Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Medio Oriente, Problemia Energetici

Eni. I giacimenti mediterranei Zhor e Noor. Sembrerebbero essere enormi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-07-12.

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«Secondo uno dei pochi giornali egiziani di solito attendibili, al-Masry al-Ayoum, di fronte alle coste dell’Egitto l’Eni ha scoperto un giacimento di gas, Noor, che ha dimensioni pari a tre volte il gigantesco giacimento di Zohr, individuato nel 2015 e ritenuto all’epoca il più grande del Mediterraneo»

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«punto l’Egitto si troverebbe nelle condizioni di diventare un grande esportatore di energia verso l’Europa, a scapito delle analoghe ambizioni israeliane affidate ai giacimenti Tamar e Leviathan, quest’ultimo in joint-venture con l’americana Noble

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«Eni ha finalizzato la cessione a Mubadala Petroleum, società interamente posseduta da Mubadala Investment Company, di una quota del 10% nella concessione di Shorouk, nell’offshore dell’Egitto, nella quale si trova il giacimento super-giant a gas di Zohr»

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«L’euforia egiziana per l’importante scoperta fa storcere il naso a Israele per più ragioni: la prima è che con la prospettiva di un Egitto non solo indipendente energicamente ma anche esportatore è a rischio un accordo annunciato a febbraio tra la società israeliana Delek Drilling per fornire gas israeliano alla società egiziana Dolphinus Holdings e che prevede(va) di esportare 15 miliardi di dollari di gas israeliano in Egitto nel prossimo decennio»

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«Il gas che sarà estratto da questi due dovrà andare in Egitto prima di raggiungere i potenziali acquirenti nel resto del mondo, per colpa della conformazione del fondo marino che impedisce ai gasdotti di dirigersi altrove – e anche perché l’Egitto a questo punto si candida a essere il paese leader nel trattamento del gas appena estratto nel settore est del Mediterraneo»

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Se lo sfruttamento di questi giacimenti è difficoltoso dal punto di vista tecnico, ancor più problematico lo è dal punto di vista politico. I giacimenti sono molto distanti dalle coste ed Egitto, Israele, Cipro e Turkia avanzano diritti più o meno ragionevoli sullo sfruttamento.

Egitto. L’Eni ha già avviato la produzione dal campo Zohr.

Egitto. Impianto Nucleare russo di Al Dabaa funzionante per il 2022.

Mediterraneo e giacimenti gas. Pericolo di una guerra.

I giacimenti in oggetto distano in termini medi 100 km da Cipro, altrettanti dal Libano, poco meno di 200 km da Israele e 330 km dall’Egitto.

Ciascuno di questi quattro stati vorrebbe avere l’esclusiva per lo sfruttamento di questi giacimenti e mal sopporta l’idea di dover spartire queste risorse con altri.

Ma il problema si complica ulteriormente quando si pensa che il gas estratto deve essere portato agli utilizzatori tramite un qualche gasdotto. Ma i fondali mal si adatto a gasdotti, tranne quelli diretti in Egitto.

Insomma: è ancora una situazione in divenire.


La prima notizia risale al 26 giugno 2016.

Egitto, Eni scopre Noor: ‘Più grande giacimento di gas del Mediterraneo’. La verità su Regeni si allontana

«Secondo uno dei pochi giornali egiziani di solito attendibili, al-Masry al-Ayoum, di fronte alle coste dell’Egitto l’Eni ha scoperto un giacimento di gas, Noor, che ha dimensioni pari a tre volte il gigantesco giacimento di Zohr, individuato nel 2015 e ritenuto all’epoca il più grande del Mediterraneo.

Le stime delle dimensioni dei giacimenti di idrocarburi sono sempre scommesse, pronostici che possono essere smentiti quando comincia l’estrazione (tra due mesi, secondo il governo egiziano). Ma se al-Masry al-Ayoum, o in questo caso l’Eni, avessero indovinato, ci troveremmo di fronte ad un evento che in prospettiva può cambiare la geopolitica del Mediterraneo. A quel punto l’Egitto si troverebbe nelle condizioni di diventare un grande esportatore di energia verso l’Europa, a scapito delle analoghe ambizioni israeliane affidate ai giacimenti Tamar e Leviathan, quest’ultimo in joint-venture con l’americana Noble


Reuters. 2018-06-20. Zohr, Eni completa cessione 10% concessione Shorouk in Egitto a Mubadala

Eni ha finalizzato la cessione a Mubadala Petroleum, società interamente posseduta da Mubadala Investment Company, di una quota del 10% nella concessione di Shorouk, nell’offshore dell’Egitto, nella quale si trova il giacimento super-giant a gas di Zohr.

Secondo una nota, Eni, attraverso la sua controllata IEOC, detiene ora una quota di partecipazione nel blocco del 50%, mentre gli altri partner sono Rosneft con il 30%, Bp con il 10% e Mubadala Petroleum con un altro 10%.


Occhi della Guerra. 2018-07-09. Eni, l’Italia e l’Egitto: un giacimento cambia gli equilibri nel Mediterraneo

Secondo i funzionari del ministero del Petrolio egiziano citati dal Middle East Eye, l’Eni annuncerà presto il giacimento Noor trovato nella concessione di Shorouk. Si dice che Noor abbia tre volte le dimensioni di Zohr, rilevato dall’Eni nel 2015, e che abbia quindi le risorse per trasformare l’Egitto in un esportatore di gas, cambiando di conseguenza gli equilibri in un settore dove tutti, dagli attori regionali fino a alle superpotenze internazionali, hanno forti interessi.

La nuova scoperta sta rafforzando i piani dell’Egitto di diventare un hub regionale del gas. Il ministro egiziano del petrolio Tarek El-Molla  ha detto a Bloomberg alla fine della scorsa settimana che il paese potrebbe interrompere l’importazione di gas naturale liquefatto (GNL) entro la fine dell’anno per poi concludere: “L’Egitto avrà abbastanza gas per i propri bisogni e molto probabilmente anche per l’esportazione” evitando però di confermare la scoperta del nuovo giacimento, ancora non ufficiale.

L’euforia egiziana per l’importante scoperta fa storcere il naso a Israele per più ragioni: la prima è che con la prospettiva di un Egitto non solo indipendente energicamente ma anche esportatore è a rischio un accordo annunciato a febbraio tra la società israeliana Delek Drilling per fornire gas israeliano alla società egiziana Dolphinus Holdings e che prevede(va) di esportare 15 miliardi di dollari di gas israeliano in Egitto nel prossimo decennio.

La seconda ragione della preoccupazione di Israele è ben riassunta da Daniele Raineri su Il Foglio : “Oltre al gigante egiziano, esistono due giacimenti minori ma pur sempre grandi, il Leviatano davanti a Israele e l’Afrodite davanti a Cipro. Il gas che sarà estratto da questi due dovrà andare in Egitto prima di raggiungere i potenziali acquirenti nel resto del mondo, per colpa della conformazione del fondo marino che impedisce ai gasdotti di dirigersi altrove – e anche perché l’Egitto a questo punto si candida a essere il paese leader nel trattamento del gas appena estratto nel settore est del Mediterraneo”. Elemento che spingerebbe il governo israeliano ad avvicinarsi il più possibile all’Egitto, costringendo la leadership israeliana ad avere un occhio di riguardo per i rapporti con il nuovo attore energetico della regione.

Per quanto riguarda il giacimento di Zohr per ora il 60% rimane in mano all’Eni, che l’ha scoperto, mentre alla russa Rosneft è stato ceduto il 35%. Nelle ultime settimane invece Eni ha firmato ad Abu Dhabi due concession agreements per l’ingresso di Mubadala Petroleum con una quota del 5% nel giacimento a olio di Lower Zakum e con una quota del 10% nei giacimenti a olio, condensati e gas di Umm Shaif e Nasr, nell’offshore del Paese, per circa 934milioni di dollari e una durata di 40 anni.

La scoperta del giacimento di Noor che dovrebbe essere annunciata quest’estate ha sì le capacità di avvicinare gli attori attivi nella regione portando magari a nuove alleanze e accordi, ma allo stesso tempo potrebbe aumentare la tensione in un’area già abbastanza suscettibile alle manovre delle grandi potenze. 

Solo qualche mese fa (febbraio 2018) la nave Saipem 12000noleggiata da Eni per svolgere attività di esplorazione nel Blocco 3 delle acque di Cipro è stata bloccata dalla Marina turca che, infine, ha costretto l’imbarcazione a tornare nel porto di Cipro rischiando, peraltro, di speronare la Saipem durante le manovre, tutt’altro che “diplomatiche” proprio come la politica del presidente Erdogan, accolto in pompa magna a Roma qualche giorno prima. 

Altro elemento da tenere in considerazione sono le voci di molti analisti e un’inchiesta del New York Times che, senza inutili complottismi, hanno fatto notare la coincidenza della scoperta di Zohr con l’uccisione di Giulio Regeni, avvenuta solo pochi mesi dopo l’annuncio del supergiacimento a largo delle acque egiziane. Tra le tante ipotesi delle ragioni che hanno portato all’omicidio del giovane ricercatore italiano c’è la teoria che sia stato ucciso per minare i rapporti tra il governo italiano e quello egiziano, uno dei partner più importanti per Roma soprattutto alla luce della scoperta di Zohr.

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Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Medio Oriente, Problemia Energetici

Arabia Saudita. Aramco. Offerta Pubblica da 2.5 trilioni. – Bloomberg.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-07-12.

2018-07-08__Aramco__001

I mercati ci stanno abituando a cifre con dodici zeri. Serve un pochino di fantasia oppure molta abitudine.

L’Aramco è la compagnia petrolifera saudita, che possiede la quasi totalità delle risorse sotto sfruttamento e di riserva.

Con 65,266 dipendenti, nella prima metà del 2017 ha avuto un ricavo netto di 33.8 miliardi di dollari americani. Ufficialmente.

Di questi tempi sembrerebbe che l’Arabia Saudita sia intenzionata venderne delle quote più o meno ampie sui mercati internazionali.

Emergono quindi alcuni problemi di non poco conto. Intanto il valore totale, poi la resa, ed infine il contorno politico: tutti gli idrocarburi di pertinenza sono locati in Arabia e quindi potenzialmente vulnerabili.

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Già nel 2016 si parlava di cessione di quote.

How Much Is Saudi Aramco Worth? It Depends On The Country’s Institutions

«Saudi Arabia plans a public offering of 5% of its national oil company, Aramco, sometime in 2018. As the world’s largest energy producer and with the largest proved reserves, Saudi Arabia believes that the capital market will value Aramco at some $2 trillion, making it the world’s most valuable publicly traded company. At this price, the government’s 5% would bring in $100 billion, which is supposed to be devoted to diversifying the Saudi Arabian economy away from energy.

The eventual valuation of Aramco is hotly disputed. The Saudis have thrown out a figure of $2 trillion. Analysts doubt this figure. Some put the valuation as low as $500 billion, which would mean a lean diversification fund of $25 billion.

Given the wide divergence of estimates of the upcoming market capitalization of Aramco, we can examine the determinants of value of publicly traded international energy companies to determine possible pricing ranges.»

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Se è naturale che il venditore dia una stima elevata, in questo caso due trilioni di dollari, sarebbe altrettanto naturale che i potenziali acquirenti ne diano una valutazione decisamente inferiore: alcuni dicono 500 miliardi. È una discrepanza di valutazioni davvero troppo ampia. Sono valori inconciliabili. Forse, la stima di un trilione potrebbe avvicinarsi alla realtà.

Il mercato del greggio ha evidenziato negli ultimi anni andamenti con significative fluttuazioni dei prezzi.

Dovrebbe essere inutile far presente come esse dipendano sicuramente dai costi estrattivi, ma altrettanto  sicuramente da complesse considerazioni politiche, che trascendono volontà ed aspettative saudite.

«The company finds itself caught in geopolitical crosswinds once again. Riyadh needs higher oil prices to fund its national budget and get the Aramco valuation closer to the $2 trillion target MBS wants.»

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«But that’s antagonizing Trump—Saudi Arabia’s most important ally—and other customers, notably China and India, the world’s second- and third-largest oil consumers.»

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Sotto queste condizioni, una vendita sia pure parziale presenta davvero molte difficoltà.

«A face-saving private placement—selling a stake in Aramco to a Chinese enterprise without the public exposure of how much money was actually raised in the transaction—is also possible.»

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«Officials have openly discussed a sale—in effect, a distribution of a few shares each to Saudi citizens—that would take place only in the country’s stock market.»

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Verosimilmente i cinesi potrebbero essere gli acquirenti di elezione.

Per loro, l’ingresso in Aramco sarebbe un’acquisizione strategica di risorse energetiche che loro mancano, non hanno certo carenza di liquidità, ed infine hanno un peso politico tale da controbilanciare quelle che potrebbero essere nel futuro esigenze altrui.


Bloomberg. 2018-07-08. Saudi Aramco’s $2 Trillion Zombie IPO

Likely investors doubt the value of the proposed public offering. How will Mohammed bin Salman save face?

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It was the moment Saudi Arabia’s reforming young prince told the world he meant business. In early 2016, Mohammed bin Salman said he planned to sell shares in the kingdom’s crown jewel: Saudi Aramco, the giant energy company that produces 10 percent of the world’s oil and finances the Saudi state. The initial public offering—planned for 2018—would be the deal to end all deals, raising more than $100 billion for a new sovereign wealth fund, creating the world’s most valuable listed company, and funneling hundreds of millions of dollars in fees to Wall Street’s elite banks. MBS, as the 32-year-old crown prince is known, said the company would be worth at least $2 trillion—more than double the current market valuation of Apple Inc.—and perhaps as much as $2.5 trillion.

Two years later, things look very different. A combination of hubris on the valuation, an overambitious timetable, and indifference—if not derision—from global investors doubtful that an IPO would benefit them, has forced Riyadh to delay the sale until at least 2019. And many observers—including members of the company’s senior leadership—doubt whether it will happen at all. Aramco has become the zombie IPO.

Add Donald Trump to the mix. While the U.S. president has said he’s excited about the idea of Aramco selling shares in New York, keeping the price of gasoline under control seems far more important. With Republicans facing tough midterm elections in November, he’s pressured Saudi Arabia to pump more oil, and cheaper crude means a lower valuation for the company.

For MBS, the IPO has faded in importance as he grapples with an agenda crowded with social and economic reforms at home and an assertive foreign policy. He may also not need the money as much as he did at the outset of his mission to change the country. Saudi authorities this year reached agreements to recover more than $100 billion (the same amount the Aramco IPO was supposed to provide) from a controversial corruption investigation that saw many of the kingdom’s most prominent subjects imprisoned at the five-star Riyadh Ritz-Carlton.

Already, senior officials have started to soften expectations for the IPO. “The timing isn’t critical for the government of Saudi Arabia,” Khalid al-Falih, the energy minister, told an industry conference in June. While “it would be nice if we can do it in 2019,” the minister said, “there is a lot more at stake than just ticking a box and say, ‘We got this out of the way.’ ”
Aramco didn’t respond to requests for comment for this story.

Delaying the IPO beyond 2019—or even shelving it—would be a setback to MBS’s plan to transform Saudi Arabia and leave the kingdom open to suggestions that it’s not truly serious about overhauling its economy. But it would also be a victory for environmentalist in Europe and America who say international investors should begin turning their back on oil and prepare for the switch to an electric transport system.

Aramco is a company like no other. Its profits easily outstrip those of every other company on Earth, from Apple to Exxon Mobil Corp. The billions of petro dollars it pumps out every month underpin the kingdom’s decades-old social contract: generous state handouts in return for the political loyalty that maintains stability in the birthplace of Islam. Those dollars also finance the lavish lifestyles of hundreds of princes. For decades, diplomats have joked that Saudi Arabia is the only family business with a seat at the United Nations. As the world’s largest petroleum producer, Aramco is key for global economic growth and international security. At one point during the Arab oil embargo in the 1970s, the U.S. even considered the possibility of seizing the company’s oil fields by force, according to declassified British intelligence papers.

The company finds itself caught in geopolitical crosswinds once again. Riyadh needs higher oil prices to fund its national budget and get the Aramco valuation closer to the $2 trillion target MBS wants. But that’s antagonizing Trump—Saudi Arabia’s most important ally—and other customers, notably China and India, the world’s second- and third-largest oil consumers. On April 20 the U.S. president took to Twitter to lambaste the Saudis’ push for higher oil prices. “ Looks like OPEC is at it again,” Trump tweeted. “Oil prices are artificially Very High!” Since then, Trump has issued more tweets about oil, Saudi Arabia, and the Organization of Petroleum Exporting Countries. In one, he said he’d persuaded Saudi King Salman to raise production in order to lower prices.

The problem isn’t just Washington, Beijing, and New Delhi. Moscow, which for the last two years has supported the Saudis in boosting oil prices by curbing oil output, has called time on the production cuts. Vladimir Putin said at the end of May that Moscow would be happier with $60 a barrel than the $80-plus the Saudis are aiming for.

The Saudis duly delivered. In late June they announced that OPEC and its allies will increase production by as much as 1 million barrels a day—equal to about 1 percent of global demand. At the St. Petersburg International Economic Forum, al-Falih pledged to do “whatever is necessary to keep the market in balance,” echoing the famous pledge made by Mario Draghi, the head of the European Central Bank, to save the single currency at the height of the euro crisis in 2012.

All of a sudden, Riyadh couldn’t push for the higher oil prices it needs to achieve the Aramco valuation it wants. “This is a pivotal change from recent months,” says Olivier Jakob, managing director of Swiss-based consultant PetroMatrix GmbH. “We are back to the days when Saudi Arabia had to respond to U.S. requests for a cap on gasoline prices.”

The IPO process started in January 2016, when MBS told the Economist that Riyadh was considering selling shares in Aramco, which the kingdom nationalized in 1976 when it took over the stake of its American owners. “Personally, I’m enthusiastic about this step,” he said. “I believe it is in the interest of the Saudi market, and it is in the interest of Aramco.” Nowhere was the surprise greater than at Aramco itself, where senior officials weren’t expecting the announcement, according to people with direct knowledge of the events who asked not to be named to avoid damaging their relationships with the kingdom.

For months, Saudi officials said again and again the IPO was “on track, on time” for the second half of 2018, with a sale on both the Tawadul, the local stock market, and a foreign stock exchange, most likely New York or London. Late last year, Saudi officials poured cold water on the foreign exchange, sketching a plan for a far less ambitious IPO just in Riyadh.

Then, earlier this year, when it became obvious the process was delayed, officials shifted their narrative, saying the sale would happen “most likely” in 2019. Now the guidance has weakened again. The Saudis are adamant the IPO has simply been delayed rather than canceled. Yet signs the deal is deep in the long grass abound.

Inside Aramco, key executives working on the project have left or moved. Abdullah bin Ibrahim al-Saadan, a 30-year veteran who as chief financial officer was the most senior executive working on the IPO’s day-to-day preparations, left in June to become the chairman of the Royal Commission for Jubail and Yanbu. Aramco has yet to announce a permanent replacement for al-Saadan; another executive is working in an acting capacity as CFO. Motassim al-Maashouq, another key executive on the IPO project, has been asked to take on new responsibilities.

Wall Street is also feeling the delay. In January, Aramco called global banks to pitch for IPO roles, joining the lenders that have so far done most of the preparatory work— JPMorgan Chase, Morgan Stanley, HSBC Bank, Moelis, and Evercore. Nearly six months later, banks hoping to win new mandates, including Goldman Sachs Group and Citigroup, are still waiting for a call from the company. “Without explanation, they’ve gone quiet,” says a banker who’d hoped to participate.

The main problem is valuation. There’s a wide gulf between MBS’s ambitious $2 trillion target—which the prince says is nonnegotiable—and the $1 trillion to $1.5 trillion that most analysts and investors see as more realistic, according to two persons directly involved in the internal discussions. The gap between what the market thinks Aramco is worth and what the Saudi royals want is so wide that, even at the narrowest end it would overshadow the combined value of America’s two largest oil companies—Exxon Mobil and Chevron Corp. In May, al-Falih said the company was ready for an IPO but investors weren’t. “We are ready,” he said. “We’re simply waiting for a market readiness for the IPO.”

The valuation problem has become more visible after Bloomberg News disclosed the first accountings of Aramco since its nationalization almost 40 years ago. The leaked documents included the company’s tax regime, until now secret. The accounts showed that Aramco was the world’s most profitable company, churning out $33.8 billion in net income the first six months of 2017—before taxes. Much of the cash the highly taxed company generates is channeled as royalties into the Saudi government budget. How can investors be sure the government won’t raise taxes on the company to pay for more social or military spending, especially when the government already needs a price of about $80 a barrel to break even?

Even higher oil prices won’t help the valuation as much as they might, because Riyadh has overhauled the royalty system to mean the government gets more cash as crude rises. A marginal rate of 20 percent of revenue is due for oil prices up to $70 a barrel, 40 percent between $70 and $100, and 50 percent above $100. The government also widened the volume of crude covered by the royalties. Previously, the royalty was applied to exports. Now, it’s on production. The increase is almost a third to a fourth of the previous volume covered.

For potential investors, the Aramco conundrum goes beyond the valuation. They may also be spooked by the politics involved in the way oil is priced. Aramco’s production has always been determined by the state; it must fit into what’s decided by OPEC, where Saudi Arabia is the leading member. That creates potential conflicts between what works for the government in Riyadh and what maximizes investor returns.

Fund managers also worry that the value of oil fields could dwindle as governments ramp up their efforts to reduce fossil-fuel consumption to fight climate change. The spread of electric vehicles, for example, will reduce demand growth over the next two decades. In May a group of investors including Standard Life Aberdeen, Fidelity Investments, and Legal & General Group warned oil companies about the risk of global warming. “As long-term investors, representing more than $10.4 trillion in assets,” they said in an open letter, they believed “the case for action on climate change is clear.”

The government has options should it decide to get the IPO done quickly. It could slash tax rates on the company to juice its valuation and look to take the money back in dividends. A face-saving private placement—selling a stake in Aramco to a Chinese enterprise without the public exposure of how much money was actually raised in the transaction—is also possible. Officials have openly discussed a sale—in effect, a distribution of a few shares each to Saudi citizens—that would take place only in the country’s stock market. “I’m sure there will be a form of sale of Saudi Aramco in a market, but it’s unclear which market and exactly how,” says John Browne, who ran British oil giant BP Plc for more than a decade. “I’m reluctant to use the word IPO.”

The once-in-a-generation deal MBS promised in 2016 seems a long way off.

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Problemia Energetici

Tanap. Inaugurato il tratto transanatolico.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-07-03.

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«The Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline (TANAP; Turkish: Trans-Anadolu Doğalgaz Boru Hattı) is a natural gas pipeline in Turkey. It is the central part of the Southern Gas Corridor, which will connect the giant Shah Deniz gas field in Azerbaijan to Europe through the South Caucasus Pipeline, TANAP and the Trans Adriatic Pipeline. The pipeline has a strategic importance for both Azerbaijan and Turkey. It allows the first Azerbaijani gas exports to Europe, beyond Turkey. It also strengthens the role of Turkey as a regional energy hub.

The construction of the 1,841-kilometre (1,144 mi)-long pipeline started in in March 2015 and it was inaugurated in June 2018…..

The pipeline cost US$8.5 billion. $800 million of funding was approved by the International Bank for Reconstruction and Development. ….

The pipeline cost US$8.5 billion. $800 million of funding was approved by the International Bank for Reconstruction and Development.

The capacity of the pipeline is 16 billion cubic metres (570 billion cubic feet) of natural gas per year at initial stage and would be increased later up to 23 billion cubic metres (810 billion cubic feet) by 2023, 31 billion cubic metres (1.1 trillion cubic feet) by 2026, and at the final stage 60 billion cubic metres (2.1 trillion cubic feet) to be able to transport additional gas supplies from Azerbaijan and, if the Trans-Caspian Gas Pipeline, from Turkmenistan. ….

The TANAP is operated by SOCAR, which holds 58% stake in the project. Turkey’s pipeline operator BOTAŞ own 30%, while BP acquired 12% in the project on March 13, 2015. The TANAP project company is headquartered in the Netherlands» [Fonte]

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«Shah Deniz è un giacimento di gas naturale, il più grande dell’Azerbaigian. Si trova a sud-ovest del Mar Caspio, al largo della costa dell’Azerbaigian, a circa 70 km (43 miglia) a sud-est di Baku, a una profondità di 600 metri. Il campo copre circa 860 chilometri quadrati. Estendendosi per oltre 140 chilometri quadrati, il bacino artificiale è simile per dimensioni e forma all’isola di Manhattan. La profondità del mare nella zona del campo varia da 50 a 650 m. L’area della zona portante del gas è di circa 860 km².

È considerato un collegamento fondamentale per il corridoio meridionale del gas, con l’obiettivo di portare volumi aggiuntivi e alternativi di gas naturale verso i paesi membri dell’Unione europea. Geologicamente si riferisce al bacino del petrolio e del gas del Mar Caspio meridionale. Le riserve totali del giacimento sono stimate a 1,2 trilioni di metri cubi di gas naturale e 240 milioni di tonnellate di condensato di gas. Lo sviluppo del giacimento è effettuato da un consorzio, che comprende le seguenti società:

    BP Azerbaigian (25,5%) – operatore

    Statoil Azerbaigian (25,5%)

    SOCAR Azerbaigian (10%)

    Elf Petroleum Azerbaigian (10%)

    LukAgip N.V. (società affiliata di Lukoil, 10%)

    Oil Industries Engineering & Construction (10%)

    Turkish Petroleum Overseas Company Limited (9%) » [Fonte]

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L’Azerbaigian, ufficialmente Repubblica dell’Azerbaigian, è uno stato situato nella regione del Caucaso.

Ricco di petrolio, il paese è situato nell’Asia transcaucasica, a sud dello spartiacque montuoso che lo separa convenzionalmente dall’Europa. Confina con il Mar Caspio a est, con la Russia a nord, la Turchia a ovest, la Georgia a nord-ovest, l’Armenia a ovest e l’Iran a sud.

Ha nove milioni e mezzo di abitanti, un pil ppa pro capite di 17,500 Usd, ed un tasso di fertilità di 2.3.

Non può certo essere considerato uno stato ricco, pur disponendo di grandi giacimenti di petrolio e gas naturale.

Sicuramente i proventi derivanti dal Tanac dovrebbero concorre a migliorare in modo sensibile la situazione economica del paese.

Si noti come il consorzio gestionale sia formato da società a capitale inglese, francese, russo e turko, ed abbia sede nei Paesi Bassi. Quasi invariabilmente gli imprenditori si dimostrano molto più ragionevoli dei rispettivi governi.

Generare ricchezza e posti di lavoro è l’unico mezzo noto per far emergere le popolazioni dalla povertà.


Agenzia Nova. 2018-06-13. Energia: vicepresidente Commissione Ue Sefcovic, inagurazione Tanap è una pietra miliare

Baku, 12 giu 08:52 – (Agenzia Nova) – L’apertura ufficiale del gasdotto transanatolico (Tanap), tratto intermedio del Corridoio meridionale del gas che prevede il trasporto di gas azerbaigiano verso l’Europa, è una pietra miliare. Lo ha dichiarato a Trend il vicepresidente della Commissione europea per l’Unione dell’energia Maros Sefcovic. “Il gasdotto transanatolico, insieme al gasdotto del Caucaso meridionale e al gasdotto transadriatico (Tap), è una parte essenziale del Corridoio meridionale del gas. La sua apertura ufficiale segna quindi una pietra miliare, poiché il gas del Caspio potrà ora arrivare in Turchia su base commerciale”, ha dichiarato il vicepresidente della Commissione europea. “In altre parole, stiamo trasformando le intenzioni in realtà e producendo un altro risultato tangibile sotto l’egida dell’Unione dell’energia”.
“Aiutando a diversificare i nostri fornitori di energia e le rotte, il Corridoio meridionale del gas è strategicamente importante per la sicurezza energetica dell’Ue. Tutti noi guadagneremo da questo ‘ponte’ tra la regione del Caspio e il mercato dell’Unione. È nel nostro comune interesse renderlo un successo”, ha affermato Sefcovic. “Il nostro obiettivo a lungo termine è creare un mercato energetico paneuropeo basato sul libero scambio, sulla concorrenza e su forniture, fonti e rotte diversificate. Ciò dimostra che l’Unione dell’energia non si ferma ai confini dell’Ue e ha una forte dimensione esterna”, ha aggiunto il vicepresidente della Commissione.

Il progetto del Tanap prevede il trasporto di gas dal giacimento azerbaigiano di Shah Deniz ai confini occidentali della Turchia. Il gas sarà consegnato alla Turchia nel 2018. Dopo il completamento della costruzione del Tanap, il gas verrà consegnato in Europa all’inizio del 2020. Lungo 1.850 chilometri, il Tanap avrà una capacità iniziale di 16 miliardi di metri cubi di gas. Circa 6 miliardi di metri cubi di queste forniture dovrebbero essere consegnati alla Turchia, mentre i volumi rimanenti saranno destinati all’Europa. Gli azionisti del Tanap sono: Cjsc col 51 per cento, Socar Turkey Enerji col 7 per cento, Botas col 30 per cento e BP con il 12 per cento.

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Geopolitica Asiatica, Problemia Energetici

Arun. Centrale idroelettrica condivisa tra India e Nepal.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-27.

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«The Arun is the largest trans-Himalayan river passing through Nepal and also has the greatest snow and ice-covered area of any Nepalese river basin. The Arun drains more than half of the area contributing to the Sapta Kosi river system but provides only about a quarter of the total discharge. This apparent contradiction is caused by the location of more than 80 percent of the Arun’s drainage area in the rain shadow of the Himalayas. Average annual rainfall in Tibet is about 300 millimetres (12 in).

The river leaves the Tibet region at a height of about 3,500 metres (11,500 ft) and crosses the main Himalayan ranges. Leaving their rain shadow, the river’s flow increases substantially in the monsoonal climate of east Nepal. The landscape south of the border tends to be steep with less than 15 percent of the area having a sustained slope of less than 15° and is strongly dissected by stream channels. Many of the hill slopes are structurally unstable, and the region is seismically active. The August 1988 Nepal earthquake, with an epicentre more than 50 km south of the Arun basin, had a moment magnitude of 6.9 and resulted in more than 100 deaths in the basin alone.

The northern third of the Nepalese portion of the Arun basin supports a rich, though human-modified, forest of mixed hardwoods, Chir pine, fir, and rhododendron at elevations of over 1,000 metres (3,300 ft). The vegetation in the southern two-thirds of the area has been extensively modified for subsistence agriculture. Most of the half-million people in the Arun basin live in this southern area between 300 metres (980 ft) and 1,000 metres (3,300 ft) in widely scattered villages near the slopes they farm.» [Fonte]

*

«Gross Domestic Product of Nepal grew 0.4% in 2016 compared to last year. This rate is 29 -tenths of one percent less than the figure of 3.3% published in 2015.

The GDP figure in 2016 was $21,132 million, Nepal is number 108 in the ranking of GDP of the 196 countries that we publish. The absolute value of GDP in Nepal dropped $279 million with respect to 2015.

The GDP per capita of Nepal in 2016 was $729, $18 less than in 2015, when it was $747. To view the evolution of the GDP per capita, it is interesting to look back a few years and compare these data with those of 2006 when the GDP per capita in Nepal was $349.

If we order the countries according to their GDP per capita, Nepal is in 174 th position. According to this parameter, its population is among the poorest of the 196 countries whose GDP we publish.

Here we show you the progression of the GDP in Nepal. You can see GDP in other countries in GDP and see all the economic information about Nepal in Nepal’s economy.» [Fonte]

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Il Nepal è un paese misero e con un clima ai limiti della umana sopravvivenza. Molto difficile impiantarvi una qualsiasi attività produttiva. A ciò si aggiungano le tensioni con i paesi limitrofi: questioni talora secolari divenute oramai quasi connaturate nel modo di pensare della gente.

Il Nepal, pur essendo sovrabbondante di acque, ha acquedotti fatiscenti, di conseguenza ha una rete nera primordiale, e manca drammaticamente di strade, strade ferrate ed energia.

In questa situazione non ci si stupisce che il pil procapite sia infimo: 241$ nel 2000, saliti faticosamente a 729$ nel 2016.

Di questi giorni una buona notizia.

Dopo quasi dieci anni di colloqui diplomatici, il Nepal ha stretto un accordo con l’India. Mr Modi si è recato in visita al suo Collega in Nepal.

«I due capi di governo, da remoto, daranno il via alla posa delle fondamenta della centrale idroelettrica Arun III, della capacità di 900 megawatt, sul fiume Arun, nel distretto di Sankhuwasabha, dopo un iter iniziato quasi dieci anni fa.»

*

«Alla realizzazione della struttura sarà destinato il più grande investimento estero diretto indiano nel paese himalayano: 1,4 miliardi di dollari. L’accordo finanziario dovrà essere concluso entro il 29 settembre. Inoltre, il progetto si avvarrà dell’assistenza della Banca mondiale»

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«L’impianto sarà orientato all’esportazione: venderà elettricità all’India; i termini finanziari devono ancora essere concordati con le utility indiane.»

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«Il governo nepalese beneficerà di royalty, tasse, tariffe e di una quota di energia per il periodo della concessione, di 25 anni, per un valore di 348 miliardi di rupie nepalesi, circa 2,7 miliardi di euro. Il Nepal otterrà senza costi il 21,9 per cento dell’energia prodotta, pari a 197 megawatt»

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In parole povere: il Nepal mette a disposizione le proprie risorse orografiche permettendone lo sfruttamento agli indiani, che in cambio si sono assunti l’onere della costruzione della centrale elettrica e di lasciare poi 197 megawatt al Nepal per ciascuno dei venticinque anni di contratto.

Ci guadagna l’India, ci guadagna il Nepal. È un contratto perfetto.


→ Agenzia Nova. 2018-05-09. Nepal-India: visita Modi, al via i lavori per la centrale idroelettrica Arun-III

Katmandu, 09 mag 15:08 – (Agenzia Nova) – Il ministro degli Esteri del Nepal, Pradeep Kumar Gyawali, ha informato oggi il parlamento nepalese del programma della visita ufficiale del premier dell’India, Narendra Modi, l’11 e 12 maggio. Il leader indiano inizierà il viaggio da Janakpur, dove sarà accolto dal capo del governo statale del Pradesh 2, Lal Babu Raut, e sarà ospite d’onore di una cerimonia organizzata dall’amministrazione comunale; poi, con l’omologo Khadga Prasad Sharma Oli, visiterà il tempio induista di Janaki, che sarà incluso nel circuito indiano di pellegrinaggi Ramayan; inoltre, sarà inaugurato il collegamento autobus Janakpur-Ayodhya. Modi si trasferirà, quindi, a Katmandu, dove firmerà accordi bilaterali e incontrerà la presidente della Repubblica, Bidhya Devi Bhandari, e il suo vice, Nanda Bahadur Pun. Anche nella capitale gli sarà riservata una cerimonia d’onore. Il giorno seguente il capo dell’esecutivo di Nuova Delhi si recherà al tempio di Muktinath, nel distretto del Mustang; lì incontrerà anche esponenti di partiti espressione della comunità madhese, prima di rientrare in India.

Ieri, in vista dell’arrivo di Modi, Oli ha avuto un incontro con ex primi ministri (Pushpa Kamal Dahal, Sher Bahadur Deuba, Baburam Bhattarai, Lokendra Bahadur Chand, Madhav Kumar) ed ex ministri degli Esteri (Narayan Kaji Shrestha, Bhekh Bahadur Thapa, Mahendra Bahadur Pandey, Bhim Rawal), ai quali ha chiesto suggerimenti sulle questioni da affrontare con l’ospite e su come promuovere al meglio gli interessi nazionali. I temi dei colloqui bilaterali spazieranno dalle acque interne ai trasporti ferroviari, dall’agricoltura all’energia. I due capi di governo, da remoto, daranno il via alla posa delle fondamenta della centrale idroelettrica Arun III, della capacità di 900 megawatt, sul fiume Arun, nel distretto di Sankhuwasabha, dopo un iter iniziato quasi dieci anni fa.

Pochi giorni fa il Consiglio per gli investimenti del Nepal ha dato il via libera al progetto, rilasciando la licenza di produzione alla Sjvn Arun-III Power Development Company, sussidiaria della compagnia pubblica indiana Satluj Jal Vidyut Nigam. Alla realizzazione della struttura sarà destinato il più grande investimento estero diretto indiano nel paese himalayano: 1,4 miliardi di dollari. L’accordo finanziario dovrà essere concluso entro il 29 settembre. Inoltre, il progetto si avvarrà dell’assistenza della Banca mondiale. I contratti per la costruzione dei primi due lotti – diga e centrale – sono già stati assegnati.

I lavori dovrebbero essere completati entro cinque anni. L’impianto sarà orientato all’esportazione: venderà elettricità all’India; i termini finanziari devono ancora essere concordati con le utility indiane. Il governo nepalese beneficerà di royalty, tasse, tariffe e di una quota di energia per il periodo della concessione, di 25 anni, per un valore di 348 miliardi di rupie nepalesi, circa 2,7 miliardi di euro. Il Nepal otterrà senza costi il 21,9 per cento dell’energia prodotta, pari a 197 megawatt.

La visita di Modi, la terza nel paese himalayano, a meno di un mese da quella di Oli in India, è attesa come un’altra tappa nel processo di ritorno alla normalità delle relazioni bilaterali, dopo le frizioni degli ultimi anni. I due paesi sono alleati storici, ma i loro rapporti hanno registrato un picco negativo nel 2015: la chiusura delle frontiere da parte indiana dopo gli scontri scoppiati nel Nepal in seguito all’approvazione della nuova Costituzione, chiusura che lasciò il paese himalayano senza rifornimenti di carburanti e farmaci. All’epoca, tra l’altro, Nuova Delhi si limitò a prendere atto di quella riforma costituzionale senza accoglierla con favore, posizione percepita come un sostegno alla comunità madhese, quella più contraria, a causa di rivendicazioni territoriali, alla nuova carta fondamentale, accettata solo dopo alcuni emendamenti.

Nelle prime elezioni seguite all’adozione della Costituzione che ha dato al paese un assetto federale si è imposta l’alleanza tra il Partito comunista del Nepal marxista-leninista unificato (Cpn-Uml) e il Partito comunista del Nepal – Centro maoista (Cpn-Cm), coalizione considerata filocinese. Dopo una campagna elettorale dai toni critici contro Nuova Delhi, è tornato al potere il presidente dell’Uml, partito di maggioranza relativa, Oli, lo stesso che aveva governato nel 2015-16 e attribuito la fine di quel governo a “forze esterne” ovvero a interferenze indiane.

Dopo le elezioni, tuttavia, è iniziata la distensione, sancita dall’incontro tra Modi e Oli a Nuova Delhi e dalla firma di accordi di cooperazione in materia di agricoltura e connettività. Nella dichiarazione congiunta i due leader hanno ribadito “una stretta e amichevole relazione costruita sulle solide fondamenta di legami storici e culturali condivisi”. In particolare, Oli ha assicurato che il suo governo attribuisce grande importanza all’ulteriore rafforzamento dei rapporti, mentre Modi ha confermato che il Nepal rientra nella sua politica di vicinato all’insegna del principio “tutti insieme, progresso per tutti”. “Siamo col Nepal nella sua ricerca della prosperità”, ha sintetizzato il leader indiano, garantendo l’impegno di Nuova Delhi per lo sviluppo del paese partner.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Problemia Energetici

Germania. Non ridurrà le emissioni di gas a effetto serra al 2020.

Giuseppe Sandro Mela

2018-06-19.

Clima 001

Lo avevano già annunciato da tempo.

Merkel. «Tedeschi, volete ‘clima’ od acciaio?»

Merkel & Schulz. Clima addio. Avevano scherzato. Più tasse.

«Germany’s would-be coalition partners have agreed to drop plans to lower carbon dioxide emissions by 40 percent from 1990 levels by 2020»

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«the targeted cut in emissions could no longer be achieved by 2020»

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«The deal would represent something of a U-turn for Merkel, who has long presented herself as an advocate of climate protection policies on the international stage»

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Di questi giorni arriva il mesto annuncio.

«The German government set itself the goal of reducing national greenhouse gas emissions until 2020 by 40 percent compared to 1990 levels»

*

«Germany is set to miss its 2020 greenhouse gas emissions target by 8 percent, according to German weekly magazine Der Spiegel»

*

«The climate protection report shows a gigantic gap between the government’s words and deeds when it comes to climate protection»

* * * * * * *

In parole poverissime, il traguardo prefissato era una pura e semplice utopia.

Se si potessero usare termini più propri, un delirio schizofrenico con screzio paranoide.

Delirio che però andava e va benissimo per bacchettare a destra e sinistra tutti gli altri stati, rei di non considerare nella sua gravità il problema del ‘clima’.

Traducendo dal linguaggio della Bundeskanzlerin Frau Merkel a linguaggio comune, la Germania continui a produrre imperterrita mentre gli altri chiudono gli stabilimenti perché inquinano.


Deutsche Welle. 2018-06-13. Germany to miss 2020 greenhouse gas emissions target

Economic and population growth are to blame for Germany missing its climate protection target. One of the leaders of the Greens said figures show that Chancellor Angela Merkel has more bark than bite on climate change.

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Germany is set to miss its 2020 greenhouse gas emissions target by 8 percent, according to German weekly magazine Der Spiegel.

The German government set itself the goal of reducing national greenhouse gas emissions until 2020 by 40 percent compared to 1990 levels.

But a draft government report estimates that the country will only be able to reduce emissions by 32 percent. Officials had previously estimated a shortfall of 5 percent to 8 percent.

The document blames “unexpected economic developments and unexpected population growth” for the failure to meet the target. Increased economic activity and strong population growth generally cause an uptick in emissions due to increased use of fossil fuel energy.

“The climate protection report shows a gigantic gap between the government’s words and deeds when it comes to climate protection,” the German branch of the environmental protection group WWF said in a statement. “It’s a 120-decibel alarm and the government has to show it has heard it.”

Green Party leader lashes out at Merkel

Annalena Baerbock, co-leader of the Green Party, told Der Spiegel that the figures were proof Chancellor Angela Merkel, who has long championed the fight against climate change, “says a lot about the climate, but delivers very little.”

The new figures came a day after the Organization for Economic Cooperation and Development (OECD) said Germany needed to do more to realize its climate change goals.

The OECD also cited strong economic growth as a challenge to meeting emissions targets. Traffic emissions had increased as well, it said, presenting another problem for the country’s ability to meet its commitments.

Pubblicato in: Cina, Problemia Energetici, Russia

Russia – Cina. Accordo per costruire reattori nucleari di nuova generazione.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-15.

Cina. Centrali atomiche. 001

La Cina è un paese da oltre un miliardo e trecento milioni di abitanti: nel breve volgere di trenta anni è passata da un paese misero ad essere la prima potenza economica mondiali, se misurata come pil ppa.

Di questi tempi ha varato un grandioso progetto per fare emergere dalla povertà nella fascia della classe media circa seicento milioni di persone. Si delinea quindi un mercato interno di dimensioni quasi eguali a quelle di tutto l’occidente considerato assieme.

Cina ed emersione dalla povertà rurale.

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A parte il carbone, la Cina non dispone di significative quantità di energetici estrattivi, ed infatti è il maggiore importatore mondiale di petrolio e gas naturale.

Dimenticate Russia, Arabia, Iran, Opec. È la Cina che fa i prezzi del petrolio.

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Per queste considerazioni la Cina ha come passo obbligato il dotarsi di una consistente quantità di centrali atomiche.

Cina. Centrali elettriche nucleari. 37 reattori attivi, 60 in costruzione, 179 programmati.

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«China’s nuclear industry has grown from its experience importing technology sold by foreign companies hoping to benefit from booming demand in the world’s largest energy consumer»

*

«The nation’s ambitions to build out its nuclear power industry at home, and sell its own technology abroad, is beginning to overcome cost overruns and tighter regulations.»

*

«Deal signed in Beijing to build four Rosatom-designed reactors. Nations set to build two VVER-1200s at Xudabao, two at Tianwan»

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«China has agreed to pursue building next-generation nuclear reactors designed by Russia’s Rosatom Corp., the latest player seeking a boost for its new technology from China’s embrace of atomic power»

*

«The agreements are worth more than 20 billion yuan ($3.1 billion) and total construction costs could exceed 100 billion yuan, according to China National Nuclear Corp., adding it’s the biggest nuclear pact ever between the two countries»

*

«As part of the agreements signed Friday, the countries will seek to build two Russian VVER-1200 units at the Xudabao power plant in China’s Liaoning province and two more at Tianwan in Jiangsu, according to a statement from Moscow-based Rosatom»

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Questa notizia dovrebbe dare da pensare a molti.

Sul mercato mondiale l’occidente è rappresentato soltanto dalla Westinghouse Electric Co., la quale però sta vincendo sempre meno commissioni e virtualmente è impossibilitata a costruire reattori in patria. In una situazione del genere i suoi prodotti diventano presto obsoleti e poco competitivi.

Se è vero che la Korea del Sud riesce ancora a reggere sul mercato del nucleare, sarebbe altrettanto vero constatare come sia specializzata in reattori atomici di bassa – media potenza. Un’offerta che può soddisfare molte esigenze locoregionali, ma non certo le richieste energetiche della Cina.

A parte il fatto che i reattori della Rosatom siano allo stato dell’arte, in pratica sono gli unici acquistabili sul mercato e con solide garanzie della manutenzione.

La prima centrale nucleare in Egitto a firma russa

La politica nucleare di Putin tra Nordafrica e Medio Oriente

Nucleare: Intesa tra Russia e Sud Africa per la costruzione di nuovi reattori nucleari (9,6 GW)

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L’occidente ha abbandonato per motivazioni ideologiche un settore altamente strategico nelle mani dei russi e dei cinesi.

È stato dissipato un know-how di difficile e costosa acquisizione con una leggerezza difficilmente comprensibile.


Bloomberg. 2018-06-09. Russia Joins China’s Race for Next-Generation Nuclear Reactors

– Deal signed in Beijing to build four Rosatom-designed reactors

– Nations set to build two VVER-1200s at Xudabao, two at Tianwan

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China has agreed to pursue building next-generation nuclear reactors designed by Russia’s Rosatom Corp., the latest player seeking a boost for its new technology from China’s embrace of atomic power.

A plan to build four Russian units was among four deals signed Friday during a ceremony in Beijing attended by presidents Xi Jinping and Vladimir Putin. The agreements are worth more than 20 billion yuan ($3.1 billion) and total construction costs could exceed 100 billion yuan, according to China National Nuclear Corp., adding it’s the biggest nuclear pact ever between the two countries. China will finance the reactor construction, Rosatom Chief Executive Officer Alexey Likhachev said after the ceremony.

China’s nuclear industry has grown from its experience importing technology sold by foreign companies hoping to benefit from booming demand in the world’s largest energy consumer. The nation’s ambitions to build out its nuclear power industry at home, and sell its own technology abroad, is beginning to overcome cost overruns and tighter regulations.

The nation signaled in March it would end a multiyear freeze on new reactor construction this year, and a month later approved the fuel-loading of Westinghouse Electric Co.’s AP1000 in Zhejiang province’s Sanmen and French-designed EPR in Guangdong’s Taishan. That paves the way for startups within months, which would be the first successful operations globally for units of their kind.

Russian Reactors

As part of the agreements signed Friday, the countries will seek to build two Russian VVER-1200 units at the Xudabao power plant in China’s Liaoning province and two more at Tianwan in Jiangsu, according to a statement from Moscow-based Rosatom.

China already uses some of Russia’s older technology. Two VVER-1000 units at Tianwan started in 2007, and a third was connected to the grid in December, Rosatom said.

“Tianwan has been a testing ground for Russian nuclear technology,” said Snowy Yao, an analyst at China Securities International Finance Holding Co. “China looks willing to try out all the latest designs before endorsing a winner.”

The two countries also on Friday signed deals for the supply of equipment, fuel and services for the CFR-600 fast reactor pilot project developed by state-owned CNNC, as well as the supply of generator parts for China’s lunar exploration program.

China previously signed a contract with Westinghouse to build two units at Xudabao, according to a World Nuclear Association report in October 2016. They were among six AP1000 reactors planned for the site, it said. A Beijing-based Westinghouse spokesman declined to comment Friday.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Problemia Energetici, Unione Europea

Germania. ‘Jobs first, then the climate’. I tedeschi copiano Mr Trump.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-08.

2018-06-06__Germania__Lignite__001

«Germany is about to appoint a commission that will plan how the country is to give up coal. But it’s already under fire for prioritizing the economy over the environment»

*

«No other country burns as much lignite as Germany. Around a quarter of German electricity comes from the carbon-heavy fuel, also known as brown coal.»

*

«Government advisors have already warned that Germany can only meet its climate goals by shutting down the most inefficient — and therefore climate-damaging — plants by 2020.»

*

«the commission’s mandate prioritizes industry over the climate»

*

«Chancellor Angela Merkel’s conservative CDU/CSU parties, on the other hand, argue it’s only right that climate protection isn’t allowed to trump economic concerns»

*

«What’s holding the government back isn’t so much the prospect of blackouts than mass layoffs from a sector that is strongly unionized»

*

«Around 20,000 people work in Germany’s lignite industry. Compared to the 340,000 jobs in the renewables, that’s a small number. But coal workers have traditionally been well organized in labor unions that have strong connections to political parties»

*

«Saxony, Brandenburg and Thuringia, all of which are home to lignite mines , have regional elections coming up next year.»

* * * * * * * *

Ricapitoliamo.

In Germania le centrali elettriche a lignite generano un po’ più del venticinque percento del fabbisogno, occupando direttamente circa 20,000 persone, ma con un indotto che si estende a quasi 100,000 lavoratori.

Chiudere le centrali a lignite porrebbe almeno due problemi:

– sostituirle con centrali allo stato dell’arte, da costruirsi ovviamente prima di chiudere i vecchi impianti, cosa che richiede almeno un lustro;

– come riconvertire coloro che lavorano direttamente oppure indirettamente per le centrali a lignite, dall’estrazione alla combustione.

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La scelta sembrerebbe essere obbligata, date anche le incombenti elezioni che, stando le proiezioni, dovrebbe bastonare ulteriormente la Große Koalition e far cresce AfD.

Di conseguenza, clima al macero.

«the commission’s mandate prioritizes industry over the climate»

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Ma quando era Mr Trump a dire queste cose non era una orripilante eresia?


Deutsche Welle. 2018-06-05. Germany’s coal exit: jobs first, then the climate

Germany is about to appoint a commission that will plan how the country is to give up coal. But it’s already under fire for prioritizing the economy over the environment.

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No other country burns as much lignite as Germany. Around a quarter of German electricity comes from the carbon-heavy fuel, also known as brown coal.

It’s cheap, it’s mined domestically and it’s responsible for around 20 percent of the country’s greenhouse gas emissions. If Germany is serious about its target of cutting its emissions to half what they were in 1990 by 2030, lignite has to go.

Government advisors have already warned that Germany can only meet its climate goals by shutting down the most inefficient — and therefore climate-damaging — plants by 2020.

Yet politicians have dithered. Now, a government-appointed commission is take responsibility for planning the country’s exit from coal, and setting a deadline to quit the dirty fuel for good. 

Who exactly will be on the commission and what their mandate will be has been almost as controversial as the big questions it must address. The government has already postponed appointing the commission’s leadership three times — to a chorus of criticism from all sides.

Industry over climate

The Green party and environmental groups complain the commission’s mandate prioritizes industry over the climate. Chancellor Angela Merkel’s conservative CDU/CSU parties, on the other hand, argue it’s only right that climate protection isn’t allowed to trump economic concerns.

“The priority of the commission is structural change. That is important, and we totally support that, but we worry that it will be more important than climate protection,” Tina Löffelsend, climate expert at the environment group Friends of the Earth Germany (BUND), told DW.

“We shouldn’t forget that protecting the climate and reaching the national climate goals are the main reason the commission was created,” she added.

Recent weeks have also seen fierce debate over the commission’s structure and membership.

Although not yet officially confirmed, four people are expected to lead the commission, which will also include representatives of eight federal ministries and six federal states — including those that produce coal — as well as more than 20 environmental organizations, unions, research institutes, and other lobby groups with diverse interests.

Critics say the commission has taken on “monstrous proportions” that will cripple its ability to make decisions.

“Everyone wants to have a say but no one is responsible for actually delivering results,” Michael Schäfer, climate expert at WWF, told DW.

Schäfer still hopes the government will trim membership, warning it will otherwise have little chance of success.

Strong coal unions
A recent study by Friends of the Earth Germany found that the country could shut down its dirtiest coal power plants and all its nuclear power stations at once, and still have a reliable energy supply.

What’s holding the government back isn’t so much the prospect of blackouts than mass layoffs from a sector that is strongly unionized, according to Sabrina Schulz, energy expert at the think tank E3G.

Around 20,000 people work in Germany’s lignite industry. Compared to the 340,000 jobs in the renewables, that’s a small number. But coal workers have traditionally been well organized in labor unions that have strong connections to political parties — particularly the conservatives’ junior coalition partner, the Social Democrats (SPD).

“Traditionally, politicians have told the coal industry what they want to hear,” Schulz told DW. “I don’t want to say they are bought. But over the years, a system has developed and worked well. This tradition continues.”

Saxony, Brandenburg and Thuringia,  all of which are home to lignite mines , have regional elections coming up next year. 

Politicians might very well be asking themselves, “Is this the right moment to tell people that lignite is over and they have no alternatives to offer?” Schulz says.

Last year, the Federal Ministry of Economics and Energy set up working groups in Germany’s four brown-coal regions and gave them two years to submit possible alternative industries.

Wider public in favor of coal exit

Quitting coal may not win votes in the regions that depend on it. But the wider German public is in favor.

According to a survey by the University of St. Gallen in Switzerland, 75 percent of Germans want their government to set the ball rolling for a coal exit as soon as possible, and would even accept a slight increase in energy prices as a result. 

“The exit is not only urgently needed because of global warming but also supported by a majority in Germany,” says Anike Peters, energy expert at Greenpeace, which commissioned the survey. “Many regard it as an opportunity to modernize the country.”

“Chancellor Merkel should take the people’s will seriously,” Peters added.

Almost 100,000 Germans recently signed an online petition calling on their government to adopt an effective climate protection bill. In late May, environmental organization WWF presented the petition to the federal economy and environment ministries. 

Now everyone is waiting for the coal commission to start its work. It is expected to deliver preliminary results at the end of October.

Pubblicato in: Cina, Problemia Energetici

Cina. Arabia Saudita accetta i petro-yuan

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-28.

Pechino-Cina

Tutta questa complessa problematica sarebbe facilmente comprensibile rileggendo, e meditando, questi scarni dati  pubblicati dall’International Monetary Fund World Economic Outlook (October – 2017).

Le proiezioni al 2022 danno la Cina ad un pil ppa di 34,465 (20.54%) miliardi di Usd, gli Stati Uniti di 23,505 (14.01%), e l’India di 15,262 9.10%) Usd. Seguono Giappone con 6,163 (3.67%),  Germania (4.932%), Regno Unito 3,456 (2.06%), Francia 3,427 (2.04%), Italia 2,677 (1.60%). Russia 4.771 (2.84%) e Brasile 3,915 (2.33%).

I paesi del G7 produrranno 46,293 (27.59%) mld Usd del pil mondiale, mentre i paesi del Brics renderanno conto di 59,331 mld Usd (35.36%).

– Gli Stati Uniti non sono più la prima potenza economica mondiale, contano il 14.01% quando la Cina raggiunge il 20.54%.

– Ma assieme agli Stati Uniti tutto il sistema economico occidentale non funziona più come in passato: i paesi afferenti il G7 costituiscono il 27.59% del pil ppa mondiale contro il 35.36% dei paesi del Brics.

Dimenticate Russia, Arabia, Iran, Opec. È la Cina che fa i prezzi del petrolio.

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Volenti o nolenti si sta chiudendo il periodo in cui il dollaro americano era l’unica valuta usata per gli scambi internazionali. Questo non significa certo che lo yuan abbia soppiantato già il dollaro, ma la strada è questa.

La convivenza non sarà certo facile.

The Risks of the China-Saudi Arabia Partnership

Lead Story: China acts to make petro-yuan a reality

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«Già nel 2015 la Cina è diventata il primo importatore di greggio saudita e ha scavalcato gli Stati Uniti. Il trend si è consolidato.»

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«Nel 2017 l’Arabia Saudita, primo esportatore al mondo con una media 7 milioni di barili al giorno, ne ha venduti 1.070.000 alla Cina e soltanto 950.000 agli Usa»

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«E’ una «spinta verso Est» che rende sempre più importanti i rapporti fra i due Paesi: sono su fronti geopolitici diversi ma complementari dal punto di vista economico»

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«Per cementare gli scambi Pechino e Riad hanno deciso di lanciare contratti denominati in yuan, e ancorati all’oro, sullo Shanghai Energy Stock Exchange. I contratti in «petro-yuan» hanno debuttato il 26 marzo e i contratti futures sono stati subito trattati da giganti finanziari come Glencore e Trafigura.»

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«A maggio gli Shanghai crude oil futures sono arrivati a coprire il 12 per cento del mercato mondiale, in crescita dall’8 per cento di marzo e con un raddoppio degli scambi settimanali. Il prezzo del barile denominato in yuan ha oscillato in questi due mesi fra i 429 e 447 yuan»

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Le conseguenze non sono però solo contabili oppure economiche: potrebbero essere anche politiche, e di gran peso.

«l’Iran potrebbe aggirare le sanzioni vendendo il greggio in Asia senza usare la valuta americana»

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In una simile situazione, il peso di eventuali sanzioni imposte, per esempio, all’Iran potrebbe essere sostanzialmente ridotto, per non dire vanificato.

Si dovrebbe prendere atto come l’Occidente non abbia più la possibilità di imporre le sue scelte né con mezzi militari né con mezzi economici.

Restano aperte le strade maestre della diplomazia, questo sicuramente, ma questa via presupporrebbe una reciproca accettazione, punto nodale sul qual l’Occidente è troppo spesso andato oltre il lecito.


La Stampa. 2018-05-28. I petrodollari tramontano, lo yuan cinese conquista Riad

E l’Iran potrebbe aggirare le sanzioni vendendo il greggio in Asia senza usare la valuta americana.

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La Cina si avvicina all’Arabia Saudita e lancia la sfida al cuore dell’egemonia statunitense nell’economia mondiale, i petrodollari. Una svolta che potrebbe anche rendere meno efficaci le sanzioni all’Iran. Dal giugno 1974, dopo la prima crisi petrolifera, un patto di ferro siglato dall’allora presidente Richard Nixon e Re Faisal d’Arabia, ha stabilito che gli acquisti di greggio sul mercato del Golfo dovessero essere effettuati con il biglietto verde. Da quei Paesi arriva un quarto della produzione e metà delle esportazioni di petrolio al mondo e questo ha dato alla moneta di Washington un vantaggio su tutte le altre. Ma lo scorso dicembre, in un incontro fra il nuovo ministro delle Finanze saudita, Mohammed Al-Jadaan, e il governatore della Banca centrale cinese Zhou Xiaochuan, per la prima volta si è affacciato un concorrente. Pechino. 

Già nel 2015 la Cina è diventata il primo importatore di greggio saudita e ha scavalcato gli Stati Uniti. Il trend si è consolidato. Nel 2017 l’Arabia Saudita, primo esportatore al mondo con una media 7 milioni di barili al giorno, ne ha venduti 1.070.000 alla Cina e soltanto 950.000 agli Usa. La Cina, primo importatore al mondo con acquisti per 8,6 milioni di barili al giorno, ne ha comprati 1,1 milioni da Riad, scavalcata l’anno scorso dalla Russia con 1,2 milioni. E’ una «spinta verso Est» che rende sempre più importanti i rapporti fra i due Paesi: sono su fronti geopolitici diversi ma complementari dal punto di vista economico. Per cementare gli scambi Pechino e Riad hanno deciso di lanciare contratti denominati in yuan, e ancorati all’oro, sullo Shanghai Energy Stock Exchange. I contratti in «petro-yuan» hanno debuttato il 26 marzo e i contratti futures sono stati subito trattati da giganti finanziari come Glencore e Trafigura.  

E’ stato un debutto con i fuochi di artificio. A maggio gli Shanghai crude oil futures sono arrivati a coprire il 12 per cento del mercato mondiale, in crescita dall’8 per cento di marzo e con un raddoppio degli scambi settimanali. Il prezzo del barile denominato in yuan ha oscillato in questi due mesi fra i 429 e 447 yuan, con una quotazione a metà strada fra il prezzo del Brent europeo e il Wti americano, come ha notato il portale geopolitico francese Leap. Il vantaggio per la Cina è che non deve più acquistare dollari per comprare greggio mentre per l’Arabia Saudita la scelta riflette la nuova realtà del mercato, con due terzi delle esportazioni che vanno oramai verso l’Asia. La Cina è poi un partner «più accomodante» dal punto di vista politico, non chiede rispetto dei diritti umani o riforme in senso liberale dell’economia. Ed è per questo che il Fondo sovrano China Investment Corporation è visto come favorito per l’acquisto del 5 per cento della compagnia petrolifera saudita, l’Aramco, un affare da 100 miliardi. 

Ma il boom dei petro-yuan è legato anche alle nuove sanzioni americane all’Iran. Già nel 2012, all’inizio del nuovo round di restrizioni durate fino all’accordo sul nucleare del 2015, Pechino aveva cominciato a comprare greggio iraniano in yuan. Ora gli scambi che potrebbero arrivare all’equivalente di 30-40 miliardi all’anno perché Teheran cercherà di sostituire i mercati europei con quello cinese, sempre più assetato, tanto che nel primi mesi del 2018 le importazioni hanno superato i 9 milioni di barili al giorno. E’ probabile quindi che l’esperimento dei petro-yuan sia esteso all’Iran, in modo da aggirare le sanzioni americane, che si applicano ai contratti denominati in dollari. Questo spiega l’effervescenza della Borsa petrolifera di Shanghai, partita con «un rombo di tuono», come ha commentato l’agenzia broker di Singapore Oanda. Shanghai potrebbe presto rivaleggiare «con i due mercati di riferimento» per il greggio, il Brent a Londra e il Wti americano. E il re petrodollaro rischia di perdere lo scettro. 

Pubblicato in: Problemia Energetici, Russia

Russia. Akademik Lomonosov. Prima centrale atomica mobile e galleggiante.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-28.

2018-05-22__Akademik Lomonosov __001

«La centrale nucleare galleggiante russa, il cui primo modello entrerà in funzione alla fine del 2019, è il primo progetto di una serie di unità mobili a bassa potenza trasportabili senza analoghi al mondo. Ne ha parlato a Sputnik Mikhail Evgenyev, project manager presso l’Istituto di Energia Nucleare di Atomenergomash.

“L’obiettivo principale del progetto è quello di creare una fonte di energia efficiente e sicura per garantire calore ed energia elettrica affidabile tutto l’anno ai consumatori in aree difficili da raggiungere, come la Regione del Nord, l’Estremo Oriente, ecc., Dove la fornitura di combustibili organici è difficile e costosa”, ha detto l’esperto.

Le centrali nucleari galleggianti sono una promettente fonte di energia anche per le aree remote dove l’energia è necessaria per un periodo limitato, ad esempio per i lavori di costruzione o per soddisfare le esigenze dell’industria nel campo della cogenerazione, ad esempio la produzione idrogeno o la dissalazione dell’acqua.

La centrale nucleare galleggiante può fungere da fonte di energia per grandi impianti industriali ad alta intensità energetica che coprono le proprie esigenze di energia elettrica attraverso la generazione di diesel, in particolare nel settore minerario. Come avviene in Indonesia, Vietnam, Sud Africa, Ghana, Messico, Brasile, Perù, Cile e altri paesi.» [Fonte]

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Lo sfruttamento industriale, specie quello minerario, richiede grandi quantità di energia. Tuttavia spesso le risorse sono disponibili in zone ove sarebbe impensabile per motivi climatici ed economici poter installare centrali elettriche tradizionali. Si pensi anche alla necessità dei rifornimenti di combustibile.

Quando poi si parli di zone sopra il circolo polare artico, l’ambiente avverso ed il clima quasi proibitivo generano difficoltà energetiche ancora maggiori, aggiungendosi la esigenza di utilizzo della corrente per riscaldamento e quella di illuminare a giorno la zona di lavoro durante la lunga notte invernale.

La soluzione identificata con la Akademik Lomonosov sembrerebbe essere particolarmente interessante.

«a floating nuclear power station …. The 144-by-30-metre (472-by-98-foot) barge holds two reactors with two 35 megawatt nuclear reactors that are similar to those used to power icebreaker ships …. The barge can produce enough electricity to power a town of 200,000 residents, far more than the 5,000 living in Russia’s northernmost town»

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Un aspetto che rende ancor più interessante questo progetto è legato alla facilità della manutenzione: quella ordinaria può essere eseguita in loco, ma per interventi maggiori si può rimorchiare l’interno complesso in un bacino di carenaggio appositamente attrezzato.

«China is also building a floating nuclear power plant»


South China Morning Post. 2018-05-19. Russia launches world’s first floating nuclear power station as part of its plan to develop oil resources in Arctic

As Russia is forced to push further north into the Arctic in the search for oil and gas, it needs electricity in far-flung locations.

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To meet its growing electricity needs in its drive to develop oil resources in remote Arctic regions, Russia has built a floating nuclear power station, a project that detractors deride as a “Chernobyl on ice”.

Built in Saint Petersburg, the Akademik Lomonosov is currently moored in Murmansk where it is being loaded with nuclear fuel before heading to eastern Siberia.

On Saturday, head of state nuclear power firm Rosatom unveiled the brown-and-mustard-painted facility in the city’s estuary as an orchestra played the national anthem.

Rosatom chief Alexei Likhachev hailed the new power station as “a new world first,” which he said “underlines the undoubted leading role of Rosatom and the Russian nuclear energy sector on the global agenda.”

“I hope today will be a symbolic day for the Arctic,” Likhachev said, adding that Rosatom “is setting a trend, a demand for medium-capacity nuclear facilities, mobile facilities, for many decades ahead.”

The 144-by-30-metre (472-by-98-foot) barge holds two reactors with two 35 megawatt nuclear reactors that are similar to those used to power icebreaker ships.

The Akademik Lomonosov will be towed in the summer of 2019 to the port of Pevek in the autonomous Chukotka region in Russia’s extreme northeast.

The barge can produce enough electricity to power a town of 200,000 residents, far more than the 5,000 living in Russia’s northernmost town. But Akademik Lomonosov isn’t in Pevek to just keep the lights on in homes.

As Russia is forced to push further north into the Arctic in the search for oil and gas, it needs electricity in far-flung locations.

“The idea is to have low-capacity, mobile power plants that can be used in the Russian Arctic where large amounts of electricity aren’t needed” and the construction of a conventional power station would be complicated and costly, said Sergei Kondratyev at the Institute for Energy and Finance in Moscow.

“The alternatives are coal, gas and diesel. But diesel is very costly,” he said, while the gas needs to be delivered as liquefied natural gas or LNG.

Vitaly Trutnev, who is in charge of the construction and operation of floating nuclear power stations at Rosatom, said such units would “supply electricity and heat to the most remote regions, supporting also growth and sustainable development.”

He said use of such floating reactors can save 50,000 tonnes of carbon dioxide emissions per year.

The Akademik Lomonosov is set to replace an ageing nuclear reactor and a coal-fired power plant which are both located in Chukotka.

Trutnev said the barge has “the latest security systems and should be one of the safest nuclear installations in the world.”

Activists at the environmental group Greenpeace are not convinced and call for international monitoring.

They fear that the Akademik Lomonosov could become a “nuclear Titanic” or a “Chernobyl on ice” 32 years after the Soviet nuclear disaster.

Greenpeace Russia’s Rashid Alimov said that accidents are possible at all nuclear power plants, but that the barge “will be especially sensitive to storms, environmental phenomena and threats such as terrorism.”

He said a shift to more numerous small reactors would pose risks for proliferation of nuclear material.

Greenpeace nuclear expert Jan Haverkamp noted that the Akademik Lomonosov is being fuelled near Murmansk, a city of 300,000, before being towed across the Arctic.

“Its installation in the tough environment of the Russian Arctic will pose a constant threat for residents of the north and the Arctic’s pristine nature,” said Haverkamp.

The barge had initially been scheduled to be fuelled in Saint Petersburg, but that work was moved to Murmansk instead due to concern in countries along the Baltic Sea.

Kondratyev at the Institute for Energy and Finance in Moscow downplayed safety concerns about the barge, insisting it met the same safety rules as nuclear icebreakers and submarines.

“But it is a new piece of equipment. There may be concerns among the general populace, but there are additional risks compared to nuclear power plants,” he said.

Rosatom chief Likhachev said Saturday that the corporation hopes to build more such barges and to find Asian clients in need of power in remote regions, giving the examples of Indonesia and Philippines.

“In certain cases a floating nuclear power plant is more cost-effective than other electric power plants … it has its own niche,” Kondratyev said.

He said China is also building a floating nuclear power plant.

Pubblicato in: Cina, Problemia Energetici

Petrolio. Brent sopra gli 80$. Benzina sopra 1.6 euro/litro. Siamo agli inizi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-17.

2018-05-17__Petrolio__003

«preoccupati per l’estate che sta arrivando, che si profila all’insegna del caro-pieno»

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«A pesare sul prezzo al distributore è, come sempre avviene, l’andamento del petrolio, che da inizio del 2018 è aumentato del 17%: un anno fa il greggio americano (Wti) galleggiava intorno ai 50 dollari, mentre quello europeo (Brent) era più o meno a 52 dollari.»

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«Queste sono le medie dei prezzi praticati comunicati dai gestori all’Osservatorio prezzi del ministero dello Sviluppo economico ed elaborati dalla Staffetta, rilevati alle 8 di ieri mattina su circa 14mila impianti: benzina self service a 1,617 euro/litro (+2 millesimi, pompe bianche 1,593), diesel a 1,489 euro/litro (+2, pompe bianche 1,468). Benzina servito a 1,729 euro/litro (+1, pompe bianche 1,634), diesel a 1,605 euro/litro (+2, pompe bianche 1,509). Gpl a 0,635 euro/litro (invariato, pompe bianche 0,622), metano a 0,961 euro/kg (invariato, pompe bianche 0,952).»

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I motivi sono molteplici.

Negli ultimi sei mesi il dollaro si è rafforzato rispetto all’euro, e le quotazioni del petrolio sono denominate in dolalri americani.

Si va dai tagli alla produzione decisi dall’Opec alle tensioni geopolitiche e militari nel Medio Oriente.

Ma una delle cause principali è stato l’aumento di oltre il 20% a/a delle richieste petrolifere cinesi. La Cina ha un fabbisogno energetico sempre maggiore ed in futuro potrebbe essere l’elemento che determina alla fine il prezzo dei prodotti petroliferi.


Adnk. 2018-05-17. Vola il prezzo del petrolio

Proseguono i rialzi dei prezzi dei carburanti alla pompa, mentre le quotazioni petrolifere internazionali si avvicinano ai massimi dal 2014. Stando alla consueta rilevazione di ‘Staffetta Quotidiana’, questa mattina Eni ed Esso hanno aumentato di un centesimo al litro i prezzi consigliati di benzina e diesel. Rialzo anche per Tamoil sul solo diesel (+1 cent).

Queste sono le medie dei prezzi praticati comunicati dai gestori all’Osservatorio prezzi del ministero dello Sviluppo economico ed elaborati dalla Staffetta, rilevati alle 8 di ieri mattina su circa 14mila impianti: benzina self service a 1,617 euro/litro (+2 millesimi, pompe bianche 1,593), diesel a 1,489 euro/litro (+2, pompe bianche 1,468). Benzina servito a 1,729 euro/litro (+1, pompe bianche 1,634), diesel a 1,605 euro/litro (+2, pompe bianche 1,509). Gpl a 0,635 euro/litro (invariato, pompe bianche 0,622), metano a 0,961 euro/kg (invariato, pompe bianche 0,952).


Sole 24 Ore. 2018-05-17. Petrolio, il Brent a 80 dollari spinge la benzina sopra 1,6 euro, massimi dal 2015

Il petrolio corre – stamane il Brent ha toccato quota 80 dollari per la prima volta dal 2014 – e spinge la benzina al di sopra di quota 1,6 euro al litro, ai massimi dall’estate 2015. E preoccupati per l’estate che sta arrivando, che si profila all’insegna del caro-pieno, sono naturalmente i consumatori, tanto che il Codacons che chiede l’intervento dei Nas per indagare sui rincari dei listini. Stando alle tabelle che il ministero dello Sviluppo economico aggiorna settimanalmente, e che propongono una media dei listini sul territorio (considerando servito e self, ma anche le differenze tra regioni e per le piccole isole) il prezzo medio praticato sulla rete italiana, aggiornato al 14 maggio, è tornato sopra quota 1,6 euro, portandosi a 1,606, ai massimi dal luglio 2015.

Per quanto riguarda il diesel siamo invece a quota 1,483 euro al litro nel prezzo medio, ai massimi, in questo caso, dal giugno 2015. Questo vuol dire che per un pieno di benzina di un’auto di media cilindrata ci vogliono oltre 80 euro, mentre per il gasolio sono necessari almeno 74 euro. Un anno fa ci volevano rispettivamente 76 e 68 euro, vale a dire il 5% e l’8% in meno. Quotidiano energia, che spacchetta i vari dati su cui viene calcolata la media, indica che oggi in modalità self la benzina costa in media 1,615 euro, mentre in modalità servito la media è pari a 1,739 euro al litro.

A pesare sul prezzo al distributore è, come sempre avviene, l’andamento del petrolio, che da inizio del 2018 è aumentato del 17%: un anno fa il greggio americano (Wti) galleggiava intorno ai 50 dollari, mentre quello europeo (Brent) era più o meno a 52 dollari. Da allora il mercato si è decisamente risvegliato, grazie all’estensione dei tagli decisi dall’Opec e alle tensioni geopolitiche internazionali in Medio Oriente. Oggi le quotazioni sono in lieve flessione, ma comunque il Wti è ben sopra i 71 dollari e il Brent supera i 78 dollari.