Pubblicato in: Commercio

Diamanti. Chi vive di illusione muore di certezze. Investimento opinabile.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-20.

Diamante 001

Sia ben chiaro che nessuno intende generalizzare.

Ma dovrebbe essere altrettanto chiaro che il problema non è mai l’acquisto, bensì la vendita.

Se è vero che quando si acquista un qualche bene si parte dal presupposto della buona fede e della onestà del venditore, sarebbe altrettanto vero ricordarsi che il vero valore del bene acquisito lo si determina all’atto della vendita, ed anche nelle circostanze nelle quali tale vendita avviene.

Vi sono beni molto richiesti e quindi facilmente collocabili, altri invece che hanno un mercato molto ristretto, che forma una sorta di consorteria. In tal caso il prezzo lo fa l’acquirente, non il venditore.

Un altro aspetto che spesso il microinvestitore scotomizza è legato al valore intrinseco del bene.

Mentre una sterlina oro è abbastanza facilmente vendibile, tutti la conoscono ed è anche difficilmente falsificabile inserendovi all’interno barrette di wolframio, già un Rand di oro da un’oncia ha un prezzo abbastanza elevato, e, quindi, questo riduce il numero dei potenziali acquirenti. I lingotti d’oro sicuramente gratificano il risparmiatore che ogni tanto se li rimira, ma vendere un lingotto da un kilo è faccenda da chiodi. Poi, quando lo si passa nel detector, con sconcertante regolarità si evidenziano le barre interne.

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Se è vero che i diamanti racchiudono in un peso e volume minimo un grande valore, sarebbe altrettanto vero ricordarsi come la perizia sia appannaggio di ben pochi. Non solo: un corindone, ossido di alluminio Al2O3, sistema cristallino trigonale, è spesso spacciato per diamante, carbonio puro allotropico a sistema cristallino cubico.

Poi, vi sono i diamanti sintetici. Questi, sottoposti alla luce ultravioletta ad alta frequenza, producono una forte fluorescenza e fosforescenza, ma sono inerti sotto la luce ultravioletta a bassa frequenza. Ma non tutti hanno un fotometro ed uno spettrofotometro di precisione.

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Di norma i venditori commercializzano il diamante riposto dentro un involucro plastico trasparente dentro al quale è inserita anche la garanzia. Se in questa maniera diventa impossibile sostituire la pietra, nel contempo resta impossibile eseguire su di essa una perizia fisico – chimica.

«inchiesta della procura di Milano che ha portato la guardia di finanza ad eseguire un sequestro preventivo di oltre 700 milioni di euro, anche a carico di cinque banche. In particolare, da quanto si è saputo, il cantante avrebbe investito 2,5 milioni di euro»

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«L’indagine è coordinata dall’aggiunto Riccardo Targetti e dal pm Grazia Colacicco, nella quale risultano indagate per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti anche cinque banche: Banco Bpm, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps e Banca Aletti.»

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«Il decreto di sequestro preventivo, firmato dal gip di Milano Natalia Imarisio, è stato eseguito nell’ambito di un’inchiesta aperta da tempo e che riguarda fatti tra il 2012 e il 2016. Il sequestro è stato eseguito a carico di 7 persone indagate e di 7 enti indagati, ossia le 5 banche e le due società Intermarket Diamond Business spa (IDB) e Diamond Private Investment spa (DPI), per le ipotesi di reato di truffa aggravata e autoriciclaggio»

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Ricordiamo come una cosa siano delle indagini, ed una totalmente differente la sentenza passata in giudicato.

Sul caso specifico aspettiamo che la magistratura finisca di fare il suo lavoro.

Però, le considerazioni su fatte restano pur sempre valide: quello nei diamanti è un investimento di nicchia, sconsigliabile a quanti non siano del mestiere.

Nota.

Come ben sanno gli addetti ai lavori, le tecnologie per la produzione dei diamanti sintetici hanno fatto passi da gigante, ed ora riescono a produrre diamanti di ottima qualità a costi circa quindici volte inferiori ai diamanti naturali. Serve un approfondito esame fisico – chimico per identificarli. Ufficialmente non dovrebbero essere ancora commercializzati, ma si sa che le regole ci sono per quanti proprio non sappiano regolarsi.

Ansa. 2019-02-19. Gonfiavano il prezzo dei diamanti, truffato anche Vasco Rossi

C’è anche Vasco Rossi tra i clienti che hanno investito in diamanti e che sarebbero stati truffati, come risulta dall’inchiesta della procura di Milano che ha portato la guardia di finanza ad eseguire un sequestro preventivo di oltre 700 milioni di euro, anche a carico di cinque banche. In particolare, da quanto si è saputo, il cantante avrebbe investito 2,5 milioni di euro. Nell’elenco dei clienti raggirati figurerebbe anche l’industriale Diana Bracco.

L’indagine è coordinata dall’aggiunto Riccardo Targetti e dal pm Grazia Colacicco, nella quale risultano indagate per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti anche cinque banche: Banco Bpm, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps e Banca Aletti. Il decreto di sequestro preventivo, firmato dal gip di Milano Natalia Imarisio, è stato eseguito nell’ambito di un’inchiesta aperta da tempo e che riguarda fatti tra il 2012 e il 2016. Il sequestro è stato eseguito a carico di 7 persone indagate e di 7 enti indagati, ossia le 5 banche e le due società Intermarket Diamond Business spa (IDB) e Diamond Private Investment spa (DPI), per le ipotesi di reato di truffa aggravata e autoriciclaggio.

Tra i clienti vip che sarebbero stati raggirati nelle vendite di diamanti, su cui indaga la procura di Milano, figurano anche la conduttrice tv Federica Panicucci e la ex showgirl Simona Tagli. In particolare, Simona Tagli avrebbe fatto un investimento da circa 29 mila euro e Federica Panicucci da circa 54 mila euro. Gli investigatori hanno ricostruito le posizioni di circa un centinaio di persone truffate, ma i raggiri sarebbero stati compiuti nei confronti di tanti altri soggetti.

Nell’inchiesta, che vede quasi una settantina di indagati in totale, è contestato anche il reato di corruzione tra privati. Secondo l’accusa, le due società avrebbero fatto comprare diamanti a investitori e risparmiatori gonfiando ai loro occhi il valore dei preziosi, attraverso anche false quotazioni sui giornali, e le banche indagate sarebbero state consapevoli del meccanismo.

Per gli inquirenti gli istituti di credito avrebbero avuto un ruolo fondamentale di intermediazione tra le società e i clienti. In totale gli investigatori hanno ricostruito le posizioni di un centinaio di clienti truffati. In particolare, il sequestro per l’ipotesi di truffa è di 149 milioni nei confronti di IDB, di 165 milioni a carico di DPI, di 83,8 milioni a carico di Banco Bpm e di Banca Aletti, di 32 milioni nei confronti di Unicredit, di 11 milioni a carico di Intesa Sanpaolo e di 35,5 milioni a carico di Mps. Per l’ipotesi di autoriciclaggio il sequestro è da 179 milioni per IDB e di 88 milioni per DPI.

Indagato anche il direttore generale di Banco Bpm Maurizio Faroni nell’inchiesta della procura di Milano su una presunta truffa nella vendita di diamanti. A Faroni vengono contestate le accuse di concorso in truffa, autoriciclaggio e ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza. Nell’indagine, inoltre, sono indagati anche altri dirigenti di Banco Bpm, oltre a responsabili delle due società IDB e DPI che vendevano i preziosi agli investitori.

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Pubblicato in: Commercio, Finanza e Sistema Bancario, Materie Prime, Senza categoria

Oro fisico 1,337.80 $, palladio 1,451.40 $.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-20.

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Sul mercato sono disponibili un elevato numero di titoli legati all’ora ed  ai metalli preziosi.

Si resta alquanto perplessi nel constatare come il loro volume totale corrisponda a diverse decine di migliaia di volte l’intero ammontare dell’oro fisico estratto nel corso della storia.

A dire il vero quasi nessuno di questi titoli millanta una convertibilità in oro fisico, ma questo non basterebbe che in minima parte se tale operazione fosse reclamata per i soliti titoli che si proclamano essere convertibili.

Alcuni arrivano a proclamare che al comprare quote corrisponde da parte del gestore all’acquisto di oro fisico.

Lungi da noi fare i cavillosi, ma i conti non tornano in maniera grossolana.

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Nel converso, diamo per scontato che ogni risparmiatore abbia nel cassetto, oppure in cassaforte, una certa quale quantità di oro fisico, o altri metalli preziosi.

Questa quota rappresenta una sorta di riserva strategica da cui attingere secondo convenienza.

I tempi che stiamo vivendo sono caratterizzati da grande volatilità ed incertezze.

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Se sicuramente il palladio è stato molto richiesto dall’industria negli ultimi tempi, il suo passaggio dagli 800 Usd dell’agosto scorso all’attuale quotazione di 1,451.40 Usd è stata sostenuta anche dalla esigenza di accumulo di scorte.

L’oro fisico ha avuto un periodo meno tumultuoso. A settembre dello scorso anno valeva circa 1,200 Usd all’oncia ed ora quota 1,337.80 Usd, più o meno il valore che aveva nell’aprile dello scorso anno.

Si tenga infine conto che per le transazioni di quantità minimali vi è una ampia forchetta bid / ask.

Il lingotto da kilogrammo ha un valore di 37,665 euro, ma è trattato a 38,319 euro.

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Nota per i micro o nano-investitori.

È sempre facile comprare, e tutti magnificano ciò che vendono. La vera grande difficoltà consiste nell’individuare la realtà cui poter vendere, scegliendosela anche solvibile.

Nei periodi di tensione la forchetta può aumentare in modo strepitoso ed i vari compro oro non sono propriamente dei monaci benedettini.

Pubblicato in: Commercio, Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Nuove Imprese individuali. Una su due chiude entro due anni.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-16.

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«negli ultimi cinque anni si è assistito ad una vera emorragia di imprese individuali»

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«Le piccole imprese nate nel 2014 sono state 235.985 e di queste, a fine 2018, ne sono rimaste 147.801»

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«Sono quindi 88.184 le attività individuali che hanno chiuso nei primi cinque anni di vita, ovvero il 37,4%»

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«Il dato è ancora più allarmante se si pensa che la metà delle imprese individuali che ha chiuso, 48.377, ha cessato l’attività entro il 2015, vale a dire entro il secondo anno di vita»

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«Addirittura 20.538 sono nate e morte nello stesso anno, il 2014»

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«In valori assoluti il maggior numero di piccole imprese che ha cessato l’attività operava nel commercio, settore che ha fatto registrare ben 30.546 chiusure tra il 2014 e il 2018»

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«è il turismo che si dimostra il settore più fragile: su 22.885 attività aperte nel 2014, 9.955 hanno chiuso la saracinesca entro il 2018, vale a dire il 43,5%»

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Anche se microbica ed a livello individuale, la gestione di una impresa soggiace ad un corpo legislativo e normativo imponente: la complessità burocratica è tale che il titolare deve necessariamente appoggiarsi ad un commercialista.

Poi, la tassazione nel suo totale complessivo passa il 60%.

Se è vero che molte persone aprono l’attività nella convinzione di essere in grado di poterla gestire al meglio, sarebbe anche vero ricordare l’enorme differenza che passa tra il sentir parlare della burocrazia ed il trovarsi invece arenati nei suoi meandri.

Una delle cause che più facilmente portano ad una amara chiusura è la carenza di liquidità, ci si unisce la grande difficoltà di accedere al credito bancario: le banche imprestano denaro a chi già ce lo ha. Poi, il terrifico invitato di pietra: un fisco mai sazio. E pensare che la gente in altri tempi fece una rivoluzione a causa della tassa sul macinato: prelevava il 10% (dieci percento).

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Se negli ultimi dieci anni nessuna delle imprese individuali nate nel periodo avesse dovuto chiudere, ad oggi ci sarebbe circa un milione di posti di lavoro in più. È una cifra imponente, che avrebbe concorso non poco a migliorare la situazione del sistema economico italiano. Non solo, ma sarebbe anche un milione di persone in meno a chiedere sussidi di disoccupazione, riducendo così il carico dello stato.

A nostro sommesso parere, sarebbe utile provvedimento escludere per cinque anni consecutivi dalla tassazione le imprese individuali neonate. Sarebbe una iniziativa a costo zero. Infatti, quando non erano ancora in essere lo stato nulla poteva percepire da loro: la detassazione non comporterebbe quindi per lo stato né danno né aggravio di spesa.

Senza il carico impositivo, molto verosimilmente un gran numero di imprese individuali avrebbe avuto modo di consolidarsi, tramutandosi in una realtà economicamente sana e produttiva.

L’occlusione ad un ragionamento di questo tipo è di natura ideologica per cui tutte le imprese devono pagare, indipendentemente dalle loro caratteristiche e dal contesto in cui operano. Ma con l’ideologia non si va molto lontano.

Si è perfettamente consci che taluni potrebbero avere il prurito di fare i furbetti, aprendo e chiudendo in continuazione, ma realtà di codesto tipo sarebbe ben facilmente individuabili: una cosa è l’uso ed una del tutto opposta è l’abuso.


Imprese individuali: il 37,4% non supera i 5 anni di vita

Di quelle nate nel 2014, solo tre su cinque sono arrivate al 2018. Una su due chiude dopo 48 mesi,

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Sono individuali, operano soprattutto nel turismo e hanno sede per lo più in Emilia Romagna. E’ l’identikit delle iniziative imprenditoriali che non sono riuscite a brindare al sesto anno di vita: nate nel 2014, hanno chiuso nel 2018.

L’emorragia delle piccole imprese

Nonostante nel 2018 il saldo tra imprese nate e morte si sia chiuso positivamente, come ha spiegato Truenumbers in questo articolo, negli ultimi cinque anni si è assistito ad una vera emorragia di imprese individuali. Il grafico interattivo qui sopra illustra i numeri di questa strage. Le piccole imprese nate nel 2014 sono state 235.985 e di queste, a fine 2018, ne sono rimaste 147.801. Sono quindi 88.184 le attività individuali che hanno chiuso nei primi cinque anni di vita, ovvero il 37,4%. Il dato è ancora più allarmante se si pensa che la metà delle imprese individuali che ha chiuso, 48.377, ha cessato l’attività entro il 2015, vale a dire entro il secondo anno di vita. Addirittura 20.538 sono nate e morte nello stesso anno, il 2014.

I settori più colpiti

In valori assoluti il maggior numero di piccole imprese che ha cessato l’attività operava nel commercio, settore che ha fatto registrare ben 30.546 chiusure tra il 2014 e il 2018. Ma se consideriamo la percentuale delle chiusure sul totale delle attività aperte è il turismo che si dimostra il settore più fragile: su 22.885 attività aperte nel 2014, 9.955 hanno chiuso la saracinesca entro il 2018, vale a dire il 43,5%. Nessun altro settore ha vissuto la stessa crisi negli ultimi cinque anni. I servizi alle imprese seguono da vicino il turismo con il 40,1% di chiusure.

Dove si chiude?

Inaspettatamente è l’Emilia Romagna la regione che ha fatto registrare il maggior numero di chiusure: il 40% delle aziende individuali aperte nel 2014 ha chiuso nel 2018. Il grafico qui sotto mostra la percentuale di chiusure, regione per regione, delle aziende individuali nate nel 2014 e che non hanno superato il 31 dicembre dell’anno scorso.

La Toscana è molto vicina all’Emilia Romagna col 39,9% delle cessazioni, mentre il Piemonte è al terzo posto con il 39,5%. La Basilicata è la regione più virtuosa, con solo il 30,5% di aziende individuali che non hanno superato i cinque anni di vita. In media, la percentuale delle piccole imprese chiuse tra il 2014 e il 2018 è stata, come detto, del 37,4%. Qualcuno, in pochi per la verità, ha fatto anche il tentativo di tirare su nuovamente su la saracinesca: solo il 5,2%, infatti,  ha recuperato voglia e risorse e ci ha riprovato.

Pubblicato in: Banche Centrali, Commercio, Finanza e Sistema Bancario

Finanza islamica. La Sharia gestisce oltre 2,000 miliardi Usd.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-28.

mecca 001

Un giornale specializzato ha pubblicato il seguente report.

«Secondo l’Ifsb (Islamic Financial Services Board) il valore della massa monetaria mondiale che viene gestita in obbedienza alle leggi religiose dettate dalla Sharia, la finanza islamica, ammonta a poco più di 2mila miliardi di dollari.

Quanto vale la finanza islamica

Il grafico sopra mostra i principali Paesi dove sono allocati i 2.050,2 miliardi di dollari che, nel mondo, sono gestiti secondo le regole della finanza islamica. In Iran e Arabia Saudita si trova più della metà delle risorse ovvero, rispettivamente, il 34,4% in Iran e il 20,4% in Arabia Saudita. Complessivamente sono 36 i Paesi che nel mondo gestiscono una parte più o meno cospicua dei loro depositi bancari secondo le regole della Sharia.

Un caso non unico ma raro è quello dell’Iran. Non solo perché è il Paese che “ospita” la maggior parte dei soldi sottoposti alla Sharia, ma soprattutto perché il 100% del suo sistema bancario è regolato secondo i precetti dell’Islam. Questo significa che i cittadini iraniani non possono depositare il proprio denaro se non in banche iraniane che seguono tutte i precetti della Sharia. Lo stesso succede, ma con numeri decisamente meno importanti, per il Sudan, dove è depositato l’1,6% delle risorse islamiche mondiali.

Ma tra i Paesi nei quali la finanza islamica è presente c’è anche la Turchia che ospita il 2,6% del totale dei soldi gestiti in ossequio alla Sharia e dove soprattutto i giovani mostrano sempre più interesse verso le regole dell’Islam radicale, come Truenumbers ha spiegato in questo articolo.

Come funziona la finanza islamica

Il primo e più importante segno distintivo della finanza islamica è l’approccio al concetto di riba, gli interessi generati dai prestiti, considerati immorali. Oltre al divieto di riba, nel mondo della finanza islamica è prevista la condivisione di rischi e profitti tra le parti e il divieto di alimentare i mercati di alcol, tabacco, pornografia, armi, gioco d’azzardo e carne suina. Nel mondo della finanza islamica, inoltre, non è possibile tenere il denaro fermo: deve essere continuamente investito.»

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Questa notizia dovrebbe fornire molti spunti di riflessione.

Il primo grande spunto dovrebbe vertere il senso delle dimensioni.

Se per la gente ‘normale’ 2,000 miliardi sono una cifra difficilmente rappresentabile, sarebbe un po’ meno del debito sovrano italiano, nel mercato finanziario internazionale è un ammontare quasi trascurabile. Facendo un conto grossolano – non sono disponibili dati in materia – ciò che a livello mondiale potrebbe essere stimato essere ‘denaro’ depositato presso un sistema bancario potrebbe essere valutato attorno ai novanta trilioni di dollari. Come si constata, 2,000 miliardi non son poi gran che. Ma il vero oggetto da comprendere è come oramai i giri finanziari abbiano volumi che la mente umana stenta a comprendere.

Il secondo grande spunto è la definizione dei limiti entro i quali può sopravvivere, e magari anche prosperare, una qualche eccezione al mercato corrente: quali sono le dimensioni che può assumere una simile enclave? Non è un concetto di facile realizzazione.

Un esempio emblematico potrebbe essere l’enclave Amish in Pennsylvania. È un gruppo religioso coeso e sostanzialmente felice, che vive seguendo regole e strutture seicentesche. Il più evidente elemento di criticità è il trattamento medico, teologicamente rifiutato ma utilizzato poi nella vita corrente. In estrema sintesi: è possibile vivere da Amish se poi all’occorrenza si possa fare ricorso a tutte quelle strutture moderne che dovrebbero esserle aliene. La linea di discrimine dovrebbe essere evidente.

Il terzo grande spunto è cercare di capire cosa debba intendersi per interessi e, quindi, per riba.

Interesse è definito come

«il prezzo pagato, o che deve essere pagato, dal debitore per l’uso del credito concessogli, normalmente calcolato in misura percentuale su base annua».

L’interesse diventa usuraio quando il tasso supera notevolmente e illecitamente quello legale.

In linea generale potremmo dire che l’interesse è la ricompensa dovuta a quanti si privino di una liquidità che avrebbe altrimenti investito in modo proficuo.

Come negli esempi precedenti, se è facole enunciare il principio è quasi impossibile stabilire i livelli corretti.

Il numero di variabili in gioco è talmente elevato che affidarsi alla valutazione di mercato diventa giocoforza.

Il concetto che all’interesse si sostituisca la condivisione di rischi e profitti tra le parti, dalla joint venture fino alla gestione societaria, esercita una grande fascino mentale. Il denaro perde la sua dimensione solipsica e diventa strumento economico: sarà l’attività economica quindi a generare reddito, non il denaro in sé e per sé.

Il divieto di riba trova quindi ragionevole contesto in una società poco strutturata: in altre società altamente complesse l’interesse diventa parte integrante delle medesime. Nel conferire a termine in modo anonimo danaro implica soltanto che gli interessi altro non saranno che la refusione di quanto avrebbero fruttato se investiti dal proprietario del denaro, ossia un lecito guadagno.

Il quarto grande spunto inerisce la destinazione ed uso del denaro. Esso è un mezzo:può essere usato nel bene come nel male. Ma questa affermazione acquista un senso logico solo quando siano definiti in modo inequivocabile i concetti di bene e di male. È del tutto evidente come in una visione relativistica, ove si ammettano significati plurimi e contrastanti, sia impossibile pervenire ad una definizione.

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Riassumendo.

La gestione di beni finanziari secondo i dettami della Sharia ben rientra nella visione islamica della religione e della vita. A nostro sommesso parere, ben difficilmente essa potrebbe essere estesa e condivisa anche al mondo non islamico.


Nota.

Poniamo una domanda.

A quale tasso di interesse deve prestare denaro un ‘usuraio’ che finanzia dieci persone sapendo che nove non lo rimborseranno mai?

Pubblicato in: Armamenti, Commercio, Russia, Stati Uniti

Russia. Diplomazia militare e vendita di armi. 37.7 miliardi Usd.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-09.

S-400

Il mercato mondiale delle armi ha fatturato nel 2017 226.6 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti sono il primo fornitore mondiale con 129.16 miliardi (57%), mentre la Russia occupa il secondo posto con 37.7 miliardi (9.3%).

Fino a cinque anni or sono la Russia esportava armamenti per valori decisamente molto bassi.

Se è vero che negli ultimi anni la Russia abbia sviluppato sistemi d’arma efficienti e relativamente poco costosi, sarebbe altrettanto vero considerare la mutata strategia militare nel settore della vendita di armamenti.

«Russia’s second-place rank is significant because it proves just how popular its arms have become all across the world since the commencement of its 2015 anti-terrorist intervention in Syria, which showcased the effectiveness of its wares and generated immense global interest in them»

*

«Furthermore, the recent spree of S-400 sales to China,Turkey, India, and possibly even soon to Saudi Arabia too speaks to the demand that many different countries have for Russia’s defensive assets as well»

*

«Overall, Russia is being regarded across the world as a reliable military supplier that has no ulterior geopolitical motives in this industry»

*

«Unlike the US’ weapons sales which usually seek to disrupt the regional balance of power in favor of America’s main partner in the area, Russia’s arms exports don’t discriminate between countries and Moscow is oftentimes seen selling weapons to opposing pairs of countries such as Turkey & Syria, Armenia & Azerbaijan, Iran & Saudi Arabia, India & China, and China & Vietnam»

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La Russia sembrerebbe avere come obiettivo strategico il mantenimento degli equilibri.

«in advance of Russia’s “military diplomacy” which seeks to retain the balance of power in order to discourage the outbreak of hostilities and encourage a diplomatic solution to regional issues»

*

«Correspondingly, it makes sense within this paradigm to sell weapons to rival states in order to ensure that neither of them gains an edge over the other as a result of American arms imports and is therefore enticed to aggressively pressure the other to advance the US’ designs in the region»

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Al momento attuale non è stato dato di vedere un confronto diretto tra le due tipologie di armamento, ovviamente per fortuna del mondo.

In linea generale potremmo però notare alcuni fattori.

Gli armamenti russi si sono dimostrati essere allo stato dell’arte: i sistemi S-300 ed S-400 sono considerati essere quelli maggiormente flessibili ed affidabili sul campo operativo. La Nato ne ha sacro rispetto.

I russi hanno una grande abilità nel progettare sistemi di costruzione semplici, semplici ovviamente per la tipologia di arma. La meccanica dei loro aeroplani lascia estasiati. La conseguente manutenzione ne risulta essere facilitata e meno onerosa.

Altro tratto caratteristico degli armamenti russi è il basso costo di produzione rispetto gli Stati Uniti.

Infine, ampliando un concetto già espresso, la Russia non solleva questione etica o morale alcuna: basta che il cliente paghi e che i nuovi armamenti acquisiti non turbino gli equilibri locoregionali.

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Il mercato delle armi è davvero complesso: spesso le esigenze della difesa prevalgono sulle attese di guadagno o su quelle di prestigio.

Sul mercato stanno però timidamente affacciandosi anche Cina, India e Pakistan. Per il momento sono armamenti locoregionali, ma soprattutto sono costruiti e resi operativi per costi del tutto stracciati.

Sicuramente gli armamenti americani sono quello che sono, ma alla fine il fattore costo potrebbe diventare determinante.

Facciamo solo un esempio. Un missile anti-nave inintercettabile ha un costo spropositato rispetto a dei missili alquanto vulnerabili, ma di infimo costo: diventa quindi sufficiente lanciarne un decina simultaneamente per ottenere l’affondamento a costi contenuti. È questa una opzione condizionante.


Oriental Review. 2018-12-24. Russia’s Arms Sale Success Is Proof That Its “Military Diplomacy” Works

The Stockholm International Peace Research Institute, an internationally acclaimed authority on the global arms trade and popularly known by its acronym as SIPRI, released its latest findings on Monday and revealed that Russia overtook the UK to become the world’s second-largest arms producer. According to their data, Russia sold approximately 9.5% of all global weaponry last year, which SIPRI said amounts to $37.7 billion and an 8.5%increase over 2016’s figures. Still, Russia trails far behind the US, which sold 57% of the world’s weapons last year worth around $226.6 billion, which was a 2% increase from the year prior.

In any case, Russia’s second-place rank is significant because it proves just how popular its arms have become all across the world since the commencement of its 2015 anti-terrorist intervention in Syria, which showcased the effectiveness of its wares and generated immense global interest in them. Furthermore, the recent spree of S-400 sales to China,Turkey, India, and possibly even soon to Saudi Arabia too speaks to the demand that many different countries have for Russia’s defensive assets as well. Overall, Russia is being regarded across the world as a reliable military supplier that has no ulterior geopolitical motives in this industry.

Unlike the US’ weapons sales which usually seek to disrupt the regional balance of power in favor of America’s main partner in the area, Russia’s arms exports don’t discriminate between countries and Moscow is oftentimes seen selling weapons to opposing pairs of countries such as Turkey & Syria, Armenia & Azerbaijan, Iran & Saudi Arabia, India & China, and China & Vietnam. This isn’t solely in pursuit of profit, however, but in advance of Russia’s “military diplomacy” which seeks to retain the balance of power in order to discourage the outbreak of hostilities and encourage a diplomatic solution to regional issues.

Correspondingly, it makes sense within this paradigm to sell weapons to rival states in order to ensure that neither of them gains an edge over the other as a result of American arms imports and is therefore enticed to aggressively pressure the other to advance the US’ designs in the region. By having its comparatively cheaper but highly effective arms compete with the US’ much more expensive and sometimes less effective ones, Russia is able to reduce the chances that America’s plans will succeed while simultaneously positioning itself as a neutral mediator for facilitating talks between rival parties, which is the essence of its “balancing” strategy.

Pubblicato in: Banche Centrali, Cina, Commercio, Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Finanza e Sistema Bancario, Senza categoria

Cina. Il primo gennaio è entrata in vigore la riforma fiscale.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-05.

Cina

«China’s rich brace for tax raid on $24 trillion wealth pile

– Havens are disappearing, overseas earnings will become taxable

– Foreign assets to be easier to track, transfers may be levied »

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«China’s plan to cut taxes in 2019 for the masses has the nation’s super-rich running for cover on concern the government will make up the shortfall by going after the wealthy»

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«Changes to the tax regime as of Jan. 1 mean authorities will be paying closer attention to assets and investment holdings.»

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«In a nation where personal wealth is estimated to have climbed to a record $24 trillion in 2018 — $1 trillion of which is held abroad — that potentially offers rich pickings»

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«Anxiety over how the new rules will be enforced has already triggered a flood of Chinese clients seeking to create overseas trusts.»

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«Tougher taxes at home could have implications beyond China’s shores, with the country’s wealthy having been on a buying binge in recent years, driving up prices for everything from property in Vancouver and Sydney, to famous artworks and fine wines»

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«Under the new rules, owners of offshore companies will not only pay taxes on dividends they receive but will also face levies of as much as 20 percent on corporate profits, from as low as zero previously.»

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«This has triggered a flood of rich families seeking refuge via trusts, which often shield wealthy owners from having to pay taxes unless the trusts hand out dividends.»

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«In the past, the rich could avoid paying taxes on overseas earnings by acquiring a foreign passport or green card, while keeping their Chinese citizenship. But this won’t work starting in January as the government will tax global income from all holders of “hukou” household registrations»

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«The system allows authorities to view various tax-related data, which had been scattered across various government departments, in one consolidated platform. The new system also beefs up the identification process by preventing individuals from divvying up their income across multiple sources or ID numbers to pay lower taxes.»

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«But it’s not just the rich that may face a stricter tax environment. China lowered the threshold for blocking citizens with overdue taxes from leaving the country to 100,000 yuan ($14,600) from the previous threshold of 1 million yuan»

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«Though the tax rate and the details remain unclear, the prospects of the tax has caused people with multiple apartments to worry and made properties a less desirable investment tool»

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La storia insegna che gli stati hanno ben poco interesse a tassare una popolazione misera: ne caverebbero ben poco. Ma quando la ricchezza diventa generalizzata, in questo caso si stima essere 24 trilioni, ben pochi governanti resistono alla tentazione. 

Il caso cinese sembrerebbe però essere maggiormente complesso.

Se sicuramente in Cina sembrerebbe essere terminata la fase dello ‘arricchitevi come potete, ma arricchitevi‘ altrettanto sicuramente la situazione politica, economica e finanziaria interna non era sembrata essere troppo perturbata dagli investimenti esteri.

Se gli investimenti cinesi esteri non erano tassati, fatto questo che li ha stimolati non poco, altrettanto chiaramente dovrebbe essere evidente come siano stati mezzi potenti di penetrazione dei mercati stanieri con la forza dell’acquisto.

Nei fatti la Cina sta cambiando i suoi obiettivi strategici nei confronti del mondo. Gli investimenti esteri sono transitati ad essere un mezzo di dominio mondiale: hanno cessato di essere mero strumento di arricchimento.

In questa ottica, la tassazione delle attività estere potrebbe diventare un’arma impropria finalizzata al fine di conquistare una posizione egemone mondiale. Il polso della situazione è dato dal titolo di apertura del The New York Times:

Sexism Claims From Bernie Sanders’s 2016 Run: Paid Less, Treated Worse

Con simili avversari pwe i Cinesi è davvero facile conquistarsi l’egemonia.


Bloomberg. 2019-01-03. China’s Rich Brace for Tax Raid on $24 Trillion Wealth Pile

– Havens are disappearing, overseas earnings will become taxable

– Foreign assets to be easier to track, transfers may be levied

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China’s plan to cut taxes in 2019 for the masses has the nation’s super-rich running for cover on concern the government will make up the shortfall by going after the wealthy.

Changes to the tax regime as of Jan. 1 mean authorities will be paying closer attention to assets and investment holdings. In a nation where personal wealth is estimated to have climbed to a record $24 trillion in 2018 — $1 trillion of which is held abroad — that potentially offers rich pickings. Anxiety over how the new rules will be enforced has already triggered a flood of Chinese clients seeking to create overseas trusts.

Tougher taxes at home could have implications beyond China’s shores, with the country’s wealthy having been on a buying binge in recent years, driving up prices for everything from property in Vancouver and Sydney, to famous artworks and fine wines.

Offshore Cache

Chinese overseas wealth more than doubled between 2012 and 2018

The State Administration of Taxation didn’t respond to a faxed request for comment.

Here’s how the new tax rules may affect — and rein in — China’s rich:

Crackdown on Havens

Under the new rules, owners of offshore companies will not only pay taxes on dividends they receive but will also face levies of as much as 20 percent on corporate profits, from as low as zero previously. This has triggered a flood of rich families seeking refuge via trusts, which often shield wealthy owners from having to pay taxes unless the trusts hand out dividends. Overseas buildings or shell companies are also becoming easier to track for authorities as China embraces an international data-sharing agreement known as the Common Reporting Standard, or CRS.

It’s not clear how the government will utilize CRS data, especially in early 2019, but authorities may grant amnesty for a certain period for a stable transition or focus on penalizing the biggest offenders, according to Jason Mi, a partner at Ernst & Young in Beijing.

Closing Loopholes

In the past, the rich could avoid paying taxes on overseas earnings by acquiring a foreign passport or green card, while keeping their Chinese citizenship. But this won’t work starting in January as the government will tax global income from all holders of “hukou” household registrations — the most encompassing way of identifying a Chinese national — regardless of whether they have any additional nationalities.

That’s prompted many people to give up their Chinese citizenship in 2018 by surrendering their “hukou” to avoid paying taxes on foreign income from Jan. 1, according to Peter Ni, a Shanghai-based partner and tax specialist at Zhong Lun Law Firm. Starting in 2019, people surrendering Chinese citizenship will need to be audited by tax authorities first and possibly explain all their sources of income, according to Ni.

Reining in Gifts

Tycoons transferring assets to relatives or third parties could be subject to taxation in the new year, depending on how strictly China enforces rules on gifts, according to Ni at Zhong Lun. The levies could reach as much as 20 percent of the asset’s appreciated value, according to Ni.

For example, if a tycoon were to transfer overseas shares worth $1 million to his son for free, and if those shares originally cost the tycoon $100,000, the tycoon could be taxed 20 percent of the $900,000 increase in the value of those shares, or $180,000.

The risk of getting taxed will be higher if the recipient is a foreigner because their assets may be beyond Chinese officials’ reach, according to Ni.

Tougher Taxman

Tax authorities will sharpen their scrutiny of high-net-worth individuals thanks to more modern tools at their disposal, according to Ni. One is the Golden Tax System Phase III platform that’s being increasingly used to chase down people’s entire source of income. The system allows authorities to view various tax-related data, which had been scattered across various government departments, in one consolidated platform. The new system also beefs up the identification process by preventing individuals from divvying up their income across multiple sources or ID numbers to pay lower taxes.

But it’s not just the rich that may face a stricter tax environment. China lowered the threshold for blocking citizens with overdue taxes from leaving the country to 100,000 yuan ($14,600) from the previous threshold of 1 million yuan, according to the official Xinhua news agency.

Eyes on Property

Further down the road, China is preparing to introduce a property tax law that could go into effect as soon as 2020. Though the tax rate and the details remain unclear, the prospects of the tax has caused people with multiple apartments to worry and made properties a less desirable investment tool, EY’s Mi said.

Pubblicato in: Commercio, Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario, Stati Uniti

Wall Street. Dow Jones -2.83%, Nasdaq -3.04% , Apple -9.96.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-03. h 23:20.

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Sembrerebbe verosimile che domani venerdì 4 gennaio le borse europee non saranno poi molte toniche.

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Wall Street rompe di nuovo i freni: va a sbattere, Apple crash

Nuova caduta rovinosa oggi per la piazza azionaria di Wall Street , dopo la chiusura in moderato rialzo della vigilia , che ha archiviato la giornata di scambi in prossimità dei minimi intraday . Il Nasdaq Composite , affossato da Apple (NasdaqGS: AAPLnotizie) e dai profondi ribassi che hanno fatto registrare i titoli dei semiconduttori , ha infatti perso il 3,04% a 6.463,50 punti con al gancio il Dow Jones , -2,83% a 22.686,22 punti. Netto rosso al close pure per l’ampio indice S&P 500 , -2,48% a 2.447,89 punti, mentre l’indice azionario delle medie capitalizzazioni Russell 2000 ha perso l’1,30% a 1.330,97 punti.

Thursday was an ugly day for markets. Stocks fell sharply, with the Dow closing more than 600 points lower, after Apple blamed a Chinese economic slowdown for the company’s weaker-than-expected manufacturing data.

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Pubblicato in: Commercio, Devoluzione socialismo, Logistica, Unione Europea

Tav Lione – Torino. Quello che non si potrebbe mai dire. Cui prodest.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-11-12.

EU Corridoi 001

Sulla Tav Lione – Torino, così come per la Gronda di Genova, sono stati sollevati immani polveroni, oramai così radicati e vissuti visceralmente  da dimenticarsi del perché siano nati.

La recente dimostrazione Sì – Tav ha portato in piazza quasi trentamila persone. Ma la politica non dovrebbe essere fatta a colpi di piazza né, tanto meno, i grandi piani infrastrutturali dovrebbero essere condizionati da interessi locali.

Se in Italia fosse possibile ragionare, ci si porrebbe il problema in termini differenti: chi guadagna e chi perde dalla costruzione della Tav Torino – Lione, cui prodest la Gronda di Genova?

Immediatamente il problema diventa chiaro, chiarissimo, e la scelta del sì oppure del no appare evidente in tutta la sua portata.

Aiutiamoci con una cartina dell’Europa.

I Pirenei formano una catena quasi invalicabile, che ammette passaggi di traffici solo a nord a San Sebastian, ed a sud a Perpignan.

Le merci generate nella parte settentrionale della penisola iberica trovano via naturale passare da San Sebastian puntando quindi sul nodo di Parigi. Questa direttrice raccoglie anche i prodotti della costa occidentale della Francia.

Le merci generate invece nella parte meridionale della penisola iberica, massimamente la Catalogna, si instradano dalla via di Perpignan. Il problema diventa di nostra pertinenza per il fatto che i confini settentrionali dell’Italia sono costituiti dall’arco alpino: solo galleria lunghe e costose possono consentirne l’attraversamento.

Tre le possibili direttrici.

I traffici diretti al nord Europa imboccano la Marsiglia – Lione – Digione e di qui sono direttamente in Germania. È un percorso già in essere ed efficiente.

Ma i traffici diretti all’Europa dell’est troverebbero sbocco naturale in una direttrice meridionale, Marsiglia – Genova – Milano – Ljubijana – Budapest. Il nodo dei varchi appenninici di Genova diventerebbe immediatamente strategico. Dire sì alla gronda di Genova, autostradale e ferroviaria, significa avocare i traffici di Portogallo, Spagna e Francia meridionale verso l’Europa dell’est. Dire no significa semplicemente lasciare ad altri il lucro che ne deriva.

La terza direttrice consiste invece nella Marsiglia – Lione, già in essere, per passare quindi da Torino e Milano, proseguendo quindi verso l’est. Questa soluzione è alternativa a quella litoranea, è di costruzione più facile, tranne che nel traforo alpino.

Questa cartina ci aiuta a comprendere cosa rappresenti in termini ni traffici e mercati la linea di comunicazione con l’Europa dell’est.

EU Corridoi 003

In gioco sono i traffici con i paesi balcanici passando dal nodo di Budapest. Non solo: di lì si prosegue fino ad Istanbul e di qui al Medio oriente, per non menzionare il nodo di Dimitrovgrad, che mette in comunicazione con il mercato dell’Ukraina e della Russia meridionale.

Né si sottovalutino i nodi di Vienna, con direttrice fino a Kiev, né quello di Berlino, che si snoda attraversa Varsavia, Minsk, Mosca a sud e San Pietroburgo a Nord.

* * * * * * *

Gli interessi politici, economici e commerciali sono semplicemente enormi.

Il duopolio francogermanico ha da sempre privilegiato l’asse Marsiglia – Lione – Digione, utilizzando quindi il nodo di Vienna per i traffici con l’est. Dobbiamo anche dargli atto di aver fatto tutto l’umano possibile per bloccare l’itinerario litoraneo e la tratta Lione – Torino, e di averlo anche fatto con successo.

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Ora dovrebbe essere chiaro cosa significhi optare per Tav – Sì oppure per Tav – No.

Chi desidera far guadagnare l’asse francotedesco ed estromettere l’Italia dai traffici internazionali opta per il No – Tav, poi il resto è folklore.


Corriere. 2018-11-11. Sì-Tav, il messaggio dell’onda. Appendino isolata

I primi ad arrivare sono stati gli operai della Fiammengo, restauri conservativi e bonifiche di amianto. «Tanto siamo abituati ad alzarci presto, anche di sabato». Il portavoce si chiama Antonio, e dalla felpa sotto al giaccone rosso da lavoro spunta una spilla di Alberto da Giussano. «Ma che c’entra, qui si tratta di puro buon senso».

Erano le nove di una mattina umida, pozzanghere sui lastroni e pioggerellina fitta. Appoggiate sul davanzale del palco mobile, Patrizia e Giovanna, due delle sette madamìn che hanno organizzato il sit-in, guardavano lo spazio ancora vuoto davanti a loro e si facevano domande. «E adesso che siamo qui? Verranno davvero?». La risposta è arrivata due ore dopo, quando in piazza Castello non c’era ormai più spazio per uno spillo e neppure per la pazienza di una città, spaventata dal proprio isolamento, dalla perdita di una qualunque rilevanza politica. Nelle strade laterali non ci sono pullman di manifestanti e striscioni prefabbricati. La gente scende dai tram 13 e 15 strapieni, si fa largo tra la folla a piedi, senza strilli, senza bandiere di partito, intravisti tra la folla Mariastella Gelmini, Piero Fassino e alcuni deputati leghisti piemontesi, senza rabbia. Alla fine saranno almeno trentamila persone. «Questa volta partecipare è un dovere, un modo per ricordare all’Italia chi siamo», spiega Giacomo, liceale del D’Azeglio.

Quante cose in una sola piazza. La manifestazione «Sì Torino va avanti», gioco di parole per ribellarsi alla fine annunciata della celebre Tav diventata negli anni ossessione e oggi ultimo irrinunciabile baluardo dei Cinque stelle, ha creato una sovrapposizione quasi perfetta tra il livello locale, la ribellione a una poco felice decrescita cittadina, e quello nazionale, un messaggio forte e chiaro contro accordi interni al governo che prevedono la rinuncia a una sola grande opera, quella piemontese, nel nome della salvaguardia del patto di governo.

«Meglio madamìn che badòla» recitava un cartello. Il primo aggettivo ha avuto una certa fortuna. L’ha coniato un consigliere comunale Cinque stelle per le organizzatrici, ignaro del fatto che il termine non è dispregiativo ma indica solo giovani signore sposate con suocera ancora vivente. Il secondo significa stupido, nell’accezione più rotonda possibile. Stefania Cerotti, il destino nel cognome in quanto medico, si era portata da casa un reperto d’epoca, il depliant di Torino 2006, «Passion lives here», ce n’erano tanti in piazza, e molte bandiere con i cinque cerchi, a riprova di una nostalgia diffusa, quando questa città era il posto dove stare. La cartellonistica artigianale aveva toni più netti di quelli che giungevano da un palco così composto da mandare per due volte di fila l’Inno di Mameli dagli altoparlanti. «Grillini retrogradi» ha scritto a pennarello blu su sfondo bianco Riccardo Brignolo, dirigente in pensione di Telecom. Altri erano ancora più espliciti, «Sì Tav, Sì progresso, No 5Stelle».

La fine dell’eccezione torinese, la sindaca brava opposta alla collega meno fortunata di Roma, si è già consumata nel silenzio di questi mesi, con la scelta di rendere Torino capitale del No al Tav, un voto avvenuto in sua assenza. Il successo di questa manifestazione ha reso ancora più evidente l’isolamento dell’attuale giunta dal resto della città.

Chiara Appendino è stata la prima a capire che non poteva fare finta di nulla, come spesso le succede. «Al netto delle diverse sensibilità politiche» ha detto affidando la sua voce a quei social che per una volta sono stati la nemesi dei suoi Cinque stelle, «in piazza c’erano energie positive e idee condivisibili, per le quali la porta del mio ufficio è sempre aperta». Ma forse è tardi per i buoni propositi.

L’apertura della sindaca ha soltanto dato la misura della sua solitudine, perché nel giro di pochi minuti alcuni suoi consiglieri comunali hanno sbattuto quella porta chiudendo a qualunque ipotesi di dialogo. Chiara Paoli, consigliera comunale M5S, pasionaria del No alle Olimpiadi, del No alla Tav, ha usato la clava. «In piazza c’erano persone che hanno reso una barzelletta il nostro paese. Ascoltare chi vuole imporre interessi personali? Anche no». Il suo collega di Movimento Damiano Carretto ci ha aggiunto una punta di quel cospirazionismo che è stato il tratto dominante dei Cinque stelle locali alla vigilia della manifestazione Sì Tav. «Abbiamo perso troppo tempo per provare ad accreditarci con un sistema che pensava di manovrarci come dei burattini».

La verità è che c’erano tutte le associazioni di categorie, commercianti artigiani, industriali, un mezzo miracolo per chi conosce la litigiosità dei corpi intermedi torinesi. C’erano operai, studenti, maestre e avvocati d’affari, una piazza difficile da colorare o definire, figlia di una manifestazione davvero spontanea. Fino alla sera del 29 ottobre, appena dodici giorni fa invece non c’era niente che facesse presagire questa mescolanza così inedita. Solo sette donne che discutevano su Facebook, fino a quando una di loro ha avuto l’idea. «La piazza parla» dice Giovanna Giordano. Le madamìn che tali non sono vorrebbero avere udienza dal presidente Sergio Mattarella per chiedergli un garante super partes che vigili sulla analisi costi-benefici della Tav. Ritengono che per come è composta, la commissione nominata dal ministro Danilo Toninelli equivalga a un plotone di esecuzione dell’opera e in questo senso hanno il coraggio di dire quel che sostengono in molti. «Non si decide il destino di una regione giocando una partita truccata».

Piazza Castello è un segnale da non sottovalutare per il governo. Il messaggio che arriva da questa adunata spontanea è una richiesta di sincerità, pari trattamento per tutti, senza agnelli sacrificali. E infatti i trentamila non sono passati inosservati. Matteo Salvini sa che sulla Tav il compromesso è quasi impossibile, quindi utilizza anche lui lo specchio per allodole dell’analisi costi-benefici, nella speranza che il tempo passi. «Un’opera cominciata è sempre meglio finirla. Aspettiamo che gente più competente di me dica se costa di più andare avanti o tornare indietro». Toninelli al solito declina il verbo dell’ortodossia. «Nessuna lezione da chi ha lasciato solo problemi giganteschi da risolvere». Sarà un lungo inverno. La manifestazione si è chiusa con un appello che più piemontese non si può. «Vi chiediamo di avviarvi con compostezza verso le vostre case». Ma ieri, ancora una volta, almeno per un giorno, era Torino, Italia.

Pubblicato in: Cina, Commercio, Devoluzione socialismo, India, Stati Uniti, Unione Europea

Iran. Sanzioni con eccezioni per otto stati, tra i quali l’Italia.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-11-09.

Donald Trump photographed at Trump Tower in NYC

Nessuno intende entrare nel merito sulla opportunità o meno di imporre sanzioni economiche all’Iran.

I risvolti di queste sanzioni hanno però un consistente interesse nel cercare di comprendere la dinamica considerata dal punto di vista americano.

Trump. Sanzionare l’Iran per distruggere la Germania, meglio Frau Merkel. – Handelsblatt.

«Mr Trump aveva semplicemente ignorato eurodirigenza e governi europei, ottenendo in questa maniera il massimo risultato con il mimino sforzo. Non solo, Mr Trump aveva piantato un cuneo tra il governo tedesco e la realtà del comparto produttivo e commerciale, ponendoli in un’antitesi di vita o di morte.»

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«Anyone doing business with Iran will not be doing business with the United States»

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«Even as European leaders oppose the measure, the likes of Daimler and Siemens are scrambling to comply rather than risk disruption of their US business»

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Giuridicamente parlando, codeste non sono sanzioni.

Ma adesso i tempi sono mutati.

«US Secretary of State Mike Pompeo has announced the details of US sanctions against Iran, including oil exemptions for eight countries»

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«As US sanctions against Iran came back into effect on Monday, US Secretary of State Mike Pompeo revealed that several countries secured oil import exemptions, including: India, China, Taiwan, Japan, South Korea, Turkey, Greece, and Italy»

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Se è vero che è stato Mr Trump a stilare questa direttiva, sarebbe altrettanto vero e doveroso ricordasi della fine diplomazia messa in atto da Mr Conte e da Mr Salvini. L’Italia è l’unico paese europeo ad essere esentato dall’azione americana, e questo è per gli eurocrati un ferro incandescente inserito nei canali lacrimali e nelle trombe di Eustachio.

Poi ci si domanda per quale motivo i partiti europei tradizionali siano snobbati dai Cittadini Elettori.


Deutsche Welle. 2018-11-05. Iran sanctions: US grants oil exemptions for several countries

US Secretary of State Mike Pompeo has announced the details of US sanctions against Iran, including oil exemptions for eight countries. Tehran has said it will continue to sell oil despite the new sanctions.

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As US sanctions against Iran came back into effect on Monday, US Secretary of State Mike Pompeo revealed that several countries secured oil import exemptions, including: India, China, Taiwan, Japan, South Korea, Turkey, Greece, and Italy.

Iran has said it will defy the reimposition of sanctions, which target the country’s oil exports and financial transactions. The US decided to reimpose the sanctions after US President Donald Trump withdrew from the 2015 Iran nuclear deal earlier this year.

Exemptions from sanctions:

– Pompeo told reporters that the eight countries secured temporary waivers to continue importing oil from Iran.

– The exemptions were granted with the understanding that the countries will seek to reduce their imports to zero.

– Waivers were also issued to allow European firms to continue conversion work on two of Iran’s nuclear facilities.

– Pompeo also warned Tehran that it can “either do a 180-degree-turn, or it can see its economy crumble.”

– Treasury Secretary Steven Mnuchin told reporters that he expects European nations to honor the sanctions, but that certain transactions — particularly humanitarian ones — will continue to be allowed.

Iran decries ‘bullying’

Iranian leaders appeared defiant on Monday, saying they are preparing to weather the storm. Iranian President Hassan Rouhani said that his country “will continue to sell our oil,” despite the sanctions.

Foreign Minister Javad Zarif described the reimposition of sanctions as “bullying,” adding that the move was backfiring against Washington by making it more isolated even among its allies.

What the sanctions target: Monday’s measures completely restore all the US sanctions that were lifted under the Iran nuclear deal. This round specifically targets over 700 Iranian entities and assets including: 50 Iranian banks, Iran Air, as well as numerous people and vessels in the country’s shipping sector. The sanctions also come as Iran’s economy is under pressure from the first round of US sanctions that went into effect in August.

What is the Iran nuclear deal? In July 2015, international powers and Iran agreed to a deal that called for lifting crippling international sanctions in exchange for Iran dismantling its nuclear program. Known as the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), the deal with Iran was signed by the United States, Germany, the United Kingdom, China, Russia, France and the European Union. Trump announced he was pulling his country out of the deal earlier this year.

Pubblicato in: Commercio, Economia e Produzione Industriale, Finanza e Sistema Bancario

Blackrock. Mr Fink, il vero padrone del mondo.

Giusepp Sandro Mela.

2018-11-02.

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L’importante non è possedere.

L’importante è poter disporre.

«conta chi governa i consigli di amministrazione».


BlackRock.

Blackrock è la più grande società di investimenti a livello mondiale e gestisce direttamente oltre 6,300 miliardi di dollari. Ma questo è solo la punta di iceberg.

«Attraverso BlackRock Solutions – risultato di continui investimenti in sistemi tecnologici integrati altamente sofisticati – BlackRock offre soluzioni di gestione del rischio e piattaforme d’investimento ad un’ampia rosa di clienti istituzionali, detentori di un patrimonio complessivo di oltre 7.000 miliardi di dollari.»

Più tutto il resto.

Fondata da Robert S. Kapito e da Laurence Fink nel 1988, ha basato il suo successo su alcune semplicissime considerazioni.

– Una società di investimenti può ammaliare un potenziale cliente, ma se non lo fa guadagnare perde sia il cliente sia il suo entourage. I clienti soddisfatti sono fedeli e portano immediatamente altri clienti. Il guadagno assicurato è la migliore forma pubblicitaria possibile.

– Gli investimenti devono essere copiosi, fruttiferi e stabili nel tempo. Quindi, pochissimo mordi e fuggi. Solo investimenti strategici. La platea deve essere semplicemente il mondo.

– Tipicamente, si rileva un pacchetto di compartecipazione in una società produttiva sana. Non un pacchetto di maggioranza, sarebbe troppo oneroso, ma di dimensioni tali da poter nominare membri nel cda e da poter influenzare la condotta della società stessa.

– Le società delle quali BlackRock detiene una partecipazione azionaria formano un network virtuale di aziende sane e redditizie, che si spalleggiano le une con le altre. Per esempio, una società produttrice utilizzerà delle banche ove sia presente Blackrock, si servirà da fornitori Blackrock, venderà ad utilizzatori Blackrock.

Ma la idea portante è utilizzare il denaro degli altri, ossia degli investitori, per ottenere il condizionamento del cda di una società, obbligandolo alla generazione di reddito da ripartire tra gli azionisti ed alle norme comportamentali su riportate. La conditio sine qua non è una gestione impeccabile di quanto conferito. A nessuno mai interesserà come il denaro sia investito purché esso frutti utili copiosi.

La onestà di comportamento nei confronti degli investitori che hanno conferito il loro denaro da gestire è il cuore del comportamento di BlackRock, e ne condiziona eticamente ogni azione. Infatti nessun investimento dura nel tempo se è utilizzato in modo improprio.

– Nella realtà dei fatti, BlackRock ha introdotto una filosofia di investimenti volta sicuramente al profitto, ma molto di più al controllo: in altri termini, al potere.  Non solo. Se è difficile entrare nel suo organico, è facilissimo uscirne: le progressioni di carriera sono fortemente meritocratiche, basate solo sui risultati ottenuti. Si viene così a formare una scuola dirigenziale di elevato valore, che potrebbe in ogni momento transitare alla politica surclassando i classici candidati mediatici. In altri termini: è un nuovo modo di fare politica.

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Blackrock è praticamente invisibile, ma c’è. Di per sé conta poche decine di miliardi di dollari americani, ma ne mobilizza 6,300 direttamente e 70,000 indirettamente: una potenza di fuoco che nessun governo a questo mondo può permettersi. Resta invisibile ai più proprio perché detiene e gestisce, ma non possiede. È semplicemente impossibile allo stato attuale delle cose poterlo colpire.

Non gradisce sedi pompose, è sparagnina in tutto, personale compreso: a livello mondiale sono circa 12,000 le persone che lavorano direttamente od indirettamente per lei. Non ha quote rosa. In Italia sono meno di un centinaio, che trattano più di ottanta miliardi ogni anno, collocati in un sottoscala. Tutto è discreto, al limite della visibilità.

Con le sue dimensioni attuali nessuno stato sovrano può permettersi di ignorarla. Il pericolo reale consisterebbe in un suo ritiro: potrebbe andarsene via. Se BlackRock ritirasse gli investimenti fatti in una nazione, questa barcollarebbe.

Dovrebbe essere evidente l’immane potere che ha, e che impiega sobriamente: se è vero che anche da una guerra si possono trarre buoni guadagni, dalla pace se ne ottengono ottimi. BlackRock vive e vivrà fino a tanto che farà guadagnare i suoi investitori.


Corriere. 2018-09-29. Cos’è davvero Blackrock: la roccia invisibile che governa il mondo

Pochi conoscono la più grande società d’investimento al mondo, con un patrimonio gestito di 6.3 trilioni di dollari, E’ il primo investitore straniero in Europa (e in Italia) e azionista di peso in molte banche.

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Tutti hanno sentito parlare almeno una volta di Goldman Sachs, la potente banca d’investimento americana, da decenni dentro agli affari europei. Ma pochi conoscono Blackrock, oggi la più grande società d’investimento al mondo, con un patrimonio gestito di 6.3 trilioni di dollari, il Pil di Francia e Spagna messe insieme, quasi tre volte il nostro debito pubblico. La roccia nera deve la sua fortuna alla gestione patrimoniale: fondi pensione, banche, Stati, risparmiatori come noi, sono i suoi clienti. E siccome gestisce i soldi degli altri, è discreta, non si vede, dice che non bisogna regolamentarla come una banca. Eppure è il primo investitore straniero in Europa (e in Italia), azionista di peso in banche come la Deutsche Bank, Intesa San Paolo, Bnp, Ing, azionista rilevante anche nei settori dell’energia, chimica, trasporti, agroalimentare, aeronautica, immobiliare, dove vota regolarmente nelle assemblee generali, con una quota importante di voti. E detiene anche un grosso volume di bond di debito pubblico. Blackrock è come il wifi, invisibile, eppure presente.

Il suo fondatore e amministratore delegato, Larry Fink, è uno degli uomini più influenti al mondo, la rivista americana Fortune lo mette quest’anno all’ottavo posto dei più «grandi leader», dopo Bill Gates e prima di Emmanuel Macron, nel 2015. Quando viene in Europa, questo ex trader californiano, viene ricevuto come un capo di Stato, che vada a Roma a incontrare Renzi (nel 2014), a Parigi da Emmanuel Macron, all’Aia da Marc Rutte. In America Fink è ben conosciuto, ospite fisso dei programmi finanziari della Fox, Cnn, Cnbc. Da noi non è ancora una star del grande pubblico, anche se una scelta di mercato di Blackrock o un suo commento politico, possono cambiare l’andamento dei mercati e degli spread.
La grande fortuna della roccia nera, nata solo trent’anni fa (1988), viene dai fondi passivi, gli ETF o exchanged traded funds, 72% del suo portafoglio. I fondi passivi non sono nuovi, ma nell’ultimo decennio sono letteralmente esplosi, occupando oggi il 40% del totale delle azioni nel mondo, con Blackrock leader assoluto di questo settore. La ragione principale del loro boom è che costano poco, 0.2% del valore investito, un decimo circa rispetto ai costi di un fondo attivo. Ma mentre un fondo attivo è gestito da manager che cercano di migliorarne il risultato, un Etf va in automatico, copia come un clone il valore di un indice di borsa (Mib a Milano, Cac 40 a Parigi, Dax 30 a Francoforte o Ftse 100 a Londra). Se le azioni dell’indice vanno su, sale anche il valore dei fondi Blackrock, se l’indice perde valore, scendono anche i fondi passivi. Questo spiega il successo di Blackrock, soprattutto negli anni della crisi, dal 2008-2009 in poi. I rendimenti dei fondi attivi cominciavano a diminuire e la gente aveva sempre meno soldi da investire. Blackrock è diventato l’Uber della finanza: poco caro e a portata di tutti.

Ma c’è di più. Oltre ai fondi, Blackrock cresce anche grazie al successo del suo software per la gestione del rischio, Aladdin (Asset, Liability, Debt and Derivative Investment Network). Sviluppato da Larry Fink per proteggere la società da cattivi investimenti, Aladdin è ormai venduto in 50 paesi, analizza 30 mila portafogli, anche concorrenti di Blackrock, come la francese Bnp Paribas, il fondo britannico Schroders e tante grosse banche e assicurazioni. Gli utilizzatori parlano di un piccolo genio, proprio come quello della lampada di Aladino, che riceve i dati sensibili di una banca – la sua contabilità, i collocamenti nel mercato – e calcola in tempo reale il rischio di ogni operazione. Secondo il Financial Times Aladdin gestisce 250.000 operazioni ogni giorno per un capitale di 20 mila miliardi di dollari, una montagna di dati che i server di Blackrock accumulano sui cloud della società. Larry Fink ha promesso di portare il fatturato di Aladdin dal 7% del totale di Blackrock oggi, al 30% nei prossimi cinque anni.

E non finisce qui. Blackrock indossa tanti cappelli. In Europa si è fatta conoscere nei giorni bui della crisi economica quando la Troika (Fondo monetario internazionale, Commissione e Banca centrale europea) pretese che la società americana studiasse i conti delle banche a rischio fallimento. In Irlanda e Grecia, ma poi anche a Cipro e in Spagna e più recentemente in Olanda, la società americana è stata chiamata a studiare i portafogli delle banche e in particolare la qualità dei crediti deteriorati o a effettuare stress test sulle stesse banche, a proporre una ristrutturazione di alcuni istituti di credito. Nonostante Blackrock sia anche la maggiore azionista di molte di queste banche. In Irlanda, solo otto mesi dopo aver consigliato il governo su come ristrutturare quattro banche, la roccia nera ha comprato il 3% della Banck of Ireland, una di quelle salvate.

Blackrock è molto benvoluta anche dalla Banca centrale europea che per due volte l’ha chiamata come advisor, l’ultimo contratto nel 2016 per preparare gli stress test di 39 grosse banche europee. Banche dove, ancora una volta, Blackrock è azionista di primo piano. Confitto d’interessi, vantaggi sul mercato quando si è cosi’ vicini alle istituzioni ? No, dichiara con fermezza la roccia nera: all’interno delle filiali di Blackrock esistono delle vere e proprie muraglie cinesi, che impediscono ai dipendenti di parlarsi e scambiarsi informazioni confidenziali. Anche se molti esperti dicono che a un certo livello molto alto di management, la parte advising si riunisce con quella di investitore e di controllore, intorno a uno stesso tavolo.

Ma chi controlla Blackrock? Questo non è un tema nell’agenda dei governi europei. E’ piuttosto il contrario, il colosso americano viene assunto dai governi per controllare altre società. Come nel caso recente dell’Irlanda che nel marzo del 2018 ha chiamato Blackrock per gestire un fondo di 14 miliardi di euro, illegalmente ricevuti, secondo la Commissione europea, dalla Apple, come aiuti di stato. E cosi’ la società di Larry Fink, che possiede 52 miliardi di azioni Apple (Blackrock è il secondo maggiore azionista in Apple dopo l’altro asset manager Vanguard), sta analizzando la sua stessa pancia per consigliare al meglio il governo di Leo Varadkar, in attesa che la disputa con la Corte di giustizia europea (tra Stato irlandese e Commissione) termini.

Il board di Blackrock è ben cosciente del peso e dell’influenza che la società, per quanto gestisca i soldi degli altri, esercita a livello planetario. Il 16 gennaio scorso Larry Fink ha scritto una lettera ai Ceo delle società dove Blackrock è azionista, chiedendo loro di avere uno «scopo sociale», «non concentrarsi solo sulle performance finanziarie». «Molti governi sono impreparati ad affrontare il futuro», dice Fink nella sua lettera, e quindi “la società si rivolge sempre di più al settore privato ». Poi la missione per ogni società : «Ogni azienda deve dimostrare di aver fornito un contributo positivo alla società, a beneficio di tutti, azionisti, dipendenti, clienti..». Che succede, il volto della finanza sta cambiando, un insieme di fondi passivi vuole ora salvare il mondo? Intanto, dal gennaio del 2017, il titolo Blackrock è aumentato del 40%.