Pubblicato in: Agricoltura, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. Colza -38%. Meno etica e più acquedotti. – Destatis

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-5.17

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Destatis ha rilasciato il seguente Report:

Area for rape production down 28% in 2019

The area used for cultivating winter rape has decreased by 28% in 2019 on a year earlier. Based on first estimates, the Federal Statistical Office (Destatis) reports that farmers in Germany are growing winter rape to be harvested in 2019 on 886,700 hectares. This is a decline of 336,800 hectares. The cultivation of winter rape has decreased in all Länder. Signs of this decline could already be observed when the autumn seeding areas were recorded at the end of 2018. It is due to the long drought period in 2018, which influenced also the sowing date of winter rape.

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La superficie coltivata a colza invernale è diminuita del 28% nel 2019.

La superficie utilizzata per la coltivazione della colza invernale è diminuita del 28% nel 2019 rispetto all’anno precedente. In base alle prime stime, l’Ufficio federale di statistica (Destatis) riferisce che in Germania gli agricoltori che coltivano colza invernale potranno raccogliere nel 2019 su 886.700 ettari. Si tratta di un calo di 336.800 ettari. La coltivazione della colza invernale è diminuita in tutti i Länder. Prodromi di questo calo si sono già osservati quando, alla fine del 2018, sono state registrate le aree di semina autunnale. Ciò è dovuto al lungo periodo di siccità del 2018, che ha influenzato anche la data di semina della colza invernale.

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Un calo del 38% della produzione della colza è un gran brutto segno per l’economia agricola tedesca, ma segnale ancora peggiore è il motivo per cui si è assistito a questo crollo.

Come gli italiani devono ringraziare Re Vittorio Emanuele II ed il Duce per aver costruito e riattato gli acquedotti, così i tedeschi ne sono debitori per gran quota ad Otto von Bismarck. Quelli che vennero dopo ben poco se ne curarono.

Poi i tedeschi si sono dedicati dapprima a fare delle guerre, poi a godersi la vita del welfare. Adesso i loro acquedotti sono insufficienti: i bacini sono diventati sottodimensionati e le condutture somigliano a colabrodi.

Ripristinare e manutenere gli acquedotti sarà idea aliena ai liberal, ma alla fine tutti devono bere.

In Germania sono quasi del tutto assenti i pozzi alla veneziana, per l’utilizzo dell’acqua piovana.

Già nel 1322 il Maggior Consiglio decretò la costruzione di cinquanta pozzi, che dal 1386 vennero dati in affidamento alla nuova Corporazione degli Acquaioli. Nel ‘700 i pozzi a Venezia erano migliaia (nell’800 se ne stimavano 7mila), per lo più posti nelle corti private.

I pozzi a Venezia, a differenza dei tradizionali pozzi (detti artesiani) che permettono di raccogliere l’acqua potabile da fonti sotterranee, funzionavano grazie alla raccolta dell’acqua piovana. I veneziani sfruttavano la natura argillosa del sottosuolo lagunare che era pressoché impermeabile e, attraverso dei tombini detti “gattoli”, incanalavano l’acqua in una sorta di cisterna. Una volta che l’acqua entrava nei tombini veniva filtrata da strati di sabbia di fiume di diversa finezza e confluiva alla fine nella cisterna principale.

Sono costruzioni a basso costo e la loro messa in opera è facile nelle pianure agricole. In Germania poi sarebbero anche alimentati dalla scioglimento graduale della neve caduta.

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Sta di fatto che senza acqua per irrigare nessuna forma di agricoltura può essere pensata.

Ci si domanda a cosa mai serva uno stato se non mette almeno a disposizione la rete bianca e quella nera, ben distinte tra di loro.

Medioevo dei secoli bui? Sarebbe sufficiente studiarsi un po’ di storia del Maggior Consiglio.

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Pubblicato in: Agricoltura, Stati Uniti

Cannabis. L’affare del secolo ha 1 milione di libbre invendute.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-13.

2019-04-13__Oregon_Cannabis

Lo stato dell’Oregon ha rilasciato un Report sulla cannabis.

2019-04-13__Oregon_Cannabis__grafico__

«Oregon is sitting on more than 1 million pounds of unsold cannabis, and that number is growing»

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«This oversupply of cannabis is driving down prices»

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«But because the marijuana cannot be transported over state lines, it has nowhere else to go»

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La cannabis avrebbe dovuto essere l’affare del secolo.Il consumo medico è minimale.

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Business Insider. 2019-04-11. Oregon has 1 million pounds of unsold cannabis, and it reveals the state’s marijuana-surplus problem

Oregon is sitting on more than 1 million pounds of unsold cannabis, and that number is growing.

 – This oversupply of cannabis is driving down prices. But because the marijuana cannot be transported over state lines, it has nowhere else to go, possibly jeopardizing the local industry.

 – The Craft Cannabis Alliance wants to open Oregon’s borders to save the industry, but there are several hurdles along the way, including the risk of a federal intervention.

Pubblicato in: Agricoltura, Economia e Produzione Industriale

Maiali. Come si constata, basta un semplice virus per generare un putifarre.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-29.

2019-03-23__Maiai__001

Mentre i nostri amici tedeschi si dilettano a questionare sulla dolorosa sorte dei maiali da allevamento

Germania. Divisa sulla castrazione dei maiali.

la sorte, che ben poco si cura delle parole umane ma è sensibilissima ai fatti,ha posto in atto l’epidemia di febbre dei suini africani.

2019-03-23__Maiai__002

Per i più accorti anche le epidemie suine sono ottima fonte di guadagno. In meno di un mese l’Etfs è schizzato da 1.201 a 2.2585: un guadagno ragionevole.



Quel virus screanzato non si è minimamente curato di attendere che i politici si riunissero a consesso, capissero cosa stesse succedendo, consultassero consulenti e pigliassero una qualche decisione.

Ma le mozioni di intenti non fermano certo un virus agguerrito. È il virus a dettare condizioni e tempi: per l’intanto sta massacrando gli allevamenti.

Se è problema lo schizzare dei prezzi all’ingrosso, si corre anche il rischio di mangiare carne infetta.

Sta succedendo un putifarre: ricostituire gli allevamenti richiederà anni di investimenti e tempo.

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«African swine fever is a viral disease of pigs and wild boar that is usually deadly. There are neither vaccines nor cures. For this reason, it has serious socio-economic consequences in affected countries. Humans are not susceptible to the disease.

The typical signs of African swine fever are similar to classical swine fever, and the two diseases normally have to be distinguished by laboratory diagnosis. Symptoms include fever, loss of appetite, lack of energy, abortions, internal bleeding, with haemorrhages visible on the ears and flanks. Sudden death may occur. Severe strains of the virus are generally fatal (death occurs within 10 days). Animals infected with mild strains of African swine fever virus may not show typical clinical signs.» [Efsa]

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Analysis of hunting statistics collection frameworks for wild boar across Europe and proposals for improving the harmonisation of data collection

Epidemiological analyses of African swine fever in the European Union (November 2017 until November 2018)

Understanding ASF spread and emergency control concepts in wild boar populations using individual‐based modelling and spatio‐temporal surveillance data

Latest developments on African swine fever

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«In September 2018, an outbreak occurred in wild boars in Southern Belgium. Professional observers suspected importation of wild boars from Eastern European countries by game hunters being the origin of the virus. By the 4th of October, 32 wild boars had tested positive for the virus. For control of the outbreak, 4,000 domestic pigs were slaughtered preventively in the Gaume region, and the forest was declared off-limits for recreation. »

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Lean Hogs Moving in the Market

«Lean hog prices have been on a run in recent weeks given the turbulence building in China due to African swine fever.»

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Usda. 2019-03-18. African Swine Fever (ASF)

Why is African Swine Fever a Concern?

ASF is a devastating, deadly disease that would have a significant impact on U.S. livestock producers, their communities and the economy if it were found here. There is no treatment or vaccine available for this disease. The only way to stop this disease is to depopulate all affected or exposed swine herds.

USDA is working closely with other federal and state agencies, the swine industry, and producers to take the necessary actions to protect our nation’s pigs and keep this disease out. This group is also actively preparing to respond if ASF were ever detected in the U.S.

What Producers and Veterinarians Need to Know

Anyone who works with pigs should be familiar with the signs of ASF:

    High fever

    Decreased appetite and weakness

    Red, blotchy skin or skin lesions

    Diarrhea and vomiting

    Coughing and difficulty breathing

Immediately report animals with any of these signs to state or federal animal health officials or call USDA’s toll-free number at 1-866-536-7593 for appropriate testing and investigation. Timeliness is essential to preventing the spread of ASF.

On-farm biosecurity is crucial to preventing any animal disease from developing and spreading. All pig owners and anyone involved with pig operations should know and follow strict biosecurity practices to help protect U.S. pigs from ASF. Work with your veterinarian to assess your biosecurity plans and make improvements as needed.

What Travelers Need to Know

International travelers could unknowingly bring back this disease from an ASF-affected country, especially if they visit farms. Visit the APHIS traveler page to know which items you can bring back into the United States. Some food items may carry disease and threaten domestic agriculture and livestock. If you go to an ASF-affected country, do not bring back pork or pork products.

Declare any international farm visits to U.S. Customs and Border Protection when you return. Make sure you thoroughly clean and disinfect, or dispose of, any clothing or shoes that you wore around pigs, before returning to the U.S. Do not visit a farm, premises with pigs, livestock market, sale barn, zoo, circus, pet store with pot-bellied pigs, or any other animal facility with pigs for at least 5 days after you return.

Resources

We have many resources available to help spread the word about how to prevent ASF.

Pubblicato in: Agricoltura, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Francia. Unione Europea, Macron ed il problema dell’agricoltura.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-02.

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Odoxa ha rilasciato un sondaggio dal titolo:

Rôle de l’Europe pour l’agriculture française.

La domanda posta era semplice e diretta:

«D’après vous, la politique agricole de l’Union Européenne joue-t-elle un rôle plutôt positif ou plutôt négatif pour l’agriculture et les agriculteurs français?»

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«A suo parere, la politica agricola dell’Unione europea svolge un ruolo piuttosto positivo o piuttosto negativo per quanto riguarda l’agricoltura e gli agricoltori francesi?»

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2019-02-26__Odoxa__Francia__Agricoltura__002

Il risultato delle risposte è tranchant: per il 71% degli intervistati l’Unione Europea ha svolto un ruolo negativo su agricoltori ed agricoltura francese, mentre per il 28% ha avuto un effetto positivo.

Tuttavia, la stratificazione per propensione al voto fornisce risultati ancor più taglienti.

Coloro che votano per La République en Marche! approvano per il 49%,seguiti dagli adepti del partito socialista con il 41%.

La percentuale delle approvazioni cade al 27% per Les Républicains ed addirittura al 15% per Rassemblement National.

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Su questo particolare tema la disapprovazione dell’Unione Europea è quasi plebiscitaria, tranne che per gli elettori della sinistra e per Mr Macron, ma anche per questi due ultimi formano la minoranza.

Si noti come i Gilets Jaunes abbiano gran parte della loro base proprio nel comparto agricolo, che non gradisce per nulla la politica europeistica finora esercitata da Mr Macron.

Pubblicato in: Agricoltura, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Export ortofrutticolo -12%. Mele -41%, clementine -33%, patate –35%.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-04.

Mela con il Coltello tra i Denti.

Il comparto agroalimentare italiano ha avuto per decenni un nemico mortale: il governo romano esercitato dal partito allora egemone: il partito democratico.

In particolare, i passati governi di sinistra sono stati succubi valletti degli interessi francogermanici che tutelavano le agricolture dei loro relativi paesi.

L’Unione Europea ha avuto un tumultuoso proliferare di leggi, norme, regolamenti che hanno fatto calare sull’agroalimentare italiano una cappa di piombo, che lo ha schiacciato sotto il peso di una burocrazia a livello demenziale.

La sola normativa EU sulle melanzane spazia per diciassettemila pagine di leggi, norme, regolamenti, che anche l’agricoltore amatoriale dovrebbe conoscere a menadito, a memoria.

Poi, come se non bastasse, ci sono le leggi, norme, regolamenti nazionali, alle quali si aggiunge il clima da terrorismo fiscale ed una legislazione del lavoro agricolo da far scappare la voglia di produrre. Si teme più la Finanza che la filossera.

Infine ci sono le ubbie dei alcuni governi ragionali. Per esempio, in Trentino è stata propugnata con forza la monocultura delle mele, quelle che ora accusano un calo dell’export di -41%, con tutte le ovvie conseguenze. Solo una mente ideologizzata avrebbe potuto pensare di far reggere un comparto sulla monocoltivazione.

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Intendiamoci bene.

Una cosa è avere leggi, norme e regolamenti a tutela della sanità del prodotto, ed una del tutto differente questo overkilling burocratico legislativo.

La conseguenza ultima è che dovendo consegnare allo stato il 63% delle entrate risulta impossibile produrre a costi concorrenziali. Si dovrebbe razionalizzare che l’Italia vive nel contesto mondiale, ed a questo deve adeguarsi, pena la scomparsa.

Quid agendum sit?

Nessuno si illuda che la situazione possa cambiare dall’oggi al domani, essendo cambiato il governo.

Il problema non è quello di legiferare: all’opposto, è quello di abrogare leggi norme ed ogni altro orpello che grava su questo comparto.

Poi, emanciparsi dalla schiavitù europea.

Un’ultima considerazione.

Non ci si faccia nessuna illusione che il fenomeno dei Gilets Jaunes resti localizzato solo in Francia: la gente inferocita alla fine scende in piazza e non la si ferma più.

Nota.

Mentre le patate sono commestibili, le automobili elettriche non lo sono.


Ansa. 2019-02-03. Crolla export ortofrutta (-12%), minimo del decennio

Le esportazioni di ortofrutta Made in Italy sono crollate del 12% nel 2018 su valori minimi dell’ultimo decennio sotto i 4 miliardi di chili. E’ quanto emerge da un’analisi della Coldiretti in vista del Fruit Logistica di Berlino la principale fiera internazionale di settore in Europa. Ma il 2018 ha segnato il record dei consumi interni di frutta e verdura degli ultimi venti anni, con quasi 9 miliardi di chili nel carrello, in aumento del 3% rispetto all’anno precedente, legato alla svolta salutistica. 

Tra la frutta più esportata nel mondo il dato peggiore è quello delle mele che crollano in quantità del 41% nel 2018 rispetto all’anno precedente ma va male anche ai kiwi che perde il 16% mentre l’uva limita i danni a un -3%. Pessimo il risultato delle pesche – continua Coldiretti – che incassano un decremento del 30% netto. Tra gli agrumi, profondo rosso pure per le clementine, con le quantità esportate in diminuzione del 33%, mentre i limoni tengono con un -3%. In difficoltà – prosegue la Coldiretti – anche gli ortaggi, dove il maggiore crollo si registra per le patate, con le vendite diminuite del 35% in quantità nel 2018. Male anche le cipolle che perdono il 17% all’estero. Calo del 3% pure per i ravanelli.
Una situazione profondamente diversa di quella che si verifica a livello nazionale dove il 2018 ha fatto segnare il record dei consumi di frutta e verdura degli ultimi venti anni, con quasi 9 miliardi di chili nel carrello, in aumento del 3% rispetto all’anno precedente. Mai così tanta frutta e verdura sono state consumate in Italia dall’inizio del secolo per effetto soprattutto di una decisa svolta salutistica che ha contagiato i giovani che – sottolinea la Coldiretti – fanno sempre più attenzione al benessere a tavola con smoothies, frullati e centrifugati consumati al bar o anche a casa grazie alle nuove tecnologie. Un cambiamento che l’Italia purtroppo non è riuscita ad agganciare all’estero dove – continua la Coldiretti – sconta un ritardo organizzativo, infrastrutturale e diplomatico.  

Pubblicato in: Agricoltura, Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Latte fresco? Unione Europea e latte del petrolchimico.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-18.

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Ci furono disperati tempi nei quali c’erano le vacche dalle quali si mungeva il latte: aveva un suo gusto del tutto particolare, che variava da alpeggio ad alpeggio. Si ricavava anche il burro ed una panna da favola.

Poi venne la civilizzazione coatta, di cui l’Unione Europea fu scherano teutonico.

Igiene, si diceva, uniformità del prodotto: cosa mai sarebbe la storia che il grana padano lo si faccia con latte di mucche padane? Latte liofilizzato e polverizzato: ecco come dar modo a tutto il mondo di rifarsi in casa il grana, ed anche gli altri formaggi.

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«Il latte in polvere è un derivato del latte vaccino e si ricava attraverso la disidratazione a mezzo del calore.

Il metodo è stato applicato, se pur con metodologie rudimentali, sin dal XIII secolo. Il metodo di produzione moderno è stato brevettato nel 1847.

Il latte in polvere viene prodotto tramite essiccazione, che può avvenire tramite due metodologie differenti: il roller-dry e lo spray-dry.

–    Tecnica roller-dry: con questo procedimento il latte viene fatto cadere all’interno di due cilindri rotanti in senso inverso e riscaldati a temperature di 130-150 °C sui quali, in pochissimi secondi, evapora l’acqua, mentre la sostanza secca viene distaccata da coltelli raschianti andandosi a depositare sul fondo della camera. Il prodotto finito presenta un’alterazione delle proteine e la polvere di latte assume una colorazione giallognola e un sapore di cotto.

–    Tecnica spray-dry : questo procedimento è basato sull’atomizzazione del latte pastorizzato ed omogeneizzato e spruzzato attraverso sottili ugelli che formano piccolissime goccioline le quali, passando in una camera dove una corrente d’aria calda a 150 °C evapora l’umidità presente, formano la polvere.

Il latte in polvere molte volte presenta dei problemi di solubilità che vengono risolti con il procedimento di istantaneizzazione, che consiste nell’umidificare a vapore la polvere prodotta con metodo spray, facendole assumere una struttura porosa e granulare dalla quale, dopo averla essiccata, raffreddata e ridotta in dimensioni definite, si produrranno le polveri istantanee che aumenteranno di conseguenza la bagnabilità e la solubilità.» [Fonte]

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Ma potrebbe mai un euroburocrate, uno degli gnomi di Bruxelles, resistere alla tentazione?

Sicuramente no; resiste a tutto tranne che alle tentazioni.

Alles in Ordnung: con tanto di aggiornamenti.

Regolamento (CE) n. 882/2004: questo è il testo base. Ma i burocrati sono sempre in agguato.

Regolamento (CE) n. 596/2009      7.8.2009               –     GU L 188 del 18.7.2009, pag. 14-92

Regolamento (CE) n. 1162/2009    4.12.2009             –    GU L 314 dell’1.12.2009, pag. 10-12

Regolamento (UE) n. 87/2011        23.2.2011             –              GU L 29 del 3.2.2011, pag. 1-4

Regolamento (UE) n. 208/2011      23.3.2011             –          GU L 58 del 3.3.2011, pag. 29-35

Regolamento (UE) n. 563/2012      1.7.2012               –      GU L 168 del 28.6.2012, pag. 24-25

Regolamento (UE) n. 702/2013      27.7.2013             –         GU L 199 del 24.7.2013, pag. 3-4

Regolamento (UE) n. 652/2014      30.6.2014             –       GU L 189 del 27.6.2014, pag. 1-32

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È del tutto ovvio, naturale, che gli unici comparti alimentari capaci di manipolare quel poco latte e quei tanti additivi siano l’industria casearia tedesca, olandese e danese. Le uniche a regola e norma. Quella francese così e così.

Ma, se vi foste letti il regolamento UE n. 652/2014, GU L. 189 del 27-06-2014, avreste trovato, sparsi un po’ qua, un po’ là, fondi per 1,891,936,000 euro da destinarsi ai produttori. Francesi, olandesi, tedeschi e danesi.

Un lettore scrupoloso, che magari abbia anche telefonato a Bruxelles, avrebbe scoperto poi la perfetta trasparenza dell’Unione Europea.

Si è cortesemente rimandati al

«Regolamento (CE) n. 882/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativo ai controlli ufficiali intesi a verificare la conformità alla normativa in materia»

da cui estraiamo la seguente frase chiave.

«Il pubblico deve avere accesso alle informazioni relative ai controlli effettuati, fatta eccezione per quelle coperte dal segreto professionale»

Ma chi mai se lo sarebbe potuto immaginare che tutto, ma proprio tutto, era stato secretato?

Adesso lasciamo il lettore all’articolo allegato, suggerendo di bersi un buon bicchiere di latte anno 2016, un’annata da ricordarsi.


Ansa. 2019-01-11. 80mila tonnellate di latte in polvere tornano su mercato Ue

Prosegue smaltimento stock crisi 2015, venduto il 95%

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Bruxelles – Oltre 80mila tonnellate di latte scremato in polvere torneranno sul mercato Ue nell’ambito del programma di vendita dei quantitativi stoccati con l’intervento pubblico in seguito alla crisi del settore del 2015-16. Lo ha comunicato la Commissione europea, ricordando che con l’asta di ieri restano nei magazzini pubblici solo 22mila tonnellate di latte scremato in polvere, circa il 5% delle 380mila tonnellate di eccedenze ritirate dal mercato durante la crisi. Quella di ieri è stata la vendita più significativa sia in termini di quantità che di prezzo (155,4 euro per 100 kg) da quando l’Esecutivo Ue ha cominciato il programma..»

Pubblicato in: Agricoltura, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. Divisa sulla castrazione dei maiali.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-07.

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«Per odore di verro s’intende quell’odore o sapore sgradevole che si manifesta spesso durante la cottura, o il consumo, di carne o prodotti di trasformazione della carne suina di maschi non castrati, che hanno raggiunto la pubertà.

Gli studi condotti hanno appurato che molti consumatori sono sensibili all’odore di verro, e per questo motivo il suo controllo è un elemento imprescindibile nella produzione di carne suina. Le donne sembrano essere più sensibili degli uomini, così come alcuni gruppi etnici appaiono reagire con maggiore sensibilità di altri. Nella maggior parte dei paesi, le normative sulla qualità degli alimenti non ammettono la commercializzazione di carni con presenza di odore di verro.

Da secoli si previene l’odore di verro mediante castrazione. Questa pratica consolidata prevede che si castrino i giovani suinetti all’incirca all’età di una settimana (dopo, per legge è necessario che l’intervento sia effettuato in anestesia, quindi deve effettuarlo un Medico veterinario). In alcuni paesi (per esempio Paesi Bassi, Svizzera e Norvegia), è comunque sempre più frequente l’uso di un’anestesia generale o locale per ridurre il dolore e lo stress associati alla castrazione ….

L’odore di verro è causato dall’accumulo di due composti (androstenone e scatolo) nel grasso dei suini maschi» [Fonte]

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«Nel 2017, la produzione di carne da parte dei macelli commerciali tedeschi è diminuita dopo un recente leggero aumento. Secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica della Germania (Destatis), la produzione di carne è diminuita del 2,0% (- 167.000 tonnellate) rispetto al 2016, raggiungendo un totale di 8,11 milioni di tonnellate. Il valore è ben al di sotto del volume totale dell’anno precedente (8,28 milioni di tonnellate).

Con appena 57,9 milioni di animali abbattuti nel 2017, la macellazione dei suini è stata ridotta del 2,6% (-1,5 milioni di capi) rispetto all’anno precedente. Il volume di macellazione dei suini importati è diminuito significativamente del 18% (- 839.000 animali). Nello stesso periodo, il numero di suini di origine nazionale macellati è diminuito dell’1,3% (- 690 000 animali). In generale, la produzione di carne suina, che ha raggiunto 5,45 milioni di tonnellate, è stata ridotta di circa 127.600 tonnellate.» [Destatis]

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Suino, o porco, indica l’animale integro, mentre il termine maiale si riferisce al maschio castrato.

I suini sono molto prolifici: una scrofa ha mediamente tra i 10 ed i 16 suinetti, dopo una gestazione di 114 giorni. Lo svezzamento avviene in circa un mese. La scrofa può partorire due volte all’anno. Il maiale adulto può arrivare ai 300 kg, ma solitamente è macellato quando raggiunge il peso di 100 – 110 kb (filiera leggera), oppure 150 – 180 kg (filiera pesante).

La carne grassa ha un potere nutrizionale di 400 calorie/etto, mentre la carne magra scende a 150 calorie/etto.

Per quanto onnivoro, la dieta del maiale da allevamento è costituita per una buona metà da mais, per il resto da farina di soia, aggiungendo prodotti ricchi di fibre.

In termini medi, tanto per rendere l’idea, i suini di allevamento hanno un costo variabile tra gli 80 ed i 150 euro a capo, a seconda del pastone e della osservanza o meno di tutte le direttive. Sempre mediamente, il suino adulto è venduto a 1.2 – 1.4 euro al kilo.

Gli allevatori di maiali, sottoposti a vicoli veterinari e sanitari stringenti, traggono guadagni scarni: per un maiale di 100 kg spuntano in media 115 euro, contro una spesa viva di almeno 85 euro. Deducendo tasse federali a statali, ammortamenti e spese varie documentabili, il guadagno netto per maiale si riduce a pochi euro.

Aumentare il prezzo di vendita è impossibile, perché la concorrenza sia da parte dei paesi dell’est europeo, sia da parte del Brasile non lo consentirebbe: ai tedeschi importa il costo finale indipendentemente dalla provenienza.

Adesso si è in grado di comprendere la portata dell’attacco fatto agli allevatori.

«In Berlin, protesters are clashing with farmers over animal rights»

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«Lawmakers are siding with the meat industry and calling for stiff penalties against activists.»

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«The castration of piglets without anesthetic was supposed to end in the next weeks but may now continue for two more years»

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«The Bundestag put off a law requiring anesthetics be used, after Germany’s swine farmers argued they weren’t ready to make the change»

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«Young male pigs are often surgically castrated without any form of pain reduction to prevent boar taint, which can change the taste and smell of pork»

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«Farmers, particularly from Bavaria and Lower Saxony, said changing the law would mean additional expenses and complications: €2 extra per pig, and the extra time and space the animals need to wake up afterwards»

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«Opponents to surgical castration say mass vaccination of pigs would be better, as is done in Australia, Brazil, Belgium and Russia»

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«Although animal castration made headlines this fall, despite competition from news from Italy, Russia and Trump, fewer smaller groups focus on swine welfare full time»

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«Scarcity of qualified people is a bigger problem. Veterinary authorities cannot inspect all the farms in their catchment zones; in Germany, farms are inspected once every 17 years on average. In Bavaria, some only see an inspector once every 48 years»

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Si assiste ad un comportamento ambivalente. Da una parte sicuramente il porcellino neonato fa tenerezza, ma nel contempo salami, prosciutti oppure uno stinco al forno fanno venire la acquolina in bocca. Poi, il problema dei costi è semplicemente evidente.

Se gli allevatori tedeschi applicassero alla lettera la terapia analgesica si sobbarcherebbero costi che li porterebbero fuori mercato: al fallimento.

Ci si pone adesso una domanda.

Come fanno a sopravvivere tutti questi attivisti a tempo pieno?

Di primo acchito, si direbbero tutti di famiglia abbiente per poter passare la vita a dimostrare senza esercitare lavoro alcuno.

Oppure, si potrebbe anche dire che qualcuno potrebbe ricompensarli per il loro buon cuore. In fondo, mica tutti nasciamo ricchi.


Handelsblatt. 2018-12-16. Germans are divided over piglet castration

In Berlin, protesters are clashing with farmers over animal rights. Lawmakers are siding with the meat industry and calling for stiff penalties against activists.

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The castration of piglets without anesthetic was supposed to end in the next weeks but may now continue for two more years. The Bundestag put off a law requiring anesthetics be used, after Germany’s swine farmers argued they weren’t ready to make the change.

Young male pigs are often surgically castrated without any form of pain reduction to prevent boar taint, which can change the taste and smell of pork in 5 percent of animals once they reach puberty, along with aggressive behavior. Recently, as research has shown the animals suffer, moves have been made to oppose the procedure or make it less painful for animals. Farmers, particularly from Bavaria and Lower Saxony, said changing the law would mean additional expenses and complications: €2 extra per pig, and the extra time and space the animals need to wake up afterwards.

Internationally, farmers are divided over the procedure. Opponents to surgical castration say mass vaccination of pigs would be better, as is done in Australia, Brazil, Belgium and Russia. A Brussels group launched a campaign to end surgical castration by the start of this year. In the medium term, scientists suggest gene editing could help. For now, there’s dismay in Germany at the argument that pig welfare should be compromised “for the sake of consumers,” as farmers argue.

Research activism

Change is slow here in the land of pork and industrialized food, where dishes from Eisbein to Bratwurst reign supreme, and, outside the capital, much may contain bacon. But Berlin, Hamburg and other cities are increasingly home to foodies and to activists. There is a high level of concern and criticism about industrial food, even if it has yet to help pigs.

Although animal castration made headlines this fall, despite competition from news from Italy, Russia and Trump, fewer smaller groups focus on swine welfare full time. Such activists, however, are using technology to raise public awareness. In Berlin, a math student, Kirstin Hofler (not her real name), breaks into farms at night to film conditions. She’s a “research activist”, she says. A few years ago, she broke into a farm in Niessemuende, Brandenburg, and, fitted with a camera, watched workers killing piglets by swinging them against walls and kicking them. She said that’s systematic, the way that farmers deal with animals that they think aren’t big enough. She sent the footage to Animal Rights Watch, an activist group, and the footage aired on national television. The group sued the farm, but Sandra Franz, a spokeswoman for the activist group, said judges tend to sympathize with farmers.

Animal Rights Watch challenges the agricultural authorities with the abuses but the results are discouraging. One in Chemnitz refused to investigate allegations, saying the farm hadn’t had problems in the past.

Changing times

Another, in Magdeburg, said they were aware of issues, but during checkups, they hadn’t seen any problems. Part of the problem is that inspectors are paid by local municipalities rather than the state or central government. The farms are often key tax payers. “It’s not surprising that they come to some kind of understanding,” she said.

Scarcity of qualified people is a bigger problem. Veterinary authorities cannot inspect all the farms in their catchment zones; in Germany, farms are inspected once every 17 years on average. In Bavaria, some only see an inspector once every 48 years. And farms know when inspectors are coming.

Industry groups call the break-ins “vigilante justice” that has nothing to do with animal welfare. Conservative politicians, in the Christian Democratic Union and pro-business FDP, call for stiffer penalties for animal rights activists.

Ms. Hofler points out that she doesn’t get much joy out of dressing up in scrubs, climbing over fences and breaking the law in the middle of the night. Viewing the footage is upsetting, but in Ms. Hofler’s view, breaking the law is necessary, or else nothing would change.

Times may be changing, however gradually. A judge in Saxony Anhalt heard a case about an activist breaking into a farm and found it was justified, after activists showed that animals couldn’t reach drinking water, had too little space and serious cases of animal abuse. The activists’ work seems to be gradually winning hearts and minds, although not yet in the Bundestag.

Pubblicato in: Agricoltura, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Macron ed EU. Dopo i Patrioti, adesso assassinano anche il Camembert.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-01.

2018-12-26__Camembert__001

Fate un test. Andate in una buona enoteca e fatevi portare un bicchierino di Chateau D’Yquem Premier Grand Cru, Sauternes Imperiale 2002. Accanto, fatevi servire un assaggio di Chateau Haut Bergeron. Il secondo, nella comparazione, sembrerà essere acqua di sentina. La differenza la apprezza anche un cammelliere.


Nei disperati tempi nei quali si stava peggio, la Francia era il paradiso in terra dei vini e dei formaggi.

Non c’era festa di ogni tipo e natura che non fosse celebrata con dello champagne, non esisteva tavola raffinata senza una rotella di formaggi. Nei paesini la gente si faceva il proprio formaggio ed i propri salami: una festa per la papille gustative!

Ogni ottobre le ambasciate francesi tenevano un ricevimento ove erano offerti assaggi dei vini e dei formaggi. Preferisco quelli italiani perché eccellenti, ma constato che quelli francesi sono ottimi.

Re Luigi XIV soleva dire che la civiltà di un popolo la si conosce attraverso la sua cucina.

Il Festival delle Terrine di porco, selvaggina, fagiano, lepre: una gioia dell’ugola. Oppure l’arista di maiale in crosta.

E che dire della maionese? Benediciamo che alla battaglia di Maiorca il Maresciallo Richelieu fosse così arrabbiato da intimare al cuoco di fargli qualcosa di nuovo, pena la forca: il poveraccio si arrabattò e inventò (reinventò per alcuni) la maionese.

Ed i saucisson? “un trésor de l’humanité“. Tutto detto.

Come sarebbe possibile visitare Parigi e non cenare al Nos Ancêtres Les Gaulois oppure da Le Bouillon Chartier? Che, tra l’altro, serve anche il suo vino.

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Poi venne l’Unione Europea. Quella dei secoli bui.

Tutta liberal socialista, animata da un tale viscerale odio verso ogni forma di tradizione da voler far piazza pulita di tutte le cucine tradizionali, perché retrograde, non igieniche, non standardizzate, pietra di inciampo per i loro traffici e commerci.

Secondo questi signori, il formaggio di grana oppure il taleggio, oppure ancora il gorgonzola, dovrebbero essere fatti con latte in polvere, ottenuto da mucche olandesi e danesi, ovviamente.

I maiali dovrebbero essere allevati con farina di pesce.

Al bando il foie gras, il paté e, ça va sans dire, il paté de foie gras. Orrore al confit de canard. A confronto, i vandali erano dei buongustai.

Da ultimo, ma non certo per ultimo, l’orripilante frase che il vino potrebbe essere fatto anche con l’uva.

Poi ci si domanda perché mai esista l’inferno. È un luogo gestito dai burocrati di Bruxelles.

* * * * * * *

«For decades, it seemed that a stalemate had been reached between artisanal and industrial producers, until this February, when they came to a compromise: one unified AOP requiring the use of milk from Normande cows from Normandy – but allowing pasteurisation.»

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«“You can have raw-milk camemberts that aren’t very good, …. And you can have pasteurised-milk camemberts that, without having all the qualities of a good raw-milk camembert, can be perceived as good cheeses.”»

*

«Camembert doesn’t belong to Normandy; it belongs to France. It belongs to the world, …. Who will remember, in 10 years, when camembert was made by hand with a ladle, and from raw milk? No-one»

* * *

Pensateci bene, prima di fare questo test.

Dandogli il dovuto, il vostro formaggiaio di fiducia vi potrà procurare il Camembert originale della Normandia. Quello vero, per intenderci.

Assaggiatelo: vi chiedo solo questo.

Poi, assaggiate il sedicente “Camembert” commercializzato con tale nome da Lidl: trionfo della petrolchimica tedesca.

La differenza è tale che a maggio voterete un partito sovranista, che difenda a spada tratta le produzioni alimentari proprie delle tradizioni locali. Questo pronubo lassismo sul Camembert farà perdere migliaia di voti a Mr Macron.

Già.

Il vino lo si può fare anche con l’uva.


Bbc. 2018-06-19. The end to a French cheese tradition?

After years of lobbying, industrial producers are now allowed to make camembert with pasteurised milk. As a result, one of France’s beloved cheeses may be disappearing – for good.

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In the heart of Normandy’s Pays d’Auge region, about an hour’s drive inland from the D-Day beaches on France’s northern coast, lies the 200-person village of Camembert, surrounded by white-and-brown cows grazing in lush green pastures.

It is here that, according to legend, a woman named Marie Harel sheltered a priest who, like many following the French Revolution, was given a choice: swear allegiance to the new Republic or die at the guillotine. The refractory priest elected to flee, escaping to England through Normandy, and encountering Harel along the way. To thank her for her hospitality, the priest ostensibly shared the recipe for brie, a cheese from the region around Paris, which Harel made using local Normande milk and the moulds for washed-rind Livarot, thus inventing a new cheese that, as tradition dictated, she named after the village where she made it: camembert.

While the validity of the legend is impossible to confirm, culinary anthropologist Georges Carantino maintains that it is rooted in fact.

But at least one fervent defender of the traditional methods remains.

Nicolas Durand has been making raw-milk camembert by hand since 2000 at the picturesque Ferme de la Héronnière. His farm can be found just steps from the sign beckoning visitors into the village of Camembert, home to a museum devoted to the cheese, and to Marie Harel’s legacy. Along with Mercier, Durand is the last of his kind: a farmer-producer of raw-milk camembert made with the milk of cows he raises on his property.

But Durand falls on a different side of the debate. In the small shop on his farm selling cheese, dry-cured sausage and other local products, Durand explained that for him, the connection with the animals, the land and the cheesemaking process is far more important than the AOP label. Camembert, after all, is not an easy cheese to make, requiring expertise and constant tinkering to account for changes in acidity and moisture.

“It’s very difficult to master,” Durand said. “At the same time, that’s what gives it its charm.”

“In any case, it evokes that there was indeed a transmission of the techniques from an area like Brie, where this type of cheese is very old, to [Pays d’Auge], where it is a much more recent addition to the landscape.”

No matter how the technique arrived, the Normandy region that had previously produced only washed-rind cheeses like Livarot or Pont l’Evêque suddenly began making bloomy-rinded cheese like brie in the 18th Century, and camembert has been inextricable from Camembert ever since.

Of course, it would be unfair to say that camembert is merely brie made in Normandy. While the cheeses are made with the same Penicillium camemberti spore and thus boast a similar downy white mould, flavour-wise, camembert exists somewhere between the milder, buttery Brie de Meaux and the rich, meaty Brie de Melun. This can be attributed, at least in part, to the fact that while Brie de Meaux is made primarily with rennet fermentation and Brie de Melun with lactic fermentation, camembert is made with a bit of both – a process facilitated by the rich, raw milk of local Normande cows with which camembert should always be made, at least in the mind of a true turophile.

The result is a cheese that is rich, mushroomy and complex in flavour – and unfortunately, it may be disappearing from the nation’s culinary landscape for good.

Camembert, like many cheeses, is protected by the Institut National de l’Origine et de la Qualité (INAO), a unique French organisation that strictly governs the manufacture of 46 cheeses (and 300 wines) via the French Appellation d’Origine Contrôlée (AOC) and equivalent European Appellation d’Origine Protégée (AOP) labels. This institution aims to protect terroir, the French notion that a product is inextricably linked to the place where it is made, from traditional manufacturing processes down to unique microorganisms in the air.

But the governing of camembert has long been more complex than most. In the 19th Century, thanks to the creation of the small wooden box in which the cheese is still sold today and the simultaneous rise of train transport, camembert became quite easy to stack and ship. As a result, it was soon enjoyed by people from all over France. Since this rise in popularity predated AOP cheese regulations by several decades, camembert fans from Anjou to the Pyrenees began making their own versions, inexorably divorcing camembert from its Norman terroir.

Today, the word camembert refers not to a specific cheese, but rather to a cheese type made the world over – in fact, it was a Quebecois camembert that was dubbed the best in the category worldwide at this year’s World Championship Cheese Contest in the US state of Wisconsin – a snub that French magazine VSD called ‘stinging’ and ‘shameful’.

Despite the loss of the word, locals did finally earn AOC status for the traditional cheese in 1983, when the INAO developed an official charter, not for ‘camembert’ but for the phrase ‘Camembert de Normandie’. The cheese, it was decided, would be obligatorily made in Normandy, with the raw milk of pastured herds of cows ‘in a process of genetic evolution’ towards the Normande breed (a rule that was modified to specify that, at first, 25%, and then, in 2017, 50% of the herd be made up of Normande cattle).

By this point, however, even Normandy camembert no longer belonged to the small, artisanal producers that had once handmade this cheese throughout the region, ladling it into moulds in five distinct layers, as tradition dictates. Industrial giants such as Lactalis had set up shop and wanted their product to sport the AOP label. The caveat? They wanted to use pasteurised milk.

When this idea was shot down, industrial producers came up with their own solution: they began printing ‘Fabriqué en Normandie’ (Made in Normandy) on the boxes of the 60,000 tonnes of pasteurised camembert they produced annually, infuriating AOP producers, who produced a fraction of that amount – about 5,500 tonnes a year.

Despite arguments that the phrases were far too close for comfort, Fabriqué en Normandie continued to designate a camembert made with the pasteurised milk of Holstein cows, some of which had never seen a Norman pasture. This camembert also lacked the natural heterogeneity of the artisanal product: as far as large companies are concerned, Carantino explains, a consistent commercial identity is more important than natural seasonal variation.

For decades, it seemed that a stalemate had been reached between artisanal and industrial producers, until this February, when they came to a compromise: one unified AOP requiring the use of milk from Normande cows from Normandy – but allowing pasteurisation.

At the recent Festival des AOC/AOP in the village of Cambremer, about a 45-minute drive from Camembert, locals and tourists alike milled through a series of market stalls, tasting cheeses and other products from all over France. But inside a local meeting room, tensions were high.

“Pasteurised milk isn’t milk anymore!” culinary journalist Périco Légasse cried from his seat on a panel intended to discuss consumer faith in the AOP and AOC labels. “An AOP cheese is made with raw milk. That’s the very definition of it. Raw milk is the essence of a cheese.”

Patrick Mercier, a farmer-producer of organic camembert and president of the Camembert ODG, the official collective behind the camembert AOP label, agreed, with a proviso: that the loss of raw milk as a requirement was a fair trade-off for the return of Normande milk.

“We’re finally going to have a significant number of Normande cows in the fields,” he said. “They’re going to be pastured; they’re going to eat this grass.”

The presence of these cows is not just a beautiful image; it’s also an essential element in the cheese’s production. Holstein milk, Mercier explained, while more abundant, is poorer in fat and casein than that of Normande cattle, making it difficult to achieve the coveted half-lactic, half-rennet fermentation that defines a true camembert.

“It’s a return. It’s a renaissance,” he said. “And I’m sorry, but it means the war is over.”

Of course, Mercier noted, there is still the issue of terroir to address. “It does beg the question: do you transmit terroir when you pasteurise?” he said. “Well, yes. A bit.”

Carantino agrees to a certain extent. Pasteurised milk, by its very nature, must have local microorganisms reintroduced into it to produce cheese, a process that has been fine-tuned over the past century.

“We’ve been able to isolate more and more interesting strains [of local microorganisms] with which to make cheese,” Carantino said. “At the beginning, we added about two or three [strains]; now we can add dozens.”

This, he notes, means that pasteurised cheeses can achieve a far more interesting, complex flavour today than even 20 years ago (The Canadian camembert deemed the world’s best was made with pasteurised milk.) This also means, of course, that these camemberts can be exported to international markets that wouldn’t accept cheese made from raw milk.

“You can have raw-milk camemberts that aren’t very good,” Carantino said. “And you can have pasteurised-milk camemberts that, without having all the qualities of a good raw-milk camembert, can be perceived as good cheeses.”

After his brother left the company in 2016, Durand partnered with supermarket chain Grand Frais, a decision that relieves him of much of the financial burden of his chosen profession. Today, not only does Grand Frais purchase and distribute about 80% of the 700-800 raw-milk camemberts Durand produces daily, but the company also financed the purchase of additional cattle to his farm to help Durand reach his AOP-influenced goal of 80% Normande in his 90-cow herd.

Of course, not everyone making camembert in the region will have quite so many Normande cows; Durand is in the running for a second tier within the new AOP, one that will recognise the harder work and higher expense of his initiative. This label, ‘Véritable Camembert de Normandie’ (true Normandy Camembert), set to launch by 2021, is still in the process of being developed, but it will likely require producers’ herds to contain at least 70% Normande cattle and that the cheeses be ladled by hand into their moulds. Durand believes that this second tier label may eventually require 100% Normande cattle, as well as grass-feeding (with forage in winter) to ensure that even the cows’ diet is reliant on local terroir.

This could seem like a good compromise, allowing discerning consumers to seek out raw-milk camembert while industrial producers continue to churn out the pasteurised version for the masses – and overseas sales. But, according to Véronique Richez-Lerouge, president of l’Association Fromages de Terroirs, two-tier AOPs like this “don’t work”. At the Festival des AOC/AOP, she cited the example of Cantal cheese from France’s Auvergne region, where the creation of a two-tiered system and subsequent market shift towards less-expensive pasteurised Cantal has led 40% of artisan, raw-milk cheesemakers to leave the AOP label entirely in favour of producing ‘Salers tradition’, an ancestral version of Cantal.

Richez-Lerouge believes that this decision sounds the death toll for quality camembert, telling the Daily Telegraph that the cheese will now likely “sink inexorably into mediocrity”.

“Camembert doesn’t belong to Normandy; it belongs to France. It belongs to the world,” she told the festival panel. “Who will remember, in 10 years, when camembert was made by hand with a ladle, and from raw milk? No-one.”

Légasse expresses his worry that the decision to allow pasteurisation will open the door for similar rules in other regions, something that he deems unacceptable.

“It’s a contract,” he said of the AOP label. “It’s an oath of the Republic. The French Republic commits to certify that this cheese is authentic.”

Jean-Louis Piton, president of the INAO, believes that this compromise is nevertheless the best solution to improve the quality of the lowest common denominator, forcing industrial producers to adhere to some – if not all – of the strict regulations their AOP colleagues always have. And Piton has faith that savvy consumers will know how to distinguish between the pasteurised AOP cheeses and the value-added raw-milk ones.

But Durand prevaricates.

“I’m not sure [raw-milk camembert] will persist,” he said, stroking the nose of one of his Normande cattle. Not only is the cheese expensive and difficult to produce, but industrial producers have undercut farmer initiatives with the low prices facilitated by mass production.

“Consumers are going to be so lost with the new AOP,” he said as he walked across his farm. “Between the pasteurised AOP, the true AOP… we’ll have to see. We’ll have to see.”

For now, Durand, at least, will continue to keep camembert’s legacy safe, ensuring that visitors are still able to experience the most authentic version of this ancestral cheese on the outskirts of Marie Harel’s hometown, the place where it all began.

Pubblicato in: Agricoltura

Spumante italiano. Vendite in Francia aumentate del 20%.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-09-09.

Enogastronomia/Coldiretti: record storico spumante italiano all`estero

La risposta italiana ai continui insulti di Mr Macron è tutta contenuta in un comunicato gesuitico della Coldiretti.

«Le vendite dello spumante italiano all’estero fanno segnare un record storico nel 2018, con un aumento del 14% in valore rispetto all’anno precedente»

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«Fuori dai confini nazionali i consumatori piu’ appassionati dello spumante italiano sono gli Stati Uniti, seguiti dalla Gran Bretagna e a distanza dalla Germania»

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«Un successo che spinge lo spumante italiano sui mercati internazionali dove le esportazioni erano risultate pari a 1,36 miliardi nell’intero 2017»

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«Ma significativa è la crescita del 20% delle vendite in Francia, patria dello champagne»

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Siamo chiari.

Se è difficile vendere spumanti nella patria dello champagne, aumentarne le vendite del 20% è opera magistrale.

Ci rendiamo perfettamente conto come di questi tempi il Governo sia indaffarato in tutt’altro che i problemi agricoli.

Ci si augura però che in un futuro prossimo possa intervenire  per snellire la burocrazia che pesa sulla produzione vinicola nazionale, abbassando anche le tasse entro limiti umanamente sopportabili.

Nel contempo, dopo lustri di incuria governativa, per non dire di collusione con la concorrenza, sarebbe anche ora di far sentire la nostra voce in ciò che resta dell’Unione Europea, per proteggere i nomi e le marche nazionali.

Nota.

Il Kressecco è un vituperio del palato, ma stura egregiamente i lavelli intasati.


Asca. 2018-08-29. Coldiretti: record storico spumante italiano all’estero

Le vendite dello spumante italiano all’estero fanno segnare un record storico nel 2018, con un aumento del 14% in valore rispetto all’anno precedente. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi ai primi cinque mesi dell’anno, in occasione dell’inizio della vendemmia del Prosecco le bollicine piu’ vendute al mondo. In anticipo di dieci giorni rispetto allo storico, le condizioni climatiche attuali – sottolinea la Coldiretti – spingono infatti molti ad accelerare le operazioni di raccolta in quei vigneti in cui le uve hanno raggiunto caratteristiche ottimali prima del ritorno del maltempo.

Fuori dai confini nazionali – precisa la Coldiretti – i consumatori piu’ appassionati dello spumante italiano sono gli Stati Uniti, seguiti dalla Gran Bretagna e a distanza dalla Germania. Ma significativa – continua la Coldiretti – è la crescita del 20% delle vendite in Francia, patria dello champagne, che è . Nella classifica delle bollicine italiane preferite nel mondo oltre al Prosecco ci sono tra gli altri l’Asti e il Franciacorta che ormai sfidano alla pari il prestigioso Champagne francese. Un successo che – precisa la Coldiretti – spinge lo spumante italiano sui mercati internazionali dove le esportazioni erano risultate pari a 1,36 miliardi nell’intero 2017.

La domanda estera è una ottima premessa per la vendemmia che – secondo la Coldiretti – si prospetta di buona qualità con un raccolto in aumento dal 10% al 20% rispetto allo scorso anno che pone l’Italia al primo posto nel mondo come paese produttore di bollicine con un quantitativo che sfiora 700 milioni di bottiglie, di cui circa due su tre di Prosecco. Nonostante ciò – continua la Coldiretti – risulta ancora troppo elevato il differenziale di prezzo medio per bottiglia rispetto alle bollicine transalpine che spuntano quotazioni medie molto superiori.

A pesare è il fatto che, con il successo – conclude la Coldiretti -, crescono anche le imitazioni in tutti i continenti a partire dall’Europa dove sono in vendita bottiglie di Kressecco e di Meer-Secco prodotte in Germania che richiamano palesemente al nostrano Prosecco che viene venduto addirittura sfuso alla spina nei pub inglesi, senza parlare delle imitazioni presenti dalla Russia al Sud America che rischiano di essere legittimate dai negoziati in corso con i Paesi del Mercosur.

Pubblicato in: Agricoltura, Stati Uniti, Unione Europea

Ma non era l’Occidente ad imporre sanzioni alla Russia?

Giuseppe Sandro Mela.

2017-11-24.

Scrofa che allatta

Son passati i tempi che Berta filava.

Nei bei tempi in cui i liberal stavano peggio, era l’Occidente che imponeva alla Russia sanzioni perché avrebbe violato i diritti umani, intendendo per essi la Weltanschauung liberal, ovviamente.

Tutti i media gongolanti riportavano con titoli a sei colonne come l’Occidente avrebbe imposto a quei buzzurri le proprie scale valoriali.

Immancabile anche l’intervista di rito alla Bundeskanzlerin Frau Merkel, che avrebbe ricordato al volgo che mai la Germania avrebbe trattato con quanti non si fossero riconosciuti negli ideali tedeschi, ossia quelli di Frau Merkel. È il mondo a dover diventare tedesco, mica la Germania a doversi adattarsi al mondo.

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Poi vennero il 7 novembre 2016, il 20 gennaio 2017, ed il 24 settembre 2017.

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Adesso il Kremlin rende la pariglia, e lo fa su di un fronte inatteso, ma utilizzando lo strumentario occidentale, liberal: l’accusa di violare i diritti civili.

«Russia banned pork from Brazil at a time that imports from the Latin American country, the biggest foreign supplier of the meat»

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«The government barred Brazilian pork and beef imports from Dec. 1, saying testing had found the muscle growth stimulant ractopamine»

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«Total imports of pork to Russia are rising for the first year in four and may reach 300,000 metric tons, according to Russia’s National Pig Farmers Union»

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«Brazil, which make up 90 percent of the shipments»

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ORRORE!!

Il Brasile avrebbe violato i fondamentali diritti umani di poter vivere tranquilli senza essere inquinati dalla ractopamina.

La ractopamina è velenosamente inquinante.

«Ractopamine is a feed additive to promote leanness in animals raised for their meat. Pharmacologically, it is a TAAR1 agonist and β adrenoreceptor agonist that stimulates β1 and β2 adrenergic receptors. It is the active ingredient in products known as Paylean for swine and Optaflexx for cattle, developed by Elanco Animal Health, a division of Eli Lilly and Company, for use in food animals for growth promotion.

Ractopamine use has been banned in most countries, including the European Union, mainland China and Russia while 27 other countries, such as Japan, the United States, Canada, and South Korea, have deemed meat from livestock fed ractopamine safe for human consumption.» [Fonte]

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Ricapitoliamo.

La somministrazione della ractopamina ai maiali di allevamento consente di conseguire un incremento ponderale medio di quasi il 30% rispetto ai controlli non trattati. Un gran bel guadagno.

Unione Europea, Cina e Russia ne proibiscono l’uso, ritenuto essere dannoso per gli esseri umani, mentre Stati Uniti, Giappone, Korea del Sud ed altri stati la permettono.

Ci si ricordi che la ractopamina è prodotta dalla Elanco Animal Health, essendo la Eli Lilly and Company la proprietaria. E sovvenga anche come la Eli Lilly sia una dei principali sostenitori del partito democratico americano: fatto questo che assicura la perfetta salubrità dei prodotti.

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Con sottile perfidia, quasi muliebre si potrebbe dire, Mr Putin si erge a difensore del principale dei diritti umani inalienabili e fondamentali: la buona salute fisica.

L’uso della ractopamina conculcherebbe alla base tale diritto.

Adesso i liberal americani hanno il mal di pancia, ma non certo dovuto alla ingestione di carni trattate con ractopamina.

Se condannano Putin per la sanzione, dovrebbero condannare Unione Europea e Cina, se stanno zitti ratificano il dato di fatto: che adesso sia la Russia ad imporre sanzioni.

E siamo solo agli inizi….

Cina. Inizia a rendere pan per focaccia. Siete avvisati.

Nota.

Se è vero che nella Germania Saudita l’uso della ractopamina è consentito, è altrettanto vero che il consumo di carni di porco sarebbe proibito dalla Sharia.


Bloomberg. 2017-11-22. Russia Bans Brazil’s Pork and Beef on Growth Stimulant Worry

– Government says tests found prohibited muscle growth stimulant

– Brazilian lobby says additive isn’t used for exported meat

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Russia banned pork from Brazil at a time that imports from the Latin American country, the biggest foreign supplier of the meat, have been rising and as the Kremlin has sought to encourage its own farm industry.

The government barred Brazilian pork and beef imports from Dec. 1, saying testing had found the muscle growth stimulant ractopamine, which is prohibited in Russia. A Brazilian lobby for the industry said the feed additive isn’t used in production of the exported meat, which adheres to Russian rules.

Total imports of pork to Russia are rising for the first year in four and may reach 300,000 metric tons, according to Russia’s National Pig Farmers Union. Supplies from Brazil, which make up 90 percent of the shipments, are competing with local producers on price, the union said.

“Brazil was left alone as a major supplier,” Yury Kovalev, head of the union, said in Moscow. “They were reminded that we have certain requirements.”

Miratorg Agribusiness Holding and Ros Agro Plc are among Russian producers that stand to gain from import curbs. Miratorg’s President Viktor Linnik told the RBC newspaper last month that Brazil sells almost $1 billion of meat to Russia every year. As of Nov. 12, pork imports had risen about 13 percent from the same period a year earlier, the Agriculture Ministry said on its website, citing customs data.

Ban Impact

The ban “may apply some upward pressure on prices,” said Artur Galimov, an analyst at Otkritie Capital. “But in general, the market sees ongoing growth in local pork production and hence should be more resilient to a reduction in imports than before.”

Russia imported 230,395 tons of Brazilian pork this year through October, about 40 percent of the Latin American country’s total shipments, figures from Brazil’s Agriculture Ministry show. It also imported 131,083 tons of beef, about 11 percent of the total.

JBS SA, Brazil’s largest meat exporter, and BRF SA, its largest chicken and pork exporter, declined to comment on the ban. Brazil beef exporter Minerva SA will maintain shipments to Russia through units in Paraguay, Uruguay and Argentina, it said in a statement. Marfrig Global Foods SA said Russia makes up just 3 percent of its Brazil beef exports.

“The industry is confident about the characteristics of its product, and ensures that shipped pork production does not use ractopamine,” the Brazilian Animal Protein Association lobby said in a statement.

Russia, the world’s biggest wheat exporter, is seeking to start sales of grain, vegetable oil and fish to Brazil, Russian Agriculture Minister Alexander Tkachev said last month when he met his counterpart Blairo Maggi last month. Brazil sells more than it buys in the trade, he said. Brazil is seeking to expand sales of beef, pork and soybeans to Russia, Maggi said.