Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Geopolitica Europea, Russia

Kerch. Varata la prima grande arcata ferroviaria del ponte.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-05.

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«The Kerch Strait Bridge (Russian: Керченский мост [kérchenskiy most]) or Crimean Bridge (Russian: Крымский мост [krímskiy most]) is a road-rail bridge under construction by the Russian Federation, to span the Strait of Kerch between the Kerch Peninsula of Crimea and the Taman Peninsula of Krasnodar Krai in Russia. The current connection is by the Kerch Strait ferry between Port Kavkaz and Port Krym.

In January 2015, the multibillion-dollar contract for the construction of the bridge was awarded to Arkady Rotenberg’s SGM Group. In May 2015, construction of the bridge commenced; the road bridge is projected to be opened on December 18, 2018 with completion of the rail link delayed until the end of 2019.» [Fonte]

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«Russian engineers are installing a giant railway arch in the channel between Russia and Crimea, as a 19km (12-mile) road-rail bridge takes shape»

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«It will take about a month to fix the arch, weighing 6,000 tonnes, to massive supports in the water»

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«The road section of the Kerch Strait bridge will also have a giant arch»

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Tanto di cappello agli ingegneri russi.

Se, come sembrerebbe, riusciranno a finire di costruire il ponte sullo stretto di Kerch entro la fine dell’anno prossimo, avranno compiuto un’opera da primato. Da una parte per la lunghezza, 19 km, e dall’altra per la rapidità costruttiva.

Un unico commento.

Che il ponte di Kerch sia “controverso” è solo un punto di vista personalissimo della Bbc. Unire la Krimea alla Russia con un ponte sia ferroviario sia stradale sembrerebbe solo essere un’infrastruttura doverosa nel ventunesimo secolo. Che poi gli ingegneri russi stiano lavorando con una velocità impensata ed impensabile in occidente è un altro paio di maniche: non è mica colpa loro se lavorano allo stato dell’arte.


Bbc. 2017-09-01. Russia’s controversial Crimea bridge gets giant arch

Russian engineers are installing a giant railway arch in the channel between Russia and Crimea, as a 19km (12-mile) road-rail bridge takes shape.

It is a flagship political project, as Russia claims Ukraine’s Crimea peninsula – which it annexed in March 2014 – as its own territory.

It will take about a month to fix the arch, weighing 6,000 tonnes, to massive supports in the water.

The road section of the Kerch Strait bridge will also have a giant arch.

The project’s official website (in Russian) – www.most.life – says the bridge should be completed by the end of next year, when the first cars will cross it. Then rail traffic will start crossing it in 2019.

The EU and US have ratcheted up sanctions on Russia since first imposing restrictions over the seizure of Crimea.

Western firms and politicians are banned from doing business with the Russian-installed Crimean government, or with Russian economic actors there.

Russia’s Vesti TV news says the Kerch Strait bridge will be Russia’s longest.

The bridge will not impede shipping, the project website says, as it will stand 35m (115ft) above the water.

The four-lane highway is designed for a capacity of 40,000 vehicles per 24-hour period.

Russia sees the bridge as a key strategic tool for developing Crimea, more efficient than the current ferry service.

Crimea’s land border with Ukraine is tense and heavily militarised, making cross-border deliveries slow and difficult.

Crimean Tatars on trial

Ukraine and Western governments accuse Russia of crushing political opposition in Crimea, whose leadership is solidly loyal to President Vladimir Putin. Ethnic Russians are the majority group in Crimea, which used to be part of imperial Russia.

In April 2016 the Crimean Tatars’ Mejlis – an assembly representing the ethnic group’s interests – was banned by Russia as an “extremist” organisation.

Ruslan Zeytullayev, a Crimean Tatar activist serving a 15-year jail term in Russia’s southern city of Rostov, has sent an open letter to the UN, urging international pressure on Russia to get “political” prisoners released. A month ago he went on an indefinite hunger strike.

Russia found him and three other Crimean Tatars guilty of membership in a “terrorist” group – Hizb ut-Tahrir – and jailed them all.

The group is not listed as “terrorist” in Ukraine. Amnesty International said the case raised “numerous fair trial concerns” – notably, several prosecution witnesses had retracted their pre-trial statements.

A leading Crimean Tatar activist and deputy head of the Mejlis, Akhtem Chiygoz, is expected to be sentenced by a Russian court on 11 September. He is accused of organising “mass disturbances” during a pro-Ukrainian rally in 2014 before Russia’s annexation of Crimea.


Bbc. 2017-09-01. Il controverso ponte Crimea della Russia implementa una campata gigante. [Traduttore automatico]

Ingegneri russi stanno installando un arco ferroviario gigante nel canale tra la Russia e la Crimea, come un 19 km (12 miglia) strada-ferrovia ponte prende forma.

Si tratta di un progetto politico di punta, come la Russia sostiene che la penisola ucraina di Crimea – che ha allegato nel marzo 2014 – come proprio territorio.

Ci vorrà circa un mese per fissare l’arco, del peso di 6.000 tonnellate, a massicci sostegni in acqua.

Il tratto stradale del ponte dello Stretto di Kerch presenta anche un arco gigantesco.

Il sito ufficiale del progetto (in russo) – http://www.most.life – dice che il ponte dovrebbe essere completato entro la fine del prossimo anno, quando le prime vetture lo attraverseranno. Il traffico ferroviario inizierà poi a attraversarlo nel 2019.

L’Unione europea e gli Stati Uniti hanno inasprito le sanzioni nei confronti della Russia fin dalla prima volta che hanno imposto restrizioni al sequestro del Crimea.

Aziende e politici occidentali sono vietati di fare affari con il russo installato il governo russo Crimea, o con gli attori economici russi lì.

Russia Vesti TV notizie della Russia Vesti dice che il ponte dello Stretto di Kerch sarà più lungo della Russia.

Il ponte non ostacolerà la spedizione, dice il sito web del progetto, in quanto si troverà 35m (115ft) sopra l’ acqua.

L’autostrada a quattro corsie è progettata per una capacità di 40.000 veicoli per un periodo di 24 ore.

Russia vede il ponte come uno strumento strategico chiave per lo sviluppo del Crimea, più efficiente rispetto al servizio di traghetto attuale.

Il confine terrestre della Crimea con l’Ucraina è teso e pesantemente militarizzato, il che rende le consegne transfrontaliere lente e difficili.

Criminali tatari sul processo

Ucraina e i governi occidentali accusano la Russia di schiacciare la resistenza politica in Crimea, la cui leadership è solidamente fedele al Presidente Vladimir Putin. Russi etnici sono il gruppo di maggioranza in Crimea, che una volta faceva parte della Russia imperiale.

Nell’aprile 2016 il Mejlis dei tatari krymean – un’assemblea che rappresenta gli interessi del gruppo etnico – è stato vietato dalla Russia come organizzazione “estremista”.

Ruslan Zeytullayev, un attivista del Tatar del Crimeo che serve un periodo di 15 anni di prigione nella città meridionale della Russia di Rostov, ha inviato una lettera aperta alle Nazioni Unite, esortando la pressione internazionale sulla Russia per ottenere il rilascio dei prigionieri “politici”. Un mese fa ha intrapreso uno sciopero della fame a tempo indeterminato.

Russia ha trovato lui e altri tre Tatars Crimea altri Crimea colpevole di appartenenza a un gruppo “terrorista” – Hizb ut-Tahrir – e li imprigionato tutti.

Il gruppo non è elencato come “terrorista” in Ucraina. Amnesty International ha dichiarato che il caso sollevava “numerose preoccupazioni in merito a un processo equo” – in particolare, diversi testimoni dell’accusa avevano ritirato le loro dichiarazioni preliminari al processo.

Un attivista di spicco del Tatar del Crimeo e vice capo del Mejlis, Akhtem Chiygoz, dovrebbe essere condannato da un tribunale russo l’11 settembre. Egli è accusato di aver organizzato “disordini di massa” durante un raduno filo-ucraino nel 2014 prima dell’annessione del Crimea da parte della Russia.

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Pubblicato in: Geopolitica Europea, Geopolitica Militare

Putin visita la Finlandia. Una savia Realpolitik.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-27.

Finlandia. Stemma Nazionale.

«In Finlandia vivono 5,4 milioni di persone ….

La Finlandia fece parte del Regno di Svezia dal XII secolo al 1809, quando divenne un granducato autonomo all’interno dell’Impero Russo fino alla rivoluzione del 1917. Il 6 dicembre di quell’anno la Finlandia ottenne l’indipendenza, seguita da una guerra civile terminata con la sconfitta dei “Rossi” filo-bolscevichi da parte dei filo-conservatori “Bianchi” sostenuti dall’Impero tedesco. Dopo un breve tentativo di stabilire una monarchia nel Paese, la Finlandia divenne una repubblica.

L’esperienza finlandese della Seconda guerra mondiale ha coinvolto tre conflitti separati: la Guerra d’inverno (1939-1940) e la Guerra di continuazione (1941-1944) contro l’Unione Sovietica, e la Guerra di Lapponia (1944-1945) contro la Germania nazista. Dopo la fine della guerra, la Finlandia ha aderito all’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) nel 1955, all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) nel 1969, all’Unione europea nel 1995 e alla zona Euro fin dal suo inizio nel 1999.» [Fonte]

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I problemi storici della Finlandia sono riassumibili in un’unica riga: confina ad est con la Russia ed ad ovest con la Svezia, due nazioni molto più agguerrite e potenti di lei. Nessuna di queste due nazioni, e dei blocchi che rappresentano, può permettere che la Finlandia transiti in modo definitivo nell’orbita militare strategica dell’altra.

Ciò compreso, risulta chiaro perché l’Urss non occupò la Finlandia alla fine della seconda guerra mondiale, pur avendola vinta sul campo, e perché la Finlandia non è stata incorporata nella Nato.

Durante l’epoca della guerra fredda invalse l’uso del termine ‘finlandizzazione‘ per connotare una politica estera ed interna attenta a non irritare le superpotenze, concedendo loro il concedibile in cambio della garanzia alla indipendenza ed al non coinvolgimento in eventuali operazioni belliche. Fu una Realpolitik grondante di sano buon senso, che concorse grandemente al mantenimento dello status quo mondiale.

Si come però il termine ‘finlandizzazione‘ sia anche stato usato in senso impropriamente denigrativo, attribuendogli un senso di succube sottomissione alieno alla realtà dei fatti.

Con la guerra civile ukraina e la successiva annessione della Krimea alla Russia, gli Stati Uniti e l’Unione Europea, capitanata dalla Germania di Frau Merkel, il settore geopolitico baltico ha subito una crescente militarizzazione, che ha esitato in un crescendo di tensioni. È anche stata ventilata la possibilità che la Finlandia entrasse a far parte della Nato.

«The relationship is much more pragmatic with Finland, less problematic than with any other neighbor Russia would have in this part of the world»

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«Finns and Russians both find this relationship useful …. It’s a part of a long tradition»

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«The military-political situation in the Baltic Sea is challenging and worrying …. The general situation is bad but the current dynamics are not as bad as they could be»

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«Russia would respect Finland’s decision if it decided to join NATO, but would respond.» [Mr Putin]

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«What do you think we will do in this situation? We moved our forces back, 1500 kilometres away – will we keep our forces there? How they assure the safety and independence of their own country is the Finns’ choice. Undoubtedly we appreciate Finland’s neutral status» [Mr Putin]

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La Bbc pubblica un titolo interessante:

How pragmatic Finland deals with its Russian neighbour

«The Finnish public, despite being alarmed for a time over Russian actions in Ukraine, now appear satisfied with the status quo»

Sufficit.


Nota Importante.

Nell’ultimo decennio le superpotenze sono riuscite a sviluppare missili ipersonici capaci di viaggiare a basse quote a velocità superiori ai 7,000 kilometri all’ora, più di cento kilometri al minuto primo.

Missili di tal tipo hanno una portata massima di circa 500 kilometri e non sembrerebbero essere intercettabili dai sistemi di difesa al momento disponibili.

È del tutto evidente come il loro posizionamento avanzato sia una minaccia concreta, anche perché non lascerebbero il tempo necessario per attivare le eventuali contromisure.

Russia. Schierati gli Iskander a Kalinigrad. Hanno svegliato l’orso che dormiva.

Russia. Sistemi S-400 al confine finlandese, altri S-300 in Siria.

Kaliningrad. Adesso il buco nero inizia a preoccupare la Nato.


Bloomberg. 2017-07-27. Putin Meets Finland’s President for a Steamboat Ride and Opera Diplomacy

– Russian president visits Finland for centenary celebrations

– The heads of state meet for the second time this year

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After the stiff formality of the G-20 summit earlier this month, President Vladimir Putin is engaging in some more relaxed diplomacy with the west.

Russia’s leader will be in Finland on Thursday, celebrating the former duchy’s century of independence. Together with Finnish President Sauli Niinisto, Putin will hop on a steamboat built in 1893 for an hour-long lake cruise near the southern part of the border between the two countries. He’ll then head to a medieval castle, Olavinlinna, where the visiting Bolshoi Theater will perform Tchaikovsky’s Iolanta — the opera’s first airing in Finland in 100 years.

The western leader with whom Putin arguably gets on best will be the first head of state from the European Union to meet with the Russian president since the G-20 meeting in Hamburg.

Arkady Moshes, who heads a research program on Russia at the Finnish Institute of International Affairs in Helsinki, says Putin is probably “more comfortable” talking to Finland, a non-NATO member of the EU, than to others. “The relationship is much more pragmatic with Finland, less problematic than with any other neighbor Russia would have in this part of the world,” he said by phone.

“Finns and Russians both find this relationship useful,” Moshes said. “It’s a part of a long tradition.”

Finnish media are speculating the two will discuss U.S.-Russia relations, after Putin’s first meeting with Donald Trump at the G-20. A weaker EU after Brexit, the region’s deepening defense cooperation and even tighter monetary union will probably also be raised. And Finland’s chairmanship of the Arctic Council puts climate change, in the age of Trump, on the agenda.

The talks take place as Russian and NATO military exercises in the Baltic Sea region intensify and as warships ply the waters off the coast of Finland and Sweden. Both NATO and Russia are building up their potential in the area, as decisions taken three years ago — when Putin annexed Crimea — are implemented.

“The military-political situation in the Baltic Sea is challenging and worrying,” Moshes said. “The general situation is bad but the current dynamics are not as bad as they could be,” he said.

The special relationship between the Finns and the Russians is rooted in one key factor. Finland, which shares a 1,300-kilometer (800-mile) border with Russia, has stayed out of NATO chiefly in deference to the government in Moscow (though the Finnish military is now fully compliant with equipment used by the alliance.) Leaders of the two countries are in touch with each other several times a year and lower-ranking officials are in contact much more often.

Last year, Putin told policy makers in Helsinki directly not to join the alliance. This time, the tone of talks is likely to more relaxed. “Psychologically, it will be easier for Putin to come to Finland, because it’s a celebration,” Moshes said.


Euronews. 2017-07-27. Putin warns Finland: Russia will respond if Helsinki joins NATO. [Video]

Vladimir Putin came to Finland with a handshake for his counterpart, President Salui Niinisto – and a warning that Moscow will respond if his host country joins NATO.

Finland and neighbouring Sweden have increased cooperation with the Western military alliance since Russia’s annexation of Crimea and its backing for separatist rebels in eastern Ukraine.

This was Putin’s first visit to Finland since those crises erupted in 2014.

He said Russia would respect Finland’s decision if it decided to join NATO, but would respond.

“What do you think we will do in this situation? We moved our forces back, 1500 kilometres away – will we keep our forces there? How they assure the safety and independence of their own country is the Finns’ choice. Undoubtedly we appreciate Finland’s neutral status,” the Russian president said during a joint outdoor news conference.

The presidents’ meeting at Naantali comes amid increased Russian and NATO activity in the Baltic region. Finland is militarily neutral but interest in the possibility of joining the alliance has been rising.

The former Soviet Baltic states have called on NATO to step up air defences.

The Baltic Sea has been the arena for a series of close encounters between Russian and Western aircraft in recent months. The Russian and Finnish presidents agreed to draw up security measures to control flights in the area.

A NATO summit is due to take place in Warsaw in a week’s time.

Vladimir Putin added that Moscow would try to begin a dialogue with NATO.

Pubblicato in: Geopolitica Africa, Geopolitica Europea, Unione Europea

Macron. Lo avete appoggiato ed aiutato? Bene: tenetevelo.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-22.

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Poche ore or sono La Stampa ha pubblicato la seguente notizia:

Libia, la spallata di Macron all’Italia. A Parigi l’incontro fra Haftar e Sarraj

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« Macron tenta di scalzare l’Italia nella partita libica facendo entrare a gran voce la sua Francia nel complicato dossier del Paese maghrebino. E lo fa con la pretesa di far incontrare il presidente del Governo di accordo nazionale (Gna), Fayez al-Sarraj, e il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, in un vertice fissato a Parigi per martedì 25 luglio, per puntare tutto sulla creazione di un esercito nazionale unitario. 

Il neopresidente francese si candida a mediatore privilegiato nel processo di riconciliazione del Paese cercando di ridimensionare il ruolo svolto dall’Italia che per prima paga le ricadute, specie in termini di afflusso di migranti, del caos che ha caratterizzato gli ultimi sei anni di storia libica. 

Oltre un lustro di guerre e conflitti seguiti alla caduta di Muhammar Gheddafi con l’intervento della Nato fortemente sostenuto dalla Francia dell’allora presidente Nicolas Sarkozy. E di cui Macron vuole rilanciarne l’attivismo per assicurarsi una «golden share» nella Libia del futuro, nei suoi asset sotto embargo e soprattutto nel suo petrolio. Forte anche del ruolo dicotomico, o meglio ambiguo, svolto dalla Francia. Nella doppia veste di membro dell’Unione europea e quindi sostenitore del Consiglio presidenziale del Gna guidato da Sarraj e al contempo di interlocutore privilegiato in Occidente di Haftar.  

Fonti diplomatiche arabe parlano di «una sorta di riconoscimento della posizione del generale sul terreno e della legittimità della guerra che ha condotto contro i gruppi radicali». Non a caso l’iniziativa francese ha raccolto il plauso di Emirati Arabi Uniti ed Egitto, i due principali sponsor del generale, specie nei suoi sforzi bellici a Derna, Bengasi e nel Sud della Libia. Si tratta dei Paesi che fra l’altro già avevano organizzato bilaterali tra Sarraj e Haftar, al Cairo lo scorso febbraio concluso con un nulla di fatto, e il secondo a Doha con il primo faccia a faccia tra il generale e il presidente di aprile.  

Parigi si candida quindi ad ospitare un altro giro di colloqui, mettendo sul piatto una posta molto alta: creare una forza armata unita che operi al servizio di tutto il Paese, dalla Tripolitania alla Cirenaica passando per il Sud dove è in corso un confronto militare per procura tra Ovest ed Est. 

Il progetto è ambizioso ma ricco di incognite. In primis per il ruolo che dovrebbe rivestire Haftar, il quale si è detto sempre contrario ad avere incarichi politici. Il secondo per il rischio che una svolta col generale da parte di Sarraj possa avere contraccolpi interni, specie dalle fazioni più legate a Misurata, come accaduto dopo l’incontro di Doha. Se il generale sembra infatti aver già dato risposta positiva a Macron – spiegano fonti libiche – il suo potenziale interlocutore nicchia per non compromettere i recenti progressi politici e militari compiuti dentro e fuori Tripoli.  

Occorre infine considerare che la notizia del vertice arriva dopo il bilaterale tra Macron e Donald Trump tenuto in occasione delle celebrazioni del 14 luglio a Parigi. Non è chiaro se i due presidenti ne abbiano parlato, ma è certo che l’attivismo del titolare dell’Eliseo coincide con l’incontro di Amman del 9 luglio tra l’ambasciatore Usa in Libia, Peter William Bodde, e lo stesso Haftar. «L’obiettivo è creare pressioni sul generale per un accordo con Tripoli», spiegano fonti vicine al Gna. Col rischio che l’operato dell’amministrazione Trump, per cui il dossier libico ha un posto più ridimensionato rispetto a quella Obama, pur puntando a una soluzione unitaria per il Paese, con la logica delle deleghe ai partner europei, apra spazi di intermediazione insidiosi ad attori diversi dall’Italia.»

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E così Mr Macron scavalca non solo l’Italia ma anche la Unione Europea nel proporsi come unico interlocutore plenipotenziario nelle trattative con la Libia.

«Il neopresidente francese si candida a mediatore privilegiato nel processo di riconciliazione del Paese cercando di ridimensionare il ruolo svolto dall’Italia che per prima paga le ricadute, specie in termini di afflusso di migranti, del caos che ha caratterizzato gli ultimi sei anni di storia libica»

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«Non a caso l’iniziativa francese ha raccolto il plauso di Emirati Arabi Uniti ed Egitto»

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Questa iniziativa denota come Mr Macron abbia ben altra tempra del suo predecessore Mr Hollande.

Nel contempo non può fare altro che metterlo in rotta di collisione con Frau Merkel, che al G20 aveva proposto il suo Piano Africa.

E l’Italia? A tutti quelli che qui esultavano per lui non ha concesso nemmeno una caramella.

Pubblicato in: Geopolitica Europea, Unione Europea

Italia. Barometro Politico di Luglio.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-17.

Altare di Italia 001

Demopolis ha rilasciato i dati relativi al Barometro Politico di Luglio.

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– Si conferma un elevato numero di persone che non avrebbero intenzione di andare a votare: sarebbero 18 milioni di potenziali elettori (38%) che si asterrebbero. Si recherebbero a votare meno di 30 milioni, ossia sei milioni in meno rispetto alle politiche del 2013.


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– Il recente risultato alle elezioni amministrative è stato significante solo per il 34% della popolazione. Per il 66% degli Elettori era quindi un fatto scontato.


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– M5S si riconfermerebbe il partito di maggioranza relativa (27/%), subito seguito dal PD (26.2%).

– Se il centrodestra si presentasse unito alle elezioni politiche, potrebbe ottenere il 32.5% dei voti, essendo la Lega al 14%, Forza Italia al 13.7%, oltre alle altre forze minori.

– Ricordiamo però che spesso la somma delle percentuali dei partiti che si presentano separatamente non coincide con quella di un effettivo risultato elettorale.

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Di fatto, il quadro politico italiano si confermerebbe ingovernabile.

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«Il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico, nonostante una lieve flessione, si confermano le principali forze politiche del Paese. Se si votasse oggi per Camera, il M5S avrebbe il 27%, superando di quasi un punto il partito di Renzi, attestato al 26,2%; la Lega otterrebbe il 14%, di fatto affiancata da Forza Italia al 13,7%.

Sono i dati rilevati dal Barometro Politico nazionale dell’Istituto Demopolis, diretto da Pietro Vento, che ha verificato gli effetti delle Amministrative e dell’emergenza immigrazione sul consenso alle Politiche. Si conferma la crescita dell’area di Centro Destra, rilevata negli ultimi mesi da Demopolis: la somma complessiva dei tre partiti guidati da Salvini, Berlusconi e Meloni raggiunge oggi il 32,5%, nonostante alcune evidenti distanze tra i 3 leader.

In base alla simulazione effettuata dall’Istituto Demopolis, con questi numeri nessuna forza politica avrebbe oggi alla Camera una maggioranza in grado di ottenere la fiducia per un nuovo Governo.

Sul quadro politico pesa la crescente disaffezione al voto degli italiani. Netto appare il calo dell’affluenza, dal 75% del 2013 al 62% di oggi. Secondo la stima Demopolis, voterebbero oggi meno di 30 milioni di italiani, circa 18 milioni sceglierebbero l’astensione.

La legge elettorale in vigore, di fatto un proporzionale puro che non lascia intravedere nessun possibile vincitore a chiusura delle urne non costituisce certamente un incentivo alla partecipazione.»

Pubblicato in: Geopolitica Europea, Unione Europea

Francia. I Les Républicans si spezzano. Mrs Pecresse fonda un nuovo partito.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-12.

Pécresse Valérie

«Valérie Pécresse, nata Valérie Roux (Neuilly-sur-Seine, 14 luglio 1967), è una funzionaria e politica francese, presidente della regione Île-de-France a seguito delle elezioni del 2015.

Uditrice al Consiglio di Stato dal 1992, fu consigliere di Jacques Chirac e insegnò a Sciences Po per sei anni.

A l’occasione delle elezioni legislative in Francia del 2002, fu eletta deputata delle Yvelines ed è rieletta nel 2007 e nel 2012.

Fu Ministro dell’Insegnamento superiore e della Ricerca dal 2007 al 2011, e portò la riforma dell’autonomia delle università, fu capolista e candidata alla presidenza per l’UMP alle elezioni regionali del 2010 nell’Île-de-France.

Dal 2011 al 2012, fu Ministro del Budget, dei Conti pubblici e della Riforma dello Stato e portavoce del governo.

Nel dicembre 2014, è nominata coordinatrice per le elezioni regionali del 2015 e capolista per l’Île-de-France.» [Fonte]

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L’Île de France nacque come dominio reale costituito dai re capetingi: è una delle regioni francesi con più antiche e nobili tradizioni, essendo Parigi la sua capitale. Nota caratteristica il dialetto Champenois. “Île de Franc” è una alterazione di ”Liddle Franke”, vale a dire “Piccola Francia” in lingua franca.

La regione produce circa un quarto del prodotto interno lordo francese, e il suo reddito pro capite, oltre ad essere di gran lunga il più elevato tra le regioni francesi, supera del 70 per cento la media europea: la sua popolazione ammonta a 12 milioni di abitanti. Il governo dell’Île de France è quindi strategico nel controllo politico, burocratico ed economico della Francia.

Dal 1998 al 2015 era stato governato da Jean-Paul Huchon del partito socialista, che nelle due ultime tornate elettorali regionali 2004 e 2014 aveva conquistato il 62.2% ed il 67.94% dell’elettorato, rispettivamente.

Mrs Valérie Pécresse nel 2015 è riuscita a ribaltare la situazione, vincendo la presidenza.

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Il problema è semplice.

All’epoca dei partiti tradizionali, i Les Républicans si erano grandemente appiattiti sulle posizione dei socialisti guidati da Mr Hollande. Nei fatti era difficile distinguerli. Non solo.

La loro dirigenza gerontocratica schierava personaggi dépassé, come Mr Sarkozy o Mr Juppé. Mr Fillon era in un certo qual senso un outsider.

Tuttavia il vero nodo era un programma vecchio e stantio, che forse avrebbe potuto andar ben negli anni trenta del secolo scorso. Nulla a che vedere con la dinamicità di Mr Macron.

Ancora adesso, nonostante una severa débâcle, i Les Républicans restano immobili, quasi ipnotizzati dai fatti accaduti, incapaci di riprendere su nuove basi una sia pur minima discussione politica. Sono decrepiti nel fisico, nella mente e nel cuore.

La scissione è a questo punto un passo obbligato per poter costruire un vero partito di destra, credibile nelle parole e nei fatti, che sappia parlare al cuore dei giovani.

«Valerie Pecresse, who leads France’s main conservative party in the greater Paris region, is to form her own political movement, the latest sign that traditional French political parties are splitting up»

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«Pecresse had been put forward by colleagues as a potential national leader of The Republicans (LR), which like all of France’s established parties is feeling the pressure after President Emmanuel Macron and his one year-old centrist grouping Republic on the Move (LREM) swept to power earlier this year»

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«But naming the new movement ‘Libre’ which translates as ‘Free!’, Pecresse, who was a minister under former conservative president Nicolas Sarkozy, said the LR leadership battle would be “sterile” for as long as the party had not found its true direction»

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«She said she wanted “an authentic right, neither subsumed by Macron nor porous with the (far right) National Front (FN.)»

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Mrs Valerie Pecresse ha un curriculum di tutto rispetto e, soprattutto, ha dimostrato di avere tutti i numeri per competere vittoriosamente nell’agone politico.

La Francia ha un grande bisogno di stabilizzare il proprio assetto politico.

Il Front National ha già fatto un grande cambiamento, ma occorre ancora del tempo perché maturi un proprio credibile progetto politico e, soprattutto, economico. Né ci si stupirebbe se un rinnovo generazionale lo irrobustisse, tagliando in modo definitivo i ponti con un passato troppo vincolante.

Né si sottovaluti l’azione del tempo: larga quota degli over 65 era un classico elettorato socialista, or inopinatamente transitato alle fila di Mr Macron. Ma chi tradisce una volta tradirà anche la seconda: non esistono più elettorati stabili quale fauna stanziale. Parte almeno dell’attuale elettorato di Mr Macron potrebbe tranquillamente migrare ad altre sponde.


Reuters. 2017-07-09. French conservative heavyweight Pecresse to lead political splinter group

Valerie Pecresse, who leads France’s main conservative party in the greater Paris region, is to form her own political movement, the latest sign that traditional French political parties are splitting up.

Pecresse had been put forward by colleagues as a potential national leader of The Republicans (LR), which like all of France’s established parties is feeling the pressure after President Emmanuel Macron and his one year-old centrist grouping Republic on the Move (LREM) swept to power earlier this year.

But naming the new movement ‘Libre’ which translates as ‘Free!’, Pecresse, who was a minister under former conservative president Nicolas Sarkozy, said the LR leadership battle would be “sterile” for as long as the party had not found its true direction.

She told Sunday newspaper Le Journal de Dimanche she would seek to position her grouping between those who have joined Macron’s government – including prime minister Edouard Philippe – and those who would follow a line she called “aggressive opposition,” and which has gathered around the party’s right wing.

She said she wanted “an authentic right, neither subsumed by Macron nor porous with the (far right) National Front (FN.)

“Whatever his failings … Macron would always be a more rallying force, than a right turned in upon its conservative fringe,” she said.

After his victory in the presidential election in May, Macron’s LREM and its allies won 350 seats in the 577-seat lower house, versus 30 seats for the Socialist party and 112 for LR during parliamentary elections in June.

There are also deep divisions in the Socialist party after five years in government under Francois Hollande’s presidency – made worse by the emergence of France Unbowed, a leftist movement led by the charismatic Jean-Luc Melenchon.

Hollande’s prime minister, the pro-business Manuel Valls, has quit the party, as has Benoit Hamon, who was from the left of the party and came fifth in the first round of the presidential election.

On Saturday, the Socialists said they had elected a provisional management committee composed of 8 men and 8 women to run its affairs while it decides how to respond to its defeat.

Pubblicato in: Geopolitica Europea, Sistemi Politici

Regno Unito. Il balletto delle proiezioni elettorali.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-31.

2017-05-31__UK_Polls__001

Bloomberg esce questa mattina con un titolo abbastanza fuori dalla norma:

Pound Falls as Poll Shows Conservatives May Miss Their Majority

«- Slide shows markets unprepared for a close election: Westpac

– Macquarie doesn’t believe poll because of untested methodology

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The pound declined after a poll showed Theresa May’s Conservative Party may miss winning a majority at next week’s general election and face a hung parliament.

Sterling dropped against all its Group-of-10 peers after a YouGov poll in the Times, based on a new model, showed the prime minister’s party may fall short of an overall majority by 16 seats. The pound has been strengthening in past weeks, despite a slowing economy and increased security risks, as earlier surveys suggested a bigger Tory lead.»

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In questo anno elettorale abbiamo assistito ad un sostanziale scostamento tra valori predetti e risultati elettorali usciti dalle urne. Fenomeno questo a livello mondiale.

Sicuramente le proiezioni sono di difficile attuazione, ma molto spesso si avrebbe l’impressione di essere in presenza di un inquinamento politico dei dati, usato per far pressione indiretta sull’elettorato.

YouGov è una società che si è dimostrata essere molto seria nella raccolta dei dati e nell’esposizione dei risultati, per cui il suo annuncio non dovrebbe essere sottovalutato. Occorrerebbe però tenere presente come il risultato finale sia dedotto da un modello sperimentale non ancora testato sul campo.

Tuttavia, il risultato prospettato da YouGov sembrerebbe essere davvero molto pessimista.

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Electoral Calculus fornisce da anni dati previsionali sulle elezioni inglesi usualmente accurate nell’ambito del ±2% per i rilevamenti percentuali e di ± 10 unità per quanto concerne i seggi ottenuti.

L’ultima rilevazione risale al 29 maggio, ossia due giorni or sono, ed è stata condotta su 12,319 persone: un campione circa dieci volte maggiore rispetto a quelli comunemente usati in questo tipo di analisi previsionale.

Si registra una certa quale crescita percentuale dei laburisti, ma ciò non sposta in modo significativo il numero di seggi, votando il Regno Unito con il sistema dei collegi.

Il caso da manuale è il partito Cnp, che con il solo 4.2% dei voti si conquisterebbe ben 49 deputati, essendo i suoi voti tutti geograficamente concentrati.

Pubblicato in: Geopolitica Europea, Geopolitica Militare

Hollande ricorda la battaglia di Chemin de Dames.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-04-16.

2017-04-16__Chemin des Dames __Aisne_Front_1917

«La seconda battaglia dell’Aisne fu il principale e più massiccio attacco condotto lungo la strada Chemin des Dames nel 1917, durante la prima guerra mondiale.

Robert Georges Nivelle, comandante supremo dell’esercito francese, iniziò a progettare l’azione nel dicembre 1916 dopo che sostituì Joseph Joffre, reduce di numerose sconfitte. L’obiettivo era di assicurarsi un’ampia zona, circa 80 km, di trincee usate dai tedeschi per ripararsi dall’artiglieria nemica. Quando l’attacco francese prese il via nell’aprile 1917, numerose mitragliatrici e mortai tedeschi aprirono il fuoco, vanificando i futuri assalti e provocando un alto numero di perdite. La battaglia terminò in un disastro, segnando per sempre la carriera di Nivelle e causando diversi casi di ammutinamento tra le sue truppe.

Il saliente di Chemin des Dames venne catturato, seppure in misura minore rispetto ai piani di Nivelle, solamente cinque mesi dopo da Paul André Maistre durante la cosiddetta battaglia di La Malmaison.»

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«L’offensiva di Nivelle avrebbe dovuto contemplare l’impiego di circa un milione di uomini supportati da 7.000 mitragliatrici tra le città di Roye e Reims, concentrandosi più che altro lungo il fiume Aisne.

Iniziato a progettare nel dicembre 1916, il piano perse valore a causa delle numerose informazioni trapelate al Deutsches Heer (l’esercito tedesco), che alla data d’inizio delle operazioni era già a conoscenza delle sue fasi. In aggiunta, la ritirata tedesca dalla linea Hindenburg aveva fatto decadere parte delle motivazioni circa l’esistenza del piano stesso. Nonostante questi fattori e la scarsa conoscenza delle forze nemiche, Nivelle decise ugualmente di mandare all’attacco i suoi fanti»

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«Il 16 aprile 1917, dopo una settimana di attacchi inglesi (battaglia di Arras), 19 divisioni francesi appartenenti alla 5ª e 6ª Armata, guidate da Olivier Mazel e Charles Mangin, attaccarono le linee tedesche lungo un fronte di 80 km da Soissons a Reims, assistiti da un massiccio quanto inutile sbarramento di artiglieria. Consci dell’attacco di Nivelle, i fanti di Max von Böhen e Fritz von Below avevano nel frattempo concentrato in posizioni strategiche svariate mitragliatrici, tra cui le nuove MG08/15, e si erano ben difesi in bunker protratti anche abbastanza in profondità nelle linee»

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«Nel primo giorno di combattimenti i francesi persero 40.000 uomini e 150 carri armati Schneider CA1 riuscendo però a far vacillare la 7ª Armata di von Böhen. Il giorno successivo la 4ª Armata di François Anthoine puntò ad est di Reims in direzione di Moronvilliers (oggi Thiaucourt-Regniéville), ma la 1ª Armata di von Below respinse i loro tentativi di raggiungere la cittadina.

Nivelle continuò ad ordinare attacchi in larga scala fino al 20 aprile» [Fonte]

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«Fino dagli inizi del Nostro Pontificato, fra gli orrori della terribile bufera che si era abbattuta sull’ Europa, tre cose sopra le altre Noi ci proponemmo: una perfetta imparzialità verso tutti i belligeranti, quale si conviene a chi è Padre comune e tutti ama con pari affetto i suoi figli; uno sforzo continuo di fare a tutti il maggior bene che da Noi si potesse, e ciò senza accettazione di persone, senza distinzione di nazionalità o di religione, come Ci detta e la legge universale della carità e il supremo ufficio spirituale a Noi affidato da Cristo; infine la cura assidua, richiesta del pari dalla Nostra missione pacificatrice, di nulla omettere, per quanto era in poter Nostro, che giovasse ad affrettare la fine di questa calamità, inducendo i popoli e i loro Capi a più miti consigli, alle serene deliberazioni della pace, di una « pace giusta e duratura ….

Il mondo civile dovrà dunque ridursi a un campo di morte? E l’Europa, così gloriosa e fiorente, correrà, quasi travolta da una follia universale, all’abisso, incontro ad un vero e proprio suicidio? ….

non si comprenderebbe la continuazione di tanta carneficina unicamente per ragioni di ordine economico ….

cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage ….

Riflettete alla vostra gravissima responsabilità dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini; dalle vostre risoluzioni dipendono la quiete e la gioia di innumerevoli famiglie, la vita di migliaia di giovani, la felicità stessa dei popoli, che Voi avete l’assoluto dovere di procurare»

[SS Benedictus XV, “Lettera del Santo Padre Benedetto XV ai capi dei popoli belligeranti“, Dal Vaticano, 1° Agosto 1917, AAS IX (1917) p.421-423]

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La prima guerra mondiale ha segnato l’inizio del suicidio dell’Europa.


Deutsche Welle. 2017-04-16. Franco-German Chemin des Dames battle centenary marked by President Hollande

President Francois Hollande has become the first French leader to attend the memorial service at Chemin des Dames in 100 years. The 1917 WWI battle was one of the deadliest and most disastrous in French history.

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At Chemin des Dames, in the countryside some 130 kilometers northeast of Paris, President Francois Hollande attended the memorial service of the First World War Battle of the Aisne, making him the first French leader to do so in a century.

Ahead of Sunday’s memorial, Hollande said: “This centenary must make it possible to fully reintegrate Chemin des Dames into the national memory of the Great War, which for too long has been marginalized and overshadowed by the battles of Verdun, the Somme and the Marne.”

Catastophic loss

After gathering more than one million men, on April 16, 1917, General Robert Nivelle launched an offensive against Germany at the front between Soissons and Reims. The attack – supposed to be a rapid operation thanks to the use of the first war tanks – turned into a fiasco, causing multiple mutinies.

Under the impression that the Germans had been exhausted by the Battle of Verdun and the Battle of the Somme, General Nivelle believed a breakthrough offensive at Chemin des Dames could be completed within 48 hours.

187,000 ‘poilus’ killed

But faced with roads destroyed by shelling, the French troops or “poilus” progressed with difficulty. A warren of caves and tunnels left behind by centuries of quarrying were also used by German troops to shelter and escape the French bombardment.

Some 187,000 French troops, including Senegalese infantrymen died in the battle. 

The huge defeat had a disastrous effect on morale, resulting in mutiny across many divisions. Of the 554 death sentences handed to mutineers after the Chemin des Dames, 49 resulted in execution. However, Prime Minister Raymond Poincare (1926-29) later pardoned most of those condemned.

In 1998, in the city of Craonne (Aisne), Socialist Prime Minister Lionel Jospin cleared the men who had mutinied saying they should “reintegrate in today’s collective memory.”

Day of memorial events

Commemorations on Sunday began at dawn with a 5-kilometer (3-mile) walk across the Plateau de Californie, a few kilometers from the village of Craonne.

It was there, on Hollande’s arrival, that the Chanson de Craonne was sung by a choir. Ceremonies continued at the Caverne du Dragon, home to the Chemin des Dames Museum where a sculpture by artist Haïm Kern was also to be unveiled, three years after the original was stolen.

Following a recital of the French national anthem, the Marseillaise, a remembrance at the German military cemetery was held in the presence of the German ambassador.

Ahead of a vigil on Sunday night, Hollande was also scheduled to give a speech before unveiling a commemorative plaque.

Pubblicato in: Geopolitica Europea

Serbia. Vucic eletto presidente. 55%.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-04-03.

2017-04-03__Serbia__001

«Serbian Prime Minister Aleksandar Vucic is projected to have won a clear victory in the country’s presidential election.

With most votes counted in Sunday’s poll, he appears to have won about 55%, the threshold to avoid a run-off»

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«Mr Vucic said the people had voted for his policy of joining the EU without turning away from traditional allies Russia and China»

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«Up until now, the role of the president has been largely ceremonial, but it is thought it will become more influential under Mr Vucic»

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Le intenzioni dichiarate da Mr Vucic sembrerebbero essere di buon senso: inserire la Serbia nel contesto dell’Unione Europea senza peraltro abbandonare la tradizionale alleanza con la Russia e con la Cina.

Con il clima politico corrente sarà alquanto difficile poter mantenere un simile proposito.

Difficile anche la situazione economica.

Il pil procapite nel 2015 era 4,613 euro, il tasso di crescita di poco superiore lo zero, ed il debito pubblico estero ammontava al 77.8% del pil nazionale.

La disoccupazione al 17.9% rende anche quel paese alquanto instabile.


Rai News. 2017-04-03. Aleksandar Vucic nuovo presidente della Serbia. Vittoria al primo turno.

Il primo ministro conservatore Aleksandar Vucic ha vinto le elezioni presidenziali in Serbia. Dopo la società di sondaggi Ipsos, anche il Centro per libere elezioni e democrazia (Cesid) ha confermato il largo successo già al primo turno del premier Aleksandar Vucic nelle presidenziali in Serbia. A Vucic, stando al Cesid, è andato oltre il 56%, secondo, a enorme distanza, si è piazzato l’ex ombudsman Sasha Jankovic con il 15,2%, terzo il giovane eccentrico campione dell’anti-politica Luka Maksimovic, alias Ljubisa Preletacebvic Beli, con il 9,5%, quarto l’ex ministro degli esteri Vuk Jeremic con il 5,8%.


Bbc. 2017-04-03. Serbia elects Prime Minister Aleksandar Vucic as president

Serbian Prime Minister Aleksandar Vucic is projected to have won a clear victory in the country’s presidential election.

With most votes counted in Sunday’s poll, he appears to have won about 55%, the threshold to avoid a run-off.

His closest challenger, Sasa Jankovic, has 15%, while satirical candidate Ljubisa Preletacevic is third with 9%.

Mr Vucic is pro-EU, but is accused by his rivals of using the election to tighten his grip on power.

Mr Vucic said the people had voted for his policy of joining the EU without turning away from traditional allies Russia and China.

“This shows in what direction Serbia wants to go. It has been important for this victory to be as clear as a tear drop to not allow anyone to make a random interpretation of the difference that has been made.”

He became prime minister after his pro-EU nationalist Progressive Party won a landslide victory in early parliamentary elections in 2014.

In the latest campaign, the 47-year-old highlighted Serbia’s economic growth under his tenure.

He was previously a radical Serb nationalist who served under President Slobodan Milosevic in the late 1990s.

But in 2008, he left the country’s Radical party to help found the moderate Progressive Party, signalling a clear break with his nationalist past.

“I do not hide that I have changed… I am proud of that,” he told the AFP news agency in a 2012 interview.

But his past has followed him nonetheless.

In 2015, he fled a ceremony marking the 20th anniversary of the Srebrenica massacre, when the crowd turned on him.

The massacre saw about 8,000 Bosnian Muslims killed at the hands of Serb forces.

Mr Vucic was a member of the national assembly at the time, and famously said “you kill one Serb and we will kill 100 Muslims” just days after the massacre.

But in recent years, he has called for conciliation. Months after he was chased from the anniversary ceremony, he returned to the memorial site to pay his respects.

Up until now, the role of the president has been largely ceremonial, but it is thought it will become more influential under Mr Vucic.

But he denied the suggestion, saying: “They can say whatever they want. I will respect Serbia’s constitution. That is my obligation and that is what I will do.”

Pubblicato in: Demografia, Geopolitica Europea, Unione Europea

Germania. Realtà geografica, non più umana, politica ed economica.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-02-17.

2017-02-13__germania_popolazione__001

Per capire meglio quanto sarà esposto, potrebbe essere utile fare un richiamo a due precedenti storici a tutti noti, ma spesso non ben soppesati da molti.

Primo esempio. Nel luglio 1943 si svolse sul fronte russo la battaglia di Kursk. I tedeschi non ottennero altro risultato che subire severe perdite oltre al virtuale annientamento delle loro forze corazzate. La guerra era persa, anche se Kursk distava da Berlino circa millecinquecento kilometri. Servirono poi altri due anni di conflitto per arrivare alla pace.

Secondo esempio. Nel giugno 1942 si svolse la battaglia di Midway, un atollo messo nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico. Gli americani affondarono quattro portaerei di assalto giapponesi, ed abbatterono 248 aerei navali giapponesi. Era evidente a tutti che il Giappone aveva perso la guerra, anche se Midway distava da Tokyo 4,119 kilometri. Ci vollero altri tre anni di guerra per poter finalmente chiudere la partita.

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Questi esempi storici indicano chiaramente come alcuni fatti, in questo caso battaglie, siano eventi che segnano in modo inequivocabile l’inizio della fine di un certo quale processo storico: il suo culmine, oltre il quale non sussiste altro che il declino fino alla scomparsa.

Non è facile identificarli nel momento in cui accadono: a quell’epoca sia la Germania sia il Giappone parevano essere ancora molto forti, ed in effetti lo erano, ma non a sufficienza da vincere. E chi non vince soccombe.

Lo stesso modulo ragionativo vale per la Germania attuale.

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La situazione geopolitica, economica e militare della Germania di oggi ricorda da vicino, mutatis mutandis, quella della Germania nel luglio 1943 e del Giappone nel giugno 1942.

Al momento attuale il sistema politico sembrerebbe ancora reggere e quello economico essere soddisfacente. Sembrerebbe.

Ma questa è la situazione attuale: non ci si faccia trarre in inganno. Stanno infatti emergendo dei fatti nuovi la portata dei quali equivale alla battaglia di Kursk oppure a quella di Midway.

La Germania attuale è sconfitta storicamente e strategicamente, e lo è in modo così severo da correre il serio pericolo di essere ridota ad una mera espressione geografica. Si potrebbe anche azzardare una data: entro venti anni al massimo risulterà essere annientata, scomparsa. Kaputt.

Diversi sono questi eventi spartiacque.

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Il primo elemento è quello demografico.

Germania. Incidenza economica del calo demografico. – Bloomberg.

La demografia è una delle poche scienze facilmente prevedibili, perché i tempi di gestazione e crescita degli esseri umani sono noti e certi: è quindi facile fare i conti e prevederne i tempi.

Secondo Destatis, l’Istituto di Statistica tedesco, il 41.4% delle famiglie è formato da single. Su 400,115 matrimoni si registrano 163,335 separazioni, tenendo conto solo di quelle espressamente sentenziate da una Corte di Giustizia. Il tasso di fertilità è 1.5, ma questo è sorretto in larga quota dalla prolificazione degli immigrati: le femmine autoctone, ossia tedesche di stirpe, hanno indice di fertilità ben inferiore alla unità, laddove 2.1 sarebbe il minimo per mantenere costane la popolazione. Sugli 82.2 milioni di persone che vivono in Germania, 8.7 mn sono stranieri e 17.1 mn sono figli di stranieri. Sono 25.8 milioni di persone, ma non basta. La maggior parte di essi rientra nella fascia di età compresa tra i 20 ed i 60 anni, ossia in età lavorativa e fertile, di cui rappresenta circa il 60%. Nel 2015 gli ultra sessantenni formavano il 24.4% della popolazione. Se nel 1950 i giovani (età <= 20 anni) erano il 30.4%, nel 2015 si erano ridotti ad essere il 18.3%, in gran parte non tedeschi. Già tra dieci anni metà della popolazione in età lavorativa sarà straniera o di ascendenza straniera, idonei a ricoprire compiti lavorativi di grado basso: mancheranno in modo drammatico le figure prfessionali della fascia medio- alta.

I vecchi notoriamente decedono ben prima degli adulti e dei giovani: entro venti anni gli attuali 20 milioni di tedeschi anziani sarà passato a miglior vita senza essere rimpiazzato da un corrispondente numero di autoctoni di eguale preparazione e caratteristiche.

Immigrazione? L’immigrazione illegale di cui siamo stati testimoni può al massimo rimpiazzare una bassa manovalanza, ma a breve ci sarà bisogno di quadri nell’industria, di colletti bianchi negli uffici: si dovranno rimpiazzare i posti ed i ruoli dirigenziali.

Orbene, se anche adesso tutte le femmine tedesche si mettessero a prolificare, di qui a venti anni il problema sarebbe irrisolto. Dalla gestazione all’immissione nel mondo del lavoro un essere umano impiega almeno venticinque anni. La Germania collasserebbe lo stesso. Dal punto di vista demografico è kaputt. Il grafico qui riportato dovrebbe esser esplicito: è fortemene ottimista.

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2017-02-07__germania-incidenza-economica-del-calo-demografico-bloomberg-__001

Il secondo elemento è quello della vita personale e della sanità mentale.

Il calo delle nascite non è ascrivibile a fattori economici: la repubblica federale tedesca garantisce alle donne che hanno partorito un assegno mensile la cui entità netta mensile varia dai 500 ai 2,000 euro, somma di differenti voci.

È un problema di Weltanschauung, di ciò che Frau Merkel identifica come “valori” della Germania. Da decine di anni l’istituto familiare è stato sistematicamente demolito fino a renderlo equiparato ad anche meno di un regime di convivenza. Separazione e divorzio sono stati resi così facili da essere semplicemente automatici. Se garanzie restano ancora parzialmente per la prole, non sussistono per i coniugi, specie per il maschio.

Ma i danni peggiori sono stati generati dal femminismo. Questa teoria infatti relega la femmina nel solo dominio economico, svincolato da doveri religiosi, etici e morali. Così si è aperta la strada all’uso generalizzato degli anticoncezionali delle più diverse tipologie. A ciò si aggiunga l’aborto. Esso è pudicamente denominato “pro choice“: ossia scegliere se tenere o assassinare il proprio figlio. Ma assassinare un figlio non può essere impunemente considerato una possibile “scelta“. Scelleratezza è, e scelleratezza rimane. Ed una Collettività non può reggersi quando la mentalità corrente sia contro natura.

Le donne tedesche, come peraltro quelle occidentali in genere, vivono un rifiuto ideologico della prole, vista come impaccio ad una propria realizzazione lavorativa ed alla propria vita in generale e sessuale in particolare. Quando si è giovani, dicimolo pure francamente, è bello potersela spassare dimetichi del futuro.

È una Weltanschauung per cui tutti accampano diritti sconiugati dai relativi doveri, laddove sarebbero i doveri, quando adempiuti, a conferire dei diritti. È Weltanschauung corrente non dare peso alcuno ai doveri dovuti alla Collettività ed anche a sé stessi.

Questa visione di vita affonda le sue radici dapprima nell’illuminismo, quindi nell’idealismo dialettico e storico, culminando nelle teorie del socialismo ideologico.

Senza rigettare tale modo di concepire l’esistenza non sarà mai possibile una ripresa delle nascite, e ciò non sarà possibile se non dopo aver rimosso i socialisti ideologizzati dai centri di potere, che usano per propalare le proprie teorie di morte.

Una delle più severe conseguenze dello scardinamento familiare, non l’unica ma sicuramente la primaria, è la constatazione che 164 milioni di cittadini europei presentano seri disturbi mentali, che nel 2005 colpivano il 27.4% della popolazione e sei anni dopo il 38.2%. Le femmine rendono conto del maggior numero di severe sindromi depressive, in gran parte ascrivibili all’ingresso in menopausa, con la constatazione di una vita sentimentale fallita alle spalle così come alla constatazione di non aver proliferato. La mancanza di prole, e l’aver preso coscienza di averla soppressa, genera rimorsi urenti quanto irredimibili. Ma è troppo tardi. Con la menopausa quelle donne sterili nella mente e nel cuore prima ancora che nell’utero entrano in un labirinto depressivo che fa loro provare già sulla terra quello che sarà l’inferno futuro. La solitudine sarà il loro incubo, la condanna che si sono generate con le loro mani. Escono di senno, anche se prima non erano certo normali.

Una popolazione la gran parte della quale sia incapace di intendere e volere correttamente non può fare altro che andare alla rovina. La sindrome depressiva è l’esatto opposto dell’ottimismo imprenditoriale. La patologia mentale impedisce di recepire il reale nella sua oggettività: tutto  è vissuto in modo soggettivo.

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Il terzo elemento è il rapporto intercorrente tra demografia ed economia.

Alcune considerazioni sono, o dovrebbero, essere ovvie.

Maggiore è una popolazione, più ampio è il mercato interno.

Ma una popolazione con pochi giovani e tanti vecchi ha propensione a tutto tranne che agli investimenti produttivi: il vecchio vuole servizi, pensione e redditi garantiti, sia pur essi bassi. Sono i giovani ad aver il gusto e la voglia di nuovo, di imprendere, di fare.

Negli ultimi decenni la finanza si è imposta quasi come fenomeno disgiunto da quello economico, dalla produzione. In un ragionevole ambito, questa dicotomia può sussistere, ma con molta moderazione. Alla fine, anche di chi si occupa di finanza e servizi dovrà ben mangiare, e qualcuno dovrà quindi ben produrre se non altro il cibo.

Le produzioni occidentali hanno subito un severo processo di delocalizzazione, principalmente a causa dei regimi impositivi e burocratici locali. Ora la Germania, come peraltro molti altri paesi occidentali, si ritrova con una produzione in piena crisi.

Ma il suo vero problema non è quello attuale: per il momento il sistema produttivo ancora si regge, bensì quello futuro.

Cerchiamo di spiegarci meglio. Un impianto industriale di ragionevoli dimensioni necessita di circa un anno di analisi di mercato, due anni di costruzione ed almeno quattro anni di ammortamento. L’orizzonte temporale dell’imprenditore che impianta uno stabilimento è come minimo di sette anni.

Ma costruire un grande stabilimento in un paese che si sta spopolando sembrerebbe essere idea ben poco scaltra. Difficile trovare le competenze da assumere, difficile trovare il target cui vendere i prodotti. Uno stabilimento automobilistico richiede usualmente una decina di migliaia di addetti specializzati liberi sul mercato e genera un indotto di circa altri cinquantamila posti di lavoro, anche essi da ricoprirsi tra i non occupati. E tutte queste persone dovrebbero essere ragionevolmente addensate in un territorio ragionevolmente piccolo. Caratteristica questa assente in un territorio spopolato di giovani. Gli immigrati potrebbero ricoprire ruoli di basso o infimo livello, ma non hanno la preparazione per rivestire posti direzionali.

Senza la disponibilità di classi giovani che si affaccino sul mondo del lavoro resta semplicemente impossibile anche il solo pensare ad investire in nuovi stabilimenti produttivi. Non a caso ad oggi in Germania oltre il 40% degli addetti alla produzione è assunta con Miniarbeit.

E questo è proprio il fenomeno che inizia ad evidenziarsi in Germania. Non si possono progettare investimenti di medio – lungo termine: il sistema diventa instabile ed alla vine crollerà. Faremo alcuni esempi.

La chimica tedesca, asse portante della passata produzione tedesca, sta delocalizzando in modo spinto.

La chimica tedesca è in subbuglio. Lanxess AG acquisisce Chemtura

Juncker. Investite in Europa! Vi tasseremo. Basf investe in Asia.

Adesso, anche l’industria automobilistica segue le orme della chimica.

Giorni fa il Presidente della Volkswagen, Matthias Mueller, come se la Germania non avesse imposto alla Russia sanzione alcuna, si è fatto ricevere dal Presidente Putin in persona per concordare la costruzione di uno stabilimento VW in Russia.

«West sanctioned Moscow for its 2014 annexation of Ukraine’s Crimea»

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«Volkswagen has sustained investment, betting sales will one day recover to their 2012 peak of almost 3 million vehicles a year from around 1.4 million vehicles now»

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In tempi normali sarebbe stato un normale business. Non in questo momento.

Herr Mueller ha scavalcato la Bundeskanzlerin Frau Merkel, fatto questo davvero molto singolare e che la conta lunga su quanto valga ora l’attuale cancelleria, ed ha ignorato la esistenza di sanzioni, senza peraltro riceverne lamentele in patria da parte di politici inerti. Già adesso la cancelleria non conta che ben poco.

Ma è anche il coraggio della disperazione: in questa, e sopratutto nella Germania futura, non hanno albergo grandi impianti produttivi. Herr Mueller sa benissimo quanto pesino i fattori demografici e culturali.

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Il quarto elemento è la generale mancanza di considerazione internazionale che circonda la Germania attuale. Nessuno vuole più condividere i “valori” tedeschi: vogliono vivere e perpetuarsi. Fuori dalla Germania, gli altri popoli hanno una gran voglia di vivere.

Alcuni flash.

Mentre in altri tempi il capo di stato polacco sarebbe andato in pellegrinaggio a Berlino accontentandosi di essere ricevuto da un sottosegretario, il sette febbraio la Bundeskanzlerin Frau Merkel in persona si è recata a Varsavia chiedendo di essere ricevuto dal Mr Jaroslaw Kaczynski, capo del PiS, che però non ricopre carica governativa alcuna. E la cancelliera è stata ricevuta con il protocollo con cui si ricevono privati che provengono da un qualsiasi paesuccolo africano. Da un punto di vista diplomatico fu uno sberleffo.

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Ma cosa ben peggiore è il fatto che mentre il Presidente Trump ha ricevuto in pompa magna Mr Farage e Mrs May, non ha ritenuto opportuno invitare la Bundeskanzlerin Frau Merkel. Da un punto di vista diplomatico è uno schiaffo severo, ma non è l’unico.

Dopo lunghe e lamentose suppliche, il Ministro degli esteri tedesco Herr Gabriel è riuscito ad arrivare a Washington. Lì è stato ricevuto dall’attaché Mr Clarke, gradino molto basso della gerarchia, quasi un fattorino gallonato, per poter avere ben otto minuti di colloquio con il Segretario di Stato Tillerson. Meno del tempo concesso al rappresentante del Messico e del Ghana. A breve la Bundeskanzlerin Frau Merkel si incontrerà con il vicepresidente Mike Pence: un oltraggio, data la disparità di rango e di potere decisionale.

Per gli Stati Uniti la Germania non conta pù nulla.

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Concludiamo.

La Germania sta avviandosi irreversibilmente verso la estinzione della stirpe autoctona che è incapace di riprodursi.

Ogni giorno che passa acquista sempre più i segni ed i sintomi di un paese vecchio, senza la componente giovanile.

Quando tra una decina di anni saranno usciti dal mondo del lavoro gli attuali cinquantenni il problema irromperà nella sua massima virulenza.

Gli investitori conoscono molto bene questa problematica e come conseguenza hanno cessato gli investimenti nel comparto produttivo tedesco. Ciò non toglie che si possano fare degli affarucci estemporanei in borsa: ma questo è l’oggi, non il domani.

Già tra dieci anni resterà difficile trovare anche meccanici, idraulici ed elettricisti per le usuali manutenzioni ordinarie. Non parliamo poi di personale infermieristico oppure di badanti. Ma saranno anche introvabili i colletti bianchi di rimpiazzo a quelli pensionati o deceduti. Rimpiazzare un direttore di banca con un magrebino che non parla tedesco? Sembrerebbe essere cosa ben poco scaltra.

*

Il mondo sta semplicemente seduto ad aspettare: sarebbero risorse ed energie sprecate quelle impiegate contro la Germania. Si sta semplicemente suicidando con le sue stesse credenze e mani. Ben pochi la rimpiangeranno. E molti stanno facilitando questo processo.

Ridotta a realtà geografica, molti si stanno già organizzando per colonizzarla. Nessuno si stupirebbe se alla fine dovesse fare la fine della ex Prussia orientale: oggi lì abitano solo ed esclusivamente dei russi.


→ Reuters. 2017-02-08. Putin meets Volkswagen CEO, offers help in Russia

President Vladimir Putin met Volkswagen Chief Executive Matthias Mueller in Moscow on Wednesday and said he was ready to help the German car giant (VOWG_p.DE) develop its business in Russia at a time of sliding sales and weak demand.

Putin said he understood the challenges the car maker faced in Russia, where the country’s once-booming auto market has fallen victim to a sustained economic downturn.

“We are very happy that your business as a whole is doing well, although we understand there are certain difficulties,” Putin said after the meeting, a rare face-to-face between the Russian leader and a major European industrialist after the West sanctioned Moscow for its 2014 annexation of Ukraine’s Crimea.

“We are always ready to discuss any questions you have to help you develop further in our country.”

VW Group, which produces the Volkswagen, Audi, Seat and Skoda brands, is Russia’s largest foreign car maker by sales and revenue. But its sales fell by 5 percent in Russia last year, according to the Association of European Businesses (AEB) lobby group, as the wider market fell by 11 percent year-on-year.

Some foreign car makers, such as General Motors (GM.N), have quit Russia, but Volkswagen has sustained investment, betting sales will one day recover to their 2012 peak of almost 3 million vehicles a year from around 1.4 million vehicles now.

The company makes cars at a factory in Kaluga, some 170 kilometers (105.63 miles) southwest of Moscow, and started production at a new engine plant in the city in 2015. It also has two other production sites.

An industry source said Mueller’s meeting with Putin had been to discuss “exclusive benefits” for his company.

Volkswagen said in a statement it was committed to the Russian market, where it said it provided 6,800 direct and 50,000 indirect jobs, and planned further development there.

“We are thinking ahead over the future and looking for the ways of implementing our global strategy at the Russian market,” the company said.

Putin told reporters tax privileges offered by the Russian government were already helping support Volkswagen’s sales.

The AEB sees Russian car sales increasing by 4 percent in 2017 after four consecutive years of decline, but said on Wednesday they had fallen 5 percent in January. VW Group sales increased 2 percent for the month.

Volkswagen has fared worse elsewhere. After admitting in September 2015 that it cheated U.S. diesel emissions tests, it is still battling regulatory investigations, investor and consumer lawsuits, and striving to rebuild its reputation.


→ The Guardian. 2017-02-08. ‘Europe’s fate is in our hands’: Angela Merkel’s defiant reply to Trump

Angela Merkel and François Hollande have responded curtly but defiantly after Donald Trump cast further doubt on his commitment to Nato and gave strong hints that he would not support EU cohesion once in office.

“We Europeans have our fate in our own hands,” the German chancellor said after the publication of the US president-elect’s interviews with the Times and German tabloid Bild. “He has presented his positions once more. They have been known for a while. My positions are also known.”

In the Times interview, Trump complained that Nato had become “obsolete” because it “hadn’t taken care of terror” – a comment later welcomed by the Kremlin. He suggested that other European countries would follow in Britain’s footsteps and leave the EU.

Hollande, the French president, retorted by saying Europe did not need to be told what to do by outsiders.

“Europe will be ready to pursue transatlantic cooperation, but it will based on its interests and values,” Hollande said on Monday. “It does not need outside advice to tell it what to do.”

Germany’s foreign minister, Frank-Walter Steinmeier, said the criticism of Nato had caused concern in the political and military alliance. “I’ve spoken today not only with EU foreign ministers but Nato foreign ministers as well and can report that the signals are that there’s been no easing of tensions,” he said.

Other senior members of Merkel’s government were quick to defend Germany’s policies after Trump criticised the chancellor’s handling of the refugee crisis and threatened a 35% tariff on BMW cars imported to the US.

Responding to Trump’s comments that Merkel had made an “utterly catastrophic mistake by letting all these illegals into the country”, the deputy chancellor and minister for the economy, Sigmar Gabriel, said the increase in the number of people fleeing the Middle East to seek asylum in Europe had partially been a result of US-led wars destabilising the region.

“There is a link between America’s flawed interventionist policy, especially the Iraq war, and the refugee crisis; that’s why my advice would be that we shouldn’t tell each other what we have done right or wrong, but that we look into establishing peace in that region and do everything to make sure people can find a home there again,” Gabriel said.

“In that area, Germany and Europe are already making enormous achievements – and that’s why I also thought it wasn’t right to talk about defence spending, where Mr Trump says we are spending too little to finance Nato. We are making gigantic financial contributions to refugee shelters in the region, and these are also the results of US interventionist policy.”

John Kerry, the outgoing US secretary of state, also responded tartly to Trump’s criticisms of Merkel, warning him he would need to rein in his views once he took office.

“I thought, frankly, it was inappropriate for a president-elect of the United States to be stepping in to the politics of other countries in a quite direct manner,” Kerry told CNN’s Christiane Amanpour. “As of Friday, he’s responsible for that relationship.

“But I think we have to be very careful about suggesting that one of the strongest leaders in Europe – and one of the most important in respect of where we are heading – made one mistake or another.”

Gabriel, who is expected to run as the centre-left candidate against Merkel in Germany’s federal elections in September, said Trump’s election should encourage Europeans to stand up for themselves.

“On the one hand, Trump is an elected president. When he is in office, we will have to work with him and his government – respect for a democratic election alone demands that,” Gabriel said.

“On the other hand, you need to have enough self-confidence. This isn’t about making ourselves submissive. What he says about trade issues, how he might treat German carmakers, the question about Nato, his view on the European Union – all these require a self-confident position, not just on behalf of us Germans but all Europeans. We are not inferior to him, we have something to bring to the table, too.

“Especially in this phase in which Europe is rather weak, we will have to pull ourselves together and act with self-confidence and stand up for our own interests.”

The German foreign ministry rejected Trump’s criticism that creating “security zones” in Syria would have been considerably cheaper than accepting refugees fleeing the war-torn country.

“What exactly such a security zone is meant to be is beyond my comprehension and would have to be explained,” said Martin Schäfer, a spokesman for the German foreign ministry.

Schäfer also rejected Trump’s labelling of the EU as a “vehicle for Germany”. He said: “For the German government, Europe has never been a means to an end but a community of fate which, in times of collapsing old orders, is more important than ever.”

Hints of a fundamental shift in US trade policy sent shockwaves through German politics and business.

In his interview, Trump indicated that he would aim to realign the “out of balance” car trade between Germany and the US. “If you go down Fifth Avenue, everyone has a Mercedes Benz in front of his house, isn’t that the case?” he said. “How many Chevrolets do you see in Germany? Not very many, maybe none at all … it’s a one-way street.”

Asked what Trump could do to make sure German customers bought more American cars, Gabriel said: “Build better cars.”

Shares in BMW, Daimler and Volkswagen fell on Monday morning following Trump’s comments. BMW shares were down 0.85%, shares in Daimler were 1.54% lower and Volkswagen shares were trading 1.07% down in early trading in Frankfurt.

All three carmakers have invested heavily in factories in Mexico, where production costs are lower than the US, with an eye to exporting smaller vehicles to the US market.

A BMW spokeswoman said a BMW Group plant in the central Mexican city of San Luis Potosi would build the BMW 3 Series from 2019, with the output intended for the world market. The plant in Mexico would be an addition to existing 3 Series production facilities in Germany and China.

But Gabriel said on Monday that a tax on German imports would lead to a “bad awakening” among US carmakers since they were reliant on transatlantic supply chains.

“I believe BMW’s biggest factory is already in the US, in Spartanburg [South Carolina],” Gabriel, leader of the SPD, told Bild in a video interview.

“The US car industry would have a bad awakening if all the supply parts that aren’t being built in the US were to suddenly come with a 35% tariff. I believe it would make the US car industry weaker, worse and above all more expensive. I would wait and see what Congress has to say about that, which is mostly full of people who want the opposite of Trump.”


→ Deutsche Welle. 2017-02-10. Merkel to meet US Vice President Pence at ‘critical’ Munich Security Conference

Chancellor Angela Merkel is to meet US Vice President Mike Pence next week, when she attends the Munich Security Conference. It will be the first time she meets any senior member of the new Washington administration.

*

German government sources said on Thursday that Merkel would meet the vice president at the conference, which takes place this year amid uneasiness about the future of Transatlantic relations.

US Secretary of State Rex Tillerson and defense secretary James Mattis – who are also deemed likely to attend – could also be involved in the discussions.

Although the February 17-19 conference is among the most important foreign policy and security gatherings in the world, Merkel did not attend last year.

The meeting follows Trump’s criticism of Merkel’s refugee policy and comments in which he said he viewed NATO as “obsolete.”

Criticism in both directions

Meanwhile, in a telephone conversation with US President Donald Trump last week, Merkel criticized Trump’s ban on refugees and people from seven mainly Muslim countries entering the United States.

Among the topics up for discussion at the conference will be Transatlantic ties, NATO and the EU, the Ukraine crisis, Russia and Syria.

Conference chairman Wolfgang Ischinger has said he hopes the conference will reveal more about the Trump team’s intentions regarding NATO and the EU.

Time of ‘greatest uncertainty’

Ischinger described the conference as the most critical in many years, at a time when the tectonic plates of geopolitics appear to be shifting following Trump’s win in the US and as the EU experiences significant inner turmoil.

“We are living through and witnessing a time of the greatest uncertainty,” said Ischinger, warning against high-handedness and reproach in dealing with the US, to which he was a former ambassador.

Dozens of senior politicians, including heads of state and government, are expected to attend the event, where outgoing German President Joachim Gauck is to be honored with the Ewald-von-Kleist Prize on Saturday evening.


→ Deutsche Welle. 2017-02-10. EU’s Mogherini warns US not to ‘interfere’ in European politics

The EU’s foreign policy chief has cautioned Washington about meddling in the bloc’s political life. Trump’s administration has reached out to EU officials, asking which nation was next to leave, an ex-US ambassador said.

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The EU’s top diplomat, Federica Mogherini, on Friday warned US President Donald Trump’s administration of meddling in European politics, saying the bloc’s relationship with Washington will be “transactional and pragmatic.”

“We do not interfere in US politics … and Europeans expect that America does not interfere in European politics,” Mogherini said after wrapping up meetings with US officials, including US Secretary of State Rex Tillerson.

Last year, Trump praised the UK’s decision to leave the EU in a referendum commonly referred to as “Brexit,” prompting concerns across the bloc that he may seek to undermine the European project.

“The unity of the European Union, I believe, is more evident today than it was some months ago,” Mogherini said.

“The UK will stay a member state of the European Union for another two years at least … And it will not be able to negotiate any trade agreement bilaterally with any third country [until leaving the EU],” she added.

Since his electoral victory in November, several EU leaders have criticized Trump for his divisive remarks, with German Chancellor Angela Merkel saying, “We Europeans have our fate in our own hands.”

Next US ambassador to EU?

Meanwhile, Mogherini noted that the White House has yet to choose an ambassador to the EU, which the bloc’s 28 member states would have to consent to under a long-held tradition. EU politicians have expressed their displeasure about the possible nomination of Theodore Roosevelt Malloch.

Before leaving his post in January, former US Ambassador to the EU Anthony Gardner warned Trump’s administration not to support the bloc’s breakup.

Gardner, appointed by former President Barack Obama, said Trump’s transition team have contacted several EU officials before the inauguration and asking them which country is likely to exit the bloc after the UK.

“To think that by supporting the fragmentation of Europe we would be advancing our interests would be sheer folly. It is lunacy,” Gardner said at his final press conference.

Securing Iran deal

During his campaign, Trump vowed to dismantle the Iran deal that world powers negotiated in 2015, and effectively curbed Tehran’s nuclear program in exchange for scrapping economic sanctions against Iran.

The deal’s survival remains an open question if Trump’s administration would withdraw from the international agreement. However, the EU’s top diplomat said the White House offered assurances that will remain intact.

“I was reassured by what I heard in the meetings on the intention to stick to the full implementation of the agreement,” Mogherini told reporters Friday.

Mogherini said her main task during her visit to Washington was to ensure the Iran deal survived Trump’s administration.


Wittchen HU, et Al. The size and burden of mental disorders and other disorders of the brain in Europe 2010. Eur Neuropsychopharmacol. 2011 Sep;21(9):655-79.

Abstract

AIMS:

To provide 12-month prevalence and disability burden estimates of a broad range of mental and neurological disorders in the European Union (EU) and to compare these findings to previous estimates. Referring to our previous 2005 review, improved up-to-date data for the enlarged EU on a broader range of disorders than previously covered are needed for basic, clinical and public health research and policy decisions and to inform about the estimated number of persons affected in the EU.

METHOD:

Stepwise multi-method approach, consisting of systematic literature reviews, reanalyses of existing data sets, national surveys and expert consultations. Studies and data from all member states of the European Union (EU-27) plus Switzerland, Iceland and Norway were included. Supplementary information about neurological disorders is provided, although methodological constraints prohibited the derivation of overall prevalence estimates for mental and neurological disorders. Disease burden was measured by disability adjusted life years (DALY).

RESULTS:

Prevalence: It is estimated that each year 38.2% of the EU population suffers from a mental disorder. Adjusted for age and comorbidity, this corresponds to 164.8million persons affected. Compared to 2005 (27.4%) this higher estimate is entirely due to the inclusion of 14 new disorders also covering childhood/adolescence as well as the elderly. The estimated higher number of persons affected (2011: 165m vs. 2005: 82m) is due to coverage of childhood and old age populations, new disorders and of new EU membership states. The most frequent disorders are anxiety disorders (14.0%), insomnia (7.0%), major depression (6.9%), somatoform (6.3%), alcohol and drug dependence (>4%), ADHD (5%) in the young, and dementia (1-30%, depending on age). Except for substance use disorders and mental retardation, there were no substantial cultural or country variations. Although many sources, including national health insurance programs, reveal increases in sick leave, early retirement and treatment rates due to mental disorders, rates in the community have not increased with a few exceptions (i.e. dementia). There were also no consistent indications of improvements with regard to low treatment rates, delayed treatment provision and grossly inadequate treatment. Disability: Disorders of the brain and mental disorders in particular, contribute 26.6% of the total all cause burden, thus a greater proportion as compared to other regions of the world. The rank order of the most disabling diseases differs markedly by gender and age group; overall, the four most disabling single conditions were: depression, dementias, alcohol use disorders and stroke.

CONCLUSION:

In every year over a third of the total EU population suffers from mental disorders. The true size of “disorders of the brain” including neurological disorders is even considerably larger. Disorders of the brain are the largest contributor to the all cause morbidity burden as measured by DALY in the EU. No indications for increasing overall rates of mental disorders were found nor of improved care and treatment since 2005; less than one third of all cases receive any treatment, suggesting a considerable level of unmet needs. We conclude that the true size and burden of disorders of the brain in the EU was significantly underestimated in the past. Concerted priority action is needed at all levels, including substantially increased funding for basic, clinical and public health research in order to identify better strategies for improved prevention and treatment for disorders of the brain as the core health challenge of the 21st century.

Pubblicato in: Geopolitica Europea, Giustizia

Svizzera. Referendum semplifica le norme per la cittadinanza.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-02-13.

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Si è tenuto in Svizzera un referendum per la semplificazione di alcune norme circa la naturalizzazione di stranieri di origine residenti da generazioni in Svizzera.

«People in Switzerland have voted to relax the country’s strict citizenship rules, making it easier for third-generation immigrants to become Swiss»

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«Being born in Switzerland does not guarantee citizenship. Non-Swiss residents must typically wait 12 years before applying»

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«Initial projections suggest that 59% of Swiss voters said yes to simplifying the rules»

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«The new proposal will exempt third-generation immigrants, who are born in Switzerland and whose parents and grandparents lived permanently in Switzerland, from interviews and tests in the naturalisation process»

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«the new law will affect only about 25,000 people, the majority of whom are of Italian origin»

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«More than half of third-generation residents in Switzerland are descended from Italian immigrants, while other large groups have roots in the Balkans and Turkey»

* * * * * * *

Se apprezziamo che gli svizzeri siano fieri e conservativi sul diritto di cittadinanza, maggiormente apprezziamo anche il buon senso che sanno dimostrare nell’affrontare nuove situazioni.

Apprezziamo in modo particolare l’estensivo uso del referendum per avere il giudizio diretto della popolazione su di un qualche argomento di interesse comune.

Ci si rende perfettamente conto che una chiamata alle urne ha un costo, ma a nostro sommesso parere ne val bene la pena.

Spesso nelle democrazie i governi sono chiamati a legiferare su argomenti che non comparivano nei loro programmi elettorali: questa necessità oggettiva pone il problema se i Cittadini Elettori votino il programma ovvero partiti e persone.

Non è un problema da poco. Sempre a nostro parere, un legislatore dovrebbe sentirsi autorizzato a procedere sui temi sui quali si era espressamente pronunciato in campagna elettorale: in caso contrario il ricorso al referendum dovrebbe essere doveroso.

Bbc. 2017-02-13. Switzerland votes to relax its citizenship rules

People in Switzerland have voted to relax the country’s strict citizenship rules, making it easier for third-generation immigrants to become Swiss.

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Being born in Switzerland does not guarantee citizenship. Non-Swiss residents must typically wait 12 years before applying.

Tests and government interviews are also required, which can be expensive.

Initial projections suggest that 59% of Swiss voters said yes to simplifying the rules.

The new proposal will exempt third-generation immigrants, who are born in Switzerland and whose parents and grandparents lived permanently in Switzerland, from interviews and tests in the naturalisation process.

Supporters of the plan to simplify the process argue that it is ridiculous to ask people who were born and have lived all their lives in Switzerland to prove that they are integrated.

The result is a defeat for the right wing Swiss People’s Party, which had warned the measure was the first step to allowing all immigrants – 25% of Switzerland’s population – to get citizenship, the BBC’s Imogen Foulkes reports from Berne.

Some opponents had argued that the new proposal could lead to the “Islamisation” of the country.

One opposition poster featured a woman in a niqab – although this is a rarity in Switzerland.

However, the new law will affect only about 25,000 people, the majority of whom are of Italian origin, our correspondent says.

More than half of third-generation residents in Switzerland are descended from Italian immigrants, while other large groups have roots in the Balkans and Turkey.

The current vetting procedure, aimed at ensuring that new citizens are well integrated, includes interviews carried out by town councils. Questions put to interviewees can include requests to name local cheeses or mountains.

Those in favour of maintaining the current system also argue that the strict vetting rules make it superior to the more anonymous systems in neighbouring France and Germany.

Over the past 30 years, three previous attempts to relax the rules were defeated.