Pubblicato in: Banche Centrali, Cina, Commercio, Russia

Rosneft. Da settembre le transazioni saranno fatte in euro, non più in dollari.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-12.

Kremlino 002

C’era stato un primo, timido annuncio il 21 agosto.

Russia’s Rosneft to switch to euros in oil products tenders – traders

«Russia’s Rosneft, one of the world’s top oil producers and exporters, has notified customers that future tender contracts for oil products will be denominated in euros not dollars as early as this year, five trading sources told Reuters.

The move is likely to be seen as an attempt to offset any potential negative impact of U.S. sanctions on Russia.

Rosneft, which accounts for over 40% of Russia’s oil output, sells the bulk of its oil products for export at annual tenders as well as at a number of spot or short-term tenders.»

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Russia’s Rosneft seeks euros for all new export deals -documents

«Russia’s Rosneft has set the euro as the default currency for all its new export contracts including for crude oil, oil products, petrochemicals and liquefied petroleum gas, tender documents showed.

The switch from U.S. dollars, which happened in September according to the tender documents published on Rosneft’s website, is set to reduce the state-controlled firm’s vulnerability to potential fresh U.S. sanctions.

Washington has threatened to impose sanctions on Rosneft over its operations in Venezuela, a move which Rosneft says would be illegal.

Rosneft did not immediately reply to a Reuters request for comment. Rosneft is Russia’s top oil exporter, shipping abroad about 120 million tonnes of oil a year, or 2.4 million barrels per day.

“Rosneft has recently adjusted all the new contracts for export supplies to euros. We’ve been notified,” a trader at a company regularly buying from Rosneft told Reuters.

Reuters previously reported that Rosneft has turned to euros in its oil products sales.

According to three traders, Rosneft has named the euro as the default currency in all new contracts for its export sales starting from September.

As benchmark oil prices are quoted in dollars, Rosneft asks buyers to use the euro/dollar exchange rate published by Bloomberg one day prior to the set payment day, according to tender documents.

“Rosneft used to have the euro as one of the options, but since last month it’s the main option. We’ve been notified, but still it’s a visible change,” one of the traders said.»

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«La de-dollarizzazione prosegue in Russia, che prende le distanze dalla valuta americana anche negli scambi commerciali e nei mercati dell’energia, dominati dal biglietto verde»

«E intanto Mosca e Teheran passano a un sistema alternativo a Swift per i trasferimenti interbancari …. Come già avviene tra diverse banche russe e cinesi»

«Rosneft copre più del 40% del petrolio estratto in Russia; ne esporta ogni anno circa 120 milioni di tonnellate, pari a 2,4 milioni di barili al giorno»

«mentre le nuove restrizioni decise in agosto in seguito al caso Skripal toccano per la prima volta le emissioni di debito sovrano russo, a cui le banche americane non possono partecipare.»

«In parallelo, le banche russe si spostano su sistemi di pagamenti alternativi, e il governo incoraggia le aziende ad accettare pagamenti in altre valute»

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Una sola considerazione.

International Monetary Fund World Economic Outlook (October – 2017)

Le proiezioni al 2022 danno la Cina ad un pil ppa di 34,465 (20.54%) miliardi di Usd, gli Stati Uniti di 23,505 (14.01%), e l’India di 15,262 (9.10%) Usd. Seguono Giappone con 6,163 (3.67%),  Germania (4.932%), Regno Unito 3,456 (2.06%), Francia 3,427 (2.04%), Italia 2,677 (1.60%). Russia 4.771 (2.84%) e Brasile 3,915 (2.33%).

I paesi del G7 produrranno 46,293 (27.59%) mld Usd del pil mondiale, mentre i paesi del Brics renderanno conto di 59,331 mld Usd (35.36%).

Gli Stati Uniti valgono il 14.01% dell’economia mondiale ed i paesi del G7 il 27.06%.

Troppo poco per pretendere di continuare a governare il mondo.

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Rosneft passa all’euro: non è più il dollaro la valuta di riferimento

La de-dollarizzazione prosegue in Russia, che prende le distanze dalla valuta americana anche negli scambi commerciali e nei mercati dell’energia, dominati dal biglietto verde. E intanto Mosca e Teheran passano a un sistema alternativo a Swift per i trasferimenti interbancari.

Si accettano solo euro. La Russia ha compiuto un altro importante passo sul fronte della de-dollarizzazione, prendendo le distanze dal biglietto verde per mettersi il più possibile al riparo dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, presenti e future. E se finora lo ha fatto soprattutto per mano della Banca centrale russa, che nel 2018 ha ridotto le proprie riserve in dollari da circa la metà del totale al 22%, convertendole in yuan, euro o yen (oltre che in oro), il passaggio ad altre valute sta lentamente progredendo anche negli scambi commerciali. E anche sui mercati del petrolio, tradizionalmente radicati sull’uso del dollaro.

Lo scrive l’agenzia Reuters: Rosneft, una delle principali compagnie petrolifere al mondo e primo esportatore russo, ha scelto l’euro come valuta di riferimento in tutti i nuovi contratti di esportazione, a partire da settembre. Una svolta che riguarda greggio e derivati, prodotti petrolchimici, gas liquefatto. Reuters fa riferimento ai documenti per i tender (attraverso cui passa la maggior parte dell’export) pubblicati sul sito della compagnia russa. E in cui si chiede ai clienti di far riferimento al tasso di cambio euro/dollaro del giorno precedente al pagamento, dal momento che i prezzi del petrolio sono fissati in dollari.

Rosneft, controllata dallo Stato, non ha rilasciato commenti; ma una delle fonti citate da Reuters, trader in una compagnia che acquista regolarmente da Rosneft, ha confermato di avere avuto notifica del passaggio ai nuovi contratti. Come peraltro la stessa Reuters aveva riferito il 21 agosto scorso, in riferimento però solo ai contratti di esportazione dei prodotti petroliferi. Stando alle fonti dell’agenzia, l’euro diventerà invece la valuta di default per tutti i contratti: se fino a oggi era stata una delle opzioni possibili, ora è l’opzione principale.

Rosneft copre più del 40% del petrolio estratto in Russia; ne esporta ogni anno circa 120 milioni di tonnellate, pari a 2,4 milioni di barili al giorno.

Il processo di de-dollarizzazione dell’economia procede lentamente man mano che la Russia, a partire dal 2014, entra sempre più nel mirino delle sanzioni decise dal Tesoro americano: quelle che potrebbero aggiungersi ora per Rosneft riguardano le attività della compagnia di Igor Sechin in Venezuela, mentre le nuove restrizioni decise in agosto in seguito al caso Skripal toccano per la prima volta le emissioni di debito sovrano russo, a cui le banche americane non possono partecipare. In parallelo, le banche russe si spostano su sistemi di pagamenti alternativi, e il governo incoraggia le aziende ad accettare pagamenti in altre valute. L’ultimo annuncio riguarda l’Iran: il 17 settembre scorso il governatore della Banca centrale iraniana ha dichiarato che per le transazioni interbancarie Mosca e Teheran inizieranno a utilizzare un sistema alternativo a Swift. Come già avviene tra diverse banche russe e cinesi.

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Pubblicato in: Commercio, Putin, Russia

Russia. Putin inizia a fare sul serio. Con successo.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-06.

Russo-Baltique Vodka

Russo-Baltique Vodka.


Questa era una operazione mai riuscita in Russia, a partire dai decreti mai attuati di Alessandro I Pavlovič zar di Russia.

«Russian alcohol consumption decreased by 43% from 2003 to 2016»

«It attributed the decline to a series of alcohol-control measures implemented by the state, and a push towards healthy lifestyles»

«the drop in alcohol consumption was linked to a significant rise in life expectancy»

«Alcohol consumption has long been recognised as one of the main driving factors of mortality in the Russian Federation, especially among men of working age»

«But from 2003 to 2018, alcohol consumption and mortality decreased, with the most significant changes occurring in causes of death linked to alcohol»

«Alcohol-control measures introduced under former President Dmitry Medvedev included advertising restrictions, increased taxes on alcohol and a ban on alcohol sales between certain hours. The restrictions on alcohol are one of the most striking changes in Russia in recent years»

«In Moscow, the all-night kiosks crammed full of vodka, beer – and whole, dried fish taped to the glass – are long gone. You can only buy alcohol in shops, or from delivery firms, until 11pm. That includes beer which wasn’t even classed as booze in the old days»

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Una così consistente diminuzione del consumo di superalcoolici è anche un segno indiretto della crecita di una nuova classe media.


Russian alcohol consumption down 43%, WHO report says

Russian alcohol consumption decreased by 43% from 2003 to 2016, a World Health Organization (WHO) report says.

It attributed the decline to a series of alcohol-control measures implemented by the state, and a push towards healthy lifestyles.

The WHO said the drop in alcohol consumption was linked to a significant rise in life expectancy.

It noted that Russia had previously been considered one of the heaviest-drinking countries in the world.

“Alcohol consumption has long been recognised as one of the main driving factors of mortality in the Russian Federation, especially among men of working age,” the report said.

But from 2003 to 2018, alcohol consumption and mortality decreased, with the most significant changes occurring in causes of death linked to alcohol.

In 2018, life expectancy in Russia reached a historic peak, at 68 years for men and 78 years for women.

Alcohol-control measures introduced under former President Dmitry Medvedev included advertising restrictions, increased taxes on alcohol and a ban on alcohol sales between certain hours.

The restrictions on alcohol are one of the most striking changes in Russia in recent years.

In Moscow, the all-night kiosks crammed full of vodka, beer – and whole, dried fish taped to the glass – are long gone. You can only buy alcohol in shops, or from delivery firms, until 11pm. That includes beer which wasn’t even classed as booze in the old days.

And if you do buy a bottle, you can forget drinking it in the street. That’s banned here now, and police fines are common enough for most people to stick to the rules.

Alongside the new restrictions, there’s been a big push on healthy living that’s coincided with an expansion of the middle class. Many Russians are increasingly health-conscious, like their European and American counterparts – and like their president, who’s filled calendars with his action-man photoshoots over the years.

But drinking patterns are linked to wealth as well as health. In poorer communities, away from the big cities, drinking cheap surrogates and home-made alcohol is still common.

Pubblicato in: Agricoltura, Commercio, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Governo Zingaretti ha scelto i liberal socialisti europei. Dazi. Non si lamenti.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-03.

Parmigiano 009

Nel formare il nuovo governo rosso-giallo Mr Zingaretti era stata chiarissimo: si devono dare segni evidenti di quanto l’attuale Governo sia opposto a quello che lo ha preceduto. In primis, l’Italia si è collocata nell’area liberal socialista dell’Unione Europea.

È una collocazione che piace alle sinistre ma che la White House difficilmente potrebbe condividere. Questo il nostro Ministro degli Esteri avrebbe dovuto averlo ben chiaro nella mente.

Se è vero che il Governo Zingaretti sia il frutto di libere elezioni e quindi in grado di agire legalmente come possa aggradargli, sarebbe altrettanto vero il ricordarsi che alla fine è responsabile delle proprie azioni.

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«La scure dei dazi Usa si abbatte sul Made in Italy, colpendo con una tariffa del 25% pecorino romano, parmigiano reggiano, provolone e prosciutto»

«Si salverebbero invece l’olio d’oliva e il prosecco»

«I dazi dovrebbero scattare dal 18 ottobre»

«Nell’elenco figurano anche il whiskey scozzese, i vini francesi, l’Emmental svizzero e la groviera. Dazi del 10% sugli aerei commerciali»

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Gran brutto colpo per i vini francesi: molto brutto.

Anche l’Italia è colpita severamente, ma sarebbe impossibile non notare l’arguzia americana.

Salvando il prosecco sia facilita, e di molto, il Valdobbiadine rispetto la concorrenza francese, fatto che non guasta, senza dar troppo fastidio ad una regione da sempre di centrodestra.

Ma parmigiano reggiano, provolone e prosciutto sono in gran parte prodotti da una regione da sempre di sinistra, e che a breve andrà anche alle elezioni, felice e contenta dell’operato del Governo Zingaretti.

Una sola ultima domanda: che fine ha fatto il nostro Ministro degli Esteri?

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Wto: sì ai dazi Usa sui profotti Ue per 7,5 miliardi di dollari. Tariffe del 25% su formaggi e prosciutti

E’ la compensazione per gli aiuti illegali concessi al consorzio aeronautico Airbus. Botta e risposta Di Maio-Pompeo sui prodotti italiani.

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La scure dei dazi Usa si abbatte sul Made in Italy, colpendo con una tariffa del 25% pecorino romano, parmigiano reggiano, provolone e prosciutto. Si salverebbero invece l’olio d’oliva e il prosecco. E’ quanto emerge dalla lista dei prodotti pubblicata dalle autorita’ americane dopo il via libera del Wto agli Stati Uniti. I dazi dovrebbero scattare dal 18 ottobre. Nell’elenco figurano anche il whiskey scozzese, i vini francesi, l’Emmental svizzero e la groviera. Dazi del 10% sugli aerei commerciali. “I dazi scatteranno il 18 ottobre”, ha confermato il responsabile Usa per il commercio Robert Lightizer, aggiungendo che l’amministrazione Trump auspica di trattare con l’Unione europea per risolvere i nodi sul tavolo. Gli Usa inoltre hanno chiesto alla Wto un meeting il 14 ottobre per avere l’approvazione sulle contromisure contro la Ue.

Il Wto ha stabilito che gli Usa potranno imporre dazi agli europei per 7,5 miliardi di dollari come compensazione per gli aiuti illegali concessi al consorzio aeronautico Airbus.

Gli Stati Uniti, in base al pronunciamento dell’Organizzazione mondiale per il commercio, potranno imporre dazi sui beni provenienti dall’Unione Europea fino a 7,5 miliardi di dollari (circa 6,8 miliardi di euro) come compensazione per gli aiuti di stato a Airbus. Si tratta di una cifra record quella riconosciuta dal Wto, e fa riferimento ad una sentenza contro l’Ue per il dossier Airbus pronunciata a maggio 2018. Il pronunciamento non chiude il contenzioso. Si prevede infatti che l’anno prossimo il Wto si pronuncerà su quanti dazi potrà imporre l’Ue contro gli Usa, che a sua volta era stata sanzionata per Boeing.

“Una grande vittoria per gli Stati Uniti, una vittoria da 7 miliardi di dollari”: è il commento di Donald Trump.

E secondo il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, in visita in Italia in questi giorni, vino e parmigiano potrebbero essere colpiti dai dazi Usa: a dirlo è l’esponente americano in un’intervista a SkyTg24 dopo la decisione del Wto “che è quella che ci aspettavamo”. “L’Italia difenderà i suoi interessi nazionali su ogni campo, specie quello economico e commerciale”, replica Luigi Di Maio in una nota.

Le Borse europee chiudono pesanti con i timori di dazi americani sui beni del Vecchio continente e le paure di una brexit senza accordo dopo l’ultimatum del premier britannico all’Ue. Crea preoccupazione anche il taglio delle stime del Pil della Germania. Sul fronte valutario soffre la sterlina mentre il l’euro sul dollaro è stabile a 1,0958 a Londra. In profondo rosso Londra (-3,23%), Parigi (-3,12%), Francoforte (-2,76%) e Madrid (-2,77%).

Lo spread tra Btp e Bund si attesta a 141 punti con il rendimento del decennale italiano allo 0,89%.

“L’Italia si rende perfettamente conto che c’è una tensione commerciale a livello globale e, sicuramente, la prospettiva di questo confronto sui dazi tra Stati Uniti e Ue non può non considerare che siamo coinvolti come Unione Europea, – ha detto il premier, Giuseppe Conte -, tuttavia confidiamo di poter ricevere attenzione dal nostro tradizionale alleato su quelle che sono alcune nostre produzioni strategiche”.

Pubblicato in: Commercio

Italia. Regioni. Esportazioni nel secondo trimestre.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-09-23.

2019-09-16__Istat__Regioni__001

L’Istat ha pubblicato il Report

Le esportazioni delle regioni italiane. Testo Completo.

«Le esportazioni includono tutti i beni (nazionali o nazionalizzati, nuovi o usati) che, a titolo oneroso o gratuito, escono dal territorio economico del Paese per essere destinati al resto del mondo, Esse sono valutate al valore Fob (free on board), che corrisponde al prezzo di mercato alla frontiera del Paese esportatore, Questo prezzo comprende il prezzo ex-fabrica, i margini commerciali, le spese di trasporto internazionale e gli eventuali diritti all’esportazione.»

2019-09-16__Istat__Regioni__002

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«Nel secondo trimestre 2019 si stima una crescita congiunturale delle esportazioni per il Centro (+5,0%) e per il Sud e Isole (+4,0%), mentre sia il Nord-est sia il Nord-ovest registrano una lieve diminuzione delle vendite (-0,6% e -0,4% rispettivamente).

Nel periodo gennaio-giugno 2019, si rileva un sostenuto incremento tendenziale delle vendite sui mercati esteri per il Centro (+17,4%), molto più contenuto per il Sud (+2,5%) e il Nord-est (+1,5%), mentre il Nord-ovest mostra una contenuta diminuzione (-1,1%) e le Isole una marcata contrazione dell’export (-11,9%).

Nei primi sei mesi dell’anno, tra le regioni più dinamiche all’export su base annua, si segnalano Lazio (+26,9%), Molise (+24,6%), Toscana (+17,9%), Campania (+10,4%) e Puglia (+10,1%). Diversamente, si registrano ampi segnali negativi per Calabria (-22,0%), Basilicata (-19,5%) e Sicilia (-17,3%).

Nel primo semestre 2019 le vendite di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici dal Lazio e di articoli in pelle, escluso abbigliamento dalla Toscana contribuiscono alla crescita tendenziale dell’export nazionale per 1,7 punti percentuali.

Nell’analisi provinciale dell’export, si segnalano le performance positive di Firenze, Latina, Bologna, Frosinone, Milano e Arezzo.»

2019-09-16__Istat__Regioni__003

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Glossario.

Contributo alla variazione tendenziale: misura l’incidenza delle variazioni delle importazioni e delle esportazioni dei singoli aggregati merceologici o geografici sull’aumento o sulla diminuzione dei flussi aggregati.

Dati corretti per gli effetti di calendario: dati depurati, mediante apposite tecniche statistiche, dalla variabilità attribuibile alla composizione del calendario nei singoli periodi (mesi o trimestri) dell’anno, dovuta al diverso numero di giorni lavorativi o di giorni specifici della settimana in essi contenuti (numero di lunedì, martedì ecc.) e alla presenza di festività nazionali civili e religiose, fisse e mobili (festività pasquali), nonché dell’anno bisestile. Il ricorso a tale trasformazione dei dati consente di cogliere in maniera più adeguata sia le variazioni tendenziali (calcolate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), sia le variazioni medie annue.

Dati destagionalizzati: dati depurati, mediante apposite tecniche statistiche, dalle fluttuazioni attribuibili alla componente stagionale (dovute a fattori meteorologici, consuetudinari, legislativi, ecc.) e, se significativi, dagli effetti di calendario. Questa trasformazione dei dati è la più idonea a cogliere l’evoluzione congiunturale di un indicatore.

Esportazioni: includono tutti i beni (nazionali o nazionalizzati, nuovi o usati) che, a titolo oneroso o gratuito, escono dal territorio economico del Paese per essere destinati al resto del mondo, Esse sono valutate al valore Fob (free on board), che corrisponde al prezzo di mercato alla frontiera del Paese esportatore, Questo prezzo comprende il prezzo ex-fabrica, i margini commerciali, le spese di trasporto internazionale e gli eventuali diritti all’esportazione.

Paese di destinazione: l’ultimo paese conosciuto, al momento dell’esportazione, verso il quale le merci saranno consegnate.

Provincia di origine/provenienza della merce: provincia del territorio nazionale in cui le merci sono state prodotte oppure hanno costituito l’oggetto di operazioni di montaggio, assemblaggio, trasformazione, riparazione o manutenzione.

Tre segni più (+++) indicano variazioni superiori a 999,9 per cento.

Variazione congiunturale: variazione percentuale rispetto al mese o al periodo precedente.

Variazione tendenziale: variazione percentuale rispetto allo stesso mese o allo stesso periodo dell’anno precedente.

Definizioni delle aree geografiche e geoeconomiche

Africa settentrionale: Algeria, Egitto, Ceuta, Libia, Marocco, Melilla, Sahara Occidentale, Tunisia.

Altri paesi africani: Angola, Benin, Botswana, Burkina Faso, Burundi, Camerun, Capo Verde, Ciad, Comore, Congo, Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia, Gabon, Gambia, Ghana, Gibuti, Guinea, Guinea equatoriale, Guinea-Bissau, Kenya, Lesotho, Liberia, Madagascar, Malawi, Mali, Mauritania, Maurizio, Mayotte, Mozambico, Namibia, Niger, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Repubblica unita di Tanzania, Ruanda, Sant’Elena-Ascensione e Tristan da Cunha, São Tomé e Principe, Seychelles, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Sud Africa, Sudan, Sud Sudan, Swaziland, Territorio britannico dell’ Oceano Indiano, Togo, Uganda, Zambia, Zimbabwe.

Altri paesi asiatici: Afghanistan, Bangladesh, Bhutan, Birmania, Brunei, Cambogia, Cina, Corea del Nord, Corea del Sud, Filippine, Giappone, Hong Kong, India, Indonesia, Kazakistan, Kirghizistan, Laos, Macao, Malaysia, Maldive, Mongolia, Nepal, Pakistan, Singapore, Sri Lanka, Tagikistan, Taiwan, Thailandia, Timor-Leste, Turkmenistan, Uzbekistan, Vietnam.

America centro-meridionale: Anguilla, Antigua e Barbuda, Argentina, Aruba, Bahama, Barbados, Belize, Bermuda, Bolivia, Bonaire, Sint Eustatius e Saba, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Curaçao, Dominica, Ecuador, El Salvador, Giamaica, Grenada, Guatemala, Guyana, Haiti, Honduras, Isole Cayman, Isole Falkland, Isole Turks e Caicos, Isole Vergini Americane, Isole Vergini Britanniche, Messico, Montserrat, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica dominicana, Saint-Barthélemy, Saint Kitts e Nevis, Saint Vincente e le Grenadine, Santa Lucia, Sint Maarten, Suriname, Trinidad e Tobago, Uruguay, Venezuela.

America settentrionale: Canada, Groenlandia, Saint-Pierre e Miquelon, Stati Uniti.

Area euro: Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna.

Area non euro: è costituita da tutti i paesi che non adottano l’euro: 1) Paesi che fanno parte dell’Unione europea ma che ancora non aderiscono all’euro (Bulgaria, Croazia, Danimarca, Polonia, Regno Unito, Repubblica ceca, Romania, Svezia, Ungheria); 2) tutti i Paesi del Resto del mondo. In particolare, Andorra, Città del Vaticano, Principato di Monaco e San Marino usano l’euro come moneta ufficiale ma non sono ufficialmente membri dell’Unione europea; pertanto, fanno parte dell’Area non euro.

Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico): Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malaysia, Birmania, Singapore, Thailandia, Vietnam.

Medio Oriente: Arabia Saudita, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Georgia, Giordania, Iraq, Israele, Kuwait, Libano, Oman, Qatar, Repubblica islamica dell’Iran, Siria, Territorio palestinese occupato, Yemen.

Mercosur: Brasile, Paraguay, Uruguay, Argentina e Venezuela.

Oceania e altri territori: Antartide, Australia, Figi, Georgia del Sud e Isole Sandwich australi, Isola di Bouvet, Isola Christmas, Isole Cocos (Keeling), Isole Cook, Isole Heard e McDonald, Isole Marianne settentrionali, Isole Marshall, Isole minori periferiche degli Stati Uniti, Isola Norfolk, Isole Pitcairn, Isole Salomone, Kiribati, Nauru, Niue, Nuova Caledonia, Nuova Zelanda, Palau, Papua Nuova Guinea, Polinesia francese, Samoa, Samoa americane, Stati Federati di Micronesia, Terre australi e antartiche francesi, Tokelau, Tonga, Tuvalu, Vanuatu, Wallis e Futuna, Provviste e dotazioni di bordo, Paesi e territori non specificati, Paesi e territori non specificati per ragioni commerciali o militari.

Opec: Algeria, Angola, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Repubblica islamica dell’Iran, Venezuela, Ecuador, Gabon, Guinea Equatoriale e Congo.

Paesi europei non Ue: Albania, Andorra, Bielorussia, Bosnia-Erzegovina, ex Repubblica iugoslava di Macedonia, Fær Øer, Gibilterra, Islanda, Kosovo, Liechtenstein, Montenegro, Norvegia, Repubblica moldova, Russia, Santa Sede (Stato della Città del Vaticano), Serbia, Svizzera, Turchia, Ucraina.

Unione europea: Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Ungheria.

Pubblicato in: Cina, Commercio

Cina. Belt & Road. Il segreto delle ferrovie cinesi. – Bbc.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-09-16.

2018-08-20__Cina_Ferrovie__000

Belt & Road è un grandioso piano da oltre 1,400 miliardi di dollari Usd per generare un’infrastruttura ferroviaria allo stato dell’arte a livello euroasiatico.

Quando il Progetto venne reso noto la quasi totalità dei tecnici occidentali si era messo a ridere, di cuore ed a crepapelle. Progettare e costruire i quasi ventimila chilometri di strade ferrate, molte delle quali ad alta velocità ed in climi fortemente avversi era sembrata loro la “barzelletta del secolo“.

Si sbagliavano, ed anche di grosso.

I cinesi hanno costruito in quattro anni invece dei trenta previsti dagli occidentali quasi l’intera rete ed a costi trenta volta inferiori a quelli stimati dai tecnici tedeschi.

Ci si pensi sopra, ed a fondo.

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I cinesi avevano messo a punto una serie di tecnologie di costruzioni ferroviarie da lasciare di stucco tutti i soloni occidentali. Non solo: queste tecnologie funzionano più che bene.

Di recente la Bbc si è interessata a questo problema ed ha prodotto un articolo ricco di schemi, fotografie ed animazioni che descrivono in un ragionevole dettaglio queste tecniche innovative.

The mega-machines helping China link the world

Si va dai binari in acciai speciali, adatti ai climi in cui essere messi in opera, di lunghezza variabile dai 12 ai 121 metri, usualmente messi in opera con saldatura alluminotermica. Questa è un’evoluzione dell’uso della termine, miscela pirotecnica di alluminio e di un ossido metallico, inventata nel 1895 dal chimico tedesco Hans Goldschmidt ed usata la prima volta per saldare le rotaie dei tram di Essen.

2018-08-20__Cina_Ferrovie__001

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Poi si passa alla messa in posa dei binari. Questo è compito svolto dalla Track-Laying Machine. Il complesso binari – traversine è prefabbricato, ed un’apposita macchina ne mette in opera un segmento di venticinque metri ogni circa quattro minuti primi.

«The track-layer transports prefabricated lengths of track along a railway line, sets one down, then rolls along the newly positioned track to set down the next one.

Once these pieces of track are in place, the short rails attached to each section are replaced with longer ones that will give trains serving the route a smoother ride.

It takes just four minutes to install each section of track.

This is not a new idea – the principle has been put into practice in many parts of the world for decades – but China does it fast, building the machines quickly and cheaply, and making them capable of carrying larger sections of track.»

La macchina ha un potenziale di 360 segmenti messi in posa ogni giorno: essendo (mediamente) questi lunghi circa 25 metri, si ottiene una capacità di posa di circa nove kilometri al giorno. In quattro anni si completa una linea ferroviaria di 14,000 kilometri. Nei fatti la capacità di posa risulta essere inferiore. Si noti come la cifra riportata nell’articolo di 700 metri / die è alquanto vecchia: la performance è adesso molto migliore.

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L’SLJ900, The Iron Monster, è un bestione da 590 tonnellate, lungo 92 metri ed alto nove, che pone automaticamente in opera le campate dei ponti. Tempi di esecuzione ridotti di quasi dieci volte e costi abbassati di quasi venti volte.

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Per finire, il TBM Slury, una talpa da 4,000 tonnellate, lunga cento metri, 15.3 metri di diametro, che scava tunnel a velocità impressionante.

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Tiriamo adesso le somme.

L’epoca in cui i cinesi producevano ‘cineserie‘ e prodotti di infima qualità è finita per sempre.

Hanno sviluppato delle loro proprie tecnologie che surclassano quelle disponibili in occidente.

Pubblicato in: Cina, Commercio, Stati Uniti

Cina – Usa. Guerra dei Dazi. Le cifre della contrazione degli scambi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-09-14.

Washington. White House. 001

The Office of the United States Trade Representative. USTR Statement on Section 301 Tariff Action Regarding China

«08/23/2019

Washington, DC – Today, China announced it will impose unjustified tariffs targeting U.S. products.  In response to China’s decision, and in order to achieve the objectives of the China Section 301 investigation, President Trump has instructed the United States Trade Representative (USTR) to increase by 5% the tariffs on approximately $550 billion worth of Chinese imports.  For the 25% tariffs on approximately $250 billion worth of Chinese imports, USTR will begin the process of increasing the tariff rate to 30%, effective October 1 following a notice and comment period.  For the 10% tariffs on approximately $300 billion worth of Chinese imports that the President announced earlier this month, the tariffs will now be 15%, effective on the already scheduled dates for tariff increases on these imports. 

USTR will publish in the Federal Register as soon as possible additional details on today’s announcement.»

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The Office of the United States Trade Representative ha pubblicato il Report

The People’s Republic of China

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«L’import di merci statunitensi è diminuito del 22% in agosto rispetto all’anno precedente, a quota 10,3 miliardi di dollari, dopo gli aumenti dei dazi cinesi e l’ingiunzione alle aziende di annullare gli ordini»

«L’export verso gli Usa, il più grande mercato cinese, sono affondate del 16% a 44,4 miliardi di dollari»

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«U.S. goods and services trade with China totaled an estimated $737.1 billion in 2018. Exports were $179.3 billion; imports were $557.9 billion. The U.S. goods and services trade deficit with China was $378.6 billion in 2018.»

«China is currently our largest goods trading partner with $659.8 billion in total (two way) goods trade during 2018. Goods exports totaled $120.3 billion; goods imports totaled $539.5 billion. The U.S. goods trade deficit with China was $419.2 billion in 2018.»

«Trade in services with China (exports and imports) totaled an estimated $77.3 billion in 2018. Services exports were $58.9 billion; services imports were $18.4 billion. The U.S. services trade surplus with China was $40.5 billion in 2018.»

«U.S. goods exports to China in 2018 were $120.3 billion, down 7.4% ($9.6 billion) from 2017 but up 72.6% from 2008. U.S. exports to China are up 527% from 2001 (pre-WTO accession). U.S. exports to China account for 7.2% of overall U.S. exports in 2018.»

«The top export categories (2-digit HS) in 2018 were: aircraft ($18 billion), machinery ($14 billion), electrical machinery ($13 billion), optical and medical instruments ($9.8 billion), and vehicles ($9.4 billion).»

«U.S. exports of services to China were an estimated $58.9 billion in 2018, 2.2% ($1.3 billion) more than 2017, and 272% greater than 2008 levels.»

«China was the United States’ largest supplier of goods imports in 2018.»

«U.S. goods imports from China totaled $539.5 billion in 2018, up 6.7% ($34.0 billion) from 2017, and up 59.7% from 2008. U.S. imports from are up 427% from 2001 (pre-WTO accession). U.S. imports from China account for 21.2% of overall U.S. imports in 2018.»

«The top import categories (2-digit HS) in 2018 were: electrical machinery ($152 billion), machinery ($117 billion), furniture and bedding ($35 billion), toys and sports equipment ($27 billion), and plastics ($19 billion).»

* * * * * * *

L’interscambio Cina – US ammontava nel 2018 a 737.1 miliardi Usd. Il deficit commerciale per i beni ammontava a 419.2 miliardi Usd. Le importazione americane dalla Cina costituivano il 21.2% delle importazioni totali.

È semplicemente evidente come un deficit di simile livello sia intollerabile anche solo nel breve – medio periodo.

Altrettanto evidente dovrebbe essere come un caso così singolare non possa essere affrontato e risolto nell’ambito di trattative pluripolari, ma richieda una trattativa a due.

Ma altrettanto evidente appare il fatto che la Cina faccia di tutto per mantenere il proprio export, mentre gli Usa facciano il loro possibile per ridurlo e contenerlo. Si prospetta quindi un contenzioso duro e duraturo nel tempo.


Ansa. 2019-09-08. Dazi, crolla il commercio tra Usa e Cina

PECHINO, 8 SET – Il commercio della Cina con gli Usa crolla bruscamente mentre non si vedono segnali per la fine della guerra dei dazi. L’import di merci statunitensi è diminuito del 22% in agosto rispetto all’anno precedente, a quota 10,3 miliardi di dollari, dopo gli aumenti dei dazi cinesi e l’ingiunzione alle aziende di annullare gli ordini. L’export verso gli Usa, il più grande mercato cinese, sono affondate del 16% a 44,4 miliardi di dollari, per i dazi punitivi imposti dal presidente Donald Trump.

*


Office of the United States Trade Representative. The People’s Republic of China

U.S.-China Trade Facts

U.S. goods and services trade with China totaled an estimated $737.1 billion in 2018. Exports were $179.3 billion; imports were $557.9 billion. The U.S. goods and services trade deficit with China was $378.6 billion in 2018.

China is currently our largest goods trading partner with $659.8 billion in total (two way) goods trade during 2018. Goods exports totaled $120.3 billion; goods imports totaled $539.5 billion. The U.S. goods trade deficit with China was $419.2 billion in 2018.

Trade in services with China (exports and imports) totaled an estimated $77.3 billion in 2018. Services exports were $58.9 billion; services imports were $18.4 billion. The U.S. services trade surplus with China was $40.5 billion in 2018.

According to the Department of Commerce, U.S. exports of Goods and Services to China supported an estimated 911,000 jobs in 2015 (latest data available) (601,000 supported by goods exports and 309,000 supported by services exports).

Exports

– China was the United States’ 3rd largest goods export market in 2018.

– U.S. goods exports to China in 2018 were $120.3 billion, down 7.4% ($9.6 billion) from 2017 but up 72.6% from 2008. U.S. exports to China are up 527% from 2001 (pre-WTO accession). U.S. exports to China account for 7.2% of overall U.S. exports in 2018.

– The top export categories (2-digit HS) in 2018 were: aircraft ($18 billion), machinery ($14 billion), electrical machinery ($13 billion), optical and medical instruments ($9.8 billion), and vehicles ($9.4 billion).

– U.S. total exports of agricultural products to China totaled $9.3 billion in 2018, our 4th largest agricultural export market. Leading domestic export categories include: soybeans ($3.1 billion), cotton ($924 million), hides & skins ($607 million), pork & pork products ($571 million), and coarse grains (ex. corn) ($530 million).

– U.S. exports of services to China were an estimated $58.9 billion in 2018, 2.2% ($1.3 billion) more than 2017, and 272% greater than 2008 levels. It was up roughly 997% from 2001 (pre-WTO accession). Leading services exports from the U.S. to China were in the travel, intellectual property (trademark, computer software), and transport sectors.

Imports

– China was the United States’ largest supplier of goods imports in 2018.

– U.S. goods imports from China totaled $539.5 billion in 2018, up 6.7% ($34.0 billion) from 2017, and up 59.7% from 2008. U.S. imports from are up 427% from 2001 (pre-WTO accession). U.S. imports from China account for 21.2% of overall U.S. imports in 2018.

– The top import categories (2-digit HS) in 2018 were: electrical machinery ($152 billion), machinery ($117 billion), furniture and bedding ($35 billion), toys and sports equipment ($27 billion), and plastics ($19 billion).

– U.S. total imports of agricultural products from China totaled $4.9 billion in 2018, our 3rd largest supplier of agricultural imports. Leading categories include: processed fruit & vegetables ($1.2 billion), fruit & vegetable juices ($393 million), snack foods ($222 million), spices ($167 million), and fresh vegetables ($160 million).

– U.S. imports of services from China were an estimated $18.4 billion in 2018, 5.5% ($963 million) more than 2017, and 68.3% greater than 2008 levels. It was up roughly 414% from 2001 (pre-WTO accession). Leading services imports from China to the U.S. were in the transport, travel, and research and development sectors.

Trade Balance

– The U.S. goods trade deficit with China was $419.2 billion in 2018, a 11.6% increase ($43.6 billion) over 2017.

– The United States has a services trade surplus of an estimated $41 billion with China in 2018, up 0.8% from 2017.

Investment

– U.S. foreign direct investment (FDI) in China (stock) was $107.6 billion in 2017, a 10.6% increase from 2016. U.S. direct investment in China is led by manufacturing, wholesale trade, and finance and insurance.

– China’s FDI in the United States (stock) was $39.5 billion in 2017, down 2.3% from 2016. China’s direct investment in the U.S. is led by manufacturing, real estate, and depository institutions.

 – Sales of services in China by majority U.S.-owned affiliates were $55.1 billion in 2016 (latest data available), while sales of services in the United States by majority China-owned firms were $8.3 billion.

Pubblicato in: Cina, Commercio, Economia e Produzione Industriale, Stati Uniti

Cina. Dazi Usa e falsi formaggi italiani imitati in Cina ed esportati.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-09-12.

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Come dovrebbe essere buona abitudine, prima di parlare informarsi non dovrebbe nuocere troppo. Spesso si ottengono informazioni sconcertanti.

L’Italia esporta molti prodotti alimentari negli Stati Uniti.

«settori di punta dell’agroalimentare nazionale in Usa a partire dal vino che con un valore delle esportazioni di 1,5 miliardi di euro nel 2018 è il prodotto Made in Italy più colpito»

«l’olio di oliva le cui esportazioni nel 2018 sono state pari a 436 milioni, la pasta con 305 milioni, formaggi con 273 milioni»

* * *

«Nell’elenco dei prodotti provenienti dalla Cina colpiti dai superdazi Usa c’è anche una lunga lista di formaggi di imitazione del Made in Italy, dal Reggiano al Provolone, dal Parmesan al Romano ottenuto però con latte di mucca e non di pecora»

«La decisione di inserire nella lista anche le imitazioni dei formaggi nazionali – sottolinea la Coldiretti – risponde alle sollecitazioni della lobby americana del falso formaggio italiano che si vuole difendere dalla concorrenza cinese»

«Infatti il falso Made in Italy fattura 23 miliardi negli Usa dove le brutte copie dei prodotti caseari nazionali ha avuto una crescita esponenziale negli ultimi 30 anni ed è realizzata per quasi i due terzi in Wisconsin e California mentre lo Stato di New York si colloca al terzo posto»

«In termini quantitativi in cima alla classifica – precisa Coldiretti – c’è la mozzarella con 1,89 miliardi di chili all’anno, seguita dal Parmesan con 204 milioni di chili, dal provolone con 180 milioni di chili, dalla ricotta con 108 milioni di chili e dal Romano con 26 milioni di chili realizzato però senza latte di pecora»

* * *

Con i nuovi dazi al 15% entrati in vigore su circa 112 miliardi di dollari di prodotti cinesi risulterebbero essere colpiti import per ben 23 miliardi Usd di prodotti alimentari artefatti fabbricati in Cina, brutta copia di prodotti italiani.

In termini di fatturato, i prodotti falsi cinesi hanno un volume superiore a quello nostrano esportato negli Stati Uniti, che non è intaccato dal provvedimento.

Questo fatto pone un problema di ampio respiro.

Sicuramente l’Italia può proteggere i propri prodotti sul suo suolo nazionale, ma altrettanto sicuramente essa è impotente nel bloccare i paesi che ne falsificano i prodotti e quindi li esportano all’estero.

I ricorsi agli enti internazionali lasciano il tempo che trovano, ed anche un’accurata propaganda sulla grande differenza qualitativa tra prodotti originale e quelli falsificati non prospetta risultato alcuno.

Un problema non da poco è quello dei prezzi.

Pur ammettendone l’ottima qualità, molti prodotti italiani sono commercializzati a prezzi troppo superiori ai relativi falsi. A ciò consegue invariabilmente la spinta ad un ulteriore aumento di prezzo con relativo transito nei cibi di élite per occupare nicchie nella fascia alta del mercato, oppure soccombere alla concorrenza.


Ansa. 2019-09-02. Coldiretti, tra Usa e Cina anche falsi formaggi italiani

Nell’elenco dei prodotti provenienti dalla Cina colpiti dai superdazi Usa c’è anche una lunga lista di formaggi di imitazione del Made in Italy, dal Reggiano al Provolone, dal Parmesan al Romano ottenuto però con latte di mucca e non di pecora. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti sui nuovi dazi al 15% entrati in vigore su circa 112 miliardi di dollari di prodotti cinesi, che colpiscono anche molti beni alimentari.

“La decisione di inserire nella lista anche le imitazioni dei formaggi nazionali – sottolinea la Coldiretti – risponde alle sollecitazioni della lobby americana del falso formaggio italiano che si vuole difendere dalla concorrenza cinese.
Infatti il falso Made in Italy fattura 23 miliardi negli Usa dove le brutte copie dei prodotti caseari nazionali ha avuto una crescita esponenziale negli ultimi 30 anni ed è realizzata per quasi i due terzi in Wisconsin e California mentre lo Stato di New York si colloca al terzo posto. In termini quantitativi in cima alla classifica – precisa Coldiretti – c’è la mozzarella con 1,89 miliardi di chili all’anno, seguita dal Parmesan con 204 milioni di chili, dal provolone con 180 milioni di chili, dalla ricotta con 108 milioni di chili e dal Romano con 26 milioni di chili realizzato però senza latte di pecora, secondo l’analisi Coldiretti su dati Usda”. “Dalle prossime mosse protezioniste di Trump sono in gioco – conclude la Coldiretti – settori di punta dell’agroalimentare nazionale in Usa a partire dal vino che con un valore delle esportazioni di 1,5 miliardi di euro nel 2018 è il prodotto Made in Italy più colpito, l’olio di oliva le cui esportazioni nel 2018 sono state pari a 436 milioni, la pasta con 305 milioni, formaggi con 273 milioni”.

Pubblicato in: Banche Centrali, Commercio, Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Eurostat. Commercio al dettaglio -0.5% mese su mese.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-09-08.

Rembrandt. Il Cambiavalute.

Rembrandt. Il Cambiavalute.


«In July 2019 compared with June 2019, the seasonally adjusted volume of retail trade fell by 0.6% in the euro area (EA19) and by 0.5% in the EU28»

«In the euro area in July 2019, compared with June 2019, the volume of retail trade decreased by 1.0% for non-food products and by 0.3% for food, drinks and tobacco, while automotive fuels remained unchanged»

«In the EU28, the retail trade volume decreased by 0.7% for non-food products and by 0.3% for food, drinks and tobacco, while automotive fuels remained unchanged.»

«Among Member States for which data are available, the largest decreases in the total retail trade volume were registered in Croatia (-3.3%), Germany (-2.2%) and Belgium (-1.4%).»

«The highest increases were observed in Ireland (+1.9%), Slovenia (+1.2%), Bulgaria and Malta (both +1.0%).»

* * * * * * *

I dati relativi al commercio al dettaglio sono un indice concreto della propensione alla spesa di persone e famiglie.

Decrementi mese su mese dell’ordine del -1.0% non sono statisticamente significativi.

Si noti il -2.2% della Germania.


Eurostat. 2019-09-05. Volume of retail trade down by 0.6% in euro area

In July 2019 compared with June 2019, the seasonally adjusted volume of retail trade fell by 0.6% in the euro area (EA19) and by 0.5% in the EU28, according to estimates from Eurostat, the statistical office of the European Union. In June 2019, the retail trade volume increased by 1.2% in the euro area and by 1.3% in the EU28.

In July 2019 compared with July 2018, the calendar adjusted retail sales index increased by 2.2% in the euro area and by 2.6% in the EU28.

Monthly comparison by retail sector and by Member State

In the euro area in July 2019, compared with June 2019, the volume of retail trade decreased by 1.0% for non-food products and by 0.3% for food, drinks and tobacco, while automotive fuels remained unchanged. In the EU28, the retail trade volume decreased by 0.7% for non-food products and by 0.3% for food, drinks and tobacco, while automotive fuels remained unchanged.

Among Member States for which data are available, the largest decreases in the total retail trade volume were registered in Croatia (-3.3%), Germany (-2.2%) and Belgium (-1.4%). The highest increases were observed in Ireland (+1.9%), Slovenia (+1.2%), Bulgaria and Malta (both +1.0%).

Annual comparison by retail sector and by Member State

In the euro area in July 2019, compared with July 2018, the volume of retail trade increased by 2.8% for non-food products, by 2.0% for automotive fuel and by 1.3% for food, drinks and tobacco. In the EU28, the retail trade volume increased by 3.7% for non-food products, by 2.4% for automotive fuel, and by 1.2% for food, drinks and tobacco.

Among Member States for which data are available, the highest yearly increases in the total retail trade volume were registered in Romania (+7.5%), Malta (+6.5%), Hungary and Slovenia (both +6.3%). The only decrease was observed in Slovakia (-0.8%).

Geographical information.

The euro area (EA19) includes Belgium, Germany, Estonia, Ireland, Greece, Spain, France, Italy, Cyprus, Latvia, Lithuania, Luxembourg, Malta, the Netherlands, Austria, Portugal, Slovenia, Slovakia and Finland.

The European Union (EU28) includes Belgium, Bulgaria, Czechia, Denmark, Germany, Estonia, Ireland, Greece, Spain, France, Croatia, Italy, Cyprus, Latvia, Lithuania, Luxembourg, Hungary, Malta, the Netherlands, Austria, Poland, Portugal, Romania, Slovenia, Slovakia, Finland, Sweden and the United Kingdom.

Pubblicato in: Cina, Commercio, Economia e Produzione Industriale, Geopolitica Asiatica, Stati Uniti

Guerra mondiale valutaria e commerciale. South Korea nei triboli.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-09-03.

2019-09-02__South Korea 001

Ci si sarebbe stupiti fortemente se la guerra valutaria e commerciale in corso tra Stati Uniti e Cina non avesse coinvolto anche tutte le altre nazioni, specie quelle dell’Unione Europea e del sud – est asiatico.

Sulla attuale situazione proprio nel sud – est asiatico la Bbc ha pubblicato un interessante report che riportiamo in calce, senza le figure che avrebbero occupato troppo spazio.

Nel novero, però, la situazione della South Korea sembrerebbe essere una delle più colpite.

«Concerns swirled earlier this year that South Korea could slip into recession. But it managed to avoid that outcome after huge government spending helped the economy swing back to growth in the second quarter.

Gross domestic product grew 1.1% in the three months to June compared with the previous quarter, when South Korea posted its sharpest contraction since the global financial crisis. In July, the country’s central bank cut rates for the first time in three years.

Much of the pain has been caused by faltering tech exports, driven by the global electronics slowdown. That trade is crucial to South Korea, since electronics account for around 30% of the country’s exports. A simmering trade battle with Japan is adding more uncertainty to South Korea’s growth prospects.»

Uno dei problemi della South Korea è legato al fatto che

«the global electronics slowdown»

«electronics account for around 30% of the country’s exports»

Ciò che un anno fa sarebbe stato considerato una eresia economica si è puntualmente verificato: il mercato dell’elettronica inizia a contrarsi, ma questo settore reggeva oltre il 30% dell’export della South Korea.

A ciò si aggiungano i danni del duello in atto con il Giappone.

How Japan’s trade row with South Korea could hit tech supplies

«A trade spat between Japan and South Korea threatens to spill beyond their borders, posing potential risks to consumer electronics supplies around the world.

The row stems from export restrictions Tokyo imposed on certain industrial materials that Seoul needs to make semiconductors and display screens.

Japan has also warned tougher trade curbs could be on the way.

The moves have drawn anger from South Korea, and earlier this month President Moon Jae-in described the situation as an “unprecedented emergency” for his country’s economy.

On Tuesday, officials from Seoul will bring the dispute to a meeting of the World Trade Organisation (WTO) General Council.

They hope to convince the international community that Japan has violated global trading rules, and the measures should be rescinded.

The simmering dispute is seen as the latest example of countries using trade as a weapon in diplomatic battles.

“There’s blame to be had on both sides,”»

* * *

Il punto è semplice:

«export restrictions Tokyo imposed on certain industrial materials that Seoul needs to make semiconductors and display screens».

Il sistema economico sudkoreano ha montato una serie di produzioni che dipendono nei fatti dalla possibilità di importare materia prima ovvero semilavorata, esponendosi così a dipendere dai fornitori di quei beni ed agli umori degli acquirenti.

La cosa in sé non sarebbe negativa, se però l’espansione del settore fossa stata tenuta meglio sotto controllo: un settore così dipendente dall’estero avrebbe dovuto essere bilanciato tramite una ampia diversificazione.

Adesso sono oltre sei mesi che l’export della South Korea scende mese dopo mese con variazioni yoy negative a due cifre percentuali.

Questa è una situazione non sostenibile nel tempo.

* * * * * * *


Bbc. 2019-09-01. Trade war drives ‘innocent’ Asian nations towards recession

Rising fears about the health of the global economy have prompted talk of recession, spreading anxiety about jobs and growth.

The US-China trade war is casting a shadow over the world economy and warning signs of a looming downturn have flashed on financial markets.

Recession poses no immediate threat to the biggest economies in Asia, although they are slowing down. Yet some smaller economies in the region – including Hong Kong and Singapore – are definitely at risk.

They are what Louis Kuijs, head of Asia economics at Oxford Economics, calls the “innocent bystanders” in the trade fight between Washington and Beijing.

“These are small, open economies, where trade – and trade with China – is extremely important,” says Mr Kuijs.

Here’s a look at what’s driving the slowdown in Asia’s top economies, as well as the countries at risk of recession:

China

Growth in the world’s second-largest economy has been for easing for years. The latest figures show China’s gross domestic product (GDP) grew 6.2% in the second quarter, its slowest pace since the early 1990s.

The trade war that has seen Washington impose tariffs on billions of dollars’ worth of Chinese goods is adding more strain.

It has hurt some Chinese firms, with roughly 20% of the country’s exports sent to the US. But perhaps more harmful to businesses is the lack of clarity over when the long-running dispute will end.

“The one thing that is affecting business plans is the uncertainty of the US-China trade war, probably more important than the tariffs,” says Mr Kuijs.

“The uncertainty is a major factor of [the concerns] we see globally.”

Beijing has taken a series of steps this year to support the economy, including tax cuts and infrastructure spending. For 2019, the government is targeting growth of between 6% and 6.5%.

Japan

Mr Kuijs points out that what happens to China matters a lot to the rest of Asia.

The slowdown there and the trade war have knocked business confidence in Japan, a country also grappling with softer global demand for its exports, such as electronic equipment and car parts.

A quick guide to the US-China trade war

But its latest economic figures were fairly upbeat. Preliminary data showed GDP increased 0.4% in the second quarter – beating an expected 0.1% rise – thanks to strong consumer spending.

Still, the world’s third-largest economy faces a threat to spending when a long-awaited sales tax increase is introduced in October.

“Conditions probably won’t remain as healthy as they are now, as domestic demand is set to weaken after the tax hike,” Capital Economics Japan economist Marcel Thieliant says.

India

Over in Asia’s third-largest economy, growth has faltered amid sluggish demand at home and weak investment. India’s latest quarterly GDP growth dropped to a five-year low of 5.8%. The next GDP reading, due 30 August, could be weaker still.

The country has relied on domestic consumption to spur its huge economy, but spending has slowed sharply.

Car sales are one troubling example. In July, passenger vehicle sales plunged 31%, the steepest monthly fall in nearly two decades. The sector has slashed jobs and cut production as sales dry up.

India announces retaliatory US tariffs

India no longer world’s fastest-growing economy

So far this year, India’s central bank has cut rates four times. The benchmark rate currently sits at a near-decade low.

More stimulus measures to boost the economy, which is also battling the threat of a widening trade conflict with the US, are expected this year.

Hong Kong

The Asian financial hub is fighting the pressures of a slowdown in China, the trade war and political unrest. Some economists expect that combination to push the territory into recession before long.

Gross domestic product shrank 0.4% in the three months to June compared with the previous quarter.

But those figures did not capture the impact of the pro-democracy protests that have gripped Hong Kong for more than two months, hitting tourism and retail sales.

Hong Kong protests in 300 words

Economists at DBS and Capital Economics are among those expecting that third-quarter numbers, due out in November, will show Hong Kong has fallen into a technical recession, defined as two consecutive quarters of negative growth.

Singapore

The trade-dependent city state has been hit by weak global demand, slowing growth in China and the trade war.

Singapore is reliant on high-tech exports – and softer demand for electronics around the world has darkened its economic outlook.

The economy shrank by 3.3% in the second quarter, on a seasonally adjusted annualised basis. That prompted the government to cut its growth forecasts for 2019 to between 0% and 1%.

Oxford Economics expects that third-quarter GDP numbers, due in October, will show a contraction, meaning that Singapore will enter a technical recession.

Trade war infects Asia as exports plunge

Mr Kuijs says the impact of the trade war on Hong Kong and Singapore is “larger than in China itself, even though no one is imposing any tariffs on these countries”.

South Korea

Concerns swirled earlier this year that South Korea could slip into recession. But it managed to avoid that outcome after huge government spending helped the economy swing back to growth in the second quarter.

Gross domestic product grew 1.1% in the three months to June compared with the previous quarter, when South Korea posted its sharpest contraction since the global financial crisis. In July, the country’s central bank cut rates for the first time in three years.

Much of the pain has been caused by faltering tech exports, driven by the global electronics slowdown. That trade is crucial to South Korea, since electronics account for around 30% of the country’s exports. A simmering trade battle with Japan is adding more uncertainty to South Korea’s growth prospects.

Pubblicato in: Commercio, Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Senza categoria, Unione Europea

Germania. Anche l’export crolla del -8% yoy.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-12.

2019-0810__Germania Export__001

«Exports from Germany plunged 8 percent year-on-year to EUR 106.1 billion in June 2019. Sales to the EU dropped 6.2 percent to EUR 63.5 billion, of which Euro area (-5.6 percent to EUR 40.6 billion) and non-Euro area countries (-7.2 percent to EUR 23 billion). In addition, exports to countries outside the EU slumped 10.7 percent to EUR 42.6 billion. Exports in Germany averaged 32157.58 EUR Million from 1950 until 2019, reaching an all time high of 118235 EUR Million in March of 2019 and a record low of 226.39 EUR Million in January of 1950.»

*

La Germania è oramai in fase depressiva.

Con il comparto industriale produttivo in netta contrazione va di conserva che l’export abbia avuto un crollo.

Ed a settembre si vota.