Pubblicato in: Commercio, Devoluzione socialismo, Logistica, Unione Europea

Tav Lione – Torino. Quello che non si potrebbe mai dire. Cui prodest.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-11-12.

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Sulla Tav Lione – Torino, così come per la Gronda di Genova, sono stati sollevati immani polveroni, oramai così radicati e vissuti visceralmente  da dimenticarsi del perché siano nati.

La recente dimostrazione Sì – Tav ha portato in piazza quasi trentamila persone. Ma la politica non dovrebbe essere fatta a colpi di piazza né, tanto meno, i grandi piani infrastrutturali dovrebbero essere condizionati da interessi locali.

Se in Italia fosse possibile ragionare, ci si porrebbe il problema in termini differenti: chi guadagna e chi perde dalla costruzione della Tav Torino – Lione, cui prodest la Gronda di Genova?

Immediatamente il problema diventa chiaro, chiarissimo, e la scelta del sì oppure del no appare evidente in tutta la sua portata.

Aiutiamoci con una cartina dell’Europa.

I Pirenei formano una catena quasi invalicabile, che ammette passaggi di traffici solo a nord a San Sebastian, ed a sud a Perpignan.

Le merci generate nella parte settentrionale della penisola iberica trovano via naturale passare da San Sebastian puntando quindi sul nodo di Parigi. Questa direttrice raccoglie anche i prodotti della costa occidentale della Francia.

Le merci generate invece nella parte meridionale della penisola iberica, massimamente la Catalogna, si instradano dalla via di Perpignan. Il problema diventa di nostra pertinenza per il fatto che i confini settentrionali dell’Italia sono costituiti dall’arco alpino: solo galleria lunghe e costose possono consentirne l’attraversamento.

Tre le possibili direttrici.

I traffici diretti al nord Europa imboccano la Marsiglia – Lione – Digione e di qui sono direttamente in Germania. È un percorso già in essere ed efficiente.

Ma i traffici diretti all’Europa dell’est troverebbero sbocco naturale in una direttrice meridionale, Marsiglia – Genova – Milano – Ljubijana – Budapest. Il nodo dei varchi appenninici di Genova diventerebbe immediatamente strategico. Dire sì alla gronda di Genova, autostradale e ferroviaria, significa avocare i traffici di Portogallo, Spagna e Francia meridionale verso l’Europa dell’est. Dire no significa semplicemente lasciare ad altri il lucro che ne deriva.

La terza direttrice consiste invece nella Marsiglia – Lione, già in essere, per passare quindi da Torino e Milano, proseguendo quindi verso l’est. Questa soluzione è alternativa a quella litoranea, è di costruzione più facile, tranne che nel traforo alpino.

Questa cartina ci aiuta a comprendere cosa rappresenti in termini ni traffici e mercati la linea di comunicazione con l’Europa dell’est.

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In gioco sono i traffici con i paesi balcanici passando dal nodo di Budapest. Non solo: di lì si prosegue fino ad Istanbul e di qui al Medio oriente, per non menzionare il nodo di Dimitrovgrad, che mette in comunicazione con il mercato dell’Ukraina e della Russia meridionale.

Né si sottovalutino i nodi di Vienna, con direttrice fino a Kiev, né quello di Berlino, che si snoda attraversa Varsavia, Minsk, Mosca a sud e San Pietroburgo a Nord.

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Gli interessi politici, economici e commerciali sono semplicemente enormi.

Il duopolio francogermanico ha da sempre privilegiato l’asse Marsiglia – Lione – Digione, utilizzando quindi il nodo di Vienna per i traffici con l’est. Dobbiamo anche dargli atto di aver fatto tutto l’umano possibile per bloccare l’itinerario litoraneo e la tratta Lione – Torino, e di averlo anche fatto con successo.

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Ora dovrebbe essere chiaro cosa significhi optare per Tav – Sì oppure per Tav – No.

Chi desidera far guadagnare l’asse francotedesco ed estromettere l’Italia dai traffici internazionali opta per il No – Tav, poi il resto è folklore.


Corriere. 2018-11-11. Sì-Tav, il messaggio dell’onda. Appendino isolata

I primi ad arrivare sono stati gli operai della Fiammengo, restauri conservativi e bonifiche di amianto. «Tanto siamo abituati ad alzarci presto, anche di sabato». Il portavoce si chiama Antonio, e dalla felpa sotto al giaccone rosso da lavoro spunta una spilla di Alberto da Giussano. «Ma che c’entra, qui si tratta di puro buon senso».

Erano le nove di una mattina umida, pozzanghere sui lastroni e pioggerellina fitta. Appoggiate sul davanzale del palco mobile, Patrizia e Giovanna, due delle sette madamìn che hanno organizzato il sit-in, guardavano lo spazio ancora vuoto davanti a loro e si facevano domande. «E adesso che siamo qui? Verranno davvero?». La risposta è arrivata due ore dopo, quando in piazza Castello non c’era ormai più spazio per uno spillo e neppure per la pazienza di una città, spaventata dal proprio isolamento, dalla perdita di una qualunque rilevanza politica. Nelle strade laterali non ci sono pullman di manifestanti e striscioni prefabbricati. La gente scende dai tram 13 e 15 strapieni, si fa largo tra la folla a piedi, senza strilli, senza bandiere di partito, intravisti tra la folla Mariastella Gelmini, Piero Fassino e alcuni deputati leghisti piemontesi, senza rabbia. Alla fine saranno almeno trentamila persone. «Questa volta partecipare è un dovere, un modo per ricordare all’Italia chi siamo», spiega Giacomo, liceale del D’Azeglio.

Quante cose in una sola piazza. La manifestazione «Sì Torino va avanti», gioco di parole per ribellarsi alla fine annunciata della celebre Tav diventata negli anni ossessione e oggi ultimo irrinunciabile baluardo dei Cinque stelle, ha creato una sovrapposizione quasi perfetta tra il livello locale, la ribellione a una poco felice decrescita cittadina, e quello nazionale, un messaggio forte e chiaro contro accordi interni al governo che prevedono la rinuncia a una sola grande opera, quella piemontese, nel nome della salvaguardia del patto di governo.

«Meglio madamìn che badòla» recitava un cartello. Il primo aggettivo ha avuto una certa fortuna. L’ha coniato un consigliere comunale Cinque stelle per le organizzatrici, ignaro del fatto che il termine non è dispregiativo ma indica solo giovani signore sposate con suocera ancora vivente. Il secondo significa stupido, nell’accezione più rotonda possibile. Stefania Cerotti, il destino nel cognome in quanto medico, si era portata da casa un reperto d’epoca, il depliant di Torino 2006, «Passion lives here», ce n’erano tanti in piazza, e molte bandiere con i cinque cerchi, a riprova di una nostalgia diffusa, quando questa città era il posto dove stare. La cartellonistica artigianale aveva toni più netti di quelli che giungevano da un palco così composto da mandare per due volte di fila l’Inno di Mameli dagli altoparlanti. «Grillini retrogradi» ha scritto a pennarello blu su sfondo bianco Riccardo Brignolo, dirigente in pensione di Telecom. Altri erano ancora più espliciti, «Sì Tav, Sì progresso, No 5Stelle».

La fine dell’eccezione torinese, la sindaca brava opposta alla collega meno fortunata di Roma, si è già consumata nel silenzio di questi mesi, con la scelta di rendere Torino capitale del No al Tav, un voto avvenuto in sua assenza. Il successo di questa manifestazione ha reso ancora più evidente l’isolamento dell’attuale giunta dal resto della città.

Chiara Appendino è stata la prima a capire che non poteva fare finta di nulla, come spesso le succede. «Al netto delle diverse sensibilità politiche» ha detto affidando la sua voce a quei social che per una volta sono stati la nemesi dei suoi Cinque stelle, «in piazza c’erano energie positive e idee condivisibili, per le quali la porta del mio ufficio è sempre aperta». Ma forse è tardi per i buoni propositi.

L’apertura della sindaca ha soltanto dato la misura della sua solitudine, perché nel giro di pochi minuti alcuni suoi consiglieri comunali hanno sbattuto quella porta chiudendo a qualunque ipotesi di dialogo. Chiara Paoli, consigliera comunale M5S, pasionaria del No alle Olimpiadi, del No alla Tav, ha usato la clava. «In piazza c’erano persone che hanno reso una barzelletta il nostro paese. Ascoltare chi vuole imporre interessi personali? Anche no». Il suo collega di Movimento Damiano Carretto ci ha aggiunto una punta di quel cospirazionismo che è stato il tratto dominante dei Cinque stelle locali alla vigilia della manifestazione Sì Tav. «Abbiamo perso troppo tempo per provare ad accreditarci con un sistema che pensava di manovrarci come dei burattini».

La verità è che c’erano tutte le associazioni di categorie, commercianti artigiani, industriali, un mezzo miracolo per chi conosce la litigiosità dei corpi intermedi torinesi. C’erano operai, studenti, maestre e avvocati d’affari, una piazza difficile da colorare o definire, figlia di una manifestazione davvero spontanea. Fino alla sera del 29 ottobre, appena dodici giorni fa invece non c’era niente che facesse presagire questa mescolanza così inedita. Solo sette donne che discutevano su Facebook, fino a quando una di loro ha avuto l’idea. «La piazza parla» dice Giovanna Giordano. Le madamìn che tali non sono vorrebbero avere udienza dal presidente Sergio Mattarella per chiedergli un garante super partes che vigili sulla analisi costi-benefici della Tav. Ritengono che per come è composta, la commissione nominata dal ministro Danilo Toninelli equivalga a un plotone di esecuzione dell’opera e in questo senso hanno il coraggio di dire quel che sostengono in molti. «Non si decide il destino di una regione giocando una partita truccata».

Piazza Castello è un segnale da non sottovalutare per il governo. Il messaggio che arriva da questa adunata spontanea è una richiesta di sincerità, pari trattamento per tutti, senza agnelli sacrificali. E infatti i trentamila non sono passati inosservati. Matteo Salvini sa che sulla Tav il compromesso è quasi impossibile, quindi utilizza anche lui lo specchio per allodole dell’analisi costi-benefici, nella speranza che il tempo passi. «Un’opera cominciata è sempre meglio finirla. Aspettiamo che gente più competente di me dica se costa di più andare avanti o tornare indietro». Toninelli al solito declina il verbo dell’ortodossia. «Nessuna lezione da chi ha lasciato solo problemi giganteschi da risolvere». Sarà un lungo inverno. La manifestazione si è chiusa con un appello che più piemontese non si può. «Vi chiediamo di avviarvi con compostezza verso le vostre case». Ma ieri, ancora una volta, almeno per un giorno, era Torino, Italia.

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Pubblicato in: Cina, Commercio, Devoluzione socialismo, India, Stati Uniti, Unione Europea

Iran. Sanzioni con eccezioni per otto stati, tra i quali l’Italia.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-11-09.

Donald Trump photographed at Trump Tower in NYC

Nessuno intende entrare nel merito sulla opportunità o meno di imporre sanzioni economiche all’Iran.

I risvolti di queste sanzioni hanno però un consistente interesse nel cercare di comprendere la dinamica considerata dal punto di vista americano.

Trump. Sanzionare l’Iran per distruggere la Germania, meglio Frau Merkel. – Handelsblatt.

«Mr Trump aveva semplicemente ignorato eurodirigenza e governi europei, ottenendo in questa maniera il massimo risultato con il mimino sforzo. Non solo, Mr Trump aveva piantato un cuneo tra il governo tedesco e la realtà del comparto produttivo e commerciale, ponendoli in un’antitesi di vita o di morte.»

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«Anyone doing business with Iran will not be doing business with the United States»

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«Even as European leaders oppose the measure, the likes of Daimler and Siemens are scrambling to comply rather than risk disruption of their US business»

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Giuridicamente parlando, codeste non sono sanzioni.

Ma adesso i tempi sono mutati.

«US Secretary of State Mike Pompeo has announced the details of US sanctions against Iran, including oil exemptions for eight countries»

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«As US sanctions against Iran came back into effect on Monday, US Secretary of State Mike Pompeo revealed that several countries secured oil import exemptions, including: India, China, Taiwan, Japan, South Korea, Turkey, Greece, and Italy»

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Se è vero che è stato Mr Trump a stilare questa direttiva, sarebbe altrettanto vero e doveroso ricordasi della fine diplomazia messa in atto da Mr Conte e da Mr Salvini. L’Italia è l’unico paese europeo ad essere esentato dall’azione americana, e questo è per gli eurocrati un ferro incandescente inserito nei canali lacrimali e nelle trombe di Eustachio.

Poi ci si domanda per quale motivo i partiti europei tradizionali siano snobbati dai Cittadini Elettori.


Deutsche Welle. 2018-11-05. Iran sanctions: US grants oil exemptions for several countries

US Secretary of State Mike Pompeo has announced the details of US sanctions against Iran, including oil exemptions for eight countries. Tehran has said it will continue to sell oil despite the new sanctions.

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As US sanctions against Iran came back into effect on Monday, US Secretary of State Mike Pompeo revealed that several countries secured oil import exemptions, including: India, China, Taiwan, Japan, South Korea, Turkey, Greece, and Italy.

Iran has said it will defy the reimposition of sanctions, which target the country’s oil exports and financial transactions. The US decided to reimpose the sanctions after US President Donald Trump withdrew from the 2015 Iran nuclear deal earlier this year.

Exemptions from sanctions:

– Pompeo told reporters that the eight countries secured temporary waivers to continue importing oil from Iran.

– The exemptions were granted with the understanding that the countries will seek to reduce their imports to zero.

– Waivers were also issued to allow European firms to continue conversion work on two of Iran’s nuclear facilities.

– Pompeo also warned Tehran that it can “either do a 180-degree-turn, or it can see its economy crumble.”

– Treasury Secretary Steven Mnuchin told reporters that he expects European nations to honor the sanctions, but that certain transactions — particularly humanitarian ones — will continue to be allowed.

Iran decries ‘bullying’

Iranian leaders appeared defiant on Monday, saying they are preparing to weather the storm. Iranian President Hassan Rouhani said that his country “will continue to sell our oil,” despite the sanctions.

Foreign Minister Javad Zarif described the reimposition of sanctions as “bullying,” adding that the move was backfiring against Washington by making it more isolated even among its allies.

What the sanctions target: Monday’s measures completely restore all the US sanctions that were lifted under the Iran nuclear deal. This round specifically targets over 700 Iranian entities and assets including: 50 Iranian banks, Iran Air, as well as numerous people and vessels in the country’s shipping sector. The sanctions also come as Iran’s economy is under pressure from the first round of US sanctions that went into effect in August.

What is the Iran nuclear deal? In July 2015, international powers and Iran agreed to a deal that called for lifting crippling international sanctions in exchange for Iran dismantling its nuclear program. Known as the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), the deal with Iran was signed by the United States, Germany, the United Kingdom, China, Russia, France and the European Union. Trump announced he was pulling his country out of the deal earlier this year.

Pubblicato in: Commercio, Economia e Produzione Industriale, Finanza e Sistema Bancario

Blackrock. Mr Fink, il vero padrone del mondo.

Giusepp Sandro Mela.

2018-11-02.

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L’importante non è possedere.

L’importante è poter disporre.

«conta chi governa i consigli di amministrazione».


BlackRock.

Blackrock è la più grande società di investimenti a livello mondiale e gestisce direttamente oltre 6,300 miliardi di dollari. Ma questo è solo la punta di iceberg.

«Attraverso BlackRock Solutions – risultato di continui investimenti in sistemi tecnologici integrati altamente sofisticati – BlackRock offre soluzioni di gestione del rischio e piattaforme d’investimento ad un’ampia rosa di clienti istituzionali, detentori di un patrimonio complessivo di oltre 7.000 miliardi di dollari.»

Più tutto il resto.

Fondata da Robert S. Kapito e da Laurence Fink nel 1988, ha basato il suo successo su alcune semplicissime considerazioni.

– Una società di investimenti può ammaliare un potenziale cliente, ma se non lo fa guadagnare perde sia il cliente sia il suo entourage. I clienti soddisfatti sono fedeli e portano immediatamente altri clienti. Il guadagno assicurato è la migliore forma pubblicitaria possibile.

– Gli investimenti devono essere copiosi, fruttiferi e stabili nel tempo. Quindi, pochissimo mordi e fuggi. Solo investimenti strategici. La platea deve essere semplicemente il mondo.

– Tipicamente, si rileva un pacchetto di compartecipazione in una società produttiva sana. Non un pacchetto di maggioranza, sarebbe troppo oneroso, ma di dimensioni tali da poter nominare membri nel cda e da poter influenzare la condotta della società stessa.

– Le società delle quali BlackRock detiene una partecipazione azionaria formano un network virtuale di aziende sane e redditizie, che si spalleggiano le une con le altre. Per esempio, una società produttrice utilizzerà delle banche ove sia presente Blackrock, si servirà da fornitori Blackrock, venderà ad utilizzatori Blackrock.

Ma la idea portante è utilizzare il denaro degli altri, ossia degli investitori, per ottenere il condizionamento del cda di una società, obbligandolo alla generazione di reddito da ripartire tra gli azionisti ed alle norme comportamentali su riportate. La conditio sine qua non è una gestione impeccabile di quanto conferito. A nessuno mai interesserà come il denaro sia investito purché esso frutti utili copiosi.

La onestà di comportamento nei confronti degli investitori che hanno conferito il loro denaro da gestire è il cuore del comportamento di BlackRock, e ne condiziona eticamente ogni azione. Infatti nessun investimento dura nel tempo se è utilizzato in modo improprio.

– Nella realtà dei fatti, BlackRock ha introdotto una filosofia di investimenti volta sicuramente al profitto, ma molto di più al controllo: in altri termini, al potere.  Non solo. Se è difficile entrare nel suo organico, è facilissimo uscirne: le progressioni di carriera sono fortemente meritocratiche, basate solo sui risultati ottenuti. Si viene così a formare una scuola dirigenziale di elevato valore, che potrebbe in ogni momento transitare alla politica surclassando i classici candidati mediatici. In altri termini: è un nuovo modo di fare politica.

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Blackrock è praticamente invisibile, ma c’è. Di per sé conta poche decine di miliardi di dollari americani, ma ne mobilizza 6,300 direttamente e 70,000 indirettamente: una potenza di fuoco che nessun governo a questo mondo può permettersi. Resta invisibile ai più proprio perché detiene e gestisce, ma non possiede. È semplicemente impossibile allo stato attuale delle cose poterlo colpire.

Non gradisce sedi pompose, è sparagnina in tutto, personale compreso: a livello mondiale sono circa 12,000 le persone che lavorano direttamente od indirettamente per lei. Non ha quote rosa. In Italia sono meno di un centinaio, che trattano più di ottanta miliardi ogni anno, collocati in un sottoscala. Tutto è discreto, al limite della visibilità.

Con le sue dimensioni attuali nessuno stato sovrano può permettersi di ignorarla. Il pericolo reale consisterebbe in un suo ritiro: potrebbe andarsene via. Se BlackRock ritirasse gli investimenti fatti in una nazione, questa barcollarebbe.

Dovrebbe essere evidente l’immane potere che ha, e che impiega sobriamente: se è vero che anche da una guerra si possono trarre buoni guadagni, dalla pace se ne ottengono ottimi. BlackRock vive e vivrà fino a tanto che farà guadagnare i suoi investitori.


Corriere. 2018-09-29. Cos’è davvero Blackrock: la roccia invisibile che governa il mondo

Pochi conoscono la più grande società d’investimento al mondo, con un patrimonio gestito di 6.3 trilioni di dollari, E’ il primo investitore straniero in Europa (e in Italia) e azionista di peso in molte banche.

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Tutti hanno sentito parlare almeno una volta di Goldman Sachs, la potente banca d’investimento americana, da decenni dentro agli affari europei. Ma pochi conoscono Blackrock, oggi la più grande società d’investimento al mondo, con un patrimonio gestito di 6.3 trilioni di dollari, il Pil di Francia e Spagna messe insieme, quasi tre volte il nostro debito pubblico. La roccia nera deve la sua fortuna alla gestione patrimoniale: fondi pensione, banche, Stati, risparmiatori come noi, sono i suoi clienti. E siccome gestisce i soldi degli altri, è discreta, non si vede, dice che non bisogna regolamentarla come una banca. Eppure è il primo investitore straniero in Europa (e in Italia), azionista di peso in banche come la Deutsche Bank, Intesa San Paolo, Bnp, Ing, azionista rilevante anche nei settori dell’energia, chimica, trasporti, agroalimentare, aeronautica, immobiliare, dove vota regolarmente nelle assemblee generali, con una quota importante di voti. E detiene anche un grosso volume di bond di debito pubblico. Blackrock è come il wifi, invisibile, eppure presente.

Il suo fondatore e amministratore delegato, Larry Fink, è uno degli uomini più influenti al mondo, la rivista americana Fortune lo mette quest’anno all’ottavo posto dei più «grandi leader», dopo Bill Gates e prima di Emmanuel Macron, nel 2015. Quando viene in Europa, questo ex trader californiano, viene ricevuto come un capo di Stato, che vada a Roma a incontrare Renzi (nel 2014), a Parigi da Emmanuel Macron, all’Aia da Marc Rutte. In America Fink è ben conosciuto, ospite fisso dei programmi finanziari della Fox, Cnn, Cnbc. Da noi non è ancora una star del grande pubblico, anche se una scelta di mercato di Blackrock o un suo commento politico, possono cambiare l’andamento dei mercati e degli spread.
La grande fortuna della roccia nera, nata solo trent’anni fa (1988), viene dai fondi passivi, gli ETF o exchanged traded funds, 72% del suo portafoglio. I fondi passivi non sono nuovi, ma nell’ultimo decennio sono letteralmente esplosi, occupando oggi il 40% del totale delle azioni nel mondo, con Blackrock leader assoluto di questo settore. La ragione principale del loro boom è che costano poco, 0.2% del valore investito, un decimo circa rispetto ai costi di un fondo attivo. Ma mentre un fondo attivo è gestito da manager che cercano di migliorarne il risultato, un Etf va in automatico, copia come un clone il valore di un indice di borsa (Mib a Milano, Cac 40 a Parigi, Dax 30 a Francoforte o Ftse 100 a Londra). Se le azioni dell’indice vanno su, sale anche il valore dei fondi Blackrock, se l’indice perde valore, scendono anche i fondi passivi. Questo spiega il successo di Blackrock, soprattutto negli anni della crisi, dal 2008-2009 in poi. I rendimenti dei fondi attivi cominciavano a diminuire e la gente aveva sempre meno soldi da investire. Blackrock è diventato l’Uber della finanza: poco caro e a portata di tutti.

Ma c’è di più. Oltre ai fondi, Blackrock cresce anche grazie al successo del suo software per la gestione del rischio, Aladdin (Asset, Liability, Debt and Derivative Investment Network). Sviluppato da Larry Fink per proteggere la società da cattivi investimenti, Aladdin è ormai venduto in 50 paesi, analizza 30 mila portafogli, anche concorrenti di Blackrock, come la francese Bnp Paribas, il fondo britannico Schroders e tante grosse banche e assicurazioni. Gli utilizzatori parlano di un piccolo genio, proprio come quello della lampada di Aladino, che riceve i dati sensibili di una banca – la sua contabilità, i collocamenti nel mercato – e calcola in tempo reale il rischio di ogni operazione. Secondo il Financial Times Aladdin gestisce 250.000 operazioni ogni giorno per un capitale di 20 mila miliardi di dollari, una montagna di dati che i server di Blackrock accumulano sui cloud della società. Larry Fink ha promesso di portare il fatturato di Aladdin dal 7% del totale di Blackrock oggi, al 30% nei prossimi cinque anni.

E non finisce qui. Blackrock indossa tanti cappelli. In Europa si è fatta conoscere nei giorni bui della crisi economica quando la Troika (Fondo monetario internazionale, Commissione e Banca centrale europea) pretese che la società americana studiasse i conti delle banche a rischio fallimento. In Irlanda e Grecia, ma poi anche a Cipro e in Spagna e più recentemente in Olanda, la società americana è stata chiamata a studiare i portafogli delle banche e in particolare la qualità dei crediti deteriorati o a effettuare stress test sulle stesse banche, a proporre una ristrutturazione di alcuni istituti di credito. Nonostante Blackrock sia anche la maggiore azionista di molte di queste banche. In Irlanda, solo otto mesi dopo aver consigliato il governo su come ristrutturare quattro banche, la roccia nera ha comprato il 3% della Banck of Ireland, una di quelle salvate.

Blackrock è molto benvoluta anche dalla Banca centrale europea che per due volte l’ha chiamata come advisor, l’ultimo contratto nel 2016 per preparare gli stress test di 39 grosse banche europee. Banche dove, ancora una volta, Blackrock è azionista di primo piano. Confitto d’interessi, vantaggi sul mercato quando si è cosi’ vicini alle istituzioni ? No, dichiara con fermezza la roccia nera: all’interno delle filiali di Blackrock esistono delle vere e proprie muraglie cinesi, che impediscono ai dipendenti di parlarsi e scambiarsi informazioni confidenziali. Anche se molti esperti dicono che a un certo livello molto alto di management, la parte advising si riunisce con quella di investitore e di controllore, intorno a uno stesso tavolo.

Ma chi controlla Blackrock? Questo non è un tema nell’agenda dei governi europei. E’ piuttosto il contrario, il colosso americano viene assunto dai governi per controllare altre società. Come nel caso recente dell’Irlanda che nel marzo del 2018 ha chiamato Blackrock per gestire un fondo di 14 miliardi di euro, illegalmente ricevuti, secondo la Commissione europea, dalla Apple, come aiuti di stato. E cosi’ la società di Larry Fink, che possiede 52 miliardi di azioni Apple (Blackrock è il secondo maggiore azionista in Apple dopo l’altro asset manager Vanguard), sta analizzando la sua stessa pancia per consigliare al meglio il governo di Leo Varadkar, in attesa che la disputa con la Corte di giustizia europea (tra Stato irlandese e Commissione) termini.

Il board di Blackrock è ben cosciente del peso e dell’influenza che la società, per quanto gestisca i soldi degli altri, esercita a livello planetario. Il 16 gennaio scorso Larry Fink ha scritto una lettera ai Ceo delle società dove Blackrock è azionista, chiedendo loro di avere uno «scopo sociale», «non concentrarsi solo sulle performance finanziarie». «Molti governi sono impreparati ad affrontare il futuro», dice Fink nella sua lettera, e quindi “la società si rivolge sempre di più al settore privato ». Poi la missione per ogni società : «Ogni azienda deve dimostrare di aver fornito un contributo positivo alla società, a beneficio di tutti, azionisti, dipendenti, clienti..». Che succede, il volto della finanza sta cambiando, un insieme di fondi passivi vuole ora salvare il mondo? Intanto, dal gennaio del 2017, il titolo Blackrock è aumentato del 40%.

Pubblicato in: Commercio, Devoluzione socialismo, Problemia Energetici, Russia, Stati Uniti, Trump, Unione Europea

Trump. La Germania comprerà gas liquefatto americano.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-27.

G7 Leaders Summit in Canada

Ma chi mai si credeva di essere Frau Merkel? Adesso rientra nei ranghi.


Il titolo del The Wall Street Journal, una testata da sempre liberal democratica, è più che eloquente:

In Win for Trump, Merkel Changes Course on U.S. Gas Imports

«BERLIN—Chancellor Angela Merkel has offered government support to efforts to open up Germany to U.S. gas, a key concession to President Trump as he tries to loosen Russia’s grip on Europe’s largest energy market.

Over breakfast this month, the chancellor told a small group of lawmakers her government had decided to co-finance the construction of a €500 million ($576 million) liquefied natural gas shipping terminal in northern Germany, according to people familiar with the meeting, giving a crucial nudge to a project ….»

Non solo la Germania importerà gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti, ma addirittura il Governo tedesco cofinanzierà l’impianto di degasificazione.

Inutile sottolinearlo: è una grande vittoria per il Presidente Trump ed una profonda umiliazione per la Bundeskanzlerin Frau Merkel, da sempre avversa a questo progetto, caldeggiando invece il Nord Stream 2.

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Molto significativo il titolo, dell’articolo, del The Hill.

Merkel moves to open up Germany to US gas imports after Trump’s push: report

«German Chancellor Angela Merkel is making a move to open up Germany’s market to U.S. gas companies, following a lobbying push from President Trump, The Wall Street Journal reported.

Merkel told a group of lawmakers over breakfast in October that her government will co-finance a $576 million liquified natural gas (LNG) shipping terminal in northern Germany, the Journal reported, citing people familiar with the meeting.

The project had been stalled for years, but Trump has lobbied hard for Europe to increase LNG purchases from the U.S. while reducing their reliance on Russia.

Germany gets most of its gas from Russia, and American efforts to open its market to U.S. companies has stalled due to lack of government support.

Merkel told lawmakers that the decision to co-finance the LNG terminal was “strategic” and could pay off in the long term, people familiar with the meeting told the Journal.

A German government spokesman told the Journal that the move was made because of Germany’s economic interests, not U.S. pressure.

Less than a week after the reported Merkel meeting with lawmakers, an international consortium filed its first official bid for government financing for a terminal in a town near Hamburg.

Merkel said in her conversation with lawmakers that the government support for the terminal will likely have to continue for the long term and that the terminal will likely not break even for at least 10 years.

“We’re creating jobs and we’re also deepening the trans-Atlantic relationship,” Richard Grenell, U.S. Ambassador to Germany, told the Journal. “The U.S. is totally committed to bringing U.S. LNG to Europe and to Germany.”»

Si notino alcuni passi:

«Merkel told a group of lawmakers over breakfast in October that her government will co-finance a $576 million liquified natural gas (LNG) shipping terminal in northern Germany ….

Trump has lobbied hard for Europe to increase LNG purchases from the U.S. while reducing their reliance on Russia ….

“We’re creating jobs and we’re also deepening the trans-Atlantic relationship,” Richard Grenell, U.S. Ambassador to Germany»

Mr Trump ha raggiunto lo scopo di obbligare la Germania a differenziare le fonti di approvvigionamento energetico rompendo il monopolio del gas russo, obbligando la Bundeskanzlerin a cofinanziare il progetto, ed aumentando posti di lavoro e commercio americano: un risultato di tutto rispetto, e, nel contempo, un segno della debolezza politica di Frau Merkel.

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Riportiamo in calce il patetico articolo pubblicato dal Sole 24 Ore.

Una precisazione per meglio comprendere il perché tale articolo è miserando.

BASF and Nornickel join forces in European EV battery push – Reuter

«Germany’s BASF and Russian miner Norilsk Nickel (Nornickel) have struck a nickel and cobalt supply deal to meet growing demand for electric vehicle (EV) batteries. ….

Chemicals giant BASF will build a plant to produce cathode materials for batteries in Harjavalta, Finland, adjacent to a nickel and cobalt refinery owned by Nornickel, the world’s second-largest nickel miner and a major cobalt producer. ….

The industry is working to boost the nickel content at the expense of cobalt over the next two years in an effort to raise energy storage capacity and save on more expensive cobalt, much of which comes from artisanal mines in Congo where human rights abuses are rife. ….

The move is part of BASF plans to invest up to 400 million euros ($462 million) as a first step in building production plants for cathode materials in Europe ….

A BASF spokeswoman reiterated that the group is assessing several locations for follow-up investments, including Schwarzheide in eastern Germany»

Sicuramente l’impianto di Harjavalta costituisce una grande investimento, ma altrettanto sicuramente non concorrerà a generare posti di lavoro in Germania. Poi, mentre il Lng  realtà attuale, le automobili elettriche sono un sogno degli idealisti liberal e socialisti, ma al momento rappresentano posti di investimento piuttosto che generatori di reddito e posti di lavoro.

Ecco l’incipit dell’articolo del il Sole 24 Ore:

«La Germania da un lato comincia ad assecondare gli Stati Uniti, al punto da agevolare la costruzione del suo primo rigassificatore pur di importare Gnl americano. Ma dall’altro alza il livello della sfida a Washington, rafforzando ulteriormente i legami con la Russia nel campo dell’energia, con una nuova alleanza che stavolta riguarda le batterie per l’auto elettrica».

Una cosa è la capitolazione dei Frau Merkel, ed una del tutto differente un investimento di una ditta tedesca, per di più fatto in Finlandia. Ben difficilmente questo ultimo potrà essere premio di consolazione, anche perché ha bruciato la possibilità Schwarzheide, di generare posti di lavori nei Länder dell’est, i grandi dimenticati della Große Koalition.

I giornalisti del Sole24 Ore non hanno ancora elaborato il lutto della morte delle ideologie liberal e socialiste, e si comportano come se esse fossero ancora vive. Ma il 24 settembre 2017 ha assestato loro un colpo severo, cui è seguito quello del 4 marzo 2018 in Italia e quello del 14 ottobre 2018 in Baviera.

Ma non sono soltanto morte quelle ideologie: gli Elettori hanno negato alle sinistre di entrare nei Governi, perdendo anche, nel contempo, l’accesso al sottogoverno.

Nulla da eccepire: questi giornalisti sono i migliori supporter dei sovranisti.


Sole 24 Ore. 2018-10-23. La Germania comprerà gas dagli Usa, ma con Mosca stringe accordi sulle batterie

La Germania da un lato comincia ad assecondare gli Stati Uniti, al punto da agevolare la costruzione del suo primo rigassificatore pur di importare Gnl americano. Ma dall’altro alza il livello della sfida a Washington, rafforzando ulteriormente i legami con la Russia nel campo dell’energia, con una nuova alleanza che stavolta riguarda le batterie per l’auto elettrica. Protagonista è Basf, che ieri ha firmato un contratto con Norilsk Nickel, per garantire forniture di metalli a una grande fabbrica di catodi in Finlandia.

Il colosso tedesco, attraverso la controllata Wintershall, è anche azionista del consorzio che sta costruendo il Nord Stream 2, il raddoppio del gasdotto nel Mar Baltico che Washington vede come il fumo negli occhi perché aumenterebbe la dipendenza dell’Europa da Gazprom. Meno di un mese fa la stessa Basf aveva firmato un altro accordo con LetterOne, holding del miliardario russo Mikhail Fridman, per fondere le attività nel petrolio di Wintershall con quelle di Dea (che a sua volta le aveva comprate in gran parte da società tedesche: Rwe ed E.On). Il nuovo gruppo, Wintershall Dea, ambisce a quotarsi in Borsa entro due anni, forte di una produzione di 800mila barili al giorno.

Fridman per ora ha scampato il destino di molti altri oligarchi russi, finiti nella blacklist degli Usa. E anche Norilsk non è direttamente colpita da sanzioni. Tuttavia lo è uno dei suoi maggiori azionisti, Rusal, che ne possiede il 28%. Il gruppo dell’alluminio russo infatti non è ancora stato graziato dal dipartimento del Tesoro americano, anche se ha qualche speranza di farcela, se dimostrerà di aver reciso ogni legame con Oleg Deripaska.

Basf non sembra preoccuparsi delle sue relazioni pericolose, né del rischio di un ulteriore giro di vite contro la Russia da parte di Washington. Nuove sanzioni, che potrebbero colpire proprio il settore dell’energia, sono una prospettiva concreta e imminente secondo molti analisti, ma gli accordi con Norilsk, in discussione dall’anno scorso, sono stati firmati lo stesso: i russi forniranno nickel e cobalto per un impianto che ambisce a produrre materiali per batterie sufficienti entro il 2020 ad alimentare 300mila veicoli eletrici plug in l’anno.

Lo stabilimento potrebbe aspirare a ottenere finanziamenti e agevolazioni dall’Unione europea, che nei giorni scorsi ha promesso di sostenere lo sviluppo del settore per attenuare la dipendenza dalla Cina. Ma Bruxelles potrebbe non gradire che la diversificazione avvenga proprio grazie alla Russia. E la Casa Bianca potrebbe farle da sponda.

Per ironia della sorte l’annuncio dell’accordo Basf-Norilsk è arrivato proprio mentre il Wall Street Journal pubblicava indiscrezioni secondo cui la cancelliera Angela Merkel si sarebbe (parzialmente) arresa alle pressioni Usa sul gas, promettendo un sostegno economico per la costruzione del primo rigassificatore tedesco. La Germania – accusata da Trump di essere «ostaggio della Russia» nelle politiche energetiche – potrà così cominciare ad importare Gnl «made in Usa», anche se dal punto di vista economico non ne avrebbe nessuna convenienza.

Merkel, secondo il giornale americano, avrebbe comunicato il «cambio di strategia» a un gruppo di parlamentari, affermando che il Governo tedesco è ora pronto a cofinanziare un impianto da 500 milioni di euro nel Nord del Paese. Meno di una settimana dopo, il 16 ottobre, un consorzio internazionale ha depositato una richiesta ufficiale di sussidi per un terminal a Stade, vicino Amburgo.

Il consorzio (di cui fanno parte China Engineering Company, la banca australiana Macquarie e l’americana DowDuPont) ha due potenziali concorrenti che a breve dovrebbero presentare progetti alternativi, scrive il Wsj, e la scelta potrebbe avvenire entro fine anno. Fonti tedesche e americane ipotizzano che questa mossa forse potrebbe bastare ad evitare sanzioni Usa contro Nord Stream 2, di cui è già stata avviata la costruzione in territorio tedesco.

Pubblicato in: Commercio, Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Giustizia, Unione Europea

VW. Iniziato il processo. Chiesti 9 miliardi di danni.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-09-22.

Musterverfahren gegen Volkswagen AG

«A crucial Dieselgate lawsuit against Volkswagen started on Monday morning in Braunschweig, a short drive from the carmaker’s headquarters in Wolfsburg.»

*

«In the vital test case, more than 2,000 shareholders – many of them powerful investment funds – claim that VW concealed risks associated with falsified emissions data, causing them to lose €9 billion ($10.4 billion) when the company’s stock price tanked»

*

«The main plaintiff is Deka Investment, the asset management fund of Germany’s Sparkasse network of savings banks, with other shareholders co-suing as part of the same suit. Deka’s legal team is led by Andreas Tilp, who in the past has taken similar cases against Deutsche Telekom and the property bank Hypo Real Estate. He argues that the rot dates back to 2008, when VW discovered its diesel engines would not pass US environmental regulations, but chose to conceal this fact»

*

«According to Mr. Tilp, that led VW down the path of falsification, namely building illegal “defeat device” software designed to convince testers that emissions were far lower than they really were»

*

«VW says its management team did everything it could to correctly inform stockholders, given its knowledge at the time.»

*

«VW points out that when the Dieselgate scandal broke, US environmental authorities had never fined any company more than $100 million, a relatively insignificant sum for a company with annual revenues of over €200 billion, and an amount considered too small to impact the share price.»

*

«Once the extent of VW’s actions became clear, the US authorities radically changed the scale of their penalties, with the Environmental Protection Agency imposing a fine of $4.3 billion on the German company»

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Il processo è in corso e la sentenza dovrebbe poter arrivare per fine dell’anno prossimo venturo. I ricorsi sembrerebbero essere inevitabili.

A nostro sommesso parere, la difesa di VW è scarsamente attendibile.

Una cosa è avvisare gli azionisti dopo che sia scoppiato lo scandalo, quando i titoli erano già crollati, ed una totalmente diversa sarebbe stata l’averli avvisati prima che scoppiasse lo scandalo, prima che comprassero i pacchetti azionari.

Siamo molto interessati a vedere come disporranno i giudici.


Handelsblatt. 2018-09-10. Volkswagen shareholders get their day in court

A key lawsuit begins today as investors claim they were deceived over Dieselgate, giving rise to losses of €9 billion.

The carmaker insists they were fairly informed.

*

A crucial Dieselgate lawsuit against Volkswagen started on Monday morning in Braunschweig, a short drive from the carmaker’s headquarters in Wolfsburg. In the vital test case, more than 2,000 shareholders – many of them powerful investment funds – claim that VW concealed risks associated with falsified emissions data, causing them to lose €9 billion ($10.4 billion) when the company’s stock price tanked.

In 2015, VW’s elaborate cheating on emissions tests for diesels unraveled in the United States. The shareholders argue they bought shares earlier at what amounted to inflated prices, since the company knew about the falsification and the associated risks, but deliberately concealed them. The judgment of the court is binding on all litigants, but will not apply to other Dieselgate victims.

The main plaintiff is Deka Investment, the asset management fund of Germany’s Sparkasse network of savings banks, with other shareholders co-suing as part of the same suit. Deka’s legal team is led by Andreas Tilp, who in the past has taken similar cases against Deutsche Telekom and the property bank Hypo Real Estate. He argues that the rot dates back to 2008, when VW discovered its diesel engines would not pass US environmental regulations, but chose to conceal this fact.

The fatal decision

According to Mr. Tilp, that led VW down the path of falsification, namely building illegal “defeat device” software designed to convince testers that emissions were far lower than they really were. That facade began to crumble in 2014, when the International Council on Clean Transportation, an environmental nonprofit, reported that VW emissions were far higher than the company admitted.

Volkswagen frames the case differently. Its legal team wants to avoid the trial turning into a tribunal on the entire scandal and argues the suit addresses a single issue: whether the automotive giant abided by laws to report all relevant information to shareholders and the capital markets. VW says its management team did everything it could to correctly inform stockholders, given its knowledge at the time.

VW points out that when the Dieselgate scandal broke, US environmental authorities had never fined any company more than $100 million, a relatively insignificant sum for a company with annual revenues of over €200 billion, and an amount considered too small to impact the share price.

Punishments radically increased

Once the extent of VW’s actions became clear, the US authorities radically changed the scale of their penalties, with the Environmental Protection Agency imposing a fine of $4.3 billion on the German company. The company claims that when the new risk became clear, in September 2015, it communicated this appropriately to shareholders.

Even if the plaintiffs manage to show that VW informed shareholders inadequately or too late, they must also clear another hurdle – showing that senior management acted deliberately to conceal relevant information. This will raise the question of who knew what about the emission manipulation scandal, and when. However, it is not expected that senior VW figures will appear at the trial: Most would, in any case, invoke their right to refuse to testify.

It falls to Braunschweig’s Higher Regional Court to make sense of the competing claims. One thing all agree on is that a decision will not be quick, with judgment not expected to be handed down until next year.

Pubblicato in: Commercio, Economia e Produzione Industriale, Logistica

Germania. Nuove tecnologie? Non contiamoci fregnacce. – Handelsblatt.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-09-07.

Tragbares Telefax-Gerät auf der CeBIT vorgestellt

Non contiamo più fregnacce.

I media liberal si acquetino e tacciano. Si prendano del bromuro invece che eroina e cocaina.

Sono decenni che codesta genia ci riempie la testa di promesse mirabolanti di un futuro da fantascienza, usando un solito stantio ritornello: dateci tanti, ma tanti, ma tantissimi soldi pubblici e noi progetteremo e costruiremo oggetti mirabolanti di ogni genere e tipo. Tutti ovviamente, muniti di intelligenza artificiale che rimpiazzerà quel miserabile essere inquinante che è l’essere umano.

Nella sola Germania trecento miliardi ogni anno finiscono nel calderone.

Chi osasse lamentarsi riceverebbe l’invariabile risposta: sei un codino retrogrado della destra fascista e reazionaria che si oppone al progresso scientifico ed al sorgere del nuovo sole dell’avvenire. Un asociale, Peggio, un omofobo, razzista e xenofobo.

*

Poi quando si guardano i numeri si resta basiti. Brasati sui libri contabili.

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«Forget artificial intelligence and big data: In Germany, business is still done by fax»

*

«For most companies the fax is still indispensable»

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«Up to 9,000 faxes a minute pass through Retarus’s center. And the number of faxes sent in Germany is growing, by about 10 percent per year »

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«Germany’s companies, large and small, rely on facsimiles to a degree unthinkable elsewhere»

*

«Two-thirds of German companies regularly use faxes, whereas only half of them use video conferencing technologies, and just one-third use messaging services or online collaboration tools»

*

«Lieferheld, a booming food delivery startup, sends a quarter-million faxes every day to quickly give restaurants their customers’ orders »

*

«Agro-pharmaceutical giant Bayer sends a localized weather fax to 30,000 farmers every day»

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«Some law enforcement agencies only accept tip-offs via fax, and medical institutions will only send some data by fax to protect patient information»

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«Supermarkets, hotel chains, automotive manufacturers and holiday companies all send confirmations by fax»

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«About 37,000 new fax machines were sold in Germany last year»

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È un brutto sintomo psichiatrico quando si inizia a crede acriticamente ai propri desideri.  Le illusioni sono illusioni, e le allucinazioni sono fatto patologico.

Prima di smantellare una linea gli investitori esigono avere tecnologie realmente funzionanti.

Sia estremamente chiaro.

Qui nessuno nega il valore di lungo termine degli investimenti e della ricerca: proprio nessuno.

Si reclama invece un maggior discernimento nell’indirizzare cospicui investimenti pubblici, ossia denaro dei contribuenti.

Se si prende atto che buona parte delle ricerche innovative finanziate non avrà esito produttivo, si constata peraltro che investire in progetti scriteriati servirà sicuramente a mantenere in vita, e bene, centri di ricerca e personale politicamente amico, ma saranno denari cacciati al vento, senza ritorni.


Handelsblatt. 2018-08-24. The fax is dead, long live the fax

Forget artificial intelligence and big data: In Germany, business is still done by fax. Is it safety or a sign of the country’s digital backwardness?

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On the outskirts of Munich, a room full of computers supports one of Germany’s most important business technologies. Hundreds of network cables connect massive servers, and elaborate cooling systems hum in every corner.

“For most companies the fax is still indispensable,” says Martin Hager, CEO of Retarus, a cloud fax provider. That’s right — the fax. Up to 9,000 faxes a minute pass through Retarus’s center. And the number of faxes sent in Germany is growing, by about 10 percent per year.

Germany’s companies, large and small, rely on facsimiles to a degree unthinkable elsewhere. Some say faxing’s bizarre afterlife is yet another symbol of Germany’s digital backwardness, its mistrust of innovation, its unadventurous, safety-first mentality. Two-thirds of German companies regularly use faxes, whereas only half of them use video conferencing technologies, and just one-third use messaging services or online collaboration tools.

Fax services arrived in Germany in 1979, courtesy of the postal service. At a time when hand-delivered letters still dominated corporate communications, this was a real step forward: You could transmit a document in moments anywhere in the world and have it automatically printed on receipt. These days, some faxing happens via cloud servers rather than landlines, but the principle remains the same.

The technology is ubiquitous across Germany. Lieferheld, a booming food delivery startup, sends a quarter-million faxes every day to quickly give restaurants their customers’ orders. Agro-pharmaceutical giant Bayer sends a localized weather fax to 30,000 farmers every day. Supermarkets, hotel chains, automotive manufacturers and holiday companies all send confirmations by fax. Some law enforcement agencies only accept tip-offs via fax, and medical institutions will only send some data by fax to protect patient information.

Fax speak for themselves

The medium’s champions say it is robust and secure. Users are fond of the receipt confirmation, and spam is rarely a problem. Hackers can make little headway with faxes. But in the German context, the fax’s greatest advantage is a legal one. For banks and insurance companies, faxed documents carry legal weight, but online ones still do not. This is exactly the problem, say critics of the country’s technological timidity.

About 37,000 new fax machines were sold in Germany last year, one-tenth of sales a decade ago. But these days most faxing is done on multifunction devices that are also capable of scanning and printing. Ironically, researchers have been able to penetrate entire networks by sending a malicious fax to an all-in-one printer.

It’s unlikely the transmissions will end any time soon. “It’s a German thing,” said a spokesperson for manufacturer Brother. “They like the security of the fax option.” They have no plans to discontinue the function for the German market.

Pubblicato in: Commercio, Devoluzione socialismo

Germania. Parcheggiare in aeroporto costa più del volo.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-28

2.

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Il problema dei trasporti è reale e consistente in tutto il mondo, ma nei paesi dell’Unione Europea raggiunge spesso livelli di guardia.

Disporre di un aeroporto efficiente e ben collegato, servito da compagnie che pratichino tariffe competitive è sicuramente un ottimo presupposto, ma non è l’unico elemento: i suoi collegamenti con il centro abitato sono spesso cruciali.

Non tutti gli aeroporti dispongono del collegamento con la ferrovia metropolitana né con un’autostrada efficiente.

È esperienza comune come si impieghi spesso più tempo ad andare, o venire, dall’aeroporto che per un volo europeo.

Un altro nodo non da poco è la cronica esiguità dei parcheggi.

L’aeroporto di Pisa è una delle rare eccezioni in Italia ed offre la possibilità di stazionare la macchina per una settimana al costo di 29 euro: un prezzo più che ragionevole. Il P2 è multipiano ed il P4 consente stazionamenti molto prolungati. Il primo dista 50 metri dall’aeroporto ed il secondo 900 metri, circa.

*

È soprattutto un problema culturale.

L’utilizzo dell’automobile privata è stato per lungo tempo visto molto male. Ma gli aeroporti servono sicuramente per mobilizzare turisti, ossia persone per le quali i tempi non sono solitamente critici, ma ancor di più per essere utilizzati quali strumenti di lavoro. Senza una concreta possibilità di accesso rapido si vanificano i vantaggi ottenibili dal viaggio in aereo.

Poi sussiste un problema di costi.

238 euro per un parcheggio settimanale a Düsseldorf è una enormità.


The Local. 2018-08-19. Parking at top German airports costs more than flying: study

A study has found that parking at top German airports can cost more than flying.

The airline helper portal AirHelp has compared the parking rates at the 13 largest German airports – and found stark differences. They also found that hourly parking is most expensive in Berlin.

“While travellers can already park their car at Dresden Airport for 15 Euro per week, in Berlin Tegel and Frankfurt am Main they must expect to pay at least 139 Euro,” or more than many intercontinental flights, reported the analysis released on Thursday.

Snagging a coveted parking spot at Tegel costs between 139 and 159 Euro, whereas at the much further south Schönefeld it costs between 69 and 139 Euro. Parking can also be expensive at Cologne/Bonn and Munich airports, which have weekly rates of up to 210 and 199 Euro, respectively.

The most expensive weekly parking can be found in Düsseldorf at 238 Euro per week directly underneath the terminal, but there are also cheaper parking spaces for those willing to walk from slightly further away.

But parking overall remains the most expensive in Berlin, according to the report: “For those picking up someone, it will be the most expensive at the Berlin airports,” says Airhelp. For example, one hour in the drop-off zone in Tegel and Schönefeld costs 12 Euro each.

The rate is a little cheaper in Düsseldorf, Munich and Frankfurt, where parkers pay 10 Euro each for one hour of parking. In Hamburg, one hour is free – at least for drivers of electric cars.

Airhelp expert Laura Kauczynski advised that: “Passengers should check whether they can save money by pre-booking their parking space at the airport. Private parking providers often offer shuttle buses to the airport. In addition, they are usually relatively cheap.”

Kauczynski did not mention, however, that most of the airports on the list can be reached by direct public transit, be it a bus, as is the case with Berlin Tegel, or directly by S-Bahn to Schönefeld.

Pubblicato in: Commercio, Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Stati Uniti, Trump, Unione Europea

Trump. Sanzionare l’Iran per distruggere la Germania, meglio Frau Merkel. – Handelsblatt.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-17.

Ivan Iv. Il Terribile. 001. Viktor Michajlovič Vasnecov. Ivan IV il Terribile

Gran brutta cosa essere ideologizzati, assumendone i dogmi come fossero credo religioso non soggetto alla revisione critica della ragione. Pensiero ed azione diventano deliri coatti del tutto avulsi dalla realtà fattuale. Si pensa e si attua ciò che teoria impone, non ciò che sia retto, giusto e logico.

Se poi alla dipendenza dall’ideologia si associasse una smisurata superbia ed un inflessibile orgoglio si vivrebbe un delirio onirico caratterizzato da allucinazioni di grandezza autoreferenziale.

Potrebbero sembrare parole dure, ma sono invece mera constatazione di un dato di fatto. È nei fatti un delirio di onnipotenza: ma basta un nonnulla e la realtà strangola.

*

Nel novembre 2016 la dirigenza europea, Mr Juncker, Mr Hollande e Frau Merkel nutrivano la certezza assoluta che Mrs Hillary Clinton ed i liberal democratici avrebbero stravinto le elezioni presidenziali: una incapacità di vedere e percepire la realtà del tutto anomala per capi di governo. Arrivarono al punto di mandare a Mr Trump le congratulazioni per la nomina oltre una settimana dopo le elezioni, comportamento che da un punto di vista diplomatico corrisponde ad uno sgarro severo. Quindi ne dissero tutto il male possibile, denigrandolo in ogni modo e maniera: ma le loro invettive si rilevarono presto essere altamente controproducenti. Ma chi mai si credevano di essere?

*

Le parole della Bundeskanzlerin Frau Merkel furono chiare:

«we Europeans must really take our fate into our own hands» [Bundeskanzlerin Frau Merkel – NYT]

*

«really take our fate into our own hands.» [Bundeskanzlerin Frau Merkel – Cnn]

*

I tedeschi sono in un vicolo cieco, dal quale non potranno uscirne se non a costo di immani disastri: sono strategicamente battuti, proprio come cento anni or sono lo furono alla battaglia di Amiens, che decretò la fine della prima guerra mondiale. Adesso stiamo assisitendo alla sua agonia.

Germania. La demografia che stritola. Mancano tre milioni di lavoratori. – Vbw.

Germania. Realtà geografica, non più umana, politica ed economica.

Germania. Non è povera. È misera. – Financial Times.

Germania. 13 milioni di poveri e 330,000 famiglie con la luce tagliata.

*

Stiamo adesso assistendo ad un progressivo ripudio fatto dalla confindustria tedesca nei confronti dei liberal socialisti e, soprattutto, di Frau Merkel.

Merkel, Trump e G20. Vincere o morire. – Handelsblatt.

Industriali tedeschi: Trump ha ragione e Merkel torto. – Handelsblatt.

Questa Unione Europea si sta collassando. – Handelsblatt.

Germania. ‘Conservative Manifesto’ vuole defenestrare Frau Merkel.

*

L’Unione Europea e Frau Merkel si sono sempre opposte fieramente alle sanzioni poste dagli Stati Uniti all’Iran. Usarono anche parole grondanti di orgoglio.

Europe requests exemptions from Trump’s Iran sanctions for energy, aviation and more [Cnbc]

«”As allies, we expect that the United States will refrain from taking action to harm Europe’s security interests.” [Frau Merkel»

EU sets course for US clash with law blocking Iran sanctions

«The EU has put itself on a collision course with the US over Donald Trump’s decision to withdraw from the nuclear deal with Iran, as major European firms started to pull out of the country to avoid being hit by sanctions.

In an attempt to shield EU companies doing business with Iran, the European commission president, Jean-Claude Juncker, said he would turn to a plan last used to protect businesses working in Cuba before a US trade embargo was lifted on the Latin American country.

“We will begin the ‘blocking statute’ process, which aims to neutralise the extraterritorial effects of US sanctions in the EU. We must do it and we will do it tomorrow [Friday] morning at 10.30,” he said at the end of a summit in the Bulgarian capital, Sofia.»

*

EU To Activate ‘Blocking Statute’ Against U.S. Sanctions On Iran

«Speaking after a meeting of EU leaders in Sofia, Bulgaria, European Commission President Jean-Claude Juncker told a news conference that the EU will launch on May 18 the process of activating its so-called blocking statute.

“We have to protect our companies. We have to protect mainly those who bona fide — mainly small and medium-sized enterprises — did invest in Iran, and we cannot leave them alone,” he said.»

* * *

Alla fine Mr Trump perse la pazienza.

Trump. Colpire l’Europa attraverso la Turkia. Knockout.

Trump. Executive Order EO13846. Della vera novità nessuno ne parla.

Mr Trump aveva semplicemente ignorato eurodirigenza e governi europei, ottenendo in questa maniera il massimo risultato con il mimino sforzo. Non solo, Mr Trump aveva piantato un cuneo tra il governo tedesco e la realtà del comparto produttivo e commerciale, ponendoli in un’antitesi di vita o di morte.

Frau Merkel è diventata il nemico numero uno della confindustria tedesca,

«Anyone doing business with Iran will not be doing business with the United States»

Visto? Basta una riga per piegare l’altera Frau Merkel.

«Even as European leaders oppose the measure, the likes of Daimler and Siemens are scrambling to comply rather than risk disruption of their US business»

*

«How quickly they caved — Daimler, Volkswagen, Siemens, Bayer and many others. Despite all the brave words of defiance when the US announced renewed sanctions against Iran, German firms are suspending business with the Middle Eastern country now that they are in place for fear of President Donald Trump’s wrath»

*

«Whatever German executives might think about the wisdom or legality of the sanctions, the US market is simply too important to risk disruptions»

*

«The Berlin government has pledged to find ways to protect German companies from secondary sanctions, but they seem to prefer the safer path of not flouting sanctions to begin with»

*

«Daimler, the maker of Mercedes-Benz luxury vehicles, announced as soon as the sanctions became effective on Tuesday that it has suspended its “activities in Iran in accordance with applicable sanctions until further notice.”»

*

«Oil and gas producer Wintershall said it will close down its office in Tehran»

*

«VW warned that the truck and bus sales of its Scania unit in Iran could be completely lost»

*

«Siemens said it is taking measures to make its business activities conform to the “changed multilateral framework.”»

*

«Chemicals giant Bayer and consumer goods producer Henkel said they are reviewing their Iran business.»

*

«On the face of it, the US threat puts German firms in a quandary. “Adherence to US sanctions can conflict with EU law, which can be an offense in Germany that carries a fine of up to €500,000,” said Constantin Lauterwein of the law firm Hengeler Mueller. “At the same time, ignoring US sanctions can be a major disadvantage, especially in terms of access to the US market.”»

*

«The showdown over sanctions demonstrates once again the economic clout of the United States, severely restricting the ability of Germany or any other European country to follow a different policy»

*

«The gap between Europe’s aspirations as a wannabe great power and its impotence in the face of US power is as wide as ever»

*

«Then as now, US officials will not be paying much attention to the damage inflicted on European companies through the sanctions»

* * * * * * * *

Ci sarebbero molti validi motivi per dubitare di questa ultima affermazione: tutta questa operazione è stata condotta per obbligare i governi europei a togliersi lo scolapasta dalla testa e rientrare nei ranghi.

Nulla è più apprezzabile di un governo che eserciti la Realpolitik.


Handelsblatt. 2018-08-12. German firms bend to US sanctions, cutting ties to Iran

Even as European leaders oppose the measure, the likes of Daimler and Siemens are scrambling to comply rather than risk disruption of their US business.

*

How quickly they caved — Daimler, Volkswagen, Siemens, Bayer and many others. Despite all the brave words of defiance when the US announced renewed sanctions against Iran, German firms are suspending business with the Middle Eastern country now that they are in place for fear of President Donald Trump’s wrath.

“Anyone doing business with Iran will NOT be doing business with the United States,” the US president tweeted unequivocally on Tuesday.

Whatever German executives might think about the wisdom or legality of the sanctions, the US market is simply too important to risk disruptions. The Berlin government has pledged to find ways to protect German companies from secondary sanctions, but they seem to prefer the safer path of not flouting sanctions to begin with.

Firms adapt to ‘changed multilateral framework’

Daimler, the maker of Mercedes-Benz luxury vehicles, announced as soon as the sanctions became effective on Tuesday that it has suspended its “activities in Iran in accordance with applicable sanctions until further notice.”

Oil and gas producer Wintershall said it will close down its office in Tehran. VW warned that the truck and bus sales of its Scania unit in Iran could be completely lost. Siemens said it is taking measures to make its business activities conform to the “changed multilateral framework.” Chemicals giant Bayer and consumer goods producer Henkel said they are reviewing their Iran business.

The US said it would renew sanctions when it unilaterally pulled out of the Iran nuclear accord in May. European allies, including Germany, opposed the move and said they will uphold their end of the agreement.

Mr. Trump considered the accord reached by his predecessor, Barack Obama, to lift sanctions in exchange for Iran suspending development of nuclear weapons to be a bad deal, too full of holes to be effective. European countries fear that abandoning the accord will lead to accelerated development of nuclear weapons in Iran.

Europe’s aspirations vs reality

On the face of it, the US threat puts German firms in a quandary. “Adherence to US sanctions can conflict with EU law, which can be an offense in Germany that carries a fine of up to €500,000,” said Constantin Lauterwein of the law firm Hengeler Mueller. “At the same time, ignoring US sanctions can be a major disadvantage, especially in terms of access to the US market.”

The showdown over sanctions demonstrates once again the economic clout of the United States, severely restricting the ability of Germany or any other European country to follow a different policy. The gap between Europe’s aspirations as a wannabe great power and its impotence in the face of US power is as wide as ever.

The so-called “blocking statute” put into place by the European Union is not much help. The measure “allows EU operators to recover damages arising from US extraterritorial sanctions from the persons causing them and nullifies the effect in the EU of any foreign court rulings based on them,” the European Commission said in a press release Monday. It also forbids EU persons from complying with those sanctions.

However, Mr. Lautwein said it isn’t likely to bring a wave of lawsuits. Who is the person causing the losses – a government, a bank, a company? How do you quantify the damage?

Washington has promised further sanctions for November, directly targeting Iran’s oil and gas exports, if Tehran does not meet its demands regarding uranium enrichment and supporting terror. Then as now, US officials will not be paying much attention to the damage inflicted on European companies through the sanctions.

Pubblicato in: Commercio, Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Macron. L’ultima proposta EU su Brexit esclude la Francia dai traffici.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-16.

France's President Emmanuel Macron Hosts Joint Cabinet Meeting With Germany's Chancellor Angela Merkel

Quando accaduto è grave non tanto per la materia esposta, quanto piuttosto per il metodo perseguito.

«a European Commission proposal to exclude French ports from a re-routing of a strategic trade corridor between Ireland and mainland Europe after Brexit»

*

«This proposal therefore is not acceptable to France.»

*

Se da un punto di vista meramente tecnico i porti di Zeebrugge and Rotterdam sarebbero lo sbocco più efficiente del traffico tra Irlanda e continente, d’altro canto la esclusione dei porti francesi suona come un sonoro schiaffo dato a Mr Macron.

Non solo.

Bruxelles rigurgita di burocrati e funzionari francesi e la Commissione Europea è densamente popolata da politici francesi. Mr Juncker e Mr Macron avevano fatto di tutto per mettere in mostra una loro solidissima amicizia e comunanza di idee. Che proprio nessuno si sia sentito in dovere di avvisare il governo francese di quanto si stata progettando?

Poi, Mr Macron si era presentato, ed era stato presentato, come l’uomo che con Frau Merkel avrebbe rifondato l’Unione Europea trasformandola negli Stati Uniti di Europa, ovviamente ad egemonia francese. In linea con la direttiva che femmina è bello, intelligente e proficuo,  il clou dell’intelligenza umana, Mrs Elisabeth Borne è stata nominata Ministro dei Trasporti, ma né la Commissione Europea né gli euroburocrati la hanno ritenuta essere degna non si dice di una consultazione, ma anche nemmeno di uno straccetto di avviso. Conta meno della Mogherini.

*

Da un punto di vista politico, Mr Macron sta evidenziando una serie di lacune impensabili in un presidente di una grande nazione, e la sua audience e moral suasion in sede di rapporti internazionali giace adesso a livelli molto bassi.

L’affaire Benalla ha intaccato in modo davvero sensibile la sua poca credibilità rimasta.

Fatto sta che al momento non si vedrebbe un qualche capo di governo o di stato che nell’Unione Europea possa costituire un punto di riferimento, anche se Mr Orban e Mr Salvini stanno crescendo e si stanno irrobustendo. E le elezioni dell’europarlamento stanno avvicinandosi.


Reuters. 2018-08-12. France fumes at proposed post-Brexit EU sea trade links

France deems unacceptable a European Commission proposal to exclude French ports from a re-routing of a strategic trade corridor between Ireland and mainland Europe after Brexit, the government said.

At the moment much of Ireland’s trade with the continent goes via Britain in trucks. However, with less than eight months to go until Britain leaves the European Union there is still little clarity on its future trade relations with the bloc, nor the nature of the Irish Republic’s border with the British province of Northern Ireland.

The new route put forward by the Commission would connect Ireland by sea with Dutch and Belgian ports including Zeebrugge and Rotterdam. French ports such as Calais and Dunkirk would be bypassed.

“France and Ireland maintain important trade channels, both overland via Britain and via direct maritime routes. The geographical proximity between Ireland and France creates an obvious connection to the single market,” French Transport Minister Elisabeth Borne wrote to the EU’s transport commissioner in a letter dated Aug. 10.

“Surprisingly, the Commission proposal in no way takes this into account. This proposal therefore is not acceptable to France.”

At stake are jobs, millions of dollars’ worth of port revenues and possibly EU infrastructure funding.

Borne said that French ports had the necessary resources to ensure they could handle the likely increase in trade flows, hinting at concerns of congestion in ports such as Calais, France’s busiest passenger port.

Pubblicato in: Commercio, Devoluzione socialismo, Stati Uniti, Trump

Trump. Executive Order EO13846. Della vera novità nessuno ne parla.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-11.

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Il 6 agosto c.a. il Presidente Trump ha promulgato l’Executive Order

Executive Order Reimposing Certain Sanctions with Respect to Iran

inserito al numero EO13846 nel Federal Register.

Questo Executive Order contiene alcune novità davvero fuori la norma per provvedimenti del genere, delle quali nessuno sembrerebbe essersene accorto, pur essendo di grande rilevanza giuridica.

«Blocking Sanctions Relating to Support for the Government of Iran’s Purchase or Acquisition of U.S. Bank Notes or Precious Metals; Certain Iranian Persons; and Iran’s Energy, Shipping, and Shipbuilding Sectors and Port Operators»

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«The Secretary of the Treasury, in consultation with the Secretary of State, is hereby authorized to impose on a person the measures described in subsection (b) of this section upon determining that:

– on or after August 7, 2018, the person has materially assisted, sponsored, or provided financial, material, or technological support for, or goods or services in support of, the purchase or acquisition of U.S. bank notes or precious metals by the Government of Iran;

– on or after November 5, 2018, the person has materially assisted, sponsored, or provided financial, material, or technological support for, or goods or services in support of, the National Iranian Oil Company (NIOC), Naftiran Intertrade Company (NICO), or the Central Bank of Iran;

– pursuant to authority delegated by the President and in accordance with the terms of such delegation, sanctions shall be imposed on such person pursuant to section 1244(c)(1)(A) of IFCA because the person:

— is part of the energy, shipping, or shipbuilding sectors of Iran;

— operates a port in Iran;»

*

«With respect to any person determined by the Secretary of the Treasury in accordance with this section to meet any of the criteria set forth in subsections (a)(i)-(a)(iv) of this section, all property and interests in property that are in the United States, that hereafter come within the United States, or that are or hereafter come within the possession or control of any United States person of such person are blocked and may not be transferred, paid, exported, withdrawn, or otherwise dealt in.»

*

«With respect to any foreign financial institution determined by the Secretary of the Treasury in accordance with this section to meet any of the criteria set forth in subsections (a)(i)-(a)(v) of this section, the Secretary of the Treasury may prohibit the opening, and prohibit or impose strict conditions on the maintaining, in the United States of a correspondent account or a payable-through account by such foreign financial institution.»

*

«– the Chairman of the Board of Governors of the Federal Reserve System and the President of the Federal Reserve Bank of New York shall take such actions as they deem appropriate, including denying designation, or terminating the continuation of any prior designation of, the sanctioned person as a primary dealer in United States Government debt instruments; or

— agencies shall prevent the sanctioned person from serving as an agent of the United States Government or serving as a repository for United States Government funds;»

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«- agencies shall not procure, or enter into a contract for the procurement of, any goods or services from the sanctioned person;»

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«– prohibit any United States financial institution from making loans or providing credits to the sanctioned person totaling more than $10,000,000 in any 12-month period»

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«– block all property and interests in property that are in the United States, that hereafter come within the United States, or that are or hereafter come within the possession or control of any United States person of the sanctioned person, and provide that such property and interests in property may not be transferred, paid, exported, withdrawn, or otherwise dealt in;»

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«- With respect to any foreign financial institution determined by the Secretary of the Treasury in accordance with this section to meet the criteria set forth in subsection (a)(i) or (a)(ii) of this section, the Secretary of the Treasury may:

— prohibit the opening, and prohibit or impose strict conditions on the maintaining, in the United States of a correspondent account or a payable through account by such foreign financial institution; or

— block all property and interests in property that are in the United States, that hereafter come within the United States, or that are or hereafter come within the possession or control of any United States person of such foreign financial institution, and provide that such property and interests in property may not be transferred, paid, exported, withdrawn, or otherwise dealt in.»

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In succinta sintesi, chiunque abbia mercimoni economici o finanziari con l’Iran si vedrà preclusa ogni qualsivoglia attività negli Stati Uniti ed i suoi beni saranno confiscati. Gli operatori sono posti davanti alla scelta se commerciare e/o produrre negli Stati Uniti oppure in Iran. La scelta si presenta quasi obbligata: il sistema economico e finanziario americano è due ordini di grandezza maggiore di quello iraniano.

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Tuttavia questa non è l’unica novità.

Alla sezione 16 è riportato un esaustivo elenco dei termini usati e delle relative definizioni.

«Sec. 16. Definitions. For the purposes of this order:

(a) the term “automotive sector of Iran” means the manufacturing or assembling in Iran of light and heavy vehicles including passenger cars, trucks, buses, minibuses, pick-up trucks, and motorcycles, as well as original equipment manufacturing and after-market parts manufacturing relating to such vehicles;

(b) the term “entity” means a partnership, association, trust, joint venture, corporation, group, subgroup, or other organization;

(c) the term “financial institution” includes (i) a depository institution (as defined in section 3(c)(1) of the Federal Deposit Insurance Act) (12 U.S.C. 1813(c)(1)), including a branch or agency of a foreign bank (as defined in section 1(b)(7) of the International Banking Act of 1978) (12 U.S.C. 3101(7)); (ii) a credit union; (iii) a securities firm, including a broker or dealer; (iv) an insurance company, including an agency or underwriter; and (v) any other company that provides financial services; ….»

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Non è la prima volta che Mr Trump allega le definizioni dei termini usati, ma l’EO13846 ne contiene un elenco esaustivo.

Questa operazione dovrebbe limitare in modo quasi completo la possibilità di contestazioni legali e, soprattutto, le interpretazioni arbitrarie dei tribunali.

Salutiamo quindi con riconoscenza questo nuovo stile di scrittura dei provvedimenti governativi: finalmente emerge chiarezza.

Si potrà condividere o meno il contenuto del dispositivo, ma almeno è capibile senza possibilità di fraintendimenti.