Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Patrimoniale. C’è già, ed anche ben salata.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-02-16.

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Treccani così definisce la imposta patrimoniale:

«sono imposte patrimoniale quelle, ordinarie o straordinarie, che gravano sul complesso dei beni dei singoli contribuenti, …. che comprende beni mobili o immobili, o titoli di credito, di proprietà di entrambi i coniugi, i cui frutti vengono impiegati per i bisogni della famiglia»

In altri termini, la imposta patrimoniale colpisce il bene posseduto sulla base del suo valore stimato, indipendentemente dalla resa del medesimo.

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La tassa patrimoniale in Italia c’è già.

Lo stato sta tassando in maniera continuativa case, depositi bancari e postali.

In particolare, l’imposta di bollo sul deposito titoli, introdotta nel 2012 col decreto “Salva Italia” e poi aumentata col tempo, colpisce tutti gli strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, fondi comuni, certificati di deposito, ETF, etc.) custoditi dagli intermediari finanziari per conto dei loro clienti.

L’imposta di bollo sul deposito titoli vale oggi lo 0,20% del valore totale degli strumenti finanziari posseduti. Pertanto un investitore che possiede azioni per 10.000 euro pagherebbe 20 euro all’anno di imposta di bollo. Il calcolo viene fatto sommando i valori degli strumenti finanziari detenuti dal risparmiatore alla data del 31 dicembre di ogni anno per cui fa fede l’estratto conto depositi titoli redatto e inviato al risparmiatore come base imponibile su cui applicare l’imposta. Tale imposta viene, quindi, pagata sulla scorta dell’invio della comunicazione che per molti intermediari finanziari avviene con cadenza trimestrale o semestrale. Per cui l’imposta dello 0,20% annuo viene frazionata proporzionalmente in base ai valori finanziari detenuti nel momento in cui la banca o l’intermediario comunicano l’estratto conto depositi titoli.

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Per calcolare il valore della giacenza, si deve:

– sommare i saldi giornalieri del conto corrente

– dividere per il numero dei giorni di rendicontazione o di detenzione del rapporto

– calcolare la giacenza di ciascun rapporto per la quota di detenzione (esempio: conto cointestato.)

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Una vera e propria mazzata che, oltre a tradire il messaggio governativo di chi ha tuonato che non sarebbero state messe le mani nelle tasche degli italiani, rende sempre meno conveniente investire in Italia.

Chi volesse, ad esempio, acquistare i BTP Italia e tenerli fedelmente in deposito fino a scadenza (4 anni) per beneficiare del “bonus fedeltà”, sarà costretto a pagare imposte sul deposito più alte vanificando così il beneficio che ne deriverà alla fine del periodo d’investimento.

A fronte di tassi d’interesse reali tendenti allo zero, un aumento dell’imposta deposito titoli rende del tutto sconveniente investire in strumenti finanziari tradizionalmente sicuri.

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Banche. Liquidità ed investimenti, 1,404 miliardi cash nei conti correnti.

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Poi ci sono, ovviamente, le commissioni bancarie.

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MEF. Disposizioni in materia di imposta di bollo su titoli, strumenti e prodotti finanziari

Il bollo sulle comunicazioni relative ai depositi di titoli inviati dagli intermediari finanziari introdotto dal DL 98/2011 era dovuto in misura fissa e crescente. L’imposta più bassa, applicabile ai depositi di titoli di valore inferiore a 50.000 euro, era stata fissata a 34,20 euro, allo stesso livello applicato alle comunicazioni relative ai conti correnti bancari.

Per i depositi di titoli di valore superiore a 50.000 euro era previsto il seguente incremento della tassazione:

per il 2011 e il 2012:

– 70 euro sui depositi di titoli di valore tra 50.000 euro e 150.000 euro

– 240 euro sui depositi di titoli di valore tra 150.000 euro e 500.000 euro – 680 euro sui depositi superiori a 500.000 euro;

dal 2013:

– 230 euro sui depositi di titoli di valore tra 50.000 euro e 150.000 euro

– 780 euro sui depositi di titoli di valore tra 150.000 euro e 500.000 euro

– 1.100 euro sui depositi superiori a 500.000 euro.

Con la manovra del 4 dicembre 2011 l’imposta di bollo diventa proporzionale con aliquota pari a:

– 1 per mille (0,1%) per il 2012;

– 1,5 per mille (0,15%) dal 2013.

Il nuovo bollo ha un importo minimo pari a € 34,2 e massimo pari a € 1.200. Inoltre, si amplia la base imponibile prevedendo che siano tassati anche i prodotti finanziari non soggetti all’obbligo di deposito (polizze assicurative; unitlinked, indexlinked, vita; fondi comuni; certificati di deposito, buoni postali, gestioni patrimoniali). Sono escluse le comunicazioni relative ai fondi pensione e ai fondi sanitari. Si applica sul valore di mercato o, in mancanza, sul valore nominale o di rimborso degli strumenti oggetto della comunicazione.

L’applicazione dell’imposta di bollo con aliquote proporzionali NON riguarda gli estratti conto bancari, postali e i rendiconti dei libretti di risparmio.

In seguito alle modifiche apportate all’articolo 13, comma 2-bis della Tariffa allegata al D.P.R. 26 ottobre, 1972, n. 642, per tali estratti e rendiconti relativi a rapporti con giacenza media fino a 5.000 euro (quindi anche per i conti in “rosso”) è stata introdotta un’ esenzione totale dall’imposta di bollo se il cliente è persona fisica; se il valore medio di giacenza annuo è superiore a euro 5.000 si continua ad applicare l’ imposta fissa pari a 34,20 euro.

Per i soggetti diversi dalle persone fisiche si applica, invece, un’imposta fissa pari a 100 euro.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Stati Uniti, Trump

USA. Elezioni. Bloomberg annuncia un piano di 5,000 mld di tasse.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-02-08.

White House Animal 001

Sembrerebbe essere cosa ragionevole che il senato americano in tempi brevi rigetti l’istanza di impeachment formulata dal congresso nei confronti di Mr Trump, consentendo in questa maniera l’avvio di una campagna elettorale per le presidenziali di novembre combattuta alla fine sul nodo centrale: quello delle tasse che finanziano ogni azione governativa.

Da quanto sembrerebbe delinearsi, alcuni sono i punti al momenti di interesse.

– La corsa alla presidenza americana sembrerebbe essere gerontocratica: Mr Trump ha 74 anni, Mr Bloomberg ha 78 anni, Mr Joe Biden 78 anni, Mr Bernie Sanders 79, Mrs Elisabeth Warren 71 anni. Non in lizza ma di grande peso decisionale, Mrs Nancy Pelosi ha 80 anni. Se è vero che l’età avanzata ha una grande esperienza sulle spalle, sarebbe altrettanto vero considerare come età di questo livello siano usualmente associate a capacità fisiche e mentali ben minori di quelle godute da un quarantenne. Nel contempo, la persona vecchia di norma risulta essere oltremodo radicata nelle proprie idee, maturate nei decenni precedenti e tetragona a recepire le nuove istanze emergenti. Infine, si constata come embolo lavori prevalentemente in questa fascia di età.

– Al momento è impossibile prognosticare quale possa essere il candidato democratico per la White House, ma tratto comune a tutti gli attuali potenziali candidati è l’aumento sostanziale delle tasse sugli abbienti per finanziare un generoso welfare.

– Sembrerebbe quindi delinearsi uno scontro tra un Mr Trump teso alla riduzione ed un candidato democratico portato all’aumento delle tasse. Al contrario della campagna elettorale fatta a suo tempo da Mrs Clinton, questi argomenti toccano da vicino tutti gli Elettori americani, molto sensibili ai problemi dei loro portafogli.

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«Billionaire candidate Mike Bloomberg unveiled a tax plan on Saturday would unwind corporate tax-breaks granted by President Donald Trump and impose at 5% surtax on incomes above $5 million a year»

«Billionaire Democratic candidate Mike Bloomberg unveiled a tax plan on Saturday that would unwind corporate tax breaks granted by President Donald Trump and impose an additional 5% “surtax” on incomes above $5 million a year»

«According to the campaign, the plan in total would generate roughly $5 trillion and would be sufficient to help fund Bloomberg’s initiatives, including his healthcare plan, education, combating climate change and more than $1 trillion infrastructure plan»

«The campaign did not state how much it would generate from its surtax on incomes above $5 million a year, though noted it would only impact less than 0.1% of taxpayers»

«Bloomberg, like fellow moderate candidate Joe Biden, thinks Trump’s 2017 Tax Cuts and Jobs Act went too far. Both want to hike the corporate tax rate up to 28%, after Trump lowered it from 35% to 21%.»

«Both want to reverse the Trump tax changes that lowered taxes on high-income households from 39.6%. to 37%. Both propose raising capital gain taxes for high-income taxpayers.»

«Bloomberg’s tax plan comes as the economy and taxes take center stage in the 2020 presidential election»

«Critics have argued the move is unconstitutional»

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Queste elezioni 2020 saranno cruciali.

Non solo per quella che sarà la figura umana e politica del presidente eletto, ma anche perché nel prossimo quadriennio dovranno essere rinnovati centinaia di giudici federali nelle corti di appello ed in quelle distrettuali. Una riconferma del presidente Trump sancirebbe la fine del potere giudiziario dei liberal democratici ed inizierebbe una periodo di molti decenni di predominio giuridico dei repubblicani.

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Usa 2020: Bloomberg, nuove tasse su ricchi

Ma non imposta sui paperoni voluta da Sanders e Warren

Un aumento delle tasse per 5.000 miliardi di dollari per i ricchi e le grandi aziende. E’ il piano di Michael Bloomberg, l’ex sindaco di New York candidato alla Casa Bianca. L’iniziativa prevede l’eliminazione del taglio delle tasse di Donald Trump e un aumento delle imposte sul capital gain per gli americani che guadagnano oltre un milione di dollari l’anno. Pur trattandosi di un piano ambizioso, l’iniziativa di Bloomberg non prevede alcuna maxi tassa sui ricchi simile a quella per cui spingono i rivali Bernie Sanders e Elizabeth Warren. Secondo lo staff di Bloomberg, una imposta simile potrebbe infatti essere ritenuta incostituzionale, parere condiviso anche da molti esperti legali progressisti.

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‘I will pay more’: Bloomberg unveils $5 trillion tax plan targeting the wealthy and corporations

– Billionaire candidate Mike Bloomberg unveiled a tax plan on Saturday would unwind corporate tax-breaks granted by President Donald Trump and impose at 5% surtax on incomes above $5 million a year. 

– Bloomberg has a net worth of more than $59 billion and courted business leaders as part of his campaign.

– He said “it is only right” that he pay more in taxes. 

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Billionaire Democratic candidate Mike Bloomberg unveiled a tax plan on Saturday that would unwind corporate tax breaks granted by President Donald Trump and impose an additional 5% “surtax” on incomes above $5 million a year.

According to the campaign, the plan in total would generate roughly $5 trillion and would be sufficient to help fund Bloomberg’s initiatives, including his healthcare plan, education, combating climate change and more than $1 trillion infrastructure plan.

The campaign did not state how much it would generate from its surtax on incomes above $5 million a year, though noted it would only impact less than 0.1% of taxpayers.

Bloomberg, like fellow moderate candidate Joe Biden, thinks Trump’s 2017 Tax Cuts and Jobs Act went too far. Both want to hike the corporate tax rate up to 28%, after Trump lowered it from 35% to 21%. Both want to reverse the Trump tax changes that lowered taxes on high-income households from 39.6%. to 37%. Both propose raising capital gain taxes for high-income taxpayers.

“The plan I am releasing today raises rates on wealthy individuals and corporations, closes loopholes, cracks down on tax avoidance, expands the estate tax, and reduces the tax advantages that investors have over workers,” said Bloomberg in a statement.

“And, most importantly,” he added, “my plan is achievable” in a seeming swing at more liberal policies put forward by rival Democrats, Senators Bernie Sanders and Elizabeth Warren.

For Bloomberg, who has a net worth of more than $59 billion and courted business leaders as part of his campaign, a focus on high-income taxpayers is notable. It is an acknowledgment of rising income inequality and a 2020 presidential campaign that has centered on populist rhetoric. It echoes language by millionaires and billionaires like Warren Buffett and Abigail Disney who have said they should pay higher taxes.

Bloomberg, who founded financial and media company, Bloomberg LP, said in a statement on Saturday he already gives nearly all his company’s profit to charity.

“Under my plan, I’ll continue doing that,” he noted. “But I will also pay more in taxes to make sure all Americans have the same opportunities I did. That’s only right.”

Bloomberg could take the debate stage for the first time in Nevada later this month. The Democratic National Committee on Friday unveiled new debate rules that dropped the requirement for candidates to obtain a minimum number of campaign contributors, opening a previously closed door for Bloomberg.

He is polling in fourth place in national surveys, earning approximately 8% support.

Economy and taxes take center stage

Bloomberg’s tax plan comes as the economy and taxes take center stage in the 2020 presidential election. President Trump has argued the economy has thrived under his watch. Amid deregulation and tax cuts, GDP in 2018 hit 2.9%, beating any calendar year since the financial crisis (though that growth appears to be slowing amid geopolitical uncertainty.)

Democratic candidates, though, have argued Trump’s policies primarily benefit the rich. Most of the leading Democratic candidates have offered up their solutions to a shrinking middle class, while still seeking tax-receipts to fund their initiatives.

Senators Sanders and Warren have proposed taxing wealth directly, with their versions of a “millionaire tax.” Both argue such a tax could generate trillions to fund their proposals. Critics have argued the move is unconstitutional.

Former Vice President Biden, meantime, is going after corporate tax bills. He has proposed a minimum income tax of 15% on the country’s most profitable companies, targeting companies like Amazon, which paid no federal income tax in 2018. Bloomberg has no such proposal.

For Bloomberg, a presidential campaign touting raising taxes stands in contrast to his first run for mayor of New York, which culminated in a 2002 inauguration speech in which Bloomberg implored, “We cannot drive people and business out of New York. We cannot raise taxes. We will find another way,”

That approach to taxes evolved as the city he ran faced a budget crisis, spurred in part by the 2001 terrorist attacks against the World Trade Center. He signed legislation raising the city’s property tax rates by 18.5%, a move he said was “probably the largest property tax increase in the history of the city.” He later offered, then canceled, temporary rebates for those taxes. Bloomberg again raised property taxes in 2008 as the city grappled with the Great Recession.

According to the Bloomberg campaign, during his time as mayor, he increased taxes on the wealthy by nearly $18 billion. The campaign also says that low and middle-income taxpayers held very little or no tax liability during his tenure.

Bloomberg’s taxes helped to balance the city’s budget, a move for which he earned praise. But he also received a fair share of criticism for allowing the poor to fall behind under his watch, even as the city prospered. His successor, Bill de Blasio, called New York under Bloomberg’s run “a tale of two cities.”

But Bloomberg’s defenders point to efforts to combat poverty as mayor, including a push to boost filings under the City Earned Income Tax Credit program, which his campaign says put over $15 million in the pockets of New Yorkers.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Agenzia delle Entrate Kaputt. Esautorati 2,600 capisquadra.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-01-08.

Agenzia Entrate

«Emergenza per il funzionamento dell’Agenzia delle entrate»

«Il vertice è decaduto da dicembre»

«Inoltre da gennaio 2.600 capisquadra — figure intermedie che si caricavano dell’operatività quotidiana dell’agenzia — non sono stati confermati. Di conseguenza non possono più firmare gli atti a cui stavano lavorando, a partire dai più semplici accertamenti»

«Il direttore, Antonino Maggiore, è «scaduto» da dicembre, assieme a quelli delle agenzie del Demanio e delle Dogane»

«Al momento a guidare l’Agenzia è il vicedirettore, Aldo Polito. Il problema è che Polito dal primo febbraio sarà in pensione»

«La situazione è aggravata dal fatto che il comitato di gestione (a cui spetta la ratifica delle decisioni prese dal direttore) è anch’esso scaduto dalla primavera scorsa»

«Veniamo alla situazione dei capisquadra. Fino a ieri questi guadagnavano tra i 1.600 e i 1.900 euro netti al mese. Per organizzare il lavoro, assegnare le pratiche, dare indicazioni sugli accertamenti più complessi. A giugno il sindacato aveva firmato un accordo con l’Agenzia per conferire loro un aumento. Circa 4 milioni di euro avrebbero consentito di aggiungere alle retribuzioni di ciascuno dai 190 euro lordi ai 230 euro lordi al mese»

«Per i 2.600 capi squadra al posto dell’aumento di stipendio arriverà un taglio alla retribuzione. Si parla di circa 415 euro lordi al mese in meno (circa 300 netti se si considera un’aliquota del 27%, 257 in meno per chi è tassato al 38%).»

«Il paradosso è che tutto ciò avviene proprio mentre il governo promette una più efficace lotta all’evasione fiscale»

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L’Agenzia delle Entrate giace sotto i macigni della burocrazia e dell’incuria governativa.

Non aggiungiamo altri commenti per non incorrere nei rigori del codice penale.

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Agenzia delle entrate in stallo: esautorati 2.600 capisquadra (con taglio dello stipendio)

Emergenza per il funzionamento dell’Agenzia delle entrate. Il vertice è decaduto da dicembre. Inoltre da gennaio 2.600 capisquadra — figure intermedie che si caricavano dell’operatività quotidiana dell’agenzia — non sono stati confermati. Di conseguenza non possono più firmare gli atti a cui stavano lavorando, a partire dai più semplici accertamenti.

Ma andiamo con ordine. Il direttore, Antonino Maggiore, è «scaduto» da dicembre, assieme a quelli delle agenzie del Demanio e delle Dogane. Al momento a guidare l’Agenzia è il vicedirettore, Aldo Polito. Il problema è che Polito dal primo febbraio sarà in pensione. Da notare: l’iter burocratico per la nomina del nuovo direttore dell’Agenzia richiede almeno un mese di tempo. Morale: l’Agenzia delle entrate rischia di restare a breve senza una guida. La situazione è aggravata dal fatto che il comitato di gestione (a cui spetta la ratifica delle decisioni prese dal direttore) è anch’esso scaduto dalla primavera scorsa.

Veniamo alla situazione dei capisquadra. Fino a ieri questi guadagnavano tra i 1.600 e i 1.900 euro netti al mese. Per organizzare il lavoro, assegnare le pratiche, dare indicazioni sugli accertamenti più complessi. A giugno il sindacato aveva firmato un accordo con l’Agenzia per conferire loro un aumento. Circa 4 milioni di euro avrebbero consentito di aggiungere alle retribuzioni di ciascuno dai 190 euro lordi ai 230 euro lordi al mese.

L’accordo, però, non è stato raggiunto entro la data prevista: il 31 dicembre scorso. Per i 2.600 capi squadra al posto dell’aumento di stipendio arriverà un taglio alla retribuzione. Si parla di circa 415 euro lordi al mese in meno (circa 300 netti se si considera un’aliquota del 27%, 257 in meno per chi è tassato al 38%). Nonostante ciò l’amministrazione sta chiedendo a ciascuno di continuare a firmare gli atti, con le responsabilità che ciò comporta. «I capi squadra sono figure chiave per gli uffici e devono essere remunerati in relazione ai loro compiti — dicono Cgil, Cisl, Uil, Flp e Unsa —. L’Agenzia avrebbe potuto emanare un atto unilaterale per prolungare di tre mesi la trattativa e nel frattempo permettere ai capi squadra di continuare a lavorare. Non capiamo perché questo non sia stato fatto».

Il paradosso è che tutto ciò avviene proprio mentre il governo promette una più efficace lotta all’evasione fiscale. E con un’ulteriore spada di Damocle sul futuro dell’Agenzia: la sentenza della Corte Costituzionale attesa a febbraio sulla legittimità dell’individuazione di 1.500 addetti ad «alta responsabilità» che stanno sopperendo alla decapitazione nel 2015 di 1.500 dirigenti «rei» di essere stati nominati tra chi era già interno all’agenzia e di non essere entrati tramite concorso.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario, Fisco e Tasse

Italia. Famiglie. Ricchezza finanziaria a 4,218 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-01-07.

Rembrandt. Il Cambiavalute.

Per meglio comprendere i risultati forniti dal Rapporto Aipb-Censis sarebbe utile aver presente alcuni dati forniti dall’Istat.

Calcolo della soglia di povertà assoluta

«La soglia di povertà assoluta rappresenta il valore monetario, a prezzi correnti, del paniere di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza.

Una famiglia è assolutamente povera se sostiene una spesa mensile per consumi pari o inferiore a tale valore monetario.»

Si prenda in considerazione un nucleo familiare che viva al nord in un’area metropolitana.

Per un single di età tra i 18 ed i 59 anni la soglia è 834.66 euro, ossia 10,015.92 euro/anno.

Per una famiglia di due genitori ed un figlio la soglia è 1,404.06 euro, ossia 16,848.72 euro/anno.

Per una famiglia di due genitori e due figli la soglia è 1,668.35 euro, ossia 20,020.20 euro/anno.

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«Secondo il Rapporto Aipb-Censis, nella composizione del portafoglio delle attività finanziarie vince la voce contante e depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa»

«E il 35,3% investirebbe in infrastrutture.»

«Sono 500 mila le famiglie italiane che detengono patrimoni finanziari superiori a mezzo milione di euro (circa il 2,5% delle famiglie).»

«E ammonta a circa 850 miliardi di euro il portafoglio di risparmi per investimenti affidati al private banking»

«Molta la ricchezza ereditata dal passato, poca la nuova aggiunta di recente»

«Nella composizione del portafoglio delle attività finanziarie degli italiani vince la voce contante e depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa»

«Boom anche delle riserve assicurative, pari al 23,7% del portafoglio, con un aumento del 44,6% in dieci anni»

«Crollano invece titoli obbligazionari (pesano per il 6,9% del portafoglio, erano pari al 21% dieci anni fa) e azioni (-12,4% dal 2008)»

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Ancor più interessanti delle cifre sono le motivazioni.

«la ricchezza finanziaria complessiva delle famiglie …. ammontava a 4.218 miliardi di euro»

«Secondo il 76,8% degli italiani, contante, soldi tenuti fermi sui conti correnti bancari e investimenti finanziari non devono essere tassati»

«una predilezione per il contante: amatissimo strumento contro l’insicurezza»

«il 61,2% degli italiani non utilizzerebbe i propri risparmi per acquistare Bot, Btp o altri titoli del debito pubblico. È la fine dei «Bot people»»

«Ponte di Genova, Tav, grandi catastrofi naturali, traffico intasato, trasporti locali inefficienti rendono prioritari gli investimenti in infrastrutture. Per l’89,3% degli italiani si tratta di investimenti strategici»

«Se in Italia le infrastrutture si annunciano e poi non si portano a termine, per il 57,9% degli italiani ciò dipende dalla corruzione, per il 54,1% da regole eccessive e burocrazia lenta, per il 33,7% da controlli insufficienti sulle imprese che realizzano i lavori, per il 31,7% dalla politica che cambia idea sulle opere da realizzare»

«Se l’economia reale vuole attirare risparmio deve rendersi allettante, e non per effetto di una tassazione aggiuntiva sulla liquidità»

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Vi sarebbero davvero molte considerazione da trarne.

– 500,000 euro sono una gran bella cifra, sia ben chiaro, ma ad oggi non rende in termini medi più di 10,000 euro all’anno, cifra ben al di sotto della più severa soglia di povertà. Chi li detenesse, non potrebbe certo vivere di rendita.

– Anche con l’ultima manovra finanziaria, peraltro bocciata dall’Unione Europea, il Governo si è accanito contro la classe produttiva e contro la detenzione di liquidità. Il tutto per ricavarne una manciata di miliardi.

– Nel contempo, gli italiani dispongono di 4,2018 miliardi di euro tenuti lì, alla belle meglio in ragione dei tempi, che si riverserebbero come investimenti produttivi se solo il Governo eliminasse la corruzione che è al suo interno, le regole eccessive e la burocrazia lenta, e facesse controlli degni di tal nome.

– Gli italiani non sono più disponibili a comprare titoli di stato: che il Governo si cerchi altrove gli acquirenti.

Ma questo è un concetto che né PD né M5S riuscirebbero mai a comprendere. Le ideologie offuscano le menti.

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Risparmio, non si ferma la corsa alla liquidità degli italiani

Secondo il Rapporto Aipb-Censis, nella composizione del portafoglio delle attività finanziarie vince la voce contante e depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa. E il 35,3% investirebbe in infrastrutture.

Sono 500 mila le famiglie italiane che detengono patrimoni finanziari superiori a mezzo milione di euro (circa il 2,5% delle famiglie). E ammonta a circa 850 miliardi di euro il portafoglio di risparmi per investimenti affidati al private banking.
Come rileva il 2° Rapporto Aipb-Censis «Gli italiani e la ricchezza. Affidarsi al futuro, ripartire dalle infrastrutture», realizzato dal Censis per Aipb (Associazione Italiana Private Banking) e presentato oggi a Roma, non si ferma la corsa alla liquidità degli italiani, anche se la ricchezza finanziaria complessiva delle famiglie non è ancora tornata ai livelli pre-crisi. Alla fine del 2018 ammontava a 4.218 miliardi di euro: -0,4% in termini reali rispetto al 2008. Molta la ricchezza ereditata dal passato, poca la nuova aggiunta di recente.

Nella composizione del portafoglio delle attività finanziarie degli italiani vince la voce contante e depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa. Boom anche delle riserve assicurative, pari al 23,7% del portafoglio, con un aumento del 44,6% in dieci anni. Crollano invece titoli obbligazionari (pesano per il 6,9% del portafoglio, erano pari al 21% dieci anni fa) e azioni (-12,4% dal 2008).

Secondo il 76,8% degli italiani, contante, soldi tenuti fermi sui conti correnti bancari e investimenti finanziari non devono essere tassati in misura maggiore delle risorse che invece vengono investite nell’economia reale. Le idee degli italiani sul risparmio prevedono una difesa intransigente della libertà di scelta del risparmiatore e ancora una predilezione per il contante: amatissimo strumento contro l’insicurezza. Tra i risparmiatori vince poi una crescente diffidenza verso lo Stato: il 61,2% degli italiani non utilizzerebbe i propri risparmi per acquistare Bot, Btp o altri titoli del debito pubblico. È la fine dei «Bot people».

Ponte di Genova, Tav, grandi catastrofi naturali, traffico intasato, trasporti locali inefficienti rendono prioritari gli investimenti in infrastrutture. Per l’89,3% degli italiani si tratta di investimenti strategici. Per il 50,7% bisogna investire nella messa in sicurezza del territorio contro frane, inondazioni e terremoti, per il 39,3% nelle energie alternative, per il 33,2% nella ristrutturazione di monumenti, chiese, opere d’arte, siti archeologici, per il 22,5% nelle ferrovie e nei treni locali, per il 22% in collegamenti stradali e ferroviari tra il Tirreno e l’Adriatico, per il 20,8% nella connessione internet veloce ovunque e per il 20% nei trasporti pubblici delle grandi città. Se in Italia le infrastrutture si annunciano e poi non si portano a termine, per il 57,9% degli italiani ciò dipende dalla corruzione, per il 54,1% da regole eccessive e burocrazia lenta, per il 33,7% da controlli insufficienti sulle imprese che realizzano i lavori, per il 31,7% dalla politica che cambia idea sulle opere da realizzare. Proprio le ragioni che bloccano o rallentano i cantieri dissuadono gli italiani dall’obiettivo di investire i propri soldi negli strumenti di finanziamento delle infrastrutture. Anche tra i clienti del private banking il 56,7% opta per altri investimenti dai rendimenti più sicuri e il 55,7% teme ritardi o blocchi delle opere. Nonostante tutto ciò, il 35,3% investirebbe in infrastrutture.

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Per gli italiani prima di tutto contante e depositi bancari. Fine dei ‘Bot people’

Non si ferma la corsa alla liquidità per gli italiani, nonostante il governo sia alle prese proprio in questo periodo con la lotta contro il cash. Questo uno dei punti salienti che emerge dal secondo Rapporto Aipb-Censis «Gli italiani e la ricchezza. Affidarsi al futuro, ripartire dalle infrastrutture», realizzato dal Censis per Aipb (Associazione Italiana Private Banking), presentato oggi a Roma da Giorgio De Rita, segretario generale del Censis.

Vince la voce contante e depositi bancari, italiani lontani da obbligazioni e azioni

Quando si parla di italiani e risparmi una prima considerazione da fare è che molta la ricchezza ereditata dal passato, poca la nuova aggiunta di recente. A conti fatti, alla fine del 2018 la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane ammontava a 4.218 miliardi di euro: -0,4% in termini reali rispetto al 2008. Guardando poi nel dettaglio alla composizione del portafoglio delle attività finanziarie degli italiani vince la voce contante e depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa. Gettonate anche le riserve assicurative, pari al 23,7% del portafoglio, con un aumento del 44,6% in dieci anni. Un approccio completamente diverso quando si parla di titoli obbligazionari (pesano per il 6,9% del portafoglio, erano pari al 21% dieci anni fa) e azioni (-12,4% dal 2008). In questo quadro, sono 500.000 le famiglie italiane che detengono patrimoni finanziari superiori a mezzo milione di euro (circa il 2,5% delle famiglie). E ammonta a circa 850 miliardi di euro il portafoglio di risparmi per investimenti affidati al private banking.

E’ la fine dei ‘Bot people’

Secondo il 76,8% degli italiani, contante, soldi tenuti fermi sui conti correnti bancari e investimenti finanziari non devono essere tassati in misura maggiore delle risorse che invece vengono investite nell’economia reale. Il rapporto firmato da Aipb e Censis mette inoltre in luce che le idee degli italiani sul risparmio prevedono una difesa intransigente della libertà di scelta del risparmiatore e ancora una predilezione per il contante: amatissimo strumento contro l’insicurezza. Se l’economia reale vuole attirare risparmio deve rendersi allettante, e non per effetto di una tassazione aggiuntiva sulla liquidità.

C’è poi un’altra questione che si fa largo tra i risparmiatori: ovvero una crescente diffidenza verso lo Stato che si traduce in una percentuale pari al 61,2% di italiani che non utilizzerebbe i propri risparmi per acquistare Bot, Btp o altri titoli del debito pubblico. È la fine dei «Bot people», quando il risparmio privato alimentava una esplosiva spesa pubblica, che a sua volta foraggiava redditi privati e un sistema di welfare pubblico molto generoso

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Governo rossogiallo. Bocciata la riduzione Iva sugli assorbenti.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-13.

2019-11-13__Assorbenti001

Prosegue il minuetto del governo rossogiallo Zingaretti.

Mettono un articolo nella Legge di Bilancio, e poi rattamente lo sopprimono.

Pochissime idee, ma oltremodo confuse.

«La commissione Finanze della Camera ha dichiarato inammissibile l’emendamento al Dl Fisco che chiedeva una riduzione dal 22% al 10% dell’Iva su una serie di prodotti igienici femminili, fra cui gli assorbenti»

«L’emendamento, con prima firmataria Laura Boldrini (Pd), era stato presentato da una trentina di parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione »

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Gli assorbenti non sono come gli altri rifiuti

«Nonostante siano tra i prodotti più inquinanti, la Commissione Europea li ha ritirati dalla bozza finale degli articoli da tassare a causa dell’impatto che hanno sull’ambiente»

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Aumenta l’inquinamento? E’ colpa degli assorbenti. E delle donne che li usano

«Care italiane, volete gli assorbenti usa e getta? Bene: pagate. E pagate tanto»

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Il governo rossogiallo Zingaretti è ecologista nell’animo e telebano nella prassi: chi inquina deve pagare

Ed a quanto si dice, le femmine sono altamente inquinanti. Quindi, giù tasse da orbi.

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Dl fisco: stop emendamento su assorbenti

La commissione Finanze della Camera ha dichiarato inammissibile l’emendamento al Dl Fisco che chiedeva una riduzione dal 22% al 10% dell’Iva su una serie di prodotti igienici femminili, fra cui gli assorbenti.

L’emendamento, con prima firmataria Laura Boldrini (Pd), era stato presentato da una trentina di parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Italia. Multinazionali in fuga. ArcelorMittal ed Fca sono solo esempi.

Giuseppe Sandro Mela

2019-11-12.

Titanic 002

Sareste contenti di vivere in un lager dove i kapò vi bastonassero giorno dopo giorno, vi facessero portare pesi elevati per sedici ore al giorno, e vi dessero da mangiare centocinquanta grammi di pane al giorno?

No? Sicuri?

Ma allora perché mai una multinazionale, ma anche una usuale ditta italiana, dovrebbe aver piacere di lavorare nel bel paese? Le aziende sono strozzate da una congerie di leggi, circolari applicati, norme e normative a stento contenute in 200,000 pagine, e che variano in continuazione di trimestre in trimestre.

Poi, c’è un fisco dalle mani adunche, che nessuna ragione ode. Che poi la azienda vinca il contenzioso giuridico è faccenda diversa, che si definisce nei lustri: i tempi della giustizia sono da ere geologiche.

Con una pressione fiscale totale che arriva al 70% le imprese avanza loro ben poco per la gestione ordinaria e straordinaria. Più che alla produzione l’azienda deve persare a tutti gli adempimenti burocratici.

Se però dal lager era quasi impossibile fuggire, dall’Italia le imprese possono andarsene, ed infatti la gran parte è in fuga. Sempre che non lo abbiano già fatto.

Solo per paragone, la produzione industriale annuale in Italia è scesa del -2.1%, ma in Ungheria la produzione industriale è cresciuta del +11.1% yoy, ed in Polonia del +5.6% yoy.

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«Il rischio di fuga di ArcelorMittal da Taranto e l’assottigliarsi dell’attività di Fca in quel che rimane del miraggio del polo del lusso sono soltanto gli ultimi elementi che compongono il mosaico fragile e deteriorato del radicamento delle multinazionali nel nostro Paese».

«La possibile “fuga” del colosso globale dell’acciaio da Taranto e l’assottigliarsi dell’attività di Fca in quel che rimane del miraggio del polo del lusso sono soltanto gli ultimi elementi che compongono il mosaico fragile e deteriorato del radicamento delle multinazionali nel nostro Paese. Potremmo aggiungere il probabile ridimensionamento della multinazionale del bianco Whirlpool dal Belpaese e la recente scelta della Unilever, multinazionale con quartier generale tra Londra e Rotterdam, di spostare il dado Knorr in Portogallo da Sanguinetto, in provincia di Verona»

«il limite strutturale del capitalismo familiare del Novecento italiano e le asimmetrie con il costo del lavoro dell’Est Europa hanno mandato in crisi l’industria del bianco dagli anni 70, la forza tecnologica e patrimoniale di una grande multinazionale ci si augurava che potesse sopperire a questo declino»

«Un differenziale negativo che anticipa il rischio di una uscita dei capitali stranieri da queste imprese e che fornisce una interpretazione economica – non ideologica – ai disinvestimenti presenti e futuri dal nostro Paese: è un problema di strategie di impresa – in questo caso di multinazionali – non di natura “buona” o “cattiva” dei capitali stranieri. Un caso estremo e paradossale, da questo punto di vista, è rappresentato da Fca. Che va considerata una multinazionale ormai da 8 anni. E che, come tale, opera»

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Chiunque abbia la sorte di subentrare a questo governo Zingaretti si troverà a dover ripartire dal deserto.

L’Italia è entrata nella società della misera.

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Non solo ArcelorMittal: perché le multinazionali disinvestono dall’Italia

Il rischio di fuga di ArcelorMittal da Taranto e l’assottigliarsi dell’attività di Fca in quel che rimane del miraggio del polo del lusso sono soltanto gli ultimi elementi che compongono il mosaico fragile e deteriorato del radicamento delle multinazionali nel nostro Paese

Arcelor Mittal – società giuridicamente inglese, nata dalla fusione tra i francesi di Arcelor e gli indiani di Mittal – il 4 novembre ha annunciato la sua intenzione di restituire l’ex Ilva allo stato italiano. Fca, gruppo con sede ad Amsterdam che paga le tasse a Londra, ha dimezzato il volume produttivo della Maserati a Torino, il cuore del triangolo manifatturiero, realizzando nei primi 6 mesi dell’anno lo stesso numero di macchine di lusso del primo trimestre del 2018, senza contare le incognite legate al probabile deal con Psa che potrebbe ridisegnare la presenza “italiana” dell’ex Lingotto.

La possibile “fuga” del colosso globale dell’acciaio da Taranto e l’assottigliarsi dell’attività di Fca in quel che rimane del miraggio del polo del lusso sono soltanto gli ultimi elementi che compongono il mosaico fragile e deteriorato del radicamento delle multinazionali nel nostro Paese. Potremmo aggiungere il probabile ridimensionamento della multinazionale del bianco Whirlpool dal Belpaese e la recente scelta della Unilever, multinazionale con quartier generale tra Londra e Rotterdam, di spostare il dado Knorr in Portogallo da Sanguinetto, in provincia di Verona.

Peggiora il tessuto produttivo

Tutto questo rappresenta soltanto l’accelerazione di un deterioramento del nostro tessuto produttivo che ha avuto nelle multinazionali una componente essenziale. Nel bene e nel male. Sì, perché a 10 anni dall’inizio della Grande Crisi, uno dei cuori del capitalismo industriale italiano – le aziende controllate da capitali stranieri – batteva due ritmi, in apparenza diversi e divergenti.

Il primo ritmo è lento, sempre più lento: i trasferimenti di conoscenze scientifiche e tecnologiche dalle società italiane verso le capogruppo estere e dalle capogruppo estere verso le società italiane si sono, sul lungo periodo, significativamente ridotti. E, in questo ritmo lento, ci sono nelle ultime settimane accelerazioni: se c’è qualcuno – anzi, a questo punto, se c’era qualcuno – in grado non soltanto di bonificare, ma anche di riportare all’antica brillantezza tecnologica l’acciaieria di Taranto, rendendola compatibile con l’ambiente e la salute, è – o, meglio, era – Arcelor Mittal. Se Arcelor Mittal si disimpegna, i flussi si riducono. Se va via, si interrompono.

Il secondo ritmo è inaspettatamente rapido e ha caratteri positivi: la ristrutturazione del tessuto industriale italiano ha subìto una accelerazione anche grazie all’opera dei capitali stranieri che arrivano e scelgono chi comprare, riorganizzano le fabbriche e ristrutturano l’assetto societario – danno vita a nuove società, ma senza modificare il perimetro sostanziale – contribuendo così aumentare il numero di società a controllo straniero. Una tendenza di lungo periodo, che la crisi potrebbe compromettere.

Meno tecnologia

Un organismo industriale interconnesso con altri organismi industriali è in salute quando vi è osmosi in entrambe le direzioni: la membrana, costituita dall’azienda consociata, assorbe competenze di ogni tipo dalla controllante straniera e a essa la restituisce. La consistenza di questi flussi garantisce una solidità di fondo al territorio: tanto sono maggiori questi flussi, tanto più conviene alla multinazionale straniera mantenere elevati livelli di produzione e occupazione, perché quando il legame è strutturato, articolato e sofisticato i costi di disinvestimento sono maggiori rispetto ai costi da sostenere per chiudere un impianto di sola mera produzione.

Questo meccanismo era auspicato da tutti gli osservatori quando la famiglia Merloni (ramo Vittorio) ha venduto Indesit agli americani di Whirlpool: il limite strutturale del capitalismo familiare del Novecento italiano e le asimmetrie con il costo del lavoro dell’Est Europa hanno mandato in crisi l’industria del bianco dagli anni 70, la forza tecnologica e patrimoniale di una grande multinazionale ci si augurava che potesse sopperire a questo declino.

Non è andata così sul breve periodo. Non è andata così sul lungo periodo. Le analisi dei flussi di conoscenza scientifico-tecnologiche effettuate dall’Istat sui suoi focus group di imprese a controllo straniero sono impressionanti. Nel 2005, quando il sistema industriale italiano aveva già effettuato la sua ristrutturazione successiva all’introduzione dell’euro, il 47% delle consociate riceveva dalla casa madre trasferimenti scientifici e tecnologici e il 30% li indirizzava dall’Italia all’estero.

Dieci anni dopo – con un dato credibile anche oggi – questi flussi in entrata e in uscita sono crollati: solo il 33% delle imprese assorbe know-how (il 14% in meno, in un sistema industriale ad alta sensibilità e ad alta amplificazione interna di ogni shock è una differenza consistente), mentre fa il contrario – cioè trasferisce questo sapere dal nostro Paese alla casa madre – il 24%, cioè sei imprese su cento in meno.

Il dato preoccupante, che mostra come con la Grande Crisi qualcosa si sia appunto incrinato nel processo osmotico di trasmissione di cultura tecno-industriale, è il primo. Ma anche il secondo non va bene. La qualità di un organismo produttivo è garantita dalla consistenza – chi sei, cosa fai e dove vai come soggetto industriale collettivo – ma anche dalla fluidità in entrata e in uscita con il resto della manifattura internazionale, soprattutto se la dimensione media del tuo tessuto produttivo è inferiore agli standard europei e, dunque, tu hai bisogno come l’aria di R&S e di tecnologia proveniente dall’estero.

Le multinazionali, in tempi di fisiologia e non di patologia, servono a questo. Qualcosa, invece, si è rotto, in questi flussi particolarmente nobili, in entrata e in uscita. E, quindi, aumenta la probabilità di disinvestimenti. Come sta succedendo con Whirlpool. Con tanta pace della fu Indesit.

Meno know-how manageriale

Il dai e vai tra sistemi industriali nazionali, che dopo la progressiva integrazione avvenuta con l’ultima globalizzazione stanno adesso vivendo un passaggio di regressione per via delle guerre commerciali, dei nuovi sovranismi politico-culturali e delle riperimetrazioni in senso nazionale dei grandi gruppi industriali, è basato anche sui trasferimenti di competenze manageriali. Si sono ridotti i punti di collegamento tra consociate italiane e case madri straniere: nel 2005, secondo l’Istat, il 56% delle imprese riceveva know how manageriale e commerciale dall’estero e il 33% lo ricambiava.

Le multinazionali continuano ad assorbire conoscenza: il 32%, la stessa quota di prima della Grande Crisi, continua a trasferirle alle case madri. Hanno smesso di pompare competenze manageriali verso l’Italia: a riceverle sono il 42% delle controllate italiane, il 14% in meno.

Un differenziale negativo che anticipa il rischio di una uscita dei capitali stranieri da queste imprese e che fornisce una interpretazione economica – non ideologica – ai disinvestimenti presenti e futuri dal nostro Paese: è un problema di strategie di impresa – in questo caso di multinazionali – non di natura “buona” o “cattiva” dei capitali stranieri. Un caso estremo e paradossale, da questo punto di vista, è rappresentato da Fca. Che va considerata una multinazionale ormai da 8 anni. E che, come tale, opera.

Le competenze in uscita dall’Italia verso l’estero sono state significative: tutta la reindustrializzazione delle fabbriche nordamericane è stata fatta con modelli manageriali, competenze tecniche e codici organizzativi provenienti dall’Italia: da Cassino e da Pomigliano d’Arco, da Mirafiori e da Melfi piccole squadre di specialisti si sono trasferite al Jefferson North Assembly Plant di Detroit, a Toledo in Ohio o a Windsor in Canada.

Allo stesso tempo, non ci sono state competenze e investimenti in entrata e nemmeno denari per farle sviluppare tra Torino e Modena: ci sarebbero potute essere, se il polo del lusso di Maserati e Alfa Romeo, annunciato nel 2014 da Sergio Marchionne, si fosse realizzato.

Il perimetro invariato

Questo fenomeno di anchilosamento dell’attività di scambio delle consociate con le loro controllanti fa il paio con l’aumento del peso – finanziario, ma soprattutto strategico – del capitale straniero nella nostra manifattura. Nel 2005, le imprese partecipate da investitori stranieri censite dalla banca dati Reprint erano 2.551 e avevano 520mila addetti. Nel 2018, sono diventate 3.519, il 38% in più.

Gli occupati, invece, sono saliti in maniera meno consistente a 568mila: il 10% in più. Ancor meno i ricavi: da 470 miliardi a 507 miliardi di euro (+8%). In alcuni settori strategici, la penetrazione degli investitori stranieri è stata significativa. Basti pensare che la metallurgia e la meccanica italiana a controllo estero avevano nel 2015 130mila addetti, che sono diventati 160mila nel 2018.

E che, nel tessile, nell’abbigliamento, nel cuoio e nelle calzature a controllo estero, gli occupati 4 anni fa erano 12mila e, nel 2018, sono diventati 27mila.

Tuttavia, il perimetro della manifattura italiana a partecipazione straniera è rimasto quello. Ci sono più società, ma il perimetro è quello. Ragioniamo sull’indicatore del numero di società, che è insieme ambiguo e limpido. Per questo è interessante.

Il novero degli investitori stranieri è composto dai fondi di private equity (pochi), dalle grandi società industriali e dalle piccole imprese estere (l’ultima tendenza). Una crescita così elevata del numero di società partecipate – quasi il 40% in più in 13 anni – non è spiegabile soltanto con la tendenza alla polverizzazione del tessuto produttivo italiano, che sconta una deriva di lungo periodo verso le piccole dimensioni. Né soltanto con l’ultima tendenza delle piccole imprese straniere che – magari a prezzi di saldo – comprano una omologa italiana.

C’è senz’altro di più. E questo di più non può che essere l’attitudine degli investitori stranieri – quando rilevano una società italiana perché è in crisi, o perché è nel pieno di uno sbandamento strategico per cui ha bisogno di capitali o perché si trova nel corso di un passaggio generazionale incompiuto – a operare con il taglia e cuci, il cuci e taglia.

Prendi una società con due specializzazioni produttive, come spesso capita nelle piccole e medie aziende italiane, e da una fanne due. Oppure, acquista una azienda integrata e scegli di concentrarti soprattutto sulla attività industriale, così da disaggregare per esempio i servizi e la logistica. In quel modo puoi cercare nuovi azionisti. Oppure, rendendo una parte di essa autonoma, la puoi in un secondo momento vendere e così finanziare l’acquisto (nei peggiori dei casi) o lo sviluppo (nei migliori dei casi) della impresa italiana che hai rilevato all’origine.

Lo sbandamento strategico delle ultime settimane della manifattura italiana a capitale straniero, con un disimpegno crescente si innesta su una dinamica che, sull’equity, è sul lungo periodo positiva.

L’equilibrio perduto

Le multinazionali fanno bene all’economia italiana. Rimane valido lo studio di Prometeia che ricorda come i differenziali di crescita positivi per chi è stato acquisito siano pari al 2,8% per il fatturato, al 2% per il numero di occupati e all’1,4% per la produttività.

Ma, oggi, il disimpegno è il punto di caduta di una tendenza di lungo periodo che ha visto ridurre i flussi di tecnologia e di competenze manageriali dall’estero verso le consociate del nostro Paese. Arrivano, quando rimangono ci credono meno e, a un certo punto, si disimpegnano.

I boati prodotti da Arcelor Mittal, Whirlpool e Unilever e il volume all’improvviso abbassato di Maserati e Alfa Romeo non avvengono nel silenzio. Gli scricchiolii si avvertono da tempo.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Bonaccini scrive una lettera ai parlamentari pd. ‘Non suicidiamoci.’

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-04.

2019-11-04__Italia__Sondaggio_Noto 001

Stefano Bonaccini è dal 2014 Presidente della Regione Emilia Romagna e si ricandida per le prossime elezioni del 26 gennaio 2020.

La posta in gioco è il governo della tradizionale roccaforte rossa, da cinquanta anni gestita prima dai comunisti, poi da tutte le loro evoluzioni lessicologiche. Ma dopo che l’Umbria, altro bunker rosso scarlatto, è crollato dando a Salvini il 57% dei consensi sia Mr Stefano Bonaccini sia il partito democratico iniziano a temere che la Lega li detronizzi anche in quella Regione.

È del tutto logico che sul quadro regionale gravi come cappa di piombo la situazione nazionale.

«Dall’inizio del Conte 2 ad oggi il Pd ha perso circa 5 punti, il M5S 3,5 e Leu 1 punto. È vero che nel frattempo è nata Italia Viva, meglio conosciuta come il partito di Renzi, che ha aggregato circa il 6% degli elettori. Comunque sia, anche considerando l’apporto di questa nuova forza – che al momento sembra posizionarsi più come opposizione interna che come un alleato solido – il saldo rimane negativo: -3,5%.

Dall’altra parte della barricata, invece, proprio dal momento in cui è nata l’alleanza giallorossa si delinea un incremento per i partiti del centrodestra. La Lega, che aveva lasciato a terra circa 5 punti di consenso dopo l’apertura della crisi agostana, è ritornata un po’ alla volta sulle dimensioni del risultato raccolto alle europee, ed oggi è al 33,2%, mentre il partito della Meloni continua a crescere arrivando al 9%. Si aggiunge poi Forza Italia, che seppure lontana dagli allori degli scorsi anni, è aumentata di circa 2 punti.

Pertanto il saldo di questa coalizione è +6,7%. Questo per dire che letto in questa maniera il risultato delle elezioni regionali della scorsa domenica non ha rappresentato una particolare novità, cioè si sono riconfermate in terra umbra le stesse tendenze che già si registravano da tempo a livello nazionale. ….

La maggioranza assoluta degli elettori, il 56%, esprime un parere negativo sui provvedimenti contenuti nella manovra finanziaria, il 62% pensa che le tasse aumenteranno ed il 45% ritiene che la qualità della propria vita peggiorerà nel corso del prossimo anno …. solo una minoranza degli elettori (34%) esprime fiducia nella squadra di Conte» [Quotidiano.net]

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L’esperienza umbra insegna che i sondaggi di alcuni istituti sono grossolanamente alterati a favore dei partiti attualmente al governo: i relativi risultati sono da leggersi con grande cautela. Nel tentativo di restare equilibrati, sembrerebbe di intravedere un lievissimo vantaggio della coalizione di centrodestra.

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«Il governatore emiliano, preoccupato, lancia un appello ai parlamentari dem su auto aziendali e plastic tax»

«Scrivo ai parlamentari eletti qui: la questione auto aziendali gestita come peggio si potesse e qui dove cresciamo più di tutti e con la disoccupazione al 5% rischia di farci pagare prezzo alto. Sono bombardato dai nostri elettori non dagli altri. Ps: anche la tassa sulla plastica se non mettete alcuni correttivi ed incentivi la paghiamo qui, non altrove»

«Non condivido il provvedimento sulle auto aziendali per come è stato impostato e sono sicuro, come mi hanno garantito il ministro Gualtieri e Misiani, oltre allo stesso Zingaretti, che verrà decisamente modificato o addirittura cancellato»

«La plastic tax non colpisca imprese e lavoro»

«Il presidente Bonaccini ha ragione: chiunque sia a contatto col mondo produttivo sa che una tassa sulle auto aziendali e una tassa sulla plastica produrrebbero effetti negativi per le aziende e per i lavoratori impiegati in quelle stesse aziende»

«Sono da evitare e ci impegneremo per questo (come lo abbiamo fatto con successo su aumenti iva, tassa sui telefonini, incremento irpef agli agricoltori, imposta catastale e gasolio agricolo, cedolare secca, imposte catastali per acquisto prima casa)»

«Il governo amico di Bonaccini sta preparando una manovra ammazza-Emilia Romagna»

«la cosiddetta ‘plastic tax’, rischia di colpire il distretto del biomedicale di Mirandola»

«il salasso sulle auto aziendali, penalizzerà migliaia di lavoratori delle circa 400 mila aziende del nostro territorio, ad altissima densità industriale»

«La manovra “Danneggerà particolarmente l’Emilia, che ospita l’ultimo zuccherificio rimasto in Italia, il Coprob di Minerbio, e l’intera filiera di settore, oltre che il mondo della trasformazione»

«La nuova trovata della tassa sulle cartine e sui filtri, che rischia di impattare su 250 aziende e grossisti in Emilia-Romagna ed oltre 100 rappresentanti che non potranno più vendere questo genere di prodotti, perché tutto dovrà passare dal monopolio di Stato che sarà l’unico titolato a vendere»

«Ancora una volta il Pd si dimostra nemico di lavoratori, imprese e mondo produttivo. …. se l’Emilia-Romagna cresce è solo per la capacità e la lungimiranza della propria gente, nonostante il freno imposto dal Pd»

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Una cosa sembrerebbe essere sicura. Non appena gli emiliani ed i romagnoli si renderanno conto di quante tasse siano state rovesciate loro addosso, come minimo faranno una nuova rivoluzione francese, con tanto di ghigliottina al lavoto notte e giorno.

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Allarme di Bonaccini: “Sulle tasse rischiamo di pagare un prezzo alto”

Il governatore emiliano, preoccupato, lancia un appello ai parlamentari dem su auto aziendali e plastic tax.

“Scrivo ai parlamentari eletti qui: la questione auto aziendali gestita come peggio si potesse e qui dove cresciamo più di tutti e con la disoccupazione al 5% rischia di farci pagare prezzo alto. Sono bombardato dai nostri elettori non dagli altri. Ps: anche la tassa sulla plastica se non mettete alcuni correttivi ed incentivi la paghiamo qui, non altrove”. È quanto scrive, secondo quanto si apprende, il governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, in uno stralcio della lettera inviata agli eletti dem in Emilia Romagna. Un appello che Italia viva, la formazione guidata da Matteo Renzi, accoglie.

“Non condivido il provvedimento sulle auto aziendali per come è stato impostato e sono sicuro, come mi hanno garantito il ministro Gualtieri e Misiani, oltre allo stesso Zingaretti, che verrà decisamente modificato o addirittura cancellato”. Dichiara Bonaccini spiegando che queste perplessità sono state espresse anche in occasione dei contatti avuti con i parlamentari dem e i rappresentanti del governo ma non nella forma di una lettera. 

“La plastic tax non colpisca imprese e lavoro”

Sulla plastica, “Ricordo che in Emilia Romagna il futuro piano regionale ‘plastic free’ lo stiamo condividendo anche con le imprese del settore, studiando meccanismi di compensazione e incentivi – afferma Bonaccini – che non danneggino il comparto, per una svolta ecologica assolutamente necessaria, ma che non deve colpire imprese e lavoro. La stessa logica di gioco di squadra – sottolinea il governatore – dovrebbe essere adottata a livello nazionale: per questo ho interessato il Governo, affinché le misure a cui sta pensando non danneggino un settore così importante in Emilia Romagna. Anche i parlamentari regionali del centrosinistra mi hanno assicurato di voler modificare tali misure”.

Poi uno sguardo complessivo alla manovra. “Non dimentichiamo – dice Bonaccini – che la finanziaria ha interventi positivi: ci salva da un aumento dell’Iva che sarebbe stato pagato duramente da famiglie e cittadini; stanzia i primi fondi per le famiglie e qui l’Emilia-Romagna era arrivata prima con il taglio delle rete dei nidi; avvia il taglio del cuneo fiscale per aumentare i soldi in busta paga ai lavoratori dipendenti e prevede il finanziamento di industria 4.0; rifinanziamento legge Sabatini e iper e super ammortamento per le imprese. Oltre ai 2 miliardi in più per il Fondo sanitario nazionale e altri 2 miliardi per investimenti nella sanità pubblica. Sono certo che allo stesso modo il Governo saprà trovare soluzioni che evitino impatti negativi su imprese e consumatori anche sul tema plastica”, conclude Bonaccini. 

Italia viva d’accordo con il governatore

“Il presidente Bonaccini ha ragione: chiunque sia a contatto col mondo produttivo sa che una tassa sulle auto aziendali e una tassa sulla plastica produrrebbero effetti negativi per le aziende e per i lavoratori impiegati in quelle stesse aziende. Sono da evitare e ci impegneremo per questo (come lo abbiamo fatto con successo su aumenti iva, tassa sui telefonini, incremento irpef agli agricoltori, imposta catastale e gasolio agricolo, cedolare secca, imposte catastali per acquisto prima casa)”. Lo affermano i deputati di Italia viva eletti in Emilia-Romagna, Luigi Marattin e Marco Di Maio.

“Lo faremo da in particolare da eletti in Emilia-Romagna, cuore produttivo del Paese, che in 5 anni con Stefano Bonaccini alla presidenza ha dimezzato il tasso di disoccupazione ed è divenuta la prima regione d’Italia per l’export. E lo faremo coerenti con le ragioni che ci hanno indotto a fondare Italia Viva e a dar vita a questo governo, ossia – concludono Di Maio e Marattin – evitare l’aumento di tasse o l’introduzione di nuove e sostenere le imprese”. 

Borgonzoni attacca: “Pd nemico del mondo produttivo”

“Il governo amico di Bonaccini sta preparando una manovra ammazza-Emilia Romagna” perché “la cosiddetta ‘plastic tax’, rischia di colpire il distretto del biomedicale di Mirandola” e “il salasso sulle auto aziendali, penalizzerà migliaia di lavoratori delle circa 400 mila aziende del nostro territorio, ad altissima densità industriale”. È il grido di allarme di Lucia Borgonzoni, la fedelissima salviniana candidata del centrodestra alle prossime regionali.

La manovra “Danneggerà – spiega in un post su Facebook – particolarmente l’Emilia, che ospita l’ultimo zuccherificio rimasto in Italia, il Coprob di Minerbio, e l’intera filiera di settore, oltre che il mondo della trasformazione”.
Inoltre “La nuova trovata della tassa sulle cartine e sui filtri, che rischia di impattare su 250 aziende e grossisti in Emilia-Romagna ed oltre 100 rappresentanti che non potranno più vendere questo genere di prodotti, perché tutto dovrà passare dal monopolio di Stato che sarà l’unico titolato a vendere”.

“Ancora una volta il Pd – chiosa la Borgonzoni – si dimostra nemico di lavoratori, imprese e mondo produttivo. Altro che retorica di Bonaccini: se l’Emilia-Romagna cresce è solo per la capacità e la lungimiranza della propria gente, nonostante il freno imposto dal Pd”.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Breve elenco delle ulteriori tasse.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-01.

dies-irae

Confutatis maledictis,

flammis acribus addictis,

voca me cum benedictis.


Auto aziendali, il governo riduce la stangata: tasse al 60%.

Sulle auto aziendali, noti strumenti ludici, il buon Governo Zingaretti rosso-giallo ha imposto una tassa del solo 60%. Costi aziendali che si scaricheranno quindi sui consumatori, ossia su di Voi.

Ma Salvini non è insensibile all’urlo di dolore che si leva dai Contribuenti italiani, e si prepara una risposta adeguata per le elezioni regionali in Calabria ed in Emilia Romagna.

I Cittadini Elettori e Contribuenti saranno chiamati alle urne per scegliere tra i partiti che li stanno tassando a morte oppure quelli che li farebbero diventare liberi.

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Dalla plastic tax a quella sulle bevande, tutte le tasse della manovra

Il capitolo tasse è quello che ha creato più frizioni in maggioranza. Sono sopravvissute la plastic tax da un euro al chilo per gli imballaggi e i contenitori, e la sugar tax sulle bevande.

Entra una nuova tassa su filtri e cartine per le sigarette ‘fai da te’, che ‘salva’ le sigarette elettroniche. Esce l’aumento da 50 a 150 euro delle imposte di registro per chi acquista casa. Ma sono molte le tasse contenute nella manovra, invise a una parte della maggioranza, come Italia viva

Tasse su filtri e cartine

Aumentano le accise per i fumatori. Le aliquote di base passano per le sigarette a 59,8%, per il tabacco trinciato a 59%, per i sigari a 23,5% e per i sigaretti a 24%. Fra le nuove arrivate c’è la tassa sulle cartine e sui filtri delle sigarette ‘fai da te’, che nell’ultima bozza è scesa da 0,005 euro a 0,0036 euro il pezzo contenuto in ciascuna confezione. Restano indenni da rincari le sigarette elettroniche

Stretta rimodulata sull’auto aziendale

Cambia la norma sulla stretta fiscale sulle auto aziendali. La proposta, nell’ultima bozza della manovra, prevede che, ai fini della determinazione del fringe benefit delle auto concesse in uso promiscuo ai dipendenti, la percentuale del 30% dell’importo corrispondente alla percorrenza convenzionale di 15.000 chilometri calcolato sulla base delle tabelle Aci continui ad applicarsi ai veicoli a trazione elettrica e ibrida e a quelli degli addetti alla vendita, di agenti e rappresentanti di commercio. Per gli altri veicoli la percentuale sale al 60% in caso di emissioni di biossido di carbonio fino a 160 grammi per chilometro e al 100% in caso di emissioni superiori.

Plastic tax da 1 euro al kg

È previsto il pagamento di una imposta pari a 1 euro al chilo sugli imballaggi e i contenitori monouso di plastica. Le bottiglie, le buste ad esempio dell’insalata, le vaschette per gli alimenti in polietilene. Ma anche il tetrapak del latte o i contenitori dei detersivi. È lunga la lista dei prodotti monouso su cui si applicherà la plastic tax. Come si legge nella relazione che accompagna la bozza della manovra, saranno soggetti alla tassa anche il polistirolo e pure i tappi e le etichette di plastica. Esclusi, oltre alle siringhe, i prodotti riutilizzabili come le taniche o i contenitori per la custodia di oggetti.

Merendine escluse dalla sugar tax

È istituita anche la tassa sulle bevande con zuccheri. Obbligati al pagamento sono il fabbricante, l’importatore e l’acquirente. La tassa è fissata in 10 euro per ettolitro di prodotti finiti.

Aumenta la tassa sulla fortuna

Il Governo pesca ancora dai giochi. La novità è contenuta nell’ultima bozza di manovra dove è stato previsto l’aumento dal 12% al 15% della tassa sulla fortuna per le vincite (Superenalotto, Gratta e Vinci, slot) superiori ai 500 euro. L’aumento decorrerà dal 1° maggio 2020 così da poter assicurare la messa punto delle vincite erogate dalle oltre 200mila macchinette (Slot e Vlt) sparse sul territorio nazionale.

Stretta sulle accise sul gasolio

Se le tasse sulla casa vengono bloccate – è stata eliminato anche il mini-aumento della cedolare secca sugli affitti concordati, che resta al 10% – l’esecutivo giallorosso va all’attacco di chi inquina: arriva infatti l’annunciata stretta sul gasolio per i vecchi camion e pullman, con l’agevolazione sull’accisa che scatterà solo per chi ha mezzi almeno euro 4 nel 2020, ed euro 5 dal 2021.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Governo delle Tasse cala la mannaia sul collo dei Contribuenti.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-30.

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Inebriati dal brillante successo elettorale, grazie al qual l’Umbria è adesso una regione verde, il Governo Zingaretti rosso-giallo si sfoga con bilioso rancore sui Contribuenti superstiti.

E giù tasse da orbi!!


Manovra, 4,3 miliardi di tasse in più

Già. Ma questo è un conto di molto per difetto.

«Ma fuori dal decreto Fisco ci sono interventi corposi, dalla carbon tax alle norme che colpiscono le banche, passando per gli aumenti dell’imposta ipotecaria e catastale»

Ricordatevi bene questi nomi: Mattarella, Zingaretti, Grillo, Casaleggio, Di Maio.

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Manovra: da risparmi a spending review e spunta tassa su cartine e filtri

«Oggi continuiamo con la manovra, la stiamo costruendo su meno tasse, meno burocrazia, meno evasione, e allo stesso tempo più soldi a famiglie, lavoratori e imprese ….

Detrazioni solo a chi paga con carta e bancomat. A partire dal 2020 (quindi per le dichiarazioni 2021) per ottenere tutte le detrazioni fiscali al 19% le spese dovranno essere ‘certificate’ con bonifici o pagamenti con bancomat o carte ….

Spunta anche una nuova microtassa su cartine e filtri per le sigarette “da arrotolare” nella bozza della manovra. …

Per le sole sigarette sale di un punto l’onere fiscale minimo mentre aumenta per tutti (dai sigari al tabacco trinciato) l’aliquota dell’accisa. ….

Arriva una stretta fiscale sulle auto aziendali in “fringe benefit” ….»

La tassa sulla plastica prevista in manovra ….»

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Manovra, via libera a sugar e plastic tax | Inasprite le tasse sulle sigarette 

«confermate la plastic e la sugar tax ….

Sale infatti la tassa sulla fortuna. La bozza della Manovra contiene un aumento, dal 1 aprile 2020, dal 12% al 15% del prelievo sulle vincite sopra i 500 euro. Previsto anche un aumento della quota di questa tassazione da versare all’erario: passa dall’attuale 90 al 95% ….

Slittano di 12 mesi i tagli all’editoria …. stanzia anche 8 milioni l’anno per tre anni, dal 2020 al 2022, per la convenzione con Radio Radicale.»

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La “tassa sulla fortuna” mette d’accordo il Governo: tutte le novità della Manovra

Pubblicato in: Energie Alternative, Fisco e Tasse, Ideologia liberal

Germania! Vuoi burro o alternative? La sciagurata rispose.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-24.

Surriscaldamento 001

«VOLETE BURRO O CANNONI?». Mussolini pronunciò questa frase dal balcone di Palazzo Venezia poco prima della dichiarazione della Seconda Guerra Mondiale e la folla gridò entusiasta «Cannoni! Cannoni!». Poi chi ha pagato il conto di quella guerra sono stati tantissimi giovani che purtroppo non avevano capito a tempo…

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La storia si ripete, mutatis mutandis.

I tedeschi hanno condiviso l’entusiasmo di Frau Merkel per le energie alternative, ed adesso iniziano ad arrivare i conti da pagare.

«Germany’s power network operators (TSOs) will hike by 5.5% next year the fee consumers have to pay to support the country’s shift toward renewable energies»

«The surcharge is a key part of Germany’s policy to switch to lower carbon sources of energy, known as Energiewende, but has sparked criticism from consumers because it makes up 21% of their final bills»

«A joint statement from the four TSOs said the fee to pay producers feed-in tariffs under Germany’s EEG renewable energy act will increase to 6.756 cents per kilowatt hour (kWh) in 2020 compared with 6.405 cents in 2019»

«A household consuming 5,000 kWh per annum would pay another 18 euros more next year to account for the EEG»

«In Germany, some 23% of power bills are made up of grid usage fees, which have increased due to the higher handling costs of renewable power»

«The remaining 25% represent procurement and retail distribution»

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Una Germania in piena recessione, con un drammatico calo della produzione industriale, si trova a sbattere il volto sul granito dei costi legati alle energie alternative ed a quelli della distribuzione, che dovrebbe essere rifatta di sana pianta, ancorché possa servire a qualcosa. Le distanze infatti tra gli impianti ed i luoghi di consumo sono troppo elevati per gli attuali elettrodotti, e la dissipazione elevata.

Energia. Il problema degli elettrodotti a lunga distanza. Le dissipazioni.

Già.

Pochi ci hanno pensato.

In una Germania che si dice andare incontro ad un surriscaldamento, le dispersioni degli elettrodotti sono vere e proprie stufette elettriche.

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Germans to pay 5.5% higher levy for renewable power in 2020

FRANKFURT (Reuters) – Germany’s power network operators (TSOs) will hike by 5.5% next year the fee consumers have to pay to support the country’s shift toward renewable energies, they said on Tuesday, confirming what a source earlier told Reuters.

The surcharge is a key part of Germany’s policy to switch to lower carbon sources of energy, known as Energiewende, but has sparked criticism from consumers because it makes up 21% of their final bills.

A joint statement from the four TSOs said the fee to pay producers feed-in tariffs under Germany’s EEG renewable energy act will increase to 6.756 cents per kilowatt hour (kWh) in 2020 compared with 6.405 cents in 2019.

Think-tank Agora and consumer prices comparison companies on Monday said the fee would likely hit a range of 6.5-6.7 cents.

The TSOs said in their statement that more renewable power production was forecast for next year, which could see more pay-outs to renewable power producers.

At the same time, the account in which the collected fees are held had been drawn down this year by relatively high green power output, which is driven by variable weather patterns, it said.

A household consuming 5,000 kWh per annum would pay another 18 euros more next year to account for the EEG, prices portal Check24 said in a press release on Tuesday.

In Germany, some 23% of power bills are made up of grid usage fees, which have increased due to the higher handling costs of renewable power. The remaining 25% represent procurement and retail distribution.

Agora predicted that the fee should peak in 2021, because by then wind turbines built last decade would gradually drop out of the fixed 20-year subsidy scheme that was reformed in 2017.