Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Materie Prime, Problemia Energetici, Unione Europea

von der Leyen. ‘Il nucleare serve’. E ce lo viene a dire adesso che siamo in stagflazione.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-10-25.

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Nella Unione Europea c’è una patologica confusione mentale tra l’immediato ed il futuro, come poi se questo fosse davvero prevedibile con certezza.

Una cosa è come uscire dall’attuale crisi energetica dovuta ai prezzi proibitivi del gas naturale e del carbone, e dalla stagflazione che ne consegue, ed una totalmente differente sono i sacrifici imposti perché nel 2050 sia ecologicamente lindi.

Al momento di scrivere questo testo, rispetto l’anno precedente il natural gas ha un incremento del 108.86%, il TTF del 362.60% e l’UK Gas del 292.55%. Questa è la situazione attuale.

Nel 2050 tutti noi saremo morti.

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«Vogliamo esplorare come stabilire una riserva strategica di gas, esplorare la possibilità di appalti comuni, intensificheremo l’outreach verso i diversi fornitori per diversificare le fonti di approvvigionamento»

«L’Ue è chiamata a fare i conti con la crisi energetica immediata, con i prezzi alle stelle, ma anche con l’imponente sfida della transizione ecologica»

«Se esaminiamo l’aspetto di medio e lungo termine, lavoreremo su altre misure per aumentare la resilienza e l’indipendenza dell’Unione europea: vogliamo esplorare come stabilire una riserva strategica di gas, esplorare la possibilità di appalti comuni, intensificheremo l’outreach verso i diversi fornitori per diversificare le fonti di approvvigionamento e dobbiamo accelerare il lavoro sull’interconnessione …. Questo mi porta al mix energetico del futuro: è ovvio che abbiamo bisogno di più energia rinnovabile e pulita, se consideriamo il costo di produzione dell’energia rinnovabile, per il solare è dieci volte meno cara di dieci anni fa, l’energia eolica è volatile, pero’ è del 50% meno cara di dieci anni fa, quindi vi sono rinnovabili e sono fonti che abbiamo in casa. Accanto a questo abbiamo bisogno di una fonte stabile, il nucleare per esempio, e durante la transizione anche del gas naturale. Come abbiamo già detto ad aprile, presenteremo la proposta sulla tassonomia tra breve …. Nucleare e rinnovabili ci danno anche indipendenza»

«Abbiamo parlato anche di nucleare. Alcuni Paesi chiedono di inserirlo tra le fonti di energia non inquinanti»

«La Commissione procederà a una proposta a dicembre. Ci sono posizioni molto divisive in Consiglio. Vedremo quale nucleare e poi in ogni caso ci vuole moltissimo tempo»

«Ma ogni Stato membro ha una realtà energetica diversa e una propria percezione dell’attuale crisi dei prezzi, con divergenze sulle cause, sugli effetti, sulla durata e su come affrontarla»

«Le conclusioni di queste analisi saranno note nei prossimi mesi»

«L’energia nucleare è una fonte di energia economica, stabile e indipendente, sostiene il gruppo di Paesi, guidato da Francia e composto da Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Finlandia, Ungheria, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Romania»

«”Nessuno mi garantisce che questo aumento dei prezzi sarà risolto in pochi mesi”, ha dichiarato il presidente francese Francia, Emmanuel Macron»

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La lentezza decisionale della Unione Europea è proverbiale, anche di fronte a crisi immediate di questa portata.

Poi, i tempi necessari per costruire una centrale atomica si aggirano sui dieci anni: ma intanto nessuno ci dice come potremo campare fino al 2031, sempre poi che ci si riesca. La stagflazione non perdona nulla a nessuno.

Ripetiamo. Il problema è come sopravvivere oggi: nel 2050 saremo tutti morti.

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L’Ue fa i conti con la crisi energetica. Von der Leyen: “Il nucleare ci serve”.

La presidente della Commissione europea: “Vogliamo esplorare come stabilire una riserva strategica di gas, esplorare la possibilità di appalti comuni, intensificheremo l’outreach verso i diversi fornitori per diversificare le fonti di approvvigionamento”.

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L’Ue è chiamata a fare i conti con la crisi energetica immediata, con i prezzi alle stelle, ma anche con l’imponente sfida della transizione ecologica. E su questo dovrà scegliere quali fonti valorizzare, quali salvare e quali abbandonare nella prossima fase di transizione. E lo farà entro dicembre.

Al termine del vertice Ue, dopo la discussione di ieri sera durata oltre cinque ore, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha tracciato la sua linea. “Se esaminiamo l’aspetto di medio e lungo termine, lavoreremo su altre misure per aumentare la resilienza e l’indipendenza dell’Unione europea: vogliamo esplorare come stabilire una riserva strategica di gas, esplorare la possibilità di appalti comuni, intensificheremo l’outreach verso i diversi fornitori per diversificare le fonti di approvvigionamento e dobbiamo accelerare il lavoro sull’interconnessione”, ha spiegato.

“In parallelo a tutto questo, valuteremo il funzionamento del mercato del gas e dell’elettricità oltre che del mercato Ets e riferiremo verso la fine dell’anno”, ha aggiunto. “Questo mi porta al mix energetico del futuro: è ovvio che abbiamo bisogno di più energia rinnovabile e pulita, se consideriamo il costo di produzione dell’energia rinnovabile, per il solare è dieci volte meno cara di dieci anni fa, l’energia eolica è volatile, pero’ è del 50% meno cara di dieci anni fa, quindi vi sono rinnovabili e sono fonti che abbiamo in casa. Accanto a questo abbiamo bisogno di una fonte stabile, il nucleare per esempio, e durante la transizione anche del gas naturale. Come abbiamo già detto ad aprile, presenteremo la proposta sulla tassonomia tra breve”, ha annunciato la leader dell’esecutivo Ue aprendo qualche spiraglio per il nucleare. “Nucleare e rinnovabili ci danno anche indipendenza“, ha aggiunto. 

                         A dicembre proposta su nucleare

“Abbiamo parlato anche di nucleare. Alcuni Paesi chiedono di inserirlo tra le fonti di energia non inquinanti”, ha confermato il presidente del Consiglio, Mario Draghi. “La Commissione procederà a una proposta a dicembre. Ci sono posizioni molto divisive in Consiglio. Vedremo quale nucleare e poi in ogni caso ci vuole moltissimo tempo“, ha aggiunto.

Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha preso la palla al balzo: “Bene la Ue, anche in Italia occorre ripensare e superare il no al nucleare pulito e sicuro di ultima generazione, Lega pronta a presentare una proposta di legge”, ha dichiarato. Tornando a Bruxelles. Tutti sono d’accordo sull’ineluttabilità delle rinnovabili. Il Consiglio europeo sostiene fermamente questa strategia, nonostante i continui inconvenienti di Polonia, Ungheria e, in misura minore, della Repubblica Ceca. Non c’è nemmeno dubbio che il gas, considerato economico e stabile, si qualifichi come “energia di transizione”.

Ma ogni Stato membro ha una realtà energetica diversa e una propria percezione dell’attuale crisi dei prezzi, con “divergenze sulle cause, sugli effetti, sulla durata e su come affrontarla”, riconoscono fonti diplomatiche. La Germania non abbandonerà il carbone prima del 2040, ma cesserà con il nucleare nel 2022, mentre la Francia ha il secondo parco atomico più grande del mondo e vuole rafforzarlo. Il principale fornitore di gas della Spagna è l’Algeria, l’Irlanda lo importa dalla Scozia e la Finlandia lo ottiene dalla Russia, come faceva la Lituania fino a quando non ha cominciato a portarlo dalla Norvegia. Pertanto, la riflessione di ampio respiro, con profonde implicazioni politiche, economiche e sociali, deve tener conto “della diversità e della specificità delle situazioni degli Stati membri”, affermano le conclusioni approvate dal Consiglio.

Il vertice si è anche impegnato a valutare se “certi comportamenti commerciali” nei mercati del gas, dell’elettricità e dell’Ets “richiedano più misure normative”. Ci sono Paesi, come la Spagna, che ritengono che il mercato elettrico “non stia inviando i segnali di prezzo adeguati” mentre altri partner, come la Polonia, ritengono che l’energia stia diventando più costosa, anche a causa delle speculazioni sulle emissioni.

Le conclusioni di queste analisi saranno note nei prossimi mesi, anche se la premessa della Commissione è che non vi siano indicazioni di errori o manipolazioni. Uno dei temi al centro del dibattito energetico, che prende slancio di fronte alla necessità di rilasciare meno Co2 e ai prezzi elevati delle importazioni di idrocarburi, è l’energia nucleare, che rappresenta il 26% dell’elettricità nell’Ue e il 13% del consumo finale di energia.

Tredici dei 27 Stati membri dell’Ue dispongono di reattori nucleari e, sebbene alcuni si stiano muovendo verso l’abbandono di questa fonte di generazione poichè gli impianti esauriscono il loro ciclo di vita, dieci Paesi spingono per indentificarlo come fonte green. L’energia nucleare è “una fonte di energia economica, stabile e indipendente”, sostiene il gruppo di Paesi, guidato da Francia e composto da Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Finlandia, Ungheria, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Romania. Vorrebbero che la generazione atomica fosse vista come un investimento sostenibile nelle regole della “tassonomia” che la Commissione europea prepara, in modo che apra le porte a condizioni di finanziamento amichevoli. Bruxelles, che si dichiara tecnologicamente neutrale, rimanda da anni questa decisione politica.

La crisi dei prezzi coincide con l’avvio dei negoziati legislativi per raggiungere l’obiettivo dell’Ue di accelerare il taglio delle emissioni di CO2 del 55% entro il 2030 rispetto al 1990. Polonia e Ungheria hanno già attaccato direttamente la proposta della Commissione europea, collegando l’aumento dei prezzi alle politiche climatiche e accusando la Commissione di mettere in pericolo le classi medie, una preoccupazione estrema a Bruxelles, sottolineano le fonti.

Crea anche incertezza non sapere quanto durerà l’escalation dei prezzi. La Commissione ritiene che la carenza diminuirà ad aprile, quando si prevede che il nuovo gasdotto russo Nord Stream 2 inizierà a pompare gas in Germania attraverso il Baltico. Altri paesi, come la Spagna, temono che possa trascinarsi. “Nessuno mi garantisce che questo aumento dei prezzi sarà risolto in pochi mesi”, ha dichiarato il presidente francese Francia, Emmanuel Macron, in conferenza stampa.

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Materie Prime, Problemia Energetici, Regno Unito

Regno Unito. Johnson deve scegliere tra ideologia green oppure autosufficienza energetica.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-10-21.

2021-10-20__ Johnson 001

Nota.

Ad articolo finito, è comparso questo articolo:

Net zero announcement: UK sets out plans to cut greenhouse gas emissions

Non indica però con chiarezza quale comportamento terrà il Regno Unito sullo sfruttamento dei nuovi campo di gas naturale.

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«Britain has pledged to hit net zero emissions by 2050»

«Energy firms say new output can be part of phased decline»

«Activists want halt to new exploration immediately»

«Supply crunch sent global oil, gas prices soaring»

«Britain faces a fossil fuel dilemma: it can burnish its green credentials by halting new oil and gas development in the North Sea, yet doing so will leave it more reliant on imported fuel»

«How Britain charts a course to achieve net zero emissions by 2050 will be under scrutiny when it hosts the COP26 climate conference in Glasgow, Scotland, starting on Oct. 31»

«Vorlich oilfield. Neither legislation nor activism halted the development»

«If supply goes away and demand doesn’t change, that only has one consequence and that is an escalation in price rises»

«The challenge caused by shrinking domestic production and rising fuel imports has been felt across Europe. The European wholesale gas price is up more than 350% this year»

«Britain, which could once depend on its own fields for oil and gas to fire up its power stations, fuel its cars and heat its homes, has been a net energy importer since 2005»

«→→ It is the world’s biggest offshore wind power producer – and is expanding this resource rapidly. But that doesn’t power homes on windless days ←←»

«The purity of the (IEA) report is excellent, but the reality in practice for countries is about ensuring security of supply»

«Making the most of indigenous resources helps meet UK demand and contain price growth, providing secure supplies»

«In one case, Greenpeace sought to have a BP gas field licence scrapped over its emissions via a Scottish court – although the action failed»

«In another case, it is seeking to halt development of the Cambo field off the Shetland Isles, a field part owned by Royal Dutch Shell»

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Il problema è chiaro e semplice.

Il Regno Unito ha ancora nel Mare del Nord molti campi di natural gas lo sfruttamento dei quali concorrerebbe notevolmente a ridurre la bolletta energetica, garantendo nel contempo un costante approvvigionamento svincolato dagli accadimenti esterni.

Si starà a vedere se nel Regno Unito comanda il governo legalmente eletto do Mr Boris Johnson oppure Greenpeace e le varie ngo di contorno.

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Britain’s fossil fuel dilemma in the spotlight as climate talks near.

– Britain has pledged to hit net zero emissions by 2050

– Energy firms say new output can be part of phased decline

– Activists want halt to new exploration immediately

– Supply crunch sent global oil, gas prices soaring

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London, Oct 19 (Reuters) – Britain faces a fossil fuel dilemma: it can burnish its green credentials by halting new oil and gas development in the North Sea, yet doing so will leave it more reliant on imported fuel.

How Britain charts a course to achieve net zero emissions by 2050 will be under scrutiny when it hosts the COP26 climate conference in Glasgow, Scotland, starting on Oct. 31.

Navigating that route has already proved challenging.

In June 2019, when Britain enshrined its 2050 net zero target in law, Greenpeace activists steered speedboats towards a BP platform in the North Sea brandishing a “Climate Emergency” banner to try to stop production starting from Vorlich oilfield.

Neither legislation nor activism halted the development. Production from Vorlich started in November 2020.

Oil majors say new production can play a role in managing decline, while campaigners are pressing for an immediate halt to new projects with publicity stunts and legal action.

The government, meanwhile, needs to keep the nation’s lights on as it smoothes over volatile energy markets and juggles competing demands over how to achieve its climate goals.

“If supply goes away and demand doesn’t change, that only has one consequence and that is an escalation in price rises,” BP Chief Executive Bernard Looney said this month.

Britain and other European states have already felt this acutely. Brent crude , a benchmark based on North Sea barrels, is up more than 60% this year, while the price of UK benchmark wholesale gas has risen more than 250%.

The challenge caused by shrinking domestic production and rising fuel imports has been felt across Europe. The European wholesale gas price is up more than 350% this year.

Britain, which could once depend on its own fields for oil and gas to fire up its power stations, fuel its cars and heat its homes, has been a net energy importer since 2005 as output from the North Sea has dwindled.

With the capacity of its gas storage facilities now only enough to last the nation a few days, Britain’s reliance on just-in-time supplies shipped in from Qatar or elsewhere leave it exposed when the market tightens, like now with the surge in demand as economies recover from the COVID-19 pandemic.

                         PRESSURE TO ACT

For activists, the answer is not turning the taps back on but rather reducing domestic fossil fuel consumption.

“We’re calling on Boris Johnson to stop pushing through new oil and gas projects,” said Greenpeace activist Philip Evans, addressing the British prime minister who has been pressing other countries to deepen climate commitments before COP26.

“If the government is worried about keeping the lights on there are things they can be doing to reduce demand,” Evans said, including improvements to home insulation, cleaner public transport and more investment in renewable power generation.

Around 70 scientists and academics sent an open letter published in Britain’s Independent newspaper this week calling on Johnson to stop allowing investment and licensing for new oil and gas fields, saying that “now is the time for bold political action”.

Britain has made progress in some areas. It is the world’s biggest offshore wind power producer – and is expanding this resource rapidly. But that doesn’t power homes on windless days.

Yet, there is rising pressure to act faster to curb fossil fuel use. The International Energy Agency said in a report the world must halt new oil and gas projects to achieve the 2015 Paris climate summit targets that aim to limit global warming to 1.5 degrees Celsius by 2050 compared with pre-industrial levels.

“The purity of the (IEA) report is excellent, but the reality in practice for countries is about ensuring security of supply,” Anne-Marie Trevelyan told Reuters in June when she was still British minister of state for energy and clean growth.

Britain has not committed to ending North Sea exploration, taking a similar approach to Norway but not Denmark, another North Sea producer, which has halted new projects.

Britain has, however, been managing a decline, with production now half its 1999 peak at about 1 million barrels of oil equivalent per day (boepd), or about 1% of global oil demand.

                         SUPPLY SECURITY

Oil and Gas UK (OGUK), an industry association, has committed to making the North Sea an operationally net zero basin by 2050, which means it aims to eliminate, capture or offset any residual emissions from producing oil and gas there.

It said in September that domestic production was cheaper and cleaner than imported gas, given shipping fuel creates emissions and because some other producing nations have poor environmental records.

“Making the most of indigenous resources helps meet UK demand and contain price growth, providing secure supplies with a lower carbon footprint than imports offer,” OGUK said.

Britain’s Oil and Gas Authority said gas extracted from the British North Sea had an average emission intensity of 22 kg carbon dioxide equivalent per barrel of oil equivalent, while imported LNG had an average intensity of 59 kg.

Yet, Greenpeace and other activists say these arguments miss the point: using fossil fuels must stop rather than simply trying to make using them cleaner.

To push for swifter action, they have taken campaigning to the courts.

In one case, Greenpeace sought to have a BP gas field licence scrapped over its emissions via a Scottish court – although the action failed.

In another case, it is seeking to halt development of the Cambo field off the Shetland Isles, a field part owned by Royal Dutch Shell.

“We’ve delivered a 12-foot oil-stained statue of Boris Johnson right to the gates of Downing Street calling him out as a monumental climate failure,” said Greenpeace’s Evans. “They can expect to see a lot more of Greenpeace in the court room.”

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Problemia Energetici, Regno Unito

North Sea Link. Un capolavoro ingegneristico che trasferisce corrente tra UK e Norvegia.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-10-09.

2021-10-06__ Norvegia 000

«North Sea Link. The world’s longest subsea interconnector linking the UK and Norway.

North Sea Link is a 720 kilometre subsea interconnector linking the electricity systems of the UK and Norway.

The 1400 megawatt interconnector stretches from Blyth in the UK, across the North Sea, to Kvilldal in Norway.

By enabling the sharing of renewable energy between the two countries, North Sea Link delivers offers consumers at both ends access to cleaner and more secure energy.

Linking Nordic and British energy markets will bring a number of benefits, including:

– Providing opportunities for shared use of renewable energy – helping both countries to meet domestic and international renewable and climate change targets.

– Increasing the security of electricity supplies for both countries.

– Providing additional transmission capacity for electricity to be traded between both countries, supporting economic growth in Norway and the UK.» [North Sea Link]

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«The world’s longest under-sea electricity cable, transferring green power between Norway and the UK, has begun operation»

«The 450-mile (725km) cable connects Blyth in Northumberland with the Norwegian village of Kvilldal»

«At full 1,400 megawatt capacity it will import enough hydro-power to supply 1.4 million homes»

«remarkable feat of engineering»

«It has four other power cables running to Belgium, France and the Netherlands»

«Hydropower in Norway and wind power in the UK are subject to weather conditions and fluctuations in demand»

«North Sea Link (NSL) is also a great example of two countries working together»

«power can be exported from the UK when wind generation is high and electricity demand low, or be imported from Norway when demand is high and wind generation low»

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La North Sea Link è riuscita a risolvere molteplici problemi tecnici di ardua soluzione, che aprono la strada alle interconnessioni su lunghe distanze pur contenendo le dispersioni entro limiti accettabili ed economicamente remunerativi.

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Full power ahead for UK to Norway under-sea power cable.

The world’s longest under-sea electricity cable, transferring green power between Norway and the UK, has begun operation.

The 450-mile (725km) cable connects Blyth in Northumberland with the Norwegian village of Kvilldal.

At full 1,400 megawatt capacity it will import enough hydro-power to supply 1.4 million homes, National Grid said.

National Grid Ventures president Cordi O’Hara said it was a “remarkable feat of engineering”.

He added: “We had to go through mountains, fjords and across the North Sea to make this happen.

“North Sea Link (NSL) is also a great example of two countries working together to maximise their renewable energy resources for mutual benefit.”

National Grid said the €1.6bn (£1.37bn) joint venture with Norwegian power operator Statnett would help the UK reduce carbon emissions by 23 million tonnes by 2030.

It has four other power cables running to Belgium, France and the Netherlands and said 90% of energy imported in this way would be from zero carbon sources by 2030.

Hydropower in Norway and wind power in the UK are subject to weather conditions and fluctuations in demand.

Using NSL, renewable power can be exported from the UK when wind generation is high and electricity demand low, or be imported from Norway when demand is high and wind generation low.

Business, Energy and Industrial Strategy minister Greg Hands said NSL enabled both countries to “benefit from the flexibility and energy security that interconnectors provide”.

He added: “This pioneering partnership shows first-hand how crucial international cooperation will be in helping us to deliver on our net zero ambitions.”

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Problemia Energetici

Germania. 2021H1. KWh è costato 32.62 centesimi.- Destatis.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-10-04.

2021-10-06__ Destatis Elettricità 000

                         In sintesi.

– Compared to the first half of the year of 2020, electricity prices and gas prices rose by 4.7%.

– about 67 percent of the price increase is attributable to the value added tax

– Gas prices were additionally increased by the new CO2  tax

– Total averages prices for household rose by 9.8% for annual consumption of more than 200 gigajoules

– The average natural gas price without VAT and other recoverable taxes for non-household customers was 3.05 cent per kilowatt-hour (+14.2% compared to the second half year 2020).

– For non-household customers with annual consumption of less than 1,000 gigajoules, prices increased by 6.3%

– for consumers with annual consumption of more than 4 million gigajoules, prices rose by 41%.

2021-10-06__ Destatis Elettricità 001

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Destatis ha rilasciato il Report Household electricity price in the first half year of 2021 was 32.62 cent per kilowatt-hour

                         Pressrelease #466 from 1 October 2021

Wiesbaden – As reported by the Federal Statistical Office, the average household price for electricity was 32.62 cent per kilowatt-hour in the first half year 2021. The average household natural gas price in the first half year 2021 was 6.41 cent per kilowatt-hour. Compared to the first half of the year of 2020, electricity prices and gas prices rose by 4.7%.

The prices for electricity and natural gas that had to be paid were significantly affected by the return to the normal level of the value added tax. For Household with an annual electricity consumption of less than 1 000 kilowatt-hours, about 67 percent of the price increase is attributable to the value added tax. Without the increase in the value added tax, private households would have paid even 0.27 cent less for an annual consumption of more than 15 000 kilowatt-hours.

Gas prices were additionally increased by the new CO2  tax. Total averages prices for household rose by 9.8% for annual consumption of more than 200 gigajoules, but fell by 0.5% for annual consumption of less than 20 gigajoules.

The average electricity price for non-households without value added taxes (VAT) and other recoverable taxes was 14.90 cent per kilowatt-hour (-1.2% compared to the second half year 2020). For annual consumption of between 2,000 and 20,000 megawatt-hours, the average price fell by 2.2%, while for annual consumption of 150 gigawatt-hours and above, prices rose significantly by 20.3%. 

The average natural gas price without VAT and other recoverable taxes for non-household customers was 3.05 cent per kilowatt-hour (+14.2% compared to the second half year 2020). Prices rose across all consumption groups. For non-household customers with annual consumption of less than 1,000 gigajoules, prices increased by 6.3%, while for consumers with annual consumption of more than 4 million gigajoules, prices rose by 41%. While the introduction of CO2 pricing was the first reason for the price increase for consumption groups of up to 1 million gigajoules, for consumers with annual consumption of more than 1 million gigajoules, increased energy costs were the key factor driving up prices.

Pubblicato in: Cina, Devoluzione socialismo, Problemia Energetici

Asia. Trend energetici. Il carbone domina nella produzione di corrente elettrica.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-09-08.

Ciminiere Tedesche

L’enclave liberal socialista occidentale ha assunto come incrollabile mito la necessità di decarbonizzare la propria produzione di energia elettrica, ma dal punto di vista economico è in una recessione indotta dagli strabilianti costi energetici gravati da ogni sorta i tasse e balzelli.

Ma l’enclave liberal socialista occidentale è adesso una quota non più primaria sui mercati mondiali.

Il resto del mondo, quello che conta, vive serenamente ignorando le loro ubbie.

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«La Cina, prima di tutto, ha confermato la sua leadership mondiale relativamente alla crescita della domanda di energia. In soli 8 anni, fra il 2001 e il 2008, aveva più che raddoppiato i consumi di energia, portandoli da poco più di un miliardo di tonnellate equivalenti petrolio (tep) ad oltre 2,2 miliardi, mentre nel 2020 si è portata a 3,5 miliardi, su un trend di crescita che nemmeno la pandemia del 2020 ha interrotto»

«il carbone rimane saldamente la principale fonte a copertura della domanda di energia cinese»

«Asia, dove la crescita economica, indispensabile per i miliardi di persone povere che vi vivono e per quelli che arriveranno, porta a maggiori consumi di energia»

«Dal 2008 ad oggi i consumi del Giappone di energia sono scesi da 520 a 412 milioni di tep»

«I consumi di energia pro capite della maggioranza dei paesi asiatici non arrivano a 1 tep, un terzo dell’Europa o del Giappone»

«Annunciare rivoluzioni ecologiche è facile quando i consumi energetici calano»

«Sono le grandi centrali elettriche, che in Asia funzionano prevalentemente a carbone, che permettono di coprire la domanda di elettricità e di far star meglio miliardi di persone»

«la capacità di grande dimensione può essere fornita solo da fonti fossili oppure dal nucleare»

«La regola vale in tutto il mondo: per fare 1.000 chilowatt di fotovoltaico occorrono circa 1,6 ettari di superficie, quasi due campi di calcio, che però producono solo quando c’è il sole (normalmente 1.500 ore l’anno con una produzione di 1 milione e mezzo di chilowattora)»

«Sulla stessa superficie di 1,6 ettari è possibile installare una centrale tradizionale a gas da 800.000 chilowatt che funziona quasi sempre, normalmente 7 mila delle 8.760 ore che ci sono in un anno»

«Ciò significa che può produrre fino a 5,6 miliardi di chilowattora, 3.700 volte quello che fa l’impianto fotovoltaico»

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Cina. 2020. Attivate centrali a carbone per 38.4 GW ed in costruzione per altri 36.9 GW.

China Promotes Climate Goal, and Builds New Coal Plants

China must ban new coal power plants to meet 2060 goal: Report. – Bloomberg.

Carbone. Consumi mondiali. I numeri parlano chiaro. La Cina.

I paesi asiatici hanno ben compreso come l’energia a basso costo sia il motore primo dello sviluppo economico.

E non intendono rinunciarvi.

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I trend energetici asiatici

Tra le Olimpiadi di Pechino del 2008 e quelle di Tokyo del 2021 molto è cambiato nel continente, ma non la sete di energia dei paesi emergenti, che continuano ad affidarsi largamente alle fonti fossili per far galoppare le loro economie

Era l’agosto del 2008 e la Cina si presentava al mondo nella sua veste moderna con le Olimpiadi numero ventinove di Pechino, una vetrina della sua volontà e capacità di competere con l’Occidente. La sua economia in pieno boom spingeva sui consumi di energia e in particolare di petrolio che, pochi giorni prima, aveva raggiunto i 140 dollari per barile. Nel 2021 con prezzi quasi dimezzati a 75 dollari, si torna in Asia con le Olimpiadi numero 32 a Tokyo. In questi 13 anni, parecchio è accaduto in Asia e un confronto è utile per capire dove sta andando l’area più importante per i futuri consumi energetici dell’intero pianeta.

                         Andamenti opposti per Cina e Giappone

La Cina, prima di tutto, ha confermato la sua leadership mondiale relativamente alla crescita della domanda di energia. In soli 8 anni, fra il 2001 e il 2008, aveva più che raddoppiato i consumi di energia, portandoli da poco più di un miliardo di tonnellate equivalenti petrolio (tep) ad oltre 2,2 miliardi, mentre nel 2020 si è portata a 3,5 miliardi, su un trend di crescita che nemmeno la pandemia del 2020 ha interrotto. Come nei primi anni 2000 anche nell’ultimo decennio, Pechino si è affidata in gran parte alla fonte che più le conviene, il carbone, più inquinante ma meno costoso e è ampiamente disponibile nelle ingenti riserve interne, dove lavorano milioni di operai. Sono aumentate, sì, le fonti rinnovabili, al 13 percento del totale, ma il carbone rimane saldamente la principale fonte a copertura della domanda di energia cinese. 

In Giappone, il paese più sviluppato dell’Asia, i consumi energetici sono in calo, per la maturità della propria industria e per una popolazione che cala e che invecchia. Dal 2008 ad oggi i consumi del Giappone di energia sono scesi da 520 a 412 milioni di tep.

Il modello occidentale, o meglio quello delle economie industrializzate, che il Giappone rappresenta molto bene, si confronta con quello del resto dell’Asia, dove la crescita economica, indispensabile per i miliardi di persone povere che vi vivono e per quelli che arriveranno, porta a maggiori consumi di energia. I consumi di energia pro capite della maggioranza dei paesi asiatici non arrivano a 1 tep, un terzo dell’Europa o del Giappone, ed è inevitabile che nei prossimi anni tendano a salire. I paesi ricchi, con l’Unione europea in testa, da anni si sono fatti portatori dell’esigenza di abbattere le emissioni di gas climalteranti che derivano dal consumo delle fonti fossili. Annunciare rivoluzioni ecologiche è facile quando i consumi energetici calano, come accade da anni in Giappone e in Europa, invece, per chi è nella fase iniziale di sviluppo, come accade per la gran parte dell’Asia, i modelli che possono soddisfare la dirompente crescita, sono sempre gli stessi, ovvero quelli che abbiamo sfruttato anche noi negli anni del nostro boom, basati su grandi impianti di produzione. Questi permettono di ottenere economie di scala per avere costi unitari bassi e per distribuire a cascata l’energia a valle, prima con giganteschi sistemi di trasmissione, poi con quelli di distribuzione al dettaglio.

                         Il caso dell’elettricità e la lezione asiatica

Il caso tipico è quello dell’elettricità ed è anche quello più interessante perché, da una parte, coinvolge il tentativo di abbandonare il carbone, la fonte più inquinante, e dall’altra, perché è qui che possono decollare le fonti rinnovabili nuove, quelle che tutti vorrebbero più diffuse, il fotovoltaico e il vento.

Quanto accaduto negli ultimi 13 anni in Asia conferma in maniera netta che i modelli per produrre e distribuire energia elettrica sono sempre quelli, che qualcuno può chiamare tradizionali, e che non possono cambiare molto. Possono diventare più efficienti, vedere applicate nuove tecnologie più pulite, anche con l’apporto della produzione distribuita da fonti rinnovabili, ma la sostanza non cambia. Sono le grandi centrali elettriche, che in Asia funzionano prevalentemente a carbone, che permettono di coprire la domanda di elettricità e di far star meglio miliardi di persone. Altri grandi impianti di generazioni si affidano al gas, per lo più importato, e anche al nucleare, mentre la grande fonte rinnovabile, l’idroelettrico, ha un ruolo importante, ma con il problema che, come le altre rinnovabili, necessita di enormi superfici. Dai grandi impianti di produzione, l’elettricità viene distribuita a cascata nel sistema di trasmissione, i grandi tralicci, arriva alle stazioni di dispacciamento, quelle dove si attaccano le linee elettriche più piccole che provvedono ad arrivare nei centri urbani, o nelle aree rurali, e da lì si allacciano alle piccole reti di distribuzione, che arrivano nelle case o nelle fabbriche. Il principio è che a monte vi deve essere una grande capacità di produzione di potenza, che per unità di tempo diventa energia, che poi può essere distribuita a valle, seguendo leggi fisiche che ricordano anche quelle del sistema circolatorio del sangue dell’uomo. È semplice, la capacità di grande dimensione può essere fornita solo da fonti fossili oppure dal nucleare, mentre le fonti rinnovabili sono disperse, poco concentrate e, aspetto altrettanto importante, non programmabili e non stoccabili. Questa è la ragione per la quale in Asia si continuano a costruire centrali a carbone, nonostante tutti siano d’accordo circa l’urgenza di tagliare le emissioni di CO2.

La regola vale in tutto il mondo: per fare 1.000 chilowatt di fotovoltaico occorrono circa 1,6 ettari di superficie, quasi due campi di calcio, che però producono solo quando c’è il sole (normalmente 1.500 ore l’anno con una produzione di 1 milione e mezzo di chilowattora). Sulla stessa superficie di 1,6 ettari è possibile installare una centrale tradizionale a gas da 800.000 chilowatt che funziona quasi sempre, normalmente 7 mila delle 8.760 ore che ci sono in un anno. Ciò significa che può produrre fino a 5,6 miliardi di chilowattora, 3.700 volte quello che fa l’impianto fotovoltaico, peraltro in maniera intermittente e non programmabile. Certo, i pannelli sono più belli, catturano la luce del sole e sono puliti, ma ciò non è abbastanza per garantire la copertura della domanda dei miliardi di persone dell’Asia, che hanno bisogno di elettricità per illuminare le città di notte, per rinfrescarsi d’estate, per far funzionare le loro fabbriche, i loro centri commerciali, i loro ospedali.

                         Fotovoltaico, idrogeno e nucleare: corsi e ricorsi storici

Questo vale anche in Giappone, paese che da decenni cerca di ridurre la dipendenza dai fossili spostandosi sulle rinnovabili, sia perché è da sempre privo di risorse interne e deve importare tutto sia perché fu colpito duro dalle crisi energetiche degli anni ’70. Fu uno dei primi a tentare lo sviluppo del fotovoltaico negli anni ’70, grazie alla leadership nella tecnologia dei semiconduttori, tuttavia, i risultati sono parziali ad oggi e la produzione elettrica da fotovoltaico non raggiunge l’8 percento del totale. L’eolico, per ragioni geografiche, non è mai stato importante in Giappone, mentre molto più interessante è stato il tentativo negli anni di sfruttare l’idrogeno quale vettore nel settore dei trasporti. Anche qui, dopo gli entusiasmi degli anni ’70 e un revival negli anni ’90, gli sviluppi sono stati marginali, mentre nel 2021, dimenticate le difficoltà del passato, è di nuovo al centro delle speranze, un po’ come accade in Europa.

Il Giappone si era affidato molto al nucleare, ma il grave incidente di Fukushima dell’11 marzo 2011 ha interrotto questo rapporto di fiducia. L’incidente, vale ricordare, non fu dovuto ad un malfunzionamento dell’impianto, ma al banale errore di avere messo i motori diesel sotto il livello del mare. Quando è arrivata l’onda causata dallo tsunami, i motori sono stati coperti d’acqua, si sono bloccati, il raffreddamento del reattore è cessato è il reattore è esploso. L’incidente scatenò una reazione contraria al nucleare che portò alla chiusura momentanea di gran parte delle oltre 50 centrali nucleari del Giappone, spingendo ancora di più sull’entusiasmo per le rinnovabili. La produzione da nucleare è passata da quasi 300 miliardi chilowattora del 2010, quando contava per il 30 percento del totale della produzione elettrica, a 40 miliardi nel 2020, il 4 percento del totale. Il calo dei consumi di circa 200 miliardi a 1000 del 2020 ha assorbito gran parte della caduta del nucleare, ma in aumento sono stati sia i consumi di gas che di carbone, che attualmente contano rispettivamente per il 35 percento e per il 30 percento della produzione complessiva. Le fonti rinnovabili intermittenti, quelle alla base degli ipotetici nuovi modelli di produzione elettrica, su cui da decenni anche il Giappone insiste, rimangono al 12 percento del totale. Così, a 13 anni dalle Olimpiadi di Pechino, l’elettricità che servirà anche per i giochi di Tokyo continuerà ad essere prodotta dalle grandi centrali elettriche dove sono le fonti tradizionali, quelle che consentono la necessaria densità energetica. Il resto, sono ipotesi e auspici che cominciano, però, ad essere un po’ datati.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Materie Prime, Problemia Energetici

Carbone. Dai 46.9$ per tonnellata a settembre agli attuali 148.6$.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-07-20.

2021-07-20__ Coal 001

«Coal futures surged to almost $150 a tonne in July»

«Coal is the major fuel used for generating electricity worldwide»

«The biggest producer and consumer of coal is China»

«China’s biggest industrial provinces has pushed the electricity consumption to unprecedented levels»

«Other big producers include: United States, India, Australia, Indonesia, Russia, South Africa, Germany and Poland»

«The biggest exporters of coal are: Indonesia, Australia, Russia, United States, Colombia, South Africa and Kazakhstan»

«The coal prices have risen almost 40% since the beginning of May as warmer weather boosted demand in Japan, South Korea, and the United States, and production declined in Indonesia and Australia due to flooding»

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Checché ne pensino e ne dicano i liberal socialisti, al momento attuale a livello mondiale il carbone è la principale fonte energetica con la quale genere corrente elettrica.

In un anno i prezzi del carbone sono quadruplicati, ripercuotendosi pesantemente sui costi di produzione della corrente elettrica. Ma questi maggiori costi si riverberano su quelli della produzione e, quindi, sui costi al consumo.

In poche parole, i rincari del costo del carbone sono significativa concausa dell’incremento della inflazione.

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«Coal.

Coal futures surged to almost $150 a tonne in July, the highest level in a decade as a heat wave in Zhejiang, Jiangsu and Guangdong, China’s biggest industrial provinces has pushed the electricity consumption to unprecedented levels. Meanwhile, local supply remains limited as drought knocked hydropower generation in Yunnan province, output restrictions remain in place in Shanxi production hubs amid tighter safety inspections and environmental curbs, and as a trade spat with Australia has crimped imports. The coal prices have risen almost 40% since the beginning of May as warmer weather boosted demand in Japan, South Korea, and the United States, and production declined in Indonesia and Australia due to flooding.

Coal futures are available for trading in the Intercontinental Exchange and on the New York Mercantile Exchange. The standard GC Newcastle contact listed on ICE weights 1,000 metric tonnes. Coal is the major fuel used for generating electricity worldwide. The biggest producer and consumer of coal is China. Other big producers include: United States, India, Australia, Indonesia, Russia, South Africa, Germany and Poland. The biggest exporters of coal are: Indonesia, Australia, Russia, United States, Colombia, South Africa and Kazakhstan. Coal prices displayed in Trading Economics are based on over-the-counter (OTC) and contract for difference (CFD) financial instruments. Our coal prices are intended to provide you with a reference only, rather than as a basis for making trading decisions. Trading Economics does not verify any data and disclaims any obligation to do so.» [Fonte]

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Materie Prime, Problemia Energetici

Italia. Carburanti. Benzina a 1.77 e diesel a 1.64 euro al litro. E siamo solo agli inizi.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-07-08.

Brueghel il Giovane. Pagamento delle Tasse. Fisher_Museum_of_Art

«È stato un fine settimana di aumenti generalizzati per i prezzi dei carburanti»

«Con il Brent abbondantemente sopra i 76 dollari»

«il prezzo medio nazionale praticato della benzina, in modalità self, va a 1,637 euro/litro (venerdì 1,632) con i diversi marchi compresi tra 1,629 e 1,649 euro/litro (no logo 1,620)»

«Il prezzo medio praticato del diesel, sempre in modalità self, è a 1,497 euro/litro (venerdì 1,492) con le compagnie posizionate tra 1,486 e 1,521 euro/litro (no logo 1,474)»

«Quanto al servito, per la benzina il prezzo medio praticato sale a 1,776 euro/litro (venerdì 1,771) con gli impianti colorati che mostrano prezzi medi praticati tra 1,720 e 1,852 euro/litro (no logo 1,668)»

«La media del diesel cresce a 1,642 euro/litro (venerdì 1,637) con i punti vendita delle compagnie con prezzi medi praticati compresi tra 1,582 e 1,726 euro/litro (no logo 1,524)»

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Poi vengono a dirci che l’inflazione si aggira attorno all’1% all’anno.

Bollette, a luglio scattano i maxi aumenti: perché le tariffe di gas e luce volano

«Aumentano le bollette di luce e gas con un incremento definitivo del 9,9% per la bolletta dell’elettricità e del 15,3% per quella del gas nel terzo trimestre del 2021per la famiglia tipo in tutela. Ma perché stanno aumentando così tanto le tariffe? Lo spiega la stessa Arera, l’Autorità per l’energia, nel suo comunicato in cui analizza con precisione i motivi alla base degli aumenti annunciati giovedì sera (che hanno a che fare anche con la pandemia). Dopo i ribassi delle materie prime infatti durante il Covid-19, è in corso da tempo una forte crescita delle quotazioni delle principali materie prime energetiche, in particolare i prezzi europei del gas che sono cresciuti di oltre il 30% nel secondo trimestre del 2021 rispetto al primo e risultano sempre più correlati con il prezzo della CO2 che, nel mese in corso, si è attestato oltre i 50 €/tCO2, anche per le attese di un possibile rafforzamento delle vigenti politiche comunitarie per il contenimento delle emissioni nocive dei gas serra»

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«incremento definitivo del 9,9% per la bolletta dell’elettricità»

«incremento definitivo del 15,3% per quella del gas»

«i prezzi europei del gas sono cresciuti di oltre il 30% nel secondo trimestre del 2021»

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I costi all’utenza degli energetici e del carburante sono aumentati vorticosamente negli ultimi mesi.

Difficile pensare ad un comparto industriale che non consumi corrente elettrica ed a famiglie che non consumino il gas, quanto meno per cucinare.

L’automobile non è un oggetto ludico, serve per andare e tornare dal lavoro.

Infine, tutta la distribuzione si avvale del trasporto gommato.

Nella realtà dei fatti in Italia gli aumenti dei prezzi si aggirano, in termini medi, attorno al dieci per cento.

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Carburanti, arrivano nuovi aumenti: benzina a 1,77 e diesel a 1,64 di media

È stato un fine settimana di aumenti generalizzati per i prezzi dei carburanti. Con il Brent abbondantemente sopra i 76 dollari, in attesa di un difficile accordo tra i Paesi Opec sui tagli alla produzione e con le quotazioni dei prodotti raffinati in Mediterraneo di nuovo in aumento. Già sabato Eni ha aumentato di un centesimo al litro i prezzi consigliati di benzina, gasolio e Gpl. Per IP invece il rialzo si è registrato +1 cent/litro su benzina, gasolio e Gpl. Per Tamoil +1 cent su benzina e diesel e +2 sul Gpl. Per Q8 + 3 cent/litro sul Gpl.

                         L’oscillazione dei prezzi

In crescita di conseguenza i prezzi praticati sul territorio, a parziale recepimento dei movimenti verso l’alto. Nel dettaglio, in base all’elaborazione di Quotidiano Energia dei dati alle 8 di ieri comunicati dai gestori all’Osservaprezzi carburanti del Mise, il prezzo medio nazionale praticato della benzina, in modalità self, va a 1,637 euro/litro (venerdì 1,632) con i diversi marchi compresi tra 1,629 e 1,649 euro/litro (no logo 1,620). Il prezzo medio praticato del diesel, sempre in modalità self, è a 1,497 euro/litro (venerdì 1,492) con le compagnie posizionate tra 1,486 e 1,521 euro/litro (no logo 1,474). Quanto al servito, per la benzina il prezzo medio praticato sale a 1,776 euro/litro (venerdì 1,771) con gli impianti colorati che mostrano prezzi medi praticati tra 1,720 e 1,852 euro/litro (no logo 1,668). La media del diesel cresce a 1,642 euro/litro (venerdì 1,637) con i punti vendita delle compagnie con prezzi medi praticati compresi tra 1,582 e 1,726 euro/litro (no logo 1,524). Infine, il Gpl va da 0,672 a 0,683 (no logo 0,652).

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Geopolitica Asiatica, Materie Prime, Problemia Energetici

Indonesia. Carbone. Dice di volerlo dismettere e costruisce nuove centrali termiche.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-07-08.

2021-07-08__ Indonesia Coal 001

Una buona parola amicale costa nulla, poi, si vedrà.

L’enclave liberal socialista occidentale ha dichiarato guerra al carbone e vorrebbe che tutto il mondo lo seguisse.

L’Indonesia a  parole va dicendo che entro il 2050 sarà totalmente green, ma per l’intanto costruisce numerose centrali a carbone per incrementare la propria produzione di corrente elettrica.

L’importante nella vita è essere persone pratiche.

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«The electricity generation capacity in Indonesia reached about 69.6 gigawatts in 2019»

«this capacity would not be sufficient for long and additional capacities must be created quickly»

«electricity consumption will increase from the current 270 terawatt hours to over 500 terawatt hours by 2027»

«Indonesia had been relying largely on coal and gas to meet its electricity demands»

«Both raw materials are available in great quantities, are dispatchable, and the corresponding power plants can be built cheaply»

«In 2020, coal mines were obliged to sell 25 percent of the production volume on the domestic market»

«the state-owned electricity supplier PLN received a maximum price of 70 U.S. dollars per ton of coal purchased»

«the minimum target of 550 million metric tons has been met and the demand for coal is expected to rise again due to a cold winter in China and the Chinese ban on Australian coal»

«At the same time, it’s building 21 GW of new coal plants that will have an operating life until 2065»

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«Indonesia set its coal benchmark price higher in July at $115.35 per tonne»

«The price is 14.97% higher than June’s benchmark price»

«Indonesia’s state-owned utility says it will start shutting down coal-fired power plants and phase them all out by 2055»

«At the same time, it’s building 21 GW of new coal plants that will have an operating life until 2065»

«Indonesia says it will begin retiring coal-fired power plants for good — while still continuing to build more than a hundred new ones»

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Indonesia sets coal benchmark price at highest in a decade

Jakarta, July 5 (Reuters) – Indonesia set its coal benchmark price higher in July at $115.35 per tonne, an official document published by its energy and minerals ministry showed on Monday.

The price is 14.97% higher than June’s benchmark price and the highest since the $117.6 per tonne in May 2011, Refinitiv data showed.

The document did not show what accounted for the price jump. An energy ministry spokesman told Reuters that a statement will be issued later on Monday.

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Indonesia to retire coal-fired power plants while also adding more

«Summary.

– Indonesia’s state-owned utility says it will start shutting down coal-fired power plants and phase them all out by 2055, amounting to 50 gigawatts of capacity.

– At the same time, it’s building 21 GW of new coal plants that will have an operating life until 2065 — a contradiction that activists say undermines the coal phase-out plan.

– The mixed message is the latest from a government that still doesn’t have a unified policy on a clean energy transition, and which continues to lavish generous subsidies and incentives on coal miners and power plant operators.

– Energy policy experts say the president needs to publicly weigh in on the issue, including declaring a deadline for Indonesia to achieve net-zero carbon emissions. ….

Indonesia says it will begin retiring coal-fired power plants for good — while still continuing to build more than a hundred new ones, in the latest mixed message from one of the last coal-friendly countries in the world»

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Coal power industry in Indonesia – statistics & facts

The electricity generation capacity in Indonesia reached about 69.6 gigawatts in 2019. For a dynamic, emerging country, this capacity would not be sufficient for long and additional capacities must be created quickly. According to forecasts by the Indonesian Ministry of Energy and Mineral Resources, electricity consumption will increase from the current 270 terawatt hours to over 500 terawatt hours by 2027.

                         Indonesia’s focus on natural resources.

Indonesia had been relying largely on coal and gas to meet its electricity demands. Both raw materials are available in great quantities, are dispatchable, and the corresponding power plants can be built cheaply. Furthermore, coal in particular can be used to promote Indonesia’s export business and support remote areas in their economic development. Coal mining has therefore been a cornerstone of politics and a likely target for government interventions. In 2020, coal mines were obliged to sell 25 percent of the production volume on the domestic market and the state-owned electricity supplier PLN received a maximum price of 70 U.S. dollars per ton of coal purchased.

                         Coal production outlook.

Not surprisingly, coal producers expected a thriving market in Indonesia. However, the coal industry has also been affected by the COVID-19 pandemic and it is therefore unlikely that the coal output will have increased further in 2020. And yet, according to the Department of Energy, the minimum target of 550 million metric tons has been met and the demand for coal is expected to rise again due to a cold winter in China and the Chinese ban on Australian coal. A flourishing export market is important as around 70 to 75 percent of Indonesia’s coal production is exported abroad. The main export countries include China, India, Japan and South Korea. In 2018, about one third of the global coal exports was exported from Indonesia, making it the largest coal exporting country in world. However, the Indonesian energy program could turn the industry into an internal market. For that reason, and to achieve independence from the global market, several large Indonesian mining companies have expanded directly into the energy sector in order to become an integrated energy company that uses its own coal.

                         Coal’s impact on the environment.

On the other hand, the production of coal and especially electricity generation from coal does have an impact on the environment. Back in 2016, it was estimated that the emissions of carbon dioxide amounted to 4.6 billion metric tons in Southeast Asia. Taking current developments in Indonesia and other countries into account, not less, but more is to be expected.

Pubblicato in: Cina, Problemia Energetici, Stati Uniti

Usa – Cina. Centrale idroelettrica di Baihetan. I liberal la contestano.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-05-05.

Cina. Baihetan on the Jinsha River. Centrale Idroelettrica 002

«Baihetan hydropower project is a 16GW hydroelectric facility under construction on the Jinsha River, which is a tributary of the Yangtze River in south-west China. … Scheduled for commissioning in 2022, Baihetan will be one of the first projects to use a 1,000MW hydro-turbine generator»

«The Baihetan Dam is a large hydroelectric dam under construction on the Jinsha River, an upper stretches of the Yangtze River in Sichuan and Yunnan provinces, in the southwest of China. The dam is a 277 m tall double-curvature arch dam with a crest elevation of 827 m. Its width will be 72 m at the base and 13 m at the crest.

The facility will generate power by utilizing 16 turbines, each with a generating capacity of 1,000 MW, taking the generating capacity to 16,000 MW. In terms of generating capacity, it will be the second largest hydroelectric power plant in the world, after the Three Gorges Dam. When finished, it will be the third largest dam in China and the fourth in the world, in terms of dam volume. The dam was originally scheduled to be constructed between 2009 and 2018. Actual construction started in 2017, with the dam to be partially operational by 2021» [Fonte]

«The Baihetan project is being developed by Jinsha River Chuanyun Hydropower Development Company, which is a joint venture between China Three Gorges (CTG) Corporation (70%), Sichuan Energy Investment Group (15%), and Yunnan Energy Investment Group (15%). ….

Baihetan is one of the four Chinese hydropower projects either in operation or under development with an installed capacity of more than 10GW. The four projects, all located on the Jinsha River, will have a combined installed capacity of approximately 46GW and an annual generation capacity of 190TWh ….

The impoundment level of the dam is 825m, while the reservoir capacity will be 20.627bn m³. The dam is designed to have a regulation storage capacity of 10.43 billion cubic meters (bcm) and flood control storage capacity of 7.5bcm. …. Dongfang Electric Machinery is responsible for supplying eight turbine generator units for the left bank power house, while Harbin Electric Machinery Factory will provide the remaining eight units for the right bank power house» [Fonte]

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China’s new mega hydropower station to begin operations in July

Kunming, April 7 (Xinhua) — A new mega hydropower station in China has started to store water in its dam, preparing to begin generating electricity in July.

Baihetan on the Jinsha River, the upper section of the Yangtze, straddles the southwest provinces of Yunnan and Sichuan.

With a total installed capacity of 16 million kilowatts, it is the second-largest hydropower station in China in terms of installed capacity, second only to the Three Gorges Dam project in the central province of Hubei. The project has been undertaken by the China Three Gorges Corporation.

The first batch of Baihetan’s generating units will go into operation in July 2021, and all units are expected to be operational by July 2022. Enditem

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Una centrale idroelettrica dovrebbe essere il meglio nel campo dell’ecologia e del rispetto dei dettami del global warming per la produzione di corrente elettrica.

Non potendo attaccare questo progetto su di un supposto mancato rispetto degli ‘human rights’ oppure vituperandola perché ‘inquinante’, i liberal hanno sbrigliato la loro fantasia ed hanno alla fine trovato il motivo per cui il progetto Baihetan altro non sarebbe che la solita sordita orditura dei cinesi a danno maligno dell’occidente culturalmente e socialmente avanzato.

China’s dams threaten green peafowl

Science.  Vol. 364, Issue 6444, pp. 943

DOI: 10.1126/science.aax4779

Avete letto bene. Questo progetto da decine di miliardi di dollari minaccia il pavone verde, mettendolo a rischio di estinzione.

E secondo i liberal occidentali il regime cinese esprime la propria tirannide nel conculcare la vita di quei teneri animaletti. Ma come si fa a non sanzionare un simile comportamento?

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Ong - Ngo, Problemia Energetici, Unione Europea

EU. Kontrordine Kompagni. Nulla è più green delle centrali atomiche ed a gas.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-04-26.

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«EU defers decision on gas and nuclear as ‘green’ energy»

«The European Commission will not decide on whether to classify gas and nuclear energy as a possible green investments until later this year»

«The delay has caused controversy among some NGOs and consumer groups, who say fossil fuels such as gas should not be considered ‘green’.»

«The move is part of a bigger set of investor guidelines, supposed to transition away from fossil fuels, with the aim of making sure the EU becomes climate neutral by 2050»

«Both nuclear and gas have been temporarily excluded»

«But other sectors, notably forestry and bioenergy, are part of the mix, sparking outrage from climate activists»

«Dombrovskis said some €350bn of extra investments per year are needed over the next decade to meet the EU’s 2030 climate targets»

«So is bioenergy, which is also considered a pollutant. »

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Per decine di anni i verdi e le sinistre ci hanno assordato con il clangore dei loro lai su quanto fosse mefitico l’uso dei combustibili fossili e nelle centrali elettriche atomiche.

Adesso, Kontrordine Kompagni!

Ridottisi alla indigenza, dopo aver sperperato cifre da capogiro, gli europarlamentari stanno per dichiarare ecologiche le centrali atomiche e quelle a gas.

Visto come si sanifica rapidamente l’ambiente? Basta un tratto di penna. Poi, si spolperanno altre realtà economiche.

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EU defers decision on gas and nuclear as ‘green’ energy.

The European Commission will not decide on whether to classify gas and nuclear energy as a possible green investments until later this year.

The delay has caused controversy among some NGOs and consumer groups, who say fossil fuels such as gas should not be considered ‘green’.

And they fear the delay will be used by industry lobbyists to classify them as environmentally-friendly.

The move is part of a bigger set of investor guidelines, supposed to transition away from fossil fuels, with the aim of making sure the EU becomes climate neutral by 2050.

On Wednesday (21 April), the European Commission unveiled further rules detailing how investors and companies can comply with those guidelines.

“It will help companies and investors to identify and communicate about green activities – across all sectors of the economy,” said Valdis Dombrovskis, the EU commission vice president for economy.

Both nuclear and gas have been temporarily excluded.

But other sectors, notably forestry and bioenergy, are part of the mix, sparking outrage from climate activists.

The guidelines have been described as the economic blueprint underpinning Europe’s transition towards cleaner energy.

It also requires a lot of money, spread across both private and public funds.

Dombrovskis said some €350bn of extra investments per year are needed over the next decade to meet the EU’s 2030 climate targets.

The EU last summer launched its so-called Taxonomy Regulation, to create a “green list” classification system.

The list is a guide to help people place their money into environmentally-friendly investments.

On Wednesday, the commission published a new draft on how to classify industries, that account for some 80 percent of the EU’s greenhouse gas emissions.

“We are covering a huge amount of economic activity – from manufacturing, transport, construction, insurance, even the arts are included in this,” said Mairead McGuinness, the EU finance commissioner.

She said the aim was to help investors and companies make decisions to meet the EU’s climate-busting targets.

“This taxonomy is a living document. It is not just a one off, it will evolve with science,” she added, speaking alongside Dombrovskis.

Not everyone is happy. Not only are final decisions on whether to include gas and nuclear energy yet to be made, but other sectors, like forestry which includes logging, are included. So is bioenergy, which is also considered a pollutant.

The criteria would allow almost all types of logging, as well as the burning of trees for energy production.

“Not all that is green helps to fight climate change, especially if you burn it,” said Greenpeace EU, in a statement.

The NGO is demanding the European Parliament scrap the commission’s decision to classify forests and bioenergy in its criteria.

“The proposed criteria for forests and bioenergy are nothing but greenwash,” it added.

The European Consumer Organisation (Beuc) made similar critical comments.

“The proposed rules for sectors like forestry and bioenergy will actively mislead people into making unsustainable investments,” it said.