Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Geopolitica Mondiale, Materie Prime, Putin, Russia

Russia. Mr Putin ha vinto la guerra energetica. – Bloomberg.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-08-15.

2022-08-13__ In the Energy Markets, Putin Is Winning the War 001

«Putin is winning the energy battle»

«No matter what indicator you use, Russian President Vladimir Putin is winning in the energy markets.

«Putin sta vincendo la battaglia energetica»

«Non importa quale indicatore si usi, il presidente russo Vladimir Putin sta vincendo sui mercati energetici»

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Questo articolo allegato riporta in modo ben coordinato una lunga serie di elementi già noti. La sua intrinseca novità consiste nel fatto che è edito da Bloomberg, ossia dal tempio dell’ideologia liberal, tutto loggia e culto di ogni anche impensabile possibile perversione.

Ammette ore rotundo che la Russia del Presidente Putin abbia vinto il conflitto che Joe Biden e la Nato gli hanno dichiarato, coprendola di sanzioni, nella vana speranza di portarla al fallimento.

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Non importa quale indicatore si usi, il presidente russo Vladimir Putin sta vincendo sui mercati energetici. Mosca sta mungendo la sua mucca da mungere, guadagnando centinaia di milioni di dollari ogni giorno per finanziare l’invasione dell’Ucraina e comprare il sostegno interno alla guerra. Quando le sanzioni europee contro le esportazioni di greggio russo entreranno in vigore da novembre, i governi della regione si troveranno di fronte a scelte difficili, poiché la crisi energetica inizierà a colpire consumatori e aziende.

I costi dell’elettricità per le case e le imprese sono destinati a salire a partire da ottobre, poiché l’aumento dei proventi del petrolio consente a Putin di sacrificare le entrate del gas e di comprimere le forniture all’Europa. I prezzi nel Regno Unito saliranno probabilmente del 75%, mentre in Germania alcune aziende municipalizzate hanno già avvertito che i prezzi aumenteranno di oltre il 100%. La Russia è riuscita ad armare le forniture energetiche.

I governi occidentali saranno sempre più costretti a spendere miliardi per sovvenzionare le bollette delle famiglie o, come già avviene in Francia, per assumere il controllo delle società elettriche.

Il primo indicatore che mostra come Putin abbia invertito la tendenza del petrolio è la produzione russa di greggio. Il mese scorso, la produzione del Paese è tornata a livelli vicini a quelli prebellici, con una media di quasi 10.8 milioni di barili al giorno, solo marginalmente in calo rispetto agli 11 milioni pompati a gennaio, immediatamente prima dell’invasione dell’Ucraina.

Dopo questa lotta iniziale, la Russia ha trovato nuovi clienti per il milione di barili al giorno circa che i raffinatori europei hanno smesso di acquistare a causa dell’autosanzione. La maggior parte di questo greggio sta finendo in Asia – in particolare in India – ma anche in Turchia e altrove in Medio Oriente. Una parte è ancora presente in Europa, con gli acquirenti che continuano ad acquistare greggio russo prima dell’introduzione delle sanzioni ufficiali prevista per l’inizio di novembre.

Il secondo indicatore è il prezzo del petrolio russo. Inizialmente, Mosca è stata costretta a vendere i suoi sapori di greggio con sconti enormi rispetto ad altre varietà per attirare gli acquirenti. Nelle ultime settimane, tuttavia, il Cremlino ha riacquistato il potere di determinazione dei prezzi, approfittando di un mercato ristretto.

Il greggio ESPO è passato di mano alla parità con Dubai. Il greggio Urals, il fiore all’occhiello delle esportazioni russe di petrolio verso l’Europa, non sta beneficiando quanto l’ESPO, poiché i suoi principali acquirenti sono tradizionalmente paesi come la Germania piuttosto che l’India. Ma sta anche recuperando il prezzo, vendendo di recente a 20-25 dollari al barile in meno rispetto al Brent di riferimento, dopo essere stato scambiato con uno sconto di quasi 35 dollari all’inizio di aprile. Mosca sta trovando nuovi commercianti di materie prime, spesso operanti dal Medio Oriente e dall’Asia e probabilmente finanziati dal denaro russo, disposti ad acquistare il suo greggio e a spedirlo verso mercati affamati.

L’ultimo indicatore del successo russo è politico, più che di mercato. A marzo e aprile, i politici occidentali erano ottimisti sul fatto che il cartello OPEC, guidato da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, avrebbe abbandonato l’alleanza con la Russia. È accaduto il contrario.

Nonostante il viaggio del Presidente degli Stati Uniti Joseph Biden a Riyadh, Putin ha mantenuto la sua influenza all’interno dell’alleanza OPEC+. Poco dopo la partenza di Biden dall’Arabia Saudita, il vice primo ministro russo Alexander Novak, persona di riferimento della nazione per la gestione delle relazioni con il cartello, è volato nel regno.

La vittoria sul mercato petrolifero significa che Putin può permettersi di rinunciare alle entrate limitando le vendite di gas naturale all’Europa, mettendo sotto pressione Berlino, Parigi e Londra, che si stanno preparando a un massiccio aumento dei prezzi dell’energia al dettaglio e a una potenziale carenza che potrebbe portare al razionamento quest’inverno. Mosca sta facendo così tanti soldi vendendo petrolio che può permettersi di limitare le forniture di greggio anche ai Paesi dell’Europa orientale, come ha fatto all’inizio di questa settimana.

Una combinazione di freddo, aumento della domanda di elettricità e impennata dei prezzi nel corso dell’anno rischia di minare il sostegno occidentale all’Ucraina. I politici europei che sono stati ansiosi di ottenere il plauso internazionale ostentando il loro sostegno a Kiev potrebbero essere meno disposti a pagare il conto interno per evitare la povertà energetica tra i loro elettori.

Putin sta vincendo la battaglia energetica.

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«No matter what indicator you use, Russian President Vladimir Putin is winning in the energy markets. Moscow is milking its oil cash cow, earning hundreds of millions of dollars every day to bankroll the invasion of Ukraine and buy domestic support for the war. Once European sanctions against Russian crude exports kick in from November, the region’s governments will face some tough choices as the energy crisis starts to bite consumers and companies»

«Electricity costs for homes and businesses are set to soar from October, as the surge in oil income allows Putin to sacrifice gas revenue and squeeze supplies to Europe. UK prices are likely to jump by 75%, while in Germany some municipal utilities have already warned prices will increase in excess of 100%. Russia has successfully weaponized energy supplies»

«Western governments will come under increasing pressure to spend billions either subsidizing household bills or, as is already the case in France, by taking control of power companies»

«The first indicator showing how Putin has turned the oil tide is Russian crude production. Last month, the country’s output climbed back to near pre-war levels, averaging almost 10.8 million barrels per day, only marginally down from the 11 million pumped in January immediately prior to the invasion of Ukraine»

«After that initial struggle, Russia has found new customers for the million barrels a day or so that European oil refiners have stopped purchasing due to self-sanctioning. Most of that crude is ending up in Asia — notably India — but also in Turkey and elsewhere in the Middle East. And some is still showing up in Europe, with buyers still purchasing Russian crude ahead of the planned introduction of official sanctions in early November»

«The second indicator is the price of Russian oil. Initially, Moscow was forced to sell its flavors of crude at huge discounts to other varieties to entice buyers. In recent weeks, however, the Kremlin has regained pricing power, taking advantage of a tight market»

«ESPO crude has changed hands at parity to Dubai. Urals crude, the flagship Russian oil export to Europe, isn’t benefiting as much as ESPO, as its key buyers have traditionally been countries such as Germany rather than India. But it’s also recovering in price, selling recently at $20 to $25 a barrel cheaper than the Brent benchmark, after trading at a discount of almost $35 in early April. Moscow is finding new commodity traders, often operating from the Middle East and Asia and probably financed by Russian money, willing to buy its crude and ship it to hungry markets»

«The final indicator of Russian success is political, rather than market related. Back in March and April, Western policy makers were optimistic that the OPEC cartel, led by Saudi Arabia and the United Arab Emirates, would ditch its alliance with Russia. The opposite has been the case»

«Despite a trip by US President Joseph Biden to Riyadh, Putin has retained his influence inside the OPEC+ alliance. Soon after Biden departed from Saudi Arabia, Russian Deputy Prime Minister Alexander Novak, the nation’s point-person managing the relationship with the cartel, flew to the kingdom»

«The oil market victory means Putin can afford to forego revenue by restricting natural gas sales to Europe, putting pressure on Berlin, Paris and London, which are bracing for massive retail energy price increases and potential shortages that may lead to rationing this winter. Moscow is making so much money selling oil it can afford to restrict crude supply to Eastern European nations, too, as it did earlier this week»

«A combination of cold weather, surging demand for electricity and soaring prices later this year risks undermining Western support for Ukraine. European politicians who’ve been eager to win international kudos by flaunting their support for Kyiv may be less willing to foot the domestic bill for averting energy poverty among their own voters»

«Putin is winning the energy battle»

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In the Energy Markets, Putin Is Winning the War – Bloomberg.

No matter what indicator you use, Russian President Vladimir Putin is winning in the energy markets. Moscow is milking its oil cash cow, earning hundreds of millions of dollars every day to bankroll the invasion of Ukraine and buy domestic support for the war. Once European sanctions against Russian crude exports kick in from November, the region’s governments will face some tough choices as the energy crisis starts to bite consumers and companies.

Electricity costs for homes and businesses are set to soar from October, as the surge in oil income allows Putin to sacrifice gas revenue and squeeze supplies to Europe. UK prices are likely to jump by 75%, while in Germany some municipal utilities have already warned prices will increase in excess of 100%. Russia has successfully weaponized energy supplies; Western governments will come under increasing pressure to spend billions either subsidizing household bills or, as is already the case in France, by taking control of power companies.

The first indicator showing how Putin has turned the oil tide is Russian crude production. Last month, the country’s output climbed back to near pre-war levels, averaging almost 10.8 million barrels per day, only marginally down from the 11 million pumped in January immediately prior to the invasion of Ukraine. Based on industry estimates, oil production is slightly higher so far this month. 

It isn’t a blip: July marked the third consecutive month of oil production recovery, with output up significantly from this year’s low point of 10 million barrels set in April, when European buyers started shunning Russia and Moscow scrambled to find new buyers.  

After that initial struggle, Russia has found new customers for the million barrels a day or so that European oil refiners have stopped purchasing due to self-sanctioning. Most of that crude is ending up in Asia — notably India — but also in Turkey and elsewhere in the Middle East. And some is still showing up in Europe, with buyers still purchasing Russian crude ahead of the planned introduction of official sanctions in early November. Everyone who bet that Russian oil production would continue to drop — myself included — got it wrong. 

The second indicator is the price of Russian oil. Initially, Moscow was forced to sell its flavors of crude at huge discounts to other varieties to entice buyers. In recent weeks, however, the Kremlin has regained pricing power, taking advantage of a tight market. 

ESPO crude, a category of Russian oil from the Far East, is a good example of the new trend. At the low earlier this year,  it sold at a discount of more than $20 a barrel to Dubai crude, the regional oil benchmark for Asia. Recently, ESPO crude has changed hands at parity to Dubai. Urals crude, the flagship Russian oil export to Europe, isn’t benefiting as much as ESPO, as its key buyers have traditionally been countries such as Germany rather than India. But it’s also recovering in price, selling recently at $20 to $25 a barrel cheaper than the Brent benchmark, after trading at a discount of almost $35 in early April. 

Moscow is finding new commodity traders, often operating from the Middle East and Asia and probably financed by Russian money, willing to buy its crude and ship it to hungry markets. With Brent crude hovering at close to $100 a barrel, and with Russia able to offer smaller discounts, there’s plenty of money coming in to the Kremlin. For now at least, energy sanctions aren’t working. 

The final indicator of Russian success is political, rather than market related. Back in March and April, Western policy makers were optimistic that the OPEC cartel, led by Saudi Arabia and the United Arab Emirates, would ditch its alliance with Russia. The opposite has been the case.

Despite a trip by US President Joseph Biden to Riyadh, Putin has retained his influence inside the OPEC+ alliance. Soon after Biden departed from Saudi Arabia, Russian Deputy Prime Minister Alexander Novak, the nation’s point-person managing the relationship with the cartel, flew to the kingdom. A few days later, OPEC+ announced a minuscule oil production increase, keeping pressure on global energy markets.

The oil market victory means Putin can afford to forego revenue by restricting natural gas sales to Europe, putting pressure on Berlin, Paris and London, which are bracing for massive retail energy price increases and potential shortages that may lead to rationing this winter. Moscow is making so much money selling oil it can afford to restrict crude supply to Eastern European nations, too, as it did earlier this week.

A combination of cold weather, surging demand for electricity and soaring prices later this year risks undermining Western support for Ukraine. European politicians who’ve been eager to win international kudos by flaunting their support for Kyiv may be less willing to foot the domestic bill for averting energy poverty among their own voters.

In public, European governments are still resolute in their determination to wean themselves off Russian energy. Privately, they must be acknowledging the hardships that stance threatens to inflict on their economies. Putin is winning the energy battle; let’s hope that leverage isn’t powerful enough to prompt Western politicians to soften their stance in the real war.

Pubblicato in: Brasile, Cina, Devoluzione socialismo, Diplomazia, Geopolitica Mondiale, India, Russia

Brics. Si espandono ad Iran, Argentina, Egitto, Arabia Saudita e Turkia. Club energetico maggiore al mondo.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-07-18.

0000-0000__ Brics 001

Il gruppo Brics ha ricevuto richieste di adesione da parte di Iran, Argentina, Egitto, Arabia Saudita e Turkia.

Si formerebbe in questa maniera un gruppo coordinato che insieme ai già membri Brasile, Cina, India, Russia e Sud Africa governerebbe quasi il settanta per cento delle risorse petrolifere ed energetiche mondiali e di gran parte delle materie prime.

Non solo.

Questo gruppo di dieci stati sovrani ma economicamente coordinati dispone di un Pil Ppp di 60,453.574 miliardi, contro quello americano di 25,346.805 miliardi e quello europeo do 23,730.275 miliardi.

In altri termini, i Brics sono diventati la potenza egemone mondiale. L’occidente ha ancora grandi risorse, ma è afflitto da una inflazione devastante, aggravata dal peso di immani debiti pubblici, non più a lungo sostenibili.

Ma questo non è tutto.

Il Club dei Brics è soprattutto un blocco economico nel cui ambito si rispetta in modo paritetico la sovranità nazionale altrui, senza interferenza alcuna negli altrui affari interni.

Questa è la carta vincente e rende ragione del fatto che molti altri stati sovrani stanno valutando se chiedere di essere ammessi nel Club.

L’enclave liberal occidentale sta devolvendo dissolvendosi: ci vorrà ancora qualche tempo, ma il destino è segnato. E proprio in un momento così delicato i governi occidentali sono traballanti, paralizzati, ed incapaci di prendere decisione operazionale alcuna.

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BRICS expects Egypt, Saudi Arabia and Turkey to join group soon

The president of the BRICS International Forum expects Turkey, Egypt and Saudi Arabia to join the group “very soon”. In an interview with Russia’s Izvestia, Purnima Anand said that China, Russia and India discussed this issue during the 14th BRICS Summit, which was held online last month.

“All these countries have shown an interest in joining and are preparing to apply for membership. I think this is a good step, because expansion is always perceived positively; this will clearly increase the influence of BRICS in the world,” explained Anand. “I hope that the accession of countries to BRICS will happen very quickly, because now all representatives of the core of the association are interested in expanding the organisation, so it will be very soon.”

She stressed that the accession of Egypt, Saudi Arabia and Turkey may not take place at the same time.

Earlier, Li Kexin, Director-General of the Department of International Economic Affairs of the Chinese Foreign Ministry, said that several countries were “knocking on the doors” of the organisation, including Indonesia, Turkey, Saudi Arabia, Egypt and Argentina.

The BRICS forum is a political organisation that began negotiations for its formation in 2006 and held its first summit in 2009. Its members were the countries with emerging economies, namely Brazil, Russia, India, and China, operating under the name BRIC, before South Africa joined the organisation in 2010, making it BRICS.

The organisation’s countries are characterised as being among the industrialised developing countries with large and emerging economies. Half of the world’s population lives in these five countries, and their combined gross domestic product is equivalent to that of the US ($13.6 trillion). Their total foreign exchange reserves are $4 trillion.

In 2017, during the BRICS summit in Xiamen, China, there was talk of the BRICS expansion plan, whereby new countries are added to the BRICS group as permanent guests or participants in the dialogue.

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The Rise of BRICS: The economic giant that is taking on the West

The G7 summit in Elmau, Germany, June 26-28, and the NATO summit in Madrid, Spain, two days later, were practically useless in terms of providing actual solutions to ongoing global crises – the war in Ukraine, the looming famines, climate change and more. But the two events were important, nonetheless, as they provide a stark example of the impotence of the West, amid the rapidly changing global dynamics.

As was the case since the start of the Russia-Ukraine war, the West attempted to display unity, though it has become repeatedly obvious that no such unity exists. While France, Germany and Italy are paying a heavy price for the energy crisis resulting from the war, Britain’s Boris Johnson is adding fuel to the fire in the hope of making his country relevant on the global stage following the humiliation of Brexit. Meanwhile, the Biden Administration is exploiting the war to restore Washington’s credibility and leadership over NATO – especially following the disastrous term of Donald Trump, which nearly broke up the historic alliance.

Even the fact that several African countries are becoming vulnerable to famines  – as a result of the disruption of food supplies originating from the Black Sea and the subsequent rising prices – did not seem to perturb the leaders of some of the richest countries in the world. They still insist on not interfering in the global food market, though the skyrocketing prices have already pushed tens of millions of people below the poverty line.

Though the West had little reserve of credibility to begin with, Western leaders’ current obsession with maintaining thousands of sanctions on Russia, further NATO expansion, dumping yet more ‘lethal weapons’ in Ukraine and sustaining their global hegemony at any cost, have all pushed their credibility standing to a new low.

From the start of the Ukraine war, the West championed the same ‘moral’ dilemma as that raised by George W. Bush at the start of his so-called ‘war on terror’. “You are either with us or with the terrorist,” he declared in September 2001. But the ongoing Russia-NATO conflict cannot be reduced to simple and self-serving cliches. One can, indeed, want an end to the war, and still oppose US-western unilateralism. The reason that American diktats worked in the past, however, is that, unlike the current geopolitical atmosphere, a few dared oppose Washington’s policies.

Times have changed. Russia, China, India, along with many other countries in Asia, the Middle East, Africa and South America are navigating all available spaces to counter the suffocating western dominance. These countries have made it clear that they will not take part in isolating Russia in the service of NATO’s expansionist agenda. To the contrary, they have taken many steps to develop alternatives to the west-dominated global economy, and particularly to the US dollar which, for five decades, has served the role of a commodity, not a currency, per se. The latter has been Washington’s most effective weapon, associated with many US-orchestrated crises, sanctions and, as in the case of Iraq and Venezuela, among others, mass hunger.

China and others understand that the current conflict is not about Ukraine vs Russia, but about something far more consequential. If Washington and Europe emerge victorious, and if Moscow is pushed back behind the proverbial ‘iron curtain,’ Beijing would have no other options but to make painful concessions to the re-emerging west. This, in turn, would place a cap on China’s global economic growth, and would weaken its case regarding the One China policy.

China is not wrong. Almost immediately following NATO’s limitless military support of Ukraine and the subsequent economic war on Russia, Washington and its allies began threatening China over Taiwan. Many provocative statements, along with military maneuvers and high-level visits by US politicians to Taipei, were meant to underscore US dominance in the Pacific.

Two main reasons drove the West to further invest in the current confrontational approach against China, at a time where, arguably, it would have been more beneficial to exercise a degree of diplomacy and compromise. First, the West’s fear that Beijing could misinterpret its action as weakness and a form of appeasement; and, second, because the West’s historic relationship with China has always been predicated on intimidation, if not outright humiliation. From the Portuguese occupation of Macau in the 16th century, to the British Opium Wars of the mid-19th century, to Trump’s trade war on China, the West has always viewed China as a subject, not a partner.

This is precisely why Beijing did not join the chorus of western condemnations of Russia. Though the actual war in Ukraine is of no direct benefit to China, the geopolitical outcomes of the war could be critical to the future of China as a global power.

While NATO remains insistent on expansion so as to illustrate its durability and unity, it is the alternative world order led by Russia and China that is worthy of serious attention. According to the German Frankfurter Allgemeine Zeitung, Beijing and Moscow are working to further develop the BRICS club of major emerging economies to serve as a counterweight to the G7. The German paper is correct. BRICS’ latest summit on June 23 was designed as a message to the G7 that the West is no longer in the driving seat, and that Russia, China and the Global South are preparing for a long fight against Western dominance.

In his speech at the BRICS summit, Russian President Vladimir Putin proposed the creation of an “international reserve currency based on the basket of currencies of our countries”. The fact that the ruble alone has managed to survive, in fact flourish, under recent Western sanctions, gives hope that BRICS currencies combined can manage to eventually sideline the US dollar as the world dominant currency.

Reportedly, it was Chinese President Xi Jinping who requested that the date of the BRICS summit be changed from 4 July  to 23 June, so that it would not appear to be a response to the G7 summit in Germany. This further underscores how the BRICS are beginning to see themselves as a direct competitor to the G7. The fact that Argentina and Iran are applying for BRICS membership also illustrates that the economic alliance is morphing into a political, in fact geopolitical, entity.

The global fight ahead is perhaps the most consequential since World War II. While NATO will continue to fight for relevance, Russia, China, and others will invest in various economic, political and even military infrastructures, in the hope of creating a permanent and sustainable counterbalance to Western dominance. The outcome of this conflict is likely to shape the future of humanity.

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BRICS expands to build multipolar world: Saudi Arabia, Egypt and Turkey to join in
Saudi Arabia, Egypt and Turkey want to join the BRICS, Purnima Anand, President of the BRICS International Forum said, Izvestia reports.

The decision was discussed by Russia, China and India during the 14th BRICS Summit, she added.

“All of these countries have shown their interest in joining and are preparing to apply for membership. I think this is a good step, since expansion is always perceived positively, this will clearly increase the influence of the BRICS around the world,” Purnima Anand said in a statement.

The process to accept new members should not take long, Anand said, as the countries are already in the process of joining the group. However, the states will enter the BRICS gradually, one by one. Discussions on Iran, Argentina, Saudi Arabia, Egypt and Turkey can be expected at the next summit in South Africa in 2023.

A high-ranking source told the publication that Saudi Arabia’s membership was reviewed during the visit of Russian Foreign Minister Sergei Lavrov to Riyadh on June 1-2. Moscow supported the government’s initiative. A diplomatic solution is currently being sought.

Earlier, Russian President Vladimir Putin said that the leadership of the BRICS countries was in demand to build the multipolar world. One may also count on the assistance of African, Asian and Latin American countries that pursue an independent policy, he added.

Pavel Knyazev, Russia’s sous-sherpa at BRICS, confirmed that it was decided to start discussing the expansion of the group.

“At the last summit, a decision was made to start discussing modalities, principles and criteria for the expansion process. Once consensus is reached on these issues, all members of the five will have to decide when to start discussing potential candidates,” Knyazev said. Moscow welcomes the interest of all states in joining the BRICS, he added.

Earlier, Russian Foreign Minister Sergei Lavrov said that the process to prepare for the expansion of the BRICS association had been launched.

“Of course, both Argentina and Iran are worthy and respected candidates, just like a number of other countries that appear in discussions,” Lavrov said.

On June 27, Iranian Foreign Ministry spokesman Saeed Khatibzadeh announced that the authorities of the republic had applied for BRICS membership. Russian Foreign Ministry spokeswoman Maria Zakharova confirmed that Iran and Argentina intend to become members of the group.

BRICS is the acronym coined to associate five major emerging economies: Brazil, Russia, India, China and South Africa. The BRICS members are known for their significant influence on world affairs. Since 2009, the governments of the BRICS states have met annually at formal summits.

Pubblicato in: Brasile, Cina, Geopolitica Mondiale, India, Russia

Iran. Ha chiesto di aderire al Gruppo Brics, Russia, Cina, India, Brasile, Sud Africa.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-07-02.

Iran 003

Nota.

L’articolo calcola il peso economico usando i pil assoluti al posto degli usuali pil ppp.

Ne consegue che i valori riportati siano sottostimati rispetto alla realtà dei fatti.

Si noti anche come l’articolista sia diventato cauto nelle espressioni.

«Russia sent troops into Ukraine on Feb. 24 to degrade its southern neighbour’s military capabilities, root out people it called dangerous nationalists»

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L’Iran, che detiene le seconde riserve di gas al mondo, ha chiesto di entrare a far parte del gruppo BRICS, composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, che Pechino e Mosca presentano come una potente alternativa dei mercati emergenti all’Occidente.

Il termine BRIC è stato coniato dall’economista di Goldman Sachs Jim O’Neill nel 2001 per descrivere la sorprendente ascesa di Brasile, Russia, India e Cina. Le potenze del BRIC hanno tenuto il loro primo vertice nel 2009 in Russia. Il Sudafrica ha aderito nel 2010.

La Russia ha dichiarato che anche l’Argentina ha chiesto di aderire

Mentre la Casa Bianca pensava a cos’altro spegnere nel mondo, vietare o rovinare, l’Argentina e l’Iran hanno chiesto di entrare nei BRICS.

La Cina è di gran lunga l’economia più grande del gruppo BRICS, con oltre il 70% della potenza economica collettiva del gruppo, pari a 27.5 trilioni di dollari. L’India rappresenta circa il 13%, mentre la Russia e il Brasile rappresentano ciascuno circa il 7%, secondo i dati del FMI. I BRICS rappresentano oltre il 40% della popolazione mondiale e circa il 26% dell’economia globale.

Xi ha criticato “l’abuso” delle sanzioni internazionali, mentre Putin ha rimproverato all’Occidente di fomentare la crisi globale.

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha dichiarato che l’Occidente è impegnato in una battaglia con i governi autocratici come Cina e Russia.

Il 24 febbraio la Russia ha inviato truppe in Ucraina per ridurre le capacità militari del suo vicino meridionale, estirpare coloro che definisce pericolosi nazionalisti e difendere i russofoni di due regioni dell’Ucraina orientale.

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«Iran, which holds the world’s second largest gas reserves, has applied to join the BRICS group of Brazil, Russia, India, China and South Africa that Beijing and Moscow cast as a powerful emerging market alternative to the West»

«The term BRIC was coined by Goldman Sachs economist Jim O’Neill in 2001 to describe the startling rise of Brazil, Russia, India, China. The BRIC powers had their first summit in 2009 in Russia. South Africa joined in 2010»

«Russia said Argentina had also applied to join»

«While the White House was thinking about what else to turn off in the world, ban or spoil, Argentina and Iran applied to join the BRICS»

«China has by far the largest economy in the BRICS grouping, accounting for more than 70% of the group’s collective $27.5 trillion economic might. India accounts for about 13%, with Russia and Brazil each accounting for about 7%, according to IMF data. BRICS account for more than 40% of the world’s population and about 26% of the global economy»

«Xi criticised “the abuse” of international sanctions, while Putin scolded the West for fomenting global crisis»

«U.S. President Joe Biden has said the West is locked in a battle with autocratic governments such as China and Russia»

«Russia sent troops into Ukraine on Feb. 24 to degrade its southern neighbour’s military capabilities, root out people it called dangerous nationalists and defend the Russian-speakers of two eastern Ukrainian regions»

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Iran applies to join China and Russia in BRICS club

– Iran applies to join BRICS

– Russia says West is failing

– Argentina also applied to join BRICS – Russia

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Dubai/London, June 28 (Reuters) – Iran, which holds the world’s second largest gas reserves, has applied to join the BRICS group of Brazil, Russia, India, China and South Africa that Beijing and Moscow cast as a powerful emerging market alternative to the West.

The term BRIC was coined by Goldman Sachs economist Jim O’Neill in 2001 to describe the startling rise of Brazil, Russia, India, China. The BRIC powers had their first summit in 2009 in Russia. South Africa joined in 2010.

Iran’s membership in the BRICS group “would result in added values for both sides”, Iran’s Foreign Ministry spokesperson said. Russia said Argentina had also applied to join.

Russia cast the applications as evidence that the West, led by the United States, was failing to isolate Moscow after the invasion of Ukraine.

“While the White House was thinking about what else to turn off in the world, ban or spoil, Argentina and Iran applied to join the BRICS,” Russian Foreign Ministry spokeswoman Maria Zakharova said.

Argentine officials could not be reached for immediate comment but President Alberto Fernandez, currently in Europe, has in recent days reiterated his desire for Argentina to join BRICS.

China has by far the largest economy in the BRICS grouping, accounting for more than 70% of the group’s collective $27.5 trillion economic might. India accounts for about 13%, with Russia and Brazil each accounting for about 7%, according to IMF data.

BRICS account for more than 40% of the world’s population and about 26% of the global economy.

Since the Iranian Revolution of 1979 swept U.S.-backed Shah Mohammad Reza Pahlavi from power, Iran has been ostracised by the West and its economy crippled by a myriad of sanctions. It hold’s around a quarter of the Middle East’s oil reserves.

                         Chinese Power.

Chinese President Xi Jinping joined Russian President Vladimir Putin and other BRICS leaders for a virtual summit last week.

Xi criticised “the abuse” of international sanctions, while Putin scolded the West for fomenting global crisis, with both leaders calling for greater BRICS cooperation.  

Putin has said relations with China are the best they have ever been and touts a strategic partnership with China aimed at countering U.S. influence.

U.S. President Joe Biden has said the West is locked in a battle with autocratic governments such as China and Russia.

The United States and European powers blame Putin’s decision to invade Ukraine as the reason relations with the West have sunk to the lowest level since the 1962 Cuban Missile Crisis — including the severest sanctions in modern history.

But Putin says the West wants to destroy Russia, that the economic sanctions are akin to a declaration of economic war and that Russia will build ties with other powers such as China, India and powers in the Middle East.

Putin, who casts the Ukraine war as a “special military operation”, blames the United States for humiliating Russia in the aftermath of the 1991 fall of the Soviet Union and threatening Moscow by enlarging the NATO military alliance.

Russia sent troops into Ukraine on Feb. 24 to degrade its southern neighbour’s military capabilities, root out people it called dangerous nationalists and defend the Russian-speakers of two eastern Ukrainian regions.

Ukraine says Russia has launched an imperial-style land grab and will never surrender its territory to Russia.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Geopolitica Mondiale

Elezioni francesi. Non solo débâcle di Macron.  È crollata l’architettura politica dei liberal.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-06-22.

2022-06-22__ Elezione Francia 001

Le elezioni legislative francesi consentono di trarre alcune importanti deduzioni.

– Macron ha subito una cocente débâcle: ha conseguito solo 245 seggi ed ha perso la maggioranza assoluta. Con lui è risultata essere stata sconfitta la componente massonica che lo aveva proposto e sostenuto. È la prima volta nella storia francese.

– Tutte le sinistre riunite sotto il simbolo Nupes hanno vinto solo 131 seggi, un ben misero risultato per loro che miravano alla maggioranza assoluta e, quindi, al governo.

– La Le Pen decuplica il numero dei seggi ottenuti, e questo senza aver fatto la minima campagna elettorale. Codesto è fatto nuovo della massima importanza. Il popolo francese ha votato nonostante una martellante propaganda contraria. Si è affrancato dalla manipolazione delle menti.

* * * * * * *

Il risultato finale è una Francia che per anni sarà ingovernabile. Ma nel contempo il suo peso all’interno della Unione europea è diventato quasi nullo. L’Unione, già di per sé nei triboli decisionali, non sarà più in grado nemmeno di cambiare le lampadine bruciate.

E tutto questo accade proprio mente il mondo è entrato in una depressione al cui confronto quella del 1929 fu solo una passeggiata.

* * * * * * *

I romani, popolo molto pratico, avevano il loro corpo di leggi e costumanze con le quali gestivano dignitosamente la cosa pubblica. Prevedevano tuttavia come nei periodi di crisi acuta, come dopo la battaglia di Canne, si eleggesse un dittatore rieleggibile, il quale potesse governare secondo utilità senza nessun intoppo burocratico.

L’istituto della dittatura ha salvato più volte Roma da morte certa.

Ma codesto è un insegnamento storico che richiede un profondo ripensamento per essere compreso nella sua reale portata.

La componente liberal occidentale ha assunto come apice della democrazia il suffragio universale.

Dietro a questo concetto si trovava la convinzione di poter manipolare la folla, portandola a votare ciò che fosse stato preventivamente deciso in loggia. Era l’apice del sincretismo.

Dogma dei liberal è la divisione dei poteri per garantire un equilibrio delle forze e la così detta indipendenza della magistratura, vista come fosse indipendente, tanto i magistrati avrebbero anche essi deciso in loggia.

Tutto questo marchingegno presenta una vistosissima lacuna.

Che vada bene, può produrre periodi di stallo politico, di incapacità decisionale nelle sedi parlamentari. Inconveniente cui sopperisce l’adesione della burocrazia al sistema. L’ultimo governo Chirac ne è un chiaro esempio. Ma è totalmente incapace di gestire periodi di crisi

Orbene.

Questo stallo decisionale francese ed europeo è solo il prolegomeno a quello che accadrà tra quattro mesi negli Stati Uniti, con le elezioni di midterm. Perdendo Biden o il Congresso, o il Senato, oppure anche ambedue, l’America precipiterà anche essa nella impotenza decisionale.

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Ma oggi questi moduli ragionativi liberal non funzionano più.

Liberal e massoni sono rimasti rinchiusi in una enclave limitata alla America ed alla Europa. Esiste però, vivo e vitale, tutto il resto del mondo libero e civile, che non si riconosce ed avversa l’ideologica liberal. Questa quota rappresenta oltre la metà della popolazione e del pil ppa mondiale.

Poi il mondo sta subendo una severa depressione economica, alimentata da una inflazione fuori controllo dovuta in larga quota ai rincari dei prezzi delle materie prime. Si tenga anche presente come l’enclave liberal stia morendo sotto il peso di immani debiti pubblici.

Quindi, proprio nel momento in cui la situazione economica avrebbe richiesto governi forti e capaci se non altro di attenuare le situazioni più sgradevoli, l’enclave liberal occidentale stagnerà nelle impotenza decisionale.

Ça va sans dire, che Russia, Cina, India e gli altri paesi liberi riterranno la loro prontezza esecutiva.

In ultima analisi, l’occidente è destinato ad implodere ed i liberal a scomparire.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Geopolitica Mondiale

Rassegna della stampa internazionale al 2022-06-14.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-06-16.

Ciuffolotto Siberiano 001

Sfogliamondo: le borse in profondo rosso e la prospettiva di una guerra dei dazi del Regno Unito con l’Ue

Sulle prime pagine internazionali il tema centrale è lo spettro di una crisi economica globale. Sulla stampa cinese si parla di una riforma delle forze armate che consentirà alla Cina di effettuare operazioni militare all’estero anche al di fuori di situazioni di guerra

AGI – Borse in profondo rosso, con lo spettro di una crisi economica globale, un Trump “fuori dalla realtà” che non ammette la sconfitta elettorale malgrado tutti i suoi collaboratori la confermino, Boris Johnson che presenta una legge per annullare gli accordi Brexit sull’Irlanda del Nord e schiude così le prospettive di una guerra dei dazi con l’Ue: queste le notizie che ricorrono sulle prime pagine internazionali, assieme a temi più legati alla politica nazionale, come per i giornali francesi, inglesi e tedeschi.

Da segnalare, sulla stampa cinese, la notizia di una riforma delle forze armate che consentirà alla Cina di effettuare operazioni militare all’estero anche al di fuori di situazioni di guerra.  

                         Washington Post 

L’indagine parlamentare sull’assalto dei sostenitori di Trump contro il Campidoglio il 6 gennaio del 2020 torna in primo piano con le nuove testimonianze di stretti collaboratori dell’ex presidente che la Commissione d’inchiesta he reso pubbliche ieri. Nel titolo del Washington Post c’è la notizia secca: “La cerchia di Trump lo avvertì che le accuse di brogli elettorali erano false”. Il quotidiano scrive che in base alle deposizioni ascoltate ieri di “una sfilza di collaboratori della Casa Bianca”, tutti dissero a Trump “che non c’erano prove credibili che le elezioni fossero state rubate”, ma furono “ignorati, ridicolizzati e messi da parte dall’ex presidente che si ostinava a fare le affermazioni infondate che hanno posto le basi per il violento attacco al Campidoglio due mesi dopo”.

Trump ha risposto con un comunicato di 12, “con tanto di note a piè di pagina” nota il giornale, per accusare la commissione di condurre “un’indagine farsa” e di “disonorare tutto ciò che consideriamo più sacro nella nostra Costituzione”. In risalto anche il lunedì nero delle Borse, pessimiste nel timore che mercoledì la Fed annuncia nuovi rialzi dei tassi per fermare la corsa dell’inflazione, con forti perdite che stanno “creando una morsa economica per molti americani che si trovano intrappolati tra l’aumento dei prezzi della benzina e il rimpicciolirsi dei loro investimenti”.

Un approfondimento descrive le prospettive buie di una crisi alimentare mondiale: già 49 milioni di persone sono in carestia a causa della guerra in Ucraina che ha sconvolto il mercato dei cereali, ma anche della siccità dovuta ai cambiamenti climatici. Tra gli altri temi, approda sulla prima pagina del Post una notizia che circola da diversi giorni, l’inquietante allarme lanciato dall’analista Blake Lemoine sull’intelligenza artificiale sviluppata da Google e così simile a quella umana da sembrare addirittura senziente. Lemoine è stato licenziato da Google, che sostiene di non aver trovato alcuna prova delle sue affermazioni. 

                         New York Times 

Crollo delle Borse e indagine sull’assalto al Campidoglio sono i due argomenti di testa sulla prima pagina del New York Times. Le crescenti preoccupazioni per l’economia portano i mercati in zona “orso”, titola il giornale usando il gergo dei trader in cui l’orso indica la fase ribassista e il toro quella rialzista. Poco spazio all’ottimismo: negli ultimi 50 anni l’orso ha attaccato i listini solo sette volte, l’ultima all’inizio del Covid, ma allora tutti sapevano che sarebbe durata poco perché dopo la pandemia l’economia sarebbe ripartita, mentre stavolta la sensazione diffusa è che la crisi sarà lunga.

Pari risalto per le testimonianze rese pubbliche ieri dalla commissione parlamentare d’inchiesta sulla sedizione del 6 gennaio 2020: “Trump non ascoltò i suoi collaboratori sulla sconfitta negando la realtà”, sintetizza il titolo del quotidiano che mette in luce il ruolo di Rudy Giuliani, ex procuratore di ferro, ex sindaco di New York e ora avvocato di Trump: un’anima nera che durante lo scrutinio in cui si profilava la vittoria di Biden “sembrava ubriaco mentre tracciava la linea per il presidente”, ripetendo che le “stavano rubando le elezioni” con brogli. Sull’Ucraina, il quotidiano insiste nell’esporre, come faceva già ieri, i crescenti dubbi dell’Occidente tra sostenere una guerra lunga e dura o attivarsi per mediare una pace, e traccia un parallelo con Taiwan, raccontando in un reportage da Taipei che nell’isola si diffonde la sensazione di poter essere invasa dalla Cina come l’Ucraina lo è stata dalla Russia.  

                         Wall Street Journal 

Il nuovo tonfo delle Borse per la prevista ulteriore stretta sui tassi che la Fed annuncerà domani è il tema che campeggia sulla prima pagina del Wall Street Journal. Ieri i listini di New York sono sprofondati, tanto che l’indice S&P è entrato nel temuto territorio dell’orso, espressione con cui si indica una perdita di oltre il 20% rispetto all’ultimo valore massimo. Che ci sarà un rialzo dei tassi è ormai certo, il punto è capire di quale entità, nota il Wsj e ricorda che Powell ha sempre detto che ciò dipende dall’andamento dell’economia. I segnali sono in peggioramento e perciò alcuni analisti, tra cui quelli delle banche di investimento Barclay’s e Jefferies, si aspettano un ritocco dello 0,75% che sarebbe il più consistente dal 2000.

Tra gli investitori il clima ormai è quello di mettersi rapidamente al riparo dai rischi, e quindi le vendite hanno investito anche comparti che finora avevano funzionato, come quello dell’energia, che ha accusato un -5,15%, e quello delle utilities che ha ceduto il 4,6%. Tutti, insomma, vedono nero tanto che, sottolinea il giornale, nei futures si dà una probabilità di circa l’85% che la Fed aumenti il suo tasso di interesse a breve termine di riferimento di almeno 2,5 punti percentuali entro la fine dell’anno. Ne soffre specialmente il mercato delle criptovalute, come il Wsj spiega in un approfondimento: il Bitcoin ieri ha perso l’11% e il motivo è che in fase di rialzo dei tassi gli investimenti più speculativi diventano attrattivi perché si preferisce puntare su titoli meno redditizi ma più stabili. 

                         Financial Times 

Il crollo del Bitcoin viene assunto dal Financial Times come simbolo dell’ondata di ribassi che ieri ha causato un’altra giornata nera per le Borse mondiali: la tensione si comincia a sentire anche in questo lucrativo settore, tanto che Binance, una delle principali piattaforme di criptovalute, ha sospeso i rimborsi ai clienti. Un titolo a parte è riservato alla sterlina, che si è deprezzata ed è scesa al minimo da due anni nel cambio con il dollaro, a causa del rallentamento dell’economia per l’inflazione alta.

Ma il tema centrale resta la proposta di legge presentata da Boris Johnson per modificare le regole del commercio con l’Irlanda del Nord stabilite nel quadro degli accordi sulla Brexit. Ieri il giornale della City riferiva del forte dissenso tra i Tory per questa mossa, oggi racconta le reazioni di Bruxelles, pronta a una battaglia legale. Benché la bozza di Johnson di fatto esautorerebbe la Corte di giustizia europea, è proprio in quella sede che si svolgerebbe lo scontro, e secondo Ft la Gran Bretagna rischierebbe pesanti multe. Se non le pagasse, l’Ue potrebbe decidere di imporre dazi sui prodotti britannici. Scenari non conveniente per il Regno Unito, né per il Nord Irlanda, il cui Parlamento ha fatto appello a Downing Street perché ci riprensi.  

                         The Times 

Se tra i Tory serpeggia la rivolta contro Johnson, le acque non sono più tranquille nel Labour: stando almeno a un retroscena con cui il Times apre la prima pagina, citando sue fonti interne al partito. Il leader Keir Starmer, scrive il giornale, è stato contestato da vari ministri del governo ombra con l’accusa di “annoiare a morte gli elettori” e di dilapidare, con la sua personalità scialba, il capitale di voti che nei sondaggi i laburisti hanno accumulato sull’onda dello scontento dei britannici per il ‘partygate’ che ha investito il premier. “Schiere di elettori del mio collegio semplicemente non pensano a lui”, ha detto al Times un ministro ombra, preoccupato di veder svanire la prospettiva di una vittoria del Labour alle prossime elezioni politiche. A Starmer sarebbe stata concessa un’ultima occasione per presentare una piattaforma solida e attrattiva in termini elettorali alla Conferenza del Labour il prossimo settembre.

In caso contrario, dovrebbe farsi da parte. Altro titolo in grande evidenza è per la proposta di legge con cui Johnson punta a scavalcare gli accordi sulla Brexit e modificare il regime degli scambi commerciali tra Ue e Irlanda del Nord. Bruxelles reagirà con un’azione legale, scrive il giornale, e “molto probabilmente sospendere la cooperazione con la Gran Bretagna su tutte le questioni di interesse bilaterale, dalla pesca ai servizi finanziari, e congelerà la partecipazione della Gran Bretagna al programma di ricerca Horizon che vale 95 miliardi di euro”.  

                         Le Monde 

L’analisi dei risultati del primo turno delle legislative domina la prima pagina, pressocché monografica, di Le Monde. “A rischio la maggioranza assoluta per Macron”, titola il giornale, che descrive un quadro in cui il presidente potrebbe trovarsi impastoiato nella debolezza parlamentare e di conseguenza inceppato nella sua azione riformatrice. Ma guardando più in profondità, Le Monde evidenzia il “disastro democratico” del record dell’astensione: dalle urne, scrive, “è emersa una sola maggioranza, quella di chi non è andato a votare”, e per la seconda volta consecutiva nella quinta repubblica, dopo il 2017, gli astenuti (52,48%) sono più numerosi di quelli che hanno votato. A questa ridotta partecipazione si aggiunge “un’altra fonte di preoccupazione in queste elezioni: il Rassemblement Nationale di Marine Le Pen, cresciuto significativamente rispetto al 2017”. Il contesto, nota Le Monde, “impone una chiarezza che purtroppo è mancata al partito del presidente”. In vista del secondo turno, “questo chiarimento e un rifiuto inequivocabile di qualsiasi cinismo elettorale sono imperativi e urgenti”. 

                         Le Figaro 

Dipinge un Macron disorientato il titolo di apertura di Le Figaro, in una prima pagina tutta dedicata ai risultati delle elezioni legislative: il presidente, scrive il giornale, “cerca una strategia contro Melenchon” e “dopo il colpo di avvertimento del primo turno, il governo è indeciso sugli argomenti da usare contro la sinistra radicale”. Il voto, in ogni caso, “turba l’inizio del quinquennato” di Macron. Il giornale dà spazio all’ex premier Edouard Philippe, alleato di Macron, che fa appello a mobilitarsi per il secondo turno e scongiurare il rischio di “una Francia ingovernabile”. 

                         El Pais 

Il Parlamento spagnolo si appresta a bocciare la legge presentata dal partito nazionalista basco per limitare le prerogative costituzionali del re e comprime la sua immunità aprendo alla possibilità di agire nei suoi confronti in sede tanto penale quanto civile per attività extra istituzionali. È la notizia del giorno secondo El Pais, che titola su pare espresso dall’ufficio legale del Congresso, secondo cui la proposta è incostituzionale. Un parere che sarà utilizzato per bloccare la discussione della legge dal fronte trasversale formatosi contro la proposta basca, e comprendente i socialisti del premier Sanchez, il partito popolare e i neo franchisti di Vox. In evidenza anche il contenzioso tra Spagna e Marocco, che ha radice nella questione del Sahara e che sta paralizzando le relazioni tra i due Paesi: Madrid concede ad Algeri “un’ultima opportunità” per normalizzare i rapporti, e in caso contrario chiederà all’Ue di agire. Il giornale dà rilievo anche a una sua esclusiva riguardante la pedofilia nella Chiesa: un vescovo tedesco, monsignor Emilio Stehle, scomparso nel 2017, avrebbe aiutato diversi sacerdoti accusati di abusi sessuali a fuggire in America latina. 

                         Frankfurter Allgemeine Zeitung 

I lockdown anti Covid imposti in Cina tornano in apertura sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, che è sempre stata attenta all’argomento. Il servizio riguarda la differenza del regime di quarantena vigente nelle le varie metropoli della Repubblica popolare: molto duro a Shaghai, meno a Pechino, meno ancora a Hong Kong, dove a chi è isolamento vengono serviti “pasti gourmet”. A centro pagina, il tema del caro benzina che in Germania ha acceso contrasti interni al governo. Il ministro dell’Economia, Habeck, ha criticato il temporaneo taglio delle accise che ha consentito di ridurre il costo alla pompa per i consumatori. Preferirebbe invece agire sulla concorrenza nel settore, convinto che una vera competizione favorirebbe una discesa dei prezzi. Tra gli altri temi in primo piano, le forniture tedesche di armi all’Ucraina, con il ministero della Difesa che per la prima volta ne quantifica il valore, 305 milioni di euro, e la legge proposta da Boris Johnson per modificare il Protocollo dell’Irlanda del Nord. La Faz non ha dubbi: con questa mossa “la Gran Bretagna viola i suoi obblighi internazionali, viola l’accordo sulla Brexit e danneggia le relazioni con l’Ue”. 

                         China Daily 

“Uno scambio di vedute franco, approfondito e costruttivo” secondo il China Daily quello di ieri tra il responsabile esteri del Comitato centrale del Partito comunista cinese, Yang Jiechi, e il consigliere di Biden per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, che si sono incontrati in Lussemburgo. La formula usata dal giornale è quella cui la diplomazia ricorre quando ciascuno resta sulle proprie posizioni senza aprire alcuno spazio di dialogo. E così, a leggere la cronaca del faccia a faccia, è andata effettivamente: al di là delle rituali manifestazioni di disponibilità al dialogo e a una cooperazione reciprocamente vantaggiosa, Yang ha infatti avvertito Sullivan che la questione di Taiwan è politicamente fondamentale per le relazioni Cina-Usa e che, se non gestita adeguatamente, avrà un impatto devastante. E il rischio che ciò accada “non solo esiste, ma aumenterà poiché gli Stati Uniti tentano di contenere la Cina con la questione di Taiwan e poiché le autorità di Taiwan fanno affidamento sugli Stati Uniti per cercare la loro indipendenza”, ha aggiunto.  

                         Quotidiano del Popolo 

Xi Jinping detta le nuove linee guida per l’organizzazione delle forze armate. Saranno in vigore da domani, e la notizia è in evidenza sul People’s Daily, edizione in inglese dell’organo ufficiale del Partito comunista cinese. Il presidente apre all’impiego dei militari “per funzioni diverse da quelle belliche”: offre, insomma, “un quadro normativo” per lo svolgimento di missioni in vari campi, dalla protezione civile al peacekeeping, ma anche, la tutela della sicurezza e “la difesa della sovranità cinese”. E questo sembra il vero nocciolo della direttiva, che consta di 59 articoli: il quotidiano spiega, infatti, che permetterà  “operazioni all’estero, in alcuni casi in cui le truppe cinesi possono impedire che gli effetti di ricaduta delle instabilità regionali colpiscano la Cina, garantire rotte di trasporto vitali per materiali strategici come il petrolio o salvaguardare gli investimenti, i progetti e il personale cinesi all’estero”.

Pubblicato in: Agricoltura, Banche Centrali, Geopolitica Mondiale, Materie Prime

Mondo. I pochi padroni della produzione alimentare mondiale.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-05-09.

2022-05-04 Il Padrone del Mondo 001

«Archer Daniels Midland, Cargill, Jbs, Bayer, Chem China, Anhauser»

«Sono pochi, è vero, ma sono i veri padroni di tutto il mercato mondiale del cibo

«poche decine di nomi mettono assieme cifre a nove zeri, mentre 1,6 miliardi di produttori fanno la fame nel sud del mondo o faticano a tenersi in piedi nel ricco Occidente, racimolando in media 15 centesimi ogni euro di prodotto venduto»

«È in tutto quattro nomi: circa il 90% del mercato globale dei cereali è intermediato da quattro multinazionali che si chiamano Amber Daniels Midland (Usa), Bunge (Usa, Bermuda), Cargill (Usa) e Louis Dreyfus Commodities (Paesi Bassi)»

«Gli stessi quattro nomi controllano il 70% di tutte le materie prime agricole (oltre ai cereali, riso, olio di palma, zucchero, ecc.)»

«Cargill nell’anno fiscale giugno 2020/giugno 2021 ha dichiarato 135 miliardi di dollari di ricavi, Adm 86 miliardi, Bunge 60 miliardi nel 2021 e Louis Dreyfus 50 miliardi: i profitti netti cumulati si aggirano sui 15 miliardi»

«Qualunque sia il marchio sul pane, sulla bistecca di soia, sul riso che acquistate al supermercato sappiate che quasi sempre dietro ci sono quei quattro nomi»

«Se un pugno di aziende sono il mercato sono loro a decidere il prezzo, a decidere chi vive e chi muore, cosa, dove e come viene coltivato»

«i semi sono quattro nomi: dopo una serie di fusioni negli anni scorsi ChemChina (che in Italia ha quasi mezza Pirelli), Bayer, Corteva (ex Dow-Dupont) e il consorzio francese Limagrain controllano quasi il 60% delle sementi a livello globale, un mercato da 42 miliardi di dollari nel 2020»

«Questo mercato da 126 miliardi di dollari annui è per metà appannaggio di quattro imprese: Cnh Industrial (controllata dalla Exor degli Agnelli e basata in Olanda), le statunitensi Ago e Deere, la giapponese Kubota»

«Oggi l’intera filiera dal campo allo scaffale è un prodotto finanziario ben più che fisico»

«una filiera così estesa e ricca (in Italia nel 2021 valeva 575 miliardi, il 32% del Pil) spartita tra poche società»

«chi sono, dietro le società, i padroni del cibo?»

«BlackRock, Capital Group, Vanguard Group, Sun Life Financial, State Street e il Fondo pensioni norvegese …. hanno partecipazioni in molte multinazionali del cibo»

«Warren Buffet controlla Kraft Heinz col fondo 3g Capital»

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Ecco chi sono i (pochissimi) veri padroni del cibo mondiale e quanto guadagnano ogni anno

Archer Daniels Midland, Cargill, Jbs, Bayer, Chem China, Anhauser. Vi dicono nulla questi nomi? Sono pochi, è vero, ma sono i veri padroni di tutto il mercato mondiale del cibo. Come racconta Marco Palombi in un’importante inchiesta sul Fatto Quotidiano, queste “poche decine di nomi mettono assieme cifre a nove zeri, mentre 1,6 miliardi di produttori fanno la fame nel sud del mondo o faticano a tenersi in piedi nel ricco Occidente, racimolando in media 15 centesimi ogni euro di prodotto venduto”. Si parte dall’esempio del grano: “È in tutto quattro nomi: circa il 90% del mercato globale dei cereali è intermediato da quattro multinazionali che si chiamano Amber Daniels Midland (Usa), Bunge (Usa, Bermuda), Cargill (Usa) e Louis Dreyfus Commodities (Paesi Bassi). Gli stessi quattro nomi controllano il 70% di tutte le materie prime agricole (oltre ai cereali, riso, olio di palma, zucchero, ecc.)”.

Per capirci: “Cargill nell’anno fiscale giugno 2020/giugno 2021 ha dichiarato 135 miliardi di dollari di ricavi, Adm 86 miliardi, Bunge 60 miliardi nel 2021 e Louis Dreyfus 50 miliardi: i profitti netti cumulati si aggirano sui 15 miliardi. Qualunque sia il marchio sul pane, sulla bistecca di soia, sul riso che acquistate al supermercato sappiate che quasi sempre dietro ci sono quei quattro nomi. Una faccenda che ha ricadute enormi. Se un pugno di aziende sono il mercato sono loro a decidere il prezzo, a decidere chi vive e chi muore, cosa, dove e come viene coltivato: per questo, ci dice la Fao, in pochi decenni le grandi monocolture care alle multinazionali hanno ridotto del 75% la biodiversità sul pianeta, a non dire della deforestazione, che nel decennio 2010-2020 s’è mangiata una superficie grande come l’intera Spagna”. Ma mica è finita qua.

Continua Palombi raccontanto il grande business del cibo: “Per fare un albero, ma pure il grano e tutto il resto, ci vuole un seme, si sa, e i semi sono quattro nomi: dopo una serie di fusioni negli anni scorsi ChemChina (che in Italia ha quasi mezza Pirelli), Bayer, Corteva (ex Dow-Dupont) e il consorzio francese Limagrain controllano quasi il 60% delle sementi a livello globale, un mercato da 42 miliardi di dollari nel 2020. E pure i fitofarmaci per l’agricoltura sono quattro nomi: tre sono gli stessi delle sementi, la quarta è la tedesca Badai posto dei francesi di Limagrain, e in quatto valgono il 66% di un settore che fattura quasi 60 miliardi. Un mostro a cinque teste da centinaia di miliardi di dollari di ricavi annui che fa il bello e il cattivo tempo sui contadini dell’intero pianeta”. E se a quei poverini serve un trattore, una mietitrebbia o altri macchinari agricoli?

“Questo mercato da 126 miliardi di dollari annui è per metà appannaggio di quattro imprese: Cnh Industrial (controllata dalla Exor degli Agnelli e basata in Olanda), le statunitensi Ago e Deere, la giapponese Kubota. Pochi proprietari, molti produttori, miliardi di consumatori: lo schema funziona in tutti i recessi del mercato del cibo”. E ancora, altro problema: “Secondo un report 2017 di Coldiretti nella grande distribuzione i primi dieci grandi rivenditori di generi alimentari coprono il 30% delle vendite mondiali (dal colosso Walmart ai tedeschi di Schwarz Group, quelli di Lidl, fino ai francesi di Carrefour, in attesa della crescita scontata di Amazon)”. E anche i marchi produttori non sono da meno: “Quattro o cinque società pesano per metà o due terzi delle vendite dell’80% dei prodotti alimentari”.

“L’intero sistema – spiega Palombi – è pensato per pompare utili verso azionisti e manager illudendo i consumatori (dei Paesi ricchi, ma non solo) di poter scegliere sulla base della propria irripetibile individualità, mentre si estrae valore sfruttando agricoltori, lavoratori e risorse naturali”. Il cibo è una commodities come le altre: “Oggi l’intera filiera dal campo allo scaffale è un prodotto finanziario ben più che fisico”. E di fatto oggi il prezzo di materie prime come il grano “ha più a che fare con la finanza che coi costi di produzione o con la domanda”. E così, “una filiera così estesa e ricca (in Italia nel 2021 valeva 575 miliardi, il 32% del Pil) spartita tra poche società è un fatto che finisce per modellare il mondo”. Resta da chiedersi: chi sono, dietro le società, i padroni del cibo? “Sono i soliti noti e, al solito, puntano su tutti i giocatori: fondi come BlackRock, Capital Group, Vanguard Group, Sun Life Financial, State Street e il Fondo pensioni norvegese (che non è il piccolo e bonario investitore che il nome farebbe presumere) hanno partecipazioni in molte multinazionali del cibo – teoricamente concorrenti tra loro – ma al gioco partecipano anche grandi investitori privati (Warren Buffet controlla Kraft Heinz col fondo 3g Capital) e qualche banca (CréditAgricole, Deutsche Bank, ecc.)”.

Pubblicato in: Cina, Devoluzione socialismo, Geopolitica Mondiale, India

Conflitto russo-ukraino visto da quanti si oppongono all’occidente liberal. Voci mai udite.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-05-06.

Impero degli altri 001

Anche gli altri hanno le loro ragioni.

Con questo articolo fuori dai ranghi, la Bbc cerca di riportare cosa i paesi non afferenti l’enclave liberal socialista pensino del conflitto russo-ukraino.

«China has refused to condemn Russia’s actions in Ukraine and has criticized the unprecedented Western sanctions on Moscow»

«So it would be delusional for Western leaders to believe that the entire world shares Nato’s view»

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«Per le orecchie europee e occidentali, questi pronunciamenti suonano quasi incomprensibili, anche equivalenti a un palese disprezzo per le prove accuratamente documentate»

«Eppure queste sono solo alcune delle credenze tenute non solo dai sostenitori del Cremlino in Russia e in tutta la popolazione in generale, ma anche in molte altre parti del mondo»

«Quindi sarebbe illusorio per i leader occidentali credere che il mondo intero condivida il punto di vista della NATO – che la Russia è interamente da biasimare per questa guerra catastrofica – perché non è così»

«Ogni paese può avere le sue ragioni particolari per non voler condannare pubblicamente la Russia o alienare il presidente Putin»

«Cina e Russia potrebbero un giorno finire per essere rivali strategici, ma oggi sono partner e condividono un disprezzo comune, al limite dell’inimicizia, per la Nato»

«L’India e il Pakistan hanno le loro ragioni per non voler inimicarsi la Russia»

«Poi c’è l’accusa, condivisa da molti, specialmente nei paesi a maggioranza musulmana, che l’Occidente, guidato dalla sua nazione più potente – gli Stati Uniti – è colpevole di ipocrisia e doppi standard»

«Mosca ha riversato armi nel continente, cercando di affrontare l’influenza statunitense e occidentale dal Sahara al Capo. In alcuni luoghi, l’eredità della colonizzazione dell’Europa occidentale nei secoli XIX e XX è un risentimento duraturo verso l’Occidente che si manifesta ancora oggi»

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In calce riportiamo una traduzione in lingua italiana dell’allegato articolo della Bbc.

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«Ukraine – the narrative the West doesn’t hear»

«Ukraine and its allies, including London, are threatening Russia for the last 1,000 years, to move Nato to our borders, to cancel our culture – they have bullied us for many, many years»

«Of course Nato plans for Ukraine are a direct threat to Russian citizens»

«His views were both surprising and enlightening as to the very different narrative put out by the Kremlin, compared to the way it’s viewed in the West»

«To European and Western ears, these pronouncements sound almost unfathomable, even amounting to a blatant disregard for carefully documented evidence»

«So it would be delusional for Western leaders to believe that the entire world shares Nato’s view – that Russia is entirely to blame for this catastrophic war – because it doesn’t.»

«Every country may have its own particular reasons for not wanting to publicly condemn Russia or alienate President Putin»

«A Chinese communique issued afterwards said there “was no limit to the two countries’ co-operation”»

«China and Russia may one day end up being strategic rivals, but today they are partners and share a common disdain, bordering on enmity, for Nato, the West and its democratic values»

«China has already clashed with the US over Chinese military expansion into the South China Sea»

«Beijing has also clashed with Western governments over its treatment of its Uighur population, its crushing of democracy in Hong Kong and its frequently repeated vow to “return Taiwan to the fold”, by force if necessary»

«India and Pakistan have their own reasons for not wanting to antagonise Russia»

«India gets much of its arms from Moscow and, after its recent clash with China in the Himalayas, India is betting that one day it may need Russia as an ally and protector»

«Pakistan also receives arms from Russia and it needs Moscow’s blessing to help secure trade routes into its northern hinterland of Central Asia»

«Then there is the accusation, shared by many, especially in Muslim-majority countries, that the West, led by its most powerful nation – the US – is guilty of hypocrisy and double standards»

«In 2003, the US and UK chose to bypass the UN – and much of world opinion – by invading Iraq on spurious grounds, leading to years of violence»

«For many states in Africa there are other, even more historic reasons at play»

«In Soviet times, Moscow poured arms into the continent as it sought to confront US and Western influence from the Sahara to the Cape»

«France, which rushed troops into Mali in 2013 – to prevent an Al-Qaeda takeover of the whole country – is not popular in its former colony»

«So now the bulk of French troops have left, to be replaced by the Kremlin-backed Russian mercenaries of the Wagner Group»

«No surprises that Syria – along with North Korea, Belarus and Eritrea – has backed Russia’s invasion»

«The UAE’s de facto ruler, Crown Prince Mohammed bin Zayed, has a good relationship with Vladimir Putin»

«It is also worth remembering that Saudi Arabia’s Crown Prince Mohammed bin Salman has a largely dysfunctional relationship with President Biden»

«Such is their mutual dislike, that the two men reportedly refuse to take each other’s phone calls»

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Ukraine – the narrative the West doesn’t hear

“Ukraine and its allies, including London, are threatening Russia for the last 1,000 years, to move Nato to our borders, to cancel our culture – they have bullied us for many, many years.”

That is what Yevgeny Popov, a member of the Russian Duma (parliament) and an influential TV host in Russia, told the BBC’s Ukrainecast on 19 April. “Of course Nato plans for Ukraine are a direct threat to Russian citizens.”

His views were both surprising and enlightening as to the very different narrative put out by the Kremlin, compared to the way it’s viewed in the West. To European and Western ears, these pronouncements sound almost unfathomable, even amounting to a blatant disregard for carefully documented evidence. Yet these are just some of the beliefs held not only by Kremlin supporters in Russia and across the wider population there but also in several other parts of the world.

After Russia launched its invasion of Ukraine on 24 February, the UN held an emergency vote – 141 nations out of 193 UN member states voted a week later to condemn it. But a number of major countries chose to abstain, including China, India and South Africa. So it would be delusional for Western leaders to believe that the entire world shares Nato’s view – that Russia is entirely to blame for this catastrophic war – because it doesn’t.

So why are so many countries on the fence about Russia’s invasion?

There are many reasons, ranging from straightforward economic or military self-interest, to accusations of Western hypocrisy to Europe’s colonial past. There is no one-size-fits-all. Every country may have its own particular reasons for not wanting to publicly condemn Russia or alienate President Putin.

                         ‘No limits’ to co-operation

Let’s start with China, the world’s most populous state with more than 1.4 billion people, most of whom get their news on Ukraine from the state-controlled media, just as most people do in Russia. China received a high-profile visitor to its Winter Olympics shortly before the Ukraine invasion began on 24 February – President Putin. A Chinese communique issued afterwards said there “was no limit to the two countries’ co-operation”. So did Putin tip off his Chinese counterpart Xi Jinping that he was about to launch a full-scale invasion of Ukraine? Absolutely not, says China, but it’s hard to imagine that there would have not been even just a hint of what was to come to such an important neighbour.

China and Russia may one day end up being strategic rivals, but today they are partners and share a common disdain, bordering on enmity, for Nato, the West and its democratic values. China has already clashed with the US over Chinese military expansion into the South China Sea. Beijing has also clashed with Western governments over its treatment of its Uighur population, its crushing of democracy in Hong Kong and its frequently repeated vow to “return Taiwan to the fold”, by force if necessary.

So China and Russia have a common enemy in Nato, and their governments’ worldview percolates down to both countries’ populations with the result that, for the most part, they simply do not share the West’s abhorrence of Russia’s invasion and alleged war crimes.

India and Pakistan have their own reasons for not wanting to antagonise Russia. India gets much of its arms from Moscow and, after its recent clash with China in the Himalayas, India is betting that one day it may need Russia as an ally and protector.

Pakistan’s recently ousted Prime Minister, Imran Khan, has been a fierce critic of the West, especially the US. Pakistan also receives arms from Russia and it needs Moscow’s blessing to help secure trade routes into its northern hinterland of Central Asia. Prime Minister Khan went ahead with a pre-planned visit to see President Putin on 24 February, the very day Russia invaded Ukraine. Both India and Pakistan abstained in the UN vote to condemn the invasion.

                         Hypocrisy and double standards

Then there is the accusation, shared by many, especially in Muslim-majority countries, that the West, led by its most powerful nation – the US – is guilty of hypocrisy and double standards. In 2003, the US and UK chose to bypass the UN – and much of world opinion – by invading Iraq on spurious grounds, leading to years of violence. Washington and London have also been accused of helping to prolong the civil war in Yemen, by arming the Royal Saudi Air Force which conducts frequent airstrikes there in support of the country’s official government.

For many states in Africa there are other, even more historic reasons at play. In Soviet times, Moscow poured arms into the continent as it sought to confront US and Western influence from the Sahara to the Cape. In some places, a legacy of western European colonisation in the 19th and 20th centuries is a lasting resentment of the West that plays out even today. France, which rushed troops into Mali in 2013 – to prevent an Al-Qaeda takeover of the whole country – is not popular in its former colony. So now the bulk of French troops have left, to be replaced by the Kremlin-backed Russian mercenaries of the Wagner Group.

And where does the Middle East stand on this? No surprises that Syria – along with North Korea, Belarus and Eritrea – has backed Russia’s invasion. Syria’s President Bashar Al-Assad relies heavily on Russia for his survival after his country risked being overrun by ISIS fighters in 2015. But even long-time Western allies, like Saudi Arabia and the United Arab Emirates (UAE) although they backed the UN vote, have been relatively muted in their criticism of Moscow. The UAE’s de facto ruler, Crown Prince Mohammed bin Zayed, has a good relationship with Vladimir Putin – his previous ambassador to Moscow has been on hunting trips with him.

It is also worth remembering that Saudi Arabia’s Crown Prince Mohammed bin Salman has a largely dysfunctional relationship with President Biden. Such is their mutual dislike, that the two men reportedly refuse to take each other’s phone calls. Before that, when the world’s leaders gathered in Buenos Aires for the G20 Summit – in late 2018, just weeks after the West accused the Saudi crown prince of ordering the grisly murder of Saudi journalist Jamal Khashoggi – most Western leaders gave the Saudi prince the cold shoulder. Putin, by contrast, high-fived him. That’s not something the Saudi leader will have forgotten in a hurry.

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Ucraina – La versione dei fatti che l’Occidente non sente mai.

“L’Ucraina e i suoi alleati, inclusa Londra, stanno minacciando la Russia da 1000 anni, di spostare la Nato ai nostri confini, di cancellare la nostra cultura – ci hanno maltrattato per molti, molti anni”.

Questo è ciò che Yevgeny Popov, un membro della Duma (parlamento) russa e un influente conduttore televisivo in Russia, ha detto all’Ukrainecast della BBC il 19 aprile. “Naturalmente i piani della Nato per l’Ucraina sono una minaccia diretta per i cittadini russi”.

Il suo punto di vista è stato sia sorprendente che illuminante per quanto riguarda la narrazione molto diversa messa in atto dal Cremlino, rispetto al modo in cui è visto in Occidente. Per le orecchie europee e occidentali, questi pronunciamenti suonano quasi incomprensibili, anche equivalenti a un palese disprezzo per le prove accuratamente documentate. Eppure queste sono solo alcune delle credenze tenute non solo dai sostenitori del Cremlino in Russia e in tutta la popolazione in generale, ma anche in molte altre parti del mondo.

Dopo che la Russia ha lanciato la sua invasione dell’Ucraina il 24 febbraio, l’ONU ha tenuto una votazione di emergenza – 141 nazioni su 193 stati membri dell’ONU hanno votato una settimana dopo per condannarla. Ma un certo numero di grandi paesi hanno scelto di astenersi, tra cui Cina, India e Sudafrica. Quindi sarebbe illusorio per i leader occidentali credere che il mondo intero condivida il punto di vista della NATO – che la Russia è interamente da biasimare per questa guerra catastrofica – perché non è così.

Allora perché così tanti paesi sono indecisi sull’invasione della Russia?

Ci sono molte ragioni, che vanno dal semplice interesse economico o militare, alle accuse di ipocrisia occidentale al passato coloniale dell’Europa. Non c’è una soluzione unica per tutti. Ogni paese può avere le sue ragioni particolari per non voler condannare pubblicamente la Russia o alienare il presidente Putin.

                         Nessun limite alla cooperazione

Cominciamo con la Cina, lo stato più popoloso del mondo con più di 1,4 miliardi di persone, la maggior parte delle quali riceve le sue notizie sull’Ucraina dai media controllati dallo stato, proprio come la maggior parte delle persone in Russia. La Cina ha ricevuto un visitatore di alto profilo alle sue Olimpiadi invernali poco prima che l’invasione dell’Ucraina iniziasse il 24 febbraio – il presidente Putin. Un comunicato cinese rilasciato in seguito ha detto che “non c’era limite alla cooperazione tra i due paesi”. Quindi Putin ha fatto una soffiata alla sua controparte cinese Xi Jinping che stava per lanciare un’invasione su larga scala dell’Ucraina? Assolutamente no, dice la Cina, ma è difficile immaginare che non ci sia stato anche solo un accenno di ciò che stava per arrivare ad un vicino così importante.

Cina e Russia potrebbero un giorno finire per essere rivali strategici, ma oggi sono partner e condividono un disprezzo comune, al limite dell’inimicizia, per la Nato, l’Occidente e i suoi valori democratici. La Cina si è già scontrata con gli Stati Uniti per l’espansione militare cinese nel Mar Cinese Meridionale. Pechino si è anche scontrata con i governi occidentali per il suo trattamento della sua popolazione Uighur, la sua frantumazione della democrazia a Hong Kong e il suo voto spesso ripetuto di “riportare Taiwan all’ovile”, con la forza se necessario.

Così la Cina e la Russia hanno un nemico comune nella NATO, e la visione del mondo dei loro governi si trasmette alle popolazioni di entrambi i paesi con il risultato che, per la maggior parte, semplicemente non condividono l’avversione dell’Occidente per l’invasione della Russia e i presunti crimini di guerra.

L’India e il Pakistan hanno le loro ragioni per non voler inimicarsi la Russia. L’India riceve molte delle sue armi da Mosca e, dopo il suo recente scontro con la Cina sull’Himalaya, l’India scommette che un giorno potrebbe avere bisogno della Russia come alleato e protettore.

Il primo ministro pakistano, Imran Khan, recentemente spodestato, è stato un feroce critico dell’Occidente, specialmente degli Stati Uniti. Il Pakistan riceve anche armi dalla Russia e ha bisogno della benedizione di Mosca per aiutare a garantire le rotte commerciali nel suo entroterra settentrionale dell’Asia centrale. Il primo ministro Khan è andato avanti con una visita pre-pianificata per vedere il presidente Putin il 24 febbraio, lo stesso giorno in cui la Russia ha invaso l’Ucraina. Sia l’India che il Pakistan si sono astenuti nel voto delle Nazioni Unite per condannare l’invasione.

                         Ipocrisia e doppi standard

Poi c’è l’accusa, condivisa da molti, specialmente nei paesi a maggioranza musulmana, che l’Occidente, guidato dalla sua nazione più potente – gli Stati Uniti – è colpevole di ipocrisia e doppi standard. Nel 2003, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno scelto di scavalcare l’ONU – e gran parte dell’opinione pubblica mondiale – invadendo l’Iraq su basi spurie, che hanno portato ad anni di violenza. Washington e Londra sono state anche accusate di aiutare a prolungare la guerra civile nello Yemen, armando la Royal Saudi Air Force che conduce frequenti attacchi aerei in quel paese a sostegno del governo ufficiale.

Per molti stati in Africa ci sono altre ragioni, ancora più storiche, in gioco. In epoca sovietica, Mosca ha riversato armi nel continente, cercando di affrontare l’influenza statunitense e occidentale dal Sahara al Capo. In alcuni luoghi, l’eredità della colonizzazione dell’Europa occidentale nei secoli XIX e XX è un risentimento duraturo verso l’Occidente che si manifesta ancora oggi.

La Francia, che si è precipitata con le truppe in Mali nel 2013 – per prevenire una presa di potere di Al-Qaeda in tutto il paese – non è popolare nella sua ex colonia. Così ora il grosso delle truppe francesi se n’è andato, per essere sostituito dai mercenari russi del gruppo Wagner, sostenuti dal Cremlino.

E qual è la posizione del Medio Oriente su questo? Nessuna sorpresa che la Siria – insieme alla Corea del Nord, Bielorussia ed Eritrea – abbia appoggiato l’invasione della Russia. Il presidente siriano Bashar Al-Assad conta molto sulla Russia per la sua sopravvivenza, dopo che il suo paese ha rischiato di essere invaso dai combattenti dell’ISIS nel 2015. Ma anche gli alleati occidentali di lunga data, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (UAE), anche se hanno sostenuto il voto delle Nazioni Unite, sono stati relativamente silenziosi nelle loro critiche a Mosca. Il sovrano de facto degli Emirati Arabi Uniti, il principe ereditario Mohammed bin Zayed, ha un buon rapporto con Vladimir Putin – il suo precedente ambasciatore a Mosca è stato a caccia con lui.

Vale anche la pena ricordare che il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman ha un rapporto ampiamente disfunzionale con il presidente Biden. Tale è la loro reciproca antipatia, che i due uomini si rifiutano di rispondere alle telefonate dell’altro. Prima di questo, quando i leader mondiali si sono riuniti a Buenos Aires per il vertice del G20 – alla fine del 2018, poche settimane dopo che l’Occidente ha accusato il principe ereditario saudita di aver ordinato il macabro omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi – la maggior parte dei leader occidentali ha dato al principe saudita la mano fredda. Putin, al contrario, gli ha dato il cinque. Non è qualcosa che il leader saudita avrà dimenticato in fretta.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Geopolitica Mondiale, Stati Uniti, Unione Europea

Stati Uniti. Anno 2021. Import, Export, Macrodati. Le sanzioni sono temibili ma controproducenti.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-03-21.

2022-03-21__ Usa. Anno 2021. Exports. 001

Al momento attuale, il dollaro americano è egemone nella enclave liberal occidentale. Non solo.

Gli Stati Uniti governano direttamente od indirettamente il sistema bancario occidentale e, anche se parzialmente, quello mondiale.

Grazie alla prolifica attività della zecca, gli Stati Uniti si consentono di essere grandi importatori di beni e servizi esteri.

Ad ora, questo sistema consente loro di agire come vogliano al fine di mantenere la loro egemonia mondiale.

Le loro sanzioni possono colpire in modo anche molto doloroso i paesi colpiti.

Ma ogni azione ha il suo prezzo.

2022-03-21__ Usa. Anno 2021. Imports. 001

Bloccare le esportazioni di un paese determina di conseguenza il mancato approvvigionamento di quanto da questi prodotto. Ma spesso questi beni sono di interesse strategico. Da ciò consegue levitazione dei costi, spesso fino a valori che iugulano il sistema produttivo. Non solo: esaurite le scorte le industrie licenziano e chiudono.

Ne consegue un continuo innalzamento della inflazione: ad oggi l’indice dei prezzi alla produzione, Producer Price Index, PPI, è al 10%.

Questa situazione ha indotto la Fed ad intervenire alzando i tassi di interesse. Lo ha fatto in modo omeopatico, ma preannuncia di voler proseguire su questo indirizzo.

Inflazione e produzione industriale strozzata dalla carenza di materie prime sono i grandi problemi sul tavolino.

2022-03-21__ Usa. Anno 2021.Marcodati. 003

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2022-03-21__ Usa. Prezzi Produzione Annuale. 001

Veniamo allora al punto essenziale.

Come già dicemmo, ogni azione ha il suo prezzo, e questo sta rapidamente superando le capacità economiche e finanziarie americane.

Usa. Dal 23 settembre 2021 ha perso 9,400 miliardi Usd di capitalizzazione.

Il blocco europeo ha un Indice dei Prezzi alla Produzione cresciuto del 30.6% anno su anno.

Gli Stati Uniti hanno un Indice dei Prezzi alla Produzione del 10.0%.

Il sistema produttivo occidentale ha quasi terminato le scorte che aveva delle materie prime non più rinvenibili.

Si prospetta quindi il collasso delle produzione.

La crescente inflazione ha indotto la Fed a fare un primo intervento sui tassi di interesse.

Dal momento in cui Joe Biden è entrato in guerra con la Russia, sanzionandola e rifornendo di armi la Ukraina, le borse hanno perso 9,400 miliardi Usd di capitalizzazione, scotto pagato sia dai comuni investitori sia dagli istituzionali, in primis gli enti pensionistici.

Come detto, la Fed è stata obbligata ad intervenire, sia pure con mano leggera.

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Ci si pone adesso una domanda.

Quanto tempo potranno resistere gli Stati Uniti ed il blocco europeo prima di crollare in una depressione che potrebbe ricordare quella del 1929?

E cosa succederebbe se Mr Putin tagliasse le forniture di gas al blocco europeo?

Ciò che nella mente di Joe Biden avrebbe dovuto essere una guerra lampo economica e finanziaria si è trasformata in un conflitto di logoramento.

Se gli Stati Uniti sanzionassero la Cina questa non potrebbe più esporta 541.53 miliardi di dollari: un gran brutto colpo.

Ma l’industria americana perderebbe improvvisamente 541.3 miliardi di beni indispensabili alla produzione.

Ci rifiutiamo di avanzare previsioni di sorta. Ma nel caso migliore i sistemi economici e finanziari sia russo sia occidentale ne uscirebbero in bancarotta.