Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia leader europea per carico fiscale. – Cgia.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-07-03.

2018-06-28__Cgia__001

L’Italia è paese leader europeo per carico fiscale sulle imprese con un 14.1% sul totale del gettito fiscale: 101.176 miliardi di euro.

Per paragone e confronto, nell’Unione Europea questa percentuale vale l’11.8% (681.827 miliardi) e nell’eurozona vale invece il 12.0% (519.998 miliardi di euro).

«Il peso economico dell’inefficienza burocratica della macchina pubblica sulle Pmi, invece, è di 31 miliardi e il deficit infrastrutturale, sia materiale che immateriale, grava sul sistema produttivo per almeno 40 miliardi di euro”»

*

Queste cifre danno da pensare.

Non lascia perplessi l’entità della cifra, quanto piuttosto la discrepanza tra la cifra versata e la scarsezza di prestazioni elargite. L’intera macchina statale soffre di una burocrazia elefantiasica: sempre più si avverte l’esigenza di una de legislazione che elimini od almeno snellisca le procedure burocratiche e normative.

Se il problema è sicuramente politico, altrettanto sicuramente si dovrebbe ammettere che sia con altrettanta importanza organizzativo.

L’efficienza burocratica olandese, tedesca oppure austriaca è proverbiale, eppure quanto a leggi e normativi quei paesi non scherzano affatto.

Se poi si volesse allargare l’orizzonte al quadro mondiale, la struttura e l’efficienza organizzativa delle burocrazie americana e cinese potrebbero essere prese come esempi paradigmatici.

*

Se compito del governo sia sicuramente quello di indirizzo politico della nazione, altrettanta attenzione sembrerebbe essere da attribuirsi alla semplificazione del funzionamento dell’apparato statale. Non sarà certo cosa facile, dopo tanti, troppi, anni di malgoverno.


Cgia. 2018-06-23.  Sulle nostre imprese gravano 101 miliardi di tasse l’anno. Sforzo fiscale record tra i big dell’UE.

Le imprese italiane versano al fisco 101,1 miliardi di euro l’anno: un carico di imposte, tasse, tributi e contributi previdenziali da far tremare i polsi. Tra i principali paesi europei, solo l’Olanda (14,2 per cento) registra una incidenza del prelievo fiscale riconducibile alle imprese sul gettito fiscale totale superiore alla nostra (14,1 per cento).

Con i nostri principali competitor, invece, scontiamo dei differenziali molto preoccupanti; tutti presentano un “sacrificio fiscale” nettamente inferiore al nostro. Sulle aziende tedesche, ad esempio, grava un prelievo sul gettito totale del 12,3 per cento, sulle spagnole dell’11,6 per cento, su quelle britanniche dell’11,4 per cento e sulle francesi del 10,2 per cento (vedi Tab.1).

“Sebbene alle nostre imprese sia praticamente richiesto lo sforzo fiscale più oneroso d’Europa – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – lo Stato italiano continua a non agevolarne la crescita. Anzi. Ricordo, ad esempio, che il debito commerciale della nostra Pubblica amministrazione nei confronti dei propri fornitori è di 57 miliardi di euro, di cui una trentina ascrivibili ai ritardi nei pagamenti. Il peso economico dell’inefficienza burocratica della macchina pubblica sulle Pmi, invece, è di 31 miliardi e il deficit infrastrutturale, sia materiale che immateriale, grava sul sistema produttivo per almeno 40 miliardi di euro”.

L’Ufficio studi della CGIA tiene inoltre a sottolineare che la priorità del nostro Paese è la questione economica. I segnali di ripresa registrati in questi ultimi 2 anni si stanno affievolendo e anche quest’anno la nostra crescita sarà la più contenuta in tutta l’Ue. Per questo è necessario intervenire quanto prima per abbassare le tasse, alleggerire l’oppressione burocratica, accelerare i pagamenti della Pubblica amministrazione e tornare ad investire. In merito agli investimenti il Segretario della CGIA, Renato Mason, afferma:

“Pur essendo uno strumento intelligente, il piano 4.0, fortemente voluto dall’ex ministro Calenda, è stato tarato sulle esigenze delle medie e delle grandi aziende. Non è un caso, infatti, che fino ad ora la stragrande maggioranza degli incentivi sia stata utilizzata da queste ultime. Le piccole, che sono la quasi totalità delle imprese presenti nel paese, ne hanno usufruito in misura minore. Pertanto, è necessario coinvolgerle maggiormente e nella rivoluzione digitale che dovremo affrontare nei prossimi anni dovranno essere interessate anche la Pubblica amministrazione, la scuola e le maestranze. Questa sfida si vince se, tutti assieme, saremo in grado di fare squadra, giocando questa partita con la consapevolezza che chi rimarrà indietro avrà poche possibilità di stare al passo con le principali potenze economiche del mondo”.

Oltre ad avere un peso fiscale in Italia che rimane tra i più elevati tra i paesi più avanzati, la CGIA ricorda che è altrettanto inaccettabile che il grado di complessità raggiunto dal fisco scoraggi la libera iniziativa e la voglia di fare impresa. Inoltre, gli artigiani mestrini tengono a precisare che non è nemmeno più rinviabile una riflessione sull’ “assetto” della Magistratura giudiziaria.

“Il nostro sistema fiscale – conclude Zabeo – è costituito da 3 attori: il legislatore, l’Amministrazione finanziaria e la giustizia tributaria. Ad ognuno di questi soggetti la Costituzione conferisce una funzione e

non è ammessa alcuna sovrapposizione di ruoli. Le Commissioni tributarie, però, si avvalgono della struttura organizzativa ed economica del Ministero dell’Economia e delle Finanze a cui appartiene anche l’Agenzia delle Entrate che è la controparte del contribuente. Ora, nessuno mette in discussione l’indipendenza e l’imparzialità dei giudici tributari, ci mancherebbe, sta di fatto che il problema esiste e nel contenzioso giuridico tra fisco e contribuente lo squilibrio c’è e, purtroppo, è a svantaggio di quest’ultimo”.

Ritornando ai dati riportati in Tab. 1, la CGIA fa presente che l’incidenza percentuale delle tasse pagate dalle imprese sul totale del gettito fiscale è un indicatore che aiuta a comprendere l’elevato livello di tassazione a cui sono sottoposte le aziende. Si tenga presente che le imposte italiane considerate in questa analisi su dati Eurostat sono: l’Irap, l’Ires, la quota dell’Irpef in capo ai lavoratori autonomi, le ritenute sui dividendi e sugli interessi, le imposte da capital gain e i contributi previdenziali pagati dai lavoratori autonomi per la propria posizione previdenziale.

Annunci
Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Fisco e Tasse, Senza categoria

Germania. Confindustria reclama una tassazione ridotta come quella americana.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-07-01.

Berlino Porta Brandemburgo

«Ever since Donald Trump last year unveiled deep tax cuts for companies in America, German industry has been wracked with fears over the economic fallout»

*

«After the first 100 days of Angela Merkel’s new government, the country’s business folk have clearly lost patience with the ruling coalition»

*

«In the long term, Germany cannot afford to have a higher tax burden than other countries»

*

«Politicians are painfully aware that pillars of the country’s economy, such as chemicals and automobiles, pay up to 60 percent of their income taxes at home, even though the domestic market makes up less than one-third of total sales»

*

«the BDI urges Berlin to cut the overall tax burden, including corporate and trade levies, to a maximum 25 percent, compared to 26 percent in the US»

*

«France plans to reduce its top corporate rate to 25 percent by 2022 from 34 percent. The UK wants to cut its rate to 17 percent by 2021 from 20 percent today. If it fails to take action, Germany will be stuck with the heaviest corporate tax burden among industrialized countries at over 30 percent»

* * * * * * *

Nessuna nazione ha una forza economica e finanziaria tale né da potersi imporre né per poter impedire di essere condizionata dagli andamenti dei mercati mondiali.

Questo enunciato è particolarmente aderente alla realtà quando interi blocchi economici riducono la pressione fiscale sulle imprese produttive. In tempi anche relativamente brevi le imprese sottoposte a tassazioni percentualmente elevate si trovano fuori mercato, i loro prodotti diventano sempre meno competitivi ed alla fine sono obbligate o alla delocalizzazione oppure alla chiusura.

Se il concetto è di una semplicità banale, il problema effettivo è costituito dal timing dell’intervento statale, che cerca di mantenere elevati introiti fino al momento in cui si trovi costretto a ridurre le proprie pretese. Una ulteriore dilazione danneggerebbe il comparto produttivo.

Per Confindustria tedesca questo momento è arrivato.


Handelsblatt. 2018-06-24. German business demands Trump-style tax cuts

Companies urgently need to lighten their tax burden to defend the country’s competitive position, a leading business group argues. Germany risks alienating the very firms on which its finances so heavily rely.

*

Ever since Donald Trump last year unveiled deep tax cuts for companies in America, German industry has been wracked with fears over the economic fallout. After the first 100 days of Angela Merkel’s new government, the country’s business folk have clearly lost patience with the ruling coalition. “In the long term, Germany cannot afford to have a higher tax burden than other countries,” warned Monika Wünnemann, a tax specialist at German business federation BDI.

After a decade of stagnation, the German corporate tax code needs rewriting in order to defend the country’s allure as a business location, the BDI says. Politicians are painfully aware that pillars of the country’s economy, such as chemicals and automobiles, pay up to 60 percent of their income taxes at home, even though the domestic market makes up less than one-third of total sales. Obviously, a relocation of these behemoths to friendlier tax regimes would be a devastating blow to Germany’s public coffers.

In a list of “tax priorities” obtained by Handelsblatt, the BDI urges Berlin to cut the overall tax burden, including corporate and trade levies, to a maximum 25 percent, compared to 26 percent in the US.

But this isn’t just about Trump. Over the past year or two, tax competition has clearly heated up within the European Union: France plans to reduce its top corporate rate to 25 percent by 2022 from 34 percent. The UK wants to cut its rate to 17 percent by 2021 from 20 percent today. If it fails to take action, Germany will be stuck with the heaviest corporate tax burden among industrialized countries at over 30 percent. It’s a distinction already awarded its equally high income tax burden.

Hideously complicated

The high burden placed on German companies is split into two revenue streams — corporate and trade taxes. The BDI is proposing a gradual reduction in Germany’s corporate tax rate from 15 to 10 percent — a radical step given the current 12.5 percent rate in Ireland, whose tax burden on firms is among Europe’s lightest.

The federation also wants changes in the assessment base for trade tax, a hideously complicated system that allows one-quarter of outlays for rent and leasing to be added back into taxable income. Businessmen are yearning for trade tax to be credited against corporate income tax (which would reduce their overall tax burden), as was the case before 2008.

Ms. Wünnemann recalls that Germany’s Council of Economic Experts, a key government advisory body, has long advocated equal taxation for investments out of owners’ pockets and bank loans. The latter are still given preferential treatment. She also urges that the coalition fulfill its pledge to give tax breaks in research and development, regardless of a company’s size. At present, Ms. Merkel’s government only grants this right to smaller firms.

So far Olaf Scholz, Germany’s tight-fisted finance minister, has deflected calls for tax cuts, insisting there was no reason to match the US reform. “We are competitive in Germany,” was his office’s flat reply. Berlin has preferred to focus on its legendary trade surplus and a near-obsessive desire to balance its budget, despite enjoying its biggest economic boom for many years.

However, the Germans have quietly made a tiny concession. Mr. Scholz has agreed with his French counterpart, Bruno Le Maire (see photo, left to right), to establish an EU-wide base for tax assessment. Both governments are expected to discuss their proposals this week. A harmonizing tweak in an EU tax code would help defuse talk of European rivalry, and for once, politicians across the German political spectrum agree that a coordinated approach is sorely needed.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Bollette. Elettricità +6.5%, metano +8.25.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-28.

Banche 016. Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542.

Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542.


Spesso, molto spesso, i media parlano dei massimi sistemi, dalla pace nel mondo a come renderlo ecologicamente puro tra ventisette secoli.

Oppure piangono sulla triste sorte del gurzo del Borneo Meridionale, ove la temperatura è salita di un decimillesimo di grado centigrado.

*

Noi vorremmo invece piangere sulla triste sorte della famiglie italiane, che se ne fanno un baffo a torciglione della pace nel mondo e non si curano minimamente del gurzo.

Piangono invece le famiglie sulla loro triste sorte.

«Bollette luce e gas, aumenti dal 1 luglio: elettricità 6,5%, metano +8,2%»

*

«Un massacro per le tasche dei consumatori»

*

«Il Governo deve intervenire sul fronte della tassazione sia sulle bollette, dove la pressione fiscale supera il 40% per il gas, sia per i carburanti».

* * * * * * *

Si dice che ad essere ingordi siano i privati, ma gli stati non scherzano minimamente.

Nota.

La cosa davvero scandalosa non è tanto il dovuto a consumo, quanto piuttosto le spese fisse: una vera e propria rapina.


Bollette luce e gas, aumenti dal 1 luglio: elettricità 6,5%, metano +8,2%

La comunicazione dell’Autorità energia: pesano le tensioni internazionali e il rincaro del greggio. I consumatori: 45 euro annui in più a famiglia.

*

Dal prossimo primo luglio la spesa per l’energia, per la famiglia tipo in tutela, registrerà un incremento del 6,5% per l’energia elettrica e dell’8,2% per il gas naturale. Lo fa sapere l’Autorità di regolazione per l’energia reti e ambiente, spiegando che le tensioni internazionali e la conseguente forte accelerazione delle quotazioni del petrolio hanno «pesantemente influenzato» i prezzi nei mercati all’ingrosso dell’energia, con ripercussioni sui prezzi per i clienti finali sia del mercato libero che tutelato.

«45 euro annui a famiglia»

La prima associazione a commentare gli aumenti è stata il Codacons: «Un massacro per le tasche dei consumatori». «Le bollette», afferma il presidente Carlo Rienzi in una nota, «aumentano in modo vertiginoso a causa del caro-benzina, esattamente come avevamo previsto nelle scorse settimane. Ad aggravare la situazione il fatto che i rincari anche stavolta si verificano quando aumentano i consumi energetici degli italiani, specie per l’elettricità in relazione all’uso di condizionatori nel periodo estivo, influendo pesantemente sulla spesa energetica dei cittadini. Alla stangata determinata dall’accelerazione dell’inflazione le famiglie dovranno mettere in conto anche una maggiore spesa di 45 euro annui a nucleo per luce e gas. Il Governo deve intervenire sul fronte della tassazione sia sulle bollette, dove la pressione fiscale supera il 40% per il gas, sia per i carburanti».

Da parte sua la Coldiretti fa notare come l’aumento delle tariffe energetiche pesi sui conti delle famiglie ma anche sui costi delle imprese e renda più onerosa la produzione. L’aumento della spesa energetica ha un doppio effetto negativo perché – sottolinea la Coldiretti – riduce il potere di acquisto dei cittadini e delle famiglie, ma aumenta anche i costi delle imprese particolarmente rilevanti per l’agroalimentare. Il costo dell’energia – conclude la Coldiretti – si riflette infatti in tutta la filiera e riguarda sia le attività agricole ma anche la trasformazione, la conservazione degli alimenti.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Geopolitica Mondiale, Stati Uniti, Trump, Unione Europea

G7. Un G6 + 1 ha esiguo potere, conta ben poco, quasi nulla.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-10.

 _2018-06-10__G7__001

Chi mai si credono di essere? I maestri che interrogano un alunno?


C’è una terribile domanda che pochi hanno il coraggio di porsi:

«A cosa serve?»

Una risposta è data dalla testata Sputnik.

«G7 is supposed to be a meeting between allies and the fact that the trade policy by the union by the Trump-US administration is targeting those supposed allies is creating, obviously, some response both from the European Union side, from Canada and then to a lesser extent from Japan as well. American policy is cremating the G7 format [for coordinating economic and trade policy].  ….

When the G7 was created it accounted more than half of the world’s GDP but today at parity purchasing power it’s about 35% of the world GDP. ….

Russia said it was not very interested and was looking for another kind of format ….

The G20 is a much more relevant format for decisions regarding the economy than the G7 is. It’s no longer able to set the rules, set the standards for the world. And the fact that President Putin and President Xi Jinping are meeting at the same time suggests that on the one hand we have the G7, which is very much split, and on the other side there’s a G-group summit meeting which attracts less attention but which is also very relevant for the world.»

* * * * * * *

Questa è la realtà dei fatti.

Ma se dal pil ppp dei G7 si sottraesse quello degli Stati Uniti, 19,390 miliardi Usd, resterebbe uno scarno 24% della economia mondiale: troppo poco per poter dettare legge.

Non solo.

Le proiezioni al 2020 secondo l’International Monetary Fund World Economic Outlook (October – 2017) danno i G7 al 27.59%, Stati Uniti compresi: un processo involutivo che a maggior ragione rende i G6 troppo deboli per poter imporre le proprie condizioni.

Inoltre, si tenga conto che Mr Trudeau proprio durante il G7 ha subito una terrificante débâcle nell’Ontario, ove i populisti hanno ottenuto 76 seggi su 124 mentre i liberal del presidente Justin Trudeau  sono crollati a 7 seggi, avendone persi ben 41. In parole povere, Mr Justin Trudeau non conta più nulla.

* * * * * * *

Siamo chiari.

I G6 hanno ancora un grande potere economico, che nessuno deve o può sottovalutare: ma questa potenzialità economica non ha la dimensione tale da poter incidere fattivamente. Avrebbero un disperato bisogno di amici, che però non riescono a coagulare attorno a sé. Ma per ottenere un simile risultato dovrebbero intanto essere uniti tra di loro, cosa che non è. Non è nemmeno detto che al prossimo G7, sempre che si tenga, Frau Merkel, Mr Trudeau, Mrs May e, forse, anche Mr Macron siano lì a rappresentare i loro stati.


Ansa. 2018-06-10. Merkel e la difficile mediazione per arginare Trump

Tra i leader europei è sempre stata considerata quella che ha meno legato con Donald Trump. E che la chimica tra i due non sia mai scattata non è un segreto. L’unico passo avanti fatto nel loro ultimo incontro a Washington è stata la stretta di mano: nel precedente confronto, il gelo era stato tale da far saltare perfino quella. Eppure nel difficile lavorio per evitare una rottura totale con gli Usa al G7 canadese Angela Merkel ha avuto un ruolo fondamentale. Spinta probabilmente anche dagli enormi interessi della Germania, la più esposta in caso di vera e propria guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico. Chi ha seguito i lunghi negoziati che a La Malbaie si sono spinti fino a tarda notte con una coda di vertice improvvisata e sono poi proseguiti il giorno dopo, racconta come la cancelliera abbia lavorato con pazienza per trovare un terreno, anche minimo, di confronto con il tycoon. Lasciando al presidente francese Emmanuel Macron i botta e risposta via Twitter, il ruolo di trascinatore degli altri leader e anche, quando necessario, quello di ‘duro’. “La fortuna dei leader europei quando hanno una posizione unitaria e devono trattare con altri paesi è che sono tanti, e possono giocare la trattativa su diversi piani. Per dirla all’americana, possono decidere chi fa il poliziotto buono e chi il cattivo”, scherza una diplomatico che ha assistito ai colloqui.

E la novità rispetto al passato è proprio nel ruolo scelto dalla cancelliera in questa occasione. Il poliziotto buono. Che non è certo un segno di debolezza, al contrario. Il dossier dei dazi è importantissimo per la Germania, che si gioca una partita cruciale. Già duramente colpita dalle tariffe su acciaio e alluminio, Berlino riceverebbe un colpo letale se Trump andasse fino in fondo con la minaccia sulle automobili. La Germania da sola ogni anno ne esporta in Usa 500mila e ne produce negli Stati Uniti 800mila. Il calo potrebbe arrivare a 5 miliardi sul Pil. Di qui la scelta di occuparsi in prima persona della mediazione, superando l’irritazione per le continue capriole verbali di Trump. L’ultima, al solito improvvisa, la proposta di abolire tutti “i dazi, le barriere e i sussidi”, da una parte e dall’altra. “Partiamo da qui per riprendere la discussione”, ha risposto pazientemente Frau Merkel al tycoon. Riannodando il filo per arrivare ad un documento condiviso, seppure al ribasso e nonostante l’impossibilità di colmare tutte le distanze, che restano a partire proprio dai dazi. Ma una spaccatura plateale del G7 avrebbe rappresentato un punto di non ritorno. Almeno l’obiettivo minimo – e non era scontato viste le premesse – Angela l’ha portato a casa.


Bbc. 2018-06-10. Trump at G7: Who’s who in Merkel’s photo?

It was always slated to be a tense and awkward G7 summit and an Instagram post from the official account of German Chancellor Angela Merkel appears to have captured one of those moments.

Here’s a who’s who of the people pictured, and where they stand on the trade row:

  1. Donald Trump, US president

Mr Trump shocked America’s allies – namely the EU, Mexico and Canada – when he recently announced a 25% tariff on imports of steel and 10% on aluminium from these countries. They are all threatening retaliatory measures and the rift overshadowed the summit, leaving the American president isolated at times. Mr Trump departed early, complaining that America was “like the piggy bank that everybody is robbing”. But his relationship with fellow G7 leaders was at “10 out of 10”.

  1. John Bolton, US national security adviser

It’s been just three months since he was appointed President Trump’s top security adviser but John Bolton has already made an impact. One of the president’s arguments for the tariffs is on “national security grounds” – a view Mr Bolton has stridently backed.

  1. Kazuyuki Yamazaki, Japanese senior deputy minister for foreign affairs

Promoted to the post in July 2017, he recently led a Japanese delegation to Pakistan and took part in joint talks between Japan, China and South Korea in Seoul about a proposed free trade agreement.

  1. Shinzo Abe, Japan’s prime minister

He has come under increased pressure to join retaliatory measures against America’s steep tariffs. This puts him in a difficult position – he has tried hard to cultivate a warm relationship with President Trump and the two are said to have met at least 10 times since he was elected to the White House.

  1. Yasutoshi Nishimura, Japanese deputy chief cabinet secretary

The MP from Japan’s governing party once worked in the ministry of international trade and industry.

  1. Angela Merkel, German chancellor

She has been at the forefront of talks to try to resolve differences at the summit, as is clear in this photo. Mrs Merkel apparently floated an idea to set up a mechanism to resolve trade disputes between the US and its allies on Friday. Asked during the summit about her relationship with President Trump, Mrs Merkel said the two leaders did not always agree but could talk to each other: “I can say that I maintain a very open and direct relationship with the American president.”

  1. Emmanuel Macron, French president

He engaged in a Twitter spat with President Trump over the tariffs just hours before the summit was due to start – leading some to question whether the blossoming “bromance” between the two was over. Despite this, they were seen to be on good terms, and President Macron’s team said his talks with Trump were “frank and robust”.

  1. Theresa May, UK prime minister

In a telephone call last week, she told President Trump she found the US tariffs “unjustified and deeply disappointing”. But she also struck a more conciliatory tone at the summit, urging fellow leaders to step back from the brink of a possible trade war.

  1. Larry Kudlow, director of the US National Economic Council

President Trump’s top economic adviser has defended Donald Trump’s move to increase tariffs and says his boss should not be held responsible for mounting trade conflicts with US allies. Mr Kudlow said the president’s call for eliminating all tariffs between G7 nations was the “best way to promote economic growth”.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Fisco e Tasse, Stati Uniti, Trump

Trump ha ragione. Amazon. Questa volta lo dicono anche i liberal democratici.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-18.

Gabellieri__001__

Se è molto difficile trovare qualcuno che di questi tempi osi dire che Mr Trump abbia ragione, ancor più difficile sarebbe che non fosse linciato lì, su due piedi. Lapidato come converrebbe agli eretici.

A dirlo però oggi è il The International Business Times, per gran tempo tempio sacro dei liberal democratici americani.

*

«There are plenty of reasons to be concerned about President Trump’s tirades against Amazon»

*

«Trump’s attacks on Amazon are also tied to The Washington Post, which Amazon CEO Jeff Bezos separately owns, and therefore seen as an attempt to influence the Post’s coverage»

*

«However, on at least one account, Trump is correct»

*

«Amazon was the second-most valuable company in the country, worth nearly $800 and behind only Apple»

*

«However, the company paid no U.S. income taxes on a $5.6 billion in domestic profits last year thanks to a $789 million windfall from the new tax law»

*

«During the five previous years, Amazon had an effective tax rate of just 11.4%, said the ITEP, compared to its traditional retail peers, who generally paid between 35% and 40%.»

*

«its ability to avoid taxes is one of the biggest and most often overlooked»

*

«That strategy gave Amazon an unfair advantage and deprived states and municipalities of revenue they would have normally collected.»

*

«The National Bureau of Economic Research estimated that Amazon’s sales fell by nearly 10% when that tax advantage disappeared»

*

«Companies often pit states against each other in order to get the best tax incentive package available, but Amazon took this tax avoidance strategy to a new level with its search for a second headquarters. The company solicited bids from cities and regions interested in hosting its second headquarters, promising $5 billion in investment and 50,000 new jobs over the next decade. Amazon received over 200 bids with offers as lucrative as $7 billion in tax incentives from Newark, and Chicago offered to let Amazon keep over $1 billion in income taxes that would normally go to the state»

*

«Between 2008 and September 2017, for example, Walmart paid $64 billion in income tax, compared to just $1.4 billion for Amazon, even though Amazon has been the more valuable company for several years now»

* * * * * * * *

In pratica, Amazon ha messo in pratica in modo magistrale la elusione delle tasse.

Treccani ci fornisce il significato del termine.

«l’aggiramento di una norma tributaria, volto a ridurre o a eliminare l’onere fiscale in essa sancito, mediante elaborate operazioni contrattuali o negoziali predisposte nel rispetto della legge (in ciò la differenza con l’evasione, che costituisce invece un illecito)».

In questo caso sono qauttro i fattori di principale interesse.

In primo luogo, Amazon è una impresa che lavora a livello mondiale, e che quindi può ripartire oneri ed utili su tale scala, usufruendo dei differenti regimi fiscali vigenti nei singoli stati.

Né si pensi ad una particolare malizia di Amazon. Città come Newark e Chicago hanno fatto carte false pur di ottenere che Amazon investisse sul loro territorio, generando così posti di lavoro.

In secondo luogo, negli stati occidentali la legislazioni fiscale è diventata così complessa e farraginosa da permettere tutto ed il contrario di tutto. L’ingordigia bramosa degli stati e degli enti pubblici in generale è proverbiale. Alla fine dell’Ancien Régime, subito prima della rivoluzione, in Francia erano in essere oltre 120,000 leggi nazionali e locali, regolamenti e trattati in materia fiscale: in parole povere, lo stato non era più in grado di stilare una legge che non fosse aggirabile con enorme facilità. In tempi più recenti basterebbe pensare all’Irlanda ed al Lussemburgo di Mr Juncker, disposti a tutto pur di attirare la sede legale o quella operativa di una multinazionale che però generasse localmente occupazione.

In terzo luogo, manca, ma perché nei fatti nessuno la vorrebbe, una legislazione mondiale che enuclei i così detti paradisi fiscali.

In quarto luogo, per tanto che gli agenti del fisco siano onesti, capaci e preparati non potranno mai competere come gli agguerriti studi commerciali a copertura mondiale. Quando ad un tavolo di trattative vi siano da una parte tre o quattro funzionari pubblici pagati che vada bene 3,000 dollari al mese e dall’altra vi siano cinque commercialisti da tre milioni al mese il risultato è scontato.

* * * * * * * *

La denuncia fatta da Mr Trump è quindi corretta, ma i provvedimenti pratici potrebbero essere anche molto dolorosi.

*

Quanto accaduto apre però un problema di improba soluzione, ma che se lasciato a sobbollire potrebbe anche risolversi solo secondo le leggi del mercato, cosa forse non troppo auspicabile.

È il problema se e quanto debbano essere sottoposte a tassazione le attività produttive.

Infatti, ogni qualsivoglia attività produttiva genera posti di lavoro, eroga stipendi ai dipendenti e genera inoltre un indotto di importanza più o meno grande. Da questo punto di vista il tassare le entrate societarie diventa per la Collettività un income marginale.

Non solo. Se la pressione fiscale non fosse esosa, alla fine eludere il fisco non sarebbe nemmeno più conveniente. Lo diventa quando le tassa superano valori di soglia da esasperare il contribuente: anche i processi elusivi hanno i loro costi.


International Business Times. 2018-04-08. Trump Is Right. Amazon Is A Master Of Tax Avoidance

There are plenty of reasons to be concerned about President Trump’s tirades against Amazon (NASDAQ:AMZN). For starters, it’s unseemly for a president to be attacking an American company, especially when he appears to be seeking to damage the company and its stock price. Trump’s attacks on Amazon are also tied to The Washington Post, which Amazon CEO Jeff Bezos separately owns, and therefore seen as an attempt to influence the Post’s coverage. And many of Trump’s claims about Amazon are not accurate or are grossly exaggerated — for instance, that the e-commerce giant is cheating the United States Post Office.

However, on at least one account, Trump is correct. Throughout its history, the e-commerce giant has been a master of tax avoidance, leveraging laws that don’t properly account for internet sales and playing states and municipalities against one another for tax breaks. 

Until the stock’s recent dive, Amazon was the second-most valuable company in the country, worth nearly $800 and behind only Apple. However, the company paid no U.S. income taxes on a $5.6 billion in domestic profits last year thanks to a $789 million windfall from the new tax law, according to the Institute on Taxation and Economic Policy. 

During the five previous years, Amazon had an effective tax rate of just 11.4%, said the ITEP, compared to its traditional retail peers, who generally paid between 35% and 40%. While there are a number of reasons Amazon is one of the most powerful companies in the world, its ability to avoid taxes is one of the biggest and most often overlooked. 

The sales tax game

Laws are often slow to evolve to respond to technological advances. Municipalities continue to struggle with “sharing economy” companies like Airbnb and Uber, and cryptocurrencies have similarly been a challenge for regulators.

In its rise to retail dominance, Amazon also exploited this regulatory delay. In the pre-internet era, sales taxes, which are imposed by states and municipalities, were only assessed if a retailer had a physical presence inside that domain. For most of its history, Amazon avoided charging sales tax on most of its customers by shipping goods from the few low-population states where it had warehouses. That strategy gave Amazon an unfair advantage and deprived states and municipalities of revenue they would have normally collected. The National Bureau of Economic Research estimated that Amazon’s sales fell by nearly 10% when that tax advantage disappeared. 

When that strategy no longer became tenable, and as Amazon wanted to add more warehouses in more states to support its growing Prime two-day delivery program, the company often negotiated to get the taxes delayed, deferred, or reduced as a condition of collecting them. Even today, Amazon’s third-party sellers, a significant portion of its business, often don’t collect sales taxes, and Amazon itself doesn’t always collect local sales taxes.

The HQ2 bonanza

Companies often pit states against each other in order to get the best tax incentive package available, but Amazon took this tax avoidance strategy to a new level with its search for a second headquarters. The company solicited bids from cities and regions interested in hosting its second headquarters, promising $5 billion in investment and 50,000 new jobs over the next decade. Amazon received over 200 bids with offers as lucrative as $7 billion in tax incentives from Newark, and Chicago offered to let Amazon keep over $1 billion in income taxes that would normally go to the state. Again, this method is not unique. Foxconn just squeezed billions of dollars in incentives out of Wisconsin for locating a new plant there, but Amazon’s size gives it undue sway in easing its tax burdens and tilting the playing field. Its strategy with the Post Office has been similar, as it’s scored perks like Sunday delivery and lower rates that would not be available to a smaller company.

The long-term strategy

Throughout its history, Amazon has consistently reported minimal profits, meaning it has paid very little in taxes since taxes are assessed based on profits. While that strategy is generally seen as sacrificing profits for market share and long-term competitive advantages, it’s also a way of avoiding taxes, especially compared to its rivals, who pay some of the highest tax rates in business. Between 2008 and September 2017, for example, Walmart (NYSE:WMT) paid $64 billion in income tax, compared to just $1.4 billion for Amazon, even though Amazon has been the more valuable company for several years now.  

Avoiding taxes is standard practice for businesses, but few companies have benefited from exploiting the system more than Amazon, and those strategies have given the e-commerce leader a decided advantage over its heavily taxed retail rivals. 

There’s no question that Amazon has weighed on the profit growth of its retail peers. By avoiding its own taxes and lowering industry profits, the company is reducing the broader retail corporate tax base. It’s not surprising that such an issue would attract government attention.

Pubblicato in: Fisco e Tasse

Italia. 2017. Accise carburanti al 63%, 33.8 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-15.

Gufo_019__

In Italia gran parte delle merci viaggia su trasporto gommato.

Se sicuramente incidono sui costi totali l’emolumento dell’autista, il costo ed ammortamento del camion, la usuale manutenzione ordinaria dei mezzi, altrettanto vero sarebbe che il costo di autostrade e carburante siano una componente di non poca importanza.

Se certamente il costo del combustibile è una variabile fuori del controllo nazionale, essendo i prezzi determinati a livello mondiale, altrettanto certamente l’imposizione fiscale che grava sui carburanti è quella imposta dal governo.

Orbene,

«Dei 53,3 miliardi spesi dagli italiani ben 33,8 miliardi, cioè il 63,5% sono finiti nelle casse dell’Erario, mentre alla produzione e alla distribuzione dei prodotti petroliferi di benzina e gasolio sono andati i restanti 19,5 miliardi»

*

«per la manutenzione e le riparazioni che nel 2017 hanno generato un esborso di 41,6 miliardi»

* * * * * * *

Una tassazione del 63.5% sembrerebbe essere davvero alta, specialmente poi se fosse paragonata a quelle di altre nazioni. Negli Stati Uniti, per esempio, le tasse gravavano per il 13%.

Ci si domanda per quale strano motivo gli Ebrei si lamentassero delle “inique decime”….


Mondo Elettrico. 2018-02-08. 53,3 miliardi spesi nel 2017 per gli acquisti di benzina e gasolio auto. Il 63% sono tasse.

La spesa per l’acquisto di benzina e gasolio auto in Italia è particolarmente elevata per la fortissima tassazione. Dei 53,3 miliardi spesi dagli italiani ben 33,8 miliardi, cioè il 63,5% sono finiti nelle casse dell’Erario, mentre alla produzione e alla distribuzione dei prodotti petroliferi di benzina e gasolio sono andati i restanti 19,5 miliardi.

Il dato deriva da un’elaborazione compiuta dal Centro Studi Promotor su dati ufficiali sui consumi e sui prezzi dei carburanti diffusi dal Ministero dello Sviluppo Economico. Quella per l’acquisto di carburanti e la voce di spesa più elevata per gli utilizzatori di auto. Decisamente più contenuta e infatti la spesa per gli acquisti di autoveicoli che il Centro Studi Promotor per il 2017 ha stimato in 49,4 miliardi. E per la manutenzione e le riparazioni che nel 2017 hanno generato un esborso di 41,6 miliardi.

I 53,3 miliardi spesi dagli italiani per benzina e gasolio auto superano di 2,7 miliardi la spesa corrispondente del 2016 (+5,3%). Questo incremento non è dovuto ad un aumento dei consumi, che anzi sono in calo dell’1,9%, ma dalla dinamica dei prezzi alla pompa che ha portato il prezzo medio ponderato per la benzina da 1,443 euro del 2016 a 1,528 euro del 2017 con incremento del 5,9%.

Mentre il prezzo medio ponderato del gasolio è passato da 1,281 euro del 2016 a 1,383 euro del 2017 con un incremento dell’8%. La spesa per l’acquisto di benzina e gasolio auto in Italia è particolarmente elevata per la fortissima tassazione. Dei 53,3 miliardi spesi per italiani ben 33,8 miliardi, cioè il 63,5% sono finiti nelle casse dell’Erario. Mentre alla produzione e alla distribuzione dei prodotti petroliferi di benzina e gasolio sono andati 19,5 miliardi.

Pubblicato in: Fisco e Tasse, Medio Oriente

Paesi del Golfo. Parziale adeguamento fiscale all’Occidente.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-05.

Arabia Saudita 001

«Rivoluzione fiscale in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti dove per la prima volta è stata introdotta l’Iva»

*

«Una svolta storica e necessaria per tentare di rimpolpare le casse dei due paesi del Golfo e rilanciare l’economia provata dal crollo dei prezzi del petrolio»

*

«L’imposta al 5% …. da oggi è applicata su molti prodotti d’uso comune, dalla benzina, al cibo ai telefoni»

*

«Saranno esenti dall’Iva invece i servizi sanitari, i trasporti pubblici e le operazioni finanziarie»

*

«Gli altri Paesi membri, Qatar, Bahrein, Oman e Kuwait hanno tempo fino al 1 gennaio 2019 per applicare la tassa»

*

«L’Arabia Saudita, il cui 90% delle entrate proviene dall’oro nero, ha già introdotto una tassa su tabacco e bevande e ha ridotto alcune forme di sussidio. Gli Emirati, che devono al petrolio l’80% del loro budget, hanno alzato i pedaggi autostradali e la tassa sul turismo»

*

2018-01-04__Paesi del Golfo.

L’Arabia Saudita sta attraversando un periodo di transizione politica ed economica.

Il pil pro capite è sceso dai 25,208$ del 2012 agli attuali 20,029$. Nel 2017 il pil% è decresciuto del -0.5% nel Q1 e del -1.0% nel Q2.

Il Principe Ereditario ha assunto de facto il governo ed ha varato grandi progetti di riforme.

Arabia Saudita entra nel nucleare, dall’estrazione ai reattori.

Arabia Saudita. Un progetto da 500 miliardi.

Arabia Saudita passa al calendario gregoriano.

Arabia Saudita, prima emissione record di bond

Tuttavia la guerra del petrolio oltre alle grandi spese militari per la propria sicurezza in un Medio Oriente inquieto ed instabile, ha inciso profondamente sulla situazione economica, destabilizzandola.

Poi, si tenga presente come gran parte dei proventi petroliferi vadano non tanto all’Arabia Saudita quanto piuttosto ai membri della Famiglia Saud.

Le conclusione sono al solito davvero semplici.

L’Arabia Saudita deve ridimensionare le proprie ambizioni locoregionali per il banale motivo che non ha fondi sufficienti per potersele permettere.

Nota.

I media liberal occidentali hanno fatto grancassa al permesso accordato in Arabia Saudita alle femmine di poter guidare l’automobile. Certo cambiamento di costume, anche se limitato alle 52 donne abilitate della Famiglia Saud, ma non di importanza come l’introduzione dell’Iva.


Camera Cooperazione Italo Araba. 2018-01-03. Arabia Saudita ed Emirati, introdotta per la prima volta l’IVA

Rivoluzione fiscale in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti dove per la prima volta è stata introdotta l’Iva. Una svolta storica e necessaria per tentare di rimpolpare le casse dei due paesi del Golfo e rilanciare l’economia provata dal crollo dei prezzi del petrolio. L’imposta al 5%, riporta la Bbc, da oggi è applicata su molti prodotti d’uso comune, dalla benzina, al cibo ai telefoni. Ma anche sui costi delle stanze d’albergo e sulle bollette di acqua ed elettricità. Saranno esenti dall’Iva invece i servizi sanitari, i trasporti pubblici e le operazioni finanziarie.

Finisce quindi il sogno del paradiso ‘tax-free’ nel Golfo che per tanto tempo ha attirato lavoratori e turisti da tutto il mondo. Negli ultimi tre anni, con l’aggravarsi della crisi dei prezzi del petrolio, i paesi dell’area hanno cominciato a discutere della possibilità di introdurre un vero e proprio sistema di tassazione.

L’Arabia Saudita, il cui 90% delle entrate proviene dall’oro nero, ha già introdotto una tassa su tabacco e bevande e ha ridotto alcune forme di sussidio. Gli Emirati, che devono al petrolio l’80% del loro budget, hanno alzato i pedaggi autostradali e la tassa sul turismo. I lavoratori, locali e non, possono consolarsi almeno parzialmente. Non è in programma, infatti, l’imposizione di nessuna tassa sul reddito.

L’introduzione dell’Iva è stata decisa nell’ambito del Consiglio di cooperazione del Golfo ed è in linea con le raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale.

Secondo il direttore del Fmi per il Medio Oriente, Jihad Azour, la tassa fa parte di una riforma a lungo termine del sistema fiscale per avviare i paesi del Golfo a diminuire la loro dipendenza dal petrolio. Sul rischio che la nuova imposta provochi un rallentamento dei consumi in paesi in cui il costo della vita è già molto alto l’Fmi rassicura: sarà compensato dagli investimenti del governo.

Gli altri Paesi membri, Qatar, Bahrein, Oman e Kuwait hanno tempo fino al 1 gennaio 2019 per applicare la tassa.

Pubblicato in: Fisco e Tasse, Unione Europea

Macron. Le merci francesi devono circolare liberamente. Le altre col c@@@o.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-11-18.

macron 012

Anche se i francesi notoriamente sono tutt’altro che stupidi, la loro gioppinata la hanno fatta eleggendosi Mr Macron quale Presidente.

Persona amena e simpatica,

Macron. L’indice Ifop di popolarità è crollato di 10 punti.

Macron. Impomatato, incipriato, imbellettato e sodomizzato. – Le Maire

Macron. Affarucci in barba a sanzioni, ‘clima’ e diritti umani. Gli affari francesi sono sacri.

*

Di Mr Macron si può dire di tutto tranne che non sia ultrapulito, imbellettato, inceronato ed il tutto al modico prezzo di nemmeno trentamila euro al mese. A spese del contribuente. D’altra parte essere femmine è bello, è anche di moda, ma soprattutto è costoso, molto costoso.

Ma se lo stato spende tutti questi denari in codesti beni di investimento da qualche parte deve ben pigliarli.

Li preleva al Contribuente con accise, imposte, tasse e balzelli vari: i Cittadini non hanno mai pagato a sufficienza.

Di recente Mr Macron ha aumentato il prezzo delle sigarette, portandolo a circa sette euro il pacchetto.

Poi si è reso conto che nel resto dell’Europa gli stati sono meno esosi, diciamo che si preoccupano meno della salute dei loro Cittadini: lì i pacchetti di sigarette vanno sui cinque euro, in media.

Perché mai se ne accorto?

Semplice.

Frotte di francesi si sono riversati sulle zone confinanti, comprano sigarette e se ne tornano in Francia: nell’Unione Europea le merci avrebbero dovuto circolare liberamente.

Immediatamente il provvido Governo Macron ha imposto la regola che non si possa entrare in Francia con più di quattro stecche a testa.

Rattamente i francesi si sono trasformati in pendolari del fumo: dieci o quindici viaggi al giorno. Un caffè in Italia, una sosta dal tabacchino, e quindi indietro.

È cosa del tutto legale, la legge francese non dice mica quattro stecche al giorno oppure alla settimana oppure ancora al mese.

*

Per Mr Macron possono circolare liberamente le merci francesi, non quelle degli altri paesi.

Poi parlano tutti male del ‘protezionismo‘: che razza di ipocriti. Erano molto più onesti i Farisei.

Tu non sai quanto ci costi“, cantava il buon Macario.


La Stampa. 2017-11-14. Contrabbando di sigarette, la Francia “blinda” i confini dopo i rincari. Affare da 400 euro a viaggio

Consentito il trasporto di quattro stecche a persona. Il risparmio attuale è di 20 euro a stecca. Si temono speculazioni.

*

La Francia «blinda» i confini dopo gli ultimi rincari delle sigarette che hanno portato il prezzo medio di un pacchetto a sette euro contro i cinque dell’acquisto in Italia. Sono infatti già centinaia i tabagisti transalpini che hanno preso d’assalto le rivendite di Ventimiglia e delle altre zone di confine, in Piemonte e Valle d’Aosta. La paura si chiama contrabbando, un commercio parallelo, «d’importazione». E i timori sono fondati visto che cinque persone su una sola auto sono in grado di importare in Francia un totale di 20 stecche con un «risparmio» di 400 euro rispetto all’acquisto in patria. Un business di fatto legale che potrebbe interessare anche il mondo della criminalità organizzata e della malavita comune.  

Per questo motivo le prefetture di confine hanno dato disposizioni alla polizia delle dogane si effettuare controlli serrati, nel caso di identificare persone che potrebbero trasformare le trasferte in Italia per l’acquisto di sigarette in un secondo lavoro.  

Ogni persone che entra in Francia, con le attuali normative, può trasportare un massimo di 4 stecche per un totale di ottocento sigarette o in alternativa un chilo di tabacco, 400 «sigarilli» o 200 sigari.  

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Stati Uniti

Trump. Riforma fiscale passata al Congresso.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-11-17.

Riforma Fiscale Usa

«La Camera ha approvato la riforma con 227 voti a favore e 205 contrari, con tutti i democratici e 13 repubblicani che si sono opposti.»

*

«Far passare questo disegno di legge è la cosa più importante che possiamo fare per far crescere l’economia, ripristinare opportunità e aiutare le famiglie della classe media»

*

«un grande passo verso l’adempimento della nostra promessa di introdurre tagli fiscali storici per il popolo americano entro la fine dell’anno»

*

È un buon passo avanti, ma al senato potrebbero essere dolori.

«Un altro sgambetto alla riforma fiscale voluta da Donald Trump. Il piano presentato ieri dalla Commissione Finanze del Senato differisce in modo sostanziale da quella elaborata dai colleghi del partito repubblicano alla Camera. Si parla, in primo luogo, di rimandare di un anno il taglio alle aliquote fiscali sulle imprese, dal 35% al 20%. Una decisione che, secondo il Financial Times, finirebbe per deludere le aspettative dei manager che da tempo chiedono una riduzione della pressione fiscale, con l’obiettivo di guadagnare competitività sui mercati globali.»

*

«Perché il Senato si oppone a un progetto di riforma più ambizioso? Vuole rispettare il limite dei 1.500 miliardi di dollari di nuovo deficit per i prossimi 10 anni, stabilito dalla risoluzione del budget già votata in entrambe le camere. Vale la pena ricordare che le due aule del Parlamento americano devono approvare lo stesso testo prima che il presidente Usa possa firmarlo, trasformandolo in legge. Sarà quindi necessario una lunga e faticosa opera di convergenza.»

* * * * * * *

Al di là delle frasi di circostanza e roboanti, la verità è come al solito ben differente.

Trump. I liberal democratici pagheranno la riforma fiscale federale.

Questa riforma sarà anche benefica per il popolo americano, ma sicuramente darebbe un colpo quasi fatale alle entrate dei liberal democratici, intesi sia come organizzazione politica sia come persone fisiche.

* * * * * * *

Wall Street Italia. 2017-11-17. Riforma fiscale Usa: Trump incassa ok Camera, si gioca tutto al Senato

Passo in avanti negli Stati Uniti per la riforma fiscale voluta dall’Amministrazione Trump. La Camera ha dato il via libera all’ampia riforma fiscale, che da’ una spinta in avanti al piano dei repubblicani di tagliare le tasse alle imprese e ai lavoratori per 1.500 miliardi di dollari.

“Far passare questo disegno di legge è la cosa più importante che possiamo fare per far crescere l’economia, ripristinare opportunità e aiutare le famiglie della classe media”, ha detto il portavoce Paul Ryan ai membri del Congresso.

Se approvata anche dal Senato, si tratterebbe della prima grande conquista dell’amministrazione Trump, che finora non è riuscita a mantenere le promesse fatte nel corso della campagna elettorale.

La Camera ha approvato la riforma con 227 voti a favore e 205 contrari, con tutti i democratici e 13 repubblicani che si sono opposti.

Intanto il Senato sta lavorando alla sua bozza che potrebbe votare nei prossimi giorni. Il presidente americano, Donald Trump, ha promesso di arrivare a una riforma entro la fine dell’anno.

Seppur parziale, il voto di oggi rappresenta una vittoria legislativa di cui il presidente americano aveva bisogno, dopo la debacle sulla cancellazione dell’Obamacare, la riforma sanitaria simbolo della presidenza di Barack Obama.

In una dichiarazione, la Casa Bianca ha definito il voto favorevole della Camera:

“un grande passo verso l’adempimento della nostra promessa di introdurre tagli fiscali storici per il popolo americano entro la fine dell’anno”.

I detrattori del disegno di legge sostengono invece che la riforma voluta da Trump preveda benefici soprattutto per gli americani più ricchi, incluso lo stesso Trump, mentre fornisca solo modesti guadagni per il reddito medio.

Pubblicato in: Amministrazione, Fisco e Tasse, Stati Uniti, Trump

Trump. I liberal democratici pagheranno la riforma fiscale federale.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-11-15.

Caravaggio_the-cardsharps_e1

Tutte le leggi necessitano di fondi per essere applicate: non a caso la maggior parte delle costituzioni prescrive che ogni provvedimento possa essere approvato in parlamento sotto la condizione che indichi donde reperire i mezzi necessari.

A maggior ragione questa norma deve essere rispetatta da leggi che riducano le entrate dello stato.

La riforma fiscale proposta dal Presidente Trump sembrerebbe quasi autofinanziarsi, nonostante che riduca le tasse al 20%.

Questo avviene perché più che una riduzione delle tasse è un riequilibrio, una razionalizzazione, di chi le deve pagare.

«The most recent example is a GOP tax plan that would limit local and state sales, income and property tax deductions»

*

«Republicans are doing away with the deduction because they need to lower the cost of their tax bill, which reduces the corporate tax rate to 20 percent»

*

«While the House bill preserves a maximum $10,000 property tax deduction, the Senate tax bill would go even further by completely eliminating the deduction»

*

«There are no Republican senators from the states of California, New York and New Jersey, while in the House, blue-state Republicans won a concession»

*

«Six states claim more than half of the value of the deduction nationwide, according to the Tax Foundation, and four voted for Hillary Clinton in last year’s presidential election: California, New York, New Jersey and Illinois»

*

«It just looks like the Republicans are taking the money from the Democrat states and giving it to the Republican states»

*  * * * * * *

Ricapitoliamo.

I liberal democratici sono concentrati negli stati costieri sia ad est sia ad ovest, nonché nell’Illinois. Sono stati molto ricchi e molto popolosi.

La Precedente Amministrazione Obama aveva avuto una genialata: aveva ammesso alla scarico per il pagamento delle tasse federali quanto versato per le tasse locali allo stato di appartenenza. Senza porre limite.

La conseguenza era semplicissima: California, New York, New Jersey ed Illinois avevano aumentato a dismisura l’imposizione fiscale, tanto poi i Contribuenti le avrebbero dedotte dalla quota dovuta con le tasse federali. In poche parole, la federazione avrebbe dovuto mantenere gli eccessi di bilancio degli stati. Il Contribuente versava alle casse dello stato salatissime tasse per le quali chiedeva rimborsa da quelle federali. Pur essendo molto ricchi, California, New York, New Jersey ed Illinois quasi non pagavano tasse federali. Perfetta morale liberal.

Così sei stati, tutti casualmente liberal democratici, erano responsabili di oltre la metà delle tasse scaricate in tutta la federazione di cinquanta stati: erano in poche parole perfetti parassiti delle pubbliche risorse.

La nuova legge proibisce lo scarico delle tasse statali nel computo di quanto dovuto per le tasse federali.

Adesso consegue che gli stati liberal democratici dovranno nettamente ridimensionare il loro budget e, quindi, la pressione fiscale locale, altrimenti i loro Cittadini si troverebbero sotto un peso di oltre il 70% di imposte da pagare sull’unghia.

Fine della pacchia: anche i soldi degli altri alla fine terminano.

L’epoca degli allegri bilanci statali alle spalle di quello federali è finita.

Adesso siamo comodamente seduti in poltrona con un buon bicchiere di bourbon a vedere con quali risorse la California finanzierà la sua rivolta contro Washington, oppure la sua battaglia per il ‘clima‘.

Ne vedremo proprio delle belle.

Nota.

Adesso è chiaro perché i liberal democratici odiano Mr Trump?


Red state lawmakers find blue state piggy bank

«Red states are using blue states as their new piggy bank in the GOP Congress. ….

The most recent example is a GOP tax plan that would limit local and state sales, income and property tax deductions — which would hurt suburban taxpayers in blue states with high property taxes. ….

Republicans are doing away with the deduction because they need to lower the cost of their tax bill, which reduces the corporate tax rate to 20 percent. It just so happens that the major deduction getting the axe delivers big benefits to blue-state taxpayers. ….

While the House bill preserves a maximum $10,000 property tax deduction, the Senate tax bill would go even further by completely eliminating the deduction.

The more stringent Senate bill reflects a political reality: There are no Republican senators from the states of California, New York and New Jersey, while in the House, blue-state Republicans won a concession.

Six states claim more than half of the value of the deduction nationwide, according to the Tax Foundation, and four voted for Hillary Clinton in last year’s presidential election: California, New York, New Jersey and Illinois. ….

Tax reform is the second high-profile example of GOP legislation that has dramatically shifted benefits from blue states to red states. ….

It just looks like the Republicans are taking the money from the Democrat states and giving it to the Republican states»