Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Governo rossogiallo. Bocciata la riduzione Iva sugli assorbenti.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-13.

2019-11-13__Assorbenti001

Prosegue il minuetto del governo rossogiallo Zingaretti.

Mettono un articolo nella Legge di Bilancio, e poi rattamente lo sopprimono.

Pochissime idee, ma oltremodo confuse.

«La commissione Finanze della Camera ha dichiarato inammissibile l’emendamento al Dl Fisco che chiedeva una riduzione dal 22% al 10% dell’Iva su una serie di prodotti igienici femminili, fra cui gli assorbenti»

«L’emendamento, con prima firmataria Laura Boldrini (Pd), era stato presentato da una trentina di parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione »

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Gli assorbenti non sono come gli altri rifiuti

«Nonostante siano tra i prodotti più inquinanti, la Commissione Europea li ha ritirati dalla bozza finale degli articoli da tassare a causa dell’impatto che hanno sull’ambiente»

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Aumenta l’inquinamento? E’ colpa degli assorbenti. E delle donne che li usano

«Care italiane, volete gli assorbenti usa e getta? Bene: pagate. E pagate tanto»

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Il governo rossogiallo Zingaretti è ecologista nell’animo e telebano nella prassi: chi inquina deve pagare

Ed a quanto si dice, le femmine sono altamente inquinanti. Quindi, giù tasse da orbi.

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Dl fisco: stop emendamento su assorbenti

La commissione Finanze della Camera ha dichiarato inammissibile l’emendamento al Dl Fisco che chiedeva una riduzione dal 22% al 10% dell’Iva su una serie di prodotti igienici femminili, fra cui gli assorbenti.

L’emendamento, con prima firmataria Laura Boldrini (Pd), era stato presentato da una trentina di parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Italia. Multinazionali in fuga. ArcelorMittal ed Fca sono solo esempi.

Giuseppe Sandro Mela

2019-11-12.

Titanic 002

Sareste contenti di vivere in un lager dove i kapò vi bastonassero giorno dopo giorno, vi facessero portare pesi elevati per sedici ore al giorno, e vi dessero da mangiare centocinquanta grammi di pane al giorno?

No? Sicuri?

Ma allora perché mai una multinazionale, ma anche una usuale ditta italiana, dovrebbe aver piacere di lavorare nel bel paese? Le aziende sono strozzate da una congerie di leggi, circolari applicati, norme e normative a stento contenute in 200,000 pagine, e che variano in continuazione di trimestre in trimestre.

Poi, c’è un fisco dalle mani adunche, che nessuna ragione ode. Che poi la azienda vinca il contenzioso giuridico è faccenda diversa, che si definisce nei lustri: i tempi della giustizia sono da ere geologiche.

Con una pressione fiscale totale che arriva al 70% le imprese avanza loro ben poco per la gestione ordinaria e straordinaria. Più che alla produzione l’azienda deve persare a tutti gli adempimenti burocratici.

Se però dal lager era quasi impossibile fuggire, dall’Italia le imprese possono andarsene, ed infatti la gran parte è in fuga. Sempre che non lo abbiano già fatto.

Solo per paragone, la produzione industriale annuale in Italia è scesa del -2.1%, ma in Ungheria la produzione industriale è cresciuta del +11.1% yoy, ed in Polonia del +5.6% yoy.

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«Il rischio di fuga di ArcelorMittal da Taranto e l’assottigliarsi dell’attività di Fca in quel che rimane del miraggio del polo del lusso sono soltanto gli ultimi elementi che compongono il mosaico fragile e deteriorato del radicamento delle multinazionali nel nostro Paese».

«La possibile “fuga” del colosso globale dell’acciaio da Taranto e l’assottigliarsi dell’attività di Fca in quel che rimane del miraggio del polo del lusso sono soltanto gli ultimi elementi che compongono il mosaico fragile e deteriorato del radicamento delle multinazionali nel nostro Paese. Potremmo aggiungere il probabile ridimensionamento della multinazionale del bianco Whirlpool dal Belpaese e la recente scelta della Unilever, multinazionale con quartier generale tra Londra e Rotterdam, di spostare il dado Knorr in Portogallo da Sanguinetto, in provincia di Verona»

«il limite strutturale del capitalismo familiare del Novecento italiano e le asimmetrie con il costo del lavoro dell’Est Europa hanno mandato in crisi l’industria del bianco dagli anni 70, la forza tecnologica e patrimoniale di una grande multinazionale ci si augurava che potesse sopperire a questo declino»

«Un differenziale negativo che anticipa il rischio di una uscita dei capitali stranieri da queste imprese e che fornisce una interpretazione economica – non ideologica – ai disinvestimenti presenti e futuri dal nostro Paese: è un problema di strategie di impresa – in questo caso di multinazionali – non di natura “buona” o “cattiva” dei capitali stranieri. Un caso estremo e paradossale, da questo punto di vista, è rappresentato da Fca. Che va considerata una multinazionale ormai da 8 anni. E che, come tale, opera»

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Chiunque abbia la sorte di subentrare a questo governo Zingaretti si troverà a dover ripartire dal deserto.

L’Italia è entrata nella società della misera.

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Non solo ArcelorMittal: perché le multinazionali disinvestono dall’Italia

Il rischio di fuga di ArcelorMittal da Taranto e l’assottigliarsi dell’attività di Fca in quel che rimane del miraggio del polo del lusso sono soltanto gli ultimi elementi che compongono il mosaico fragile e deteriorato del radicamento delle multinazionali nel nostro Paese

Arcelor Mittal – società giuridicamente inglese, nata dalla fusione tra i francesi di Arcelor e gli indiani di Mittal – il 4 novembre ha annunciato la sua intenzione di restituire l’ex Ilva allo stato italiano. Fca, gruppo con sede ad Amsterdam che paga le tasse a Londra, ha dimezzato il volume produttivo della Maserati a Torino, il cuore del triangolo manifatturiero, realizzando nei primi 6 mesi dell’anno lo stesso numero di macchine di lusso del primo trimestre del 2018, senza contare le incognite legate al probabile deal con Psa che potrebbe ridisegnare la presenza “italiana” dell’ex Lingotto.

La possibile “fuga” del colosso globale dell’acciaio da Taranto e l’assottigliarsi dell’attività di Fca in quel che rimane del miraggio del polo del lusso sono soltanto gli ultimi elementi che compongono il mosaico fragile e deteriorato del radicamento delle multinazionali nel nostro Paese. Potremmo aggiungere il probabile ridimensionamento della multinazionale del bianco Whirlpool dal Belpaese e la recente scelta della Unilever, multinazionale con quartier generale tra Londra e Rotterdam, di spostare il dado Knorr in Portogallo da Sanguinetto, in provincia di Verona.

Peggiora il tessuto produttivo

Tutto questo rappresenta soltanto l’accelerazione di un deterioramento del nostro tessuto produttivo che ha avuto nelle multinazionali una componente essenziale. Nel bene e nel male. Sì, perché a 10 anni dall’inizio della Grande Crisi, uno dei cuori del capitalismo industriale italiano – le aziende controllate da capitali stranieri – batteva due ritmi, in apparenza diversi e divergenti.

Il primo ritmo è lento, sempre più lento: i trasferimenti di conoscenze scientifiche e tecnologiche dalle società italiane verso le capogruppo estere e dalle capogruppo estere verso le società italiane si sono, sul lungo periodo, significativamente ridotti. E, in questo ritmo lento, ci sono nelle ultime settimane accelerazioni: se c’è qualcuno – anzi, a questo punto, se c’era qualcuno – in grado non soltanto di bonificare, ma anche di riportare all’antica brillantezza tecnologica l’acciaieria di Taranto, rendendola compatibile con l’ambiente e la salute, è – o, meglio, era – Arcelor Mittal. Se Arcelor Mittal si disimpegna, i flussi si riducono. Se va via, si interrompono.

Il secondo ritmo è inaspettatamente rapido e ha caratteri positivi: la ristrutturazione del tessuto industriale italiano ha subìto una accelerazione anche grazie all’opera dei capitali stranieri che arrivano e scelgono chi comprare, riorganizzano le fabbriche e ristrutturano l’assetto societario – danno vita a nuove società, ma senza modificare il perimetro sostanziale – contribuendo così aumentare il numero di società a controllo straniero. Una tendenza di lungo periodo, che la crisi potrebbe compromettere.

Meno tecnologia

Un organismo industriale interconnesso con altri organismi industriali è in salute quando vi è osmosi in entrambe le direzioni: la membrana, costituita dall’azienda consociata, assorbe competenze di ogni tipo dalla controllante straniera e a essa la restituisce. La consistenza di questi flussi garantisce una solidità di fondo al territorio: tanto sono maggiori questi flussi, tanto più conviene alla multinazionale straniera mantenere elevati livelli di produzione e occupazione, perché quando il legame è strutturato, articolato e sofisticato i costi di disinvestimento sono maggiori rispetto ai costi da sostenere per chiudere un impianto di sola mera produzione.

Questo meccanismo era auspicato da tutti gli osservatori quando la famiglia Merloni (ramo Vittorio) ha venduto Indesit agli americani di Whirlpool: il limite strutturale del capitalismo familiare del Novecento italiano e le asimmetrie con il costo del lavoro dell’Est Europa hanno mandato in crisi l’industria del bianco dagli anni 70, la forza tecnologica e patrimoniale di una grande multinazionale ci si augurava che potesse sopperire a questo declino.

Non è andata così sul breve periodo. Non è andata così sul lungo periodo. Le analisi dei flussi di conoscenza scientifico-tecnologiche effettuate dall’Istat sui suoi focus group di imprese a controllo straniero sono impressionanti. Nel 2005, quando il sistema industriale italiano aveva già effettuato la sua ristrutturazione successiva all’introduzione dell’euro, il 47% delle consociate riceveva dalla casa madre trasferimenti scientifici e tecnologici e il 30% li indirizzava dall’Italia all’estero.

Dieci anni dopo – con un dato credibile anche oggi – questi flussi in entrata e in uscita sono crollati: solo il 33% delle imprese assorbe know-how (il 14% in meno, in un sistema industriale ad alta sensibilità e ad alta amplificazione interna di ogni shock è una differenza consistente), mentre fa il contrario – cioè trasferisce questo sapere dal nostro Paese alla casa madre – il 24%, cioè sei imprese su cento in meno.

Il dato preoccupante, che mostra come con la Grande Crisi qualcosa si sia appunto incrinato nel processo osmotico di trasmissione di cultura tecno-industriale, è il primo. Ma anche il secondo non va bene. La qualità di un organismo produttivo è garantita dalla consistenza – chi sei, cosa fai e dove vai come soggetto industriale collettivo – ma anche dalla fluidità in entrata e in uscita con il resto della manifattura internazionale, soprattutto se la dimensione media del tuo tessuto produttivo è inferiore agli standard europei e, dunque, tu hai bisogno come l’aria di R&S e di tecnologia proveniente dall’estero.

Le multinazionali, in tempi di fisiologia e non di patologia, servono a questo. Qualcosa, invece, si è rotto, in questi flussi particolarmente nobili, in entrata e in uscita. E, quindi, aumenta la probabilità di disinvestimenti. Come sta succedendo con Whirlpool. Con tanta pace della fu Indesit.

Meno know-how manageriale

Il dai e vai tra sistemi industriali nazionali, che dopo la progressiva integrazione avvenuta con l’ultima globalizzazione stanno adesso vivendo un passaggio di regressione per via delle guerre commerciali, dei nuovi sovranismi politico-culturali e delle riperimetrazioni in senso nazionale dei grandi gruppi industriali, è basato anche sui trasferimenti di competenze manageriali. Si sono ridotti i punti di collegamento tra consociate italiane e case madri straniere: nel 2005, secondo l’Istat, il 56% delle imprese riceveva know how manageriale e commerciale dall’estero e il 33% lo ricambiava.

Le multinazionali continuano ad assorbire conoscenza: il 32%, la stessa quota di prima della Grande Crisi, continua a trasferirle alle case madri. Hanno smesso di pompare competenze manageriali verso l’Italia: a riceverle sono il 42% delle controllate italiane, il 14% in meno.

Un differenziale negativo che anticipa il rischio di una uscita dei capitali stranieri da queste imprese e che fornisce una interpretazione economica – non ideologica – ai disinvestimenti presenti e futuri dal nostro Paese: è un problema di strategie di impresa – in questo caso di multinazionali – non di natura “buona” o “cattiva” dei capitali stranieri. Un caso estremo e paradossale, da questo punto di vista, è rappresentato da Fca. Che va considerata una multinazionale ormai da 8 anni. E che, come tale, opera.

Le competenze in uscita dall’Italia verso l’estero sono state significative: tutta la reindustrializzazione delle fabbriche nordamericane è stata fatta con modelli manageriali, competenze tecniche e codici organizzativi provenienti dall’Italia: da Cassino e da Pomigliano d’Arco, da Mirafiori e da Melfi piccole squadre di specialisti si sono trasferite al Jefferson North Assembly Plant di Detroit, a Toledo in Ohio o a Windsor in Canada.

Allo stesso tempo, non ci sono state competenze e investimenti in entrata e nemmeno denari per farle sviluppare tra Torino e Modena: ci sarebbero potute essere, se il polo del lusso di Maserati e Alfa Romeo, annunciato nel 2014 da Sergio Marchionne, si fosse realizzato.

Il perimetro invariato

Questo fenomeno di anchilosamento dell’attività di scambio delle consociate con le loro controllanti fa il paio con l’aumento del peso – finanziario, ma soprattutto strategico – del capitale straniero nella nostra manifattura. Nel 2005, le imprese partecipate da investitori stranieri censite dalla banca dati Reprint erano 2.551 e avevano 520mila addetti. Nel 2018, sono diventate 3.519, il 38% in più.

Gli occupati, invece, sono saliti in maniera meno consistente a 568mila: il 10% in più. Ancor meno i ricavi: da 470 miliardi a 507 miliardi di euro (+8%). In alcuni settori strategici, la penetrazione degli investitori stranieri è stata significativa. Basti pensare che la metallurgia e la meccanica italiana a controllo estero avevano nel 2015 130mila addetti, che sono diventati 160mila nel 2018.

E che, nel tessile, nell’abbigliamento, nel cuoio e nelle calzature a controllo estero, gli occupati 4 anni fa erano 12mila e, nel 2018, sono diventati 27mila.

Tuttavia, il perimetro della manifattura italiana a partecipazione straniera è rimasto quello. Ci sono più società, ma il perimetro è quello. Ragioniamo sull’indicatore del numero di società, che è insieme ambiguo e limpido. Per questo è interessante.

Il novero degli investitori stranieri è composto dai fondi di private equity (pochi), dalle grandi società industriali e dalle piccole imprese estere (l’ultima tendenza). Una crescita così elevata del numero di società partecipate – quasi il 40% in più in 13 anni – non è spiegabile soltanto con la tendenza alla polverizzazione del tessuto produttivo italiano, che sconta una deriva di lungo periodo verso le piccole dimensioni. Né soltanto con l’ultima tendenza delle piccole imprese straniere che – magari a prezzi di saldo – comprano una omologa italiana.

C’è senz’altro di più. E questo di più non può che essere l’attitudine degli investitori stranieri – quando rilevano una società italiana perché è in crisi, o perché è nel pieno di uno sbandamento strategico per cui ha bisogno di capitali o perché si trova nel corso di un passaggio generazionale incompiuto – a operare con il taglia e cuci, il cuci e taglia.

Prendi una società con due specializzazioni produttive, come spesso capita nelle piccole e medie aziende italiane, e da una fanne due. Oppure, acquista una azienda integrata e scegli di concentrarti soprattutto sulla attività industriale, così da disaggregare per esempio i servizi e la logistica. In quel modo puoi cercare nuovi azionisti. Oppure, rendendo una parte di essa autonoma, la puoi in un secondo momento vendere e così finanziare l’acquisto (nei peggiori dei casi) o lo sviluppo (nei migliori dei casi) della impresa italiana che hai rilevato all’origine.

Lo sbandamento strategico delle ultime settimane della manifattura italiana a capitale straniero, con un disimpegno crescente si innesta su una dinamica che, sull’equity, è sul lungo periodo positiva.

L’equilibrio perduto

Le multinazionali fanno bene all’economia italiana. Rimane valido lo studio di Prometeia che ricorda come i differenziali di crescita positivi per chi è stato acquisito siano pari al 2,8% per il fatturato, al 2% per il numero di occupati e all’1,4% per la produttività.

Ma, oggi, il disimpegno è il punto di caduta di una tendenza di lungo periodo che ha visto ridurre i flussi di tecnologia e di competenze manageriali dall’estero verso le consociate del nostro Paese. Arrivano, quando rimangono ci credono meno e, a un certo punto, si disimpegnano.

I boati prodotti da Arcelor Mittal, Whirlpool e Unilever e il volume all’improvviso abbassato di Maserati e Alfa Romeo non avvengono nel silenzio. Gli scricchiolii si avvertono da tempo.

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Bonaccini scrive una lettera ai parlamentari pd. ‘Non suicidiamoci.’

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-04.

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Stefano Bonaccini è dal 2014 Presidente della Regione Emilia Romagna e si ricandida per le prossime elezioni del 26 gennaio 2020.

La posta in gioco è il governo della tradizionale roccaforte rossa, da cinquanta anni gestita prima dai comunisti, poi da tutte le loro evoluzioni lessicologiche. Ma dopo che l’Umbria, altro bunker rosso scarlatto, è crollato dando a Salvini il 57% dei consensi sia Mr Stefano Bonaccini sia il partito democratico iniziano a temere che la Lega li detronizzi anche in quella Regione.

È del tutto logico che sul quadro regionale gravi come cappa di piombo la situazione nazionale.

«Dall’inizio del Conte 2 ad oggi il Pd ha perso circa 5 punti, il M5S 3,5 e Leu 1 punto. È vero che nel frattempo è nata Italia Viva, meglio conosciuta come il partito di Renzi, che ha aggregato circa il 6% degli elettori. Comunque sia, anche considerando l’apporto di questa nuova forza – che al momento sembra posizionarsi più come opposizione interna che come un alleato solido – il saldo rimane negativo: -3,5%.

Dall’altra parte della barricata, invece, proprio dal momento in cui è nata l’alleanza giallorossa si delinea un incremento per i partiti del centrodestra. La Lega, che aveva lasciato a terra circa 5 punti di consenso dopo l’apertura della crisi agostana, è ritornata un po’ alla volta sulle dimensioni del risultato raccolto alle europee, ed oggi è al 33,2%, mentre il partito della Meloni continua a crescere arrivando al 9%. Si aggiunge poi Forza Italia, che seppure lontana dagli allori degli scorsi anni, è aumentata di circa 2 punti.

Pertanto il saldo di questa coalizione è +6,7%. Questo per dire che letto in questa maniera il risultato delle elezioni regionali della scorsa domenica non ha rappresentato una particolare novità, cioè si sono riconfermate in terra umbra le stesse tendenze che già si registravano da tempo a livello nazionale. ….

La maggioranza assoluta degli elettori, il 56%, esprime un parere negativo sui provvedimenti contenuti nella manovra finanziaria, il 62% pensa che le tasse aumenteranno ed il 45% ritiene che la qualità della propria vita peggiorerà nel corso del prossimo anno …. solo una minoranza degli elettori (34%) esprime fiducia nella squadra di Conte» [Quotidiano.net]

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L’esperienza umbra insegna che i sondaggi di alcuni istituti sono grossolanamente alterati a favore dei partiti attualmente al governo: i relativi risultati sono da leggersi con grande cautela. Nel tentativo di restare equilibrati, sembrerebbe di intravedere un lievissimo vantaggio della coalizione di centrodestra.

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«Il governatore emiliano, preoccupato, lancia un appello ai parlamentari dem su auto aziendali e plastic tax»

«Scrivo ai parlamentari eletti qui: la questione auto aziendali gestita come peggio si potesse e qui dove cresciamo più di tutti e con la disoccupazione al 5% rischia di farci pagare prezzo alto. Sono bombardato dai nostri elettori non dagli altri. Ps: anche la tassa sulla plastica se non mettete alcuni correttivi ed incentivi la paghiamo qui, non altrove»

«Non condivido il provvedimento sulle auto aziendali per come è stato impostato e sono sicuro, come mi hanno garantito il ministro Gualtieri e Misiani, oltre allo stesso Zingaretti, che verrà decisamente modificato o addirittura cancellato»

«La plastic tax non colpisca imprese e lavoro»

«Il presidente Bonaccini ha ragione: chiunque sia a contatto col mondo produttivo sa che una tassa sulle auto aziendali e una tassa sulla plastica produrrebbero effetti negativi per le aziende e per i lavoratori impiegati in quelle stesse aziende»

«Sono da evitare e ci impegneremo per questo (come lo abbiamo fatto con successo su aumenti iva, tassa sui telefonini, incremento irpef agli agricoltori, imposta catastale e gasolio agricolo, cedolare secca, imposte catastali per acquisto prima casa)»

«Il governo amico di Bonaccini sta preparando una manovra ammazza-Emilia Romagna»

«la cosiddetta ‘plastic tax’, rischia di colpire il distretto del biomedicale di Mirandola»

«il salasso sulle auto aziendali, penalizzerà migliaia di lavoratori delle circa 400 mila aziende del nostro territorio, ad altissima densità industriale»

«La manovra “Danneggerà particolarmente l’Emilia, che ospita l’ultimo zuccherificio rimasto in Italia, il Coprob di Minerbio, e l’intera filiera di settore, oltre che il mondo della trasformazione»

«La nuova trovata della tassa sulle cartine e sui filtri, che rischia di impattare su 250 aziende e grossisti in Emilia-Romagna ed oltre 100 rappresentanti che non potranno più vendere questo genere di prodotti, perché tutto dovrà passare dal monopolio di Stato che sarà l’unico titolato a vendere»

«Ancora una volta il Pd si dimostra nemico di lavoratori, imprese e mondo produttivo. …. se l’Emilia-Romagna cresce è solo per la capacità e la lungimiranza della propria gente, nonostante il freno imposto dal Pd»

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Una cosa sembrerebbe essere sicura. Non appena gli emiliani ed i romagnoli si renderanno conto di quante tasse siano state rovesciate loro addosso, come minimo faranno una nuova rivoluzione francese, con tanto di ghigliottina al lavoto notte e giorno.

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Allarme di Bonaccini: “Sulle tasse rischiamo di pagare un prezzo alto”

Il governatore emiliano, preoccupato, lancia un appello ai parlamentari dem su auto aziendali e plastic tax.

“Scrivo ai parlamentari eletti qui: la questione auto aziendali gestita come peggio si potesse e qui dove cresciamo più di tutti e con la disoccupazione al 5% rischia di farci pagare prezzo alto. Sono bombardato dai nostri elettori non dagli altri. Ps: anche la tassa sulla plastica se non mettete alcuni correttivi ed incentivi la paghiamo qui, non altrove”. È quanto scrive, secondo quanto si apprende, il governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, in uno stralcio della lettera inviata agli eletti dem in Emilia Romagna. Un appello che Italia viva, la formazione guidata da Matteo Renzi, accoglie.

“Non condivido il provvedimento sulle auto aziendali per come è stato impostato e sono sicuro, come mi hanno garantito il ministro Gualtieri e Misiani, oltre allo stesso Zingaretti, che verrà decisamente modificato o addirittura cancellato”. Dichiara Bonaccini spiegando che queste perplessità sono state espresse anche in occasione dei contatti avuti con i parlamentari dem e i rappresentanti del governo ma non nella forma di una lettera. 

“La plastic tax non colpisca imprese e lavoro”

Sulla plastica, “Ricordo che in Emilia Romagna il futuro piano regionale ‘plastic free’ lo stiamo condividendo anche con le imprese del settore, studiando meccanismi di compensazione e incentivi – afferma Bonaccini – che non danneggino il comparto, per una svolta ecologica assolutamente necessaria, ma che non deve colpire imprese e lavoro. La stessa logica di gioco di squadra – sottolinea il governatore – dovrebbe essere adottata a livello nazionale: per questo ho interessato il Governo, affinché le misure a cui sta pensando non danneggino un settore così importante in Emilia Romagna. Anche i parlamentari regionali del centrosinistra mi hanno assicurato di voler modificare tali misure”.

Poi uno sguardo complessivo alla manovra. “Non dimentichiamo – dice Bonaccini – che la finanziaria ha interventi positivi: ci salva da un aumento dell’Iva che sarebbe stato pagato duramente da famiglie e cittadini; stanzia i primi fondi per le famiglie e qui l’Emilia-Romagna era arrivata prima con il taglio delle rete dei nidi; avvia il taglio del cuneo fiscale per aumentare i soldi in busta paga ai lavoratori dipendenti e prevede il finanziamento di industria 4.0; rifinanziamento legge Sabatini e iper e super ammortamento per le imprese. Oltre ai 2 miliardi in più per il Fondo sanitario nazionale e altri 2 miliardi per investimenti nella sanità pubblica. Sono certo che allo stesso modo il Governo saprà trovare soluzioni che evitino impatti negativi su imprese e consumatori anche sul tema plastica”, conclude Bonaccini. 

Italia viva d’accordo con il governatore

“Il presidente Bonaccini ha ragione: chiunque sia a contatto col mondo produttivo sa che una tassa sulle auto aziendali e una tassa sulla plastica produrrebbero effetti negativi per le aziende e per i lavoratori impiegati in quelle stesse aziende. Sono da evitare e ci impegneremo per questo (come lo abbiamo fatto con successo su aumenti iva, tassa sui telefonini, incremento irpef agli agricoltori, imposta catastale e gasolio agricolo, cedolare secca, imposte catastali per acquisto prima casa)”. Lo affermano i deputati di Italia viva eletti in Emilia-Romagna, Luigi Marattin e Marco Di Maio.

“Lo faremo da in particolare da eletti in Emilia-Romagna, cuore produttivo del Paese, che in 5 anni con Stefano Bonaccini alla presidenza ha dimezzato il tasso di disoccupazione ed è divenuta la prima regione d’Italia per l’export. E lo faremo coerenti con le ragioni che ci hanno indotto a fondare Italia Viva e a dar vita a questo governo, ossia – concludono Di Maio e Marattin – evitare l’aumento di tasse o l’introduzione di nuove e sostenere le imprese”. 

Borgonzoni attacca: “Pd nemico del mondo produttivo”

“Il governo amico di Bonaccini sta preparando una manovra ammazza-Emilia Romagna” perché “la cosiddetta ‘plastic tax’, rischia di colpire il distretto del biomedicale di Mirandola” e “il salasso sulle auto aziendali, penalizzerà migliaia di lavoratori delle circa 400 mila aziende del nostro territorio, ad altissima densità industriale”. È il grido di allarme di Lucia Borgonzoni, la fedelissima salviniana candidata del centrodestra alle prossime regionali.

La manovra “Danneggerà – spiega in un post su Facebook – particolarmente l’Emilia, che ospita l’ultimo zuccherificio rimasto in Italia, il Coprob di Minerbio, e l’intera filiera di settore, oltre che il mondo della trasformazione”.
Inoltre “La nuova trovata della tassa sulle cartine e sui filtri, che rischia di impattare su 250 aziende e grossisti in Emilia-Romagna ed oltre 100 rappresentanti che non potranno più vendere questo genere di prodotti, perché tutto dovrà passare dal monopolio di Stato che sarà l’unico titolato a vendere”.

“Ancora una volta il Pd – chiosa la Borgonzoni – si dimostra nemico di lavoratori, imprese e mondo produttivo. Altro che retorica di Bonaccini: se l’Emilia-Romagna cresce è solo per la capacità e la lungimiranza della propria gente, nonostante il freno imposto dal Pd”.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Breve elenco delle ulteriori tasse.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-01.

dies-irae

Confutatis maledictis,

flammis acribus addictis,

voca me cum benedictis.


Auto aziendali, il governo riduce la stangata: tasse al 60%.

Sulle auto aziendali, noti strumenti ludici, il buon Governo Zingaretti rosso-giallo ha imposto una tassa del solo 60%. Costi aziendali che si scaricheranno quindi sui consumatori, ossia su di Voi.

Ma Salvini non è insensibile all’urlo di dolore che si leva dai Contribuenti italiani, e si prepara una risposta adeguata per le elezioni regionali in Calabria ed in Emilia Romagna.

I Cittadini Elettori e Contribuenti saranno chiamati alle urne per scegliere tra i partiti che li stanno tassando a morte oppure quelli che li farebbero diventare liberi.

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Dalla plastic tax a quella sulle bevande, tutte le tasse della manovra

Il capitolo tasse è quello che ha creato più frizioni in maggioranza. Sono sopravvissute la plastic tax da un euro al chilo per gli imballaggi e i contenitori, e la sugar tax sulle bevande.

Entra una nuova tassa su filtri e cartine per le sigarette ‘fai da te’, che ‘salva’ le sigarette elettroniche. Esce l’aumento da 50 a 150 euro delle imposte di registro per chi acquista casa. Ma sono molte le tasse contenute nella manovra, invise a una parte della maggioranza, come Italia viva

Tasse su filtri e cartine

Aumentano le accise per i fumatori. Le aliquote di base passano per le sigarette a 59,8%, per il tabacco trinciato a 59%, per i sigari a 23,5% e per i sigaretti a 24%. Fra le nuove arrivate c’è la tassa sulle cartine e sui filtri delle sigarette ‘fai da te’, che nell’ultima bozza è scesa da 0,005 euro a 0,0036 euro il pezzo contenuto in ciascuna confezione. Restano indenni da rincari le sigarette elettroniche

Stretta rimodulata sull’auto aziendale

Cambia la norma sulla stretta fiscale sulle auto aziendali. La proposta, nell’ultima bozza della manovra, prevede che, ai fini della determinazione del fringe benefit delle auto concesse in uso promiscuo ai dipendenti, la percentuale del 30% dell’importo corrispondente alla percorrenza convenzionale di 15.000 chilometri calcolato sulla base delle tabelle Aci continui ad applicarsi ai veicoli a trazione elettrica e ibrida e a quelli degli addetti alla vendita, di agenti e rappresentanti di commercio. Per gli altri veicoli la percentuale sale al 60% in caso di emissioni di biossido di carbonio fino a 160 grammi per chilometro e al 100% in caso di emissioni superiori.

Plastic tax da 1 euro al kg

È previsto il pagamento di una imposta pari a 1 euro al chilo sugli imballaggi e i contenitori monouso di plastica. Le bottiglie, le buste ad esempio dell’insalata, le vaschette per gli alimenti in polietilene. Ma anche il tetrapak del latte o i contenitori dei detersivi. È lunga la lista dei prodotti monouso su cui si applicherà la plastic tax. Come si legge nella relazione che accompagna la bozza della manovra, saranno soggetti alla tassa anche il polistirolo e pure i tappi e le etichette di plastica. Esclusi, oltre alle siringhe, i prodotti riutilizzabili come le taniche o i contenitori per la custodia di oggetti.

Merendine escluse dalla sugar tax

È istituita anche la tassa sulle bevande con zuccheri. Obbligati al pagamento sono il fabbricante, l’importatore e l’acquirente. La tassa è fissata in 10 euro per ettolitro di prodotti finiti.

Aumenta la tassa sulla fortuna

Il Governo pesca ancora dai giochi. La novità è contenuta nell’ultima bozza di manovra dove è stato previsto l’aumento dal 12% al 15% della tassa sulla fortuna per le vincite (Superenalotto, Gratta e Vinci, slot) superiori ai 500 euro. L’aumento decorrerà dal 1° maggio 2020 così da poter assicurare la messa punto delle vincite erogate dalle oltre 200mila macchinette (Slot e Vlt) sparse sul territorio nazionale.

Stretta sulle accise sul gasolio

Se le tasse sulla casa vengono bloccate – è stata eliminato anche il mini-aumento della cedolare secca sugli affitti concordati, che resta al 10% – l’esecutivo giallorosso va all’attacco di chi inquina: arriva infatti l’annunciata stretta sul gasolio per i vecchi camion e pullman, con l’agevolazione sull’accisa che scatterà solo per chi ha mezzi almeno euro 4 nel 2020, ed euro 5 dal 2021.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Governo delle Tasse cala la mannaia sul collo dei Contribuenti.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-30.

BOIA__001__

Inebriati dal brillante successo elettorale, grazie al qual l’Umbria è adesso una regione verde, il Governo Zingaretti rosso-giallo si sfoga con bilioso rancore sui Contribuenti superstiti.

E giù tasse da orbi!!


Manovra, 4,3 miliardi di tasse in più

Già. Ma questo è un conto di molto per difetto.

«Ma fuori dal decreto Fisco ci sono interventi corposi, dalla carbon tax alle norme che colpiscono le banche, passando per gli aumenti dell’imposta ipotecaria e catastale»

Ricordatevi bene questi nomi: Mattarella, Zingaretti, Grillo, Casaleggio, Di Maio.

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Manovra: da risparmi a spending review e spunta tassa su cartine e filtri

«Oggi continuiamo con la manovra, la stiamo costruendo su meno tasse, meno burocrazia, meno evasione, e allo stesso tempo più soldi a famiglie, lavoratori e imprese ….

Detrazioni solo a chi paga con carta e bancomat. A partire dal 2020 (quindi per le dichiarazioni 2021) per ottenere tutte le detrazioni fiscali al 19% le spese dovranno essere ‘certificate’ con bonifici o pagamenti con bancomat o carte ….

Spunta anche una nuova microtassa su cartine e filtri per le sigarette “da arrotolare” nella bozza della manovra. …

Per le sole sigarette sale di un punto l’onere fiscale minimo mentre aumenta per tutti (dai sigari al tabacco trinciato) l’aliquota dell’accisa. ….

Arriva una stretta fiscale sulle auto aziendali in “fringe benefit” ….»

La tassa sulla plastica prevista in manovra ….»

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Manovra, via libera a sugar e plastic tax | Inasprite le tasse sulle sigarette 

«confermate la plastic e la sugar tax ….

Sale infatti la tassa sulla fortuna. La bozza della Manovra contiene un aumento, dal 1 aprile 2020, dal 12% al 15% del prelievo sulle vincite sopra i 500 euro. Previsto anche un aumento della quota di questa tassazione da versare all’erario: passa dall’attuale 90 al 95% ….

Slittano di 12 mesi i tagli all’editoria …. stanzia anche 8 milioni l’anno per tre anni, dal 2020 al 2022, per la convenzione con Radio Radicale.»

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La “tassa sulla fortuna” mette d’accordo il Governo: tutte le novità della Manovra

Pubblicato in: Energie Alternative, Fisco e Tasse, Ideologia liberal

Germania! Vuoi burro o alternative? La sciagurata rispose.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-24.

Surriscaldamento 001

«VOLETE BURRO O CANNONI?». Mussolini pronunciò questa frase dal balcone di Palazzo Venezia poco prima della dichiarazione della Seconda Guerra Mondiale e la folla gridò entusiasta «Cannoni! Cannoni!». Poi chi ha pagato il conto di quella guerra sono stati tantissimi giovani che purtroppo non avevano capito a tempo…

* * *

La storia si ripete, mutatis mutandis.

I tedeschi hanno condiviso l’entusiasmo di Frau Merkel per le energie alternative, ed adesso iniziano ad arrivare i conti da pagare.

«Germany’s power network operators (TSOs) will hike by 5.5% next year the fee consumers have to pay to support the country’s shift toward renewable energies»

«The surcharge is a key part of Germany’s policy to switch to lower carbon sources of energy, known as Energiewende, but has sparked criticism from consumers because it makes up 21% of their final bills»

«A joint statement from the four TSOs said the fee to pay producers feed-in tariffs under Germany’s EEG renewable energy act will increase to 6.756 cents per kilowatt hour (kWh) in 2020 compared with 6.405 cents in 2019»

«A household consuming 5,000 kWh per annum would pay another 18 euros more next year to account for the EEG»

«In Germany, some 23% of power bills are made up of grid usage fees, which have increased due to the higher handling costs of renewable power»

«The remaining 25% represent procurement and retail distribution»

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Una Germania in piena recessione, con un drammatico calo della produzione industriale, si trova a sbattere il volto sul granito dei costi legati alle energie alternative ed a quelli della distribuzione, che dovrebbe essere rifatta di sana pianta, ancorché possa servire a qualcosa. Le distanze infatti tra gli impianti ed i luoghi di consumo sono troppo elevati per gli attuali elettrodotti, e la dissipazione elevata.

Energia. Il problema degli elettrodotti a lunga distanza. Le dissipazioni.

Già.

Pochi ci hanno pensato.

In una Germania che si dice andare incontro ad un surriscaldamento, le dispersioni degli elettrodotti sono vere e proprie stufette elettriche.

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Germans to pay 5.5% higher levy for renewable power in 2020

FRANKFURT (Reuters) – Germany’s power network operators (TSOs) will hike by 5.5% next year the fee consumers have to pay to support the country’s shift toward renewable energies, they said on Tuesday, confirming what a source earlier told Reuters.

The surcharge is a key part of Germany’s policy to switch to lower carbon sources of energy, known as Energiewende, but has sparked criticism from consumers because it makes up 21% of their final bills.

A joint statement from the four TSOs said the fee to pay producers feed-in tariffs under Germany’s EEG renewable energy act will increase to 6.756 cents per kilowatt hour (kWh) in 2020 compared with 6.405 cents in 2019.

Think-tank Agora and consumer prices comparison companies on Monday said the fee would likely hit a range of 6.5-6.7 cents.

The TSOs said in their statement that more renewable power production was forecast for next year, which could see more pay-outs to renewable power producers.

At the same time, the account in which the collected fees are held had been drawn down this year by relatively high green power output, which is driven by variable weather patterns, it said.

A household consuming 5,000 kWh per annum would pay another 18 euros more next year to account for the EEG, prices portal Check24 said in a press release on Tuesday.

In Germany, some 23% of power bills are made up of grid usage fees, which have increased due to the higher handling costs of renewable power. The remaining 25% represent procurement and retail distribution.

Agora predicted that the fee should peak in 2021, because by then wind turbines built last decade would gradually drop out of the fixed 20-year subsidy scheme that was reformed in 2017.

Pubblicato in: Criminalità Organizzata, Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Costo dei Pos nei negozi. 1,997,204,671 euro ogni anno sulla groppa del Contribuente.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-23.

Minosse & Macron

Il Governo Zingaretti rosso-giallo passerà alla storia per essere stato il più litigioso dell’orge terracqueo. Ma altrettanto sicuramente passerà alla storia per essere stato ben più vorace delle cavallette.

Si stanno infatti litigando per dividersi il bottino.

Se con la scusa di avere una finissima sensibilità ecologica hanno messo una tassa del 100% sul pet

Governo Zingaretti. Pet, 900€/ton ne pagherà 1,000 di tasse, tutte poi sulla groppa dei consumatori.

adesso simulano un accorato bisogno di combattere l’evasione fiscale: e moh che fanno?

«La Legge di Bilancio 2020 ha parlato chiaro: la lotta contro l’evasione fiscale sarà uno degli obiettivi primari del governo che cercherà di agevolare i metodi di pagamento tracciabili innanzitutto introducendo sanzioni per tutti i commercianti che non accettano POS»

Giuda Iscariota era un galantuomo a confronto: veritiero ed affidabile.

I collegamenti Pos hanno sia un costo di impianto sia un costo di esercizio, tutti a carico dei commercianti i quali, ovviamente, li scaricheranno sul popolo bue.

«se i costi derivanti dal POS obbligatorio verranno interamente scaricati sui consumatori finali, ogni famiglia italiana dovrà spendere 77 euro in più in media ogni anno»

Le famiglie italiane sono 25,937,723.

Ogni anno che Dio manda i Cittadini Contribuenti saranno caricati di una spesa suppletiva di 1,997,204,671: tanto ne avevano tanti in tasca.

Ma questi due miliardi andranno tutti alle banche per spese e commissioni.

Andranno agli amici degli amici, e questo Governo ne ha molti di amichetti.

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Più che il Governo dei litigiosi prevaricatori, il Governo Zingaretti sarà ricordato come il Governo delle tasse.

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Quanto costerà alle famiglie italiane l’obbligo del POS nei negozi

Il POS obbligatorio avrà conseguenze sia sui commercianti che sulle famiglie italiane. Ecco quanti soldi in più dovremo sborsare.

Il POS obbligatorio avrà conseguenze economiche non soltanto sui commercianti, ma anche sulle famiglie italiane.

A lanciare l’allarme sono stati sia il Codacons che Confesercenti, i quali hanno previsto possibili rincari in dirittura d’arrivo.

La Legge di Bilancio 2020 ha parlato chiaro: la lotta contro l’evasione fiscale sarà uno degli obiettivi primari del governo che cercherà di agevolare i metodi di pagamento tracciabili innanzitutto introducendo sanzioni per tutti i commercianti che non accettano POS. Le conseguenze di questa novità saranno però molteplici: il portafoglio delle famiglie italiane potrebbe iniziare ad alleggerirsi.

POS obbligatorio: le conseguenze per le famiglie italiane

Nel momento in cui il governo ha iniziato a pensare all’introduzione dell’obbligo per il POS, l’Italia intera si è chiesta quali potrebbero essere le conseguenze di questa scelta soprattutto sui commercianti, gravati dalle commissioni di servizio.

Codacons e Confesercenti però hanno guardato la questione da un altro punto di vista, quello delle famiglie italiane.

 “Siamo favorevoli all’obbligo per esercenti di accettare i pagamenti con carta, ma è innegabile che tale misura comporterà costi ingenti che, inevitabilmente, saranno scaricati sui consumatori finali, attraverso un incremento dei prezzi al dettaglio e delle tariffe”,

ha dichiarato il presidente del Codacons, Carlo Rienzi.

Per dirla con le sue stesse parole, se i costi derivanti dal POS obbligatorio verranno interamente scaricati sui consumatori finali, ogni famiglia italiana dovrà spendere 77 euro in più in media ogni anno.

Al centro del dibattito non soltanto gli oneri derivanti dalle commissioni bancarie, ma anche i costi di installazione e gestione del dispositivo elettronico.

Da qui la necessità di correre ai ripari. Per Rienzi una delle soluzioni possibili potrebbe essere quella di concordare con le banche l’azzeramento totale dei costi per le operazioni al di sotto dei 30 euro.

L’obbligo del POS scatterà a partire dal prossimo 1° luglio. Sarà allora che potrebbero iniziare a farsi sentire le prime conseguenze sulle famiglie italiane.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Governo. Si litigano come bagasce ai trogoli. Conte supplica la unità.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-21.

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Gli evasori ce li hanno sotto il naso, ma mica che li vogliano toccare.

Economia sommersa in Italia vale 192 miliardi

«Nel 2017 l’economia non osservata vale circa 211 miliardi di euro, il 12,1% del Pil. E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto Istat in cui si precisa che l’economia sommersa ammonta a poco meno di 192 miliardi di euro e le attività illegali a circa 19 miliardi. Le stime per il 2017 confermano la tendenza alla riduzione dell’incidenza sul Pil della componente non osservata dell’economia dopo il picco del 2014 (13,0%).

Le unità di lavoro irregolari nel 2017 sono 3 milioni 700 mila, in crescita di 25 mila unità rispetto al 2016. L’aumento della componente non regolare (+0,7% rispetto al 2016) segna la ripresa di un fenomeno che nel 2016 si era invece attenuato (-0,7% rispetto al 2015).

Più in dettaglio, nel 2017 il valore aggiunto generato dall’economia non osservata, ovvero dalla somma di economia sommersa e attività illegali, si è attestato a poco meno di 211 miliardi di euro (erano 207,7 nel 2016), con un aumento dell’1,5% rispetto all’anno precedente, segnando – spiega l’Istat – una dinamica più lenta rispetto al complesso del valore aggiunto, cresciuto del 2,3%.»

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«Le unità di lavoro irregolari nel 2017 sono 3 milioni 700 mila»

Solo il Governo e la Finanza non li trovano.

Ed anche per fortuna: non ci sono infatti risorse per portali nella legalità. Le imprese illegali fallirebbero, e si ingrosserebbe solo la già folta schiera dei disoccupati. Il Pil perderebbe 211 miliardi in un sol colpo.

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Ed il Governo cosa sta facendo? Si litigano tra di loro.

«Gelo di Renzi e M5s su contante-Pos»

«Emendamento Iv su quota 100»

«Una lunga maratona notturna sblocca l’impasse del governo sulla legge di bilancio e il decreto fiscale»

«Luigi Di Maio …. in un non velato attacco al piano antievasione di Conte sostenuto dal Pd, critica la stretta sul contante e la scelta di incentivare pos e carte: il rischio, scrive, è penalizzare “chi ogni giorno si spacca la schiena” e fare “un favore alle banche”.»

«Non si può ridurre la lotta all’evasione a “slogan” e “campagne mediatiche”, incalza invocando l’inasprimento del carcere agli evasori chiesto dal M5s»

«Matteo Renzi tace ma è critico: Iv già annuncia emendamenti sul tetto al contante e Quota 100»

«All’Europa viene inviato il Documento programmatico di bilancio che dettaglia coperture da 15 miliardi, di cui due dalla “plastic tax”, la tassa sugli imballaggi di plastica da un euro al chilogrammo»

«Conte …. bacchetta i partiti di maggioranza: invece di dividersi nel rivendicare le misure – è il messaggio – dovrebbero sposarle tutte»

«Ma Teresa Bellanova prende la parola per dire no alla proposta di far calare il tetto al contante da 3000 a 1000 euro: se è così ve la votate voi, avrebbe detto la ministra di Iv»

«Cinque stelle e Iv daranno battaglia sul contante»

«Appello del premier Giuseppe Conte all’unità dopo le tensioni per il varo della manovra»

«Da tutte le forze politiche, vecchie e nuove – dice il premier intervistatod al Corsera – mi aspetto lealtà e spirito di collaborazione. Per cambiare l’Italia, dobbiamo lavorare tanto nella medesima direzione»

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Nel duecento, nella Repubblica di Genova le ragazze di vita potevano accedere ai trogoli per lavare i panni solo il venerdì, giorno loro riservato. Si litigavano infatti come erinni. Poi, ad una certa ora, arrivavano gli agenti del fisco, che prendevano loro la tassa di esercizio in un turbino di delazioni.

Di lì la frase dialettale “litigarsi come bagasce ai trogoli“.

Tanti litigi per nulla: alla fine sarà l’Unione Europea a decidere sulla finanziaria italiana.

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Arriva manovra ma governo litiga. Duello Conte-Di Maio

Gelo di Renzi e M5s su contante-Pos. Emendamento Iv su quota 100.

Una lunga maratona notturna sblocca l’impasse del governo sulla legge di bilancio e il decreto fiscale. Arriva il via libera salvo intese. Alle cinque del mattino, dopo un Consiglio dei ministri di quasi sei ore, il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri si mostrano stanchi ma soddisfatti: arriva una manovra da circa 30 miliardi, con lo stop all’aumento dell’Iva, tre miliardi per tagliare le tasse ai lavoratori, 600 milioni per la famiglia, la fine del superticket da settembre 2020 e il piano di lotta all’evasione Italia cashless voluto da Conte.

La reazione dei mercati è positiva, con lo spread che cala a 131 punti, toccando i minimi da maggio 2018. Esulta il Pd, per aver incassato il taglio delle tasse in busta paga ai lavoratori e il piano Green. Leu è soddisfatta per i superticket. Ma M5s e Iv attaccano. Un lungo post in serata in Luigi Di Maio rivendica parte delle scelte della manovra, ma non tutte. E in un non velato attacco al piano antievasione di Conte sostenuto dal Pd, critica la stretta sul contante e la scelta di incentivare pos e carte: il rischio, scrive, è penalizzare “chi ogni giorno si spacca la schiena” e fare “un favore alle banche”.

Non si può ridurre la lotta all’evasione a “slogan” e “campagne mediatiche”, incalza invocando l’inasprimento del carcere agli evasori chiesto dal M5s. Matteo Renzi tace ma è critico: Iv già annuncia emendamenti sul tetto al contante e Quota 100. Ma Conte rivendica la manovra e il capitolo dell’evasione, che porta la sua impronta, tanto da aver spronato Gualtieri a fare di più. Incentivare le carte “non criminalizzano nessuno”, risponde indirettamente a Di Maio. E il “superbonus della Befana” da 250 euro in su – assicura – dal 2021 ci sarà, con una Lotteria da 50 milioni per chi paghi con carta. Poi bacchetta i partiti di maggioranza: invece di dividersi nel rivendicare le misure – è il messaggio – dovrebbero sposarle tutte. All’Europa viene inviato il Documento programmatico di bilancio che dettaglia coperture da 15 miliardi, di cui due dalla “plastic tax”, la tassa sugli imballaggi di plastica da un euro al chilogrammo.

Ma è durissima Confindustria, che esprime “forte contrarietà” alla misura: “Non è per l’ambiente, impone ingenti costi a consumatori e imprese”. L’opposizione, Lega in testa, accusa il governo di mettere nuove tasse “dal diesel alla casa”. E il ministro dell’Ambiente Sergio Costa invoca “subito un tavolo di confronto al Mise” perché la “transizione ecologica” delle aziende ha “ricadute occupazionali”. Molto si deciderà nella scrittura dei testi e poi nel percorso in Parlamento. Ma nella lunga notte della manovra il confronto si fa subito assai teso. Conte imprime, con Gualtieri, un’accelerazione che scavalca dubbi e richieste dei partiti. E viene descritto “molto irritato” per le resistenze. In Cdm si esaminano le singole norme in una dialettica che viene descritta fisiologica sia da Dario Franceschini che da Riccardo Fraccaro (fa le veci di Di Maio che è negli Usa). Le ministre Luciana Lamorgese, unico “tecnico” del governo, e Nunzia Catalfo reclamano più risorse per i loro ministeri. Ma è quando si arriva al capitolo evasione, alla terza ora di Cdm, che il confronto si accende.

Conte si intesta la responsabilità del piano “Italia cashless” per combattere nero e sommerso. Ma Teresa Bellanova prende la parola per dire no alla proposta di far calare il tetto al contante da 3000 a 1000 euro: se è così ve la votate voi, avrebbe detto la ministra di Iv. Tace il M5s. Prende la parola il Pd con Franceschini, Francesco Boccia, Lorenzo Guerini, per dire che con le minacce si rischia di non andare avanti, di far saltare tutto. “Assistevamo con i pop corn”, racconta un ministro M5s. Nessuna difesa di Conte. Gualtieri propone di rinviare al Parlamento ma i Dem spingono perché si decida. Renzi non è al tavolo ma in contatto con Bellanova. Dopo un’ora si media su un calo graduale, da 3000 a 2000 euro e poi 1000 dal 2022. Iv già annuncia emendamenti.

La discussione poi si infiamma sull’inasprimento del carcere agli evasori chiesto dal M5s: Alfonso Bonafede e Vincenzo Spadafora si oppongono alla proposta di non inserire la norma nel decreto fiscale ma in altro provvedimento. Si alzano i toni. Il Pd resta fermo sul no. Poi, anche qui, si media. Per ora si aggrava la pena solo per un reato, la dichiarazione fraudolenta: poi servirà un emendamento in Parlamento. Bonafede e Andrea Orlando per il Pd si vedono già in giornata per discuterne. La Cdm però lascia strascichi. Cinque stelle e Iv daranno battaglia sul contante. Alla Leopolda Renzi svelerà un emendamento per cambiare subito Quota 100, nonostante il M5s abbia ottenuto di tenerla ferma per il 2020. I renziani daranno battaglia su una serie di misure del dl fisco “volute dai Visco boys”. “Abbiamo fatto un mezzo miracolo”, avverte Nicola Zingaretti, con “polemiche” e “furbizie” il governo rischia.

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Appello di Conte all’unità: ‘Dalle forze politiche mi aspetto lealtà. Non temo ribaltoni’

Appello del premier Giuseppe Conte all’unità dopo le tensioni per il varo della manovra. “Da tutte le forze politiche, vecchie e nuove – dice il premier intervistatod al Corsera – mi aspetto lealtà e spirito di collaborazione. Per cambiare l’Italia, dobbiamo lavorare tanto nella medesima direzione”.

“Abbiamo messo in piedi una serie di riforme – prosegue – che hanno bisogno di tempo per esplicare i propri effetti. I ribaltoni non mi preoccupano. E poi abbiamo già visto ad agosto che mosse avventate e irresponsabili non pagano”.

Intanto dalle pagine del Sole 24 ore il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri parla di una riforma fiscale per abbassare le tasse annuncia un cantiere sulle pensioni per “gestire il ‘dopo Quota 100′”.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Fisco e Tasse

Governo Zingaretti. Pet, 900€/ton ne pagherà 1,000 di tasse, tutte poi sulla groppa dei consumatori.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-20.

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Il Governo Zingaretti, rosso-giallo, si muove dopo essersi riletto i sacri testi del comunismo, pronubo ai voleri dei suoi archetipi liberal europei. I suoi replicanti pentastellati intanto sono trasmutati dal partito dei ‘No’ a quello delle tasse. E da bravi neofiti, signore tasse: oltre il 100%.

«La super imposta fa sì che su ogni tonnellata di materiale Pet-Polietilene che costa circa 900 euro a tonnellata si debba pagare una tassa di mille euro, incidendo così per oltre il 100% sul costo della materia plastica»

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«Mille euro per ogni tonnellata»

«Il governo a caccia di risorse per fare quadrare i conti pubblici ha puntato sulla plastica con secco giro di vite»

«A prevedere la nuova tassa sugli imballaggi di plastica è il Documento programmatico di bilancio, inviato a Bruxelles per riassumere l’impianto della legge di Bilancio»

«Nel testo è specificato che l’imposta scatta dal prossimo 1 giugno, con un’aliquota di 1 euro al chilo, ossia mille euro a tonnellata»

«La misura fa parte di un pacchetto di interventi per «promuovere la sostenibilità dell’ambiente»: nell’elenco, oltre alla tassa sulla plastica, figurano la stretta sia sulle agevolazioni per il gasolio sia sulle auto aziendali più inquinanti»

«In tutto il governo stima di incassare almeno 1,8 miliardi di euro nel 2020, e dall’anno successivo oltre 2 miliardi»

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Una volta si diceva: “Lo vuole  l’Europa”.

Adesso si dice: “Lo vuole l’ecologia”.

Cari pecoroni e pecorine belanti.

Il Governo Zingaretti vi ha messo sul groppone una nuova tassa del 100%.

E questa ve la pagherete tutti, ricchi e poveri, di sinistra, di centro o di destra, senza distinzione di gender.

Mr Di Maio ne è del tutto felice: l’Iva non è aumentata.

La Piattaforma Rousseau ha approvato con il 729% di voti favorevoli.

Mah: chissà come voteranno in Umbria, ebrri di tasse e balzelli.

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Corriere. 2019-10-19. Plastica, tassa da 1 euro al chilo. Le imprese protestano, ma gli aumenti peseranno sui consumatori

Mille euro per ogni tonnellata. Il governo a caccia di risorse per fare quadrare i conti pubblici ha puntato sulla plastica con secco giro di vite. A prevedere la nuova tassa sugli imballaggi di plastica è il Documento programmatico di bilancio, inviato a Bruxelles per riassumere l’impianto della legge di Bilancio. Nel testo è specificato che l’imposta scatta dal prossimo 1 giugno, con un’aliquota di 1 euro al chilo, ossia mille euro a tonnellata. La misura fa parte di un pacchetto di interventi per «promuovere la sostenibilità dell’ambiente»: nell’elenco, oltre alla tassa sulla plastica, figurano la stretta sia sulle agevolazioni per il gasolio sia sulle auto aziendali più inquinanti. In tutto il governo stima di incassare almeno 1,8 miliardi di euro nel 2020, e dall’anno successivo oltre 2 miliardi.

Il settore colpito dalla tassa sulla plastica è quello degli imballaggi, dell’imbottigliamento, dei contenitori monouso e del polistirolo. Tanto che da giorni le associazioni dei produttori di plastica e l’industria delle acque minerali protestano contro quella che considerano una stangata, con il rischio che i costi finiscano per essere pagati dal consumatore finale che acquista una bottiglietta di acqua piuttosto che un farmaco. Malgrado la tassa non riguardi la plastica riciclata, Confindustria contesta che la misura abbia «finalità ambientali, rappresentando unicamente un’imposizione diretta a recuperare risorse ponendo ingenti costi a carico di consumatori, lavoratori e imprese». Un’accusa, insomma, di volere semplicemente fare cassa, che l’associazione degli industriali motiva spiegando:«Le imprese pagano già 450 milioni di euro all’anno di contributo ambientale Conai (Consorzio nazionale imballaggi) per la raccolta e gli imballaggi in plastica, e 350 milioni sono destinati ai Comuni italiani per garantire la raccolta differenziata».

A intervenire è anche il presidente di Unionplast, Luca Iazzolino, evidenziando un ulteriore effetto. «Mi chiedo il senso di demonizzare la plastica, si pensa di sostituirla con gli imballaggi di carta e di cartone? Lascio immaginare cosa significhi in termini di impatto ambientale. Aggiungo che la tassa rischia di colpire anche gli imballaggi composti in parte con materiali riciclati, penalizzando così gli investimenti effettuati da un intero settore nei processi di transizione verso l’economia circolare». Dal versante del governo parla il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa (M5S), che si dice pronto a aprire un tavolo sulla plastic tax, premettendo che bisogna aiutare «le aziende a cambiare» per dirigersi verso «una produzione che tuteli l’ambiente». Ma Ettore Fontana, vicepresidente di Mineracqua, oppone numeri e cifre: «La super imposta fa sì che su ogni tonnellata di materiale Pet-Polietilene che costa circa 900 euro a tonnellata si debba pagare una tassa di mille euro, incidendo così per oltre il 100% sul costo della materia plastica».

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Governo Zingaretti. Non ha aumentato l’Iva, ma le tasse, eccome. La casa.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-19.

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«Sale l’imposta ipotecaria e catastale da 50 a 150 euro sui trasferimenti immobiliari soggetti all’imposta di registro (prima casa e altri immobili)»

« potrebbe crescere del 25% anche la cedolare secca sugli affitti a canone concordato con l’innalzamento dell’aliquota dal 10% al 12,5%.»

«Le misure sono previste nella legge di bilancio a cui sta lavorando il Governo e che potrebbero pesare sul mercato immobiliare da anni in sofferenza»

«L’aumento delle imposte di registro sono previste esplicitamente nel Documento programmatico di bilancio appena varato dal Governo»

«Nel Dpb si legge infatti che sarà previsto un «innalzamento delle imposte ipotecaria e catastale sui trasferimenti immobiliari soggetti all’imposta di registro (Prima casa, altri immobili) da euro 50 a euro 150 ciascuna»»

«La cedolare sarà – a quanto risulta – confermata e resa strutturale, ma il Governo sta pensando di alzare l’aliquota in su: attualmente è del 10%, potrebbe salire al 12,5% (+25%).»

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Avere una casa propria è un evidente lusso sibaritico, segno  di una dovizia di dubbia origine.

Se poi fosse un immobile dato in locazione, sarebbe segno ulteriore di sfrenata ricchezza e di vessazione sulla gente affittuaria.

Sia ben chiaro: la proprietà privata è considerata un furto da parte del Governo rosso-giallo.

Quindi, giù tasse si tasse. Che si aggiungono ai rincari del gas e della corrente elettrica. Poi, la tassa del 100% sul Pet …… E Beppe Grillo che vorrebbe togliere il voto ai pensionati.

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Sole 24 Ore. 2019-10-17. Mini-stangata sulla casa: triplica imposta di registro, cedolare sugli affitti al 12,5%

Sale l’imposta ipotecaria e catastale da 50 a 150 euro sui trasferimenti immobiliari soggetti all’imposta di registro (prima casa e altri immobili) e potrebbe crescere del 25% anche la cedolare secca sugli affitti a canone concordato con l’innalzamento dell’aliquota dal 10% al 12,5%. Le misure sono previste nella legge di bilancio a cui sta lavorando il Governo e che potrebbero pesare sul mercato immobiliare da anni in sofferenza.

L’aumento delle imposte di registro sono previste esplicitamente nel Documento programmatico di bilancio appena varato dal Governo nella riunione notturna del consiglio dei ministri. Nel Dpb si legge infatti che sarà previsto un «innalzamento delle imposte ipotecaria e catastale sui trasferimenti immobiliari soggetti all’imposta di registro (Prima casa, altri immobili) da euro 50 a euro 150 ciascuna». Un aumento a cui però segue anche «contestualmente» un ritocco fiscale, stavolta più vantaggioso, verso il basso « al fine di equiparare il prelievo tributario di queste imposte sui trasferimenti immobiliari». Si prevede infatti – si legge ancora nel Documento programmatico di bilancio- anche « la riduzione da euro 200 a euro 150 per ciascuna imposta sui trasferimenti immobiliari soggetti».

Tra le misure che si dovrebbero leggere nella legge di bilancio c’è anche il ritocco della cedolare secca sugli affitti a canone concordato in scadenza nel 2019. La cedolare sarà – a quanto risulta – confermata e resa strutturale, ma il Governo sta pensando di alzare l’aliquota in su: attualmente è del 10%, potrebbe salire al 12,5% (+25%). Un aumento che per Confedelizia sarebbe un «clamoroso autogol». « La cedolare sugli affitti calmierati – ricorda il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa – è una misura sociale, condivisa da forze politiche, sindacati inquilini, operatori ed esperti del settore immobiliare». «In questi sei anni di applicazione – spiega il numero uno dell’associazione della proprietà immobiliare – ha garantito un’offerta abitativa estesa, favorendo la mobilità di lavoratori e studenti sul territorio. Inoltre, come rileva la nota di aggiornamento del Def, la cedolare ha determinato una riduzione senza precedenti dell’evasione fiscale nelle locazioni».