Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Materie Prime, Regno Unito

Regno Unito. Il tetto dei prezzi energetici al consumo aumenterà del 51% ad aprile.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-01-22.

Regno Unito 002

                         In sintesi.

– Nel Regno Unito vige un tetto massimo di 1,277 sterline sul costo delle bollette energetiche

– Il tetto dei prezzi dovrebbe aumentare del 51% a 1,925 sterline all’anno dal 1° aprile,

– Il limite annuale per una famiglia media su una tariffa variabile standard dovrebbe schizzare saltare fino a 2,55 sterline ($3.077) dal 1° ottobre.

– Da agosto sono falliti 24 distributori al dettaglio.

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«The U.K.’s price cap on energy bills could soar in October for the second time this year, compounding mounting costs for households»

«The annual limit for an average household on a standard variable tariff could jump as high as 2,255 pounds ($3,077) from Oct. 1»

«That’s 77% higher than the current price cap and a 17% increase on the level the increase on the level the energy consultancy predicts will be in place from April»

«Cornwall also added its voice to calls for wider market reform and an end to the price cap, which currently protects around 15 million households from extreme hikes in their bills»

«Europe is facing an energy crisis — due largely to a supply crunch for natural gas — that’s driven 24 household suppliers bust since the start of August as wholesale power prices soar»

«Cornwall currently expects the price cap to increase 51% to 1,925 pounds per year from April 1, the first of its twice-yearly adjustments»

«The number of households in the U.K. struggling to pay their energy bills is set to triple when that happens»

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Seguendo una logica micidiale, gli aumenti dei costi di produzione segnalati dalle variazioni del PPI si stanno riverberando sui costi al consumo.

Per gli energetici si tratta di un primo aumento del 51%, ma ad ottobre la stangata sarà micidiale.

Il numero di Cittadini non in grado di sostenere simili aumenti dovrebbe triplicarsi.

L’inflazione è un demone spietato: facile da evocarsi, ma ben difficile da esorcizzarlo.

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U.K. Household Energy Price Cap Set to Surpass £2,255 in October.

(Bloomberg) — The U.K.’s price cap on energy bills could soar in October for the second time this year, compounding mounting costs for households.

The annual limit for an average household on a standard variable tariff could jump as high as 2,255 pounds ($3,077) from Oct. 1, according to Cornwall Insight Ltd. That’s 77% higher than the current price cap and a 17% increase on the level the increase on the level the energy consultancy predicts will be in place from April.

Cornwall also added its voice to calls for wider market reform and an end to the price cap, which currently protects around 15 million households from extreme hikes in their bills.

“The cap will not protect consumers from increases in gas and power prices in the long run,” said Gareth Miller, chief executive officer at Cornwall Insight, who called on the government to alleviate pressure on consumers through the tax and welfare system instead. “It is not helpful for government to keep pointing to the Default Tariff Cap when pressed on what action it is taking.”

Europe is facing an energy crisis — due largely to a supply crunch for natural gas — that’s driven 24 household suppliers bust since the start of August as wholesale power prices soar. While the price cap, currently set at 1,277 pounds by regulator Ofgem, has limited the costs companies can pass on to consumers, it has also made it more difficult for suppliers to make profits.

Cornwall currently expects the price cap to increase 51% to 1,925 pounds per year from April 1, the first of its twice-yearly adjustments. The number of households in the U.K. struggling to pay their energy bills is set to triple when that happens, according to the Resolution Foundation think tank. Ofgem is due to announce the April rise in early February.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Fisco e Tasse

PMI. Energia elettrica +75.6%, gas +133.5% rispetto le grandi imprese.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-01-18.

2022-01-17__ Bolletta 001

«L’associazione degli artigiani: “Trattamento di ‘sfavore’ rispetto alle grandi realtà produttive»

«il nostro Paese non è a misura di piccole imprese»

«I dati parlano di un 75% in più per l’energia e un 133% in più per il gas»

«Il caro energia sta colpendo indistintamente tutte le nostre imprese, anche se le piccole, ben prima degli aumenti boom registrati negli ultimi mesi, subiscono un trattamento di ‘sfavore’ rispetto alle grandi realtà produttive»

«Questo differenziale, a scapito dei piccoli, colpisce anche le realtà di pari dimensioni presenti nel resto d’Europa, sebbene negli altri Paesi questo gap sia più contenuto del nostro»

«Sebbene queste ultime costituiscono oltre il 99% delle aziende presenti in Italia, diano lavoro ad oltre il 60 per cento degli addetti del settore privato e siano la componente caratterizzante il made in Italy nel mondo, continuano ad essere ingiustificatamente discriminate»

«non sono poche le attività che hanno organici ridotti all’osso»

«Rispetto alla media europea, invece, i nostri piccoli imprenditori pagano mediamente il 15% in più»

«tariffa più elevata …. nel nostro Paese per ogni MWh (Iva esclusa) consumati è pari a 53,7 euro, registriamo una variazione di prezzo rispetto alla media dei paesi che utilizzano la moneta unica del +7,6%»

«Sempre nel primo semestre 2021, per la bolletta elettrica, ad esempio, in riferimento alle piccole imprese il 40,7% del costo totale è riconducibile a tasse e oneri: la media dell’Area euro, invece, è del 35,7%»

«Per quella del gas, invece, se in Italia l’incidenza percentuale della tassazione sul costo totale a carico delle piccole aziende è del 27%, nell’Area euro si attesta attorno al 25%»

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I dati numerici sono questi.

Sarebbe sufficiente eliminare dalla bolletta dell’energia elettrica il carico del 40.7% di tasse ed oneri per dare respiro a questo comparto produttivo.

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Le Pmi pagano di più elettricità e gas rispetto alle grandi aziende. L’analisi della Cgia.

L’associazione degli artigiani: “Trattamento di ‘sfavore’ rispetto alle grandi realtà produttive. Se ancora ce ne fosse bisogno, questa è un’ulteriore dimostrazione che il nostro Paese non è a misura di piccole imprese”. I dati parlano di un 75% in più per l’energia e un 133% in più per il gas.

“Il caro energia sta colpendo indistintamente tutte le nostre imprese, anche se le piccole, ben prima degli aumenti boom registrati negli ultimi mesi, subiscono un trattamento di ‘sfavore’ rispetto alle grandi realtà produttive”. Questa è la posizione presa dalla Cgia di Mestre.

Secondo gli ultimi dati Eurostat relativi al primo semestre 2021, infatti, le piccole aziende pagano l’energia elettrica il 75,6% e il gas addirittura il 133,5% in più delle grandi. “Questo differenziale, a scapito dei piccoli, colpisce anche le realtà di pari dimensioni presenti nel resto d’Europa, sebbene negli altri Paesi questo gap sia più contenuto del nostro”.

“Se ancora ce ne fosse bisogno, questa è un’ulteriore dimostrazione che il nostro Paese non è a misura di piccole imprese. Sebbene queste ultime costituiscono oltre il 99% delle aziende presenti in Italia, diano lavoro ad oltre il 60 per cento degli addetti del settore privato e siano la componente caratterizzante il made in Italy nel mondo, continuano ad essere ingiustificatamente discriminate”, spiega l’analisi della Cgia.

                         Ormai si lavora di notte

In questa prima settimana di rientro dopo le vacanze natalizie, ad esempio, molte di queste realtà hanno deciso di introdurre o di potenziare il turno di notte per abbattere i costi energetici. Pertanto, tra assenze legate al Covid e la necessità di rimodulare il ciclo produttivo per tagliare il costo delle bollette, non sono poche le attività che hanno organici ridotti all’osso e grosse difficoltà a garantire processi produttivi efficienti.

                         Le misure introdotte dal governo 

Per abbattere i costi delle bollette di luce e gas il Governo Draghi a messo a punto una serie di interventi che sono entrati in vigore nella seconda parte del 2021, per un importo complessivo pari a 8,5 miliardi di euro. I principali sono:

  1. La conferma dell’azzeramento degli oneri generali di sistema applicato alle utenze elettriche domestiche e alle utenze non domestiche in bassa tensione, per altri usi, con potenza disponibile fino a 16,5 kW e la sostanziale riduzione degli oneri per le restanti utenze elettriche non domestiche;
  2. Per tutte le utenze la riduzione dell’Iva al 5% del il gas naturale;
  3. L’annullamento, già previsto nel quarto trimestre 2021, degli oneri di sistema per il gas naturale, per tutte le utenze, domestiche e non domestiche;
  4. Il potenziamento del bonus applicato ai clienti domestici del settore elettrico e del gas naturale in condizione economicamente svantaggiata ed ai clienti domestici in gravi condizioni di salute.

                         I piccoli sono più penalizzati

In merito alle tariffe dell’energia elettrica, ad aver aumentato lo storico differenziale tra piccole e grandi imprese ha contribuito l’entrata in vigore, dal primo gennaio 2018, della riforma degli energivori. L’effetto prodotto da questa novità legislativa, che prevede un costo agevolato dell’energia elettrica per le grandi industrie, di fatto ha azzerato a queste ultime la voce ‘Oneri e Imposte’, ridistribuendola a carico di tutte le altre categorie di imprese escluse dalle agevolazioni, spiega la Cgia. 

È altresì vero che a seguito delle misure messe in campo dal Governo Draghi nella seconda parte del 2021, questo gap si è leggermente ridotto. Per quanto concerne il gas, invece, il divario tariffario è riconducibile al fatto che tutte le grandi imprese ricevono dai fornitori delle offerte personalizzate con un prezzo stabilito su misura e sulla base delle proprie necessità.

Pertanto, in sede di trattativa, il peso dei consumi è determinante per ‘strapparè al fornitore una tariffa molto vantaggiosa. Possibilità che, ovviamente, alle piccole imprese è preclusa. Va altresì ricordato che nel mercato libero le offerte di prezzo possono interessare solo la componente energia; le altre voci di spesa – come le spese di trasporto, gli oneri di sistema, la gestione del contatore etc. – sono stabilite periodicamente dall’Autorità per l’Energia e sono uguali per tutti i fornitori.

                         Anche in Europa le Pmi pagano di più

Concentrando l’attenzione solo sulle piccole imprese, dal confronto con le realtà produttive europee di pari dimensione emerge che in Italia i costi energetici sono tra i più elevati. Tra tutti i paesi dell’Area euro, infatti, solo rispetto alla Germania le nostre imprese pagano meno (del 12,6%).

Rispetto alla media europea, invece, i nostri piccoli imprenditori pagano mediamente il 15% in più. Quando si analizza il costo del gas, invece, tra i Paesi dell’Area euro le Pmi italiane sono al terzo posto (dopo Finlandia e Portogallo) per la tariffa più elevata. Se, come riportato più sopra, quella mediamente applicata nel nostro Paese per ogni MWh (Iva esclusa) consumati è pari a 53,7 euro, registriamo una variazione di prezzo rispetto alla media dei paesi che utilizzano la moneta unica del +7,6%.

                         L’incidenza delle imposte è al top

Assieme all’andamento del costo della materia prima, in Italia la componente fiscale è l’altra voce che contribuisce in maniera determinante ad innalzare il costo delle tariffe. Sempre nel primo semestre 2021, per la bolletta elettrica, ad esempio, in riferimento alle piccole imprese il 40,7% del costo totale è riconducibile a tasse e oneri: la media dell’Area euro, invece, è del 35,7%.

Per quella del gas, invece, se in Italia l’incidenza percentuale della tassazione sul costo totale a carico delle piccole aziende è del 27%, nell’Area euro si attesta attorno al 25%. “Come segnalavamo più sopra, va comunque ricordato che a seguito delle misure messe in campo dal Governo Draghi, l’incidenza del peso del fisco sul costo complessivo delle tariffe energetiche è leggermente diminuito”, conclude la Cgia. 

Pubblicato in: Finanza e Sistema Bancario, Fisco e Tasse

Germania. Grandi capitali in fuga verso la Svizzera. Paura delle sinistre.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-09-25.

Julius Bar 001

Altro che grandi migrazioni di popoli! Dalla Germania stanno fuggendo verso la Svizzera come perseguitati politici ed economici i grandi miliardari ed i loro capitali.

Ed abbiamo dati certi solo per questo flusso, ma la stima verso altre nazioni non è certo da meno.

Un governo di sinistra in Germania sarebbe la loro morte.

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«A potential lurch to the left in Germany’s election on Sunday is scaring millionaires into moving assets into Switzerland»

«If the centre-left Social Democrats (SPD), hard-left Linke and environmentalist Greens come to power, the reintroduction of a wealth tax and a tightening of inheritance tax could be on the political agenda»

«For the super-rich, this is red hot … Entrepreneurial families are highly alarmed»

«The move shows how many rich people still see Switzerland as an attractive place to park wealth, despite its efforts to abolish its image as a billionaires’ safe haven»

«No country has more offshore assets than Switzerland and inflows accelerated in 2020, to the benefit of big banks such as UBS, Credit Suisse and Julius Baer»

«Bank for International Settlements data show deposits of German households and companies at banks in Switzerland climbed almost $5 billion to $37.5 billion in the first quarter of 2021, and this does not include shares, bonds or financial products»

«Many wealthy people, especially entrepreneurs, fear that there will be a lurch to the left in Germany – no matter how the elections turn out»

«A poll on Thursday showed the SPD, on 25%, leading outgoing Chancellor Angela Merkel’s conservatives by four points»

«The SPD wants to reintroduce a wealth tax and increase inheritance tax, while the Greens – a likely potential coalition partner – plan to tax fortunes more heavily»

«Switzerland as a financial centre is characterized by stability, legal security and a high level of financial competence»

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Il caso della Germania e dell’Unione Europea è paradigmatico del sistema ideologico delle sinistre.

Curano il paziente avvelenato somministrandogli ancor più veleno.

Poi, si lagnano se il sistema implode.

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German millionaires rush assets to Switzerland ahead of election.

Zurich, Sept 24 (Reuters) – A potential lurch to the left in Germany’s election on Sunday is scaring millionaires into moving assets into Switzerland, bankers and tax lawyers say.

If the centre-left Social Democrats (SPD), hard-left Linke and environmentalist Greens come to power, the reintroduction of a wealth tax and a tightening of inheritance tax could be on the political agenda.

 “For the super-rich, this is red hot,” said a German-based tax lawyer with extensive Swiss operations. “Entrepreneurial families are highly alarmed.”

The move shows how many rich people still see Switzerland as an attractive place to park wealth, despite its efforts to abolish its image as a billionaires’ safe haven.

No country has more offshore assets than Switzerland and inflows accelerated in 2020, to the benefit of big banks such as UBS, Credit Suisse and Julius Baer. Geopolitical tensions and fears of the COVID-19 pandemic’s economic fallout made Switzerland’s political stability attractive.

Bank for International Settlements data show deposits of German households and companies at banks in Switzerland climbed almost $5 billion to $37.5 billion in the first quarter of 2021, and this does not include shares, bonds or financial products.

More recent figures are not available, but insiders say the inflows have continued. “I have booked an above-average amount of new money as in the past three months,” said a veteran client adviser at a large Swiss bank who deals mainly with Germans.

“Many wealthy people, especially entrepreneurs, fear that there will be a lurch to the left in Germany – no matter how the elections turn out,” says Florian Dürselen, head of Europe at wealth manager LGT Switzerland.

One top Swiss banker said: “I know a number of German entrepreneurs who want to have a foothold outside Germany if things get too red (leftist) there.”

                         TAX ON ASSETS

A poll on Thursday showed the SPD, on 25%, leading outgoing Chancellor Angela Merkel’s conservatives by four points.

The SPD wants to reintroduce a wealth tax and increase inheritance tax, while the Greens – a likely potential coalition partner – plan to tax fortunes more heavily. Although both envision raising income tax for top earners, a tax on assets would raise much more money, the tax lawyer said.

He was seeing increased demand for advice from clients, he said, noting some entrepreneurs had sought to protect themselves by making new investments through a company in Switzerland or transferring assets to a foundation in Liechtenstein.

Simply transferring cash to a Swiss bank account, on the other hand, no longer helps. Under immense international pressure, the Swiss now share such account data with tax authorities in clients’ home countries.

“Switzerland as a financial centre is characterized by stability, legal security and a high level of financial competence. However, it does not offer any protection against tax evasion,” said a spokesperson for the State Secretariat for International Financial Matters (SIF).

LGT’s Dürselen said he recently spoke with a German entrepreneur who feared Germany could soon tax foreign assets or transactions harshly, which fostered the view of Switzerland as a safe haven for capital.

“Personally, I assume that considerable assets will continue to be moved to Switzerland,” he said.

One local politician said dozens of wealthy German entrepreneurs have inquired in recent months about residing in one of the low-tax suburbs along Lake Zurich.

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Italia. Carburanti. Benzina a 1.77 e diesel a 1.64 euro al litro. E siamo solo agli inizi.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-07-08.

Brueghel il Giovane. Pagamento delle Tasse. Fisher_Museum_of_Art

«È stato un fine settimana di aumenti generalizzati per i prezzi dei carburanti»

«Con il Brent abbondantemente sopra i 76 dollari»

«il prezzo medio nazionale praticato della benzina, in modalità self, va a 1,637 euro/litro (venerdì 1,632) con i diversi marchi compresi tra 1,629 e 1,649 euro/litro (no logo 1,620)»

«Il prezzo medio praticato del diesel, sempre in modalità self, è a 1,497 euro/litro (venerdì 1,492) con le compagnie posizionate tra 1,486 e 1,521 euro/litro (no logo 1,474)»

«Quanto al servito, per la benzina il prezzo medio praticato sale a 1,776 euro/litro (venerdì 1,771) con gli impianti colorati che mostrano prezzi medi praticati tra 1,720 e 1,852 euro/litro (no logo 1,668)»

«La media del diesel cresce a 1,642 euro/litro (venerdì 1,637) con i punti vendita delle compagnie con prezzi medi praticati compresi tra 1,582 e 1,726 euro/litro (no logo 1,524)»

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Poi vengono a dirci che l’inflazione si aggira attorno all’1% all’anno.

Bollette, a luglio scattano i maxi aumenti: perché le tariffe di gas e luce volano

«Aumentano le bollette di luce e gas con un incremento definitivo del 9,9% per la bolletta dell’elettricità e del 15,3% per quella del gas nel terzo trimestre del 2021per la famiglia tipo in tutela. Ma perché stanno aumentando così tanto le tariffe? Lo spiega la stessa Arera, l’Autorità per l’energia, nel suo comunicato in cui analizza con precisione i motivi alla base degli aumenti annunciati giovedì sera (che hanno a che fare anche con la pandemia). Dopo i ribassi delle materie prime infatti durante il Covid-19, è in corso da tempo una forte crescita delle quotazioni delle principali materie prime energetiche, in particolare i prezzi europei del gas che sono cresciuti di oltre il 30% nel secondo trimestre del 2021 rispetto al primo e risultano sempre più correlati con il prezzo della CO2 che, nel mese in corso, si è attestato oltre i 50 €/tCO2, anche per le attese di un possibile rafforzamento delle vigenti politiche comunitarie per il contenimento delle emissioni nocive dei gas serra»

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«incremento definitivo del 9,9% per la bolletta dell’elettricità»

«incremento definitivo del 15,3% per quella del gas»

«i prezzi europei del gas sono cresciuti di oltre il 30% nel secondo trimestre del 2021»

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I costi all’utenza degli energetici e del carburante sono aumentati vorticosamente negli ultimi mesi.

Difficile pensare ad un comparto industriale che non consumi corrente elettrica ed a famiglie che non consumino il gas, quanto meno per cucinare.

L’automobile non è un oggetto ludico, serve per andare e tornare dal lavoro.

Infine, tutta la distribuzione si avvale del trasporto gommato.

Nella realtà dei fatti in Italia gli aumenti dei prezzi si aggirano, in termini medi, attorno al dieci per cento.

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Carburanti, arrivano nuovi aumenti: benzina a 1,77 e diesel a 1,64 di media

È stato un fine settimana di aumenti generalizzati per i prezzi dei carburanti. Con il Brent abbondantemente sopra i 76 dollari, in attesa di un difficile accordo tra i Paesi Opec sui tagli alla produzione e con le quotazioni dei prodotti raffinati in Mediterraneo di nuovo in aumento. Già sabato Eni ha aumentato di un centesimo al litro i prezzi consigliati di benzina, gasolio e Gpl. Per IP invece il rialzo si è registrato +1 cent/litro su benzina, gasolio e Gpl. Per Tamoil +1 cent su benzina e diesel e +2 sul Gpl. Per Q8 + 3 cent/litro sul Gpl.

                         L’oscillazione dei prezzi

In crescita di conseguenza i prezzi praticati sul territorio, a parziale recepimento dei movimenti verso l’alto. Nel dettaglio, in base all’elaborazione di Quotidiano Energia dei dati alle 8 di ieri comunicati dai gestori all’Osservaprezzi carburanti del Mise, il prezzo medio nazionale praticato della benzina, in modalità self, va a 1,637 euro/litro (venerdì 1,632) con i diversi marchi compresi tra 1,629 e 1,649 euro/litro (no logo 1,620). Il prezzo medio praticato del diesel, sempre in modalità self, è a 1,497 euro/litro (venerdì 1,492) con le compagnie posizionate tra 1,486 e 1,521 euro/litro (no logo 1,474). Quanto al servito, per la benzina il prezzo medio praticato sale a 1,776 euro/litro (venerdì 1,771) con gli impianti colorati che mostrano prezzi medi praticati tra 1,720 e 1,852 euro/litro (no logo 1,668). La media del diesel cresce a 1,642 euro/litro (venerdì 1,637) con i punti vendita delle compagnie con prezzi medi praticati compresi tra 1,582 e 1,726 euro/litro (no logo 1,524). Infine, il Gpl va da 0,672 a 0,683 (no logo 0,652).

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Italia. Maggio21. Benzina. 1.59 euro per litro. 35 centesimi in più in un anno.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-07-05.

2021-07-06__ Italia Benzina 001

I sintesi.

– A maggio la benzina costa alla pompa 1.59 euro/litro

– ripresa di una domanda …. cui si associa però anche una scarsità di offerta

– i prezzi dei beni energetici sono saliti di ben il 13,8% lo scorso mese su base annuale

– delle accise, che proprio quel mese erano arrivate a 72,84 centesimi

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Resta difficile comprendere come un incremento annuo del costo dei beni energetici del +13.8% non si sia ripercosso rapidamente sulla inflazione, che, ufficialmente, si aggirerebbe attorno all’1%.

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Il prezzo della benzina risale, mai così alto da luglio 2019

A maggio è arrivato a 1,59 euro. Era di 35 centesimi più basso un anno prima.

Negli Stati Uniti appare già come un’emergenza. Anche se meno preoccupante di quella sanitaria, sta attirando l’attenzione di economisti, politici, e naturalmente consumatori. Si tratta dell’inflazione, che nel mese di maggio ha raggiunto il valore del 5%, misurata anno su anno. Era dall’agosto del 2008 che non arrivava a tali livelli. Una vera e propria volata dei prezzi lanciata dalle tariffe dell’energia e dal prezzo della benzina, che hanno messo a segno incrementi in doppia cifra.

Le ragioni stanno nella ripresa di una domanda a lungo innaturalmente contratta dalle restrizioni dovute dalla pandemia, per esempio nell’ambito delle auto e dei trasporti, basti pensare ai voli aerei, cui si associa però anche una scarsità di offerta in determinati settori. Come nel caso dei microchip, a causa della crisi dei superconduttori, e in altri settori. Le ragioni si ritrovano nella difficoltà di alcune filiere ad adattarsi prima a una rapida diminuzione delle richieste, poi ad un veloce aumento.

Naturalmente non è estraneo all’inflazione lo stimolo monetario che negli Usa ancora più che in Europa è stato deciso per tamponare i colpi della crisi.

E come negli Usa anche alle nostre latitudini i prezzi sembrano avere ripreso a crescere, anche se non ancora agli stessi livelli. L’indice per maggio segna un +1,3%. Si tratta dell’aumento maggiore degli ultimi due anni, in netto contrasto con la deflazione che ci ha interessati tra aprile e dicembre del 2020. Ma anche nel 2019 non era stata raggiunta un’inflazione neppure dell’1%.

                         Per una volta non sono le accise a influire sull’aumento del prezzo della benzina.

Anche in Italia è una crescita trascinata dalle tariffe di acqua, elettricità, combustibili, che lo scorso mese sono aumentate del 5,9% a livello tendenziale, ovvero anno su anno. Seguono i trasporti con un +4,8%. Mentre scendono, e di ben il 3,7%, i prezzi dei beni e dei servizi legati all’istruzione, così come quelli delle comunicazioni, giù del 2,8%. Negativa per il 0,7% l’inflazione dei prodotti alimentari.

Tra i combustibili naturalmente vi è la benzina, che in questi ultimi mesi ha visto un’impennata del prezzo. Che in maggio è arrivato mediamente secondo i dati del Ministero dello Sviluppo a costare alla pompa 1 euro e 59 centesimi circa. Si tratta di un aumento di circa 1,5 centesimi rispetto ad aprile e di 35 rispetto al maggio 2020, quando del resto si toccò un minimo con 1 euro e 36,5 centesimi.

Per tornare a un prezzo della benzina simile si deve andare indietro al luglio del 2019. È difficile che si arrivi al picco toccato nel settembre 2012, quando si giunse a un euro e 87,1 centesimi. Allora però complice era stato l’ennesimo incremento delle accise, che proprio quel mese erano arrivate a 72,84 centesimi. Cifra che però da allora non è cambiata. Non sono le tasse quindi a determinare la fiammata che stiamo osservando ora, ma le dinamiche del mercato, la ripresa degli spostamenti, dei voli, dei viaggi.

                         Su del 13,8% i beni energetici in maggio.

Anche se il prezzo della benzina rimane al di sotto non solo dei picchi massimi ma anche della soglia di’1,6 euro spesso superata tra 2015 e 2019, la novità questa volta è la rapidità dell’aumento, con uno scalino che raramente si era visto così ripido, e che del resto riflette quello in discesa dei primi mesi della pandemia.

Nel complesso l’Istat rileva come i prezzi dei beni energetici siano saliti di ben il 13,8% lo scorso mese su base annuale, con un picco del 16,8% per quelli regolamentati.

Al netto di questi l’inflazione in Italia è stata solo del 0,2%. Non si nota ancora quindi quel surriscaldamento che è evidente negli Usa. Del resto Oltreoceano l’economia reale ha cominciato prima a riprendersi, soprattutto dal punto di vista occupazionale, e l’ambito del mercato del lavoro viene privilegiato alla stabilità dei prezzi.

Nel nostro Paese al di fuori di quei settori che più erano crollati durante la crisi, come i trasporti, ancora deve manifestarsi una robusta ripresa della domanda, che d’altronde non può essere trascinata da un’occupazione che ha rimbalzato ora, ma solo grazie a posti a termine, e che anzi con la fine del blocco dei licenziamenti potrebbe scendere ancora.

I prezzi anche per questo non dovrebbero decollare come Oltreoceano.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario, Fisco e Tasse

Microsoft. Superati i due trilioni Usd di capitalizzazione.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-07-02.

2021-06-28__ Microsoft 001

Il primo gennaio 2000 le azioni Microsoft erano quotate 48.94. Ad oggi erano quotate 265.02.

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«Microsoft has officially entered the most elite of clubs: corporations with a market value exceeding $2 trillion»

«The tech giant is only the second publicly traded American company, behind Apple, to reach such a valuation»

«Microsoft’s market capitalization topped $2 trillion during trading on Tuesday, and closed just $300 million shy of that mark. Its stock on Tuesday climbed 1.1% to $265.51»

«The company reached the $2 trillion milestone just over two years after it first passed the $1 trillion market cap mark»

«Microsoft’s stock has gained 64% since March 2020, when pandemic lockdowns began going into effect in the United States.»

«In April, Microsoft reported sales were up 19% year-over-year to $41.7 billion for the three months ended March 31»

«Apple’s market value passed $2 trillion last August, and it currently stands at $2.24 trillion.»

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Il mondo sociale ed economico non era, e tuttora non è, preparato a gestire entità di codesto livello.

Sono società multinazionali che operano in quasi tutti i paesi del mondo, motivo per cui non possono essere governate dalle leggi di un singolo stato, per potente che possa essere.

Le loro logiche gestionali sono di norma s sé stanti e possono anche differire profondamente da quelle politiche di molte nazioni.

Hanno però due punti deboli.

Operano per lo più nell’enclave occidentale, cui riducono il concetto di ‘mondo’ e sono soggette agli andamenti di borsa, motivo per cui la loro capitalizzazione potrebbe contrarsi qualora le banche centrali iniziassero il tapering.

Ma per l’intanto, se si possono fare buoni affari, li si facciano.

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Microsoft reaches a $2 trillion market cap

Microsoft has officially entered the most elite of clubs: corporations with a market value exceeding $2 trillion.

The tech giant is only the second publicly traded American company, behind Apple, to reach such a valuation. Oil company Saudi Aramco, which went public in 2019, has also previously passed that mark, though its market cap on Tuesday was $1.88 trillion.

Microsoft’s market capitalization topped $2 trillion during trading on Tuesday, and closed just $300 million shy of that mark. Its stock on Tuesday climbed 1.1% to $265.51.

The company reached the $2 trillion milestone just over two years after it first passed the $1 trillion market cap mark.

Covid-19 helped get it there. The pandemic meant people were spending more time on their devices, boosting demand for Microsoft’s computers, gaming systems and cloud computing platform. And a stock market rally — along with the success of tech companies in particular — lifted its shares.

Microsoft’s stock has gained 64% since March 2020, when pandemic lockdowns began going into effect in the United States.

In April, Microsoft reported sales were up 19% year-over-year to $41.7 billion for the three months ended March 31.

“Over a year into the pandemic, digital adoption curves aren’t slowing down,” CEO Satya Nadella said in a statement at the time. “We are building the cloud for the next decade, expanding our addressable market and innovating across every layer of the tech stack to help our customers be resilient and transform.”

Apple’s market value passed $2 trillion last August, and it currently stands at $2.24 trillion. Now, Microsoft has joined its ranks, with two other Big Tech firms, Amazon and Google, nipping at their heels. Amazon’s market cap hit $1.77 trillion on Tuesday, and Google parent Alphabet’s reached $1.67 trillion.

Pubblicato in: Brasile, Cina, Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Fisco e Tasse, India, Materie Prime, Regno Unito, Stati Uniti

Occidente si sta suicidando per motivi ideologici con alti costi dell’energia.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-07-01.

2021-06-28__ CostoEnergia per kwh 001

La disponibilità di corrente elettrica anche nei momenti di richieste di picco ed a costi concorrenziali è uno dei presupposti per sostenere un sistema economico produttivo che sia competitivo nel mercato.

Nel mondo, i prezzi per kw/h sono massimi in Germania (0.36 dollari americani), seguita dalla Danimarca (0.33), dal Belgio (0.3), dal Portogallo (0.27), dal Regno Unito (0.26), dall’Italia (0.26), dalla Spagna (0.24), dalla Francia (0.22).

Pur essendo caro, negli Stati Uniti il prezzo per kw/h è 0.15.

Per contro, il prezzo per kw/h è 0.12 in Brasile, 0.1 in Indonesia, 0.08 in India ed in Cina.

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L’enclave liberal socialista occidentale presenta i costi più elevati, doppi di quelli degli Stati Uniti e quadrupli rispetto a quelli dell’India e della Cina.

Questi oneri strutturali pesano sia sulle popolazioni, sia sul comparto industriale, che di conseguenza è poco o punto concorrenziale a livello mondiale. Essi sostengono inoltre il processo inflattivo in corso.

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I motivi che sostengono questi prezzi elevati sono da ascriversi sicuramente al costo delle materie prime, ma in misura ben maggiore alle tasse che gli stati hanno imposto per privilegiare l’abbandono del carbone e dei combustibili fossili, coerentemente a quanto prescrive l’ideologia liberal.

Nulla da stupirsi, quindi, che l’occidente stia devolvendo.

2021-05-20__ G7 GDP (Statista) 001

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Italia. Fra pochi giorni scatterà il prelievo forzoso dello Stato.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-06-29.

BOIA__0054__Caravaggio__Giuditta_ed_Oloferne__

Amici miei: ce li siamo votati e quindi ce li dobbiamo tenere.

Leggete con cura questa sentenza capitale.

Poi latrate pure alla luna.

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Scattano i prelievi su conti correnti e titoli: ecco chi paga

Fra pochi giorni scatterà il prelievo forzoso dello Stato, poche le situazioni in cui è possibile evitare l’imposta.

Attenzione al saldo del proprio conto corrente: in questi giorni, infatti, lo Stato applicherà l’imposta di bollo. Un vero e proprio prelievo forzoso (l’operazione, infatti, avverrà senza aver ricevuto il consenso dei titolari dei conti), previsto per il mese di giugno.

Andando nello specifico, si tratta di 34,20 euro per le persone fisiche e di ben 100 euro per le persone giuridiche. In caso di depositi titoli, buoni fruttiferi e polizze, il prelievo sarà più massiccio: si parla dello 0,2% del controvalore a fine giugno.

                         Il prelievo forzoso.

La tassazione sarà flat, ossia riguarderà tutti i conti, senza progressività. La somma può essere sottratta in un’unica soluzione oppure tramite pagamento trimestrale: nel caso dei 34,20 euro all’anno previsti per le persone fisiche, verranno sottratti 8,55 euro in 4 soluzioni. Se in vece il conto corrente appartiene ad una persona giuridica, come una società, allora l’importo annuale dell’imposta di bollo è di 100 euro, ed il prelievo trimestrale ammonterà a 25 euro.

Anche in caso di prelievo su titoli e depositi, le banche solitamente intervengono per conto dello Stato a cadenza trimestrale. L’imposta di bollo è fissata in termini percentuali (0,2%) e l’ammontare della somma sottratta dipende dal valore dei titoli in portafoglio.

                         Chi potrà evitarlo.

Come anticipato, questo tipo di imposta applicata dallo Stato riguarda tutti, fatta eccezione per alcune particolari condizioni. Il prelievo, ad esempio, non riguarderà quei conti correnti che hanno una giacenza media trimestrale inferiore a 5mila euro. Attenzione, però. Lo stesso non si può dire per chi, ad esempio, possiede due conti entrambi dal valore inferiore a 5mila euro. L’imposta di bollo, infatti, si calcola sulla somma delle giacenze e se queste superano la soglia limite scatterà il prelievo.

A non pagare saranno anche coloro che hanno dichiarato un Isee del valore inferiore a 7,500 euro. In questo caso, però, il cittadino deve avere inoltrato entro il 31 maggio alla propria banca un’autodichiarazione in cui chiede di non applicare l’imposta di bollo.

Un altro modo per evitare il prelievo forzoso è quello di essere titolari di un conto corrente base, utile solo per depositarvi la pensione. Anche in caso di conto in negativo non sarà naturalmente sottratta alcuna cifra.

                         L’imposta sui titoli.

Praticamente inevitabile, invece, l’imposta di bollo dello 0,2% sul portafoglio titoli o sui conti deposito. Una via percorribile potrebbe essere quella di trasferire in anticipo il denaro dal conto deposito al conto corrente: in questo modo invece di pagare lo 0,2% il titolare della somma si vedrà sottrarre solo i 34,20 euro. Si tratta di un’operazione da ponderare, soprattutto in caso di cifre vincolate o di titoli, che devono prima essere venduti. A volte, purtroppo, è meglio non far nulla ed accettare di pagare quello 0,2%.

Dall’imposta di bollo non si salvano neppure i conti correnti aperti all’estero. I titolari sono infatti tenuti a pagare la medesima cifra prevista in Italia.

Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Italia.10 milioni160mila dichiarazioni (24.5%) dei Contribuenti è in zona esente.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-06-26.

2021-06-24__ Contribuenti 001

«Una larga parte dei contribuenti italiani pur facendo una dichiarazione dei redditi non ha pagato nulla di Irpef sui redditi del 2019»

«si tratta di 10 milioni e 160mila circa, ovvero il 24,5% dei 41 milioni e 526mila italiani che hanno presentato una dichiarazione dei redditi l’anno scorso»

«Consideriamo che poco meno di un milione di italiani, 951mila, ha dichiarato zero o un reddito negativo»

«A questi però si aggiungono 11 milioni e 753mila persone che nel 2019 avrebbero avuto un reddito tra zero e 10mila euro»

«Versano qualcosa solo 3 milioni e 779mila persone sui 12 milioni e 704mila con redditi inferiori a 10mila euro»

«il numero di quanti non pagano nulla sale a 12,8 milioni»

«In particolare a versare quasi la metà del gettito complessivo l’anno scorso sono stati solo quelli che hanno dichiarato più di 40mila euro. Che sono stati pochi, 3 milioni e 887mila contribuenti, solo il 9,4% dei 41,5 milioni che hanno presentato una dichiarazione Irpef»

«Basti pensare che lo scaglione in cui si ritrovano più contribuenti è quello che va da 20 a 26mila euro, e che comprende 6 milioni e 645mila persone»

«Pochissimi invece i veri ricchi, quelli con un reddito superiore a 100mila euro all’anno. Sono poco più di 500mila, una frazione minima, l’1,2%, dei contribuenti complessivi, ma versano circa 31,5 miliardi, il 19% del gettito Irpef 2020 totale»

«Nel complesso i 5 milioni e 879mila contribuenti lombardi versano in tutto 37 miliardi e 826 milioni»

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Queste cifre si commentano da sole.

Quella che una volta era la classe media, sostegno dell’economia e, quindi, del fisco, è eluita nel nulla, nel generale impoverimento.

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Irpef 2020: 10,4 milioni di contribuenti non pagano nulla.

                         Dalle dichiarazioni dei redditi emerge che solo 31,2 milioni l’hanno versata.

È stato così anche gli anni precedenti. E il 2020 non ha fatto eccezione. Una larga parte dei contribuenti italiani pur facendo una dichiarazione dei redditi non ha pagato nulla di Irpef sui redditi del 2019. Nello specifico come si vede nella nostra infografica si tratta di 10 milioni e 160mila circa, ovvero il 24,5% dei 41 milioni e 526mila italiani che hanno presentato una dichiarazione dei redditi l’anno scorso.

Non si tratta di evasori, o meglio non lo sappiamo, ma ufficialmente si tratta delle conseguenze del fatto che sono relativamente moltissimi coloro che dichiarano di avere avuto redditi così bassi da non essere tassati, dopo avere calcolato esenzioni, no tax aree, detrazioni e deduzioni.

                         Gli italiani che non dichiarano reddito.

Consideriamo che poco meno di un milione di italiani, 951mila, ha dichiarato zero o un reddito negativo. A questi però si aggiungono 11 milioni e 753mila persone che nel 2019 avrebbero avuto un reddito tra zero e 10mila euro. Tra questi ben 2 milioni e 472mila ne denunciano uno tra zero e mille euro.

Ed è quindi tra questi che alla fine si trovano coloro che non pagano un euro di imposta. Versano qualcosa solo 3 milioni e 779mila persone sui 12 milioni e 704mila con redditi inferiori a 10mila euro. E questo qualcosa è comunque molto poco rispetto al gettito totale Irpef 2020, solo un miliardo e 271 milioni sui 165 miliardi e 116 milioni complessivi che lo Stato ha incassato.

                         I redditi superiori a 40mila euro.

Considerando inoltre il bonus 80 euro, trasformato in detrazione sopra i 28 mila euro di reddito, il numero di quanti non pagano nulla sale a 12,8 milioni. Questo significa che a sostenere realmente il bilancio statale è una minoranza della popolazione. In particolare a versare quasi la metà del gettito complessivo l’anno scorso sono stati solo quelli che hanno dichiarato più di 40mila euro. Che sono stati pochi, 3 milioni e 887mila contribuenti, solo il 9,4% dei 41,5 milioni che hanno presentato una dichiarazione Irpef.

Una somma come 40mila euro appare ai più come un reddito da ceto medio, ma in realtà sono pochi quelli che dichiarano di percepirne uno. Ancora meno quelli con entrate maggiori. Basti pensare che lo scaglione in cui si ritrovano più contribuenti è quello che va da 20 a 26mila euro, e che comprende 6 milioni e 645mila persone. Seguito da quello tra i 15 e i 20mila, in cui ne sono racchiuse 5 milioni e 553mila.

Pochissimi invece i veri ricchi, quelli con un reddito superiore a 100mila euro all’anno. Sono poco più di 500mila, una frazione minima, l’1,2%, dei contribuenti complessivi, ma versano circa 31,5 miliardi, il 19% del gettito Irpef 2020 totale. In Italia però probabilmente più che in altri Paesi europei i divari sono anche geografici. Con il gradiente tra        Nord e Centro-Sud che appare piuttosto inclinato.

Irpef 2020, in Lombardia si pagano 6,430 euro a testa in Calabria 3.810

Nel complesso coloro che versano l’Irpef nel nostro Paese l’hanno scorso hanno pagato mediamente 5.300 euro a testa. Si tratta appunto di una media tra valori molto diversi, che vanno dai 6.430 pro capite della Lombardia ai 3.810 della Calabria.

Nel complesso i 5 milioni e 879mila contribuenti lombardi versano in tutto 37 miliardi e 826 milioni. I secondi più ricchi sono gli altoatesini con 6.320 euro di imposta ognuno. Seguono i laziali con 6.300 e poi gli emiliano-romagnoli e piemontesi, con 5.560 e 5.400. I veneti vengono dopo i liguri.

Agli ultimi posti oltre ai calabresi gli abitanti della altre regioni del Mezzogiorno. Sia pugliesi che lucani versano meno di 4mila euro a testa. I campani forse un po’ a sorpresa non risultano tra i più poveri, visto che anzi pagano pro capite più imposte degli abruzzesi, 4.380 contro 4.340, e risultano essere i meridionali che versano di più.

Pubblicato in: Commercio, Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Mediobanca. Report sui media. Lo stato Italiano trattiene il 17% del canone televisivo.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-02-11.

2021-02-05__ Mediobanca rai 001

L’Area Studi Mediobanca ha rilasciato un voluminoso e ben documentato Report Media&Entertainment, del quale nei riportiamo solo alcuni abstract.

                         Estero.

– Nel 2019 l’aggregato dei principali operatori radiotelevisivi internazionali privati ha segnato un giro d’affari di €277,8 mld, di cui circa l’85% è generato da operatori statunitensi

– Per Netflix (il principale operatore OTT Over-The-Top) il CAGR è di circa dieci volte superiore alla media dei broadcaster tradizionali

– Tra i primi cinque operatori per crescita dei ricavi, quattro sono statunitensi, solo uno è europeo (la tedesca Prosiebensat: +6,1%)

– fatturato: -9,9% nei primi 9 mesi 2020 (unico segno positivo per Fox, +8,1%) mentre Netflix ha continuato a guadagnare terreno con un +24,9% (9M 2020/19)

– il crollo maggiore, -66%, è stato causato dalla chiusura dei parchi a tema

– Con riguardo al servizio pubblico radiotelevisivo, nel 2019 il giro d’affari più elevato è stato sviluppato in Germania (con ARD, ZDF e Deutschlandradio) attestandosi a €8,7 mld

                         Italia.

– In Italia si paga €0,25 al giorno per il canone radiotelevisivo, contro gli €0,33 mediamente versati in Europa; in Germania l’esborso giornaliero è di €0,58, in Gran Bretagna di €0,50 e in Francia di €0,38

– La Rai incassa solo €74,3 dei €90 del canone pro-capite pagato dall’utente, quindi circa l’83%, quota inferiore alla media europea (89,1%): in valori assoluti, lo Stato italiano trattiene annualmente circa €340 mln del canone complessivo pagato dagli italiani

– In Italia il giro d’affari del settore «televisione e radio» è pari a €8,7 mld nel 2019, -3,1% sul 2018

– I tre operatori principali (Sky/Comcast, Mediaset e Rai) realizzano congiuntamente quasi l’85% dei ricavi televisivi nazionali Il calo della TV a pagamento dipende da: -24,5% pubblicità e -6,6% abbonamenti

– i ricavi pubblicitari e da abbonamento della TV tradizionale diminuiscono (soprattutto per effetto della cessazione dei servizi di Mediaset Premium), mentre quelli dello streaming accelerano (+39,6%)

– I ricavi complessivi dei 7 principali operatori televisivi italiani nel 2019 si attestano a €9,5 mld: -5% sul 2018

– crollo pubblicitario, -24,4% sul 1H2019

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Per quanto riguarda l’Italia si dovrebbe sottolineare come lo stato si trattenga ben il 17% dell’intero canone versato alla televisione pubblica.

Diciamo che come tassazione non è male.

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Area studi Mediobanca. Report Media&Entertainment

HIGHLIGHTS: MONDO.

Nel 2019 l’aggregato dei principali operatori radiotelevisivi internazionali privati ha segnato un giro d’affari di €277,8 mld, di cui circa l’85% è generato da operatori statunitensi Nel 2015-19 i ricavi sono aumentati mediamente del 3,3%, trainati dal continuo sviluppo delle piattaforme di streaming. Per Netflix (il principale operatore OTT Over-The-Top) il CAGR è di circa dieci volte superiore alla media dei broadcaster tradizionali. Tra i primi cinque operatori per crescita dei ricavi, quattro sono statunitensi, solo uno è europeo (la tedesca Prosiebensat: +6,1%) COVID-19: un vero stress test per la tenuta del settore, che mai come nel 2020 ha vissuto una crescita così poderosa del proprio pubblico, soprattutto tra i sottoscrittori di servizi Vod Impatto della Pandemia:

-fatturato: -9,9% nei primi 9 mesi 2020 (unico segno positivo per Fox, +8,1%) mentre Netflix ha continuato a guadagnare terreno con un +24,9% (9M 2020/19). La crisi provocata dalla pandemia ha influenzato in modo diverso i ricavi delle M&E companies : il crollo maggiore, -66%, è stato causato dalla chiusura dei parchi a tema (che, però, nel 2019 sviluppavano solo il 7% dei ricavi totali), seguito dal -16% dei ricavi dalla distribuzione di contenuti e dal -12% dell’advertising (che insieme rappresentavano oltre il 40% dei ricavi complessivi); gli abbonamenti TV sono invece cresciuti del 7,9% ma con tendenze diametralmente opposte tra streaming (in crescita a doppia cifra) e pay TV, quest’ultima in calo anche a fronte della cancellazione e/o riprogrammazione di eventi sportivi. Il calo maggiore si è concentrato nel 2Q 2020 (-21% rispetto al 2Q 2019) che ha coinciso, quasi ovunque, con la fase più dura del lockdown, mentre nel 3Q gli allentamenti delle misure restrittive hanno consentito una prima ripresa del settore seppur con la permanenza del segno negativo (-10% 3Q 2020vs2019)

-Redditività industriale: nei primi 9M 2020 ebit margin al 14,6%, in diminuzione di 4,3 p.p. sul 2019. La redditività più elevata è stata segnata da Fox (30,3%), Discovery (27,5%) e AMC Networks (24,8%) ed è risultata in crescita solo per Fox (+3,3 p.p.) e per il gruppo messicano Televisa (+0,2 p.p.), mentre si è ridotta per tutti gli altri operatori, con Walt Disney in calo a doppia cifra (-13,3 p.p.). Sempre nei 9M 2020 l’ebit margin di Netflix è migliorato di 5,2 p.p. (l’incremento più elevato tra tutti gli operatori internazionali), salendo al 19,8%

-Struttura finanziaria: TF1(FR) è il gruppo finanziariamente più solido (mezzi propri pari a 4,4x i debiti finanziari) seguito da Walt Disney (US) e Fox (US), rispettivamente, 1,6x e 1,3x . Per fronteggiare la pandemia le M&E companies hanno trattenuto più liquidità (+133% sul 31/12/2019), ma il perdurare delle misure restrittive ha cominciato a eroderla (-8% rispetto al 30/06/2020).

Con riguardo al servizio pubblico radiotelevisivo, nel 2019 il giro d’affari più elevato è stato sviluppato in Germania (con ARD, ZDF e Deutschlandradio) attestandosi a €8,7 mld, oltre tre volte quello italiano (€2,6 mld); seguono Gran Bretagna con €7 mld, Francia (€3,7 mld) e Spagna (€986 mln). L’Italia con Rai è risultata la capofila per incremento del giro d’affari (+2,9% sul 2018), pur mostrando i più bassi ricavi pro-capite della TV pubblica nel confronto europeo: 44 euro per ogni residente contro i 105 euro nel Regno Unito, 104 euro in Germania e 55 euro in Francia. Redditività industriale: Italia (Rai) unica con ebit margin positivo (2,9% nel 2019).

Il canone Rai è inferiore alla media europea. In Italia si paga €0,25 al giorno per il canone radiotelevisivo, contro gli €0,33 mediamente versati in Europa; in Germania l’esborso giornaliero è di €0,58, in Gran Bretagna di €0,50 e in Francia di €0,38 Nel quinquennio 2015-19, fra i maggiori paesi europei, solo l’Italia ha ridotto il canone TV annuo pro-capite (-20,7%); la Gran Bretagna l’ha incrementato dell’8,2% e la Francia del 2,2%, mentre rimane stabile in Germania a €210, la quota più elevata fra i paesi considerati. In Europa il canone più alto spetta a: Svizzera (€328), Norvegia (€309) e Austria (€300) La Rai incassa solo €74,3 dei €90 del canone pro-capite pagato dall’utente, quindi circa l’83%, quota inferiore alla media europea (89,1%): in valori assoluti, lo Stato italiano trattiene annualmente circa €340 mln del canone complessivo pagato dagli italiani.

HIGHLIGHTS: ITALIA.

In Italia il giro d’affari del settore «televisione e radio» è pari a €8,7 mld nel 2019, -3,1% sul 2018. Tale contrazione è così ripartita: -0,5% TV in chiaro (€4,8 mld nel 2019), -8,1% TV a pagamento (€3,2 mld) e +4,1% radio (€0,7 mld). I tre operatori principali (Sky/Comcast, Mediaset e Rai) realizzano congiuntamente quasi l’85% dei ricavi televisivi nazionali Il calo della TV a pagamento dipende da: -24,5% pubblicità e -6,6% abbonamenti. Tale contrazione è frutto di dinamiche contrapposte: i ricavi pubblicitari e da abbonamento della TV tradizionale diminuiscono (soprattutto per effetto della cessazione dei servizi di Mediaset Premium), mentre quelli dello streaming accelerano (+39,6%) Il settore «televisione e radio» continua a incidere complessivamente per lo 0,5% del PIL nazionale nel 2019.

I ricavi complessivi dei 7 principali operatori televisivi italiani nel 2019 si attestano a €9,5 mld: -5% sul 2018, influenzato in gran parte dai minori introiti della Pay Tv (-13,6%) e dal calo dei ricavi da pubblicità (-4,9%) e compensato dall’incremento del canone (+2,3%) Nel 2019, in termini di ricavi totali, il maggiore operatore è Sky, seguito da Mediaset (incluse le attività spagnole) e Rai. Considerando i soli ricavi nazionali, Sky (€3,1 mld) mantiene saldamente la prima posizione, mentre Rai (€2,6 mld) sale al 2° posto a scapito di Mediaset (€1,9 mld) Il fatturato aggregato degli operatori privati controllati dai gruppi americani è di €3,9 mld (-3% sul 2018), mentre gli operatori italiani segnano un giro d’affari di €3 mld (-13% sul 2018) Nel 2015-19 cala la redditività industriale (ebit margin da 4% a 2,5%). Top3 ebit margin 2019: Discovery 14,8%, Mediaset 12,3% e ViacomCBS 5,9%. In miglioramento rispetto al 2015 l’ebit margin di Discovey (+10,4 p.p.), ViacomCBS (+9,2 p.p.), La7 (+7 p.p., pur restando negativo), e Mediaset (+5,5 p.p.) Sky primeggia per offerta di canali TV, seguita da Mediaset; la competizione si è però ormai trasferita sulle piattaforme streaming e tutti i principali operatori italiani possiedono infatti almeno una piattaforma Vod per la fruizione dei contenuti in broadband.

Rai e Mediaset si confermano i principali operatori, rispettivamente, con il 35,2% e il 32,1% di share nel giorno medio nel 2020, con la distanza tra i due che continua a ridursi scendendo dai 4,1 p.p. del 2019 ai 3,1 p.p. del 2020 Nel 2015-20 crescono gli share di Mediaset, Discovery e ViacomCBS. Il divario fra lo share delle emittenti si è ridotto, anche se la prevalenza dei due operatori storici rimane significativa Nel 2020 diffuso calo della tv generalista, che coinvolge anche gli operatori più giovani, e continua ridistribuzione degli ascolti verso i canali specializzati, dove si contraddistingue Mediaset con una crescita nel 2020 di 1,5 p.p. rispetto al 2019 Nel 2020 Rai 1 resta il canale più seguito dagli italiani nel giorno medio (16,4%), davanti a Canale 5 (15%) Nel comparto radiofonico il Gruppo Mediaset conferma la propria leadership detenendo, con le sue 5 emittenti, quasi 1/5 del mercato (17,5% share nel quarto d’ora medio 2020); seguono i Gruppi GEDI (11,4%) e Rai (11,1%).

In Italia il giro d’affari del settore «televisione e radio» nel 1H2020 è pari a €3,9 mld, -10,7% sul 1H2019. Il crollo dei ricavi colpisce principalmente il settore radio (-29,4% sul 1H2019) seguito dalla Tv in chiaro (-14,8%) e dalla TV a pagamento (-0,8%) La causa principale è legata al crollo pubblicitario, -24,4% sul 1H2019, seguita dal -5,7% del canone. Segno positivo invece per gli abbonamenti,+3,1% sul 1H2019, grazie soprattutto al considerevole aumento degli introiti dei contenuti in streaming La raccolta pubblicitaria è in ripresa nell’ultimo trimestre 2020 (+3,5% nel mese di novembre) con una variazione annua attesa che resta negativa del -12% sul 2019 A livello di singoli operatori, nel mese di novembre (2020vs2019), i ricavi pubblicitari sono cresciuti dell’8,8% per La7, del 7,3% per Rai, del 5,1% per Mediaset e del 5% per Discovery, mentre Sky è l’unica ancora con segno negativo (-8%) seppur in ripresa rispetto al mese precedente.