Pubblicato in: Commercio, Devoluzione socialismo, Problemia Energetici, Russia, Stati Uniti, Trump, Unione Europea

Trump. La Germania comprerà gas liquefatto americano.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-27.

G7 Leaders Summit in Canada

Ma chi mai si credeva di essere Frau Merkel? Adesso rientra nei ranghi.


Il titolo del The Wall Street Journal, una testata da sempre liberal democratica, è più che eloquente:

In Win for Trump, Merkel Changes Course on U.S. Gas Imports

«BERLIN—Chancellor Angela Merkel has offered government support to efforts to open up Germany to U.S. gas, a key concession to President Trump as he tries to loosen Russia’s grip on Europe’s largest energy market.

Over breakfast this month, the chancellor told a small group of lawmakers her government had decided to co-finance the construction of a €500 million ($576 million) liquefied natural gas shipping terminal in northern Germany, according to people familiar with the meeting, giving a crucial nudge to a project ….»

Non solo la Germania importerà gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti, ma addirittura il Governo tedesco cofinanzierà l’impianto di degasificazione.

Inutile sottolinearlo: è una grande vittoria per il Presidente Trump ed una profonda umiliazione per la Bundeskanzlerin Frau Merkel, da sempre avversa a questo progetto, caldeggiando invece il Nord Stream 2.

*

Molto significativo il titolo, dell’articolo, del The Hill.

Merkel moves to open up Germany to US gas imports after Trump’s push: report

«German Chancellor Angela Merkel is making a move to open up Germany’s market to U.S. gas companies, following a lobbying push from President Trump, The Wall Street Journal reported.

Merkel told a group of lawmakers over breakfast in October that her government will co-finance a $576 million liquified natural gas (LNG) shipping terminal in northern Germany, the Journal reported, citing people familiar with the meeting.

The project had been stalled for years, but Trump has lobbied hard for Europe to increase LNG purchases from the U.S. while reducing their reliance on Russia.

Germany gets most of its gas from Russia, and American efforts to open its market to U.S. companies has stalled due to lack of government support.

Merkel told lawmakers that the decision to co-finance the LNG terminal was “strategic” and could pay off in the long term, people familiar with the meeting told the Journal.

A German government spokesman told the Journal that the move was made because of Germany’s economic interests, not U.S. pressure.

Less than a week after the reported Merkel meeting with lawmakers, an international consortium filed its first official bid for government financing for a terminal in a town near Hamburg.

Merkel said in her conversation with lawmakers that the government support for the terminal will likely have to continue for the long term and that the terminal will likely not break even for at least 10 years.

“We’re creating jobs and we’re also deepening the trans-Atlantic relationship,” Richard Grenell, U.S. Ambassador to Germany, told the Journal. “The U.S. is totally committed to bringing U.S. LNG to Europe and to Germany.”»

Si notino alcuni passi:

«Merkel told a group of lawmakers over breakfast in October that her government will co-finance a $576 million liquified natural gas (LNG) shipping terminal in northern Germany ….

Trump has lobbied hard for Europe to increase LNG purchases from the U.S. while reducing their reliance on Russia ….

“We’re creating jobs and we’re also deepening the trans-Atlantic relationship,” Richard Grenell, U.S. Ambassador to Germany»

Mr Trump ha raggiunto lo scopo di obbligare la Germania a differenziare le fonti di approvvigionamento energetico rompendo il monopolio del gas russo, obbligando la Bundeskanzlerin a cofinanziare il progetto, ed aumentando posti di lavoro e commercio americano: un risultato di tutto rispetto, e, nel contempo, un segno della debolezza politica di Frau Merkel.

*

Riportiamo in calce il patetico articolo pubblicato dal Sole 24 Ore.

Una precisazione per meglio comprendere il perché tale articolo è miserando.

BASF and Nornickel join forces in European EV battery push – Reuter

«Germany’s BASF and Russian miner Norilsk Nickel (Nornickel) have struck a nickel and cobalt supply deal to meet growing demand for electric vehicle (EV) batteries. ….

Chemicals giant BASF will build a plant to produce cathode materials for batteries in Harjavalta, Finland, adjacent to a nickel and cobalt refinery owned by Nornickel, the world’s second-largest nickel miner and a major cobalt producer. ….

The industry is working to boost the nickel content at the expense of cobalt over the next two years in an effort to raise energy storage capacity and save on more expensive cobalt, much of which comes from artisanal mines in Congo where human rights abuses are rife. ….

The move is part of BASF plans to invest up to 400 million euros ($462 million) as a first step in building production plants for cathode materials in Europe ….

A BASF spokeswoman reiterated that the group is assessing several locations for follow-up investments, including Schwarzheide in eastern Germany»

Sicuramente l’impianto di Harjavalta costituisce una grande investimento, ma altrettanto sicuramente non concorrerà a generare posti di lavoro in Germania. Poi, mentre il Lng  realtà attuale, le automobili elettriche sono un sogno degli idealisti liberal e socialisti, ma al momento rappresentano posti di investimento piuttosto che generatori di reddito e posti di lavoro.

Ecco l’incipit dell’articolo del il Sole 24 Ore:

«La Germania da un lato comincia ad assecondare gli Stati Uniti, al punto da agevolare la costruzione del suo primo rigassificatore pur di importare Gnl americano. Ma dall’altro alza il livello della sfida a Washington, rafforzando ulteriormente i legami con la Russia nel campo dell’energia, con una nuova alleanza che stavolta riguarda le batterie per l’auto elettrica».

Una cosa è la capitolazione dei Frau Merkel, ed una del tutto differente un investimento di una ditta tedesca, per di più fatto in Finlandia. Ben difficilmente questo ultimo potrà essere premio di consolazione, anche perché ha bruciato la possibilità Schwarzheide, di generare posti di lavori nei Länder dell’est, i grandi dimenticati della Große Koalition.

I giornalisti del Sole24 Ore non hanno ancora elaborato il lutto della morte delle ideologie liberal e socialiste, e si comportano come se esse fossero ancora vive. Ma il 24 settembre 2017 ha assestato loro un colpo severo, cui è seguito quello del 4 marzo 2018 in Italia e quello del 14 ottobre 2018 in Baviera.

Ma non sono soltanto morte quelle ideologie: gli Elettori hanno negato alle sinistre di entrare nei Governi, perdendo anche, nel contempo, l’accesso al sottogoverno.

Nulla da eccepire: questi giornalisti sono i migliori supporter dei sovranisti.


Sole 24 Ore. 2018-10-23. La Germania comprerà gas dagli Usa, ma con Mosca stringe accordi sulle batterie

La Germania da un lato comincia ad assecondare gli Stati Uniti, al punto da agevolare la costruzione del suo primo rigassificatore pur di importare Gnl americano. Ma dall’altro alza il livello della sfida a Washington, rafforzando ulteriormente i legami con la Russia nel campo dell’energia, con una nuova alleanza che stavolta riguarda le batterie per l’auto elettrica. Protagonista è Basf, che ieri ha firmato un contratto con Norilsk Nickel, per garantire forniture di metalli a una grande fabbrica di catodi in Finlandia.

Il colosso tedesco, attraverso la controllata Wintershall, è anche azionista del consorzio che sta costruendo il Nord Stream 2, il raddoppio del gasdotto nel Mar Baltico che Washington vede come il fumo negli occhi perché aumenterebbe la dipendenza dell’Europa da Gazprom. Meno di un mese fa la stessa Basf aveva firmato un altro accordo con LetterOne, holding del miliardario russo Mikhail Fridman, per fondere le attività nel petrolio di Wintershall con quelle di Dea (che a sua volta le aveva comprate in gran parte da società tedesche: Rwe ed E.On). Il nuovo gruppo, Wintershall Dea, ambisce a quotarsi in Borsa entro due anni, forte di una produzione di 800mila barili al giorno.

Fridman per ora ha scampato il destino di molti altri oligarchi russi, finiti nella blacklist degli Usa. E anche Norilsk non è direttamente colpita da sanzioni. Tuttavia lo è uno dei suoi maggiori azionisti, Rusal, che ne possiede il 28%. Il gruppo dell’alluminio russo infatti non è ancora stato graziato dal dipartimento del Tesoro americano, anche se ha qualche speranza di farcela, se dimostrerà di aver reciso ogni legame con Oleg Deripaska.

Basf non sembra preoccuparsi delle sue relazioni pericolose, né del rischio di un ulteriore giro di vite contro la Russia da parte di Washington. Nuove sanzioni, che potrebbero colpire proprio il settore dell’energia, sono una prospettiva concreta e imminente secondo molti analisti, ma gli accordi con Norilsk, in discussione dall’anno scorso, sono stati firmati lo stesso: i russi forniranno nickel e cobalto per un impianto che ambisce a produrre materiali per batterie sufficienti entro il 2020 ad alimentare 300mila veicoli eletrici plug in l’anno.

Lo stabilimento potrebbe aspirare a ottenere finanziamenti e agevolazioni dall’Unione europea, che nei giorni scorsi ha promesso di sostenere lo sviluppo del settore per attenuare la dipendenza dalla Cina. Ma Bruxelles potrebbe non gradire che la diversificazione avvenga proprio grazie alla Russia. E la Casa Bianca potrebbe farle da sponda.

Per ironia della sorte l’annuncio dell’accordo Basf-Norilsk è arrivato proprio mentre il Wall Street Journal pubblicava indiscrezioni secondo cui la cancelliera Angela Merkel si sarebbe (parzialmente) arresa alle pressioni Usa sul gas, promettendo un sostegno economico per la costruzione del primo rigassificatore tedesco. La Germania – accusata da Trump di essere «ostaggio della Russia» nelle politiche energetiche – potrà così cominciare ad importare Gnl «made in Usa», anche se dal punto di vista economico non ne avrebbe nessuna convenienza.

Merkel, secondo il giornale americano, avrebbe comunicato il «cambio di strategia» a un gruppo di parlamentari, affermando che il Governo tedesco è ora pronto a cofinanziare un impianto da 500 milioni di euro nel Nord del Paese. Meno di una settimana dopo, il 16 ottobre, un consorzio internazionale ha depositato una richiesta ufficiale di sussidi per un terminal a Stade, vicino Amburgo.

Il consorzio (di cui fanno parte China Engineering Company, la banca australiana Macquarie e l’americana DowDuPont) ha due potenziali concorrenti che a breve dovrebbero presentare progetti alternativi, scrive il Wsj, e la scelta potrebbe avvenire entro fine anno. Fonti tedesche e americane ipotizzano che questa mossa forse potrebbe bastare ad evitare sanzioni Usa contro Nord Stream 2, di cui è già stata avviata la costruzione in territorio tedesco.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Ideologia liberal, Problemia Energetici, Unione Europea

Germania. I Länder dell’est reclamano 60 miliardi di refusione.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-25.

2018-10-22__Germania__60 miliardi__001

Affrontiamo il problema chiarendo dapprima i termini usati.

«Il carbone (o carbon fossile) è un combustibile fossile o roccia sedimentaria estratto da miniere sotterranee o a cielo aperto, o prodotto artificialmente. La formazione del carbone risale a circa 345 milioni di anni fa, quando un clima caldo e umido e un’elevata concentrazione di CO2 favorirono la crescita di alberi giganti: dopo la loro morte (favorita da inondazioni) si veniva a creare un ampio strato di legname, che non veniva degradato a causa dell’assenza di funghi e batteri specifici ancora non sviluppati, coperto poi da vari strati di altri sedimenti che lo sottoponevano a pressioni elevate e all’assenza di ossigeno. Questo continuo processo ha portato alla formazione di quelli che conosciamo come carboni fossili.

È un combustibile pronto all’uso, formatosi entro rocce sedimentarie di colore nero o bruno scuro. È composto principalmente da carbonio e contiene tracce di idrocarburi, oltre a vari altri minerali accessori assortiti, compresi alcuni a base di zolfo. Esistono vari metodi di analisi per caratterizzarlo. L’inizio del suo massiccio sfruttamento è spesso associato alla Rivoluzione industriale, e ancora oggi rimane un combustibile importante: viene prodotta usando il carbone un quarto dell’elettricità mondiale, circa la metà dell’elettricità negli Stati Uniti e circa il 10% in Italia. ….

L’era geologica, durante la quale si formò la maggior parte dei depositi di carbone attualmente conosciuti nel mondo, è il Carbonifero (fra i 280 e i 345 milioni di anni fa). ….

Il carbone è una delle principali fonti di energia dell’umanità. Nel 2010 circa il 40% dell’energia elettrica mondiale è stata prodotta bruciando carbone e le riserve accertate ammontavano ad almeno 300 anni di produzione. ….

[La lignite] ha un contenuto di carbonio di circa 70% e un potere calorifico di 18,8-25,1 MJ/kg (4500-6000 kcal/kg); la sua formazione risale a circa 80 milioni di anni fa. ….

Il litantrace è il carbone fossile inteso nel senso vero e proprio del termine. Ha un contenuto di carbonio tra il 75% e il 90% e un potere calorifico di 29,3-35,6 MJ/kg (7000-8500 kcal/kg); la sua formazione risale a circa 250 milioni di anni fa ….

[L’antracite] contiene una percentuale di carbonio pari al 90% e ha un potere calorifico di 35.6 MJ/kg (8500 kcal/kg). ….

Il coke è un residuo solido carbonioso di litantrace bituminoso con bassi livelli di cenere e di solfuri, dal quale le componenti volatili siano state estratte attraverso la cottura in forno alla temperatura di 1000 °C e in assenza di ossigeno. ….

Il coke è ottenuto da dei processi di raffinazione del petrolio e del litantrace in impianti chiamati cokerie, che solitamente fan parte del complesso di un impianto siderurgico …. È grigio, duro e poroso, e ha potere calorifico pari a 29,6 MJ/kg. » [Fonte]

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Nel 1970 si estrassero 261 milioni di tonnellate nella Germania dell’est e 108 in quella dell’ovest, per un totale di 369 milioni di tonnellate. A partire dal 2000 la produzione tedesca si è assestata sui 170 – 180 milioni di tonnellate l’anno, sfruttando prevalentemente le miniere nell’est.

Ma il carbone serve non solo per generare corrente elettrica: il suo uso è fondamentale per l’industria siderurgica, chimica, cemetificia, e delle plastiche.

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Il 42% della energia elettrica generata a livello mondiale è prodotta dal carbone, contro il 33% dell’Europa.

Generare energia elettrica dal carbone  infatti più agevole e meno costoso rispetto all’uso di altri combustibili e, spesso, gioco il fattore della disponibilità nazionale di giacimenti carboniferi.

La Cina sta costruendo centinaia di nuove centrali a carbone

«Dopo l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi – il più importante trattato internazionale sul clima – molti avevano visto nella Cina un nuovo possibile leader per guidare la difficile transizione verso forme di energia rinnovabili, riducendo le emissioni di anidride carbonica (CO2) e di altre sostanze inquinanti nell’atmosfera. ….

Un recente studio ha scoperto infatti che in molte province della Cina è ripresa la costruzione di centinaia di centrali elettriche a carbone ….

I lavori sono ripresi in buona parte dei siti analizzati, per realizzare impianti che complessivamente raggiungeranno una capacità di 259 gigawatt, dato comparabile con la potenza installata negli impianti a carbone di tutti gli Stati Uniti.»

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Unione Europea. Il carbone tira alla grande, alla faccia del ‘clima’.

«ci sarà più elettricità generata dal carbone e meno dal gas, piuttosto che viceversa, come sarebbe auspicabile per l’ambiente. Il fenomeno è già osservabile in Germania – dove si produce “in casa” e si brucia molta lignite, scadente, superinquinante ma economica».

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Germania. Kontrordine, kompagni. Il carbone è bello, buono ed anche profumato.

«the Greens said they were ready to admit that their goal of a ban on combustion engines by 2030 was unrealistic. …. The CSU in particular has indicated its readiness to move to the right in order to claw back the millions of voters both parties lost to the rightwing populist Alternative für Deutschland (AfD).»

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«The reality is that Germany still lacks the grids for transporting electricity from the renewables-dense north to the south, and that in 2016 electricity consumers had to pay around €1 billion to fire up old oil-powered plants in the south when wind power dropped in the north»

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Energia. Il problema degli elettrodotti a lunga distanza. Le dissipazioni.

Il problema della rete di distribuzione dell’energia elettrica prodotta è solitamente sottotaciuto, anche perché per la Germania è una pulpite purulente.

Le grandi centrali elettriche, massimamente quelle da energie alternative, sono locate nel nord mentre la maggior parte dei consumi industriali avviene nel sud. Oltre un terzo dell’energia elettrica immessa negli elettrodotti è dissipata lungo il tragitto, riscaldando l’aria come se fosse un’immensa stufetta elettrica.

A conti fatti, anche riguardo i così detto ‘riscaldamento globale‘, sarebbe ben più conveniente disporre di un elevato numero di centrali sparse sul territorio.

Non solo.

Il pensare che una riduzione delle emissioni da parte dell’industria tedesca possa influenzare tutto il mondo è semplicemente un’idea demenziale, enunciata in perfetta malafede.

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La recente crescita politica dei Grüne pone ancora una volta il problema di dismettere la produzione di energia elettrica ottenuta bruciando il carbone, quasi invariabilmente lignite.

Su questo tema la confindustria tedesca ha già espresso il suo autorevole giudizio, per i tipi di Handelsblatt, il suo organo di stampa.

Germany’s great environmental failure

«Angela Merkel wore green to the annual German Industry Day meeting in Berlin last month. There, she told a crowd of 1,200 CEOs, entrepreneurs and lobbyists that carbon-emissions targets for the car industry shouldn’t be too overly ambitious — a 30 percent reduction goal by 2030 was perfectly fine. “Anything beyond that carries the risk of killing off Europe’s car industry,” she warned.

That was music to the ears of Ms. Merkel’s audience that day. But the irony wasn’t lost on observers: The German chancellor, cloaked in green, hacked away at environmental hopes — yet again.

It hasn’t always been like this. In fact, a decade ago, both Germany and Ms. Merkel were seen as global environmental leaders, boldly plotting a course to reform industrial society and devise a sustainable future. Unfortunately, measured by its own standards, Berlin has since failed to follow through on its lofty environmental promises.

Despite Germany’s much-vaunted energy reform, the country is now certain to fail to reach its key environmental benchmark – a reduction in overall CO2 emissions by 40 percent by 2020, measured by 1990 levels. Berlin has all but dumped that original target. At this point, the government will be happy with 30 percent.

German carbon emissions have not decreased for the last nine years (see chart below), and transport emissions have not fallen since 1990. “We have to draw up a very sober balance sheet. And the fact is, we have now lost an entire decade,” Ottmar Edenhofer, incoming head of the Potsdam Institute for Climate Impact Research, told Handelsblatt. ….

It even turns out that the country’s initial reputation as environmentally progressive may have been exaggerated. A 1990 benchmark was a very convenient one for Berlin: It was the year of the German reunification. Within a few years, most of East Germany’s highly polluting industry went bust, as it wasn’t competitive in a market economy. Retrospectively, this made Germany’s CO2 reduction look a lot better than it actually was.

Some speculate that Berlin lost some of its environmental zeal as the international situation worsened. High hopes of concerted international action turned to despair when Donald Trump abandoned the Paris climate agreement last year. But the truth is that in recent years the United States has reduced its carbon emissions more than Germany, in both relative and absolute terms. ….

But this comes at a cost. Around €25 billion in subsidies flows to renewables every year, mostly through premiums paid by consumers, rather than by taxpayers. The renewables boom has also raised other questions, notably whether the country’s overstrained power grid can cope with the changes. ….

Ultimately, there are limits to emissions reduction for some industrial processes. The five industries with heaviest carbon use — steel, metals, chemicals, paper and cement — are already part of the European emissions trading system. ….

it will have to buy emissions permits, at a possible cost of €60 billion. ….

for many industries, there may be “no alternative” to carbon storage»

* * * * * * *

Ma il problema, come tutti i problemi, è decisamente molto più complesso.

Che il progetto di decarbonizzazione sia fallito è semplicemente evidente.

Però di questi tempi i Grüne stanno emergendo come seconda formazione politica a livello federale. Siano o meno al governo, cancelliere e Bundestag un qualcosa di ‘verde’ devono pur ben farlo, ed il carbone è ovviamente nel collimatore.

Ma gran parte delle miniere carbonifere, notabilmente di lignite, sono nei Länder orientali. Chiudere quelle miniere significherebbe accoltellare alla schiena i tedeschi dell’est, che già non è che siano stati trattati poi bene dai tedeschi dell’ovest.

Però, attenzione!

«Money doesn’t equal jobs»

Non si tratta solo di dar loro un eventuale rimborso spese: AfD in quei Länder supera il 25%. Se si toccassero le miniere carbonifere, schizzerebbe alla maggioranza assoluta. Alla Germania dell’est servono posti di lavoro nel comparto produttivo. Poi, ovviamente, le composizioni nei singoli Länder si ripercuotono sulla composizione del Bundesrat, per non parlare delle prossime elezioni europee.

In sintesi: i tedeschi si son cacciati in un gran brutto pasticcio.


Deutsche Welle. 2018-10-20. Eastern German states demand €60 billion for coal phaseout

With Germany’s political mainstream under fire, coal is becoming a hot-button issue in the East. Regional leaders say that unless they get billions in extra funds, the far right will exploit changes in energy policy.

*

Very few people in the Western world work directly with coal anymore, but fears engendered by the phase-out of this fossil fuel in favor of cleaner energy sources remain politically potent. That’s especially apparent in eastern Germany, where, following US President Donald Trump’s lead, far-right populists are seeking to harness anti-environmentalism and anxiety about the economic future in the country’s poorest region.

That was the backdrop to a press conference in Berlin on Friday at which the leaders of the three eastern German coal mining states — Saxony, Saxony-Anhalt and Brandenburg — demanded a whopping €60 billion ($69 billion) in federal aid to stop producing lignite. They said the economic interests of those facing unemployment should take precedence over environmental protection.

“We owe it to the people in our regions that the path is new jobs first, then the phaseout and then the discontinuation of existing production,” said Saxony State Premier Michael Kretschmer of the conservative Christian Democrats (CDU).

Although Germany has yet to set concrete dates for the phaseout of lignite coal mining, it has agreed in principle to discontinue it as part of its climate commitments. The far-right populist Alternative for Germany (AfD) party, which disputes the phenomenon of global warming, wants to reverse that policy and keep Germany’s relatively small mining industry in the western Ruhr Valley and the east of the country alive.

So can mainstream parties respond to this challenge? Will the promise of €60 billion in federal aid be enough to convince people to resist the lure of the populists?

Avoiding the ‘insults’ of the past

Only around 21,000 Germans — 11,000 in the East — are still employed mining lignite coal. But like coal mining in West Virginia in the US, the trade’s long and culturally rich traditions carry significance beyond the sheer numbers. The AfD portrays the phaseout of lignite coal as an instance of politicians and elites making decisions against the wishes and to the detriment of ordinary Germans.

The challenge is not to be taken lightly. Both Kretschmer and Brandenburg State Premier Dietmar Woidke of the center-left Social Democrats (SPD) are up for re-election in regional votes next year. Conservatives and the SPD have been bleeding support nationally for quite some time, while polls currently project the AfD to get almost a quarter of the vote in Saxony and nearly as much in Brandenburg.

The state premiers are clearly concerned that the coal phaseout will remind eastern Germans of economic disappointments in the wake of the country’s reunification in 1990. East German industry was largely dismantled as noncompetitive and many people from the East felt ignored and overruled by capitalist know-it-alls from the West.

Woidke, for instance, said that he and his fellow state premiers were determined not to see their constituents get “fobbed off again” with empty promises or to “talk over their heads.”

“We have to work to ensure that the people in our regions are respected,” Woidke said. “When phrases like ‘dirty lignite coal spitting out filth’ are used, it’s an insult to people in the entire region.”

Using the AfD as a threat

To a remarkable degree, Kretschmer, Woidke and Saxony-Anhalt State Premier Reiner Haseloff (CDU) are positioning themselves as adversaries of the federal government at the same time as they are demanding a huge sum of money from it. The entirety of Germany should be called upon to pay for the lignite coal phaseout, not just the regions directly affected, they say, implying that the opposite was the case with German reunification .

“We are not going to impose such a transformation on our people again,” Haseloff said. “Our climate goals have to be attained, but 82 million people (the population of all of Germany) have to chip in.”

Jobs in the eastern German lignite coal industry are often poorly paid, usually less than €2000 a month, yet the country’s state premiers are demanding the equivalent of millions of euros for each position. The not-so-implicit threat is that, should the federal government fail to pony up sufficient cash, the AfD would profit — and the political mainstream would come under further pressure.

Money doesn’t equal jobs

Despite the huge sums they demanded, the state premiers were short on specific details about what the money would be spent on. Kretschmer talked about infrastructure such as rail lines, while Woidke stressed renewable energy sources and Haseloff mentioned research and development.

But they were forced to admit that even “immediate” federal help would not yield any tangible results before next September’s state elections in Brandenburg and Saxony. And industry advocates are skeptical, saying money would not necessarily equal jobs in some of the areas in Germany struggling the most economically.

“Sixty billion euros sounds pretty enticing, but it doesn’t get us any further in terms of [social] structures and industry,” Wolfgang Rupieper of the coal-friendly Pro Lausitzer Braunkohle association told DW.

Rupieper acknowledged that “extremist parties” could benefit if people in the East felt unsure of the government’s handling of the coal phaseout. Meanwhile environmental activists, led by the Green party, accuse the state premiers of hurting their constituents by dragging out Germany’s inevitable discontinuation of coal mining.

“The heads of the regional governments may not care whether Germany rips up all its climate goals and violates international law,” Green party climate spokesman Oliver Krischer told DW. “But as people with political responsibility they should have recognized by now that coal hinders future economic development. Anyone unable to see that must have very restricted horizons.”

With support for the traditional political powers in Germany eroding in favor of smaller parties, the lignite coal phaseout is a political minefield — and one headache neither conservatives nor Social Democrats particularly need.

Nota.

Tutti gli avversari della Germania gongolano pieni di soddisfazione nel vedere la perseveranza politica di Frau Merkel e dei residuo socialdemocratici.

Kaczyński, Duda, Orban, Salvini & Co, per non menzionare Mr Putin e Mr Trump e quell’ectoplasma politico di Mr Xi hanno pilotato magistralmente Frau Merkel.

Cdu, Csu ed spd sono tutte contente che AfD non ha raggiunto, per il momento, la maggioranza assoluta e si illudono che i Grüne, oramai secondo partito, siano i loro salvatori.

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Problemia Energetici

Minatori tedeschi scendono in piazza. Spd muta, come in letargo.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-24.

2018-10-24__Minatori_Tedeschi__001

Quando in altri tempi la socialdemocrazia proteggeva i lavoratori sarebbe stato un tripudio di bandiere rosse.

I media avrebbero riportato il fatto con il massimo dei rilievi.

Ma adesso la spd viaggia al 14%, quarto partito federale, con una Cdu che fa acqua da tutte le parti, anche se la capitana resta in plancia affondando con la barca.

Ma i Grüne sono oramai il secondo partito tedesco: ardono dal desiderio di rimpiazzare la spd sia al governo sia al sottogoverno. Hanno una fame arretrata di settanta anni. Ed a questo gigantesco appetito si sacrifica tutto, anche centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Il motivo è solenne: ridurre le emissioni. La conseguenza pratica sarà l’arricchimento della dirigenza Grüne.

Così, la Germania che rende conto del 2.68% di volume produttivo mondiale si appresterebbe a pensionare il carbone e con esso trecentomila dipendenti, in gran parte nei Länder dell’est, zona peraltro che ai Grüne non interessa minimamente. A livello mondiale le emissioni si ridurrebbero dello 0.3%, con gaudio dei Grüne, ma con profondo scontento dei minatori.

Non ci si potrebbe credere: i minatori se ne fanno un baffo dell’ecologia ma vogliono continuare a lavorare. Vorrebbero continuare a prendere lo stipendio.

Gli unici che li stiano a sentire e cerchino di proteggerli sono quei cattivoni di AfD: sanno che anche i minatori votano. Loro, e le loro famiglie.

Domenica si vota in Hessen: verosimilmente quei minatori non voteranno per la spd.

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«Some 20,000 miners marched through Bergheim demanding protection for their jobs as the coal commission met to draw up a plan to phase out coal-fired power generation»

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«Without good work, no good climate!»

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«We are speaking out for our jobs»

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«The actions of forest conservationists are given maximum understanding …. But employees’ concerns are often ignored» *

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«In Germany there are about 100,000 jobs dependent on coal-fired power generation»

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«Over the coming weeks, the federal government’s coal commission is to draw up a plan to phase out coal-fired power stations, which will also take account of the loss of jobs»

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«The most important thing is that we can keep our jobs — this is what we are worried about. Where our energy actually comes from is less important»

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Mr Trump, Mr Putin e Mr Xi possono essere soddisfatti. Con quattro soldi hanno ottenuto sulla Germania un effetto devastante peggiore di una guerra.

Migranti coccolati e minatori presi a calci nei denti.


Deutsche Welle. 2018-10-24. Thousands protest German coal phase-out

Some 20,000 miners marched through Bergheim demanding protection for their jobs as the coal commission met to draw up a plan to phase out coal-fired power generation. Environmentalists were also there to make a point.

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Under banners: “Without good work, no good climate! We are speaking out for our jobs,” as many as 20,000 mine workers took part in  demonstrations organized by the IG BCE and Verdi trade unions on Wednesday in Bergheim near Cologne, Germany.

IG BCE President Michael Vassiliadis has been a member of the coal commission since the summer. He called for a more respectful approach toward mine workers, akin to the attitude shown environmentalists campaigning to save the ancient Hambach forest.

“The actions of forest conservationists are given maximum understanding,” Vassiliadis told the Frankfurter Allgemeine Zeitung. “But employees’ concerns are often ignored.”

“In Germany there are about 100,000 jobs dependent on coal-fired power generation,” Vassiliadis said.

About 20,000 people are directly employed in the brown coal industry in Germany, according to Germany’s Federal Association for Brown Coal.

Over the coming weeks, the federal government’s coal commission is to draw up a plan to phase out coal-fired power stations, which will also take account of the loss of jobs.

A timetable for the phase-out and the implementation of federal assistance estimated in the region of €1.5 billion ($1.3 billion) for the affected regions is expected by the end of the year.

Energy giant RWE is still mining lignite or brown coal in three open-pit mines at Hambach, Inden and Garzweiler. It employs about 10,000 people in the mines and nearby power plants.

Facing a coal exit, the employees fear for their jobs and took to the streets in a loud but peaceful protest. 

“The most important thing is that we can keep our jobs — this is what we are worried about. Where our energy actually comes from is less important,” Fritz Tapfhorn, a member of the trade union IG BCE, told DW.

Even workers from the eastern and central German coal regions traveled to Bergheim to join the protest.

“We are here to support our colleagues and hope for some more years of brown coal,” said Diana Mühlberg, who works for the brown coal company LEAG.

Environmentalists seeking to protect Hambach forest from destruction to make way for further expansion of the RWE mine were also present in Bergheim on Wednesday. The forest has been the scene of months-long mass protest, and its clearing was put on hold following a court ruling against RWE’s mine expansion plans.

“We are not protesting against IG BCE, we are here to demand a coal phase-out and climate protection,” Olga Perov, a spokesperson for Campact — a citizen campaign group — told DW.

“We can undertand the workers. But the coal exit will come,” she said, adding that in the early 1990s, there were 100,000 coal jobs, today there are only 20,000 left. “We need to have a socially just phase-out,” Perov said.

Protests around the brown coal issue in Germany will continue later this week.

Environmental groups including 350.org, the Munich Environmental Institute and Naturfreunde Deutschland have announced a mass demonstration on Saturday close to Hambach forest.

Pubblicato in: Cina, Problemia Energetici, Russia

Russia. Un gigantesco rompighiaccio per Lng. – Bloomberg.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-17.

Yamal 001

I giacimenti di gas naturale nella zona di Yamal sono tra i più vasti del mondo, ma il loro sfruttamento è condizionato dalla situazione climatica al limite della vivibilità.

Russi e cinesi stanno facendo ogni possibile sforzo sia nel perfezionare le tecniche estrattive, sia nel trovare soluzioni idonee al trasporto a destinazione di quanto estratto.

La Russia ha intanto costruito una prima centrale atomica a bassa potenza galleggiante

Russia. Akademik Lomonosov. Prima centrale atomica mobile e galleggiante.

Questa enorme chiatta permette di disporre delle grandi quantità di energia necessarie alle trivellazioni, estrazioni e costruzione degli impianti estrattivi.  Poi, durante la notte artica si può lavorare soltanto con luce artificiale, e le maestranze hanno bisogno di un efficiente sistema di riscaldamento.

Resta il grande problema del trasporto a destinazione del gas. La costruzione di un gasdotto sarebbe al momento tecnicamente impossibile. La Russia ha optato per la liquefazione del gas estratto, per cui serve sicuramente l’impianto idoneo, ma altrettanto sicuramente delle navi Lng in grado di navigare nell’Artico anche in situazioni climatiche avverse: dei rompighiaccio.

Artico. 50% delle riserve minerarie.

Yamal. Gli Usa hanno perso, la Russia ha vinto e raddoppia. – Bloomberg

Russia. Yamal. Francia e Germania con il muso nella greppia delle sanzioni.

Cina, Groenlandia e ‘Polar Silk Road’.

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«The 1,000-foot-long vessels for hauling liquefied natural gas can cut through ice up to 7 feet thick.»

*

«Until factories open on the moon or Mars, there’s no less hospitable an industrial workplace than Yamal LNG, a $27 billion liquid natural gas plant that lies in Russian territory 375 miles north of the Arctic Circle. In the winter, when there’s zero sun for more than two months, temperatures reach -13F on land and -58F in the blinding fog out at sea. But there’s a lot of fossil fuel in this wasteland—44 trillion cubic feet, the equivalent of about 8 billion barrels of oil. »

*

«The tankers are the widest gas carriers ever built, at about 164 feet. Fully loaded, each carries the same volume as about 1 million barrels of oil. Together, the 15 will be able to carry 16.5 million tons of liquefied natural gas a year—enough to supply half of South Korea’s annual consumption, and close to the eventual output of Yamal LNG. They’ll travel west to Europe in the winter and east to Asia in the summer, moving through ice that’s up to 7 feet thick»

* * * * * * * *

Lo sfruttamento su larga scala dei giacimenti artici è iniziato.

Paesi ex-emergenti quali Cina ed India sono affamati di energetici. Nel volgere di una decina di anni dovrebbero decuplicare le propri richieste sul mercato.

Dimenticate Russia, Arabia, Iran, Opec. È la Cina che fa i prezzi del petrolio.

Cina. Arabia Saudita accetta i petro-yuan

Cina. Centrali elettriche nucleari. 37 reattori attivi, 60 in costruzione, 179 programmati.

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Si prospettano diversi decenni di grandi tensioni per l’accaparramento dei giacimenti ed il relativo trasporto dell’estratto.


Bloomberg. 2018-07-10. Russia Is Building $320 Million Icebreakers to Carve New Arctic Routes

The 1,000-foot-long vessels for hauling liquefied natural gas can cut through ice up to 7 feet thick.

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Until factories open on the moon or Mars, there’s no less hospitable an industrial workplace than Yamal LNG, a $27 billion liquid natural gas plant that lies in Russian territory 375 miles north of the Arctic Circle. In the winter, when there’s zero sun for more than two months, temperatures reach -13F on land and -58F in the blinding fog out at sea. But there’s a lot of fossil fuel in this wasteland—44 trillion cubic feet, the equivalent of about 8 billion barrels of oil. So Yamal LNG, controlled by Russian natural gas producer Novatek, has brought together partners to spend an unprecedented sum on a new kind of transportation that will be here much faster than self-driving cars or a casual afternoon spaceflight.

Conventional tankers still can’t handle the ice in the Arctic’s Kara Sea—even though it’s slowly but surely melting because of global warming. It would be extremely costly and time-consuming to provide smaller icebreaking ships as escorts for the tankers. That’s why an international collaboration of ship designers, engineers, builders, and owners is creating a minimum of fifteen 1,000-foot-long, $320 million tankers to break the ice themselves. “The vessel has to be able to perform her tasks in extremely harsh conditions,” says Mika Hovilainen, an icebreaker specialist at Aker Arctic Technology Inc., the Helsinki company that designed the ships. “Systems have to work properly in a very wide range of temperatures.”

The tankers are the widest gas carriers ever built, at about 164 feet. Fully loaded, each carries the same volume as about 1 million barrels of oil. Together, the 15 will be able to carry 16.5 million tons of liquefied natural gas a year—enough to supply half of South Korea’s annual consumption, and close to the eventual output of Yamal LNG. They’ll travel west to Europe in the winter and east to Asia in the summer, moving through ice that’s up to 7 feet thick.

Icebreakers don’t break ice like a barbecue host crushing up a bag from the local convenience store. The ships’ hulls are designed to bend the edge of the ice sheet downward, snapping the sheet with pressure distributed across its surface. In 7-foot-thick ice, the tanker’s stern, which is the end of the ship designed to break heavy ice, faces forward. The first tanker, which began operating in December, can move at 7.2 knots (8.3 mph) stern-forward in thick ice. It was the first vessel to sail the Northern Sea Route from Siberia to the Bering Strait, setting a time to beat of 6½ days.

The ship is part of a much bigger game. “This is perhaps the largest step forward in our developing of the Arctic,” Russian President Vladimir Putin said in December at the opening of the Yamal LNG facility. Citing the 18th century poet Mikhail Lomonosov’s prediction that Russia would expand through Siberia, Putin said, “Now we can safely say that Russia will expand through the Arctic this and next century. This is where the largest mineral reserves are located. This is the site of a future transport artery that I am sure will be very good and efficient: the Northern Sea Route.”

Along the routes the carriers will be traveling, the wildly varying ice conditions and depths require a hull that’s both durable and designed specifically to sweep broken ice out of the way. Aker’s engineers meticulously tested their design through simulations and then scale models in a 250-foot-long, 26-foot-deep test basin, crashing model ships into dummy ice to see which parts of the hull needed more or less reinforcement. They also took care not to overarmor the tankers, so as not to slow them down unnecessarily on open water.

Bending ice into submission requires enormous power. The tankers are propelled by three 15-megawatt, natural gas-powered generators—any one of the vessels could power as many as 35,000 U.S. homes. To avoid working the generators too hard, the ships’ massive thrusters, produced by Swedish-Swiss engineering giant ABB Ltd., decouple the engines from the propellers. That is to say, the propellers can spin faster or slower without making the engine “roar up and down,” says Peter Terwiesch, president of ABB’s industrial automation division. Separating the engine and the propeller workload improves fuel efficiency by 20 percent, according to ABB. As a bonus, “you get much better maneuverability,” Terwiesch says. Turning a supertanker has never been easier.

Although LNG tankers have been around for half a century, ferrying fuel from the arid Middle East, there’d been no need for ice-rated models until the past decade, when Norway’s Snohvit and Russia’s Sakhalin-2 projects pioneered gas production in colder climes. Yamal LNG’s port, Sabetta, was designed and built in tandem with the ships that would serve it.

The other trend making the massive icebreakers feasible is humanity’s prodigious climate-warming pollution. The Russian half of the Arctic is becoming passable much more quickly than the U.S.-Canadian side. The carriers chartered to Yamal LNG are supposed to have a life span of 40 years, so they’ll likely still be at sea in the 2040s, when climate scientists project that the Arctic will be ice-free in the summer. “Further development of the Arctic and its resources is inevitable,” says Keith Haines, a meteorology professor at the University of Reading who studies Arctic shipping. “The commitment is there.”

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Ideologia liberal, Problemia Energetici

Nazioni Unite ‘mange les pissenlits par la racine.’. La Australia.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-11.

Clima 001

Ammettiamo che la frase gergale francese sia molto forte. Ma parlando delle Nazioni Unite il gergo mafioso apparirebbe essere indicato.

Quando le nazioni occidentali allora egemoni erano tutte ad indirizzo liberal socialista avevano colonizzato le Nazioni Unite in tutte le sue diramazioni. Ora che il clima politico è mutato nelle nazioni l’Onu continua ad essere ancora uno degli ultimi baluardi, duro a comprendere ed a morire.

Le Nazioni Unite sono sostanzialmente il cimitero degli elefanti in disuso. Gente troppo compromessa per poter essere riciclata.

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L’Ipcc, Comitato dell’Onu per il clima, ha rilasciato un report  delirante, in cui vorrebbe imporre a tutti i paesi membri di

«eliminare gradualmente tutte le centrali a carbone entro la metà del secolo»

*

«lasciare inutilizzate la maggior parte delle riserve di combustibile fossile, per evitare un riscaldamento globale deleterio»

*

Le centrali a carbone sono ‘deleterie‘ esclusivamente per le tasche personali dei liberal.

Ovviamente, tutti i residui paesi liberal e socialisti hanno recepito con gaudio il report dell’Ipcc, che magnificano come l’apice della produzione dell’intelletto umano, e dietro cui si fanno scudo per poter condurre le loro basse manovre di arricchimento illegale.

*

Ma in Australia è già da un po’ di tempo che è cambiato il governo.

«Il primo ministro, Scott Morrison, ha preso la difesa delle compagnie minerarie, dichiarando che il rapporto “non presenta raccomandazioni all’Australia” e che la priorità del governo è “di assicurare che i prezzi dell’elettricità siano più bassi per le famiglie e per le aziende”»

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Questi governi populisti!

Già: si prendono cura del popolo: sono davvero dei ‘lebbrosi’.


Ansa. 2018-10-09. Clima: Australia respinge rapporto Onu

SYDNEY, 9 OTT – Il governo conservatore di Canberra e l’industria mineraria australiana hanno respinto il rapporto del Comitato dell’Onu per il clima, l’IPCC, che chiede alle nazioni di eliminare gradualmente tutte le centrali a carbone entro la metà del secolo, e di lasciare inutilizzate la maggior parte delle riserve di combustibile fossile, per evitare un riscaldamento globale deleterio. Gli esperti internazionali ritengono che gli aumenti medi delle temperature possano ancora essere mantenuti a 1,5 gradi sopra livelli pre-industriali, ma questo richiede una “trasformazione globale” di tutti i settori dell’economia. Il primo ministro, Scott Morrison, ha preso la difesa delle compagnie minerarie, dichiarando che il rapporto “non presenta raccomandazioni all’Australia” e che la priorità del governo è “di assicurare che i prezzi dell’elettricità siano più bassi per le famiglie e per le aziende”.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Problemia Energetici, Unione Europea

Germania. Frau Merkel comprerà ed importerà natural gas dagli Stati Uniti.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-09-29.

Pollo allo Spiedo

Per usare una terminologia politicamente corretta, lasciando solo sottendere tra le righe, Mr Trump sta sistematicamente distruggendo tutte le situazioni al contorno di Frau Merkel.  La sta arrostita sul fuoco, lentamente.

Lentamente, molto lentamente, Frau Merkel inizia a comprendere chi sia il padrone.

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«Germany will chose where to build a liquefied natural gas (LNG) terminal by the end of 2018 as a gesture to the United States which wants to ship more gas to Europe, the economy minister said on Tuesday»

*

«Germany will decide by the end of the year where to locate its first terminal for receiving liquefied natural gas (LNG), German economy and energy minister Peter Altmaier said Tuesday»

*

«That could be good news for the U.S. economy—and for U.S. political influence.»

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Ecco il titolo del World Energy News.

Germany to Build LNG Terminal in ‘Gesture to U.S.’

«Germany will chose a city to host a new liquefied natural gas (LNG) terminal by year end’s in what its economy minister on Tuesday called “gesture” to the United States, which wants to increase gas exports to Europe.

“This is a gesture to our American friends,” Peter Altmaier said after a meeting with the EU’s energy chief in Brussels. He said the move was unrelated to Germany’s support the Nord Stream 2 pipeline, which Russia is laying under the Baltic Sea directly to its shores and is opposed by the United States.

“Nord Stream 2 is a project that has a long life already and much money has been invested.”»

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No ci sono commenti.


Reuters. 2018-09-18. Germany to build LNG plant in ‘gesture’ to U.S. drive to sell more

Germany will chose where to build a liquefied natural gas (LNG) terminal by the end of 2018 as a gesture to the United States which wants to ship more gas to Europe, the economy minister said on Tuesday.

In a bid to deter U.S. President Donald Trump from imposing hefty new trade tariffs on European Union goods, the EU said in July it would work to increase imports of U.S. soybeans and LNG.

Trump wants U.S. LNG to compete with Russian natural gas exports in Europe. He has accused Germany of being a “captive” to Moscow because of its heavy reliance on Russian gas and has called for Berlin to drop support for the $11 billion Nord Stream 2 pipeline plan to pump more gas from Russia to Germany.

“This is a gesture to our American friends,” Peter Altmaier said of plans to decide on a site for the LNG terminal.

“We have three competing cities and we will take a decision before the end of the year,” he said after meeting Maros Sefcovic, the European Commission vice president and EU energy chief.

But Altmaier said the LNG plan was not related to Germany’s support for Nord Stream 2, which he told reporters was “a project that has a long life already and much money has been invested.”

At talks in Brussels, Altmaier and Sefcovic discussed the future of gas transit via Ukraine, the traditional route for Russian gas supplies that make up more than a third of EU needs.

Critics of the Nord Stream 2 pipeline say it will deprive Ukraine of lucrative gas transit fees and increase dominance of Russian gas monopoly Gazprom.

Altmaier repeated Germany’s request for Moscow to continue to send “substantial” supplies via Ukraine after their contract expires in 2019 but did not put a figure on volumes.

Sefcovic said volumes had to be substantial enough to pay for maintenance of Ukraine’s gas pipeline infrastructure.

He also said the United States had to do more to make its gas exports competitive on European markets.

German firms are considering building an LNG terminal as gas demand rises in Europe and the Netherlands, one of Germany’s crucial suppliers which is winding down its giant Groningen field and plans to close it in 2030.

German utility Uniper said on Monday it was ready to import LNG and distribute it should a terminal be built at Wilhelmshaven, close to its storage facilities.


Fortune. 2018-09-19. ‘A Gesture to Our American Friends.’ Germany’s Plans for a Natural Gas Terminal Could Help the U.S. With Russia

Germany will decide by the end of the year where to locate its first terminal for receiving liquefied natural gas (LNG), German economy and energy minister Peter Altmaier said Tuesday. That could be good news for the U.S. economy—and for U.S. political influence.

The United States is the world’s largest producer of natural gas and, in the face of an on-going trade war with China, is eager to find more ports to sell LNG into. It also wants to tilt Germany and the rest of Europe away from Russian influence, which Russia—the world’s second biggest natural gas producer—sometimes exercises by cutting off its natural gas pipelines into the continent.

Of course, one LNG terminal is unlikely to solve all of these issues.

Germany is a key player in on-going negotiations between the U.S. and EU over tariffs on trade, and Altmaier said the LNG plan was “a gesture to our American friends,” Reuters reports. But most of Germany’s natural gas imports come from Russia, and it is still building a pipeline, Nord Stream 2, to bring natural gas directly from Russia.

“Europe is also becoming more, not less, dependent on Russian natural gas,” Steven Winberg, assistant secretary of fossil energy, warned during a Senate hearing last week. Congress must approve most U.S. LNG exports.

Germany is unusual among major European countries for not yet having port facilities that can accept LNG, which requires special handling compared to natural gas, but can be converted back into gas from for overland transport via pipes.

Dutch companies Gasunie and Vopak and German company Oiltanking formed a joint venture last year that has been laying the groundwork for a €450 million ($526 million) facility in Brunsbüttel that could meet about 10% of Germany’s natural gas demand. Altmaier noted that at least two other cities are competing to be the chosen site.

Of course, the thing about a more liquid market is that you can end up business partners with your purported enemies: earlier this year, the U.S. flirted with buying Russian LNG.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Problemia Energetici, Unione Europea

Unione Europea. Il carbone tira alla grande, alla faccia del ‘clima’.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-09-14.

carbone

Gran brutto segno prognostico essere affetti da allucinazioni!

*

«Anche le rinnovabili …. Ma nel power mix globale il loro ruolo è tuttora marginale: al netto dell’energia idroelettrica, la quota era del 7,5% nel 2016»

*

«Sotto il profilo ambientale, l’aspetto più inquietante è però l’estrema resilienza del carbone come fonte per la produzione di elettricità e calore: la sua quota nel mix globale, fa notare l’Aie, è ferma da quarant’anni intorno al 40%, nonostante nell’Ocse ci sia stato un crollo impressionante, da un picco del 44,4% nel 1985 al 26,9% odierno.»

*

«Grazie alla risalita dei prezzi – che non ha riguardato soltanto il mercato europeo – anche le minerarie hanno rialzato la testa, aumentando del 3,1% le estrazioni, a 7,549 miliardi di tonnellate»

*

«Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) i consumi globali di carbone nel 2017 sono risaliti dell’1%, anche se a trainare la ripresa sono stati solo i Paesi emergenti e in particolare l’India, che dal 2015 è diventata il secondo consumatore al mondo, scavalcando gli Usa. »

* * * * * * *

«A parole tutti (o quasi) se ne vogliono liberare al più presto. Eppure il carbone in Europa non solo è ancora vivo e vegeto, ma i consumi nella generazione elettrica sono così forti che il prezzo per la prima volta da sei anni è tornato a superare la soglia dei 100 dollari per tonnellata»

*

«In barba a tutte le ambizioni di phase-out sbandierate nel Vecchio continente, le centrali a carbone non solo rimangono in attività, ma il loro funzionamento potrebbe addirittura accelerare andando verso l’inverno»

*

«il cosiddetto «switching» rischia di avvenire al contrario: in parole povere, ci sarà più elettricità generata dal carbone e meno dal gas, piuttosto che viceversa, come sarebbe auspicabile per l’ambiente.»

*

«Il fenomeno è già osservabile in Germania – dove si produce “in casa” e si brucia molta lignite, scadente, superinquinante ma economica – e secondo gli analisti di S&P Global Platts si sta estendendo anche alla Gran Bretagna»

*

«Oggi come oggi, tuttavia, la generazione da carbone in Gran Bretagna sta accelerando, perché i margini – anche nelle centrali meno efficienti – stanno diventando più appetibili di quelli delle migliori centrali a gas»

*

«La situazione in Europa è insieme paradossale ed emblematica, in quanto avviene proprio nel continente che a livello globale ha assunto la guida della battaglia contro il cambiamento climatico»

* * * * * * *

Così Treccani definisce il termine “sogno”.

«Immaginazione vana, fantastica, di cose irrealizzabili …. per indicare uno stato idillico di vita beata, un periodo di felicità»

Così Treccani definisce il termine “illusione”.

«Errore dei sensi o della mente che falsa la realtà. Le illusioni vanno considerate come percezioni reali falsate da rappresentazioni che si fondono così strettamente allo stimolo sensoriale che il soggetto perde la capacità di differenziare gli elementi sensoriali diretti da quelli riprodotti»

Così Treccani definisce il termine “illusione”.

«Fenomeno proprio, ma non esclusivo, di molti stati morbosi di competenza psichiatrica, per cui un individuo, indipendentemente da uno stimolo esterno, avverte delle […] quali partirebbe una stimolazione per i centri delle immagini attuali …. Esperienza percettiva in assenza di stimolazioni sensoriali esterne (percezione senza oggetto), che si presenta con i caratteri fisici della realtà, involontaria e non riconosciuta come errata …. L’allucinazione (dal latino alucinatio, derivato da alucinari, “vaneggiare, delirare”) indica lo stato psichico in cui un individuo percepisce come reale ciò che è immaginario»

* * *

Per molti lustri l’Occidente liberal e socialista aveva preso nette posizioni avverse sia la estrazione sia l’uso del carbon fossile al fine di generare energia in apposite centrali termiche.

Durante tale periodo abbiamo assistito ad una continua serie di argomentazioni ed alla produzione di dati ritenuti essere probanti del danno causato dall’uso di tale combustibile. Alla fine si era fatta strada l’idea che il suo uso potesse essere bandito in modo totale dapprima entro il 2020, poi entro il 2022, indi antro il 2030.

La realtà dei fatti e la contabilità dei costi hanno demolito in modo implacabile tali assunti.

Gran brutto segno psichiatrico quando si perde la corretta percezione del reale.

Ma ancora peggio quando seguendo un’allucinazione vi si riversano sopra cifre da capogiro: nell’ultimo decennio.

Davos ed il ‘Clima’. 13,500 miliardi Usd, un business diventato incerto.

«Achieving the ambitions set out in Paris may require $13.5 trillion of spending through to 2030, according International Energy Agency data that shows the scale of the opportunity for business»

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«Only last year, clean energy investment stood at $287.5 billion, data compiled by Bloomberg New Energy Finance indicate»

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Il risveglio dalle allucinazioni è sempre molto doloroso.

Ma siamo franchi: donde mai si sarebbe potuto sperare di cavar fuori 13,500 miliardi Usd? Dieci volte tanto gli investimenti fatti dalla Cina nel Progetto Belt & Road?


Sole 24 Ore. 2018-09-06. Carbone più forte della politica: in Europa i consumi corrono (anche con prezzi record)

A parole tutti (o quasi) se ne vogliono liberare al più presto. Eppure il carbone in Europa non solo è ancora vivo e vegeto, ma i consumi nella generazione elettrica sono così forti che il prezzo per la prima volta da sei anni è tornato a superare la soglia dei 100 dollari per tonnellata.

Nemmeno lo straordinario rally dei permessi per l’emissione di anidride carbonica – triplicati di valore quest’anno e volati sopra 21 euro per tonnellata, un record dal 2008 – ha scoraggiato l’impiego del più inquinante tra i combustibili.

In barba a tutte le ambizioni di phase-out sbandierate nel Vecchio continente, le centrali a carbone non solo rimangono in attività, ma il loro funzionamento potrebbe addirittura accelerare andando verso l’inverno. Anche il gas infatti è rincarato moltissimo, in tutti gli hub europei. E se le dinamiche sul mercato non cambieranno, il cosiddetto «switching» rischia di avvenire al contrario: in parole povere, ci sarà più elettricità generata dal carbone e meno dal gas, piuttosto che viceversa, come sarebbe auspicabile per l’ambiente.

Il fenomeno è già osservabile in Germania – dove si produce “in casa” e si brucia molta lignite, scadente, superinquinante ma economica – e secondo gli analisti di S&P Global Platts si sta estendendo anche alla Gran Bretagna, Paese che invece è stato celebrato come il più virtuoso in Europa nel processo per l’eliminazione del carbone.

Le miniere britanniche ormai hanno tutte chiuso i battenti (anche se per motivi economici, più che ecologici) e ad aprile dell’anno scorso Londra ha festeggiato il suo primo giorno elettrico «coal free», un evento che da allora – grazie alle rinnovabili, ma anche al gas e all’energia nucleare – si è ripetuto con frequenza crescente.

Oggi come oggi, tuttavia, la generazione da carbone in Gran Bretagna sta accelerando, perché i margini – anche nelle centrali meno efficienti – stanno diventando più appetibili di quelli delle migliori centrali a gas. L’andamento del mercato forward suggerisce che il vantaggio con l’arrivo dell’inverno dovrebbe crescere.

La situazione in Europa è insieme paradossale ed emblematica, in quanto avviene proprio nel continente che a livello globale ha assunto la guida della battaglia contro il cambiamento climatico.

Il carbone è responsabile dell’80% delle emissioni di CO2 del settore energetico e secondo gli Accordi di Parigi per riuscire a contenere il riscaldamento della Terra «ben al di sotto di 2° C» bisognerebbe eliminarne del tutto l’impiego entro il 2030 nelle economie avanzate ed entro il 2050 in tutto il mondo. O come minimo, adottare opportuni accorgimenti come il sequestro della CO2, in cui però non si sta investendo abbastanza.

La consapevolezza del problema sta crescendo, anche nei Paesi in via di sviluppo. Centinaia di fondi e istituzioni hanno smesso di finanziare il carbone. Eppure l’addio a questo combustibile – persino nella Ue – si sta rivelando difficilissima.

A livello globale ci si era illusi di essere sulla buona strada. Per tre anni consecutivi, fino al 2016, i consumi e la produzione di carbone erano calati, in gran parte per merito della Cina, che da sola rappresenta oltre metà del mercato mondiale. Nello stesso triennio anche le emissioni di CO2 erano diminuite, sia pure lievemente. Ma l’anno scorso la tendenza si è di nuovo invertita.

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) i consumi globali di carbone nel 2017 sono risaliti dell’1%, anche se a trainare la ripresa sono stati solo i Paesi emergenti e in particolare l’India, che dal 2015 è diventata il secondo consumatore al mondo, scavalcando gli Usa.

Nell’area Ocse i consumi si sono ridotti ulteriormente, benché solo dello 0,6%, attestandosi a 1.257,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (Mtce):  il minimo dal 1979 e il 24,4% in meno rispetto al picco del 2007.

Grazie alla risalita dei prezzi – che non ha riguardato soltanto il mercato europeo – anche le minerarie hanno rialzato la testa, aumentando del 3,1% le estrazioni, a 7,549 miliardi di tonnellate.

Un contributo importante è arrivato dagli Usa. Le politiche pro carbone di Donald Trump non sono riuscite ad arrestare il declino dei consumi domestici (scesi a un minimo storico di 473,1 Mtce), ma in compenso la produzione americana, che calava dal 2008, è rimbalzata del 6,3% (a 702,3 milioni di tonn) e l’export è aumentato addirittura del 61% a 88 milioni di tonnellate.

Sotto il profilo ambientale, l’aspetto più inquietante è però l’estrema resilienza del carbone come fonte per la produzione di elettricità e calore: la sua quota nel mix globale, fa notare l’Aie, è ferma da quarant’anni intorno al 40%, nonostante nell’Ocse ci sia stato un crollo impressionante, da un picco del 44,4% nel 1985 al 26,9% odierno.

Anche le rinnovabili hanno fatto passi da gigante. E continueranno a farli, visto che in molte aree del mondo anche senza sussidi sono ormai più convenienti del carbone. Ma nel power mix globale il loro ruolo è tuttora marginale: al netto dell’energia idroelettrica, la quota era del 7,5% nel 2016, sempre secondo l’Aie (nel 1990 contavano solo per l’1,4%).

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Energie Alternative, Problemia Energetici, Stati Uniti

Kontrordine Kompagni!!!! Il Mit afferma che il nucleare è l’unica via per il futuro.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-09-05.

Contrordine Compagni 001

«nuclear play vital role in climate solutions»



«L’Istituto di tecnologia del Massachusetts (in inglese: Massachusetts Institute of Technology, MIT) è una delle più importanti università di ricerca del mondo con sede a Cambridge, nel Massachusetts. ….

Il MIT si è classificato in 1ª posizione assoluta nella annuale classifica delle migliori università del mondo 2012/2013 e del 2015/2016 di QS World University Rankings. Risulta primo nelle facoltà di chimica, ingegneria elettrica ed elettronica, ingegneria meccanica, fisica, informatica, ingegneria dei materiali e ingegneria chimica ….

Il MIT vanta 78 Premi Nobel, 29 nella fisica, 20 nell’economia, 15 nella chimica, 10 nella medicina e 4 per la pace.» [Fonte]

Nel 2017 la fondazione che governa il Mit aveva un capitale di 14.968 miliardi Usd. Dieci anni fa, nel 2008, erano 10.069 miliardi Usd.

Come ha fatto a tesaurizzare un simile capitale in dieci anni? Semplice: incamerando fondi federali per il ‘clima’, le energie rinnovabile, e così via. Poi, indubbiamente sanno gestire bene il proprio capitale.

Ma questi fiumi impetuosi di denaro stanno esaurendosi, e l’urlo di dolore che si leva dai liberal affamati supera la ionosfera. Tranquilli: non è problema di credo ideologico, ma di mettere il mestolo nel minestrone. Quindi via il ‘clima’, resta il surriscaldamento, ben venga il nucleare. E quindi, giù nuovi fondi.

I liberal democratici adorano mammona.

* * * * * * *

Attenzione. Da leggersi con cura sovra le righe.

«new policy models and cost-cutting technologies could help nuclear play vital role in climate solutions.»

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«The authors of a new MIT study say that unless nuclear energy is meaningfully incorporated into the global mix of low-carbon energy technologies, the challenge of climate change will be much more difficult and costly to solve»

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«Our analysis demonstrates that realizing nuclear energy’s potential is essential to achieving a deeply decarbonized energy future in many regions of the world »

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«Incorporating new policy and business models, as well as innovations in construction that may make deployment of cost-effective nuclear power plants more affordable, could enable nuclear energy to help meet the growing global demand for energy generation while decreasing emissions to address climate change»

*

«Global electricity consumption is on track to grow 45 percent by 2040, and the team’s analysis shows that the exclusion of nuclear from low-carbon scenarios could cause the average cost of electricity to escalate dramatically»

*

«policymakers should avoid premature closures of existing plants, which undermine efforts to reduce emissions and increase the cost of achieving emission reduction targets.»

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I tempi sono mutati radicalmente.

Chi avesse sostenuto codeste tesi due anni or sono sarebbe stato crocefisso nel corridoio dei passi perduti.



MIT News. 2018-09-04. MIT Energy Initiative study reports on the future of nuclear energy

Findings suggest new policy models and cost-cutting technologies could help nuclear play vital role in climate solutions.

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How can the world achieve the deep carbon emissions reductions that are necessary to slow or reverse the impacts of climate change? The authors of a new MIT study say that unless nuclear energy is meaningfully incorporated into the global mix of low-carbon energy technologies, the challenge of climate change will be much more difficult and costly to solve. For nuclear energy to take its place as a major low-carbon energy source, however, issues of cost and policy need to be addressed.

In “The Future of Nuclear Energy in a Carbon-Constrained World,” released by the MIT Energy Initiative (MITEI) on Sept. 3, the authors analyze the reasons for the current global stall of nuclear energy capacity — which currently accounts for only 5 percent of global primary energy production — and discuss measures that could be taken to arrest and reverse that trend.

The study group, led by MIT researchers in collaboration with colleagues from Idaho National Laboratory and the University of Wisconsin at Madison, is presenting its findings and recommendations at events in London, Paris, and Brussels this week, followed by events on Sept. 25 in Washington, and on Oct. 9 in Tokyo. MIT graduate and undergraduate students and postdocs, as well as faculty from Harvard University and members of various think tanks, also contributed to the study as members of the research team.

“Our analysis demonstrates that realizing nuclear energy’s potential is essential to achieving a deeply decarbonized energy future in many regions of the world,” says study co-chair Jacopo Buongiorno, the TEPCO Professor and associate department head of the Department of Nuclear Science and Engineering at MIT. He adds, “Incorporating new policy and business models, as well as innovations in construction that may make deployment of cost-effective nuclear power plants more affordable, could enable nuclear energy to help meet the growing global demand for energy generation while decreasing emissions to address climate change.”

The study team notes that the electricity sector in particular is a prime candidate for deep decarbonization. Global electricity consumption is on track to grow 45 percent by 2040, and the team’s analysis shows that the exclusion of nuclear from low-carbon scenarios could cause the average cost of electricity to escalate dramatically.

“Understanding the opportunities and challenges facing the nuclear energy industry requires a comprehensive analysis of technical, commercial, and policy dimensions,” says Robert Armstrong, director of MITEI and the Chevron Professor of Chemical Engineering. “Over the past two years, this team has examined each issue, and the resulting report contains guidance policymakers and industry leaders may find valuable as they evaluate options for the future.”

The report discusses recommendations for nuclear plant construction, current and future reactor technologies, business models and policies, and reactor safety regulation and licensing. The researchers find that changes in reactor construction are needed to usher in an era of safer, more cost-effective reactors, including proven construction management practices that can keep nuclear projects on time and on budget.

“A shift towards serial manufacturing of standardized plants, including more aggressive use of fabrication in factories and shipyards, can be a viable cost-reduction strategy in countries where the productivity of the traditional construction sector is low,” says MIT visiting research scientist David Petti, study executive director and Laboratory Fellow at the Idaho National Laboratory. “Future projects should also incorporate reactor designs with inherent and passive safety features.”

These safety features could include core materials with high chemical and physical stability and engineered safety systems that require limited or no emergency AC power and minimal external intervention. Features like these can reduce the probability of severe accidents occurring and mitigate offsite consequences in the event of an incident. Such designs can also ease the licensing of new plants and accelerate their global deployment.

“The role of government will be critical if we are to take advantage of the economic opportunity and low-carbon potential that nuclear has to offer,” says John Parsons, study co-chair and senior lecturer at MIT’s Sloan School of Management. “If this future is to be realized, government officials must create new decarbonization policies that put all low-carbon energy technologies (i.e. renewables, nuclear, fossil fuels with carbon capture) on an equal footing, while also exploring options that spur private investment in nuclear advancement.”

The study lays out detailed options for government support of nuclear. For example, the authors recommend that policymakers should avoid premature closures of existing plants, which undermine efforts to reduce emissions and increase the cost of achieving emission reduction targets. One way to avoid these closures is the implementation of zero-emissions credits — payments made to electricity producers where electricity is generated without greenhouse gas emissions — which the researchers note are currently in place in New York, Illinois, and New Jersey.

Another suggestion from the study is that the government support development and demonstration of new nuclear technologies through the use of four “levers”: funding to share regulatory licensing costs; funding to share research and development costs; funding for the achievement of specific technical milestones; and funding for production credits to reward successful demonstration of new designs.

The study includes an examination of the current nuclear regulatory climate, both in the United States and internationally. While the authors note that significant social, political, and cultural differences may exist among many of the countries in the nuclear energy community, they say that the fundamental basis for assessing the safety of nuclear reactor programs is fairly uniform, and should be reflected in a series of basic aligned regulatory principles. They recommend regulatory requirements for advanced reactors be coordinated and aligned internationally to enable international deployment of commercial reactor designs, and to standardize and ensure a high level of safety worldwide.

The study concludes with an emphasis on the urgent need for both cost-cutting advancements and forward-thinking policymaking to make the future of nuclear energy a reality.

“The Future of Nuclear Energy in a Carbon-Constrained World” is the eighth in the “Future of…” series of studies that are intended to serve as guides to researchers, policymakers, and industry. Each report explores the role of technologies that might contribute at scale in meeting rapidly growing global energy demand in a carbon-constrained world. Nuclear power was the subject of the first of these interdisciplinary studies, with the 2003 “Future of Nuclear Powerreport (an update was published in 2009). The series has also included a study on the future of the nuclear fuel cycle. Other reports in the series have focused on carbon dioxide sequestration, natural gas, the electric grid, and solar power. These comprehensive reports are written by multidisciplinary teams of researchers. The research is informed by a distinguished external advisory committee.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Problemia Energetici, Senza categoria

Francia. Silurato ed affondato Mr. Nicolas Hulot. Riposi in pace.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-31.

Cacciare a pedate 001

«The shock resignation of the French environment minister may mean that EDF can not only extend the lifespan of its ageing reactors but could even build new reactors in France, the world’s most nuclear-reliant nation»

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«Hulot, who had wanted EDF to close up to a third of the utility’s 58 nuclear reactors and shift to renewable energy»

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«Most of EDF’s nuclear fleet was built in the 1980s and the firm wanted to extend their 40-year lifespan by 10 to 20 years, which is key to its profitability, as the value of the plants is largely written off and they generate the bulk of EDF’s profits»

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«EDF had core earnings of 13.7 billion euros ($15.7 billion) in 2017 on revenue of 70 billion euros»

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«But EDF internal documents show it plans to build two new reactors by 2030 to renew its fleet. EDF CEO Jean-Bernard Levy has said publicly he expects France will eventually build 30 new-generation reactors in decades ahead»

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Il commento dei nostri consulenti francesi è stato lapidario.

‘Si prendono tangenti maggiori dal nucleare

che dal petrolio o dal gas naturale’


Reuters. 2018-08-28. French minister’s exit may give EDF’s nuclear plants new lease of life

The shock resignation of the French environment minister may mean that EDF can not only extend the lifespan of its ageing reactors but could even build new reactors in France, the world’s most nuclear-reliant nation.

The nuclear lobby has for decades had a powerful influence on French energy policy and Nicolas Hulot, who quit on Tuesday, was widely viewed as an impediment to the industry’s drive to maintain nuclear as France’s main power source.

Even when announcing his resignation live on French radio, the former ecological activist branded nuclear a “useless folly”.

EDF shares rose more than 2 percent on news about the exit of Hulot, who had wanted EDF to close up to a third of the utility’s 58 nuclear reactors and shift to renewable energy.

“EDF leadership will be drinking champagne,” said Gerard Magnin, who in 2016 resigned from EDF’s board in disagreement over its all-nuclear strategy.

“Hulot was the last remaining obstacle to a strategy with nuclear as the sole option for security of supply and carbon-free energy,” he told Reuters by phone.

EDF declined comment on the resignation of Hulot.

French President Emmanuel Macron is an advocate of nuclear but the popular Hulot served as a counterbalance. The utility’s shares slid 7 percent when he was appointed last year.

Macron had campaigned on a promise to respect the previous Socialist government’s energy law to cut France’s reliance on nuclear energy to 50 percent by 2025 from 75 percent now, the highest level in the world. bit.ly/2LwOEiM

Hulot had been a strong backer of the plan. But within six months of taking office, the minister was sent out to announce that the target was being pushed back a decade. He said France would set a new timeline in early 2019.

NUCLEAR REPRIEVE?

Hulot’s exit may buy the nuclear industry more time.

“We believe (Hulot) would not have wished to present a new energy strategy which extends the role of nuclear in France,” wrote UBS head of utilities research Sam Arie, who rates EDF “buy”.

Arie said his resignation suggested a decision on extending the lifespan of France’s nuclear plants was on the way and made it less likely EDF would be split into nuclear and non-nuclear units, as Hulot proposed.

Most of EDF’s nuclear fleet was built in the 1980s and the firm wanted to extend their 40-year lifespan by 10 to 20 years, which is key to its profitability, as the value of the plants is largely written off and they generate the bulk of EDF’s profits.

EDF had core earnings of 13.7 billion euros ($15.7 billion)in 2017 on revenue of 70 billion euros.

Macron’s government is awaiting recommendations from nuclear regulator ASN, due by 2020-21, before deciding.

But EDF internal documents show it plans to build two new reactors by 2030 to renew its fleet. EDF CEO Jean-Bernard Levy has said publicly he expects France will eventually build 30 new-generation reactors in decades ahead.

Hulot told the daily Liberation before his resignation that Macron was likely to support those plans. “If I leave, there will be three more reactors in the coming years,” he said in the interview, which was published on Tuesday after he had quit.

Hulot joins a long list of environment ministers who have rued their inability to influence energy policy and left early. France has had 13 environment ministers in the last 20 years.

Delphine Batho, minister under former president Francois Hollande, described in 2014 how the EDF chief executive acts as a “shadow energy minister” who “doesn’t sit at cabinet meetings, but who nonetheless decides France’s energy policy”.

France has long championed nuclear to secure its energy independence. Its scientists have had a leading role in the study of radioactivity.

Industry experts expect a new minister to be more pliable. “He or she will be a doormat,” said one source familiar with French energy policy, asking not to be identified.

Macron could chose between several environment specialists in his LREM party, including Hulot’s deputies Brune Poirson and Nicolas Lecornu, both seen as pragmatists, as well as ADEME state environment agency chief Arnaud Leroy, who helped Macron write his energy program.

He could also pick parliament chair Francois de Rugy or lawmaker Barbara Pompili, who come from the ecology movement.

Pubblicato in: Medio Oriente, Problemia Energetici

Emirati. Sei nuove centrali elettriche. Il problema idrico.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-30.

2018-08-28__Emirati__001

Il problema degli Emirati Arabi è sintetizzato al meglio da una nota della Emirates Nuclear Energy Corporation

«The UAE needs electricity to maintain its rapid economic growth.

As the nation’s economy grows, the UAE requires more electricity to power new sectors from manufacturing and construction to healthcare and ICT. With the growth of new industry comes an increased population, and an increased use of energy and water to power the economy. In the arid climate of the UAE, even water requires energy, as water from desalination plants provides 90% of all potable water consumed. ….

Nuclear energy emerged as the right choice for the UAE because it is a safe, clean and proven technology, it is commercially viable, and it delivers significant volumes of base-load electricity with nearly zero emissions.

Nuclear energy will diversify the nation’s energy supply while ensuring our future energy security. Investment in nuclear energy will also drive the growth of a major, high-tech industry in the UAE and provide high-value jobs for decades to come.»

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Negli Emirati Arabi il 90% dell’acqua potabile è ottenuta tramite processi di desalinizzazione delle acque marine.

Ma il funzionamento degli impianti di desalazione delle acque richiede grande disponibilità di energia, di qui l’esigenza di impiantare un numero adeguato di centrali elettriche, nella progettazione delle quali serve tener conto dell’economicità di gestione.

Queste constatazioni rendono ragione del perché negli Emirati il problema dei rifornimenti idrici sia intimamente connesso con quello della produzione di energia elettrica, al punto di disporre di un’unica Agenzia: la Federal Electricity & Water Authority (FEWA)

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Nel 2018 gli Emirati si avviano a consumare 110.6 bilioni di kWh.

Nel 2000 ne avevano consumato 18.7 e nel 2008 57.88 bilioni di kWh. Una crescita davvero molto sostenuta.

Significativamente, venti anni or sono fu costituita la Fewa.

«Federal Electricity & Water Authority (FEWA) was established in 1999 under the Federal Law No. 31 of 1999 to carry out the duties assigned by Ministry of Electricity and Water in achieving several objectives. Its Main objective is to cater the needs of Electricity and potable Water for the population of the Northern Emirates.To achieve this main objective FEWA has to create a balance between the cost of production and the distribution price in consideration with unifying the existing variable pricing strategies, study the consumption behaviors and create awareness to overcome the waste of electricity and water by consumers. FEWA also has to develop and improve revenue collection processes. One of its objectives is also to provide qualification and training to the citizens making them able to work in FEWA.»

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Water Management in UAE

«The governmental water authorities are closely linked to the federal structure of the UAE. Despite this, there are many authorities at local (emirate) level, which has resulted in a flexible system that reduces the burden on central government. At the federal level, policies, strategies and plans regarding water resources are coordinated through the Ministry of Climate Change and Environment.

The Abu Dhabi Water and Electricity Authority (ADWEA) is responsible for the generation, transportation and distribution of water and electricity in Abu Dhabi. In Dubai, Sharjah and Ras Al-Khaimah these tasks are the responsibility of the Dubai Electricity and Water Authority (DEWA), Sharjah Electricity and Water Authority (SEWA) and Ras Al-Khaimah Electricity and Water Authority, respectively. The Federal Electricity and Water Authority (FEWA) was established in 1999 to generate and distribute electricity and water in the Northern Emirates, i.e. Ajman, Umm Al-Quwain and Fujairah.

Due to the increased demand for water and energy, the government has allowed private companies to participate in its energy and water sector for a number of years.

Privatization of water desalination started in Abu Dhabi with large independent water projects (IWPs) or independent water and power projects (IWPPs) in the early 2000s. This allowed foreign companies to create joint ventures with national companies, which has contributed to the diversification of technology and the reduction of production costs.

In each IWPP, a government authority such as ADWEA retains a 60% equity share while the remaining 40% is held by private investors. All IWPPs are required to sell their water and electricity production and capacity to the Abu Dhabi Water and Electricity Company (ADWEC), which is a government-owned subsidiary of ADWEA. This new system, which has built-in incentives to reduce production costs and improve quality, seems to have produced positive results, notably a reduction in cost.

Financing schemes such as build-own-operate (BOO) and build-own-operate-transfer (BOOT) have been adopted in some of the new desalination projects. Technically, among the newly adopted practices are hybrid desalination plants, such as the desalination plant in Fujairah. In addition, the desalination market is expected to increase significantly with population growth as well as the expansion in industrial activities and tourism, all compounded by overall improvement in the standard of living.»

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Largest desalination plant in Abu Dhabi soon. [Khaleej Times.]

«Abu Dhabi will build the world’s largest water desalination plant to serve the emirate and other parts of the UAE.

The Abu Dhabi Water and Electricity Authority (ADWEA) on Tuesday announced the launch of the desalination plant, slated to produce 200 million gallons of water per day using the reverse osmosis technology.

The announcement was made at the World Water Summit and World Future Energy Summit, which are part of the Abu Dhabi Sustainability Week, on until January 20.

Construction on the Dh2 billion project in Al Taweelah area – located approximately 45 kilometres north of Abu Dhabi – will start in 2019 and is scheduled to be completed by 2021. The desalination plant is aimed at boosting water supply in the emirates to meet increasing demand, serving Abu Dhabi and the northern emirates.

Officials said the project will be in two blocks, each producing 100 million Imperial Gallons per Day (MIGD).

Dr Saif Saleh Al Seairi, acting director general of ADWEA, said at the launch of the project: “The desalination of water will be done using reverse osmosis technology, which is cost effective. The production cost will be Dh10 per gallon.”

He added: “The Project is important to secure the potable water supply in the emirate and play a key role in the ongoing cost reduction initiative in the sector by procuring competitive and efficient RO water desalination technology.”»

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RAK to have six new power stations by 2020

«The Federal Electricity and Water Authority (Fewa) has announced that it will build six new power stations at the cost of Dh490 million in the new residential areas of Ras Al Khaimah by 2020.

Mohammed Saleh, director-general of Fewa, said more power is needed for the new residential areas in the emirate.

“The same applies to the new and ongoing industrial projects, leave alone the property investment projects at the Al Marjan Island, Al Hamra and RAK marine city.

“The six new power stations are in pursuance of the directives of the prudent leadership to boost the infrastructure capacity and attract more investments.” The new stations include a 132/33/11 KVA power station, with a capacity of 270 MV

The new stations include a 132/33/11 KVA power station, with a capacity of 270 MV to be built at Al Raq area against Dh145 million, he explained.

“Another 132/33/11 KVA power station, with a capacity of 270 MV, will be built at Al Hamra area where some cables will be extended at the cost of Dh145 million.”

Four more 33/11 KVA power stations, worth Dh200 million, will be built at Al Marjan Island, as well as Julphar, Al Filaya and Azan areas, Saleh added.

“Fewa will build more power stations and extend more electricity cables for providing electricity to the new and planned residential areas in the emirate.”

Saleh added that Fewa has expanded the two power stations of Al Sherisha and Al Muairidh area.

“The two 33/11 KVA power stations, worth Dh8 million, will meet the demands of the new houses at these two areas, leave alone the ongoing tourist projects.”»

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Agenzia Nova. 2018-08-26. Energia: Emirati, entro il 2020 sei nuove centrali elettriche a Ras al Khaimah

Abu Dhabi, 25 ago 10:30 – (Agenzia Nova) – L’Autorità federale per l’elettricità e l’acqua (Fewa) degli Emirati Arabi Uniti ha annunciato che entro il 2020 costruirà sei nuove centrali elettriche al costo di 133 milioni di dollari nelle nuove aree residenziali nell’emirato di Ras al Khaimah. Mohammed Saleh, direttore generale di Fewa, ha dichiarato che è necessaria maggiore potenza elettrica per poter sopperire alla domanda delle nuove aree residenziali nell’emirato, ma anche ai progetti industriali in costruzione e da costruire. “Le sei nuove centrali elettriche sono in linea con le direttive della leadership per aumentare la capacità delle infrastrutture e attirare più investimenti”. Le nuove stazioni includono una centrale elettrica (KVA 132/33/11), con una capacità di 270 Mega Volt da costruire nella zona di Al Raq. Un’altra centrale elettrica della stessa capacità verrà realizzata nella zona di Al Hamra dove alcuni cavi saranno estesi al costo di 39 milioni di dollari. Altre quattro centrali elettriche modello 33/11 KVA, del valore di 54 milioni di dollari saranno costruite nell’isola di Al Marjan e nelle aree di Julphar, Al Filaya e Azan. Saleh ha sottolineato che Fewa costruirà più centrali elettriche ed estenderà più cavi elettrici per fornire elettricità alle nuove e programmate aree residenziali dell’emirato. Saleh ha aggiunto che Fewa ha ampliato le due centrali elettriche di Al Sherisha e Al Muairidh.