Pubblicato in: Arte, Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Francia. Macron strozza persino il Crazy Horse.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-16.

2019-08-10__Crazy Horse

Il Crazy Horse è un qualcosa di unico al mondo.

Le ragazze del corpo di ballo hanno superato una selezione che ne accoglie solo una su cinquecento che vorrebbero lavorarvi. Provengono tutte dalla danza classica e dalla ginnastica artistica.

Infatti, se è vero che le ballerine danzano vestite di una parrucca, sarebbe altrettanto vero notare come già dopo pochi minuti si resta esterrefatti delle prestazioni professionali ginniche: più che ad uno spettacolo di varietà si starebbe assistendo a delle selezioni olimpiche.

La grazie tuttavia è tale che non permette di individuare immediatamente il severo sforzo muscolare, che deve essere dispiegato senza che trapeli il minimo senso di fatica. Anni di esercizi per realizzare show di pochi minuti primi.

Alla fine dello spettacolo ci si domanda come sia stato possibile raggiungere un simile grado di perfezione. Gli allineamenti non sgandano per più di un millimetro, nemmeno sotto sforzo massimo. Ed i volti sono costantemente sorridenti.

In poche parole, nel suo genere, è il top mondiale.

A fine carriera, ciascuna di quelle ballerine ha ottime credenziali per aprire una scuola di danza.

* * *

Ma il Crazy Horse ha un implacabile nemico,

una satanica belva assetata di sangue umano, mai sazia.

Mr Macron ed il fisco francese.

Su cento euro che entrano, settantuno devono andare al fisco. E mica che questi si dimentichi di taglieggiare poi a man bassa gli onorari delle ragazze, peggio dei magnaccia dell’angiporto di Marsiglia.

Come risultato, il Crazy Horse si è trovato a dover ridurre i prezzi dei biglietti, cercando di ripianare i conti aumentando il numero della clientela.

Ma il termometro della crisi ha condotta persino a prospettare dei

«ONLY THE SHOW/NO DRINKS

Special offer on Mondays & Tuesdays at 11 pm»

ad 87 euro a testa.

Poi, ci sono anche ingressi last minute.

* * *

Nota per futura memoria.

«Il 12 dicembre 2012, in ragione dell’elevata tassazione (75%) sui redditi più alti introdotta dal Governo di François Hollande, ha annunciato di aver trasferito la sua residenza a Néchin, un paesino in Belgio a pochi chilometri dal confine con la Francia. Fortemente criticato per la sua scelta (che segue una decisione analoga di altri ricchi francesi), il 16 dicembre ha dichiarato che avrebbe restituito il passaporto francese per prendere, oltre alla residenza, la cittadinanza belga e ha messo in vendita per 50.000.000 € la sua casa di Parigi; due giorni dopo ha anche fatto balenare la possibilità di acquisire la doppia cittadinanza italiana.

Sempre nello stesso periodo il presidente russo Vladimir Putin si è detto disponibile a consegnare a Depardieu il passaporto russo e ha successivamente firmato il decreto per la concessione della nazionalità russa il 3 gennaio 2013. Il 6 gennaio Depardieu ha effettivamente raggiunto la Russia nella quale, oltre a ricevere il passaporto russo, ha avuto l’occasione di pranzare con lo stesso Putin sul Mar Nero in vista delle festività natalizie ortodosse»

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Pubblicato in: Commercio, Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Italia. Automobili. 74.4 miliardi l’anno di tasse.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-07.

2019-07-24__Automobili__Tasse__001

Gli Ebrei si lamentavano ad alta voce delle ‘inique decime’, infatti non vivevano in Italia.

«Se si confrontano Italia e Francia il dato più clamoroso riguarda il bollo, cioè la tassa di possesso. I francesi pagano appena 700 milioni l’anno complessivamente rispetto ai 6,8 miliardi che versano gli italiani»

«Paghiamo anche di più di Iva sulla vendita mentre di tasse e accise sui carburanti e lubrificanti i francesi pagano più di noi: 39,2 miliardi rispetto a 35,9»

«Terzi in Europa dopo Germania e Francia. Imposte e accise sui carburanti valgono 35,9 miliardi»

«Le tasse sulle automobili permettono, infatti, allo Stato italiano di incassare ogni anno qualcosa come 74,4 miliardi di euro»

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Non esiste bene che sia identificabile sul quale lo stato non abbia posto un fardello di tasse.

Così casa ed automobile sono soggette alla circadiana attenzione del fisco.

Nei fatti, non sono cose di lusso.

Tutti noi abbiamo bisogno di un buco ove per dormire e vivere, tutti noi abbiamo bisogno di una autovettura per andare e tornare dal lavoro. Mica che si abiti nella Reggia di Caserta o che si giri su Rolls Royce.

Come la tassa sul macinato, quelle sulle auto colpiscono indiscriminatamente tutti. Ripianano il deficit dell’Inps quasi nella sua interezza.

Non solo. Sono tra le poche tasse di facile esazione e, soprattutto, di ritorno immediato. Al bisogno, l’aumento delle accise determina un immediato incremento delle tasse percepite. Sono la pacchia per il Ministero delle Finanze.

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Proviamo però a pensare un pochino a cosa potrebbe succedere se lo stato le abolisse.

I Cittadini Contribuenti si ritroverebbero in tasca settantaquattro miliardi in più l’anno.

Non solo.

Tutti i costi dell’autotrasporto imputabili direttamente, oppure indirettamente, al carburante crollerebbero. Il potere di acquisto di quei 74,4 miliardi sarebbe ingigantito.

Potrebbe essere una opzione da non sottovalutarsi.


Gli automobilisti pagano 74,4 miliardi l’anno di tasse

Terzi in Europa dopo Germania e Francia. Imposte e accise sui carburanti valgono 35,9 miliardi.

Quanto pagano gli italiani per il possesso e l’uso di un’automobile. Certamente tanto, forse troppo. Le tasse sulle automobili permettono, infatti, allo Stato italiano di incassare ogni anno qualcosa come 74,4 miliardi di euro.

Quante tasse sulle auto.

Il grafico sopra mostra la classifica europea dei Paesi dove gli automobilisti versano di più allo Stato per il solo fatto di comprare, possedere e usare un’automobile. Una premessa fondamentale: i numeri indicati dal grafico sono espressi in valore assoluto, cioè in miliardi di euro. Ovviamente la quantità di denaro che gli automobilisti versano è superiore, tendenzialmente, nei Paesi più popolosi. Nessuna sorpresa, quindi, che in testa alla classifica ci sia la Germania. Gli automobilisti tedeschi versano, infatti, ben 92 miliardi di euro. Al secondo posto c’è la Francia con 79 miliardi e, al terzo posto, l’Italia con 74,4 miliardi.

Il confronto corretto, vista la premessa, è quindi tra Italia e Francia dato che italiani e francesi sono circa 60 milioni. Sono Paesi non paragonabili con la Germania che di abitanti ne ha oltre 80 milioni.

E il taglio delle accise?

Ma oltre a vedere quanto gli automobilisti versano in termini di tasse, si può sapere anche come è suddiviso il versamento a seconda dei vari balzelli che gravano sulle quattro ruote. Ecco il grafico.

Se si confrontano Italia e Francia il dato più clamoroso riguarda il bollo, cioè la tassa di possesso. I francesi pagano appena 700 milioni l’anno complessivamente rispetto ai 6,8 miliardi che versano gli italiani. Paghiamo anche di più di Iva sulla vendita mentre di tasse e accise sui carburanti e lubrificanti i francesi pagano più di noi: 39,2 miliardi rispetto a 35,9. Potremmo pagare ancora meno, in realtà, se solo la promessa del governo di ridurre, se non eliminare definitivamente, le accise sui carburanti fosse stata mantenuta, un anno fa.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

EU. Evasione Iva (Vat). 147.146 mld, ma solo il 3.1% è recuperato.

Giuseppe Sandro Mela

2019-07-27.

Banche 016. Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542.

«il Vat Gap. Significa, quindi, che lo Stato italiano incassa ogni anno (l’ultimo dato è del 2016, il più recente ufficiale disponibile), 35,9 miliardi di euro in meno di quanto dovrebbe»

«147 miliardi e 146 milioni di Iva evasa in tutta Europa»

«Comunque a Berlino e dintorni si evadono ogni anno 22,6 miliardi di euro. Segue la Gran Bretagna con poco più di 22 miliardi, e poi la Francia, con 20,8»

«l’Italia non è più prima: è superata dalla Romania con il suo 35,9% di evasione, e dalla Grecia, con il 29,2%. noi scendiamo in terza posizione con un comunque ragguardevole 25,9% e siamo seguiti dalla Slovacchia con il 25,7%, e poi altri Paesi dell’Est come Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Ungheria, tutti al di sopra della media Ue del 12,3%.»

«in tutta la Ue si è recuperato 21 miliardi e 392 milioni in tutto. In Italia parliamo di 2 miliardi e 797 milioni»

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Riassumiamo.

– Nell’Unione Europea si evadono ogni anno 147.146 miliardi di euro.

– In Italia si evadono ogni anno 35.9 miliardi di euro.

– Unione Europea e stati nazionali riescono a recuperare solo 21.192 miliardi e 2.797 miliardi, rispettivamente.

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Vi sarebbero molte ed importanti considerazioni da fare, ma alcune sarebbero di maggiore importanza.

– La discrepanza tra un’evasione stimata di 147.146 miliardi ed una accertata nei tribunali tributari di 21.192 miliardi è davvero troppo alta per non porre in serio dubbio la modalità con la quale si calcola la presunta evasione.

– Nei fatti è ben facile accusare qualcuno, persona fisica oppure giuridica, di evasione dell’Iva mentre è davvero ben più difficile il dimostrarlo.

– Si deve constatare una costosissima faciloneria nell’accusa ed una impressionante incapacità nella dimostrazione on sede di giudizio.

– In una dimensione globale o, quanto meno, europea, vi è una tale massa di leggi, normativi e regolamenti, siano essi comunitari siano essi nazionali, da rendere impossibile l’emergenza di contraddizioni di termini, che in ultima analisi portano alla soccombenza in sede di giudizio.

– È conflittuale il permettere accertamenti induttivi ed imporne poi la dimostrazione in giudizio. Le fantasie non ammettono dimostrazione.

– Tranne rare e lodevoli eccezioni, gli accertamenti sono fatti da parte di personale impreparato, anche tenendo conto di quanto sia difficile conoscere cosa sia legale od illegale in tutti i singoli stati. Ma una società che operi almeno a livello comunitario ha operazioni fatte in molti stati differenti, ciascuno con le sue proprie leggi e regolamenti. Ben difficilmente un funzionario a duemila euro al mese potrà mai competere con un agguerrito studio commercialista a dimensione europea, con onorari milionari.

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Di norma, più che evasione sono fenomeni elusivi, condotti nell’alveo delle leggi vigenti.

Ma le leggi nell’Unione Europea sono promulgate dai relativi parlamenti: la responsabilità è quindi politica, non di quanti applicano le leggi disponibili.


Evasione Iva: in 5 anni recuperato solo il 2,8%

Ogni anno se ne vanno 35,9 miliardi e la lotta ai “furbetti” non dà risultati. Il confronto con l’Europa

La linea azzurra che svetta sopra tutte le altre. Ecco: quella linea azzurra è l’Italia che svetta sopra tutti gli altri Paesi europei nella classifica dell’Iva evasa in termini di valore assoluto. E non è questo il dato peggiore.

L’Iva evasa in Europa

Il grafico sopra, per l’esattezza, mostra il Vat Gap, cioè la differenza tra quanto lo Stato dovrebbe incassare dall’Iva e quanto incassa davvero. Quella differenza è, appunto, il Vat Gap. Significa, quindi, che lo Stato italiano incassa ogni anno (l’ultimo dato è del 2016, il più recente ufficiale disponibile), 35,9 miliardi di euro in meno di quanto dovrebbe. Una marea di soldi… Basti pensare che l’Iva evasa in Italia, sempre in termini assoluti (cioè in euro) rappresenta la maggioranza relativa dei 147 miliardi e 146 milioni di Iva evasa in tutta Europa.

Al secondo posto c’è la Germania, ma è quasi ovvio che sia così dato che quella tedesca è l’economia più grande del Continente. Comunque a Berlino e dintorni si evadono ogni anno 22,6 miliardi di euro. Segue la Gran Bretagna con poco più di 22 miliardi, e poi la Francia, con 20,8.

L’Iva evasa in percentuale

La classifica è abbastanza “normale”: più è ampia l’economia, più si evade l’Iva, quindi è ovvio che in testa ci siano i 4 Paesi più grandi, con l’Italia in testa che comunque non ha un’economia pari a quella tedesca. Guardiamo allora le percentuali: cioè quanta Iva si evade in percentuale sul totale incassabile da ogni singolo Stato. Ecco il grafico:

sorpresa: l’Italia non è più prima: è superata dalla Romania con il suo 35,9% di evasione, e dalla Grecia, con il 29,2%. noi scendiamo in terza posizione con un comunque ragguardevole 25,9% e siamo seguiti dalla Slovacchia con il 25,7%, e poi altri Paesi dell’Est come Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Ungheria, tutti al di sopra della media Ue del 12,3%. I Paesi più virtuosi sono Croazia, Svezia e Lussemburgo, con solo il 1,2, 1,1 e 0,9% di evasione nel 2016. Da notare la performance della Spagna dove pare che l’Iva sia una tassa pagata praticamente da tutti. Nel 2016, infatti, la percentuale di evasione sul totale è stata di appena del 2,7%, tanto che in valore assoluto (prima tabella) il suo miliardo e 966 milioni di Vat gap è superato da quello di Paesi come Grecia, Danimarca, Austria, che sono anche 5-6 volte meno popolosi.

L’evasione Iva cala

Il quadro generale però negli anni è cambiato in modo significativo, ed è giusto parlare di come vi sia stata in generale una diminuzione dell’evasione. Rispetto al 2012, per esempio, in tutta la Ue si è recuperato 21 miliardi e 392 milioni in tutto. In Italia parliamo di 2 miliardi e 797 milioni. Ma a mettere a segno il maggior calo dell’evasione in questo intervallo di tempo è stata proprio la Spagna con 4 miliardi e 306 milioni in meno. In controtendenza alcuni Paesi in cui invece il Vat gap è aumentato. In primis la Gran Bretagna con un aumento dell’evasione di 2,7 miliardi. Poi la Grecia, 151 milioni in più, la Finlandia, 734 milioni, e la Lituania.

A livello di percentuale sul totale dell’incassabile il calo è stato in media del 3,1% nella Ue, con i maggiori progressi a Malta, dove si è passati da un’evasione del 29% del totale a una solo del 2,7%, poi in Lettonia, dal 24,2% al 12,9%, e in Slovacchia, dal 36,7% al 25,7%.

Chi ha vinto la guerra all’evasione

L’ultimo grafico mostra in che percentuale i Paesi sono riusciti a diminuire (o, al contrario, hanno visto aumentare) l’evasione Iva sempre tra il 2012-2016.

Risultato? Tra il 2012 e il 2016 l’Italia ha migliorato la sua performance in quanto a lotta all’evasione Iva del 2,9%. Pochissimo se si guarda, per esempio, la Malta, e, comunque, meno della media europea del 3,1%.

Pubblicato in: Fisco e Tasse, Stati Uniti

Bernie Sanders propone di annullare il debito degli studenti. 1.6 trilioni Usd.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-28.

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Il senatore Bernie Sanders, 78enne, nominalmente indipendente ma forse più vicino alla ideologia comunista che a quella liberal democratica, si propone di correre per la campagna elettorale presidenziale del 2020.

Di questi tempi ha lanciato una proposta sulla quale sarebbe da pensare a lungo prima di cassarla oppure approvarla: sarebbe necessario fare molto bene i conti, dato l’impegno finanziario necessario.

Mr Sanders constata come negli Stati Uniti vi siano circa 42 milioni di persone, ex-studenti universitari, oberati dai debiti contratti per conseguire il diploma. La cifra totale sarebbe circa 1.6 trilioni Usd, che salirebbero a circa due trilioni tenendo conto delle spese collegate. Propone di cancellare tali debiti.

Il nodo reale sarebbe che i giovani laureati trovano in media lavoro, ma con stipendi troppo bassi per poter estinguere i debiti contratti.

Si pongono numerosi quesiti.

In primo luogo, dove e come trovare la copertura per questa cifra davvero immensa. Sono emerse alcune proposte, ma nessuna permetterebbe la copertura totale dell’impegno di spesa.

In secondo luogo, data l’entità della somma necessaria, ci si domanda se questa sia effettivamente una priorità.

In terzo luogo, l’annullamento dei debiti farebbe riversare simultaneamente nel sistema economico americano una liquidità di entità tale da poter anche destabilizzare l’intero sistema.

In quarto luogo, questo provvedimento andrebbe a beneficio della classe media, che negli ultimi decenni è stata caricata di tasse.

* * * * * * *

Sarebbe una proposta da valutare con cura ma al di là delle questioni di propaganda elettorale.

Magari, già il dimezzamento dei debiti universitari ridurrebbe l’impegno di spesa, rendendolo più fattibile,  e potrebbe generare lo stesso un indotto proficuo.

Però, dal nostro sommesso punto di vista, senza uno studio econometrico bipartisan che analizzi numericamente tutte le possibili soluzioni, potrebbe essere proficuo il non argomentare ulteriormente con le sole parole.

A latere, ma non meno importante, sarebbe il chiarimento del problema giuridico. Gli ex studenti sono infatti persone fisiche che hanno volontariamente contratto dei debiti, mentre Mr Saunders invoca un intervento con denaro pubblico.

Da ultimo, ma non per ultimo, resterebbe il problema del fatto che il conseguimento della laurea non comporta di norma l’accesso a zone stipendiali tali da poter rifondere il debito contratto, anche per la crescente ressa verso facoltà senza sbocchi lavorativi.


Bernie Sanders to Propose Canceling All $1.6 Trillion of Student Debt

Sen. Bernie Sanders (I-VT) on Monday will propose legislation canceling all $1.6 trillion worth of U.S. student debt, according to a report.

The 2020 White House contender will unveil the bill alongside Congressional Progressive Caucus co-chair Rep. Pramila Jayapal (D-WA) and Rep. Ilhan Omar (D-MN), per the Washington Post. The plan goes further than a signature proposal by Sen. Elizabeth Warren (D-MA) as the two jockey for support from the party’s progressive base in the Democrat presidential primary.

Sanders’ effort on student loans, entitled the College For All Act, would cancel $1.6 trillion of debt, claiming to save the average borrower roughly $3,000 a year. It is estimated to cost a staggering $2 trillion and be paid for by a series of “Wall Street” taxes on such things as stock trades, bonds, and derivatives, according to the proposal.

Warren’s plan, which she has suggested in a Medium post, will be introduced as legislation, would be paid for by imposing a 2 percent fee on fortunes greater than $50 million, a wealth tax designed to target the nation’s top 0.1 percent of households. Warren projects the levy would raise $2.75 trillion over 10 years, enough to pay for a universal child-care plan, free tuition at public colleges and universities, and student loan debt forgiveness for an estimated 42 million Americans — with revenue left over.

By forgiving all student debts, Sanders said the proposal addresses an economic burden for 45 million Americans. The key difference is that Warren’s plan considers the income of the borrowers, negating $50,000 in debt for those earning less than $100,000 per year and affecting an estimated 42 million people in the U.S.

“This is truly a revolutionary proposal,” Sanders said in a statement to the Post. “In a generation hard hit by the Wall Street crash of 2008, it forgives all student debt and ends the absurdity of sentencing an entire generation to a lifetime of debt for the ‘crime’ of getting a college education.”

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia. Gettito fiscale 2018 arrivato a 503.9 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-29.

Banche 016. Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542.

«il gettito tributario complessivo è stato 495,1 miliardi nel 2016, 501,3 miliardi nel 2017 e 503,9 miliardi nel 2018»

*

«l’Irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche), con 181,7 miliardi di euro nel 2016 (36,72% del totale delle entrate tributarie), 183,8 miliardi nel 2017 (36,67%) e 194,3 miliardi nel 2018 (38,56%).»

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«L’Ires (imposta sul reddito delle società) vale 37,1 miliardi nel 2016 (7,49%), 36,9 miliardi nel 2017 (7,36%) e 35,4 miliardi nel 2018 (7,03%)»

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«L’Ires (imposta sul reddito delle società) vale 37,1 miliardi nel 2016 (7,49%), 36,9 miliardi nel 2017 (7,36%) e 35,4 miliardi nel 2018 (7,03%)»

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«Le accise (principalmente prelievi che pesano su prodotti petroliferi, come la benzina) hanno generato incassi per 34,1 miliardi nel 2016 (6,88%), 34,1 miliardi nel 2017 (6,82%) e 33,8 miliardi nel 2018 (6,71%)»

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«Dal prelievo sui tabacchi, lo Stato si è assicurato 10,7 miliardi nel 2016 (2,18%), 10,5 miliardi nel 2017 (2,11%) e 10,5 miliardi nel 2018 (2,10%)»

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«La tassa sulla speranza (giochi e lotto) si è attestata a 13,8 miliardi nel 2016 (2,80%), 13,5 miliardi nel 2017 (2,70%) e 13,9 miliardi nel 2018 (2,77%).»

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«l’Iva, con aliquota principale dal 22% al 25%, sarà sempre di più la regina delle tasse italiane. Si passerà dai 140 miliardi di euro previsti per il 2019 agli oltre 164 miliardi del 2020.»

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Quando un Cittadino Elettore compra un qualcosa, contribuisce solo con l’Iva a racimolare il 27% delle entrate dello stato: lo si tratti con il massimo dei rispetti e gli si auguri buona salute e lunga vita.

Ma rispetto ancor maggiore lo si porga ai fumatori, che versano ogni anno oltre dieci miliardi alle casse dello stato.

Con 60,483,973 abitanti, ogni Cittadino italiano, dai lattanti ai vegliardi, paga 8,311.13 euro di tasse ogni anno che Dio manda.


Adnk. 2019-05-28. Quante tasse pagano gli italiani

Mentre gli italiani mantengono il fiato sospeso su un possibile aumento dell’Iva, dall’Irpef all’Ires il Centro studi di Unimpresa traccia la mappa delle tasse pagate dagli italiani. E’ utile, evidenzia l’associazione, analizzare una sorta di mappa di tutte le principali tasse pagate dai contribuenti italiani. In totale, rileva Unimpresa, il gettito tributario complessivo è stato 495,1 miliardi nel 2016, 501,3 miliardi nel 2017 e 503,9 miliardi nel 2018. Il balzello che garantisce il “gruzzoletto” più alto è l’Irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche), con 181,7 miliardi di euro nel 2016 (36,72% del totale delle entrate tributarie), 183,8 miliardi nel 2017 (36,67%) e 194,3 miliardi nel 2018 (38,56%).

L’Ires (imposta sul reddito delle società) vale 37,1 miliardi nel 2016 (7,49%), 36,9 miliardi nel 2017 (7,36%) e 35,4 miliardi nel 2018 (7,03%). Le ritenute su redditi da capitale e dividendi hanno garantito alle casse dello Stato 10,1 miliardi nel 2016 (2.05%), 9,6 miliardi nel 2017 (1,93%) e 9,5 miliardi nel 2018 (1,89%).

Le accise (principalmente prelievi che pesano su prodotti petroliferi, come la benzina) hanno generato incassi per 34,1 miliardi nel 2016 (6,88%), 34,1 miliardi nel 2017 (6,82%) e 33,8 miliardi nel 2018 (6,71%). Dal prelievo sui tabacchi, lo Stato si è assicurato 10,7 miliardi nel 2016 (2,18%), 10,5 miliardi nel 2017 (2,11%) e 10,5 miliardi nel 2018 (2,10%). La tassa sulla speranza (giochi e lotto) si è attestata a 13,8 miliardi nel 2016 (2,80%), 13,5 miliardi nel 2017 (2,70%) e 13,9 miliardi nel 2018 (2,77%).

RISCHIO AUMENTO IVA – Se scatteranno le clausole di salvaguardia, l’Iva, con aliquota principale dal 22% al 25%, sarà sempre di più la regina delle tasse italiane. Si passerà dai 140 miliardi di euro previsti per il 2019 agli oltre 164 miliardi del 2020. Il balzello sui consumi salirà quindi dal 27% al 30% del totale del gettito tributario dello Stato. Secondo l’analisi del Centro studi di Unimpresa, basata sull’ultimo Documento di economia e finanza, il gettito Iva si potrebbe attestare a 164,1 miliardi nel 2020, qualora il governo non riuscisse a trovare coperture finanziarie sufficienti a sterilizzare le clausole di salvaguardia, con l’aliquota dell’imposta sul valore aggiunto destinata a salire dall’attuale 22% al 25,2%. Con l’incremento delle aliquote, l’Iva arriverebbe a rappresentare il 30,64% del gettito complessivo del 2020, paria 535,2 miliardi. Una vera e propria impennata rispetto a quest’anno: l’Iva dovrebbe arrivare a 140,1 miliardi pari al 27,62% del gettito totale, pari a 506,8 miliardi. “Spostare il carico fiscale sui consumi può avere un senso se contemporaneamente si dà potere di acquisto soprattutto ai cittadini, intervenendo con riduzioni del prelievo sui redditi da lavoro” dice il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci. “Lasciar salire l’Iva senza tagli all’Irpef è pericolosissimo: al momento non sembrano esserci alternative, considerando sia il quadro dei conti pubblici sia la congiuntura poco favorevole” aggiunge. “Le clausole di salvaguardia corrono il rischio di rappresentare il colpo di grazia per l’economia italiana: l’incremento delle aliquote avrebbe inevitabili effetti sui prezzi finali di prodotti e servizi, con i consumi destinati a fiaccarsi sensibilmente”.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia. Ogni automezzo paga mediamente 1,483.39 euro di tasse all’anno.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-11.

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Tutti sanno che il possesso di un’autovettura è un lusso sibaritico che possono concedersi solo ed esclusivamente persone particolarmente doviziose. Poi, quasi di norma, codeste persone cercano di mimetizzarsi come operai addetti alla produzione, dipendenti delle pubbliche amministrazioni, artigiani e così via. Taluni arrivano persino alla sfacciataggine di dire che l’automobile serve loro per il lavoro, quando è cosa nota che gli agenti di commercio girano a piedi con la massimo un paio di muli al seguito.

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«Gli automobilisti tedeschi versano, infatti, ben 92 miliardi di euro»

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«Al secondo posto c’è la Francia con 79 miliardi»

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«Al terzo posto, l’Italia con 74,4 miliardi»

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«Il dato più clamoroso riguarda il bollo, cioè la tassa di possesso»

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«I francesi pagano appena 700 milioni l’anno complessivamente rispetto ai 6,8 che versano gli italiani»

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«Paghiamo anche di più di Iva sulla vendita mentre di tasse e accise sui carburanti e lubrificanti i francesi pagano più di noi: 39,2 miliardi rispetto a 35,9»

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Le autovettura sono a tutto il 2016 in Italia 37,857,238, mentre il parco veicolare totale assomma a tutto il 2016 a 50,155,380 mezzi, secondo Comuni di Italia.

In termini medi, ogni automezzo paga di tasse allo stato 1,483.39 euro.

Questi italiani sono davvero gran signori.

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È stato reso pubblico questo interessante Report:

Gli automobilisti pagano 74,4 miliardi l’anno di tasse

Terzi in Europa dopo Germania e Francia. Imposte e accise sui carburanti valgono 35,9 miliardi

Quanto pagano gli italiani per il possesso e l’uso di un’automobile. Certamente tanto, forse troppo. Le tasse sulle automobili permettono, infatti, allo Stato italiano di incassare ogni anno qualcosa come 74,4 miliardi di euro.

Quante tasse sulle auto

Il grafico sopra mostra la classifica europea dei Paesi dove gli automobilisti versano di più allo Stato per il solo fatto di comprare, possedere e usare un’automobile. Una premessa fondamentale: i numeri indicati dal grafico sono espressi in valore assoluto, cioè in miliardi di euro. Ovviamente la quantità di denaro che gli automobilisti versano è superiore, tendenzialmente, nei Paesi più popolosi. Nessuna sorpresa, quindi, che in testa alla classifica ci sia la Germania. Gli automobilisti tedeschi versano, infatti, ben 92 miliardi di euro. Al secondo posto c’è la Francia con 79 miliardi e, al terzo posto, l’Italia con 74,4 miliardi.

Il confronto corretto, vista la premessa, è quindi tra Italia e Francia dato che italiani e francesi sono circa 60 milioni. Sono Paesi non paragonabili con la Germania che di abitanti ne ha oltre 80 milioni.

E il taglio delle accise?

Ma oltre a vedere quanto gli automobilisti versano in termini di tasse, si può sapere anche come è suddiviso il versamento a seconda dei vari balzelli che gravano sulle quattro ruote. Ecco il grafico.

Se si confrontano Italia e Francia il dato più clamoroso riguarda il bollo, cioè la tassa di possesso. I francesi pagano appena 700 milioni l’anno complessivamente rispetto ai 6,8 che versano gli italiani. Paghiamo anche di più di Iva sulla vendita mentre di tasse e accise sui carburanti e lubrificanti i francesi pagano più di noi: 39,2 miliardi rispetto a 35,9. Potremmo pagare ancora meno, in realtà, se solo la promessa del governo di ridurre, se non eliminare definitivamente, le accise sui carburanti fosse stata mantenuta, un anno fa. Tra l’altro il settore automotive ha anche smesso di essere la locomotiva dell’industria italiana: come ha spiegato Truenumbers in questo articolo, infatti, per numero di dipendenti, siamo solo settimi in Europa. Colpa di chi? Soprattutto delle delocalizzazioni.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Germania. Reddito medio 34,987€ a Starnberg e 16,203€ a Gelsenkirchen.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-28.

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La diseguaglianza di reddito diventa problema politico, economico e sociale quando la fascia bassa rasenta o giace all’interno  di quella della povertà.

Visto sotto questa ottica, il problema della diseguaglianza di reddito diventa più semplicemente la lotta per combattere la povertà.

«Whereas residents in the Bavarian city of Starnberg — near Munich — topped the list of 401 districts and independent towns with an average annual disposable income of €34,987 ($39,150), the North Rhine-Westphalian city of Gelsenkirchen was the country’s poorest with an average of €16,203»

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«Although 284 of 324 districts in western Germany had average per-capita disposable income above €20,000, only 6 of 77 districts in eastern Germany did»

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«The overall average for the whole of Germany was €23,295»

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«Among Germany’s largest cities, Munich topped the list with an average disposable income of €29,685, followed by Stuttgart, Düsseldorf and Hamburg. Berlin fared considerably worse with an average of €19,719»

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«poverty rates in Bavaria and Baden-Württemberg were at 12.1 percent, they were noticeably higher in northern Germany (17.3 percent).»

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A nostro sommesso punto di vista, la tassa di solidarietà ha una sua logica interna, ma solo in un’ottica temporale breve. Il rimedio sul lungo termine è la generazione di adeguati posti di lavoro e l’innalzamento della soglia di tassazione, che elimina senza alcun ricorso alla burocrazia l’esborso per le tasse esatte dai meno abbienti.

Nota.

Vivere a Berlino con un reddito medio di 19,7019 euro è davvero impresa non facile.


Deutsche Welle. 2019-04-24. German income inequality a cause for concern as east-west divide deepens

A new study has found that residents in Germany’s south have twice as much disposable income as those in the north and east. Experts have called on the federal government to act.

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A new study released by the Institute of Economic and Social Research (WSI) in Düsseldorf on Wednesday starkly outlines the divide between wealthy and poor German communities.

Whereas residents in the Bavarian city of Starnberg — near Munich — topped the list of 401 districts and independent towns with an average annual disposable income of €34,987 ($39,150), the North Rhine-Westphalian city of Gelsenkirchen was the country’s poorest with an average of €16,203.

The WSI, which is associated with German unions and the Hans Böckler Foundation, found that although southern cities such as Munich, Heilbronn and Stuttgart had among the highest levels of disposable income after taxes, the north’s Ruhrgebiet — a former coal and steel region — and the formerly communist east lagged far behind.

Germany ‘deeply divided socially, but also regionally’

Ulrich Schneider, managing director of the welfare organization Parität (Parity), warned that the study showed Germany was “not only a deeply dived country socially, but also regionally.”

He called on the federal government to act decisively by offering more financial assistance to structurally impoverished regions as well as to keep the controversial solidarity tax to help eastern German states after reunification in 1991.

Schneider directly addressed the situation many poorer regions face, saying, “Some regions, like the Ruhrgebiet, have found themselves in a downward spiral of impoverishment that they will not be able to escape on their own.”

He also pointed out that without such investments residents would never be able to break out of the “vicious circle” of extreme poverty and dwindling municipal services — from youth centers to swimming pools, libraries, and healthcare facilities.

Although 284 of 324 districts in western Germany had average per-capita disposable income above €20,000, only 6 of 77 districts in eastern Germany did. The overall average for the whole of Germany was €23,295.

Schneider’s calls for maintaining the solidarity tax were echoed by Left Party chairwoman Katja Kipping, who criticized plans by the Free Democrats (FDP) and Chancellor Angela Merkel’s Christian Democratic and Social Union (CDU/CSU) parties to do just that.

Kipping called the concept of cutting funding for infrastructure, schools, kindergartens and nursing homes in eastern Germany “economically stupid.”

A tale of two cities

Among Germany’s largest cities, Munich topped the list with an average disposable income of €29,685, followed by Stuttgart, Düsseldorf and Hamburg. Berlin fared considerably worse with an average of €19,719, and Duisburg was the poorest of the country’s 15 largest cities with an average disposable income of just €16,881.

While poverty rates in Bavaria and Baden-Württemberg were at 12.1 percent, they were noticeably higher in northern Germany (17.3 percent).

For the study, researchers analyzed income statistics for the year 2016, the most recent such data available.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Unione Europea. Iva. Nel Regno Unito quella ridotta è al 5%.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-24.

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L’Iva, imposta sul valore aggiunto, è un’imposta indiretta sui consumi. Il valore aggiunto rappresenta il contributo alla formazione del prodotto (reddito) nazionale di ciascun operatore economico. Il PIL altro non è che la somma dei valori aggiunti generati nell’economia in un dato periodo.

Con l’obbligo rivalsa si impone a ogni soggetto economico di addebitare, attraverso la fattura, un’imposta proporzionale al corrispettivo nel momento in cui cede un bene o presta un servizio; con la detrazione si riconosce al medesimo la facoltà di versare all’erario soltanto la differenza fra quanto acquisito e quanto assolto a titolo IVA sugli acquisiti di beni o di servizi inerenti alla propria attività economica.

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Maggiore è l’Iva, maggiore è il costo dei beni e dei servizi.

Ma maggiore è il costo dei beni e dei servizi e maggiore è il costo della vita: tutto costa di più.

Si aprono quindi molti interessanti spunti.

Il primo inerisce la sostenibilità di un sistema economico ad alta tassazione nei confronti di altri stati che godano basse tassazioni. I prodotti dei primi costano di più di quelli dei secondi, ed alla fine finiscono fuori mercato. Ma quando un prodotto finisce fuori mercato si innesca una spirale malefica: meno vendite, meno fatturato, meno tasse pagate, aumento dei licenziamenti, e così via: si innesca una spirale recessiva.

Il secondo è solo apparentemente filosofico. Con imposte e tasse il Cittadino Contribuente trasferisce in modo coatto risorse allo stato, che quindi le amministra. Ma l’amministrazione ha un suo costo e, tutto sommato, una sua arbitrarietà. Un discorso che si imporrebbe dovrebbe essere quello del rapporto prestazioni costo. Porsi in altri termini delle domande del tipo: “il servizio sanitario pubblico rende al Cittadino in ragione di quanto da Lui percepisce?“.

I romani davano in gestione ai privati anche l’esercito, eppure con un simile sistema hanno conquistato il mondo allora conosciuto. E non solo lo hanno conquistato, ma la repubblica è durata 750 anni, ai quali sono seguiti quasi cinque secoli di impero. La sola durata dovrebbe dare da pensare.

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«L’Italia è tra i Paesi che applica le aliquote Iva tra le più alte del Continente»

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«E rischiano di aumentare ancora»

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«Per riportare i conti pubblici su un binario di sostenibilità ci sono solo due strade: o una manovra bis quest’anno oppure aumenti dell’Iva negli anni prossimi»

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«Dal primo gennaio del 2020, infatti, l’aliquota intermedia dell’Iva potrebbe passare dal 10% al 13%, quella ordinaria dall’attuale 22% al 25,2% nel 2020 (quando è previsto anche un aumento delle accise sui carburanti per 300 milioni) al 26,5% nel 2021. Significa che se non si evita l’aumento dell’Iva le maggiori tasse totalizzeranno 22,6 miliardi di euro.»

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«Come si vede, in linea generale, i Paesi dell’est hanno aliquote mediamente più basse di quelle applicate in occidente»

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Il buon Lenin soleva dire che la borghesia la si annienta con le tasse.

Ecco quanto pesa l’Iva nei Paesi europei

In Germania e Francia aliquote più basse delle nostre. A Londra quella ridotta è al 5%

L’Italia è tra i Paesi che applica le aliquote Iva tra le più alte del Continente. E rischiano di aumentare ancora. Il motivo è la recessione tecnica (due trimestri consecutivi di calo del Pil alla fine del 2018) che fa “saltare” tutte le previsioni di finanza pubblica contenute nella manovra economica approvata da Bruxelles.

Quando si applica l’Iva al 10%

Per riportare i conti pubblici su un binario di sostenibilità ci sono solo due strade: o una manovra bis quest’anno oppure aumenti dell’Iva negli anni prossimi, che ci farebbero salire ancora nel ranking europeo. Dal primo gennaio del 2020, infatti, l’aliquota intermedia dell’Iva potrebbe passare dal 10% al 13%, quella ordinaria dall’attuale 22% al 25,2% nel 2020 (quando è previsto anche un aumento delle accise sui carburanti per 300 milioni) al 26,5% nel 2021. Significa che se non si evita l’aumento dell’Iva le maggiori tasse totalizzeranno 22,6 miliardi di euro.

Le due aliquote di Iva in Europa

Il grafico interattivo sopra mostra il livello di Imposta sul valore aggiunto applicata attualmente da tutti i Paesi europei. Sono considerate sia l’aliquota standard che quella ridotta. Due le precisazioni da fare: la prima è che la Danimarca non ha un’aliquota Iva ridotta e, in secondo luogo, alcuni Paesi hanno tre aliquote, con la terza che è più bassa ancora di quella ridotta e che viene applicata su beni di primissima necessità. Nel grafico abbiamo preso in considerazione l’aliquota più alta.

Come si vede, in linea generale, i Paesi dell’est hanno aliquote mediamente più basse di quelle applicate in occidente. Ad esempio la Romania, Slovacchia, Lituania. Un caso a parte è rappresentato dalla Gran Bretagna che applica l’Iva ridotta più bassa del continente, appena il 5% con anche l’Iva standard a livello più che accettabile: 20%. Ma la Gran Bretagna è un modello anche per un altro motivo: Truenumbers ha spiegato in questo articolo come l’obiettivo della riduzione delle tasse sulle imprese sia una priorità condivisa da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Basta guardare i risultati.

Quanto si paga di Iva in Europa

L’Iva italiana è modulata su tre aliquote: il 4% per i beni di prima necessità che è praticamente immodificabile dato che questa aliquota si applica sui beni di primissima necessità (in particolare alimentari), una al 10% (“ridotta”) e una al 22% (“standard”). Siamo nella media e questo potrebbe essere visto sotto due punti di vista. Il primo è che, se un governo volesse aumentare l’aliquota standard potrebbe sostenere che “ci allineiamo al resto dell’Europa”. Oppure potrebbe voler dire che c’è spazio per un taglio. Dipende dalle decisioni politiche. E, naturalmente, dall’andamento dell’economia.

In effetti aliquote Iva in Europa più basse delle nostre sono applicate, Gran Bretagna a parte, anche dalla Germania che le ha bassissime: ridotta al 7% e standard al 19%. Oppure dalla Francia che ha quella ridotta al 10%, come noi, ma la standard è al 20%, due punti in meno dell’Italia. La Spagna ha quella ridotta al 10% ma la standard è al 21%, un punto in meno di noi.

I dati si riferiscono al: 2018.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia. Evasione fiscale (in EU 823 mld) e contante usato nell’85.8% dei pagamenti.

Giuseppe Sandro Mela.

019-04-15.

2019-04-15__Contante__001

È stato pubblicato un interessante Report dal titolo:

Gli italiani sono ancora (troppo) affezionati al contante

da cui si evince che gli italiani usano le banconote nell’85.9% dei pagamenti effettuati: bancomat e carte di credito sono utilizzate solo per i pagamenti più onerosi.

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«La gran parte dei pagamenti avviene per acquisti quotidiani, ovvero presso il panettiere, il supermercato, la farmacia (40,2% di tutti gli scambi) oppure al bar e nei ristoranti (21,6%).»

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«Al di sopra dei 100€, invece, arriva il turno degli assegni o dell’acquisto digitale, i quali coprono il 12,2% delle transazioni di queste dimensioni»

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«Nel caso di transazioni di grande entità le carte di credito salgono al 28,6%, mentre l’uso del contante si ferma “solo” al 68,4%.»

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2019-04-15__Contante__002

Solo l’1.7% dei pagamenti risulta essere superiore ai 100 euro: in questo caso l’uso di bancomat o carte supera il 50% del volume.

Il problema potrebbe essere visto sotto differenti angolatura, ciascuna delle quali mette in evidenza un particolare aspetto.

– Il primo aspetto sarebbe la praticità di uso. L’uso del pagamento elettronico richiede un certo quale lasso di tempo, la disponibilità delle linee e delle banche, ed infine, particolare non da poco, è oneroso sia per il possessore delle carte, sia di debito sia di credito, sia per quanti ricevano il pagamento. Su questo tipo di operazioni le banche richiedono infatti una commissione, il cui ammontare sarebbe ingiustificato per transazioni minimali.

– Il secondo aspetto è ben più delicato. Nell’ultimo decennio si è assistito ad un pressing politico sull’uso dei pagamenti elettronici, giustificato con il fatto che, essendo tracciabili, costituirebbero un forte argine al problema della evasione fiscale.

Se sia giusto che un governo lotti contro l’evasione fiscale, sarebbe però altrettanto giusto che detto stato mantenga una pressione dei limiti del ragionevole.

Se sia doveroso pagare le tasse, altrettanto doveroso sarebbe farlo solo per le tasse giuste. I Cittadini possono ben ribellarsi ad una tassazione ingiusta, come evidenzia la storia e, di recente, gli accadimenti dei Gilets Jaunes.

– Il terzo aspetto dovrebbe rientrare nel comune buon senso. Pensare ad un’evasione fiscale sui pagamenti sotto i 100 euro sarebbe davvero grottesco: questa prende luogo per ranghi di cifre molti ordini di grandezza superiori.

L’Italia è prima al mondo per evasione fiscale (ma gli altri Stati Ue non sono messi meglio)

«Secondo uno studio del Tax Research LLP nel nostro Paese ci sarebbero 190 miliardi di euro di tasse evase. I mancati introiti per lo Stato italiano equivalgono a circa il doppio della spesa pubblica in sanità»

2019-04-15__Contante__003

– Il quarto aspetto è l’evasione fiscale. A livello dell’Unione Europea l’evasione assomma ad 824 miliardi di euro

«Negli ultimi tempi, l’evasione fiscale è entrata prepotentemente all’interno del dibattito politico. Non si tratta però di un problema nuovo. I fenomeni di evasione fiscale esistono sin da quando i governanti impongono tasse ai loro cittadini.

Chi ci segue inoltre su Facebook, avrà sicuramente notato l’infografica postata qualche giorno fa che ritraeva l’evasione fiscale in Europa. Stando ad un recente studio condotto dalla società inglese Tax Research LLP emerge che l’Italia è il primo paese per evasione fiscale in Europa, con circa 190 miliardi di euro di tasse evase.

Per avere un’idea concreta del danno da evasione fiscale per la società, i mancati introiti per lo Stato italiano equivalgono a circa il doppio della spesa pubblica in sanità. Nella classifica dell’evasione fiscale in Europa, dietro all’Italia si piazzano in ordine Germania (125 miliardi), Francia (118 miliardi) e Regno Unito (87 miliardi). In totale, prendendo come riferimento l’anno fiscale 2015, l’evasione fiscale tra i Paesi Membri dell’Unione pesa 824 miliardi di euro. È più di sei volte la dimensione del bilancio annuale dell’UE.»

Sarebbe davvero ridicolo pensare che una tale evasione fiscale si attui perché un bar non ha rilasciato lo scontrino sul caffè.

Si noti però come l’evasione fiscale sia massima nei paesi ove la pressione fiscale sia massima.

Italia. Il fisco sui salari è il maggiore del mondo.

Ma siamo poi così certi che sia il popolino ad evadere le tasse?

Lussemburgo, i 550 «favori» alle multinazionali che imbarazzano Juncker

Il Lussemburgo di Mr Juncker è il paradiso fiscale per eccellenza. È uno stato che Mr Juncker aveva trasformato in una immane lavanderia di denaro sporco.

Perché prendersela con il poveraccio che compra il giornale a contanti?

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Ci si dovrebbero porre molte domande.

– Non è che un’elevata pressione fiscale obblighi alla evasione? In questo caso l’unica vera lotta consisterebbe nel diminuire le tasse.

– Fono a qual punto sarebbe giusto che lo stato voglia tracciare tutti i minimi spostamenti di denaro quando poi chi possa evade alla grande?

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Gli italiani sono ancora (troppo) affezionati al contante

Le banconote coprono l’85,9% dei pagamenti. Il bancomat è usato solo per comprare beni costosi

Niente da fare, il tanto atteso sorpasso del bancomat sull’uso del contante è ancora molto lontano. In base agli ultimi dati, gli italiani ricorrono alle banconote nell’85,9% dei casi. Le cose migliorano quando si fanno acquisti costosi, come il televisore o lo smartphone, ma la carta di credito non arriva mai a coprire la metà delle transazioni. Segno che facciamo fatica a cambiare abitudini o che preferiamo non tracciare tutte le nostre spese?

L’uso del contante è ancora così diffuso in Italia?

Il grafico sopra mostra quali sono le abitudini degli italiani in fatto di pagamenti. I dati sono relativi al 2016 e sono riportati in un recente documento della Banca d’Italia. Come è evidente, i nostri connazionali sono ancora molto affezionati ai contanti per i loro acquisti. L’85,9% dei pagamenti, infatti, avviene con questo strumento. Solo nel 12,9% dei casi si ricorre a carte di credito o bancomat, mentre il restante 1,2% è affidato a strumenti alternativi come l’acquisto via internet, app mobile e assegni.

Se si considera il valore di questi pagamenti, i risultati non cambiano di molto. Nel caso di transazioni di grande entità le carte di credito salgono al 28,6%, mentre l’uso del contante si ferma “solo” al 68,4%. Anche gli strumenti alternativi crescono (3%). Il perché è presto detto: gli italiani usano poco bancomat e carte di credito, ma quando lo fanno è normalmente per transazioni di maggior valore, le quali richiederebbero di portare con sé troppe banconote.

Bancomat vs contanti, ecco chi vince

L’uso del bancomat quando si acquistano beni più costosi lo si vede bene in quest’altro grafico. Più si sale a livello di scaglioni di acquisto, infatti, più l’importanza del contante cala. Viene usato il 96,6% delle volte nel caso di pagamenti inferiori ai 5€, che del resto costituiscono la maggioranza relativa dei pagamenti in generale (37,8%).

Ogni volta che il taglio degli acquisti aumenta di 5€ in media vi è un calo del 5-6% dell’uso del contante. Succede almeno fino allo scaglione 20-25€, quando per esempio la preferenza per questo metodo scende al 73,3%. Se la spesa è tra i 50 e i 100 euro solo la metà delle volte (il 50,9%) viene scelto il contante. Parallelamente al calo dell’utilizzo del contante, man mano che i tagli si ingrossano vi è una crescita delle carte di credito. La percentuale più alta (45,2%) si registra proprio nella fascia 50-100 euro. Al di sopra dei 100€, invece, arriva il turno degli assegni o dell’acquisto digitale, i quali coprono il 12,2% delle transazioni di queste dimensioni.

Cosa acquistiamo (e come)

Ma in concreto per quale tipo di acquisti si usano di più le carte e per quali di più il contante? Lo vediamo nell’ultimo grafico. La gran parte dei pagamenti avviene per acquisti quotidiani, ovvero presso il panettiere, il supermercato, la farmacia (40,2% di tutti gli scambi) oppure al bar e nei ristoranti (21,6%). Proprio in questi casi trionfa il contante, che viene usato nel 94,4% dei casi se parliamo di spese presso bar e ristoranti, e nell’86,6% se ci riferiamo agli altri acquisti quotidiani.

Le carte assumono una certa importanza quando si va a fare rifornimento dal benzinaio e nel caso di acquisti di beni durevoli (vestiti, elettronica, giocattoli, ecc), dove sono scelte il 29,9% delle volte. Raggiungono la massima percentuale (40,4%) quando si paga l’alloggio in hotel. Tuttavia questo tipo di transazione riguarda solo lo 0,3% di tutti gli scambi.

Se si guarda alle abitudini di pagamento nelle varie regioni italiane, si scopre che è in Trentino Alto Adige, Marche, Abruzzo, Molise, Campania e Calabria che viene preferito il contante, usato tra l’89% e il 94% delle volte. Al contrario è in Lombardia e Toscana che viene utilizzato di meno. Il motivo potrebbe essere la presenza di un’alta percentuale di turisti stranieri sia a Milano che in Toscana. In ogni caso il contante rimane protagonista nell’80-82% di tutti gli acquisti.

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Quanto vale l’evasione fiscale in Italia e in Europa?

Un recente studio ha fatto luce sul fenomeno dell’evasione fiscale in Italia e in Europa. I numeri non sono per nulla confortanti…

Negli ultimi tempi, l’evasione fiscale è entrata prepotentemente all’interno del dibattito politico. Non si tratta però di un problema nuovo. I fenomeni di evasione fiscale esistono sin da quando i governanti impongono tasse ai loro cittadini.

Chi ci segue inoltre su Facebook, avrà sicuramente notato l’infografica postata qualche giorno fa che ritraeva l’evasione fiscale in Europa. Stando ad un recente studio condotto dalla società inglese Tax Research LLP emerge che l’Italia è il primo paese per evasione fiscale in Europa, con circa 190 miliardi di euro di tasse evase.

Per avere un’idea concreta del danno da evasione fiscale per la società, i mancati introiti per lo Stato italiano equivalgono a circa il doppio della spesa pubblica in sanità. Nella classifica dell’evasione fiscale in Europa, dietro all’Italia si piazzano in ordine Germania (125 miliardi), Francia (118 miliardi) e Regno Unito (87 miliardi). In totale, prendendo come riferimento l’anno fiscale 2015, l’evasione fiscale tra i Paesi Membri dell’Unione pesa 824 miliardi di euro. È più di sei volte la dimensione del bilancio annuale dell’UE.

È interessante anche notare come cambia questa classifica se consideriamo il peso che l’evasione fiscale ha sul gettito fiscale. Italia, Germania e Francia sono infatti le tre più grandi economie dell’eurozona e anche per questo motivo il valore assoluto delle tasse evase è molto elevato.

Se ci si sposta in termini relativi, il tax gap dell’Italia, cioè il rapporto tra fisco evaso ed entrate fiscali dello Stato, si attesta al 23,28%. Ciò significa che per ogni euro riscosso dal fisco italiano, si perdono circa 23 centesimi in evasione fiscale.

Peggio di noi soltanto Romania (29,51%), Grecia (26,11%) e Lituania (24,36%). Il paese europeo con il tax gap più basso è invece il Lussemburgo, dove l’evasione fiscale pesa il 7,98% degli introiti statali.

Come abbiamo visto dai numeri, quello dell’evasione fiscale è un problema serio e ben radicato sia in Italia sia in Europa. Gli oltre 800 miliardi di euro che secondo le stime mancherebbero dalle casse degli stati europei, sarebbero risorse di grande beneficio per la ripresa economica in Europa. Ma al di là dell’aspetto economico, l’evasione fiscale genera ingiustizia sociale tra coloro che pagano e coloro che non pagano le tasse e pertanto va combattuta con ogni forma e mezzo.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia. Il fisco sui salari è il maggiore del mondo.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-13.

Matsys Jan. (Belgio 1509-1575). Esattore delle Tasse. 1539

Essere il malato con il maggior numero di malattie a questo mondo è ben triste primato.

Ma anche il pagare il 47.7% di tasse non scherza mica: sotto le tasse si muore.

«Aumenta il peso del fisco sui salari in Italia»

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«è il terzo prelievo più alto tra i 36 Paesi avanzati, superato solo dal Belgio (52,7%) e dalla Germania (49,5%) e davanti anche a quello francese (47,6%), a fronte di una media Ocse del 36,1%»

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«Paesi con il prelievo più basso in assoluto sono il Cile (7%), seguito da Nuova Zelanda (18,4%) e Messico (19,7%) nel caso del lavoratore single e la Nuova Zelanda (1,9%), davanti a Cile (7%) e Svizzera (9,8%) per la famiglia monoreddito con due figli»

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«Il cuneo fiscale nella Penisola si compone da un 16,7% di imposta sui redditi, 7,2% di contributi a carico del lavoratore e di un 24% di contributi a carico del datore di lavoro»

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«Espresso in valuta locale, il salario lordo per il lavoratore medio in Italia nel 2018 risulta di 31.300 euro, in progresso dello 0,4% in termini reali»

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«Per i salari mediani il tasso di imposizione netto medio in Italia risulta del 25% e il cuneo fiscale medio è del 43,3%,»

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Questi dati si commentano da soli.

Ci poniamo soltanto una domanda.

I benefici che i Cittadini Contribuenti traggono dallo stato valgono il 47.7% del proprio salario?


Sole 24 Ore. 2019-04-11. Ocse: Italia al top per fisco su salari. Famiglie monoreddito le più «tartassate»

Aumenta il peso del fisco sui salari in Italia, in controcorrente rispetto alla media del mondo industrializzato. Nel 2018 nella Penisola, l’insieme di tasse sul reddito e di contributi sociali è salito di 0,2 punti al 47,9% per il lavoratore medio single. Come indica l’Ocse nel rapporto “Taxing Wages”, è il terzo prelievo più alto tra i 36 Paesi avanzati, superato solo dal Belgio (52,7%) e dalla Germania (49,5%) e davanti anche a quello francese (47,6%), a fronte di una media Ocse del 36,1%, in calo di 0,16 punti. Va ancora peggio, in termini relativi, per le famiglie monoreddito con due bambini: il cuneo fiscale in Italia, pari al 39,1%, è il secondo più alto dell’Ocse, superato solo da quello della Francia (39,4%), decisamente sopra la media dei Paesi industrializzati che è del 26,6%.

I prelievi più bassi in Cile, Nuova Zelanda e Messico

I Paesi con il prelievo più basso in assoluto sono il Cile (7%), seguito da Nuova Zelanda (18,4%) e Messico (19,7%) nel caso del lavoratore single e la Nuova Zelanda (1,9%), davanti a Cile (7%) e Svizzera (9,8%) per la famiglia monoreddito con due figli. In Italia l’incremento di 0,2 punti del cuneo del lavoratore single nel 2018 rispetto al 47,7% del 2017 è imputabile per intero all’incremento dell’imposta sui redditi, mentre non ha avuto variazioni l’incidenza dei contributi sociali.

Il cuneo fiscale nella Penisola si compone da un 16,7% di imposta sui redditi, 7,2% di contributi a carico del lavoratore e di un 24% di contributi a carico del datore di lavoro. Quest’ultima è la quarta percentuale più alta dell’Ocse, alle spalle di Francia (26,5%), Repubblica Ceca (25,4%) ed Estonia (25,3%). Il costo totale del lavoro in Italia risulta pari a 59.600 dollari a parità di potere d’acquisto, il 18esimo sui 36 Paesi Ocse dove la media è di 53.800 dollari, superiore a quello degli Usa (59.500 dollari), ma di gran lunga inferiore a quello della Svizzera, prima con 82.200 dollari, davanti alla Germania (80.300 dlr) e al Belgio (79.300). La Francia è ottava con 70.100 dollari, davanti a Svezia e Irlanda e il Regno Unito (cuneo fiscale al 30,9%) 13esimo con 63.300 dollari. Ultimo il Messico con 14.600 dollari.

Il salario medio italiano è il 19esimo nell’Ocse

Tornando all’Italia, in base al rapporto dell’Ocse, il salario lordo, cioè quello che si vede in busta paga (e non include in questo caso i contributi pagati dal datore di lavoro), per un lavoratore single è in media di 45.300 dollari, il 19esimo nell’Ocse, inferiore a tutti i maggiori Paesi dell’area industrializzata, escluso il Canada (42.700 dlr) e sotto la media Ocse, pari a 46.100 dollari. Prima è ancora la Svizzera con 77.370 dollari, davanti al Lussemburgo (68.700) e alla Germania (67.300). Il Regno Unito è 57mila dollari, la Francia a 51.500. Sul salario lordo medio italiano pesa un prelievo complessivo del 31,4% (21,9% imposta sui redditi e 9,5% contributi sociali), il settimo più alto dell’Ocse, contro una media del 25,5%. Questo vuol dire che il salario netto effettivamente incassato dal lavoratore single italiano è pari al 68,6% del lordo contro una media Ocse del 74,5%. Nel caso della famiglia monoreddito con due figli, il cuneo fiscale nel 2018 è aumentato di 0,53 punti rispetto al 2017. Gli assegni famigliari ed altre agevolazioni riducono il cuneo della famiglia di 8,8 punti rispetto al single, meno della media Ocse che è di 9,5 punti. Il prelievo complessivo sul salario lordo (tasse più contributi a carico del lavoratore), includendo però i benefit legati ai figli, per la famiglia monoreddito è pari al 19,9%, il nono più alto dell’Ocse contro una media del 14,2%. Se in famiglia gli stipendi sono due, il cuneo fiscale in Italia è del 41,7%, il quarto più alto dell’Ocse (contro una media del 30,8%), con un aumento di 0,32 punti sul 2017, legato per 0,26 punti a un incremento dell’imposta sul reddito e per 0,06 punti a minori benefici cash. I guadagni salariali lordi della famiglia con 2 stipendi e due figli, in questo caso per l’Italia sono pari a 75.600 dollari (sempre al 19esimo posto Ocse) e in coda ai big, contro una media di 77.200 dollari. Il prelievo è del 23,3%, (imposta sui redditi 15,4% più contributi sociali 9,5%, meno 1,6% benefici cash), sopra la media Ocse che è del 19,3%. Espresso in valuta locale, il salario lordo per il lavoratore medio in Italia nel 2018 risulta di 31.300 euro, in progresso dello 0,4% in termini reali, a fronte tuttavia di un aumento dell’imposta sui redditi dello 0,8%. Se si considera, invece, il salario lordo mediano, cioè il valore centrale della distribuzione salariale che non è influenzato dai livelli più elevati, in Italia nel 2017 era di 36.400 dollari, inferiore di quasi 8.000 al salario medio e fornisce quindi un indizio sulle disparità di reddito. Il gap è infatti maggiore dove le disparità sono più ampie, in questo caso si tratta degli Usa (divario di 15mila dollari) e del Lussemburgo (16mila dollari). Per i salari mediani il tasso di imposizione netto medio in Italia risulta del 25% e il cuneo fiscale medio è del 43,3%, il sesto più alto dell’Ocse, contro una media del 34,3%. Andando a ritroso, tra il 2000, quando era del 47,1%, e il 2018 il cuneo fiscale per un lavoratore single medio in Italia è aumentato di 0,8 punti percentuali, mentre in media nell’Ocse si è verificata una riduzione di 1,3 punti, dal 37,4% al 36,1%. In particolare dal 2009, il cuneo è aumentato di 1,1 punti, quasi il doppio rispetto alla media Ocse che è stata di +0,6 punti.