Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Sardine. Qualcuno inizia a mandarle al diavolo. Anversa.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-30.

Giacobini Sanculotti 001

«Anversa  è una città di 506.922 abitanti del Belgio settentrionale, la più importante nella regione delle Fiandre, una delle tre regioni dello Stato, e il capoluogo della provincia omonima.

Si tratta del comune più popoloso del Belgio, esclusa dunque la sua area metropolitana (la quale è, invece, la seconda nel Paese dopo quella formata dalla Regione di Bruxelles-Capitale). Inoltre il suo porto, importante sbocco verso il mare del Nord attraverso l’estuario del fiume Schelda, è il secondo più grande d’Europa dopo l’Europoort di Rotterdam.» [Fonte]

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«Da una settimana abbiamo chiesto alle autorità di Anversa l’autorizzazione per manifestare il due dicembre in piazza il nostro dissenso alle politiche della paura e dei muri, quelle di Matteo Salvini e di Vlaams Belang. Ad oggi, a distanza di pochissimi giorni e col fine settimana di mezzo, non abbiamo avuto alcuna risposta»

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Ma per quale motivo le sardine avrebbero voluto migrare ad Anversa per fare una dimostrazione di piazza?

Lega: Matteo Salvini il 2 dicembre a Bruxelles e ad Anversa

«Il leader della Lega Matteo Salvini sarà a Bruxelles e ad Anversa nella giornata di lunedì 2 dicembre 2019. – Dalle 16.00 alle 16.30, informa una nota, nella sala stampa “Anna Politkovskaja” Salvini terrà una conferenza stampa con Marco Zanni, presidente del gruppo Identità e Democrazia e Marco Campomenosi, capo delegazione del Carroccio, sul tema “Priorità del gruppo Id per il 2020”. – Alle 20, Salvini sarà invece nello storico edificio Handelsbeurs-Borsa di Anversa, nelle Fiandre, per l’incontro pubblico “Niewe Hoop Voor Europa” (“Una nuova speranza per l’Europa”) organizzato dal gruppo Identità e Democrazia (ID), alla presenza degli europarlamentari Gerolf Annemans (presidente partito ID), Harald Vilimsky (FPO), Jordan Barella (Rassemblement National) e di Tom Van Grieken, presidente di Vlaams Belang. L’evento di Anversa sarà preceduto da un breve punto stampa con i media locali attorno dalle 19.00 alle 19.30.»

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Riassumendo.

Le sardine avrebbero voluto andarsene in trasferta ad Anversa per poter contestare in loco Mr Matteo Salvini, colui che definiscono essere il loro arcinemico.

Ma spedire 6,000 sardine ad Anversa avrebbe anche avuto un suo costo. In ogni caso Anversa non li degna nemmeno di una risposta.

Difficile pensare a meno di 1,200 euro a testa, tra biglietti aerei, due pernottamenti, ed un minimo di vitto ed un qualche argent de poches.

Conto totale 7.2 milioni di euro.

Possibile che a nessun giudice di avanguardia non sia venuto in mente di indagare donde provenga sì tale dovizia di liquidi? Forse che questo non sarebbe un finanziamento illecito ad una formazione politica?

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Sardine, manca autorizzazione, niente manifestazione Anversa

Da una settimana chiesti permessi ma ad oggi nessuna risposta.

BRUXELLES – “Da una settimana abbiamo chiesto alle autorità di Anversa l’autorizzazione per manifestare il due dicembre in piazza il nostro dissenso alle politiche della paura e dei muri, quelle di Matteo Salvini e di Vlaams Belang. Ad oggi, a distanza di pochissimi giorni e col fine settimana di mezzo, non abbiamo avuto alcuna risposta”. Lo annuncia il gruppo “6.000 Sardine in Belgio” su Facebook, rendendo noto che il 2 dicembre non ci sarà una manifestazione ad Anversa “a meno di non ricevere una surreale autorizzazione lunedì mattina”.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Di Maio minaccia la crisi di governo sul Fondo Salva Stati voluto dal PD.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-30.

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Il Governo Zingaretti rosso-giallo ha fedelmente eseguito tutto ciò che gli era stato ordinato dai liberal socialisti che dominano l’Unione Europea.

Adesso occorre decidere se sia più importante l’Italia oppure il tornaconto del partito democratico.

Aderire al Mes, il meccanismo europeo di stabilità, consegnerebbe l’Italia ed il suo sistema bancario nella mani dell’Europa liberal e, soprattutto, della Germania e della Francia, chela tratterebbero ben peggio di come abbiano trattato la Grecia, sottraendole anche tutte le imprese ancora in utile. Sarebbe un consegnarsi schiavi di duri padroni.

E tutto questo per fare un piacere a Mr Zingaretti, l’uomo dell’Alleanza Progressista?

«Il nostro sistema bancario rischia il fallimento, c’è un meccanismo folle»

«O si rinvia o cade il governo»

«Luigi Di Maio non era mai stato così chiaro e l’escalation sulla riforma del Mes, il meccanismo europeo di stabilità, ha ormai raggiunto livelli di guardia per la solidità dell’esecutivo. Il capo dei 5 Stelle, in un vertice convocato nel pomeriggio di domenica a Palazzo Chigi, lancerà la sua road map, che prevede come tappa principale il rinvio del Mes alla prossima primavera»

«Una mossa che molti giudicano azzardata, perché potrebbe non essere accolta per nulla bene in Europa»

«Ma è soprattutto una linea sulla quale non si è ancora trovata una condivisione con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e con gli alleati del Pd. Il premier riferirà in Parlamento lunedì, mentre il d-day è previsto per mercoledì, quando i ministri finanziari dell’Eurozona si riuniranno per decidere come procedere»

«L’approvazione del trattato è prevista al Consiglio europeo di mercoledì 13 dicembre e poi dovrà essere sottoposta alla ratifica dei Parlamenti»

«Ma Di Maio non ci sta. La motivazione è in un documento che i parlamentari hanno condiviso con il leader, nel quale propongono una serie di modifiche. La più importante riguarda il comma 4 dell’articolo 12. Quello che contiene l’obbligo di inserire le Cacs single limb (Clausole di azione collettiva) nei titoli di Stato di nuova emissione. In sostanza si tratta di clausole che rendono più rapida una possibile eventuale ristrutturazione del debiti di un Paese»

«Ovvero no alla proposta tedesca Schöbel-Scholz: «Se passasse questa tesi — spiega Di Maio ai suoi — rischieremmo di far fallire il nostro sistema bancario e di vedere attivato il Mes per salvarci da una riforma che avremmo firmato noi stessi. Sarebbe paradossale. Un meccanismo folle e un rischio che non vogliamo correre».»

«La discussione tra i ministri delle Finanze nell’Eurogruppo, che si riuniscono il 4 dicembre, sarebbe ancora aperta, anche se in questi in giorni, durante la limatura dei testi, non è stata sollevata dall’Italia alcun tipo di obiezione. In particolare, come ha scritto ieri l’Agi, la discussione è ancora aperta sull’opportunità di introdurre un annesso sulla sostenibilità del debito e le Cacs in caso di ristrutturazione del debito»

«Non è impossibile, dunque, che si decida un rinvio, anche se nessuno vuole riaprire i negoziati sui punti fondamentali. Bisognerà vedere la linea prevalente durante il Consiglio del 12 e 13 dicembre e se l’Italia deciderà di isolarsi sino alla possibilità, clamorosa, di porre un veto»

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«Non è del tutto chiaro se Di Maio lo faccia per scienza o per incoscienza, se davvero voglia tornare a fare lo junior partner del segretario leghista, ma il Pd — per quanto abbia accettato finora l’andazzo — non potrà reggere a lungo l’equilibrio asimmetrico»

«Ma i democratici non potrebbero sopportare l’ipotesi che l’Italia si isoli dall’Europa, perché il rating di credibilità del governo sarebbe azzerato»

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No, amici miei. Il Mes non è da rimandarsi: non deve essere sottoscritto per nessun motivo.

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Corriere. 2019-11-30. Di Maio minaccia la crisi di governo: l’esecutivo cadrà senza rinvio sul fondo salva Stati

Di Maio minaccia la crisi: rinvio sul fondo salva-Stati o cade il governo | Cos’è il Mes
L’ira del Pd: così si ritrovano Salvini premier

Domani vertice a Palazzo Chigi, sul tavolo un documento dei 5 Stelle. Il ministro degli Esteri: «Il nostro sistema bancario rischia il fallimento, c’è un meccanismo folle »

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O si rinvia o cade il governo. Luigi Di Maio non era mai stato così chiaro e l’escalation sulla riforma del Mes, il meccanismo europeo di stabilità, ha ormai raggiunto livelli di guardia per la solidità dell’esecutivo. Il capo dei 5 Stelle, in un vertice convocato nel pomeriggio di domenica a Palazzo Chigi, lancerà la sua road map, che prevede come tappa principale il rinvio del Mes alla prossima primavera.

La road map e la proposta di modifica

Una mossa che molti giudicano azzardata, perché potrebbe non essere accolta per nulla bene in Europa. Ma è soprattutto una linea sulla quale non si è ancora trovata una condivisione con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e con gli alleati del Pd. Il premier riferirà in Parlamento lunedì, mentre il d-day è previsto per mercoledì, quando i ministri finanziari dell’Eurozona si riuniranno per decidere come procedere. L’approvazione del trattato è prevista al Consiglio europeo di mercoledì 13 dicembre e poi dovrà essere sottoposta alla ratifica dei Parlamenti.
Ma Di Maio non ci sta. La motivazione è in un documento che i parlamentari hanno condiviso con il leader, nel quale propongono una serie di modifiche. La più importante riguarda il comma 4 dell’articolo 12. Quello che contiene l’obbligo di inserire le Cacs single limb (Clausole di azione collettiva) nei titoli di Stato di nuova emissione. In sostanza si tratta di clausole che rendono più rapida una possibile eventuale ristrutturazione del debiti di un Paese.

Il premier prepara la difesa contro Salvini

Di Maio è da ore al telefono con i colleghi ma anche con i diplomatici, tra i quali il rappresentante alla Ue Maurizio Massari, che gli avrebbero assicurato che un rinvio è possibile. Solo un rinvio, spiegherà Di Maio al ministro Roberto Gualtieri, salverà il governo, «visto che il gruppo è contrario». In primavera, la riforma modificata si dovrebbe collegare, in una logica di pacchetto, a quella dell’unione bancaria. Ma anche qui si chiede una modifica. Ovvero no alla proposta tedesca Schöbel-Scholz: «Se passasse questa tesi — spiega Di Maio ai suoi — rischieremmo di far fallire il nostro sistema bancario e di vedere attivato il Mes per salvarci da una riforma che avremmo firmato noi stessi. Sarebbe paradossale. Un meccanismo folle e un rischio che non vogliamo correre». Bisognerà vedere se saranno d’accordo il premier e soprattutto il ministro dell’Economia Gualtieri che ha difeso a spada tratta il nuovo Mes. Conte sta raccogliendo documenti per smentire le accuse di Salvini e della destra, che considera «sciocchezze basate su una disinformazione incredibile». Lunedì porterà i verbali dei Consigli dei ministri e delle commissioni in cui si è discusso di Mes «in totale trasparenza e in presenza degli esponenti della Lega».

L’eurogruppo di mercoledì

La discussione tra i ministri delle Finanze nell’Eurogruppo, che si riuniscono il 4 dicembre, sarebbe ancora aperta, anche se in questi in giorni, durante la limatura dei testi, non è stata sollevata dall’Italia alcun tipo di obiezione. In particolare, come ha scritto ieri l’Agi, la discussione è ancora aperta sull’opportunità di introdurre un annesso sulla sostenibilità del debito e le Cacs in caso di ristrutturazione del debito. Se la bozza non ha subito modifiche significative rispetto all’accordo di giugno, alcuni Paesi, come la Germania, avrebbero avanzato ragioni costituzionali per rafforzare le disposizioni sulle clausole Cacs, che nella bozza di giugno venivano richiamate nel preambolo. Un altro gruppo di Stati membri, invece, vorrebbe escludere dal trattato l’annesso su sostenibilità del debito e clausole Cacs. Non è impossibile, dunque, che si decida un rinvio, anche se nessuno vuole riaprire i negoziati sui punti fondamentali. Bisognerà vedere la linea prevalente durante il Consiglio del 12 e 13 dicembre e se l’Italia deciderà di isolarsi sino alla possibilità, clamorosa, di porre un veto.

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Corriere. 2019-11-30. Ira del Pd sui 5 Stelle: se continuano così si ritroveranno Salvini premier

Franceschini amaro: «Così il primo governo targato Lega avrà anche l’incassso del risanamento». Guerini: con la linea Di Battista la pazienza finisce.

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Sarà per senso di responsabilità o per masochismo, ma i cocci prodotti in un anno e mezzo da M5S e Lega nel Conte 1, li sta pagando il Pd nel Conte 2. Dal trattato europeo sul fondo salva-Stati, alla norma sulla prescrizione, fino alla riforma delle autonomie regionali, i grillini provano a disfare ciò che nel precedente governo non erano riusciti a completare.
I democratici invece, che ieri stavano all’opposizione e oggi tentano di ultimare le incompiute altrui, si trovano al momento costretti a soggiacere. A subire cioè i cambi di linea repentina dei 5S, senza però reagire. Questa è la situazione nella maggioranza, ed è incredibile: perché in politica le alleanze si reggono su equilibri geometrici. Mentre la coalizione giallorossa è l’espressione di un’asimmetria: da una parte c’è un movimento che rivendica su ogni tema le «mani libere», dall’altra un partito che resta con le «mani legate».

Nella lotta quotidiana per l’egemonia mediatica con l’ex alleato Salvini, Di Maio finora non ha offerto spazi di mediazione al neo alleato Zingaretti. Sulla prescrizione, per esempio, pretende che diventi legge «da gennaio dell’anno prossimo», nonostante si tratti di un’eredità irrisolta del precedente esecutivo. Ancora ieri il leader del Pd ha proposto un compromesso, ribadendo di essere «favorevole alla norma, a patto che ci siano tempi certi nel processo».

Altrimenti? I dem sarebbero pronti a fare maggioranza in Parlamento con il centrodestra, per approvare la proroga del provvedimento? Perché a parti rovesciate, sul fondo salva-Stati, i grillini minacciano di schierarsi coi leghisti, pur di bloccare un trattato europeo che pure avevano gestito nell’anno e mezzo di coabitazione gialloverde.

Sulla materia la posizione di Salvini è strumentale, per non dire equivoca: non si capisce se nei giorni in cui era vice premier fece finta di non capire cosa il suo governo stesse discutendo con Bruxelles. Ma per Di Maio — che a Palazzo Chigi è rimbalzato da una poltrona all’altra — la situazione è chiara, ed è straniante per i suoi attuali alleati vederlo sulle barricate, mentre lascia il cerino in mano al ministro pd dell’Economia. «Siamo ridotti al ruolo di civil servant», commentava l’altro giorno amareggiato il democratico Fausto Raciti, che non si capacitava di come ogni partito avesse un ruolo tranne il suo.

Eppure in questi mesi il Pd riteneva di aver fatto quanto possibile. «E anche oltre», secondo il ministro per gli Affari regionali Boccia, che — viaggiando a fari spenti sulle autonomie regionali — era riuscito nell’impresa di mettere allo stesso tavolo i governatori De Luca ed Emiliano, Fontana e Zaia, cioè cani e gatti. Perciò ieri ha pensato di trovarsi su Scherzi a parte: dopo aver annunciato l’accordo Nord-Sud e destra-sinistra su una riforma insabbiata per un anno da Di Maio e Salvini, è stato attaccato dai «signornò» grillini, oltre che da Iv.

Non è del tutto chiaro se Di Maio lo faccia per scienza o per incoscienza, se davvero voglia tornare a fare lo junior partner del segretario leghista, ma il Pd — per quanto abbia accettato finora l’andazzo — non potrà reggere a lungo l’equilibrio asimmetrico. E si scioglierà le mani.

Già oggi il ministro dem Lorenzo Guerini — chiudendo l’assemblea di Base Riformista — avviserà che se il capo del Movimento «dovesse abbracciare la linea di Di Battista, quella cioè del no alla Commissione von der Leyen e del no al fondo salva-Stati, la nostra pazienza sarebbe esaurita». Il titolare della Difesa è considerato un governista nel Pd, punta a far uscire il suo partito «dall’angolo delle logiche identitarie», e lavora a presentare «un pacchetto di riforme su economia e lavoro» quando la maggioranza dovrà fare il «tagliando» di gennaio. Ma se tra pochi giorni il Conte 2 dovesse ritirarsi dall’accordo sul trattato europeo siglato a giugno dal Conte 1, «allora la corda troppo tesa si spezzerebbe»: a dirlo è Dario Franceschini, il capo-delegazione del Pd al governo, convinto che se il governo superasse il capo Horn del 2019 avrebbe nel 2020 «una navigazione facile, senza più gli scogli delle clausole di salvaguardia».
Ma i democratici non potrebbero sopportare l’ipotesi che l’Italia si isoli dall’Europa, perché il rating di credibilità del governo sarebbe azzerato. Fin qui il Pd «ha pagato il ruolo di forza responsabile», come riconosce Guerini, subendo lo scotto del passaggio al Conte 2. «Avanti così però — dice Franceschini — finirà che l’incasso del risanamento lo farà il Salvini 1».

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Sardine. A Genova hanno lasciato scritto il loro programma.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-30.

2019-11-30__Sardine 001

Giorni fa si sono radunate a Genova circa 8,000 persone aderenti all’iniziativa della ‘sardine’.

Genova ne ha viste di tutti i colori. Per esempio, vi ricordate i girotondini? Mode che vengono e passano.

Quelle sardine erano in grande maggioranza non genovesi: parlavano tutti i dialetti tranne che quello ligure.

Teste canute e volti vecchi, molti dei quali già fotografati in manifestazioni analoghe tenute in altre sedi, e venute a Genova in allegra trasferta.

Almeno uno dei loro punti programmatici è stato scritto con lo spray su di un muro tinteggiato di fresco, in uno dei classici vicoli della città vecchia.

Non è una grande novità.

«Picchia il fascista»

Firmato con la falce ed il martello.

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Picchiare: uno dei tanti modi con il quale si esprime l’odio rancoroso. Violenza fisica ammessa e legalizzata dal fine loro indicato: le persone da loro definite ‘fasciste’ non godono dei diritti umani. Queste sardine sono intrise di violenza. Sono nei fatti razziste.

‘Fascista’?

Il fascismo è morto settantacinque anni fa, nessuno lo rimpiange, ma il suo ricordo è continuamente agitato da quanti hanno tutti gli interessi a mantenerlo in vita, come se esistesse ancora.

Fatto si è che con il termine ‘fascista’ le sardine indicano chiunque non la pensasse come loro.

Quindi, giù botte da orbi!

È un concetto invero alquanto sui generis di democrazia, suggellato da una falce e martello, non certo simboli di tolleranza politica.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Stati Uniti

Stati Uniti. Suprema Corte. Schedulate per febbraio le cause sull’aborto.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-30.

2019-11-28__Scotus 001

Gli Stati Uniti hanno fatto dell’aborto una bandiera politica: favorevoli i liberal democratici, contrari i repubblicani ed i gruppi religiosi.

Allo stato attuale, si direbbe che a nessuno interessi davvero questo problema in sé, ma tutti tendono ad una sentenza politica che possa essere utilizzata nella prossima campagna elettorale.

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Abortion, CFPB cases scheduled for February sitting

This morning the Supreme Court released the calendar for the justices’ February argument session, which begins on Monday, February 24, and runs through the first week of March. During the session, the court will hear nine hours of oral argument over six days. The highest-profile cases of the sitting will come at the end of the session: On March 3, the justices will hear argument in the challenge to the leadership structure of the Consumer Financial Protection Bureau, followed by argument on March 4 in the dispute over the constitutionality of a Louisiana law that requires doctors who perform abortions to have the right to admit patients at a nearby hospital. The justices will also devote a significant portion of their docket in the February session to the subject of immigration, with three separate immigration cases. 

Here is the full list of the cases to be argued in the February session, with a short summary of the issues in each:

U.S. Forest Service v. Cowpasture River Preservation Association & Atlantic Coast Pipeline v. Cowpasture River Preservation Association (consolidated for one hour of oral argument on Feb. 24): Whether the Appalachian Trail is part of the National Park System, so that the U.S. Forest Service cannot grant a right-of-way under the trail.

Opati v. Sudan (Feb. 24): Whether the Foreign Sovereign Immunities Act applies retroactively, thereby allowing punitive damages against a foreign country for terrorist activities that occurred before the current version of the statute was enacted. 

United States v. Sineneng-Smith (Feb. 25): Constitutionality of a federal law that makes it a crime to encourage or cause illegal immigration for financial gain.

Lomax v. Ortiz-Marquez (Feb. 26): Whether a dismissal without prejudice for failure to state a claim counts as a “strike” for purposes of the Prison Litigation Reform Act.

Nasrallah v. Barr (Mar. 2): Whether the federal courts of appeals have the authority to review the factual findings at the heart of decisions denying withholding of removal.

Department of Homeland Security v. Thuraissigiam (Mar. 2): Whether a federal law that limits judicial review of expedited deportation orders in habeas proceedings violates the Constitution’s suspension clause.

Seila Law v. Consumer Financial Protection Bureau (Mar. 3): Challenge to the constitutionality of the leadership structure of the CFPB.

Liu v. Securities and Exchange Commission (Mar. 3): Whether the SEC can seek and obtain disgorgement as “equitable relief” for a securities law violation.

June Medical Services v. Gee & Gee v. June Medical Services (consolidated for one hour of oral argument on Mar. 4): Constitutionality of Louisiana law that requires abortion providers to have the right to admit patients at a nearby hospital, and whether and when abortion providers have a legal right to challenge health-and-safety regulations on behalf of their patients.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Piemonte. Inizia la tutela del retaggio religioso, storico e culturale.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-30.

Presepe 001

Il concetto di democrazia si fonda su alcuni assunti di base, che spesso sono scotomizzati o disattesi.

In primo luogo, tutta la Collettività dovrebbe condividere nella sostanza una identica Weltanschauung. La presenza di antitetici principi fondamentali comporta inevitabilmente situazioni conflittuali che alla fine sono risolvibili solo con la forza.

In secondo luogo, mentre la maggioranza governa, la minoranza dovrebbe adeguarsi a quanto deciso dai governanti. Questo principio diventa però inaccettabile se una componente più o meno ampia nutrisse ambizioni rivoluzionare, ossia la presa di potere con la forza da parte di una minoranza. Infatti, se tale non fosse, avrebbe vinto le elezioni e governerebbe.

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Nessuna di queste due condizioni vige in Italia. La Weltanschauung di sinistra è antitetica ed incompatibile con quella della destra: e la sinistra sopporta tutto tranne che l’essere relegata dagli Elettori a ruolo di minoranza.

Questi contrasti sono così accesi che, nonostante vi sia in atto una recessione stagnante del sistema economico i temi sui principi fondamentali si dimostrano essere ferita saniosa.

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Che la religione cattolica sia parte integrante e portante del retaggio religioso, storico e culturale italiano dovrebbe essere cosa semplicemente evidente a chiunque si sia curato di studiare la nostra storia sulle cronache delle rispettive epoche: sarebbe sufficiente leggersi il Migne. Per non parlare poi dell’incredibile numero di edifici religiosi e delle espressioni artistiche.

Fatto si è che la sinistra liberal socialista rinnega tale retaggio nell’odio che esprime verso Dio, la Chiesa ed i Vangeli. Odio ben sintetizzato dal motto stampato sulla famosa medaglia ottocentesca: “immortale odium et numquam sanabile vulnus”.

Odio che si riversa in un distorto concetto di laicità, inteso come rigetto di ogni simbologia cattolica.

Si dicono offesi dalla eventuale presenza di un Crocefisso e vorrebbero inter alias la eliminazione dei Presepi da case e scuole.

L’assenza di simbologia cattolica è assunta come nuova forma religiosa, dogmatica quanto apodittica.

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«Un presepe in ogni scuola, “per tutelare e mantenere vive l’identità culturale e le tradizioni”»

«La Regione scrive a tutti i dirigenti scolastici del Piemonte in vista del Natale chiedendo di celebrare la festività con iniziative all’interno delle scuole»

«Dopo la discussione sul crocifisso nell’Aula del Consiglio Regionale, il cui via libera definitivo sarà votato nella mattinata di oggi,  e le polemiche per la frase del ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti sulla possibilità di rimuovere il simbolo della croce dalla aule scolastiche, il Piemonte a guida centrodestra detta le linee guida per il Natale»

«Le chiedo la disponibilità – scrive l’assessore alla Scuola Elena Chiorino (Fratelli d’Italia) nella comunicazione inviata ieri a tutte le scuole – di valorizzare all’interno dell’istituto ogni iniziativa legata a questa importante Festività come l’allestimento di presepi o lo svolgimento di recite e canti legati al tema della Natività. La ricorrenza natalizia e le conseguenti tradizioni come il presepe, l’albero di Natale e le recite scolastiche ispirate al tema della natività – prosegue Chiorino – sono parte fondante della nostra identità culturale e delle nostre tradizioni. Che, precisa la comunicazione “la Regione Piemonte intende tutelare e mantenere vive”.»

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Bene.

Liberal e radicali si mettano l’animo in pace. È arrivato il loro turno di stare in panchina.

Non va loro bene? Comprensibilissimo. Alla prossima tornata elettorale conquistino pure loro la maggioranza.

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Repubblica. 2019-11-26. La Regione scrive ai presidi del Piemonte: “Un presepe in ogni scuola per mantenere viva l’identità”

L’invito comprende anche l’albero, recite e canti. L’assessora: “Un supporto per l’integrazione”

Un presepe in ogni scuola, “per tutelare e mantenere vive l’identità culturale e le tradizioni”. La Regione scrive a tutti i dirigenti scolastici del Piemonte in vista del Natale chiedendo di celebrare la festività con iniziative all’interno delle scuole. Dopo la discussione sul crocifisso nell’Aula del Consiglio Regionale, il cui via libera definitivo sarà votato nella mattinata di oggi,  e le polemiche per la frase del ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti sulla possibilità di rimuovere il simbolo della croce dalla aule scolastiche, il Piemonte a guida centrodestra detta le linee guida per il Natale.
“Le chiedo la disponibilità – scrive l’assessore alla Scuola Elena Chiorino (Fratelli d’Italia) nella comunicazione inviata ieri a tutte le scuole – di valorizzare all’interno dell’istituto ogni iniziativa legata a questa importante Festività come l’allestimento di presepi o lo svolgimento di recite e canti legati al tema della Natività. La ricorrenza natalizia e le conseguenti tradizioni come il presepe, l’albero di Natale e le recite scolastiche ispirate al tema della natività – prosegue Chiorino – sono parte fondante della nostra identità culturale e delle nostre tradizioni. Che, precisa la comunicazione “la Regione Piemonte intende tutelare e mantenere vive”.

L’assessore mette poi le mani avanti rispetto alle probabili polemiche che questa richiesta potrebbe provocare soprattutto nelle realtà scolastiche con altre presenza di stranieri provenienti da famiglie di religioni e culture diverse da quella cristiana cattolica. “E’ evidente – sostiene l’assessore – che la conoscenza delle nostre tradizioni, scevra da qualsiasi connotazione ideologica, sia un supporto alla piena integrazione per chi proviene da altre realtà”. 
Ribatte, Igor Boni, presidente di Radicali Italiani: “Siamo di fronte a una giunta che utilizza le istituzioni per fini propagandistici e basta. A proposito di scuola, all’assessore assegno lo zero spaccato in laicità. Queste righe inqualificabili fanno il paio con chi utilizza rosari e crocifissi brandendoli come armi politiche. Spero che le scuole piemontesi sistemino nella raccolta carta questa missiva”.

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Zingaretti nel registro indagati per finanziamenti illeciti.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-30.

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«Qui tra poco scoppia la bomba contro Nicola Zingaretti».


In Italia i tribunali ci sono per condannare i nemici politici dei potentati di turno. Che questi siano innocenti o meno è fatto del tutto irrilevante: tra venti anni saranno riabilitati.

«Nicola Zingaretti, proclamato appena domenica scorsa, 17 marzo, dall’assemblea nazionale del Pd segretario del partito dopo aver vinto con il 66% dei voti le primarie del 3 marzo scorso, sarebbe indagato dalle procure di Roma e di Messina per finanziamento illecito»

«Secondo quanto riportato dall’Espresso on line il nome di Zingaretti emerge dagli interrogatori degli avvocati siciliano Piero Amara e Giuseppe Calafiore: arrestati nel febbraio 2018 per corruzione in atti giudiziari, hanno poi patteggiato 3 e 2,9 anni a testa»

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Ecco la riprova.

“Io indagato perché ho denunciato Zingaretti”. Barillari M5S al contrattacco

Davide Barillari, intercettato nell’inchiesta sulla sanità del Lazio, va al contrattacco: “Le accuse del Pd ed il silenzio M5S, io vado avanti”.

Davide Barillari, il consigliere regionale M5S indagato nell’inchiesta sulla sanità, passa al contrattacco. E racconta la sua verità: “Mi stanno incastrando dopo che ho denunciato Zingaretti”.

L’attacco come abitudine del Movimento arriva via facebook dove Barillari parla chiaro: “Io ho ricevuto telefonate di giornalisti ad ogni ora, fra sabato e domenica che sguazzano nel gossip, inventandosi le notizie… dossieraggi segreti contro Zingaretti, loschi piani per comprare una clinica privata con 25 milioni di euro, e tanto altro ciarpame mediatico. Ma qualcuno davvero crede che io sia coinvolto in un caso di corruzione? O che abbia pericolose relazioni con ambienti di estrema destra, come urlano felici quelli del PD”?

“Volete sapere la verità? Mi stanno incastrando”

“’Barillari indagato è uscito su 15 giornali guarda caso 3 GIORNI DOPO che ho denunciato Zingaretti per le sue assenze in aula. Do’ fastidio, perché faccio visite ispettive (vere non come le passerelle degli altri politici o quelle finte delle Asl) negli ospedali e nelle cliniche private. Nessuno ha mai avuto il coraggio di attaccare la sanità privata. Io lo faccio. Do’ fastidio. Mi occupo di temi dei quali non mi dovrei impicciare….quelli scomodi dove nemmeno i miei colleghi non si vogliono sbilanciare. I vaccini. Il 5g. Le cause dei tumori. L’accreditamento falso. Le nomine pilotate. I concorsi e gli appalti truccati in sanità. La gestione delle camere mortuarie. Il business delle ambulanze private e l’appalto dell’elisoccorso. E c’è anche chi dice che faccio tutto per visibilità personale. Certo. Per qualche like in più su Facebook. Mi accusano anche di essere ‘strumento inconsapevole’ di delinquenti. Non mi conoscono. Io, nonostante il fango mediatico, le accuse del PD, il silenzio del M5S, vado avanti. Perché è mio dovere”.

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Regione, alla Pisana il Pd si scatena contro Barillari: «Fango contro di me»

Regione Lazio – Il Pd chiede la testa del (non) indagato Barillari. Il consigliere pronto a denunciare quindici giornali

«Naturalmente la notizia ha scatenato il Pd , che, ritenuta la (falsa) notizia un bocconcino prelibato e visto il garantismo che li contraddistingue, ha prontamente  chiesto la  testa di Barillari dalla Commissione che presiede in Consiglio regionale …..»

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Ma l’aspetto farsesco è che Mr Di Maio ed il movimenti cinque stelle stia immobile a guardare come se il partito democratico e Italia Viva non fossero loro alleati di governo.

Giustizialisti nei giorni passati dei Vaffa .. day, fustigatori dei costumi nel passato governo, gente per cui una denuncia era una condanna passata in giudicato, se ne stanno zitti e buoni, con il muso nella greppia, incuranti di quanto stia accadendo nel partito democratica ed Italia Viva. Ma se per quello, poi, incuranti anche della recessione economica e dei ponti autostradali che cadono come birilli. Brasati sulle poltrone, peggio dei più retrivi democristiani.

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Lazio, «la bomba su Zingaretti»: dossieraggio sul segretario Pd. Indagato consigliere M5S

Intercettazioni imbarazzanti per il Movimento5Stelle emergono dagli atti dei pm di Roma sull’arresto di tre soggetti di minacce al Gruppo Ini spa. Nelle conversazioni salta fuori il nome di Davide Barillari, consigliere pentastellato.

«Qui tra poco scoppia la bomba contro Nicola Zingaretti». Per colpire il Gruppo Ini spa, titolare di una serie di cliniche accreditate nella Regione Lazio, Andrea Paliani, sindacalista Sicel (Sindacato Italiano Confederazione Europea del Lavoro) e legato all’organizzazione neofascista “Avanguardia Nazionale”, era disposto a mettere nelle mani della politica un dossier contro il segretario del Pd e governatore del Lazio. Si era rivolto per questo al consigliere regionale M5S Davide Barillari, indagato, nel tentativo di arrivare all’ex ministro Giulia Grillo. Non solo: parla anche con Mario Borghezio, ex eurodeputato della Lega, facendo riferimento a «informazioni su Zingaretti».

Sono gli atti con cui i pm di Roma hanno ottenuto l’arresto di tre persone. Ai domiciliari sono finiti il maresciallo dei carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, Giuseppe Costantino, il sindacalista della Sicel, Andrea Paliani e il consulente del lavoro, Alessandro Tricarico. Nell’ordinanza il gip di Roma afferma che i tre hanno compiuto «atti idonei a indurre Cristopher Faroni, consigliere di amministrazione e socio della società Ini spa, (a capo di un gruppo di cliniche accreditate al Ssn, ndr) ad assumere il consulente del lavoro, Alessandro Tricarico, come consulente del lavoro all’interno del gruppo Ini, con un compenso di 250 mila euro annui ….

In altre conversazioni Paliani ribadisce più volte a Barillari – il quale si dice pronto a fare una ispezione sul Gruppo Ini – che «li fai male anche a Zingaretti, capito? Che quelli sono gli amici suoi quelli della Asl», riferendosi alla Ini spa.».

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Zingaretti indagato per finanziamento illecito

Nicola Zingaretti, proclamato appena domenica scorsa, 17 marzo, dall’assemblea nazionale del Pd segretario del partito dopo aver vinto con il 66% dei voti le primarie del 3 marzo scorso, sarebbe indagato dalle procure di Roma e di Messina per finanziamento illecito. Secondo quanto riportato dall’Espresso on line il nome di Zingaretti emerge dagli interrogatori degli avvocati siciliano Piero Amara e Giuseppe Calafiore: arrestati nel febbraio 2018 per corruzione in atti giudiziari, hanno poi patteggiato 3 e 2,9 anni a testa.

LE INCHIESTE DEGLI ALTRI


—> Caso Rixi, ecco di cosa è accusato il sottosegretario della Lega

—> La condanna di Rixi accelera il rimpasto nel Governo

—> Il sottosegretario Armando Siri (Lega) è indagato per corruzione

—> Siri alla Procura di Roma per dichiarazioni spontanee

Sotto inchiesta anche Berlusconi

Sotto inchiesta ci sarebbe anche Silvio Berlusconi per corruzione in atti giudiziari su una sentenza del Consiglio di Stato che, secondo l’accusa, gli consentì di non cedere parte del pacchetto azionario di Mediolanum così come aveva invece stabilito la Banca d’Italia. Per quanto riguarda invece il neo segretario del Pd l’inchiesta è invece portata avanti dai pm Paolo Ielo e Stefano Fava e prende spunto dalle dichiarazioni di Calafiore in un interrogatorio del luglio scorso. Tra l’altro Calafiore si sarebbe detto sicuro di non essere arrestato grazie a erogazioni fatte per favorire l’attività politica di Zingaretti. Ma finora, precisa l’articolo dell’Espresso, prove di tali presunte erogazioni non sarebbero state trovate.

Zingaretti fiducioso

Immediata la reazione di Zingaretti, che si dice estraneo ai fatti e fiducioso: «In merito all’articolo dell’Espresso sulla mia iscrizione nel registro degli indagati della Procura di Roma per un presunto finanziamento illecito, voglio affermare di essere estremamente tranquillo perché forte della certezza della mia totale estraneità ai fatti che, peraltro, sono stati riferiti come meri pettegolezzi “de relato” e senza alcun riscontro, come affermato dallo stesso articolo del
settimanale». E ancora: «Mai nella vita ho ricevuto finanziamenti in forma illecita e attendo quindi con grande serenità che la giustizia faccia tutte le opportune verifiche per accertare la verità».

GUARDA IL VIDEO – Primarie Pd: risultati a confronto da Veltroni a Zingaretti

L’attacco dei pentastellati

Sulla vicenda, però, salgono subito i pentastellati. «Questo sarebbe il nuovo che avanza? Cambiano i segretari ma gli affari oscuri sembrano rimanere di casa nel Pd. Zingaretti abbia il pudore di mollare la nuova poltrona», dice il sottosegretario agli Affari esteri Manlio Di Stefano. E altri, come il vicepresidente del Movimento 5 stelle alla Camera Francesco Silvestri, parlano di perdita del pelo ma non del vizio ricordando che Zingaretti era finito sotto inchiesta anche con Mafia Capitale.

Zingaretti: non mi faccio intimidire dalle bassezze del M5S

«Non mi faccio intimidire dalle bassezze del M5s – è la ferma replica di Zingaretti -. Comprendi la disperazione per il disastro politico che stanno combinando, per essere da mesi succubi del loro alleato di governo, per essere in caduta libera nel gradimento dei cittadini e per le batoste elettorali avute in Abruzzo e Sardegna. Ma se pensano di aggrapparsi alle fantasie di qualcuno sbagliano di grosso».

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Zingaretti è indagato per finanziamento illecito

Il presidente della Regione Lazio nonché nuovo segretario del Pd, avrebbe beneficiato di erogazioni per la sua attività politica dall’imprenditore Fabrizio Centofanti, arrestato nel febbraio del 2018. L’indagine della procura di Roma.

Nicola Zingaretti è indagato dalla procura di Roma per finanziamento illecito nell’ambito di un procedimento stralcio maturato dal filone riconducibile al giro di presunte tangenti pagate da legali di importanti aziende per ottenere sentenze favorevoli al Consiglio di Stato. Stando a quanto riferito dall’Espresso, e confermato in ambienti di piazzale Clodio, il presidente della Regione Lazio nonché nuovo segretario del Pd, avrebbe beneficiato di erogazioni per la sua attività politica dall’imprenditore Fabrizio Centofanti, arrestato nel febbraio del 2018, in passato capo delle relazioni istituzionali dell’imprenditore Francesco Bellavista Caltagirone. Erogazioni, però, di cui i magistrati non hanno trovato traccia al punto che per Zingaretti potrebbe profilarsi presto una richiesta di archiviazione.

A fare il nome del Governatore, riferendo confidenze di Centofanti, è stato l’avvocato Giuseppe Calafiore che con l’avvocato Piero Amara sta da tempo collaborando con la magistratura spiegando come funzionava il meccanismo corruttivo al Consiglio di Stato. Amara e Calafiore, anche loro finiti in carcere lo scorso anno, hanno già patteggiato la pena davanti al gup di Roma: 3 anni il primo e 2 anni e 9 mesi il secondo per concorso in corruzione in atti giudiziari. 

“In merito all’articolo dell’Espresso sulla mia iscrizione nel registro degli indagati della Procura di Roma per un presunto finanziamento illecito, voglio affermare di essere estremamente tranquillo perché forte della certezza della mia totale estraneità ai fatti che, peraltro, sono stati riferiti come meri pettegolezzi de relato e senza alcun riscontro, come affermato dallo stesso articolo del settimanale”. Lo dichiara il segretario del Pd, Nicola Zingaretti. 

“Mai nella mia vita ho ricevuto finanziamenti in forma illecita e attendo quindi con grande serenità che la giustizia faccia tutte le opportune verifiche per accertare la verità. Quanto al Movimento 5stelle e alle loro scomposte dichiarazioni: comprendo la loro disperazione per il disastro politico che stanno combinando, per essere da mesi succubi del loro alleato di governo, per essere in caduta libera nel gradimento dei citttadini e per le batoste elettorali avute in Abruzzo e Sardegna. Ma se pensano di aggraparsi alle fantasie di qualcuno sbagliano di grosso. Non mi faccio intimidire da chi utilizza queste bassezze. Se ne facciano una ragione”, conclude Zingaretti. 

Il segretario del Pd si riferisce alla nota diffusa dal Movimento, in cui si diceva che “Nemmeno pochi giorni da segretario del Partito democratico e già viene indagato per finanziamento illecito, secondo l’Espresso. Un bel battesimo che non sorprende, visto che era già stato indagato per Mafia Capitale. Perdi il pelo ma non il vizio: bentornato Pd, ci eri mancato”. A rincarare la dose Manlio Di Stefano:  “Questo sarebbe il nuovo che avanza? Il neo segretario del Pd, Nicola Zingaretti – se venisse confermato quanto riportato da L’Espresso – sarebbe indagato per finanziamento illecito. Cambiano i segretari ma gli affari oscuri sembrano rimanere di casa nel Pd. Zingaretti abbia il pudore di mollare la nuova poltrona”. 

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Zingaretti, M5s attacca: “Se è indagato si dimetta”. Il segretario Pd: “Bassezze, ho fiducia nei giudici”

La notizia pubblicata dall’Espresso sull’iscrizione di Nicola Zingaretti nel registro degli indagati della Procura di Roma, per presunto finanziamento illecito, ha innescato l’offensiva del M5s al segretario del Pd. Che risponde di non temere “le bassezze” dei cinquestelle, i quali  – anche preoccupati dal sondaggio Swg secondo cui il Pd scavalcherebbe i grillini nella campagna all’europeo – partono all’attacco dei democratici.

“In merito all’articolo dell’Espresso voglio affermare di essere estremamente tranquillo – afferma il governatore del Lazio –  perché forte della certezza della mia totale estraneità ai fatti che, peraltro, sono stati riferiti come meri pettegolezzi ‘de relato’ e senza alcun riscontro, come affermato dallo stesso articolo del settimanale”.

“Mai nella mia vita ho ricevuto finanziamenti in forma illecita e attendo quindi con grande serenità che la giustizia faccia tutte le opportune verifiche per accertare la verità – prosegue il leader dem -. Quanto al Movimento 5stelle e alle loro scomposte dichiarazioni: comprendo la loro disperazione per il disastro politico che stanno combinando, per essere da mesi succubi del loro alleato di governo, per essere in caduta libera nel gradimento dei citttadini e per le batoste elettorali avute in Abruzzo e Sardegna. Ma se pensano di aggraparsi alle fantasie di qualcuno sbagliano di grosso – conclude Zingaretti -. Non mi faccio intimidire da chi utilizza queste bassezze. Se ne facciano una ragione”.
Le “bassezze” a cui fa riferimento Zingaretti prendono le mosse da una nota del partito di Di Maio, in cui si legge: “Nemmeno pochi giorni da segretario del Partito democratico e già viene indagato per finanziamento illecito, secondo l’Espresso. Un bel battesimo che non sorprende, visto che era già stato indagato per Mafia Capitale. Perdi il pelo ma non il vizio: bentornato Pd, ci eri mancato”. A seguire arriva l’attacco di Manlio Di Stefano, sottosegretario M5s agli Affari esteri, che invita il neosegretario a lasciare il nuovo incarico: “Questo sarebbe il nuovo che avanza? Cambiano i segretari ma gli affari oscuri sembrano rimanere di casa nel Pd. Zingaretti abbia il pudore di mollare la nuova poltrona”.
Sulla stessa scia anche il senatore pentastellato Gianluigi Paragone, che aggiunge: “Mi auguro che il neosegretario del Pd smentisca questa notizia, altrimenti faccia un passo indietro. Certo, sarebbe veramente un pessimo inizio…”.

Pubblicato in: Cina, Devoluzione socialismo

Cina – Italia. Governo Zingaretti fa uscire dai gangheri i cinesi. Dazi in vista.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-29.

Cina

«Il segretario generale di Demosisto di Hong Kong, Joshua Wong, ha pianificato e partecipato al caos, alle violenze e agli attacchi alla polizia; tutte azioni criminali che ne hanno determinato l’arresto e attualmente si trova in una condizione di libertà provvisoria in attesa del processo. Joshua Wong ha distorto la realtà, legittimato la violenza, criticato il principio “un paese, due sistemi” e chiesto pubblicamente l’ingerenza di forze straniere negli affari di Hong Kong, comportandosi come un clown saltellante “pro-indipendenza di Hong Kong”»

«Alcuni politici italiani hanno ignorato i fatti appena descritti e hanno voluto con determinazione fare la videoconferenza con Joshua Wong, fornendo una piattaforma per un separatista “pro-indipendenza” di Hong Kong e appoggiando la violenza e il crimine»

«Si è trattato di un grave errore e di un comportamento irresponsabile per cui siamo fortemente insoddisfatti ed esprimiamo la nostra più ferma opposizione»

«Vogliamo ribadire che gli affari di Hong Kong appartengono alla politica interna della Cina e nessun paese, organizzazione o singolo ha alcun diritto di interferirvi. Speriamo che le persone coinvolte rispettino la sovranità cinese e si impegnino in azioni che aiutino l’amicizia e la cooperazione tra Italia e Cina e non il contrario»

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Sintetizziamo.

Se il parlamento italiano onora ed invita Joshua Wong in modo ufficiale, sostenendo la separazione di Hong Kong dalla Cina sarebbe un atto dovuto, giusto, lecito.

Se poi la Cina protestasse, sarebbe un’indebita ingerenza della Cina negli affari italiani.

Poi non ci si lamenti se la Cina mettesse alti dazi sulle merci che l’Italia vi esporta.

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Ambasciata Cinese. 2019-11-29. Il portavoce dell’Ambasciata Cinese in Italia chiarisce la posizione in merito alla videoconferenza di Joshua Wong con alcuni politici italiani.

Nell’ultimo periodo, si è registrata una escalation nelle attività criminali e violente ad Hong Kong che stanno spingendo la città in una situazione di pericolo estremo e ne stanno calpestando gravemente lo stato di diritto e l’ordine sociale, danneggiandone seriamente prosperità e stabilità, minacciando il principio fondamentale noto come “un paese, due sistemi”.
Il segretario generale di Demosisto di Hong Kong, Joshua Wong, ha pianificato e partecipato al caos, alle violenze e agli attacchi alla polizia; tutte azioni criminali che ne hanno determinato l’arresto e attualmente si trova in una condizione di libertà provvisoria in attesa del processo. Joshua Wong ha distorto la realtà, legittimato la violenza, criticato il principio “un paese, due sistemi” e chiesto pubblicamente l’ingerenza di forze straniere negli affari di Hong Kong, comportandosi come un clown saltellante “pro-indipendenza di Hong Kong”.

Alcuni politici italiani hanno ignorato i fatti appena descritti e hanno voluto con determinazione fare la videoconferenza con Joshua Wong, fornendo una piattaforma per un separatista “pro-indipendenza” di Hong Kong e appoggiando la violenza e il crimine. Si è trattato di un grave errore e di un comportamento irresponsabile per cui siamo fortemente insoddisfatti ed esprimiamo la nostra più ferma opposizione.

Vogliamo ribadire che gli affari di Hong Kong appartengono alla politica interna della Cina e nessun paese, organizzazione o singolo ha alcun diritto di interferirvi. Speriamo che le persone coinvolte rispettino la sovranità cinese e si impegnino in azioni che aiutino l’amicizia e la cooperazione tra Italia e Cina e non il contrario.

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Amb.Cina contro parlamentari italiani

“Joshua Wong ha distorto la realtà, legittimato la violenza e chiesto l’ingerenza di forze straniere negli affari di Hong Kong. I politici italiani che hanno fatto la videoconferenza con lui hanno tenuto un comportamento irresponsabile”. Lo afferma il portavoce dell’ambasciata cinese in un tweet dell’ambasciata stessa che fa riferimento alla conferenza stampa organizzata ieri a Palazzo Madama da Fdi e Radicali nella quale è intervenuto il leader delle proteste a Hong Kong.

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Farnesina a Cina, inaccettabile ingerenza

“Dichiarazioni quali quelle rese dal portavoce dell’ambasciata della Repubblica Popolare Cinese a Roma sono del tutto inaccettabili e totalmente irrispettose della sovranità del Parlamento italiano”. Questo, secondo fonti della Farnesina sentite dall’ANSA, quanto rappresentato formalmente dal ministero degli Esteri italiano all’ambasciatore cinese a Roma cui è stato espresso “forte disappunto per quella che è considerata una indebita ingerenza nella dialettica politica e parlamentare italiana”. La presa di posizione della Farnesina arriva dopo le parole dell’ambasciata su Hong Kong.

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Renzi – Open. 6.7 milioni oppure almeno 35 miliardi in Lussemburgo? Malelingue.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-29.

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Le indagini sulla Fondazione Open e su Matteo Renzi proseguono e stanno aprendo un nuovo filone lussemburghese.

«Un archivio custodito da Alberto Bianchi e sfuggito ai militari nella perquisizione dello scorso settembre. L’elenco dei finanziatori della Fondazione Open è stato ritrovato dagli uomini della Guardia di Finanza tre giorni fa, quando sono tornati nello studio dell’avvocato ed ex presidente di Open, per acquisire materiale sulle donazioni e l’impiego dei soldi»

«Accanto a ogni cifra e al nome dell’imprenditore, l’indicazione di chi avesse reperito il finanziatore»

«Di fatto i finanziamenti diretti sono arrivati per via bancaria, ma gli inquirenti puntano a fare chiarezza su due fronti: l’ipotesi che alcune donazioni siano passate per vie traverse, come le parcelle e gli incarichi a Bianchi e una società lussemburghese fondata da Carrai e poi che per i donatori più generosi ci siano stati favori in cambio»

«È L’Espresso a riportare, ad esempio, che tra questi c’è Gianfranco Librandi, con 800mila euro, poi candidato nelle politiche del 2018 nelle liste del Pd e da poco passato a Italia viva, il nuovo partito di Matteo Renzi»

«Attraverso due società, la Tci Telecomunicazioni Italia e la Tci Elettromeccanica, Librandi versa su un conto di Open gestito da Bianchi una cospicua parte del milione e 700mila euro finiti tra il 2017 e il 2018 sul deposito bancario»

«Da un primo esame del materiale sequestrato emerge invece come Marco Carrai, imprenditore e amico personale di Renzi, ex componente del cda della fondazione e indagato per finanziamento illecito dei partiti, usasse chat criptate o che si autoeliminavano»

«Intanto, le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Luca Turco e dal pm Antonio Nastasi, sono arrivate fino in Lussemburgo»

«Perché è lì che, nel 2012, anno della candidatura alle primarie di Renzi e della nascita di Open, Carrai ha fondato la Wadi Ventures management capital sarl. E, nel tempo, alcuni dei finanziatori più generosi della fondazione renziana, sono entrati nella compagine societaria»

«L’ipotesi è che i finanziamenti alla fondazione non siano stati diretti, ma siano passati attraverso incarichi legali affidati a Bianchi che, poi, avrebbe girato i soldi a Open»

«Carrai …. risulta essere tra i soci della Wadi Ventures management capital sarl, società che ha sede in Lussemburgo e che ha come oggetto la detenzione di partecipazioni societarie»

«A destare i sospetti degli inquirenti è il fatto che negli anni alcuni dei finanziatori di Open siano anche entrati nella società estera. Il primo è il finanziere Davide Serra, uno dei donatori perquisiti martedì che, nel 2012, versa 50mila euro nella Wadi Ventures»

«E ancora tra i soci esteri, Fabrizio Landi, finanziatore di Open, nominato nel cda di Finmeccanica da Renzi.»

«Nel 2014, Landi compra 75 mila euro di azioni della Wadi. Poi Michele Pizzarotti, il costruttore perquisito martedì, nel 2014 versa 100 mila euro nella Wadi Ventures. Diventando anche lui socio»

«Intanto il Gruppo Toto segnala come «pretestuose e fuorvianti» le ricostruzioni giornalistiche che chiamano in causa la controllata Strada dei Parchi SpA, concessionaria delle Autostrade A24 e A25, come beneficiaria di favori da parte del governo di Matteo Renzi»

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Tu mi finanzi ed io ti aiuto.

Le indagini sulla Wadi Ventures potrebbe far scaturire sorprese da mille ed una notte.

Le solite malelingue, i detrattori cronici, maligni quanto falsi e bugiardi, stanno sussurrando in modo tale farsi ben sentire cose fantasmagoriche, che certo non raccoglieremo, dato che siamo alieni ai pettegolezzi malevoli da sacrestia degenerata.

Figuratevi cosa stanno propalando in giro su quei galantuomini! Calunniano dicendo che nella Wadi sarebbero transitate decine di miliardi in cambio di favori politici.

Ma chi mai, chi mai potrebbe credere a cosa del genere?

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Renzi, spunta la lista dei finanziatori di Open: usate chat criptate che si autodistruggevano

Un archivio custodito da Alberto Bianchi e sfuggito ai militari nella perquisizione dello scorso settembre. L’elenco dei finanziatori della Fondazione Open è stato ritrovato dagli uomini della Guardia di Finanza tre giorni fa, quando sono tornati nello studio dell’avvocato ed ex presidente di Open, per acquisire materiale sulle donazioni e l’impiego dei soldi. Accanto a ogni cifra e al nome dell’imprenditore, l’indicazione di chi avesse reperito il finanziatore. Di fatto i finanziamenti diretti sono arrivati per via bancaria, ma gli inquirenti puntano a fare chiarezza su due fronti: l’ipotesi che alcune donazioni siano passate per vie traverse, come le parcelle e gli incarichi a Bianchi e una società lussemburghese fondata da Carrai e poi che per i donatori più generosi ci siano stati favori in cambio.

È L’Espresso a riportare, ad esempio, che tra questi c’è Gianfranco Librandi, con 800mila euro, poi candidato nelle politiche del 2018 nelle liste del Pd e da poco passato a Italia viva, il nuovo partito di Matteo Renzi. Attraverso due società, la Tci Telecomunicazioni Italia e la Tci Elettromeccanica, Librandi versa su un conto di Open gestito da Bianchi una cospicua parte del milione e 700mila euro finiti tra il 2017 e il 2018 sul deposito bancario. La lista non è segreta, ma agli inquirenti interessa anche stabilire quale sia poi stato l’impiego del denaro.

Da un primo esame del materiale sequestrato emerge invece come Marco Carrai, imprenditore e amico personale di Renzi, ex componente del cda della fondazione e indagato per finanziamento illecito dei partiti, usasse chat criptate o che si autoeliminavano. Il nome di Carrai è finito anche in una segnalazione dell’Ufficio Antiriciclaggio di Bankitalia, per un prestito di 20mila euro a Matteo Renzi, proprio alla vigilia dell’acquisto della casa da 1,3 milioni, assicurato anche da un altro prestito quello degli imprenditori Maestrelli.

Intanto, le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Luca Turco e dal pm Antonio Nastasi, sono arrivate fino in Lussemburgo. Perché è lì che, nel 2012, anno della candidatura alle primarie di Renzi e della nascita di Open, Carrai ha fondato la Wadi Ventures management capital sarl. E, nel tempo, alcuni dei finanziatori più generosi della fondazione renziana, sono entrati nella compagine societaria. Da Davide Serra a Pizzarotti di Parma, entrambi perquisiti martedì scorso.

L’ARCHIVIO
Un lungo elenco di nomi, accanto le cifre e il politico o il fedelissimo del giglio magico che aveva procacciato il finanziatore. Gli elenchi sequestrati nello studio legale di Bianchi sono adesso all’esame della Guardia di finanza. Il sospetto degli inquirenti è che alcuni di quei finanziatori abbiano ricevuto qualcosa in cambio, come incarichi o vantaggi di altro tipo. Un archivio che racconta l’attività della fondazione e molto sui 6,7 milioni incassati. Secondo una prima ricostruzione un ruolo centrale lo avrebbe avuto proprio Carrai. Insieme all’amico di Renzi, che annuncia il ricorso al Tribunale del Riesame contro i sequestri, e a Bianchi, sul registro degli indagati sono stati i scritti anche i nomi dell’imprenditore Patrizio Donnini, della moglie, Lilian Mammoliti, e dell’ad di Renexia (gruppo Toto) Lino Bergonzi. L’ipotesi è che i finanziamenti alla fondazione non siano stati diretti, ma siano passati attraverso incarichi legali affidati a Bianchi che, poi, avrebbe girato i soldi a Open.

LUSSEMBURGO

«Carrai – si legge nel decreto di perquisizione notificato tre giorni fa a uno degli uomini più vicini a Matteo Renzi – risulta essere tra i soci della Wadi Ventures management capital sarl, società che ha sede in Lussemburgo e che ha come oggetto la detenzione di partecipazioni societarie». A destare i sospetti degli inquirenti è il fatto che negli anni alcuni dei finanziatori di Open siano anche entrati nella società estera. Il primo è il finanziere Davide Serra, uno dei donatori perquisiti martedì che, nel 2012, versa 50mila euro nella Wadi Ventures.

Nel 2013 arriva anche Francesco Valli, fino all’anno prima a capo della British American Tobacco Italy. Nella società lussemburghese investe 150mila euro. La società del tabacco (anche questa perquisita) nel 2014 dona, invece, a Open 100mila euro. E ancora tra i soci esteri, Fabrizio Landi, finanziatore di Open, nominato nel cda di Finmeccanica da Renzi.

Nel 2014, Landi compra 75 mila euro di azioni della Wadi. Poi Michele Pizzarotti, il costruttore perquisito martedì, nel 2014 versa 100 mila euro nella Wadi Ventures. Diventando anche lui socio.

Intanto il Gruppo Toto segnala come «pretestuose e fuorvianti» le ricostruzioni giornalistiche che chiamano in causa la controllata Strada dei Parchi SpA, concessionaria delle Autostrade A24 e A25, come beneficiaria di favori da parte del governo di Matteo Renzi. Mentre l’imprenditore Alfredo Romeo precisa: «Nessuna perquisizione è stata effettuata in alcuno degli uffici delle società del Gruppo Romeo, né tanto meno in una mia abitazione».

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Open, Librandi: “C’è chi compra barca o quadro, io finanzio politica”

“No non son pentito per niente perché ho condiviso un progetto con Renzi e andrò avanti a condividerlo”. Lo dice Gianfranco Librandi di Italia Viva all’Adnkronos in merito al finanziamento di 800mila euro alla Fondazione Open.

 “Un imprenditore può decidere di comprare una barca o un’opera d’arte. Io credo nel Paese e credo che sia un cosa importante per cui lottare e dato che negli ultimi anni la situazione è complicata e difficile per gli imprenditori che chiedono stabilità alla politica e l’unico che questa stabilità l’ha garantita, almeno nella XVII legislatura, è stato Matteo Renzi. Quindi sto con lui e condivido il suo progetto”. E sottolinea: “Sono soldi regolari, trasparenti, tracciabili, non scaricati dalle tasse della mia azienda ma sudati e guadagnati con estremo sudore”.

“Quel finanziamento a Open per ‘comprarmi’ il seggio? Io ho fatto per 8 anni il consigliere comunale e poi per 5 anni sono stato deputato. Io ero già deputato non avevo bisogno di comprarmi un bel niente…”, dice ancora Librandi. Questa vicenda sarà un danno per Italia Viva? “Da un lato la mette in evidenza, dall’altro se uno non ha la possibilità di spiegarla bene, può essere un danno

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Carrai e i soci in Lussemburgo, l’intreccio con i finanziatori di Open.

Nell’elenco anche Davide Serra. Trovato l’archivio segreto dell’avvocato Bianchi, il presidente della fondazione renziana.

Un archivio segreto con l’elenco degli imprenditori e accanto i nomi di politici e consiglieri di amministrazione che li avevano convinti a finanziare Open. Era nella disponibilità dell’avvocato Alberto Bianchi, il presidente della Fondazione indagato per traffico d’influenze, riciclaggio e finanziamento illecito. Gli investigatori della Guardia di Finanza lo hanno trovato nel corso della seconda perquisizione compiuta tre giorni fa e adesso la lista dovrà essere ricontrollata per verificare se chi ha versato denaro «per sostenere l’attività politica di Matteo Renzi» abbia ottenuto vantaggi per le proprie aziende o incarichi nelle istituzioni. I magistrati ritengono che un ruolo chiave in questa partita lo abbia avuto Marco Carrai, fedelissimo dell’ex premier che aveva un posto nel cda, ma soprattutto gestiva una serie di società — anche all’estero — che avevano tra i soci proprio alcuni soggetti poi comparsi tra i beneficiari della Open. E per questo gli specialisti della Finanza indagheranno anche su chat e mail rintracciate nei suoi telefonini e computer. Un lavoro che non si preannuncia affatto semplice, anche perché Carrai utilizzava un sistema per criptare le telefonate prevedendo «l’autodistruzione» dei messaggi inviati e ricevuti.

La sigla dei «reclutatori»

L’indagine coordinata dal procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo riguarda i versamenti oltre i 50mila euro. È lungo l’elenco di chi ha elargito denaro tra il 2012 e il 2018. Nella maggior parte dei casi sono stati i componenti del «giglio magico» a trovare sponsor per la Fondazione e il loro impegno veniva riconosciuto con una sigla apposta accanto al nominativo e alla cifra versata. Luca Lotti, Maria Elena Boschi, lo stesso Bianchi e altri politici vicini a Renzi si sono impegnati affinché Open ricevesse finanziamenti e alla fine la Fondazione ha ottenuto oltre 7 milioni di euro. Nel 2018, quando si è deciso di chiuderla dopo le dimissioni di Renzi da capo del governo, Bianchi ha dichiarato di avere una perdita di circa un milione di euro. Entrate e uscite che la Finanza sta ricostruendo partendo dal sospetto che in realtà una buona parte dei soldi fossero un vero e proprio finanziamento illecito alla corrente del Pd che faceva capo a Renzi.

La Wadi e i soldi in Lussemburgo

Per questo l’indagine si concentra sulle società di Carrai con un’attenzione particolare alla Wadi. Nel decreto di perquisizione che ipotizza il finanziamento illecito si sottolinea che «Carrai risulta essere tra i soci della Wadi Ventures Management, società che ha sede in Lussemburgo e che ha come oggetto la detenzione di partecipazioni societarie». Le verifiche già svolte hanno dimostrato che alcuni soci dell’azienda risultano anche tra i finanziatori di Open e dunque bisognerà scoprire se in realtà la Wadi possa essere stata utilizzata anche per trasferire fondi all’estero. Nel 2012 il finanziere Davide Serra — che tre giorni fa ha subito la perquisizione — ha versato 50mila euro nelle casse della Wadi per diventarne socio, dopo aver finanziato la Fondazione Big Bang di Renzi. Interessante per gli inquirenti è anche il ruolo di Francesco Valli, fino al 2012 capo della British American Tobacco Italy. Nel 2014 ha elargito 100mila euro a Open. Ma l’anno prima è diventato socio della Wadi versando 50mila euro. Percorso analogo a quello compiuto un anno dopo dal costruttore Michele Pizzarotti che ha deciso di entrare nell’azienda lussemburghese con 100mila euro e adesso ha ricevuto la «visita» dei finanzieri. Obiettivo: svelare quali siano i reali interessi che si celano dietro questo intreccio di nomi e aziende. E soprattutto quali affari siano stati realizzati.

Chat e messaggi criptati

Per scoprirlo saranno analizzati i documenti sequestrati negli uffici di Carrai — che gode di una particolare immunità visto che dal 4 ottobre è stato nominato console di Israele — ma anche telefoni e computer. È noto che Carrai, grande esperto di cybersicurezza tanto che Renzi voleva nominarlo consulente del suo governo per quel settore, utilizza applicazioni criptate per parlare e mandare messaggi quindi non sarà facile ricostruire contatti e conversazioni. L’obiettivo rimane comunque quello di svelare la sua «rete» italiana ed estera proprio per individuare eventuali canali paralleli di finanziamento. Per questo si controllerà anche tutta la movimentazione dei conti correnti e le spese effettuate con carte di credito e bancomat messe a disposizione da Open. Una veniva utilizzata da Luca Lotti che nega di averla utilizzata per l’attività politica: «Esistono soltanto semplici e regolari indennizzi delle spese che ho sostenuto nello svolgimento del mio ruolo di membro del cda della Fondazione Open. Tutto, ribadisco, si è sempre svolto nell’assoluta trasparenza, tutti i costi sono tracciati, dettagliati e messi nero su bianco, oltre ad essere indicati nei bilanci della Fondazione stessa e per questo vagliati dai sindaci revisori».

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Poste. Antitrust e le raccomandate non consegnate.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-29.

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Lungi da noi la minima intenzione di demonizzare od accusare chicchessia.

Un buon numero di postini svolge correttamente ed onestamente il proprio lavoro, e recapita al destinatario le lettere raccomandate.

Tuttavia molti uffici abbastanza grandi devono dedicare una persona ad andare a ritirare alle poste lettere raccomandate non consegnate: il postino aveva semplicemente lasciato l’avviso, come se nel popolato ufficio non ci fosse stato proprio nessuno.

Ma basta poi andare in un ufficio postale per trovare una lunga coda al ritiro delle raccomandate. Non è un caso isolato, bensì la prassi.

Stessa cosa per pacchi e pacchetti.

Il danno in perita di tempo e di denari, uno stipendio buttato al vento e giorni di ritardo.

Eppure, adesso che tutto è registrato elettronicamente, sarebbe davvero banale identificare i postini che non recapitano.

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Poste, l’Antitrust indaga sulle raccomandate: i postini non le consegnano?

I postini lasciano l’avviso di giacenza senza prima controllare la presenza del destinatario. Questa l’ipotesi dell’Autorità.

Indagine dell’Antitrust su Poste Italiane per le raccomandate non consegnate. È stata avviata un’istruttoria per accertare la presunta pratica commerciale scorretta. L’ipotesi è che, invece di consegnare la raccomandata, i postini non verifichino la reale presenza del destinatario, ma lascino direttamente nella casella l’avviso di giacenza. Poste rischia una sanzione massima da 5 milioni di euro.

Antitrust indaga sulle raccomandate di Poste

Oggi, martedì 26 novembre, i funzionari dell’Autorità per la concorrenza e il Nucleo Speciale Antitrust della Guardia di Finanza hanno ispezionato gli uffici del Gruppo. L’operazione è partita dopo l’avvio dell’istruttoria “per accertare una presunta pratica commerciale scorretta, posta in essere nell’ambito del servizio di recapito della corrispondenza e, in particolare, delle raccomandate”.

Tale pratica sarebbe stata attuata in violazione del Codice del Consumo. I clienti sarebbero infatti indotti “ad acquistare un servizio pubblicizzato da claim” che evidenziano delle caratteristiche che, però, non vengono rispettate. I consumatori pagano quindi per un determinato servizio ma ne ricevono uno di livello inferiore, come la spedizione di lettera semplice.

L’Unione Nazionale Consumatori ha accolto la notizia, facendo appello affinché “si faccia luce sul servizio delle raccomandate, decisamente troppo caro e poco efficiente”. “Bisogna tornare ai tempi in cui il postino suona sempre due volte”, ha aggiunto l’Associazione di Consumatori.

I postini non controllano la presenza del destinatario?

L’Antitrust vuole verificare la sistematicità della pratica, che costringerebbe, spiega UNC, i clienti “a fare lunghe code in posta per recuperare la raccomandata ricevuta”.

Come ribadisce anche l’Autorità, se il postino non controlla nei dovuti tempi e modi la presenza del destinatario, si registra “uno slittamento dei tempi di consegna e un dispendio di tempo ed energie che non sarebbe necessario qualora il tentativo di consegna venisse realmente effettuato”.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Regno Unito. Ultimi sondaggi. Conservatori con 365 seggi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-29.

2019-11-26__ Regno Unito 001

Electoral Calculus ha rilasciato gli ultimi sondaggi elettorali sulla base del rilevamento fatto il 19 novembre su di un campione di 9,900 persone, stratificate per collegi elettorali.

Dato il sistema elettorale per collegi, si ricorda come le percentuali non corrispondano al numero dei seggi previsti.

Regno Unito. Si profila un trionfo elettorale per i Conservatori.

Anche se simili risultati piaceranno a molti e dispiaceranno a molti altri, si dovrebbe notare come alla fine il Regno Unito potrebbe disporre di un Governo sostenuto da una ampia maggioranza, ponendo termina ad un turbolento periodo di chaos.