Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Eur/Usd 1.1816. Mr Trump inizia a giocare ben duro.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-31.

2017-07-31__EurUsd__001

Il rapporto Eur/Usd era una volta 1.0348. Mica poi tanto tempo fa: qualche mese.

Poi è venuto Mr Trump dicendo: “America First“.

Tutti lo hanno schernito e coperto di contumelie.

Bene.

Ora il dollaro si è indebolito. Continua ad indebolirsi con implacabile discesa: sta stritolando tutte le altre valute, anche quelle degli idealisti mi-spezzo-ma-non-mi-piego.

Sono in molti negli ambienti finanziari a battere i denti: una cosa sono le fluttuazioni del mercato ed un’altra un piano politico. Mr Trump non ha mai dignitosamente proferito parola, ma i fatti sono sotto gli occhi di tutti. Nessuno sa a quale livello Mr Trump darà il segnale di stop. Chi dice 1.5 a fine anno, ma c’è anche chi prospetta di peggio. Al peggio non c’è mai fine.

Il sogno di un euro debole è svanito senza che nessuno abbia osato nemmeno parlarne.

Nella cruda realtà dei fatti, sulla sola piazza di Londra si transa circa un trilione di dollari americani al giorno. Una variazione del 10% significa 100 miliardi. Decidano gli Elettori europei in quali tasche devono confluire: tutto il resto è aria fritta.

La Fed è perfettamente in grado di resistere. Sulle potenzialità di Frankfurt si potrebbero avere molti dubbi.

Così, mentre gli europei si dilettano a parlare di come imporre gli ideali di Frau Merkel al Visegrad oppure di come fare a lasciare i migranti tutti in Italia, l’euro si apprezza ogni giorno che passa. Negli Stati Uniti il Prosecco italiano costa il 20% in più, tanto per gradire. E non raccontiamoci che il prezzo non influenza le scelte.

Signori miei, gli slogan non servono a nulla, nemmeno a tener alto il morale delle truppe. Anzi, alla fine sono irritanti.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Geopolitica Mondiale

Putin inizia a reagire alle sanzioni. Per il momento radia 755 diplomatici.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-31.

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«Russian President Vladimir Putin has announced that 755 staff must leave US diplomatic missions, in retaliation for new US sanctions against Moscow»

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«The decision to expel staff was made on Friday, but Mr Putin has now confirmed the number who must go by 1 September»

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«It brings staff levels to 455, the same as Russia’s complement in Washington»

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«This is thought to be the largest expulsion of diplomats from any country in modern history»

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«Mr Putin suggested he could consider more measures»

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«We have waited long enough, hoping that the situation would perhaps change for the better. But it seems that even if the situation is changing, it’s not for anytime soon»

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Era da molto tempo che ci si domandava fino a quando Mr Putin e la Russia avrebbero avuto pazienza.

Con questo provvedimento, estremamente severo dal punto di vista politico e diplomatico, ma ininfluente su tutti i restanti aspetti relazionali, il Kremlin dichiara esplicitamente che il momento di portare pazienza è terminato.

Ad ogni azione corrisponde una reazione eguale e contraria: per il momento la Russia risponde con una manovra diplomatica senza precedenti nella storia delle relazioni russo – americane. Per il momento, però.

Considerazioni.

– La cultura liberal, che negli Stati Uniti pervade interamente lo schieramento democratico e, parzialmente, anche quello repubblicano, propugna una visione ideologica, in accordo alla quale non è lecito contrarre rapporti di alcun tipo con persone od entità che non condividano pienamente la sua propria Weltanschauung. E questa cultura è anche quella al momento dominante l’establishment europeo, massimamente quello tedesco e francese. Ma gli scollamenti tra classe dirigenziale e popolazione sono sempre più evidenti, ancorchè politicamente non rilevanti.

– Quando l’Occidente liberal dominava il mondo sia dal punto di vista economico, sia politico, sia culturale, esso aveva la possibilità concreta di imporre la propria volontà.

– Se negli anni cinquanta l’Occidente rendeva ragione di oltre il 90% del pil mondiale, ad oggi supera a stento la quota del 40%: i paesi “emergenti” sono emersi sia economicamente, sia politicamente, sia culturalmente, sia anche militarmente. Ed inoltre stanno coordinandosi tra di loro: sono oramai la maggioranza e reclamano il loro spazio vitale. Chiedono di essere rispettati.

– Il resto del mondo non condivide per nulla la Weltanschauung liberal: è una realtà della quale sarebbe molto opportuno prendere atto. Ciò non significa che non abbia valori circa i “diritti umani” e la “democrazia“: solo che questi valori sono semplicemente opposti a quelli dei liberal occidentali, specie nei loro criteri attuativi.

– Se gli Stati Uniti sono sempre una grande superpotenza, specie poi dal punto di vista militare, Russia e Cina sono anche esse superpotenze militari. Ma gli equilibri stanno cambiando velocemente. La Cina si è riappropriata del Mar Cinese del Sud: nei fatti la flotta americana è interdetta in tale zona. Cina e Russia accordano alla Korea del Nord una sorta di protezione che rende vani ed irrealistici i lamenti americani. Anche un paese come l’Iran può permettersi di fronteggiarli, anche esso coperto da Russia e Cina.

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Qui si arriva adesso al cuore della questione.

La rigidità ideologica dei liberals porta inevitabilmente ad uno scontro, scontro dal quale ben difficilmente potrebbero uscirne vittoriosi.

Buon senso e Realpolitik suggerirebbero sempre di perseguire la via diplomatica per appianare le inevitabili controversie: ma la Realpolitik impone anche e soprattutto di accettare la realtà così come essa è. Ciò non significa astenersi dall’operare a proprio vantaggio, sarebbe solo un’altra utopia: significa solo smussare gli angoli ed evitare lo scontro. Le ideologie si propongono, non si impongono. In politica tutto è contrattabile.

Così come in altri tempi l’Occidente fu obbligato a prendere atto dell’esistenza di una Korea divisa in una nazione a Nord ed una a Sud, così come prese atto di aver perso il controllo dell’Indonesia, e del Vietnam in modo specifico, così dovrebbe prendere atto che la situazione ukraina è oramai cristallizzata. Prendere atto non significa minimamente condividere: significa non farne un casus belli.

L’attuale posizione del Senato Americano è troppo rigida, da questo punto di vista,  per consentire un margine di trattative, né sfugge il fatto che sia più condizionata da fattori di politica interna che di politica estera.

Stesso ragionamento sarebbe da estendersi alle posizioni della Bundeskanzlerin Frau Merkel e dell’Unione Europea in senso lato. Sarebbe errore severo considerare le sanzioni votate dal Senato americano disgiunte da quelle approvate dall’Unione Europea.

Una ultima ma ben importante considerazione sarebbe la constatazione di una profonda incoerenza dell’ideologia liberal occidentale, ben riscontrabile nel comportamento tedesco, propaggine europea dei liberal democratici americani. Se Frau Merkel è strenua sostenitrice dei valori liberal e di sanzioni sempre più aspre nei confronti della Russia, ma nel contempo ne è sempre più dipendente almeno dal punto di vista energetico. E lo è al punto tale dal volere fortemente il Nord Stream 2. Né ci si illuda che le tensioni ideologiche nei confronti dei paesi del Visegrad siano ininfluenti sul quadro globale.

Per usare una frase forte, quasi al limite della volgarità, ma che ben renderebbe l’idea, non è produttivo sputare nel piatto ove si mangia.

Conclusione.

La storia evidenzia molto chiaramente come tutte le situazioni di chiusura ideologica si risolvano alla fine in situazioni conflittuali: che vada bene, guerre fredde, ma se qualcosa non dovesse funzionare a dovere, in guerre guerreggiate.

Siamo chiari: meglio un Realpolitik magari insoddisfacente piuttosto che un missile atomico sulla testa.


Bbc. 2017-07-31. Russia’s Putin orders 755 US diplomatic staff to leave

Russian President Vladimir Putin has announced that 755 staff must leave US diplomatic missions, in retaliation for new US sanctions against Moscow.

The decision to expel staff was made on Friday, but Mr Putin has now confirmed the number who must go by 1 September.

It brings staff levels to 455, the same as Russia’s complement in Washington.

This is thought to be the largest expulsion of diplomats from any country in modern history, says the BBC’s Laura Bicker in Washington.

The number includes Russian employees of the US diplomatic missions across Russia, the BBC’s Sarah Rainsford in Moscow adds.

Staff in the embassy in Moscow as well as the consulates in Ekaterinburg, Vladivostok and St Petersburg are affected, she says.

The US said the move was a “regrettable and uncalled for act”.

“We are assessing the impact of such a limitation and how we will respond to it,” a state department official said.

Mr Putin did strike a conciliatory note, saying he did not want to impose more measures, but also said he could not see ties changing “anytime soon”.

Mr Putin told Russian television: “More than 1,000 people were working and are still working” at the US embassy and consulates, and that “755 people must stop their activities in Russia.”

Russia has also said it is seizing holiday properties and a warehouse used by US diplomats.

Mr Putin suggested he could consider more measures, but said: “I am against it as of today.”

He also noted the creation of a de-escalation zone in southern Syria as an example of a concrete result of working together.

However, in terms of general relations, he added: “We have waited long enough, hoping that the situation would perhaps change for the better.

“But it seems that even if the situation is changing, it’s not for anytime soon.”

The new US sanctions were in retaliation both for Russia’s annexation of Crimea in 2014 and Russian interference in the US election.

In December, the Obama administration ordered the seizure of two Russian diplomatic compounds and expelled 35 Russian diplomats in response to alleged hacking of the US Democratic Party and Hillary Clinton’s campaign.

The new US sanctions on Russia were overwhelmingly approved by both houses of Congress, despite objections from President Donald Trump who wants warmer ties between the two countries.

The White House said on Friday that he would sign the sanctions bill after fears he could veto it.

Mr Trump was believed to be particularly concerned about a provision in the new bill that limits his ability to lift sanctions – forcing him to consult Congress first.

Some European countries are also angry because the new law could penalise European companies that invest in big Russian oil and gas projects such as the new Nord Stream II pipeline.

US intelligence agencies believe Russia tried to sway the election in favour of Mr Trump and now there are several investigations looking into whether anyone from his campaign helped.

Russia has always denied interfering and Mr Trump insists there was no collusion.


Ansa. 2017-07-31. Putin caccia 755 diplomatici americani da Mosca

Vladimir Putin caccia 755 diplomatici americani dalla Russia in ritorsione alle sanzioni contro Mosca approvate dal Congresso statunitense. L’annuncio del presidente russo conferma il pugno duro di Mosca e arriva nonostante il provvedimento non sia entrato ancora in vigore.

Il testo del progetto di legge e’ infatti sul tavolo del presidente Donald Trump che, pur essendosi impegnato a firmarlo, ancora non lo ha fatto. “Ha detto chiaramente che lo farà” precisa il vice presidente Mike Pence, smorzando le critiche.

In un’intervista a Rossiya 1, Putin parla di pazienza esaurita: “abbiamo aspettato per un po’” un cambiamento e un miglioramento dei rapporti con gli Stati Uniti, “ma giudicando da tutto, se qualcosa cambierà non sarà a breve” afferma il presidente russo. I diplomatici americani dovranno lasciare la Russia entro l’1 settembre: a partire da quel momento gli Stati Uniti potranno contare al massimo 455 diplomatici nelle loro rappresentanze in Russia, cioe’ esattamente quanti ne ha il Cremlino fra ambasciata e consolati americani.

”E’ venuto il momento di mostrare agli Stati Uniti che non lasceremo le loro azioni senza risposta. Washington ha assunto posizioni che peggiorano i nostri rapporti bilaterali e possiamo mettere in campo anche altre misure per rispondere” aggiunge Putin, confermando le parole del vice ministro degli esteri Sergei Ryabkov. In un’intervista ad Abc, Ryabkov ha parlato di ”varie opzioni” a disposizione di Mosca, senza sbilanciarsi sui dettagli. L’annuncio di Putin rappresenta un’escalation negativa nei rapporti con Washington, nonostante il dialogo ”costruttivo” fra Trump e il presidente russo ad Amburgo a margine del G20.

Non è escluso che Mosca possa inasprire ulteriormente la sua ritorsione contro gli Stati Uniti per sanzioni ritenute ingiustificate. Sanzioni criticate duramente anche dall’Unione Europea. E accolte con scetticismo anche da Trump: il provvedimento approvato dal Congresso non impone solo sanzioni alla Russia, ma limita allo stesso tempo l’autorità del presidente su una loro eventuale abolizione. Pur non convinto Trump ha assicurato che firmerà il progetto, decidendo cosi’ di non aprire un nuovo fronte di scontro con il Congresso sulla Russia, che già è al centro delle indagini che vendono coinvolto il presidente

Pubblicato in: Cina, Criminalità Organizzata

Cina. Una nuova legge sulle Ong (Ngo).

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-31.

Pechino-Cina

«China’s new law on foreign non-governmental organizations (NGO) has been in force only a few months – and it’s already heavily impacting and hindering operations by NGOs in the country»

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«foreign NGOs, including foundations, advocacy groups, and business chambers, have had to register with the police and link up with an officially approved Chinese partner or “professional supervisory unit.”»

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«only three dozen organizations, who had been registered under other labels before the law came into effect, have been able to complete the cumbersome process»

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«Many other foreign NGOs, especially those working in political sensitive areas like legal advocacy or political education, are left in legal limbo»

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«The website of the Bureau for the Management of Overseas NGOs under the MPS still lacks an English version»

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«many foreign NGOs that operated in a legal grey area before the new law took effect are now being pushed into outright illegality.»

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«At the round table in Germany, NGO representatives expressed frustration and fear that the Chinese government wanted to progressively and individually squeeze them out of the country»

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«China is unlikely any time soon to give more space to “civil society” beyond its narrowly defined goal of a “civilized society” under the CPC’s guidance, leadership, and control.»

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More Than 7,000 Foreign NGOs in China: Only 91 Registered So Far

Questo era il titolo di un articolo pubblicato il 1° gennaio di questo anno.

Nel contempo, Xinhua pubblica il 20 luglio questo articolo:

Chinese NGO launches drought relief project in Ethiopia

«Amity Foundation, an Independent Chinese social development organization, launched a four million yuan (591,000 U.S. dollars) drought relief project on Thursday that’s expected to benefit 50,000 people in Ethiopia’s Somali regional state.

Speaking at the launching ceremony in Ethiopia’s capital city Addis Ababa, He Wen, Deputy General Secretary of Amity Foundation said the project, with funding from the Chinese government, is part of Amity’s program to create a healthier and harmonious world.

“The 4 million Renminbi will provide safe drinking water and hygiene kits for the drought hit Somali regional state in Ethiopia benefiting 50,000 people,” said Counselor Lin Zhimin of the Chinese embassy in Ethiopia.

Amity in 2016 alone received 200 million yuan, 80 percent of which came from China, to work on community governance, philanthropy, international expansion, innovative development, research and advocacy and institutional capacity.»

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Per comprendere a fondo il significato e le motivazioni di questo provvedimento di legge, sarebbe utile avere presente quanto prima esposto sulle Ong.

Soros George. Uno stato negli stati. Ecco i suoi principali voivodati.

Stati Uniti. È in corso una guerra civile. Occorre prenderne atto.

Orban contro Soros. Nuova legge sulle Ong.

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L’articolo comparso sul The Diplomat è paramount di gran parte dei problemi.

«The website of the Bureau for the Management of Overseas NGOs under the MPS still lacks an English version»

La prima domanda che sembrerebbe doveroso farsi è perché mai in Cina si dovrebbe parlare inglese.

Se per operare negli Stati Uniti è richiesto l’esame di lingua inglese non ci si dovrebbe poi stupire più di tanto che i cinesi parlino cinese. Poi, non si parla di un piccolo paese: si parla di una nazione con un miliardo e trecento milioni di abitanti, seconda potenza economica mondiale per pil.

Suona a nostro avviso stonato che l’articolista non sia riuscito a comprendere una realtà così semplice, banale si potrebbe dire: l’Occidente non è più egemone mondiale.

Per non dire che tra qualche decennio verosimilmente saranno i siti occidentali a dover mettere in rete la versione cinese.

Risulta evidente da quanto detto come si sfuggita la comprensione della mentalità cinese.

Loro semplicemente non vogliono che possano operare sul loro territorio organizzazioni straniere che perseguono fini politici, dettati quindi dall’estero, caratteristica tipica invece delle ong occidentali, che formano uno stato nello stato per desistenza di questo ultimimo. La politica cinese la fanno i cinesi.

Resta anche molto mal definito il concetto di “civil society”. Nei sistemi democratici la società civile si esprime attraverso il voto: non ha alcun bisogno di organizzazione non governative. Ma nella realtà dei fatti le ogn sono una forma di pressione politica sui governi politicamente eletti nella piena legalità.

I cinesi non ne vogliono sapere di tutto ciò, specie poi che le ong internazionali ricevono e perseguono direttive politiche estere per i cinesi: sono tutto tranne che masochisti. Infine, guardando a cosa sta accadendo in Ungheria a buon diritto vogliono tenere le ogn sotto strettissimo controllo: tanto poi stanno costituendo le loro….

In conclusione: ci si stupisce dello stupore dell’articolista.


The Diplomat. 2017-03-04. Overseas NGOs in China: Left in Legal Limbo

As many feared, the new law in practice seems designed to make life difficult for international organizations.

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China’s controversial new law on foreign non-governmental organizations (NGO) has been in force only a few months – and it’s already heavily impacting and hindering operations by NGOs in the country. Since January 1, foreign NGOs, including foundations, advocacy groups, and business chambers, have had to register with the police and link up with an officially approved Chinese partner or “professional supervisory unit.” But so far, only three dozen organizations, who had been registered under other labels before the law came into effect, have been able to complete the cumbersome process, among them the World Economic Forum, the Bill and Melinda Gates Foundation, and some business chambers, for example those of Russia, India, and Canada.

Many other foreign NGOs, especially those working in political sensitive areas like legal advocacy or political education, are left in legal limbo – and suddenly find themselves unable to pay their Chinese employees, access their Chinese bank accounts, or secure visa extensions for their foreign staff.

A round table discussion with a dozen or so mainly German NGOs in January – among them private and political foundations and church-related development agencies – revealed an array of obstacles that delay registration with the Ministry of Public Security (MPS) and the severe consequences for those waiting to complete the process. Under these circumstances, even mundane tasks can turn into all but impossible feats: Just to get an official to pick up the phone at the ministry can prove tricky, let alone finding one who can explain in detail the regulations under the new law. The website of the Bureau for the Management of Overseas NGOs under the MPS still lacks an English version, and accessing it is an “insecure connection,” as some browsers warn.

The haphazard and fragmented way the new law is implemented seems to suggest a deliberate attempt to make life difficult for at least some international organizations operating in China. In fact, many foreign NGOs that operated in a legal grey area before the new law took effect are now being pushed into outright illegality.

Whether the bureaucratic inertia is by chance or by design, one rationale for the Chinese approach is undeniable: The “Overseas NGO Management Law” was initiated at the highest political level to counter what the Communist Party of China (CPC) calls Western infiltration. The party deeply distrusts foreign organizations and fears that their influence could undermine the legitimacy of its own leadership and the stability of the one-party system. The alleged role of “Western” NGOs in the so-called “color revolutions” alarmed many in the Chinese leadership.

Consequently, the new law puts NGOs under police supervision and makes them part of “national security.” Yet at the same time, the government is keen to secure the continued support of those overseas organizations that support the Party-state’s own development priorities. In fact, the government encourages some NGOs to provide expertise and spend their money in clearly defined fields, such as rural education, poverty alleviation, or water conservancy. But it prohibits them from raising funds in China, thus using them as cash cows for China’s development goals.

Although the new law was approved back in April 2016, it took the government until November to issue detailed guidelines. Only on December 20 did the Ministry of Public Security publish a list of Chinese government organizations approved to supervise international NGOs and the areas these foreign organizations are allowed to work in. The list leaves no doubt who foreign NGOs are supposed to work with: ministries, government agencies, and party-led “mass organizations” – but no NGOs in the true sense of the word. The effect of the new approach was felt immediately: Many foreign organizations saw their Chinese partner organizations (i.e. “real” NGOs) end or withdraw from long-term cooperation agreements, not wanting to take any risks.

At the round table in Germany, NGO representatives expressed frustration and fear that the Chinese government wanted to progressively and individually squeeze them out of the country. Each organization seems to face different problems and obstacles, making it hard to join forces and lobby either the Chinese authorities or government agencies back home.

Securing their future in China appears slightly less stressful for those organizations that were already, under the previous regulations, registered with the Ministry of Civil Affairs. But out of an estimated 7,000 international organizations in China, only three dozen fall into that category.

Likewise, business associations and chambers of commerce also seem to face less pressure. When the authorities in Shanghai announced the first batch of newly registered organizations in January, four of the six were chambers of commerce.

State media in China celebrated these registrations as proof that the new law is implemented in an open and transparent way, but accounts by many international organizations suggest a different picture. Many foundations, think tanks, advocacy and international charity groups that have operated in China for years face an uncertain future. They must ponder whether to pull out, stay and hope for change, or adjust their remit to please the Chinese authorities. The next few months, they say, are crucial to determine whether they can maintain their operations in China. Meanwhile they all hope for help and support from their respective governments.

However, putting pressure on the Chinese government can probably only help in individual cases; it won’t bring about fundamental change. The new NGO law is here to stay and it’s going to change the way liberal democracies in Europe and other parts of the world engage with China. The space for multi-track relations – beyond government-to-government exchanges – has been further squeezed, and there are no signs of a let-up. China is unlikely any time soon to give more space to “civil society” beyond its narrowly defined goal of a “civilized society” under the CPC’s guidance, leadership, and control.

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Sistemi Economici, Unione Europea

Macron denatura la Lione – Torino. Se poi la si finirà di costruire.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-30.

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Se si potesse parlare come si mangia, si potrebbero dire molte cose: quelle che tutti sanno ma che nessuno gradisce dire.

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«“Pausa di riflessione” sui cantieri francesi. Obiettivo: usare tratte esistenti per risparmiare»

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«Non possiamo promettere aeroporti e linee ad alta velocità alla Francia intera. La legge assocerà ad ogni progetto il suo finanziamento».

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«Non solo Libia e Fincantieri/Stx. Con l’arrivo di Emmanuel Macron all’Eliseo, anche il dossier Torino-Lione è motivo di timori e potenziali attriti tra Italia e Francia»

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«la pausa di riflessione sulle grandi opere annunciata dalla ministra dei Trasporti, Elisabeth Borne, rischia di paralizzare per un quasi un anno l’avvio di nuovi cantieri e l’attribuzione di appalti sulla tratta francese»

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«Un po’ quel che mesi fa ha chiesto la Corte dei Conti francese, inchiodando l’Agenzia di finanziamento delle infrastrutture di trasporto (Afitf), accusata di avviare opere largamente insostenibili dal punto di vista economico»

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«La Francia ha un piano di infrastrutture che vale tra 70 e 80 miliardi nei prossimi anni»

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«l’Unione europea finanzia il 40% degli 8,3 miliardi necessari (all’Italia tocca pagare il 35%, alla Francia il 25)»

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Mr Macron è sulla graticola. Recita molto bene la sua parte, ma sulla graticola c’è e ci rimane.

– Una Tav Lione – Torino avrebbe potuto dirottare i traffici provenienti da Portogallo, Spagna e su della Francia sul tracciato che dalla Pianura Padana porta ai paesi dell’Est.

– Questo progetto è sempre stato inviso ai tedeschi, che hanno costantemente espresso parere favorevole per una tratta Lione – Digione – Monaco di Baviera.

– Usare le tratte preesistenti riduce sicuramente il costo dell’opera, ma da Tav la tratta diventa tracciato comune. Chi avesse necessità della Tav sarebbe obbligato ad usare il tragitto a nord delle Alpi.

– Mr Hollande ha lasciato in eredità a Mr Macron un gran numero di progetti tutti regolarmente studiati senza curarsi di chi avrebbe coperto i costi: sogni, utopie, ma la gente credeva fossero promesse vere.

– Mr Macron deve sostenere la Grandeur senza spendere un centesimo: non ne ha. La situazione economica francese è in profondo rosso.

– Gli italiani sono un pungiball ideale. Governo fatiscente, situazione economica e finanziaria squallida, un debito pubblico mastodontico che necessita di continui aiutini europei. Ma gli “aiutini” esigono una contropartita.

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Mr Macron si è installato solo da qualche mese all’Eliseo, ma il cambio della guardia è stato notato, eccome!

Aspettiamo ora con pazienza i risultati delle elezioni in settembre in Germania ed in ottobre in Austria, che non dovrebbero generare grossolani rimescolamenti, tranne che, forse, nelle alleanze.

Siamo solo agli inizi: serviranno altri due anni di tempo per arrivare alle elezioni europee. Ed in questo lasso di tempo il duo Macron – Merkel si darà ben da fare per conquistarsi una salda egemonia.


La Stampa. 2017-07-30. Torino-Lione, Macron blocca per un anno 7,5 miliardi di finanziamenti

“Pausa di riflessione” sui cantieri francesi. Obiettivo: usare tratte esistenti per risparmiare.

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Non solo Libia e Fincantieri/Stx. Con l’arrivo di Emmanuel Macron all’Eliseo, anche il dossier Torino-Lione è motivo di timori e potenziali attriti tra Italia e Francia. Anche se lo stop dei cantieri già avviati non è in discussione, la pausa di riflessione sulle grandi opere annunciata dalla ministra dei Trasporti, Elisabeth Borne, rischia di paralizzare per un quasi un anno l’avvio di nuovi cantieri e l’attribuzione di appalti sulla tratta francese. Bisognerà attendere la nuova legge programmatica sulle infrastrutture entro la fine del primo semestre 2018.  

I ruoli si sono invertiti: finora era l’Italia a essere considerata l’anello debole, per via dei conti traballanti e dei movimenti che da vent’anni contestano l’alta velocità. Ora è la nuova Francia macronista a voler riflettere sul da farsi. Ricalcolare le spese anche per evitare di avviare opere che non è in grado di finanziare. E adesso è l’Italia (e con lei l’Europa) a chiedere spiegazioni, garanzie e rassicurazioni. 

«Non possiamo promettere aeroporti e linee ad alta velocità alla Francia intera – recita un tweet pubblicato a metà luglio dal presidente – La legge assocerà ad ogni progetto il suo finanziamento». Un po’ quel che mesi fa ha chiesto la Corte dei Conti francese, inchiodando l’Agenzia di finanziamento delle infrastrutture di trasporto (Afitf), accusata di avviare opere largamente insostenibili dal punto di vista economico. 

La Francia ha un piano di infrastrutture che vale tra 70 e 80 miliardi nei prossimi anni. Tre progetti sono di rilevanza internazionale: il Canal Seine-Nord, 4,5 miliardi per collegare il porto di Le Havre e il Benelux; il nuovo aeroporto di Parigi; e la Torino-Lione. Venerdì a Roma la ministra delle Infrastrutture Elisabeth Borne ha rassicurato il collega italiano Graziano Delrio: per la Torino-Lione i lavori proseguono e sono confermati gli «impegni internazionali». I lavori del tunnel di base non si fermano, anche perché l’Unione europea finanzia il 40% degli 8,3 miliardi necessari (all’Italia tocca pagare il 35%, alla Francia il 25). Entro gennaio la Francia si impegna a rivedere la tratta di sua competenza. E lo farà prendendo spunto dall’Italia che ha già avviato e concluso la ricognizione delle proprie infrastrutture. Il processo ha coinvolto anche la tratta italiana della Tav: il governo e la struttura tecnica guidata dal commissario Paolo Foietta hanno rivisto il progetto, deciso di sfruttare parte della linea già esistente, abbassando il costo da 4,3 a 1,9 miliardi. Lo stesso farà adesso la Francia, la cui tratta di Torino-Lione vale sulla carta 7,5 miliardi ma – eliminando alcuni tunnel previsti e sfruttando la tratta storica che devia verso Chambery – potrebbe passare a 3,5-4 miliardi. 

Il progetto non sembra dunque essere in discussione. Lo stesso Macron, in campagna elettorale, è stato categorico: «C’è un trattato internazionale, ci sono finanziamenti europei disponibili, ci sono gli operai che hanno incominciato a scavare. A questo punto non abbiamo più scelta: bisogna andare fino in fondo». Quel che verrà valutato, oltre al tracciato, sono le modalità di finanziamento. «Per ora vengono valutate su base annua – spiega Stéphane Guggino, delegato generale di Transalpine -. Entrare in una legge di finanziamento pluriannuale (come vuole fare Parigi entro il primo semestre 2018, ndr) permetterebbe di mettere in sicurezza il progetto sul lungo periodo». Anche a costo di perdere altro tempo, che tuttavia si pensa di compensare. Gli accordi internazionali fissano la fine dei lavori al 2030: un progetto low cost, che sfrutti in parte infrastrutture già esistenti, potrebbe accorciare i tempi di realizzazione. «Non è più un progetto, è un cantiere», spiega Guggino. «Un miliardo e mezzo è già stato speso, 20 chilometri di gallerie scavati e 400 persone lavorano sul lato francese del tunnel».  

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Geopolitica Mondiale, Unione Europea

EurUsd 1.1751. Mr Trump inizia a stritolare Frau Merkel ed i suoi ‘valori’.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-30.

Donald Trump photographed at Trump Tower in NYC
Donald Trump photographed at the Trump Tower on 5th Ave. in Manhattan, NYC on Monday, September 21, 2015. (Damon Winter/ The New York Times)

«A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca».

Profonda frase del grande Andreotti.

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Frau Merkel non è la Germania.

La Germania non è l’Unione Europea.

L’Unione Europea non è la Banca Centrale Europea.

La Banca Centrale Europea sembrerebbe non mettercela mica tutta per tenere basse le quotazioni dell’euro.

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Si constata come il tre marzo il rapporto Eur/Usd valesse 1.05 mentre il 28 luglio valeva 1.1751. In cinque mesi questo rapporto ha subito sostanziali variazioni e questo trend sembrerebbe dover durare nel tempo. Sotto la condizione che non varino le situazioni al contorno, se questo andamento si riconfermasse, a fine anno il rapporto Eur/Usd potrebbe toccare il valore di 1.30.

Sarebbe ben difficile non vedere dietro a codesta manovra la sapiente mano della Yellen, che è riuscita a deprezzare il dollaro pur lasciando aumentare i tassi di interesse. Così come sarebbe ben difficile non vedere dietro questa manovra un preciso piano politico americano. Volente o nolente, il quadro dirigenziale europeo alla fine sarà obbligato a razionalizzare che con gli Stati Uniti deve collaborare, non fare la fronda.

L’Eurozona non è forte a sufficienza da poter svolgere una politica monetaria indipendente. Più in generale, le sue ambizioni di indipendenza ed opposizione agli Stati Uniti sono mere utopie.  Mr Juncker e Frau Merkel alla fine saranno obbligati dai fatti a comprendere come sia impossibile risolvere i problemi senza tener conto del contesto generale.

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«Germany, the eurozone’s largest economy, wants to see a tighter policy, which is a better fit for the robust economy. Clearly however, the ECB under Draghi’s stewardship has no intentions of altering current policy until inflation moves closer to the ECB’s target of 2 percent» [Fonte]

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«At the same time, the euro, which has significantly strengthened recently on expectations of the fast curtailment of the QE program in the Eurozone, has a negative impact on inflation expectations. This will make it more difficult for the ECB to make decisions regarding monetary policy. The ECB has repeatedly stressed that to begin the reduction of the program to stimulate the economy of the Eurozone, stable signals of inflation growth in the region are needed. The rate of price growth in the Eurozone last month slowed to 1.3% per annum, being significantly below the target level of the ECB, which is just under 2%. And, according to the leaders of the ECB, the economy of the Eurozone still needs “very significant” incentive measures because of low inflation» [Fonte]

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«According to the OECD’s calculations, fair value for EUR/USD as defined by Purchasing Power Parity (PPP) currently lies at 1.34.  Not all methods suggest that fair value is quite so high.  However, the Bloomberg calculated PPPs based on CPI inflation, PPI inflation and the Big Mac method all suggest that EUR/USD is currently between 0.02% and 18.5% undervalued» [Fonte]

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The German economy and the dollar-euro exchange rate

«To clarify why Germany has not recorded an upswing in GDP growth recently despite last year’s marked depreciation of the euro against most other world currencies, which – according to economic intuition – should have stimulated the export-oriented German economy.»

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Già.

«According to economic intuition», una valuta deprezzata dovrebbe favorire le esportazioni. Al contrario, una valuta forte dovrebbe deprimere le esportazioni.

A quanto potrebbe sembrare, la Bundeskanzlerin Frau Merkel non è poi così forte da poter imporre a tutti gli altri, a tutto il mondo, la condivisione della sua scala valoriale e dei suoi desiderata.


Bloomberg. 2017-07-28. Dollar Drops for Third Week as Data Underscore Fed Dilemma

– Greenback falls as GDP, ECI miss ests., health care shelved

– Swiss franc and yen extend declines on policy comparisons

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The dollar was headed for a third straight week of losses as data reinforcing the notion that U.S. inflation pressures are subdued kept the greenback close to a 14-month low.

U.S. economic growth and the employment cost index both missed estimates, while inflation expectations remained muted as the University of Michigan consumer sentiment reading improved in July. The dollar fell further after North Korea launched an intercontinental ballistic missile, extending losses seen after the GDP data and after Republican efforts to repeal Obamacare failed.

– The Bloomberg dollar index is lower by ~0.3% for the day amid month-end selling pressure and is on track for a weekly decline of a similar magnitude. The dollar is trading close to levels from early May 2016. Flows are muted after a hectic week that saw the euro gain about 0.7% vs the greenback and more than 3% vs the Swiss franc

– Investors continue to adjust positions amid shifting expectations for monetary-policy trajectories among the major central banks. Data Friday showed robust economic growth in some European economies and stronger inflation pressure in Germany. The reports underscored ECB President Draghi’s assertion that the regional economy is on a firm footing with reduced downside risk that should enable policy makers to begin discussions soon on tapering asset purchases

– In the U.S., the data amplified the Fed’s decision Wednesday to acknowledge the persistence of subdued inflation pressures, even as employment continues to climb. While the Fed has raised rates twice this year, markets assign less than 50% odds of a third hike for 2017. In contrast, both the SNB and the BOJ have signaled that their policies will remain on hold for the foreseeable future, the SNB also emphasizing that its currency remains overvalued. As a result, the Swiss franc tumbled vs its G-10 peers on the week; the yen dropped by a smaller amount vs most while gaining against the CHF and the USD

– In Friday trading, EUR/USD was trading ~1.1748 vs a high of 1.1764. It was still below the more-than-two-year peak at 1.1777 reached Thursday that offers nearby technical resistance

– USD/JPY was trading ~110.79 after dropping to a fresh low for the day at 110.67 following the North Korea missile launch. The pair tested technical support in the zone below 110.80 that cushioned during the week as the dollar fell with Treasury yields. The 233-DMA at 110.78 also cushioned the pair in recent sessions and may have added to support Friday, one trader said

– Adding to the greenback’s woes, USD/CAD saw its biggest drop in two weeks to a low of 1.2420, after oil gained and Canadian GDP beat all estimates. The data reinforced expectations that the Bank of Canada will hike again in October after raising rates 25bps on July 12

– The Swiss franc extended its weekly drop versus the euro and the dollar, with EUR/CHF rising above 1.1400 in late afternoon. Traders speculate that some M&A-related CHF selling may have exacerbated the drop in the Swiss currency in recent sessions

Pubblicato in: Giustizia

La fabbrica del divorzio indissolubile inizia a sfaldarsi.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-30.

Tribunale 010

Verissimo: il titolo sembrerebbe essere scazontico. Ma lo è perché riflette una legislazione ed una giurisprudenza che rasentano (rasentavano) i limiti della schizofrenia.

Cerchiamo di fare un minimo di chiarezza, per quanto possibile trattando un simile argomento.

In Italia il matrimonio è indissolubile in modo ben più stretto di come lo aveva concepito Papa San Gregorio Magno.

Infatti, se è mera formalità adire alla separazione e quindi al divorzio, questo ultimo scioglie dai vincoli giuridici ma lascia intatti quelli economici. In altri termini, non è tanto un matrimonio indissolubile, bensì un matrimonio eterno.

Se è di comune buon senso il disporre impegni economici per il mantenimento della prole fino all’ingresso nel mondo del lavoro, impegno questo a termine, è ancora oggetto di ampio dibattito quello relativo al mantenimento del coniuge “economicamente più debole“.

Questo aspetto si presta infatti ad ogni sorta di abusi, ben difficilmente documentabili in forma compiuta.

Il caso più frequente è quello di una donna che sposa una persona più abbiente e dopo qualche tempo si separa prima e divorzia dopo. Essendo essa “economicamente più debole“, ed adducendo tutte le difficoltà ad trovarsi un lavoro con cui vivere, si è costituita una sorta di pensione esentasse a vita. A ciò si aggiunga come, in accordo alla Weltanschauung vigente, la donna anche nullipara risulta sempre essere privilegiata, fatto questo cui contribuiscono in modo fattivo i giudici femmine, che applicano più le ideologie che le leggi. È il trionfo del concetto di oι μέν και οι δέν.

Su questa base è stata allestita una vera e propria fabbrica di divorzi.

Un elevato numero di femmine si costituisce un immarcescibile fondo pensioni sposandosi una qualcuno che abbia entrate fisse, smette di lavorare, e dopo un lasso di tempo più o meno lungo si separa. La procedura di separazione è un fatto automatico, è sufficiente che un coniuge se ne vada ed il Tribunale ne prende atto. Se per sposarsi serve il consenso di ambedue i contraenti, per separarsi ciò non è richiesto. Al momento della separazione e, poi, del divorzio il soggetto “economicamente più debole” si trova a lucrare un assegno di mantenimento a vita. Basta non commettere imprudenze, e questo sarà mantenuto sine die: poi, alla morte del coniuge pagatore, subentrerà la pensione di reversibilità. Un gioco ben facile.

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Ad agitare le acque è arrivata la recente sentenza di Cassazione 11504/2017.

Questo è il passo degno di nota:

«Deve, peraltro, sottolinearsi che il carattere condizionato del diritto all’assegno di divorzio – comportando ovviamente la sua negazione in presenza di «mezzi adeguati» dell’ex coniuge richiedente o delle effettive possibilità «di procurarseli», vale a dire della “indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso – comporta altresì che, in carenza di ragioni di «solidarietà economica», l’eventuale riconoscimento del diritto si risolverebbe in una locupletazione illegittima, in quanto fondata esclusivamente sul fatto della “mera preesistenza” di un rapporto matrimoniale ormai estinto, ed inoltre di durata tendenzialmente sine die: il discrimine tra «solidarietà economica» ed illegittima locupletazione sta, perciò, proprio nel giudizio sull’esistenza, o no, delle condizioni del diritto all’assegno, nella fase dell’an debeatur.

Tali precisazioni preliminari si rendono necessarie, perché non di rado è dato rilevare nei provvedimenti giurisdizionali aventi ad oggetto l’assegno di divorzio una indebita commistione tra le due “fasi” del giudizio e tra i relativi accertamenti che, essendo invece pertinenti esclusivamente all’una o all’altra fase, debbono per ciò stesso essere effettuati secondo l’ordine progressivo normativamente stabilito.»

Ci si permette di ricordare come il termine “locupletazione” significhi arricchimento, spesso a danno di altri.

«l’eventuale riconoscimento del diritto si risolverebbe in una locupletazione illegittima, in quanto fondata esclusivamente sul fatto della “mera preesistenza” di un rapporto matrimoniale ormai estinto, ed inoltre di durata tendenzialmente sine die»

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Di seguito riportiamo una raccolta di titoli di sentenze di cassazione, classificate per tipologia di problema.

* * * * * * *

Di questi giorni è uscita una nuova sentenza del Tribunale di Roma, sent. n. 12899/17 del 23.06.2017, che rifinisce ancor meglio il nuovo orientamento giurisprudenziale in materia.

Mantenimento: la moglie deve dimostrare di non potersi mantenere.

«Per ottenere l’assegno di divorzio è l’ex moglie che deve dimostrare la non indipendenza economica e di aver fatto di tutto per trovare un lavoro.

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Se, durante la causa di divorzio, l’ex moglie non riesce a dimostrare la propria incapacità a mantenersi da sola perde l’assegno di mantenimento. È sul coniuge più debole economicamente che ricade infatti l’onere della prova della cosiddetta «non indipendenza economica». È quanto chiarito dal Tribunale di Roma con una recente sentenza. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire quale importante chiarimento fornisce la pronuncia in oggetto in tema di mantenimento.

Come ormai a tutti noto, la Cassazione ha riscritto le regole sulla quantificazione dell’assegno di divorzio: non più una misura volta a garantire all’ex col reddito più basso lo stesso «tenore di vita» che aveva quando era ancora sposato, ma solo a consentirgli il sostentamento, ossia l’indipendenza economica. Chi quindi accampa pretese economiche nei confronti dell’ex coniuge deve dimostrare di non potersi mantenere da solo. Se questi, al contrario, dovesse risultare ancora in grado di provvedere a se stesso non ha più diritto all’assegno di mantenimento. È il caso, ad esempio, di chi è nelle condizioni (fisiche, d’età, di formazione e d’esperienza) di trovarsi un lavoro o perché percepisce redditi da altre fonti (ad esempio: uno stipendio di almeno mille euro al mese, l’affitto di un immobile, gli aiuti dai genitori, la disponibilità di un tetto dove andare a dormire, ecc.).

A questo punto si è posto il problema: chi deve dimostrare l’autosufficienza economica della moglie? In altre parole:

– è la moglie a dover provare, al giudice, di non essere in grado di mantenersi per poter sperare nell’assegno di divorzio

– o è invece il marito a dover dare dimostrazione che la moglie è indipendente economicamente?

Secondo il Tribunale di Roma è più corretta la prima soluzione. La donna deve dimostrare di essersi attivata per reperire un lavoro consono all’esperienza professionale maturata e al titolo di studi conseguiti. Non può limitarsi a semplici prove generiche e non circostanziate. Deve inoltre dimostrare di essere nell’impossibilità – per impedimento fisico o altro – di svolgere qualsiasi attività lavorativa. Se dovesse limitarsi a dedurre di aver svolto incarichi occasionali non avrebbe sufficientemente provato quanto sopra e perderebbe il diritto all’assegno di divorzio. Peraltro la scelta di trasferirsi presso la casa dei genitori è, anzi, dimostrazione di avere una ulteriore disponibilità economica derivante dagli aiuti di questi ultimi e dalla disponibilità di un domicilio gratuito. Risultato: se l’ex moglie non dimostra la propria «non indipendenza economica» il giudice non può riconoscerle l’assegno di mantenimento.

Deve essere rigettata la domanda di assegno divorzile sulla base del più recente orientamento della giurisprudenza di legittimità inaugurato con la sentenza 11504/17, tenuto conto degli indici costitutivi del parametro dell’indipendenza economica enucleati dalla Suprema corte, indici che operano in via concorrenziale e non già alternativa, quale ad esempio la possibilità di usufruire gratuitamente di un’abitazione e, soprattutto, del mancato assolvimento da parte del richiedente dell’onere probatorio della non indipendenza economica.

È allora escluso il contributo economico a carico dell’ex marito in favore della donna in età lavorativa che risulta disoccupata e lascia una città per tornare al sud in una città svantaggiata dove scarseggiano le occasioni di lavoro: si tratta di una decisione unilaterale le cui conseguenze non possono che ricadere su chi ha fatto questa scelta di vita.»

* * * * * * *

Ovviamente, ogni caso giudiziario è un caso a sé stante e spetta al Giudice decidere il da farsi. Se ciò non fosse, il ricorso al Tribunal sarebbe del tutto inutile.

Tuttavia, il ribaltamento delle posizioni giuridiche in materia di assegno divorzile di mantenimento sembrerebbe essere un dato oramai, anche se faticosamente, acquisito.

Due considerazioni.

In primo luogo, ogni persona dovrebbe essere responsabile delle proprie azioni, trarne e subirne le conseguenze. Il coniuge che voglia separarsi ed abbandoni quindi sponte sua il tetto coniugale, ed a cui il tribunale non riconosca un giusta causa, dovrebbe aver ben presente di dover lavorare per vivere.

In secondo luogo, la non percezione dell’assegno divorzile preclude il godimento della pensione di reversibilità al momento della morte dell’ex-coniuge che lo erogava. Per l’Inps questo nuovo orientamento giurisprudenziale è una manna dal Cielo.


Sole 24 Ore. 2017-05-22. Divorzio, ecco le mosse per ridurre l’assegno all’ex

Partono le richieste di revisione dell’assegno di divorzio dopo la sentenza della Cassazione 11504 del 10 maggio scorso (relativa al divorzio tra l’ex ministro Vittorio Grilli e Lisa Lowenstein), che ha mandato in soffitta il criterio della «conservazione del tenore di vita» per sostituirlo con quello dell’«indipendenza economica».

Ma è davvero così semplice ora, per il coniuge obbligato, ottenere la revoca o la riduzione dell’assegno di divorzio? Non proprio. La sentenza della Cassazione, nei fatti, rende meno scontato il riconoscimento del mensile perché lo subordina solo alla mancanza di mezzi adeguati e all’impossibilità di procurarseli (articolo 5, comma 6, della legge 898/70), sganciandolo dal «tenore di vita durante il matrimonio» che, tra l’altro, la legge sul divorzio non cita. Chi vuole agire per la revoca, quindi, deve provare che l’ex coniuge può mantenersi da sé o che potrebbe attivarsi in tal senso.

Una guida per decidere come muoversi, oltre che dalla recente sentenza, deriva dalla giurisprudenza degli ultimi anni. I giudici hanno infatti individuato alcuni casi in cui l’assegno può essere revocato o ridotto.

La sentenza del 10 maggio ha indicato quattro punti da tenere in considerazione per valutare l’autosufficienza dell’ex: i redditi di qualsiasi specie; i cespiti patrimoniali immobiliari e mobiliari; la capacità e la possibilità effettive di lavoro personale; la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Assegno divorzile, ecco cosa cambia dopo la sentenza della Cassazione

Per convincere il giudice a revocare l’assegno, dunque, il divorziato potrà tentare di documentare il possesso, da parte dell’altro, di redditi o beni. Ma, se questi mancano, la partita si fa più complessa: non è semplice provare la capacità al lavoro del beneficiario o le concrete chance di trovarne uno. Dall’altra parte, per chi teme di perdere l’assegno, è consigliabile archiviare domande di lavoro, annunci o iscrizioni al collocamento, che attestino la buona volontà di rendersi indipendenti. Anche se la stessa Cassazione con sentenza 11538 dell’11 maggio scorso ha chiarito che a chi percepisce l’assegno non si può chiedere la prova dell’impossibilità di trovare lavoro, soprattutto se la non indipendenza si desume anche da altri fattori.

Finora, la giurisprudenza ha cancellato l’assegno divorzile, anche a prescindere dall’esistenza di «mezzi adeguati» per vivere, se il beneficiario ha avviato una stabile convivenza con un altro (Cassazione, 25528/2016), perché il divorziato rescinde così ogni legame con la vita precedente. Non solo: l’assegno è stato revocato anche in un caso in cui non è stata provata la natura amorosa del nuovo legame del beneficiario (Cassazione, 6009/2017). Secondo i giudici, inoltre, può ottenere la cancellazione dell’assegno anche l’obbligato benestante, se lo suggeriscono le altre condizioni previste dalla legge (Tribunale di Roma, 8 gennaio 2016), ma non basta la condizione di disoccupazione dell’obbligato, se ha altre fonti di reddito (Cassazione, ordinanza 10099/2016).

Fin qui la revoca. Nella partita sulla riduzione dell’assegno entrano invece gli altri criteri, da valutare in base alla durata del rapporto, dettati sempre dall’articolo 5, comma 6, della legge sul divorzio: condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o comune e redditi. Ecco come li ha applicati finora la giurisprudenza.

I giudici hanno ridotto l’assegno alla divorziata che, tornando a vivere dai suoi, ha migliorato le condizioni di vita, mentre il coniuge ha perso il lavoro (Cassazione, 10787/2017). Cifra ribassata anche per la titolare di una modesta pensione sociale (Cassazione, 18092/16). E l’importo da pagare è stato ridotto anche per l’obbligato che ha avuto un figlio dalla nuova compagna e che quindi deve affrontare nuove spese (Cassazione 14521/2015). Infine, anche il crollo professionale dell’obbligato può essere un elemento che motiva la riduzione dell’assegno (Cassazione, 21670/2014), ma non se è avvenuto per sue scelte azzardate (Cassazione 14143/2014).

Divorzio, al via le battaglie per rivedere gli accordi patrimoniali

IN SINTESI I CRITERI STABILITI DAI GIUDICI

SI ALLA REVOCA:

  • il coniuge coabita con un altro partner, anche se manca la prova che tra i due vi sia, effettivamente, una convivenza more uxorio, apparendo legati, in società, solo da un’«affettuosa amicizia» (Cassazione, ordinanza 6009 dell’8 marzo 2017);

    • il coniuge tenuto a pagare l’assegno ha consistenti disponibilità economiche e personalità discutibile, ma vengono comunque utilizzati (senza limiti) i criteri di legge per la riduzione (fino all’azzeramento) dell’assegno: condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, durata del matrimonio, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno o comune (Tribunale di Roma, sentenza dell’8 gennaio 2016)

NO ALLA REVOCA:

  • il coniuge tenuto a pagare l’assegno è disoccupato e l’ex moglie lavora, ma l’uomo possiede molti immobili che gli consentono di mantenere un significativo standard di vita, mentre l’ex moglie svolge lavori umili e malretribuiti (Cassazione, ordinanza 10099 del 17 maggio 2016);

  • gli ex hanno mantenuto in comproprietà la casa coniugale, che non produce reddito valutabile ai fini dell’assegno (Cassazione, ordinanza 8158 del 22 aprile 2016);

  • il coniuge beneficiario dell’assegno è lavoratore saltuario e “in nero” (Cassazione, ordinanza 4175 del 2 marzo 2016)

SI ALLA RIDUZIONE:

  • l’ex moglie se è tornata a vivere dai genitori e per questo non ha subito un peggioramento delle condizioni di vita e l’ex marito, obbligato a versarle il mensile, ha perso il lavoro e ha difficoltà ad adempiere l’obbligazione (Cassazione, ordinanza 10787 del 3 maggio 2017);

  • all’ex moglie viene riconosciuta la pensione sociale. Il fatto che la beneficiaria possa contare su un reddito fisso, seppur modesto, è motivo per un nuovo vaglio delle condizioni economiche delle parti (Cassazione, sentenza 18092 del 15 luglio 2016);

  • l’ex coniuge tenuto a pagare l’assegno ha un figlio dalla nuova compagna. Va disposto – dovendosi soppesare i diritti acquisiti con le esigenze del nuovo nucleo familiare (Cassazione, sentenza 11438/2014) – il riesame delle condizioni economiche degli ex coniugi (Cassazione, ordinanza 14521 del 10 luglio 2015);

  • l’ex tenuto a pagare l’assegno ha perso il lavoro (Cassazione, ordinanza 21670 del 14 ottobre 2014)

NO ALLA RIDUZIONE:

  • le difficoltà economiche dell’obbligato sono state causate dalle sue scelte poco oculate, come un acquisto immobiliare inopportuno. Peraltro, l’ammontare dei redditi dell’ex coniuge, raggiunto da un accertamento di evasione fiscale, era presumibilmente superiore a quanto dichiarato (Cassazione, ordinanza 14143 del 20 giugno 2014).

SI ALL’AUMENTO:

  • la richiesta è motivata solo dalla crescita dei figli e dal mutare dei loro bisogni. Per far salire l’importo si esige una valutazione di quanto, concretamente, occorra ai figli, da parametrarsi all’aggiornata situazione economica dei genitori (Cassazione, ordinanza 8151 del 22 aprile 2016);

  • la domanda è basata sull’incremento delle spese derivanti dal trasferimento dei figli in una facoltà fuori sede, ma i figli stessi hanno redditi saltuari, derivanti da borse di studio e lavori estivi o collaterali allo studio (Cassazione, ordinanza 439 del 14 gennaio 2016);

  • l’ex marito riceve una cospicua eredità; i giudici aumentano l’assegno per i figli ma non quello per l’ex moglie (Tribunale di Roma, sentenza 581 del 2015)

NO ALL’AUMENTO:

  • l’ex coniuge, oltre a lavorare in un’impresa affermata e a disporre di una sua casa, si dedica a passatempi costosi, come la caccia e la guida di auto potenti, mentre l’ex moglie, malata, è lavoratrice saltuaria nel settore agricolo (Cassazione, ordinanza 2574 del 10 febbraio 2015);

  • l’assegno è l’unica entrata della ex coniuge beneficiaria che, per età, non è più idonea a iniziare a lavorare (Cassazione, sentenza 19000 del 10 settembre 2014)

Pubblicato in: Criminalità Organizzata

Der Spiegel prospetta ‘associazione per delinquere’ per le automobili tedesche.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-29.

 Mafia 011

Il Der Spiegel usa parole inusitatamente dure per denunciare il cartello formatosi de facto tra tutte le principali aziende produttrici di mezzi di locomozione a motore a combustione della Germania.

«The diesel scandal is not a failure on the part of individual companies, but rather the result of collusion among German automakers that lasted for years. Audi, BMW, Daimler, Volkswagen and Porsche coordinated their activities in more than a thousand meetings. The exposure of a cartel.»

Sotto la condizione che quanto riportato corrisponda al vero, emergerebbe una collusione tra i Governi tedeschi degli ultimi dieci anni e l’industria automotive.

Il cartello tra le industrie produttrici di automobili sarebbe in essere da troppo tempo ed avrebbe avuto una portata così ampia da rendere impossibile il fatto che il Governo tedesco non ne fosse a conoscenza.

Situazione che in italiano corretto sarebbe da definirsi come “associazione per delinquere”.

*

Data la portata della denuncia, riportiamo senza commenti l’articolo.


Der Spiegel. 2017-07-27. Das Auto-Syndikat [Testo originale tedesco]


Der Spiegel. 2017-07-27. Collusion Between Germany’s Biggest Carmakers [Testo originale inglese]

The diesel scandal is not a failure on the part of individual companies, but rather the result of collusion among German automakers that lasted for years. Audi, BMW, Daimler, Volkswagen and Porsche coordinated their activities in more than a thousand meetings. The exposure of a cartel.

*

Sometimes big things are hidden behind much smaller things. For instance, one of the biggest secrets of the German automotive industry lies behind the mechanism that opens and closes a convertible top at the push of a button.

Daimler, BMW, Audi, Porsche and Volkswagen are engaged in cutthroat competition to produce the best cars. At least that’s the story often told by auto company CEOs, economists and politicians. It’s a narrative about the beneficial effect of the market economy, which is based on competition among companies. But the narrative is wrong, and this is reflected in the convertible top.

Daimler, BMW, Audi, Porsche and Volkswagen did not in fact compete over which company could offer its customers the best top. On the contrary, experts with the five automakers coordinated their actions in numerous meetings. For instance, they determined the maximum speed at which a driver could open or close the top.

“No arms race when it comes to speeds,” read the minutes of a meeting in Bad Kissingen. Arguments against an arms race, according to the minutes, were “costs, weight, increasing technological risk and crash relevance.” The result of that meeting is that the soft tops on the convertibles sold by Daimler, BMW, Audi, Porsche and Volkswagen can only be opened and closed at speeds of up to 50 kilometers per hour.

It was an agreement that suspended both competition and the market economy. It was reached by the “working group for mechanical attachments.” There were many, many other working groups involving the five German automakers, including working groups for braking control systems, seating systems, air suspensions, clutches, gasoline engines and diesel engines. The major issues were discussed and arranged in these groups.

Reporting by DER SPIEGEL into the anti-cartel authorities in Brussels and Bonn, and automakers in Stuttgart, Munich and Wolfsburg, and conversations with current and former executives, provide a previously unknown image of Germany’s most important industry. The conclusion is that Daimler, BMW, Audi, Porsche and Volkswagen often no longer compete with one another. Instead, they secretly cooperate, very closely, in fact, in the same way one would normally expect of the subsidiaries of a single company to work together, as something like a “German Cars Inc.” — or a cartel.

Daimler, Volkswagen, Audi and Porsche have already admitted as much to the European Commission and the German Federal Cartel Office. In a brief dated July 4, 2016, Volkswagen issued what amounts to a voluntary declaration of its “participation in suspected cartel infringements.” According to the VW statement, Daimler, BMW, Volkswagen, Audi and Porsche have coordinated matters relating to the development of their vehicles, costs, suppliers and markets “for many years — at least since the 1990s and to this day.”

It is not just a matter of the establishment of an exclusive club of the five German automakers with the goal of attaining economic advantages over the competition. The secret agreements are also detrimental to customers, who buy German vehicles because, among other things, they expect to be getting the best possible products from a technical standpoint. But how can a company produce the best if competition is curbed, and if the engineers stop doing their utmost to outdo the engineers working for other brands?

And then there are the millions of owners of diesel cars. In an almost bizarre way, they too are victims of the German auto cartel. For the first time, there is proof that it was agreements among these five automakers that ultimately ensured that emissions from diesel vehicles were not cleaned as effectively as would have been technically possible. This all began with the cartel of the five automakers.

Diesel buyers are now left with the damage. They face the prospect of no longer being allowed to drive their cars in cities, and of suffering significant losses when selling the vehicles. Shareholders are also among the victims. Penalties for cartel violations weaken the companies in which they hold shares and can lead to declining share prices. Suppliers are also adversely affected, as is almost always the case with cartel agreements. If the five German automakers agree to buy from only one company, others stand no chance of securing orders.

The agreements among the German automakers likely constitute one of the biggest cartel cases in German industrial history. They began in the 1990s and were expanded to include more and more issues, probably in part because industry executives long viewed violations of competition law as harmless rule violations, on a par with parking tickets.

It is only in recent years that the European Commission has begun imposing drastic penalties on companies that secretly collude on pricing or the technology they use. In 2012, manufacturers of cathode ray tubes were ordered to pay 1.5 billion euros in fines. In 2016, a 2.9-billion-euro penalty was imposed on commercial truck manufacturers.

The cartel of German automakers could also face fines in the billions. And the industry’s image, which has already suffered considerably from the diesel scandal, will be damaged even further.

The exposure of the club of five strikes the companies at a time when they need all of their strength and financial assets for other things: the transition to electric cars and their transformation into mobility service providers. It is also a time when they are being challenged by new competitors from Silicon Valley and China.

But now VW, Audi, Porsche, Daimler and BMW must first address a problem in their most recent past. It is a painstaking process, because the agreements extend across such a long time period and so many managers were involved.

The development experts at the German auto companies met “regularly several times a year.” They met in Stuttgart, Munich, Ingolstadt and Wolfsburg, and at the major auto shows in Geneva, Frankfurt and Paris. There is “the suspicion,” as Volkswagen stated in its brief, also speaking on behalf of subsidiaries Audi and Porsche, that there was “behavior in violation of cartel law.”

When a car company itself voices the “suspicion” that it may have violated laws, the evidence must be very clear. And it is.

Sometimes the cooperation among Daimler, BMW, Audi, Porsche and Volkswagen worked more effectively than cooperation among various departments within a company. The automakers’ experts were assigned to working groups and sub-working groups, classified according to the following development areas: “engine,” “car body,” “chassis,” “electric/electronic” and “total vehicle.” Because five brands were involved, the groups were known internally as the “groups of five.”

The VW Group’s self-incrimination offers a new look at the diesel scandal and its evolution. It also provides a surprising answer to the question of why the German auto industry was only able to comply with emission limits for diesel cars with tricks and deception, and why VW, Audi and Porsche even used fraud as a tool: The manufacturers were not competing to achieve a Vorsprung durch Technik, or “technical edge,” as Audi likes to tout in its British and German advertising, by effectively cleaning exhaust gases. On the contrary, they largely removed competition from this area.

At numerous meetings, they coordinated the size of tanks for AdBlue, a urea mixture used to split nitric oxide into its harmless components of water and nitrogen. Large tanks would have been expensive, so Daimler, BMW, Audi and Volkswagen agreed to use small tanks. However, at some point the amount of AdBlue the tanks contained was no longer sufficient to adequately clean exhaust gases.

The European Commission is currently examining the auto cartel case. It has seized records from the participating companies and has begun questioning witnesses. Last Wednesday, DER SPIEGEL extensively questioned the participating companies about the cartel accusations.

BMW stated: “Please understand that we cannot process your extensive list of questions. We do not participate in such speculations.”

Daimler responded: “Please understand that, as a rule, we do not comment on speculations.”

Volkswagen wrote: “We have no comment on the speculations and presumed circumstances that you have mentioned.”

The cartel authorities face a Sisyphean task in their investigation of the auto cartel. There were more than 60 working groups in which the automakers cooperated. “We assume,” Volkswagen wrote in its statement to the authorities, “that more than 1,000 relevant meetings took place in the last five years.”

More than 60 working groups and more than 1,000 meetings.

At this point, it makes sense to pause for a moment and ask: Excuse us? What exactly was going on in an industry that, for decades, was considered a symbol of the strength of German industry? Weren’t the heads of these auto companies constantly pointing out how fantastic the competition was, especially among the German automakers?

Commenting on the fact that Audi, BMW and Mercedes together hold about 80 percent of the global market share in the premium segment, Daimler CEO Dieter Zetsche said that one of the reasons was that “as neighbors, we are constantly stepping on each other’s toes. In this sense, competition is an incredibly good thing.” BMW CEO Harald Krüger said: “This competition constantly motivates us to achieve excellence.” VW CEO Matthias Müller praised the competition among brands. And Audi CEO Rupert Stadler said that competition had “given us all a technological advantage.”

Was it all just for show?

Of course there is still competition among German carmakers. Each of them strives to ensure that its latest model has either the most comfortable or the sportiest chassis. Each of them aims to design an especially safe vehicle that performs well in crash tests. And each company wants to be at the forefront when it comes to offering the first fully self-driving car.

There are cases in which the German carmakers do officially work together. For instance, Mercedes-Benz and BMW cooperate in buying certain auto parts. This is allowed if the parts are not relevant to competition, that is, if they do not constitute a distinguishing feature between a BMW and a Mercedes — windshield wiper blades, for example.

But beyond this known cooperation, apparently the companies, in their groups of five, secretly shut out the competition in many areas of vehicle development for years, thereby violating the basic principle of the market economy.

This has already come back to haunt them, and in dramatic fashion. The diesel scandal would not have taken shape as it did, and perhaps not even at all, without the agreements among German automakers. It is not the work of a few criminal managers in the Volkswagen Group, but ultimately the result of secret agreements within the entire German automobile industry. DER SPIEGEL has already reported on the initial signs of collusion.

The companies have been coordinating their efforts in numerous meetings and conference calls since 2006. There were agendas and minutes of these meetings. And sometimes the participants even joked about the aspect of confidentiality. One Audi email, for example, reads: “Hello everyone, here is the information on the ‘secret’ meeting in Munich.”

The starting point was the debate over the increase in the greenhouse gas CO2 and the resulting global warming. Calls for limits on CO2 emissions became more and more vocal worldwide. After heavy industry and energy producers, the automobile industry also came under fire.

A Japanese carmaker had a response to the criticism. Toyota was already selling vehicles with hybrid drives, in which a classic combustion engine is supported by an electric motor. Fuel consumption and, as a result, CO2 emissions declined considerably. It was considered a pioneering technology. The European Commission, under then President José Manuel Barroso, even discussed imposing a mandatory quota for hybrid drives.

The German automobile industry had nothing comparable to offer in this area. Instead, it chose to back the more than 100-year-old diesel technology. Diesel engines, which emit less CO2 than gasoline engines, were to become their answer to climate change.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania e Turkia. Verso la rottura. – Bloomberg

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-29.

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Come è noto, Bloomberg edita un giornale elettronico pubblico ed uno ad accesso privato, il Bloomberg Business Week, su cui sono riportati gli articoli di maggior peso ed interesse, ad uso di un pubblico tipicamente specialistico.

I titoli ed i contenuti sono sempre molto sobri: rifuggono ogni possibile allarmismo.

L’articolo che riportiamo, sia pure parzialmente a causa del copyright che lo copre, ha un titolo abbastanza preoccupante, ed è a firma di Mr Chad Thomas e di Mr Rainer Buergin, due editorialisti sempre molto pacati in giudizi e conclusioni.

Si ventila la concreta possibilità di rottura nei rapporti turko – tedeschi. Con tutte le conseguenze, che non sono per nulla da poco.

Il problema è anche economico, vi è un interscambio di quasi quaranta miliardi l’anno, ma soprattutto è politico.

In Germania vivono molti milioni di turki anche di seconda o terza generazione: sono perfettamente integrati con lingua ed attitudini lavorative, ma sono e restano turki. Orbene, nelle recenti vicende politiche essi si sono in larga maggioranza schierati pro Erdogan, personaggio che al momento l’establishment tedesco identifica come avversario temibile. Detta dirigenza attuale tedesca accusa quindi i turki di vivere, lavorare e godere i benefici della Germania senza essersi integrati, facendo un ardito salto logico che farebbe coincidere la Germania con la Dirigenza attuale tedesca. La Merkel non è la Germania, ribattono i turki, non senza ragione.

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Il grande nodo del contendere è costituito da fatto che Frau Merkel non intende trattare con persone e stati che non condividano pienamente e totalmente il suo modo di concepire diritti umani e democrazia. Posizione rigida, che ha portato già Frau Merkel in rotta di collisione con l’Arabia Saudita, la Polonia e l’Ungheria, nonché ad attriti severi con gli Stati Uniti del Presidente Trump.

Ma la concezione di Frau Merkel di cosa siano e come si applichino i diritti umani e la democrazia non è certo universalmente riconosciuto, e vi sarebbe molto da discutere.

Occorre però prendere atto che per Frau Merkel essi sono conditio sine qua non.

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Non è problema da poco.

Se è vero che la Germania condiziona in modo pesante tutta l’Unione Europea, con le sequenziali conseguenze per la Polonia e l’Ungheria, è altrettanto vero che la Germania è incardinata nella Nato, proprio come Polonia, Ungheria e Turkia.

La Turkia governa i Dardanelli e potrebbe anche riaprire il passaggio ai migranti del Medio Oriente. Ma potrebbe anche riconsiderare la sua posizione all’interno della Nato, riconsiderazione in corso anche nei paesi del Visegrad.

Sono tutte tensioni delle quali il mondo farebbe volentieri a meno e che la Germania non ha modo di condizionare a tempo indefinito: qualche capriccio è comprensibile, ma soltanto se resta senza conseguenze pratiche per tutto il sistema delle alleanze. In tale caso, ripetiamo per chiarezza, da problema di Frau Merkel diventa problema mondiale, e potrebbe anche portare a soluzioni alquanto drastiche.

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Verosimilmente gli autori di Bloomberg hanno avuto accesso a qualche informazione non diffusa e, forse, non diffondibile.

Di certo, la rigidità tedesca appare difficilmente spiegabile, anche perché potrebbe generare a dire di Bloomberg a controreazioni tali da portare alla fine dell’epoca Merkel.

Ricordiamo soltanto come la rigidità mentale e diplomatica tedesca abbia caratterizzato il secolo scorso con esperienze che ben pochi gradirebbero ripetersi.


Bloomberg Business Week. 2017-07-28. Germany and Turkey Are at a Breaking Point

Long codependent, the two have been battling over human rights and democratic values. Both have a lot to lose, including an election for Merkel.

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Germany and Turkey have deep ties, with millions of ethnic Turks living in Germany, millions of Germans flocking to Turkey’s beaches and historic cities, and almost 7,000 German companies—from giants such as Deutsche Bank, Siemens, and Volkswagen to tiny importers of textiles and food—doing business there. Add it all up, and trade between the two tops $36 billion a year.

[Articolo riportato parzialmente a causa del copyright]

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale

Italia. Contrabbando di sigarette, un danno da 822 milioni di euro.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-28.

Sigarette

«Mai in Italia c’è stata una differenza così bassa tra uomini e donne che fumano. Questo ci dicono i dati presentati dall’Ossfad del Centro Nazionale Dipendenza e Doping dell’Istituto superiore di sanità in occasione della Giornata Mondiale senza tabacco. In alcune fasce d’età, anzi, le donne fumano più dei maschi, soprattutto nel Nord del Paese,nella fascia d’età in cui si accende la prima sigaretta (15-24) e nella fascia in cui si smette (45-64). Sono 11,7 milioni i fumatori in Italia e rappresentano il 22,3% della popolazione (22,0% nel 2016). Diminuiscono gli uomini tabagisti: 6 milioni rispetto ai 6,9 milioni del 2016 e ma aumentano le donne che da 4,6 milioni del 2016 salgono a 5,7 milioni. Si tratta della differenza minima mai riscontrata tra percentuale di fumatori (23,9%) e percentuale di fumatrici (20,8%). Gli ex fumatori sono invece il 12,6% e i non fumatori il 65,1%. Si fuma di più tra i 25 e i 44 anni (il 28%) invece nella fascia d’età più giovane, tra i 15 e i 24 anni, fuma il 16,2%. Si fumano in media 13,6 sigarette al giorno con un picco di 14,1 sigarette sul target 45-64 anni. La maglia nera rispetto all’area geografica spetta al Centro dove i fumatori di sesso maschile sono il 26%, al Sud e nelle Isole sono il 25,2% e al Nord il 22,0% ma sono proprio le regioni settentrionali ad avere la maggiore percentuale di fumatrici (24,6%) rispetto a quella dei fumatori (22%). Si fumano principalmente sigarette confezionate (94,3%) sebbene continui costantemente a crescere il consumo prevalente di sigarette fatte a mano (9,6%), significativamente più diffuso tra i giovani e preferito dagli i uomini (16,6%) rispetto alle donne (12,8). L’età in cui si accende la prima bionda è di 17,6 anni per i ragazzi e 18,8 per le ragazze. Il 12,2% dei fumatori ha iniziato a fumare prima dei 15 anni.» [Fonte]

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Riassumendo: in Italia 11.7 milioni di persone fumano abitualmente sigarette, nonostante le numerose campagne anti – fumo. La diminuzione della percentuale dei fumatori si è arrestata da circa sei anni.

Le accise sulle sigarette incidono per il 58.70%, che si innalzerà al 59.1% a breve termine.

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Il mercato nero è l’incubo degli stati proni alla tassazione. Passato un certo livello di imposizione, il mercato nero diventa conveniente. I guadagni sono di un ordine di grandezza tale da giustificare il rischio di ricevere delle multe e reprimende varie.

La storia è piena di esempi. Forse quello più chiaro corrisponde al blocco continentale decretato da Napoleone, i cui eserciti erano equipaggiati comprando gran parte degli equipaggiamenti proprio al mercato nero.

Sarebbe opera di Realpolitik abbassare le accise: quello che si perderebbe in termini percentuali sarebbe surclassato dall’aumento delle vendite legali. Ma in questo, come in tanti altri settori, vi sono preclusioni ideologiche al momento apparentemente insormontabili.

Resta infine un aspetto alquanto strano. Lo stato gestisce le sigarette in regime di monopolio: ufficialmente finanzia costose campagne anti – fumo, ma nel contempo ci perde al diminuire dei fumatori. È una ben strana contraddizione.


Adnk. 2017-07-26. In Italia dal contrabbando delle sigarette un danno da 822 mln di euro l’anno

Tavola rotonda su traffici illeciti organizzata da Philip Morris Italia al Palazzo Comunale di Bari.

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In Italia, il fenomeno del contrabbando e della contraffazione di sigarette alimenta i traffici delle organizzazioni criminali e mafiose, arrecando un danno complessivo quantificabile in 822 milioni di euro all’anno. Inoltre, i prodotti contraffatti non sono sottoposti ai medesimi standard qualitativi di quelli legali, contenendo spesso sostanze nocive e velenose. E’ quanto è emerso dalla tavola rotonda “Contrabbando e contraffazione di sigarette. Una questione ancora aperta”, incontro sul tema della lotta alla contraffazione e al contrabbando di prodotti del tabacco che si è tenuto ieri a Bari, presso la Sala Massari del Palazzo Comunale.

L’evento, organizzato da Philip Morris Italia, rientra nell’ambito delle iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica e i decisori sul tema dei traffici illeciti di sigarette. Obiettivo della tavola rotonda è quello di condividere, insieme alle istituzioni e alle figure coinvolte, dimensioni e possibili soluzioni del fenomeno del contrabbando. “Eventi come questo, che favoriscono il dibattito e l’informazione sul fenomeno del commercio illecito dei prodotti del tabacco – ha sottolineato Pasquale Niglio, responsabile per Philip Morris Italia del contrasto al fenomeno della contraffazione e del contrabbando di sigarette – sono sempre più necessari per consentire una corretta informazione ai consumatori. Rappresentano, insieme al coinvolgimento delle Istituzioni e delle Forze dell’Ordine, uno strumento efficace nella lotta al contrabbando”.

Alla tavola rotonda sono intervenuti, tra gli altri, il vice sindaco di Bari, Pierluigi Introna, l’Eurodeputata al Parlamento Europeo On. Elena Gentile, Roberto Chiara dell’ Agenzia delle dogane – Direzione Interregionale e il Col. t.ST Oriol De Luca, Comandante del Nucelo di Polizia Tributaria di Bari.

Pubblicato in: Banche Centrali, Russia

Russia. Riserve Valutarie a 414.7 miliardi Usd. +37 mld da gennaio.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-28.

Banca Centrale Russia 001

The Central Bank of the Russian Federation ha rilasciato l’aggiornamento settimanale delle riserve valutarie.

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«A febbraio la Banca Centrale russa ha aumentato le sue riserve d’oro di ulteriori 9,3 tonnellate, portando il totale di oro in Russia a oltre 1.650 tonnellate»

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«dal novembre dello scorso anno le riserve d’oro della Russia sono aumentate di 72 tonnellate»

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«Gli ultimi progressi compiuti nel razionalizzare gli scambi in valute locali hanno avvicinato Mosca e Pechino alla creazione di un’architettura finanziaria che potrebbe facilitare le transazioni in oro»

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«Come riportato, Mosca e Pechino hanno compiuto un altro passo verso la de-dollarizzazione con l’apertura di una banca di compensazione in yuan in Russia»

2017-07-28__Russia__002

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