Pubblicato in: Banche Centrali, Stati Uniti, Unione Europea

EurUsd 1.2343. In marcia verso l’1.5.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-24. h 10:20.

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Un anno fa il cambio Eur/Usd valeva 1.05. Questa mattina vale 1.2343.

Se è vero che l’Eurozona pagherà meno le importazioni è altrettanto vero che il suo export ne sarà ostacolato.

Non solo, ma tutte le attività economiche a livello mondiale, le quali rimettono gli utili ed i dividendi in Eurozona, rimetteranno cifre ridotte di poco meno del 20% rispetto lo scorso anno.

Il 2018 potrebbe essere una graticola per l’euro.

E se il rapporto Eur/Usd salisse a 1.5?

 

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Devoluzione del socialismo ideologico. – Eu Observer

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-24.

Vincent van Gogh - Disperazione

«In a constitutional state, the true ruler is the voter».


Questa considerazione, che al mondo vale quasi esclusivamente per i popoli occidentali, racchiude l’essenza del dominio politico di una parte: conquistare la maggioranza percentuale e, con essa, la maggioranza dei deputati, formando quindi un governo.

Al dominio politico fa seguito quello amministrativo burocratico: il potere politico tenderà a nominare burocrati e funzionari, giudici compresi, aderenti al proprio modo di vedere le cose, alla propria Weltanschauung.

Questo insieme di dipendenti delle pubbliche amministrazioni collegati tra di essi da un comune modo di sentire possono formare ciò che usualmente è designato come “deep state“, ossia un insieme più o meno coordinato che mira ad influenzare e condizionare un eventuale governo che non condivida le proprie ideologie. Come asseriva Hegel, si governa tramite la burocrazia.

Un giudice liberal o socialista governa con le sentenze molto più efficacemente di un parlamento. E, con la scusa della separazione dei poteri, un cambio di governo ben poco potrebbe fare contro di esso. Si consideri anche come i funzionari pubblici, giudici compresi, almeno nelle nazioni europee, non siano cariche elettive, bensì nominate in una qualche maniera dal governo. Così facendo il deep state socialista può sopravvivere al cambio di governo, e favorire il ritorno.

La maggior parte dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni non è tanto un “fedele servitore” dello stato, quanto piuttosto della componente politica che gli ha procurato il posto che occupa. Solo molto raramente resterà in quel posto solo se la componente politica di cui è espressione resti al governo: una delle più efficaci invenzioni liberal è stata quella del posto pubblico a vita, inamovibile.

Ma la definizione di deep state sarebbe incompleta se non si considerassero le ngo (ong). Associazioni di diritto privato con qualche migliaia di associati che i media schierati denominano “società civile” e che riportano le loro azioni esattamente come se rappresentassero la totalità degli elettori della nazione. Burocrati e funzionari le riconoscono, concedono loro finanziamenti e le istituzionalizzano spesso rendendo obbligatoria la loro consultazione al fine di stendere leggi e regolamenti. Questa è forse la forma più raffinata di potere, che legalizza la piazza.

Infine, liberal e socialisti ideologici grande cura riposero nel dominare i mezzi di comunicazione, in particolare quell ‘pubblici‘ di nome, loro feudi di fatto. Liberi di supportare l’ideologia liberal e socialista.

In sintesi: il deep state è mezzo per controllare una sistema formalmente democratico ma sostanzialmente dittatoriale, non de iure bensì de facto.

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Gran quota dell’ultimo secolo è stato dominato dall’ideologia socialista in Europa, liberal negli Stati Uniti: che promettevano benessere economico e sociale in cambio di una sempre maggiore partecipazione della cosa pubblica nel possesso e nella gestione dei beni pubblici. Essendo fenomeni ideologici erano alieni dal pragmatismo per cui si tende a fare ciò che in quel particolare momento sia utile: si attua invece ciò che l’ideologia impone di fare.

Le ideologie sono in un certo qual senso delle idee coatte e cogenti.

Il sistema regge fino a tanto che vi siano beni da spartire e gestire: quindi implode. Ma implode anche quando la presenza del pubblico condizioni troppo severamente il privato.

Ma detta implosione si attua lentamente nel tempo, in quel processo denominato “devoluzione“. Il crollo finale è solo l’evento conclusivo.

Dapprima viene a meno il consenso politico, con perdita delle leve di governo, quindi, lentamente, il deep state si sgretola.

Due recenti episodi storici sono chiari esempi di quanto detto.

L’Unione Sovietica è andata lentamente disgregandosi fino ad implodere, ma la classe dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni rimasti nel cuore e nella mente comunisti sono stati espulsi da sistema con grande lentezza, si direbbe quasi per rinnovo fisiologico: i vecchi muoiono. L’attrito imposto dal deep state è stato causa efficiente della relativa lentezza dell’emersione della nuova Russia non comunista.

Lo stesso fenomeno è accaduto in Cina, con la variante che Deng Xiaoping nel breve volgere di due settimane ha trasferito gran parte dei supporter del deep state nei laogai, donde erano non più in grado di nuocere a sé ed agli altri. Lo sviluppo cinese è sotto gli occhi di tutti. Nel solo sistema scolastico furono epurati oltre 600,000 insegnanti entrati in ruolo tramite la rivoluzione culturale: Deng non se ne fece scappare nemmeno uno.

Anche in politica le parole di Caifa sono profetiche: “La morte di uno può salvare una nazione“.

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Ma la devoluzione dell’ideologia liberal e di quella socialista sarebbe poco comprensibile se il discorso si limitasse al sistema economico. Certo, il fallimento economico è sotto gli occhi di tutti. Nella foga di realizzare i propri dettami ideologici, si fece di tutto per imporre la propria Weltanschauung etica e morale. Come risultato l’istituto familiare è stato quasi distrutto, ogni cosa contro natura è stata esaltata ed imposta, e con il controllo limitativo della proliferazione l’Occidente si avvia ad esperire la più severe crisi demografica dopo la peste di Giustiniano e quella del 1300.

Questo è un elemento logicamente inspiegabile se non considerando come esso sia ideologico.

Se sarebbe stata cosa crudele ma comprensibile la sua applicazione agli altri, liberal e socialisti hanno volutamente limitato la propria progenie al punto tale da andare in estinzione loro, non gli altri.

Come risultato paradosso, tra qualche decennio l’Europa sarà popolata dagli autoctoni di fede cattolica: si tenga presente che le famiglie che fanno capo a movimenti cattolici hanno un minimo di tre figli, ma la mediana super i sei: la loro stirpe sopravvivrà, mentre quella liberal e socialista sarà scomparsa.

*

Nulla di cui stupirsi se l’ideologia liberal e quella socialista abbiano vistosamente perso consensi e quelli residui siano sostenuto per lo più da vecchi: è un’ideologia condannata dalla demorgafia.

Non ci si faccia ingannare dal fatto che i media sono ancora saldamente liberal e socialisti: senza l’appoggio di un governo in carica sono destinati a scomparire. Un solo esempio per tutti? Leggiamoci gli archivi del Corriere della Sera nel periodo a cavaliere tra il 1° aprile ed il 30 maggio 1945.

Solo per fare qualche esempio, nel 2000 in Grecia il partito socialista valeva il 43.8% ed ora quota il 5.7%; In Francia è ridotto al 6.3%; nella Repubblica Ceka è sceso dal 30.2% al 7.4%; in Spagna dal 34% al 22.7%; in Germania dal 38.5% al 18%; in Italia dal 43.2% all’attuale 23.5%.

«But in the meantime, the voter has – more than 150 years later – clearly lost faith in Lassalle’s political idea»

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«Almost everywhere in Europe, social democratic and socialist parties are losing support: last year, the German SPD saw a historic bad result in the parliamentary elections. Its sister parties in France, the Netherlands and the Czech Republic have even sunk to single digit shares of the vote.»

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«European social democracy is fighting for its political survival: since the new millennium, its vote share has fallen in 15 of the 17 countries we examined – sometimes dramatically»

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«But there are also common roots that can explain the crisis faced by socialists and social democrats in many countries»

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«First, parties have lost many of their core voters. European social democracy, born out of the labour movement of the nineteenth century, had a large support base upon which it could rely for votes: the workers, above all people engaged in manual labour»

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«It is now an ever-shrinking demography: the working class is fragmented, the conditions that supported the social democrats for decades across Europe have disappeared»

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«Second, in the past couple of decades, parties on the political fringes of many countries have emerged or have won approval»

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«populist right-wing parties are appealing to the remaining traditional working class – like the Front National in France, the FPO in Austria, Geert Wilders’ party in the Netherlands and the AfD in Germany»

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«Third, people have long been concerned by a fundamental crisis among mainstream parties»

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«A big comeback for social democracy is not yet on the cards»

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La devoluzione socialista interessa ovviamente i singoli stati, ma nel contempo svolge una pesante azione anche sull’Unione Europea.

Questa è governata dal Consiglio Europeo, ossia dalla riunione dei capi di stato o di governo dei paesi afferenti. Similmente l’Ecofin governa indirettamente l’Eurozona.

Se venti anni or sono l’indirizzo dell’Unione era chiaramente socialista ideologico, tutto volto a concretare gli Stati Uniti di Europa, ad oggi questa unanimità di intenti e vedute è venuto a meno. Non ancora completamente, ma i socialisti ideologici non hanno più la maggioranza e sembrerebbero essere destinati ad estinguersi anche in quel consesso.

Questo periodo di transitorio è destinato a durare ancora molti anni e la attuale starvation politica tedesca ne è chiaro esempio.


Euobserver. 2018-01-22. Europe’s social democrats are having a hard time

The near collapse in the vote for Germany’s SPD is just the latest crisis for social democratic parties across Europe.

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“In a constitutional state, the true ruler is the voter”, in the famous phrase of Ferdinand Lassalle, the champion of workers and intellectual force behind European social democracy.

But in the meantime, the voter has – more than 150 years later – clearly lost faith in Lassalle’s political idea.

Almost everywhere in Europe, social democratic and socialist parties are losing support: last year, the German SPD saw a historic bad result in the parliamentary elections. Its sister parties in France, the Netherlands and the Czech Republic have even sunk to single digit shares of the vote.

European social democracy is fighting for its political survival: since the new millennium, its vote share has fallen in 15 of the 17 countries we examined – sometimes dramatically:

Major developments can be seen across Europe:

Germany

In Germany, the SPD result in 2017 federal elections was the worst since the end of the Second World War (at 20.5 percent). But, at the turn of the millennium, it was the strongest party: Gerhard Schroeder led it into government in 1998 with 40 percent of the vote; in 2002 it won 38.5 percent and again named the chancellor. Since then, however, it has gone downhill. Particularly after the ‘Grand Coalition’ from 2005 to 2009, when voters punished the SPD, the junior partner; its vote share collapsed by more than ten percentage points. After a slight increase in 2013, the downward trend has resumed.

France

Last year in France, the Socialist Party (PS) entered its worst-ever crisis. President Francois Hollande, the most unpopular person to hold the office in history, did not even stand for re-election. The party’s candidate, Benoit Hamon, finished in fifth place, with a mere six percent of the vote. A few weeks later came the vote for the National Assembly. In 2012, the PS became the strongest party, this time it fell by more than 20 points and won only seven percent of the vote.

Netherlands, Czech Republic

In the Netherlands and the Czech Republic, the social democratic parties also scored in the single figures for parliamentary elections last year. In comparison to the preceding elections, they dropped by 19 and 13 percentage points respectively.

Greece

In Greece, the decline has already been underway for many years. After the start of the sovereign debt crisis, the ruling Pasok Party resoundingly lost its absolute majority in parliament. In the 2012 vote, it tumbled by more than 30 percentage points, in 2015 it lost even more trust, and today it barely plays any role at all.

Austria

In Austria’s recent vote, although SPO was able to match its results of four years ago, it nevertheless left the government and has lost almost ten percentage points over the past 15 years.

Iberia and Mediterannean

In Italy, Spain and Portugal the social democratic parties were still scoring over 40 percent in elections held over the 2000s. They are far away from that today, with the Spanish PSOE reaching only 22 percent in the last election.

Scandinavia

In Sweden and Finland, too, the election results of the social democrats have been steadily worsening since the turn of the millenium.

In Norway the workers party AP significantly recovered from its decline at the start of the millenium. In 2001, the AP lost more than ten points, winning only 24.3 percent of the vote and finding itself in opposition after more than 40 years in power. It was afterwards able to balance out those losses by shifting to the left. Since the 2009 vote, however, it has gone into reverse once again, winning 27.4 percent of the vote in 2017. While it is still the strongest party, the country is now governed by a conservative coalition.

UK exception

Until recently in the UK, the Labour party was following the same downward trend, losing ten percentage points between 2001 and 2015. But Labour was able to recoup its losses in last year’s general election and clearly profited from the consequences of the Brexit vote earlier in the year.

In every country there are of course differing, individual reasons for this development.

But there are also common roots that can explain the crisis faced by socialists and social democrats in many countries.

First, parties have lost many of their core voters. European social democracy, born out of the labour movement of the nineteenth century, had a large support base upon which it could rely for votes: the workers, above all people engaged in manual labour.

It is now an ever-shrinking demography: the working class is fragmented, the conditions that supported the social democrats for decades across Europe have disappeared.

Industrial jobs are being made superfluous by new technologies or are moving to countries with lower wages.

High-earning permanent staff work alongside wage workers, who often do the same tasks but receive less money for them.

In Germany, the share of traditional workers fell in the last 50 years from half the workforce to barely a quarter. And surveys carried out after elections illustrate that the remaining workers no longer only vote for the social democrats.

Second, in the past couple of decades, parties on the political fringes of many countries have emerged or have won approval.

Socialist and populist left-wing parties have been able to win over voters who earlier voted for the social democrats. It is, to some extent, what Syriza in Greece has managed, along with the left parties in Portugal and Denmark, or Die Linke in Germany, which is the successor party to both the East German Communist Party and the West German WASG.

At the same time, populist right-wing parties are appealing to the remaining traditional working class – like the Front National in France, the FPO in Austria, Geert Wilders’ party in the Netherlands and the AfD in Germany.

Third, people have long been concerned by a fundamental crisis among mainstream parties.

Voter commitment is decreasing, or worse: trust in politics as a whole is dissolving. Many countries in Europe are struggling with diminishing voter participation.

In Germany, around 90 percent of voters went to the ballot box in the 1970s, while in the 2000s that figure was only between 70 to 80 percent.

In France, participation in the second round of the parliamentary vote last year fell to a historic low, and in Greece, too, disengagement with politics is high.

The future?

What would a future for European social democracy look like? How can it respond to the challenges of a globalised, digitalised world? And will it manage to win back voters’ trust?

Europe’s next parliamentary election takes place in Italy in March.

Matteo Renzi, the head of the fractious social democratic party Partito Democratico, would like to lead it back to power once more.

Renzi sees himself as playing a similar role to France’s president, Emmanuel Macron, who presented himself as the renewer of the political scene. Yet in the polls, the anti-European Five Star Movement and Silvio Berlusconi’s right-wing alliance are in the lead.

A big comeback for social democracy is not yet on the cards.

Methodology

The following election results were included in the data: the observations above use the electoral results from 17 European countries. They were collected by the Norwegian Centre for Research Data and the International Foundation for Electoral Systems and processed and compiled by the New York Times in a different context. We have added any missing data.

We looked at parliamentary votes from 2000 to 2017. In countries with two-chamber systems, only the lower house was included in the analysis. In countries with multiple voting rounds, only the first round was examined.

For each country, we analysed the results of all parties that are members or partners of the Party of European Socialists (PES), an alliance of social democratic parties in Europe.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Schulz. Rivedere l’accordo firmato. Spd crolla al 17%.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-22.

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Lo scorso anno si pubblicava questo articolo:

Dio benedica Juncker e Schulz, e se li prenda presto.

«Che Dio benedica Juncker e Schulz, e se li prenda presto nella gloria di un martirio particolarmente doloroso e terrificante, anteprima dell’inferno in cui saranno relegati per tutta la eternità. Faccia loro capire quanto danno hanno arrecato a tutta la popolazione dell’Unione Europea.

Dunque, ringraziamo la Divina Provvidenza che nella sua infinita misericordia ci ha donato Mr Juncker, Mr Hollande, Herr Schulz, e Frau Merkel.

Chi mai, chi mai meglio di loro avrebbero potuto distruggere il potere politico dei liberal e dei socialisti ideologici?

Nessuno: nemmeno con la migliore buona volontà.

Speriamo soltanto che non desistano fino ad opera compiuta.

Oggi l’Spd è quotata 17%.

Bravo Herr Schulz! Sette più!! Tra poco AfD sarà il secondo partito tedesco.

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Il rapporto tra Spd e Cdu è un incesto contro natura, ove ciascuna delle due parti vorrebbe sodomizzare l’altra.

Nel tentativo di non perdere troppo del proprio già smunto elettorato, perdono assieme e stanno coprendo la Germania di ridicolo.

La base della Spd è in rivolta, ed anche palese.

«At an SPD congress where divisions over the proposed alliance were laid bare, 56 percent of delegates voted on Sunday to start formal negotiations on the basis of the blueprint»

*

«An RTL poll conducted on Monday indicated the party’s support had dropped a point to 17 percent, well below the 20.5 percent it won in September, itself a post-war low, and just four ahead of the far-right Alternative for Germany (AfD).»

*

«The leader of Germany’s Social Democrats (SPD) said on Monday he wanted to renegotiate key issues agreed in a coalition blueprint with Chancellor Angela Merkel’s conservatives»

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Riassumiamo.

Dopo mesi di faticosissimi incontri, tipo le fatiche di Ercole, Cdu ed Spd avevano firmato un accordo di ventotto pagine, più allegati non resi di pubblico dominio.

In pratica, la Spd rinnegava l’ideologia socialista e la Cdu rinnegava l’ideologia liberal.

L’accordo fu sbandierato ai quattro venti ed i giornali di regime lo inneggiavano come se fosse stata la scoperta dell’America.

Poi l’Assemblea dell’Spd ha ratificato quel protocollo di intesa, base sulla quale proseguire i colloqui, ma con una risicata maggioranza del 56% dei delegati.

Siamo chiari: se Herr Schulz proseguisse, la socialdemocrazia tedesca si spaccherebbe almeno in due tronconi.

Poi il fattaccio.

La forsa Gesellschaft für Sozialforschung und statistische Analyse mbH, forsa Institute for Social Research and Statistical Analysis, società di proprietà dell’Spd, pubblica oggi i risultati dell’ultimo sondaggio.

La socialdemocrazia tedesca vale ora il 17% dell’elettorato.

AfD è in crescita, quotata al 13%.

Herr Schulz è con le spalle al muro.

Se prosegue come se nulla fosse perde il controllo del partito, in caso contrario non riuscirà a portare a termine un accordo con la Cdu.

I nuovi negoziati saranno più duraturi del Congresso di Vienna.

*

La palude politica tedesca sta pagando a caro prezzo la preclusione ideologica di Frau Merkel a trattare con AfD, che pure è la vera vincitrice della tornata elettorale del 24 settembre.

E così, tutto da rifare, pover’uomo.

Già. Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi.

Passeranno così la primavera e poi l’estate, ed alla fine in autunno si terranno nuove elezioni che sanciranno la scomparsa di questi due partiti decotti e dei loro leader, mostri di egotica brama di potere.

Ma se il Signore continua ad assistere, né Herr Schulz né Frau Merkel desisteranno, fino a tanto che le masse inferocite non li scacceranno a pedate.

“Ha disperso i superbi nei pensieri dei loro cuori.”


Reuters. 2018-01-22. Germany’s SPD wants Merkel to sweeten coalition deal

BERLIN (Reuters) – The leader of Germany’s Social Democrats (SPD) said on Monday he wanted to renegotiate key issues agreed in a coalition blueprint with Chancellor Angela Merkel’s conservatives after his party narrowly approved the start of formal coalition talks.

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At an SPD congress where divisions over the proposed alliance were laid bare, 56 percent of delegates voted on Sunday to start formal negotiations on the basis of the blueprint.

That was tighter than many experts had expected, with discontent among the rank-and-file widespread. The SPD leadership tried on Monday to appease critics by demanding that the conservatives make concessions on immigration and healthcare.

An RTL poll conducted on Monday indicated the party’s support had dropped a point to 17 percent, well below the 20.5 percent it won in September, itself a post-war low, and just four ahead of the far-right Alternative for Germany (AfD).

Merkel, Horst Seehofer, the leader of her Bavarian CSU allies, and SPD head Martin Schulz met on Monday to discuss the timetable of negotiations.

Schulz said that “we will talk about all the topics we addressed in the exploratory talks again”.

SPD General Secretary Lars Klingbeil told the public broadcaster ARD that the SPD wanted to add a “hardship provision” to an agreement that caps the number of family members who can join refugees already accepted in Germany at 1,000 a month.

He also hoped the conservatives would give ground on the single “citizen’s insurance” that the SPD wants to replace Germany’s dual private and public healthcare systems.

If SPD leaders fail to deliver more, the risk increases that the party’s 443,000 members might reject a final deal when they are asked to vote.

A conservative-SPD ‘grand coalition’ has governed Europe’s economic powerhouse since 2013, and a re-run appears to be Merkel’s best chance of securing a fourth term as chancellor.

She said she looked forward to intensive talks on forming a stable government and her priorities were preserving Germany’s economic strength and ensuring social justice and security.

Investors and partner countries are worried that policymaking in Germany and Europe may become hamstrung by a political deadlock that is about to enter its fifth month.

NO CONCESSIONS?

Schulz, whose leadership was on the line on Sunday, said the vote handed him a “duty to fight for all those who voted against”.

SPD parliamentary leader Andrea Nahles said she would negotiate “until the other side squeals”.

But Volker Bouffier, a lawmaker for Merkel’s Christian Democrats (CDU), ruled out any major changes to the blueprint.

“The key issues can no longer be called into question,” he told the daily Bild.

Juergen Hardt, conservative foreign policy spokesman in parliament, told Reuters the formal negotiations could begin this week and might be concluded by mid-February.

“Changes (to the blueprint) can only be made by mutual consent, because everyone has already given up something to get to the agreement in the exploratory talks,” he said. “The cornerstones are clear.”

Both parties suffered heavy losses to the far right in September’s election and Merkel was weakened further by the collapse in November of coalition talks with the Greens and the pro-business FDP.

The blueprint envisages a review of the next government’s progress after two years to assess if changes are needed, sparking speculation that the conservatives might also be engineering an opportunity for Merkel to step down.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Spagna. Effetto Catalogna sulle ultime previsioni elettorali.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-22.

2018-0118__Spagna__001

Mr Rajoy guida un Governo di minoranza.

Nelle elezioni del 26 giugno 2016 il suo partito, partito popolare PP, aveva conseguito il 33.0% dei voti, i socialisti del Psde il 22.6%, Unidos Podemos il 21.2% ed il partito Ciudadanos il 13.1%.

«Ideologically, Cs describes itself as a progressive, secular, constitutional Spanish unionist, European federalist and postnationalist political party. Ciudadanos supports the current autonomous rights granted to autonomous communities in Spain, but rejects the autonomous communities’ right to self-determination outside of the Spanish state. As an originally Catalan party it specifically opposes Catalan nationalism as an outdated, authoritarian and socially divisive ideology which fuels hatred among both Catalans and Spaniards. Rivera uses the phrase “Catalonia is my homeland, Spain is my country and Europe is our future” to describe the party’s ideology.» [Fonte]

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In due differenti sondaggi tenutisi ai primi di gennaio le propensioni al voto determinerebbero un vero e proprio sommovimento.

Il partito popolare di Mr Rajoy crollerebbe al 23.2% (90 seggi), il Psde scenderebbe di una inezia al 21.6& (80 seggi), Unidos Podemos crollerebbe al 15.1% (55 seggi), mentre il Ciudadanos salirebbe al 27.1% (ventosette punto uno), cui conseguirebbero 95 seggi parlamentari.

Per la prima volta da due decenni a questa parte la somma dei partiti tradizionali non supera la maggioranza, e sempre per la prima volta un partito di nuova gestazione assumerebbe prepotentemente la maggioranza relativa.

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Si è perfettamente consci che la nuova tornata elettorale, tranne eventi al momento non preventivabili, dovrebbe cadere nel 2020, e che nel corso di questi anni molte situazioni potrebbero mutare, ed anche profondamente.

Nel contempo però si prende atto che un qualche proceso di mutazione sia in corso nel quadro politico spagnolo.

Fenomeno questo che dovrebbe dar da pensare ai dirigenti sia del partito popolare sia di quello socialista. L’esempio di Herr Kurz potrebbe essere valutato appieno.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Finanza e Sistema Bancario, Unione Europea

Paesi dell’est e crisi politico ed economica europea.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-22.

Europa 002

L’Occidente sta attraversando una crisi politica ed identitaria di entità tale da non trovare riscontro nella storia dei decenni recenti: si dovrebbe risalire agli anni venti del secolo scorso per trovare una situazione ragionevolmente analoga.

Negli Stati Uniti il passaggio da un’amministrazione democratica a quella repubblicana appare essere quanto mai sofferto.

In Europa grandi stati quali la Spagna, l’Olanda, la Germania e, forse, tra poco anche l’Italia, si trovano nella condizione di avere governi minoritari, instabili, frutto più di necessaria convivenza che di chiaro indirizzo politico condiviso.

In questo ambito, anche i paesi dell’est europeo stanno passando i loro triboli.

Ma ai turmoil politici corrispondono ovviamente altrettante turbolenze economiche.

«In many investors’ eyes, political events in central and eastern Europe fall into the usual political noise category, while changes in larger emerging markets can mean a watershed moment for the economy, …. Investors may see the European Union as the ultimate backstop to negative political developments.»

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«For long-term investors, broader developments in economical, political and social areas are more important …. Financial market participants have strong confidence in the long-term political agenda of CEE, as it’s still better-established and more diversified than many other emerging-market regions.»

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«Political risk is alive and kicking in eastern Europe, but investors couldn’t care less»

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«The region’s currencies and bonds continue to outperform peers, helped by the European Central Bank’s asset purchases in the euro area and the fastest economic growth in six years»

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«Eastern European economies probably grew by 3.7 percent last year, the fastest pace since 2011»

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Problema davvero complesso, senza soluzione unica.

Né si sottovaluti la crisi demografica. Sarebbe impossibile progettare impianti industriali che richiedano mano d’opera numerosa in paesi che si stanno spopolando. I dati demografici sono un freno totale ai progetti industriali di lungo termine.

Germania. Metà Dax-30 è in mano straniera. – Handelsblatt.

Germania. La demografia che stritola. Mancano tre milioni di lavoratori. – Vbw.

Germania. Realtà geografica, non più umana, politica ed economica.

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Da un punto di vista pratico potrebbe essere utile distinguere abbastanza nettamente due differenti tipologie di investimenti.

Gli investimenti di medio termine sono al momento vivibili in termini ambivalenti. Da una parte si constata quanto possano essere remunerativi, dall’altra ci si rende conto di quanto la instabilità politica possa generare bruschi cambiamenti del contesto operativo. Sta quindi all’operatore la valutazione del rapporto prestazioni / costi e dei relativi rischi connessi.

Gli investimenti sul lungo termine sono invece al momento poco turbati da tutti questi sobbollimenti. La opinione diffusa è che in una qualche maniera proprietà e redditività saranno tutelate in modo ragionevole.

Ma alla ragionevolezza delle previsioni dovrebbe sempre far riscontro l’uso di una sana prudenza.


Bloomberg. 2018-01-18. Investors Are Ignoring Big Risk Signals in Eastern Europe

– Traders look past politics in Poland, Czech Republic, Romania

– ECB stimulus, growth have helped countries outperform peers

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Political risk is alive and kicking in eastern Europe, but investors couldn’t care less.

Currencies from the zloty to the koruna and the forint are all strengthening, ignoring political risk and turmoil. Poland is being threatened by unprecedented political and possibly economic sanctions by the European Union for eroding the rule of law, while the Czech Republic’s billionaire leader has failed to form a majority government and Romania’s ruling party just ousted its third prime minister in about a year.

The region’s currencies and bonds continue to outperform peers, helped by the European Central Bank’s asset purchases in the euro area and the fastest economic growth in six years. Poland, the Czech Republic and Hungary boast the best-performing emerging-market currencies since the beginning of 2017, while volatility is waning. Their stock indexes have also hit multi-year highs in the last 12 months.

“There’s still ample global liquidity and search for yields,” said Viktor Szabo, a money manager who helps oversee $15 billion in emerging-market debt at Aberdeen Standard Investments in London. “External demand from the EU is strong, EU flows are coming in, domestic consumption is strong across the board, inflation is not a major problem, at least in central banks’ view. What’s not to like? The music is on, so investors have to dance.”

Eastern European economies probably grew by 3.7 percent last year, the fastest pace since 2011, according to a weighted average of country forecasts in a Bloomberg survey. That growth has been helped by investments funded by billions of euros in development aid from the EU, which most regional countries joined in the previous decade.

Policy Support

While it spars with Brussels, Poland’s governing Law and Justice party looked to appeal to investors when it last month appointed former Economy Minister and bank chief Mateusz Morawiecki as premier. Hungary’s cabinet is feuding with billionaire financier George Soros as it ramps up an anti-immigrant campaign heading into elections in April, with Prime Minister Viktor Orban holding a firm lead in polls. In Bulgaria, which this month took over the EU’s rotating six-month presidency, Prime Minister Boyko Borissov is facing a no-confidence motion that has almost no chance of passing but could be a source of humiliation.

“In many investors’ eyes, political events in central and eastern Europe fall into the usual political noise category, while changes in larger emerging markets can mean a watershed moment for the economy,” said Magdalena Polan, a global emerging-market economist at Legal & General Group Plc in London. “Investors may see the European Union as the ultimate backstop to negative political developments.”

Central banks have also been supportive of assets. The Czech Republic was one of the first to tighten policy in Europe to curb accelerating inflation on the back of rising consumption and wages. The region’s local-currency bonds outperformed the 11 percent return on an index of emerging-market notes.

Polish policy makers have kept interest rates on hold for almost three years, while Hungary’s record current-account surplus has allowed investors to see bond gains without suffering from currency depreciation, as the central bank pushes ahead with unconventional easing. That contrasts with the situation further east in Turkey, which has been forced to tighten policy to counter a lira being sold off on political risk and a deteriorating current account.

“For long-term investors, broader developments in economical, political and social areas are more important,” said Jetro Siekkinen, who helps oversee $2.5 billion in emerging-market debt as head of portfolio management at Aktia Asset Management in Helsinki. “Financial market participants have strong confidence in the long-term political agenda of CEE, as it’s still better-established and more diversified than many other emerging-market regions.”

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. È in corso l’assemblea Spd per decidere sulla coalizione.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-21.

McBeth. Tre Streghe. 001

Oggi è in corso a Bonn l’Assemblea della Spd: si dovrà votare se proseguire o meno i colloqui con Frau Merkel per cercare di formare un qualche governo per la Germania.

«Germany’s center-left Social Democrats (SPD) will decide on Sunday whether to start formal coalition talks with Chancellor Angela Merkel’s conservatives, a move which would bring Europe’s economic powerhouse one step closer to a stable government»

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«SPD leader Martin Schulz is facing a strong backlash from the party’s left and youth wings, which argue that the SPD should reinvent itself in opposition after scoring its worst election result in September»

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«Around 600 delegates, meeting in Bonn, will debate and vote on whether their leaders should push ahead with coalition talks on renewing an alliance with Merkel’s conservatives»

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«the agreed blueprint does not bear enough of the SPD’s hallmarks»

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«Please consider the consequences if this government option fails»

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«Possible scenarios in case of a rejection by the SPD would include new elections or a minority government for what would be the first time in Germany’s post-war era»

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«The demand for more concessions was immediately rejected by leading conservatives, while business associations urged the SPD delegates to back coalition talks, saying a rejection could plunge the country into a severe political crisis.»

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Il problema è semplicissimo.

– Sia la Cdu sia l’Spd il 24 settembre hanno perso un totale di 153 deputati, perdita poi parzialmente ammortizzata con i recuperi di legge. Questa sarebbe la Große Koalition dei perdenti battuti dalle urne.

– Le ultime prospezioni danno l’Spd in ulteriore calo.

Germania. Il costo delle ideologie è ben salato. Sondaggi.

– Per formare una nuova edizione della Große Koalition sia la Spd sia la Cdu dovrebbero rinnegare sé stesse e le loro rispettive Weltanschauung. Ma questo cozzerebbe in modo severo contro i rispettivi zoccoli duri elettorali, formati da dipendenti delle pubbliche amministrazioni e vegliardi pensionati, abbarbicati al passato come se fosse un radioso presente. Ogni giorno che passa in Germania muoiono 1,500 elettori socialisti.

– Se invece non formassero una nuova Große Koalition la Germania precipiterebbe nel chaos. Ben difficilmente Herr Schulz e Frau Merkel potrebbero sopravvivere politicamente.

Merkel. La corona che scricchiola. I possibili successori. – Handelsblatt

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L’unica grande caratteristica delle ideologie è che si suicidano da sole.

Intanto, AfD contabilizza le nuove dichiarazioni di voto: deve solo aspettare, con pazienza.

E Mr Putin e Mr Xi se la stanno ridendo sotto i baffi: Germania ed Unione Europea si stanno demolendo da sole, con le proprie mani.


Reuters. 2018-01-21. Germany’s SPD to vote on coalition talks with Merkel’s conservatives

Germany’s center-left Social Democrats (SPD) will decide on Sunday whether to start formal coalition talks with Chancellor Angela Merkel’s conservatives, a move which would bring Europe’s economic powerhouse one step closer to a stable government.

SPD leader Martin Schulz is facing a strong backlash from the party’s left and youth wings, which argue that the SPD should reinvent itself in opposition after scoring its worst election result in September since Germany became a federal republic in 1949.

Around 600 delegates, meeting in Bonn, will debate and vote on whether their leaders should push ahead with coalition talks on renewing an alliance with Merkel’s conservatives that took office in 2013.

The two blocs, which both bled support to the far right in the Sept. 24 election, struck a preliminary deal last week but critics, including the party’s youth wing leader Kevin Kuehnert, say the agreed blueprint does not bear enough of the SPD’s hallmarks.

Sunday’s vote will also be watched closely abroad as Germany has Europe’s largest economy and Merkel has long played a leading role in the continent’s economic and security affairs.

Senior Social Democrats have cited progress in efforts to win support for formal talks after the SPD’s biggest regional branch in North Rhine-Westphalia (NRW) recommended its members vote in favor of entering negotiations – on condition that Schulz push for more concessions on labor, health and migration policies.

SPD parliamentary leader Andrea Nahles said she expected formal talks to happen. “Nevertheless, I ask everyone in my party to take responsibility: Please consider the consequences if this government option fails,” she told Welt am Sonntag.

DEADLOCK

A negative vote by the SPD would prolong political deadlock at a time when Germany’s humming economy is producing record budget surpluses and French President Emmanuel Macron is counting on Berlin to join forces and overhaul the European Union in the light of Britain’s decision to leave the bloc.

Possible scenarios in case of a rejection by the SPD would include new elections or a minority government for what would be the first time in Germany’s post-war era.

The leader of the SPD’s biggest regional branch in NRW, Michael Groschek, said over the weekend he also expected a positive outcome, though the final coalition deal would “for certain” have to look different from the blueprint.

The SPD branch in that region wants a final coalition agreement to include a call to abolish Germany’s dual public-private health insurance system in favor of a single citizen’s insurance, to scale back temporary employment contracts and to allow family reunions for asylum seekers suffering unusual hardship.

The demand for more concessions was immediately rejected by leading conservatives, while business associations urged the SPD delegates to back coalition talks, saying a rejection could plunge the country into a severe political crisis.

The SPD special congress is not the last hurdle, however. All party members will get to vote on a final coalition deal, if there is one.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Ecb. Quantitative easing e credito bancario.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-21.

EuroTower 002

La vera storia di quanto accadde negli anni 2011 – 2012 è ancora tutta da scrivere: troppi gli interessi coinvolti ancora vivi e potenti. Troppe le verità scomode, per non dire vergognose.

Di fronte ad una crisi di inaspettata virulenza sorretta per di più dal reclutamento in fase di una lunga serie di eventi avversi, la banca centrale europea, Ecb, si trovò al bivio.

La prima alternativa era quella di tentare di salvare gli stati, che erano, e sono tuttora, coperti di debiti. Il rischio di insolvenze e default era concreto, e l’effetto domino avrebbe disintegrato dapprima l’Eurozona, quindi l’intera Unione Europea.

La seconda alternativa era quella di salvare il sistema bancario che versava in condizioni pietose, anche esso vicino al collasso.

Ecb ed i governi di allora, leggasi la Germania e la Francia, optarono per la prima scelta.

Così, la banca centrale da prestatrice di ultima istanza si tramutò in acquirente di ultima istanza.

La conseguenza dei tassi bassissimi, ovvero anche negativi, dava respiro agli stati nel gestire il proprio debito sovrano, ma impediva de facto il lecito guadagno delle banche. Di qui la ritrosia degli istituti di credito a concedere prestiti, non remunerativi dal loro punto di vista. La crisi economica fu massacrata dalla difficoltà di accedere al credito.

«Europe’s economic recovery started long before the ECB’s bond buying because low interest rates are what matters»

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«During the 2011-2012 euro crisis, the currency area became mired in a “doom loop,” in which weak banks in financially distressed countries rationed credit, causing a recession that intensified pressure on government finances, which were already burdened by the need to cover banks’ losses»

Durante la crisi dell’euro nel periodo 2011-2012, l’area valutaria si è impantanata in un “ciclo di rovine”, in cui le banche deboli dei paesi in difficoltà finanziaria hanno razionato il credito, causando una recessione che ha intensificato le pressioni sulle finanze pubbliche, già gravate dalla necessità di coprire le perdite delle banche

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«In a doom loop, the expectations of default drive up risk premia until the economy reaches the brink of collapse, even if the underlying problems could be managed over time»

In un ciclo catastrofico, le aspettative di default fanno salire i premi di rischio fino a quando l’ economia non raggiunge l’ orlo del collasso ….

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«This was the case for the euro zone during the summer of 2012. European Central Bank President Mario Draghi’s pledge to do “whatever it takes” to prevent the euro from disintegrating reassured markets so effectively because investors’ fear was largely based, to paraphrase US President Franklin D. Roosevelt, on “fear itself.”»

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«The doom loop reversed, and became a benign credit cycle in which lower risk premia allowed both banks and governments to refinance at lower rates»

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«But this positive credit cycle is less visible than the doom loop, because it takes a lot less time to cut the number of borrowers and push the economy into a recession than to foster a recovery when credit becomes available again»

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Se è vero che gli italiani siano assorbiti nella campagna elettorale è altrettanto vero che i destini dell’Italia si stiano decidendo a Francoforte, Berlino, Parigi e Washington.

La sfida del futuro è quindi facilmente delineabile.

Se da una parte l’Ecb manda gradualmente a termine il processo di quantitative easing, lasciando quindi ripristinarsi i tassi fisiologici di mercato sul debito sovrano, dall’altra dovrebbe agire con la massima prudenza inducendo il sistema creditizio a non aumentare di conserva gli interessi oltre un valore di soglia che alla fine risulterebbe essere dannoso tanto quanto i tassi negativi.

Questa sarà la sfida cui sarà chiamato il successore di Mario Draghi.

Tuttavia sarebbe sempre da ricordarsi come l’accesso al credito sia soltanto uno degli aspetti coinvolti negli investimenti produttivi.

Sarebbe davvero ingenuo illudersi che una politica monetaria dell’Ecb possa vicariare la volontà politica di contenere e ridurre i debiti sovrani, così come la volontà di ridurre la pressione fiscale sul comparto produttivo.

Infine, ci si dovrebbe ricordare sempre come il sistema dell’Eurozona, per quanto ampio ed economicamente potente, rappresenti pur sempre grosso modo il 10% del pil ppa mondiale. Grande valore in senso assoluto, ma piccolo valore in senso relativo: l’Eurozona non può più agire come personalità a sé stante. Essa deve mandatoriamente tener presente ciò che accade ai propri competitor, in primis la riduzione delle tasse sul comparto produttivo.


Handelsblatt. 2018-01-19. Cheap credit, not quantitative easing, boosts economies

Europe’s economic recovery started long before the ECB’s bond buying because low interest rates are what matters, argues Daniel Gros.

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During the 2011-2012 euro crisis, the currency area became mired in a “doom loop,” in which weak banks in financially distressed countries rationed credit, causing a recession that intensified pressure on government finances, which were already burdened by the need to cover banks’ losses. But such self-reinforcing spirals can also operate in the opposite direction. Understanding these dynamics may be the key to determining the euro zone’s relative strength today.

In a doom loop, the expectations of default drive up risk premia until the economy reaches the brink of collapse, even if the underlying problems could be managed over time. At a certain point, when the gulf between financial-market pessimism and economic reality becomes too large, the market becomes ready for a reversal.

This was the case for the euro zone during the summer of 2012. European Central Bank President Mario Draghi’s pledge to do “whatever it takes” to prevent the euro from disintegrating reassured markets so effectively because investors’ fear was largely based, to paraphrase US President Franklin D. Roosevelt, on “fear itself.”

Draghi’s intervention marked the start of a new cycle: The doom loop reversed, and became a benign credit cycle in which lower risk premia allowed both banks and governments to refinance at lower rates. This made more credit available to the economy and thereby fueled a recovery that increased government revenue. Governments in most of the euro zone countries that had previously been stuck in the doom loop were able to stabilize public finances without further expenditure cuts.


The truth is that the doom loop had been reversed long before quantitative easing began.


But this positive credit cycle is less visible than the doom loop, because it takes a lot less time to cut the number of borrowers and push the economy into a recession than to foster a recovery when credit becomes available again. Even if over-stretched borrowers can spend and invest, they most likely won’t do so right away. But, given time, easier credit conditions rarely fail to generate a recovery.

The ECB’s vast program of quantitative easing (QE), initiated in March 2015, reinforced the virtuous cycle. But the truth is that the doom loop had been reversed long before QE began. In any case, the common definition of that program – the large-scale purchase of government bonds by the ECB – is inaccurate. The ECB General Council makes the key decisions, but its policy is executed mostly by national central banks (NCBs).

Normally, all NCBs in the euro system undertake the same operations, and the results are pooled. But, when it comes to QE, each NCB buys only the bonds of its own government on its own account. The Banca d’Italia has bought only Italian government bonds, and the Bundesbank only German Bunds.

NCBs are part of their respective countries’ larger public sectors, and eventually transfer all of the profits or losses from these transactions back to their own government. So when they purchase long-term government bonds, they are acting like a subsidiary of a large corporation buying the debt of its parent company (issuing short-term liabilities to itself).


This new, more robust growth model could be sustained until the remaining unemployment is absorbed.


In short, the euro zone’s QE program amounts essentially to a massive asset-liability management exercise, in which (national) public debt is reshuffled from one part of the public sector (governments) to another part (the national central bank). While the sums involved are very large – a total of about €2 trillion ($2.44 trillion) so far – the real impact is minor.

Of course, the ECB claims that the QE program contributed decisively to the recovery. But the fact is that there has been little change in interest rates or risk spreads since the bond purchases started. This indicates that the end of QE – which is likely to come later this year – will not mean the end of the recovery. And, given that financial markets know that QE will end, they have already priced in that expectation.

But can today’s benign credit cycle last much longer? There may be some reason for concern; after all, the euro zone experienced a similar self-reinforcing cycle of easy credit, growth and little pressure on government finances before the global financial crisis of 2007-2008. But it seems unlikely that the current cycle will lead to similar excesses and end in a similar bust, because the growth pattern in the peripheral euro zone countries has changed considerably.

During the pre-crisis credit boom, growth in countries like Spain and Portugal was based largely on domestic demand, financed by capital inflows. In Italy, domestic demand was less exuberant, but foreign capital was still needed at the margin to finance a large public debt. So when capital inflows suddenly stopped, these economies were thrown into crisis.

Today, however, growth in these countries is based mainly on exports, while domestic demand remains subdued. Moreover, these countries are maintaining current-account surpluses while their growth rates rise; in other words, far from relying on fickle capital inflows, they are repaying their external debt. This new, more robust growth model could be sustained until the remaining unemployment is absorbed.

No financial cycle lasts forever. But the one driving today’s recovery in the euro zone, including the peripheral countries that were hardest hit by the crisis, may be set to persist for a while yet.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Austria. Herr Herbert Kickl. Un personaggio da seguire.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-20.

Austria. Vienna. 001

«Il ministro degli interni austriaco Herbert Kickl ha annunciato l’istituzione di una task force di polizia per i controlli di frontiera»

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«un’unità di pronto intervento in grado di avviare entro poche ore il management di confine  eprocedere alla identificazione dei viaggiatori. Non ci sarà più un lasciapassare»

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«Austria’s new far-right interior minister sparked an outcry Thursday by saying that his government wants to “concentrate” asylum-seekers, employing a word widely associated with Nazi camps»

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Nei paesi di lingua tedesca  le socialdemocrazie prendono il 65% dei loro voti nella classe over 45, il 47% nella classe over 60, ed il 25% nella classe over 75. I partiti non liberal né socialisti prendono solo il 21% dei voti nella classe di età over 60. [Fonte]

Questi dati suggeriscono come il quadro politico si evolva in funzione della variazione demografica: i partiti che non riescono a prendere voti giovanili sono destinati alla estinzione. In parole poverissime, il loro elettorato muore.

Questo elettorato, caratterizzato da una congerie di tremuli vegliardi, sostiene alcune tesi che sembrerebbero essergli peculiari.

A dir loro, uno stato che cerchi di preservare la propria identità considerata bene precipuo della nazione è considerato essere “nazionalsocialista“.

A dir loro, uno stato che cerchi di preservare integri i confini della nazione è considerato essere “nazionalsocialista“.

A dir loro, uno stato che cerchi di concentrare in luoghi confacenti tutti gli immigrati illegalmente entrati nei confini è considerato essere “nazionalsocialista“.

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È un uso quanto mai disinvolto del termine “nazionalsocialismo“, di per sé stesso intimamente collegato ad un odio razziale che coerce alla distruzione fisica dell’odiato.

Con vivo disappunto notiamo come tale termine sia stato snaturato abbassandolo a livello più di insulto che di caratteristica.

Ma ciò che ancor più lascia perplessi è il modo con cui è utilizzato.

«concentrate ….  asylum-seekers …. a word widely associated with Nazi camps».

Il campo di concentramento (o internamento) è una struttura carceraria all’aperto adatta alla detenzione di civili e/o militari. Si tratta solitamente di una struttura provvisoria, adatta a detenere grandi quantità di persone.

Il primo campo di concentramento con caratteristiche moderne dovrebbe essere quello di Andersonville, in Georgia: il suo comandante cap. Henry Wirz fu l’unico soldato giustiziato alla fine della guerra civile.

Durante la guerra anglo-boera gli inglesi inaugurarono l’era dei campi di concentramento recintati da filo spinato. Vi morirono di inedia oltre 24,000 soldati boeri, ma anche e soprattutto 27,927 civili bianchi ed oltre 20,000 civile neri.

Ma il termine campo di concentramento rievoca nei tempi moderni il Gulag, Glavnoe upravlenie ispravitelno-trudovych lagerej, ossia “Direzione principale dei campi di lavoro correttivi”. Ventotto milioni e settecentomila furono ad essi affiliati nella Unione Sovietica, secondo i dati forniti dall’Nkvd e dall’Mgb.

«Per fare le camere a gas, ci mancava il gas»

(Aleksandr Isaevič Solženicyn)

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L’elenco potrebbe proseguire con i campi di concentramento cinesi, loatiani, cambogiani ed altri, tutti posti a disonore del genere umano. Non con questo che i campi di concentramento tedeschi fossero umani: tutt’altro. Ma non furono né gli unici né i più disumani.

Il fatto che taluni di scarna memoria vogliano associare il termine campo di concentramento ai soli campi nazionalsocialisti è una limitazione storica della quale resta davvero difficile ammettere buona fede.

Buona fede che ci si vede costretti a negare quando poi si tenda ad assimilare un campo profughi ad un gulag.

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Il fatto che Herr Herbert Kickl sia criticato ed avversato da liberal e socialisti ne nobilita la figura e l’operato.


Ansa. 2018-01-19. Vienna, task force per controlli confine

Il ministro degli interni austriaco Herbert Kickl ha annunciato l’istituzione di una task force di polizia per i controlli di frontiera. Come spiega il ministro del partito di ultradestra Fpoe, si tratta di un’unità di pronto intervento “in grado di avviare entro poche ore il management di confine” (controlli di frontiera, ndr.) e “procedere all’identificazione” dei viaggiatori. “Non ci sarà più un lasciapassare”, ribadisce Kickl in un’intervista al quotidiano Tiroler Tageszeitung. Nell’intervista Kickl spiega di aver già provveduto all’istituzione di questa ‘Grenzschutzeinheit’. “Abbiamo comunque già controlli efficaci che funzionano, ma un anno 2015 non si deve ripetere”, sottolinea il ministro in riferimento all’elevato numero di ingressi in Austria all’epoca.


The Times of Israel. 2018-01-19. Austrian far-right minister says he wants to ‘concentrate’ migrants

New interior minister, Herbert Kickl, elicits outcry after using term associated with Nazis, but says he did not ‘intend to provoke’

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Austria’s new far-right interior minister sparked an outcry Thursday by saying that his government wants to “concentrate” asylum-seekers, employing a word widely associated with Nazi camps.

Herbert Kickl told a news conference he wants “basic services centers, suitable infrastructure that enables us to concentrate people in the asylum process in one place.”

The comments quickly provoked outrage, with Alexander Pollak, head of migrants charity SOS Mitmensch, calling it a “deliberate provocation” and left-wing essayist Robert Misik saying “a Rubicon has been crossed.”

The opposition Green Party warned against the “language of National Socialism creeping into our way of thinking and feeling,” while the NEOS party said Kickl must apologize for his “deliberate provocation.”

Kickl, who became interior minister last month when his Freedom Party (FPOe) formed a coalition with the center-right following elections in October, back-pedaled, saying he did not “intend to provoke anyone.”

He said the government would implement a “very, very strict asylum policy” in response to what he said was a rise in crimes committed by foreigners last year.

The head of the FPOe, Vice-Chancellor Heinz-Christian Strache, also caused unease this month by appearing to suggest that asylum-seekers should be kept in empty military barracks and subjected to an evening curfew.

The party was formed by former Nazis in the 1950s. In the 1990s it was headed by Joerg Haider, whose many controversial comments included calling Hitler’s employment methods “orderly.”

On Wednesday, Austrian Jewish community leaders said that they would continue to shun any contact with the FPOe, including with government ministers from the party.

The Jewish Community of Vienna, which represents most Jews in Austria, said that its leadership voted unanimously against establishing contacts with representatives of the Freedom Party (FPOe). The decision continues a practice started in 2000.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. Il costo delle ideologie è ben salato. Sondaggi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-20.

Germany's Chancellor Merkel arrives at an EU-Turkey summit in Brussels
Germany’s Chancellor Angela Merkel arrives at an EU-Turkey summit in Brussels, as the bloc is looking to Ankara to help it curb the influx of refugees and migrants flowing into Europe, March 7, 2016. REUTERS/Francois Lenoir TPX IMAGES OF THE DAY

Il costo delle ideologie è davvero salato, molto salato.

Così come salato è il costo dell’orgoglio e della presunzione.

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Tutte le volte che qualcuno prende un qualche comportamento per difendere una questione di principio significa che fa un qualcosa contro ogni comune buon senso.

Una classica frase è:

“Costi quello che costi”.

Or son quattro mesi che in quel fatidico 24 settembre la Germania ha votato bastonando sia l’Unione, ossia la Cdu e la Csu, sia l’Spd.

I vincitori delle elezioni erano stati l’Fdp ed Afd. Logica e buon senso avrebbe suggerito la formazione di un governo tra quelle formazioni politiche: ma  questo avrebbe contrastato l’ideologismo non supervisionato di Frau Merkel.

Mai e poi mai Frau Merkel avrebbe fatto un simile governo.

Dimettersi e lasciare il campo ad un altro nome? Giammai! L’orgoglio acceca, così come la presunzione.

Così la Germania langue in una starvation che ricorda sempre più da vicino l’inanizione della Repubblica di Weimar.

Ma se questa sorta di ibernazione mentale può soddisfare l’ego di Frau Merkel, imbullonata al quel poco potere che le resta, come il suo sodale Mr Maduro, gli Elettori tedeschi iniziano a dare segni sempre più evidenti di insofferenza.

Quattro gli aspetti elettorali da prendere in considerazione.

Primo aspetto.

2018-01-19__Spd__001

Se apparentemente l’Union è accreditata al 33%, quasi eguale al 32.9% elettorale, l’Spd dimostra segni incipienti di cedimento. La percentuale del 20.5% elettorale si sta assestando su valori inferiori al 20%: 18.5% una rilevazione, 18% un’altra.

Secondo aspetto.

2018-01-19__Spd__002

Se osserviamo i dati dell’Union scorporati, si osserva come la Cdu abbia perso un buon punto percentuale. Ma un punto percentuale per un partito quotato il 25.4% corrisponde ad un decremento percentuale di poco più del 4%, e questo solo in quattro mesi. Ma tra tre anni e mezzo ci saranno nuovamente le elezioni politiche.

Se è vero che questo è un lungo lasso di tempo, è altrettanto vero che sarebbe più consolante avere trend in crescita piuttosto che in discesa.

Terzo aspetto.

2018-01-19__Spd__003

Le prospezioni elettorali in Baviera, che andrà al voto a fine autunno, indicano una stasi della Csu, che sembrerebbe essere bloccata attorno al 38%, ben lontana da quella maggioranza assoluta cui era da decenni abituata. Nel frattempo, AfD sembrerebbe essere salita dal 12.4% al 14%. Ma la Csu è elemento portante dell’Union: un suo bradisismo si ripercuote su tutto il quadro politico federale, oltre che, ovviamente, sui rapporti interni.

Quarto aspetto.

Se alle elezioni del 24 settembre Union ed Spd avevano conseguito assieme il 53.4% dei voti, è altrettanto vero che ora come ora ne otterrebbero grosso modo il 52%.

Sembrerebbe quindi lecito domandarsi cosa potrebbe mai succedere alla Germania se alle prossime elezioni del 2021 una soluzione di Große Koalition risultasse essere numericamente impossibile.

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Questo è quanto.

Se un cattivo governo è pur sempre meglio del chaos, è anche altrettanto vero che questa inanizione è ancor peggio di un cattivo governo e del chaos.

Ricordiamoci che la Germania siede anch’essa nel Consiglio Europeo, ove fino al 24 settembre poteva fare il bello ed il cattivo tempo, a suo capriccio. Ma adesso la sua autorevolezza è profondamente sottominata, e la sua inanizione è forse peggio di una cattiva scelta.

Ed intanto, mentre Frau Merkel ed Herr Schulz indugiano negli ozi berlinesi, il resto del mondo cammina veloce e non si ferma ad aspettarli.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Barometro Politico Demopolis. Meno 50 giorni.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-19.

2018-01-18__Demopolis 001 1.Barometro_11gennaio

Il 4 marzo l’Italia andrà alle urne per rinnovare Camera e Senato.

Saranno elezioni importanti sia per l’Italia in senso stretto, sia per l’Italia quale componente votante del Consiglio Europeo. Il suo voto in tale consesso potrebbe cambiare indirizzo politico.

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Rosatellum bis. Gli strani effetti della nuova legge elettorale.

Italia. Simulazione di voto con il ‘Rosatellum’. – Demopolis

Simulazione dei collegi alla Camera e al Senato – 28 novembre 2017

Elezioni 4 Marzo. Rosatellum potrebbe beffare il Pd.

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2018-01-18__Demopolis 002 2.Barometro_11gennaio

L’indagine è stata condotta dall’Istituto Demopolis, diretto da Pietro Vento, dal 10 all’11 gennaio 2018, per il programma Otto e Mezzo (LA7) su un campione stratificato di 1.500 intervistati, rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne.

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«Il Movimento 5 Stelle è ormai da mesi, stabilmente, primo partito nel Paese. Se si votasse oggi per la Camera, otterrebbe il 29,2%, staccando di oltre 5 punti il Partito Democratico, in ulteriore calo al 23,5%. È quanto emerge dal Barometro Politico dell’Istituto Demopolis, diretto da Pietro Vento, condotto per il programma Otto e Mezzo (LA7) a 50 giorni dal voto.

Forza Italia avrebbe oggi il 15,6%, la Lega il 13,8%. Liberi e Uguali, guidata da Pietro Grasso, si fermerebbe al 6,5%; Fratelli d’Italia al 5%. Sotto la soglia del 3% le altre liste minori.

Con il Rosatellum torna ad assumere un peso non marginale la forza delle coalizioni,  che si contenderanno il 37% dei seggi nella quota uninominale. Secondo i dati Demopolis, l’area di Centro Destra non sembra pagare le recenti frizioni tra Salvini e Berlusconi e supera oggi il 36%. Il Movimento 5 Stelle, guidato da Di Maio, sfiora il 30%. Sul terzo gradino del podio, al 27%, il Centro Sinistra, che ruota intorno al PD di Renzi ed agli alleati minori: la lista Civica Popolare, Più Europa, Insieme e SVP.

Prima della definizione delle candidature nei collegi, secondo l’analisi dell’Istituto diretto da Pietro Vento, con le attuali stime di voto, anche la coalizione più forte resterebbe oggi al di sotto della maggioranza assoluta, necessaria per dar vita ad un nuovo Governo dopo la chiusura delle urne. È una percezione diffusa nell’opinione pubblica e che non favorisce la partecipazione al voto: si recherebbe oggi alle urne il 62% degli elettori.»

*



Ad ogni sondaggio il partito democratico perde qualche porzione di consenso. Non è questo tempo e luogo di considerazioni politiche. Ma un aspetto appare essere evidente. Il partito democratico continua a presentare le stesse ed identiche faccie e sta invecchiando precocemente.

«Un elettorato formato per il 65% da over 55 …. pensionati (41%) …. solo un 15% ha meno di 35 anni» [Fonte]

Ma volenti o nolenti i vecchi muoiono e non vanno più a votare.