Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Sondaggi elettorali dopo la crisi. Risultati discordanti.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-23.

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Intenzioni di voto secondo Mannheimer: netto balzo in avanti per il PD, cala la Lega e sprofonda il M5S

Lega 33% – 36%, PD 26% – 28%, M5S 12% – 14%.

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Sondaggio Tecnè – Precipita la Lega di Salvini (-7%). Recupera il PD e il M5S torna sopra il 20%.

Tecnè ha effettuato una delle prime rilevazioni da quando è scoppiata la crisi di governo che ha portato alle dimissioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e all’avvio di nuove consultazioni.

Nonostante sia un istituto tipicamente vicino al centrodestra, i risultati sono drammatici per la Lega di Matteo Salvini. Perde rispetto al 5 agosto infatti 6,7 punti percentuali precipitando al 31,3%, livello a cui non era da marzo. Ad approfittare di quello crollo sono il Partito Democratico, che ha ritrovato centralità nel dibattito pubblico, e il Movimento 5 Stelle, che salgono rispettivamente di 2,2 e 3,2 punti. andando al 24,6% e al 20,8%. Risultato importante per il M5S di Luigi Di Maio, che riesce a tornare sopra quota venti.

Salgono anche gli altri due partiti di centrodestra. Forza Italia recupera tre decimi di punto e va all’8,3%, mentre Fratelli d’Italia segna un più 0,7 andando al 6,7%.

Tra i partiti minori si ha invece Più Europa al 2,5% (-0,1), Europe Verde all’1,8% (-0,4) e La Sinistra all’1,4% (stabile).

Coloro che non si esprimono perché incerti o astenuti sono pari al 48,3%, un aumento di 3,2 punti percentuali.

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A nostro sommesso avviso, molte persone, Elettori, sono ancora in ferie.

Per questi motivi riportiamo i dati pubblicati, ma nel contempo suggeriremmo di leggerli con cautela.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Unione Europea. Dettaglio elezioni politiche.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-23.

Europa Mappa Politica

2019, anno di elezioni europee e sfide elettorali in tutta l’Ue

Molti gli appuntamenti anche alle urne nazionali nel 2019, dall’Italia – al voto per regionali ed amministrative e, dopo la crisi di governo, anche per le politiche – alla Grecia, passando per altri 9 Stati membri (Belgio, Estonia, Finlandia, Slovacchia, Lituania, Danimarca, Portogallo, Polonia e Romania).

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ITALIA – Dopo la crisi di governo aperta dal vicepremier leghista Matteo Salvini in agosto, nuove elezioni politiche nel Paese potrebbero tenersi a ottobre, probabilmente il 27.

Nel corso dell’anno si sono svolte le elezioni amministrative – in programma domenica 26 maggio -, in concomitanza con le Europee. In alcune regioni si è votato anche per le regionali:

– Abruzzo (10 febbraio). Gli abruzzesi hanno premiato il centrodestra ed eletto Marco Marsilio alla presidenza della Regione: netto il risultato, affluenza però in forte calo. Marsilio ha raccolto il 48,03% dei consensi, staccando il candidato del centrosinistra allargato Giovanni Legnini che si è fermato al 31,28%. M5S terzo con il 20,20% dei voti.
Sardegna (24 febbraio). Il centrodestra ha espugnato anche la Sardegna con 47,78%, il nuovo presidente della Regione è Christian Solinas. Staccato al secondo posto il centrosinistra, guidato da Massimo Zedda, con il 32,92% dei voti. Il Movimento Cinquestelle si è fermato all’11,20%.

Basilicata (24 marzo). Il candidato governatore della Basilicata per il centrodestra Vito Bardi ha vinto con il 42,20%. Secondo Carlo Trerotola del centrosinistra al 33,11%, terzo Antonio Mattia del Movimento 5 stelle con il 20,32%.
Piemonte (26 maggio). Alberto Cirio, candidato del centrodestra, è stato eletto presidente del Piemonte, battendo nettamente il presidente uscente, Sergio Chiamparino, del Partito Democratico (49,9% contro 35,8%). Staccato il candidato Cinque Stelle, Giorgio Bertola (13,6%).

Le prossime regioni al voto saranno l’Emilia-Romagna e la Calabria in autunno.

BELGIO – Il partito fiammingo di destra N-VA è dato dai sondaggi in vantaggio rispetto al Partito Socialista. Le elezioni si terranno il 26 maggio con le europee. A seguito della spaccatura nel governo sul Global Compact per i migranti, lo scorso 18 dicembre il premier Charles Michel ha rassegnato le sue dimissioni al re. Il re lo ha incaricato di rimanere in carica per gli affari correnti fino alle elezioni del 2019. Michel era diventato primo ministro nell’ottobre del 2014 e guida una coalizione di centrodestra composta da quattro partiti.

ESTONIA – Il 3 marzo l’Estonia ha virato a destra con la vittoria della destra liberale e un boom dei sovranisti. Il partito riformista di opposizione, guidato dall’ex europarlamentare Kaja Kallas, ha ottenuto il 28,8% dei consensi battendo il Partito centrista del premier uscente Juri Ratas che si è dovuto accontentare di un secondo posto con il 23,1% dei consensi. Ma la vera novità è rappresentata dalla formazione euroscettica Ekre che si è piazzata terza con il 17,8%,raddoppiando i consensi rispetto alle elezioni del 2015, come prevedevano i sondaggi. Dopo difficili negoziati, il Parlamento estone ha respinto la nomina a premier di Kallas, affidando all’ex primo ministro Juri Ratas l’incarico per la formazione di un governo. La nuova coalizione è composta dal Partito di Centro di Ratas (25 seggi), i conservatori di Isamaa (12) e, a sorpresa, EKRE (19 seggi), per un totale 56 seggi su 101. .

SLOVACCHIA – Il 30 marzo, Zuzana Čaputová ha vinto il secondo turno delle elezioni presidenziali in Slovacchia, diventando la prima donna a ricoprire il ruolo di presidente del paese. Ha ottenuto il 58%, contro il 42% del suo avversario, Maroš Šefčovič, del partito di centrosinistra Direzione – Socialdemocrazia (Smer) e  commissario Ue per l’unione energetica dal 2014. Čaputová, avvocata ambientalista e attivista, fa parte del piccolo partito europeista Progressive Slovakia. Al primo turno, aveva ottenuto il 40,5% dei voti contro il 18,7% di Šefčovič. Nel 2018 la Slovacchia ha attraversato una crisi politica scatenata dall’omicidio del giornalista Jan Kuciak e della sua fidanzata, che ha portato alle dimissioni del primo ministro Robert Fico (Smer-SD). In seguito, l’ex presidente Kiska ha designato primo ministro ad interim Peter Pellegrini, anch’egli socialdemocratico. Le prossime elezioni parlamentari slovacche si terranno nel 2020.

FINLANDIA – Il 14 aprile sono stati i cittadini finlandesi a recarsi alle urne per rinnovare il parlamento. La sinistra ha vinto di un soffio le elezioni politiche – e potrebbe tornare a guidare il governo dopo 20 anni – con un vantaggio risicato sui populisti dei Veri Finlandesi che hanno mancato un clamoroso trionfo per una frazione di punto. Il Partito socialdemocratico (Sdp), guidato di Antti Rinne, ha ottenuto il 17,7% rispetto al 17,5% dei ‘Veri Finlandesi’, alleati di Matteo Salvini. La partita per guidare il Paese è ora nelle mani dei socialdemocratici dell’ex sindacalista Rinne: la maggioranza dei finlandesi sembra aver puntato sulla lotta al cambiamento climatico e sulla difesa del generoso modello di welfare invidiato in tutto il mondo, ma indebolito da anni di austerità sotto il governo di centrodestra dell’ex premier Juha Sipila. Sipila si era dimesso il mese scorso proprio dopo la bocciatura della sua riforma sanitaria, che voleva ridurre sensibilmente i costi per la salute. E anche le urne hanno confermato che le sue ricette non sono state apprezzate: il suo partito di centro si è piazzato quarto, dietro anche ai conservatori.

SPAGNA – Il partito socialista (Psoe) ha vinto le elezioni in Spagna il 28 aprile. Il Psoe guidato da Pedro Sanchez è uscito dalle urne come primo partito con 123 deputati, segnando anche una certa distanza dal Partido Popular, secondo ma con la metà dei seggi, registrando un tracollo storico. E di storico c’è stato anche l’ingresso in parlamento dell’estrema destra con Vox che ha ottenuto 24 seggi, oltre all’affluenza record al 75,7%. La Spagna si ritrova però senza una maggioranza chiara per formare il governo e i partiti indipendentisti potrebbero ancora una volta ricoprire un ruolo chiave nel rebus delle alleanze che si prospetta. A oltre quattro mesi dalle politiche, Pedro Sánchez, designato dal re, non è ancora riuscito a incassare l’approvazione del Parlamento per formare il governo.

LITUANIA – Il 12 maggio i lituani sono andati alle urne per eleggere il successore di Dalia Grybauskaitė, la ‘Lady di Ferro’, prima donna presidente della Lituania, in carica dal 2009 come indipendente (sostenuta dai conservatori) e giunta al termine del suo secondo mandato. Al primo turno nessuno dei nove candidati ha raggiunto il 50% e si è andati al ballottaggio, accorpato con le elezioni europee il 26 maggio. L’economista indipendente Gitanas Nausėda ha vinto con il 66,5% dei consensi, battendo l’altra indipendente Ingrida Šimonytė, ex ministro delle Finanze del Paese, ferma al 33,4%. Fuori al primo turno il commissario Ue alla Salute, il socialista Vytenis Andriukaitis, che ha raccolto il 4,81% dei voti.

DANIMARCA – I 179 seggi del Parlamento danese – Folketing – sono stati rinnovati domenica 5 giugno. La sinistra è tornata al potere dopo quattro anni promettendo di mantenere la linea dura sull’immigrazione. La 49enne leader socialdemocratica Mette Frederiksen è diventata il primo ministro più giovane nella storia del suo Paese: il voto ha infatti premiato i socialdemocratici, che si sono confermati primo partito con il 26%, pur perdendo lo 0,3% rispetto alle elezioni del 2015. Ma, al contrario di quattro anni fa, questa volta possono contare sul sostegno di altre forze di sinistra in crescita per raggiungere la maggioranza di 90 seggi su 179. Il premier uscente danese, il conservatore Lars Loekke Rasmussen, è arrivato al 23,4% (+3,9% rispetto al 2015), ma gli alleati del blocco conservatore non hanno fatto registrare una buona prestazione. In particolare, il partito dell’Alleanza liberale ha ottenuto il 2,3%, con il leader e ministro uscenti degli Esteri Anders Samuelsen che non è entrato nel nuovo Parlamento. I populisti xenofobi del Partito del popolo danese sono infine precipitati dal 21,1 all’8,8% (e da 37 a 16 seggi). E’ entrata invece con 4 seggi in parlamento la Nuova Destra, fondata dall’architetto Pernille Vermund.

GRECIA: domenica 7 luglio si sono tenute le prime elezioni politiche per il Paese dopo l’addio della Troika e l’uscita dal tunnel della crisi economica. Il premier in carica Alexis Tsipras, leader di Syriza (Sinistra Radicale),  si è fermato al 31,5% dei voti, scalzato dal centrodestra di Nea Dimokratia (39,8%), guidato da Kyriakos Mitsotakis (36%). Staccati gli altri: i socialisti di Kinal al 8,1%, seguiti dai comunisti di Kke con il 5,3%, i nazionalisti di Elliniki Lysi (‘Soluzione Greca’) al 3,7% e il movimento Diem25 di Yanis Varoufakis con il 3,4%. I neonazisti di Alba Dorata sono rimasti fuori dal Parlamento.

PORTOGALLO – Il centrosinistra è in vantaggio nei sondaggi delle elezioni politiche che si svolgeranno il 6 ottobre: il primo ministro socialista Antonio Costa appare nettamente in testa (i sondaggi lo danno al 39%), anche se per ottenere la maggioranza potrebbe avere ancora bisogno di stringere accordi i partiti democratici di sinistra.

AUSTRIA – Il cancelliere austriaco, il conservatore Sebastian Kurz, ha deciso di indire elezioni anticipate dopo lo scandalo che ha coinvolto il suo alleato e vicecancelliere Heinz-Christian Strache, leader del partito di estrema destra che appartiene alla coalizione di governo. Il presidente austriaco Alexander Van der Bellen ha accolto la proposta. Le nuove elezioni si terranno il 29 settembre. Lo scandalo è nato dalla pubblicazione di un video girato di nascosto nel 2017 in cui si vede Strache promettere favori a una presunta ereditiera russa vicina al presidente Vladimir Putin, in cambio di finanziamenti illeciti.

POLONIA – Le prossime elezioni parlamentari si terranno il 13 ottobre. Il partito della destra anti-europeista Diritto e Giustizia del premier Mateusz Morawiecki guida ampiamente sondaggi con il 42%.

ROMANIA Presidenziali in programma a novembre o dicembre. I Socialisti sono dati come favoriti, tanto da puntare a spodestare l’attuale presidente liberale Klaus Iohannis, che ha annunciato la sua ricandidatura.

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Dopo un anno elettorale cruciale per l’Unione europea, il 2017, la sfida dei Ventotto al populismo ha caratterizzato anche il 2018. A confrontarsi con i risultati delle urne sono stati a vario titolo 11 Stati membri: dall’Italia all’Irlanda, passando per Ungheria, Repubblica Ceca, Cipro, Finlandia, Svezia. Il destino dei partiti tradizionali, davanti all’ascesa dei rivali populisti, è apparso ancora molto incerto. Tra gli appuntamenti più attesi, le elezioni in Italia il 4 marzo, dove gli euro-scettici del Movimento 5 Stelle non hanno disatteso  i favori dei pronostici e sono andati al governo con il partito di destra anti-migranti della Lega Nord.

I risultati elettorali del 2018:

REPUBBLICA CECA – Al ballottaggio del 26 e 27 gennaio, in un serrato testa a testa, il presidente uscente Milos Zeman ha battuto lo sfidante Jiri Drahos, ex presidente dell’Accademia delle Scienze (Csav), con il 51,3% dei consensi. Si riconferma quindi la linea euroscettica e populista portata avanti nello scorso mandato da Zeman, che mantiene Praga orientata verso l’est dell’Europa, allacciata ai Visegrad (Polonia, Ungheria e Slovacchia), muro anti Ue nell’accoglienza ai migranti. Zeman ha promesso di affidare ad Andrej Babis, vincitore delle elezioni politiche in Repubblica Ceca nell’ottobre del 2017, il secondo tentativo di formare un governo. L’affluenza ha raggiunto il record del 66,6%.

FINLANDIA – Domenica 28 gennaio la Finlandia si è recata alle urne per eleggere il nuovo presidente per un mandato di sei anni. Il presidente uscente, Sauli Niinisto, è stato rieletto al primo turno con il 62,7% dei suffragi, quasi cinque volte di più del suo sfidante più vicino, il verde Pekka Haavisto, che si è fermato al 12,4%. Niniisto, 69 anni, ex ministro delle Finanze ed ex speaker del parlamento, è stato un presidente molto popolare sin dall’inizio del suo mandato nel 2012. Si è presentato come indipendente, senza associarsi al partito conservatore che in passato aveva presieduto. “Sono sorpreso e colpito da questo sostegno”, ha detto ai media dopo la vittoria. Deludente invece il risultato dei Veri Finlandesi, partito conosciuto per le sue forti posizioni anti-europeiste e nazionaliste, in forte ascesa negli ultimi anni: la candidata Laura Huhtasaari si è fermata al 6,8%.

CIPRO –  A 5 anni di distanza dalle ultime elezioni presidenziali di Cipro nel 2013, il voto di domenica 28 gennaio ha visto contrapposti su tutti il presidente in carica conservatore Nicos Anastasiades e il principale avversario, Stavros Malas, sostenuto dal partito comunista Akel.  Arrivati al ballottaggio (al primo turno Anastasiades era arrivato primo con il 35,5% dei voti, Malas secondo con il 30,2%), il 4 febbraio il 71enne Anastasiades è stato rieletto presidente ricevendo il 56% dei voti, mentre il suo avversario Stavros Malas ha raccolto il 44% dei voti. I due si erano già sfidati nelle elezioni del 2013, quando Anastasiades vinse con un larghissimo vantaggio; a questa tornata è stata ricompensata la stabilità ottenuta dal paese durante la sua carica, ma Malas ha ricevuto comunque più voti rispetto alle aspettative. La questione della riunificazione dell’isola è stata al centro della campagna elettorale di Nicosia. Il 7 gennaio è stata rinnovata l’Assemblea dell’autoproclamata Repubblica turca di Cipro del Nord (Rtcn), che ha sancito la vittoria Partito di unità nazionale (Ubp) – vicino ad Ankara e per il mantenimento dello status quo -, ma non la formazione di un governo che è ancora in discussione. Proprio la necessità di riprendere il dialogo con la Turchia sul processo di riunificazione in funzione di uno stato federale è stato uno dei temi al centro del dibattito elettorale e sarà la maggior sfida di Anastasiades.

ITALIA – Il 4 marzo è stata la volta degli elettori italiani, chiamati alle urne per le elezioni politiche. A sfidarsi sono stati la coalizione di centro-destra guidata dall’ex premier Silvio Berlusconi affiancato dal leader della Lega, Matteo Salvini, i populisti del Movimento Cinque Stelle con Luigi Di Maio candidato premier, e il Partito Democratico di Matteo Renzi. Il Movimento 5 stelle ha ottenuto più del 30 per cento dei voti sia alla Camera sia al Senato, sopratutto grazie alle regioni del centro e dell’Italia del sud. La Lega ha superato Forza Italia e il Partito democratico è sotto al 20%. Liberi e Uguali ha superato la soglia di sbarramento del 3%. L’affluenza è stata del 72,9%, la più bassa nelle elezioni politiche dal 1948 a oggi. Con questi numeri, nessuna forza politica ha ottenuto una maggioranza assoluta in parlamento, ma dopo oltre due mesi e mezzo di trattative M5S e Lega si sono alleati dando vita a un governo di stampo populista, presieduto dal premier Giuseppe Conte.

UNGHERIA – L’8 aprile si sono tenute le elezioni politiche in Ungheria. Fidesz, il partito del primo ministro Viktor Orbán, populista di destra, ha vinto con il 49% dei consensi, riconquistando la maggioranza dei due terzi in parlamento e avviandosi al suo terzo mandato consecutivo dal 2010. Secondo è il partito Jobbik con il 20%, terza l’alleanza socialisti-verdi con 12%.  La sfida sembra essere tutta a destra, con il partito Jobbik di estrema destra a rappresentare il più grande rivale di Orban.

SLOVENIA – Anno di campagna elettorale per la Slovenia, con le elezioni generali a giugno e quelle locali a novembre. Alle politiche del 4 giugno, il conservatore Janez Jansa e il suo Partito democratico sloveno (SDS), che sono su posizioni anti-migranti e alleati del leader nazionalista ungherese Viktor Orban, hanno vinto con il 25% dei voti. Jansa non è però stato in grado di formare una maggioranza. A guidare il Paese è dunque Marjan Sarec (LMS), che con la Lista omonima si era piazzato secondo con il 12,6%, ed è appoggiato da cinque partiti di centrosinistra in un governo di minoranza.

SVEZIA – Il 9 settembre 2018 è stato il turno della Svezia di andare al voto. I socialdemocratici del premier uscente Stefan Lofven sono risultati nuovamente la prima forza, con il 28,4% dei consensi, ma è il risultato peggiore per il partito dal 1920. Secondi, con il 19,7%, la destra dei Moderati guidati da Ulf Kristersson. Terzi, in ascesa al 17,7%, i populisti e sovranisti del partito Svedesi Democratici, guidati da Jimmie Akesson. Al momento, il blocco del centrosinistra e del centrodestra sono appaiati intorno al 40%, ma non hanno i numeri per governare. Nelle prossime settimane saranno dunque decisive le trattative per formare un governo di coalizione.

LETTONIA – Dalle elezioni politiche di sabato 6 ottobre, le tredicesime nei 100 anni di storia del Paese, è emerso il primato del partito filorusso Concordia (Harmony) al 19,8%, che però ha scarse possibilità di dar vita a un governo. Lo scenario che si presenta – come peraltro avvenuto in tutte le ultime elezioni politiche nei Paesi dell’Ue – è una lunghissima trattativa tra forze politiche anche molto diverse, per mettere in piedi una coalizione. Brusco calo di consensi per il partito liberal-conservatore, una volta potentissimo, del vicepresidente della Commissione europea ed ex premier del Paese baltico, Valdis Dombrovskis. Il suo Unità (‘Vienotiba’ in lettone) – uno dei tre partiti che compongono la maggioranza uscente – è crollato al 6,7%, ottenendo appena otto seggi. Alle politiche del 2014, registrò il 21,8% con 23 seggi. Dombrovskis si dice comunque “fiducioso che il Paese sarà in grado di istituire un governo fermamente pro-europeo”, anche se a guidarlo non sarà più probabilmente il premier uscente Maris Kucinskis. La maggioranza tripartitica di centro-destra, dimezzata nei consensi, dovrà cercare nuove alleanze pescando tra una serie di formazioni che viaggiano intorno al 10-13%. Secondo gli analisti locali, alla fine si potrebbe arrivare a un ‘pentapartito’, che rischia tuttavia di avere problemi di tenuta, per le distanze programmatiche tra le formazioni. E’ invece altamente improbabile che a formare l’esecutivo sia chiamato il partito Concordia, che ha nella minoranza russa il proprio elettorato di riferimento e che finora è stato sempre tenuto fuori dalla stanza dei bottoni grazie a una sorta di cordone sanitario messo in atto dalle altre forze politiche, preoccupate dell’eventuale ingresso di un cavallo di Troia del Cremlino negli affari politici europei: fino al 2017 Concordia aveva anche un accordo di cooperazione col partito di Putin Russia Unita. Al momento, soltanto i secondi arrivati, i populisti euroscettici di Kpv Lv sarebbero disponibili ad allearsi coi filorussi, ma il loro 14,2% non è comunque sufficiente a garantire una maggioranza.

BELGIOUna incontestabile vittoria per i Verdi è, in sintesi, il risultato delle Comunali che si sono svolte in Belgio. Domenica 14 ottobre si sono tenute le elezioni provinciali, municipali e distrettuali belghe. La regione di Bruxelles è andata al voto con 19 comuni, le Fiandre con 5 province e 300 comuni (nella città di Anversa si sono tenutee anche le elezioni per i distretti), e la Vallonia con 5 province e 262 comuni. A Bruxelles i Verdi passano da uno a tre borgomastri (sindaci), facendo breccia nei 19 comuni della capitale belga e sembrerebbero pronti ad entrare in una maggioranza con il Ps, quest’ultimo largamente in testa che realizza globalmente dei buoni risultati nella regione di Bruxelles. Ammaccato il Mr (Liberali), mentre al sud del Paese, in Vallonia, si registra una buona performance per il Ptb, il Partito del lavoro, di estrema sinistra che diventa il terzo partito a Liegi ed il secondo a Charleroi e a Seraing. Nelle Fiandre, nord del paese, il nazionalismo fiammingo tiene: roccaforte della Nuova alleanza fiamminga (N-va), la città conferma il suo leader, Bart De Wever, sindaco. Resta da capire con chi si alleeranno i nazionalisti. Altro dato significativo quello delle donne a Bruxelles: il 48,8% risultano elette, un vero e proprio record. Nulla di fatto invece per il partito Islam che non ha ottenuto alcun eletto.

LUSSEMBURGOAlle elezioni del 15 ottobre, i tre partiti della coalizione di governo uscente – i socialisti della Lsap, Dp (la formazione di stampo liberale di Bettel) e i Verdi -, hanno riconfermato la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento (31 su 60). Il partito di centro-destra Csv (cristiano sociali), dell’ex premier e attuale presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, si è invece aggiudicato la maggioranza relativa con il 28,3% dei voti e 21 seggi. Il granduca del Lussemburgo, Henri Albert Guillaume, ha incaricato il premier uscente, il liberale Xavier Bettel a formare un nuovo governo.

IRLANDA – Elezioni presidenziali senza sorprese in Irlanda: Michael D. Higgins, 77 anni, letterato di idee liberal, è stato confermato per un secondo settennato alla carica di capo dello Stato, sostanzialmente di garanzia, ma priva di veri poteri nel sistema istituzionale della repubblica. Higgins, nel rispetto delle previsioni della vigilia, ha segnato una netta vittoria al primo turno con oltre il 58% di voti. Il meno lontano dei 5 rivali è l’uomo d’affari indipendente Peter Casey, dato poco sopra il 20%, mentre tutti gli altri sono sotto il 10 con la prima donna in lizza, Liadh Ni
Riad, eurodeputata dello Sinn Fein (sinistra nazionalista) al terzo posto attorno all’8%. In calo l’affluenza alle urne rispetto al 2011.

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Dopo le ferite riportate nel 2016 con l’esito del referendum sulla Brexit, il 2017 è stato l’anno della verità per l’Unione europea, con appuntamenti elettorali in Olanda, Bulgaria, Francia, Regno Unito, Germania, Repubblica Ceca, Austria e Malta. L’obiettivo, raggiunto parzialmente, era quello invertire l’ondata populista che, in tutti i Paesi, ha saputo imporre la sua agenda in campagna elettorale e si è trasformato nella terza forza europea.

Ecco tutti i risultati elettorali del 2017 e i tipi di governo che si sono formati o si formeranno, con una caratteristica sempre più diffusa: essere di coalizione.

OLANDA – Il voto del 15 marzo 2017 nei Paesi Bassi ha scacciato il pericolo di una ‘Nexit’ (‘Netherland exit’), molto temuta a Bruxelles dopo quanto accaduto nel Regno Unito. A spuntarla è infatti stato il primo ministro uscente e leader dei conservatori, Mark Rutte, che con il 21,3% dei consensi si è imposto sul populista, euroscettico e antislamico Geert Wilders, terzo con il 13,1%. Oltre 13 milioni di olandesi si sono recati alle urne per decidere il nome del nuovo primo ministro e la composizione del Parlamento, segnando un dato record sull’affluenza (82%), la più alta degli ultimi trent’anni nel Paese. Dopo 208 giorni di colloqui, è stato raggiunto un accordo per la formazione del governo: a guidare il paese è una coalizione di centrodestra, con il Vvd, partito del premier Mark Rutte, insieme ai cristiano-democratici del Cda, ai liberali progressisti del D66 e ai conservatori della Christen Union. E’ stato eguagliato il record del 1977: anche allora furono necessari 208 giorni per formare un governo, operazione tradizionalmente lenta nel Paese.

BULGARIA – Il partito conservatore filo-europeista Gerb, guidato  dal premier Boyko Borissov, ha vinto le elezioni politiche di domenica 26 marzo con il 33,55% dei voti. Al secondo posto si è collocato il Partito socialista di Kornelia Ninova, con poco più del 27,02% dei voti, mentre ha raggiunto il terzo posto la coalizione nazionalista Patrioti uniti, con il 9,12% dei voti.  L’affluenza alle urne è stata intorno al 50%. Si è trattato del primo appuntamento elettorale a livello nazionale in un Paese Ue dopo la firma, sabato 25 marzo 2017, della Dichiarazione di Roma in occasione delle celebrazioni nella capitale italiana per il 60° anniversario della sigla dei Trattati di Roma.

FRANCIA – L’europeista Emmanuel Macron domenica 7 maggio ha vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi con il 66,1% delle preferenze, contro il 33,9% della sfidante euroscettica e populista Marine Le Pen. Evitata, quindi, una ‘Frexit’, paventata dalla rivale con un referendum su Ue ed euro in caso di vittoria. Al primo turno del 23 aprile, dove era stata registrata un’affluenza attorno all’80%, il leader di ‘En Marche!’ era arrivato in testa con il 24,01% contro il 21,30% della leader del Front National. Al secondo turno, invece, l’astensione è stata record con il 25,44%, la più elevata dal 1969, mentre 3,01 milioni di francesi hanno votato scheda bianca e 1,06 milioni sono stati i voti nulli. Alle successive elezioni legislative del 18 giugno il partito En Marche! del presidente francese Macron ha sbancato con il 43,06% dei consensi, consegnandogli la maggioranza assoluta. Si è invece spenta l’onda populista e anti-Ue del Front National: dopo la sconfitta nella corsa all’Eliseo, il partito di Marine Le Pen è sceso all’8,75%.

MALTA – Il 3 giugno il premier maltese Joseph Muscat, travolto da uno scandalo insieme alla moglie legato alle società offshore smascherate dai Panama Papers, e il suo partito laburista pro-Ue sono stati confermati alla guida del Paese con il 55% dei voti, sconfiggendo il leader del Partito Nazionalista Simon Busuttil.

REGNO UNITO – L’8 giugno 2017 i cittadini britannici sono andati alle urne per le elezioni politiche anticipate (la legislatura si sarebbe conclusa nel 2020). La premier Theresa May aveva infatti deciso di promuovere lo scioglimento anticipato della Camera dei Comuni attraverso una mozione approvata dal Parlamento il 19 aprile 2017 con una maggioranza superiore ai due terzi. L’obiettivo della May era di avere una maggioranza parlamentare più forte per affrontare il processo della Brexit in una situazione più favorevole e imporre una ‘hard Brexit’. Obiettivo clamorosamente mancato: i Tory infatti si sono confermati primo partito del Regno Unito con il 42,4% dei consensi, ma non hanno raggiunto la maggioranza assoluta. In Parlamento hanno ottenuto 318 seggi, perdendone 12 rispetto al 2015. Exploit invece dei laburisti di Jeremy Corbyn, subito dietro al 40% (+9% rispetto al 2015), con 262 deputati e un balzo di 30 seggi in più. Venti giorni dopo le elezioni, May ha quindi firmato un accordo con il partito degli unionisti nordirlandesi del Dup, spalla del governo di minoranza Tory.

GERMANIA – Le elezioni federali del 2017 per eleggere i membri del nuovo Bundestag, il parlamento tedesco, si sono tenute il 24 settembre. La cancelliera uscente Angela Merkel ne è uscita vincitrice ma indebolita: il suo partito, la Cdu-Csu ha ottenuto il 33% dei consensi (-8,5%). I socialisti della Spd, guidati dall’ex presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, si sono fermati al 20,5% (-5,2%), mentre si è verificata l’ascesa a sorpresa i populisti di Alternative für Deutschland (AfD), arrivati terzi al 12,6% (+7,9%). Il partito euroscettico, trascinato dai candidati di punta Alice Weidel e Alexander Gualand, con 95 i seggi conquistati è il primo partito di estrema destra ad entrare nel Parlamento federale tedesco dal secondo dopoguerra. Dopo il tentativo fallito di formare una coalizione guidata dall’Unione di Angela Merkel con i Liberali e i Verdi, la cosiddetta coalizione Giamaica – così denominata per i colori dei tre partiti nero-giallo-verde, come la bandiera della nazione caraibica -, si va ora verso una riedizione della Große Koalition tra Cdu-Csu e Spd. I colloqui però presentano ancora ostacoli. Due le alternative: un governo di minoranza della Cancelliera tedesca, utile nel breve periodo, oppure il ritorno alle urne.

AUSTRIA – Il 15 ottobre si è votato per le elezioni parlamentari anticipate di un anno prima rispetto al termine naturale della legislatura. Il ministro degli Esteri uscente, Sebastian Kurz, leader del Partito popolare austriaco (ÖVP), è diventato premier con il 31,4% dei voti. L’estrema destra del Partito della libertà austriaco (FPÖ) di Heinz-Christian Strache, è arrivata seconda con il 27,4%, terzi i socialdemocratici di SPÖ guidati dal cancelliere uscente Christian Kern, al 26,7%. Il partito di Kurz, tuttavia, non ha raggiunto una maggioranza tale da poter governare da solo: dopo quasi due mesi di trattative, il 18 dicembre è arrivato il giuramento del nuovo governo di destra austriaco, guidato dalla coalizione tra l’ÖVP di Kurz e gli oltranzisti dell’FPÖ di Strache.

REPUBBLICA CECA – Le elezioni parlamentari si sono tenute il 20 e 21 ottobre 2017.  Ha vinto il movimento Ano 2011, “Azione del cittadino scontento”, di Andrej Babis con il 29,64% e 78 seggi su 200 in Parlamento. Al secondo posto il centrodestra dei Civici democratici (Ods) con l’11,32% e 25 parlamentari. Al terzo posto i Pirati con il 10,79% e 22 seggi. Non avendo i numeri per formare una maggioranza di governo, Babis formerà con tutta probabilità un governo di minoranza che conti su ministri del suo partito e tecnici. Il mandato gli è stato affidato il 31 ottobre dal presidente ceco Milos Zeman, che ha detto di preferire l’opzione di un governo di minoranza a quello di un esecutivo di maggioranza, perché è il modo più semplice per promuovere le decisioni. Secondo Babis, il governo di minoranza è l’unica soluzione, dal momento che gli altri partiti entrati in Parlamento non vogliono entrare in coalizione con lui.

CATALOGNA – A margine delle elezioni ufficiali per i governi di diversi Stati dell’Ue, il 21 dicembre 2017 si sono tenute anche le elezioni in Catalogna, indette dopo l’esito schiachiante del referendum per l’indipendenza dalla Spagna del 2 novembre 2017 e le inevitabili conseguenze (la dichiarazione di indipendenza della Catalogna e l’attuazione dell’articolo 155 da parte del governo di Madrid). I catalani hanno scelto nuovamente il campo indipendentista, infliggendo un sonoro schiaffo politico al premier spagnolo Mariano Rajoy. Ora la situazione è in stallo, con la maggior parte dei vincitori indipendisti o in carcere o rifugiati fuori dal Paese e nessuna apertura da parte del governo centrale. L’ex President catalano e leader indipendista Carles Puigdemont, in esilio a Bruxelles, è stretto tra due fuochi: se tornerà a Barcellona sarà arrestato, ma restando nella capitale belga non potrà essere nominato nuovamente President. La prima sessione del nuovo parlamento catalano, secondo quanto annunciato da Rajoy, dovrebbe tenersi il 17 gennaio 2018.

Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. Ordini domestici -0.4% m/m. – Destatis.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-23.

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Il problema della Germania è semplicissimo: la questione demografica.

Germania. Incidenza economica del calo demografico. – Bloomberg.

Le femmine tedesche autoctone non fanno figli a sufficienza o, meglio, non vogliono fare figli.

Per mantenere costante il numero della popolazione, servirebbe un tasso di fertilità superiore a 2.1. Ad oggi è 1.5: dato questo però che comprende sia autoctoni sia immigrati. Senza la quota degli immigrati il tasso di fertilità scenderebbe di poco sotto l’unità. Il grafico riportato da Destatis è ben chiaro.

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Il 41.4% delle famiglie è formata da single. Su 400,115 matrimoni si registrano 163,335 separazioni, tenendo conto solo di quelle espressamente sentenziate da una Corte di Giustizia.

La Germania, intendendo per essa il popolo tedesco, si avvia alla estinzione, a diventare una mera espressione geografica.

Germania. La demografia che stritola. Mancano tre milioni di lavoratori. – Vbw.

Germania. Destatis. Crollo persone in età lavorativa dai 51.8m ai 40m nel 2035.

Germania. Anche l’export crolla del -8% yoy.

Germania. Produzione manifatturiera. -21.3% in sette mesi. È in depressione.

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Destatis. Manufacturing in June 2019: unfilled orders up a seasonally adjusted 0.1% on the previous month

«WIESBADEN – Based on provisional data, the price adjusted stock of orders in manufacturing in June 2019 rose a seasonally and calendar adjusted 0.1% on the previous month, as reported by the Federal Statistical Office (Destatis). The domestic orders not yet completed decreased 0.4% on the previous month, the stock of foreign orders increased 0.3%. The stock of orders comprises the total of new orders received by the end of the reference month which have not led to any turnover and have not been cancelled by that time.

Unfilled orders for producers of intermediate goods in June 2019 were by 0.8% lower than in the previous month. The producers of capital goods recorded an increase of 0.3%. Regarding consumer goods, the stock was up by 0.9% compared to May 2019.

In June 2019, the range of the stock of orders in manufacturing was 5.7 months (previous month also 5.7 months). The range indicates for how many months establishments, theoretically, would have to produce goods until all orders on hand are filled – with turnover remaining constant and without any new orders being received. It is calculated as the ratio between the current stock of orders and average turnover per month in the respective branch.

For the producers of intermediate goods, the range of the stock of orders in June 2019 was 2.9 months (previous month also 2.9), for the producers of capital goods 8.0 months (previous month 7.9) and for consumer goods 2.1 months (previous month also 2.1).»

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Il cuore del rapporto è racchiuso in una frasetta:

«The domestic orders not yet completed decreased 0.4% on the previous month»

La popolazione tedesca decresce ed invecchia: continua a consumare sempre meno. Per consumare occorrerebbe avere la giovinezza ed il denaro per farlo: tutto qui.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. Piano anti-recessione da 500 mld, di debiti.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-22.

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Germania pronta a indebitarsi per sventare la recessione

«Gli economisti stimano il bisogno di investimenti in oltre 500 miliardi. Merkel e Scholz sarebbero disposti a rinunciare al pareggio di bilancio.

«La Germania rischia di diventare un’altra volta il malato d’Europa». Quella che può sembrare una provocazione, ma che suona come cupa profezia, l’hanno lanciata ieri gli economisti di Citigroup. E il timore di andare di male in peggio infine è arrivato a Berlino. Stando a Der Spiegel, il governo sarebbe pronto ad aumentare il debito per controbilanciare un eventuale calo delle entrate fiscali.

I partiti della grande coalizione tuttavia finora si sono concentrati più a contrastare il calo di voti e consensi, in ordine sparso: e resta da vedere se l’elettorato tedesco, debito-fobico di centrodestra o centrosinistra, è disposto ad abbandorare lo zero nero, Schwarze Null, dei conti in pareggio. Annegret Kramp-Karrenbauer, leader Cdu, sta tentando di riconquistare i voti persi a Die Grünen annunciando una tassazione “verde” e una maxi-riforma e interventi per proteggere l’ambiente, che potrebbero in effetti far salire la spesa pubblica: anche se le politiche a favore del cambiamento climatico sul breve termine possono frenare la crescita perché alzano i costi.

Un “piano Marshall” per la crescita non è per ora sul tavolo. La Kfw, Cdp tedesca, in un sondaggio recente condotto tra i tesorieri delle amministrazioni locali ha avuto conferma che il gap nelle infrastrutture a livello comunale è pari a 138 miliardi. I tesorieri comunali prevedono investimenti in crescita a 35,8 miliardi quest’anno contro i 34,7 del 2018 ma mancano 138 miliardi di cui 48 per le scuole, mentre il gap della rete stradale è di 36. Il rinnovamento dell’edilizia nella pa è indietro di 14,1, gli impianti idrici hanno bisogno di 6,5 miliardi di interventi. La montagna del gap infrastrutturale diventa ancor più alta a livello federale. Michael Hüther, direttore dell’Instituts der deutschen Wirtschaft, intervistato da F.A.Z. ha sostenuto che la Germania deve istituire un fondo da 450 miliardi per finanziare investimenti pubblici al ritmo di 45 miliardi per un decennio, in trasporti, digitalizzazione e banda larga, formazione e istruzione, edilizia popolare, R&S.»

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«La Germania rischia di diventare un’altra volta il malato d’Europa».

Questa è la realtà dei fatti.

«Gli economisti stimano il bisogno di investimenti in oltre 500 miliardi»

«I partiti della grande coalizione tuttavia finora si sono concentrati più a contrastare il calo di voti e consensi, in ordine sparso»

Questa è un’altra realtà dei fatti.

«Merkel e Scholz sarebbero disposti a rinunciare al pareggio di bilancio.»

Ma un ricorso al debito pubblico di tale entità presuppone un massiccio intervento della Banca Centrale Europea.

Il primo settembre si voterà in Brandenburg e Sachsen, il ventisette ottobre in Thüringen: staremo a vedere gli eventi. Potrebbero costituire il trigger.

In parole miserrime, ad ogni buon conto, l’Unione Europea sarebbe chiamata a ripianare la situazione tedesca.


Sole 24 Ore. 2019-08-20. Germania, pronto piano anti-recessione da 50 miliardi

I margini per fronteggiare una nuova crisi ci sono, ha detto Scholz, perché la Germania ha ridotto il debito/Pil sotto il 60% in questi dieci anni di crescita.

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È scattato infine l’allarme ultrarosso in una Germania che barcolla sull’orlo della recessione. Per la prima volta il ministro delle Finanze Olaf Scholz ha dichiarato di essere disponibile ad allargare i cordoni della borsa e aumentare la spesa pubblica, con interventi extra fino a 50 miliardi di euro cioè pari a quanto è costata alla Germania la Grande Recessione dieci anni fa. I margini per fronteggiare una nuova crisi ci sono, ha detto Scholz, perché la Germania ha ridotto il debito/Pil sotto il 60% in questi dieci anni di crescita.

La crisi economia è alle porte, stando alla Bundesbank: la banca centrale tedesca, nel suo bollettino mensile pubblicato oggi, ha pronosticato che «anche nel trimestre in corso, l’attività economica potrebbe diminuire leggermente». Il Pil tedesco si è già contratto dello 0,1% nel secondo trimestre dell’anno e se le previsioni della Buba dovessero essere confermate, con una lieve contrazione nel terzo trimestre la Germania sarebbe ufficialmente in recessione tecnica.

Il ministro socialdemocratico Olaf Scholz, che fino a qualche giorno fa si ostinava a non sentire aria di crisi, ha infine dovuto cedere di fronte all’evidenza dei numeri e soprattutto alla pressione che sta montando non soltanto dal suo partito Spd ma anche da alcune correnti della Cdu e da esponenti di spicco del mondo politico e accademico in Germania e non solo. Le elezioni in arrivo il primo settembre in Sassonia e Brandeburgo, due regioni nella ex-Germania dell’Est che è più povera e dove la crisi economica è più grave, sono un altro motivo per fare concessioni governative in questo momento.

Scholz ha detto che un’azione di extra-spesa pubblica non è”imminente” ma ha detto che il governo è perfettamente in grado di mettere assieme un intervento da 50 miliardi, se necessario, pari cioè a”quanto è costata l’ultima crisi, in base alle mie stime”.

Questo è il primo segnale concreto da parte del ministro delle Finanze di apertura (implicita) alla possibilità di abbandonare la regola del pareggio di bilancio, il cosisddetto “zero nero”: ma non è chiaro se i 50 miliardi ipotizzati sarebbero spalmati su più anni e resta da vedere se comunque il Governo Cdu-Csu e Spd sarebbe in grado di garantire un debito/Pil sotto il 60% comunque quest’anno.

La curva dei rendimenti dei titoli di Stato tedeschi è negativa fino a 30 anni e il risparmio sul costo del rifinanziamento del debito pubblico in scadenza, grazie alla politica ultra-accomodante della Bce, sarà elevatissimo quest’anno, dopo diversi anni di grandi risparmi.

I margini di manovra sono ampi, quando c’è crescita, ma si riducono drasticamente quanto il Pil si contrae. Ed è questo lo scenario che descrive la Bundesbank, secondo la quale anche nel terzo trimestre, come nel secondo trimestre, il Pil potrebbe avere un segno meno. La Buba indica come cause del forte rallentamento della crescita tedesca il calo della produzione delle costruzioni, dovuto anche all’adeguamento stagionale, la riduzione delle esportazioni nel Regno Unito (che è uno dei principali partners commerciali della Germania e tra i più importanti per le esportazioni tedesche) e la stagnazione della domanda di auto.

Ma per l’istituto non è chiaro se anche la domanda interna potrebbe subire una frenata. Di certo, il mercato del lavoro che ha piena occupazione potrebbe non creare più posti di lavoro nei prossimi mesi e la disoccupazione, al minimo storico, ha registrato un lievissimo aumento in luglio. In aggiunta, il settore dei servizi finora molto solido potrebbe iniziare a cedere, contagiato dalla recessione industriale che ha colpito dalla fine dello scorso anno l’industria manifatturiera tedesca.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Stati Uniti, Unione Europea

Occidente. Recessione che sprofonda verso la depressione.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-22.

2019-08-16__Recessione Depressione 001

Usualmente, i tassi dei titoli di stato a lungo termine rendono interessi maggiori di quelli a breve termine. I periodi nei quali i tassi a breve sono superiori di quelli a lungo termine sono quasi invariabilmente legati a periodi di recessione, se non i franca depressione.

Poi, questo dato può essere commentato a piacere.

«Financial markets have flashed a warning sign about the economic outlook for the UK and the US»

«It is known in the jargon as an “inverted yield curve”»

«It means that it is cheaper for those countries’ governments to borrow for 10 years than for two»

«It is an unusual development and it often comes before a recession or at least a significant slowdown in economic growth»

«Usually, a longer wait means they expect a higher yield»

* * *

«What is unusual is that the yield on UK government bonds (gilts, as they are known) with two years to maturity went above the yield on the 10-year equivalent. The same thing happened in the US.»

«It is seen as a sign that investors want the assured returns from holding a longer-term bond and are worried about the shorter-term outlook for the economy.»

«Periods with an inverted yield curve are reliably followed by economic slowdowns and almost always by a recession»

«The yield curve inversion does not tell us anything about what might be the specific reasons for any impending recession …. So QE may well be making a contribution to the yield curve inversion that is taking place now»

«The yield curve for the German government is not inverted. But there is something else about government bonds there that is a clearly sign of a weak economic outlook: the fact that yields are below zero»

«In effect, investors pay the government to lend to it.  That reflects the ultra-low interest rate policy of the European Central Bank, but it is also a sign of a weak economic outlook.»

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La recessione, in economia, è una condizione macroeconomica caratterizzata da livelli di attività produttiva (PIL) più bassi di quelli che si potrebbero ottenere usando completamente ed in maniera efficiente tutti i fattori produttivi a disposizione.

La depressione è la fase discendente del ciclo economico, in generale una crisi economica più grave della recessione, associata ad aumento della disoccupazione.

Per usare una vecchia battuta, la recessione è quando il tuo vicino perde il lavoro, la depressione è quando tu perdi il lavoro.

Per taluni economisti, si è in depressione quando il calo nell’economia vede il PIL diminuire più del 10%, mentre si  on recessione, invece, quando il calo nell’economia è meno grave. Altri denominano la depressione come il calo per più di sei mesi consecutivi degli indici econometrici globali.

Riassumendo, non sono al momento disponibili definizioni univoche per questi due fenomeni economici, e questo genera una grande confusione.

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Sta di fatto che gli stati occidentali, tranne alcune rare eccezioni, sono oberate da consistenti debiti sovrani e faticano non poco a trovare acquirenti per i loro titoli, con la politica dei QE e dei tassi sottozero le banche centrali hanno sì salvato in passato dal crollo, ma hanno anche posto serie ipoteche sulla ripresa futura.

Ma forse il principale movente è la disaffezione occidentale alla produzione manifatturiera ed industriale, lasciata transitare nei paesi emergenti. La produzione in Occidente è stata caricata di tasse, leggi, norme e regolamenti che la spiazzano dai mercati: obbliga a decentrare oppure a chiudere.

Quando il capitale impiegato nel comparto produttivo rende meno di quello impiegato in strumenti finanziari si apre la porta a recessione prima, depressione dopo.


Bbc. 2019-08-15. Are markets signalling that a recession is due?

Financial markets have flashed a warning sign about the economic outlook for the UK and the US.

It is known in the jargon as an “inverted yield curve”.

It means that it is cheaper for those countries’ governments to borrow for 10 years than for two.

It is an unusual development and it often comes before a recession or at least a significant slowdown in economic growth.

Wall Street shares plunged on Wednesday, as investors’ concerns about a potential recession were stoked by the news.

The main US stock market indexes fell between 2.3% and 2.6%. Meanwhile in Europe London’s FTSE 100 slipped 1.4%, Germany’s Dax lost 2.2% and the French Cac 40 fell by 2.1%.

What is the yield curve?

This warning sign is coming from the bond market, the place where governments and companies go to borrow money by selling bonds.

A bond is a promise to make certain payments in the future, usually a large one when the bond “matures” and smaller ones in the interim, typically every six months.

How much investors pay for the bond determines the yield they will get – the higher the price, the lower the yield.

One factor affecting the yield that investors want is how long they have to wait for the big final payment.

Usually, a longer wait means they expect a higher yield.

It compensates them for tying their money up for longer, when there is more risk that unexpected inflation could erode the value of their returns.

Is it a reliable signal of recession?

What is unusual is that the yield on UK government bonds (gilts, as they are known) with two years to maturity went above the yield on the 10-year equivalent. The same thing happened in the US.

It is seen as a sign that investors want the assured returns from holding a longer-term bond and are worried about the shorter-term outlook for the economy.

Is the inverted yield curve reliable? According to economists at the US Federal Reserve: “Periods with an inverted yield curve are reliably followed by economic slowdowns and almost always by a recession.”

The time between the inversion and the onset of a recession is, however, not uniform.

Could this time be different?

That said, there is something about the current situation that didn’t apply to earlier episodes: quantitative easing, the policy pursued by many central banks after the financial crisis (and before, in the case of Japan) of buying financial assets, mainly government bonds.

That had the effect of raising bond prices – which, remember is equivalent to reducing the yield from them.

So QE may well be making a contribution to the yield curve inversion that is taking place now.

The yield curve inversion does not tell us anything about what might be the specific reasons for any impending recession.

What is making the markets so nervous?

This time, there are several possible candidates out there.

The global trade conflict is a factor for many economies. Concerns held by many (though by no means all) businesses and investors about the possibility of a no-deal Brexit are a UK-specific issue that may be contributing.

The UK has just recorded one quarter of declining economic activity, so the idea of an imminent recession is not at all fanciful, although the figures have been influenced by stockpiling ahead of planned Brexit dates and the subsequent rundown of those stocks.

In the US, it would take a significant further slowdown to produce a recession.

Germany has also registered a quarter of declining activity, according to new figures, so a recession could be under way there too.

The yield curve for the German government is not inverted. But there is something else about government bonds there that is a clearly sign of a weak economic outlook: the fact that yields are below zero.

In effect, investors pay the government to lend to it.

That reflects the ultra-low interest rate policy of the European Central Bank, but it is also a sign of a weak economic outlook.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Eurostat. Il 22% della popolazione è a rischio povertà.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-21.

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Eurostat ha rilasciato i dati aggiornati al luglio 2019 relativi alla quota di popolazione esposta al rischio povertà od esclusione sociale.

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Destatis. 2019-08-19. Poverty and/or social exclusion

«According to the Europe 2020 Strategy, the EU aims to reduce the number of persons affected by poverty and/or social exclusion by 20 million by the year 2020. Despite a small drop in the percentage of persons affected, the target set has so far not been achieved. 22% of the EU population remain at risk of poverty and/or social exclusion. Romania and Bulgaria are the EU countries most affected by this issue.»

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Nell’Unione Europea la percentuale della popolazione totale a rischio povertà od esclusione sociale ammontava al 22.4%, nel 2017.

Il quadro per singolo stato è molto vario.

Si va dal 12.2% della Repubblica Ceka al 32.5% della Romania. Ma nazioni quali la Germania, 19.0%, Francia, 17.1%, Italia, 28.9%, denunciano preoccupanti livelli di sofferenza sociale ed economica

Sarebbe canone di giustizia render merito a taluni stati di aver abbattuto grandemente il livello di povertà.

La Bulgaria è scesa dal 60.7% del 2007 al 32.8% attuale, la Romania dal 47.0% al 32.5%, l’Ungheria dal 29.4% al 19.6%, la Polonia dal 34.4% al 18.9%. I paesi dell’est europeo hnno dimostrato di avere a cuore il benessere del popolo.

Al contrario, in stati quali il Lussemburgo la percentuale è salita dal 15.9% del 2007 agli attuali 21.5%.

Questi dati suggeriscono quindi, inter alias, di usare grande prudenza nel valutare indici di ricchezza quali per esempio il pil medio procapite. La media aritmetica risulta essere ingannatrice nel sommarizzare distribuzioni asimmetriche.

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La situazione diventa però molto più severa quando si considerino le femmine sopra i 60 anni di età.

In pochi stati, quali la Bulgaria, il tasso di povertà è sceso per questa stratificazione dal 71.5% del 2007 al 46.8% attuale, mentre in Romania è sceso dal 58.2% al 35.1%.

Ma in molti altri stati si è evidenziato un processo opposto.

Per esempio, in Svezia si è saliti dall’11.0% del 2007 agli attuali 18.0%, in Estonia dal 39.0% al 46.7%, nel ricco Lussemburgo dal 7.7% al 13.8%.

Le femmine hanno pagato duramente la politica economica impostata da Mr Juncker.

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L’Unione Europea e la Germania, sua principale economia nazionale, sono entrate in fase recessiva, per non voler usare il termine depressiva.

Sia il comparto produttivo sia quella legato all’export sta dando da mesi segnali negativi, che si associano a frammentazione politica ed a governi di minoranza oppure di debolissima rappresentanza.

In altri termini, i paesi dell’Unione si avviano a cercare di fronteggiare la crisi con dirigenze sgangherate e conflittuali, ossia proprio l’opposto di quello che la situazione richiederebbe.

Nessuna persona sana di mente invidia il compito che Frau Ursula von der Leyen si è assunta nell’accettare la Presidenza della Commissione.

Anche se un europarlamento vorrebbe spingerla a gestire problemi etici e morali, saranno i problemi economici il suo vero banco di prova, nell’auspicio che riesca a fare qualcosa di ragionevole.

Tuttavia, a nostro personale parere, la riduzione della quota di popolazione esposta alla povertà dovrebbe essere uno dei principali impegni sia dei governi nazionali sia dell’Unione Europea.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Bundesbank. Corretti gli ‘errori’, la Germania è in depressione da un anno.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-21.

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In Destatis, l’Istituto tedesco di statistica vi è stata di recente una epurazione degli elementi liberal. Non totale, ma ragionevole. Una volta eliminati i menzogneri costituzionali ed essendo la voce di Frau Merkel sempre più debole, inizia ad emergere anche nei documenti ufficiali quella realtà così a lungo negata.

Quanto emerso ha obbligato Deutsche Bundesbank a prendere posizione.

«The Federal Statistical Office has conducted an in-depth review of all national accounts calculations and rebased them to the reference year 2015. This has resulted in new rates of change for real GDP as a whole in specific periods. There have also been smaller revisions more recently.»

«Therefore, the quarter-on-quarter results for the first two quarters of 2018 were revised down. In the first quarter, growth consequently totalled 0.1% (down from 0.4%), while it amounted to 0.4% in the second quarter (after 0.5%).»

«The quarter-on-quarter results for the third and fourth quarters of 2018, by contrast, were corrected upwards. They were -0.1% in the third quarter (instead of -0.2%) and 0.2% in the fourth quarter (up from 0.0%).»

«The result for the first quarter of 2019 remained unchanged at 0.4% (all rates seasonally and calendar-adjusted).»

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«Economic output in Germany dipped slightly in the second quarter of 2019. The Federal Statistical Office (also known as Destatis) announced that gross domestic product (GDP) – the value of all goods and services produced in Germany – fell by 0.1% in seasonally adjusted terms on the quarter»

«Bundesbank President Jens Weidmann described the recent slowdown as an economic “slump”»

«the weaknesses have so far been concentrated in industry and exports»

«Sales in construction and in the hotel and restaurant sector declined. Wholesale trade slid into the downturn afflicting industry»

«the downturn in industry accelerated somewhat due to a decrease in foreign demand. In particular, exports to the United Kingdom were weak in the second quarter »

«Meanwhile, the demand for cars, pent up by delivery bottlenecks last year, had largely been met at the start of 2019 and did not increase further in the second quarter»

«The Bundesbank economists write that this depressed private consumption»

«Demand also suffered from broad-based weakness. Against the backdrop of the sharp contraction in exports and ““in light of declining capacity utilisation and the subdued outlook for manufacturing, businesses probably held back on investing in new machinery and equipment,””»

«Economic activity could decline slightly again in the current quarter, the economists suggest»

«There are, they write, no signs yet of an end to the downturn in industry»

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Mala tempora currunt sed peiora parantur.

Le pesate parole di Cicerone suonano davvero come macigni.

Entrata in depressione, Bundesbank ne prognostica una lunga durata.

Questi dati emergenti suggeriscono che i piani del Governo tedesco, massimamente quelli sul ‘clima’, non troveranno risorse per essere finanziati.

Frau Merkel prese nel 2005 la Cdu al 46% e la ha ridotta al 26%.

Aveva preso una Germania economicamente prospera e la ha portata alla depressione.

«Le femmine stanno benissimo nella dirigenza degli avversari», come disse Mr Putin.


Deutsche Bundesbank. 2019-08-19. Monthly Report: Industry and exports responsible for economic slowdown

Economic output in Germany dipped slightly in the second quarter of 2019. The Federal Statistical Office (also known as Destatis) announced that gross domestic product (GDP) – the value of all goods and services produced in Germany – fell by 0.1% in seasonally adjusted terms on the quarter. At the start of 2019, the German economy was still showing growth of 0.4%. Bundesbank President Jens Weidmann described the recent slowdown as an economic “slump”. ““The domestic economy is still doing well; the weaknesses have so far been concentrated in industry and exports. International trade disputes and Brexit are important reasons behind this,”” Mr Weidmann said. The Bundesbank’s current Monthly Report states that the slight economic slowdown affected many sectors in Germany: “Sales in construction and in the hotel and restaurant sector declined. Wholesale trade slid into the downturn afflicting industry”, the Bank’s economists write. Only retail trade as well as some other services sectors are likely to have provided positive momentum.

One-off effects had a dampening effect.

In the report, Bundesbank experts examine the causes of the GDP contraction in detail, and point out that the downturn in industry accelerated somewhat due to a decrease in foreign demand. In particular, exports to the United Kingdom were weak in the second quarter. A contributing factor to this, according to the Bundesbank’s economists, was the original Brexit date scheduled for the end of March. This resulted in substantial stockpiling in the United Kingdom over the winter months. This led to a countermovement in the second quarter. Furthermore, one-off effects that had supported economic activity in the first quarter had a distinctly dampening effect on the still intact domestic expansionary forces. Construction output declined steeply after posting a sharp increase during the first quarter due to favourable weather conditions. Meanwhile, the demand for cars, pent up by delivery bottlenecks last year, had largely been met at the start of 2019 and did not increase further in the second quarter. The Bundesbank economists write that this depressed private consumption.

Businesses likely held back on investing.

Demand also suffered from broad-based weakness. Against the backdrop of the sharp contraction in exports and ““in light of declining capacity utilisation and the subdued outlook for manufacturing, businesses probably held back on investing in new machinery and equipment,”” the Bundesbank’s experts write in their report. They point out that construction investment also fell. Private consumption is not likely to have exceeded the level of the strong preceding quarter by much. Government consumption may have provided the only meaningful boost to economic activity.

Economic activity could decline slightly again in the current quarter, the economists suggest. There are, they write, no signs yet of an end to the downturn in industry, adding: ““This could also gradually start to weigh on a number of services sectors.” “Leading labour market indicators painted a mixed picture. Industry further scaled back its hiring plans. By contrast, in the services sectors, except the wholesale and retail trade, and in construction, positive employment plans dominated.

Previous quarters revised.

The Federal Statistical Office has conducted an in-depth review of all national accounts calculations and rebased them to the reference year 2015. This has resulted in new rates of change for real GDP as a whole in specific periods. There have also been smaller revisions more recently. Therefore, the quarter-on-quarter results for the first two quarters of 2018 were revised down. In the first quarter, growth consequently totalled 0.1% (down from 0.4%), while it amounted to 0.4% in the second quarter (after 0.5%). The quarter-on-quarter results for the third and fourth quarters of 2018, by contrast, were corrected upwards. They were -0.1% in the third quarter (instead of -0.2%) and 0.2% in the fourth quarter (up from 0.0%). The result for the first quarter of 2019 remained unchanged at 0.4% (all rates seasonally and calendar-adjusted).

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Crisi. Rien ne va plus, les jeux sont faits. Große Koalition.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-20.

Beria 001

Tutte le crisi di governo di un grande paese europeo presentano sia risvolti squisitamente locali, sia aspetti di grande interesse per le nazioni vicine e per tutte le connessioni internazionali in essere.

Questa crisi italiana presenta inoltre una caratteristica del tutto peculiare.

Due formazioni politiche di non poco peso parlamentare hanno saldissimi rapporti internazionali: rapporti così saldi da essere definibili come di vera e propria sudditanza. In altri termini, non perseguono fini propri, bensì quelli dei loro partner con il malcelato scopo di ottenerne benefici per loro stessi.

Il partito democratico è saldamente inserito nella connection liberal socialista, attualmente guidata da Mr Macron e da Frau Merkel. Il Movimento Cinque Stelle intende invece capitalizzare in Europa il voto concesso a Frau von der Leyen.

Sotto questa ottica, Mr Salvini è stato di grande abilità nel far salire nei sondaggi la Lega dal 17% al 38%, e sarebbe anche in grado di vincere le elezioni, sotto la condizione che ciò gli fosse concesso.

Mr Salvini è percepito da una buona parte dell’Europa liberal come un outsider sul quale sarebbe loro impossibile esercitare pressioni: se andasse al governo nazionale farebbe gli interessi dell’Italia e non quelli dei liberal socialisti.

Se a quel tempo l’Italia esistesse ancora, i conti saranno regolati con le prossime elezioni politiche.

Ma nulla vieta di pensare che le divisioni e le invidie interne a questa nuova Große Koalition casereccia ne minino la stabilità. Una cosa è ottenere il voto di fiducia ed una ben diversa il sapersela mantenere.

Forse, qualcosa potrebbe smuoversi, a seconda dei risultati che emergeranno, dalle elezioni regionali in Umbria (27 ottobre), Calabria (novembre) ed Emilia Romagna (novembre o, forse, gennaio). Le passate elezioni in Abruzzo, Sardegna, Basilicata e Piemonte hanno visto nette vittorie del centrodestra con sconfitte dei governatori pidiini uscenti.

Nel caso di ulteriori vittorie del centrodestra la coalizione M5S – PD potrebbe non reggerne il peso.

Ma tutto richiede i suoi tempi.


Crisi di governo: ecco cosa vogliono i mercati.

Crisi di governo: diversi gli scenari in ballo. Solo uno però è il preferito dei mercati.

La scorsa settimana i mercati sono stati trascinati violentemente nella crisi di governo italiana.

Matteo Salvini ha scelto di rompere con gli alleati pentastellati e ha chiesto a gran voce la convocazione di nuove elezioni. Poi, all’improvviso, è arrivata anche la mozione di sfiducia a Giuseppe Conte.

I mercati non hanno assistito inermi alla crisi di governo aperta dal leader della Lega: mentre la Borsa Italiana ha bruciato più del 2,4%, lo spread BTP-Bund ha sfiorato minacciosamente i 240 punti base.

Crisi di governo: cosa vogliono davvero i mercati

Già la giornata di domani sarà fondamentale per capire quali saranno le sorti dell’esecutivo gialloverde, durato poco più di un anno. Alle 15 prenderà la parola Giuseppe Conte che potrebbe persino rassegnare le dimissioni.

Gli scenari, però, potrebbero essere molteplici. Secondo un’analisi dell’economista di Barclays Fabio Fois, riportata oggi da Milano Finanza, fra tutti, quello preferito dai mercati è soltanto uno: la nascita di una grande coalizione.

    “A nostro avviso, le elezioni anticipate o un rimpasto del governo inciderebbero negativamente sul sentiment del mercato. L’incertezza non dovrebbe durare a lungo, tuttavia, poiché prevediamo che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, prenderà il comando una volta che la crisi di governo sarà ufficialmente innescata, molto probabilmente domani, martedì 20 agosto.”

La grande coalizione formata da M5S, PD, LeU, autonomie locali e non affiliati, invece, potrebbe adottare un atteggiamento più cauto e cooperativo nei confronti dell’Europa. Con essa, la Commissione UE sarebbe probabilmente meno dura e potrebbe persino concedere margini di manovra più ampi.

In generale, la grande coalizione potrebbe portare vantaggi al M5S e al PD (che riuscirebbero ad evitare le elezioni), ma anche all’UE, che eviterebbe l’apertura di un altro fronte di crisi in un momento già delicato (si pensi solo alla Brexit e al deterioramento delle condizioni economiche).

Per tutti questi motivi i mercati stanno oggi sperando in uno scenario del genere. Tra le alternative:

  1. Nascita di un governo ad interim: l’ipotesi potrebbe essere ben accettata, ma si porterebbe dietro i classici rischi di attuazione che finirebbero per dipingerla come una soluzione temporanea e dunque troppo instabile.

  2. Rimpasto di governo: l’ipotesi, ha proseguito l’esperto di Barclays, sarebbe meno dura delle elezioni anticipate, ma comunque verrebbe mal digerita dai mercati che continuerebbero a prezzare uno scontro con le istituzioni europee sul bilancio.

  3. Nuove elezioni: l’ipotesi porterebbe probabilmente alla nascita di un esecutivo guidato dalla Lega. Lo scenario più ostile ai mercati che guarderebbero con apprensione ai rapporti con l’Unione europea e all’approvazione delle nuove misure.

    “A meno che la Commissione UE non sia disposta a fornire un margine di manovra fiscale significativo, riteniamo che vi sia un rischio non trascurabile di scontro tra l’Italia e Bruxelles, che potrebbe comportare l’applicazione della procedura per disavanzo eccessivo”.

La crisi di governo, secondo i mercati, dovrebbe risolversi pacificamente con la nascita di una grande coalizione. Per capire in che direzione sceglieranno di muoversi le parti in causa, però, bisognerà attendere almeno domani.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Italia. E mo che famo? Se va’ a magna’. Benvenuti nel chaos stabilizzato.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-19.

Camera. 630.

Senato. 320.

M5S

216

107

Lega

125

58

Misto

6

4

PD

111

51

FI

104

62

FdI

33

18

Misto

21

13

LeU

14

Autonomie

8

Cerchiamo di ragionare, nei limiti del possibile.

Il Governo attuale ha 216 + 125 + 6 = 347 deputati, contro una maggioranza di 315; ha 107 + 58 + 4 = 169 senatori, contro una maggioranza di 169.

Questi numeri non tengono conto degli spostamenti già fatti o in via di esecuzione.

Un eventuale Governo M5S e Pd avrebbe 216 + 111 = 327 deputati e 107 + 51 = 158 senatori. Avrebbe la maggioranza alla Camera, ma non quella nel Senato.

L’unica alternativa numericamente possibile potrebbe essere un Governo che raggruppasse M5S, PD più tutte le altre formazioni minori della sinistra, LeU alla Camera Misto ed Autonomie al Senato.

La condizione necessaria sarebbe che tutti i parlamentari votassero in accordo alle scelte delle rispettive dirigenze.

* * *

Tuttavia, una cosa è la mera possibilità numerica ed una totalmente differente è il riuscire a coagulare una coalizione politicamente stabile o, quanto meno, non troppo litigiosa.

Nell’impossibilità di costituire una simile coalizione, le elezioni anticipate sarebbero l’unica soluzione possibile.

* * *

Nessuno può prevedere il futuro, specie poi tenendo conto della personalità dei nostri parlamentari, per non parlare poi di quella dei dirigenti dei partiti politici.

Si leggono quindi con molta perplessità le dichiarazioni rilasciate da alcuni importanti ministri.


Ministri M5s, mai al tavolo con Renzi

«C’è una forza politica in Italia che ha sempre mantenuto la sua coerenza e ferma la bussola sull’interesse dei cittadini, non delle banche né dei comitati d’affare. Il M5S non si siederà mai al tavolo con Renzi e/o Boschi …. La questione non è personale – scrive Bonafede – il Paese ha ancora bisogno di un cambiamento che è totalmente incompatibile con certi nomi. È un momento delicato per il Paese. Ora basta con le bufale, siamo seri per piacere. Grazie» [Ministro Alfonso Bonafede]

«Voglio dirlo chiaramente …. noi non faremo accordi con Renzi e Boschi, è la bufala dell’estate che la Lega sta diffondendo dopo aver fatto cadere il Governo. Il nostro obiettivo è tagliare 345 parlamentari, chi il 20 agosto voterà contro il presidente Conte lo farà solo per impedire la riforma. Questa è la verità» [Ministro Riccardo Fraccaro]

*


M5s: ‘Salvini non affidabile’

«Luigi Di Maio, Beppe Grillo, Davide Casaleggio, Roberto Fico, Alessandro Di Battista, Paola Taverna e i capigruppo Patuanelli e D’Uva sono compatti nel definire il leader leghista, “un interlocutore non più credibile”, e “inaffidabile”»

«Prima …. la sua mossa di staccare la spina al Governo del cambiamento l’8 agosto tra un mojito e un tuffo. Poi questa vergognosa retromarcia in cui tenta di dettare condizioni senza alcuna credibilità, fanno di lui un interlocutore inaffidabile, dispiace per il gruppo parlamentare della Lega con cui è stato fatto un buon lavoro in questi 14 mesi. Il Movimento …. sarà in Aula al Senato al fianco di Giuseppe Conte il 20 agosto»

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Roberto Casaleggio “redivivo” : “Accordo M5s-Pd? Lascerei il Movimento”

«Chissà cosa hanno promesso i dem ai dirigenti del M5* per convincerli a schierarsi con loro…..a parte questo, per coerenza (parola sconosciuta in Italia), dovrebbero abbandonare il partito tutto quelli contrari alle sinistre. Questo significherebbe la perdita di buona parte dei voti del M5*….e mi chiedo….a questo punto sarebbe legale un governo presieduto da partiti di minoranza ??????»

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Governo M5S-Pd, il programma: tasse, salario minimo, giustizia e… ESCLUSIVO

«Esclusivo: su Affaritaliani.it il programma del governo M5S-Pd. I dem freddi sull’ipotesi di un Conte bis. Inside

Mentre i vertici del Movimento 5 Stelle, riuniti da Beppe Grillo, chiudono definitivamente a Matteo Salvini, gli sherpa del Pd e dei pentastellati proseguono nelle discussioni per la stesura del programma del nuvoloso governo, che, a detta di entrambi, dovrà avere come orizzonte la scadenza naturale della legislatura.

Il primo punto di intesa è il rapporto con l’Unione europea declinato nella coalizione Orsola da Romano Prodi (ovvero le forze politiche che hanno votato sì a Ursula Von der Leyen). Critiche a Bruxelles troppo rigida sull’austerità e sul rispetto dei vincoli, ma nessuna guerra e soprattutto nessuna ipotesi di uscita dall’euro. A proposito di Europa fonti dem tengono ad escludere che il commissario italiano posso essere il senatore Matteo Renzi, così come scritto stamattina da La Verità. Non a caso in queste ore due big del M5S come Bonafede e Fraccaro hanno escluso ogni possibilità di sedersi “al tavolo con Renzi e la Boschi”. 

Sul fronte delle tasse la via maestra è quella del taglio del cuneo fiscale, punto sul quale non sarà difficile trovare un accordo tra M5S e Pd. Accantonata definitivamente la flat tax leghista. Per quanto concerne il salario minimo i dem sono disposti ad aprire alla proposta dei pentastellati purché, come dicono anche le principali organizzazioni sindacali, resti una parte di autonomia da lasciare alla contrattazione tra le parti.

Passando all’autonomia regionale l’ipotesi di lavoro è quella dell’Emilia Romagna ovvero la concessione anche a Lombardia e Veneto dell’autonomia chiesta dalla Regione a guida Pd, quindi molto meno spinta rispetto alle richieste di Luca Zaia e Attilio Fontana.»

* * *

Lungi da noi l’idea di commentare una simile situazione.

Constatiamo soltanto come ciascuna di codeste dichiarazioni contrasti con una possibile soluzione numerica, ma alla fine delle fine si dovrà bene andare alla conta.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. Frau Merkel verso la rottamazione.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-19.

2019-08-18__Germania__001

A settembre si voterà in Brandenburg ed in Sachsen, mentre il 27 ottobre sarà Thüringen ad andare alle urne.

I liberal socialisti, le ngo e Frau Merkel hanno scatenato una formidabile offensiva mediatica contro Alternative für Deutschland, nel tentativo di contenerne il progresso.

Ma la campagna di stampa e di boicottaggio si sta schiantando contro l’ingresso della Germania un una fase regressiva che sta rapidamente trasformandosi in fase francamente depressiva.

Se i risultati dei sondaggi elettorali si avverassero e se questa conventio ad excludendum non sia foriera di grossolane manipolazioni dei risultati delle urne, ci si ricordi solo il caso austriaco, ai tremori di Frau Merkel potrebbe aggiungersi un colpo apoplettico.

In termini medi, nel Länder chiamati al voto, AfD  raggiunge il 24% contro il 22% della CdU. La Spd naviga giusto poco sopra il 10%.

Ma AfD supera la Cdu sia in Brandenburg sia in Thüringen.

2019-08-18__Germania__002

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Si faccia una grande attenzione.

La stampa ed i media liberal socialisti proclameranno grande vittoria il fatto che AfD non abbia ottenuto la maggioranza assoluta dei voti.

Come di abitudine, questa sarebbe una grande menzogna.

Il problema vero sarebbe invece il crollo di 18 punti percentuali subiti dai partiti governativi, la Cdu e la SpD.

Gli Elettori stanno fuggendo da Cdu ed Spd: questo è il nocciolo della questione.

Dopo di che, da un punto di vista funzionale, che Frau Merkel si dimetta o meno sta diventando fatto irrilevante. Se anche continuasse a rimanere alla guida della Cdu, guiderebbe un partito in rotta, il cui peso specifico si riduce giorno dopo giorno.

La depressione economica sarà la migliore alleata di AfD: messi alla fame anche i tedeschi ragionano.