Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. Analisi del voto federale. 1. Classi di età.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-26

Per ogni partito politico che abbia superato lo sbarramento del 5% è riportata la percentuale dei voti per classe di età.

I relativi commenti saranno condotti esclusivamente sulla base di criteri demografici.

2017-09-25__Voto_per_Classe_età__001_cdu

Union, ossia la Cdu e la Csu sommate assieme, ha ottenuto il 33% dei voti validi.

La grafica è particolarmente espressiva.

L’Union è il partito dei vecchi. Sopra i 70 anni è stata votata dal 45% degli elettori, percentuale che sprofonda al 23% nella classe 18 – 24 ed al 26 % in quella 25 – 34.

Sono le due classi di età alle quali appartengono i giovani adulti in cerca di lavoro, oppure occupati con Mini Arbeit, con resa economica oscillante tra i 600 e gli 800 euro mensili medi.

Questa distribuzione evidenzia bene la disaffezione delle classi giovani dalla visione politica, economica e sociale dell’Union.

A quadro politico invariato, tra due tornate elettorali l’Union è proiettata sotto il 20%.


2017-09-25__Voto_per_Classe_età__002_spd

Spd, socialdemocrazia, ha ottenuto il 20% dei voti validi.

Come nel caso della Union, anche l’Spd presenta percentuali di voto basse nelle classi di età dei giovani adulti, verosimilmente per gli stessi motivi della Union.

Aumenta, ma di poco, nelle classi adulte, e raggiunge un massimo del 25% in quella dei vecchi.

A quadro politico invariato, tra due tornate elettorali l’Spd è proiettata sotto il 12%.


2017-09-25__Voto_per_Classe_età__003_Linke

Linke, ultrasinistra ex comunista, ha ottenuto il 9% dei voti validi.

La distribuzione dei suffragi è abbastanza omogenea nelle diverse classi di età, per quanto quelle dei giovani adulti presentino le occorrenza maggiori.

Questo voto sembrerebbe riflettere le difficoltà per i giovani adulti di trovare un posto di lavoro stabile. Le percentuali maggiori sono addensate nelle zone ad alta concentrazione industriale.


2017-09-25__Voto_per_Classe_età__004_Grunene

Grüne, ecologisti, hanno ottenuto il 10% dei voti validi.

Il comportamento per classi di età è alquanto anomalo, presentando basse occorrenze nella classe degli anziani ed in quella dei vecchi, mentre la classe 18 – 24 evidenzia un picco percentuale al 14%.


2017-09-25__Voto_per_Classe_età__005_FDP

FDP, Freie Demokratische Partei, ha ottenuto il 10 % dei voti validi.

Lascia alquanto stupiti la sua distribuzione sostanzialmente omogenea nelle diverse classi di età.


2017-09-25__Voto_per_Classe_età__006_AfD

Afd, Alternative für Deutschland, ha ottenuto il 14% dei voti validi.

Presenta un andamento particolare: basse percentuali di voto nella classe 18  24 ed in quella dei vecchi, 10% ed 8%, rispettivamente, raggiunge il picco del 17% in quella compresa tra i 34 ed i 44 anni.

A quadro politico invariato, tra due tornate elettorali l’AfD è proiettata sopra il 19%.



Riassumendo.

I partiti tradizionali tedeschi, Union ed Spd hanno una presa molto minore sulle classi giovani rispetto a quelle adulte o vecchie.

Ciò fa prevedere, da un punto di vista strettamente demografico, un loro costante calo percentuale nel tempo.

Solo i Grüne ed AfD evidenziano un supporto giovanile consistente, fattore demografico che ne prospetta la crescita nel tempo.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. Heimat risorta, viva e vegeta. Il perché di una vittoria.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-25.

2017-09-25__Unsere Haimat

Cerchiamo di chiarire immediatamente alcuni concetti.

Gli adepti dell’ideologia liberal e del socialismo ideologico bollano con i termini di “populismo”, “estrema destra”, “fascisti”, “nazisti”, “xenofobi”, “razzisti”, “nazionalisti” e così via tutti i movimenti culturali o politici e tutte le persone che non la pensano esattamente come loro.

L’uso indiscriminato di tali termini li ha fatto transitare da specifiche indicazioni di un certo quale contenuto a meri insulti di riprovazione. Ma con gli insulti non si guadagnano voti: li si perdono, come hanno dimostrato le recenti elezioni tedesche.

Non è motivo di scandalo che AfD sia entrata nel Bundestag: è motivo di scandalo che vi siedano ancora partiti liberal e socialisti.

*

Abbiamo già porto alcune interpretazioni del termine “populista”.

Populismo. Cosa sia e come lo quantizzi il Populism Index (Epicentric)

«In Europa il “populismo” vale circa 55 milioni di voti, governa in Polonia, Ungheria e Grecia ed è nei governi di nove stati dell’Unione. È sottorappresentato nei parlamenti rispetto alla sua presenza percentuale a causa dei sistemi elettorali ….

In linea generale, si potrebbe tentare di definire il populismo come

«movimento politico privo di ideologia od idee preconcette, che si rifà soltanto alle esigenze che emergono dalla gente comune piuttosto che dalle élite.» ….

Denominare anti-establishment i populisti è comodo ma riduttivo: la caratteristica dei populisti è quella di personificare un metodo di pensiero ed azione empirico, non supervisionato.

Altro tratto peculiare dei populisti è quello di rifarsi alle tradizioni popolari religiose, storiche, culturali, privilegiando l’attenzione alla condizione economica della gente comune: nessuno misconosce l’importanza ed il ruolo dei ricchi, ma i populisti sono più attenti alle esigenze delle classi reddituali medio – basse. E questo costituisce un punto di forza nelle nazioni dove si vota a suffragio universale: anche i meno benestanti votano.»

* * * * * * * *

Ripetiamo solo per chiarezza: i populisti propugnano una Weltanschauung incardinata sul retaggio religioso, storico, culturale, sociale ed artistico di un popolo: di tutto il popolo, non della sola élite. I populisti ascoltano cosa prova e sente la gente comune: non vogliono imporre loro nulla.

La differenza con l’ideologia liberal e quella del socialismo è stridente: semplicemente l’opposto. Liberal e socialismo ideologico vogliono imporre la loro ideologia, e lo fanno sia con leggi sia con sentenze di tribunali: i populisti invece vogliono sentire cosa pensi il popolo, quello sovrano.

*

Un anno e mezzo or sono uscì questo articolo, che fu facilmente profetico:

Germania. I tedeschi rivogliono l’Heimat.

«Heimat è un vocabolo tedesco che non ha un corrispettivo nella lingua italiana. Similmente, il vocabolo “Heimat” non ha un corrispettivo in lingue come l’inglese o le lingue neolatine. Esiste, invece, un corrispettivo in alcune lingue slave: “dòmovina” in sloveno, croato e serbo e “domov” nella lingua ceca e in lingua greca: “πατρίς, πατρίδος” (grc. moderno “πατρίδα”).

Il concetto di Heimat si sviluppò nella cultura tedesca a metà del XIX secolo, allorché la nascente industrializzazione si accompagnava, in Germania, all’esodo massiccio di popolazione dalle aree rurali verso le grandi città, e contemporaneamente l’unificazione politica della Germania comportava il dissolvimento dei piccoli stati in un unico nuovo Stato tedesco a egemonia prussiana. L’Heimat venne interpretata come una reazione all’alienazione e alla perdita di identità della comunità di origine, un aspetto della cultura tedesca di significato inizialmente patriottico e non nazionalistico.

*

Viene spesso tradotto con “Casa”, “Piccola patria”, o “Luogo natio” e indica il territorio in cui ci si sente a casa propria perché vi si è nati, vi si è trascorsa l’infanzia, o vi si parla la lingua degli affetti.» [Fonte]

*

Guardate ora con attenzione la fotografia iniziale: AfD altro non è che il movimento politico che ha per scopo il ricostituire nella sua dignità il concetto di Heimat. Propone, non impone.

Nulla di vergognoso, quindi, nulla che assomigli nemmeno lontanamente ai nefasti movimenti ideologici del secolo scorso, nulla di potenzialmente dittatoriale.

Weltanschauung opposta, come dicemmo, a quella liberal e del socialismo ideologico.

Questi hanno reagito con la tecnica della demonizzazione

Germania. Conventio ad excludendum AfD. Heimat.

Ma se questa manovra può abbindolare qualche persona prona a credere a qualsiasi propaganda, la gente comune, quella che deve combattere per sbarcare il lunario, la tiene in non cale.

AfD parla come mangia: si fa capire.

Questa tornata elettorale in Germania conferma come in Occidente sia in atto una imponente devoluzione dell’ideologia liberal e del socialismo ideologico: i partiti politici che seguivano tale corrente di pensiero hanno perso le elezioni in America, Regno Unito, Francia e Germania. Socialisti e “progressisti” sono stati cacciati via dalle sale del potere. Sono oramai un cascame politico e sociale, che ha ancora un grande potere dominando gli apparati burocratici, ma storicamente sconfitto, e sconfitto in modo irreversibile.

AfD non è un “partito anti-establishment“: è un partito propositivo, e che ha molto da dire.

* * * * * * * *

Bene.

Adesso AfD ha 94 deputati nel Bundestag ove Union (Cdu e Csu) hanno riportato un bruciante ridimensionamento e l’Spd è scesa ai suoi minimi storici.

Che Frau Merkel abbia vinto perché ha perso quasi cento deputati lo si vada a raccontare altrove.

Ci si augura che i partiti tradizionali proseguano sulla linea finora perseguita, che si è rivelata essere il mezzo migliore per annientarli. La devoluzione deve proseguire fino alla loro totale scomparsa.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Europa. La devoluzione del socialismo ideologico. – Spiegel

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-25.

Fatti 002

Da anni stiamo parlando della devoluzione del socialismo ideologico mondiale ed europeo in particolare.

Sono accaduti due fatti nuovi, ancora da valutare nella loro reale portata.

Francia. Senato. Macron disintegrato: 22 seggi contro 150 dell’opposizione.

Germania. Débâcle per Frau Merkel ed Herr Schulz. -153 deputati.

E non è finita mica qui.

Oggi lo Spiegel riprende lo stesso concetto, anche se lo esprime in termini differenti e più vividi:

The Slow Death of Europe’s Social Democrats

*

«Social democrats have shaped Western Europe more than any other political movement.»

*

«Are social democratic parties still the parties of workers?»

*

«No one knows what exactly social democracy stands for anymore.»

*

«In 2000, social democrats or socialists were part of the government in 10 out of the 15 countries that made up the European Union at the time.»

*

«These days, though, the picture is a drastically different one»

*

«center-left parties would only be part of six EU governments out of 28 member states, all of them on the European periphery: Malta, Portugal, Romania, Sweden, Slovakia and the Czech Republic»

*

«Elections are scheduled for October in the Czech Republic, but it seems unlikely that the social democrats will be returned to power»

* * * * * * * * * * *

Alcune considerazioni fluirebbero spontanee.

– Tutte le ideologie hanno la caratteristica comune di essere rigide: vogliono imporre la loro Weltanschauung ma sono tetragone al recepimento degli stimoli esterni. Si considerano immutabili nel tempo, quasi fossero religioni, ed in effetti come tali sono percepite.

– Tuttavia, lo si voglia o meno, lo si accetti o meno, tutto muta nel tempo. E quando un sistema ideologico non riesce a percepire il reale cessa di saperlo interpretare e, quindi, indirizzare. Alla fine crolla sotto il peso delle sue contraddizioni.

– Di fronte al fatto nuovo l’empirista si domanda cosa sia più opportuno fare, mentre l’ideologo si interroga su come l’ideologia consentirebbe di risolvere il problema. Ma l’ideologia inquadra problemi pregressi: è inidonea ad affrontare i problemi attuali e, a maggior ragione, quelli futuri.

* * *

È interessante meditare come Treccani definisca la intelligenza.

«Complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono all’uomo di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare, e lo rendono insieme capace di adattarsi a situazioni nuove e di modificare la situazione stessa quando questa presenta ostacoli all’adattamento»

Il punto nodale è una brevissima frase:

«capace di adattarsi a situazioni nuove»

La duttilità di pensiero necessaria per affrontare e dominare il nuovo è esattamente l’antitesi di ogni ideologia. L’ideologia per definizione non evolve né può evolvere: di conseguenza è destinata a scomparire.

Nulla da stupirsi quindi della devoluzione del socialismo ideologico o, per dirla con lo Spiegel, della morte delle socialdemocrazie europee.


Spiegel. 2017-09-22. The Slow Death of Europe’s Social Democrats

Across Europe, social democratic parties are in crisis and on Sunday, the German SPD could slide to its worst result since World War II. What has happened to the once-glorious center-left parties on the Continent? And how can they recover?

*

On a recent late summer evening, Austrian Chancellor Christian Kern pulled into Illmitz, in Austria’s Burgenland, in a tour bus not unlike those used by rock stars. He was greeted with cheers and a brass band before making his way through a throng of selfie-hunters at a local trade union festival to reach the stage, in front of which some 200 people were gathered to hear him speak.

His speech focused on the “Austrian Dream,” and he outlined his own journey from a humble background to the very top. He talked about Austria and what people were telling him about their concerns, outlining a plan to turn the country back into a place where everyone “gets the chance to have a successful life.” It was the kind of rhetoric you would normally expect from an American president, not an Austrian Social Democrat.

Yet despite him being a good candidate, despite running a good campaign and despite the country’s solid economy, with unemployment at 5.7 percent and economic growth topping 2 percent, Kern and his party, the Social Democratic Party of Austria (SPÖ), are failing to gain traction. His country’s economy is even better shape than Germany’s, yet the SPÖ has been polling at 22 to 28 percent for months now — far from enough to win the Oct. 15 general election.

Kern, 51, headed the Austrian national railroad before becoming chancellor last year. He was responsible for making sure that special trains were provided during the 2015 refugee crisis. And he forced the hapless former chancellor, Werner Faymann, out of office. Kern’s team is young and motivated, with hardly anyone on his bus older than their late 30s, and he has multimedia experts to manage his social media presence. But absent a miracle, Kern will have to step down after the election.

One reason, of course, is Sebastian Kurz, Kern’s 31-year-old challenger. Kurz has rebranded his party, the Austrian conservatives, and is betting on his youth and staunch anti-Islam stance. In polls comparing the two on an individual basis, Kern and Kurz are basically neck-and-neck — but next to his young challenger, the incumbent chancellor nevertheless looks like the status quo. Despite everything, Austrian voters associate the current chancellor with old, sclerotic social democracy.

In 2000, social democrats or socialists were part of the government in 10 out of the 15 countries that made up the European Union at the time. These days, though, the picture is a drastically different one. There is a real chance that German Social Democrats will no longer be part of Chancellor Angela Merkel’s coalition following Sunday’s vote and the same could happen in Italy after voters there go to the polls next spring. Were that to happen, center-left parties would only be part of six EU governments out of 28 member states, all of them on the European periphery: Malta, Portugal, Romania, Sweden, Slovakia and the Czech Republic. The populist left-wing Syriza alliance heads the government in Greece. Elections are scheduled for October in the Czech Republic, but it seems unlikely that the social democrats will be returned to power.

There is even a new word for the social democratic swoon: Pasokization, as in PASOK, Greece’s long-term governing party, which fell into insignificance in the 2015 election. A similar situation applies in the Netherlands, where the traditional Labor Party captured only 5.7 percent of votes in the last election. French Socialist Party candidate Benoît Hamon came in fifth in the recent French presidential election, with 6.4 percent of the vote, and his party went on to receive a miserable 9.5 percent of the vote in parliamentary elections a short time later. In Poland, the Social Democrats no longer hold any seats in the parliament.

It is a puzzling development given the desire held by many voters for greater social security. Indeed, that desire could help explain the rapid, yet brief, rise of Social Democratic chancellor candidate Martin Schulz in the polls earlier this year. Indeed, the SPD came within a single percentage point of Merkel’s conservatives — only to plunge again. That dive certainly had something to do with the SPD’s uninspiring campaign, and with Schulz’s own apparent inability to win over voters. But there was also a bigger problem: No one knows what exactly social democracy stands for anymore.

This is astonishing. Weren’t people proclaiming a comeback for strong state governance and the end of financial capitalism after the 2008 financial crisis? Isn’t the gap between rich and poor widening almost everywhere in Europe? Don’t voters have several good reasons to vote social democratic?

Social democrats have shaped Western Europe more than any other political movement. Their ideas are now taken for granted among large segments of the middle class: principles like the social welfare state; the notion that the strong bear some responsibility for weaker members of society; and the idea that everyone should have the same opportunity to participate in society. Those are the philosophical underpinnings of social democracy, yet social democratic parties are no longer benefitting from these ideas.

Splintered Electorate

Martin Schulz has made “social justice” the central issue of his campaign, but the working class, once the key constituency of social democracy, has been fragmented into a well-paid core workforce and a periphery of temporary workers who often do the same work for less money. Others are stuck in dead-end service jobs. Are social democratic parties still the parties of workers? Or is this just a distant memory to which educated, upwardly mobile public servants cling to? That, at least, is what the SPD factions in state parliaments and the Bundestag make it look like.

Pubblicato in: Unione Europea, Devoluzione socialismo

Francia. Senato. Macron disintegrato: 22 seggi contro 150 dell’opposizione.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-24.

Rivoluzione_francese__1000__

I francese hanno dato a Mr Macron una terrificante mazzata sul cranio.

Dei 171 seggi in palio alle elezioni per il rinnovo di metà del senato avrebbero eletto 146 – 156 senatori dell’opposizione e solo 22 di partito di Mr Macron.

Quando saranno disponibili i dati definitivi, allora potremo fare dei commenti.

Per il momento basti dire che anche Mr Macron è andato incontro ad una débâcle.


The New York Times. 2017-09-24. Europe. The Latest: French Conservatives Keep Majority in Senate

The Latest on France’s Senate election (all times local):

7:40 p.m.

Partial official results show France’s conservatives on track to keep their majority in the Senate, with President Emmanuel Macron’s party trailing as his popularity suffers.

Interior Ministry results after Sunday’s vote showed the conservative Republicans keeping most of their seats and gaining a few. A senator from Macron’s Republic on the Move! party said it came in third place.

Around half of the 348 Senate seats were up for grabs in Sunday’s vote. Senators are not chosen by public vote, but by elected officials.

French broadcasters’ projections say the conservatives will have between 146 and 156 seats overall after Sunday’s vote, with around 22 for Macron’s party, which was only created last year.

The results damage Macron’s legitimacy but should not prevent him from passing key promised changes to France’s economy because the conservatives back them too.

Pubblicato in: Unione Europea, Devoluzione socialismo

Germania. Débâcle per Frau Merkel ed Herr Schulz. -153 deputati.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-24. h 20.10.

2017-09-24__20-00__006_Germania_

La Union (Cdu e Csu) passa da 311 a 217 deputati.

La Spd passa da 193 a 134 deputati.

La Linke passa da 64 a 60 deputati.

I Grüne passano da 63 a 62 deputati.

L’Fdp passa da zero a 70 deputati.

AfD passa da zero a 88 deputati.

*

Che Frau Merkel abbia vinto lo si vada a raccontare agli internati in un reparto psichiatrico.

La Union ha perso 94 deputati, la Spd ne ha persi 59: la Große Koalition ha perso 153 deputati.

Questa si chiama débâcle.

2017-09-24__20-00__000__Germania_

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2017-09-24__20-00__002__Germania_

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2017-09-24__20-00__006_Germania_

2017-09-24__20-00__0045_Germania_

Pubblicato in: Unione Europea

Francia. Macron oggi sia gioca le elezioni al senato.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-24.

Luxembourg Palace. Palazzo Lussemburgo

Anche se a molti resta particolare sconosciuto, in Francia esistono sia l’Assemblea Nazionale sia il Senato.

L’Assemblea Nazionale è rinnovata solitamente nello stesso giorno delle elezioni presidenziali, e l’evento richiama l’attenzione di tutti.

Il Senato invece è ad elezione indiretta, che ogni tre anni rinnova la metà dei suoi membri. I senatori restono in carica sei anni.

Ma per governare in modo efficiente la Francia serve che la stessa formazione politica abbia sia la Presidenza, sia l’Assemblea Nazionale, sia, ovviamente, il Senato. È sufficiente che uno schieramento abbia il controllo di uno solo di questi tre elementi per condizionare de iure e de facto l’intero assetto politico.

Il Senato è escluso dal diritto di voto di fiducia all’esecutivo, ma ciò non toglie che ben poco al suo potere.

Ed oggi si svolgono le elezioni per il rinnovo di metà del Senato. Qui vedremo quanto vale politicamente Mr Macron e quanto valgono gli ambienti che lo hanno espresso.

* * * * * * *

«Secondo la Costituzione francese, in materia di iniziativa legislativa il Senato ha praticamente gli stessi poteri dell’Assemblea Nazionale. I disegni di legge possono essere presentati dal governo (projets de loi) o da una delle due camere del Parlamento (propositions de loi); solo in tema di bilancio viene riservata un’iniziativa all’Assemblea, mentre al Senato va quella in tema di enti locali. Perché una legge sia promulgata, essa deve essere approvata da entrambe le camere.

Poiché in sede di esame parlamentare ambedue le camere, così come lo stesso governo, possono modificare il testo di un disegno di legge, può essere necessario che ques’ultimo passi in diverse letture prima che si trovi un accordo tra l’Assemblea Nazionale e il Senato. Se le due camere non riescono ad approvare un testo che abbia identici contenuti, per uscire dall’impasse il Primo ministro o i presidenti delle due camere possono convocare una commission mixte paritaire (commissione mista paritaria) formata da sette deputati e da sette senatori, la cui appartenenza ai gruppi politici sia proporzionale alla composizione delle due assemblee. Il testo così concordato è poi trasmesso alle due camere, dove esso sarà sottoposto a eventuali emendamenti parlamentari o governativi e quindi approvato definitivamente. Se la commissione mista non riesce ad accordarsi su di un nuovo testo, il Primo ministro può domandare all’Assemblea Nazionale di esaminare il testo nella formulazione in cui si trovava allorquando esso le era stato trasmesso prima del passaggio davanti alla commissione mista. Tale articolato potrà essere sottoposto a eventuali emendamenti presentati dal governo o dai deputati, e quindi sarà approvato in via definitiva dall’Assemblea Nazionale.

Questa procedura non viene intrapresa frequentemente: di solito le camere trovano un accordo oppure il governo ritira il progetto di legge. Tuttavia in questo modo si assicura all’Assemblea Nazionale un potere dominante nella formazione delle leggi, particolarmente importante perché è l’Assemblea Nazionale a esprimere la fiducia al governo e a potergliela negare con una mozione di censura. Quando l’Assemblea e il Senato hanno maggioranze di diversa tendenza, ci si attende che il Senato tenda ad adeguarsi alle posizioni dell’Assemblea, in modo da ridurre il pericolo di aperti conflitti tra le due camere.» [Fonte]

*

«Fino al settembre 2004 il Senato aveva 321 senatori, eletti per un periodo di nove anni. Da allora il mandato è stato ridotto a sei anni, mentre il numero dei senatori è aumentato progressivamente fino a raggiungere 346 nel 2010 per adeguarsi all’aumento demografico. Ogni tre anni si procedeva all’elezione di un terzo dei senatori; anche questo aspetto è in progressivo cambiamento fino ad arrivare al rinnovo di metà Senato ogni tre anni, in base alla ripartizione dei dipartimenti metropolitani in due gruppi (chiamati série 1 e 2). Per ora il numero dei senatori è di 348.

I senatori sono eletti a suffragio indiretto. I 12 senatori in rappresentanza dei francesi residenti all’estero sono scelti dai 155 membri dell’Assemblea dei francesi all’estero. I restanti senatori sono eletti su base dipartimentale da un collegio elettorale composto da:

– deputati e senatori appartenenti a quel dipartimento;

– consiglieri regionali appartenenti alla sezione dipartimentale corrispondente al dipartimento in questione;

– i consiglieri dipartimentali;

– i delegati dei consigli municipali, o i loro supplenti. Questo gruppo di elettori rappresenta il 95% del collegio elettorale.

    Nei comuni con meno di 9000 abitanti i consigli municipali eleggono tra i loro membri:

          1 delegato per i consigli municipali aventi dai 7 agli 11 membri (fino a 500 abitanti);

        3 delegati per i consigli municipali composti da 15 membri (fino a 1500 abitanti);

        5 delegati per i consigli municipali composti da 19 membri (fino a 2500 abitanti);

        7 delegati per i consigli municipali composti da 23 membri (fino a 3500 abitanti);

        15 delegati per i consigli municipali aventi dai 27 ai 29 membri (fino a 9000 abitanti).

    Nei comuni con almeno 9000 abitanti tutti i consiglieri municipali sono delegati di diritto. Inoltre, nei comuni con almeno 30000 abitanti, i consigli comunali eleggono delegati supplementari in proporzione di 1 ogni 800 abitanti eccedenti i 30000. È pratica diffusa che i delegati supplementari siano: i membri dei rispettivi partiti, i militanti o simpatizzanti, i collaboratori di chi è stato eletto, i loro parenti ed amici..

Questo sistema elettorale provoca uno sbilanciamento politico nella composizione dei senatori, poiché privilegia le zone rurali della Francia, storicamente più a destra delle zone urbane. L’effetto è che, durante la Quinta Repubblica, la maggioranza del Senato è stata continuamente di centro-destra fino al 2011, anche quando l’Assemblea Nazionale, eletta a suffragio diretto, aveva maggioranze di sinistra. Con il parziale rinnovo nel 2011 la sinistra vi ha ottenuto la maggioranza per la prima volta dal 1958, anno dell’istituzione del Senato.» [Fonte]

* * * * * * *

Il problema odierno è semplice.

Il Senato è attualmente composto da 143 senatori dei Les Républicains, 112 socialisti, 42 dell’Udi-Uc più quelli di formazioni minori: 29 di questi sono transfughi.

Mr Macron ha fondato questa primavera il partito La République en marche!: di conseguenza non ha nessuno dei suoi iscritti presenti tra gli odierni elettori. Può sicuramente contare su di un certo numero di transfughi verso la diaspora del potere, ma quantizzarli appare davvero molto difficile.

«LREM currently has 29 senators, who defected from other parties»

*

«Macron has plans that are unpopular with many local councilors»

*

«Sunday’s election is expected to consolidate the Senate’s conservative majority, now composed of 142 members of The Republicans party, confirming the Senate as a counterweight to Macron, even if the National Assembly, where Macron has a clear majority, has the final say on legislation»

Non sembrerebbe infatti coerente stimare che gli elettori socialisti o repubblicani votino in massa i candidati proposti da Mr Macron: sarebbe il loro suicidio politico. Non solo: ma nelle scarpe non hanno sassolini, bensì macigni incandescenti.

Aspettiamo quindi con grande curiosità i risultati, ma non ci si stupirebbe di dover constatare che Mr Macron diventi un lame duck.

 


Reuters. 2017-09-24. France renews half of senate in test for Macron.

PARIS (Reuters) – France on Sunday renews half of its senators’ seats, in a vote that is important for President Emmanuel Macron’s reform plans and will be a test of his declining popularity, just four months after his election in May.

Macron’s Republic on the Move (LREM) is not expected to win majority, both because of the electoral system — only mayors and regional councilors elected before 17-month old LREM even existed vote, not the general public — and because Macron has plans that are unpopular with many local councilors.

What is at stake instead, is whether LREM and allies will win enough seats to give Macron a three-fifths majority vote in both houses of parliament, which he needs for constitutional reforms, including plans to overhaul parliament.

There are 171 out of 348 senate seats up for renewal and the three fifth majority question may not be immediately clear on Sunday as it might require talks with other groups, including some senators who would break away from The Republicans’ conservative party to create their own faction, as they did in the lower house of parliament.

The election comes as Macron’s approval ratings have dropped considerably in opinion polls, dragged down by labour reforms and planned budget cuts, including a decrease in housing aid for students.

Besides, a number of local officials are unhappy with Macron’s plans to cut subsidies to local authorities.

LREM currently has 29 senators, who defected from other parties.

It has set itself modest goals for Sunday, hoping to reach 40-50 senators, and will be counting on alliances with lawmakers from other parties to back the government on a case by case basis. His party would need 180 seats in the Senate to reach the three-fifths majority in parliament.

Sunday’s election is expected to consolidate the Senate’s conservative majority, now composed of 142 members of The Republicans party, confirming the Senate as a counterweight to Macron, even if the National Assembly, where Macron has a clear majority, has the final say on legislation.

Jean-Luc Melenchon’s far-left party ‘France Unbowed,’ which staged a large protest march against Macron on Saturday, has 17 deputies in the National Assembly but is not presenting any candidate to the Senate.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. Voglia di cambiamento e conservazione. – Handelsblatt

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-23.

2017-09-23__Merkel__001

Chi chiedesse ad un tedesco come sta, si sentirebbe rispondere “Alles in Ordnung“: tutto bene.

Ma in effetti il nostro amico tedesco ha risposto che tutto è in ordine, quindi tutto va bene.

Il popolo tedesco ha un atavico terrore del nuovo e dei cambiamenti: teme l’incognita insita nel mutamento, apprezza la stabilità anche se scomoda e non soddisfacente.

L’incubo di ogni buon tedesco è il chaos, esattamente come un partenopeo temerebbe un traffico rigidamente controllato.

Questo modo di sentire porta inevitabilmente a situazioni conflittuali: si indossa male l’abito vecchio ma nel contempo si teme quello nuovo.

Così domenica 24 i tedeschi voteranno una riedizione del passato governo, pur non essendone stati soddisfatti.

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Handelsblatt, il giornale della confindustria tedesca, fotografa bene questa situazione.

«It’s one of the strange anomalies of this election …. they will vote for the status quo, and against Mr. Schulz, anyway»

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«a majority of Germans agree with the government’s policy and even want more leadership»

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«opinions about whether there should be a cap on the number of refugees: Six out of ten Germans favor that»

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«Germans also think conservatively when it comes to the future of the European Union, with just under 16 percent in favor of additional powers for Brussels, while 37 percent want more rights transferred back to Europe’s nation states»

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«Germans want more Europe when it comes to defense policy, foreign policy and the European-wide recognition of educational qualifications»

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«the vast majority are not ready to sign up for a pan-European, fiscal utopia or a European finance minister»

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«They want to retain sovereignty over their income and expenditure»

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«Paris is envisaging pots of money, Berlin sees additional supervisory authorities»

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«Just under a third (31 percent) want better relations with Russia, while only 22.5 percent want Germany to distance itself further from Russia.»

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«These desired changes will be difficult for Ms. Merkel»

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Sembrerebbe delinearsi una situazione di riedizione di una stanca Große Koalition, altamente conflittuale nel suo interno e condizionata severamente nei suoi rapporti di politica estera.

Ma quando il 70.6% dei tedeschi reclama una nuova legge sull’immigrazione ed il 59.7% reclama un tetto massimo al numero degli immigrati dovrebbe essere ben chiaro ciò che vorrebbero i tedeschi.

Che poi voteranno ciò che passa il convento, nell’attesa che AfD si consolidi, cresca e possa proporsi come forza di governo.

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Handelsblatt. 2017-09-22. Wanting Change, Voting for None

A new study shows Germans wish Berlin would govern differently and points to immigration, security and fiscal sovereignty.

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German voters are ready for change. At least, that’s what a survey by the Allensbach Institute, commissioned by Handelsblatt, suggests. However that is not what they are going to get with the next administration. Nor is it what they are going to vote for come Sunday, according to the most recent polls, which continue to suggest that the current chancellor will be voted back into power for a fourth term.

Even though his election could mean change, Martin Schulz, the main competition for Angela Merkel’s job as chancellor, effectively has no prospect of being elected. It’s one of the strange anomalies of this election. They greet Mr. Schulz, the leader of the Social Democratic Party, or SPD, with cheers when he appears in public and they jeer and boo Ms. Merkel. But they will vote for the status quo, and against Mr. Schulz, anyway.

In many cases, the Allensbach study shows that desire for change transcends the usual political categories of left and right, progressive and conservative.

On some issues, a majority of Germans agree with the government’s policy and even want more leadership, for example, on topics like climate change. Over 90 percent of Germans believe the current policy for the environment is right, or even want to expand it. It’s a similar situation with development aid for Africa, which the German government has rediscovered in recent months as a means of preventing a new influx of refugees; 39 percent of Germans want more development aid, while only 12 percent would reduce it.

On other issues though, Germans are fundamentally opposed to the government and almost all the major parties. This includes opinions about whether there should be a cap on the number of refugees: Six out of ten Germans favor that. But this position is only supported by the more conservative Christian Social Union, or CSU, the Bavarian sister party to Ms. Merkel’s center-right Christian Democrats; and by the Alternative for Germany, or AfD, a right-wing populist party founded in 2013.

The problem with such a complex and often contradictory wish list is which party to vote for. “I’d have to found a new party myself if I wanted to see all my wishes granted,” replies Renate Köcher, head of the Allensbach Institute, adding that the major parties like the CDU and SPD have become weaker over the past few years, while minor parties, especially those that offer a more radical point of view, have become stronger.

So the situation before Germans cast their ballots Sunday, is clearly more complicated than it looks at first. The question for now: Where do German voters want to see change, and where will they actually get it?

Closer to the EU

Germans also think conservatively when it comes to the future of the European Union, with just under 16 percent in favor of additional powers for Brussels, while 37 percent want more rights transferred back to Europe’s nation states.

“The Germans are staunch Europeans in principle. But they have clear ideas about where more integration would be desirable and where nation states should maintain their autonomy,” said Ms. Kocher.

Germans want more Europe when it comes to defense policy, foreign policy and the European-wide recognition of educational qualifications. However, the vast majority are not ready to sign up for a pan-European, fiscal utopia or a European finance minister. “They want to retain sovereignty over their income and expenditure,” Ms. Köcher said.

In some ways this may be the explanation for the different attitudes toward Mr. Schulz and Ms. Merkel. Mr. Schulz, the former president of the European Parliament, is a staunch proponent of the EU and as such he comes across as trustworthy and honestly enthusiastic. However there’s no doubt that many Germans fear his enthusiasm will translate into too much EU.

Ms. Merkel faces a dilemma when it comes to this topic. France’s new president, Emmanuel Macron, is eager for reform – which means she finally has a serious ally in Paris. And according to the Allensbach survey, 39 percent of Germans want a closer relationship with France under Emmanuel Macron.

“Strengthening the EU is a subject where you can get your fingers burnt.”

Axel Wallrabenstein, political communications consultant

Yet Mr. Macron is also a fan of closer European financial integration. Ms. Merkel and her finance minister, Wolfgang Schäuble, can also envisage a European finance minister and a European monetary fund but they have very different ideas from the new French administration. Paris is envisaging pots of money, Berlin sees additional supervisory authorities.

“Strengthening the EU is a subject where you can get your fingers burnt,” said Berlin-based political and communications consultant, Axel Wallrabenstein. “What is crucial is how you sell the next steps toward integration. If the new government makes it clear that the EU is dealing with the issues that are overwhelming nation states – such as security policy, finances and structural support – the strong axis of Germany and France can bring Europe a big step forward.”

Still, given the divided attitude that German voters have toward the EU’s powers and a closer financial union, perhaps it is no surprise that, for the time being, Ms. Merkel’s tactic is to postpone all the important questions on EU policy until after the election.

Foreign Policy

In terms of foreign policy, German voters have expressed desire for change there too. Just under a third (31 percent) want better relations with Russia, while only 22.5 percent want Germany to distance itself further from Russia.

Germans living in the east of the country in particular want closer connections between Berlin and Moscow.

Meanwhile, 35 percent of Germans think Germany should distance itself more from the United States under Donald Trump, with only one in ten wanting closer relations. On the other hand, France and Mr. Macron are similarly popular among all demographic groups.

These desired changes will be difficult for Ms. Merkel, who is staunchly trans-Atlantic in her outlook. Russia is occupying the Crimea against international law and continues to behave aggressively towards the Baltic countries and Ukraine. At the same time, the US is now an unknown quantity. Mr. Trump continues to question his country’s obligation to provide military support within NATO, when other NATO states don’t increase defense spending.

The US wants Germany to increase its defense budget substantially, to at least come closer to the NATO target of 2 percent of gross domestic product. Ms. Merkel’s next government may well be pushed into this. But on the whole, the German public remains critical of armament; most want the defense budget reduced or for it to stay the same, at around 1.2 percent of economic output.

Economy

There is one part of the economy where, if Ms. Merkel’s new administration takes note of what Germany’s leading economists have to say, change is coming. Almost without exception, they all say that Germany must focus more on digitalization and education.

But there won’t be any change to another important aspect of the economy: Most politicians are smart enough not to damage their careers, or their terms in office, by cutting tax incentives and other subsidies, even if this is something often called for. It’s no surprise that subsidies have risen further under Ms. Merkel’s leadership: According to a report by the Ministry of Finance, they will have risen by €4.3 billion ($5.1 billion) to €25.2 billion per year between 2015 and 2018.

Unlike in other countries, German voters are not interested in overturning the capitalist system either. “We have been observing the general public’s acceptance of the economic system for decades and we see a very clear pattern,” Ms. Köcher explains. “Acceptance is dependent on economic success and one’s participation in this success. In countries where there are economic problems – like Italy and France – trust in the system is far lower than in Germany.”

Germany is unlikely to experience what economists have been demanding for a long time: a fundamental fiscal reform that does away with exceptional circumstances and lowers income and value-added tax rates across the board. Both the CDU and CSU, and even the SPD are promising to ease the income tax burden, but that’s easy when a bubbly economy is frothy with tax revenue.

It’s all correct and it’s all important, but it’s hardly a massive change.

Still, Clemens Fuest, head of the Ifo Institute for Economic Research, believes reform is needed, and especially when it comes to local government finances. “Trade tax is currently being collected at considerable expense, and then a significant portion is being refunded,” he said. “It should be replaced by a local supplement to income and corporation tax.”

Wolfgang Schäuble, Germany’s finance minister, is considering a reform of company taxation over the next four years. In particular, he is keen to harmonize the basis for assessment of company taxes throughout Europe, partly in order to prevent multi-national corporations from shifting their profits around the EU.

So there will be a little bit of tax reform, a little more emphasis on digitalization and a little more of a push in the education department. It’s all correct and it’s all important, but it’s hardly a massive change.

Security

The Allensbach research shows that German voters prefer to feel more secure and are willing to give up some of their personal freedoms in exchange. Just over half (52.9 percent) say that security is more important than freedom (34 percent).

Security in Germany involves law and order as well as the prevention of terrorist attacks. And the fact that the right-wing, anti-immigration AfD will very likely enter the federal parliament for the first time after these elections means that Ms. Merkel may well be forced into making changes in that direction. The AfD’s increasing popularity can also be seen as another sign that German voters want change – previously the Left Party was the party of choice for anyone wanting to make a protest vote. Over the past few years, that position has gone to the AfD. Still, no other party is willing to ally itself with the AfD, which will make them an oppositional thorn in the new administration’s side for the next four years. Their agitation could shape Ms. Merkel’s fourth term.

“With the AfD in the Bundestag, we will experience permanent hysteria,” Mr. Wallrabenstein, the political consultant, said. “People need to get the feeling from the new government that they’re safe inside their own country. In eastern Germany in particular, many people feel excluded by politics.”

Additionally, despite the fact that, statistically, Germans are more likely to die in a traffic accident than in a terrorist attack committed by a recent refugee, many Germans see immigration as a security-related problem. But security must be about intelligent management. The attack on the Berlin Christmas market late last year showed that it doesn’t matter how many staff or how much power you have if the relevant authorities do not talk to each other.

The AfD will doubtless push the message that security has much to do with refugees and integration. This topic will also become more important if the CDU and CSU form a coalition with the Free Democratic Party, or FDP, and the Greens.

While at first glance, the results of the Allensbach research indicate that German voters want change, the reality on the ground and at the ballot box will be a lot more complicated – just like the coalition building to come after Sunday.

Ms. Merkel is highly likely to find herself back in power. But the coming four years will decide what kind of political legacy she leaves and whether she goes down in history as the chancellor who allowed her country to become increasingly set in its ways, or whether she prepared Germany for the challenges that lie ahead.

Pubblicato in: Amministrazione, Giustizia, Unione Europea

Prima legge sul Brexit e Corte di giustizia dell’Unione europea.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-23.

Diritto Europeo 001

Il 12 settembre il Regno Unito ha votato a larga maggioranza la legge di stacco dall’Unione Europea: nonostante fosse una legge generale però tutti i media continentali la hanno interpretata come la «legge che mette fine alla preminenza del diritto comunitario nel Regno Unito». Cerchiamo di comprenderne il motivo e cosa significhi tutto ciò.

Ufficialmente, l’Unione Europea dovrebbe essere guidata dalla Commissione Europea e dal Parlamento Europeo, e le delibere dovrebbero essere approvate da entrambi codesti organi. Ma nei fatti non sono loro ad esercitare il vero potere.

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Il fatto nodale è che l’Unione Europea non ha una Costituzione, una Carta Fondamentale, o qualcosa del genere: non avendola non avrebbe nemmeno potuto sottoporla ad un referendum popolare.

«La Costituzione europea, formalmente Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa, è stato un progetto di revisione dei trattati fondativi dell’Unione europea, redatto nel 2003 dalla Convenzione Europea e definitivamente abbandonato nel 2007, a seguito dello stop alle ratifiche imposto dalla vittoria del no ai referendum in Francia e nei Paesi Bassi. Diverse innovazioni della Costituzione sono state incluse nel successivo Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1º dicembre 2009.» [Fonte]

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«Il Trattato di Lisbona, noto anche come Trattato di riforma e ufficialmente Trattato di Lisbona che modifica il trattato sull’Unione europea e il trattato che istituisce la Comunità europea, è il trattato internazionale, firmato il 13 dicembre 2007, che ha apportato ampie modifiche al Trattato sull’Unione europea e al Trattato che istituisce la Comunità europea.

Rispetto al precedente Trattato, quello di Amsterdam, esso abolisce i “pilastri”, provvede al riparto di competenze tra Unione e Stati membri, e rafforza il principio democratico e la tutela dei diritti fondamentali, anche attraverso l’attribuzione alla Carta di Nizza del medesimo valore giuridico dei trattati.

È entrato ufficialmente in vigore il 1º dicembre 2009.» [Fonte]

Si noti come nemmeno il Trattato di Lisbona fosse stato sottoposto a vidimazione popolare e sicuramente non è strutturato a mo’ di Costituzione. Si noti anche come

«la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea non è integrata nel Trattato, ma vi è un riferimento ad essa. Il Regno Unito ha ottenuto una “clausola di esclusione” (“opt-out”) per non applicarla sul suo territorio al fine di preservare il Common law. Lo stesso è stato concesso alla Polonia ma con l’elezione a premier di Donald Tusk quest’ultimo si è impegnato a non far valere l'”opt-out” ottenuto. Anche la Repubblica Ceca ha richiesto e ottenuto, poco prima della ratifica, l’opt-out;» [Fonte]

Ma la “clausola di esclusione” è stata erosa nel tempo.

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Chiariti questi dati di fatto, arriviamo al punto nodale.

L’Unione Europea, pur non essendo dotata di una Carta Costituzionale, ha invece una specie di Corte Costituzionale.

«La Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) è un’istituzione dell’Unione europea (UE) con sede in Lussemburgo.

La CGUE ha il compito di garantire l’osservanza del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati fondativi dell’Unione europea.» [Fonte]

Non solo.

In giurisprudenza esistono due opposte tendenze: per la prima il giudice dovrebbe applicare le leggi, per la seconda il giudice dovrebbe interpretarle. Bene, i Giudici della Corte di giustizia dell’Unione europea hanno abbracciato la seconda ipotesi di lavoro: non applicano, bensì interpretano.

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Le sentenze interpretative della Corte di giustizia dell’Unione europea hanno valore coercitivo sulla giurisprudenza dei singoli stati, che per trattato dovrebbero adeguarvisi: ma hanno tale valore solo perché i principali stati membri vogliono che lo abbiano. Esse impegnano gli stati a varare leggi conformi.

Questo è l’immenso potere politico che è conferito alla Corte di Giustizia, che non è organo elettivo, bensì nominato.

È sequenziale che la corrente politica e giuridica che detenga la maggioranza in seno alla Corte esercita poteri virtualmente dittatoriali su tutta l’Unione, e con il Brexit il Regno Unito si è sottratto a questo potere.

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Senza nessuno spirito di polemica, sembrerebbe davvero molto utile che l’Unione Europea rivedesse in modo sistematico la propria struttura organizzativa: la confusione non genera chiarezza.

La farraginosità decisionale dell’Unione Europea è proverbiale: ma il mondo viaggia a ben altra velocità. Mr Trump può firmare un executive order in meno di sei ore, Xi e Putin in meno di tre ore, laddove l’Unione Europea impiega mesi.

Senza parlare poi della necessità di disporre di una carta costituzionale, vidimata da dei referendum da tenersi in ogni singolo stato membro dell’Unione.

Nota.

Suggeriremmo a tutti di acquistarsi e leggersi con attenzione il seguente manuale:

Martinelli Francesco.

Manuale di Diritto dell’Unione Europea.

Napoli, 2017.

Questo trattato è arrivato alla XXIV edizione. È molto chiaro e dettaglia al meglio i concetti su esposti in succinta sintesi.

Pubblicato in: Unione Europea

Germania. Il voto dei turki residenti. Sono solo 800,000.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-23.

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«In the last election in 2013 the centre-left party gained an estimated 64% of the Turkish vote, compared to 12% for the Greens. In the same Data4U study published last year, only 6.1% of Turkish voters felt they had a political connection with Merkel’s CDU»

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«The results of the April referendum show that Turks in Germany back Erdogan more strongly than their fellow voters in Turkey (63 percent voted for the constitutional reforms, compared to 51 percent in Turkey). …. In Essen, a Rhineland city with a large Turkish community, three quarters of the Turkish diaspora voted for Erdogan’s reforms.»

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«the majority of those who voted in the Turkish referendum don’t have the right to vote in Germany, making it difficult to estimate whether the 800,000 people with Turkish roots who only have German citizenship are as loyal to Ankara»

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«it is unlikely that Erodgan’s boycott call will have an important impact on results.»

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«If German Turkish voters were to heed Erdogan’s call and boycott the major parties, the SPD would likely take the biggest hit.»

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«Germany said Turkish people should vote against Erdogan in the referendum, now it’s the other way round. Erdogan just wanted to show that there was a double standard, that they shouldn’t meddle»

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Questo articolo allegato ha il merito di quantizzare il fenomeno dei turki che sono abilitati a votare in Germania.

Sono 800,000 elettori turki, grosso modo l’1.3% degli elettori totali.

È in ultima analisi un numero talmente basso da non costituire problema.

Diversa cosa invece il giudizio sulla liceità dell’appello fatto dal Presidente Erdogan ai turki elettori in Germania.

Non ci si dovrebbe dimenticare come sia stata Frau Merkel ad esortare di turki residenti a votare contro il referendum indetto in Turkia.

Se l’interferenza con gli affari interni turki era lecita a Frau Merkel, non si vede per quale motivo dovrebbe essere illecita quella del Presidente Erdogan negli affari interni tedeschi.


The Local. 2017-09-21. Will​ ​Turkish​ ​voters​ ​listen​ ​to​ ​Erdogan​ ​and​ ​try​ ​to​ ​sabotage​ ​Merkel in the elections?

Last month Turkish President Recep Tayyip Erdogan called on Turkish voters to boycott three of Germany’s major political parties. We have looked into how much impact that statement is likely to have.

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As German voters become accustomed to seeing lamp posts plastered with election posters, one in western Germany stands out in particular.

Erdogan’s severe face glares down from adverts for the fledgling pro-migrant Alliance of Democratic Germans (ADD) party.

The Turkish leader unofficially entered the election race when he called in August for German Turks to sabotage Angela Merkel’s Christian Democrats (CDU), her main rivals the Social Democrats (SPD), and the Green Party at the national election on September 24th.

Ankara’s intervention came during a year of downward-spiralling tensions between the two former allies and led to a furious response from Berlin. Foreign Minister Sigmar Gabriel has described it as “an unprecedented act of interference in the sovereignty of our country.”

Now the ADD, created after the German parliament voted last year to recognize the murder of 1.5 million Armenians in 1915 by Ottoman Turks as genocide, is using Erdogan’s image to try and win over disgruntled Turkish voters.

‘Double​ ​standards’

Kerem*, a small business owner in Düsseldorf, the capital of North Rhine-Westphalia, believes Erdogan has every right to interfere.

“I think he’s right,” he tells The Local. “Germany said Turkish people should vote against Erdogan in the referendum, now it’s the other way round. Erdogan just wanted to show that there was a double standard, that they shouldn’t meddle.”

In April Turkey voted in a referendum on whether to extend the powers of the Turkish president, with the “yes” campaign winning a narrow victory. Germany did not explicitly takes sides, but Merkel urged for freedom of speech ahead of the vote in Ankara when she told Erdogan “opposition is part of democracy.”

Kerem moved to North Rhine Westphalia – the German state with the largest Turkish population – ten years ago. But, like roughly half of the three million people with Turkish roots living in Germany, he doesn’t have dual citizenship and therefore can’t vote in German elections.

The 40-year-old is a fan of Erdogan but denies that he would be influenced by him.

“He doesn’t need to tell me anything,” he says. “Every year when we go home we see with our own eyes that the media and television [in Germany] lies. He has made Turkey a much better country.”

Still though, if he could vote he would back Merkel. She is “more honest” than the SPD’s Sigmar Gabriel, he says, describing the foreign secretary as a liar for warning Germans against travelling to Turkey after an activist was arrested there in July.

Trouble​ ​ahead

If German Turkish voters were to heed Erdogan’s call and boycott the major parties, the SPD would likely take the biggest hit.

In the last election in 2013 the centre-left party gained an estimated 64% of the Turkish vote, compared to 12% for the Greens. In the same Data4U study published last year, only 6.1% of Turkish voters felt they had a political connection with Merkel’s CDU.

Professor Achim Görres, who is conducting the first ever study on German immigrant voting for this year’s election, doesn’t believe Erdogan’s call will resonate with the majority of the voting Turkish population.

“My speculation is that it will have very little impact,” he says. “Erdogan is more interested in mobilizing support at home. He’s appealing more to Turks in Turkey than Turks in Germany.”

The academic from Duisburg-Essen University believes the SPD could lose out on the Turkish vote in other ways, though.

“German Turks of a working-class background were traditionally very much in favour of the SPD,” he explains.

“This group of Germans of Turkish descent is getting more and more heterogeneous, especially among the younger voters whose educational level is dramatically on the increase.”

“Things are changing, and the bias in favour of the party is declining as well.”

Support​ ​for​ ​Erdogan

The results of the April referendum show that Turks in Germany back Erdogan more strongly than their fellow voters in Turkey (63 percent voted for the constitutional reforms, compared to 51 percent in Turkey).

In Essen, a Rhineland city with a large Turkish community, three quarters of the Turkish diaspora voted for Erdogan’s reforms.

Caner Aver, a researcher at the Centre for Turkish Integration (ZftI) in Essen, believes the background of Turkish guest workers who first moved to the region in the 1960s played a role in the outcome – contrasting them to the comparatively liberal Turkish community in Berlin.

“The Ruhr valley had a very high influx of people from conservative circles who predominantly came from mining regions in Turkey to mining jobs in Germany,” he says.

“They are more business-minded, more conservative. Things are starting to change now, but unemployment and social segregation led to them distancing themselves from the rest of society.”

Nonetheless, the majority of those who voted in the Turkish referendum don’t have the right to vote in Germany, making it difficult to estimate whether the 800,000 people with Turkish roots who only have German citizenship are as loyal to Ankara.

What seems clear is that the ADD – the party with Erdogan’s face plastered over their posters – will make any inroads into the German political landscape this September.

The fledgling party are only running in North Rhine Westphalia, where they stood for state parliament for the first time in May and won a miniscule 0.15% of the vote. They are so unpopular that there is no accurate polling available for them.

Aver believes Erdogan may be using the ADD to discover what influence he exerts among the Turkish diaspora.

“The number of votes the ADD get will be a sign of how influential he is in the Turkish community here. I think Erdogan wants to test how popular he is within Germany, even among those with citizenship.”

The​ ​anti-Erdogan​ ​camp

Among those who have emigrated from Turkey to Germany since the 1960s are also fierce opponents of the Turkish strongman. Erdogan has re-ignited conflict with the country’s Kurdish minority in recent years, and is far from popular among the many Kurdish Turks living in Germany.

Hidir Cagritekin, a Kurdish Turk who moved to Essen in 1974, says that “anyone who listens to him should pack their bags and go back to Turkey.

“It’s impossible what he’s doing, he should be banned from politics,” he says angrily, addressing Erodgan’s boycott call.

“We are an uneducated people,” adds the 50-year-old, who would not betray his vote. “People would be able to see if they went back to Turkey that there is no freedom of speech, this is a place where they throw journalists in a cell for no good reason.”

The extent to which Cagritekin’s point of view is reflected among other Turkish Germans will become clear after the election. But it is unlikely that Erodgan’s boycott call will have an important impact on results.