Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. Chiede per Weidmann il governatorato dell’Ecb dopo Draghi.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-24.

Frankfurt

Dal punto di vista giuridico formale la richiesta tedesca sembrerebbe essere perfettamente corretta:

«A giugno e a fine anno ci saranno appuntamenti chiave per le scelte di Draghi, il cui mandato terminerà nel novembre 2019»

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«Il presidente della Bce dovrebbe essere scelto secondo le sue qualifiche, e non in base alla nazionalità»

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«Comunque nulla esclude che dopo un olandese, un francese ed un italiano, per l’appunto Mario Draghi, possa arrivare un tedesco.»

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«Ipotesi questa certo non gradita a tutti e che allarma alcuni Paesi europei vista la delicatezza nei prossimi anni della politica monetaria ed economica e dei bilanci pubblici, senza una revisione ed aggiornamento dei Trattati europei.»

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I problemi sul tavolino sono giganteschi, e nessuna soluzione possa essere trovata potrà essere soddisfacente per tutti gli stati dell’Eurozona. Non solo, queste decisioni su come condurre la banca centrale europea dovranno essere prese in un momento di particolare delicatezza, massimamente a causa della instabilità politica che sta verificandosi in molti paesi dell’Unione Europea e, di riflesso, sulla Commissione Europea e sul Parlamento Europeo. A ciò si aggiunga come tutti gli stati convengano che i Trattati dell’Unione dovrebbero essere cambiati ed aggiornati, deburocratizzati in modo sostanziale, ma tutti si stanno litigando su cosa e come dovrebbe essere l’assetto finale.

Grecia, Spagna ed Italia hanno governi traballanti, con poco o punto supporto di una maggioranza parlamentare con idee chiare, qualsiasi esse siano, su come doversi comportare in materia. In Austria ci si sta avviando alle elezioni anticipate, che potrebbero anche ribaltare gli attuali schieramenti, ed in Francia sembrerebbe essere inevitabile che il Presidente Macron non goda di una sua propria maggioranza in seno all’Assemblea Nazionale. In Olanda non è ancora stato formato un governo.

Come detto, i problemi di Ecb sono enormi e, per soprammercato, la situazione internazionale è in forte sommovimento, situazione questa che renderebbe già di per sé stessa fragile anche una ragionevole ripresa economica dell’Eurozona.

Sul tappeto vi saranno sicuramente la stabilità dei cambi, che molto difficilmente l’Ecb potrà assicurare nel tempo, il tapering, ossia il momento in cui una banca centrale inizia a ridurre gradualmente gli acquisti di titoli e dunque la portata del quantitative easing (QE), il problema dei debiti sovrani e dei deficit di bilancio che in molti stati dell’Unione Europea apparirebbero essere fuori controllo, nonché i rapporti da tenersi con la Federal Reserve americana e con la banca centrale cinese. La politica americana di “America first” certo non semplificherà i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico. Da ultimo, ma non certo per ultimo, la ripresa economica dell’Unione Europea, da molti percepita ma da nessuno constata come fenomeno in essere.

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Per nostra disgrazia, nessuna componente politica ed economica sembrerebbe poter assumere in modo chiaro e netto il ruolo direzionale. La Ecb sarà di conseguenza lasciata sola, quasi allo sbando, senza poter avere dei referenti politici ai quali poter far capo.

Ci si dovrebbe quindi preparare ad tutta una lunga serie di compromessi, che alla fine non soddisferanno nessuna delle esigenze reali.

Se da una parte il QE ha dato ampio respiro ai sistemi economici dei paesi mediterranei, nel contempo ha costituito severo vincolo per quelli nordici. Se la politica dei tassi di interesse negativi ha favorito i paesi del sud Europa, nel contempo ha ridotto ampiamente i margini di manovra di tutto il sistema bancario europeo, soprattutto quello tedesco.

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Staremo a vedere cosa potrà succedere.

Di certo, però, molte rigidità del sistema dovranno cadere, con tutte le logiche conseguenze.


General-Anzeiger. 2017-05-21. Merkel will für Weidmann als EZB-Chef werben

Berlin/Frankfurt. Die Amtszeit des Präsidenten der Europäischen Zentralbank (EZB) Mario Draghi endet zwar erst 2019. Doch auch die Franzosen bringen schon ihren Kandidaten ins Spiel.

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Mario Draghi (69) ist als Präsident der Europäischen Zentralbank (EZB) einer der mächtigsten Männer Europas. Seine Amtszeit endet 2019, schon jetzt beginnt die Nachfolgedebatte. Kanzlerin Angela Merkel und Finanzminister Wolfgang Schäuble (beide CDU) wollen hierbei deutsche Ansprüche geltend machen. Laut „Spiegel“ haben sie vor, sich für Bundesbankpräsident Jens Weidmann (49) einzusetzen. Ihr Argument: Nach einem Niederländer, einem Franzosen und einem Italiener sei es nun an der Zeit, dass ein Deutscher an die EZB-Spitze rücke. Weidmann soll bereit sein, das Amt zu übernehmen, sollte es ihm angetragen werden.

Auf die Frage, wie die Stellenbeschreibung für den EZB-Chef aussehen müsste, hatte Weidmann im März gesagt: „Er muss ein guter Geldpolitiker sein mit Blick für das Wesentliche.“ Zur Frage, ob es ein Deutscher sein dürfe, hatte er erklärt: „Ich fände es eigenartig, wenn man ein Land ausschließt.“

Die Bundesregierung wies darauf hin, dass Draghis Amtszeit erst 2019 ende. Die Bundesbank sprach von „einer Diskussion zur Unzeit“. Auch sie verwies darauf, dass Draghi noch bis Ende Oktober übernächsten Jahres im Amt sei.

Doch auch die Franzosen haben begonnen, für ihren Notenbankpräsidenten François Villeroy de Galhau (58) zu werben. Ihr Argument: Jetzt, wo der europafreundliche Emmanuel Macron gewählt worden sei, müsse Europa im Gegenzug auch Macron stärken. Dazu könne beitragen, das einflussreiche Amt in Frankfurt erneut einem Franzosen zu übertragen. Von 2003 bis 2011 hatte bereits der Franzose Jean-Claude Trichet die EZB geführt. Für Villeroy de Galhau spricht, dass er die ultralockere Geldpolitik mitträgt, mit der die EZB den Euro-Krisenstaaten hilft. Weidmann dagegen hat das milliardenschwere Anleihe-Kaufprogramm der EZB mehrfach kritisiert. Ohnehin sind die Deutschen wegen ihrer Sparpolitik in Staaten wie Griechenland unbeliebt.

Andererseits soll Villeroy de Galhau längst nicht das Format von Trichet haben, heißt es in Berlin. Zugleich stehen die Deutschen für gut ein Viertel der Hilfen ein. Am Ende dürfte es darauf ankommen, ob Merkel diese Machtkarte ziehen und Weidmann durchsetzen will. Auch denkbar: Man verständigt sich auf einen Kompromisskandidaten aus Nordeuropa.


General-Anzeiger. 2017-05-21. Merkel wants to promote Weidmann as ECB boss

Berlin / Frankfurt. The term of office of the President of the European Central Bank (ECB) Mario Draghi does not end until 2019. But the French also bring their candidate into the game.

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Mario Draghi (69) is one of the most powerful men in Europe as President of the European Central Bank (ECB).His term of office ends in 2019, and the succession begins right now.Chancellor Angela Merkel and Finance Minister Wolfgang Schäuble (both CDUs) want to claim German claims.According to “Spiegel” they intend to work for Bundesbank President Jens Weidmann (49).Her argument: after a Dutchman, a Frenchman and an Italian, it was now time for a German to go to the top of the ECB.Weidmann should be ready to take over the office, should it be asked.

Asked how the job description for the ECB boss would look like, Weidmann said in March, “He must be a good monetary politician with an eye for the essentials.” Asked whether he could be a German, he explained: I would find it peculiar to exclude a country. “

The federal government pointed out that Draghi’s term of office would not end until 2019.The Bundesbank spoke of “a discussion on the untimely”.She also pointed out that Draghi was still in office until the end of October of the next year.

But the French have also begun to promote their bank president, François Villeroy de Galhau (58).Her argument: Now that the European Emmanuel Macron had been elected, Europe would have to strengthen Macron in return.This could contribute to the transfer of the influential office in Frankfurt to a Frenchman.From 2003 to 2011 the Frenchman Jean-Claude Trichet had already led the ECB.For Villeroy de Galhau, he says that he is contributing the ultralock monetary policy with which the ECB helps the euro-crisis states.Weidmann, on the other hand, has repeatedly criticized the multi-billion dollar borrowing purchase program of the ECB.In any case, the Germans are unpopular in states like Greece because of their austerity policy.

On the other hand Villeroy de Galhau will not have the format of Trichet, says Berlin.At the same time the Germans stand for a quarter of the aid.In the end, it would be important to see whether Merkel would pull this map of power and put Weidmann through.It is also conceivable that a compromise candidate from Northern Europe will be agreed upon.


ForexLive. 2017-05-21. Germany already pushing for Weidmann to take over ECB after Draghi

The jockeying for leadership of the ECB has already begun.

The German press reports that Merkel is pushing for Weidmann to replace Draghi at the end of his term.

He’s a compelling candidate. A German has never led the ECB and Weidmann has positioned himself as more of a moderate than the uber-hawks before him.

Still, he’s a hawk and has criticized QE. But again, the QE program is winding down and there’s no crisis on the horizon so it’s a better time than ever for a German.

Still, it wouldn’t go over well in the periphery.


Rai News. 2017-05-21. La Germania si autocandida alla presidenza Bce.

Weidmann, presidente della Bundesbank: io dopo Draghi? La Bce non può escludere i tedeschi. Lungo braccio di ferro per la stretta dei tassi e la fine del quantitative easing.

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Jens Weidmann, il presidente della Bundesbank indicato da un settimanale per la successione a Mario Draghi alla presidenza della Bce, non si tira indietro e rivendica il diritto della Germania a candidare un tedesco. “Il presidente della Bce dovrebbe essere scelto secondo le sue qualifiche, e non in base alla nazionalità”, ha replicato Weidmann in un’intervista al Der Standard dopo l’indiscrezione, comparsa sullo Spiegel, dell’attuale presidente della Bundesbank come papabile alla guida, post Draghi, della Bce. Candidatura fortemente voluta da Berlino, sia dalla cancelliera Angela Merkel che dal ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble, che però è stata subito smentita.

A giugno e a fine anno ci saranno appuntamenti chiave per le scelte di Draghi, il cui mandato terminerà nel novembre 2019 ed a Francoforte si prospetta un ulteriore lungo braccio di ferro sulla stretta dei tassi e la fine del Quantitative Easing. D’altro canto Jens Weidmann si è sempre opposto a molte delle misure di politica monetaria espansiva volute da Mario Draghi e da tempo il presidente della Banca centrale tedesca, sulla scia di una ripresa economica e dell’inflazione nell’Eurozona, spinge, assieme ai Paesi del Nord Europa, per il rialzo dei tassi e l’uscita dal piano di acquisti dei titoli di Stato, cioè dal QE. Comunque nulla esclude che dopo un olandese, un francese ed un italiano, per l’appunto Mario Draghi, possa arrivare un tedesco. Ipotesi questa certo non gradita a tutti e che allarma alcuni Paesi europei vista la delicatezza nei prossimi anni della politica monetaria ed economica e dei bilanci pubblici, senza una revisione ed aggiornamento dei Trattati europei.

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Spagna. Lo schiamazzo va crescendo.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-23.

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Nelle elezioni del 26 giugno 2016 il partito popolare ottenne in Parlamento il 33.01% dei voti (137/350 seggi), il partito socialista il 22.63% (85 seggi), i Podemos il 13.37% (45 seggi), i Ciudadanos il 13.06% (32 seggi). Al senato il partito popolare dispone di 130/208 seggi, contro i 43 del partito socialista.

Una situazione di stallo, risoltasi alla fine con la defenestrazione il 1° ottobre 2016 di Pedro Sánchez, segretario del partito socialista, che si opponeva a qualsiasi forma collaborativa per formare un governo. Nacque così un governo Rajoy di minoranza.

È un governo che per ogni provvedimento deve girare con il cappellino in mano per raggranellare uno straccetto di maggioranza, effimera quel tanto che basta a varare una legge. Poi, si rincomincia da capo.

Ma il vero dramma si consuma nella Commissione Europea e nell’Eurogruppo. Lì Mr Rajoy conta meno della polvere sui davanzali. Non può prendere nessuna decisione senza essersi preventivamente consultato. E, sia detto per inciso, anche nel caso che potesse esprimere un parere, dovrebbe farlo velocemente, perché la sua maggioranza è volubile peggio di una femmina capricciosa.

Adesso i socialisti hanno rieletto Mr Sánchez quale segretario del partito. Si potrebbe presumere che non rientri nei programmi di Mr Sánchez far cadere il governo.

Ma a questo ci sta già pensando il Podemos:

«On Friday, Podemos filed a motion of no-confidence against Rajoy, a move seen as a challenge to the Socialists to vote to fight the conservatives by their side in a leftist coalition they have until now resisted».

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Come si constata, è una situazione caotica, lasciata a sobbollire fino a settembre, quando si terranno le elezioni politiche tedesche.

Alla fine, gli unici stati ad avere governi quasi stabili saranno la Germania, forse la Francia, Polonia, Repubblica Ceka, Slovakia ed Ungheria.

Questo comportamento scriteriato dei socialisti europei consegnerà la Commissione Europea nelle mani dell’Asse franco-tedesco. Ma gli interessi politici ed economici di tale Asse sono opposti a quelli dei paesi mediterranei.


Reuters. 2017-05-23. No risk of snap election in Spain after Sanchez’s return, says PM

There is no risk of a snap national election in Spain, Prime Minister Mariano Rajoy said on Monday, playing down any threat to his minority-led government from a change of leadership in the opposition Socialist party.

The track record of left-winger Pedro Sanchez, ousted as Socialist leader in October and re-elected to the post on Sunday, points to less cooperation with the government on major cross-party issues including labour reform and budget spending.

But Rajoy noted his government had already passed legislation during its seven-month tenure without the backing of the second-biggest party in parliament.

“There won’t be early elections,” he told journalists on Monday. “The Socialist party changes nothing for me. I’ll try and reach agreement with them on issues, but if we don’t reach an understanding, so be it.”

Financial markets – attuned to political tensions in the euro zone after Austria, the Netherlands and France have this year fended off populist challenges at elections – reacted nervously to Sanchez’s election on Monday.

By 1240 GMT, Spain’s Ibex was down 0.3 percent while the broader pan-European STOXX 600 index was flat. The yield on the country’s 10-year benchmark bond rose about 5 basis points, with gains trimmed slightly after Rajoy’s comments.

BITTERLY DIVIDED

Spanish analysts and commentators took a more sanguine view.

“I don’t think the new PSOE (Socialist) secretary general is interested in destabilising the government right now,” wrote the editor of El Mundo newspaper, Pedro Guartango, in an editorial. “He is more likely to play for time and build an alternative to Rajoy.”

The PP holds 134 seats in parliament, compared to 84 for the Socialists. For a no-confidence vote in Rajoy to pass, the Socialists would have to join forces with far-left newcomer Podemos – an alliance they failed to create in the past – and PP ally Ciudadanos would have to abstain.

Rajoy has been able to pass policies without the support of the Socialists by counting on the support of market-friendly Ciudadanos and others.

Spain’s long-delayed 2017 budget is due for a parliamentary vote of approval in coming weeks and the PP says it has the backing to pass the bill after courting regional governments in the Basque country and the Canary Islands.

Rajoy had warned that if the 2017 budget was blocked he would call fresh elections.

Sanchez’s re-election despite presiding over a slump in support carries parallels with the continued party backing for his counterparts in Britain and France, Jeremy Corbyn and Benoit Hamon, who have also performed poorly in polls.

Party leader from 2014 to 2016, Sanchez garnered the worst electoral showing on record for the Socialists when he headed the 138-year-old party in the last two elections.

The 45-year-old’s first task will be to unite a bitterly divided party, which he promised to do in his victory speech late on Sunday.


Reuters. 2017-05-21. Spain’s Socialists reelect hardliner Sanchez in leadership vote

Spain’s Socialists on Sunday choose former leader and hardliner Pedro Sanchez to head the party again, a vote likely to make it harder for the ruling conservatives to secure the opposition support it needs in parliament to push through legislation.

Sanchez has pledged to take a firm stand against the ruling minority People Party’s (PP) market-friendly, deficit-tackling policies.

Sanchez will lead the Socialists further left and place them in direct opposition to the PP, increasing the possibility of a hung parliament over key reforms, something Prime Minister Mariano Rajoy has warned would trigger a new general election.

Sanchez was ousted last October after he refused to abstain in a vote to break a nine-month deadlock and avoid a third election following two inconclusive votes.

Once out, the Socialists stepped aside to allow Rajoy to reassume the PM’s office, a position which infuriated many on the left even though a repeat election would have meant more Socialist votes lost.

The party has been left to prove its relevance in a split parliament that has pitched it between the right-wing policies of the PP and market friendly Ciudadanos (Citizens) on one hand and the hard-left Podemos (We Can) on the other.

FRACTURED AND STRUGGLING

The Socialists have suffered the fate of many of their left wing peers across Europe as electioneering has been distorted by populist leaders from all sides of the political spectrum, leaving its base fractured and struggling for an identity.

In Spain, part of that political sea change has been due to the arrival of the anti-austerity Podemos, which began as a grassroots movement against the PP’s deficit-fighting policies during the prolonged economic crisis.

The latest polls place the Socialists slightly ahead of Podemos after loosing ground to the far left group late last year, though the conservatives remain firmly in front despite unpopular economic policies and a slew of corruption scandals.

“When the Socialists lost their profile as the alternative and became confused with their adversary, the electorate ends up not recognizing it and going for more populist options,” Sanchez campaign coordinator Jose Luis Abalos said.

On Friday, Podemos filed a motion of no-confidence against Rajoy, a move seen as a challenge to the Socialists to vote to fight the conservatives by their side in a leftist coalition they have until now resisted.

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Grecia. A dopo le elezioni la resa dei conti.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-23.

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Il problema greco sussiste e si direbbe che stia peggiorando di giorno in giorno.

Ma nulla può essere protratto all’infinito.

Non dovrebbe fare notizia il fatto che ad oggi la Grecia non abbia le liquidità necessarie per onorare le scadenze.

L’unica novità consiste nel fatto che al momento l’Unione Europea sta vivendo un inusuale periodo elettorale, e che a nessuno converrebbe l’esplosione della crisi greca in questo momento.

«Figures released earlier this month showed that Greece had fallen back into recession for the first time since 2012»

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«Greece has failed to secure a deal to unlock the next instalment of its multi-billion-dollar bailout after talks with eurozone finance ministers broke down»

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«Eurogroup head Jeroen Dijsselbloem said there was still a gap “between what could be done and what some of us had expected should be done”»

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«Nonetheless, he said they were “very close” to an agreement. Informal talks are expected to continue ahead of the group’s 15 June meeting»

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«The Brussels-based meeting was aimed at deciding whether Greece had done enough to receive a €7.5bn (£6.4bn; $8.3bn) loan plus debt relief.»

*

«The cash is vital for Greece to avoid defaulting on a debt repayment due in July»

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«Atene, invece, non ha per ora ottenuto la tranche di aiuti per pagare i 7 miliardi di euro di crediti che scadono a luglio, in maggior parte bond in mano alla Bce e non vede ancora la luce in fondo al tunnel per la ristrutturazione del debito.»

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«La Germania non ci sente e vuole al affrontare il problema l’anno prossimo dopo il voto politico di settembre, comunque al massimo allungando i termini dei pagamenti o riducendo i tassi di interesse ma senza ristrutturazione del debito»

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«Accordo saltato dunque sul debito greco all’eurogruppo tenutosi ieri a Bruxelles, una vicenda che dura da sette anni e che come la tela di Penelope non sembra mai trovare una fine»

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In parole povere, si deve constatare ancora una volta come la Grecia sia fallita, e che per pagare interessi e refusioni sia obbligata a contrarre ulteriori debiti, che nessuno vorrebbe concederle. Nel contempo, quasi tutta la popolazione giovane è emigrata all’estero.

Con settembre dovrebbe aver votato anche la Germania, ed allora verosimilmente tutto dovrebbe essere rimesso in discussione.

Ma “La Germania non ci sente e vuole al affrontare il problema l’anno prossimo dopo il voto politico di settembre, comunque al massimo allungando i termini dei pagamenti o riducendo i tassi di interesse

Grecia. Accordo basato sulle promesse greche. Fidarsi è bene, ma …

Grecia. I soldi finiranno a luglio, dopo le elezioni.

Grecia. Il Grexit torna di attualità.

Europa, Grecia ed austerità. Si avvicina l’epilogo.

Grecia. Non se ne parla più, ma esiste ancora.

Grecia. Banca Centrale: 427,000 giovani emigrati.

Grecia. Approvata l’austerità. Documento di 7,000 pagine….

Grecia. La pacchia continua a spese nostre.

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Si faccia attenzione. A fine anno si entrerà in una quiete elettorale, l’Ecb inizierà a ridurre gli acquisti di titoli di debito pubblico, e verosimilmente i tassi di interesse ritorneranno ad essere positivi. Non è solo la Grecia ad essere in sofferenza.


Bbc. 2017-05-16. Greek economy sinks back into recession

Greece has fallen back into recession for the first time since 2012, official figures from Eurostat show.

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The country’s gross domestic product (GDP) fell by 0.1% in the first three months of the year after shrinking by 1.2% in the final quarter of 2016.

The figures come as Greek unions begin two days of industrial action against cuts to pensions and tax rises insisted on by creditors.

Greece is still struggling to secure a new bailout from international lenders.

Its government hopes the loan payment will be approved by a meeting of eurozone finance ministers on 22 May.

Howard Archer, chief economist at IHS Markit, said Greece’s return to recession was largely due to uncertainty over the bailout.

“Encouragingly, agreement between Greece and its lenders on reforms was agreed in early May,” he said.

“With EU creditors now expected to finally sign off on Greece’s latest injection of rescue cash, the European Commission expects growth to bounce back to 2.6% this year.”

Greek ferries and news services were being disrupted on Tuesday as part of two days of industrial action to protest against a new round of austerity measures.

A 24-hour general strike planned on Wednesday is expected to disrupt transport and public services.

Eurostat said the European Union as a whole continued to grow in the first quarter, expanding by 2% compared with the same period last year.

In the eurozone, annual growth came in at 1.7%, with a 0.5% rise for the quarter compared with the last three months of 2016.

The fastest-growing economies were Latvia, Lithuania and Portugal, which expanded by 1% in the quarter.

Germany, the EU’s biggest economy, posted a 0.6% expansion.


Bbc. 2017-05-23. Greece fails to secure fresh bailout funds

Greece has failed to secure a deal to unlock the next instalment of its multi-billion-dollar bailout after talks with eurozone finance ministers broke down.

Eurogroup head Jeroen Dijsselbloem said there was still a gap “between what could be done and what some of us had expected should be done”.

Nonetheless, he said they were “very close” to an agreement.

Informal talks are expected to continue ahead of the group’s 15 June meeting.

The Brussels-based meeting was aimed at deciding whether Greece had done enough to receive a €7.5bn (£6.4bn; $8.3bn) loan plus debt relief.

The cash is vital for Greece to avoid defaulting on a debt repayment due in July.

To secure the funds, the country has had to enact a series of economic reforms.

The International Monetary Fund and Germany are reported to have disagreed over how to help ease the country’s debts once its rescue programme ends next year.

The IMF’s participation in Greece’s latest bailout hinges on resolving this issue.

“The feeling was…. more work was needed to be able to have that kind of clarity that the financial markets understood and the Greek people understood (of) what to expect at the end of the programme period in terms of debt relief,” Greek Finance Minister Euclid Tsakalotos said.

However, he also said he was optimistic that a definitive deal could be brokered by the time of the next formal meeting in June.

Figures released earlier this month showed that Greece had fallen back into recession for the first time since 2012.

The country’s gross domestic product (GDP) fell by 0.1% in the first three months of the year after shrinking by 1.2% in the final quarter of 2016, the Eurostat figures showed.


Sole 24 Ore. 2017-05-23. Eurogruppo rinvia tranche e non scioglie rebus debito greco

L’Eurogruppo sulla Grecia, durato sette ore, è terminato con un rinvio sulle misure di alleggerimento del debito e del pagamento della tranche di aiuti al meeting del 15 giugno previsto a Lussemburgo: è quanto ha detto alla conferenza stampa a mezzanotte tra lunedì e martedì Jeroem Dijssembloem, presidente dell’eurogruppo insieme al commissario europeo agli Affari economici Pierre Moscovici a Bruxelles. Intorno alle 19.00 l’Eurogruppo si era interrotto per consentire varie riunioni bilaterali, tra cui quella a quattro tra il presidente Dijsselbloem, il rappresentante del Fmi Thomsen, e i ministri francese e tedesco Le Maire e Schauble.

Jeroem Dijsselbloem ha fatto presente i grandi progressi e le implementazioni fatte dal governo greco, soprattutto per il varo delle “ prior action”, le azioni prioritarie. «Molto lavoro è stato fatto», ha ammesso il presidente dell’eurogruppo solitamente molto severo verso la Grecia. Per la seconda revisione quindi si è acceso il disco verde mentre la discussione sul debito è rimasto aperta sul tema della sostenibilità del debito che deve essere rivisto molto attentamente come chiede l’Fmi. «Non abbiamo raggiunto l’accordo e a giugno continueremo le discussioni», ha ammesso Dijsselbloem. Moscovici ha ricordato che «siamo nelle buona direzione e che le parti si sono molto avvicinate». Una doccia fredda per il governo Tsipras.

“Non abbiamo raggiunto l’accordo e a giugno continueremo le discussioni” Jeroem Dijssembloem, presidente dell’eurogruppo.

Accordo saltato dunque sul debito greco all’eurogruppo tenutosi ieri a Bruxelles, una vicenda che dura da sette anni e che come la tela di Penelope non sembra mai trovare una fine. Nemmeno l’effetto Macron ha potuto rompere i veti incrociati sul tema del debito.

Sul tappeto dei ministri dell’eurozona c’era un accordo che comprendeva sia la fine della seconda revisione del terzo programma ellenico da 86 miliardi di euro, che quindi apra la strada alla nuova tranche di aiuti ad Atene, sia la ristrutturazione del debito. Il mancato accordo non consente al Fmi di entrare nel salvataggio. Un funzionario Ue ha detto: «Il Fmi resta a bordo senza però essere realmente a bordo».

Il Fmi, uno dei creditori, è da più di un anno riluttante a intervenire di nuovo in partita fino a quando il debito greco non sia ritenuto “sostenibile” e vorrebbe un avanzo primario, cioè senza contare il peso degli interessi sul debito, meno impegnativo di quello attuale attestato al 3,5% annuo. Inoltre produce previsioni di crescita meno ottimiste degli europei e invita a tagliare il peso del debito (haircut) che viaggia al 180% del Pil.

La Germania non ci sente e vuole al affrontare il problema l’anno prossimo dopo il voto politico di settembre, comunque al massimo allungando i termini dei pagamenti o riducendo i tassi di interesse ma senza ristrutturazione del debito. Berlino, però, vorrebbe subito a bordo il Fmi, ma alle sue condizioni che per l’istituzione con sede a Washington sono inaccettabili. Atene, invece, non ha per ora ottenuto la tranche di aiuti per pagare i 7 miliardi di euro di crediti che scadono a luglio, in maggior parte bond in mano alla Bcee non vede ancora la luce in fondo al tunnel per la ristrutturazione del debito.

La vicenda era iniziata bene nella mattinata di lunedì quando prima il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici aveva riconosciuto gli sforzi del governo greco chiedendo un pari sforzo da parte dei creditori e il presidente francese Emmanuel Macron fresco di nomina all’Eliseo aveva riaffermato, nel corso di un colloquio telefonico con il premier greco Alexis Tsipras, di volere raggiungere presto un accordo per alleggerire nel tempo il peso del debito greco. Fonti dell’Eliseo avevano aggiunto che Macron aveva spiegato che l’input era nella tabella di marcia del ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, che lunedì ha preso parte per la prima volta all’Eurogruppo focalizzato proprio sulla questione greca che si trascina dal 2009.

Le Marie, che era di ritorno da Berlino, avrebbe puntato a una segnale di ottimismo sul tema per svelenire i contrasti forte del fatto che aveva concluso con il suo omologo tedesco un rilancio del motore franco-tedesco. «Abbiamo concordato di istituire un gruppo di lavoro per il rafforzamento dell’Eurozona» a partire da luglio, aveva annunciato il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, al termine dell’incontro a Berlino. Poi le distenze sulla questione della sostenibilità del debito con il Fmi non si sono appianate.

Il ministro Schaeuble, infatti aveva detto che si deve aspettare la chiusura del terzo pacchetto nell’estate 2018, «e poi vedremo quali altre misure siano necessarie». E così si è deciso il rinvio ancora una

  

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Olanda. Governo impossibile in un’Europa ingovernabile.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-23.

NETHERLANDS-POLITICS-GOVERNMENT

L’Europa sta attraversando un periodo di grande turbamento politico, sociale ed economico. Le vecchie concezioni non rappresentano più la realtà emergente e non riescono soprattutto a comprendere ciò che sta accadendo.

Il punto nodale è la devoluzione dell’ideologismo socialista: situazione questa minimamente accettata dai residui socialisti, che non hanno la minima intenzione di rinunciare al potere. Costi quello che costi.

Questa situazione genera una condizione transitoria ove il vecchio non è ancor morto e scomparso, ed il nuovo è quasi impossibilitato ad emergere.

Stiamo assistendo con sempre maggiore frequenza a governi pro forma, impossibilitati a governare, trascinati dagli eventi.

Da quello che avrebbe dovuto essere una fisiologico confronto politico stiamo transitando ad un surrogato di guerra di religione: anche dietro le altisonanti parole si cela esclusivamente il bieco volto del potere per il potere.

Tutta questa situazione potrebbe al limite essere quasi tollerabile se la situazione economica europea fosse ancora florida, cosa che non è; se il contesto mondiale fosse stabile, cosa che non è; se la situazione demografica fosse in equlibrio, cosa che non è. Non solo, ma la instabilità politica di uno stato si ripercuote inesorabilmente in una ulteriore instabilità politica in seno alla Unione Europea.

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Già in Spagna abbiamo assistito ad una crisi politica, tuttora perdurante, che è sfociata nella concreta impossibilità di formare un governo. Se è vero che il 29 ottobre 2016 Mr Rajoy è riuscito ad ottenere la fiducia, è altrettanto vero che nulla può fare senza previe estenuanti consultazioni con i partiti che lo esprimono, e che hanno visioni diametralmente opposte su quasi tutto. Fatto questo che condiziona sicuramente la politica domestica, ma che si ripercuote sulle posizioni che Mr Rajoy può tenere in seno al Consiglio Europeo.

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La situazione italiana è sotto gli occhi di tutti. Non esiste una formazione politica in grado di raccogliere la maggioranza dei voti elettorali, ed i partiti politici si estenuano in un gioco di veti incrociati che porta solo al massacro.

Da questo punto di vista sussistono forti dubbi che anche in Francia si arrivi a constatare una qualche forma di ingovernabilità. Se è vero che Mr Macron è riuscito ad ottenere la Presidenza con un’ottima maggioranza, questa non si è coagulata attorno ad un comune programma elettorale, bensì è stata cementata dal’odio viscerale, quasi religioso, contro il Front National. Se Mr Macron non riuscisse ad ottenere una maggioranza coesa per sostenere la propria presidenza, alla fine varrebbe sia al’interno sia sul piano estero quanto al momento possa contare Mr Rojoy.

E questo sarebbe un altro brutto colpo alle capacità gestionali del Consiglio Europeo.

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Anche l’Austria si sta dimostrando ingovernabile. Conservatori e socialdemocratici si odiano di odio mortale, superato soltanto dal comune odio verso l’Fpö. Di questi giorni la notizia delle elezioni anticipate.

Austria verso le elezioni anticipate in autunno.

Ma come per gli altri figuri, anche il Cancelliere Herr Kern conta ben poco in patria ed ancor meno in sede del Consiglio Europeo.

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In Olanda la situazione è quasi identica.

Elezioni Olandesi. Il vero fatto nuovo. Denk.

Olanda. Il nuovo governo sembrerebbe quasi essere impossibile.

Olanda. Il rebus del nuovo governo.

Olanda. Epicrisi delle elezioni. Vincitori e vinti.

Olanda. Exit Polls. VVD 31 (-10), PvdA 9 (-29), Pvv 19 (+4).

Tutti a cantar vittoria perché con le elezioni del 15 marzo avrebbero vinto un nemico che non esisteva: Mr Wilders ha sì raddoppiato i voti, ma non sarebbe mai riuscito ad ottenere una maggioranza parlamentare.

Adesso i nodi arrivano al pettine.

Se i partiti vecchi e tradizionali odiavano Mr Wilders con l’intensità con cui satana odia gli angeli, non riescono ad amarsi quel tanto che basta per formare uno straccetto di governo. Per ironia del destino, Mr Rutte vale al momento meno del due di briscola.

«Preliminary talks with Dutch political leaders continue Monday …. Four parties needed for majority in 150-seat lower house»

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«Efforts to form a new Dutch government have been delayed because no combination of political parties has garnered sufficient support to start formal talks»

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«A first round of negotiations between Rutte’s Liberals, Christian Democrats, the centrist D66 party and the Greens failed on Monday following a disagreement on immigration policy»

I socialisti ideologici non riescono a comprendere  che non hanno più i numeri per poter imporre le loro visioni di vita.

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Riassumiamo.

Una cosa è avere un governo formalmente in carica, ed una totalmente differente è averlo efficiente. Senza maggioranza stabile e coesa il governante conta poco più di nulla.

La cosa sarebbe anche tollerabile, se rimanesse circoscritta all’interno di uno stato. Diventa invece preoccupante, e molto, quando si considera la conduzione dell’Unione Europea.


Bloomberg. 2017-05-20. Dutch Coalition Talks Delayed as Negotiations Reach an Impasse

– Preliminary talks with Dutch political leaders continue Monday

– Four parties needed for majority in 150-seat lower house

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Efforts to form a new Dutch government have been delayed because no combination of political parties has garnered sufficient support to start formal talks, lead negotiator Edith Schippers said.

“We need to give the parties the opportunity to let them think about if they can, and will want to move,” Schippers, who is also the health minister and a member of the Liberal party, told reporters in The Hague. Schippers called for “a moment of reflection” and said the parties should move away from their first coalition picks and think about second or third options to form a stable government.

The March 15 parliamentary election left the Dutch political landscape heavily divided with 13 parties taking up seats in the 150-seat lower house, meaning at least four parties are needed to form a coalition that would make a majority in the assembly. Dutch Prime Minister Mark Rutte’s Liberals remained the biggest, taking 33 seats, and beating populist and anti-Islam politician Geert Wilders’s Freedom Party, which came in second with 20 seats.

A first round of negotiations between Rutte’s Liberals, Christian Democrats, the centrist D66 party and the Greens failed on Monday following a disagreement on immigration policy. 

Preliminary talks will continue on Monday, Schippers said, and she hasn’t ruled out restarting formal talks as early as next week. The minister, who has said she won’t serve in the next administration, is seeking to have a new Dutch government by the summer.

Forming a Dutch coalition government, which is a highly choreographed process, has taken an average 72 days over the years since the Second World War. In 1977, it took 208 days.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Macron. Quelli che lo applaudivano ora iniziano a piangere. Stop al deficit.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-20.

Pecore. Gregge. 006

Il gregge di pecoroni belanti che avevano inneggiato la vittoria di Mr Macron sta iniziando a razionalizzare che sembrerebbe essere caduto dalla padella nella brace.

Mr Macron è un pratico, un empirista, non nutre ideologie: è il mandatario degli interessi della Banca Rothschild, mica della gente comune. Deve far guadagnare la banca, mica attuare una qualche ideologia. Tanto al gregge dei pecoroni basta sbandierare uno straccio che subito si affretta a seguirlo.

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Per quanto riguarda noi italiani molti sarebbero gli argomenti amari, ma uno lo è più degli altri.

Debito pubblico a 2,260 mld. Che se lo paghino quegli stramaledetti figli.

Il debito sovrano è salito a 2,260 miliardi e non accenna certo a fermarsi. Nel contempo, il prodotto interno lordo stagna: quindi, il rapporto debito/pil non può fare altro che crescere.

Al di là dei contorsionismi espressivi, lo stato italiano si alimenta di debito, che persegue con la frenesia del cocainomane in crisi di astinenza.

Ma adesso sembrerebbe si sia arrivati al capolinea.

Contrordine, compagni: per decenni si era detto che il deficit di bilancio stimola l’economia, che il debito sovrano è irrilevante, e cose del genere. Bene: erano tutte fanfaluche.

«Sgomberiamo subito il campo dalle due ipotesi non percorribili. La prima è quella del M5S e della Lega che si possa restare in Europa riprendendoci la sovranità monetaria e ritornando alla lira. …. dall’euro non si può uscire senza sopportare costi economici e sociali stratosferici (qualcuno in casa nostra continua a scrivere che sarebbe facile, ma non sa dire come)»

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«La seconda ipotesi senza fondamento è che esistano in Europa due linee percorribili di politica economica, una centrata sull’austerità tedesca e l’altra sulle politiche della crescita promosse dai Paesi del Sud – di cui l’Italia sarebbe il portabandiera – e che ora sia il tempo di un nuovo compromesso tra le due linee»

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«Non può reggere perché alla fine quelle politiche non danno crescita e portano il Paese che le applica a sbattere contro il muro dell’insostenibilità del debito pubblico, inevitabilmente sanzionato dai mercati.»

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Per chiudere in deficit ed aumentare il debito pubblico serve solo una cosa: che ci siano acquirenti per i nuovi titoli di stato emessi. Da settembre l’Ecb inizierà a ridurre gli acquisti: poi, in tempi finiti, li interromperà.

Non è mera questione di interesse corrisposto: al di là di un certo rapporto debito/pil il mercato non ne vuole sapere di acquistarli. E per di più, non si fida di eventuali garanzie, che nessuno in realtà potrebbe dare.

Lasciamo pure passare il settembre, data in cui si dovrebbero chiudere le tornate elettorali in Europa con le elezioni politiche tedesche: poi si inizieranno a vedere i sorci verdi, ed anche quelli viola a pois gialli.

L’Italia dovrà ridurre le spese pubbliche di circa cento miliardi l’anno.

Sorci verdi? Sorci viola a pois gialli?

No, amici miei. Lacrime e sangue.


Sole 24 Ore. 2017-05-17. Nell’Europa di Macron non c’è più spazio per i deficit

La vittoria di Macron riaccende anche in Italia il dibattito sulla moneta unica, che proseguiva su questo giornale già da qualche settimana, e lo colloca in una prospettiva nuova. Perché si profilano iniziative congiunte franco-tedesche per riprendere la strada dell’Unione economica e monetaria.

Sgomberiamo subito il campo dalle due ipotesi non percorribili. La prima è quella del M5S e della Lega che si possa restare in Europa riprendendoci la sovranità monetaria e ritornando alla lira. Il premio Nobel Joseph Stiglitz aveva argomentato che fosse possibile, nel suo libro sull’euro pubblicato l’anno scorso; ma poi ha vergognosamente ritrattato, sottoscrivendo il manifesto pro-Macron firmato da 25 premi Nobel, pubblicato su «Le Monde» il 18 aprile scorso, che si apre con la straordinaria diffida contro chiunque cerchi di utilizzare gli scritti dei firmatari contro l’euro (trasparente il riferimento proprio a Stiglitz e al suo collega Paul Krugman).

Il manifesto prosegue affermando che dall’euro non si può uscire senza sopportare costi economici e sociali stratosferici (qualcuno in casa nostra continua a scrivere che sarebbe facile, ma non sa dire come). Non v’è dubbio, comunque, che uscire dall’euro vorrebbe dire uscire dall’Unione, portando la piccola Italia a navigare da sola nelle acque molto tempestose del mondo globale, oltre a perdere l’accesso al mercato interno europeo, principale mercato di sbocco delle nostre esportazioni.

La seconda ipotesi senza fondamento è che esistano in Europa due linee percorribili di politica economica, una centrata sull’austerità tedesca e l’altra sulle politiche della crescita promosse dai Paesi del Sud – di cui l’Italia sarebbe il portabandiera – e che ora sia il tempo di un nuovo compromesso tra le due linee. Questa tesi non regge perché non regge il suo assunto fondamentale, e cioè che esista un percorso alternativo – fatto di politiche redistributive e di disavanzi pubblici – alla crescita e al rientro del debito pubblico. Non può reggere perché alla fine quelle politiche non danno crescita e portano il Paese che le applica a sbattere contro il muro dell’insostenibilità del debito pubblico, inevitabilmente sanzionato dai mercati. Presentarle come espressione di un diverso interesse è solo una futile copertura a politiche instabili; non a torto i tedeschi sospettano che si miri a presentarne il conto proprio a loro. È una tesi che porta l’Italia fuori dal concerto che sta ripartendo tra la Francia e la Germania. Non a caso, Macron si presenta a Berlino promettendo di riformare finalmente l’economia francese prima di ogni iniziativa comune sulla governance dell’area euro.

Quali dunque i temi della ripresa del dialogo franco tedesco. La strada è quella indicata nel Rapporto dei Cinque Presidenti nel luglio del 2015: convergenza economica e riforme strutturali come condizioni preliminari e dirimenti per il completamento dell’unione bancaria e per la graduale evoluzione verso un’unione fiscale. E poi, un piano di investimenti europei per le infrastrutture e l’innovazione.

Per l’Unione bancaria, il vero ostacolo resta lo stato del sistema bancario italiano, sulla cui stabilità pesano troppi crediti deteriorati e troppi titoli del debito pubblico nazionale. Il timore a Berlino come a Parigi è che uno shock finanziario idiosincratico – se ad esempio l’instabilità politica rendesse impossibile approvare una legge di bilancio credibile – possa rimettere in moto il diabolico circolo vizioso tra crisi del debito e crisi bancaria. I tedeschi ci chiedono da tempo di aprire un dialogo sulla riduzione di questi rischi e di certo troveranno in questo la comprensione francese. Il completamento dell’unione bancaria, con annesso sistema di assicurazione dei depositi, aprirebbe la strada anche all’unione dei mercati finanziari, dunque all’afflusso verso di noi di ingenti capitali oggi inutilizzati nelle economie europee in avanzo strutturale di bilancia dei pagamenti.

Poi c’è la questione di un forte rilancio dell’investimento. Qui sta una vera differenza di filosofia tra la Francia e la Germania, portata in piena luce da un bellissimo volume pubblicato l’anno scorso da Brunnermeier, James e Landau (uscirà in questi giorni da Egea, Università Bocconi con il titolo La battaglia delle idee). I tedeschi pensano che l’economia si regoli da sola all’interno di un solido quadro istituzionale; i francesi ritengono – non a torto – che serva anche l’intervento pubblico discrezionale per aumentare il volume e allungare l’orizzonte temporale degli investimenti. Quel che finora è mancato in questa discussione è la percezione che gli investimenti privati possono ripartire di slancio solo se si accetta di aprire allo stesso tempo il mercato dei grandi servizi a rete – trasporti, telecom, energia, tecnologie Ict – e più in generale l’intero comparto dei servizi. È qui che si è accumulato il grande ritardo di produttività dagli Stati Uniti, da qui occorre partire per colmarlo. Su questo si dovranno muovere sia i tedeschi, sia i francesi.

Infine, servono elementi di unione fiscale – una capacità fiscale dell’eurozona – per condividere i rischi finanziari di shock idiosincratici (sulle banche come sui debiti sovrani) e per dotare l’Unione di un meccanismo di stabilizzazione anticiclica (c’è già qui una buona proposta italiana). Su questo, però, l’esperienza dei sistemi federali non lascia adito a dubbi: un bilancio federale capace di aiutare a sopportare gli shock e a condividere i rischi richiede vincoli ferrei di equilibrio per i bilanci sub-federali. È questa l’esperienza univoca sia della Germania e della Svizzera in Europa, sia degli Stati Uniti. Prima ci convinciamo, meglio è.

Pubblicato in: Criminalità Organizzata, Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Germania. Dopo la débâcle dell’Spd Merkel si accorge di odiare i migranti.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-20.

Passion Satana Rosalinda Celentano

Vi sono concetti inesprimibili in termini politicamente corretti. Ogni linguaggio è strutturato per esprimere una certa quale tipologia di concetti. Per esempio, nell’arabo classico non esiste un termine equivalente a quello occidentale di “persona umana” oppure di “libertà“, così come in mandarino classico non esiste una qualcosa che esprima il concetto occidentale di “democrazia“.

Cercheremo quindi di esprimerci nel modo più soft possibile. Leggete per cortesia tra le righe.

La Bundeskanzlerin Frau Merkel è attaccata al potere per il potere più di MacBeth, che assassinò Re Duncan per strappargli la corona, ed è disposta a difenderlo con la determinazione di Ivan Vasil’evič, forse più noto con il nome regale di Ivan IV il Terribile.

«Tutti i sovrani russi sono autocrati e nessuno ha il diritto di criticarli, il monarca può esercitare la sua volontà sugli schiavi che Dio gli ha dato. Se non obbedite al sovrano quando egli commette un’ingiustizia, vi rendete colpevoli di fellonia» [Lettera di Ivan IV il Terribile ad Andrej Kurbskij]

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Ci si ricordi di cosa fece Frau Merkel al suo mentore Herr Helmut Kohl.

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Il titolo del Deutsche Welle è oltremodo chiaro:

Getting tough: Merkel’s asylum U-turn?

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In Germania si è votato in tre Länder.

Saarland. Polls. Cdu 40.4%, Spd 30.4%. AfD 6.2%.

Schleswig-Holstein. Exit poll. Cdu 34%, Spd 27%, Grüne 12.5%, AfD 5.5%.

Nordrhein-Westfalen. Epicrisi a livello federale. Spd kaputt.

Mentre la Spd non ha fatto altro che perdere voti fino ad arrivare alla disfatta nel Nordrhein-Westfalen, la Cdu della Bundeskanzlerin Frau Merkel ha inanellato un successo dopo l’altro.

A prima vista il fenomeno sarebbe sembrato essere inspiegabile. Eppure era tornato in Germania Herr Schulz, e tutti erano concordi a dire che c’era lo “effetto Schulz“, che avrebbe fatto stravincere la socialdemocrazia.

La spiegazione è di una sconvolgente semplicità, ed anche altamente indigesta da tutti i punti di vista.

Herr Schulz, da buon ideologo quale è, ha proposto all’elettorato una ulteriore dose massiccia di socialdemocrazia, che gli Elettori hanno percepito come sinonimo di sempre più stato, sempre più migranti, sempre più previdenze, sempre meno ordine. Togli ai tedeschi l’ordine e quelli si eleggono anche Adolfo.

Frau Merkel si è proposta come la donna del ritorno alla legalità ed all’ordine. Si è presentata come la vittima della Spd che la avrebbe condizionata nella Große Koalition a richiamare migranti, tollerare disordini, conculcare la legalità.

Volete l’ordine?

Bene. Votate me sottraendo voti all’Spd.

Sicuramente la Spd ha su tutti questi problemi delle responsabilità severe, molto severe: ma dire che Frau Merkel sia stata costretta ad agire come ha agito è una favoletta che solo i tedeschi possono tracannarsi come rosolio.

Sta di fatto che agendo in questa maniera la Bundeskanzlerin Frau Merkel ha recuperato una quantità straordinaria di voti, sottraendoli all’Spd. Infatti, Fdp ed AfD hanno ottenuto risultati molto superiori alle comuni aspettative.

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Dalle parole ai fatti.

«German authorities will be allowed to deport rejected asylum seekers more quickly and regularly under a series of new asylum laws passed on Thursday»

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«The Bundestag said the new laws would guarantee “the improved enforcement of deportation rulings.” Rejected asylum seekers deemed to be a security threat will be deported faster or monitored with an electronic ankle bracelet»

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«Deportation orders against rejected asylum seekers can now be imposed even without assurance that the person in question would be repatriated within three months. A migrant could therefore be issued a deportation order even if the country origin fails to provide the necessary documentation or passport papers»

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«The German government has significantly cut back on family reunions for refugees arriving from Greece, local media reported. Germany has taken in over a million people and is facing “limited capacity.”»

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«The federal government is trampling all over EU law and child welfare»

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La Bundeskanzlerin Frau Merkel non si è certo conturbata «trampling all over EU law and child welfare». Frau Merkel non è immorale: è amorale.

Le leggi EU si applicano quando servono a consolidare il potere di Frau Merkel, se no a che mai servirebbero? Sono gli stati mediterranei dell’Unione che le devono osservare. Il “welfare” per i bambini? Ma i bambini sono fatti per essere gettati in pasto agli orchi.

Al pari di MacBeth, la Bundeskanzlerin Frau Merkel teme come la peste esclusivamente una cosa: che alle sue spalle si stia avvicinando una altra Fraulein Merkel, anche essa assatanata di potere, pronta a farle il servizio.


Deutsche Welle. 2017-05-19. German parliament passes tighter asylum laws

German lawmakers have passed a series of laws concerning the deportation, monitoring and access to personal data of asylum seekers. The new legislation has been met with sharp criticism.

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German authorities will be allowed to deport rejected asylum seekers more quickly and regularly under a series of new asylum laws passed on Thursday.

The Bundestag said the new laws would guarantee “the improved enforcement of deportation rulings.” Rejected asylum seekers deemed to be a security threat will be deported faster or monitored with an electronic ankle bracelet.

Deportation orders against rejected asylum seekers can now be imposed even without assurance that the person in question would be repatriated within three months. A migrant could therefore be issued a deportation order even if the country origin fails to provide the necessary documentation or passport papers. This law was among the key new regulations for the German government, after the Berlin Christmas market attacker, Anis Amri, saw his deportation order waived when the Tunisian government couldn’t provide the necessary papers.

Authorities, meanwhile, will also be allowed to detain individuals suspected to be a threat to security for a maximum of 10 days, rather than the previous limit of four days.

Another new piece of legislation allows Germany’s Federal Office for Migration and Refugees (BAMF) to access asylum seekers’ personal electronic devices in order to verify the identities of those without official identification papers.

Draft laws further tightened before vote

Any migrant found to have given a false identity upon entering Germany will see their freedom of movement strictly limited. The same penalty would also apply to migrants without the right to remain in Germany, but who nevertheless refuse to leave on their own volition.

German authorities would also instruct asylum seekers deemed to have few prospects in the country to remain in reception centers until their asylum procedures have been completed.

Germany’s federal and 16 state governments had already agreed to the new asylum laws back in February. However, on Wednesday the ruling coalition government, made up of Chancellor Angela Merkel’s Christian Democrats (CDU) and the Social Democratic Party (SPD), introduced a number of stricter laws to the draft bill.

One of the rules introduced at the eleventh hour would prohibit failed asylum seekers from acquiring the right to stay by abusing a law that allows migrant fathers to remain if their child is born in Germany.

Another law would make it easier for state authorities and the Federal Criminal Police Office (BKA) to share and compare data.

Rights groups and welfare organizations decry new laws

Rights groups, welfare organizations and opposition parties condemned the tighter asylum laws as an assault on fundamental rights of people seeking protection.

The federal government was dismantling several legal hurdles that had been set up to protect people from undue detention, Maria Scharlau, a Berlin-based legal expert for Amnesty International, said. Laws concerning access to migrants’ smartphones presented a “major encroachment into the privacy of tens of thousands of people,” without providing any particularly robust conditions, she claimed.

“This law will change Germany from being a host country to one focused on deporting new arrivals,” Germany’s refugee aid organization, Pro Asyl, said amid its criticism of the bill.

The social welfare organization AWO warned that the tighter laws would also see an increasing number of people who require protection becoming disenfranchised.

De Maiziere argues against critics

German Interior Minister defended the new laws on Thursday, along with a number of CDU and SPD lawmakers.

“Our position is clear,” de Maiziere said. “Help and integration for those who need our protection; hardship and repatriation for those who don’t require protection, and in particular for those whose dishonesty makes them culpable.

De Maiziere added that it was unacceptable that certain “asylum seekers are allowed to go unpunished despite having registered under a host of different names and nationalities.”


Deutsche Welle. 2017-05-19. Germany limits refugee family reunions from Greece

The German government has significantly cut back on family reunions for refugees arriving from Greece, local media reported. Germany has taken in over a million people and is facing “limited capacity.”

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German Interior Minister Thomas de Maiziere has reduced the number of asylum-seeker family members allowed into the country from Greece to 70 a month, German news group RedaktionsNetzwerk Deutschland reported on Friday.

The group of local papers said the information was provided by Chancellor Angela Merkel’s government following a request from the Left Party. In its response, the Interior Ministry said the decrease in numbers had to do with “limited support and accommodation capacities,” as well as the “considerable logistical coordination effort by state and federal authorities.”

Left lawmaker Ulla Jelpke described the explanation as a “miserable excuse,” and accused the government of shirking its responsibilities under the EU’s Dublin regulation. The law stipulates that separated refugee and asylum-seeking families are entitled to a legal reunion once an immediate relative arrives in a country covered by the Dublin rule.

“The federal government is trampling all over EU law and child welfare,” Jelpke said, adding that the cap should be removed because there was a need for as many as 400 refugee family members per month to be reunited with their loved ones in Germany. 

Overstretched asylum system

The European Union took in some 1.6 million refugees and migrants – most of them from Syria – between 2014 and 2016.  The majority arrived in Germany via frontline states like Italy and Greece. But the scale of the influx prompted many countries to introduce extra controls and to close their borders, blocking the so-called Balkan route and leaving tens of thousands of people stranded in Greece’s refugee camps. 

According to information published by Greek newspaper “Efimerida ton Synakton”, around 2,000 refugees are waiting in Greece to be reunited with their families in Germany. It reported that Germany received only 70 Dublin transfers from Greece in April under the new cap, compared to 540 in March and 370 in February. Given the large number of arrivals and asylum requests, family reunion claims often require more time for processing. The UN’s refugee agency has urged European countries to speed up the procedure to prevent further hardship for refugees, many of whom have already endured dangerous journeys in escaping conflict in their home countries. 

Sharing the burden

The EU is attempting to lighten the burden for countries hosting refugees by introducing mandatory relocation quotas for member states. Thus far Poland, Hungary, the Czech Republic and others have resisted the plan, citing security concerns. The European Commission is expected to decide next month on possible legal action against countries unwilling to accept asylum-seekers.

At a meeting of interior ministers in Brussels on Thursday, Germany’s de Maiziere said he hoped for progress by June. “We should concentrate on the issues where an understanding is easier to achieve: efficient procedures, quicker returns and avoiding secondary migration,” he told reporters in Brussels.

“Maybe the very difficult issue of redistribution becomes easier when we have an agreement on these other issues.”

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Ecb. Draghi sta per avviare il tapering. La festa sta per finire.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-19.

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Tutte le cose umane hanno un inizio e quindi hanno una fine: l’errore più comune è illudersi che possano durare in eterno.

Negli ultimi anni la Ecb è riuscita a garantire un periodo di tassi quasi nulli e, spesso, negativi.

Come ogni azione umana vi sono dei pro e dei contro: si è comprato del tempo, ed a carissimo prezzo. Tempo che avrebbe dovuto essere utilizzato per fare le riforme strutturali.

La Germania è stata scaltra nel ridurre ulteriormente il proprio debito sovrano, anche a costo di contenere i consumi interni: ma sembrerebbe essere stata quasi l’unico paese del’Unione Europea a fare ciò. Tutti gli altri hanno proseguito godendosi il presente come se avesse dovuto durare immutato per sempre.

L’Italia è stata travagliata dalla crisi del partito democratico, incapace di pensionare in via definitiva i cascami storici obsoleti che nulla hanno più a dire alla gente, e l’insorgenza di formazioni politiche più contenitori di rabbia mal repressa che di idee politiche e sociali adeguate ai tempi. Palude politica che ci è costata ben cara.

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«La Bce sta studiando un modo per staccare la spina alle misure monetarie ultra espansive senza provocare troppi scossoni sui mercati finanziari»

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«Mario Draghi e soci si sono convinti che sia giunto il momento di avviare un processo di tapering, ovvero di riduzione di mole e gittata del Quantitative Easing»

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«La decisione rischia però di diventare un grosso problema per l’Italia, che tanto fa affidamento sugli aiuti di Mario Draghi per potersi finanziare sui mercati a basso costo e per poter collocare titoli del debito che altrimenti non molti in Europa vorrebbero»

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Ritorna così in primo piano la questione del debito pubblico fuori controllo.

Ma il cuore del problema non è tecnico, bensì strutturale e, quindi politico.

I paesi europei sono stati improntati nel loro sviluppo storico da una concezione statalista sempre più marcata: lo stato è risultato presente non solo operando direttamente nel sistema economico, ma anche e soprattutto coercendolo in un turbinio di leggi, norme e regolamenti che alla fine lo hanno deprivato del suo elemento fondamentale: la libertà di pensare ed agire.

Stati che hanno classi dirigenti focalizzate alla propria sopravvivenza di tornata elettorale in tornata elettorale, ben consci che il suffragio universale impone di comprarsi la maggioranza tramite elargizioni, possibili però solo al prezzo di ricorrere al debito.

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Poi, la situazione economica è rose e fiori.

TG Com 24. 2017-05-18. Bce, Draghi: “Per lʼEurozona la crisi economica è alle spalle”

“La crisi è ora alle nostre spalle”. Lo ha detto Mario Draghi, sottolineando che “la ripresa dell’Eurozona è solida e sempre più ampia fra i Paesi e settori economici”. Il presidente della Bce ha quindi parlato del futuro spiegando che “solo mettendo insieme sovranità” l’Europa può vincere le grandi sfide: economia, sicurezza, migrazioni, difesa.

“Ora la maggioranza silenziosa ha ritrovato la sua voce, il suo orgoglio e la fiducia in se stessa”, ha aggiunto Draghi in un implicito riferimento agli esiti delle elezioni politiche in Europa: a dispetto del favore della maggioranza dei cittadini per l’Europa, in passato “spesso si sentiva solo un’opposizione rumorosa”.

“Oggi ci sono cinque milioni di occupati in più che nel 2013 e la disoccupazione, sebbene resti troppo alta, è ai minimi da otto ann”, ha proseguito il capo della Bce tornando a parlare della ripresa economica europea. “A livello globale, il sistema finanziario è più resiliente. Le prospettive economiche mondiali stanno a loro volta migliorando e i rischi di indebolimento stanno diminuendo”.

“Tuttavia – ha concluso – quel che ci serve in Europa, per assicurare che la crescita economica e la maggiore prosperità siano sostenute nel corso del tempo, sono le riforme strutturali e un rinnovato senso di scopo dell’Unione europea”.

Il momento della resa dei conti si sta dunque avvicinando.

Sembrerebbe un paradosso: siccome le cose stanno andando bene, allora faccaimo i conti.

Volenti o nolenti le popolazioni non potranno più a lungo godere dei benefici statali prima usufruiti. Passi indietro che, se fatti coscientemente e volontariamente avrebbero potuto essere graduali e scaglionati nel tempo, ma che fatti sotto l’incombenza di necessità esterne potrebbero essere anche severamente dolorosi. Grecia docet.


WSI. 2017-05-12. Game changer: a luglio Bce stacca la spina

La Bce sta studiando un modo per staccare la spina alle misure monetarie ultra espansive senza provocare troppi scossoni sui mercati finanziari. Dopo la vittoria di Emmanuel Macron alle presidenziali francesi e le nuove dimostrazioni di forza dell’economia in Eurozona – vedi Pil in Germania, Mario Draghi e soci si sono convinti che sia giunto il momento di avviare un processo di tapering, ovvero di riduzione di mole e gittata del Quantitative Easing.

Alla fine insomma Draghi finirà per cedere alle pressioni dei falchi del board che temono un rinfocolarsi dell’inflazione. La decisione rischia però di diventare un grosso problema per l’Italia, che tanto fa affidamento sugli aiuti di Mario Draghi per potersi finanziare sui mercati a basso costo e per poter collocare titoli del debito che altrimenti non molti in Europa vorrebbero.

È il Der Spiegel a dare il resoconto dei piani della Bce: secondo il giornale tedesco da luglio in avanti i funzionari della Bce comunicheranno ai mercati che i rischi al ribasso sono diminuiti e che l’inflazione si sta avvicinando agli obiettivi prefissati del 2%.

A partire da questo autunno, in concomitanza con le elezioni federali tedesche quindi, la Bce svelerà poi come intende fare per uscire dal programma mastodontico di stimolo monetario che prevede al momento l’acquisto di 60 miliardi di euro al mese sino alla fine di dicembre.

Secondo lo Spiegel il tapering avverrà con la riduzione prima di 10-20 miliardi di euro di titoli acquistabili su base mensile e in un secondo momento con la chiusura definitiva del programma. L’idea è quella di alzare i tassi di interesse alla fine dell’anno prossimo.

Il tasso di interesse guida della Bce è fermo allo zero in area euro da ormai più di un anno (marzo 2016). È l’interesse al quale le banche dell’Eurozona possono chiedere denaro in prestito alla banca centrale. L’intento di una simile politica accomodante è quello di ravvivare i prestiti a imprese e famiglie e quindi anche rilanciare spese e investimenti.

La politica diverge da quella degli Stati Uniti, dove invece la Federal Reserve ha già avviato un ciclo di rialzo del costo del denaro. A marzo la banca centrale americana ha alzato i tassi per la terza volta in meno di un anno e mezzo e a giugno dovrebbe varare un’altra stretta monetaria (i mercati dei future sui Fed Funds danno tale possibilità al 79%).

Pubblicato in: Geopolitica Mondiale, Medio Oriente, Unione Europea

Macron. L’opinione di Al Arabiya.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-19.

Presidential Candidate Emmanuel Macron Hosts A Meeting At Parc Des Expositions In Paris

Se è importante sapere cosa voglia una persona pubblica, sembrerebbe essere altrettanto importante conoscere come essa sia percepita in punti strategici del mondo.

Questo articolo del dr. Ismaeel Naar dovrebbe essere letto con molta attenzione, ed anche sovra le righe. Soprattutto sovra le righe.

Tutto è possibile, ma sembrerebbe difficile che Mr Macron possa soddisfare in questa maniera le ambizioni politiche arabe.


Al Arabiya. 2017-05-17. Five things Arabs need to know about French President-Elect Emmanuel Macron

With more than 40 million of France’s 47 million registered voters accounted for, official Interior Ministry figures on Sunday confirmed independent centrist Emmanuel Macron had been elected president with 64.16 percent of valid votes cast so far.

At 39 years old, Macron is being considered the youngest president of France and the only one with no experience in running a political campaign or holding elected office.

He served under President François Hollande as Minister of Economy, Industry, and Digital Affairs.

1) Worked for four years with an investment bank

Macron was an investment banker at Rothschild from 2008 to 2012. Before that banking job, he worked in France’s economy ministry. After Rothschild, he returned to civil service, including serving in his predecessor’s cabinet before resigning to start his independent political party and movement “En Marche”.

2) He is the youngest president of France

Born in December 1977 in Amiens, a city in northern France, Macron is 39-years-old and is now youngest-ever president since the French Republic was established in 1848.

He is the eldest child of Jean-Michel Macron and Francoise Macron-Nogues and the only one in his family not to have pursued a medical career.

3) Has never held elected office

Macron’s first roles came under his predecessor, Francois Hollande, as a member of his personal staff and later as a minister of economy, industry, and digital affairs under the government of Manuel Valls.

He identifies as centrist although his he was a member of the Socialist Party for three years before becoming an independent politician in 2009.

4) He called France’s colonial past in Algeria a ‘crime against humanity’

Unlike his political rivals from the left and right, Macron was one of the first political figures to call out France’s colonial past.

He labelled it a “crime against humanity” and said “it’s really barbaric and is part of that past that we must face up to also by apologizing to those who were hurt”.

Algerians lived under French rule for 132 years until it won a bloody war of independence in 1962. The conflict killed an estimated 1.5 million Algerians.

5) Macron rules out unilateral recognition of Palestine

Just days before election day, Macron said he would not unilaterally recognize the state of Palestine if he becomes elected. He told French media that he backs a two-state solution to the Israeli-Palestinian conflict, and that “unilaterally recognizing Palestine would cause instability and would harm France’s relations with Israel”.

“I defended the principle of a two-state solution, and France’s commitment to that,” he said in 2015 when he was minister of economy.

Macron is also likely to be consistent with France’s stance against the Palestinian-led Boycott, Divestment and Sanctions (BDS) movement. “We are against any practice such as that of the BDS,” he was quoted as saying when he was a minister in 2015.

 

Pubblicato in: Religioni, Unione Europea

Germania ed Islam. Deutsche Islam Konferenz.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-17.

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Di questi tempi si parla spesso degli islamici migrati in Germania, ma molto spesso chi ne parla non ha avuto il tempo di recepire alcune informazioni di base sull’islam tedesco.

Si noti che a fine maggio la Deutsche Islam Konferenz dovrebbe patrocinare un movimento islamico politico, a lei formalmente indipendente, sulla scorta del Denk.

Elezioni Olandesi. Il vero fatto nuovo. Denk.

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Deutsche Islam Konferenz.

«What is the DIK?

The coalition agreement for the 17th legislative period has agreed to continue the German Islam Conference (DIK). It is considered to be the most important forum between the German state and Muslims living in Germany. The German Minister for Internal Affairs, Dr Thomas de Maizière, announced the continuation and extension of the German Islam Conference, as it promotes harmonisation between the German state and Muslims.

In recent decades, Germany has become more religiously and culturally diverse, above all as a result of immigration by people from predominantly Muslim countries. Approximately four million Muslims now live in Germany. Almost half of these already hold German citizenship.

One specific aim of the German Islam Conference in its first phase was to improve dialogue between the state and Muslims, thereby making a contribution to the social integration of Muslims and their religious law and to social cohesion in Germany and so counteract social polarisation and segregation. The German Islam Conference does not represent and never has represented Muslims in the sense of a religious community. The Federal Ministry of Internal Affairs has primary responsibility for the Conference because this Ministry has traditionally been responsible at government level for relationships with religious communities in Germany.»

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«The German Islam Conference’s programme.

The plenary meeting of the German Islam Conference approved the programme of work for the second phase of the Conference (DIK) on Monday 17 May 2010.

Building on the results of the first phase in which, above all, the Islam Conference dealt with basic issues and worked out legal conditions, the focus now lies on implementing and embedding the Islam Conference in society. The Conference wishes to concentrate on three major issues:

– 1. Establishing institutionalised co-operation between state and Muslims

– 2. Gender equality as a common value

3. Preventing extremism, radicalisation and social polarisation»

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«The history of Muslims in Germany.

Even though the presence of Muslims in Germany today is first and foremost a result of the labour migration of the 1960s and 1970s, their origins reach much further back.

The first Muslims came to Germany as prisoners of war from the Siege of Vienna by the Ottomans (1683). The majority of these prisoners were in fact either baptised or returned to their homeland. However, some of them also died here, as evidenced by gravestones from 1689 in Brake and 1691 in Hannover. ….

From the mid-1970s until today the labour migrants have been joined by Muslims who have come to Germany as refugees and asylum seekers mainly from Turkey, Lebanon, Iran, Afghanistan, Bosnia-Herzegovina, Kosovo and Iraq. Mention must also be made of Muslim students and academics. Not only in West Germany did the latter play a leading role in the establishment of Islamic centres and the Islamic unions which sprang up in universities and colleges from the 1990s. Students from Arab brother states (e.g. Syria and Yemen) were the original members of a community which lived modestly in the former GDR, primarily in Leipzig and East Berlin.

The German converts to Islam must not be neglected. Although thought to be relatively low in number, they have played a significant role in the Muslim community at least since the First World War. This is reflected above all in the Central Council of Muslims in Germany.»

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«In Germania, più di 4 milioni di abitanti sono musulmani (4,9%), rendendo l’Islam la seconda religione del Paese, di cui in maggioranza (74%) di fede sunnita, ma è presente una piccola comunità di sciiti. Nel territorio tedesco si trovano circa 2.500 moschee e oltre 300 000 associazioni islamiche». Dopo il grande afflusso, gli islamici son circa sei milioni, ma si tenga presente che per larga quota sono nella fascia compresa tra i 20 ed i 40 anni.

Ci si ricordi sempre ciò che disse Mr Erdogan:

«Mussulmani in Europa, fate cinque figli ed il futuro sarà vostro».

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The Local. 2017-05-12. Eight things to know about Islam in Germany

The Muslim community has actually had a presence – though small – in Germany for hundreds of years. Here are more facts you might not know about Islam in the country.

  • 1. First Muslims in Germany date back to the 1600s

The very first Muslims to come to Germany, as far as recorded history goes, arrived as prisoners of war from the Siege of Vienna by the Ottoman Empire in 1683. But many were either baptized or eventually returned to their homelands, according to the German Islam Conference (DIK).

Between 1735 and 1739, more Muslim prisoners of war ended up in Germany during the Russo-Turkish War. In 1739, the Duke of Courland ‘gifted’ 22 Turks to join the so-called “tall guys” – Lange Kerls – Prussian regiment, and a prayer room was set up for them. Tartar and Bosnian Muslims also joined Prussian forces in 1741.

Later, when Prussia and the Ottoman Empire had a more cosy relationship, a number of Muslims began to live in Germany regularly. In 1763, for example, the Prussian court in Berlin established an Ottoman diplomatic position. In 1798 when the third envoy died, Prussian King Frederick William III created a burial site for him, and with it the first Islamic cemetery in Germany, which still stands today along Columbiadamm in Berlin.

The first mosque was constructed during the First World War within a prisoner of war camp in Wünsdorf, just outside Berlin.

The number of practitioners of Islam in Germany remained relatively negligible after that until the 1960s, when a guest worker programme with Turkey brought in large numbers of labourers. The Turkish population in Germany now makes up the largest ethnic minority in the country at around 3 million people with Turkish roots.

  • 2. Around 5 percent of the population is Muslim

The most recent government figures released last year showed that between 4.4 million and 4.7 million Muslims lived in Germany, or between 5.4 to 5.7 percent of the population. This was an increase of about 1.2 million people since the last census in 2011.

The government attributed the growth to the large number of immigrants who came to the country last year, including the record number of nearly 900,000 refugees, many coming from predominantly Muslim countries.

A poll around the same time by Ipsos research group found that Germans tend to overestimate the size of the country’s Muslim population. The survey showed that respondents generally thought Muslims made up as much as 21 percent of the population – roughly quadruple the actual size.

Experts predict that this population could grow by about another percentage point in the next four years.

  • 3. Germany ranks fifth in EU for relative Muslim population size

While Germany has the largest population of Muslims in the European Union in total, its community of Islam followers is not the biggest per capita. One in four (25.3 percent) of Cyprus’ roughly 1.2 million total residents are Muslim, while in Bulgaria about one in seven (13.7 percent) practice Islam, according to a Pew Research Center comparison last year.

Therefore Germany ranks fifth in the EU for the size of its Muslim community relative to the rest of its population, behind France (7.5 percent) and Belgium (5.9 percent). This also places Germany slightly above Austria (5.4 percent) and Greece (5.3 percent).

And when looking at the entire continent of Europe, Russia has the overall largest Muslim population at 14 million people, or 10 percent of its total population, according to Pew.

  • 4. Germans used jihad to fight the First World War

During the First World War, German officials created a newspaper called “El Dschihad” (Jihad) to encourage Muslim soldiers from other countries to fight their “holy war”, according to the German Historical Museum in Berlin.

The newspaper – published in various languages – was distributed to frontline areas, within German prison camps, as well as in places under French, English or Russian reign where Muslims lived.

Even the first mosque constructed in Germany was a part of this strategy, allowing prisoners to practice their religion, and then to teach them about the holy war in order to convince them to fight alongside Germany against the Allies.

  • 5. Islam is not a recognized religious ‘public entity’

Germany’s constitution allows religious groups to become so-called “entities under public law”, which grants them the ability to levy taxes on their members, among other rights.

It’s up to individual states to grant organizations this status, and recognition is based on having a certain number of members, as well as a guarantee of permanence. 

But Islamic practitioners are not organized in the same structured way as Jews or Christians in Germany, meaning they do not quite fit these criteria. Islam in Germany is very diverse, with separate practices broken down across Sunni groups as the most predominant, as well as Alevi, Shiite, Ahmadi, Sufi, Ibadi, and more. A study by the DIK in 2009 found that only 20 percent of Muslims belong to religious organizations or congregations.

“The right to levy ‘church’ taxes – and with this to carry out official activities – cannot be performed with a vague sense of identification according to the standards, and rather must be done only through a legally verifiable membership,” explains German publication Legal Tribune Online as to why Islamic associations generally do not have public status.

“The blanket demand that ‘Islam’ finally be recognized as a religious community is as misleading as the perception that public entity status is only reserved for Christian Churches. What is crucial is whether a Muslim organization fulfills the constitutional requirements.”

The first time a Muslim community became recognized under the public status was in 2013 by the state of Hesse to a local organization.

  • 6. The first Muslim MP was elected in 1994

Cem Özdemir was the first Muslim elected to the Bundestag (German parliament) in 1994 – at least as far as the Central Council of Muslims in Germany knows, their spokesman told The Local.

Özdemir was born in Bad Urach, Baden-Württemberg as the son of a Turkish guest worker. In 1983, he obtained German citizenship. Özdemir told Spiegel in 2008 that he was a “secular Muslim”.

  • 7. North Rhine-Westphalia has generally had the largest Muslim population

Before Germany saw a record number of refugees arrive over the past two years, many from Muslim-majority countries, about one in three Muslims in Germany lived in the most populous state of North Rhine-Westphalia. About one-fifth of Germany’s total population lives in the western state, for comparison.

That’s according to data presented in 2009 by the DIK, which has not done a comparable study since. Because of the way Islam is organized and classified in Germany (as explained in number 5), there is no centralized way of counting the number of Muslims, so estimates rely on surveys.

  • 8. German intelligence agencies have had their eye on radical Islamists since at least 1990s

Both the Central Council of Muslims in Germany and the DIK use their websites to denounce violence, terror and extremism in the name of Islam. The DIK also actively works with the German government to prevent radicalization.

A spokeswoman for domestic intelligence agency BfV told The Local that they have had their eye on possible Islamist extremists since at least the 1990s, but she said their focus on possible terror groups drastically changed after the September 11th 2001 attacks in the US.

That’s because it emerged that members of a Hamburg terror cell had been key operatives in enacting the plane hijackings.

Before 2001, Islamism was tracked as a form of “foreign extremism” by the BfV. After 9/11, it became its own field of analysis for reports and in 2004, Germany set up the Joint Counter-Terrorism Centre in Berlin to connect security authorities at the federal and state levels.

In 2010, after growing concerns about the rise of radical preachers inside the country – like German convert and suspected terrorist group supporter Sven Lau – the BfV spokeswoman said the intelligence agency also started writing official reports and keeping tallies on the estimated number of Salafists.

The Interior Ministry defines the fundamentalist Salafist movement as the “fastest growing form of Islamism in Germany” and says that Salafists pose a “particular threat to the security of Germany”.

“The Salafist spectrum in Germany ranges from political Salafists, who reject violence at least in Germany, to jihadist Salafists, who are generally in favour of violence and also use it,” writes the BfV. “There is no clear dividing line between the two groups.”

Currently the BfV estimates there to be about 10,000 Salafists in Germany. They also estimate there to be about 1,650 people who could be “potential Islamist terrorists”.