Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia. Gettito fiscale 2018 arrivato a 503.9 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-29.

Banche 016. Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542.

«il gettito tributario complessivo è stato 495,1 miliardi nel 2016, 501,3 miliardi nel 2017 e 503,9 miliardi nel 2018»

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«l’Irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche), con 181,7 miliardi di euro nel 2016 (36,72% del totale delle entrate tributarie), 183,8 miliardi nel 2017 (36,67%) e 194,3 miliardi nel 2018 (38,56%).»

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«L’Ires (imposta sul reddito delle società) vale 37,1 miliardi nel 2016 (7,49%), 36,9 miliardi nel 2017 (7,36%) e 35,4 miliardi nel 2018 (7,03%)»

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«L’Ires (imposta sul reddito delle società) vale 37,1 miliardi nel 2016 (7,49%), 36,9 miliardi nel 2017 (7,36%) e 35,4 miliardi nel 2018 (7,03%)»

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«Le accise (principalmente prelievi che pesano su prodotti petroliferi, come la benzina) hanno generato incassi per 34,1 miliardi nel 2016 (6,88%), 34,1 miliardi nel 2017 (6,82%) e 33,8 miliardi nel 2018 (6,71%)»

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«Dal prelievo sui tabacchi, lo Stato si è assicurato 10,7 miliardi nel 2016 (2,18%), 10,5 miliardi nel 2017 (2,11%) e 10,5 miliardi nel 2018 (2,10%)»

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«La tassa sulla speranza (giochi e lotto) si è attestata a 13,8 miliardi nel 2016 (2,80%), 13,5 miliardi nel 2017 (2,70%) e 13,9 miliardi nel 2018 (2,77%).»

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«l’Iva, con aliquota principale dal 22% al 25%, sarà sempre di più la regina delle tasse italiane. Si passerà dai 140 miliardi di euro previsti per il 2019 agli oltre 164 miliardi del 2020.»

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Quando un Cittadino Elettore compra un qualcosa, contribuisce solo con l’Iva a racimolare il 27% delle entrate dello stato: lo si tratti con il massimo dei rispetti e gli si auguri buona salute e lunga vita.

Ma rispetto ancor maggiore lo si porga ai fumatori, che versano ogni anno oltre dieci miliardi alle casse dello stato.

Con 60,483,973 abitanti, ogni Cittadino italiano, dai lattanti ai vegliardi, paga 8,311.13 euro di tasse ogni anno che Dio manda.


Adnk. 2019-05-28. Quante tasse pagano gli italiani

Mentre gli italiani mantengono il fiato sospeso su un possibile aumento dell’Iva, dall’Irpef all’Ires il Centro studi di Unimpresa traccia la mappa delle tasse pagate dagli italiani. E’ utile, evidenzia l’associazione, analizzare una sorta di mappa di tutte le principali tasse pagate dai contribuenti italiani. In totale, rileva Unimpresa, il gettito tributario complessivo è stato 495,1 miliardi nel 2016, 501,3 miliardi nel 2017 e 503,9 miliardi nel 2018. Il balzello che garantisce il “gruzzoletto” più alto è l’Irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche), con 181,7 miliardi di euro nel 2016 (36,72% del totale delle entrate tributarie), 183,8 miliardi nel 2017 (36,67%) e 194,3 miliardi nel 2018 (38,56%).

L’Ires (imposta sul reddito delle società) vale 37,1 miliardi nel 2016 (7,49%), 36,9 miliardi nel 2017 (7,36%) e 35,4 miliardi nel 2018 (7,03%). Le ritenute su redditi da capitale e dividendi hanno garantito alle casse dello Stato 10,1 miliardi nel 2016 (2.05%), 9,6 miliardi nel 2017 (1,93%) e 9,5 miliardi nel 2018 (1,89%).

Le accise (principalmente prelievi che pesano su prodotti petroliferi, come la benzina) hanno generato incassi per 34,1 miliardi nel 2016 (6,88%), 34,1 miliardi nel 2017 (6,82%) e 33,8 miliardi nel 2018 (6,71%). Dal prelievo sui tabacchi, lo Stato si è assicurato 10,7 miliardi nel 2016 (2,18%), 10,5 miliardi nel 2017 (2,11%) e 10,5 miliardi nel 2018 (2,10%). La tassa sulla speranza (giochi e lotto) si è attestata a 13,8 miliardi nel 2016 (2,80%), 13,5 miliardi nel 2017 (2,70%) e 13,9 miliardi nel 2018 (2,77%).

RISCHIO AUMENTO IVA – Se scatteranno le clausole di salvaguardia, l’Iva, con aliquota principale dal 22% al 25%, sarà sempre di più la regina delle tasse italiane. Si passerà dai 140 miliardi di euro previsti per il 2019 agli oltre 164 miliardi del 2020. Il balzello sui consumi salirà quindi dal 27% al 30% del totale del gettito tributario dello Stato. Secondo l’analisi del Centro studi di Unimpresa, basata sull’ultimo Documento di economia e finanza, il gettito Iva si potrebbe attestare a 164,1 miliardi nel 2020, qualora il governo non riuscisse a trovare coperture finanziarie sufficienti a sterilizzare le clausole di salvaguardia, con l’aliquota dell’imposta sul valore aggiunto destinata a salire dall’attuale 22% al 25,2%. Con l’incremento delle aliquote, l’Iva arriverebbe a rappresentare il 30,64% del gettito complessivo del 2020, paria 535,2 miliardi. Una vera e propria impennata rispetto a quest’anno: l’Iva dovrebbe arrivare a 140,1 miliardi pari al 27,62% del gettito totale, pari a 506,8 miliardi. “Spostare il carico fiscale sui consumi può avere un senso se contemporaneamente si dà potere di acquisto soprattutto ai cittadini, intervenendo con riduzioni del prelievo sui redditi da lavoro” dice il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci. “Lasciar salire l’Iva senza tagli all’Irpef è pericolosissimo: al momento non sembrano esserci alternative, considerando sia il quadro dei conti pubblici sia la congiuntura poco favorevole” aggiunge. “Le clausole di salvaguardia corrono il rischio di rappresentare il colpo di grazia per l’economia italiana: l’incremento delle aliquote avrebbe inevitabili effetti sui prezzi finali di prodotti e servizi, con i consumi destinati a fiaccarsi sensibilmente”.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia. Ogni automezzo paga mediamente 1,483.39 euro di tasse all’anno.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-11.

2019-05-08__Auto__001

Tutti sanno che il possesso di un’autovettura è un lusso sibaritico che possono concedersi solo ed esclusivamente persone particolarmente doviziose. Poi, quasi di norma, codeste persone cercano di mimetizzarsi come operai addetti alla produzione, dipendenti delle pubbliche amministrazioni, artigiani e così via. Taluni arrivano persino alla sfacciataggine di dire che l’automobile serve loro per il lavoro, quando è cosa nota che gli agenti di commercio girano a piedi con la massimo un paio di muli al seguito.

2019-05-08__Auto__002

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«Gli automobilisti tedeschi versano, infatti, ben 92 miliardi di euro»

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«Al secondo posto c’è la Francia con 79 miliardi»

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«Al terzo posto, l’Italia con 74,4 miliardi»

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«Il dato più clamoroso riguarda il bollo, cioè la tassa di possesso»

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«I francesi pagano appena 700 milioni l’anno complessivamente rispetto ai 6,8 che versano gli italiani»

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«Paghiamo anche di più di Iva sulla vendita mentre di tasse e accise sui carburanti e lubrificanti i francesi pagano più di noi: 39,2 miliardi rispetto a 35,9»

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Le autovettura sono a tutto il 2016 in Italia 37,857,238, mentre il parco veicolare totale assomma a tutto il 2016 a 50,155,380 mezzi, secondo Comuni di Italia.

In termini medi, ogni automezzo paga di tasse allo stato 1,483.39 euro.

Questi italiani sono davvero gran signori.

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È stato reso pubblico questo interessante Report:

Gli automobilisti pagano 74,4 miliardi l’anno di tasse

Terzi in Europa dopo Germania e Francia. Imposte e accise sui carburanti valgono 35,9 miliardi

Quanto pagano gli italiani per il possesso e l’uso di un’automobile. Certamente tanto, forse troppo. Le tasse sulle automobili permettono, infatti, allo Stato italiano di incassare ogni anno qualcosa come 74,4 miliardi di euro.

Quante tasse sulle auto

Il grafico sopra mostra la classifica europea dei Paesi dove gli automobilisti versano di più allo Stato per il solo fatto di comprare, possedere e usare un’automobile. Una premessa fondamentale: i numeri indicati dal grafico sono espressi in valore assoluto, cioè in miliardi di euro. Ovviamente la quantità di denaro che gli automobilisti versano è superiore, tendenzialmente, nei Paesi più popolosi. Nessuna sorpresa, quindi, che in testa alla classifica ci sia la Germania. Gli automobilisti tedeschi versano, infatti, ben 92 miliardi di euro. Al secondo posto c’è la Francia con 79 miliardi e, al terzo posto, l’Italia con 74,4 miliardi.

Il confronto corretto, vista la premessa, è quindi tra Italia e Francia dato che italiani e francesi sono circa 60 milioni. Sono Paesi non paragonabili con la Germania che di abitanti ne ha oltre 80 milioni.

E il taglio delle accise?

Ma oltre a vedere quanto gli automobilisti versano in termini di tasse, si può sapere anche come è suddiviso il versamento a seconda dei vari balzelli che gravano sulle quattro ruote. Ecco il grafico.

Se si confrontano Italia e Francia il dato più clamoroso riguarda il bollo, cioè la tassa di possesso. I francesi pagano appena 700 milioni l’anno complessivamente rispetto ai 6,8 che versano gli italiani. Paghiamo anche di più di Iva sulla vendita mentre di tasse e accise sui carburanti e lubrificanti i francesi pagano più di noi: 39,2 miliardi rispetto a 35,9. Potremmo pagare ancora meno, in realtà, se solo la promessa del governo di ridurre, se non eliminare definitivamente, le accise sui carburanti fosse stata mantenuta, un anno fa. Tra l’altro il settore automotive ha anche smesso di essere la locomotiva dell’industria italiana: come ha spiegato Truenumbers in questo articolo, infatti, per numero di dipendenti, siamo solo settimi in Europa. Colpa di chi? Soprattutto delle delocalizzazioni.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Germania. Reddito medio 34,987€ a Starnberg e 16,203€ a Gelsenkirchen.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-28.

Banchieri__101

La diseguaglianza di reddito diventa problema politico, economico e sociale quando la fascia bassa rasenta o giace all’interno  di quella della povertà.

Visto sotto questa ottica, il problema della diseguaglianza di reddito diventa più semplicemente la lotta per combattere la povertà.

«Whereas residents in the Bavarian city of Starnberg — near Munich — topped the list of 401 districts and independent towns with an average annual disposable income of €34,987 ($39,150), the North Rhine-Westphalian city of Gelsenkirchen was the country’s poorest with an average of €16,203»

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«Although 284 of 324 districts in western Germany had average per-capita disposable income above €20,000, only 6 of 77 districts in eastern Germany did»

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«The overall average for the whole of Germany was €23,295»

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«Among Germany’s largest cities, Munich topped the list with an average disposable income of €29,685, followed by Stuttgart, Düsseldorf and Hamburg. Berlin fared considerably worse with an average of €19,719»

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«poverty rates in Bavaria and Baden-Württemberg were at 12.1 percent, they were noticeably higher in northern Germany (17.3 percent).»

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A nostro sommesso punto di vista, la tassa di solidarietà ha una sua logica interna, ma solo in un’ottica temporale breve. Il rimedio sul lungo termine è la generazione di adeguati posti di lavoro e l’innalzamento della soglia di tassazione, che elimina senza alcun ricorso alla burocrazia l’esborso per le tasse esatte dai meno abbienti.

Nota.

Vivere a Berlino con un reddito medio di 19,7019 euro è davvero impresa non facile.


Deutsche Welle. 2019-04-24. German income inequality a cause for concern as east-west divide deepens

A new study has found that residents in Germany’s south have twice as much disposable income as those in the north and east. Experts have called on the federal government to act.

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A new study released by the Institute of Economic and Social Research (WSI) in Düsseldorf on Wednesday starkly outlines the divide between wealthy and poor German communities.

Whereas residents in the Bavarian city of Starnberg — near Munich — topped the list of 401 districts and independent towns with an average annual disposable income of €34,987 ($39,150), the North Rhine-Westphalian city of Gelsenkirchen was the country’s poorest with an average of €16,203.

The WSI, which is associated with German unions and the Hans Böckler Foundation, found that although southern cities such as Munich, Heilbronn and Stuttgart had among the highest levels of disposable income after taxes, the north’s Ruhrgebiet — a former coal and steel region — and the formerly communist east lagged far behind.

Germany ‘deeply divided socially, but also regionally’

Ulrich Schneider, managing director of the welfare organization Parität (Parity), warned that the study showed Germany was “not only a deeply dived country socially, but also regionally.”

He called on the federal government to act decisively by offering more financial assistance to structurally impoverished regions as well as to keep the controversial solidarity tax to help eastern German states after reunification in 1991.

Schneider directly addressed the situation many poorer regions face, saying, “Some regions, like the Ruhrgebiet, have found themselves in a downward spiral of impoverishment that they will not be able to escape on their own.”

He also pointed out that without such investments residents would never be able to break out of the “vicious circle” of extreme poverty and dwindling municipal services — from youth centers to swimming pools, libraries, and healthcare facilities.

Although 284 of 324 districts in western Germany had average per-capita disposable income above €20,000, only 6 of 77 districts in eastern Germany did. The overall average for the whole of Germany was €23,295.

Schneider’s calls for maintaining the solidarity tax were echoed by Left Party chairwoman Katja Kipping, who criticized plans by the Free Democrats (FDP) and Chancellor Angela Merkel’s Christian Democratic and Social Union (CDU/CSU) parties to do just that.

Kipping called the concept of cutting funding for infrastructure, schools, kindergartens and nursing homes in eastern Germany “economically stupid.”

A tale of two cities

Among Germany’s largest cities, Munich topped the list with an average disposable income of €29,685, followed by Stuttgart, Düsseldorf and Hamburg. Berlin fared considerably worse with an average of €19,719, and Duisburg was the poorest of the country’s 15 largest cities with an average disposable income of just €16,881.

While poverty rates in Bavaria and Baden-Württemberg were at 12.1 percent, they were noticeably higher in northern Germany (17.3 percent).

For the study, researchers analyzed income statistics for the year 2016, the most recent such data available.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Unione Europea. Iva. Nel Regno Unito quella ridotta è al 5%.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-24.

2019-04-20__Uva__001

L’Iva, imposta sul valore aggiunto, è un’imposta indiretta sui consumi. Il valore aggiunto rappresenta il contributo alla formazione del prodotto (reddito) nazionale di ciascun operatore economico. Il PIL altro non è che la somma dei valori aggiunti generati nell’economia in un dato periodo.

Con l’obbligo rivalsa si impone a ogni soggetto economico di addebitare, attraverso la fattura, un’imposta proporzionale al corrispettivo nel momento in cui cede un bene o presta un servizio; con la detrazione si riconosce al medesimo la facoltà di versare all’erario soltanto la differenza fra quanto acquisito e quanto assolto a titolo IVA sugli acquisiti di beni o di servizi inerenti alla propria attività economica.

2019-04-20__Uva__002

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Maggiore è l’Iva, maggiore è il costo dei beni e dei servizi.

Ma maggiore è il costo dei beni e dei servizi e maggiore è il costo della vita: tutto costa di più.

Si aprono quindi molti interessanti spunti.

Il primo inerisce la sostenibilità di un sistema economico ad alta tassazione nei confronti di altri stati che godano basse tassazioni. I prodotti dei primi costano di più di quelli dei secondi, ed alla fine finiscono fuori mercato. Ma quando un prodotto finisce fuori mercato si innesca una spirale malefica: meno vendite, meno fatturato, meno tasse pagate, aumento dei licenziamenti, e così via: si innesca una spirale recessiva.

Il secondo è solo apparentemente filosofico. Con imposte e tasse il Cittadino Contribuente trasferisce in modo coatto risorse allo stato, che quindi le amministra. Ma l’amministrazione ha un suo costo e, tutto sommato, una sua arbitrarietà. Un discorso che si imporrebbe dovrebbe essere quello del rapporto prestazioni costo. Porsi in altri termini delle domande del tipo: “il servizio sanitario pubblico rende al Cittadino in ragione di quanto da Lui percepisce?“.

I romani davano in gestione ai privati anche l’esercito, eppure con un simile sistema hanno conquistato il mondo allora conosciuto. E non solo lo hanno conquistato, ma la repubblica è durata 750 anni, ai quali sono seguiti quasi cinque secoli di impero. La sola durata dovrebbe dare da pensare.

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«L’Italia è tra i Paesi che applica le aliquote Iva tra le più alte del Continente»

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«E rischiano di aumentare ancora»

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«Per riportare i conti pubblici su un binario di sostenibilità ci sono solo due strade: o una manovra bis quest’anno oppure aumenti dell’Iva negli anni prossimi»

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«Dal primo gennaio del 2020, infatti, l’aliquota intermedia dell’Iva potrebbe passare dal 10% al 13%, quella ordinaria dall’attuale 22% al 25,2% nel 2020 (quando è previsto anche un aumento delle accise sui carburanti per 300 milioni) al 26,5% nel 2021. Significa che se non si evita l’aumento dell’Iva le maggiori tasse totalizzeranno 22,6 miliardi di euro.»

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«Come si vede, in linea generale, i Paesi dell’est hanno aliquote mediamente più basse di quelle applicate in occidente»

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Il buon Lenin soleva dire che la borghesia la si annienta con le tasse.

Ecco quanto pesa l’Iva nei Paesi europei

In Germania e Francia aliquote più basse delle nostre. A Londra quella ridotta è al 5%

L’Italia è tra i Paesi che applica le aliquote Iva tra le più alte del Continente. E rischiano di aumentare ancora. Il motivo è la recessione tecnica (due trimestri consecutivi di calo del Pil alla fine del 2018) che fa “saltare” tutte le previsioni di finanza pubblica contenute nella manovra economica approvata da Bruxelles.

Quando si applica l’Iva al 10%

Per riportare i conti pubblici su un binario di sostenibilità ci sono solo due strade: o una manovra bis quest’anno oppure aumenti dell’Iva negli anni prossimi, che ci farebbero salire ancora nel ranking europeo. Dal primo gennaio del 2020, infatti, l’aliquota intermedia dell’Iva potrebbe passare dal 10% al 13%, quella ordinaria dall’attuale 22% al 25,2% nel 2020 (quando è previsto anche un aumento delle accise sui carburanti per 300 milioni) al 26,5% nel 2021. Significa che se non si evita l’aumento dell’Iva le maggiori tasse totalizzeranno 22,6 miliardi di euro.

Le due aliquote di Iva in Europa

Il grafico interattivo sopra mostra il livello di Imposta sul valore aggiunto applicata attualmente da tutti i Paesi europei. Sono considerate sia l’aliquota standard che quella ridotta. Due le precisazioni da fare: la prima è che la Danimarca non ha un’aliquota Iva ridotta e, in secondo luogo, alcuni Paesi hanno tre aliquote, con la terza che è più bassa ancora di quella ridotta e che viene applicata su beni di primissima necessità. Nel grafico abbiamo preso in considerazione l’aliquota più alta.

Come si vede, in linea generale, i Paesi dell’est hanno aliquote mediamente più basse di quelle applicate in occidente. Ad esempio la Romania, Slovacchia, Lituania. Un caso a parte è rappresentato dalla Gran Bretagna che applica l’Iva ridotta più bassa del continente, appena il 5% con anche l’Iva standard a livello più che accettabile: 20%. Ma la Gran Bretagna è un modello anche per un altro motivo: Truenumbers ha spiegato in questo articolo come l’obiettivo della riduzione delle tasse sulle imprese sia una priorità condivisa da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Basta guardare i risultati.

Quanto si paga di Iva in Europa

L’Iva italiana è modulata su tre aliquote: il 4% per i beni di prima necessità che è praticamente immodificabile dato che questa aliquota si applica sui beni di primissima necessità (in particolare alimentari), una al 10% (“ridotta”) e una al 22% (“standard”). Siamo nella media e questo potrebbe essere visto sotto due punti di vista. Il primo è che, se un governo volesse aumentare l’aliquota standard potrebbe sostenere che “ci allineiamo al resto dell’Europa”. Oppure potrebbe voler dire che c’è spazio per un taglio. Dipende dalle decisioni politiche. E, naturalmente, dall’andamento dell’economia.

In effetti aliquote Iva in Europa più basse delle nostre sono applicate, Gran Bretagna a parte, anche dalla Germania che le ha bassissime: ridotta al 7% e standard al 19%. Oppure dalla Francia che ha quella ridotta al 10%, come noi, ma la standard è al 20%, due punti in meno dell’Italia. La Spagna ha quella ridotta al 10% ma la standard è al 21%, un punto in meno di noi.

I dati si riferiscono al: 2018.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia. Evasione fiscale (in EU 823 mld) e contante usato nell’85.8% dei pagamenti.

Giuseppe Sandro Mela.

019-04-15.

2019-04-15__Contante__001

È stato pubblicato un interessante Report dal titolo:

Gli italiani sono ancora (troppo) affezionati al contante

da cui si evince che gli italiani usano le banconote nell’85.9% dei pagamenti effettuati: bancomat e carte di credito sono utilizzate solo per i pagamenti più onerosi.

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«La gran parte dei pagamenti avviene per acquisti quotidiani, ovvero presso il panettiere, il supermercato, la farmacia (40,2% di tutti gli scambi) oppure al bar e nei ristoranti (21,6%).»

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«Al di sopra dei 100€, invece, arriva il turno degli assegni o dell’acquisto digitale, i quali coprono il 12,2% delle transazioni di queste dimensioni»

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«Nel caso di transazioni di grande entità le carte di credito salgono al 28,6%, mentre l’uso del contante si ferma “solo” al 68,4%.»

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2019-04-15__Contante__002

Solo l’1.7% dei pagamenti risulta essere superiore ai 100 euro: in questo caso l’uso di bancomat o carte supera il 50% del volume.

Il problema potrebbe essere visto sotto differenti angolatura, ciascuna delle quali mette in evidenza un particolare aspetto.

– Il primo aspetto sarebbe la praticità di uso. L’uso del pagamento elettronico richiede un certo quale lasso di tempo, la disponibilità delle linee e delle banche, ed infine, particolare non da poco, è oneroso sia per il possessore delle carte, sia di debito sia di credito, sia per quanti ricevano il pagamento. Su questo tipo di operazioni le banche richiedono infatti una commissione, il cui ammontare sarebbe ingiustificato per transazioni minimali.

– Il secondo aspetto è ben più delicato. Nell’ultimo decennio si è assistito ad un pressing politico sull’uso dei pagamenti elettronici, giustificato con il fatto che, essendo tracciabili, costituirebbero un forte argine al problema della evasione fiscale.

Se sia giusto che un governo lotti contro l’evasione fiscale, sarebbe però altrettanto giusto che detto stato mantenga una pressione dei limiti del ragionevole.

Se sia doveroso pagare le tasse, altrettanto doveroso sarebbe farlo solo per le tasse giuste. I Cittadini possono ben ribellarsi ad una tassazione ingiusta, come evidenzia la storia e, di recente, gli accadimenti dei Gilets Jaunes.

– Il terzo aspetto dovrebbe rientrare nel comune buon senso. Pensare ad un’evasione fiscale sui pagamenti sotto i 100 euro sarebbe davvero grottesco: questa prende luogo per ranghi di cifre molti ordini di grandezza superiori.

L’Italia è prima al mondo per evasione fiscale (ma gli altri Stati Ue non sono messi meglio)

«Secondo uno studio del Tax Research LLP nel nostro Paese ci sarebbero 190 miliardi di euro di tasse evase. I mancati introiti per lo Stato italiano equivalgono a circa il doppio della spesa pubblica in sanità»

2019-04-15__Contante__003

– Il quarto aspetto è l’evasione fiscale. A livello dell’Unione Europea l’evasione assomma ad 824 miliardi di euro

«Negli ultimi tempi, l’evasione fiscale è entrata prepotentemente all’interno del dibattito politico. Non si tratta però di un problema nuovo. I fenomeni di evasione fiscale esistono sin da quando i governanti impongono tasse ai loro cittadini.

Chi ci segue inoltre su Facebook, avrà sicuramente notato l’infografica postata qualche giorno fa che ritraeva l’evasione fiscale in Europa. Stando ad un recente studio condotto dalla società inglese Tax Research LLP emerge che l’Italia è il primo paese per evasione fiscale in Europa, con circa 190 miliardi di euro di tasse evase.

Per avere un’idea concreta del danno da evasione fiscale per la società, i mancati introiti per lo Stato italiano equivalgono a circa il doppio della spesa pubblica in sanità. Nella classifica dell’evasione fiscale in Europa, dietro all’Italia si piazzano in ordine Germania (125 miliardi), Francia (118 miliardi) e Regno Unito (87 miliardi). In totale, prendendo come riferimento l’anno fiscale 2015, l’evasione fiscale tra i Paesi Membri dell’Unione pesa 824 miliardi di euro. È più di sei volte la dimensione del bilancio annuale dell’UE.»

Sarebbe davvero ridicolo pensare che una tale evasione fiscale si attui perché un bar non ha rilasciato lo scontrino sul caffè.

Si noti però come l’evasione fiscale sia massima nei paesi ove la pressione fiscale sia massima.

Italia. Il fisco sui salari è il maggiore del mondo.

Ma siamo poi così certi che sia il popolino ad evadere le tasse?

Lussemburgo, i 550 «favori» alle multinazionali che imbarazzano Juncker

Il Lussemburgo di Mr Juncker è il paradiso fiscale per eccellenza. È uno stato che Mr Juncker aveva trasformato in una immane lavanderia di denaro sporco.

Perché prendersela con il poveraccio che compra il giornale a contanti?

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Ci si dovrebbero porre molte domande.

– Non è che un’elevata pressione fiscale obblighi alla evasione? In questo caso l’unica vera lotta consisterebbe nel diminuire le tasse.

– Fono a qual punto sarebbe giusto che lo stato voglia tracciare tutti i minimi spostamenti di denaro quando poi chi possa evade alla grande?

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Gli italiani sono ancora (troppo) affezionati al contante

Le banconote coprono l’85,9% dei pagamenti. Il bancomat è usato solo per comprare beni costosi

Niente da fare, il tanto atteso sorpasso del bancomat sull’uso del contante è ancora molto lontano. In base agli ultimi dati, gli italiani ricorrono alle banconote nell’85,9% dei casi. Le cose migliorano quando si fanno acquisti costosi, come il televisore o lo smartphone, ma la carta di credito non arriva mai a coprire la metà delle transazioni. Segno che facciamo fatica a cambiare abitudini o che preferiamo non tracciare tutte le nostre spese?

L’uso del contante è ancora così diffuso in Italia?

Il grafico sopra mostra quali sono le abitudini degli italiani in fatto di pagamenti. I dati sono relativi al 2016 e sono riportati in un recente documento della Banca d’Italia. Come è evidente, i nostri connazionali sono ancora molto affezionati ai contanti per i loro acquisti. L’85,9% dei pagamenti, infatti, avviene con questo strumento. Solo nel 12,9% dei casi si ricorre a carte di credito o bancomat, mentre il restante 1,2% è affidato a strumenti alternativi come l’acquisto via internet, app mobile e assegni.

Se si considera il valore di questi pagamenti, i risultati non cambiano di molto. Nel caso di transazioni di grande entità le carte di credito salgono al 28,6%, mentre l’uso del contante si ferma “solo” al 68,4%. Anche gli strumenti alternativi crescono (3%). Il perché è presto detto: gli italiani usano poco bancomat e carte di credito, ma quando lo fanno è normalmente per transazioni di maggior valore, le quali richiederebbero di portare con sé troppe banconote.

Bancomat vs contanti, ecco chi vince

L’uso del bancomat quando si acquistano beni più costosi lo si vede bene in quest’altro grafico. Più si sale a livello di scaglioni di acquisto, infatti, più l’importanza del contante cala. Viene usato il 96,6% delle volte nel caso di pagamenti inferiori ai 5€, che del resto costituiscono la maggioranza relativa dei pagamenti in generale (37,8%).

Ogni volta che il taglio degli acquisti aumenta di 5€ in media vi è un calo del 5-6% dell’uso del contante. Succede almeno fino allo scaglione 20-25€, quando per esempio la preferenza per questo metodo scende al 73,3%. Se la spesa è tra i 50 e i 100 euro solo la metà delle volte (il 50,9%) viene scelto il contante. Parallelamente al calo dell’utilizzo del contante, man mano che i tagli si ingrossano vi è una crescita delle carte di credito. La percentuale più alta (45,2%) si registra proprio nella fascia 50-100 euro. Al di sopra dei 100€, invece, arriva il turno degli assegni o dell’acquisto digitale, i quali coprono il 12,2% delle transazioni di queste dimensioni.

Cosa acquistiamo (e come)

Ma in concreto per quale tipo di acquisti si usano di più le carte e per quali di più il contante? Lo vediamo nell’ultimo grafico. La gran parte dei pagamenti avviene per acquisti quotidiani, ovvero presso il panettiere, il supermercato, la farmacia (40,2% di tutti gli scambi) oppure al bar e nei ristoranti (21,6%). Proprio in questi casi trionfa il contante, che viene usato nel 94,4% dei casi se parliamo di spese presso bar e ristoranti, e nell’86,6% se ci riferiamo agli altri acquisti quotidiani.

Le carte assumono una certa importanza quando si va a fare rifornimento dal benzinaio e nel caso di acquisti di beni durevoli (vestiti, elettronica, giocattoli, ecc), dove sono scelte il 29,9% delle volte. Raggiungono la massima percentuale (40,4%) quando si paga l’alloggio in hotel. Tuttavia questo tipo di transazione riguarda solo lo 0,3% di tutti gli scambi.

Se si guarda alle abitudini di pagamento nelle varie regioni italiane, si scopre che è in Trentino Alto Adige, Marche, Abruzzo, Molise, Campania e Calabria che viene preferito il contante, usato tra l’89% e il 94% delle volte. Al contrario è in Lombardia e Toscana che viene utilizzato di meno. Il motivo potrebbe essere la presenza di un’alta percentuale di turisti stranieri sia a Milano che in Toscana. In ogni caso il contante rimane protagonista nell’80-82% di tutti gli acquisti.

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Quanto vale l’evasione fiscale in Italia e in Europa?

Un recente studio ha fatto luce sul fenomeno dell’evasione fiscale in Italia e in Europa. I numeri non sono per nulla confortanti…

Negli ultimi tempi, l’evasione fiscale è entrata prepotentemente all’interno del dibattito politico. Non si tratta però di un problema nuovo. I fenomeni di evasione fiscale esistono sin da quando i governanti impongono tasse ai loro cittadini.

Chi ci segue inoltre su Facebook, avrà sicuramente notato l’infografica postata qualche giorno fa che ritraeva l’evasione fiscale in Europa. Stando ad un recente studio condotto dalla società inglese Tax Research LLP emerge che l’Italia è il primo paese per evasione fiscale in Europa, con circa 190 miliardi di euro di tasse evase.

Per avere un’idea concreta del danno da evasione fiscale per la società, i mancati introiti per lo Stato italiano equivalgono a circa il doppio della spesa pubblica in sanità. Nella classifica dell’evasione fiscale in Europa, dietro all’Italia si piazzano in ordine Germania (125 miliardi), Francia (118 miliardi) e Regno Unito (87 miliardi). In totale, prendendo come riferimento l’anno fiscale 2015, l’evasione fiscale tra i Paesi Membri dell’Unione pesa 824 miliardi di euro. È più di sei volte la dimensione del bilancio annuale dell’UE.

È interessante anche notare come cambia questa classifica se consideriamo il peso che l’evasione fiscale ha sul gettito fiscale. Italia, Germania e Francia sono infatti le tre più grandi economie dell’eurozona e anche per questo motivo il valore assoluto delle tasse evase è molto elevato.

Se ci si sposta in termini relativi, il tax gap dell’Italia, cioè il rapporto tra fisco evaso ed entrate fiscali dello Stato, si attesta al 23,28%. Ciò significa che per ogni euro riscosso dal fisco italiano, si perdono circa 23 centesimi in evasione fiscale.

Peggio di noi soltanto Romania (29,51%), Grecia (26,11%) e Lituania (24,36%). Il paese europeo con il tax gap più basso è invece il Lussemburgo, dove l’evasione fiscale pesa il 7,98% degli introiti statali.

Come abbiamo visto dai numeri, quello dell’evasione fiscale è un problema serio e ben radicato sia in Italia sia in Europa. Gli oltre 800 miliardi di euro che secondo le stime mancherebbero dalle casse degli stati europei, sarebbero risorse di grande beneficio per la ripresa economica in Europa. Ma al di là dell’aspetto economico, l’evasione fiscale genera ingiustizia sociale tra coloro che pagano e coloro che non pagano le tasse e pertanto va combattuta con ogni forma e mezzo.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia. Il fisco sui salari è il maggiore del mondo.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-13.

Matsys Jan. (Belgio 1509-1575). Esattore delle Tasse. 1539

Essere il malato con il maggior numero di malattie a questo mondo è ben triste primato.

Ma anche il pagare il 47.7% di tasse non scherza mica: sotto le tasse si muore.

«Aumenta il peso del fisco sui salari in Italia»

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«è il terzo prelievo più alto tra i 36 Paesi avanzati, superato solo dal Belgio (52,7%) e dalla Germania (49,5%) e davanti anche a quello francese (47,6%), a fronte di una media Ocse del 36,1%»

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«Paesi con il prelievo più basso in assoluto sono il Cile (7%), seguito da Nuova Zelanda (18,4%) e Messico (19,7%) nel caso del lavoratore single e la Nuova Zelanda (1,9%), davanti a Cile (7%) e Svizzera (9,8%) per la famiglia monoreddito con due figli»

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«Il cuneo fiscale nella Penisola si compone da un 16,7% di imposta sui redditi, 7,2% di contributi a carico del lavoratore e di un 24% di contributi a carico del datore di lavoro»

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«Espresso in valuta locale, il salario lordo per il lavoratore medio in Italia nel 2018 risulta di 31.300 euro, in progresso dello 0,4% in termini reali»

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«Per i salari mediani il tasso di imposizione netto medio in Italia risulta del 25% e il cuneo fiscale medio è del 43,3%,»

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Questi dati si commentano da soli.

Ci poniamo soltanto una domanda.

I benefici che i Cittadini Contribuenti traggono dallo stato valgono il 47.7% del proprio salario?


Sole 24 Ore. 2019-04-11. Ocse: Italia al top per fisco su salari. Famiglie monoreddito le più «tartassate»

Aumenta il peso del fisco sui salari in Italia, in controcorrente rispetto alla media del mondo industrializzato. Nel 2018 nella Penisola, l’insieme di tasse sul reddito e di contributi sociali è salito di 0,2 punti al 47,9% per il lavoratore medio single. Come indica l’Ocse nel rapporto “Taxing Wages”, è il terzo prelievo più alto tra i 36 Paesi avanzati, superato solo dal Belgio (52,7%) e dalla Germania (49,5%) e davanti anche a quello francese (47,6%), a fronte di una media Ocse del 36,1%, in calo di 0,16 punti. Va ancora peggio, in termini relativi, per le famiglie monoreddito con due bambini: il cuneo fiscale in Italia, pari al 39,1%, è il secondo più alto dell’Ocse, superato solo da quello della Francia (39,4%), decisamente sopra la media dei Paesi industrializzati che è del 26,6%.

I prelievi più bassi in Cile, Nuova Zelanda e Messico

I Paesi con il prelievo più basso in assoluto sono il Cile (7%), seguito da Nuova Zelanda (18,4%) e Messico (19,7%) nel caso del lavoratore single e la Nuova Zelanda (1,9%), davanti a Cile (7%) e Svizzera (9,8%) per la famiglia monoreddito con due figli. In Italia l’incremento di 0,2 punti del cuneo del lavoratore single nel 2018 rispetto al 47,7% del 2017 è imputabile per intero all’incremento dell’imposta sui redditi, mentre non ha avuto variazioni l’incidenza dei contributi sociali.

Il cuneo fiscale nella Penisola si compone da un 16,7% di imposta sui redditi, 7,2% di contributi a carico del lavoratore e di un 24% di contributi a carico del datore di lavoro. Quest’ultima è la quarta percentuale più alta dell’Ocse, alle spalle di Francia (26,5%), Repubblica Ceca (25,4%) ed Estonia (25,3%). Il costo totale del lavoro in Italia risulta pari a 59.600 dollari a parità di potere d’acquisto, il 18esimo sui 36 Paesi Ocse dove la media è di 53.800 dollari, superiore a quello degli Usa (59.500 dollari), ma di gran lunga inferiore a quello della Svizzera, prima con 82.200 dollari, davanti alla Germania (80.300 dlr) e al Belgio (79.300). La Francia è ottava con 70.100 dollari, davanti a Svezia e Irlanda e il Regno Unito (cuneo fiscale al 30,9%) 13esimo con 63.300 dollari. Ultimo il Messico con 14.600 dollari.

Il salario medio italiano è il 19esimo nell’Ocse

Tornando all’Italia, in base al rapporto dell’Ocse, il salario lordo, cioè quello che si vede in busta paga (e non include in questo caso i contributi pagati dal datore di lavoro), per un lavoratore single è in media di 45.300 dollari, il 19esimo nell’Ocse, inferiore a tutti i maggiori Paesi dell’area industrializzata, escluso il Canada (42.700 dlr) e sotto la media Ocse, pari a 46.100 dollari. Prima è ancora la Svizzera con 77.370 dollari, davanti al Lussemburgo (68.700) e alla Germania (67.300). Il Regno Unito è 57mila dollari, la Francia a 51.500. Sul salario lordo medio italiano pesa un prelievo complessivo del 31,4% (21,9% imposta sui redditi e 9,5% contributi sociali), il settimo più alto dell’Ocse, contro una media del 25,5%. Questo vuol dire che il salario netto effettivamente incassato dal lavoratore single italiano è pari al 68,6% del lordo contro una media Ocse del 74,5%. Nel caso della famiglia monoreddito con due figli, il cuneo fiscale nel 2018 è aumentato di 0,53 punti rispetto al 2017. Gli assegni famigliari ed altre agevolazioni riducono il cuneo della famiglia di 8,8 punti rispetto al single, meno della media Ocse che è di 9,5 punti. Il prelievo complessivo sul salario lordo (tasse più contributi a carico del lavoratore), includendo però i benefit legati ai figli, per la famiglia monoreddito è pari al 19,9%, il nono più alto dell’Ocse contro una media del 14,2%. Se in famiglia gli stipendi sono due, il cuneo fiscale in Italia è del 41,7%, il quarto più alto dell’Ocse (contro una media del 30,8%), con un aumento di 0,32 punti sul 2017, legato per 0,26 punti a un incremento dell’imposta sul reddito e per 0,06 punti a minori benefici cash. I guadagni salariali lordi della famiglia con 2 stipendi e due figli, in questo caso per l’Italia sono pari a 75.600 dollari (sempre al 19esimo posto Ocse) e in coda ai big, contro una media di 77.200 dollari. Il prelievo è del 23,3%, (imposta sui redditi 15,4% più contributi sociali 9,5%, meno 1,6% benefici cash), sopra la media Ocse che è del 19,3%. Espresso in valuta locale, il salario lordo per il lavoratore medio in Italia nel 2018 risulta di 31.300 euro, in progresso dello 0,4% in termini reali, a fronte tuttavia di un aumento dell’imposta sui redditi dello 0,8%. Se si considera, invece, il salario lordo mediano, cioè il valore centrale della distribuzione salariale che non è influenzato dai livelli più elevati, in Italia nel 2017 era di 36.400 dollari, inferiore di quasi 8.000 al salario medio e fornisce quindi un indizio sulle disparità di reddito. Il gap è infatti maggiore dove le disparità sono più ampie, in questo caso si tratta degli Usa (divario di 15mila dollari) e del Lussemburgo (16mila dollari). Per i salari mediani il tasso di imposizione netto medio in Italia risulta del 25% e il cuneo fiscale medio è del 43,3%, il sesto più alto dell’Ocse, contro una media del 34,3%. Andando a ritroso, tra il 2000, quando era del 47,1%, e il 2018 il cuneo fiscale per un lavoratore single medio in Italia è aumentato di 0,8 punti percentuali, mentre in media nell’Ocse si è verificata una riduzione di 1,3 punti, dal 37,4% al 36,1%. In particolare dal 2009, il cuneo è aumentato di 1,1 punti, quasi il doppio rispetto alla media Ocse che è stata di +0,6 punti.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Macron progetta una megariduzione delle tasse e della spesa pubblica.

 Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-10.

Il titolo del The Wall Street Journal è eloquente:

French Press for Tax Cuts as Macron Pressured to Deliver Change

Simile il titolo di Bloomberg.

France Wants Tax Cuts: That’s the Message From Macron Town Halls

«- Taxes must ‘fall and fall fast,’ Edouard Philippe says

‘- Great Debate’ also calls for proportional representation

The French want to pay less tax.

That was the clear message that emerged from a two-month “Great Debate” that saw voters present their grievances and suggest remedies to President Emmanuel Macron.

“There’s an exasperation about taxes,” Prime Minister Edouard Philippe said in Paris April 8, as he was presented with a study outlining the findings of the national debate. “The clear message is that taxes must fall and fall fast.”»

*

Ecco il titolo di Reuters.

Macron’s Great Debate shows need to cut taxes faster, says French PM

«French Prime Minister Edouard Philippe said that after three months of public debate it was that clear tax cuts must be speeded up to quell the widespread anger over high living costs that has fueled anti-government protests. ….

“The debate clearly shows us in which direction we need to go: we need to lower taxes and lower them faster,”  ….

The French have understood … that we cannot lower taxes if we don’t lower public spending»

*

Più chiari di così non si potrebbe essere.

«taxes must fall and fall fast»

*

Il nostro buon Lenin lo aveva detto in una chiarissima, estrema sintesi: “la borghesia la ammazzi con le tasse”.

Non aveva previsto che anche i borghesi possono scendere in piazza e fare un putifarre.

*

«cutting taxes must be a priority, in response to a national debate that focused on the yellow vest protesters’ grievances.»

*

«the debate clearly shows us in which direction we need to go: we need to lower taxes and lower them faster»

*

«France has the highest taxation rate among developed countries»

*

«Data from the OECD economic think-tank for 2017 shows France top, with taxes equivalent to 46.2% of national output (GDP), with Denmark second (46%) and Sweden third (44%).»

*

«spending was 31.2% of GDP in France in 2018; in second place was Belgium (28.9%) and third was Finland (28.7%). The UK figure was 20.6%.»

*

«Tax cuts have been a key demand of the yellow vest (“gilets jaunes”) movement»

*

«Mr Philippe said the three-month national debate had highlighted “immense frustration over taxes”.»

*

«Yellow vest protesters accuse Mr Macron of protecting the Parisian elite, especially the wealthy, while neglecting the hardship of citizens in the provinces.»

* * * * * * *

In Germania sono in corso manifestazioni di piazza contro il caro-affitti: il popolo sta finalmente alzando la testa.

Ci si domanda se per avere un taglio delle tasse anche in Italia i Patrioti non debbano scendere in piazza a manifestare tutta la loro rabbia violenta.

*


The Local. 2019-04-09. Great debate: France ‘must implement bold tax cuts’ declares prime minister

The French government must implement bold tax cuts, the prime minister said on Monday, after a mass public consultation called in the wake of “yellow vest” protests that shook President Emmanuel Macron.

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Giving the first conclusions of a “Great National Debate” which was launched in January in response to the protests, Prime Minister Edouard Philippe said French citizens had expressed “an enormous exasperation” over the heavy tax burden.

“The debates show us very clearly which way to go. We need to lower taxes, and lower them more quickly,” he told an audience in Paris.

The “yellow vest” protests, so called for the fluorescent vests worn by demonstrators, began in mid-November initially over fuel taxes before morphing into a nation-wide revolt against Macron.

The 41-year-old centrist came to power in May 2017 promising pro-business reforms and he has focused his tax cuts so far on companies and high-earners in a bid to increase investment and lower unemployment.

The president is expected to announce new policies in a major speech planned in the middle of the month.

The “Great National Debate” involved 10,000 meetings in community halls around the country, around two million online contributions and saw Macron join local events for nearly 100 hours in total.

As well as lower taxes, Philippe said that several other themes which had emerged during the consultation, which was designed to draw the anger out of the “yellow vest” protest movement.

Citizens wanted a more direct say in the running of the country – so-called “participatory democracy” – and action to combat climate change.

“We have reached a point where hesitating would be worse than an error, it would be an offence,” Philippe added. “The need for change is so radical that any conservatism, any feebleness would be unforgiveable in my view.”

France has the highest taxation rate in the developed world, according to the Paris-based Organisation for Economic Cooperation and Development.

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Bbc. 2019-04-09. France plans tax cuts to quell yellow vest anger

The French prime minister says cutting taxes must be a priority, in response to a national debate that focused on the yellow vest protesters’ grievances.

Edouard Philippe said “the debate clearly shows us in which direction we need to go: we need to lower taxes and lower them faster”.

The “great debate” involved 10,000 meetings in French community halls and about two million online contributions.

France has the highest taxation rate among developed countries.

Data from the OECD economic think-tank for 2017 shows France top, with taxes equivalent to 46.2% of national output (GDP), with Denmark second (46%) and Sweden third (44%).

But France also has the highest level of social spending, according to the Organisation for Economic Co-operation and Development.

That spending was 31.2% of GDP in France in 2018; in second place was Belgium (28.9%) and third was Finland (28.7%). The UK figure was 20.6%.

Town-country divide

Tax cuts have been a key demand of the yellow vest (“gilets jaunes”) movement that has taken to the streets in France every weekend since mid-November.

Initially the protesters demanded lower fuel taxes, but the movement quickly morphed into a general rejection of President Emmanuel Macron’s economic policies.

Mr Philippe said the three-month national debate had highlighted “immense frustration over taxes”.

One of Mr Macron’s least popular measures, early in his presidency, was to scrap a special tax for the wealthy.

Yellow vest protesters accuse Mr Macron of protecting the Parisian elite, especially the wealthy, while neglecting the hardship of citizens in the provinces.

Mr Philippe said another lesson from the debate was that “the balance must be restored between the cities and the regions”. That would include improving transport links between urban and rural areas.

There was also public demand for more participatory democracy and more action to tackle climate change, he said.

Pubblicato in: Commercio, Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Nuove Imprese individuali. Una su due chiude entro due anni.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-16.

201902-12__Imprese__001

«negli ultimi cinque anni si è assistito ad una vera emorragia di imprese individuali»

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«Le piccole imprese nate nel 2014 sono state 235.985 e di queste, a fine 2018, ne sono rimaste 147.801»

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«Sono quindi 88.184 le attività individuali che hanno chiuso nei primi cinque anni di vita, ovvero il 37,4%»

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«Il dato è ancora più allarmante se si pensa che la metà delle imprese individuali che ha chiuso, 48.377, ha cessato l’attività entro il 2015, vale a dire entro il secondo anno di vita»

*

«Addirittura 20.538 sono nate e morte nello stesso anno, il 2014»

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«In valori assoluti il maggior numero di piccole imprese che ha cessato l’attività operava nel commercio, settore che ha fatto registrare ben 30.546 chiusure tra il 2014 e il 2018»

*

«è il turismo che si dimostra il settore più fragile: su 22.885 attività aperte nel 2014, 9.955 hanno chiuso la saracinesca entro il 2018, vale a dire il 43,5%»

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Anche se microbica ed a livello individuale, la gestione di una impresa soggiace ad un corpo legislativo e normativo imponente: la complessità burocratica è tale che il titolare deve necessariamente appoggiarsi ad un commercialista.

Poi, la tassazione nel suo totale complessivo passa il 60%.

Se è vero che molte persone aprono l’attività nella convinzione di essere in grado di poterla gestire al meglio, sarebbe anche vero ricordare l’enorme differenza che passa tra il sentir parlare della burocrazia ed il trovarsi invece arenati nei suoi meandri.

Una delle cause che più facilmente portano ad una amara chiusura è la carenza di liquidità, ci si unisce la grande difficoltà di accedere al credito bancario: le banche imprestano denaro a chi già ce lo ha. Poi, il terrifico invitato di pietra: un fisco mai sazio. E pensare che la gente in altri tempi fece una rivoluzione a causa della tassa sul macinato: prelevava il 10% (dieci percento).

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Se negli ultimi dieci anni nessuna delle imprese individuali nate nel periodo avesse dovuto chiudere, ad oggi ci sarebbe circa un milione di posti di lavoro in più. È una cifra imponente, che avrebbe concorso non poco a migliorare la situazione del sistema economico italiano. Non solo, ma sarebbe anche un milione di persone in meno a chiedere sussidi di disoccupazione, riducendo così il carico dello stato.

A nostro sommesso parere, sarebbe utile provvedimento escludere per cinque anni consecutivi dalla tassazione le imprese individuali neonate. Sarebbe una iniziativa a costo zero. Infatti, quando non erano ancora in essere lo stato nulla poteva percepire da loro: la detassazione non comporterebbe quindi per lo stato né danno né aggravio di spesa.

Senza il carico impositivo, molto verosimilmente un gran numero di imprese individuali avrebbe avuto modo di consolidarsi, tramutandosi in una realtà economicamente sana e produttiva.

L’occlusione ad un ragionamento di questo tipo è di natura ideologica per cui tutte le imprese devono pagare, indipendentemente dalle loro caratteristiche e dal contesto in cui operano. Ma con l’ideologia non si va molto lontano.

Si è perfettamente consci che taluni potrebbero avere il prurito di fare i furbetti, aprendo e chiudendo in continuazione, ma realtà di codesto tipo sarebbe ben facilmente individuabili: una cosa è l’uso ed una del tutto opposta è l’abuso.


Imprese individuali: il 37,4% non supera i 5 anni di vita

Di quelle nate nel 2014, solo tre su cinque sono arrivate al 2018. Una su due chiude dopo 48 mesi,

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Sono individuali, operano soprattutto nel turismo e hanno sede per lo più in Emilia Romagna. E’ l’identikit delle iniziative imprenditoriali che non sono riuscite a brindare al sesto anno di vita: nate nel 2014, hanno chiuso nel 2018.

L’emorragia delle piccole imprese

Nonostante nel 2018 il saldo tra imprese nate e morte si sia chiuso positivamente, come ha spiegato Truenumbers in questo articolo, negli ultimi cinque anni si è assistito ad una vera emorragia di imprese individuali. Il grafico interattivo qui sopra illustra i numeri di questa strage. Le piccole imprese nate nel 2014 sono state 235.985 e di queste, a fine 2018, ne sono rimaste 147.801. Sono quindi 88.184 le attività individuali che hanno chiuso nei primi cinque anni di vita, ovvero il 37,4%. Il dato è ancora più allarmante se si pensa che la metà delle imprese individuali che ha chiuso, 48.377, ha cessato l’attività entro il 2015, vale a dire entro il secondo anno di vita. Addirittura 20.538 sono nate e morte nello stesso anno, il 2014.

I settori più colpiti

In valori assoluti il maggior numero di piccole imprese che ha cessato l’attività operava nel commercio, settore che ha fatto registrare ben 30.546 chiusure tra il 2014 e il 2018. Ma se consideriamo la percentuale delle chiusure sul totale delle attività aperte è il turismo che si dimostra il settore più fragile: su 22.885 attività aperte nel 2014, 9.955 hanno chiuso la saracinesca entro il 2018, vale a dire il 43,5%. Nessun altro settore ha vissuto la stessa crisi negli ultimi cinque anni. I servizi alle imprese seguono da vicino il turismo con il 40,1% di chiusure.

Dove si chiude?

Inaspettatamente è l’Emilia Romagna la regione che ha fatto registrare il maggior numero di chiusure: il 40% delle aziende individuali aperte nel 2014 ha chiuso nel 2018. Il grafico qui sotto mostra la percentuale di chiusure, regione per regione, delle aziende individuali nate nel 2014 e che non hanno superato il 31 dicembre dell’anno scorso.

La Toscana è molto vicina all’Emilia Romagna col 39,9% delle cessazioni, mentre il Piemonte è al terzo posto con il 39,5%. La Basilicata è la regione più virtuosa, con solo il 30,5% di aziende individuali che non hanno superato i cinque anni di vita. In media, la percentuale delle piccole imprese chiuse tra il 2014 e il 2018 è stata, come detto, del 37,4%. Qualcuno, in pochi per la verità, ha fatto anche il tentativo di tirare su nuovamente su la saracinesca: solo il 5,2%, infatti,  ha recuperato voglia e risorse e ci ha riprovato.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Agenda del giorno da Bruxelles. Nuove Tasse in arrivo. – Bloomberg.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-26.

Caravaggio decollazione-03

Da tempo Bloomberg pubblica un sommario giornaliero dei principali eventi, che riporta in modo encomiabilmente asettico. Talora però scappa anche un aggettivo, una interiezione, di salace umorismo anglosassone, che rendono financo più piacevole la lettura.

«It may only be a regional ballot, but Sunday’s election in the German state of Hesse is shaping up to be a bellwether of Angela Merkel’s authority. Her Christian Democratic Union has ruled the state that includes Frankfurt since 1999 but is polling poorly going into the vote; the result threatens to again lay bare the depth of public dissatisfaction with the ruling parties in Berlin. Losing Hesse would pile pressure on Merkel six weeks before she stands for re-election as head of the CDU, and further embolden those unhappy with her leadership»

*

«Zombie Tax | A working group of tax experts from EU member states meets today to discuss — what else? — moves to impose a 3 percent tax on the revenue that tech companies make within the bloc. The commission’s legal service is at loggerheads with counterparts at the EU council over the legal basis of such a tax, but we’ll save you the details of internal memos we’ve seen. What you need to know is the EU’s Austrian presidency has given up on seeking an agreement at next month’s finance ministers’ meeting in favor of a “state of play” discussion.»

* * * * * * *

Quanto mai opportuna l’esortazione fatta dall’articolista:

«Remain Calm».

In un mondo in cui le grandi potenze economiche tendono alla riduzione delle tasse non rincuora l’idea che un gruppo di lavoro di esperti stia studiando e raccomandando l’imposizione di nuove tasse.

Né ci rincuora minimamente la frase successiva:

«we’ll save you the details of internal memos we’ve seen».


→ Bloomberg. 2018-10-26. Brussels Edition: Merkel’s Next Test

It may only be a regional ballot, but Sunday’s election in the German state of Hesse is shaping up to be a bellwether of Angela Merkel’s authority. Her Christian Democratic Union has ruled the state that includes Frankfurt since 1999 but is polling poorly going into the vote; the result threatens to again lay bare the depth of public dissatisfaction with the ruling parties in Berlin. Losing Hesse would pile pressure on Merkel six weeks before she stands for re-election as head of the CDU, and further embolden those unhappy with her leadership.

What’s Happening

Zombie Tax | A working group of tax experts from EU member states meets today to discuss — what else? — moves to impose a 3 percent tax on the revenue that tech companies make within the bloc. The commission’s legal service is at loggerheads with counterparts at the EU council over the legal basis of such a tax, but we’ll save you the details of internal memos we’ve seen. What you need to know is the EU’s Austrian presidency has given up on seeking an agreement at next month’s finance ministers’ meeting in favor of a “state of play” discussion.

Week-Ahead | It’s all about economy and finance next week as we await Eurostat’s readings for third-quarter growth (Tuesday), and October inflation and September unemployment (Wednesday). The results of EU-wide stress tests on bank balance sheets come on Friday. Bank stocks across the continent have seen better days, but the focus will be on how lenders in Italy and Germany fare.

Brexit Talks | As for Brexit negotiations next week, there are no firm plans. Informal contacts are ongoing, but Prime Minister Theresa May’s cabinet is not close enough to agreeing on a way forward for top level talks to resume. Even as time is running short to reach a deal, there will almost certainly be no new plan put forward by the British side before next Monday’s budget, Tim Ross and Dara Doyle report.

In Case You Missed It

Remain Calm | Mario Draghi delivers a keynote speech this afternoon in Brussels, a day after the ECB’s Governing Council confirmed it still expects to cap bond buying under its 2.6 trillion euro ($3 trillion) asset-purchase program at the end of the year. In his Thursday press conference, the ECB president told his native Italy to calm down and avoid policies that will push up borrowing costs, and said that risks to the euro-area economy remain “broadly balanced” even as recent surveys suggest  the outlook may have darkened.

Italian Uncertainty | Political upheaval isn’t exactly a novelty in Italy — the country has had some 65 governments since World War II. But the current coalition of the anti-establishment Five Star Movement and the anti-immigration League is ripping up policy norms like seldom before. The upshot is that in Italy, as around the world, companies are struggling to cope with the growing political uncertainty stoked by populism.

Facebook Fined | Facebook Inc. was slapped with a symbolic 500,000-pound ($645,000) fine by the U.K.’s privacy regulator for “serious” violations of data protection rules that paved the way for the  Cambridge Analytica scandal. The fine is the highest possible for the Information Commissioner’s Office under old rules that predated this year’s EU revamp of privacy penalties.

Soros Exit | Central European University, established by billionaire investor-philanthropist George Soros to spread democracy in post-communist Europe, will prepare to relocate to Vienna from Budapest after Hungary’s government moved to shut it down. The development is a victory for Hungarian Prime Minister Viktor Orban and resurgent nationalists around the world who have vilified Soros, and could further strain relations between Budapest and Brussels.

Venceremos | With all the doom and gloom among socialist parties across the EU, here’s a piece of good news for our center-left readers to lift their spirits before the weekend: Spain’s Socialists would win a general election with a wide margin over their traditional conservative rivals if the vote were held this month, according to the country’s state pollster CIS. While polls suggest the Socialists are increasing their support, Prime Minister Pedro Sanchez is struggling to push his policy agenda through parliament, where he has just 84 out of 350 seats.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Unione Europea al bivio. O riduce le tasse oppure crepa. – Handelsblatt.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-18.

Asino di Buridano

«Mourut de faim, de peur de faire un choix». Voltaire.


Il problema dell’Europa Unita, forse più propriamente dei suoi stati membri, consiste nel fatto che vivono nel mondo politico ed economico mondiale, che volenti o nolenti non possono ignorare. Non potendolo condizionare ne sono condizionati.

Senza una qualche forma di produzione, chiamala industria, agricoltura, estrattiva, non si produce reddito.

Ma i margini di utile che ha il comparto produttivo è condizionato dalle situazioni di mercato. I singoli stati possono fare ben poco, tranne che variare l’imposizione fiscale.

Una tassazione troppo disinvolta, unita a rigidi normativi, esita che vada bene nella delocalizzazioni ove il costo di produzione sia minore, che vada male nella chiusura dell’attività.

I tempi di adeguamento sono critici: gli stati dovrebbero adeguarsi al mercato in tempi rapidi, altrimenti corrono il rischio concreto di cercare di rianimare i morti.

In Europa gli stati mantengono elevati valori di pressione fiscale per finanziare strutture politiche e sociali: per dirla in modo molto grossolano, ma forse più facilmente intuibile, per mantenere un welfare che ogni giorno che passa è sempre meno sostenibile.

Ma per tagliare le tasse e, di conseguenza, ridimensionare il welfare, servirebbe un governo con una larga maggioranza e fortemente coeso: ridurre panem et circenses è una delle cose più politicamente impopolari che ci siano. Solitamente i governi si attivano solo quando siano di fronte al default.

Se è vero che si potrebbe benissimo razionalizzare le spese statali, sarebbe altrettanto vero che gli enti inutili abbiano la loro ragion d’essere come cimitero degli elefanti, cui nessun politico oserebbe mai rinunciare. Sarebbe la loro morte: al loro impossibile suicidio di contappone la possibilissima ghigliottina, come la rivoluzione francese ha dimostrato nei fatti.

I problemi lasciati stagnare alla fine marciscono.

«A new plan to shave tax expenses stops short of lowering the corporate rate, but may be the best Berlin can do»

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«The government is looking at tax relief for corporations in order to keep Germany competitive as the US and other European countries slash corporate taxes»

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«An initial plan for €20 billion ($23.2 billion) in tax savings, however, was criticized by economists as being too lightweight»

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«Economics Minister Peter Altmaier, a close ally of Chancellor Angela Merkel, has drawn up a 10-point plan to trim taxes, especially for small and medium-sized companies, but it stops short of actually cutting the corporate tax rate»

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«Germany’s current tax on companies, including the solidarity surcharge and the trade tax, is near 30 percent in most jurisdictions, spiking up to 33 percent in big cities like Munich with a higher trade tax. This compares to 26 percent in the US after the latest cut and plans in France to slash the corporate tax rate to 25 percent»

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Come si vede, il problema è drammaticamente semplice.

Le tasse pesano per il 30% – 33% sulle imprese tedesche, per il 26 % su quelle americane e per il 25% su quelle francesi. Per non citare poi quelle asiatiche.

Il governo tedesco sta obbligando le imprese a delle scelte obbligate.


Handelsblatt. 2018-10-15. Germany mulls corporate tax relief to remain competitive

A new plan to shave tax expenses stops short of lowering the corporate rate, but may be the best Berlin can do.

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The government is looking at tax relief for corporations in order to keep Germany competitive as the US and other European countries slash corporate taxes. An initial plan for €20 billion ($23.2 billion) in tax savings, however, was criticized by economists as being too lightweight.

Economics Minister Peter Altmaier, a close ally of Chancellor Angela Merkel, has drawn up a 10-point plan to trim taxes, especially for small and medium-sized companies, but it stops short of actually cutting the corporate tax rate. The plan has not yet been released but was made available to Handelsblatt.

Instead, it is a hodgepodge of minor cuts, from abandoning the so-called solidarity surcharge introduced to fund German reunification, to providing more opportunities to offset the burdensome trade tax charged by local governments.

Germany’s current tax on companies, including the solidarity surcharge and the trade tax, is near 30 percent in most jurisdictions, spiking up to 33 percent in big cities like Munich with a higher trade tax. This compares to 26 percent in the US after the latest cut and plans in France to slash the corporate tax rate to 25 percent.

Many measures obvious and overdue

“It is important for Germany as a business location to lower the corporate tax burden,” Christoph Spengel, a tax expert at the ZEW Center for European Economic Research, told Handelsblatt. “Otherwise we will be the industrial country with the highest tax burden by 2020 at the latest.”

The new 10-point plan includes some measures so obvious it was hard for business to understand why they weren’t implemented sooner. The interest rate on overdue taxes, for instance, is to be moved “closer to market rates” by reducing it to 3 percent from 6 percent — although interest rates have been near zero for a decade. Another is to increase the expenses qualifying for immediate write-off to €1,000 from €800.

“The package is too weak to decisively strengthen Germany’s position in international tax competition,” said Clemens Fuest, head of the Ifo Institute of Economic Research. The main issue, he said, is the taxation of large corporations as opposed to the family-owned firms that can expect a smaller tax bill. For instance, even though the Altmaier plan gives some relief on the tax rate for retained earnings, that should have been greater to discourage shifting earnings abroad, Mr. Fuest said.

Corporate tax rate cut would be stronger signal

“I would have found it more sensible to cut the corporate tax rate,” said ZEW’s Mr. Spengel, who also finds the packet of measures too small. “That sends a stronger signal.”

Doing away with the solidarity surcharge provides only minimal relief to companies, economists said. Finance Minister Olaf Scholz estimates that €10 billion are still be raised by the “soli” through 2020, but companies are due to pay only €2 billion at most, said Mr. Spengel.

Nonetheless, some relief is better than none. “The packet contains sensible measures to simplify taxes and relieve, above all, small and medium-sized companies,” acknowledged Mr. Fuest.

Plan must still get through cabinet

The Association of Family Entrepreneurs welcomed the plan, noting that the elimination of the solidarity surcharge does provide significant relief to unincorporated family firms and partnerships. Reinhold von Eben-Worlée, the association’s president, expressed hope that “the economics minister will show some backbone and get it through the cabinet.”

Therein lies the rub. Finance Minister Scholz, who is primarily responsible for tax policy, is less enthusiastic about tax relief than Merkel’s confidant Mr. Altmaier. In an interview Thursday, Mr. Scholz emphasized that everything must be viewed for its impact on government debt. “Cutting taxes and simultaneously spending more on defense or welfare and getting that money from borrowing — that doesn’t work any longer,” he said.

Since the government is currently running a surplus, however, Mr. Altmaier evidently is ready to take on Mr. Scholz and get at least some tax relief for companies.