Pubblicato in: Commercio, Economia e Produzione Industriale

Francia. L’amore francese per gli insaccati. Saucisson.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-28.

Salame 001

Tutti ricordiamo i Ragazzi di via Panisperna: Enrico Fermi, Emilio Segrè, Edoardo Amaldi, Franco Rasetti, Bruno Pontecorvo, Oscar D’Agostino ed Ettore Majorana. Una enclave di due Premi Nobel per la Fisica e di altri geni fisici di raro riscontro.

Pochi o nessuno però si sono mai domandati cosa sia “Panisperna“.

Questo termine deriva dall’unione di due parole latine, panis e perna, ossia, pane e prosciutto: accoppiata così felice che i romani le dedicarono una via.

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Gli insaccati, i salami, hanno una lunga storia e tradizione, ed a buon diritto Giuseppe Verdi li indicava come ‘segni di civiltà’.

«la presenza di prosciutti e insaccati è riferibile già all’epoca etrusca e romana, benché pratiche di conservazione della carne siano riconducibili a tempi più antichi, risalendo addirittura al Paleolitico. Ma partiamo dal termine. La parola salumen deriva dal latino tardo, ma si diffonde solo a partire dal medioevo e indica un qualsiasi prodotto conservato sotto sale (quindi anche il pesce e la carne non suina).

Tuttavia, col tempo, il termine salumeria sarà sempre più associato al suino, anche grazie all’enorme rilevanza che la carne di maiale e cinghiale riuscirà a conquistare – sotto il profilo alimentare – per la sua facile reperibilità in natura.

Dalla Preistoria, dunque, diverse sono state le fasi che la salumeria ha attraversato prima di arrivare al livello che oggi conosciamo: durante la prima fase, quella preistorica, carni di piccole dimensioni venivano essiccate e conservate grazie all’azione del fuoco o del sole, mentre in quella successiva, che coinvolge Egitto e Grecia, sembra siano stati preparati i primi veri insaccati, tra cui il salame, come testimonia un iscrizione sulla tomba di Ramsete III (1166 a.C.). Nell’Odissea (VII-VIII secolo a.C.) abbiamo la prima descrizione di un insaccato realizzato con grasso e sangue e lo stesso Aristofane (450 a.C. circa – 388 a.C. circa), nelle sue commedie, cita più volte la “lucanica”.

Lo stesso Ippocrate (460 a.C. – 377 a.C.), il padre della medicina, considera la carne di maiale particolarmente preziosa, in virtù della forza e vigore che conferisce al corpo umano per via della sua estrema digeribilità. ….

Ma è Catone il Censore (234 a.C.- 149 a.C.) che nel suo De Agricoltura illustra, per la prima volta, un metodo di conservazione delle cosce suine che consiste in salatura e successiva asciugatura. Ma abbiamo molte altre fonti letterarie illustri: il poeta latino Orazio (65 a.C. – 8 a.C.) racconta, nelle Satire, di ”… uno zampetto di porco affamato …”, e Giovenale (60 d.C.- 140 d.C.) nelle sue Satire, parla di carne di porco come cibo per i giorni di festa.» [Fonte]

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«Questi prodotti suini erano così apprezzati dai romani che Marco Terenzio Varrone (I sec. a.C), nel suo trattato De re rustica, segnala importazioni di prosciutti dalla Gallia Cisalpina per soddisfare la richiesta sempre maggiore di tale prodotto.» [Fonte]

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Se gli insaccati della Gallia erano celebri golosità all’epoca di Varrone, ancor più lo sono ai nostri tempi.

A Parigi vi sono due templi ai saucisson: il Nos Ancêtres Les Gaulois, al 39 di rue Saint Louis en L Ile, ed il mitico Le Bouillon Chartier, 7 Rue du Faubourg Montmartrei. In quest’ultimo locale il Cuvées Chartier è d’obbligo.

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Orbene.

A questo punto il Lettore si starà domandando a qual pro tutto questo discorso?

«Cheese and wine may be quintessentially French to the rest of the world, but the Gallic amour for cured, salty pork sticks or saucisson, is just as strong and timeless »

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«It’s official. The first Saucisson World Cup will be held in the tiny village of Vanosc in Ardèche,southern France this June.»

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In Francia esiste la Ardèche Academy of Sausage Lovers.

Con una produzione di 70,000 tonnellate annue di insaccati, e quasi tutti di ottima qualità, la Francia sta preparandosi a combattere una terza guerra culinaria mondiale.

Con la prima ha imposto nel mondo il concetto che non esiste capodanno, compleanno, onomastico o festa in senso lato senza una buona bottiglia di champagne. Dalle bottiglie da quattro scudi a quelle millesimate.

Con la seconda ha reclamizzato in ogni parte del globo la sua produzione casearia. Tutti prodotti che hanno sbaragliato il Cheddar, pur di nobile origine essendo datato dal 1170 in un documento di Re Enrico II, e che rende agli inglesi circa due miliardi di sterline all’anno come esportazioni.

Questa terza tende ad imporre al mondo gli insaccati transalpini, salami in primis.

In Francia il Ministero degli esteri è scherzosamente chiamato il Ministro del formaggio, e verosimilmente tra breve sarà anche il Ministero dei saucisson.

Tutte le ambasciate faranno gran numero di inviti a spuntini e banchetti a base di champagne, fromages, e saucisson. I regali del Santo Natale, Santa Pasqua, ed ogni altro tipo di ricorrenza, sarà sempre un grandioso cestino contenente le migliori specialità francesi.

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In Italia produciamo oltre 22,000 tipologie di formaggi e 15,000 varietà di vino. Molte sono, erano, produzioni artigianali o semi – artigianali.

Sicuramente alcune produzioni sono andanti, altre sono di largo consumo, ma un numero davvero imponente è di qualità media ed alta. Poi, abbiamo anche produzioni superlative, che nulla hanno da invidiare con quelli della concorrenza estera.

Ma anche nel settore degli insaccati abbiamo una produzione di altissimo livello.

Il nemico non è la concorrenza estera.

Un primo feroce nemico è l’Unione Europea, che con la sua ubbia maniacale di standardizzazione  impone alla produzione italiana del settore normative che poi altri non rispettano. Si fosse maligni, si direbbe quasi che le regolamentazioni europee siano state fatte per penalizzare i prodotti italiani a favore di quelli francesi e tedeschi.

Il secondo ancor più feroce nemico è lo stato italiano, succube alleato dell’Unione Europea, che invece di proteggere e favorire i prodotti e le modalità produttive nazionali, si è fatto negli ultimi lustri zerbinotto dei nostri partner europei.

Una domanda.

Perché le nostre Ambasciate offrono champagne invece che Champenoise italiani?


The Local. 2018-02-24. Why do the French love saucisson so much?

Cheese and wine may be quintessentially French to the rest of the world, but the Gallic amour for cured, salty pork sticks or saucisson, is just as strong and timeless.

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It’s official. The first Saucisson World Cup will be held in the tiny village of Vanosc in Ardèche,southern France this June. And who cares?

Well, in a matter of days organizers have received just as many applications to be part of the tasting jury as there are villagers in Vanosc.

“It’s going to be chockablock! We’ve received 600 requests from tasters aged 12 to 92,” René-Louis Thomas, head of The Ardèche Academy of Sausage Lovers, told French daily Le Parisien.

France is of course the perfect place to host a Saucisson World Cup given that some 2.2 kilos of saucisson are said to be munched each second in France, which adds up to a total of 70,000 tonnes a year.

So why is it that the saucisson is such a simmering sensation in the hearts and taste buds of people of all ages in France?

Tradition

Saucisson, which gets in name from salsus (salty in Latin) has been made in France since Roman times, with archaeological finds proving so.

According to geography and gastronomy academic Jean-Robert Pitte, cured sausage is a “living historical monument” and a symbol for France since the time of the Great War.

“It was the source of bonding for soldiers in the trenches,” said Pitte about how saucisson would be chopped up and dealt around French troops in WWI. “It was probably the last pleasure for many fallen soldiers.”

For Thomas, saucisson’s symbolism is even older: “It forms part of the traditional Epinal image (19th century illustrations): the beret, the baguette, the Camembert and the sausage”.

Social snack

In the same way as saucisson strengthened the brotherhood between soldiers in the trenches, the tradition of sharing these salty spoils with loved ones and friends lives on to this day.

“For me, the popularity of saucisson stems from its strong association with the apéro (appetizer),” French food writer Clotilde Dusoulier told The Local.

“It’s that special moment at the end of the day when you get together with mates for a drink and some nibbles, to unwind and catch up.

“It feels festive and fun, like a carefree moment taken from a busy day.”

Guilty pleasure

When in 2015 the World Health Organization labeled processed meats like the sauccisson as carcinogenic as smoking and drinking, the reaction in France was nonchalant at best, if not one of complete disdain.

“I survived the war, I’m not going to give up saucisson!”, An 83-year-old Frenchman told The Local at the time.

“I’ll stop drinking alcohol and smoking if needs be, but I could never give up meat as it’s essential to my diet,” a butcher in the 19th arrondisement added.

And so it is that despite the health warnings from the WHO that eating read meat can cause cancer, the French would rather enjoy the sumptuous salty taste of cured and smoked pork and die with a smile on their faces.

“If it gives you cancer then so be it. I could never live without it,” Maxime, a 21-year-old student in Paris, concluded.

Easy eating

However lazy you’re feeling vis-à-vis preparing something to eat, slicing up some saucisson is as easy as it comes.

There aren’t that many foods either that can be so easily carried around in you pocket or bag without making a complete mess, thanks largely to the natural pig fat wrapping most of them come with.

What’s more, saucisson keeps for ages!

 “There are many varieties of saucisson in France because, like cheese, it’s an age-old way to preserve food from the time when there was no refrigeration,” food blogger Clotilde Dusoulier explains.

“Fresh meat goes off but charcuterie like saucisson keeps for months. “

Simply irresistible

Even vegetarians might at times admit to missing the salty, full-flavoured body of cured ham.

Perfected with passion over the centuries, French saucisson is a world on its own.

“Each region independently came up with its own ideas of seasonings depending on what’s available locally in terms of herbs, nuts, etc,” Dusoulier describes.

However many varieties, all saucissons have one thing in common, their ability to calm the most rumbling of bellies, satisfy our protein cravings and on many occasions, be the perfect partner for a lovely glass of wine.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Istruzione e Ricerca

Industria 4. I gosplan di Stalin sono ancora vivi e vegeti con Calenda.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-28.

Stato 002

Scopo dello stato è mantenere, e bene, il partito democratico, iscritti, parenti, amici, conoscenti, supporter, affiliati e sodali.


«Il Gosplan, abbreviazione di Gosudarstvennyj komitet po planirovaniju (in russo: ‘Государственный комитет по планированию?, lett. “Commissione statale per la pianificazione”), era l’organismo sovietico creato nel febbraio 1921 col compito di pianificare i piani quinquennali dello sviluppo economico sovietico. Era affiancato dal Gossnab e dalla Gosbank.

Il comitato fu più volte riorganizzato, fino a divenire il centro della politica economica sovietica: arrivò a diventare, infatti, il “supervisore gestionale delle fabbriche” nel 1957. Fu sciolto nel 1990 con il dissolvimento dell’URSS.»

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Non c’è liberal, socialista ideologico o comunista che sappia e possa resistere alla tentazione del gosplan.

Per nostra sorte, in Italia c’è il Ministero dello Sviluppo Economico, sorgente generatrice di gosplan.

«Piano nazionale Industria 4.0 (Impresa 4.0)

Il Piano nazionale Industria 4.0 (ora Impresa 4.0) è l’occasione per tutte le aziende che vogliono cogliere le opportunità legate alla quarta rivoluzione industriale.

Il Piano prevede misure concrete in base a tre principali linee guida:

– operare in una logica di neutralità tecnologica

– intervenire con azioni orizzontali e non verticali o settoriali

– agire su fattori abilitanti

Sono state potenziate e indirizzate in una logica 4.0 tutte le misure che si sono rilevate efficaci e, per rispondere pienamente alle esigenze emergenti, ne sono state previste di nuove.»

È prevedibile che il pil nazionale si espanderà al ritmo del 7% all’anno.

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Il curriculum del Ministro Calenda è riportato in extenso nel sito del Ministero da lui diretto.

Il sig. Ministro non ha mai visto una azienda in vita sua, quindi le coordina, almeno fino al 4 marzo: poi si vedrà.

Quanto l’industria italiana si sia sviluppata è sotto gli occhi di tutti. i cinesi vengono da noi per imparare qualche rudimento di questa simpatica scienza.

A cosa serva il Ministero dello Sviluppo Economico?

A generare un complesso sistema burocratico che consenta di finanziare solo ed esclusivamente le realtà vicine la partito democratico. Elementare Watson!

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Ma un gosplan non è tale se non sia gigantesco, ove tutte le risorse siano utilizzate per mantenere, e bene, i funzionari.

Ecco quindi avvenire il casto connubio con Anvur e Vqr.

L’Anvur, Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, è un ente pubblico della Repubblica Italiana, vigilato dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca.

L’Anvur è uno di quei carrozzoni che sfuggono alla immaginazione dei semplici. Come se non bastasse la Thomson Reuters, Isi, punto di riferimento mondiale cui fan capo tutte le università di tutto il mondo, l’Anvur stila le graduatorie dei ricercatori e degli istituti di ricerca nazionali. La capacità scientifica ed il successo internazionale non solo non sono nemmeno un optional, ma sono anche situazioni noiose da conculcare con forza.

Ciò che conta è essere nel cuore del partito democratico.

Lo scorso anno un ricercatore italiano da tempo residente all’estero, ove in breve è diventato rettore di uno dei più famosi atenei mondiali, ha fatto umile richiesta all’Anvur di essere valutato se fosse stato considerato degno di poter poi partecipare al concorso di idoneità, propedeutico al poter fare un concorso per l’entry level universitario. Un po’ come se Mattarella avesse chiesto di essere valutato se fosse idoneo a fare l’usciere a Montecitorio.

Bocciato, ed anche malo modo.

La lettera di reiezione ha fatto ‘discretamente‘ il giro del mondo, facendo spanciare tutti dal ridere. Il tizio in oggetto ha diversi metri cubi di pubblicazioni sui massimi giornali scientifici mondiali, dei quali è, tra l’altro, referee: ben, è stato giudicato scientificamente inconsistente. I giudici dell’Anvur erano larve universitarie.

Non era raccomandato dal partito democratico. ma chi mai si sarebbe creduto di essere?

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Ciò premesso, suggeriremmo di leggere con cura questo articolo, di cui proponiamo qui le sole frasi inziale, perché alquanto lungo.

Calenda affonda i Politecnici di Milano e Torino, ma anche Pisa, Sapienza e Federico II. Con l’aiuto di Anvur.

«Nelle aree dell’ingegneria, il Politecnico di Milano e quello di Torino non potranno presentare proposte per l’istituzione dei cosiddetti Centri di competenza “Industria 4.0”, perché sono stati bocciati dall’Anvur, l’agenzia che valuta la ricerca scientifica. La partecipazione del Politecnico di Milano – ma anche quella di Bologna – dovrà limitarsi all’area delle scienze economiche e statistiche. Uno smacco terribile, ma mai come quello subito da Roma Sapienza, Pisa, Genova e Napoli Federico II, escluse tout court dalla gara, perché in tutte le aree del bando sono al di sotto dei requisiti scientifici minimi per partecipare. Cosa è successo? Dovendo selezionare gli atenei che accompagneranno le imprese italiane verso le innovazioni dell’Industria 4.0, il Ministro Carlo Calenda ha avuto la poco felice idea di affidarsi alle malcerte classifiche VQR stilate dall’Anvur. Classifiche talmente arbitrarie da non essere considerate affidabili nemmeno da quelli che le hanno confezionate. Lo scorso febbraio, l’Anvur definiva la VQR “una valutazione accurata, rigorosa e imparziale della ricerca svolta nelle università“. Meno di un anno dopo, l’ex-presidente dell’agenzia ha scritto a Repubblica che la VQR “non deve essere impiegata in nessuna circostanza per rappresentare la reale posizione di un Ateneo”. Calenda non deve aver fatto in tempo a prendere atto del “contrordine compagni” e ha continuato a credere ciecamente alle classifiche VQR. Con il risultato di silurare proprio i più importanti centri di ricerca universitari italiani. E se i 40 milioni per i Centri di competenza sono distribuiti a casaccio, non si può dire che vada molto meglio per il malloppo di 30 miliardi, distribuito a pioggia mediante defiscalizzazioni e incentivi automatici alle imprese.»

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Quanto si vorrebbe che il 4 marzo diventasse le idi di marzo!

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Nordrhein-Westfalen. Essen. Il banco alimentare adesso accetta solo tedeschi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-28.

2018-02-28__Essen__001

La realtà tedesca è ben differente dalla classa icona di nazione prospera e ricca.

Germania. 860,000 homeless, ed adesso pagano le tasse.

Germania. 13 milioni di poveri e 330,000 famiglie con la luce tagliata.

Germania. Non è povera. È misera. – Financial Times

Child poverty still rising in Germany

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«Con il 24 percento della popolazione over-65, la Germania est sarebbe, se fosse uno stato indipendente, il più anziano del mondo.»

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«Il 40 percento dei tedeschi non possiede praticamente alcuna ricchezza»

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«Un ruolo importante nel ridurre la disoccupazione e aumentare il numero degli occupati al livello record di 44 milioni ha avuto l’espansione dei “mini” job, posti di lavoro part-time deregolamentati, che sono passati da 4,1 milioni nel 2002 a oltre 7,5 milioni quest’anno»

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Con vivo disappunto dei liberal di Frau Merkel e dei socialisti dell’SpD questi tredici milioni di poveri e questi sette milioni e mezzo di “occupati” con miniarbeit da 600 euro al mese votano.

E non solo votano: questi misconoscenti non se ne fanno nulla delle nuzialità gay e dei milioni di immigrati illegali richiamati dal miraggio di un qualcosa impossibile a darsi. Questa plebe, questo popolino così tanto vilipeso ha fame e vuole mangiare. Vorrebbe un lavoro decente, ma si deve accontentare.

Però il 24 settembre hanno fatto sentire potentemente la loro voce. La Große Koalition ha perso 153 deputati elettivi, ed adesso persevera nel voler fare la coalizione degli sconfitti.

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Già. Anche nella prospera e ricca Germania esiste il banco alimentare: ritirano dai supermarket i cibo prossimi alla scadenza e li distribuiscono ai poveri. Gran brutta bestia la fame.

Ma fino a poco tempo fa gli immigrati islamici erano favoriti smaccatamente nella distribuzione gratuita dl cibo: erano protetti da Frau Merkel in persona e coccolati dai socialdemocratici.

Adesso Union ed Spd iniziano a fare i conti: proseguendo così, dopo le elezioni del 2021 ci saranno loro a far la fila per tre verze. I sondaggi elettorali suonano sinistri.

Così, folgorati come Paolo sulla via di Damasco, hanno dato il contrordine.

Per un politico essere trombato alle elezioni significa essere ridotto a mendicare.

«A food bank in Germany’s Essen has temporarily stopped accepting new migrant customers saying it hopes more German “grandmothers and young single mothers” will come for food supplies, in a move that has drawn widespread criticism»

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«some German clients had stopped coming as the percentage of migrants swelled»

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«Migrants make up 23 percent of the city’s population but account for about 75 percent of the food bank’s 6,000 users, up from 35 to 40 percent before Germany took in waves of new arrivals in 2015 and 2016»

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«The group implemented new rules requiring new clients to show a German identification card and documents showing they qualified for social benefits»

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«The Westdeutsche Allgemeine Zeitung newspaper reported that many older German clients had felt uncomfortable coming to the food bank given the large number of migrants, including many young single men»

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«75 percent of people who came to pick up food from the Tafel locations across Essen were foreigners»

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Riassumiamo.

Pochi episodi come questo indicano il fallimento politico di Frau Merkel e dei suoi sodali.

«Germany First».

Quando lo diceva Mr Trump era una eresia condannabile al rogo.


Reuters. 2018-02-23. German food bank draws fire over move to stop accepting new migrant clients

A food bank in Germany’s Essen has temporarily stopped accepting new migrant customers saying it hopes more German “grandmothers and young single mothers” will come for food supplies, in a move that has drawn widespread criticism.

The decision, which took effect in January but was only made public this week, was rejected by the food bank’s own founder and others, and set off a media storm, including stories in papers such as the mass-circulation daily Bild.

Joerg Sartor, who heads the Essen branch of the Germany-wide “Tafel” group, said volunteers had noticed that some German clients had stopped coming as the percentage of migrants swelled.

Migrants make up 23 percent of the city’s population but account for about 75 percent of the food bank’s 6,000 users, up from 35 to 40 percent before Germany took in waves of new arrivals in 2015 and 2016, he said.

“We always have significantly more foreigners as clients than their representation in the community,” Sartor told Reuters TV. “But when we reached 75 percent we kept asking, why are certain Germany people not coming anymore – the grandmothers, the young single mothers.”

The group implemented new rules requiring new clients to show a German identification card and documents showing they qualified for social benefits.

Sartor insisted the decision was temporary and could be revisited in two months. He said some 15 to 16 migrant families had been turned away at recent sessions without complaints.

But Sabine Werth, head of the nationwide Tafel group, said that while no-one had a specific right to receive food from any branch, it was wrong to exclude any particular group.

Ralf Rosenbrock, who heads the German Equal Welfare Association, another charitable organization, was also critical.

“The volunteer Tafel group in Essen is clearly overwhelmed by growing demand, but you can’t solve that by discriminating along ethnic lines,” he told Reuters TV.

He said the federal government was to blame for policies that left many in poverty and lacking food.

The Westdeutsche Allgemeine Zeitung newspaper reported that many older German clients had felt uncomfortable coming to the food bank given the large number of migrants, including many young single men.

“When we opened the door in the morning, there was a lot of pushing and shoving without any regard to the granny in the line,” the paper quoted Sartor as saying.


Deutsche Welle. 2018-02-23. German food bank slammed for barring foreigners from registering

An Essen food bank says it is only allowing Germans to sign up for free food because the elderly feel uncomfortable with the large number of foreign men during pick-ups. Its chairman denies allegations of xenophobia.

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The board of “Tafel” food bank in the western German city of Essen has caused a stir by imposing a new rule: For the time being, foreigners cannot receive new membership cards. No German passport, no free food.

There are more than 930 “Tafeln,” or tables, across Germany. They collect groceries that are nearing their sell-by date from stores and restaurants and hand them out to people in need. To qualify, you need to receive state assistance such as unemployment payments. With proof of that, people can sign up with the Tafel and receive a one-year membership card for their family that allows them to come to a food pick-up at a specified time once a week.

Chairman: No xenophobia

The Tafel in Essen originally established its controversial rule in December but the story blew up on Thursday when local media got wind of it. On Friday morning, Jörg Sartor, the chairman of the Essen Tafel held an impromptu press conference in the organization’s office. As more and more camera crews and journalists piled into the room, he alternated between offering everyone coffee and defending his decision.

“I really don’t understand all the excitement,” Sartor said after stressing that neither he nor anyone on his team was xenophobic.

Other Tafel branches from across Germany have condemned the step and some critics are calling the rule racist. But Sartor says they changed the rules simply because 75 percent of people who came to pick up food from the Tafel locations across Essen were foreigners — a number the board considered too high.

The Essen Tafel currently has 1,800 membership cards issued that cover roughly 6,000 people. And yet, “you could pick the few German people out of the crowd at the food handover sometimes,” board member Rita Nebel said.

‘Too much pushing and shoving’

Sartor and Nebel claim that the large number of foreigners, especially young men, caused trouble when it came to handing out the food, saying that elderly Germans weren’t feeling comfortable anymore and stopped showing up.

“I was approached several times because there was too much pushing and shoving,” Sartor told DW. “I want the people here to behave in an orderly way toward each other. And when there isn’t an equal balance [of Germans and foreigners], that doesn’t work.”

Number one task: prevent food waste

Horst, a German retiree, was among the roughly 30 people waiting to pick up groceries outside the Essen Tafel on Friday. He said he could see that the new rule was unfortunate for some, but that it did have a point.

“There are many Russians, Polish, people from Africa,” Horst said. “They can get brash sometimes, for example some show up late for their 12:30 pick-up time and then try to cut in line in front of us, who have the 1:30 pick-up time. I think we should all be thankful that a service like this exists at all.”

The Tafel is an nongovernmental organization that is neither affiliated with the cities where branches are located nor with the state or federal government. Its number one task is to save food from going to waste. Its drivers — most of whom, like almost all those who work at the Tafel branches, are volunteers — go from store to store to pick up groceries.

Ban is only temporary

The Tafel is not, however, solely responsible for making sure that no one goes hungry — that is the state’s task, as Sartor pointed out.

“We support people in need so that with the money they save on groceries, they can maybe take their kids to the pool or the movie theater for once,” the 61-year-old said. “If anyone here starved just because the Tafel didn’t exist anymore, something would be going very wrong in this country.”

That’s why the chairman doesn’t see too much of a problem with denying service to foreigners who are now trying to register with his food bank. And the ban is only supposed to last for another six or eight weeks anyway — definitely not longer than summer, Sartor said.

That is of no help to Carole. The French single mother of two came to the food bank two weeks ago to get a membership card and was turned away. On Friday, she was in line at the Tafel to pick up the groceries for her pregnant friend.

“This makes me sad,” she told DW while comforting her crying toddler. “I’ve been in Germany for years and I have an EU passport, but I can’t get food.”

Carole hopes the ban will be lifted soon.

Speaking to journalists on Friday, Sartor proudly announced that the percentage of Tafel card-owners without a German passport had already decreased from 75 to 71 percent since he established the new rule in December.

The board of the Essen Tafel considers this a success.

Pubblicato in: Armamenti, Problemi militari

L’America potrebbe non sopravvivere ad un attacco al grid.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-2-28.

Views Of A Dynergy Inc. Power Plant Ahead of Earns Reports

Il termine sassone blackout indica una interruzione del servizio di corrente elettrica.

Nel mondo occidentale una sospensione di questa tipologia di servizio potrebbe dapprima generare un consistente chaos, quindi una paralisi a livello nazionale. Tutte le reti ad alta tensione sono infatti interconnesse e la corrente immessa nel sistema secondo necessità. Per un qualsiasi malfunzionamento, le reti si staccano automaticamente, generando blackout a valle.

A seguito riportiamo le cronache di alcuni blackout per chiarire meglio il problema.

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2006-11-05. Energia: mezza Europa al buio per blackout

«Tutta l’Europa occidentale – compresa l’Italia – per un totale di 10 milioni di persone, è stata colpita sabato sera da blackout elettrici, originati in Germania, dove si è lamentata un’improvvisa diminuzione della produzione di energia. Secondo il gestore della rete francese Rte, i circa 5 milioni di utenze lasciate al buio in Francia corrispondono a circa il 10% della popolazione francese. Il black-out è cominciato in Francia alle 21 circa. Secondo la fonte, le utenze francesi sono state «progressivamente rialimentate tra le 22,30 e le 23». In particolare sono stati colpiti i dipartimenti Rodano, Isere, Loira, Ain e Saona e Loira. In Germania – Paese all’origine del blocco – è stata colpita soprattutto la zona di Colonia, nel land della Renania del Nord-Westfalia. È stato colpito per breve tempo anche l’aeroporto di Colonia, ma l’entrata in funzione dei generatori ha permesso la ripresa dell’attività. Colpiti anche Belgio (ma non Bruxelles) e Spagna, dove ci sono stati blackout nelle regioni di Madrid, Catalogna, Valencia e Castiglia-La Mancia. Fonti della Rete elettrica della Spagna (Ree) hanno precisato che l’incidente ha provocato una reazione a catena con la perdita totale di 2.500 megawatt. Secondo la Ree, la corrente è mancata dalle 22,05 alle 22,40.

Secondo il ministero regionale dell’Energia del Nordreno-Vestfalia un contributo al blackout è stato dato anche dagli impianti di produzione dell’energia eolica. Quanta più corrente viene immessa dagli impianti eolici, tanto più va ridotta la quota proveniente da altre fonti, …. Sabato c’è stata una forte immissione di corrente elettrica eolica, ma sembra che non sia stata adeguatamente ridotta quella di altre fonti.»

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2003-09-28. Black-out in Italia del 2003

«Il black-out del sistema elettrico italiano del 28 settembre 2003 fu il più importante incidente di tale genere nella storia del Paese. Ebbe inizio alle 3:30 locali di domenica 28 settembre 2003 e interessò tutta l’Italia continentale e peninsulare e la Sicilia. ….

L’incidente fu dovuto ad una serie di eventi scatenati dalla scarica verso terra tramite un albero eccessivamente vicino della linea svizzera ad altissima tensione Lavorgo-Mettlen alle ore 03:01. Il carico si redistribuì automaticamente sulle altre linee, che a loro volta andarono oltre i limiti di sicurezza e si aprirono. In particolare l’unica altra linea da cui l’Italia importa corrente elettrica dalla Svizzera, tramite il passo del San Bernardino: l’allungamento dei conduttori per dilatazione termica causata da correnti elevate determinò l’apertura degli interruttori di protezione e non risultò possibile reinserirla.

In quel momento, l’Italia stava importando dall’estero il 25% del carico totale.

Alle 3:11 gli operatori svizzeri ETRANS chiesero agli operatori italiani di rientrare nei carichi contrattualizzati, rimuovendo i circa 300 MW di sovraconsumo. L’operazione venne eseguita dal gestore della rete italiana GRTN alle 3:21, secondo gli svizzeri troppo lentamente, ed inoltre nei minuti successivi la richiesta di corrente elettrica tornò nuovamente ad aumentare.

A partire dalle 3:25, tutte le linee ad alta portata Svizzera-Italia si aprirono in successione, alcune per sovraccarico, altre per scarica a terra. Il transito proveniente dall’Europa venne ripartito pertanto sulle linee di collegamento con la Francia, che però anch’esse a loro volta andarono in sovraccarico e si aprirono.

In seguito a questo calo della potenza disponibile, nel sistema elettrico italiano iniziarono forti instabilità di tensione, seguite da progressiva perdita di passo: la frequenza nominale di rete di 50 Hz prese a scendere, attivando le diverse protezioni previste dal Piano Difesa del GRTN: ….

Si innescò così una reazione a catena che nel giro di circa 2 minuti e 30 secondi mandò fuori uso l’intero sistema elettrico italiano.»

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Blackout di 11 ore all’aeroporto di Atlanta, caos ai gate e 1000 voli cancellati

«Gigantesco black-out nell’aeroporto più trafficato del mondo, quello della città americana di Atlanta, nello Stato della Georgia, e per 11 ore è stato il caos. Decine di migliaia di persone sono rimaste al buio, oltre 1000 i voli bloccati a terra, molti dirottati, schermi «muti», la sicurezza affidata alla buona sorte. Nella tarda notte locale, all’alba italiana, la luce elettrica è tornata all’aeroporto Hartsfield-Jackson. Ma ci vorranno ore prima che la situazione torni alla normalità. 

Il calo di tensione, come informano le autorità aeroportuali, è iniziato alle 19 ora italiana di domenica. Lo scalo dovrebbe tornare a pieno regime alle 12 italiane di oggi, lunedì. La Georgia Power, che fornisce l’energia elettrica all’aeroporto, ha detto che a causare il danno è stato probabilmente un incendio all’impianto elettrico sotterraneo, che potrebbe essere stato generato da un corto circuito.»

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Queste cronache ci rendono edotti su di un fatto usualmente ben poco valutato. Il grid, ossia la rete di distribuzione dell’energia elettrica, è un network molto delicato. Basta un intoppo apparentemente ridicolo, un albero troppo vicino ad una linea sovraccarica, per determinare un blackout a livello nazionale, da cui la nazione emerge dopo alcuni giorni di intenso lavoro. Il danno è smisurato rispetto la causa efficiente scatenante.

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Bene.

Adesso pensiamo invece alla concreta possibilità di un attacco militare ben pianificato alla rete di distribuzione.

Per una nazione come l’Italia sarebbe sufficiente una decina di sabotatori che facessero saltare ciascuno tre o quatto tralicci di alta tensione contigui, scaglionando i sabotaggi nel tempo. Non solo si resterebbe senza corrente per illuminazione e lavorazione industriale, ma anche tutte le telecomunicazioni sarebbero azzerate: le colonnine dei cellulari sono infatti in gran parte alimentate a rete ed i cellulari hanno batterie ricaricabili. Dieci giorni senza corrente elettrica porterebbero la nazione alla fame: si tenga presente che anche le pompe di benzina funzionano se alimentate dalla corrente elettrica. In pochi giorni i mezzi di trasporto sarebbero bloccati per mancanza di carburante.

L’intera nazione risulterebbe essere bloccata e precipitata in una terrificante confusione per decine di giorni.

Sicuramente i militari dispongono di una loro propria rete elettrica. Ma non ci si dovrebbe fare poi troppo affidamento. Anche perché i gruppi elettrogeni hanno una autonomia di funzionamento alquanto limitata, e sono ben poche le unità militare che ne sono dotate.

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Pensiamo adesso ad un attacco in grande stile.

Trump. Contro la Korea del Nord potrebbe usare le bombe Champs.

Bombe Champs sono presenti negli arsenali di tutte le potenze militari. Ma si tenga presente che anche un modestissimo cruise che colpisca una centrale di trasformazione potrebbe arrecare danni inenarrabili.

Il blackout sarebbe generalizzato e potrebbe durare mesi.

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Se è vero che il grande incubo è la guerra termonucleare, il blocco del grid non sarebbe poi molto da meno.

Non a caso paesi come la Russia e la Cina hanno progettato la propria rete distributiva in modo che fosse in grado di sopportare un certo numero simultaneo di interruzioni locali di servizio.


Bloomberg. 2017-12-24. Can America’s Power Grid Survive an Electromagnetic Attack?

The threat of nuclear war with North Korea has raised the stakes when it comes to defending against EMPs.

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Last month, federal agencies and utility executives held GridEx IV, a biennial event where officials responsible for hundreds of local utilities game out scenarios in which North America’s power grid could fail. Potential calamities both physical and cyber are reviewed, with participant responses analyzed to better prepare for any future attack.

This year, the event took on an added urgency given growing concern with a weapon straight out of the Cold War: an electromagnetic pulse, or EMP, emanating from a nuclear blast—specifically, one delivered by a North Korean missile or satellite detonated miles above the Earth. Though GridEx IV didn’t pose this exact scenario, industry experts concede there’s no clear plan to deal with it.

An EMP could damage electronic circuits over large areas, depending on the configuration of the weapon and how high it was detonated, though there’s disagreement over how effective such a tactic would be. Scientists also emphasize that a nuclear bomb that hits a ground target is much more worrisome. Nevertheless, with North Korea’s increasingly successful missile and warhead tests in mind, Congress moved to renew funding for the Commission to Assess the Threat to the U.S. from Electromagnetic Pulse Attack as part of the National Defense Authorization Act.

In September, the commission’s top officials warned lawmakers that the threat of an EMP attack from a rogue nation “becomes one of the few ways that such a country could inflict devastating damage to the U.S.”

GridEx IV participants said the use of an EMP, however improbable, has been very much on their radar. Lisa Barton, executive vice president of Columbus, Ohio-based American Electric Power Co.’s transmission unit, said the Electric Power Research Institute, an industry research arm, was analyzing the risk. An EPRI report published this week emphasized that widespread damage was indeed possible from such an attack.

“It’s certainly more about North Korea now,” said Rob Manning, vice president of transmission and distribution infrastructure for EPRI. “In the past it was more about multiple potential threats.”

The new challenge comes as the industry grapples with a host of costs tied to keeping the lights on in extreme weather, and bouncing back when there’s an outage. In the past five years, Superstorm Sandy, tornadoes, hurricanes and intense cold have all tested grids in unprecedented fashion. Regulators are seeking ways to improve reliability and resiliency, including a potential multibillion dollar payout to coal and nuclear generators to keep plants online as grids add gas, wind and solar.

John Norden, director of operations at ISO New England Inc., which manages a grid serving six states, said the industry is unprepared for a full-scale electromagnetic attack. The power industry doesn’t really have any standards or tools to handle “black sky events’’ such as an extreme cyber or EMP attack, or even conventional war, Norden said at a recent conference.




“I don’t think we have an illusion we will prevent it. That’s really the government’s job”


GridEx IV involved 6,300 participants from 450 organizations, including utilities, government agencies, financial services firms, telecommunications companies, and gas, water and supply chain industries, said Kimberly Mielcarek of the North American Electric Reliability Corp., a non-profit that develops standards for grid reliability and oversees the excercise. Cybersecurity has grown to rival physical infrastructure attacks as a focus of the event, and a new scenario introduced this year involved false reports, or “fake news.” But the best experience utilities have had in preparing for an EMP is tied to a natural phenomenon: solar flares.

While astronomers can see solar events, such as a coronal mass ejection, they don’t have a true picture of its magnitude until it’s about 90 minutes from Earth. The U.S. Space Weather Prediction Center will issue solar storm warnings in anticipation of these events. Grids are alerted to dangerous solar activity and geomagnetic storm watches are called. But with so little time to react, hardening networks ahead of time is more practical.

PJM Interconnection LLC, operator of the power grid serving one-fifth of America’s population, has a lot of experience protecting systems against solar activity. PJM has also been working with transmission owners to protect against other threats, many of which have two specific characteristics: low probability and high potential for catastrophe, said Mike Bryson, vice president of operations for the Valley Forge, Pennsylvania-based operator. An EMP is one of them.

Power companies have made a few moves to protect against electromagnetic interference. Some grid operators and transmission infrastructure owners are putting in place so-called Faraday enclosures, shields of conductive material used to protect electronic equipment and facilities. Utilities have also started stockpiling spare parts to replace any that are damaged by an EMP event, storms or other disasters.

“I don’t think we have an illusion we will prevent it,” Bryson said in an interview. “That’s really the government’s job.”

During the Cold War, a blast and EMP high over the U.S., either on its own or as a prelude to a first strike by the Soviet Union, was seen as a very real threat. But back then, priority was given to hardening military infrastructure to maintain the promise of retaliation. Duke Energy Corp., one of the country’s largest utility owners, has been working with EPRI to study its threat to civilian infrastructure. Lee Mazzocchi, Duke’s senior vice president of grid solutions, said “we really want to use science and research to validate if and how much an EMP threat there could be.”

Jon Rogers, a scientist at Sandia National Laboratories, has been studying the threat since the 1990s. The lab has been looking at how automated control systems could help systems recover. Rogers noted that the grid already has lightning surge arrestors to protect against strikes, which could potentially be useful in case of an EMP. “There are open questions,” he said.

“Back in the Cold War, we worried about massive exchanges at the time with the Soviet bloc,” Rogers said. “There seems to be reduced concern about that and increased concern about a single or smaller surges and what that could mean.” Targeted attacks on specific elements of infrastructure are seen as more likely, including “using an EMP without going nuclear,” added Jeff Engle, vice president of government and legal affairs for United Data Technologies, a security services firm.

“EMP technology itself has been advancing with devices becoming smaller, more effective,” said Engle, who declined to give specific examples. Along these lines, the industry’s stance has been to prepare for less-intense EMPs from irregular lightning strikes, solar flares—and possibly localized attacks.

For EMPs resulting from nuclear blasts, the Edison Electric Institute, an industry group, said the possible effects aren’t fully understood and proposed fixes remain unproven and impractical. 

“Other sectors of the economy likely will be affected by a nuclear EMP attack, including other critical infrastructure sectors upon which the electric sector depends,” the group said in a 2015 paper titled Electromagnetic Pulses (EMPs): Myths vs. Facts. “It makes little sense to protect the electric grid while ignoring these other critical infrastructure sectors.”

Still, the EPRI report paints a picture that’s hard to ignore. Simulations showed that detonating a nuclear weapon about 250 miles above the Earth using a 1.4 megaton bomb, almost 100 times more powerful than the one dropped on Hiroshima, would likely collapse voltage regionally, affecting several states but not the entire eastern or western networks. “None of the scenarios that were evaluated resulted in a nationwide grid collapse,” the report stated. Recovery time from a high-altitude EMP would depend on equipment damage, something the EPRI said it plans to study next year and “develop cost-effective options for mitigating.”

Richard Mroz, president of the New Jersey Board of Public Utilities, warned the cost of preventing widespread failures from an EMP would “be astronomical.” Placing transformers or a substations in shielded cages would cost hundreds of millions of dollars, he said, while protecting critical assets on a distribution system like New Jersey’s could reach into the billions of dollars.

“Managing that kind of threat right now—no one really has the resources to do that,” Mroz said. 

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Svezia. Si avvicinano le elezioni politiche. Situazione incerta.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-27.

2018-0225__Svezia__001

Nella seconda domenica del settembre 2018 si terranno in Svezia le elezioni politiche.

«Il Parlamento del Regno di Svezia, il Riksdag, è composto da 349 membri, eletti a suffragio universale per la durata di quattro anni.

I componenti del Riksdag sono eletti con il sistema proporzionale. 310 seggi sono assegnati in 29 collegi plurinominali, i restanti 39 sono distribuiti tra i partiti. Per entrare in Parlamento, ogni partito deve ottenere almeno il 4% dei suffragi.

Altro aspetto, l’elezione si deve svolgere la seconda domenica di settembre.» [Fonte]

*

Il Governo Löfven è il governo della Svezia in carica dal 3 ottobre 2014, presieduto dal primo ministro Stefan Löfven.

Si tratta di un esecutivo di coalizione tra il Partito Socialdemocratico e i Verdi, che tuttavia non possiede la maggioranza al Riksdag.

«Il Partito socialdemocratico (simboleggiato da una S; Socialdemokraterna in svedese) è al momento il partito più grande in parlamento, possedendo 113 dei 349 seggi totali. Esso è anche il partito del primo ministro uscente, Stefan Löfven, e collabora con i Verdi per formare una maggioranza di governo. Löfven, al potere dal 2014, ha affermato che si candiderà nuovamente per un secondo mandato.

Il Partito moderato (M; Moderaterna) è il secondo partito più grande nel Riksdag con 84 seggi. È stato al potere dal 2006 al 2014 con il suo primo ministro Frederik Reinfeldt e oggi il partito è guidato da Anna Kinberg Batra. Il partito fa parte della Alleanza, l’unione dei partiti ad oggi all’opposizione.

I Democratici Svedesi (SD; Sverigedemokraterna) sono il terzo partito nel Riksdag, con un gruppo parlamentare di 49 seggi. Nelle elezioni del 2014 il partito è cresciuto di 29 seggi rispetto le elezioni del 2007 e il loro leader è Jimmie Åkesson. Il partito è all’opposizione ma non fa parte della Alleanza.

Il Partito Ambientalista i Verdi (MO; Miljöpartiet) è il quarto partito più grande nel Parlamento, con 25 posti. Al momento fanno parte della coalizione di governo, sostenendo i Socialdemocratici di Löfven. I due leader del partito sono Gustav Fridolin e Isabella Lövin.

Il Partito di Centro (C; Centerpartiet) si piazza al quinto posto per numero di eletti al Parlamento, raggiungendo 22 seggi. Ha fatto parte del governo Reinfeld dal 2006 al 2014. Il partito è oggi guidato da Annie Lööf. Anche il Partito di centro fa parte della Alleanza con altri partiti dell’opposizione.

Il Partito della sinistra (V; Vänsterpartiet) è il sesto partito più grande in parlamento, con 21 seggi. Il suo leader attuale è Jonas Sjöstedt. Anche se è all’opposizione, non fa parte della Alleanza.

I Liberali (L; Liberalerna) sono invece al settimo posto per numero di seggi al Riksdag, avendone 19. Anche i Liberali, come il Partito di centro, hanno fatto parte del governo Reinfeldt fino al 2014. Il partito è guidato da Jan Björklund, anche se la sua leadership è fortemente criticata all’interno del partito stesso. Anche i Liberali fanno parte della Alleanza.

I Cristiani democratici (KD; Kristdemokraterna) guidati da Ebba Busch Thor, si piazzano al settimo posto per numero di seggi in Parlamento, avendone 16. Secondo le stime di voto il partito potrebbe avere difficoltà a superare la soglia di sbarramento nelle prossime elezioni. Il partito fa parte della Alleanza. » [Fonte]

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Il Partito socialdemocratico aveva ottenuto nelle pregresse elezioni del 14 settembre 2014 il 31.0% dei voti, ma attualmente è prospettato per il 22.4%. Un calo che sembrerebbe rendere impossibile una nuova coalizione di sinistra.

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Il riquadro sulle due coalizioni alternative potrebbe rendere meglio l’idea di come sembrerebbero stare le cose.

La coalizione al momento al governo, sia pur esso di minoranza, otterrebbe il 35.8%, mentre Alleanza ne otterrebbe il 37.1%.

La differenza tra le due coalizioni è di solo 1.3 punti percentuali, fatto questo che suggerirebbe una consistente incertezza sul risultato delle urne.

Qualcuno azzarda che Alleanza, essendo in vantaggio sia pur di poco per molto tempo consecutivo, avrebbe maggiori chance di vincere le elezioni. A nostro personale parere, sulla scorta dei dati pregressi, il lasso temporale è troppo breve per consentire previsioni ragionevolmente sicure.

In sintesi finale, la competizione è ancora completamente aperta.


Swedish schools under pressure to recruit 77,000 teachers

«Sweden’s schools and pre-schools need to recruit up to 77,000 new full-time teacher positions in the next five years, according to a new forecast by the Swedish National Agency for Education (Skolverket).

Since Skolverket’s last prognosis two years ago, the need for qualified teachers has gone up by 7,000 to 77,000, mainly because of population growth. There is also a need to replace temporary staff without official teacher training qualifications with newly examined teacher graduates up until the year 2031.

Skolverket’s Director-General Peter Fredriksson emphasized the importance of making Swedish schools an attractive workplace: “It must be made more attractive to work as a teacher and for that everyone with any influence in schools, not least the teachers’ employers, need to make sure that schools are a desirable workplace”.

Taking into account replacing temporary staff, in order to cover the number of full-time teachers needed by 2031, Skolverket say they need to recruit 187,000 staff in total. In effect, this means there will need to be 227,000 teachers and pre-school teachers employed by 2031.»

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Frankfurt. Elezioni comunali con la nuova legge europea.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-27.

Assia. Hesse_in_Germany

Ieri, 26 febbraio, si sono tenute le elezioni a sindaco nella città di Frankfurt.

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«Francoforte sul Meno (in tedesco Frankfurt am Main) è una città extracircondariale della Germania sud-occidentale, la quinta tedesca per numero di abitanti dopo Berlino, Amburgo, Monaco e Colonia. La città di 732 688 abitanti (2,2 milioni nell’area urbana) è al centro di una vasta area metropolitana di 14 800 km² denominata Rhein-Main, con una popolazione che supera i 5,5 milioni di abitanti.

Situata sul fiume Meno, Francoforte è il centro finanziario della Germania e uno dei principali in Europa. Qui hanno sede la Banca centrale europea, la Banca Federale Tedesca e la Borsa di Francoforte (terza al mondo per volume di scambi azionari).» [Fonte]

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L’Unione Europea ha legiferato che i cittadini di stati membri dell’Unione possano votare nelle elezioni amministrative ed europee dello stato in cui risiedono.

Questo il testo che appare sul sito dell’Europarlamento.

«EU Citizenship Rights

If you hold the nationality of an EU Member State, you are also an EU citizen. EU citizenship does not replace your national citizenship, it adds to it.

EU citizenship gives you many freedoms and opportunities, such as the right to travel, live and work throughout the EU, and the right to vote and stand as a candidate in municipal and European Parliament elections wherever you live in the EU.

Topic in focus: Electoral Rights

The electoral rights of EU citizens are set out in Article 22 TFEU.

“1. Every citizen of the Union residing in a Member State of which he is not a national shall have the right to vote and to stand as a candidate at municipal elections in the Member State in which he resides, under the same conditions as nationals of that State. This right shall be exercised subject to detailed arrangements adopted by the Council, acting unanimously in accordance with a special legislative procedure and after consulting the European Parliament; these arrangements may provide for derogations where warranted by problems specific to a Member State.
2. Without prejudice to Article 223(1) and to the provisions adopted for its implementation, every citizen of the Union residing in a Member State of which he is not a national shall have the right to vote and to stand as a candidate in elections to the European Parliament in the Member State in which he resides, under the same conditions as nationals of that State. This right shall be exercised subject to detailed arrangements adopted by the Council, acting unanimously in accordance with a special legislative procedure and after consulting the European Parliament; these arrangements may provide for derogations where warranted by problems specific to a Member State.”»

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Ieri si sono svolte le elezioni per il Sindaco di Frankurt. Il sito del Comune riporta in extenso i risultati elettorali.

Su 505,275 Elettori hanno esercitato il diritto di voto 189,916 Elettori, 86,803 (46) ha votato per il rinnovo del mandato al sindaco uscente, Herr Peter Feldmann, rappresentante della Spd.

Quindi, hanno votato il 37.59% dei potenziali elettori (100* 189,916 / 505,275).

Fin qui nulla di strano, tranne un’affluenza alle urne davvero scarsa.

Ciò che invece salta immediatamente agli occhi, è il fatto che hanno votato circa 80,000 Elettori di cittadinanza non tedesca.

Del tutto causalmente, sia ben chiaro, il candidato dell’Spd ha conseguito 86,803 voti, proprio quando quelli importati, non tedeschi, erano circa 80,000.

Sempre in maniera del tutto casuale, ci mancherebbe altro, i sondaggi eseguiti su questi 80,000 votanti non tedeschi indicavano una schiacciante propensione al voto per la Spd, con una percentuale variante da un minimo dell’82% ad un massimo del 94%.

Sempre in maniera del tutto casuale, nessuno mai lo avrebbe potuto dubitare, larga quota di codesti 80,000 hanno dichiarato residenza in Frankfurt negli ultimi tre mesi.

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La Germania sta diventando un paese caratterizzato dagli eventi rari.

Germania. Spd. Herr Kevin Kuehnert e la cagnetta Lima iscritto al partito.

Germania. Elezioni di ottobre in Assia. Prospezioni.

In Hessen, Assia nella terminologia italiana, la Cdu è quotata il 31%, la Spd il 25%, ed AfD il 12%.

Qualche conto sembrerebbe non tornare.


The Local. 2018-02-26. Sitting Frankfurt mayor just misses out on outright election victory

Peter Feldmann, the current mayor of Frankfurt, won 46 percent of the vote on Sunday’s mayoral election – not quite enough to avoid a second round.

Feldmann of the Social Democrats (SPD) considerably improved on his vote tally in the 2012 election, but would have needed 50 percent of the ballots to be immediately reaffirmed as Frankfurt mayor.

Instead he will face Bernadette Weyland of the Christian Democrats in a second round on March 11th after she won 25.4 percent of the vote.

In total 12 candidates put themselves forward for the mayoral race and around half a million people had the right to vote, including 80,000 non-German EU citizens.

Official estimates put election participation at 37.6 percent.


The Local. 2018-02-13. Frankfurt mayoral election: which candidate shares my political views?

On February 25th, the residents of the city of Frankfurt will go to the polls to vote in a new city mayor. The Wahlkompass could give you a better idea of who to vote for.

More than half a million Frankfurters will go to the polls later this month to vote in a new Oberbürgermeister (city mayor).

And, unlike at the federal level, non-Germans who hold EU citizenship will have the right to vote. Reflecting the cosmopolitan nature of the city, around 80,000 potential voters will come from outside the borders of the Bundesrepublik.

But knowing who to vote for at the local level, where candidates are relative unknowns, can be tricky.

There are a total of 12 candidates in the running for the election in Frankfurt, with incumbent Peter Feldmann of the Social Democrats hoping to retain his job. He is likely to face the stiffest competition from Bernadette Weyland, candidate for the Christian Democrats.

The Wahlkompass aims to give you a bit more of an idea about which candidates have views that align with your own. The academics behind it interviewed the candidates for their views on 30 different topics. By giving your opinion from “strongly agree” to “strongly disagree” on the same questions, you get the chance to see where on Frankfurt’s political spectrum you fall.

The Frankfurt mayoral election will likely be held across two rounds. If no candidate wins over 50 percent of the vote on February 25th, voters will go to the ballot box again on March 11th to pick from the two candidates who won the highest vote shares in the first round.

Germany conforms to EU law by allowing EU citizens to vote in local elections. EU citizens do not however have the right to vote at the state or federal level.

Pubblicato in: Amministrazione, Economia e Produzione Industriale, Materie Prime, Sistemi Economici

Egitto. Prosegue il grandioso progetto di desalinizzatori marini.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-27.

2018-02-20__Egitto__001 35344

Il problema idrico dell’Egitto è semplice. Esso dipende quasi interamente dall’acqua afferita dal Nilo, e questa non è più sufficiente a sopperire alle necessità della popolazione e dell’industria, sia quella agricola si quella manifatturiera.

Se è vero che molte risorse naturali consentono di vivere meglio, è altrettanto vero che talune di esse siano essenziali: e tra queste l’acqua è di interesse fondamentale.

«Egypt is currently under the water poverty line with an annual per capita water share of 560 cubic meters compared to an international share of 1,000 cubic meters»

Con 95 milioni di abitanti l’Egitto avrebbe bisogno di almeno 95 miliardi di metri cubi di acqua all’anno [bcm], mentre al momento attuale ne dispone per poco più della metà. Mancano grosso modo 40 miliardi di metri cubi all’anno.

«The Nile provides Egypt with about 97% [55 bcm] of its total water needs, while the remaining 3% is supplied by low rainfall on the northern coast and in the Sinai Peninsula, and by non-renewable groundwater»

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Il problema è stato aggravato dalla costruzione in Etiopia del

«Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD) in the Nile basin, which will limit the amount of Nile water that reached Egypt. The dam has created tensions between the two countries, Egypt and Ethiopia.»

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Nel 2015 era stato messo a punto un sistema innovativo di desalinizzazione dell’acqua di mare.

Egyptian method filters seawater in minutes

«- The technology is based on salt-attracting membranes and vaporising heat

– The membranes are made of cellulose acetate powder which is cheap to make

– Even remote communities could use the technique – with just membranes and fire.

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Researchers at Alexandria University in Egypt have unveiled a cost-effective desalination technology which can filter highly salty water in minutes.

The technology is based on membranes containing cellulose acetate powder, produced in Egypt. The powder, in combination with other components, binds the salt particles as they pass through, making the technique useful for desalinating seawater. 

“The membrane we fabricated can easily be made in any laboratory using cheap ingredients, which makes it an excellent option for developing countries,” says Ahmed El-Shafei, an associate professor of agricultural and biosystems engineering in Alexandria University, and an author of the study.

Using pervaporation eliminates the need for electricity that is used in classic desalination processes, thus cutting costs significantly.” [Ahmed El-Shafei, Alexandria University]

The technology uses pervaporation, a technique by which the water is first filtered through the membrane to remove larger particles and then heated until it vaporises. The vapour is then condensed to get rid of small impurities, and clean water is collected.

According to the research paper, published in Water Science and Technology last month, this method can be used to desalinate water which contains different types of contamination, such as salt, sewage and dirt. This kind of water is difficult to clean quickly using existing procedures.»

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Nel dicembre del 2016 era iniziato un grande progetto di desalinizzazione con impianto locato a Port Said, che dovrebbe produrre 150,000 m3/die a partire dal 2019.

SWRO desalination plant to be built in Port Said, Egypt using Kuwait loan

«The Kuwait Fund for Arab Economic Development will loan US$115.5 to help with the funding of a seawater desalination plant for the city of Port Said.

Two grants in total were signed – one for relieving socio-economic impacts in health, including water and sanitation, and the second to help finance a feasibility study to establish solar energy plants.

The 150,000 m3/day desalination plant is expected to use reverse osmosis membrane technology, with a 700km water distribution network included in the project.

A completion date of 2019 has been slated for the project, according the Kuwait News Agency.

The loan term is 25 years, including a grace period of five years.

Earlier this year Singapore firm Hyflux entered the Egyptian market with a contract to develop a 150,000 m3/day desalination plant (read WWi story).»

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Adesso sono in fase di avanzata costruzione altri impianti ad al-Galala ed a New El Alamein City. A regime dovrebbero produrre 700 bcm/die, ossia un po’ meno di 260 bcm/anno. Non è quota sovradosata, tenendo conto che dopo il trattamento le acque saranno incanalate all’aperto, e quindi soggette alle perdite da evaporazione. Perdite peraltro utili per umidificare l’aria e per incrementare in questa maniera il ritorno sotto forma di pioggia.

Egypt is Building World’s Largest Seawater Desalination Plant

«In continuing efforts to fulfill its growing water needs, Egypt is set to build the largest seawater desalination plant in the world in the Red Sea city of Ain Sokha, head of the Egyptian Armed Forces Engineering Authority, Kamal El Wazir, said earlier this week.

Upon completion, the plant will be able to purify 164,000 cubic meters of seawater per day, and will provide water to development projects in the Suez Canal Economic Zone, Wazir said in a phone interview on private TV channel ONTV.

Currently in the process of being built, the plant will “benefit the economic zone located northwest of Suez Gulf, as well as supporting three other giant desalination plants located in al-Galala, east of Port Said Governorate and the New El Alamein city,” he explained.

Meanwhile, the Ministry of Housing’s facilities advisor Sayed Ismail told ONTV that these other three desalination plants are currently under construction, each with a production capacity of 150,000 cubic meters per day.

Ismail went on to say that the country’s overall water desalination capacity at present stands at 700,000 cubic meters per day, representing a tenfold increase in the past two years.»

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Questi dati e queste informazioni portano a fare alcune considerazioni di portata generale.

Le risorse di una nazione sono quelle che sono: il loro uso oculato è mandatorio per ogni governo che si prefigga il bene della popolazione.

Se è vero che sotto queste condizioni l’accesso al debito per finanziare imprese economicamente produttive diventa sia lecito sia mandatorio, altrettanto vero è che alcuni grandi progetti infrastrutturali hanno ritorni in tempi così lunghi da limitare le possibilità indebitatorie del governo.

Pensando a fondo a queste semplici considerazioni, si arriva immancabilmente a ragionare su ciò cui serva un governo.

Sarebbe un tema spropositato, ma alcuni spunti sembrerebbero essere rilevanti.

Nelle sue finalità ultime, il governo di una nazione dovrebbe prescindere dalle persone, dai partiti, od anche dalle fazioni, che la governano. Le alternanze, ancorché violente, non dovrebbero interferire con i progetti di lunga scadenza.

Scopo primario del governo è la messa in funzione di infrastrutture che sopperiscano almeno alle esigenze primarie della popolazione. Ed in questa ottica, acquedotti, fognature, strade, ferrovie, centrali elettriche e telecomunicazioni sono elementi fondamentali senza i quali nessun miglioramento del livello di vita della popolazione potrebbe essere concepibile.

I tempi di progetto e costruzione delle grandi infrastrutture sono lunghi, spesso si articolano sull’arco dei decenni: nessun governo che li inizia sarà poi quello che taglierà i nastri inaugurali.

Occorre quindi una chiara visione dei fatti reali e degli obbiettivi essenziali per resistere alla tentazione di ridistribuire le risorse ed i loro ricavati distogliendoli dai grandi progetti.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Giustizia, Stati Uniti, Trump

USA. Suprema Corte libera 5 mln di lavoratori dai contributi forzosi ai sindacati.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-26.

Supreme Court

I liberal democratici stanno versano lacrime dense di disolfuro di allile. I sindacalisti americani invece aggiungono alle lacrime il diallil tiosulfonato: sono sempre più raffinati dei politici.

La Suprema Corte di Giustizia degli Stati Uniti ha fermato la pratica per cui i sindacati imponevano il pagamento delle quote anche a quanti non fossero iscritti.

Cinque milioni di lavoratori taglieggiati. Cinque milioni di voti in più per i Repubblicani.

Manco a dirlo, i giudici liberal avrebbero voluto mantenere questa norma.

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Nel dare il mesto annuncio, Reuters chiama in perfetto stile liberal i giudici della suprema corte:

«Conservative Supreme Court justices»

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Orbene. Quando la Suprema Corte era a maggioranza liberal democratica aveva approvato ogni sorta di nefandezza giuridica sul diritto familiare, legalizzando ogni possibile depravazione come cosa buona e santa.

Allora le sentenze emesse erano sacre ed inviolabili: chi le avesse criticate era un anti-democratico, come minimo.

Adesso che la Suprema Corte ha mutato indirizzo le sue sentenze sono miserabili soprusi.

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«Depriving unions of agency fees could undermine their ability to spend in political races. They typically back Democratic candidates over Republicans.»

*

«In a case that could weaken the finances and political clout of organized labor, conservative U.S. Supreme Court justices on Monday indicated strong support for stopping millions of dollars in fees that non-members are forced to pay annually to unions representing public employees.»

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«But the justice whose vote is likely to decide the case, President Donald Trump’s appointee Justice Neil Gorsuch, remained silent throughout the one-hour argument. His reputation as a staunch conservative suggests he will join his fellow conservatives in an eventual 5-4 ruling against the unions.»

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«The court’s liberals expressed sympathy toward retaining the so-called agency fees. Workers who decide not to join unions representing police, teachers, firefighters and certain other state and local employees must pay the fees in two dozen states in lieu of union dues to help cover the cost of non-political activities such as collective bargaining. »

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«Roughly 5 million public-sector workers pay such fees. A Supreme Court ruling disallowing these fees would deal a setback to an already-diminished American organized labor movement, taking away a vital revenue stream from unions and undercutting their ability to attract new members.»

* * * * * * * *

Hanno ben donde al pianto i liberal democratici.

Se anche assassinassero domani il Presidente Trump, tanto questi ha preso alcuni provvedimenti dai quali sarebbe ben difficile tornare indietro.

Con la nomina di Sua Giustizia Gorsuch la Suprema Corte per almeno trenta anni sarà a maggioranza repubblicana.

Poi:

Trump. I liberal democratici pagheranno la riforma fiscale federale.

Trump. Il piano infrastrutturale da 1,500 mld Usd.

Trump il Grande. Il Senato approva il taglio delle tasse.

Trump il Grande. La riducendo le tasse aumentano stipendi, pensioni ed investimenti. 2,800 miliardi.

Trump il Grande. Adesso nel collimatore c’è il deep state.

Quale politico si azzarderebbe mai a reintrodurre 1,500 miliardi di tasse?


Reuters. 2018-02-26. Conservative Supreme Court justices take aim at union fees

WASHINGTON (Reuters) – In a case that could weaken the finances and political clout of organized labor, conservative U.S. Supreme Court justices on Monday indicated strong support for stopping millions of dollars in fees that non-members are forced to pay annually to unions representing public employees.

But the justice whose vote is likely to decide the case, President Donald Trump’s appointee Justice Neil Gorsuch, remained silent throughout the one-hour argument. His reputation as a staunch conservative suggests he will join his fellow conservatives in an eventual 5-4 ruling against the unions.

The court’s liberals expressed sympathy toward retaining the so-called agency fees. Workers who decide not to join unions representing police, teachers, firefighters and certain other state and local employees must pay the fees in two dozen states in lieu of union dues to help cover the cost of non-political activities such as collective bargaining.

Roughly 5 million public-sector workers pay such fees. A Supreme Court ruling disallowing these fees would deal a setback to an already-diminished American organized labor movement, taking away a vital revenue stream from unions and undercutting their ability to attract new members.

Dumping the fees would require the Supreme Court to overturn a 41-year-old precedent that allowed the payments.

Lawyers for Mark Janus, the Illinois state child-support specialist who is the plaintiff in the case, argued that forcing non-members to pay these fees to unions whose views they may not share violates their rights to free speech and free association under the U.S. Constitution’s First Amendment. A lower court ruled against Janus, setting up the Supreme Court showdown.

Conservative justices Anthony Kennedy and Samuel Alito were particularly forceful in questioning the lawfulness of the fees, based on the notion that collective bargaining is in essence a political activity. Unions argue that their political activities are separate from negotiating contracts.

“If you do not prevail in this case, the unions will have less political influence. Yes or no?” Kennedy asked union lawyer David Frederick.

“Yes, they will have less political influence,” Frederick said.

“Isn’t that the end of this case?” Kennedy said.

Kennedy suggested that negotiations between states and unions at the bargaining table have a direct impact on public policy, which can include bigger government budgets, increased public debt and higher taxes.

“Doesn’t it blink reality to deny that that is what’s happening here?” Kennedy asked.

Alito focused on the right of non-members not to be forced to subsidize speech they disagree with, calling this a more serious problem than restricting speech.

“When you compel somebody to speak, don’t you infringe that person’s dignity and conscience in a way that you do not when you restrict what the person says?” Alito said.

Liberal Justice Elana Kagan stressed how disruptive a ruling against the unions would be, leading to thousands of labor contracts being renegotiated, striking down laws in various states and affecting “the livelihoods of millions of individuals.”

“When have we ever done something like that? What would be the justification for doing something like that?” Kagan asked.

SIMILAR CASE IN 2016

The justices heard a similar case in 2016, and had appeared ready to throw out the fees and overturn the high court’s 1977 precedent that allowed them. But the death of conservative Justice Antonin Scalia then left the court with an even split of conservatives and liberals, and its 4-4 decision in March 2016 failed to settle the legal question.

Republican President Donald Trump’s appointment of Gorsuch last year restored the Supreme Court’s 5-4 conservative majority.

A ruling is due by the end of June.

Unions contend that mandatory agency fees are needed to eliminate the problem of what they call “free riders” — non-members who benefit from union representation, for example through salary and working conditions obtained in collective bargaining — without paying for it.

Janus, the plaintiff, opted not to join the union that represents employees like him, the American Federation of State, County and Municipal Employees (AFSCME), and sued the union over the fees.

Federal employee unions cannot collect agency fees. A ruling against the unions would not directly affect private sector unions.

Liberal Justice Sonia Sotomayor appeared to favor the argument made by unions and states defending the fees that the government has a compelling interest in allowing unions to represent workers, in part because it provides a mechanism for labor disputes to be resolved.

“Why isn’t that a compelling interest?” she asked.

Depriving unions of agency fees could undermine their ability to spend in political races. They typically back Democratic candidates over Republicans.

Dueling groups of protesters gathered outside the white marble courthouse ahead of the argument.

Union-backed protesters held signs saying “America needs union jobs,” while those supporting the challengers had signs saying “stand with Mark,” a reference to the plaintiff in the case, Illinois state worker Mark Janus.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. Procedura per il governo di minoranza.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-26.

Merkel 999

Le trattative per la Große Koalition navigano in acque basse, che la sinistra dell’Spd e la Csu hanno accuratamente minato. Il 4 marzo si saprà cosa abbiano  deciso gli iscritti alla socialdemocrazia.

Germania. Spd. Herr Kevin Kuehnert e la cagnetta Lima iscritta al partito.

Merkel. Due terzi dell’Spd supporterebbero il cancellierato Merkel.

Dal 21 settembre Frau Merkel è praticamente scomparsa: non si sente e non si vede più. In questi anni di cancellierato è riuscita ad inimicarsi un gran numero di suoi deputati, ivi compresi quelli trombati alle scorse elezioni. Tutti in attesa di farle lo sgambetto, senza farsene vedere.

Ma non è mica che Herr Schulz stia poi molto meglio.

La Spd è praticamente spezzata in due tronconi, pro e contro la Große Koalition. Herr Schulz è obbligato a fare giochi di equilibrismo politico, cercando compromessi per tutti insoddisfacenti.

Quello che sembrerebbe delinearsi sarebbe un quadro di instabilità politica.

Se è difficile formare una nuova Große Koalition, sarebbe invero facilissimo che si disgregasse strada facendo.

Ma sussiste anche la possibilità che l’Spd bocci l’accordo.

Due alternative, quindi: elezioni anticipate oppure governo di minoranza.

La prima, elezioni anticipate, sarebbe benedetta da AfD e da Fdp, ma né la Spd né la Unione, Cdu e Csu, le gradirebbero: le proiezioni sono per loro sinistre.

La seconda, governo di minoranza, sembrerebbe essere la peggiore di tutte le possibili scelte politiche, ma sarebbe anche l’unica via per concedere a Frau Merkel quel quarto cancellierato per ottenere il quale ha distrutto Germania ed Unione Europea.

Il potere distruttivo dell’inedia è terrificante: lasciati lì, i problemi marciscono in modo irredimibile.

*

Ci si porta avanti con il lavoro e di parla allora di come si formi in Germania un Governo di minoranza. Per scaramanzia. Questa è la procedura per arrivare ad un governo di minoranza.

Germany’s divided SPD: the ultimate grand coalition decider

«After German reunification in 1990, the Social Democratic Party (SPD) boasted nearly a million members. These days, that figure is just over 440,000»

*

«But without the consent of SPD party members, Germany will not be governed by a so-called grand coalition»

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«Should SPD members ultimately vote against forming another grand coalition, the ball will be in President Frank-Walter Steinmeier’s court. The head of state, normally a mostly ceremonial role, will propose a chancellor candidate for election by the Bundestag — likely to be Merkel, whose party garnered the most votes in September’s election.

The candidate needs an absolute majority to be approved. Should that threshold not be reached, another vote is held two weeks later. If an absolute majority is still lacking, parliament votes a third time, and then only a relative majority is needed. After that, Steinmeier would have to decide whether to appoint the elected candidate as the new chancellor of a minority government, or dissolve parliament and call for a new election to be held within 60 days.

Thus far, the SPD leadership has avoided discussing the possibility of a new election, which could see the party fare even worse than the far-right Alternative for Germany (AfD). Instead, SPD leaders are campaigning for support of the coalition treaty, keeping under wraps, for the time being, which SPD politicians would receive a minister post in the new cabinet.

The beleaguered Martin Schulz, who initially wanted to avoid serving in a Merkel-led cabinet at all costs, is reportedly seeking the job of foreign minister — yet another about-face which could fan the flames of grand coalition opponents within the SPD.»

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Germania ed Unione Europea stanno pagando uno scotto molto alto all’inedia di Frau Merkel, che in ogni caso, ne uscirà politicamente ridotta ad una nullità.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Islamizzazione dell'Occidente, Ong - Ngo

Francia. Macron. La nuova legge sui migranti non prevede la pena di morte.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-26.

sgomberi parigi

Liberal, socialisti ideologici, cattocomunisti, e membri del ngo si acquietino: la nuova legge del Presidente Marcon non prevede che gli immigrati siano fucilati a vista.

Si dovrebbe apprezzare la sua fine sensibilità ecologica che gli impedisce di far sporcare i selciati delle strade con il sangue degli immigrati.

*

La avesse promulgata Mr Jarosław Kaczyński, questi sarebbe stato subito bollato come ‘nazista’, ‘nazionalista’, ‘populista’, ‘xenofobo’, ‘razzista’, e per fare buon peso, anche ‘omofobo’ e ‘codino’, frutto dell’oscurantismo medievale.

Siccome la ha fatta Mr Macron, invece

«the new legislation is totally in line with European law»

*

«It’s not forbidden to put a little humanity into a draft law.”»

*

«The new legislation includes plans to:

– Introduce fines of €3,750 ($4,620) or a 1-year jail term for people who illegally cross borders within the EU

– Double the time asylum-seekers can be held in detention to 90 days

– Halve the amount of the time asylum-seekers have to appeal if their refugee status is denied

– Hasten the deportation of those asylum-seekers deemed to be economic migrants

– Cut the average waiting time on asylum applications from 11 months to six»

*

«The centrist government has insisted the new legislation is totally in line with European law»

*

«The new legislation would criminalize illegal border crossings»

* * *

Avesse fatto questa legge Mr Orban oppure la Polonia l’Unione Europea sarebbe insorta e li avrebbe invasi militarmente.

Il problema di Mr Macron è riassumibile in poche righe: in fondo in fondo sono solo due concetti.

«Centrist upstart Macron came to power in May in an election that saw his far-right opponent Marine Le Pen ride concerns over immigration to a record 34 percent of the vote.»

*

«A 2013 poll by Harris Interactive — before the Charlie Hebdo and November 2015 terrorist attacks, before the refugee wave, which further inflamed tensions — on French people’s views on religious communities gave astonishing results: 73 percent of respondents said they have a negative view of Islam, 90 percent said wearing the Islamic headscarf is “incompatible with life in French society,” and 63 percent think praying five times a day is also incompatible ….

France’s mass unemployment disproportionately hits underqualified French Muslims» [Bloomberg]

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Andiamo al sodo.

Mr Macron ha lucidamente presente come una cosa sia il vincere fortunosamente una Presidenza, ed una completamente differente sia il mantenerla. La lezione di Mr Hollande, il cui partito è passato in un amen dal 63% all’8%, gli è rimasta ben piantata nella memoria.

Tra un anno e mezzo si terranno le elezioni regionali: in quelle del 2015 il Front National dimostrò essere il primo partito di Francia con il 27.73% dei voti. È una quota che può sicuramente essere neutralizzata con una legge elettorale che favorisca la conventio ad excludendum, ma che potrebbe anche crescere quel tanto che basta da prendersi il governo.

*

Liberal, socialisti ideologici, cattocomunisti, e membri del ngo stanno piangendo lacrime di ranno. Mr Macron sta attuando semplicemente i piani elettorali dei tanto vilipesi populisti. Porta via loro la pappina buona.

E se ne vanta pure.


Macron Aims to Keep Migrants, and Far Right, at Bay in France [The New York Times]

«PARIS — European countries from Poland to Italy and Britain are shutting borders, stepping up deportations and making unsavory deals with warlords in Libya to restrict migrants. Now comes France’s turn.

The government of President Emmanuel Macron this week put forward a draft law that even some of his own supporters said was too harsh. Human rights groups say it is intended to make it easier to expel would-be asylum seekers.

But in presenting the proposal this week, Mr. Macron’s interior minister, Gerard Collomb, made no bones about its other aim: to head off the political challenge of the far right.

The migrant issue “is a problem that can lead to difficulties” — meaning political difficulties — he told reporters on Wednesday, before getting into the details of the law.»

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Macron reform of migration laws ‘dangerous’: French president’s proposals ‘lack dignity’ [Express]

«President Emmanuel Macron’s new immigration policy is “unbalanced” and “potentially dangerous,” a spokesperson for France’s Socialist Party said on Wednesday.

The centrist government has insisted the new legislation is totally “in line with European law”.

However, others have labelled it extreme.

Socialist party coordinator Rachid Temal said: “The new immigration and asylum bill proposed during today’s cabinet meeting is obviously unbalanced and potentially dangerous.

“Although some of the changes are a step in the right direction, the key measures [contained in the bill] constitute a violation of civil rights and of the right of defence. [The measures] weaken the right to asylum – which is something the government had pledged to defend – and break with France’s tradition of refugee protection.

“This text focuses on controlling migration flows by dissuading migrants from seeking asylum in France. But it does not focus on dignity and on the need to improve the protection of migrants.”

The left-wing senator continued, adding that his party would suggest amendments to modify the bill.

The controversial law, which was put to parliament on Wednesday, will double to 90 days the time in which illegal immigrants can be detained, shorten deadlines to apply for asylum from 120 to 90 days and make illegal border crossings an offence punishable by one year in prison and fines.»

*

Macron’s ‘repressive’ migrant law faces rough ride in parliament [The Local]

«After France processed a record 100,000 asylum applications last year, Macron vowed to grant asylum faster but also to deport economic migrants more swiftly, while better integrating those who stay.

The new law will be presented to his cabinet Wednesday ahead of parliamentary debates that promise to be stormy, with migrant charities and left-wingers blasting the bill as repressive.

Staff at France’s asylum court and the Ofpra refugee protection office are even set to strike Wednesday over a law that unions have blasted as “an unquestionable break with France’s tradition of asylum”.

Centrist upstart Macron came to power in May in an election that saw his far-right opponent Marine Le Pen ride concerns over immigration to a record 34 percent of the vote.»

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France presents new immigration bill [Deutsche Welle]

«The new legislation would criminalize illegal border crossings but aims to cut the waiting time on asylum applications. Migrant rights groups have called for the bill to be withdrawn, labeling it “too repressive.” ….

The new legislation includes plans to:

– Introduce fines of €3,750 ($4,620) or a 1-year jail term for people who illegally cross borders within the EU

– Double the time asylum-seekers can be held in detention to 90 days

– Halve the amount of the time asylum-seekers have to appeal if their refugee status is denied

– Hasten the deportation of those asylum-seekers deemed to be economic migrants

– Cut the average waiting time on asylum applications from 11 months to six»

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The Guardian. 2018-02-22. This migrant crackdown has exposed the brutal limits of Macron’s liberalism

His assertion that ‘France is back’ rings hollow: you can’t lead the world into a liberal era while punishing refugees at home

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On Wednesday the French minister of the interior, Gérard Collomb, presented the details of a heavily trailed new law on immigration to Emmanuel Macron’s cabinet. Given the long buildup to this announcement – with the government adopting a resolutely “firm” posture on immigration – the details outlined will come as little surprise. But they can teach us about the brutal limits of liberalism that Macron’s politics embody so immaculately.

The new law plays on an old trope: it is framed in terms that entrench the division between “asylum seekers” and “economic migrants”. This division, so flippantly cited by the political class and yet so difficult to distinguish in law, will be reinforced by a tightening of the right to asylum. And yet, ultimately, the changes announced will be worse for all migrants.

Emmanuel Macron unveils plans to crack down on immigration

The law is also intended to bring France into line with its European partners – greater European integration being one of Macron’s leitmotifs. In his announcement to the press, Collomb made no attempt to dress this up as anything other than what it is: a race to the bottom. “It is totally necessary – regarding countries like Germany, France, Italy, the Netherlands, or Sweden – that we have the same types of procedures. Because if you don’t have the same types of procedures, clearly, one looks at where it is easiest to gain asylum, and then everyone goes to that country.” One would be hard pressed to paint a more discouraging portrait of the politics of the European Union.

The key measures outlined in the new law are as follows. First, the government is proposing to speed up asylum procedures. The amount of time people have to apply for asylum will be reduced from 120 days to 90. Those whose cases are rejected will see the time they have to appeal against the decision cut in half, from 30 days to 15. This has a particularly Macronesque touch: it is intended to show that the government is accelerating the process for “deserving” asylum seekers while cracking down on the rest – in other words, it hopes to add a gloss of just efficiency to an otherwise punitive set of measures. In reality, this change will probably make things harder for asylum seekers by reducing the amount of time they have to pull together a coherent case.

Second, the maximum length of time spent in a detention centre will be doubled, from 45 to 90 days. This measure is cruel in its sheer futility: it is proved to have no bearing on the government’s stated aim – itself reprehensible – of deporting more people (the idea being that it will give the authorities more time to reach an agreement with the detainee’s home country).

As pointed out by France’s foremost migrant charity, La Cimade, the previous increase from 30 to 45 days in 2011 saw a decrease in the number deportations. Furthermore, France deports substantially more people than the UK or Germany, despite the fact that people can be detained for as long as 18 months in those two countries. Tripling the length of detention is purely performative, to demonstrate the state’s stringency, and the only real effect will be to increase suffering.

Finally, the new law includes a range of measures to dissuade migrants from entering France and make it easier for them to be deported when they do so. Border patrols will be given new powers to carry out checks in migrant and homeless shelters. Police will be given longer to summarily deport people before being obliged to bring them before a judge. The length of time that suspected illegal immigrants can be detained in police stations will be increased from 16 hours to 24 hours. And prison sentences will be introduced for certain cases – one year for entering the country without using a recognised border crossing and five years for using fake identification papers.

These measures have been widely criticised by policy experts as well as those working on the ground to help new arrivals. Migrants, supported by students, have occupied university buildings in Nantes, Grenoble, Lyon and Paris in defiance of the government’s hard line. Lawyers and administrative staff of the national asylum court are on strike for the eighth day running. But the criticism has not stopped there. The unity of Macron’s own party, En Marche, has been shaken, with several deputies expressing concerns in the lead-up to the announcements on 21 February. In the press, Macron is being presented as tougher on immigration than Sarkozy – which on paper, if not in rhetoric, is incontestable.

Why, then, is Macron pursuing such a policy? The simple answer lies in opinion polls, which suggest that French voters want more border controls. But such explanations miss the bigger picture. Up until now, the political direction of Macron’s presidency has paid little attention to polling or public opinion: just look at the way he rammed through unpopular reforms to French labour law via a series of top-down ordinances.

This policy is neither an electoral calculation nor an unfortunate pragmatic necessity – it must stem from Macron’s own convictions. Liberalism has a long history of drawing sharp lines between those who get to enjoy the fruits of freedom and equality and those who do not.

This can be observed in France’s history. At certain rare moments, the idea of France – inherited from the French revolution of 1789 – as self-declared universal beacon of human rights, entailed stretching the concept of the nation to breaking point. In his magisterial account of the Haitian slave revolution of 1791, The Black Jacobins, CLR James describes how liberty and equality, the watchwords of the French revolution, crossed borders indiscriminately, spreading like wildfire through Haiti and beyond. It was the forefathers of modern-day liberalism that consistently sought to rein in this revolutionary process by attempting to exclude certain categories of people – “mulattoes”, slaves – from the freshly declared Rights of Man.

Macron’s new immigration law places him in this tradition of exclusionary French liberalism. It represents a shrinking from the universal role that France has so long imagined for itself – and that Macron seemed so keen to rekindle (with a sprinkling of Silicon Valley jargon for good measure). His recent assertion – “France is back” – rings hollow. One cannot lead the world into a new liberal era while punishing migrants and refugees in one’s own backyard. In doing so, Macron has exposed the meagre confines of his humanism, and shown how liberalism, in drawing a sharp line at the border, falls short on the most basic questions of solidarity.