Pubblicato in: Demografia, Persona Umana, Storia e Letteratura

Winston Churchill di fronte alla storia.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-10.

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Sir Winston Leonard Spencer Churchill è personalità umana e politica che ha dominato il secolo passato, indirizzandone il corso degli eventi.

Il 24 maggio del 1901, a 27 anni, fu iniziato alla Massoneria nella Loggia londinese Studholme nº1591 della Gran Loggia unita d’Inghilterra, ed il 10 settembre dello stesso anno ottenne la prima carica in tale associazione.

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Durante la prima guerra mondiale fu Primo Lord dell’Ammiragliato e Ministro delle Munizioni (il ministero che sovrintendeva alla produzione bellica), durante la seconda guerra mondiale è stato Primo ministro dal 1940 al 1945.

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L’iconografia classica lo riporta come il personaggio che difese strenuamente l’Inghilterra, portandola a vincere due consecutive guerre mondiali. Ne tratteggia il ritratto dell’eroe nazionale, ben degno dei funerali di stato.

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Ma adesso che i tempi sono maturati e l’oblio ha sepolto gli annosi rancori e timori, uno storico che cercasse di essere obbiettivo dovrebbe porsi una domanda, che prima non avrebbe potuto essere fatta.

Quando Churchill assunse la carica di Primo Lord dell’Ammiragliato l’Inghilterra aveva un Impero e rendeva conto del buon quaranta per cento del pil mondiale.

A fine della seconda guerra mondiale Churchill lasciò il Regno Unito deprivato dell’Impero faticosamente costruito dagli avi, e ridotta al ruolo di potenza locoregionale.

Le due guerre mondiali non solo non avevano rafforzato l’Impero inglese, ma lo avevano salassato di vite umane e di risorse economiche, riducendolo ad una larva di ciò che era prima.

Da questo punto di vista, Churchill è stato il becchino dell’Inghilterra. La ha spossata al punto tale da renderle impossibile sfruttare due così grandi vittorie.

Ma nella storia importa certo il vincere, ma se a questo non consegue il trarne frutto duraturo, tutto lo sforzo fatto si rivela inutile, ma spesso anche dannoso.

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Si ponga grande attenzione.

I meriti o le colpe degli avi, dei padri, ricadono immancabilmente sui figli.

Se è vero che l’uomo è in gran parte artefice del proprio destino, è altrettanto vero che le circostanze oggettive ne condizionano grandemente ogni possibile aspirazione e comportamento.

Ogni generazione vive ed agisce nel contesto ereditato dai padri.

Dopo Cesare, i figli dei galli vissero come schiavi dei romani, che non usarono certo mano leggera.

La diaspora ebraica ha impiegato quasi duemila anni prima di poter ristabilire uno Stato di Israele: le colpe dei padri hanno in questo caso influenzato oltre sessanta generazioni.

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Queste considerazioni non dovrebbero avere una sola pertinenza storica.

Ad oggi vi sono molti personaggi che vanno per la maggiore, osannati quasi al limite della idolatria, nominalmente rifondatori della patria, supportati da vasti consensi popolari.

Ma domani, ed il domani arriva sempre implacabile, quale sarà il giudizio su di essi?

Frau Merkel si sta avviando al quarto rinnovo nel cancellierato tedesco.

Governerà con mano rigida per altri quattro lunghi anni una nazione che vede ridursi giorno per giorno il numero dei suoi cittadini autoctoni. Una nazione sempre più vecchia.

La denatalità tedesca equivale al risultato di una terza guerra mondiale, ove i nipotini degli junker non nascono o, se sono concepiti, finiscono immediatamente sotto la mannaia dell’aborto. Ma senza materiale umano, non ha senso parlare di economia e finanza, ma nemmeno di arte e generazione del bello.

Germania. La demografia che stritola. Mancano tre milioni di lavoratori. – Vbw.

Germania. Non è povera. È misera. – Financial Times

Vi sarebbero forti dubbi che la storia esprima in futuro un giudizio lusinghiero su simile personaggio.

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Pubblicato in: Religioni, Storia e Letteratura

Gli arabi non hanno contribuito alla civilizzazione. Lo dice Al Arabiya.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-11-24.

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«Arabs have not contributed anything to modern civilization»

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Conoscendo gli arabi, non ci si dovrebbe stupire di un’affermazione così drastica.

Come tutti i popoli, anche loro avranno i loro difetti, ma sostanzialmente sono onesti.

Si faccia molta attenzione, ma molta.

Essendo coinvolti in un grande numero di azioni politiche ovvero politicamente interpretabili, sugli Arabi si sono formate correnti di pensiero totalmente scollegate dai fatti: una parte sperticatamente elogiativa e un’altra parte biecamente denigratoria.

Ma questo, se è capibile conoscendo la visceralità umana, non è né giusto né corretto. Allontana dal vero.

La posizione di Mr Ibrahim Albleahy appare decisamente molto obiettiva. Gliene diamo atto con stima e piacere.

Ed essere obiettivi è il primo passo per poter costruire assieme cose nuove e durature. Sì, durature perché adeguate alla realtà.

Se è vero che ogni popolo ha il suo passato, che giustamente non deve rinnegare, è altrettanto vero che ogni popolo è artefice del proprio presente e del proprio futuro. Ciascuno con le sue caratteristiche.

Nota.

Dobbiamo al prof Francesco Gabrieli quel pregevolissimo libro Storici arabi delle Crociate: una raccolta dei testi degli storici arabi dell’epoca in una brillante traduzione. Gabrieli era un arabista raffinato.

I cronisti arabi, così come quelli di controparte cattolica quali Fulcherius Carnotensis, furono incredibilmente obiettivi nel riportare i fatti.

Dopo che ci sia letti gli storici arabi e quelli cattolici sorge spontanea una domanda:

Ma quelli che oggi parlano delle crociate, anche alcuni storici, di cosa mai stanno parlando?’

 


Al Arabiya. 2016-11-21. Saudi intellectual: Arabs block civilization

Considered as one of Saudi Arabia’s most liberal writers, Ibrahim Albleahy once said that Arabs have not contributed anything to modern civilization. He said that any historical Arab thoughts or achievements were actually taken from the Greeks.

In an in-depth interview with Al Arabiya’s Fahad al-Shoqiran, Albleahy blames the failure of Arab societies to develop and innovate on their refusal to learn from other civilizations or to criticize the principles of their own society.

Aside from his role in Saudi Arabia’s Shoura Council, Albleahy is involved in a variety of organizations in Saudi civil society. He has also written a book titled The Qualitative Changes in Human Civilization.

Below is an edited version of al-Shoqiran’s interview with Albleahy.

Al Arabiya: Professor Ibrahim Albleahy, what was the formation of your ideology and what were the pivotal moments which led you to explore the Arab-Muslim community’s dilemma through philosophy?

Albleahy: In my childhood, I recognized that there was a huge gap not only between us as Arabs and Muslims, but between all the nations on the one hand, and the West on the other.

The West, and no one else, is the architect of this eminent civilization that is qualitatively different from everything that humanity has known throughout history. The evolvement of the nations that tagged along was proportional to what they were inspired by from the West, hence, I yearned to explore the dynamics that facilitated the West’s advancement and kept other nations lagging behind.

I’ve always read and heard about our ancestor’s great accomplishments with which the West inspired their civilization. Eagerly, I started investigating to clear up my ambiguity about various allegations. After years of comprehensive research, I’ve concluded that we Arabs have always been advocates of faith, which is great.

Religion is fundamental to human beings and should never be looked at as stumbling block in the way of progress, development and prosperity. This was a traumatic finding – to recognize that we did not contribute toward world development, we did not enrich human civilization and to find that those intellectual achievements and scientific accomplishments that are attributed to us are made by individuals coached and influenced by Greek culture.

Some of those who took from the Greeks were Arabs who we considered as giants like Ibn Rushd, Ibn al-Haytham, Ibn Nafis, al-Razi, Ibn Sina, al-Farabi, Ibn Hayyan and others.

It was such a painful realization, I’m annoyed by all the deceit and fraudulence that passed on between generations, in stark contrast to the Arab reality in the past and the present.

As a result of my comprehensive research, I’ve found that European history is also an extension of Greek and Roman history. The Creek culture is characterized by impartiality, liberalism and diversity in addition to the philosophical notion. The philosophical notion, specifically critical philosophy, was the foundation of the West’s distinct nature, that is what enabled the block to develop into a knowledge manufacturer and not just a repeater of its predecessor’s findings.

Al Arabiya: You have a renowned quote: “Arabs enter history as a hindrance with no added contribution.” Can you explain this?

Albleahy: If you listen to the national and international news you will have realized that we have turned into an obstacle to humanity’s civilization. All our news is about killing, bombing, massacres, mass graves and irrational rampancy amid the absolute confidence of some that they are the exclusive believers while the rest are the devil’s followers.

Looking closer at the values that prevailed in Greece during the 5th century BC, as well as the history of the Romans during the first prosperous era, there were sharp declines reflected on the citizens their values, rights, freedoms and dignity, as well as the ruling model of the dominance of the absolute individuals. All these marginalized individuals to no value.

It was such a painful realization, I’m annoyed by all the deceit and fraudulence that passed on between generations, in stark contrast to the Arab reality in the past and the present.

Ibrahim Albleahy

As for Arab history, since the end of the caliphate era, overly authoritarian governance dominated in unprecedented patterns. Prior to that period, nations were run by governing assembles similar to parliaments, the Roman governors’ terms in office were set within a certain time frame and power, similar to democratic nations. Governors held the titles of chancellors, exactly like in Germany now. What differentiates an advanced society from a backward one is the governing model, it is the driving force of the societal locomotive.

Al Arabiya: For almost half a century, you have been concerned and distressed by the Arabs’ and the Muslims’ dilemma, some regard you as a cynical and critical of the advocates of nationalism beside being apathetic to Arab issues.

Albleahy: My writings have always been critical of all human beings and all cultures. Two decades ago, my criticism was directed toward Arabic culture and not toward the Arabs, it is my conviction that their culture is neither viable nor changeable. Then, I realized that people in all nations are still living in false states of consciousness, the variation between developed and undeveloped societies is not due to people’s awareness, but determined by the direction of the society’s movement and the type of prevailing cultural and political model. Therefore, my intellectual project is generated from an absolute humanitarian vision. I do not analyze the Arab mindset solely, but that of all human beings.

Al Arabiya: You criticized institutions and their association to culture, what role do you believe they can play in guiding cultures away from rigidity?

Albleahy: At the international level, scathing criticism should be directed toward UNESCO for its contributing role in maintaining closed cultures within the ignorance echelon. Protecting underdeveloped fortresses and confirming equality between all cultures and the continuation of cultural dissonance means fossilized cultures remain rigid.

 

Pubblicato in: Islamizzazione dell'Occidente, Religioni, Senza categoria, Storia e Letteratura

Trump. Medio Oriente. I nuovi rapporti con Israele. Gerusalemme.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-11-12.

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La notizia è purtroppo molto seria.

«In spite of an Israeli effort to delay a final vote, the UN cultural agency on Tuesday adopted a controversial Arab-sponsored resolution on East Jerusalem that ignores Jewish and Christian historical ties to Jerusalem holy sites.

“It was adopted,” a UNESCO spokesman said of the resolution, which led Israel last week to suspend its cooperation with the Paris-based agency.

The resolution, passed Thursday in the committee stage of the United Nations cultural body, referred to the Temple Mount and Western Wall only by their Muslim names and condemned Israel as “the occupying power” for various actions taken in both sites.

All resolutions passed at this year’s General Conference were validated by the UNESCO Executive Board in a blanket vote.

Twenty-three nations approved the motion on Tuesday, six voted against (including the US, UK and Germany) and 25 abstained. That vote was identical to Thursday’s vote in the committee stage, except that Mexico moved from a yes vote to an abstention.»

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Qualsiasi trattato di storia riporta come Gerusalemme sia città storica e religiosa sacra agli Ebrei e quindi ai Cristiani: da quattromila anni per i primi, da duemila per i secondi.

Gli islamici hanno per città santa La Mecca, non Gerusalemme: è alla Mecca che fanno i loro pellegrinaggi.

È solo negli ultimi decenni che gli islamici asseriscono la sacralità di Gerusalemme.

Basterebbe essersi presi la cura di leggere, quanto meno, Yaḥyā al-Antākī, Cronache dell’Egitto fatimide e dell’impero bizantino (937-1033), a cura di B. Pirone, Roma, Jaca Book, 1998.

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Questa dichiarazione dell’Unesco è antistorica, fortemente antireligiosa, antisemitica, intrinsecamente razzista.

Da condannarsi senza se e senza ma, senza possibilità alcuna di appello.

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Adesso Mr Trump fa una mossa riparatrice e pregna di significato religioso, politico e militare.

Consigliere di Trump: ‘Le colonie di Israele non sono ostacolo per la pace’

Trump has ‘every intention’ of recognizing Jerusalem as Israel’s capital

«l’ambasciata Usa

sarà portata a Gerusalemme»

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Non si dovrebbe aggiungere altro commento.

Nota.

Se Mr Obama si fosse opposto, questa mozione non sarebbe mai passata.


The Times of Israel. 2016-10-18. UNESCO’s executive board adopts Jerusalem resolution

Despite last-ditch Israeli efforts, motion ignoring Jewish and Christian historical ties to holy sites is ratified by cultural body.

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In spite of an Israeli effort to delay a final vote, the UN cultural agency on Tuesday adopted a controversial Arab-sponsored resolution on East Jerusalem that ignores Jewish and Christian historical ties to Jerusalem holy sites.

“It was adopted,” a UNESCO spokesman said of the resolution, which led Israel last week to suspend its cooperation with the Paris-based agency.

The resolution, passed Thursday in the committee stage of the United Nations cultural body, referred to the Temple Mount and Western Wall only by their Muslim names and condemned Israel as “the occupying power” for various actions taken in both sites.

All resolutions passed at this year’s General Conference were validated by the UNESCO Executive Board in a blanket vote.

Twenty-three nations approved the motion on Tuesday, six voted against (including the US, UK and Germany) and 25 abstained. That vote was identical to Thursday’s vote in the committee stage, except that Mexico moved from a yes vote to an abstention.

In a surprise announcement Monday night, Mexico, which originally supported the resolution, announced that it had changed its position and wanted to abstain. The Israeli Foreign Ministry said earlier on Tuesday that based on its new position, Mexico was working to utilize a rare provision to allow for a revote at the committee stage, but in the event Mexico withdrew the demand for a revote and no such revote was held. The ministry also said that Brazil had expressed opposition despite initially supporting the motion.

“Our [diplomatic] efforts will continue and we expect all countries to support our position on this issue,” the ministry said in a statement after the resolution was adopted.

Mexico’s ambassador Andres Roemer, who walked out of last Thursday’s session and considered resigning in protest at his country’s initial support for the resolution, was fired from his post on Tuesday.

Despite Israeli diplomatic missions being closed Tuesday due to the observance of the Sukkot festival around the world, the Foreign Ministry allowed the UNESCO mission in Paris to work in a last-ditch effort to try to prevent the resolution from being adopted.

The head of UNESCO’s executive board, Michael Worbs, had expressed hope Friday that the resolution would not go to a formal vote on Tuesday, but would instead be deferred to give dialogue a chance.

“We need more time and dialogue between the members of the board to reach a consensus,” he said.

Israel and the United States suspended their funding to UNESCO in 2011 after the Palestinians were admitted as members. Both countries have lost their voting rights as a result.

The director-general of UNESCO, Irina Bokova, also Friday signaled her dismay and opposition to the motion, saying that efforts to deny history and Jerusalem’s complex multi-faith character harm UNESCO.

“The heritage of Jerusalem is indivisible, and each of its communities has a right to the explicit recognition of their history and relationship with the city,” Bokova said in a statement.

Bokova’s statement came after Israel announced it was suspending its cooperation with UNESCO over the vote, with Education Minister Naftali Bennett saying the motion was a denial of history that “gives a boost to terrorism.”

Israelis and many Jews around the world view the move as the latest example of an ingrained anti-Israel bias at the United Nations, where Israel and its allies are far outnumbered by Arab countries and their supporters.

Israeli leadership reacted furiously to the resolution, with some accusing the UN’s cultural arm of anti-Semitism.

Lawmakers from both the right and left of the political spectrum said the decision was unbefitting of UNESCO.

 


The Jerusalem Post. 2016-10-19. Czech lower parliament: UNESCO Jerusalem resolution strengthens antisemitism

The Jerusalem resolution “discredits” UNESCO’s “neutrality” and “strengthens the international anti-Semitic tendencies, the politicians stated.

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The Czech Republic’s lower parliament voted 119-4 on Wednesday to condemn UNESCO Jerusalem resolution which it warned only strengthened anti-Semitism.

The parliamentarians called on their government not to vote for UNESCO resolutions containing text that ignores Jewish ties to the Temple Mount.

They also asked the Czech Republic to protest “against the politicization” of the United Nations Educational, Cultural and Scientific Organization, a body originally designed to be dedicated to the preservation of the world’s heritage.

The vote in the 200-seat Chamber of Deputies was taken with 149 parliamentarians present.

It comes as Israel is gearing up to sway a majority of the 21-member World Heritage Committee not to support any text at its October 24-26 meeting in Paris that refers to the Temple Mount and it’s adjoining Western Wall solely by their Muslim names of Al-Haram Al-Sharif and the Buraq Wall.

Israel’s Ambassador to UNESCO Carmel Shama- Hacohen welcomed the vote and said the Czech Chamber of Deputies was the first European Parliament to take such a vote but that it would likely not be the last.

“I want to thank the Czech Republic for its vote, which sends a sane and human message of moral truth from the parliament in Prague to UNESCO in Paris that is losing itself in a politicization of lies,” Shama- Hacohen said.

Any similar statement that is taken before next week’s vote, Shama-Hacohen said, could help show the Arab states and the Palestinians are acting dangerously with a religious subject that should be removed as far as possible from any regional conflict.

The Jerusalem resolution is part of a drive by the Palestinians to change UNESCO’s terms of reference for the Temple Mount that began in 2015.

Shama-Hacohen said that the lack of historical reference goes beyond the Israeli- Palestinian conflict and is now much more about the Jewish and Christian heritage in Jerusalem’s Old City.

Israel has not yet seen the final draft of the resolution that is due to come before the World Heritage Committee but it presumes that it is similar to the one that was approved Tuesday by UNESCO’s Executive Board which used solely Muslim terms for the Temple Mount.

The Czech parliamentarians in their statement said that such resolutions “carries the spirit of hateful anti-Israel” sentiment, adding that it also ignored Christian ties to the holy sites in Jerusalem.

The Jerusalem resolution “discredits” UNESCO’s “neutrality” and “strengthens the international anti-Semitic tendencies,” the Czech politicians stated.

 


Ansa. 2016-11-11. Consigliere di Trump: ‘Le colonie di Israele non sono ostacolo per la pace’

Uno dei più stretti consiglieri di Donald Trump, Jason Greenblatt ha detto alla Radio militare israeliana che il presidente eletto ” non vede negli insediamenti un ostacolo alla pace”. “Non appartiene certamente alla visione di Trump – ha spiegato – la condanna dell’attività di insediamenti” da parte israeliana. Greenblatt – in predicato secondo alcuni di essere nominato inviato di Trump per il Medio Oriente – ha poi confermato che l’ambasciata Usa sarà portata a Gerusalemme, come annunciato dal presidente in campagna elettorale.

 


The Guardian. 2016-11-11. Trump has ‘every intention’ of recognizing Jerusalem as Israel’s capital

Benjamin Netanyahu and other Israeli leaders hail election of Donald Trump, whose campaign promises would overturn decades of US foreign policy.

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Israeli government ministers and political figures are pushing the US president-elect, Donald Trump, to quickly fulfill his campaign promise to overturn decades of US foreign policy and recognise Jerusalem as Israel’s capital and to move the US embassy from Tel Aviv.

Their calls came as one of Trump’s advisers on Israel and the Middle East, David Friedman, told the Jerusalem Post that Trump would follow through on his promise.

‘It was a campaign promise and there is every intention to keep it,” Friedman said. ‘We are going to see a very different relationship between America and Israel in a positive way.”

Other political figures – including Israel’s controversial far-right education minister, Naftali Bennett – went further, suggesting that Trump’s election should signal the end of the two-state solution and aspirations for a Palestinian state.

The US election campaign has been closely watched in Israel, not least Trump’s promise to scrap the Iran nuclear deal drawn up by Barack Obama and fiercely opposed by the Israeli prime minister, Benjamin Netanyahu.

Indeed, during his campaign Trump slammed the Iran deal, describing it as “the stupidest deal of all time” vowing to tear it up.

During the campaign Trump also promised to be Israel’s “closest friend”, and has indicated that he would take a different approach to Israel’s settlement-building in the occupied territories – long condemned by successive US governments.

But although many on the right welcomed Trump’s election, other commentators in Israel have also been deeply uncomfortable over the perception that Trump – or at least members of his campaign team – were responsible for antisemitic “dog whistles” in his messaging.

Trump’s election was quickly welcomed by Netanyahu, but the Israeli prime minister steered clear of controversial issues, only congratulating Trump and calling him a “true friend” of Israel while pledging to work with him on security and peace in the region. Netanyahu later released a video on YouTube welcoming Trump’s appointment.

“President-elect Trump is a true friend of the state of Israel,” said Netanyahu in a statement. “We will work together to advance the security, stability and peace in our region. The strong connection between the United States and Israel is based on shared values, shared interests and a shared destiny.

“I’m certain that President-elect Trump and I will continue to strengthen the unique alliance between Israel and the United States, and bring it to new heights,” he added.

After a phone conversation between Netanyahu and Trump later, it emerged that Trump had invited the Israeli prime minister to the US. “President-elect Trump invited Prime Minister Netanyahu to a meeting in the United States at the first opportunity,” said a statement from Netanyahu’s office.

Netanyahu’s remarks came as it was suggested that Netanyahu and his team had privately expected Hillary Clinton to be elected.

In a more coded message of congratulations, Israel’s opposition leader, Isaac Herzog, referred to the rise of a new global populist politics, saying: “The US elections are a continuation of a global trend of rejecting the old ruling elites and a wish for a clear and emphatic change.

“Trump’s election is the continuation of a social, economic and political tsunami that we’ve seen in many countries, which will also bring about change in Israel.”

But other members of Netanyahu’s government – considered the most rightwing in Israeli history – showed less restraint.

The education minister, Naftali Bennett, who heads the hardline Jewish Home party and is seen as seeking to be prime minister one day, said the idea of a Palestinian state was now over.

“Trump’s victory is an opportunity for Israel to immediately retract the notion of a Palestinian state in the centre of the country, which would hurt our security and just cause,” Bennett said. “This is the position of the president-elect … The era of a Palestinian state is over.”

The justice minister, Ayelet Shaked, also of Jewish Home; deputy foreign minister Tzipi Hotovely, from Netanyahu’s rightwing Likud party; and Jerusalem mayor Nir Barkat also called for the embassy to be transferred.

The status of Jerusalem is one of the thorniest issues in the Israeli-Palestinian conflict. The Palestinians see Israeli-annexed East Jerusalem as the capital of their future state, while the Israelis call the entire city their eternal indivisible capital.

A Trump administration will be far more favourable to the Jewish state, another of the president-elect’s advisers on Israel has said.

Shmuel Rosner, a senior fellow at the Jewish People Policy Institute, said a Trump administration is likely to be “much more understanding if Israel has to use force in order to tamp down Palestinian violence”.

He also said he felt the Israeli-Palestinian conflict would be “much less of a priority, and when it’s not a priority, this means that Israel in some ways gets off the hook”.

The Palestinian president, Mahmud Abbas, congratulated Trump and said he hoped peace could be achieved during his term based on the two-state solution.

“We are ready to deal with the elected president on the basis of a two-state solution and to establish a Palestinian state on the 1967 borders,” spokesman Nabil Abu Rudeina told AFP, referring to the year when Israel seized the West Bank, East Jerusalem and Gaza.

 


The Jewish Press. 2016-11-11. Shaked to victorious Trump: let’s move that embassy to Jerusalem!

Israeli Justice Minister Ayelet Shaked (Habayit Hayehudi) on Wednesday morning issued a statement calling on President Elect Donald Trump to make good on his campaign promise to move the US embassy from Tel Aviv to Jerusalem.

“I congratulate US President Elect Donald Trump, a true friend of Israel,” Shaked said. “I’m certain Trump will know how to courageously navigate the free world to successful destinations in the war against world terrorism. This is an opportunity for the American Administration to move the United States’ embassy to Jerusalem, Israel’s eternal capital city.”

Shaked noted that “such a move would symbolize the tight connection and deep friendship between our two countries.”

Back in October, Ivanka Trump told assembled members of The Shul of Bal Harbour in Surfside, Florida, that her father would “100 percent” move the US embassy to Jerusalem should he be elected president.

A year ago, in an appearance before the Republican Jewish Coalition, Trump would not go on record as recognizing Jerusalem as Israel’s capital, but last January he said the city was “the eternal capital” of Israel and that he was “100 percent for” moving the US embassy there from Tel Aviv.

The Jerusalem Embassy Act of 1995 was passed by Congress on October 23, 1995, calling for initiating and funding the relocation of the Embassy of the United States in Israel from Tel Aviv to Jerusalem, no later than May 31, 1999. Congress even attempted to withhold 50% of the State Department budget for Acquisition and Maintenance of Buildings Abroad until the United States Embassy in Jerusalem had officially opened. The same act also called for Jerusalem to remain an undivided city and to be recognized as the capital of the State of Israel.

Since its passage, the law has never been implemented by Presidents Clinton, Bush, and Obama, who saw it as an infringement on their constitutional authority to conduct foreign policy. To add insult to injury, all three, Clinton, Bush and Obama, had pledged on their campaign trails to move the embassy to the “eternal city.”

 

Pubblicato in: Storia e Letteratura

Lutero. Oggi è l’anniversario. Ma avete mai letto cosa scrisse?

Giuseppe Sandro Mela.

2016-10-31.

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Oggi ricorre il 499° anniversario di quando Martin Luther affisse le sue 95 tesi alla porta della Chiesa di Ognissanti a Wittenberg.

Di lì prese origine la riforma luterana e, quindi, quella protestante.

Luther è di quei personaggi che hanno impresso svolte epocali nel divenire umano.

Se non spetta certo a noi un giudizio morale, ma quello storico deve convenire che il 31 ottobre 1517 segnò l’inizio di un modo differente di concepire religione, persona umana, società in cui vive.

Lasciamo il problema religioso ai teologi: storicamente, Luther dette la stura ai principi tedeschi di iniziare un processo di autonomizzazione nei confronti dell’Impero. Processo sicuramente politico, ma altrettanto di affrancamento dalle imposte.

I principi tedeschi infatti, come peraltro tutti a quell’epoca, erano alle prese con l’enorme problema di come costituire ed organizzare i propri principati, specialmente dal punto di vista economico. Per loro la riforma luterana fu manna dal Cielo: era una bellissima motivazione per riaffermare la propria indipendenza ed incamerare tutti i beni ecclesiastici che si erano accumulati nei secoli.

Quelle che comunemente sono denominate guerre di religione, di religioso avevano poco o nulla: erano guerre di bottega, per chiamarle con il loro nome politicamente scorretto. Ma le guerre costano, ed anche molto. E di soldi non ce ne sono mai a sufficienza.

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Né si potrebbe dimenticare ciò che successe pochi anni dopo.

Nel 1526 il Sultano Solimano I, detto il Magnifico, sconfisse nella battaglia di Mohács, gli ungheresi ed occupò una gran parte dei territori magiari. Tre anni dopo arrivò a mettere sotto assedio Vienna, subito dopo un orrendo massacro a Buda.

L’Imperatore Carlo V era tutto impegnato con la guerra contro la Francia, e dovette basarsi soltanto sulle proprie forze.

I protestanti non dettero il minimo aiuto, cosa che invece fecero massicciamente in occasione del secondo assedio di Vienna del 1683.

Per poco, la riforma protestante non aveva esitato nella conquista turca del cuore dell’Europa. La storia mondiale sarebbe cambiata radicalmente.

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In questo contesto Martin Luther pubblicò nel 1543 il suo famoso libro “Degli ebrei e delle loro menzogne“.

Per chi non lo avesse razionalizzato, all’epoca in Germania gli Ebrei erano generalmente ricchi, gestivano buona parte del commercio internazionale e dei relativi servizi bancari.

La storia insegna che la ricchezza è un crimine agli occhi dei governanti.

Come capita per molti grandi uomini, il dramma di Luther è che quasi nessuno si è peritato di leggere cosa avesse scritto. È impressionante sentir parlare di lui e domandarsi di chi mai si stia parlando. Negli ultimi decenni questo libro è stato soggetto ad una massiccio tentativo di ridimensionamento a livello di birbonata fanciullesca, mentre invece è la base dell’antisemitismo dell’enclave protestante.

Proponiamo quindi al Lettore un piccolo estratto di alcuni passi di codesto pregevole libro: giudicherà quindi lui stesso cosa deve pensarne, anche se la lettura dell’intero libro sarebbe molto suggeribile.

 


da Martin Lutero, Degli Ebrei e delle loro menzogne, Einaudi, 2008, pag. 188-189, 190, 191, 192, 195, 201, 203, 213, 217-218, 221-222

 

[Gli Ebrei] ci tengono prigionieri nel nostro paese. Ci fanno lavorare, col sudore della fronte, a guadagnare denaro e proprietà per loro, e loro stanno accanto alla stufa, indolenti, flatulenti, ad arrostire pere, a mangiare, a bere, a far la vita bella e comoda con le nostre ricchezze. Ci sbeffeggiano, ci sputano addosso, perché lavoriamo, e li accettiamo come inetti signori e padroni nostri e del nostro regno. Che cosa dobbiamo avere ancora a che fare, noi cristiani, con questo popolo dannato e infame degli ebrei?

 

[Le misure da adottare] Io voglio dare il mio sincero consiglio.

 

In primo luogo bisogna dare fuoco alle loro sinagoghe o scuole; e ciò che non vuole bruciare deve essere ricoperto di terra e sepolto, in modo che nessuno possa mai più vederne un sasso o un resto. E questo lo si deve fare in onore di nostro Signore e della Cristianità, in modo che Dio veda che noi siamo cristiani e che non abbiamo tollerato né permesso – consapevolmente – queste palesi menzogne, maledizioni e ingiurie verso Suo figlio e i Suoi cristiani. Perché ciò che noi fino a ora abbiamo tollerato per ignoranza (io stesso non ne ero a conoscenza) ci verrà perdonato da Dio. Ma se noi, ora che sappiamo, dovessimo proteggere e difendere per gli ebrei una casa siffatta, nella quale essi – proprio sotto il nostro naso – mentono, ingiuriano, maledicono, coprono di sputi e di disprezzo Cristo e noi (come sopra abbiamo sentito), ebbene, sarebbe come se lo facessimo noi stessi, e molto peggio, come ben sappiamo.

 

Mosè scrive al XIII capitolo del Deuteronomio, che se una città pratica l’idolatria, bisogna distruggerla completamente col fuoco e non conservarne nulla. E se egli ora fosse in vita, sarebbe il primo a incendiare le sinagoghe e le case degli ebrei. Perché ordinò molto severamente ai capitoli IV e XII del Deuteronomio di non togliere né aggiungere niente alla sua legge. E Samuele dice al XV capitolo del I libro che non obbedire a Dio è idolatria. Ora, la dottrina degli ebrei non è altro che glosse di rabbini e idolatria della disobbedienza, cosicché Mosè è diventato del tutto sconosciuto presso di loro (come si è detto), proprio come per noi sotto il papato la Bibbia è diventata sconosciuta. E dunque anche in nome di Mosè le loro sinagoghe non possono essere tollerate, perché diffamano loro tanto quanto noi, e non è necessario che essi abbiano per una simile idolatria le loro proprie, libere chiese.

 

Secondo: bisogna allo stesso modo distruggere e smantellare anche le loro case, perché essi vi praticano le stesse cose che fanno nelle loro sinagoghe. Perciò li si metta sotto una tettoia o una stalla, come gli zingari, perché sappiano che non sono signori nel nostro Paese, come invece si vantano di essere, ma sono in esilio e prigionieri, come essi dicono incessantemente davanti a Dio strillando e lamentandosi di noi.

 

Terzo: bisogna portare via a loro tutti i libri di preghiere e i testi talmudici, nei quali vengono insegnate siffatte idolatrie, menzogne, maledizioni e bestemmie.

 

Quarto: bisogna proibire ai loro rabbini – pena la morte – di continuare a insegnare, perché essi hanno perduto il diritto di esercitare questo ufficio, in quanto tengono prigionieri i poveri ebrei per mezzo del passo di Mosè, al XVII capitolo del Deuteronomio, nel quale egli ordina a quelli di obbedire ai loro maestri, pena la perdita del corpo e dell’anima; mentre invece Mosè aggiunge con chiarezza: in «ciò che ti insegnano secondo la legge del Signore». […]

 

Quinto: bisogna abolire completamente per gli ebrei il salvacondotto per le strade, perché essi non hanno niente da fare in campagna, visto che non sono né signori, né funzionari, né mercanti, o simili. Essi devono rimanere a casa. […]

 

Sesto: bisogna proibire loro l’usura, confiscare tutto ciò che possiedono in contante e in gioielli d’argento e d’oro, e tenerlo da parte in custodia. E il motivo è questo: tutto quello che hanno (come sopra si è detto), lo hanno rubato e rapinato a noi attraverso l’usura, perché, diversamente, non hanno altri mezzi di sostentamento. […]

 

Settimo: a ebrei ed ebree giovani e forti, si diano in mano trebbia, ascia, zappa, vanga, canocchia, fuso, in modo che si guadagnino il loro pane col sudore della fronte, come fu imposto ai figli di Adamo, al III capitolo della Genesi. Perché non è giusto che essi vogliano far lavorare noi, maledetti goijm, nel sudore della nostra fronte, e che essi, la santa gente, vogliano consumare pigre giornate dietro la stufa, a ingrassare e scorreggiare, vantandosi per questo in modo blasfemo di essere signori dei cristiani, grazie al nostro sudore. A loro bisognerebbe invece scacciare l’osso marcio da furfanti dalla schiena! […]

 

Se però i signori non vogliono costringerli e non vogliono porre rimedio a questa loro diabolica ribellione, allora vengano espulsi dal Paese, come si è detto, e si dica loro di tornare alla loro terra e ai loro beni, a Gerusalemme, dove possono mentire, maledire, bestemmiare, deridere, uccidere, rubare, rapinare, praticare l’usura, dileggiare e compiere tutti questi empi abominî come fanno qui da noi […]

Pubblicato in: Giustizia, Storia e Letteratura

Prosegue e si allarga la rivolta all’impèrio mondiale. Gambia.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-10-28.

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Premessa. Da leggersi con cura.

Per cercare di comprendere cosa stia succedendo sarebbe opportuno considerare come l’Occidente, specificatamente gli Stati Uniti, abbiano esercitato il potere mondiale negli scorsi decenni. Il discorso qualitativo vale anche per l’Unione Europea che ne è elemento speculare.

Alcuni mezzi sono semplicemente ovvi: pressioni economiche e militari, finanziamenti a partiti politici amici e comprensivi, ampia tolleranza di governi iniqui ma alleati. Altri mezzi sono altrettanto intuitivi, quali le guerre: il Vietnam, l’Iraq e così via.

Ma per quanto potenti, questi mezzi sono solo sussidiari a quello vero, il quale per questa sua caratteristica è ben poco percepito dalla gente comune, che ne subisce però in ultima istanza le devastanti portate.

È lo strumento delle Corti di Giustizia.

Negli ultimi decenni abbiamo assistito al proliferare di queste Corti, spesso con denominazione di “internazionali“.

Il termine è subdolo.

Nell’immaginario collettivo esso conferirebbe un’alea di comune aggradamento: tutte le nazione sembrerebbero riconoscerne l’autorità. Il termine “giustizia“, poi, conferirebbe persino una’aurea di sacralità.

Ma così non è.

Per poter esibire la dicitura “internazionale” sarebbe sufficiente che la Corte fosse riconosciuta da almeno un paio di nazioni. Ed infatti le Corti Internazionali sono riconosciute da ben poche nazioni.

L’attributivo di “giustizia” è altrettanto ingannevole, perché le Corti, i Tribunali, gestiscono il legale: devono, o dovrebbero, applicare leggi esistenti. Ma molto raramente una legge è anche giusta e viceversa. Il potere esistente invece impone come “giuste” le “leggi” che impone. Sono giuste le sue leggi.

Segnaliamo infine un fenomeno vecchio come il mondo ma che negli ultimi decenni ha assunto proporzioni ubiquitarie.

Oramai è di norma che le Corti non “applichino” bensì “interpretino” le leggi.

Sia molto ben chiaro: una cosa è la ricerca di quanto sarebbe asserito dallo spirito della legge, ed una diametralmente opposta è la soggettivizzazione di tutto l’impianto legislativo. La Corte “interpreta” la legge a parer suo. Ossia, in ossequio ai voleri dei potenti. Nella Russia sovietica le varianti all’art. 58 del codice penale deprivavano il sospetto di personaltà umana, negandogli quindi sequenzialmente il diritto di difesa. Nella Germania di Hitler, gli Ebrei erano stati designati in via amministrativa come “ominidi“: quindi, l’uccisione di un ominide non poteva costituire reato. Nei tempi correnti, uccidere un feto non è reato perché esso è definito essere un “grumo di sangue“. Similmente si agisce per i reati di opinione: chi pensasse in modo difforme al potere sarebbe un incitatore di odio e, quindi, condannabile per definizione.

In questa maniera le Corti di Giustizia hanno surrogato gli organi politici diventando il primario braccio esecutivo del potere. Sono diventate più temibili dei servizi segreti e possono dispensare la morte civile.

Ma, come già abbiamo detto, questo nesso sembrerebbe sfuggire alla gente comune.

Da ultimo, ma non certo per ultimo, mentre gli Stati Uniti ritengono che tutti debbano obbedire ai verdetti, per esempio, della Corte Internazionale di Giustizia, nel contempo essi la disconoscono sulla base del capo XIV della Carta delle Nazioni Unite.

Insomma, due pesi e due misure.

* * * * * * *

Abbiamo assistito giorni fa al rifiuto del Sud Africa di riconoscere ulteriormente l’International Criminal Court:

–  International Criminal Court. Anche il Sud Africa la disconosce. 2016-10-24.

Di oggi la notizia che anche il Gambia disconosce il valore legale della Corte.

Essa infatti è ingiusta e parziale.

«an International Caucasian Court for the persecution and humiliation of people of color, especially Africans»

*

«There are many Western countries, at least 30, that have committed heinous war crimes against independent sovereign states and their citizens since the creation of the ICC, and not a single Western war criminal has been indicted»

*

«Thousands of young Africans in search of greener pastures have been dying on European coasts on weekly basis …. For what crime – because they are black?»

*

«We depend on almighty Allah and Allah-willing all the racist, genocidal criminals responsible for the continuing mass slaughter of Africans will face justice»

*

La strada è lunga, ma si intravedere chiaramente in fondo una Norimberga II.


Deutsche Welle. 2016-10-26. Gambia pulls out of International Criminal Court, citing hypocrisy

The government of Gambia has declared it is leaving the International Criminal Court, accusing it of “persecution and humiliation” of Africans. Officials also decried the “genocide” of migrants on Europe’s shores.

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Gambia’s pledge to leave the Hague-based court on Tuesday comes just days after the troubled nation of Burundi and the regional powerhouse South Africa made similar announcements. Kenya is also considering withdrawal.

The decision, according to Gambia’s Information Minister Sheriff Bojang, is due to the International Criminal Court (ICC) ignoring war crimes committed by Western countries.

In a pointed play on the court’s name, Bojang called it “an International Caucasian Court for the persecution and humiliation of people of color, especially Africans.”

Anger over Blair

The court showed its “true colors” by refusing to prosecute former British Prime Minister Tony Blair for war crimes in Iraq, Bojang said in a televised statement.

“There are many Western countries, at least 30, that have committed heinous war crimes against independent sovereign states and their citizens since the creation of the ICC, and not a single Western war criminal has been indicted,” he added.

Since the establishment of the ICC in 2002, the court conducted ten investigations. Nine of them were over crimes on African soil and the remaining case was tied to offenses in Georgia.

The ICC’s current chief prosecutor, Fatou Bensouda, is Gambian and a former justice minister in the small African state. She also served as an advisor to President Yahya Jammeh.

Gambia decries ‘racist’ genocide

During the Tuesday statement, the information minister said that the country had tried to get the ICC to react to “genocide” over migrants trying to reach Europe. A disproportionately large number of them are citizens of Gambia, fleeing the troubled country with a population under two million.

“Thousands of young Africans in search of greener pastures have been dying on European coasts on weekly basis,” Bojang said. “For what crime – because they are black?”

“We depend on almighty Allah and Allah-willing all the racist, genocidal criminals responsible for the continuing mass slaughter of Africans will face justice,” he added.

Gambia’s strongman President Yahya Jammeh plans to seek his fifth term in office in the December election, with right’s groups accusing him of cracking down on dissent.

Pubblicato in: Storia e Letteratura

Oggi è San Crispino. Brexit, Enrico V e gli inglesi. Gente tosta.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-10-25.

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Di questi tempi si fa un gran parlare di Regno Unito, Unione Europea, Brexit, e così via.

Ma chi sono gli inglesi? Di che tempra son fatti?

Ci siamo forse dimenticati Francis Drake oppure il Wellington?

Ma li avete visitati i resti delle trincee della Somme, dove sono morti a centinaia di migliaia combattendo con l’orgoglio più che con le armi, in un fetente acquitrino dove nemmeno i topi ed i ratti potevano sopravvivere?

Ma ci siamo forse dimenticati quel magnifico discorso di Churchill?

«I would say to the House as I said to those who have joined this government: I have nothing to offer but blood, toil, tears and sweat. We have before us an ordeal of the most grievous kind. We have before us many, many long months of struggle and of suffering.»

Sentite la sua viva voce.

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«Vorrei dire alla Camera come ho detto a coloro che hanno aderito a questo governo: non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore. Abbiamo davanti a noi un calvario del tipo più grave. Abbiamo davanti a noi molti, molti lunghi mesi di lotta e di sofferenza»

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Oggi è San Crispino.

Oggi è l’anniversario della battaglia di Azincourt, 25 ottobre 1415, ove Re Enrico V sconfisse i francesi, pur combattendo uno contro cinque.

Questo è un Re inglese, ed il Sommo Shakespeare lo ha immortalato.

«Lasciami parlare con orgoglio»

Discorso di Enrico V: “Noi pochi, noi felici pochi”

Henry V – St.Crispin’s Day Speech 1,578,890 visualizzazioni

St. Crispin’s Day Speech – Henry V [Laurence Olivier] 550,914 visualizzazioni

Ed alla fine della battaglia cosa fa Re Enrico?

Henry V – End Battle Chant (Non nobis, Domine)

Henry V: Non Nobis and Te Deum 286,710 visualizzazioni

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Bene.

Questo discorso è stato visto da oltre due milioni di persone.

Due milioni di persone che si sono riconosciute nel loro retaggio religioso, storico, culturale, sociale, politico, militare.

Già: gli inglesi sono un popolo pacifico ma anche guerriero.

Non sono per nulla gli smidollati che ci si vuol far credere.

Brexit? Quello se lo fanno a colazione!