Pubblicato in: Agricoltura, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Francia. Unione Europea, Macron ed il problema dell’agricoltura.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-02.

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Odoxa ha rilasciato un sondaggio dal titolo:

Rôle de l’Europe pour l’agriculture française.

La domanda posta era semplice e diretta:

«D’après vous, la politique agricole de l’Union Européenne joue-t-elle un rôle plutôt positif ou plutôt négatif pour l’agriculture et les agriculteurs français?»

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«A suo parere, la politica agricola dell’Unione europea svolge un ruolo piuttosto positivo o piuttosto negativo per quanto riguarda l’agricoltura e gli agricoltori francesi?»

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Il risultato delle risposte è tranchant: per il 71% degli intervistati l’Unione Europea ha svolto un ruolo negativo su agricoltori ed agricoltura francese, mentre per il 28% ha avuto un effetto positivo.

Tuttavia, la stratificazione per propensione al voto fornisce risultati ancor più taglienti.

Coloro che votano per La République en Marche! approvano per il 49%,seguiti dagli adepti del partito socialista con il 41%.

La percentuale delle approvazioni cade al 27% per Les Républicains ed addirittura al 15% per Rassemblement National.

* * *

Su questo particolare tema la disapprovazione dell’Unione Europea è quasi plebiscitaria, tranne che per gli elettori della sinistra e per Mr Macron, ma anche per questi due ultimi formano la minoranza.

Si noti come i Gilets Jaunes abbiano gran parte della loro base proprio nel comparto agricolo, che non gradisce per nulla la politica europeistica finora esercitata da Mr Macron.

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Pubblicato in: Agricoltura, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Export ortofrutticolo -12%. Mele -41%, clementine -33%, patate –35%.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-04.

Mela con il Coltello tra i Denti.

Il comparto agroalimentare italiano ha avuto per decenni un nemico mortale: il governo romano esercitato dal partito allora egemone: il partito democratico.

In particolare, i passati governi di sinistra sono stati succubi valletti degli interessi francogermanici che tutelavano le agricolture dei loro relativi paesi.

L’Unione Europea ha avuto un tumultuoso proliferare di leggi, norme, regolamenti che hanno fatto calare sull’agroalimentare italiano una cappa di piombo, che lo ha schiacciato sotto il peso di una burocrazia a livello demenziale.

La sola normativa EU sulle melanzane spazia per diciassettemila pagine di leggi, norme, regolamenti, che anche l’agricoltore amatoriale dovrebbe conoscere a menadito, a memoria.

Poi, come se non bastasse, ci sono le leggi, norme, regolamenti nazionali, alle quali si aggiunge il clima da terrorismo fiscale ed una legislazione del lavoro agricolo da far scappare la voglia di produrre. Si teme più la Finanza che la filossera.

Infine ci sono le ubbie dei alcuni governi ragionali. Per esempio, in Trentino è stata propugnata con forza la monocultura delle mele, quelle che ora accusano un calo dell’export di -41%, con tutte le ovvie conseguenze. Solo una mente ideologizzata avrebbe potuto pensare di far reggere un comparto sulla monocoltivazione.

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Intendiamoci bene.

Una cosa è avere leggi, norme e regolamenti a tutela della sanità del prodotto, ed una del tutto differente questo overkilling burocratico legislativo.

La conseguenza ultima è che dovendo consegnare allo stato il 63% delle entrate risulta impossibile produrre a costi concorrenziali. Si dovrebbe razionalizzare che l’Italia vive nel contesto mondiale, ed a questo deve adeguarsi, pena la scomparsa.

Quid agendum sit?

Nessuno si illuda che la situazione possa cambiare dall’oggi al domani, essendo cambiato il governo.

Il problema non è quello di legiferare: all’opposto, è quello di abrogare leggi norme ed ogni altro orpello che grava su questo comparto.

Poi, emanciparsi dalla schiavitù europea.

Un’ultima considerazione.

Non ci si faccia nessuna illusione che il fenomeno dei Gilets Jaunes resti localizzato solo in Francia: la gente inferocita alla fine scende in piazza e non la si ferma più.

Nota.

Mentre le patate sono commestibili, le automobili elettriche non lo sono.


Ansa. 2019-02-03. Crolla export ortofrutta (-12%), minimo del decennio

Le esportazioni di ortofrutta Made in Italy sono crollate del 12% nel 2018 su valori minimi dell’ultimo decennio sotto i 4 miliardi di chili. E’ quanto emerge da un’analisi della Coldiretti in vista del Fruit Logistica di Berlino la principale fiera internazionale di settore in Europa. Ma il 2018 ha segnato il record dei consumi interni di frutta e verdura degli ultimi venti anni, con quasi 9 miliardi di chili nel carrello, in aumento del 3% rispetto all’anno precedente, legato alla svolta salutistica. 

Tra la frutta più esportata nel mondo il dato peggiore è quello delle mele che crollano in quantità del 41% nel 2018 rispetto all’anno precedente ma va male anche ai kiwi che perde il 16% mentre l’uva limita i danni a un -3%. Pessimo il risultato delle pesche – continua Coldiretti – che incassano un decremento del 30% netto. Tra gli agrumi, profondo rosso pure per le clementine, con le quantità esportate in diminuzione del 33%, mentre i limoni tengono con un -3%. In difficoltà – prosegue la Coldiretti – anche gli ortaggi, dove il maggiore crollo si registra per le patate, con le vendite diminuite del 35% in quantità nel 2018. Male anche le cipolle che perdono il 17% all’estero. Calo del 3% pure per i ravanelli.
Una situazione profondamente diversa di quella che si verifica a livello nazionale dove il 2018 ha fatto segnare il record dei consumi di frutta e verdura degli ultimi venti anni, con quasi 9 miliardi di chili nel carrello, in aumento del 3% rispetto all’anno precedente. Mai così tanta frutta e verdura sono state consumate in Italia dall’inizio del secolo per effetto soprattutto di una decisa svolta salutistica che ha contagiato i giovani che – sottolinea la Coldiretti – fanno sempre più attenzione al benessere a tavola con smoothies, frullati e centrifugati consumati al bar o anche a casa grazie alle nuove tecnologie. Un cambiamento che l’Italia purtroppo non è riuscita ad agganciare all’estero dove – continua la Coldiretti – sconta un ritardo organizzativo, infrastrutturale e diplomatico.  

Pubblicato in: Agricoltura, Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Latte fresco? Unione Europea e latte del petrolchimico.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-18.

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Ci furono disperati tempi nei quali c’erano le vacche dalle quali si mungeva il latte: aveva un suo gusto del tutto particolare, che variava da alpeggio ad alpeggio. Si ricavava anche il burro ed una panna da favola.

Poi venne la civilizzazione coatta, di cui l’Unione Europea fu scherano teutonico.

Igiene, si diceva, uniformità del prodotto: cosa mai sarebbe la storia che il grana padano lo si faccia con latte di mucche padane? Latte liofilizzato e polverizzato: ecco come dar modo a tutto il mondo di rifarsi in casa il grana, ed anche gli altri formaggi.

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«Il latte in polvere è un derivato del latte vaccino e si ricava attraverso la disidratazione a mezzo del calore.

Il metodo è stato applicato, se pur con metodologie rudimentali, sin dal XIII secolo. Il metodo di produzione moderno è stato brevettato nel 1847.

Il latte in polvere viene prodotto tramite essiccazione, che può avvenire tramite due metodologie differenti: il roller-dry e lo spray-dry.

–    Tecnica roller-dry: con questo procedimento il latte viene fatto cadere all’interno di due cilindri rotanti in senso inverso e riscaldati a temperature di 130-150 °C sui quali, in pochissimi secondi, evapora l’acqua, mentre la sostanza secca viene distaccata da coltelli raschianti andandosi a depositare sul fondo della camera. Il prodotto finito presenta un’alterazione delle proteine e la polvere di latte assume una colorazione giallognola e un sapore di cotto.

–    Tecnica spray-dry : questo procedimento è basato sull’atomizzazione del latte pastorizzato ed omogeneizzato e spruzzato attraverso sottili ugelli che formano piccolissime goccioline le quali, passando in una camera dove una corrente d’aria calda a 150 °C evapora l’umidità presente, formano la polvere.

Il latte in polvere molte volte presenta dei problemi di solubilità che vengono risolti con il procedimento di istantaneizzazione, che consiste nell’umidificare a vapore la polvere prodotta con metodo spray, facendole assumere una struttura porosa e granulare dalla quale, dopo averla essiccata, raffreddata e ridotta in dimensioni definite, si produrranno le polveri istantanee che aumenteranno di conseguenza la bagnabilità e la solubilità.» [Fonte]

*

Ma potrebbe mai un euroburocrate, uno degli gnomi di Bruxelles, resistere alla tentazione?

Sicuramente no; resiste a tutto tranne che alle tentazioni.

Alles in Ordnung: con tanto di aggiornamenti.

Regolamento (CE) n. 882/2004: questo è il testo base. Ma i burocrati sono sempre in agguato.

Regolamento (CE) n. 596/2009      7.8.2009               –     GU L 188 del 18.7.2009, pag. 14-92

Regolamento (CE) n. 1162/2009    4.12.2009             –    GU L 314 dell’1.12.2009, pag. 10-12

Regolamento (UE) n. 87/2011        23.2.2011             –              GU L 29 del 3.2.2011, pag. 1-4

Regolamento (UE) n. 208/2011      23.3.2011             –          GU L 58 del 3.3.2011, pag. 29-35

Regolamento (UE) n. 563/2012      1.7.2012               –      GU L 168 del 28.6.2012, pag. 24-25

Regolamento (UE) n. 702/2013      27.7.2013             –         GU L 199 del 24.7.2013, pag. 3-4

Regolamento (UE) n. 652/2014      30.6.2014             –       GU L 189 del 27.6.2014, pag. 1-32

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È del tutto ovvio, naturale, che gli unici comparti alimentari capaci di manipolare quel poco latte e quei tanti additivi siano l’industria casearia tedesca, olandese e danese. Le uniche a regola e norma. Quella francese così e così.

Ma, se vi foste letti il regolamento UE n. 652/2014, GU L. 189 del 27-06-2014, avreste trovato, sparsi un po’ qua, un po’ là, fondi per 1,891,936,000 euro da destinarsi ai produttori. Francesi, olandesi, tedeschi e danesi.

Un lettore scrupoloso, che magari abbia anche telefonato a Bruxelles, avrebbe scoperto poi la perfetta trasparenza dell’Unione Europea.

Si è cortesemente rimandati al

«Regolamento (CE) n. 882/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativo ai controlli ufficiali intesi a verificare la conformità alla normativa in materia»

da cui estraiamo la seguente frase chiave.

«Il pubblico deve avere accesso alle informazioni relative ai controlli effettuati, fatta eccezione per quelle coperte dal segreto professionale»

Ma chi mai se lo sarebbe potuto immaginare che tutto, ma proprio tutto, era stato secretato?

Adesso lasciamo il lettore all’articolo allegato, suggerendo di bersi un buon bicchiere di latte anno 2016, un’annata da ricordarsi.


Ansa. 2019-01-11. 80mila tonnellate di latte in polvere tornano su mercato Ue

Prosegue smaltimento stock crisi 2015, venduto il 95%

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Bruxelles – Oltre 80mila tonnellate di latte scremato in polvere torneranno sul mercato Ue nell’ambito del programma di vendita dei quantitativi stoccati con l’intervento pubblico in seguito alla crisi del settore del 2015-16. Lo ha comunicato la Commissione europea, ricordando che con l’asta di ieri restano nei magazzini pubblici solo 22mila tonnellate di latte scremato in polvere, circa il 5% delle 380mila tonnellate di eccedenze ritirate dal mercato durante la crisi. Quella di ieri è stata la vendita più significativa sia in termini di quantità che di prezzo (155,4 euro per 100 kg) da quando l’Esecutivo Ue ha cominciato il programma..»

Pubblicato in: Agricoltura, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. Divisa sulla castrazione dei maiali.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-07.

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«Per odore di verro s’intende quell’odore o sapore sgradevole che si manifesta spesso durante la cottura, o il consumo, di carne o prodotti di trasformazione della carne suina di maschi non castrati, che hanno raggiunto la pubertà.

Gli studi condotti hanno appurato che molti consumatori sono sensibili all’odore di verro, e per questo motivo il suo controllo è un elemento imprescindibile nella produzione di carne suina. Le donne sembrano essere più sensibili degli uomini, così come alcuni gruppi etnici appaiono reagire con maggiore sensibilità di altri. Nella maggior parte dei paesi, le normative sulla qualità degli alimenti non ammettono la commercializzazione di carni con presenza di odore di verro.

Da secoli si previene l’odore di verro mediante castrazione. Questa pratica consolidata prevede che si castrino i giovani suinetti all’incirca all’età di una settimana (dopo, per legge è necessario che l’intervento sia effettuato in anestesia, quindi deve effettuarlo un Medico veterinario). In alcuni paesi (per esempio Paesi Bassi, Svizzera e Norvegia), è comunque sempre più frequente l’uso di un’anestesia generale o locale per ridurre il dolore e lo stress associati alla castrazione ….

L’odore di verro è causato dall’accumulo di due composti (androstenone e scatolo) nel grasso dei suini maschi» [Fonte]

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«Nel 2017, la produzione di carne da parte dei macelli commerciali tedeschi è diminuita dopo un recente leggero aumento. Secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica della Germania (Destatis), la produzione di carne è diminuita del 2,0% (- 167.000 tonnellate) rispetto al 2016, raggiungendo un totale di 8,11 milioni di tonnellate. Il valore è ben al di sotto del volume totale dell’anno precedente (8,28 milioni di tonnellate).

Con appena 57,9 milioni di animali abbattuti nel 2017, la macellazione dei suini è stata ridotta del 2,6% (-1,5 milioni di capi) rispetto all’anno precedente. Il volume di macellazione dei suini importati è diminuito significativamente del 18% (- 839.000 animali). Nello stesso periodo, il numero di suini di origine nazionale macellati è diminuito dell’1,3% (- 690 000 animali). In generale, la produzione di carne suina, che ha raggiunto 5,45 milioni di tonnellate, è stata ridotta di circa 127.600 tonnellate.» [Destatis]

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Suino, o porco, indica l’animale integro, mentre il termine maiale si riferisce al maschio castrato.

I suini sono molto prolifici: una scrofa ha mediamente tra i 10 ed i 16 suinetti, dopo una gestazione di 114 giorni. Lo svezzamento avviene in circa un mese. La scrofa può partorire due volte all’anno. Il maiale adulto può arrivare ai 300 kg, ma solitamente è macellato quando raggiunge il peso di 100 – 110 kb (filiera leggera), oppure 150 – 180 kg (filiera pesante).

La carne grassa ha un potere nutrizionale di 400 calorie/etto, mentre la carne magra scende a 150 calorie/etto.

Per quanto onnivoro, la dieta del maiale da allevamento è costituita per una buona metà da mais, per il resto da farina di soia, aggiungendo prodotti ricchi di fibre.

In termini medi, tanto per rendere l’idea, i suini di allevamento hanno un costo variabile tra gli 80 ed i 150 euro a capo, a seconda del pastone e della osservanza o meno di tutte le direttive. Sempre mediamente, il suino adulto è venduto a 1.2 – 1.4 euro al kilo.

Gli allevatori di maiali, sottoposti a vicoli veterinari e sanitari stringenti, traggono guadagni scarni: per un maiale di 100 kg spuntano in media 115 euro, contro una spesa viva di almeno 85 euro. Deducendo tasse federali a statali, ammortamenti e spese varie documentabili, il guadagno netto per maiale si riduce a pochi euro.

Aumentare il prezzo di vendita è impossibile, perché la concorrenza sia da parte dei paesi dell’est europeo, sia da parte del Brasile non lo consentirebbe: ai tedeschi importa il costo finale indipendentemente dalla provenienza.

Adesso si è in grado di comprendere la portata dell’attacco fatto agli allevatori.

«In Berlin, protesters are clashing with farmers over animal rights»

*

«Lawmakers are siding with the meat industry and calling for stiff penalties against activists.»

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«The castration of piglets without anesthetic was supposed to end in the next weeks but may now continue for two more years»

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«The Bundestag put off a law requiring anesthetics be used, after Germany’s swine farmers argued they weren’t ready to make the change»

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«Young male pigs are often surgically castrated without any form of pain reduction to prevent boar taint, which can change the taste and smell of pork»

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«Farmers, particularly from Bavaria and Lower Saxony, said changing the law would mean additional expenses and complications: €2 extra per pig, and the extra time and space the animals need to wake up afterwards»

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«Opponents to surgical castration say mass vaccination of pigs would be better, as is done in Australia, Brazil, Belgium and Russia»

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«Although animal castration made headlines this fall, despite competition from news from Italy, Russia and Trump, fewer smaller groups focus on swine welfare full time»

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«Scarcity of qualified people is a bigger problem. Veterinary authorities cannot inspect all the farms in their catchment zones; in Germany, farms are inspected once every 17 years on average. In Bavaria, some only see an inspector once every 48 years»

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Si assiste ad un comportamento ambivalente. Da una parte sicuramente il porcellino neonato fa tenerezza, ma nel contempo salami, prosciutti oppure uno stinco al forno fanno venire la acquolina in bocca. Poi, il problema dei costi è semplicemente evidente.

Se gli allevatori tedeschi applicassero alla lettera la terapia analgesica si sobbarcherebbero costi che li porterebbero fuori mercato: al fallimento.

Ci si pone adesso una domanda.

Come fanno a sopravvivere tutti questi attivisti a tempo pieno?

Di primo acchito, si direbbero tutti di famiglia abbiente per poter passare la vita a dimostrare senza esercitare lavoro alcuno.

Oppure, si potrebbe anche dire che qualcuno potrebbe ricompensarli per il loro buon cuore. In fondo, mica tutti nasciamo ricchi.


Handelsblatt. 2018-12-16. Germans are divided over piglet castration

In Berlin, protesters are clashing with farmers over animal rights. Lawmakers are siding with the meat industry and calling for stiff penalties against activists.

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The castration of piglets without anesthetic was supposed to end in the next weeks but may now continue for two more years. The Bundestag put off a law requiring anesthetics be used, after Germany’s swine farmers argued they weren’t ready to make the change.

Young male pigs are often surgically castrated without any form of pain reduction to prevent boar taint, which can change the taste and smell of pork in 5 percent of animals once they reach puberty, along with aggressive behavior. Recently, as research has shown the animals suffer, moves have been made to oppose the procedure or make it less painful for animals. Farmers, particularly from Bavaria and Lower Saxony, said changing the law would mean additional expenses and complications: €2 extra per pig, and the extra time and space the animals need to wake up afterwards.

Internationally, farmers are divided over the procedure. Opponents to surgical castration say mass vaccination of pigs would be better, as is done in Australia, Brazil, Belgium and Russia. A Brussels group launched a campaign to end surgical castration by the start of this year. In the medium term, scientists suggest gene editing could help. For now, there’s dismay in Germany at the argument that pig welfare should be compromised “for the sake of consumers,” as farmers argue.

Research activism

Change is slow here in the land of pork and industrialized food, where dishes from Eisbein to Bratwurst reign supreme, and, outside the capital, much may contain bacon. But Berlin, Hamburg and other cities are increasingly home to foodies and to activists. There is a high level of concern and criticism about industrial food, even if it has yet to help pigs.

Although animal castration made headlines this fall, despite competition from news from Italy, Russia and Trump, fewer smaller groups focus on swine welfare full time. Such activists, however, are using technology to raise public awareness. In Berlin, a math student, Kirstin Hofler (not her real name), breaks into farms at night to film conditions. She’s a “research activist”, she says. A few years ago, she broke into a farm in Niessemuende, Brandenburg, and, fitted with a camera, watched workers killing piglets by swinging them against walls and kicking them. She said that’s systematic, the way that farmers deal with animals that they think aren’t big enough. She sent the footage to Animal Rights Watch, an activist group, and the footage aired on national television. The group sued the farm, but Sandra Franz, a spokeswoman for the activist group, said judges tend to sympathize with farmers.

Animal Rights Watch challenges the agricultural authorities with the abuses but the results are discouraging. One in Chemnitz refused to investigate allegations, saying the farm hadn’t had problems in the past.

Changing times

Another, in Magdeburg, said they were aware of issues, but during checkups, they hadn’t seen any problems. Part of the problem is that inspectors are paid by local municipalities rather than the state or central government. The farms are often key tax payers. “It’s not surprising that they come to some kind of understanding,” she said.

Scarcity of qualified people is a bigger problem. Veterinary authorities cannot inspect all the farms in their catchment zones; in Germany, farms are inspected once every 17 years on average. In Bavaria, some only see an inspector once every 48 years. And farms know when inspectors are coming.

Industry groups call the break-ins “vigilante justice” that has nothing to do with animal welfare. Conservative politicians, in the Christian Democratic Union and pro-business FDP, call for stiffer penalties for animal rights activists.

Ms. Hofler points out that she doesn’t get much joy out of dressing up in scrubs, climbing over fences and breaking the law in the middle of the night. Viewing the footage is upsetting, but in Ms. Hofler’s view, breaking the law is necessary, or else nothing would change.

Times may be changing, however gradually. A judge in Saxony Anhalt heard a case about an activist breaking into a farm and found it was justified, after activists showed that animals couldn’t reach drinking water, had too little space and serious cases of animal abuse. The activists’ work seems to be gradually winning hearts and minds, although not yet in the Bundestag.

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Macron ed EU. Dopo i Patrioti, adesso assassinano anche il Camembert.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-01.

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Fate un test. Andate in una buona enoteca e fatevi portare un bicchierino di Chateau D’Yquem Premier Grand Cru, Sauternes Imperiale 2002. Accanto, fatevi servire un assaggio di Chateau Haut Bergeron. Il secondo, nella comparazione, sembrerà essere acqua di sentina. La differenza la apprezza anche un cammelliere.


Nei disperati tempi nei quali si stava peggio, la Francia era il paradiso in terra dei vini e dei formaggi.

Non c’era festa di ogni tipo e natura che non fosse celebrata con dello champagne, non esisteva tavola raffinata senza una rotella di formaggi. Nei paesini la gente si faceva il proprio formaggio ed i propri salami: una festa per la papille gustative!

Ogni ottobre le ambasciate francesi tenevano un ricevimento ove erano offerti assaggi dei vini e dei formaggi. Preferisco quelli italiani perché eccellenti, ma constato che quelli francesi sono ottimi.

Re Luigi XIV soleva dire che la civiltà di un popolo la si conosce attraverso la sua cucina.

Il Festival delle Terrine di porco, selvaggina, fagiano, lepre: una gioia dell’ugola. Oppure l’arista di maiale in crosta.

E che dire della maionese? Benediciamo che alla battaglia di Maiorca il Maresciallo Richelieu fosse così arrabbiato da intimare al cuoco di fargli qualcosa di nuovo, pena la forca: il poveraccio si arrabattò e inventò (reinventò per alcuni) la maionese.

Ed i saucisson? “un trésor de l’humanité“. Tutto detto.

Come sarebbe possibile visitare Parigi e non cenare al Nos Ancêtres Les Gaulois oppure da Le Bouillon Chartier? Che, tra l’altro, serve anche il suo vino.

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Poi venne l’Unione Europea. Quella dei secoli bui.

Tutta liberal socialista, animata da un tale viscerale odio verso ogni forma di tradizione da voler far piazza pulita di tutte le cucine tradizionali, perché retrograde, non igieniche, non standardizzate, pietra di inciampo per i loro traffici e commerci.

Secondo questi signori, il formaggio di grana oppure il taleggio, oppure ancora il gorgonzola, dovrebbero essere fatti con latte in polvere, ottenuto da mucche olandesi e danesi, ovviamente.

I maiali dovrebbero essere allevati con farina di pesce.

Al bando il foie gras, il paté e, ça va sans dire, il paté de foie gras. Orrore al confit de canard. A confronto, i vandali erano dei buongustai.

Da ultimo, ma non certo per ultimo, l’orripilante frase che il vino potrebbe essere fatto anche con l’uva.

Poi ci si domanda perché mai esista l’inferno. È un luogo gestito dai burocrati di Bruxelles.

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«For decades, it seemed that a stalemate had been reached between artisanal and industrial producers, until this February, when they came to a compromise: one unified AOP requiring the use of milk from Normande cows from Normandy – but allowing pasteurisation.»

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«“You can have raw-milk camemberts that aren’t very good, …. And you can have pasteurised-milk camemberts that, without having all the qualities of a good raw-milk camembert, can be perceived as good cheeses.”»

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«Camembert doesn’t belong to Normandy; it belongs to France. It belongs to the world, …. Who will remember, in 10 years, when camembert was made by hand with a ladle, and from raw milk? No-one»

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Pensateci bene, prima di fare questo test.

Dandogli il dovuto, il vostro formaggiaio di fiducia vi potrà procurare il Camembert originale della Normandia. Quello vero, per intenderci.

Assaggiatelo: vi chiedo solo questo.

Poi, assaggiate il sedicente “Camembert” commercializzato con tale nome da Lidl: trionfo della petrolchimica tedesca.

La differenza è tale che a maggio voterete un partito sovranista, che difenda a spada tratta le produzioni alimentari proprie delle tradizioni locali. Questo pronubo lassismo sul Camembert farà perdere migliaia di voti a Mr Macron.

Già.

Il vino lo si può fare anche con l’uva.


Bbc. 2018-06-19. The end to a French cheese tradition?

After years of lobbying, industrial producers are now allowed to make camembert with pasteurised milk. As a result, one of France’s beloved cheeses may be disappearing – for good.

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In the heart of Normandy’s Pays d’Auge region, about an hour’s drive inland from the D-Day beaches on France’s northern coast, lies the 200-person village of Camembert, surrounded by white-and-brown cows grazing in lush green pastures.

It is here that, according to legend, a woman named Marie Harel sheltered a priest who, like many following the French Revolution, was given a choice: swear allegiance to the new Republic or die at the guillotine. The refractory priest elected to flee, escaping to England through Normandy, and encountering Harel along the way. To thank her for her hospitality, the priest ostensibly shared the recipe for brie, a cheese from the region around Paris, which Harel made using local Normande milk and the moulds for washed-rind Livarot, thus inventing a new cheese that, as tradition dictated, she named after the village where she made it: camembert.

While the validity of the legend is impossible to confirm, culinary anthropologist Georges Carantino maintains that it is rooted in fact.

But at least one fervent defender of the traditional methods remains.

Nicolas Durand has been making raw-milk camembert by hand since 2000 at the picturesque Ferme de la Héronnière. His farm can be found just steps from the sign beckoning visitors into the village of Camembert, home to a museum devoted to the cheese, and to Marie Harel’s legacy. Along with Mercier, Durand is the last of his kind: a farmer-producer of raw-milk camembert made with the milk of cows he raises on his property.

But Durand falls on a different side of the debate. In the small shop on his farm selling cheese, dry-cured sausage and other local products, Durand explained that for him, the connection with the animals, the land and the cheesemaking process is far more important than the AOP label. Camembert, after all, is not an easy cheese to make, requiring expertise and constant tinkering to account for changes in acidity and moisture.

“It’s very difficult to master,” Durand said. “At the same time, that’s what gives it its charm.”

“In any case, it evokes that there was indeed a transmission of the techniques from an area like Brie, where this type of cheese is very old, to [Pays d’Auge], where it is a much more recent addition to the landscape.”

No matter how the technique arrived, the Normandy region that had previously produced only washed-rind cheeses like Livarot or Pont l’Evêque suddenly began making bloomy-rinded cheese like brie in the 18th Century, and camembert has been inextricable from Camembert ever since.

Of course, it would be unfair to say that camembert is merely brie made in Normandy. While the cheeses are made with the same Penicillium camemberti spore and thus boast a similar downy white mould, flavour-wise, camembert exists somewhere between the milder, buttery Brie de Meaux and the rich, meaty Brie de Melun. This can be attributed, at least in part, to the fact that while Brie de Meaux is made primarily with rennet fermentation and Brie de Melun with lactic fermentation, camembert is made with a bit of both – a process facilitated by the rich, raw milk of local Normande cows with which camembert should always be made, at least in the mind of a true turophile.

The result is a cheese that is rich, mushroomy and complex in flavour – and unfortunately, it may be disappearing from the nation’s culinary landscape for good.

Camembert, like many cheeses, is protected by the Institut National de l’Origine et de la Qualité (INAO), a unique French organisation that strictly governs the manufacture of 46 cheeses (and 300 wines) via the French Appellation d’Origine Contrôlée (AOC) and equivalent European Appellation d’Origine Protégée (AOP) labels. This institution aims to protect terroir, the French notion that a product is inextricably linked to the place where it is made, from traditional manufacturing processes down to unique microorganisms in the air.

But the governing of camembert has long been more complex than most. In the 19th Century, thanks to the creation of the small wooden box in which the cheese is still sold today and the simultaneous rise of train transport, camembert became quite easy to stack and ship. As a result, it was soon enjoyed by people from all over France. Since this rise in popularity predated AOP cheese regulations by several decades, camembert fans from Anjou to the Pyrenees began making their own versions, inexorably divorcing camembert from its Norman terroir.

Today, the word camembert refers not to a specific cheese, but rather to a cheese type made the world over – in fact, it was a Quebecois camembert that was dubbed the best in the category worldwide at this year’s World Championship Cheese Contest in the US state of Wisconsin – a snub that French magazine VSD called ‘stinging’ and ‘shameful’.

Despite the loss of the word, locals did finally earn AOC status for the traditional cheese in 1983, when the INAO developed an official charter, not for ‘camembert’ but for the phrase ‘Camembert de Normandie’. The cheese, it was decided, would be obligatorily made in Normandy, with the raw milk of pastured herds of cows ‘in a process of genetic evolution’ towards the Normande breed (a rule that was modified to specify that, at first, 25%, and then, in 2017, 50% of the herd be made up of Normande cattle).

By this point, however, even Normandy camembert no longer belonged to the small, artisanal producers that had once handmade this cheese throughout the region, ladling it into moulds in five distinct layers, as tradition dictates. Industrial giants such as Lactalis had set up shop and wanted their product to sport the AOP label. The caveat? They wanted to use pasteurised milk.

When this idea was shot down, industrial producers came up with their own solution: they began printing ‘Fabriqué en Normandie’ (Made in Normandy) on the boxes of the 60,000 tonnes of pasteurised camembert they produced annually, infuriating AOP producers, who produced a fraction of that amount – about 5,500 tonnes a year.

Despite arguments that the phrases were far too close for comfort, Fabriqué en Normandie continued to designate a camembert made with the pasteurised milk of Holstein cows, some of which had never seen a Norman pasture. This camembert also lacked the natural heterogeneity of the artisanal product: as far as large companies are concerned, Carantino explains, a consistent commercial identity is more important than natural seasonal variation.

For decades, it seemed that a stalemate had been reached between artisanal and industrial producers, until this February, when they came to a compromise: one unified AOP requiring the use of milk from Normande cows from Normandy – but allowing pasteurisation.

At the recent Festival des AOC/AOP in the village of Cambremer, about a 45-minute drive from Camembert, locals and tourists alike milled through a series of market stalls, tasting cheeses and other products from all over France. But inside a local meeting room, tensions were high.

“Pasteurised milk isn’t milk anymore!” culinary journalist Périco Légasse cried from his seat on a panel intended to discuss consumer faith in the AOP and AOC labels. “An AOP cheese is made with raw milk. That’s the very definition of it. Raw milk is the essence of a cheese.”

Patrick Mercier, a farmer-producer of organic camembert and president of the Camembert ODG, the official collective behind the camembert AOP label, agreed, with a proviso: that the loss of raw milk as a requirement was a fair trade-off for the return of Normande milk.

“We’re finally going to have a significant number of Normande cows in the fields,” he said. “They’re going to be pastured; they’re going to eat this grass.”

The presence of these cows is not just a beautiful image; it’s also an essential element in the cheese’s production. Holstein milk, Mercier explained, while more abundant, is poorer in fat and casein than that of Normande cattle, making it difficult to achieve the coveted half-lactic, half-rennet fermentation that defines a true camembert.

“It’s a return. It’s a renaissance,” he said. “And I’m sorry, but it means the war is over.”

Of course, Mercier noted, there is still the issue of terroir to address. “It does beg the question: do you transmit terroir when you pasteurise?” he said. “Well, yes. A bit.”

Carantino agrees to a certain extent. Pasteurised milk, by its very nature, must have local microorganisms reintroduced into it to produce cheese, a process that has been fine-tuned over the past century.

“We’ve been able to isolate more and more interesting strains [of local microorganisms] with which to make cheese,” Carantino said. “At the beginning, we added about two or three [strains]; now we can add dozens.”

This, he notes, means that pasteurised cheeses can achieve a far more interesting, complex flavour today than even 20 years ago (The Canadian camembert deemed the world’s best was made with pasteurised milk.) This also means, of course, that these camemberts can be exported to international markets that wouldn’t accept cheese made from raw milk.

“You can have raw-milk camemberts that aren’t very good,” Carantino said. “And you can have pasteurised-milk camemberts that, without having all the qualities of a good raw-milk camembert, can be perceived as good cheeses.”

After his brother left the company in 2016, Durand partnered with supermarket chain Grand Frais, a decision that relieves him of much of the financial burden of his chosen profession. Today, not only does Grand Frais purchase and distribute about 80% of the 700-800 raw-milk camemberts Durand produces daily, but the company also financed the purchase of additional cattle to his farm to help Durand reach his AOP-influenced goal of 80% Normande in his 90-cow herd.

Of course, not everyone making camembert in the region will have quite so many Normande cows; Durand is in the running for a second tier within the new AOP, one that will recognise the harder work and higher expense of his initiative. This label, ‘Véritable Camembert de Normandie’ (true Normandy Camembert), set to launch by 2021, is still in the process of being developed, but it will likely require producers’ herds to contain at least 70% Normande cattle and that the cheeses be ladled by hand into their moulds. Durand believes that this second tier label may eventually require 100% Normande cattle, as well as grass-feeding (with forage in winter) to ensure that even the cows’ diet is reliant on local terroir.

This could seem like a good compromise, allowing discerning consumers to seek out raw-milk camembert while industrial producers continue to churn out the pasteurised version for the masses – and overseas sales. But, according to Véronique Richez-Lerouge, president of l’Association Fromages de Terroirs, two-tier AOPs like this “don’t work”. At the Festival des AOC/AOP, she cited the example of Cantal cheese from France’s Auvergne region, where the creation of a two-tiered system and subsequent market shift towards less-expensive pasteurised Cantal has led 40% of artisan, raw-milk cheesemakers to leave the AOP label entirely in favour of producing ‘Salers tradition’, an ancestral version of Cantal.

Richez-Lerouge believes that this decision sounds the death toll for quality camembert, telling the Daily Telegraph that the cheese will now likely “sink inexorably into mediocrity”.

“Camembert doesn’t belong to Normandy; it belongs to France. It belongs to the world,” she told the festival panel. “Who will remember, in 10 years, when camembert was made by hand with a ladle, and from raw milk? No-one.”

Légasse expresses his worry that the decision to allow pasteurisation will open the door for similar rules in other regions, something that he deems unacceptable.

“It’s a contract,” he said of the AOP label. “It’s an oath of the Republic. The French Republic commits to certify that this cheese is authentic.”

Jean-Louis Piton, president of the INAO, believes that this compromise is nevertheless the best solution to improve the quality of the lowest common denominator, forcing industrial producers to adhere to some – if not all – of the strict regulations their AOP colleagues always have. And Piton has faith that savvy consumers will know how to distinguish between the pasteurised AOP cheeses and the value-added raw-milk ones.

But Durand prevaricates.

“I’m not sure [raw-milk camembert] will persist,” he said, stroking the nose of one of his Normande cattle. Not only is the cheese expensive and difficult to produce, but industrial producers have undercut farmer initiatives with the low prices facilitated by mass production.

“Consumers are going to be so lost with the new AOP,” he said as he walked across his farm. “Between the pasteurised AOP, the true AOP… we’ll have to see. We’ll have to see.”

For now, Durand, at least, will continue to keep camembert’s legacy safe, ensuring that visitors are still able to experience the most authentic version of this ancestral cheese on the outskirts of Marie Harel’s hometown, the place where it all began.

Pubblicato in: Agricoltura

Spumante italiano. Vendite in Francia aumentate del 20%.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-09-09.

Enogastronomia/Coldiretti: record storico spumante italiano all`estero

La risposta italiana ai continui insulti di Mr Macron è tutta contenuta in un comunicato gesuitico della Coldiretti.

«Le vendite dello spumante italiano all’estero fanno segnare un record storico nel 2018, con un aumento del 14% in valore rispetto all’anno precedente»

*

«Fuori dai confini nazionali i consumatori piu’ appassionati dello spumante italiano sono gli Stati Uniti, seguiti dalla Gran Bretagna e a distanza dalla Germania»

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«Un successo che spinge lo spumante italiano sui mercati internazionali dove le esportazioni erano risultate pari a 1,36 miliardi nell’intero 2017»

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«Ma significativa è la crescita del 20% delle vendite in Francia, patria dello champagne»

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Siamo chiari.

Se è difficile vendere spumanti nella patria dello champagne, aumentarne le vendite del 20% è opera magistrale.

Ci rendiamo perfettamente conto come di questi tempi il Governo sia indaffarato in tutt’altro che i problemi agricoli.

Ci si augura però che in un futuro prossimo possa intervenire  per snellire la burocrazia che pesa sulla produzione vinicola nazionale, abbassando anche le tasse entro limiti umanamente sopportabili.

Nel contempo, dopo lustri di incuria governativa, per non dire di collusione con la concorrenza, sarebbe anche ora di far sentire la nostra voce in ciò che resta dell’Unione Europea, per proteggere i nomi e le marche nazionali.

Nota.

Il Kressecco è un vituperio del palato, ma stura egregiamente i lavelli intasati.


Asca. 2018-08-29. Coldiretti: record storico spumante italiano all’estero

Le vendite dello spumante italiano all’estero fanno segnare un record storico nel 2018, con un aumento del 14% in valore rispetto all’anno precedente. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi ai primi cinque mesi dell’anno, in occasione dell’inizio della vendemmia del Prosecco le bollicine piu’ vendute al mondo. In anticipo di dieci giorni rispetto allo storico, le condizioni climatiche attuali – sottolinea la Coldiretti – spingono infatti molti ad accelerare le operazioni di raccolta in quei vigneti in cui le uve hanno raggiunto caratteristiche ottimali prima del ritorno del maltempo.

Fuori dai confini nazionali – precisa la Coldiretti – i consumatori piu’ appassionati dello spumante italiano sono gli Stati Uniti, seguiti dalla Gran Bretagna e a distanza dalla Germania. Ma significativa – continua la Coldiretti – è la crescita del 20% delle vendite in Francia, patria dello champagne, che è . Nella classifica delle bollicine italiane preferite nel mondo oltre al Prosecco ci sono tra gli altri l’Asti e il Franciacorta che ormai sfidano alla pari il prestigioso Champagne francese. Un successo che – precisa la Coldiretti – spinge lo spumante italiano sui mercati internazionali dove le esportazioni erano risultate pari a 1,36 miliardi nell’intero 2017.

La domanda estera è una ottima premessa per la vendemmia che – secondo la Coldiretti – si prospetta di buona qualità con un raccolto in aumento dal 10% al 20% rispetto allo scorso anno che pone l’Italia al primo posto nel mondo come paese produttore di bollicine con un quantitativo che sfiora 700 milioni di bottiglie, di cui circa due su tre di Prosecco. Nonostante ciò – continua la Coldiretti – risulta ancora troppo elevato il differenziale di prezzo medio per bottiglia rispetto alle bollicine transalpine che spuntano quotazioni medie molto superiori.

A pesare è il fatto che, con il successo – conclude la Coldiretti -, crescono anche le imitazioni in tutti i continenti a partire dall’Europa dove sono in vendita bottiglie di Kressecco e di Meer-Secco prodotte in Germania che richiamano palesemente al nostrano Prosecco che viene venduto addirittura sfuso alla spina nei pub inglesi, senza parlare delle imitazioni presenti dalla Russia al Sud America che rischiano di essere legittimate dai negoziati in corso con i Paesi del Mercosur.

Pubblicato in: Agricoltura, Stati Uniti, Unione Europea

Ma non era l’Occidente ad imporre sanzioni alla Russia?

Giuseppe Sandro Mela.

2017-11-24.

Scrofa che allatta

Son passati i tempi che Berta filava.

Nei bei tempi in cui i liberal stavano peggio, era l’Occidente che imponeva alla Russia sanzioni perché avrebbe violato i diritti umani, intendendo per essi la Weltanschauung liberal, ovviamente.

Tutti i media gongolanti riportavano con titoli a sei colonne come l’Occidente avrebbe imposto a quei buzzurri le proprie scale valoriali.

Immancabile anche l’intervista di rito alla Bundeskanzlerin Frau Merkel, che avrebbe ricordato al volgo che mai la Germania avrebbe trattato con quanti non si fossero riconosciuti negli ideali tedeschi, ossia quelli di Frau Merkel. È il mondo a dover diventare tedesco, mica la Germania a doversi adattarsi al mondo.

*

Poi vennero il 7 novembre 2016, il 20 gennaio 2017, ed il 24 settembre 2017.

*

Adesso il Kremlin rende la pariglia, e lo fa su di un fronte inatteso, ma utilizzando lo strumentario occidentale, liberal: l’accusa di violare i diritti civili.

«Russia banned pork from Brazil at a time that imports from the Latin American country, the biggest foreign supplier of the meat»

*

«The government barred Brazilian pork and beef imports from Dec. 1, saying testing had found the muscle growth stimulant ractopamine»

*

«Total imports of pork to Russia are rising for the first year in four and may reach 300,000 metric tons, according to Russia’s National Pig Farmers Union»

*

«Brazil, which make up 90 percent of the shipments»

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ORRORE!!

Il Brasile avrebbe violato i fondamentali diritti umani di poter vivere tranquilli senza essere inquinati dalla ractopamina.

La ractopamina è velenosamente inquinante.

«Ractopamine is a feed additive to promote leanness in animals raised for their meat. Pharmacologically, it is a TAAR1 agonist and β adrenoreceptor agonist that stimulates β1 and β2 adrenergic receptors. It is the active ingredient in products known as Paylean for swine and Optaflexx for cattle, developed by Elanco Animal Health, a division of Eli Lilly and Company, for use in food animals for growth promotion.

Ractopamine use has been banned in most countries, including the European Union, mainland China and Russia while 27 other countries, such as Japan, the United States, Canada, and South Korea, have deemed meat from livestock fed ractopamine safe for human consumption.» [Fonte]

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Ricapitoliamo.

La somministrazione della ractopamina ai maiali di allevamento consente di conseguire un incremento ponderale medio di quasi il 30% rispetto ai controlli non trattati. Un gran bel guadagno.

Unione Europea, Cina e Russia ne proibiscono l’uso, ritenuto essere dannoso per gli esseri umani, mentre Stati Uniti, Giappone, Korea del Sud ed altri stati la permettono.

Ci si ricordi che la ractopamina è prodotta dalla Elanco Animal Health, essendo la Eli Lilly and Company la proprietaria. E sovvenga anche come la Eli Lilly sia una dei principali sostenitori del partito democratico americano: fatto questo che assicura la perfetta salubrità dei prodotti.

*

Con sottile perfidia, quasi muliebre si potrebbe dire, Mr Putin si erge a difensore del principale dei diritti umani inalienabili e fondamentali: la buona salute fisica.

L’uso della ractopamina conculcherebbe alla base tale diritto.

Adesso i liberal americani hanno il mal di pancia, ma non certo dovuto alla ingestione di carni trattate con ractopamina.

Se condannano Putin per la sanzione, dovrebbero condannare Unione Europea e Cina, se stanno zitti ratificano il dato di fatto: che adesso sia la Russia ad imporre sanzioni.

E siamo solo agli inizi….

Cina. Inizia a rendere pan per focaccia. Siete avvisati.

Nota.

Se è vero che nella Germania Saudita l’uso della ractopamina è consentito, è altrettanto vero che il consumo di carni di porco sarebbe proibito dalla Sharia.


Bloomberg. 2017-11-22. Russia Bans Brazil’s Pork and Beef on Growth Stimulant Worry

– Government says tests found prohibited muscle growth stimulant

– Brazilian lobby says additive isn’t used for exported meat

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Russia banned pork from Brazil at a time that imports from the Latin American country, the biggest foreign supplier of the meat, have been rising and as the Kremlin has sought to encourage its own farm industry.

The government barred Brazilian pork and beef imports from Dec. 1, saying testing had found the muscle growth stimulant ractopamine, which is prohibited in Russia. A Brazilian lobby for the industry said the feed additive isn’t used in production of the exported meat, which adheres to Russian rules.

Total imports of pork to Russia are rising for the first year in four and may reach 300,000 metric tons, according to Russia’s National Pig Farmers Union. Supplies from Brazil, which make up 90 percent of the shipments, are competing with local producers on price, the union said.

“Brazil was left alone as a major supplier,” Yury Kovalev, head of the union, said in Moscow. “They were reminded that we have certain requirements.”

Miratorg Agribusiness Holding and Ros Agro Plc are among Russian producers that stand to gain from import curbs. Miratorg’s President Viktor Linnik told the RBC newspaper last month that Brazil sells almost $1 billion of meat to Russia every year. As of Nov. 12, pork imports had risen about 13 percent from the same period a year earlier, the Agriculture Ministry said on its website, citing customs data.

Ban Impact

The ban “may apply some upward pressure on prices,” said Artur Galimov, an analyst at Otkritie Capital. “But in general, the market sees ongoing growth in local pork production and hence should be more resilient to a reduction in imports than before.”

Russia imported 230,395 tons of Brazilian pork this year through October, about 40 percent of the Latin American country’s total shipments, figures from Brazil’s Agriculture Ministry show. It also imported 131,083 tons of beef, about 11 percent of the total.

JBS SA, Brazil’s largest meat exporter, and BRF SA, its largest chicken and pork exporter, declined to comment on the ban. Brazil beef exporter Minerva SA will maintain shipments to Russia through units in Paraguay, Uruguay and Argentina, it said in a statement. Marfrig Global Foods SA said Russia makes up just 3 percent of its Brazil beef exports.

“The industry is confident about the characteristics of its product, and ensures that shipped pork production does not use ractopamine,” the Brazilian Animal Protein Association lobby said in a statement.

Russia, the world’s biggest wheat exporter, is seeking to start sales of grain, vegetable oil and fish to Brazil, Russian Agriculture Minister Alexander Tkachev said last month when he met his counterpart Blairo Maggi last month. Brazil sells more than it buys in the trade, he said. Brazil is seeking to expand sales of beef, pork and soybeans to Russia, Maggi said.

Pubblicato in: Agricoltura, Economia e Produzione Industriale, Geopolitica Mondiale, Russia

Putin. Dal controllo del petrolio a quello del grano.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-11-15.

2017-11-15__Putin_Grano__001

La vera grande difficoltà intrinseca ad ogni discorso economico è la complessità del sistema nella sua generalità.

Se sicuramente la comprensione è facilitata dal ragionare su di un argomento per volta, alla fine arriva sempre il momento in cui si resta obbligati a considerare la situazione nel suo insieme.

Questo momento riserva sorprese anche molto grandi, e spesso non molto piacevoli.

Un elemento che considerato a sé stante sarebbe sembrato della massima importanza, nel quadro di una visione globale potrebbe diventare secondario, financo privo di valore.

Sarebbe davvero ingenuo pensare che i diversi elementi non interagiscano di loro, esattamente come sarebbe ingenuo pensare che gli effetti seguano leggi lineari.

*

Nel rudimentale immaginario collettivo, la Russia è vista quasi esclusivamente come potenza militare oppure come potenza energetica. Due aspetti reali e concreti, che certo non estinguono la realtà russa. Non solo. L’uso delle risorse naturale non è il fine di una nazione, bensì un mezzo per portare avanti le proprie strategie, sempre che, ovviamente, quelle nazioni possano concedersi governi in grado di avere visioni strategiche e strutture organizzative in grado di perseguirle in modo coerente.

In questa ottica i governi occidentali sono severamente penalizzati dal troppo frequente ricorso alle urne. Generalmente parlando, ogni quattro o cinque anni mutano gli orientamenti strategici, condannandosi alla marginalizzazione.

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2017-11-15__Putin_Grano__002

«Russia, a leading exporter of crude oil for decades now, is increasingly dominating another critical global commodity. Its output of wheat has surged in recent years as good growing conditions boost farmers’ profits, allowing them to reinvest in better seeds and equipment»

*

«About half the countries in the world import wheat from Russia»

*

«Some of the biggest buyers are situated a short distance away, in the Middle East and North Africa, but demand comes from as far away as Mexico and Indonesia»

*

«This season’s shipments are expected to be up more than 40 percent from just three years ago»

*

«What’s the allure of Russian grain? It’s cheap»

*

«tractors made by U.S. firm Deere & Co. and Germany’s Claas KGaA roll across Russian farms, and crops are sprayed with pesticides made by Monsanto Co. and Syngenta AG.»

*

«Now forecast as the top wheat shipper, Russia saw its share of the export market jump from less than 1 percent in 2000 to an estimated 18 percent this season»

*

«Russian grain typically doesn’t meet strict quality requirements set by key buyers Algeria and Saudi Arabia, for example, and it’s cheaper for Brazil to buy from suppliers within the Mercosur free-trade bloc.»

*

«Transforming its farm industry will still leave Russia a long way from competing in the global corn, sugar or meat markets in the way it does with wheat»

*

«The nation struggles to compete in corn because the government bans genetically modified seeds that make growing the crop more profitable in other countries»

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Cerchiamo di riassumere, sintetizzando.

– L’umanità necessita di un alto numero di materia prime, di commodities, che sono indispensabili: il cibo è prioritario su tutto.

– Se è strategico per una nazione raggiungere una ragionevole autosufficienza alimentare, altrettanto stratetico è il dominare e controllare i mercati mondiali: da questo punto di vista la produzione agricola è una arma, ed anche molto efficiente.

– Il grano russo è prodotto a prezzi di circa la metà di quello occidentale. Seguire il mercato delle commodities, ossia quei beni le caratteristiche dei quali non differiscono per sito di produzione, può essere anche fuorviante, se gli indici considerati prendano in esame solo la componente produttiva occidentale.

– La Russia ha il grande vantaggio nel poter stabilire prezzi politici, ed usualmente i grandi contratti sono stilati nell’ambito di accordi internazionali bilaterali, evitando il confronto con il mercato globale.

– Non solo. Un governo accentrato e snello, dotato di effettivo potere decisionale, può coordinare in modo particolarmente efficiente prezzi e disponibilità delle materie prime prodotte per l’estero: li vede non parcellizzati, bensì come un tutto unico.

– Da questo punto di vista il Chicago Board of Trade, classico mercato del frumento, pur restando di primaria importanza, ha perso molto del suo passato valore quando si considerino gli equilibri alimentari mondiali.


Bloomberg. 2017-11-13. How an Oil Giant (Russia) Came to Dominate Wheat

Russia, a leading exporter of crude oil for decades now, is increasingly dominating another critical global commodity. Its output of wheat has surged in recent years as good growing conditions boost farmers’ profits, allowing them to reinvest in better seeds and equipment. As low oil prices hurt the ruble, making grain more alluring for overseas buyers, Russia grabbed more of the wheat-export market from major shippers like the U.S. This is particularly welcome news for Russia as it tries to cut its dependence on agricultural imports, after it banned imports of some western foods in retaliation to sanctions imposed over the annexation of Crimea.

  1. Who’s buying Russian wheat?

About half the countries in the world import wheat from Russia. Some of the biggest buyers are situated a short distance away, in the Middle East and North Africa, but demand comes from as far away as Mexico and Indonesia. Russia’s top customer, Egypt, depends on Russian wheat to feed its people, while No. 2 buyer Turkey uses the grain to make flour it then exports. This season’s shipments are expected to be up more than 40 percent from just three years ago.

  1. What’s the allure of Russian grain?

It’s cheap. Gluts from years of bumper harvests depressed prices, which are also kept down by the short shipping routes from the Black Sea — the hub for the bulk of Russia’s supply — to Middle Eastern and African buyers. More recently, poor crops made grain from North America and Australia less attractive to some of their traditional markets in Asia, opening up the door for Russian wheat.

  1. How did Russia become a wheat export king?

Russia’s wheat exports began to surge at the start of this century, after Soviet-era collective farms gave way to private ownership of rich soils and farmers gained access to the latest international technology. Now, tractors made by U.S. firm Deere & Co. and Germany’s Claas KGaA roll across Russian farms, and crops are sprayed with pesticides made by Monsanto Co. and Syngenta AG. Helped by state support, farmers’ costs can be as little as half those of major competitors, so Russia can afford to keep planting even when prices tumble.

  1. What does Russian dominance mean for world markets?

Now forecast as the top wheat shipper, Russia saw its share of the export market jump from less than 1 percent in 2000 to an estimated 18 percent this season. During the same period, the U.S. share was cut almost in half. Bigger Russian harvests have added to the global glut and pushed prices in Chicago to near a decade low, prompting American farmers to plant the least winter wheat in a century last year. Russia’s dominance also gives it the power to shake up world markets. Benchmark prices surged almost 50 percent in 2010 as Russia banned exports, following a drought.

  1. Can Russia keep tightening its grip on exports?

Harvests may keep setting records — weather permitting — but there are signs the country’s ports and railways are starting to creak under the pressure of so many exports. Plus, Russia has struggled to crack some markets. Russian grain typically doesn’t meet strict quality requirements set by key buyers Algeria and Saudi Arabia, for example, and it’s cheaper for Brazil to buy from suppliers within the Mercosur free-trade bloc. Russia has made inroads in Asia, but high shipping costs will likely limit how much it sends there.

  1. Can Russia replicate its success with other foodstuff?

Transforming its farm industry will still leave Russia a long way from competing in the global corn, sugar or meat markets in the way it does with wheat. It’s now self-sufficient in producing sugar, but output costs are too high for large-scale exporting. Plus, Russia isn’t equipped to adequately handle shipments in containers, the world’s preferred way to haul white sugar. The nation struggles to compete in corn because the government bans genetically modified seeds that make growing the crop more profitable in other countries. Widespread African swine fever in Russia’s agricultural regions prevents significant pork exports.

The Reference Shelf

– A report on the revival of Russian agriculture by the U.S. Department of Agriculture.

– Climate change helped Russia become a food-supply superpower, writes Bloomberg View’s Leonid Bershidsky.

– Ukraine is among the nations struggling to keep up in wheat.

– Duke University research on Russia’s wheat economy and its influence on the Middle East’s food security.

– An analysis of Russian agricultural potential by Sara Menker, founder and CEO of Gro Intelligence.

– A report by the Australian Export Grains Innovation Center on implications for Australia of Russia’s wheat expansion.

– The United Nations’ Food & Agriculture Organization’s country profile on Russia.

 

Pubblicato in: Agricoltura, Economia e Produzione Industriale, Unione Europea

Qualcuno ha mastrussato i carpelli delle clementine.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-11-14.

Clementina ibridizzata«La clementina (Citrus × clementina) è un agrume, appartenente al gruppo degli ibridi fra mandarini e arance dolci. Per questo motivo è anche comunemente conosciuta col nome di mandarancio.

Le prime menzioni scritte dell’ibrido risalgono al 1902.

Secondo alcune fonti, l’origine della clementina sarebbe accidentale, e il primo frutto fu scoperto da Fra Clément Rodier (da cui avrebbe anche preso il nome) nel giardino del suo orfanotrofio a Misserghin, Algeria. Si fa strada inoltre l’ipotesi che l’ibrido sia molto più antico e provenga dalla Cina o dal Giappone; il religioso algerino l’avrebbe solo introdotto nel Mediterraneo.

Dopo le prime ibridazioni agli inizi del secolo XX, fu presto evidente che si trattava di una nuova specie di Citrus (Citrus reticulata Blanco), dato che le caratteristiche rimanevano inalterate nel tempo e la riproduzione sistematica dell’agrume non dava alcun problema. Dopo decenni di coltivazione sperimentale i frutti conservavano le qualità dei primi ibridi, ed erano sempre più richiesti dal consumatore. Dal 1940 la clementina è uno degli agrumi stabilmente presenti sul mercato italiano e, negli ultimi decenni, il frutto più venduto dopo le arance.» [Fonte]

*

Quindi, la clementina è un frutto ogm, sia pure per ibridazione, ma anche gli stretti osservanti anti – ogm non se ne curano più di tanto.

Questo pregevole frutto ha però dei nemici, elenco che riprendiamo da Arance Trizzino.

Afide verde degli agrumi (Aphis citricola) attacca soprattutto arancio, mandarino e clementine, provocando accartocciamenti fogliari, deperimenti vegetativi, colatura dei fiori ed ostacolando lo sviluppo dei germogli. Particolarmente dannoso nei vivai su piante in allevamento, su piante reinnestate. Afide del cotone infesta soprattutto aranci, mandarini, clementine, provocando danni limitati. Afide bruno degli agrumi provoca docciatura e la deformazione delle foglie, senza accartocciamenti vistosi. È responsabile della diffusione di virosi.

Mosca mediterranea della frutta (Ceratitis capitata). Le specie più colpite sono l’arancio, il clementino, il mandarino. I danni sono legati alle punture di ovideposizione che sui frutti verdi provocano aree giallastre, rotondeggianti, sui quelli in fase di maturazione hanno margine verdastro e vanno soggetti a cascola. I danni si verificano sui frutti e sono provocati:

– Dalle punture di ovideposizione che determinano la comparsa di aree zonate e mollicce (Agrumi) soggette, successivamente, a marcescenza;

– Dall’attività delle larve che si sviluppano in modo gregario dentro ai frutti; esse si nutrono della polpa provocando anche il disfacimento molle della polpa stessa che successivamente viene attaccata anche da agenti di marciumi fungini, determinando la completa degenerazione del frutto.

– Ragnetto rosso tessitore (Tetranychus urticae). Si sviluppano, ammassati in colonie, soprattutto sui giovani germogli, sulla pagina inferiore delle foglie e lungo le nervature, e compiono più generazioni all’anno. Le loro punture provocano decolorazioni degli organi attaccati e anomalie nel loro regolare sviluppo. Gli attacchi degli acari sono favoriti da climi caldi e secchi.

Acari: Ragnetto rosso tessitore (Tetranychus urticae); Panonico o Ragnetto rosso degli agrumi (Panonychus citri) Acaro rugginoso (Aculops pelekassi) Acaro dell’argentatura (Polyphagotarsonemus latus): danneggiano le foglie e i frutti.
Gommosi batterica (fungo – Phytophtora spp.). Il sintomo caratteristico è la presenza sulla base del tronco di una macchia di umido sulla corteccia che poi tende a fessurarsi con fuoriuscita di essudati gommosi. Sulla parte aerea si nota deperimento generale con clorosi diffusa, caduta delle foglie, scarsa fioritura.

Virosi (citrus tristezza virus). Chiamata tristezza degli agrumi, la malattia si manifesta soprattutto su piante innestate su specie sensibili come l’arancio amaro. Le piante attaccate manifestano riduzione di sviluppo, perdita delle foglie e disseccamento dei rami.

Tripide (Heliothrips haemorrhoidalis). È un isetto di colore nero, con gli ultimi due segmenti addominali bruno-rossicci; è dotato di ali strette e frangiate. Le neanidi sono di colore giallognolo.

Il Tripide degli agrumi e delle serre è una specie polifaga che si adatta a climi caldi e di conseguenza molto diffusa nelle serre; vive prevalentemente nella pagina inferiore delle foglie.

Il danno si manifesta sulle foglie; tuttavia sugli Agrumi (limone) anche sui frutti, mentre su alcune piante da fiore (Gladiolo) colpisce anche i fiori.

Il danno è determinato dalle punture trofiche e dagli escrementi puntiformi e nerastri che imbrattano foglie e frutti; sulle foglie si manifesta con argentature del lembo, necrosi e successiva filloptosi.

Sui frutti degli Agrumi, soprattutto del limone, provoca una caratteristica rugginosità, in seguito alla suberificazione dei tessuti; la rugginosità assume colore biancastro, sui frutti maturi, mentre è di colore marroncino, sui frutti verdi.
La rugginosità può essere causata anche dall’attacco di Acari come Panonychus citri ed altri.

Mosca bianca (Aleurothrixus floccosus). L’ Aleirode (o Aleurodideo Mosca bianca fioccosa degli agrumi) fioccoso è diffuso nelle zone agrumicole dell’Italia Centro-meridionale, delle Isole ed in Liguria; è un insetto di recente introduzione nei nostri areali. I danni, simili a quelli di Dialeurodes citri, sono causati dagli adulti e dagli stadi giovanili; essi sottraggono linfa provocando il deperimento della pianta. Le neanidi formano colonie che possono incrostare completamente la pagina inferiore delle foglie; inoltre producono abbondante melata che, insieme alla produzione cerosa, invischia anche i frutti e su cui si instaurano abbondanti fumaggini. I frutti, soprattutto i mandarini, così colpiti appaiono ricoperti da una patina nerastra che li deprezza commercialmente.

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I parassiti possono anche rendere totalmente improduttiva una piantagione e sono ben pochi i rimedi per tenerli lontani o neutralizzarli. Quelli che sarebbero di maggiore buon senso e maggiormente potenti sono stati proibiti nella presunzione che avrebbero potuto essere nocivi. In realtà per mettere fuori mercato le colture nord africane.

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Sono stati tentati molti approcci per cercare di rende queste piante più resistenti: alla fine qualche buon risultato è stato ottenuto con ulteriori ibridizzazioni e con manipolazioni genetiche. Tutta roba chiaramente ogm, ma siccome l’aspetto esteriore non cambia in modo sostanziale, sono state messe in commercio senza far poi troppi complimenti.

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Per riconoscere le nuove clementine vi sono vari sistemi.

Il più semplice è sbucciarle e contare il numero degli spicchi: otto per le clementine tradizionali, numero variabile per gli ibridi. Non solo, ma le piante ibride hanno quasi sempre frutti con differenti numeri di spicchi. In pratica, trovare ancora delle clementine ad otto spicchi richiede rapporti più che buoni con il fruttivendolo.

Un metodo più raffinato e meno invasivo consiste nel togliere delicatamente il residuo del picciolo.

Immediatamente viene alla vista la corona circolare di macrosporofili ove si possono contare, tipicamente puntini biancastri, i carpelli. Un carpello per ogni spicchio. Il metodo richiede un minimo di allenamento: sono infatti possibili fenomeni apocarpici ed eusincarpici.

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Il prezzo degli ibridi dovrebbe essere consistentemente più basso di quello della pianta tradizionale, poiché questa ultima richiede un uso estensivo di trattamenti chimici, molto costosi. Ma non sempre è così dal banco della frutta.

Pubblicato in: Agricoltura

Finalmente buone notizie. Il Bordeaux 2016 è da favola.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-04-22.

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Dalla Francia non arrivano solo notizie nefaste di attentati sanguinosi oppure la ridda di prospezioni elettorali che prognosticano tutto ed il contrario del tutto.

Arrivano anche notizie liete.

«The Bordeaux 2016 vintage is shaping up to be potentially the best for at least six years, comparable in structure and richness with the landmark 2009 and 2010 wines and in some respects surpassing them»

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Eguagliare l’annata 2010 è davvero difficile, ma superarla meriterebbe veramente di pigliarsene qualche bottiglia da bere con amici o, meglio, con una bella ragazza.

Un’idea?

Pauillac Château Lafite Rothschild 1er Cru 2010 – Domaines Barons de Rothschild.

Fate solo attenzione che sia stato conservato ad arte e che il trasportatore non lo abbia trattato come si tratta il Tavernello.


Bloomberg. 2017-04-22. Bordeaux ’16 Vintage Looking Like the Best in Six Years

– Producers say vintage has potential to be best since 2010

– Dry summer following wet spring gave wines freshness, balance

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The Bordeaux 2016 vintage is shaping up to be potentially the best for at least six years, comparable in structure and richness with the landmark 2009 and 2010 wines and in some respects surpassing them, according to producers and merchants interviewed this month.

Buyers who attended trade tastings in the region agreed quality is high and indicated they expect that to be reflected in increases of 10 percent or more for ’16 release prices relative to 2015s. The wine is sold forward while still maturing in barrels and will be offered to the international trade over the next few weeks.

The vintage comes after a difficult period for Bordeaux, which saw prices peak in 2011 on the back of speculative buying, then slump more than 40 percent in the following five years. A run of poor harvests between 2011 and 2013 was followed by an improved crop in 2014 and a high-quality vintage in 2015. Now producers are saying 2016 marks a new high point.

“It has the structure of 2010 but the elegance of 2015, 2009,” according to Veronique Sanders of Chateau Haut Bailly in Pessac-Leognan. “The tannins are very round.”

The character of the vintage was shaped by highly unusual weather, which featured a very wet spring followed by an exceptionally dry summer and then cool nights and warm days in September and October allowing grapes to ripen while preserving their freshness.

August temperatures were 5 degrees Celsius more than normal while the month had 30 percent more sunshine than average, according to a study by Laurence Geny and Axel Marchal of the University of Bordeaux. The first 13 days of September were the hottest since 1950, followed by brief rain and then more sun which gave renewed impetus to ripening.

“It’s rare to have such balance,” Philippe Dhalluin of Chateau Mouton Rothschild in Pauillac said. “It’s due to the summer. Maturity came very slowly.”

At nearby estate Chateau Pichon Baron, owned by Axa Millesimes, Christian Seely said that amid the favorable vintage “tannins needed to be controlled,” while across the road at Chateau Pichon Longueville Comtesse de Lalande Nicolas Glumineau summed up the vintage as “everything in balance.”

Over on the right bank 2016 was “a great combination of the terroir and the technique,” according to Marielle Cazaux at Chateau La Conseillante in Pomerol, while Jean-Valmy Nicolas at nearby Chateau Figeac in Saint Emilion said the estate’s 2016 was “the best Figeac produced in the modern era.”

Stephanie de Bouard-Rivoal of Chateau Angelus in Saint Emilion said the 2016 vintage was characterized by “a lot of freshness, precision” and that while the favorable harvest weather would have allowed the estate to produce more bottles, “we decided to be more selective.” Her cousin Thierry Grenie de Bouard, who joined her last year in the estate’s top management, said 2016 was exceptional for its “long maceration, long extraction.”

“A vintage which seemed so challenging at the beginning totally exceeded expectations,” James Snoxell, head of buying at Armit Wines in London, wrote in his vintage report. “The vintage turned out to be a remarkably successful one.”

U.K. buyers will have to contend not only with potentially higher release prices for the wines, but also an 8 percent drop in the pound against the euro since last June’s referendum on Britain leaving the European Union, which will exacerbate any premium.

Philippe Kalmbach of the Wine Source Fund said that while unchanged prices, excluding currency fluctuations, would be the “best-case scenario,” he anticipated price increases since Bordeaux producers were reaping the benefits of investment in new wine-making facilities and cellars. “With all this investment, there is a feeling they can’t make a bad wine,” he said. “The tannins feel very silky.”