Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Sanità. Figlietti, non c’è più una lira. Arrangiatevi. Patto da 1,650 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-14.

Fallimento 1023

«L’addio all’incompatibilità tra la figura di commissario ad acta e quella di presidente di Regione»

«La garanzia di una «congrua copertura finanziaria nazionale» per far fronte alla revisione dei ticket e all’abolizione del superticket»

«La «flessibilità nei tetti degli acquisti da privato», quando sia necessario per curare pazienti con malattie rare o gravi in arrivo da un’altra Regione»

«Il superamento della suddivisione «oggi eccessivamente rigida» tra tetto di spesa ospedaliera e territoriale, nel quadro della revisione della governance farmaceutica»

«Queste le principali novità concordate tra i tecnici delle Regioni e del ministero, alle prese con la faticosa scrittura del nuovo Patto per la salute»

«Patto per cui in Conferenza Stato-Regioni – dove si è appena dato il via libera al riparto del payback farmaceutico 2013-2017 per 1,650 miliardi – si è deciso di posticipare la deadline a fine 2019: un escamotage che consentirà a ministero e Regioni di mettere a punto un testo finalmente condiviso e ai governatori di accedere all’aumento di 2 miliardi di euro del Fondo sanitario nazionale per il 2020, che la scorsa legge di Bilancio vincolava alla sottoscrizione del Patto stesso nei tempi prefissati (andava siglato entro il 31 marzo scorso)»

«Sul piatto c’è anche il doppio “spauracchio” revisione dei ticket e addio al superticket che mette tutti d’accordo: nelle Regioni che non hanno già provveduto ad allentare i vincoli sulla compartecipazione, tagliare quelle due voci di entrata significherebbe dover recuperare altrove le risorse»

«Che non ci sono»

«Da qui la richiesta di una “copertura nazionale”, necessaria per far fronte alla riduzione del gettito e al potenziale aumento delle cure che deriverebbe da un alleggerimento del carico sui cittadini»

«Insomma lo slogan “via i ticket” va bene per tutti, purché sia lo Stato a trovare i fondi in più»

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I proclami elettorali di Cetto La Qualunque erano del tutto ragionevoli e fattibili a confronto di questo ‘Patto’.

“Un forestale per ogni albero”!!

Parlando come si mangia, né stato né regioni hanno i fondi necessari per continuare a gestire la sanità pubblica italiana.

SSN. Il fallimento dello stato inizia a fare i primi morti. Poi, ci sarete voi.

Votare chi proponga programmi utopici significa che alla fine si va a sbattere il grugno con la durissima realtà dei fatti.

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Sole 24 Ore. 2019-10-12. Sanità in rosso, le Regioni chiedono il ritorno del governatore-commissario

È una delle novità concordate tra i tecnici delle Regioni e del ministero, alle prese con la faticosa scrittura del nuovo Patto per la salute. Tra le altre indicazioni anche le coperture per l’abolizione del superticket e la flessibilità nei tetti degli acquisti da privato.

L’addio all’incompatibilità tra la figura di commissario ad acta e quella di presidente di Regione. La garanzia di una «congrua copertura finanziaria nazionale» per far fronte alla revisione dei ticket e all’abolizione del superticket. La «flessibilità nei tetti degli acquisti da privato», quando sia necessario per curare pazienti con malattie rare o gravi in arrivo da un’altra Regione. Il superamento della suddivisione «oggi eccessivamente rigida» tra tetto di spesa ospedaliera e territoriale, nel quadro della revisione della governance farmaceutica. Queste le principali novità concordate tra i tecnici delle Regioni e del ministero, alle prese con la faticosa scrittura del nuovo Patto per la salute.

Patto per cui in Conferenza Stato-Regioni – dove si è appena dato il via libera al riparto del payback farmaceutico 2013-2017 per 1,650 miliardi – si è deciso di posticipare la deadline a fine 2019: un escamotage che consentirà a ministero e Regioni di mettere a punto un testo finalmente condiviso e ai governatori di accedere all’aumento di 2 miliardi di euro del Fondo sanitario nazionale per il 2020, che la scorsa legge di Bilancio vincolava alla sottoscrizione del Patto stesso nei tempi prefissati (andava siglato entro il 31 marzo scorso). Davanti alle quindici “schede” presentate dal ministero della Salute a fine settembre, gli assessori battono cassa e aggiungono una serie di paletti. Che soddisfano ora l’una ora l’altra Regione, sempre che lo schema di provvedimento – anticipato dall’agenzia Radiocor – resti confermato.

Nella bozza di patto ce n’è per tutti: il superamento dell’incompatibilità tra la figura di commissario ad acta e governatore di Regione in piano di rientro strizza l’occhio a chi, come il presidente della Campania Vincenzo De Luca, ne ha fatto una questione personale. Mentre la prospettiva di un allentamento del tetto di spesa sugli ospedali privati suona come musica per realtà come la Lombardia, primo approdo per i pazienti con la valigia da fuori Regione e dove c’è sostanziale parità tra erogatori pubblici e non. Sul piatto c’è anche il doppio “spauracchio” revisione dei ticket e addio al superticket che mette tutti d’accordo: nelle Regioni che non hanno già provveduto ad allentare i vincoli sulla compartecipazione, tagliare quelle due voci di entrata significherebbe dover recuperare altrove le risorse. Che non ci sono. Da qui la richiesta di una “copertura nazionale”, necessaria per far fronte alla riduzione del gettito e al potenziale aumento delle cure che deriverebbe da un alleggerimento del carico sui cittadini. Insomma lo slogan “via i ticket” va bene per tutti, purché sia lo Stato a trovare i fondi in più.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Avete votato il Governo Zingaretti? Ebbene, adesso godetevi anche le tasse verdi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-04.

Gabellieri__002__

Il Governo Zingaretti si sta muovendo con il pugno di ferro ereditato dal Kgb di infausta memoria.

«Tassa ambientale in arrivo sul gasolio: con la Legge di Bilancio 2020 potrebbe arrivare a costare quanto la benzina. Il Governo pensa ad aumentare le accise sul diesel non solo per la lotta all’evasione ma anche per un’economia più ecosostenibile»

«Secondo quanto contenuto nella bozza del Decreto Ambiente, di cui oggi non si hanno più notizie ufficiali, ci sarebbe una nuova tassa in arrivo, questa volta “ambientale”.»

«Probabilmente il taglio ai sussidi nocivi per l’ambiente, tra cui quello che garantisce accise inferiori del diesel rispetto alla benzina, sarà inserito nel ddl sul Green New Deal o direttamente in Legge di Bilancio»

«In questo modo, il diesel verrebbe a costare quanto la benzina: una stangata per i 17,3 milioni di automobilisti che posseggono un auto diesel»»

«L’aumento previsto, almeno per ora, sarebbe di un centesimo in più per ogni litro di diesel, che porterebbe nelle casse dello Stato 144 milioni di euro»

«Una misura del genere aiuterebbe a dunque a risanare la mancanza di gettito erariali, che dal 2017 si è perso per strada – è proprio il caso di dirlo – 19,4 miliardi»

«In questo modo, il diesel verrebbe a costare quanto la benzina: una stangata per i 17,3 milioni di automobilisti che posseggono un auto diesel.»

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Il Governo Zingaretti prevede per 17.3 milioni di automobilisti che posseggono un auto diesel, noti evasori fiscali e supporter dell’on. Matteo Renzi, una stangata che a regime permetterà allo stato di introitare 19.4 miliardi in più. Il portavoce di Zingaretti, un certo Conte, a ulteriormente confermato durante la conferenza stampa per l’approvazione del NADEF:

“Vogliamo proteggere da subito il nostro ambiente, non l’anno prossimo, non fra due anni”.

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È cosa nota che l’ambiente sarà tutelato nel momento in cui i Contribuenti si saranno accollati anche questa nuova tassa: pulita l’aria e pulite le loro tasche.

Sono in molti ad essere curiosi Matteo Renzi ed i suoi transumanti voteranno o meno codesta finanziaria. Con facile prognostico, la piattaforma Rousseau approverà con il solito 79.5%

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Nuova tassa sul gasolio in arrivo? Le novità della Legge di Bilancio 2020.

Tassa ambientale in arrivo sul gasolio: con la Legge di Bilancio 2020 potrebbe arrivare a costare quanto la benzina. Il Governo pensa ad aumentare le accise sul diesel non solo per la lotta all’evasione ma anche per un’economia più ecosostenibile.

Nuova tassa ambientale in arrivo, questa volta sul gasolio: l’ennesima stangata a danno degli automobilisti.

L’ipotesi secondo cui saranno aumentate le accise sul diesel fino a raggiungere lo stesso prezzo della benzina trova il proprio fondamento nelle misure annunciate per convertire l’economia del Paese verso una maggiore ecosostenibilità.

In base a quanto diffuso finora, infatti, dovrebbe essere introdotto il taglio dei sussidi dannosi all’ambiente, tra cui quello che garantisce accise inferiori al diesel rispetto alla benzina.

Non esattamente una buona notizia per gli automobilisti, categoria che ogni anno subisce parecchi danni al portafogli.

Questa misura si inserirebbe nel piano più ampio che il secondo Governo Conte sta perseguendo, basato su due grandi pilastri: il Green New Deal e la lotta all’evasione.

In aumento infatti le frodi sui carburanti: secondo le ultime stime, nel 2017 lo Stato avrebbe incassato quasi 20 miliardi di euro in meno rispetto al dovuto.

Non stupisce quindi che la Legge di Bilancio cerchi di recuperare in questo modo il gettito perduto.

Nuova tassa sul gasolio in arrivo? Le novità della Legge di Bilancio 2020

Ennesima tassa in arrivo per i consumatori, in particolare per gli automobilisti.

Secondo quanto contenuto nella bozza del Decreto Ambiente, di cui oggi non si hanno più notizie ufficiali, ci sarebbe una nuova tassa in arrivo, questa volta “ambientale”.

Probabilmente il taglio ai sussidi nocivi per l’ambiente, tra cui quello che garantisce accise inferiori del diesel rispetto alla benzina, sarà inserito nel ddl sul Green New Deal o direttamente in Legge di Bilancio.

L’aumento previsto, almeno per ora, sarebbe di un centesimo in più per ogni litro di diesel, che porterebbe nelle casse dello Stato 144 milioni di euro.

Una misura del genere aiuterebbe a dunque a risanare la mancanza di gettito erariali, che dal 2017 si è perso per strada – è proprio il caso di dirlo – 19,4 miliardi.

Secondo i dati de Il Sole 24 Ore, questo buco nelle casse statali è dovuto sia alle frodi sui carburanti che alle agevolazioni fiscali sul gasolio.

Un cane che si morde la coda, perché in fondo le frodi sono tanto più diffuse quanto più la tassazione è alta.

Continua quindi la lotta all’evasione, in una sorta di operazione congiunta con l’altro caposaldo del Governo Conte: il passaggio ad un’economia più ecosostenibile.

Nuova tassa sul gasolio? Gli effetti del Green New Deal

L’impegno green del Governo Conte è stato ulteriormente confermato durante la conferenza stampa per l’approvazione del NADEF: “Vogliamo proteggere da subito il nostro ambiente, non l’anno prossimo, non fra due anni”.

É proprio in questo contesto che vengono inserite le tasse ambientali, e in parallelo vengono inseriti incentivi come il bonus rottamazione auto per i veicoli più inquinanti.

La direzione verso un’economia più ecosostenibile sarà basata, dunque, sul taglio di bonus fiscali e altre agevolazioni.

Ma un centesimo in più per ogni litro di diesel non è l’unica novità prevista col Decreto Ambiente. La svolta green prevede, secondo Il Sole 24 Ore:

     26 misure sulle accise sui prodotti energetici;

    14 tipi di prodotti con IVA agevolata;

    7 tipi di agevolazioni IRPEF e IRES;

    5 schemi di sussidio diretto con l’agricoltura e altre 5 riguardanti altre forme di imposizione.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario, Fisco e Tasse

Ftse Mib -2.87%. E siamo solo agli inizi. DE000CA0ZEA4 +34%.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-02.

2019-10-02__Ftse Mib

Il 1° ottobre il Ftse Mib valeva 22,282 ed alla chiusura del 3 ottobre era sceso a 21,298.24. Nella sola giornata di martedì ha perso il -2.87%.

Sono molte le concause di questa decrescita felice. Felice per coloro che si erano premuniti con il DE000XM4SRT4 oppure con il DE000CA0ZEA4: meglio tutti e due.

«Il verdetto tanto atteso è arrivato. I giudici della Wto hanno stimato in 7,5 miliardi di dollari le contromisure adottabili per il danno causato dai sussidi erogati ad Airbus. Gli Stati Uniti potranno pertanto imporre dazi per un ammontare equivalente sull’export della Ue»

«la Casa Bianca potrà imporre i dazi»

«Gli istituti tedeschi tagliano le stime sulla crescita della Germania, dopo che ieri i dati sull’attività manifatturiera negli Stati Uniti scesi ai minimi da 10 anni hanno messo in allarme gli investitori. Male anche Wall Street. Occhi puntati sulla Gran Bretagna, con il premier Johnson ha presentato la sua ultima offerta per la Brexit. Spread sopra 150 punti, petrolio -1,5% dopo rialzo scorte Usa»

«Giornata da dimenticare per le Borse europee, messe in ginocchio dal fuoco incrociato di notizie allarmanti su manifatturiero e crescita, dal caos Brexit e da tensioni commerciali e geopolitiche e penalizzati anche dal ribasso di Wall Street»

«è arrivata la decisione dei cinque principali istituti di ricerca tedeschi che hanno rivisto significativamente al ribasso le stime economiche per la Germania e hanno confermato che l’industria tedesca è in fase di recessione.»

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Ma piove sempre sul bagnato.

La bozza di finanziaria presentata dal Governo Zingaretti non concorre certo a mettere di buon umore la gente. Né in Italia né nell’Unione Europea, nella incertezza di chi sarà alla fine a pagare il conto.

In ogni caso, sta tornando in auge la vecchia massima secondo la quale a giocare contro il Governo ci si guadagna sempre, ed il guadagno realizzato con lo short sul Dax a questa ora in cui stiamo scrivendo è già stato messo al sicuro in una banca di Shangai. Il guadagno poi sullo short del Ftse Mib ha lenito le ferite della finanziaria.

2019-10-02__Ftse Mib short x4

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Dimenticavamo.

Anche il 12XS I945/CBK OPEN ha consolato gli afflitti. Un +34% in una giornata concorre a mettere di buon umore. Basta che il Governo Zingaretti stia in piedi ancora un pochino e molti si saranno messi a posto. I ricchi diventeranno sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri.

2019-10-02__Ftse Mib short x12

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Aiuti a Airbus, sì Wto a dazi Usa per 7,5 miliardi sulle merci Ue. Europa pronta a rispondere

«Il verdetto tanto atteso è arrivato. I giudici della Wto hanno stimato in 7,5 miliardi di dollari le contromisure adottabili per il danno causato dai sussidi erogati ad Airbus. Gli Stati Uniti potranno pertanto imporre dazi per un ammontare equivalente sull’export della Ue.

Il verdetto tanto atteso è arrivato. I giudici della Wto hanno stimato in 7,5 miliardi di dollari le contromisure adottabili per il danno equivalente, causato a Boeing dai sussidi erogati ad Airbus e considerati illegittimi. Gli Stati Uniti potranno pertanto imporre dazi per un ammontare equivalente sull’export della Ue. La pronuncia, per diventare operativa, deve essere adottata dal Dispute Settlement Body dell’Organizzazione: un passaggio meramente formale, ci vorranno ancora da 10 giorni a 4 settimane. Poi la Casa Bianca potrà imporre i dazi.

La sentenza, pubblicata il 2 ottobre, conclude che gli Usa possono mettere in atto contromisure per un valore «non superiore a 7,496 miliardi di dollari l’anno».

È quasi l’ultimo tassello della faida dei cieli, quella tra il costruttore statunitense Boeing e il consorzio europeo Airbus. Una lite in due fasi sovrapposte: la prima sulla legittimità degli aiuti pubblici concessi da Bruxelles e Washington ai rispettivi campioni dell’aviazione civile. Su questo fronte, in due controversie parallele avviate nel 2004, la Wto ha stabilito che entrambi i gruppi hanno ricevuto miliardi di dollari di aiuti illeciti a danno del concorrente. Ci sono volute migliaia di pagine di verdetti e circa 100 milioni di dollari di spese legali. ….

Il verdetto della Wto accorda il risarcimento più alto nella storia dell’organizzazione, che ne ha già stabiliti una decina. Polverizzato il record precedente: 4 miliardi di dollari nel 2002, in una pronuncia contro i sussidi erogati alla Foreign Sales Corporation statunitense.»

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Wto, rischio recessione e Brexit affondano le Borse. Spread balza a 153

Gli istituti tedeschi tagliano le stime sulla crescita della Germania, dopo che ieri i dati sull’attività manifatturiera negli Stati Uniti scesi ai minimi da 10 anni hanno messo in allarme gli investitori. Male anche Wall Street. Occhi puntati sulla Gran Bretagna, con il premier Johnson ha presentato la sua ultima offerta per la Brexit. Spread sopra 150 punti, petrolio -1,5% dopo rialzo scorte Usa.

Giornata da dimenticare per le Borse europee, messe in ginocchio dal fuoco incrociato di notizie allarmanti su manifatturiero e crescita, dal caos Brexit e da tensioni commerciali e geopolitiche e penalizzati anche dal ribasso di Wall Street. A Milano il FTSE MIB ha chiuso sui minimi di giornata a -2,87%, penalizzato anche dal rialzo dello spread a 153 punti, dai 143 di ieri, Parigi -3,12%, Francoforte -2,76%, Londra -3,23%, Madrid -2,6%. Dopo i dati negativi diffusi martedì pomeriggio negli Stati Uniti sul settore manifatturiero, è arrivata la decisione dei cinque principali istituti di ricerca tedeschi che hanno rivisto significativamente al ribasso le stime economiche per la Germania e hanno confermato che l’industria tedesca è in fase di recessione. Sul manifatturiero europeo potranno pesare anche le decisioni della Wto, che si è espressa in favore degli Stati Uniti nella disputa tra Boeing e Airbus, cosa che spiana la strada a dazi su prodotti europei per 7,5 miliardi di dollari. Questo potrà aprire un nuovo fronte tra Washington e l’Ue nella guerra commerciale.

Intanto, sul fronte della Brexit, Boris Johnson ha presentato all’Ue la sua offerta finale in vista della scadenza del 31 ottobre. Johnson ha detto che se Bruxelles non lo prenderà in considerazione Londra non proseguirà con i negoziati e lasceranno l’Ue senza accordo. In questo contesto, non aiutano neanche le tensioni geopolitiche, con la ripresa delle proteste a Hong Kong e il lancio di un missile da parte della Corea del Nord. Tutto questo ha penalizzato gli indici europei, provocando cali generalizzati su tutti i settori, a partire da banche, tecnologici, costruzioni e finanza. Male anche gli energetici, con il petrolio in forte discesa dopo il rialzo delle scorte americane (il Wti a novembre perde l’1,7%, il Brent a dicembre l’1,8%).

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Energie Alternative, Fisco e Tasse, Unione Europea

Unione Europea. Si prospettano nuove tasse per il ‘clima’. 1,000 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-09-28.

2019-09-16__Eurotassa clima 001

L’International Monetary Fund riporta che nel 2019 il pil ppa dell’Unione Europea corrisponderà al 16.02% di quello mondiale, essendo la Cina in prima posizione con il 19.15%, con a seguito gli Stati Uniti con il 14.94% e l’India con il 7.98%.

Se sicuramente l’Unione Europea svolge ancora un ruolo di grande potenza economica, altrettanto certamente corrisponde a poco più di un sesto del sistema economico mondiale, che quindi non sarebbe in grado né di controllare né di orientare.

Ma una crisi climatica, ammesso e non concesso che esista, prende piede a livello mondiale: sole, piogge, vento e tutti gli altri eventi climatici non conoscono i confini umani. Se anche l’Unione Europea smantellasse completamente il proprio sistema industriale ed energetico, il restante 84% proseguirebbe imperterrito a produrre energia e manufatti.

2019-09-16__Eurotassa clima 002

La legge di azione di massa è strettamente legata al fenomeno della diffusione ordinaria, ossia un fenomeno di diffusione dalla zona a concentrazione maggiore alla zone circostanti a concentrazione minore. In altri termini, l’unione Europea importerebbe, senza poterci far nulla, dall’estero ciò che aveva bandito nel suo interno.

Questi banali concetti fisici sembrerebbero essere alieni alle menti di politici ed economisti.

Essi sono convinti che riducendo del 3% le emissioni di CO2 nell’Unione Europea, ossia del 16.02% del sistema economico mondiale, sia possibile bonificare l’intero orbe terraqueo.

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«Climate protection is high on the public agenda and EU finance ministers want to get in on the discussion. They have many ideas on carbon dioxide emissions pricing, but are yet to find an answer»

«Finance ministers of the 28 European Union countries met in Helsinki on Friday to discuss measures to finance and encourage environmentally sustainable growth»

«”We have neutralized our carbon dioxide emissions,” proclaimed Finland, which currently holds the EU Council’s rotating presidency»

«The meeting took place on the same day the governing coalition parties in Germany met to decide on climate measures targeting the transportation sector to ensure the country meets its 2030 goals to combat the climate crisis. Spending toward that end could approach a reported €75 billion ($83.6 billion).»

«The European Commission, the EU’s executive arm, submitted a broad palette of possible methods for determining the price for climate damaging emissions in order to collect money to invest in climate protection»

«The EU estimates that trillions, not billions, will be needed in the coming fight against climate change»

«Ursula von der Leyen, the Commission’s new president, wants to invest €1 trillion in green technologies during the coming budgetary period, which ends in 2027»

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L’idea di investire oltre 1,000 miliardi di euro nelle tecnologie verdi potrebbe a prima vista essere suadente, se non fosse per il banale motivo che questa affermazione si basa sul postulato implicito che queste risorse finanziare saranno coperte da nuove tasse.

Global Commission on Adaptation. Dateci 1.8 trilioni Usd e cambieremo il mondo.

«Several southern EU countries have called for excluding debt incurred through investments in climate protection measures from the governments’ balance sheets»

Adesso alcuni aspetti diventano maggiormente chiari. Sarebbe sufficiente etichettare le forature dei budget come ‘ecologiche’ e queste non inciderebbero più sul rapporto debito / pil: una gran bella genialata!

Ma ci sarebbero forti dubbi che un’Unione Europea in piena recessione possa permettersi un simile lusso.


Deutsche Welle. 2019-09-14. EU plans energy tax to combat climate change

Climate protection is high on the public agenda and EU finance ministers want to get in on the discussion. They have many ideas on carbon dioxide emissions pricing, but are yet to find an answer, reports Bernd Riegert.

Finance ministers of the 28 European Union countries met in Helsinki on Friday to discuss measures to finance and encourage environmentally sustainable growth.     

The meeting took place on the same day the governing coalition parties in Germany met to decide on climate measures targeting the transportation sector to ensure the country meets its 2030 goals to combat the climate crisis. Spending toward that end could approach a reported €75 billion ($83.6 billion).  

“We have neutralized our carbon dioxide emissions,” proclaimed Finland, which currently holds the EU Council’s rotating presidency, as the image was beamed onto large blue screens around the Finlandia Hall in Helsinki where finance ministers gathered.

The country is paying compensation for all the flights required during its six-month presidency. The money is earmarked for fostering environmental projects and planting trees.

It’s not entirely clear if all the finance ministers are impressed by the message. After all, nothing concrete will be decided at this informal meeting in Helsinki; the intention is to start a fundamental discussion.

The EU, says German Finance Minister Olaf Scholz, must find a way to put a sensible price on carbon dioxide emissions, optimally on an international level. “I believe we are currently in a situation where many say ‘we’d like to do something on a national level, but no one else is.'”

Scholz thinks it’s the right moment to act together and find out if consensus can’t eventually be found, saying, “That would be a big step forward.”

New tariffs or taxes to protect the environment?

The European Commission, the EU’s executive arm, submitted a broad palette of possible methods for determining the price for climate damaging emissions in order to collect money to invest in climate protection. The EU estimates that trillions, not billions, will be needed in the coming fight against climate change.

Ursula von der Leyen, the Commission’s new president, wants to invest €1 trillion in green technologies during the coming budgetary period, which ends in 2027. A quarter of EU budget expenditures during that time will be linked to climate protection.

The new Commission, which will begin work in November, hopes to introduce a kind of tariff on carbon dioxide. The plan envisions assessing the sustainability of imports from third countries. Those with poor ratings will then be taxed accordingly.

France is in favor of the plan, viewing it as a means of bolstering European competitiveness vis-a-vis China and the US. But German Finance Minister Scholz doesn’t seem to be a fan of the proposal. He finds the scheme complicated and is worried that it could lead to new trade conflicts with the US and China.

Yet, the European lobby association BusinessEurope is of the view that the concept of a duty or import tariff for environmentally damaging products is workable.

Expand emissions trading?

Austrian Finance Minister Eduard Müller is also not opposed to such a plan, but he warns that getting there won’t be easy. “We have a World Customs Organization, we have binding contracts,” he said, adding: “Nevertheless, we have to start the conversation.”

Scholz is intent on expanding the current emissions trading system to include smaller companies and even consumers. “We have a very successful European emissions trading system that applies to large industrial corporations. We are currently trying to figure out how we can limit carbon use in connection with mobility, agriculture, waste management, heating and small businesses.”

The finance minister also suggested the idea of EU-wide taxes on airline tickets, like those charged in Germany. Moreover, EU finance ministers are pondering how to bolster rail transport, for instance by lower value added taxes (VAT) for tickets.

Environmental groups have long criticized Germany for exempting international airline tickets from VAT, as well as the fact that airline fuel is taxed less than gasoline and diesel.

Excluding investments from debts and deficits?

Several southern EU countries have called for excluding debt incurred through investments in climate protection measures from the governments’ balance sheets. Valdis Dombrovskis, the European Commissioner in charge of ensuring the stability of the euro, is opposed the idea. “We can’t pretend that green debt isn’t debt,” says Dombrovskis.

He said that “a certain amount of flexibility” could be shown with the repayment of such debt. “We have done that in the past, especially in the case of Italy.”

The finance ministers of France and Luxembourg urged more German support when it comes to financing investments in climate-friendly projects. Olaf Scholz is clearly under pressure to invest some of Germany’s huge budget surplus.

The European Central Bank also let those gathered in Helsinki know that Germany’s fiscal situation remains strong, and that it should invest its surplus in such projects. The German finance minister, however, declined to comment publicly.

This week, during budget debates, he told Germany’s parliament he had billions to invest in public infrastructure projects in the event that the country went into recession.

Pubblicato in: Arte, Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Francia. Macron strozza persino il Crazy Horse.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-16.

2019-08-10__Crazy Horse

Il Crazy Horse è un qualcosa di unico al mondo.

Le ragazze del corpo di ballo hanno superato una selezione che ne accoglie solo una su cinquecento che vorrebbero lavorarvi. Provengono tutte dalla danza classica e dalla ginnastica artistica.

Infatti, se è vero che le ballerine danzano vestite di una parrucca, sarebbe altrettanto vero notare come già dopo pochi minuti si resta esterrefatti delle prestazioni professionali ginniche: più che ad uno spettacolo di varietà si starebbe assistendo a delle selezioni olimpiche.

La grazie tuttavia è tale che non permette di individuare immediatamente il severo sforzo muscolare, che deve essere dispiegato senza che trapeli il minimo senso di fatica. Anni di esercizi per realizzare show di pochi minuti primi.

Alla fine dello spettacolo ci si domanda come sia stato possibile raggiungere un simile grado di perfezione. Gli allineamenti non sgandano per più di un millimetro, nemmeno sotto sforzo massimo. Ed i volti sono costantemente sorridenti.

In poche parole, nel suo genere, è il top mondiale.

A fine carriera, ciascuna di quelle ballerine ha ottime credenziali per aprire una scuola di danza.

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Ma il Crazy Horse ha un implacabile nemico,

una satanica belva assetata di sangue umano, mai sazia.

Mr Macron ed il fisco francese.

Su cento euro che entrano, settantuno devono andare al fisco. E mica che questi si dimentichi di taglieggiare poi a man bassa gli onorari delle ragazze, peggio dei magnaccia dell’angiporto di Marsiglia.

Come risultato, il Crazy Horse si è trovato a dover ridurre i prezzi dei biglietti, cercando di ripianare i conti aumentando il numero della clientela.

Ma il termometro della crisi ha condotta persino a prospettare dei

«ONLY THE SHOW/NO DRINKS

Special offer on Mondays & Tuesdays at 11 pm»

ad 87 euro a testa.

Poi, ci sono anche ingressi last minute.

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Nota per futura memoria.

«Il 12 dicembre 2012, in ragione dell’elevata tassazione (75%) sui redditi più alti introdotta dal Governo di François Hollande, ha annunciato di aver trasferito la sua residenza a Néchin, un paesino in Belgio a pochi chilometri dal confine con la Francia. Fortemente criticato per la sua scelta (che segue una decisione analoga di altri ricchi francesi), il 16 dicembre ha dichiarato che avrebbe restituito il passaporto francese per prendere, oltre alla residenza, la cittadinanza belga e ha messo in vendita per 50.000.000 € la sua casa di Parigi; due giorni dopo ha anche fatto balenare la possibilità di acquisire la doppia cittadinanza italiana.

Sempre nello stesso periodo il presidente russo Vladimir Putin si è detto disponibile a consegnare a Depardieu il passaporto russo e ha successivamente firmato il decreto per la concessione della nazionalità russa il 3 gennaio 2013. Il 6 gennaio Depardieu ha effettivamente raggiunto la Russia nella quale, oltre a ricevere il passaporto russo, ha avuto l’occasione di pranzare con lo stesso Putin sul Mar Nero in vista delle festività natalizie ortodosse»

Pubblicato in: Commercio, Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Italia. Automobili. 74.4 miliardi l’anno di tasse.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-07.

2019-07-24__Automobili__Tasse__001

Gli Ebrei si lamentavano ad alta voce delle ‘inique decime’, infatti non vivevano in Italia.

«Se si confrontano Italia e Francia il dato più clamoroso riguarda il bollo, cioè la tassa di possesso. I francesi pagano appena 700 milioni l’anno complessivamente rispetto ai 6,8 miliardi che versano gli italiani»

«Paghiamo anche di più di Iva sulla vendita mentre di tasse e accise sui carburanti e lubrificanti i francesi pagano più di noi: 39,2 miliardi rispetto a 35,9»

«Terzi in Europa dopo Germania e Francia. Imposte e accise sui carburanti valgono 35,9 miliardi»

«Le tasse sulle automobili permettono, infatti, allo Stato italiano di incassare ogni anno qualcosa come 74,4 miliardi di euro»

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Non esiste bene che sia identificabile sul quale lo stato non abbia posto un fardello di tasse.

Così casa ed automobile sono soggette alla circadiana attenzione del fisco.

Nei fatti, non sono cose di lusso.

Tutti noi abbiamo bisogno di un buco ove per dormire e vivere, tutti noi abbiamo bisogno di una autovettura per andare e tornare dal lavoro. Mica che si abiti nella Reggia di Caserta o che si giri su Rolls Royce.

Come la tassa sul macinato, quelle sulle auto colpiscono indiscriminatamente tutti. Ripianano il deficit dell’Inps quasi nella sua interezza.

Non solo. Sono tra le poche tasse di facile esazione e, soprattutto, di ritorno immediato. Al bisogno, l’aumento delle accise determina un immediato incremento delle tasse percepite. Sono la pacchia per il Ministero delle Finanze.

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Proviamo però a pensare un pochino a cosa potrebbe succedere se lo stato le abolisse.

I Cittadini Contribuenti si ritroverebbero in tasca settantaquattro miliardi in più l’anno.

Non solo.

Tutti i costi dell’autotrasporto imputabili direttamente, oppure indirettamente, al carburante crollerebbero. Il potere di acquisto di quei 74,4 miliardi sarebbe ingigantito.

Potrebbe essere una opzione da non sottovalutarsi.


Gli automobilisti pagano 74,4 miliardi l’anno di tasse

Terzi in Europa dopo Germania e Francia. Imposte e accise sui carburanti valgono 35,9 miliardi.

Quanto pagano gli italiani per il possesso e l’uso di un’automobile. Certamente tanto, forse troppo. Le tasse sulle automobili permettono, infatti, allo Stato italiano di incassare ogni anno qualcosa come 74,4 miliardi di euro.

Quante tasse sulle auto.

Il grafico sopra mostra la classifica europea dei Paesi dove gli automobilisti versano di più allo Stato per il solo fatto di comprare, possedere e usare un’automobile. Una premessa fondamentale: i numeri indicati dal grafico sono espressi in valore assoluto, cioè in miliardi di euro. Ovviamente la quantità di denaro che gli automobilisti versano è superiore, tendenzialmente, nei Paesi più popolosi. Nessuna sorpresa, quindi, che in testa alla classifica ci sia la Germania. Gli automobilisti tedeschi versano, infatti, ben 92 miliardi di euro. Al secondo posto c’è la Francia con 79 miliardi e, al terzo posto, l’Italia con 74,4 miliardi.

Il confronto corretto, vista la premessa, è quindi tra Italia e Francia dato che italiani e francesi sono circa 60 milioni. Sono Paesi non paragonabili con la Germania che di abitanti ne ha oltre 80 milioni.

E il taglio delle accise?

Ma oltre a vedere quanto gli automobilisti versano in termini di tasse, si può sapere anche come è suddiviso il versamento a seconda dei vari balzelli che gravano sulle quattro ruote. Ecco il grafico.

Se si confrontano Italia e Francia il dato più clamoroso riguarda il bollo, cioè la tassa di possesso. I francesi pagano appena 700 milioni l’anno complessivamente rispetto ai 6,8 miliardi che versano gli italiani. Paghiamo anche di più di Iva sulla vendita mentre di tasse e accise sui carburanti e lubrificanti i francesi pagano più di noi: 39,2 miliardi rispetto a 35,9. Potremmo pagare ancora meno, in realtà, se solo la promessa del governo di ridurre, se non eliminare definitivamente, le accise sui carburanti fosse stata mantenuta, un anno fa.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

EU. Evasione Iva (Vat). 147.146 mld, ma solo il 3.1% è recuperato.

Giuseppe Sandro Mela

2019-07-27.

Banche 016. Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542.

«il Vat Gap. Significa, quindi, che lo Stato italiano incassa ogni anno (l’ultimo dato è del 2016, il più recente ufficiale disponibile), 35,9 miliardi di euro in meno di quanto dovrebbe»

«147 miliardi e 146 milioni di Iva evasa in tutta Europa»

«Comunque a Berlino e dintorni si evadono ogni anno 22,6 miliardi di euro. Segue la Gran Bretagna con poco più di 22 miliardi, e poi la Francia, con 20,8»

«l’Italia non è più prima: è superata dalla Romania con il suo 35,9% di evasione, e dalla Grecia, con il 29,2%. noi scendiamo in terza posizione con un comunque ragguardevole 25,9% e siamo seguiti dalla Slovacchia con il 25,7%, e poi altri Paesi dell’Est come Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Ungheria, tutti al di sopra della media Ue del 12,3%.»

«in tutta la Ue si è recuperato 21 miliardi e 392 milioni in tutto. In Italia parliamo di 2 miliardi e 797 milioni»

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Riassumiamo.

– Nell’Unione Europea si evadono ogni anno 147.146 miliardi di euro.

– In Italia si evadono ogni anno 35.9 miliardi di euro.

– Unione Europea e stati nazionali riescono a recuperare solo 21.192 miliardi e 2.797 miliardi, rispettivamente.

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Vi sarebbero molte ed importanti considerazioni da fare, ma alcune sarebbero di maggiore importanza.

– La discrepanza tra un’evasione stimata di 147.146 miliardi ed una accertata nei tribunali tributari di 21.192 miliardi è davvero troppo alta per non porre in serio dubbio la modalità con la quale si calcola la presunta evasione.

– Nei fatti è ben facile accusare qualcuno, persona fisica oppure giuridica, di evasione dell’Iva mentre è davvero ben più difficile il dimostrarlo.

– Si deve constatare una costosissima faciloneria nell’accusa ed una impressionante incapacità nella dimostrazione on sede di giudizio.

– In una dimensione globale o, quanto meno, europea, vi è una tale massa di leggi, normativi e regolamenti, siano essi comunitari siano essi nazionali, da rendere impossibile l’emergenza di contraddizioni di termini, che in ultima analisi portano alla soccombenza in sede di giudizio.

– È conflittuale il permettere accertamenti induttivi ed imporne poi la dimostrazione in giudizio. Le fantasie non ammettono dimostrazione.

– Tranne rare e lodevoli eccezioni, gli accertamenti sono fatti da parte di personale impreparato, anche tenendo conto di quanto sia difficile conoscere cosa sia legale od illegale in tutti i singoli stati. Ma una società che operi almeno a livello comunitario ha operazioni fatte in molti stati differenti, ciascuno con le sue proprie leggi e regolamenti. Ben difficilmente un funzionario a duemila euro al mese potrà mai competere con un agguerrito studio commercialista a dimensione europea, con onorari milionari.

* * * * * * *

Di norma, più che evasione sono fenomeni elusivi, condotti nell’alveo delle leggi vigenti.

Ma le leggi nell’Unione Europea sono promulgate dai relativi parlamenti: la responsabilità è quindi politica, non di quanti applicano le leggi disponibili.


Evasione Iva: in 5 anni recuperato solo il 2,8%

Ogni anno se ne vanno 35,9 miliardi e la lotta ai “furbetti” non dà risultati. Il confronto con l’Europa

La linea azzurra che svetta sopra tutte le altre. Ecco: quella linea azzurra è l’Italia che svetta sopra tutti gli altri Paesi europei nella classifica dell’Iva evasa in termini di valore assoluto. E non è questo il dato peggiore.

L’Iva evasa in Europa

Il grafico sopra, per l’esattezza, mostra il Vat Gap, cioè la differenza tra quanto lo Stato dovrebbe incassare dall’Iva e quanto incassa davvero. Quella differenza è, appunto, il Vat Gap. Significa, quindi, che lo Stato italiano incassa ogni anno (l’ultimo dato è del 2016, il più recente ufficiale disponibile), 35,9 miliardi di euro in meno di quanto dovrebbe. Una marea di soldi… Basti pensare che l’Iva evasa in Italia, sempre in termini assoluti (cioè in euro) rappresenta la maggioranza relativa dei 147 miliardi e 146 milioni di Iva evasa in tutta Europa.

Al secondo posto c’è la Germania, ma è quasi ovvio che sia così dato che quella tedesca è l’economia più grande del Continente. Comunque a Berlino e dintorni si evadono ogni anno 22,6 miliardi di euro. Segue la Gran Bretagna con poco più di 22 miliardi, e poi la Francia, con 20,8.

L’Iva evasa in percentuale

La classifica è abbastanza “normale”: più è ampia l’economia, più si evade l’Iva, quindi è ovvio che in testa ci siano i 4 Paesi più grandi, con l’Italia in testa che comunque non ha un’economia pari a quella tedesca. Guardiamo allora le percentuali: cioè quanta Iva si evade in percentuale sul totale incassabile da ogni singolo Stato. Ecco il grafico:

sorpresa: l’Italia non è più prima: è superata dalla Romania con il suo 35,9% di evasione, e dalla Grecia, con il 29,2%. noi scendiamo in terza posizione con un comunque ragguardevole 25,9% e siamo seguiti dalla Slovacchia con il 25,7%, e poi altri Paesi dell’Est come Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Ungheria, tutti al di sopra della media Ue del 12,3%. I Paesi più virtuosi sono Croazia, Svezia e Lussemburgo, con solo il 1,2, 1,1 e 0,9% di evasione nel 2016. Da notare la performance della Spagna dove pare che l’Iva sia una tassa pagata praticamente da tutti. Nel 2016, infatti, la percentuale di evasione sul totale è stata di appena del 2,7%, tanto che in valore assoluto (prima tabella) il suo miliardo e 966 milioni di Vat gap è superato da quello di Paesi come Grecia, Danimarca, Austria, che sono anche 5-6 volte meno popolosi.

L’evasione Iva cala

Il quadro generale però negli anni è cambiato in modo significativo, ed è giusto parlare di come vi sia stata in generale una diminuzione dell’evasione. Rispetto al 2012, per esempio, in tutta la Ue si è recuperato 21 miliardi e 392 milioni in tutto. In Italia parliamo di 2 miliardi e 797 milioni. Ma a mettere a segno il maggior calo dell’evasione in questo intervallo di tempo è stata proprio la Spagna con 4 miliardi e 306 milioni in meno. In controtendenza alcuni Paesi in cui invece il Vat gap è aumentato. In primis la Gran Bretagna con un aumento dell’evasione di 2,7 miliardi. Poi la Grecia, 151 milioni in più, la Finlandia, 734 milioni, e la Lituania.

A livello di percentuale sul totale dell’incassabile il calo è stato in media del 3,1% nella Ue, con i maggiori progressi a Malta, dove si è passati da un’evasione del 29% del totale a una solo del 2,7%, poi in Lettonia, dal 24,2% al 12,9%, e in Slovacchia, dal 36,7% al 25,7%.

Chi ha vinto la guerra all’evasione

L’ultimo grafico mostra in che percentuale i Paesi sono riusciti a diminuire (o, al contrario, hanno visto aumentare) l’evasione Iva sempre tra il 2012-2016.

Risultato? Tra il 2012 e il 2016 l’Italia ha migliorato la sua performance in quanto a lotta all’evasione Iva del 2,9%. Pochissimo se si guarda, per esempio, la Malta, e, comunque, meno della media europea del 3,1%.

Pubblicato in: Fisco e Tasse, Stati Uniti

Bernie Sanders propone di annullare il debito degli studenti. 1.6 trilioni Usd.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-28.

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Il senatore Bernie Sanders, 78enne, nominalmente indipendente ma forse più vicino alla ideologia comunista che a quella liberal democratica, si propone di correre per la campagna elettorale presidenziale del 2020.

Di questi tempi ha lanciato una proposta sulla quale sarebbe da pensare a lungo prima di cassarla oppure approvarla: sarebbe necessario fare molto bene i conti, dato l’impegno finanziario necessario.

Mr Sanders constata come negli Stati Uniti vi siano circa 42 milioni di persone, ex-studenti universitari, oberati dai debiti contratti per conseguire il diploma. La cifra totale sarebbe circa 1.6 trilioni Usd, che salirebbero a circa due trilioni tenendo conto delle spese collegate. Propone di cancellare tali debiti.

Il nodo reale sarebbe che i giovani laureati trovano in media lavoro, ma con stipendi troppo bassi per poter estinguere i debiti contratti.

Si pongono numerosi quesiti.

In primo luogo, dove e come trovare la copertura per questa cifra davvero immensa. Sono emerse alcune proposte, ma nessuna permetterebbe la copertura totale dell’impegno di spesa.

In secondo luogo, data l’entità della somma necessaria, ci si domanda se questa sia effettivamente una priorità.

In terzo luogo, l’annullamento dei debiti farebbe riversare simultaneamente nel sistema economico americano una liquidità di entità tale da poter anche destabilizzare l’intero sistema.

In quarto luogo, questo provvedimento andrebbe a beneficio della classe media, che negli ultimi decenni è stata caricata di tasse.

* * * * * * *

Sarebbe una proposta da valutare con cura ma al di là delle questioni di propaganda elettorale.

Magari, già il dimezzamento dei debiti universitari ridurrebbe l’impegno di spesa, rendendolo più fattibile,  e potrebbe generare lo stesso un indotto proficuo.

Però, dal nostro sommesso punto di vista, senza uno studio econometrico bipartisan che analizzi numericamente tutte le possibili soluzioni, potrebbe essere proficuo il non argomentare ulteriormente con le sole parole.

A latere, ma non meno importante, sarebbe il chiarimento del problema giuridico. Gli ex studenti sono infatti persone fisiche che hanno volontariamente contratto dei debiti, mentre Mr Saunders invoca un intervento con denaro pubblico.

Da ultimo, ma non per ultimo, resterebbe il problema del fatto che il conseguimento della laurea non comporta di norma l’accesso a zone stipendiali tali da poter rifondere il debito contratto, anche per la crescente ressa verso facoltà senza sbocchi lavorativi.


Bernie Sanders to Propose Canceling All $1.6 Trillion of Student Debt

Sen. Bernie Sanders (I-VT) on Monday will propose legislation canceling all $1.6 trillion worth of U.S. student debt, according to a report.

The 2020 White House contender will unveil the bill alongside Congressional Progressive Caucus co-chair Rep. Pramila Jayapal (D-WA) and Rep. Ilhan Omar (D-MN), per the Washington Post. The plan goes further than a signature proposal by Sen. Elizabeth Warren (D-MA) as the two jockey for support from the party’s progressive base in the Democrat presidential primary.

Sanders’ effort on student loans, entitled the College For All Act, would cancel $1.6 trillion of debt, claiming to save the average borrower roughly $3,000 a year. It is estimated to cost a staggering $2 trillion and be paid for by a series of “Wall Street” taxes on such things as stock trades, bonds, and derivatives, according to the proposal.

Warren’s plan, which she has suggested in a Medium post, will be introduced as legislation, would be paid for by imposing a 2 percent fee on fortunes greater than $50 million, a wealth tax designed to target the nation’s top 0.1 percent of households. Warren projects the levy would raise $2.75 trillion over 10 years, enough to pay for a universal child-care plan, free tuition at public colleges and universities, and student loan debt forgiveness for an estimated 42 million Americans — with revenue left over.

By forgiving all student debts, Sanders said the proposal addresses an economic burden for 45 million Americans. The key difference is that Warren’s plan considers the income of the borrowers, negating $50,000 in debt for those earning less than $100,000 per year and affecting an estimated 42 million people in the U.S.

“This is truly a revolutionary proposal,” Sanders said in a statement to the Post. “In a generation hard hit by the Wall Street crash of 2008, it forgives all student debt and ends the absurdity of sentencing an entire generation to a lifetime of debt for the ‘crime’ of getting a college education.”

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia. Gettito fiscale 2018 arrivato a 503.9 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-29.

Banche 016. Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542.

«il gettito tributario complessivo è stato 495,1 miliardi nel 2016, 501,3 miliardi nel 2017 e 503,9 miliardi nel 2018»

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«l’Irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche), con 181,7 miliardi di euro nel 2016 (36,72% del totale delle entrate tributarie), 183,8 miliardi nel 2017 (36,67%) e 194,3 miliardi nel 2018 (38,56%).»

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«L’Ires (imposta sul reddito delle società) vale 37,1 miliardi nel 2016 (7,49%), 36,9 miliardi nel 2017 (7,36%) e 35,4 miliardi nel 2018 (7,03%)»

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«L’Ires (imposta sul reddito delle società) vale 37,1 miliardi nel 2016 (7,49%), 36,9 miliardi nel 2017 (7,36%) e 35,4 miliardi nel 2018 (7,03%)»

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«Le accise (principalmente prelievi che pesano su prodotti petroliferi, come la benzina) hanno generato incassi per 34,1 miliardi nel 2016 (6,88%), 34,1 miliardi nel 2017 (6,82%) e 33,8 miliardi nel 2018 (6,71%)»

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«Dal prelievo sui tabacchi, lo Stato si è assicurato 10,7 miliardi nel 2016 (2,18%), 10,5 miliardi nel 2017 (2,11%) e 10,5 miliardi nel 2018 (2,10%)»

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«La tassa sulla speranza (giochi e lotto) si è attestata a 13,8 miliardi nel 2016 (2,80%), 13,5 miliardi nel 2017 (2,70%) e 13,9 miliardi nel 2018 (2,77%).»

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«l’Iva, con aliquota principale dal 22% al 25%, sarà sempre di più la regina delle tasse italiane. Si passerà dai 140 miliardi di euro previsti per il 2019 agli oltre 164 miliardi del 2020.»

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Quando un Cittadino Elettore compra un qualcosa, contribuisce solo con l’Iva a racimolare il 27% delle entrate dello stato: lo si tratti con il massimo dei rispetti e gli si auguri buona salute e lunga vita.

Ma rispetto ancor maggiore lo si porga ai fumatori, che versano ogni anno oltre dieci miliardi alle casse dello stato.

Con 60,483,973 abitanti, ogni Cittadino italiano, dai lattanti ai vegliardi, paga 8,311.13 euro di tasse ogni anno che Dio manda.


Adnk. 2019-05-28. Quante tasse pagano gli italiani

Mentre gli italiani mantengono il fiato sospeso su un possibile aumento dell’Iva, dall’Irpef all’Ires il Centro studi di Unimpresa traccia la mappa delle tasse pagate dagli italiani. E’ utile, evidenzia l’associazione, analizzare una sorta di mappa di tutte le principali tasse pagate dai contribuenti italiani. In totale, rileva Unimpresa, il gettito tributario complessivo è stato 495,1 miliardi nel 2016, 501,3 miliardi nel 2017 e 503,9 miliardi nel 2018. Il balzello che garantisce il “gruzzoletto” più alto è l’Irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche), con 181,7 miliardi di euro nel 2016 (36,72% del totale delle entrate tributarie), 183,8 miliardi nel 2017 (36,67%) e 194,3 miliardi nel 2018 (38,56%).

L’Ires (imposta sul reddito delle società) vale 37,1 miliardi nel 2016 (7,49%), 36,9 miliardi nel 2017 (7,36%) e 35,4 miliardi nel 2018 (7,03%). Le ritenute su redditi da capitale e dividendi hanno garantito alle casse dello Stato 10,1 miliardi nel 2016 (2.05%), 9,6 miliardi nel 2017 (1,93%) e 9,5 miliardi nel 2018 (1,89%).

Le accise (principalmente prelievi che pesano su prodotti petroliferi, come la benzina) hanno generato incassi per 34,1 miliardi nel 2016 (6,88%), 34,1 miliardi nel 2017 (6,82%) e 33,8 miliardi nel 2018 (6,71%). Dal prelievo sui tabacchi, lo Stato si è assicurato 10,7 miliardi nel 2016 (2,18%), 10,5 miliardi nel 2017 (2,11%) e 10,5 miliardi nel 2018 (2,10%). La tassa sulla speranza (giochi e lotto) si è attestata a 13,8 miliardi nel 2016 (2,80%), 13,5 miliardi nel 2017 (2,70%) e 13,9 miliardi nel 2018 (2,77%).

RISCHIO AUMENTO IVA – Se scatteranno le clausole di salvaguardia, l’Iva, con aliquota principale dal 22% al 25%, sarà sempre di più la regina delle tasse italiane. Si passerà dai 140 miliardi di euro previsti per il 2019 agli oltre 164 miliardi del 2020. Il balzello sui consumi salirà quindi dal 27% al 30% del totale del gettito tributario dello Stato. Secondo l’analisi del Centro studi di Unimpresa, basata sull’ultimo Documento di economia e finanza, il gettito Iva si potrebbe attestare a 164,1 miliardi nel 2020, qualora il governo non riuscisse a trovare coperture finanziarie sufficienti a sterilizzare le clausole di salvaguardia, con l’aliquota dell’imposta sul valore aggiunto destinata a salire dall’attuale 22% al 25,2%. Con l’incremento delle aliquote, l’Iva arriverebbe a rappresentare il 30,64% del gettito complessivo del 2020, paria 535,2 miliardi. Una vera e propria impennata rispetto a quest’anno: l’Iva dovrebbe arrivare a 140,1 miliardi pari al 27,62% del gettito totale, pari a 506,8 miliardi. “Spostare il carico fiscale sui consumi può avere un senso se contemporaneamente si dà potere di acquisto soprattutto ai cittadini, intervenendo con riduzioni del prelievo sui redditi da lavoro” dice il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci. “Lasciar salire l’Iva senza tagli all’Irpef è pericolosissimo: al momento non sembrano esserci alternative, considerando sia il quadro dei conti pubblici sia la congiuntura poco favorevole” aggiunge. “Le clausole di salvaguardia corrono il rischio di rappresentare il colpo di grazia per l’economia italiana: l’incremento delle aliquote avrebbe inevitabili effetti sui prezzi finali di prodotti e servizi, con i consumi destinati a fiaccarsi sensibilmente”.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia. Ogni automezzo paga mediamente 1,483.39 euro di tasse all’anno.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-11.

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Tutti sanno che il possesso di un’autovettura è un lusso sibaritico che possono concedersi solo ed esclusivamente persone particolarmente doviziose. Poi, quasi di norma, codeste persone cercano di mimetizzarsi come operai addetti alla produzione, dipendenti delle pubbliche amministrazioni, artigiani e così via. Taluni arrivano persino alla sfacciataggine di dire che l’automobile serve loro per il lavoro, quando è cosa nota che gli agenti di commercio girano a piedi con la massimo un paio di muli al seguito.

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«Gli automobilisti tedeschi versano, infatti, ben 92 miliardi di euro»

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«Al secondo posto c’è la Francia con 79 miliardi»

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«Al terzo posto, l’Italia con 74,4 miliardi»

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«Il dato più clamoroso riguarda il bollo, cioè la tassa di possesso»

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«I francesi pagano appena 700 milioni l’anno complessivamente rispetto ai 6,8 che versano gli italiani»

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«Paghiamo anche di più di Iva sulla vendita mentre di tasse e accise sui carburanti e lubrificanti i francesi pagano più di noi: 39,2 miliardi rispetto a 35,9»

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Le autovettura sono a tutto il 2016 in Italia 37,857,238, mentre il parco veicolare totale assomma a tutto il 2016 a 50,155,380 mezzi, secondo Comuni di Italia.

In termini medi, ogni automezzo paga di tasse allo stato 1,483.39 euro.

Questi italiani sono davvero gran signori.

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È stato reso pubblico questo interessante Report:

Gli automobilisti pagano 74,4 miliardi l’anno di tasse

Terzi in Europa dopo Germania e Francia. Imposte e accise sui carburanti valgono 35,9 miliardi

Quanto pagano gli italiani per il possesso e l’uso di un’automobile. Certamente tanto, forse troppo. Le tasse sulle automobili permettono, infatti, allo Stato italiano di incassare ogni anno qualcosa come 74,4 miliardi di euro.

Quante tasse sulle auto

Il grafico sopra mostra la classifica europea dei Paesi dove gli automobilisti versano di più allo Stato per il solo fatto di comprare, possedere e usare un’automobile. Una premessa fondamentale: i numeri indicati dal grafico sono espressi in valore assoluto, cioè in miliardi di euro. Ovviamente la quantità di denaro che gli automobilisti versano è superiore, tendenzialmente, nei Paesi più popolosi. Nessuna sorpresa, quindi, che in testa alla classifica ci sia la Germania. Gli automobilisti tedeschi versano, infatti, ben 92 miliardi di euro. Al secondo posto c’è la Francia con 79 miliardi e, al terzo posto, l’Italia con 74,4 miliardi.

Il confronto corretto, vista la premessa, è quindi tra Italia e Francia dato che italiani e francesi sono circa 60 milioni. Sono Paesi non paragonabili con la Germania che di abitanti ne ha oltre 80 milioni.

E il taglio delle accise?

Ma oltre a vedere quanto gli automobilisti versano in termini di tasse, si può sapere anche come è suddiviso il versamento a seconda dei vari balzelli che gravano sulle quattro ruote. Ecco il grafico.

Se si confrontano Italia e Francia il dato più clamoroso riguarda il bollo, cioè la tassa di possesso. I francesi pagano appena 700 milioni l’anno complessivamente rispetto ai 6,8 che versano gli italiani. Paghiamo anche di più di Iva sulla vendita mentre di tasse e accise sui carburanti e lubrificanti i francesi pagano più di noi: 39,2 miliardi rispetto a 35,9. Potremmo pagare ancora meno, in realtà, se solo la promessa del governo di ridurre, se non eliminare definitivamente, le accise sui carburanti fosse stata mantenuta, un anno fa. Tra l’altro il settore automotive ha anche smesso di essere la locomotiva dell’industria italiana: come ha spiegato Truenumbers in questo articolo, infatti, per numero di dipendenti, siamo solo settimi in Europa. Colpa di chi? Soprattutto delle delocalizzazioni.

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