Pubblicato in: Commercio, Economia e Produzione Industriale, Fisco e Tasse

Contraffazione. Eudipo stima a 509 mld Usd il giro mondiale.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-06-15.

2020-06-13__Eudipo 013

L’Eudipo, Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale, ha rilasciato diversi report sui danni causati dalla contraffazione.

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Tendenze del commercio di prodotti contraffatti e usurpativi.

«Questo studio presenta un’analisi quantitativa aggiornata del valore, della portata e dell’entità del commercio mondiale di prodotti contraffatti e usurpativi.

Tra il 2013 e il 2016 la quota del commercio di prodotti contraffatti e usurpativi ha registrato un aumento particolarmente considerevole, per di più rilevato in un periodo di relativo rallentamento degli scambi commerciali mondiali in generale.

Di conseguenza, l’intensità della contraffazione e della pirateria è in crescita, con un rischio potenziale significativo per la proprietà intellettuale (PI) nell’economia aperta, globalizzata e basata sulla conoscenza.

Risultati principali

– Nel 2016 il volume del commercio internazionale di prodotti contraffatti e usurpativi poteva ammontare a 509 miliardi di USD (460 miliardi di EUR), una frazione pari al 3,3 % degli scambi commerciali mondiali.

– Secondo le stime del precedente studio OCSE – EUIPO, fondato sullo stesso metodo, nel 2013 il commercio di prodotti contraffatti e usurpativi era pari al 2,5 % di quello mondiale, per un valore equivalente a 461 miliardi di USD (338 miliardi di EUR).

– Nel 2016 il valore delle importazioni di prodotti contraffatti e usurpativi nell’UE ammontava a 121 miliardi di EUR (134 miliardi di USD), ossia il 6,8 % delle importazioni dell’Unione, rispetto al 5 % registrato nel 2013.

– Paesi OCSE quali Stati Uniti, Francia, Italia, Svizzera, Germania, Giappone, Corea e Regno Unito continuano a essere quelli in cui le imprese e le società sono maggiormente colpite dalla contraffazione e dalla pirateria.

– Tuttavia, sono sempre di più le aziende registrate in economie ad alto reddito non appartenenti all’OCSE, quali Singapore e Hong Kong, che stanno diventando bersaglio di questi fenomeni.

– La relazione utilizza i dati di quasi mezzo milione di confische doganali eseguite dalle autorità di contrasto internazionali»

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Commercio di prodotti farmaceutici contraffatti.

«In particolare, l’obiettivo principale di questa serie di studi è valutare, dal punto di vista quantitativo, il valore, la portata e le tendenze del commercio di prodotti tangibili contraffatti e usurpativi.

Risultati principali

– Il valore totale dei prodotti farmaceutici contraffatti scambiati a livello mondiale è stimato a 4,03 miliardi di EUR (4,4 miliardi di USD).

– Secondo i dati sui sequestri doganali analizzati nello studio, incentrato sul periodo 2014-2016, gli antibiotici, i farmaci «lifestyle» (che hanno lo scopo di migliorare la qualità della vita) e gli antidolorifici contraffatti sono stati i prodotti più frequentemente riscontrati.

– Il commercio di prodotti contraffatti è agevolato dall’aumento delle piccole spedizioni tramite colli postali, lettere o pacchi, che sono più difficili da individuare per le autorità doganali. Nel periodo 2014-2016, il 96 % di tutti i sequestri doganali di prodotti farmaceutici contraffatti ha riguardato spedizioni postali o per corriere espresso.

– India e Cina sono riconosciuti come i maggiori produttori di prodotti farmaceutici contraffatti a livello globale, mentre Singapore e Hong Kong sono i più importanti punti di transito nella catena di approvvigionamento di tali prodotti.

– La relazione utilizza un sottoinsieme pertinente dei dati relativi a quasi mezzo milione di sequestri doganali delle autorità di contrasto internazionali»

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In sintesi l’ammontare del commercio internazionale di prodotti contraffatti e usurpativi si aggirerebbe attorno ai 460 miliardi di euro, ossia circa il 3.3 % degli scambi commerciali mondiali.

Tutti i paesi, ed in particolare l’Italia, ne sono affetti.

Il 15% dei prodotti falsi in circolazione danneggia aziende italiane

«Ogni anno la contraffazione genera perdite pari a 15 miliardi di euro di entrate pubbliche nell’Ue e 19 miliardi per le imprese. ….

Le organizzazioni criminali, poi, sono sempre più implicate nel commercio dei prodotti contraffatti i cui proventi vengono poi reinvestiti nel traffico di stupefacenti e nel riciclaggio di denaro. ….

La stima di 15 miliardi è fatta in base al gettito fiscale diretto e indiretto ridotto nonché al mancato versamento dei contributi sociali da parte dei produttori illegali.

Ma non sono solo le casse degli Stati a rimetterci: le vendite non realizzate ogni anno causa della contraffazione nei settori più vari – dai cosmetici alla cura personale; dai vini ai farmaci, fino ai giocattoli – sono pari a 19 miliardi. ….

In particolare, le mancate vendite nel settore dei cosmetici e della cura personale sono aumentate di oltre 2,5 miliardi nel 2019, il che rappresenta l’incremento più significativo fra i settori presi in esame. ….

Nell’Ue ogni anno circa il 14,1% delle vendite del settore dei cosmetici e della cura personale (pari a 9,6 miliardi di euro) non vengono realizzate a causa della presenza di prodotti contraffatti. In Italia la percentuale è dell’11,9%, pari a 935 milioni con un aumento di 225 milioni rispetto all’ultima stima.

Non solo: secondo la ricerca condotta dall’Euipo e dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici (Ocse) il 15% di tutti i prodotti contraffatti sequestrati dalle autorità doganali viola il copyright di imprese italiane.»

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La contraffazione genera alla Collettività un lucro cessante ed un danno emergente.

Contraffattori e loro distributori avrebbero un volume di affari di 460 miliardi di euro: questo dato porrebbe la criminalità organizzata tra le principali aziende internazionali.

«Il commercio di prodotti contraffatti è agevolato dall’aumento delle piccole spedizioni tramite colli postali, lettere o pacchi, che sono più difficili da individuare per le autorità doganali. Nel periodo 2014-2016, il 96 % di tutti i sequestri doganali di prodotti farmaceutici contraffatti ha riguardato spedizioni postali o per corriere espresso»

Gli acquisti on-line sono comodi, discreti, e di norma appaiono essere anche molto convenienti.

Purtroppo sono molte le persone che si illudono di aver fatto un buon affare, specie poi per gli acquisti di prodotti farmaceutici.

Pubblicato in: Banche Centrali, Fisco e Tasse

Mef. Emergenza minori entrate. Fabbisogno primi cinque mesi 74.400 mld.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-06-02.

2020-06-03__Mef 013

Il lockdown, e la conseguente cessazione di gran parte delle attività, ha comportato una consistente diminuzione dei fatturati, che si ripercuotono alla fine anche in minori entrate fiscali dello stato.

Già il 15 aprile il Mef aveva preparato un documento per la Camera dei deputati ove si calcolava una diminuzione del gettito di competenza delle provincie a circa 821 milioni per ogni mese di chiusura.

Il 1° giugno il Mef ha emesso un comunicato di una sere di riunioni Governo – Regioni.

«Si è trattato di un confronto molto positivo, teso a trovare soluzioni efficaci alla drastica riduzione delle entrate che rischia di compromettere l’equilibrio dei bilanci regionali»

«Si tratta di salvaguardare i servizi fondamentali così da non diminuire il contributo pubblico per i cittadini e le imprese»

Difficile in questo momento cercare di calcolare il mancato gettito: ma sembrerebbe prospettarsi l’ipotesi che il prossimo anno il calo dovrebbe aggirarsi tra i sessanta ed i cento miliardi.

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Sempre il 1° giugno, il Mef ha pubblicato alcuni dati sul fabbisogno.

«Nel mese di maggio 2020 il saldo del settore statale si è chiuso, in via provvisoria, con un fabbisogno di 25.500 milioni, in peggioramento di circa 24.500 milioni rispetto al risultato del corrispondente mese dello scorso anno (949 milioni)»

«Il fabbisogno dei primi cinque mesi dell’anno in corso è pari a circa 74.400 milioni, in aumento di circa 41.800 milioni rispetto a quello registrato nello stesso periodo del 2019»

Ragioneria Generale dello Stato. saldo del settore statale del mese di aprile 2020.

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Sintetizzando.

Giusto nel periodo in cui lo stato maggiormente avrebbe bisogno di denaro fresco tramite il gettito fiscale, le conseguenze del lockdown ridurranno a breve termine le entrate del gettito grosso modo del 20%.

Né ci sono elementi per illudersi che la ripresa possa essere rapida.

Le ambizioni di questo governo dovranno essere nettamente ridimensionate, se non altro per carenza di denaro.

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Mef. Emergenza COVID-19 e minori entrate: confronto positivo Governo e Regioni, al lavoro per soluzione concordata.

Comunicato Stampa N° 117 del 01/06/2020.

La questione delle mancate entrate, dovuta alla fase di emergenza per far fronte alla pandemia Covid-19 è stata al centro del confronto odierno fra il Ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, il Viceministro, Antonio Misiani, ed una delegazione della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome composta dal Presidente Stefano Bonaccini (Presidente Emilia-Romagna), dal Vicepresidente Giovanni Toti (Presidente Liguria), dal presidente della Provincia autonoma di Bolzano, Arno Kompatscher, e dall’assessore della Lombardia, Davide Carlo Caparini (Coordinatore della commissione Affari Finanziari della Conferenza delle Regioni).

Si è trattato di un confronto molto positivo, teso a trovare soluzioni efficaci alla drastica riduzione delle entrate che rischia di compromettere l’equilibrio dei bilanci regionali.

Si è concordato di avviare, sin dalle prossime ore, un tavolo tecnico che avrà il fine di individuare le soluzioni per garantire i livelli essenziali di prestazione (sanità, trasporti, politiche sociali e istruzione). Si tratta di salvaguardare i servizi fondamentali così da non diminuire il contributo pubblico per i cittadini e le imprese.

Governo e Regioni hanno infine concordato di lavorare insieme su proposte condivise nella predisposizione del Recovery Plan italiano che consenta il migliore utilizzo possibile per il “sistema Paese” delle risorse europee stanziate per l’emergenza Coronavirus.

pdf. Emergenza COVID-19 e minori entrate: confronto positivo Governo e Regioni, al lavoro per soluzione concordata

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Mef. A maggio 2020 il settore statale mostra un fabbisogno di 25,5 miliardi di euro

Nel mese di maggio 2020 il saldo del settore statale si è chiuso, in via provvisoria, con un fabbisogno di 25.500 milioni, in peggioramento di circa 24.500 milioni rispetto al risultato del corrispondente mese dello scorso anno (949 milioni). Il fabbisogno dei primi cinque mesi dell’anno in corso è pari a circa 74.400 milioni, in aumento di circa 41.800 milioni rispetto a quello registrato nello stesso periodo del 2019. Sul sito del Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato è disponibile il dato definitivo del saldo del settore statale del mese di aprile 2020.

Commento

Nel confronto con il corrispondente mese del 2019, il saldo ha risentito della forte contrazione degli incassi fiscali, sulla quale ha inciso il prorogarsi delle sospensioni dei versamenti tributari e contributivi disposte dai provvedimenti legislativi emanati al fine di contenere l’emergenza Covid-19.

Dal lato della spesa si segnalano i maggiori prelievi dell’INPS per l’erogazione delle indennità previste dal “decreto Cura Italia” e i maggiori trasferimenti alla Protezione Civile per sostenere le misure legate al contenimento dell’emergenza.

La spesa per interessi sui titoli di Stato presenta una leggera riduzione di circa 300 milioni.

pdf. A maggio 2020 il settore statale mostra un fabbisogno di 25,5 miliardi di euro

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Germania. Si inizia a calcolare la riduzione del gettito fiscale. -98.6 mld.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-05-19.

Brueghel il Giovane. Pagamento delle Tasse. Fisher_Museum_of_Art

Gli oneri della pandemia da coronavirus minacciano di aprire un enorme buco nella pianificazione finanziaria dei governi federali, statali e locali. I revisori fiscali prevedono minori entrate per oltre 81 miliardi di euro.

A seguito della crisi da Coronavirus, quest’anno, per la prima volta dalla crisi finanziaria del 2009, il gettito fiscale a livello federale, statale e locale diminuirà rapidamente. Questa è la conclusione dell’attuale stima delle imposte, come annunciato dal Ministero federale delle finanze.

Gli analisti ipotizzano che il gettito diminuirà di 81.5 miliardi di euro rispetto al 2019: un meno dieci per cento.

Rispetto alla stima delle entrate per imposte dello scorso novembre, ciò rappresenta un calo delle entrate attese di 98.6 miliardi di euro. Tuttavia, questa somma era già stata iscritta nel bilancio federale.

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Lucro cessante e danno emergente.

Anche per il sistema economico tedesco un mancato flusso fiscale di 98.6 miliardo di euro è una cifra molto elevata. Specie poi se si considerasse che anche negli anni a venire il ritorno ai pristini valori sarà lungo e difficile.

Il sistema economico tedesco era concentrato sull’export, ma per poter esportare devono essere soddisfatte almeno due condizioni:

– avere una produzione industriale appetibile e concorrenziale;

– avere dei partner in grado di pagare gli acquisti.

La ripresa della Germania sarà condizionata da quella degli altri stati europei, fatto spesso dimenticato dagli analisti tedeschi.

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Tagesschau. 2020 droht ein Milliarden-Steuerloch

«Die Belastungen durch die Corona-Pandemie drohen ein gewaltiges Loch in die Finanzplanung von Bund, Ländern und Kommunen zu reißen. Steuerschätzer sagen ein Minus von mehr als 81 Milliarden Euro voraus.

Infolge der Corona-Krise werden die Steuereinnahmen von Bund, Ländern und Kommunen in diesem Jahr zum ersten Mal seit der Finanzkrise 2009 rapide sinken. Zu diesem Schluss gelangt die aktuelle Steuerschätzung, wie das Bundesfinanzministerium mitteilte.

Die Steuerschätzer gehen davon aus, dass die Einnahmen gegenüber 2019 um 81,5 Milliarden Euro zurückgehen – ein Minus von zehn Prozent.

Gegenüber der Steuerschätzung vom vergangenen November macht das einen Rückgang der erwarteten Einnahmen um 98,6 Milliarden Euro aus. Diese Summe wurde aber bereits im Bundeshaushalt eingeplant.»

Pubblicato in: Commercio, Fisco e Tasse

Germania. 50,000 negozi si preparano a dichiarare bancarotta.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-05-01.

Bundestag 001

«up to 50,000 businesses in Germany could become insolvent due to the pandemic.»

«Over the four weeks that stores in the non-food sector have been closed, we’ve lost around €30 billion ($32.5 billion) in revenue that we won’t be able get back again»

«The branch is losing nearly a billion euros a day»

«up to 50,000 retailers could go bankrupt because many do not possess enough capital to survive the phase, largely due to the high cost of rent»

«many shops will be missing»

La situazione delle piccole imprese non è poi molto dissimile da quella degli esercizi.

Non a caso il governo federale di Berlino ha varato giorni fa la German Insolvency Law,

«COVID-19 Mitigation Act, which inter alia provides for a temporary suspension of the obligation to file for insolvency until September 30, 2020»

«The management of (factually) insolvent companies is granted certain protection from personal liability in connection with payments effected during the suspension period»

Ma il problema non è solamente tedesco, bensì di tutti i paesi che hanno effettuato il lockdown. Ciascuno poi ha legiferato secondo convenienza: il New Jersey, per esempio, ha emanato il “COVID-19 Fiscal Mitigation Act” (P.L. 2020, c.19).

«On April 14, 2020 Governor Murphy signed into law the “COVID-19 Fiscal Mitigation Act” (P.L. 2020, c.19) that automatically extends the due date to July 15, 2020»

«Tax calendar year filers now have until July 15th to file and pay these taxes, including 1st quarter estimated tax payments»

«Penalties and interest will not be imposed on the balance of tax due between the original due date and the extended due date»

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Problema generalizzato è la crisi di liquidità. Non tutte le piccole imprese avevano accantonato liquidi a sufficienza per poter passare il periodo di crisi senza dover ricorrere al credito oppure essere obbligate a dichiarare insolvenza.

Se è vero che molti governi hanno stanziato cifre anche elevate per garantire liquidità a tassi virtualmente eguali allo zero, restano tuttavia due grandi problemi irrisolti.

Quasi di norma questi sono fondi stanziati, ma non disponibili: quindi è come se non ci fossero.

Le banche sono estremamente caute ad elargire prestiti, che però in ogni caso è denaro che presto o tardi dovrà essere rimborsato.

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Coronavirus: 50,000 German retailers could go bust.

One in six German retailers could go bankrupt during the coronavirus crisis, a trade industry has said. For most shops, rent is still due despite being forced to close their doors.

Up to 50,000 German retailers — or one of every six retail shops in Germany — could go bankrupt due to the coronavirus crisis, the head of the German Retail Association (HDE) Stefan Genth told newspapers of Germany’s Funke Media groupTuesday. 

“Over the four weeks that stores in the non-food sector have been closed, we’ve lost around €30 billion ($32.5 billion) in revenue that we won’t be able get back again,” Genth said. Despite smaller stores being allowed to reopen last week, Genth said customer traffic had been low.

The branch is losing nearly a billion euros a day, he said.

According to Genth, the association believes that up to 50,000 retailers could go bankrupt because many do not possess enough capital to survive the phase, largely due to the high cost of rent. HDE estimates that there are around 300,000 retail shops in Germany.

Corporate landlords, Genth said, have been particularly resistant to deferring rent, or when they do, often require an interest payment of between 5 and 9%.

The association leader called for a greater financial rescue package for retailers that, due to restrictions put in place because of coronavirus, were forced to close their shops. 

“For many retailers, they’re still required to pay their largest cost — rent — despite shops being closed,” Genth said.

“We fear that after this crisis many city centers won’t look the same anymore, and that many shops will be missing.”

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Debevoise & Plimton. COVID-19: Temporary Changes to German Insolvency Law.

– In order to mitigate the impact of the COVID-19 pandemic, the German government recently passed the COVID-19 Mitigation Act, which inter alia provides for a temporary suspension of the obligation to file for insolvency until September 30, 2020.

– The management of (factually) insolvent companies is granted certain protection from personal liability in connection with payments effected during the suspension period in order to resume or maintain the business operations or to implement a restructuring plan.

– Further, protection from clawback and lender’s liability risk is provided to lenders who extend financing to German companies during the suspension period.

– Similar protection from clawback is provided to shareholders who grant new shareholder loans during the suspension period. Moreover, such shareholder loans are not subject to the “equitable subordination” for a certain period of time.

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New Jersey. COVID-19 Related Tax Information

«On April 14, 2020 Governor Murphy signed into law the “COVID-19 Fiscal Mitigation Act” (P.L. 2020, c.19) that automatically extends the due date to July 15, 2020, for certain taxpayers to file and make payments originally due on April 15, 2020. Individual Gross Income Tax, Partnership, and Corporation Business Tax calendar year filers now have until July 15th to file and pay these taxes, including 1st quarter estimated tax payments. Penalties and interest will not be imposed on the balance of tax due between the original due date and the extended due date, as long as the returns and/or payments are submitted by July 15, 2020.

In addition to the extension of time to file and pay taxes under the Corporation Business Tax Act and the Gross Income Tax Act, the COVID-19 Fiscal Mitigation Act impacts the payment of interest on refunds for all taxes, as well as the assessment of all taxes by the Division.»

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Governo delle tasse. Altro che contributi! A giugno stangata da 17 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-04-13.

Gabellieri__002__

«Quello del governo è un bluff, hanno approvato una norma che di fatto è congelata, probabilmente con il solo obiettivo di sbandierare denaro distribuito a pioggia sul sistema economico italiano. Ma quel denaro non c’è, almeno per ora e, in ogni caso, non si tratta di elargizioni, ma di indebitamento aggiuntivo a carico delle imprese anche se a condizioni vantaggiose»

«Questo tipo di misure sono importanti, non vogliamo demonizzarle, ma è giusto fare alcune osservazioni. Primo: una norma di questo tipo, considerata la situazione di straordinaria emergenza, va varata e resa immediatamente applicabile»

«Ragion per cui, il governo avrebbe dovuto ottenere, con toni decisi, da Bruxelles, una rapidissima verifica e un altrettanto rapido via libera»

«Secondo: le garanzie, da sole, non bastano a tenere in piedi l’economia italiana; andremo incontro a un periodo buio, di fatturati che crollano e allora non è possibile immaginare che un’azienda, senza entrate, stia in piedi solo con nuovi debiti»

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«I versamenti fiscali di aprile e maggio, sospesi col decreto legge Imprese (o liquidità), dovranno essere saldati a giugno in un’unica soluzione oppure in cinque rate mensili fino a ottobre: il totale ammonta a 17 miliardi di euro»

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A voler essere politicamente corretti, si dovrebbe dire che abbiamo un Governo di cialtroni matricolati. Buoni solo a fare annunci roboanti, promesse che mai manterranno, caricando di tasse le imprese oramai deprivate di liquidità.

Ruberebbero il biberon ad un neonato.

Di fatto, di soldi non se ne vede nemmeno l’ombra, mentre invece incombe minaccioso il fisco che reclama altri 17 miliardi di denaro fresco e buono dalle imprese che non ne hanno più.

Questo Governo odia chi imprende, odia chi lavora, odia chi cercasse di sopravvivere. Fa rimpiangere i bei tempi quando c’erano gli aguzzini sulle galere.

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Unimpresa. Dl liquidità: Unimpresa, a giugno stangata fiscale da 17 miliardi

Gli effetti tributari del decreto-legge 23. Possibilità di suddividere in cinque rate.

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Unimpresa. Coronavirus: Unimpresa, bluff governo su garanzia Sace, manca ok Ue

Sulla garanzia per i prestiti alle imprese che dovrebbe essere assicurata dalla Sace manca ancora il via libera dell’Unione europea: la misura inserita nell’ultimo decreto-legge per l’emergenza Coronavirus, infatti, richiede un articolato processo autorizzativo da parte della Commissione Ue al fine di escludere che si configurino aiuti di Stato illegittimi, cioè sussidi pubblici vietati dalle regole comuni. Tale verifica è obbligatoria poiché la Sace è una società pubblica e la garanzia extra introdotta dal governo potrebbe essere stoppata dall’Unione europea. Ne consegue che, al momento, per le aziende italiane non è possibile ottenere i finanziamenti previsti dal provvedimento d’urgenza sfruttando il sistema di garanzia predisposto dal governo. È quanto segnala Unimpresa, dopo aver analizzato le ultime bozze del decreto-legge approvato ieri dal Consiglio dei ministri e ancora in corso di definizione. In particolare, il comma 12 dell’articolo 1 stabilisce che l’efficacia delle misure sulle garanzie (commi da 1 a 9) “è subordinata all’approvazione della Commissione Europea ai sensi dell’articolo 108 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea”. «Quello del governo è un bluff, hanno approvato una norma che di fatto è congelata, probabilmente con il solo obiettivo di sbandierare denaro distribuito a pioggia sul sistema economico italiano. Ma quel denaro non c’è, almeno per ora e, in ogni caso, non si tratta di elargizioni, ma di indebitamento aggiuntivo a carico delle imprese anche se a condizioni vantaggiose» commenta il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara.

«Questo tipo di misure sono importanti, non vogliamo demonizzarle, ma è giusto fare alcune osservazioni. Primo: una norma di questo tipo, considerata la situazione di straordinaria emergenza, va varata e resa immediatamente applicabile. Ragion per cui, il governo avrebbe dovuto ottenere, con toni decisi, da Bruxelles, una rapidissima verifica e un altrettanto rapido via libera. Secondo: le garanzie, da sole, non bastano a tenere in piedi l’economia italiana; andremo incontro a un periodo buio, di fatturati che crollano e allora non è possibile immaginare che un’azienda, senza entrate, stia in piedi solo con nuovi debiti» aggiunge il presidente di Unimpresa.

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A giugno una stangata fiscale da 17 miliardi.

I versamenti di aprile e maggio, sospesi con il dl Imprese, dovranno essere saldati in un’unica soluzione o in cinque rate mensili fino a ottobre.

I versamenti fiscali di aprile e maggio, sospesi col decreto legge Imprese (o liquidità), dovranno essere saldati a giugno in un’unica soluzione oppure in cinque rate mensili fino a ottobre: il totale ammonta a 17 miliardi di euro.

Lo segnala Unimpresa in un documento nel quale illustra i dettagli tributari del provvedimento d’urgenza (decreto-legge 23 dell’8 aprile 2020) col quale è stato disposto lo slittamento, in presenza di determinate condizioni, dei versamenti tributari (compresa l’Iva) e contributivi riferiti ai mesi di marzo e aprile che di norma si saldano rispettivamente ad aprile e a maggio.

Il congelamento – spiega Unimpresa – vale anzitutto per le aziende con ricavi non superiori a 50 milioni di euro nel 2019, se hanno subito nel mese di marzo 2020 una diminuzione del fatturato o dei corrispettivi di almeno il 33% rispetto a marzo 2019; stesso discorso vale per aprile per i versamenti di maggio 2020.

Lo stesso beneficio scatta per le aziende con ricavi superiori a 50 milioni nel periodo di imposta 2019, se hanno subito nel mese di marzo 2020 una diminuzione del fatturato o dei corrispettivi di almeno il 50% rispetto a marzo 2019; anche per questa fascia di imprese, l’agevolazione vale, in relazione alle scadenze di aprile, per i versamenti di maggio 2020. Versamenti sospesi anche le aziende che hanno intrapreso l’attività di impresa in data successiva al 31 marzo 2019.

In totale – conclude Unimpresa – stando alla relazione tecnica del decreto, il congelamento riguarda circa 17 miliardi di adempimenti: 4,3 miliardi sono relativi a ritenute da lavoro dipendente, 5,5 miliardi sono il gettito Iva, 900 mila riguardano il versamento delle ritenute d’acconto degli autonomi e 6,5 miliardi sono, invece, riconducibili a imposizioni contributive.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Patrimoniale. C’è già, ed anche ben salata.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-02-16.

Gabellieri__002__

Treccani così definisce la imposta patrimoniale:

«sono imposte patrimoniale quelle, ordinarie o straordinarie, che gravano sul complesso dei beni dei singoli contribuenti, …. che comprende beni mobili o immobili, o titoli di credito, di proprietà di entrambi i coniugi, i cui frutti vengono impiegati per i bisogni della famiglia»

In altri termini, la imposta patrimoniale colpisce il bene posseduto sulla base del suo valore stimato, indipendentemente dalla resa del medesimo.

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La tassa patrimoniale in Italia c’è già.

Lo stato sta tassando in maniera continuativa case, depositi bancari e postali.

In particolare, l’imposta di bollo sul deposito titoli, introdotta nel 2012 col decreto “Salva Italia” e poi aumentata col tempo, colpisce tutti gli strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, fondi comuni, certificati di deposito, ETF, etc.) custoditi dagli intermediari finanziari per conto dei loro clienti.

L’imposta di bollo sul deposito titoli vale oggi lo 0,20% del valore totale degli strumenti finanziari posseduti. Pertanto un investitore che possiede azioni per 10.000 euro pagherebbe 20 euro all’anno di imposta di bollo. Il calcolo viene fatto sommando i valori degli strumenti finanziari detenuti dal risparmiatore alla data del 31 dicembre di ogni anno per cui fa fede l’estratto conto depositi titoli redatto e inviato al risparmiatore come base imponibile su cui applicare l’imposta. Tale imposta viene, quindi, pagata sulla scorta dell’invio della comunicazione che per molti intermediari finanziari avviene con cadenza trimestrale o semestrale. Per cui l’imposta dello 0,20% annuo viene frazionata proporzionalmente in base ai valori finanziari detenuti nel momento in cui la banca o l’intermediario comunicano l’estratto conto depositi titoli.

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Per calcolare il valore della giacenza, si deve:

– sommare i saldi giornalieri del conto corrente

– dividere per il numero dei giorni di rendicontazione o di detenzione del rapporto

– calcolare la giacenza di ciascun rapporto per la quota di detenzione (esempio: conto cointestato.)

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Una vera e propria mazzata che, oltre a tradire il messaggio governativo di chi ha tuonato che non sarebbero state messe le mani nelle tasche degli italiani, rende sempre meno conveniente investire in Italia.

Chi volesse, ad esempio, acquistare i BTP Italia e tenerli fedelmente in deposito fino a scadenza (4 anni) per beneficiare del “bonus fedeltà”, sarà costretto a pagare imposte sul deposito più alte vanificando così il beneficio che ne deriverà alla fine del periodo d’investimento.

A fronte di tassi d’interesse reali tendenti allo zero, un aumento dell’imposta deposito titoli rende del tutto sconveniente investire in strumenti finanziari tradizionalmente sicuri.

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Banche. Liquidità ed investimenti, 1,404 miliardi cash nei conti correnti.

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Poi ci sono, ovviamente, le commissioni bancarie.

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MEF. Disposizioni in materia di imposta di bollo su titoli, strumenti e prodotti finanziari

Il bollo sulle comunicazioni relative ai depositi di titoli inviati dagli intermediari finanziari introdotto dal DL 98/2011 era dovuto in misura fissa e crescente. L’imposta più bassa, applicabile ai depositi di titoli di valore inferiore a 50.000 euro, era stata fissata a 34,20 euro, allo stesso livello applicato alle comunicazioni relative ai conti correnti bancari.

Per i depositi di titoli di valore superiore a 50.000 euro era previsto il seguente incremento della tassazione:

per il 2011 e il 2012:

– 70 euro sui depositi di titoli di valore tra 50.000 euro e 150.000 euro

– 240 euro sui depositi di titoli di valore tra 150.000 euro e 500.000 euro – 680 euro sui depositi superiori a 500.000 euro;

dal 2013:

– 230 euro sui depositi di titoli di valore tra 50.000 euro e 150.000 euro

– 780 euro sui depositi di titoli di valore tra 150.000 euro e 500.000 euro

– 1.100 euro sui depositi superiori a 500.000 euro.

Con la manovra del 4 dicembre 2011 l’imposta di bollo diventa proporzionale con aliquota pari a:

– 1 per mille (0,1%) per il 2012;

– 1,5 per mille (0,15%) dal 2013.

Il nuovo bollo ha un importo minimo pari a € 34,2 e massimo pari a € 1.200. Inoltre, si amplia la base imponibile prevedendo che siano tassati anche i prodotti finanziari non soggetti all’obbligo di deposito (polizze assicurative; unitlinked, indexlinked, vita; fondi comuni; certificati di deposito, buoni postali, gestioni patrimoniali). Sono escluse le comunicazioni relative ai fondi pensione e ai fondi sanitari. Si applica sul valore di mercato o, in mancanza, sul valore nominale o di rimborso degli strumenti oggetto della comunicazione.

L’applicazione dell’imposta di bollo con aliquote proporzionali NON riguarda gli estratti conto bancari, postali e i rendiconti dei libretti di risparmio.

In seguito alle modifiche apportate all’articolo 13, comma 2-bis della Tariffa allegata al D.P.R. 26 ottobre, 1972, n. 642, per tali estratti e rendiconti relativi a rapporti con giacenza media fino a 5.000 euro (quindi anche per i conti in “rosso”) è stata introdotta un’ esenzione totale dall’imposta di bollo se il cliente è persona fisica; se il valore medio di giacenza annuo è superiore a euro 5.000 si continua ad applicare l’ imposta fissa pari a 34,20 euro.

Per i soggetti diversi dalle persone fisiche si applica, invece, un’imposta fissa pari a 100 euro.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Stati Uniti, Trump

USA. Elezioni. Bloomberg annuncia un piano di 5,000 mld di tasse.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-02-08.

White House Animal 001

Sembrerebbe essere cosa ragionevole che il senato americano in tempi brevi rigetti l’istanza di impeachment formulata dal congresso nei confronti di Mr Trump, consentendo in questa maniera l’avvio di una campagna elettorale per le presidenziali di novembre combattuta alla fine sul nodo centrale: quello delle tasse che finanziano ogni azione governativa.

Da quanto sembrerebbe delinearsi, alcuni sono i punti al momenti di interesse.

– La corsa alla presidenza americana sembrerebbe essere gerontocratica: Mr Trump ha 74 anni, Mr Bloomberg ha 78 anni, Mr Joe Biden 78 anni, Mr Bernie Sanders 79, Mrs Elisabeth Warren 71 anni. Non in lizza ma di grande peso decisionale, Mrs Nancy Pelosi ha 80 anni. Se è vero che l’età avanzata ha una grande esperienza sulle spalle, sarebbe altrettanto vero considerare come età di questo livello siano usualmente associate a capacità fisiche e mentali ben minori di quelle godute da un quarantenne. Nel contempo, la persona vecchia di norma risulta essere oltremodo radicata nelle proprie idee, maturate nei decenni precedenti e tetragona a recepire le nuove istanze emergenti. Infine, si constata come embolo lavori prevalentemente in questa fascia di età.

– Al momento è impossibile prognosticare quale possa essere il candidato democratico per la White House, ma tratto comune a tutti gli attuali potenziali candidati è l’aumento sostanziale delle tasse sugli abbienti per finanziare un generoso welfare.

– Sembrerebbe quindi delinearsi uno scontro tra un Mr Trump teso alla riduzione ed un candidato democratico portato all’aumento delle tasse. Al contrario della campagna elettorale fatta a suo tempo da Mrs Clinton, questi argomenti toccano da vicino tutti gli Elettori americani, molto sensibili ai problemi dei loro portafogli.

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«Billionaire candidate Mike Bloomberg unveiled a tax plan on Saturday would unwind corporate tax-breaks granted by President Donald Trump and impose at 5% surtax on incomes above $5 million a year»

«Billionaire Democratic candidate Mike Bloomberg unveiled a tax plan on Saturday that would unwind corporate tax breaks granted by President Donald Trump and impose an additional 5% “surtax” on incomes above $5 million a year»

«According to the campaign, the plan in total would generate roughly $5 trillion and would be sufficient to help fund Bloomberg’s initiatives, including his healthcare plan, education, combating climate change and more than $1 trillion infrastructure plan»

«The campaign did not state how much it would generate from its surtax on incomes above $5 million a year, though noted it would only impact less than 0.1% of taxpayers»

«Bloomberg, like fellow moderate candidate Joe Biden, thinks Trump’s 2017 Tax Cuts and Jobs Act went too far. Both want to hike the corporate tax rate up to 28%, after Trump lowered it from 35% to 21%.»

«Both want to reverse the Trump tax changes that lowered taxes on high-income households from 39.6%. to 37%. Both propose raising capital gain taxes for high-income taxpayers.»

«Bloomberg’s tax plan comes as the economy and taxes take center stage in the 2020 presidential election»

«Critics have argued the move is unconstitutional»

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Queste elezioni 2020 saranno cruciali.

Non solo per quella che sarà la figura umana e politica del presidente eletto, ma anche perché nel prossimo quadriennio dovranno essere rinnovati centinaia di giudici federali nelle corti di appello ed in quelle distrettuali. Una riconferma del presidente Trump sancirebbe la fine del potere giudiziario dei liberal democratici ed inizierebbe una periodo di molti decenni di predominio giuridico dei repubblicani.

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Usa 2020: Bloomberg, nuove tasse su ricchi

Ma non imposta sui paperoni voluta da Sanders e Warren

Un aumento delle tasse per 5.000 miliardi di dollari per i ricchi e le grandi aziende. E’ il piano di Michael Bloomberg, l’ex sindaco di New York candidato alla Casa Bianca. L’iniziativa prevede l’eliminazione del taglio delle tasse di Donald Trump e un aumento delle imposte sul capital gain per gli americani che guadagnano oltre un milione di dollari l’anno. Pur trattandosi di un piano ambizioso, l’iniziativa di Bloomberg non prevede alcuna maxi tassa sui ricchi simile a quella per cui spingono i rivali Bernie Sanders e Elizabeth Warren. Secondo lo staff di Bloomberg, una imposta simile potrebbe infatti essere ritenuta incostituzionale, parere condiviso anche da molti esperti legali progressisti.

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‘I will pay more’: Bloomberg unveils $5 trillion tax plan targeting the wealthy and corporations

– Billionaire candidate Mike Bloomberg unveiled a tax plan on Saturday would unwind corporate tax-breaks granted by President Donald Trump and impose at 5% surtax on incomes above $5 million a year. 

– Bloomberg has a net worth of more than $59 billion and courted business leaders as part of his campaign.

– He said “it is only right” that he pay more in taxes. 

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Billionaire Democratic candidate Mike Bloomberg unveiled a tax plan on Saturday that would unwind corporate tax breaks granted by President Donald Trump and impose an additional 5% “surtax” on incomes above $5 million a year.

According to the campaign, the plan in total would generate roughly $5 trillion and would be sufficient to help fund Bloomberg’s initiatives, including his healthcare plan, education, combating climate change and more than $1 trillion infrastructure plan.

The campaign did not state how much it would generate from its surtax on incomes above $5 million a year, though noted it would only impact less than 0.1% of taxpayers.

Bloomberg, like fellow moderate candidate Joe Biden, thinks Trump’s 2017 Tax Cuts and Jobs Act went too far. Both want to hike the corporate tax rate up to 28%, after Trump lowered it from 35% to 21%. Both want to reverse the Trump tax changes that lowered taxes on high-income households from 39.6%. to 37%. Both propose raising capital gain taxes for high-income taxpayers.

“The plan I am releasing today raises rates on wealthy individuals and corporations, closes loopholes, cracks down on tax avoidance, expands the estate tax, and reduces the tax advantages that investors have over workers,” said Bloomberg in a statement.

“And, most importantly,” he added, “my plan is achievable” in a seeming swing at more liberal policies put forward by rival Democrats, Senators Bernie Sanders and Elizabeth Warren.

For Bloomberg, who has a net worth of more than $59 billion and courted business leaders as part of his campaign, a focus on high-income taxpayers is notable. It is an acknowledgment of rising income inequality and a 2020 presidential campaign that has centered on populist rhetoric. It echoes language by millionaires and billionaires like Warren Buffett and Abigail Disney who have said they should pay higher taxes.

Bloomberg, who founded financial and media company, Bloomberg LP, said in a statement on Saturday he already gives nearly all his company’s profit to charity.

“Under my plan, I’ll continue doing that,” he noted. “But I will also pay more in taxes to make sure all Americans have the same opportunities I did. That’s only right.”

Bloomberg could take the debate stage for the first time in Nevada later this month. The Democratic National Committee on Friday unveiled new debate rules that dropped the requirement for candidates to obtain a minimum number of campaign contributors, opening a previously closed door for Bloomberg.

He is polling in fourth place in national surveys, earning approximately 8% support.

Economy and taxes take center stage

Bloomberg’s tax plan comes as the economy and taxes take center stage in the 2020 presidential election. President Trump has argued the economy has thrived under his watch. Amid deregulation and tax cuts, GDP in 2018 hit 2.9%, beating any calendar year since the financial crisis (though that growth appears to be slowing amid geopolitical uncertainty.)

Democratic candidates, though, have argued Trump’s policies primarily benefit the rich. Most of the leading Democratic candidates have offered up their solutions to a shrinking middle class, while still seeking tax-receipts to fund their initiatives.

Senators Sanders and Warren have proposed taxing wealth directly, with their versions of a “millionaire tax.” Both argue such a tax could generate trillions to fund their proposals. Critics have argued the move is unconstitutional.

Former Vice President Biden, meantime, is going after corporate tax bills. He has proposed a minimum income tax of 15% on the country’s most profitable companies, targeting companies like Amazon, which paid no federal income tax in 2018. Bloomberg has no such proposal.

For Bloomberg, a presidential campaign touting raising taxes stands in contrast to his first run for mayor of New York, which culminated in a 2002 inauguration speech in which Bloomberg implored, “We cannot drive people and business out of New York. We cannot raise taxes. We will find another way,”

That approach to taxes evolved as the city he ran faced a budget crisis, spurred in part by the 2001 terrorist attacks against the World Trade Center. He signed legislation raising the city’s property tax rates by 18.5%, a move he said was “probably the largest property tax increase in the history of the city.” He later offered, then canceled, temporary rebates for those taxes. Bloomberg again raised property taxes in 2008 as the city grappled with the Great Recession.

According to the Bloomberg campaign, during his time as mayor, he increased taxes on the wealthy by nearly $18 billion. The campaign also says that low and middle-income taxpayers held very little or no tax liability during his tenure.

Bloomberg’s taxes helped to balance the city’s budget, a move for which he earned praise. But he also received a fair share of criticism for allowing the poor to fall behind under his watch, even as the city prospered. His successor, Bill de Blasio, called New York under Bloomberg’s run “a tale of two cities.”

But Bloomberg’s defenders point to efforts to combat poverty as mayor, including a push to boost filings under the City Earned Income Tax Credit program, which his campaign says put over $15 million in the pockets of New Yorkers.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Agenzia delle Entrate Kaputt. Esautorati 2,600 capisquadra.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-01-08.

Agenzia Entrate

«Emergenza per il funzionamento dell’Agenzia delle entrate»

«Il vertice è decaduto da dicembre»

«Inoltre da gennaio 2.600 capisquadra — figure intermedie che si caricavano dell’operatività quotidiana dell’agenzia — non sono stati confermati. Di conseguenza non possono più firmare gli atti a cui stavano lavorando, a partire dai più semplici accertamenti»

«Il direttore, Antonino Maggiore, è «scaduto» da dicembre, assieme a quelli delle agenzie del Demanio e delle Dogane»

«Al momento a guidare l’Agenzia è il vicedirettore, Aldo Polito. Il problema è che Polito dal primo febbraio sarà in pensione»

«La situazione è aggravata dal fatto che il comitato di gestione (a cui spetta la ratifica delle decisioni prese dal direttore) è anch’esso scaduto dalla primavera scorsa»

«Veniamo alla situazione dei capisquadra. Fino a ieri questi guadagnavano tra i 1.600 e i 1.900 euro netti al mese. Per organizzare il lavoro, assegnare le pratiche, dare indicazioni sugli accertamenti più complessi. A giugno il sindacato aveva firmato un accordo con l’Agenzia per conferire loro un aumento. Circa 4 milioni di euro avrebbero consentito di aggiungere alle retribuzioni di ciascuno dai 190 euro lordi ai 230 euro lordi al mese»

«Per i 2.600 capi squadra al posto dell’aumento di stipendio arriverà un taglio alla retribuzione. Si parla di circa 415 euro lordi al mese in meno (circa 300 netti se si considera un’aliquota del 27%, 257 in meno per chi è tassato al 38%).»

«Il paradosso è che tutto ciò avviene proprio mentre il governo promette una più efficace lotta all’evasione fiscale»

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L’Agenzia delle Entrate giace sotto i macigni della burocrazia e dell’incuria governativa.

Non aggiungiamo altri commenti per non incorrere nei rigori del codice penale.

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Agenzia delle entrate in stallo: esautorati 2.600 capisquadra (con taglio dello stipendio)

Emergenza per il funzionamento dell’Agenzia delle entrate. Il vertice è decaduto da dicembre. Inoltre da gennaio 2.600 capisquadra — figure intermedie che si caricavano dell’operatività quotidiana dell’agenzia — non sono stati confermati. Di conseguenza non possono più firmare gli atti a cui stavano lavorando, a partire dai più semplici accertamenti.

Ma andiamo con ordine. Il direttore, Antonino Maggiore, è «scaduto» da dicembre, assieme a quelli delle agenzie del Demanio e delle Dogane. Al momento a guidare l’Agenzia è il vicedirettore, Aldo Polito. Il problema è che Polito dal primo febbraio sarà in pensione. Da notare: l’iter burocratico per la nomina del nuovo direttore dell’Agenzia richiede almeno un mese di tempo. Morale: l’Agenzia delle entrate rischia di restare a breve senza una guida. La situazione è aggravata dal fatto che il comitato di gestione (a cui spetta la ratifica delle decisioni prese dal direttore) è anch’esso scaduto dalla primavera scorsa.

Veniamo alla situazione dei capisquadra. Fino a ieri questi guadagnavano tra i 1.600 e i 1.900 euro netti al mese. Per organizzare il lavoro, assegnare le pratiche, dare indicazioni sugli accertamenti più complessi. A giugno il sindacato aveva firmato un accordo con l’Agenzia per conferire loro un aumento. Circa 4 milioni di euro avrebbero consentito di aggiungere alle retribuzioni di ciascuno dai 190 euro lordi ai 230 euro lordi al mese.

L’accordo, però, non è stato raggiunto entro la data prevista: il 31 dicembre scorso. Per i 2.600 capi squadra al posto dell’aumento di stipendio arriverà un taglio alla retribuzione. Si parla di circa 415 euro lordi al mese in meno (circa 300 netti se si considera un’aliquota del 27%, 257 in meno per chi è tassato al 38%). Nonostante ciò l’amministrazione sta chiedendo a ciascuno di continuare a firmare gli atti, con le responsabilità che ciò comporta. «I capi squadra sono figure chiave per gli uffici e devono essere remunerati in relazione ai loro compiti — dicono Cgil, Cisl, Uil, Flp e Unsa —. L’Agenzia avrebbe potuto emanare un atto unilaterale per prolungare di tre mesi la trattativa e nel frattempo permettere ai capi squadra di continuare a lavorare. Non capiamo perché questo non sia stato fatto».

Il paradosso è che tutto ciò avviene proprio mentre il governo promette una più efficace lotta all’evasione fiscale. E con un’ulteriore spada di Damocle sul futuro dell’Agenzia: la sentenza della Corte Costituzionale attesa a febbraio sulla legittimità dell’individuazione di 1.500 addetti ad «alta responsabilità» che stanno sopperendo alla decapitazione nel 2015 di 1.500 dirigenti «rei» di essere stati nominati tra chi era già interno all’agenzia e di non essere entrati tramite concorso.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario, Fisco e Tasse

Italia. Famiglie. Ricchezza finanziaria a 4,218 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-01-07.

Rembrandt. Il Cambiavalute.

Per meglio comprendere i risultati forniti dal Rapporto Aipb-Censis sarebbe utile aver presente alcuni dati forniti dall’Istat.

Calcolo della soglia di povertà assoluta

«La soglia di povertà assoluta rappresenta il valore monetario, a prezzi correnti, del paniere di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza.

Una famiglia è assolutamente povera se sostiene una spesa mensile per consumi pari o inferiore a tale valore monetario.»

Si prenda in considerazione un nucleo familiare che viva al nord in un’area metropolitana.

Per un single di età tra i 18 ed i 59 anni la soglia è 834.66 euro, ossia 10,015.92 euro/anno.

Per una famiglia di due genitori ed un figlio la soglia è 1,404.06 euro, ossia 16,848.72 euro/anno.

Per una famiglia di due genitori e due figli la soglia è 1,668.35 euro, ossia 20,020.20 euro/anno.

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«Secondo il Rapporto Aipb-Censis, nella composizione del portafoglio delle attività finanziarie vince la voce contante e depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa»

«E il 35,3% investirebbe in infrastrutture.»

«Sono 500 mila le famiglie italiane che detengono patrimoni finanziari superiori a mezzo milione di euro (circa il 2,5% delle famiglie).»

«E ammonta a circa 850 miliardi di euro il portafoglio di risparmi per investimenti affidati al private banking»

«Molta la ricchezza ereditata dal passato, poca la nuova aggiunta di recente»

«Nella composizione del portafoglio delle attività finanziarie degli italiani vince la voce contante e depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa»

«Boom anche delle riserve assicurative, pari al 23,7% del portafoglio, con un aumento del 44,6% in dieci anni»

«Crollano invece titoli obbligazionari (pesano per il 6,9% del portafoglio, erano pari al 21% dieci anni fa) e azioni (-12,4% dal 2008)»

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Ancor più interessanti delle cifre sono le motivazioni.

«la ricchezza finanziaria complessiva delle famiglie …. ammontava a 4.218 miliardi di euro»

«Secondo il 76,8% degli italiani, contante, soldi tenuti fermi sui conti correnti bancari e investimenti finanziari non devono essere tassati»

«una predilezione per il contante: amatissimo strumento contro l’insicurezza»

«il 61,2% degli italiani non utilizzerebbe i propri risparmi per acquistare Bot, Btp o altri titoli del debito pubblico. È la fine dei «Bot people»»

«Ponte di Genova, Tav, grandi catastrofi naturali, traffico intasato, trasporti locali inefficienti rendono prioritari gli investimenti in infrastrutture. Per l’89,3% degli italiani si tratta di investimenti strategici»

«Se in Italia le infrastrutture si annunciano e poi non si portano a termine, per il 57,9% degli italiani ciò dipende dalla corruzione, per il 54,1% da regole eccessive e burocrazia lenta, per il 33,7% da controlli insufficienti sulle imprese che realizzano i lavori, per il 31,7% dalla politica che cambia idea sulle opere da realizzare»

«Se l’economia reale vuole attirare risparmio deve rendersi allettante, e non per effetto di una tassazione aggiuntiva sulla liquidità»

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Vi sarebbero davvero molte considerazione da trarne.

– 500,000 euro sono una gran bella cifra, sia ben chiaro, ma ad oggi non rende in termini medi più di 10,000 euro all’anno, cifra ben al di sotto della più severa soglia di povertà. Chi li detenesse, non potrebbe certo vivere di rendita.

– Anche con l’ultima manovra finanziaria, peraltro bocciata dall’Unione Europea, il Governo si è accanito contro la classe produttiva e contro la detenzione di liquidità. Il tutto per ricavarne una manciata di miliardi.

– Nel contempo, gli italiani dispongono di 4,2018 miliardi di euro tenuti lì, alla belle meglio in ragione dei tempi, che si riverserebbero come investimenti produttivi se solo il Governo eliminasse la corruzione che è al suo interno, le regole eccessive e la burocrazia lenta, e facesse controlli degni di tal nome.

– Gli italiani non sono più disponibili a comprare titoli di stato: che il Governo si cerchi altrove gli acquirenti.

Ma questo è un concetto che né PD né M5S riuscirebbero mai a comprendere. Le ideologie offuscano le menti.

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Risparmio, non si ferma la corsa alla liquidità degli italiani

Secondo il Rapporto Aipb-Censis, nella composizione del portafoglio delle attività finanziarie vince la voce contante e depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa. E il 35,3% investirebbe in infrastrutture.

Sono 500 mila le famiglie italiane che detengono patrimoni finanziari superiori a mezzo milione di euro (circa il 2,5% delle famiglie). E ammonta a circa 850 miliardi di euro il portafoglio di risparmi per investimenti affidati al private banking.
Come rileva il 2° Rapporto Aipb-Censis «Gli italiani e la ricchezza. Affidarsi al futuro, ripartire dalle infrastrutture», realizzato dal Censis per Aipb (Associazione Italiana Private Banking) e presentato oggi a Roma, non si ferma la corsa alla liquidità degli italiani, anche se la ricchezza finanziaria complessiva delle famiglie non è ancora tornata ai livelli pre-crisi. Alla fine del 2018 ammontava a 4.218 miliardi di euro: -0,4% in termini reali rispetto al 2008. Molta la ricchezza ereditata dal passato, poca la nuova aggiunta di recente.

Nella composizione del portafoglio delle attività finanziarie degli italiani vince la voce contante e depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa. Boom anche delle riserve assicurative, pari al 23,7% del portafoglio, con un aumento del 44,6% in dieci anni. Crollano invece titoli obbligazionari (pesano per il 6,9% del portafoglio, erano pari al 21% dieci anni fa) e azioni (-12,4% dal 2008).

Secondo il 76,8% degli italiani, contante, soldi tenuti fermi sui conti correnti bancari e investimenti finanziari non devono essere tassati in misura maggiore delle risorse che invece vengono investite nell’economia reale. Le idee degli italiani sul risparmio prevedono una difesa intransigente della libertà di scelta del risparmiatore e ancora una predilezione per il contante: amatissimo strumento contro l’insicurezza. Tra i risparmiatori vince poi una crescente diffidenza verso lo Stato: il 61,2% degli italiani non utilizzerebbe i propri risparmi per acquistare Bot, Btp o altri titoli del debito pubblico. È la fine dei «Bot people».

Ponte di Genova, Tav, grandi catastrofi naturali, traffico intasato, trasporti locali inefficienti rendono prioritari gli investimenti in infrastrutture. Per l’89,3% degli italiani si tratta di investimenti strategici. Per il 50,7% bisogna investire nella messa in sicurezza del territorio contro frane, inondazioni e terremoti, per il 39,3% nelle energie alternative, per il 33,2% nella ristrutturazione di monumenti, chiese, opere d’arte, siti archeologici, per il 22,5% nelle ferrovie e nei treni locali, per il 22% in collegamenti stradali e ferroviari tra il Tirreno e l’Adriatico, per il 20,8% nella connessione internet veloce ovunque e per il 20% nei trasporti pubblici delle grandi città. Se in Italia le infrastrutture si annunciano e poi non si portano a termine, per il 57,9% degli italiani ciò dipende dalla corruzione, per il 54,1% da regole eccessive e burocrazia lenta, per il 33,7% da controlli insufficienti sulle imprese che realizzano i lavori, per il 31,7% dalla politica che cambia idea sulle opere da realizzare. Proprio le ragioni che bloccano o rallentano i cantieri dissuadono gli italiani dall’obiettivo di investire i propri soldi negli strumenti di finanziamento delle infrastrutture. Anche tra i clienti del private banking il 56,7% opta per altri investimenti dai rendimenti più sicuri e il 55,7% teme ritardi o blocchi delle opere. Nonostante tutto ciò, il 35,3% investirebbe in infrastrutture.

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Per gli italiani prima di tutto contante e depositi bancari. Fine dei ‘Bot people’

Non si ferma la corsa alla liquidità per gli italiani, nonostante il governo sia alle prese proprio in questo periodo con la lotta contro il cash. Questo uno dei punti salienti che emerge dal secondo Rapporto Aipb-Censis «Gli italiani e la ricchezza. Affidarsi al futuro, ripartire dalle infrastrutture», realizzato dal Censis per Aipb (Associazione Italiana Private Banking), presentato oggi a Roma da Giorgio De Rita, segretario generale del Censis.

Vince la voce contante e depositi bancari, italiani lontani da obbligazioni e azioni

Quando si parla di italiani e risparmi una prima considerazione da fare è che molta la ricchezza ereditata dal passato, poca la nuova aggiunta di recente. A conti fatti, alla fine del 2018 la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane ammontava a 4.218 miliardi di euro: -0,4% in termini reali rispetto al 2008. Guardando poi nel dettaglio alla composizione del portafoglio delle attività finanziarie degli italiani vince la voce contante e depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa. Gettonate anche le riserve assicurative, pari al 23,7% del portafoglio, con un aumento del 44,6% in dieci anni. Un approccio completamente diverso quando si parla di titoli obbligazionari (pesano per il 6,9% del portafoglio, erano pari al 21% dieci anni fa) e azioni (-12,4% dal 2008). In questo quadro, sono 500.000 le famiglie italiane che detengono patrimoni finanziari superiori a mezzo milione di euro (circa il 2,5% delle famiglie). E ammonta a circa 850 miliardi di euro il portafoglio di risparmi per investimenti affidati al private banking.

E’ la fine dei ‘Bot people’

Secondo il 76,8% degli italiani, contante, soldi tenuti fermi sui conti correnti bancari e investimenti finanziari non devono essere tassati in misura maggiore delle risorse che invece vengono investite nell’economia reale. Il rapporto firmato da Aipb e Censis mette inoltre in luce che le idee degli italiani sul risparmio prevedono una difesa intransigente della libertà di scelta del risparmiatore e ancora una predilezione per il contante: amatissimo strumento contro l’insicurezza. Se l’economia reale vuole attirare risparmio deve rendersi allettante, e non per effetto di una tassazione aggiuntiva sulla liquidità.

C’è poi un’altra questione che si fa largo tra i risparmiatori: ovvero una crescente diffidenza verso lo Stato che si traduce in una percentuale pari al 61,2% di italiani che non utilizzerebbe i propri risparmi per acquistare Bot, Btp o altri titoli del debito pubblico. È la fine dei «Bot people», quando il risparmio privato alimentava una esplosiva spesa pubblica, che a sua volta foraggiava redditi privati e un sistema di welfare pubblico molto generoso

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Governo rossogiallo. Bocciata la riduzione Iva sugli assorbenti.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-13.

2019-11-13__Assorbenti001

Prosegue il minuetto del governo rossogiallo Zingaretti.

Mettono un articolo nella Legge di Bilancio, e poi rattamente lo sopprimono.

Pochissime idee, ma oltremodo confuse.

«La commissione Finanze della Camera ha dichiarato inammissibile l’emendamento al Dl Fisco che chiedeva una riduzione dal 22% al 10% dell’Iva su una serie di prodotti igienici femminili, fra cui gli assorbenti»

«L’emendamento, con prima firmataria Laura Boldrini (Pd), era stato presentato da una trentina di parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione »

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Gli assorbenti non sono come gli altri rifiuti

«Nonostante siano tra i prodotti più inquinanti, la Commissione Europea li ha ritirati dalla bozza finale degli articoli da tassare a causa dell’impatto che hanno sull’ambiente»

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Aumenta l’inquinamento? E’ colpa degli assorbenti. E delle donne che li usano

«Care italiane, volete gli assorbenti usa e getta? Bene: pagate. E pagate tanto»

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Il governo rossogiallo Zingaretti è ecologista nell’animo e telebano nella prassi: chi inquina deve pagare

Ed a quanto si dice, le femmine sono altamente inquinanti. Quindi, giù tasse da orbi.

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Dl fisco: stop emendamento su assorbenti

La commissione Finanze della Camera ha dichiarato inammissibile l’emendamento al Dl Fisco che chiedeva una riduzione dal 22% al 10% dell’Iva su una serie di prodotti igienici femminili, fra cui gli assorbenti.

L’emendamento, con prima firmataria Laura Boldrini (Pd), era stato presentato da una trentina di parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione.