all’acquisto del sistema anti-aereo russo S-400»

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«Il Qatar resta un alleato militare chiave degli Usa»

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«Vicino a Doha c’è la base americana di Al-Udeid, la più grande in Medio Oriente, con oltre cinquemila uomini schierati e decine di cacciabombardieri»

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Ad oggi non sembrerebbe essere stata presentata domanda ufficiale di adesione del Qatar alla Nato. L’idea di richiedere l’ingresso nella Nato e, contemporaneamente, quella di voler comprare sistemi S-400, sembrerebbero essere davvero conflittuali.

Ragionando sulla base dei dati ufficiali disponibile, questa iniziativa sembrerebbe rientrare più in un captatio benevolentiae che di preliminare ad una proposta formale.

Di certo, un’adesione del genere rimescolerebbe tutte le carte in Medio Oriente in modo violento, causando anche ire furibonde di altre potenze.


La Stampa. 2018-06-07. Il Qatar vuole entrare nella Nato

Il Qatar aspira a entrare nell’Alleanza atlantica. La rivelazione è stata fatta da vicepremier Khaled bin Mohammad Al-Attiyah alla rivista militare «Al-Talia»: l’ambizione a medio termine è «la piena adesione alla Nato». Il vicepremier ha precisato che il Qatar è già preparato al dispiegamento di «qualsiasi unità della Nato» sul suo territorio e che la collaborazione con i Paesi che fanno parte è «ai massimi livelli». 

Le dichiarazioni arrivano a un anno dal blocco economico lanciato dal cosiddetto Quartetto (Arabia Saudita, Emirati arabi, Bahrein, Egitto). Lo scontro all’interno degli alleati occidentali nel Golfo è nato dall’appoggio del Qatar ai Fratelli musulmani e dalle sue posizioni più concilianti con l’Iran, con il quale condivide il più grande giacimento di gas al mondo. 

Doha ha però sempre respinto le accuse di appoggiare «gruppi terroristici», come Hamas o Hezbollah. Il blocco non ha finora messo in ginocchio l’economia qatarina, che l’anno scorso è cresciuta dell’1,9 per cento, in leggero rallentamento rispetto al più 2,2 per cento del 2016. Ma le tensioni restano altissime. L’Arabia Saudita ha di nuovo minacciato di invadere il piccolo regno se procederà all’acquisto del sistema anti-aereo russo S-400. Mosca ha confermato che le trattative sono in corso. 

L’affare è però poco probabile. Il Qatar resta un alleato militare chiave degli Usa. Vicino a Doha c’è la base americana di Al-Udeid, la più grande in Medio Oriente, con oltre cinquemila uomini schierati e decine di cacciabombardieri. La Turchia, altro Paese della Nato, ha aperto a sua volta una base e dispiegato un battaglione meccanizzato. Ankara è in questo momento il più stretto partner di Doha ma Washington sta premendo sugli alleati del Golfo per una riconciliazione perché in questo momento il fronte anti-Iran è indebolito. Le dichiarazioni del vicepremier si inseriscono in questa battaglia diplomatica, con il Qatar che vuole dimostrare di essere l’alleato “più affidabile” dell’Occidente sul fronte mediorientale. 

Pubblicato in: Logistica, Medio Oriente, Russia

Russia. Verosimilmente costruirà la Trans-Arabian Railway.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-10.

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È da anni che i tedeschi sarebbero stati disposti a fare carte false pur di assicurarsi gli appalti per la costruzione della Trans-Arabian Railway.

Progetti naufragati sullo scoglio di una Germania che avrebbe voluto imporre la sua ideologia liberal al Regno Saudita, e che ha preso posizioni diplomatiche avverse al Regno. Una preclusione ideologica incompatibile con le più semplici possibilità di poter commerciare su base paritetica. Le conseguenze sono state drastiche.

Arabia Saudita. Imprese tedesche messe all’uscio.

Cina. Grande Muraglia contro la Germania. – Handelsblatt.

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Di questi giorni la notizia che il Principe ereditario Muḥammad bin Salmān avrebbe dato il via al progetto della per la costruzione della Trans-Arabian Railway, progetto da inserirsi nel quadro del Progetto cinese Belt and Road.

Secondo le ultime notizie, la Russia avrebbe parte principale nel progetto, avendo vinto tutta la restante concorrenza mondiale. Inutile dire la portata strategica di questa iniziativa ed i ritorno non solo economici, bensì anche politici, della Russia.

Tutto il Medio Oriente e l’Africa del Nord ha un bisogno disperato di avere un sistema ferroviario efficiente.

«Russian Railways is eyeing an opportunity to participate in construction of the Trans-Arabian Railway and other projects in Saudi Arabia»

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«Saudi Arabia approved a program of infrastructure development until 2030. It contains a railway component and the Ministry of Transport and Infrastructure of Saudi Arabia is currently preparing a tender for implementation of this project»

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«The concept is for the GCC states to tighten their non-energy economic integration with one another through a coastal railway that hugs the southern edge of the Persian Gulf and would run from Kuwait to Oman»

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«That might change in the coming future, however, as a result of trilateral cooperation between Russia, Saudi Arabia, and China»

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«To explain, Saudi Crown Prince Mohammed Bin Salman’s ambitious Vision 2030 agenda of socio-economic reforms dovetails perfectly with China’s One Belt One Road global vision of New Silk Road connectivity in the sense that it aims to position the Wahhabi Kingdom as a tri-continental economic hub for Afro-Eurasia»

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«Some of the over $130 billion worth of investments that China clinched in Saudi Arabia last year alone will be used to modernize the recipient’s economy and place it on the trajectory for developing a sustainable post-oil future, and it’s here where Russia’s railway expertise comes in.»

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«Moscow’s deepening all-around involvement in Arab affairs, especially with the influential GCC, will enable it to gain wider respect and acceptance as a Mideast power as well»

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La Germania non ha mai brillato per doti diplomatiche, che presuppongono un dialogo franco, fatto sostanzialmente dell’ascolto attento e rispettoso delle esigenze altrui. Poi, da quando ha assunto l’ideologia liberal, ha anche sviluppato un’arroganza comportamentale che le ha spesso alienato la possibilità di un rapporto costruttivo con l’interlocutore.

Lo stesso potrebbe essere detto per la diplomazia dell’Unione Europea, che per di più ha nominato come Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza una personalità ignota e fatiscente.

Sul tutto si aggiunga come l’impegno sino – russo nello scacchiere mediorientale abbia raggiunto i 130 miliardi Usd, contro un impegno europeo nullo.

Le conseguenze stratetiche, politiche, economiche e, forse, anche militari saranno di grande rilevanza.

«Moscow’s deepening all-around involvement in Arab affairs, especially with the influential GCC, will enable it to gain wider respect and acceptance as a Mideast power as well»


Oriental Review. 2018-06-06. Russia Building The Trans-Arabian Railway Will Make The Saudis More Multipolar

The CEO of Russian Railways, the state-backed leader in this industry, announced his company’s intent in participating in the Trans-Arabian Railway during last week’s Saint Petersburg International Economic Forum (SPIEF), thus drawing attention to a project that’s been on the drawing board for a few years already but has failed to get off the ground. The concept is for the GCC states to tighten their non-energy economic integration with one another through a coastal railway that hugs the southern edge of the Persian Gulf and would run from Kuwait to Oman, but this vision hasn’t yet been prioritized. That might change in the coming future, however, as a result of trilateral cooperation between Russia, Saudi Arabia, and China.

To explain, Saudi Crown Prince Mohammed Bin Salman’s ambitious Vision 2030 agenda of socio-economic reforms dovetails perfectly with China’s One Belt One Road global vision of New Silk Road connectivity in the sense that it aims to position the Wahhabi Kingdom as a tri-continental economic hub for Afro-Eurasia. Some of the over $130 billion worth of investments that China clinched in Saudi Arabia last year alone will be used to modernize the recipient’s economy and place it on the trajectory for developing a sustainable post-oil future, and it’s here where Russia’s railway expertise comes in.

Russian Railways has been working very hard to establish itself as a global player and the Trans-Arabian Railway project provides the perfect opportunity for showcasing its services. Not only that, but it’s a quid pro quo for Saudi investment in the Russian economy over the past couple of years, and it will help to accelerate the Russian-Saudi rapprochement, too.  Moscow’s deepening all-around involvement in Arab affairs, especially with the influential GCC, will enable it to gain wider respect and acceptance as a Mideast power as well. Altogether, Russia’s successful involvement in the Trans-Arabian Railway project and China’s game-changing investments in the Kingdom could help Saudi Arabia diversify its foreign policy and ultimately become more multipolar as a result.


Tass. 2018-06-06. Russian Railways mulls participation in Trans-Arabian Railway construction.

PETERSBURG, May 24. /TASS/. Russian Railways is eyeing an opportunity to participate in construction of the Trans-Arabian Railway and other projects in Saudi Arabia, First Deputy CEO of the Russian railway operator Alexander Misharin told TASS in an interview on Tuesday at the St. Petersburg International Economic Forum (SPIEF).

“Saudi Arabia approved a program of infrastructure development until 2030. It contains a railway component and the Ministry of Transport and Infrastructure of Saudi Arabia is currently preparing a tender for implementation of this project. A consultant has been selected; we received a request for our proposals concerning performance of the company and terms. We furnished such data. Now we wait for the next stage – the tender announcement,” Misharin said. “We seriously consider participation in these projects, including in construction of the Trans-Arabian Railway passing through Saudi Arabia,” he added.

Pubblicato in: Medio Oriente, Unione Europea

Governo Conte. Commento dell’Arabia Saudita. – Saudi Gazette.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-05.

Conte 001

Gli interessi politici, culturali ed economici dell’Italia con il mondo arabo sono consistenti e sfaccettati: questo non solo per gli energetici, ma per l’intero comparto produttivo nazionale. Nel contempo, codesti rapporti sono ovviamente condizionati da molteplici fattori, non ultimo l’adesione all’Unione Europea.

Se il mondo arabo islamico è vasto e spesso con posizioni contrastanti, sarebbe altrettanto vero constatare un ruolo chiave svolto dall’Arabia Saudita. Il loro parere e di quelli con i quali dover fare alla fine i conti.

«Italy’s new PM takes aim at migrants in maiden speech»

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«The leader of Italy’s new populist government vowed on Tuesday to redistribute migrants in the EU and review EU sanctions against Russia»

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«We want to reduce our public debt, but we want to do so with growth and not with austerity measures»

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«We will strongly call for the Dublin Regulation to be overhauled in order to obtain respect for a fair distribution of responsibilities and to achieve an automatic system of compulsory distribution of asylum seekers»

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«We will promote a review of the sanctions system»

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«Afterwards Di Maio described the workers as “the symbol of an abandoned generation,” and underlined the need to give them “job security and a dignified minimum wage”»

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«Salvini has wasted no time addressing immigration …. Italy cannot be Europe’s refugee camp …. The good times for illegals are over — get ready to pack your bags»

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Come d’abitudine, la stampa saudita è asettica e sintetica, ed ama il virgolettato.

Fa specie che abbia riportato in modo estensivo gli argomenti trattati, fatto non usuale nei confronti dei governi europei.

La scelta dei termini però la conta lunga, molto più di discorsi espliciti.

«Salvini has wasted no time addressing immigration»

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«The good times for illegals are over »

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«The 45-year-old has repeatedly promised to cut arrivals and accelerate expulsions»

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Questo Governo e Mr Salvini avranno il loro buon da fare per tranquillizzare gli arabi.

Anche tenendo conto che c’è già un precedente non da poco:

Arabia Saudita. Imprese tedesche messe all’uscio.


Saudi Gazette. 2018-06-05. Italy’s new PM takes aim at migrants in maiden speech

The leader of Italy’s new populist government vowed on Tuesday to redistribute migrants in the EU and review EU sanctions against Russia, in his first policy speech to lawmakers since being sworn in.

Giuseppe Conte addressed the Senate ahead of two parliamentary confidence votes expected to confirm his new Cabinet, formed from a coalition of far-right and euroskeptic parties.

His euroskeptic government was sworn in on Friday after almost three months of political turmoil that alarmed EU officials and spooked financial markets.

A lawyer with little political and no government experience, Conte was nominated by far-right League leader Matteo Salvini and the head of the anti-establishment Five Star movement Luigi di Maio — both of whom are now his deputy prime ministers.

Conte’s maiden policy speech reaffirmed several of the coalition’s key manifesto themes, including a tough line on migrants, rejection of economic austerity and conciliatory gestures towards Moscow.

“We want to reduce our public debt, but we want to do so with growth and not with austerity measures,” he told senators.
“We will strongly call for the Dublin Regulation to be overhauled in order to obtain respect for a fair distribution of responsibilities and to achieve an automatic system of compulsory distribution of asylum seekers.”

On Russia, which faces EU sanctions over the Ukraine crisis, Conte said: “We will promote a review of the sanctions system.”
Both former Prime Minister Silvio Berlusconi’s Forza Italia party — a campaign ally of the League — and the outgoing center-left Democratic Party have said they will not vote in favor of the new government.

But the alliance between the anti-establishment Five Star Movement and far-right League is expected to pass the confidence votes in the Senate on Tuesday and in the lower Chamber of Deputies on Wednesday as the two parties hold a majority in both houses.

On the 53-year-old prime minister’s agenda in his first weeks in office are a Group of Seven summit in Canada this week and a key EU summit at the end of the month.

Conte’s low profile has fuelled speculation that he will take a back seat to his two powerful deputies. Salvini is to be interior minister in the new Cabinet and Di Maio will hold the economic development portfolio.

Since being sworn in Conte had limited himself to a Facebook post in which he said that he had spoken with German Chancellor Angela Merkel and French President Emmanuel Macron and would meet the two leaders at the G7 summit.

On Monday, Di Maio met representatives of food deliverers in Italy’s gig economy.

Afterwards Di Maio described the workers as “the symbol of an abandoned generation,” and underlined the need to give them “job security and a dignified minimum wage”.

Salvini has wasted no time addressing immigration.

Visiting Sicily, where thousands of migrants have arrived in recent years, he declared at the weekend that Italy “cannot be Europe’s refugee camp”.

The 45-year-old has repeatedly promised to cut arrivals and accelerate expulsions from a country where around 700,000 migrants have arrived since 2013.

“The good times for illegals are over — get ready to pack your bags,” he said on Saturday.

European Union interior ministers are meeting on Tuesday to discuss possible reforms of the bloc’s controversial Dublin regulation, whereby refugees must file for asylum in the first member state they enter.

Salvini has blasted the regulation as unfairly burdening Mediterranean countries and leading to “an obvious imbalance in management, numbers and costs”.