Pubblicato in: Medicina e Biologia, Persona Umana

Fare la celebrità liberal democratica ad Hollywood porta iella nera.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-06-29.

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La quasi totalità delle stelle di Hollywood sono tradizionalmente liberal democratiche. Molte per vocazione, alcune perché se no non ti danno da lavorare.

Nella campagna elettorale per le presidenziali dello scorso anno il fronte delle celebrità è stato unito e compatto a favore di Mrs Hillary Clinton. Una nota cantante è arrivata al punto di promettere sesso sfrenato – ovviamente contro natura – a chiunque avesse votato democratico: ma non sembrerebbe aver poi mantenuto la parola.

Sicuramente queste star sono molto ricche e possono permettersi tutto, o quasi.

Ma nessuno arrivato a casa è mai stato accolto da un assegno scodinzolante. I dobloni d’oro non fanno le fusa come i gatti. Gli assett non ti abbracciano. E quando si è malati attorno ci sono solo gli sciacalli.

Certo, tutte le stelle son salutiste. Fanno vita sana secondo i dettami del personal trainer, mangiano vegano o giù di lì secondo il buzzo del cuoco, tutti cibi biologici: ci mancherebbe. Manco a dirlo che si drogano, ma è noto che questo fa bene. Migliora la cinestesi.

Non fumano, così campano cento anni: fumare è politicamente scorretto. Il fumo è la causa di tutti i brutti tumoracci che ci sono in giro, almeno così dicono tutti.

Ovviamente hanno una vita sessuale, almeno a parole, vorticosa ed allineata a tutti i principi omofili.

*

Parrebbe vita idilliaca?

Mah: dipende dai punti di vista.

Cnn ha fatto un articolo tutto da leggere.

I Signori Lettori ne trarranno loro le conseguenze. I giornalisti Cnn non si sono accorti dell’autogoal.

* * * * * * *

La Cnn elenca trentasette casi consecutivi, in gran parte cancro della mammella, che parrebbe quasi essere malattia professionale.

Ne riportiamo solo alcuni esempi.

Nei confronti della popolazione totale, fare la star di Hollywood espone trecentosettantasei volte in più al rischio di cancro mammario.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Medicina e Biologia, Trump

American College of Pediatricians contro l’imposizione della teoria del gender.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-02-20.

2017-03-20__Franz_Schlegelberger

Franz Schlegelberger. Ministro della Giustizia durante il Terzo Reich. Foto segnaletica al Processo di Norimberga. Condannato a vita perché il legale non è il giusto.


Per gli otto lunghi anni di Amministrazione Obama si è proceduto negli Stati Uniti e, con meno rigore, in tutti gli stati occidentali ad imporre la teoria del gender tramite leggi, regole e norme, con il fattivo contributo delle Corti di giustizia volte a reprimere chiunque avesse tentato di resistere.

Questo fenomeno è del tutto evidente nel sistema scolastico, ove l’indottrinamento è stato particolarmente puntiglioso e severo, fino arrivare al punto di privare della patria potestà i genitori che si fossero opposti al condizionamento cui erano sottoposti i loro figli.


Cosa praticamente implichi la teoria del gender, e perché sia un business ed un centro di potere, è stato precedentemente esposto:

Mistica del femminismo e del gender in Università. A spese del Contribuente.

Ai liberals democratici americani ed ai socialisti ideologici europei degli omosessuali interessa un bel nulla. Ma prorprio niente. Il ‘gender‘ è diventato il loro principale mezzo di potere. Senza rimuovere alle radici questo topic, resteranno sempre potenti.


Uno degli effetti benefici della Amministrazione Trump è che, finalmente liberi dal continuo ricatto cui erano sottoposti, spesso anche con licenziamenti in tronco, gli scienziati e le loro associazioni di categoria sono liberi di poter parlare senza essere immediatamente perseguitati.

Un primo segnale era arrivato dalla petizione di trecento scienziati di fama perché gli Stati Uniti si ritirassero dagli accordi di Parigi sul ‘clima’, ed è culminato con il cambio di programma del prossimo G20.

Adesso arriva la presa di posizione dalla The American College of Pediatricians, che

«urges healthcare professionals, educators and legislators to reject all policies that condition children to accept as normal a life of chemical and surgical impersonation of the opposite sex. Facts – not ideology – determine reality»

Si noti la chiosa conclusiva della frase citata:

«Facts – not ideology – determine reality».

* * * * * * * *

È di interesse leggere con cura anche una risposta data a questa presa di posizione.

Si noti innanzitutto come tale risposta sia stata data non da medici, bensì da avvocati: nello specifico da Mrs Jae Alexis Lee, Trans Woman. Researcher. Advocate. Eccone l’incipit:

«First, I feel compelled to explain what the American College of Pediatricians (ACPED) is: The American College of Pediatricians is a conservative Christian association of between 60 and 200 pediatricians who broke away from the American Academy of Pediatrics (membership of 60,000 pediatric professionals) over the AAP’s support for same sex couples adopting children.»

Mrs Jae Alexis Lee, Trans Woman. Researcher. Advocate si autodefinisce in codesta maniera:

«Jae Alexis Lee

Trans Woman, Technology Enthusiast, Martial Arts Instructor, long time manager

The basics:

I’m a retired Martial Arts instructor and semi-professional fighter who’s spent the past several years in various strata of Information Technology and Customer Service management. I’m also a PC Hardware enthusiast who writes extensively on all things PC hardware. Oh, and I’m Transgender and I have Tattoos and write about those things too.»

Due sole considerazioni:

– Mrs Jae Alexis Lee si firma come “advocate“, “avvocato“, ma nel curriculum che essa stessa pubblica non figurano studi legali;

– Il suo sito, se ben esplorato anche nei settori sensibili, somiglia più ad un sito porno che ad un sito scientifico.

* * * * * * * *

Ci si rende perfettamente conto che questa, come la petizione dei 300 scienziati, sia solo un modesto inizio: come una valanga, che quando incomincia è fornata da qualche sasso o grumo di neve. Poi, con il tempo, acquista una forza impressionante.

Lasciamo i Lettori agli allegati, che fanno parte integrante dell’articolo.

La devoluzione del socialismo ideologico e delle teorie dei liberals democratici è appena iniziata.

Serviranno anni per eradere questa concezione ideologica: la deobamizzazione dell’Amministrazione americana, dei tribunali e delle Università è solo il primo passo.

Senza aver previamente ed accuratamente bonificato questi settori non si potrà procedere alla rimozione di questa nefasta ideologia. Le teorie razziali ressero in Germania fino a tanto che i nazionalsocialisti furono al potere: in quel periodo chiunque non si fosse professato razzista sarebbe stato fucilato.

Nessuno si illuda che possa accadere in tempi brevi.

Ma alla fine si assisterà ad un nuovo Processo di Norimberga.


Gender Fluid Book. 2017-03-14. Critica all’ideologia del genere fluido e variabile e alla normalizzazione dei disordini mentali. Gender, i pediatri americani escono allo scoperto: “E’ abuso sui minori”.

I Pediatri americani escono allo scoperto con un documento chiarissimo, rigoroso sotto il profilo scientifico e decisamente coraggioso sul GENDER. La traduzione è libera ma aderente al testo.

Ecco l’octalogo, da mandare a memoria e diffondere in ogni dove!

  1. La sessualità umana è oggettivamente binaria: xx=femmina, XY= maschio

  2. Nessuno è nato con un genere, tutti sono nati con un sesso

  3. Se una persona crede di essere ciò che NON è, questo è da considerare quantomeno come uno stato di confusione.

  4. La pubertà non è una malattia e gli ormoni che la bloccano possono essere pericolosi.

  5. Il 98% dei ragazzini e l’88% delle ragazzine che hanno problemi di identità di genere durante la pubertà li superano riconoscendosi nel proprio sesso dopo la pubertà.

  6. L’uso di ormoni per impersonare l’altro sesso può causare sterilità, malattie cardiache, ictus, diabete e cancro

  7. Il tasso di suicidi tra i transessuali è 20 volte quello medio, anche nella Svezia che è il paese più gay friendly del mondo

  8. E’ da considerarsi abuso sui minori convincere i bambini che sia normale impersonare l’altro sesso mediante ormoni o interventi chirurgici.


American College of Pediatricians. 2017-01. Gender Ideology Harms Children

The American College of Pediatricians urges healthcare professionals, educators and legislators to reject all policies that condition children to accept as normal a life of chemical and surgical impersonation of the opposite sex. Facts – not ideology – determine reality.

  1. Human sexuality is an objective biological binary trait: “XY” and “XX” are genetic markers of male and female, respectively – not genetic markers of a disorder. The norm for human design is to be conceived either male or female. Human sexuality is binary by design with the obvious purpose being the reproduction and flourishing of our species. This principle is self-evident. The exceedingly rare disorders of sex development (DSDs), including but not limited to testicular feminization and congenital adrenal hyperplasia, are all medically identifiable deviations from the sexual binary norm, and are rightly recognized as disorders of human design. Individuals with DSDs (also referred to as “intersex”) do not constitute a third sex.1

  2. No one is born with a gender. Everyone is born with a biological sex. Gender (an awareness and sense of oneself as male or female) is a sociological and psychological concept; not an objective biological one. No one is born with an awareness of themselves as male or female; this awareness develops over time and, like all developmental processes, may be derailed by a child’s subjective perceptions, relationships, and adverse experiences from infancy forward. People who identify as “feeling like the opposite sex” or “somewhere in between” do not comprise a third sex. They remain biological men or biological women.2,3,4

  3. A person’s belief that he or she is something they are not is, at best, a sign of confused thinking. When an otherwise healthy biological boy believes he is a girl, or an otherwise healthy biological girl believes she is a boy, an objective psychological problem exists that lies in the mind not the body, and it should be treated as such. These children suffer from gender dysphoria. Gender dysphoria (GD), formerly listed as Gender Identity Disorder (GID), is a recognized mental disorder in the most recent edition of the Diagnostic and Statistical Manual of the American Psychiatric Association (DSM-V).5 The psychodynamic and social learning theories of GD/GID have never been disproved.2,4,5

  4. Puberty is not a disease and puberty-blocking hormones can be dangerous. Reversible or not, puberty- blocking hormones induce a state of disease – the absence of puberty – and inhibit growth and fertility in a previously biologically healthy child.6

  5. According to the DSM-V, as many as 98% of gender confused boys and 88% of gender confused girls eventually accept their biological sex after naturally passing through puberty.5

  6. Pre-pubertal children who use puberty blockers to impersonate the opposite sex will require cross-sex hormones in late adolescence. This combination leads to permanent sterility. These children will never be able to conceive any genetically related children even via artificial reproductive technology. In addition, cross-sex hormones (testosterone and estrogen) are associated with dangerous health risks including but not limited to cardiac disease, high blood pressure, blood clots, stroke, diabetes, and cancer.7,8,9,10,11

  7. Rates of suicide are nearly twenty times greater among adults who use cross-sex hormones and undergo sex reassignment surgery, even in Sweden which is among the most LGBTQ – affirming countries.12What compassionate and reasonable person would condemn young children to this fate knowing that after puberty as many as 88% of girls and 98% of boys will eventually accept reality and achieve a state of mental and physical health?

  8. Conditioning children into believing a lifetime of chemical and surgical impersonation of the opposite sex is normal and healthful is child abuse. Endorsing gender discordance as normal via public education and legal policies will confuse children and parents, leading more children to present to “gender clinics” where they will be given puberty-blocking drugs. This, in turn, virtually ensures they will “choose” a lifetime of carcinogenic and otherwise toxic cross-sex hormones, and likely consider unnecessary surgical mutilation of their healthy body parts as young adults.

Michelle A. Cretella, M.D.

President of the American College of Pediatricians

Quentin Van Meter, M.D.

Vice President of the American College of Pediatricians

Pediatric Endocrinologist

Paul McHugh, M.D.

University Distinguished Service Professor of Psychiatry at Johns Hopkins Medical School and the former psychiatrist in chief at Johns Hopkins Hospital

 

CLARIFICATIONS in response to FAQs regarding points 3 & 5:

Regarding Point 3: “Where does the APA or DSM-V indicate that Gender Dysphoria is a mental disorder?”

The APA (American Psychiatric Association) is the author of the Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 5th edition(DSM-V). The APA states that those distressed and impaired by their GD meet the definition of a disorder. The College is unaware of any medical literature that documents a gender dysphoric child seeking puberty blocking hormones who is not significantly distressed by the thought of passing through the normal and healthful process of puberty.
From the DSM-V fact sheet:

“The critical element of gender dysphoria is the presence of clinically significant distress associated with the condition.”
“This condition causes clinically significant distress or impairment in social, occupational, or other important areas of functioning.”

Regarding Point 5:  “Where does the DSM-V list rates of resolution for Gender Dysphoria?”

On page 455 of the DSM-V under “Gender Dysphoria without a disorder of sex development” it states: Rates of persistence of gender dysphoria from childhood into adolescence or adulthood vary. In natal males, persistence has ranged from 2.2% to 30%. In natal females, persistence has ranged from 12% to 50%.”  Simple math allows one to calculate that for natal boys: resolution occurs in as many as 100% – 2.2% = 97.8% (approx. 98% of gender-confused boys)  Similarly, for natal girls: resolution occurs in as many as 100% – 12% = 88% gender-confused girls

The bottom line is this:  Our opponents advocate a new scientifically baseless standard of care for children with a psychological condition (GD) that would otherwise resolve after puberty for the vast majority of patients concerned.  Specifically, they advise:  affirmation of children’s thoughts which are contrary to physical reality; the chemical castration of these children prior to puberty with GnRH agonists (puberty blockers which cause infertility, stunted growth, low bone density, and an unknown impact upon their brain development), and, finally, the permanent sterilization of these children prior to age 18 via cross-sex hormones. There is an obvious self-fulfilling nature to encouraging young GD children to impersonate the opposite sex and then institute pubertal suppression. If a boy who questions whether or not he is a boy (who is meant to grow into a man) is treated as a girl, then has his natural pubertal progression to manhood suppressed, have we not set in motion an inevitable outcome? All of his same sex peers develop into young men, his opposite sex friends develop into young women, but he remains a pre-pubertal boy. He will be left psychosocially isolated and alone. He will be left with the psychological impression that something is wrong. He will be less able to identify with his same sex peers and being male, and thus be more likely to self identify as “non-male” or female. Moreover, neuroscience reveals that the pre-frontal cortex of the brain which is responsible for judgment and risk assessment is not mature until the mid-twenties. Never has it been more scientifically clear that children and adolescents are incapable of making informed decisions regarding permanent, irreversible and life-altering medical interventions. For this reason, the College maintains it is abusive to promote this ideology, first and foremost for the well-being of the gender dysphoric children themselves, and secondly, for all of their non-gender-discordant peers, many of whom will subsequently question their own gender identity, and face violations of their right to bodily privacy and safety.

For more information, please visit this page on the College website concerning sexuality and gender issues.

A PDF version of this page can be downloaded here: Gender Ideology Harms Children

References:

  1. Consortium on the Management of Disorders of Sex Development, “Clinical Guidelines for the Management of Disorders of Sex Development in Childhood.” Intersex Society of North America, March 25, 2006. Accessed 3/20/16 from http://www.dsdguidelines.org/files/clinical.pdf.

  2. Zucker, Kenneth J. and Bradley Susan J. “Gender Identity and Psychosexual Disorders.” FOCUS: The Journal of Lifelong Learning in Psychiatry. Vol. III, No. 4, Fall 2005 (598-617).

  3. Whitehead, Neil W. “Is Transsexuality biologically determined?” Triple Helix (UK), Autumn 2000, p6-8. accessed 3/20/16 from http://www.mygenes.co.nz/transsexuality.htm; see also Whitehead, Neil W. “Twin Studies of Transsexuals [Reveals Discordance]” accessed 3/20/16 from http://www.mygenes.co.nz/transs_stats.htm.

  4. Jeffreys, Sheila. Gender Hurts: A Feminist Analysis of the Politics of Transgenderism. Routledge, New York, 2014 (pp.1-35).

  5. American Psychiatric Association: Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition, Arlington, VA, American Psychiatric Association, 2013 (451-459). See page 455 re: rates of persistence of gender dysphoria.

  6. Hembree, WC, et al. Endocrine treatment of transsexual persons: an Endocrine Society clinical practice guideline. J Clin Endocrinol Metab. 2009;94:3132-3154.

  7. Olson-Kennedy, J and Forcier, M. “Overview of the management of gender nonconformity in children and adolescents.” UpToDate November 4, 2015. Accessed 3.20.16 from http://www.uptodate.com.

  8. Moore, E., Wisniewski, & Dobs, A. “Endocrine treatment of transsexual people: A review of treatment regimens, outcomes, and adverse effects.” The Journal of Endocrinology & Metabolism, 2003; 88(9), pp3467-3473.

  9. FDA Drug Safety Communication issued for Testosterone products accessed 3.20.16: http://www.fda.gov/Drugs/DrugSafety/PostmarketDrugSafetyInformationforPatientsandProviders/ucm161874.htm.

  10. World Health Organization Classification of Estrogen as a Class I Carcinogen: http://www.who.int/reproductivehealth/topics/ageing/cocs_hrt_statement.pdf.

  11. Eyler AE, Pang SC, Clark A. LGBT assisted reproduction: current practice and future possibilities. LGBT Health 2014;1(3):151-156.

  12. Dhejne, C, et.al. “Long-Term Follow-Up of Transsexual Persons Undergoing Sex Reassignment Surgery: Cohort Study in Sweden.” PLoS ONE, 2011; 6(2). Affiliation: Department of Clinical Neuroscience, Division of Psychiatry, Karolinska Institutet, Stockholm, Sweden. Accessed 3.20.16 from http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0016885.

Pubblicato in: Istruzione e Ricerca, Medicina e Biologia

Mediocrazia. Il cancro mentale della nostra epoca.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-12-20.

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Fate conto di entrare nella Cappella Sistina e di trovarvela affrescata dalla mano di Michelozzo Micchelli. Poi, girando per i corridoi vaticani, entrate nella Stanza della Segnatura. Vi trovate anche questa affrescata da Bartolomeo degli Erri.

L’effetto sarebbe ben differente.

Michelozzo Micchelli era un mediocre imbianchino con spunti da decoratore, mentre Bartolomeo degli Erri era un mediocre pittore di affreschi in quel di Modena.

Il mondo non avrebbe potuto godersi la policromia estetica delle forme michelangiolesche e la politezza formale di Raffaello. Nessun si muoverebbe da casa per andare a vedere un muro imbiancato.

Soprattutto, però, i pittori successivi non avrebbero avuto modelli magistrali ai quali potersi rifare.

*

La popolazione mondiale sta conducendo un ritmo ed un tenore di vita alienante, così come sono alienanti gli ideali di vita proposti dalle élite dominanti. È contro natura umana conculcare la proprietà privata a favore di quella pubblica, costruire giganteschi apparati burocratici totalizzanti, permeanti ed invadenti la sfera privata, propugnare la dissoluzione del sistema familiare, cercare di tagliare la radici dei popoli, tollerare l’uso delle droghe.

Le conseguenze sono quelle logicamente deducibili:

«It is estimated that each year 38.2% of the EU population suffers from a mental disorder.» [Fonte]

In Italia, solo lo scorso anno 330,000 persone hanno dovuto ricorrere per la prima volta a cure psichiatriche.  Circa 800,000 invece a cure psichiatriche in strutture territoriali e 110,000 ospedaliere. [Ministero della Salute]

La gran parte dei fenomeni attuali sono ascrivibili proprio a codesta situazione.

*

Passiamo quindi ad un discorso alquanto più sottile, ma non per questo meno importante. Prima però dovremmo operare una precisazione di termini.

Nei tempi attuali si constata una certa quale confusione tra avanzamento scientifico ed avanzamento tecnico.

Giorni da abbiamo trattato questo argomento da un punto di vista tecnico, relativo alla ricerca scientifica.

Cercheremo di spiegarci con due esempi.

Una decina di anni or sono è stato ultimato lo studio del genoma umano. Un lavoro massacrante e molto oneroso, che sarà per decenni un punto di riferimento. Ma questo è un risultato tecnologico: era solo questione di abilità, tempo e denaro. Le basi, le leggi scientifiche, le metodologie erano tutte note. Il vero progresso scientifico che stava alla base della sequenziazione fu la messa a punto della metodologia iniziale, della struttura del dna.

Consideriamo adesso il caso del sommo Newton.

Si pose un problema scientifico cui nessuno alla sua epoca pensava. Lo risolse e per risolverlo inventò di sana pianta una metodologia matematica prima sostanzialmente inesistente: il calcolo infinitesimale. Non solo. Un vero avanzamento scientifico genera una teoria che predice fenomeni prima ignoti, li descrive in modo sia qualitativo sia quantitativo, e le sue predizioni possono essere controllate e verificate. Da dopo Newton si potevano calcolare in modo semplice e pulito le orbite dei pianeti, la loro posizione nel passato e quella che sarebbe stata riscontrata nel futuro. Anche se la legge dei gravi non ha solo applicazioni in astronomia.

Consideriamo infine il caso di Einstein.

La teoria della relatività spiegava bene tutti i fenomeni all’epoca noti, anche la precessione del perielio di Mercurio. Ma questo non era sufficiente. Le teorie scientifiche non devono solo spiegare il pregresso, ma indicar un qualcosa di nuovo, come già detto. E la teoria di Einstein infatti predisse che la luce avrebbe deflesso attraversando un campo gravitazionale, con uno spostamento verso il rosso. Non solo, che l’equazione E = m c2 fosse vera lo si vide soltanto quando scoppio la bomba atomica.

* * * * * * *

Arriviamo quindi al nocciolo della questione.

Il mondo ha certamente bisogno di “mediocri” pittori, matematici e fisici che generino un contesto culturale e chiariscano e diffondano il sapere. C’è bisogno anche di un buon decoratore che dipinga ad arte una staccionata, oppure di uno che si prenda la briga di contare quanti capelli vi siano sulla testa, oppure sequenzi un genoma.

Ma per avere un vero, sostanziale progresso è indispensabile l’eccellenza, il genio, quello che sovverte tutto il conosciuto con nuove interpretazioni ed approcci. Il mondo ha fame di persone che “scoprano l’America“, tanto quanto di diligenti esploratori cartografi che poi ne facciano la mappa.

Ma sono i primi quelli che sono insostituibili, gli altri sono intercambiabili.

*

Adesso possiamo porci il vero problema.

Sono oramai molti decenni che il mondo è in attesa di uno scienziato del livello di Newton o di Einstein.

Sembrerebbe essere paradossale. Siamo in tempi nei quali c’è un numero di ricercatori mai visto prima nella storia, e da questo smisurato esercito non riesce ad emergere un’eccellenza conclamata. È una massa mediocre.

E questo non sembrerebbe essere un caso.

Tutta la società occidentale, molto meno quelle orientali, sembrano bramare e concupire solo la mediocrità. Tutti eguali, come fatti in serie: brava gente, ma conformisti da lasciare basiti.

Siamo chiari. Chi mai avesse pensato che un Galileo, un Newton, un Copernico, un Gauss, un Riemann, un Beethoven, un Gödel abbiano fatto bella vita si illuderebbe alla grande.

«Una nuova verità scientifica non trionfa perché i suoi oppositori si convincono e vedono la luce, quanto piuttosto perché alla fine muoiono, e nasce una nuova generazione a cui i nuovi concetti diventano familiari!» [Max Plack]

*

Di qui il problema, tutto aperto.

Come si può nel contesto attuale individuare e fare emergere le eccellenze?

Le nostre scuole sono strutturate sulla mediocrità medio – bassa. I programmi sono fatti, si direbbe, per babbei. Nelle classi sono stati introdotti gli handicappati. Nessuno vuole discriminarli, ma messi in classi differenziali starebbero meglio loro e decisamente meglio i loro compagni: la scuola serve per studiare, non per agonismo sociale.

Ma così come esistono, o dovrebbero esistere, le classi differenziali per i meno dotati, se non in Occidente almeno nel resto del mondo sicuramente, così dovrebbero esistere classi differenziate per ragazzi con intelligenza e voglia di applicarsi sopra la norma. L’esempio cinese è evidente ed altrettanto lo sono i risultati. Gli studenti migliori sono messi in apposite classi e le eccellenze in collegi regionali.

Ma tutto questo potrà avverarsi in Occidente solo quando questa piatta società mediocre fatta da mediocri che vogliono restare mediocri, ove tutto è un immenso modulo burocratico incompilabile, bene, questa società scompaia nel nulla da cui proviene.

Conclusione.

L’eccellenza è un bene oltremodo raro, che individuato, facilitato e supportato diventa alla fine un bene comune di portata gigantesca. Non sprechiamola. Né, tanto meno, lascimocela sfuggire.

 

Treccani fornisce un’ottima definizione di mediocrità:

«Condizione media; stato di ciò che è o si tiene ugualmente distante dai due limiti estremi …. spesso riferita, con allusione al sign. seguente, a chi si ritiene presuntuosamente pago della propria mediocrità morale e spirituale …. persona d’ingegno e di capacità mediocri, soprattutto con riferimento a chi si dedichi ad attività che per sé stesse richiederebbero doti non comuni d’ingegno e d’intelligenza: essere una mediocrità

*


Sole 24 Ore. 2016-06-19. La “mediocrazia” ci ha travolti, così i mediocri hanno preso il potere

Una «rivoluzione anestetizzante» si è compiuta silenziosamente sotto i nostri occhi ma noi non ce ne siamo quasi

“Mediocrazia” è il titolo dell’ultimo libro del filosofo canadese Alain Deneault, docente di scienze politiche all’università di Montreal. Il lavoro (“La Mediocratie”, Lux Editeur) non è stato ancora tradotto in italiano ma meriterebbe di esserlo se non altro per il dibattito che ha saputo suscitare in Canada e in Francia.

Deneault ha il pregio di dire le cose chiaramente: «Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia – scrive all’inizio del libro -, niente di comparabile all’incendio del Reichstag e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato nessun colpo di cannone. Tuttavia, l’assalto è stato già lanciato ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere». Già, a ben vedere di esempi sotto i nostri occhi ne abbiamo ogni giorno. Ma perché i mediocri hanno preso il potere? Come ci sono riusciti? Insomma, come siamo arrivati a questo punto?

Quella che Deneault chiama la «rivoluzione anestetizzante» è l’atteggiamento che ci conduce a posizionarci sempre al centro, anzi all’«estremo centro» dice il filosofo canadese. Mai disturbare e soprattutto mai far nulla che possa mettere in discussione l’ordine economico e sociale. Tutto deve essere standardizzato. La “media” è diventata la norma, la “mediocrità” è stata eletta a modello.

Chi sono i mediocri

Essere mediocri, spiega Deneault, non vuol dire essere incompetenti. Anzi, è vero il contrario. Il sistema incoraggia l’ascesa di individui mediamente competenti a discapito dei supercompetenti e degli incompetenti. Questi ultimi per ovvi motivi (sono inefficienti), i primi perché rischiano di mettere in discussione il sistema e le sue convenzioni. Ma comunque, il mediocre deve essere un esperto. Deve avere una competenza utile ma che non rimetta in discussione i fondamenti ideologici del sistema. Lo spirito critico deve essere limitato e ristretto all’interno di specifici confini perché se così non fosse potrebbe rappresentare un pericolo. Il mediocre, insomma, spiega il filosofo canadese, deve «giocare il gioco».

Giocare il gioco

Ma cosa significa? Giocare il gioco vuol dire accettare i comportamenti informali, piccoli compromessi che servono a raggiungere obiettivi di breve termine, significa sottomettersi a regole sottaciute, spesso chiudendo gli occhi. Giocare il gioco, racconta Deneault, vuol dire acconsentire a non citare un determinato nome in un rapporto, a essere generici su uno specifico aspetto, a non menzionarne altri. Si tratta, in definitiva, di attuare dei comportamenti che non sono obbligatori ma che marcano un rapporto di lealtà verso qualcuno o verso una rete o una specifica cordata.
È in questo modo che si saldano le relazioni informali, che si fornisce la prova di essere “affidabili”, di collocarsi sempre su quella linea mediana che non genera rischi destabilizzanti. «Piegarsi in maniera ossequiosa a delle regole stabilite al solo fine di un posizionamento sullo scacchiere sociale» è l’obiettivo del mediocre.
Verrebbe da dire che la caratteristica principale della mediocrità sia il conformismo, un po’ come per il piccolo borghese Marcello Clerici, protagonista del romanzo di Alberto Moravia, “Il conformista“.

Comportamenti che servono a sottolineare l’appartenenza a un contesto che lascia ai più forti un grande potere decisionale. Alla fine dei conti, si tratta di atteggiamenti che tendono a generare istituzioni corrotte. E la corruzione arriva al suo culmine quando gli individui che la praticano non si accorgono più di esserlo.

I mali della politica

All’origine della mediocrità c’è – secondo Deneault (nella foto qui sopra) – la morte stessa della politica, sostituita dalla “governance”. Un successo costruito da Margaret Thatcher negli anni 80 e sviluppato via via negli anni successivi fino a oggi. In un sistema caratterizzato dalla governance – sostiene l’autore del libro – l’azione politica è ridotta alla gestione, a ciò che nei manuali di management viene chiamato “problem solving”. Cioé alla ricerca di una soluzione immediata a un problema immediato, cosa che esclude alla base qualsiasi riflessione di lungo termine fondata su principi e su una visione politica discussa e condivisa pubblicamente. In un regime di governance siamo ridotti a piccoli osservatori obbedienti, incatenati a una identica visione del mondo con un’unica prospettiva, quella del liberismo.

La governance è in definitiva – sostiene Deneault – una forma di gestione neoliberale dello stato, caratterizzata dalla deregolamentazione, dalle privatizzazioni dei servizi pubblici e dall’adattamento delle istituzioni ai bisogni delle imprese. Dalla politica siamo scivolati verso un sistema (quello della governance) che tendiamo a confondere con la democrazia.
Anche la terminologia cambia: i pazienti di un ospedale non si chiamano più pazienti, i lettori di una biblioteca non sono più lettori. Tutti diventato “clienti”, tutti sono consumatori.

E dunque non c’è da stupirsi se il centro domina il pensiero politico. Le differenze tra i candidati a una carica elettiva tendono a scomparire, anche se all’apparenza si cerca di differenziarle. Anche la semantica viene piegata alla mediocrità: misure equilibrate, giuste misure, compromesso. È quello che Denault definisce con un equilibrismo grammaticale «l’estremo centro». Un tempo, noi italiani eravamo abituati alle “convergenze parallele”. Questa volta, però, l’estremo centro non corrisponde al punto mediano sull’asse destra-sinistra ma coincide con la scomparsa di quell’asse a vantaggio di un unico approccio e di un’unica logica.

Che fare?

La mediocrità rende mediocri, spiega Denault. Una ragione di più per interrompere questo circolo perverso. Non è facile, ammette il filosofo canadese. E cita Robert Musil, autore de “L’uomo senza qualità”: «Se dal di dentro la stupidità non assomigliasse tanto al talento, al punto da poter essere scambiata con esso, se dall’esterno non potesse apparire come progresso, genio, speranza o miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido e la stupidità non esisterebbe».
Senza scomodare Musil, viene in mente il racconto di fantascienza di Philip Klass, “Null-P“, pubblicato nel 1951 con lo pseudonimo di William Tenn. In un mondo distrutto dai conflitti nucleari, un individuo i cui parametri corrispondono esattamente alla media della popolazione, George Abnego, viene accolto come un profeta: e’ il perfetto uomo medio. Abnego viene eletto presidente degli Stati Uniti e dopo di lui i suoi discendenti, che diventano i leader del mondo intero. Con il passare del tempo gli uomini diventano sempre più standardizzati. L’homo abnegus, dal nome di George Abnego, sostituisce l’homo sapiens. L’umanità regredisce tecnologicamente finché, dopo un quarto di milione di anni, gli uomini finiscono per essere addomesticati da una specie evoluta di cani che li impiegano nel loro sport preferito: il recupero di bastoni e oggetti. Nascono gli uomini da riporto.

Fantascienza, certo. Ma per evitare un futuro di cui faremmo volentieri a meno, Deneault indica una strada che parte dai piccoli passi quotidiani: resistere alle piccole tentazioni e dire no. Non occuperò quella funzione, non accetterò quella promozione, rifiuterò quel gesto di riconoscenza per non farmi lentamente avvelenare. Resistere per uscire dalla mediocrità non è certo semplice. Ma forse vale la pena di tentare.

Pubblicato in: Medicina e Biologia, Psichiatria, Scienza & Tecnica

Integratori vitaminici sarebbero causa efficiente di cancro.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-12-13.

 The medieval dance of death.

Superstizione e supponenza sono caratteristiche che si associano quasi invariabilmente alla ignoranza.

Così si formano idee preconcette talmente radicate e coercitive, da terminare soltanto con la morte dell’ossesso: non le si sradicano nemmeno a cannonate.

Gli ossessi sono tetragoni ad ogni possibile forma di ragionamento.

Uno dei miti più radicati della società contemporanea è quello delle vitamine e degli antiossidanti.

La loro assunzione continuativa sarebbe quanto mai benefica, e la Fao le distribuisce infatti a piene mani, al posto del grano e del riso. Morire di fame sì, ma sani.

*

Virtualmente nessuno, tranne gli addetti ai lavori, sa cosa siano e come funzionino, ma tutti cicalecciano che la loro assunzione tutti i giorni in larghe dosi sarebbe la panacea contro tutto, ivi compresa la morte.

Ma Sorella Morte se ne fa ben poco delle loro credenze, e falcia questi consumatori cronici con rinvigorito impeto. E questi iperconsumatori sono statisticamente molto più esposti alle patologie cancerogene. Poi, come di abitudine, si riscontra una massa di caproni urlanti che contestano aspramente il dato di fatto, avversano l’evidenza. E l’aspetto ridicolo è che si dichiarano fedeli servitori della scienza.

Se ben si comprende un simile comportamento in quanti ne traggono guadagni, tranne la motivazione psichiatrica il comportamento di tutti gli altri resterebbe incomprensibile.

Siamo chiari: la morte degli ossessi è una liberazione.

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«The incidence of lung cancer increased by 16% in the group given vitamin supplements.»

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«In 1994, for example, one trial followed the lives of 29,133 Finish people in their 50s. All smoked, but only some were given beta-carotene supplements. Within this group, the incidence of lung cancer increased by 16%.»

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«A similar result was found in postmenopausal women in the U.S. After 10 years of taking folic acid (a variety of B vitamin) every day their risk of breast cancer increased by 20% relative to those women who didn’t take the supplement.»

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«It gets worse. One study of more than 1,000 heavy smokers published in 1996 had to be terminated nearly two years early. After just four years of beta-carotene and vitamin A supplementation, there was a 28% increase in lung cancer rates and a 17% increase in those who died.»

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«A study published in 2007 from the US National Cancer Institute, for instance, found that men that took multivitamins were twice as likely to die from prostate cancer compared to those who didn’t.»

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«And in 2011, a similar study on 35,533 healthy men found that vitamin E and selenium supplementation increased prostate cancer by 17%»

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«Quando i fatti smentiscono la teoria, tanto peggio per i fatti» [Hegel]

 


Bbc. 2016-12-12. Why vitamin pills don’t work, and may be bad for you.

We dose up on antioxidants as if they are the elixir of life. At best, they are probably ineffective. At worse, they may just send you to an early grave.

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For Linus Pauling, it all started to go wrong when he changed his breakfast routine. In 1964, at the age of 65, he started adding vitamin C to his orange juice in the morning. It was like adding sugar to Coca Cola, and he believed – wholeheartedly, sometimes vehemently  – that it was a good thing.

Before this, his breakfasts were nothing to write about. Just that they happened early every morning before going to work at California Institute of Technology, even on weekends. He was indefatigable, and his work was fruitful.

At the age of 30, for instance, he proposed a third fundamental way that atoms are held together in molecules, melding ideas from both chemistry and quantum mechanics. Twenty years later, his work into how proteins (the building blocks of all life) are structured helped Francis Crick and James Watson decode the structure of DNA (the code of said building blocks) in 1953. 

The next year, Pauling was awarded a Nobel Prize in Chemistry for his insights into how molecules are held together. As Nick Lane, a biochemist from University College London, writes in his 2001 book Oxygen, “Pauling… was a colossus of 20th Century science, whose work laid the foundations of modern chemistry.”

But then came the vitamin C days. In his 1970 bestselling book, How To Live Longer and Feel Better, Pauling argued that such supplementation could cure the common cold. He consumed 18,000 milligrams (18 grams) of the stuff per day, 50 times the recommended daily allowance.

In the book’s second edition, he added flu to the list of easy fixes. When HIV spread in the US during the 1980s, he claimed that vitamin C could cure that, too.

In 1992, his ideas were featured on the cover of Time Magazine under the headline: “The Real Power of Vitamins”. They were touted as treatments for cardiovascular diseases, cataracts, and even cancer. “Even more provocative are glimmerings that vitamins can stave off the normal ravages of ageing,” the article claimed.

Sales in multivitamins and other dietary supplements boomed, as did Pauling’s fame.

But his academic reputation went the other way. Over the years, vitamin C, and many other dietary supplements, have found little backing from scientific study. In fact, with every spoonful of supplement he added to his orange juice, Pauling was more likely harming rather than helping his body. His ideas have not just proven to be wrong, but ultimately dangerous. 

Pauling was basing his theories on the fact that vitamin C is an antioxidant, a breed of molecules that includes vitamin E, beta-carotene, and folic acid. Their benefits are thought to arise from the fact that they neutralise highly reactive molecules called free-radicals.

In 1954, Rebeca Gerschman then at the University of Rochester, New York, first identified these molecules as a possible danger – ideas expanded upon by Denham Harman, from the Donner Laboratory of Medical Physics at UC Berkeley in 1956, who argued that free radicals can lead to cellular deterioration, disease and, ultimately, ageing.

Throughout the 20th Century, scientists steadily built on his ideas and they soon became widely accepted.

Here’s how it works. The process starts with mitochondria, those tiny combustion engines that sit within our cells. Inside their internal membranes food and oxygen are converted into water, carbon dioxide, and energy. This is respiration, a mechanism that fuels all complex life.

‘Leaky watermills’

But it isn’t so simple. In addition to food and oxygen, a continuous flow of negatively charged particles called electrons is also required. Like a subcellular stream downhill powering a series of watermills, this flow is maintained across  four proteins, each embedded in the internal membrane of the mitochondria, powering the production of the end product: energy.

This reaction fuels everything we do, but it is an imperfect process. There is some leakage of electrons from three of the cellular watermills, each able to react with oxygen molecules nearby. The result is a free radical, a radically reactive molecule with a free electron. 

In order to regain stability, free radicals wreak havoc on the structures around them, ripping electrons from vital molecules such as DNA and proteins in order to balance its own charge. Although inconceivably small in scale, the production of free radicals, Harman and many others posited, would gradually take its toll on our entire bodies, causing mutations that can lead to ageing and age-related diseases such as cancer.

In short, oxygen is the breath of life, but it also holds the potential to make us old, decrepit, and then dead.

Shortly after free radicals were linked to ageing and disease, they were seen as enemies that should be purged from our bodies. In 1972, for example, Harman wrote, “Decreasing [free radicals] in an organism might be expected to result in a decreased rate of biological degradation with an accompanying increase in the years of useful, healthy life. It is hoped that [this theory] will lead to fruitful experiments directed toward increasing the healthy human lifespan.” 

He was talking about antioxidants, molecules that accept electrons from free radicals thereby diffusing the threat. And the experiments he hoped for were sown, nurtured, and replicated over the next few decades. But they bore little fruit.

In the 1970s and into the 80s, for example, many mice – our go-to laboratory animal – were prescribed a variety of supplementary antioxidants in their diet or via an injection straight into the bloodstream. Some were even genetically modified so that the genes coding for certain antioxidants were more active than non-modified lab mice. 

Although different in method, the results were the largely the same: an excess of antioxidants didn’t quell the ravages of ageing, nor stop the onset of disease.

“They never really proved that they were extending lifespan, or improving it,” says Antonio Enriquez from the Spanish National Centre for Cardiovascular Research in Madrid. “Mice don’t care for [supplements] very much.”

What about humans? Unlike our smaller mammalian kin, scientists can’t take members of society into labs and monitor their health over their lifetime, while controlling for any extraneous factors that could bias the results at the end. But what they can do is set up long-term clinical trials.

The premise is pretty simple. First, find a group of people similar in age, location, and lifestyle. Second, split them into two subgroups. One half receives the supplement you’re interested in testing, while the other receives a blank – a sugar pill, a placebo. Third, and crucially to avoid unintentional bias, no one knows who was given which until after the trial; not even those administering the treatment. 

Known as a double-blind control trial, this is the gold standard of pharmaceutical research. Since the 1970s, there have been many trials like this trying to figure out what antioxidant supplementation does for our health and survival. The results are far from heartening.

In 1994, for example, one trial followed the lives of 29,133 Finish people in their 50s. All smoked, but only some were given beta-carotene supplements. Within this group, the incidence of lung cancer increased by 16%.

A similar result was found in postmenopausal women in the U.S. After 10 years of taking folic acid (a variety of B vitamin) every day their risk of breast cancer increased by 20% relative to those women who didn’t take the supplement. 

It gets worse. One study of more than 1,000 heavy smokers published in 1996 had to be terminated nearly two years early. After just four years of beta-carotene and vitamin A supplementation, there was a 28% increase in lung cancer rates and a 17% increase in those who died.

These aren’t trivial numbers. Compared to placebo, 20 more people were dying every year when taking these two supplements. Over the four years of the trial, that equates to 80 more deaths. As the authors wrote at the time, “The present findings provide ample grounds to discourage use of supplemental beta-carotene and the combination of beta-carotene and vitamin A.”

Fatal ideas

Of course, these notable studies don’t tell the full story. There are some studies that do show benefits of taking antioxidants, especially when the population sampled doesn’t have access to a healthy diet. 

But, according a review from 2012 that noted the conclusions of 27 clinical trials assessing the efficacy of a variety of antioxidants, the weight of evidence does not fall in its favour.

Just seven studies reported that supplementation led to some sort of health benefit from antioxidant supplements, including reduced risk of coronary heart disease and pancreatic cancer. Ten studies didn’t see any benefit at all – it was as if all patients were given the sugar pill also (but, of course, they weren’t). That left another 10 studies that found many patients to be in a measurably worse state after being administered antioxidants than before, including an increased incidence of diseases such as lung and breast cancer.

“The idea that antioxidant [supplementation] is a miracle cure is completely redundant,” says Enriquez. Linus Pauling was largely unaware of the fact that his own ideas could be fatal. In 1994, before the publication of many of the large-scale clinical trials, he died of prostate cancer. Vitamin C certainly wasn’t the cure-all that he cantankerously claimed it was up until his last breath. But did it contribute to a heightened risk? 

We’ll never know for sure. But given that multiple studies have linked excess antioxidants to cancer, it certainly isn’t out of the question. A study published in 2007 from the US National Cancer Institute, for instance, found that men that took multivitamins were twice as likely to die from prostate cancer compared to those who didn’t. And in 2011, a similar study on 35,533 healthy men found that vitamin E and selenium supplementation increased prostate cancer by 17%.

Ever since Harman proposed his great theory of free radicals and ageing, the neat separation of antioxidants and free radicals (oxidants) has been deteriorating. It has aged.

Antioxidant is only a name, not a fixed definition of nature. Take vitamin C, Pauling’s preferred supplement. At the correct dose, vitamin C neutralises highly charged free radicals by accepting their free electron. It’s a molecular martyr, taking the hit upon itself to protect the cellular neighbourhood. 

But by accepting an electron, the vitamin C becomes a free radical itself, able to damage cell membranes, proteins and DNA. As the food chemist William Porter wrote in 1993, “[vitamin C] is truly a two-headed Janus, a Dr Jekyll-Mr Hyde, an oxymoron of antioxidants.”

Thankfully, in normal circumstances, the enzyme vitamin C reductase can return vitamin C’s antioxidant persona. But what if there’s so much vitamin C that it simply can’t keep up with supply? Although such simplifying of complex biochemistry is in itself problematic, the clinical trials above provide some possible outcomes.  

Divide and conquer

Antioxidants have a dark side. And, with increasing evidence that free radicals themselves are essential for our health, even their good side isn’t always helpful.

We now know that free radicals are often used as molecular messengers that send signals from one region of the cell to another. In this role, they have been shown to modulate when a cell grows, when it divides in two, and when it dies. At every stage of a cell’s life, free radicals are vital.

Without them, cells would continue to grow and divide uncontrollably. There’s a word for this: cancer.

We would also be more prone to infections from outside. When under stress from an unwanted bacterium or virus, free radicals are naturally produced in higher numbers, acting as silent klaxons to our immune system. In response, those cells at the vanguard of our immune defense – macrophages and lymphocytes – start to divide and scout out the problem. If it is a bacterium, they will engulf it like Pac-Man eating a blue ghost.

It is trapped, but it is not yet dead. To change that, free radicals are once again called into action. Inside the immune cell, they are used for what they are infamous for: to damage and to kill. The intruder is torn apart.

From start to finish, a healthy immune response depends on free radicals being there for us, within us. As geneticists Joao Pedro Magalhaes and George Church wrote in 2006: “In the same way that fire is dangerous and nonetheless humans learned how to use it, it now appears that cells evolved mechanisms to control and use [free radicals].”

Put another way, freeing ourselves of free radicals with antioxidants is not a good idea. “You would leave the body helpless against some infections,” says Enriquez.

hankfully, your body has systems in place to keep a your inner biochemistry as stable as possible. For antioxidants, this generally involves filtering any excess out of the bloodstream into urine for disposal. “They go in the toilet,” says Cleva Villanueva from Instituto Politécnico Nacional, Mexico City, in an email.

“We’re very good at balancing things out so that the affect [of supplementation] is moderate whatever you do, which we should be grateful for,” says Lane. Our bodies have been selected to balance the risk of oxygen ever since the first microbes started to breathe this toxic gas. We can’t change billions of years of evolution with a simple pill.

No one would deny that vitamin C is vital to a healthy lifestyle, as are all antioxidants, but unless you are following doctor’s orders, these supplements are rarely going to be the answer for a longer life when a healthy diet is also an option. “Administration of antioxidants is justified only when it is evident that there is a real deficiency of a specific antioxidant,” says Villanueva. “The best option is to get antioxidants from food because it contains a mixture of antioxidants that work together.”

“Diets rich in fruits and vegetables have been shown generally to be good for you,” says Lane. “Not invariably, but generally that’s agreed to be the case.” Although often attributed to antioxidants, the benefits of such a diet, he says, might also hail from a healthy balance of pro-oxidants and other compounds whose roles aren’t yet fully understood.

After decades of unlocking the baroque biochemistry of free radicals and antioxidants, hundreds of thousands of volunteers, and millions of pounds spent on clinical trials, the best conclusion that 21st Century science has to offer is also found within a child’s classroom – eat your five-a-day.

Pubblicato in: Medicina e Biologia, Unione Europea

Germania. Schmölln. Migrante somalo suicida incoraggiato dalla folla.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-10-23.

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«Un giovane migrante somalo si è suicidato ieri in una cittadina dell’ex Germania dell’est, lanciandosi nel vuoto da una finestra al quinto piano, mentre molta gente in strada lo incitava gridando ritmicamente “Salta! Salta!”. La polizia della cittadina di Schmölln era stata chiamata dal responsabile dell’ospitalità ad un gruppo di giovani somali, che denunciava il comportamento aggressivo del ragazzo. Quando gli agenti sono arrivati sul posto hanno trovato il diciassettenne seduto sul davanzale di una finestra al quinto piano, da dove minacciava di uccidersi. Gli agenti hanno cominciato a parlare con lui per convincerlo a non gettarsi. ….

Altre persone sono state viste mentre dagli edifici vicini riprendevano la scena con i telefonini. Il ragazzo somalo, che era ritornato ad abitare nella struttura venerdì mattina dopo un ricovero di un settimana in una clinica psichiatrica per depressione, alla fine si è buttato nel vuoto ed è morto per le ferite riportate.» [Fonte]

*

La morte di un essere umano è sempre un dramma, reso ancora più acuto se si sia trattato di un suicidio.

La cultura semitica, così come quella occidentale, ha orrore del suicidio e quando lo deve constatare, quasi invariabilmente lo imputa all’uscita di senno: sarebbe solo e soltanto un “insano gesto“. Ma ciò non corrisponde spesso alla realtà dei fatti.

Molto diverso l’atteggiamento delle culture orientali, che arrivano al punto di ritualizzarlo nel Seppu, forse più noto in Occidente come Harakiri.

Il fatto accaduto a Schmölln suggerirebbe alcune riflessioni.

– Il migrante somalo non proveniva da teatri bellici, quindi non potrebbe essere designato come un “richiedente asilo” bensì come un migrante per motivi economici. Come tale non avrebbe potuto restare in Germania, se non con la connivenza della cosa pubblica.

– Mentre i media fanno un gran vociare sulla impellente necessità di aumentare il numero dei migranti che affluiscono in Germania, ma in tutto l’anno su oltre un milione di immigrati clandestini «le aziende quotate al Dax hanno assunto soltanto cinquantaquattro rifugiati …. di questi, ben cinquanta sono stati assunti da Deutsche Post». In parole povere: la Germania non ha bisogno alcuno di questa tipologia di migranti.

– La crisi demografica tedesca ed il ridimensionamento della produzione industriale in grandi agglomerati rende urgente l’esigenza di personale che sappia già parlare un ragionevole tedesco ed abbia una altrettanto ragionevole substrato culturale generale e specifico. Servirebbero sicuramente anche operai specializzati, ma servirebbero soprattutto figure professionali in tutti i settori dei servizi. Un livello diploma – laurea breve, al minimo. Sarebbe utopico rimpiazzare un direttore di banca oppure un chirurgo con un migrante somalo semi analfabeta.

– La Germania è stracolma di migranti illegali che permangono tutt’ora sul suo territorio come se nulla fosse. Hanno vitto, alloggio e benefit gratuiti, oltre un assegno di oltre mille euro al mese netti. Ma sono tutti senza occupazione: e starsene con le mani in mano è sempre cosa non buona. I tedeschi, i cui giovani lavorano quaranta ore alla settimana per emolumento variabili tra i seicento e gli ottocento euro mensili, incontrano difficoltà sempre crescenti a tollerarli.

Il mito della Germania che accoglie tutti è appunto un mito: un sogno artatamente elicitato in un immaginario collettivo, che non trova però riscontro nella prassi, nella realtà.

*

– La minaccia di suicidio, così come il tentativo di suicidio con mezzi inidonei, è usualmente una richiesta urlata di aiuto. Chi vi assiste non ha la minima possibilità di stabilire come potrebbe evolvere la situazione. Usualmente la gente che assiste a scene di questo tipo entra nella mentalità di dirsi: “si butti e la si faccia finita con questa manfrina“. Spesso tale sollecitazione serve a mettere l’aspirante suicida di fronte ad un aut-aut: procedere o ritirarsi, e nella norma si assiste ad un ritiro.

– È in ogni caso significativo che dell’accaduto abbia dato notizia la The Associated Press, esattamente ricopiata da tre testate di News, ma non ripresa, almeno al momento in cui scriviamo, dalla stampa nazionale.

A nostro personale parere, però, l’ignorare alcuni fatti non ne determina la scomparsa.

E ciò che è accaduto è grave, ed è anche uno dei tanti segni di quanto la mentalità popolare differisca oramai da quella dei Governanti tedeschi.

 


Fox News World. 2016-10-23. Germany: Onlookers encouraged migrant teen’s fatal jump

BERLIN –  Onlookers apparently shouted “Jump!” before a teenage migrant leapt from an apartment block in an eastern German town, killing himself, the town’s mayor said Saturday.

Regional broadcaster MDR reports that police and fire officers in Schmoelln had tried to persuade the 15-year-old boy, registered as Somali, not to jump on Friday from the apartment building where he lived.

“There is information that some … onlookers spent a long time watching this incident and there were apparently shouts like `Go on, jump!”‘ Schmoelln Mayor Sven Schrade said.

“One can only condemn something like this,” Schrade added. “If someone takes it as an experience like a movie and then thinks they have to shout encouragement, too, that’s an unbelievable act.”

Another local official, Matthias Bergmann, said some people apparently took photos from nearby balconies as the tragedy unfolded, MDR reported.

The broadcaster said the boy had been living in the area since April and spent a week at a psychiatric clinic being treated for depression before he returned Friday to the apartment he shared in Schmoelln with other young migrants.

An estimated 890,000 migrants and refugees arrived in Germany last year, and anti-migrant sentiment has grown amid the influx.

 


News. 2016-10-23. Onlookers encourage migrant teen’s fatal jump

ONOLOOKERS apparently shouted “Jump!” before a teenage migrant leapt from an apartment block in an eastern German town, suffering fatal injuries, the mayor said Saturday.

Officers were called to the building in Schmoelln on Friday afternoon by the caregiver for a group of young migrants, who reported that a 17-year-old Somali boy was acting violently, police said. When they arrived, he was sitting on a fifth-floor window ledge.

Police and fire officers tried to persuade the teenager not to jump, but he leapt and died shortly afterwards of his injuries.

“There is information that some … onlookers spent a long time watching this incident and there were apparently shouts like ‘go on, jump!,”’ Mayor Sven Schrade said.

“One can only condemn something like this,” he added. “If someone takes it as an experience like a movie and then thinks they have to shout encouragement too, that’s an unbelievable act.” A county official, Matthias Bergmann, said some people apparently took photos from nearby balconies during the incident, local broadcaster MDR reported.

A police report issued shortly before Schrade spoke to reporters did not mention either the alleged goading or the photos.

MDR said that the boy had been living in the area since April and had returned earlier Friday to the apartment in Schmoelln, shared with other young migrants, from a week at a psychiatric clinic. It said he had been suffering from depression.

Germany saw some 890,000 migrants arrive last year, and anti-migrant sentiment grew amid the influx.

 


7KPLC. 2016-10-23. Germany: Onlookers encouraged migrant teen’s fatal jump

BERLIN (AP) – Onlookers apparently shouted “Jump!” before a teenage migrant leapt from an apartment block in an eastern German town, suffering fatal injuries, the mayor said Saturday.

Officers were called to the building in Schmoelln on Friday afternoon by the caregiver for a group of young migrants, who reported that a 17-year-old Somali boy was acting violently, police said. When they arrived, he was sitting on a fifth-floor window ledge.

Police and fire officers tried to persuade the teenager not to jump, but he leapt and died shortly afterward of his injuries.

“There is information that some … onlookers spent a long time watching this incident and there were apparently shouts like ‘go on, jump!,'” Mayor Sven Schrade said.

“One can only condemn something like this,” he added. “If someone takes it as an experience like a movie and then thinks they have to shout encouragement too, that’s an unbelievable act.”

A county official, Matthias Bergmann, said some people apparently took photos from nearby balconies during the incident, local broadcaster MDR reported.

A police report issued shortly before Schrade spoke to reporters did not mention either the alleged goading or the photos.

MDR said that the boy had been living in the area since April and had returned earlier Friday to the apartment in Schmoelln, shared with other young migrants, from a week at a psychiatric clinic. It said he had been suffering from depression.

Germany saw some 890,000 migrants arrive last year, and anti-migrant sentiment grew amid the influx.

Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved. This material may not be published, broadcast, rewritten or redistributed.

Pubblicato in: Istruzione e Ricerca, Medicina e Biologia

Gli antiblastici come causa di morte precoce. Lancet.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-09-06.

 Bussola 001

Il Lancet è una delle più stimate riviste mediche. Si è conquistato una fama indiscussa a causa della severità con cui pubblica i suoi articoli.

Giorni fa ha pubblicato un lavoro firmato dal Public Health England e Cancer Research Uk, condotto su 23,000 donne con cancro al seno e circa 10.000 uomini con carcinoma polmonare non a piccole cellule: 9.634 sono stati sottoposti a chemioterapia nel 2014 e 1.383 sono morti entro 30 giorni.

«L’indagine ha rilevato che in Inghilterra circa l’8,4% dei pazienti con cancro del polmone e il 2,4% di quelli affetti da tumore del seno sono deceduti entro un mese dall’avvio del trattamento. Ma in alcuni ospedali la percentuale è di molto superiore alla media riscontrata.»

*

«Ad esempio, in quello di Milton Keynes il tasso di mortalità per chemioterapia contro il carcinoma polmonare è risultata addirittura del 50,9%. …. Al Lancashire Teaching Hospitals il tasso di mortalità a 30 giorni è risultato del 28%»

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«Per la prima volta i ricercatori hanno esaminato il numero di malati deceduti entro 30 giorni dall’inizio della chemioterapia, cosa che indica che i medicinali hanno provocato la loro morte, piuttosto che il cancro».

* * * * * * *

La medicina è una scienza sperimentale.

Avanza ragionevoli ipotesi di lavoro, le applica e raccoglie diligentemente i risultati. Se questi sono buoni, persevera. In caso contrario rigetta le ipotesi fatte perché non proficue.

In altri termini, la medicina è costretta ad imparare dai propri errori.

Sicuramente gli “errori” in questo campo possono avere drammatici risvolti umani, ma sono inevitabili. Il dolore presente lenisce quello futuro. Non esiste ricerca medica senza il senso e la percezione del futuro.

È notevole che siano stati proprio il Public Health England ed il Cancer Research Uk a sentire il bisogno di rivedere criticamente il proprio operato, raccogliendo una casistica imponente e traendone infine le conseguenze.

Ci si pensi bene.

Questa è l’essenza della metodologia scientifica.

Fare ipotesi. Verificarle. Accettarle se i fatti le corroborino e rigettarle se i fatti le contraddicano.

Quanto è duro accettare che i fatti smentiscano le teorie!

Ma prendere atto della realtà dei fatti è il segno cardine della sanità mentale e del corretto modo di ragionare e comportarsi. È un segno di onestà mentale.

Nota.

È con Jules-Henri Poincaré, ne “La Scienza e l’ipotesi” che la ricerca scientifica ha definitivamente messo a punto il concetto di verifica delle teorie e valutazione delle ipotesi.

Dobbiamo a Kurt Gödel il teorema dei postulati impliciti e quindi a Karl Popper il concetto di accettabilità di una teoria. Sono stati due contributi epocali.

Ricordiamo però come otto secoli prima l’aquinate avesse formulato il principio di “adaequatio rei et intellectus”, che, sostanzialmente, Poincaré, Gödel e Popper hanno traslato dal campo filosofico a quello scientifico.


30-day mortality after systemic anticancer treatment for breast and lung cancer in England: a population-based, observational study.

Michael Wallington, BA, Emma B Saxon, PhD, Martine Bomb, PhD, Rebecca Smittenaar, PhD, Matthew Wickenden, BSc, Sean McPhail, PhD, Jem Rashbass, PhD, David Chao, FRCP, John Dewar, FRCR, Prof Denis Talbot, PhD, Michael Peake, FRCP, Prof Timothy Perren, MD, Charles Wilson, MD, Prof David Dodwell, MD.

Lancet Oncology, 17: 1023-1216, 2016.

DOI: http://dx.doi.org/10.1016/S1470-2045(16)30383-7

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Summary

Background

30-day mortality might be a useful indicator of avoidable harm to patients from systemic anticancer treatments, but data for this indicator are limited. The Systemic Anti-Cancer Therapy (SACT) dataset collated by Public Health England allows the assessment of factors affecting 30-day mortality in a national patient population. The aim of this first study based on the SACT dataset was to establish national 30-day mortality benchmarks for breast and lung cancer patients receiving SACT in England, and to start to identify where patient care could be improved.

Methods

In this population-based study, we included all women with breast cancer and all men and women with lung cancer residing in England, who were 24 years or older and who started a cycle of SACT in 2014 irrespective of the number of previous treatment cycles or programmes, and irrespective of their position within the disease trajectory. We calculated 30-day mortality after the most recent cycle of SACT for those patients. We did logistic regression analyses, adjusting for relevant factors, to examine whether patient, tumour, or treatment-related factors were associated with the risk of 30-day mortality. For each cancer type and intent, we calculated 30-day mortality rates and patient volume at the hospital trust level, and contrasted these in a funnel plot.

Findings

Between Jan 1, and Dec, 31, 2014, we included 23 228 patients with breast cancer and 9634 patients with non-small cell lung cancer (NSCLC) in our regression and trust-level analyses. 30-day mortality increased with age for both patients with breast cancer and patients with NSCLC treated with curative intent, and decreased with age for patients receiving palliative SACT (breast curative: odds ratio [OR] 1·085, 99% CI 1·040–1·132; p<0·0001; NSCLC curative: 1·045, 1·013–1·079; p=0·00033; breast palliative: 0·987, 0·977–0·996; p=0·00034; NSCLC palliative: 0·987, 0·976–0·998; p=0·0015). 30-day mortality was also significantly higher for patients receiving their first reported curative or palliative SACT versus those who received SACT previously (breast palliative: OR 2·326 99% CI 1·634–3·312; p<0·0001; NSCLC curative: 3·371, 1·554–7·316; p<0·0001; NSCLC palliative: 2·667, 2·109–3·373; p<0·0001), and for patients with worse general wellbeing (performance status 2–4) versus those who were generally well (breast curative: 6·057, 1·333–27·513; p=0·0021; breast palliative: 6·241, 4·180–9·319; p<0·0001; NSCLC palliative: 3·384, 2·276–5·032; p<0·0001). We identified trusts with mortality rates in excess of the 95% control limits; this included seven for curative breast cancer, four for palliative breast cancer, five for curative NSCLC, and seven for palliative NSCLC.

Interpretation

Our findings show that several factors affect the risk of early mortality of breast and lung cancer patients in England and that some groups are at a substantially increased risk of 30-day mortality. The identification of hospitals with significantly higher 30-day mortality rates should promote review of clinical decision making in these hospitals. Furthermore, our results highlight the importance of collecting routine data beyond clinical trials to better understand the factors placing patients at higher risk of 30-day mortality, and ultimately improve clinical decision making. Our insights into the factors affecting risk of 30-day mortality will help treating clinicians and their patients predict the balance of harms and benefits associated with SACT.

Funding

Public Health England.

Pubblicato in: Medicina e Biologia, Religioni, Terrorismo Islamico

I terroristi non sono pazzi. Anzi.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-08-08.

 Goya Francisco. (1746-1828). Plaga del Hospital. Casa de locos

 Goya Francisco. (1746-1828). Plaga del Hospital. Casa de locos.


Da quando il terrorismo islamico sta colpendo, e duramente, l’Europa, sta montando il vezzo di definire gli attentatori come “pazzi“, quasi che il giudizio di un giornalista che mai li conobbe possa farsi garante di una diagnosi psichiatrica anche molto impegnativa.

Treccani definisce così il termine “pazzia”: «Nel linguaggio com., qualsiasi forma di alterazione, persistente o temporanea, delle facoltà mentali (è termine raro nel linguaggio scient., dove si parla invece di infermità o malattia mentale, o più specificamente di psicosi, psicopatia, ecc.)».

Correttamente è fatta una chiara distinzione tra l’uso comune, conviviale, e quello scientifico.

Questa definizione ne sottintende però un’altra, ben più complessa.

Se infatti sia patologico ciò che non è normale, ma allora diventa necessario definire cosa si debba intendere per “normale“.

*

Non è questo tempo e luogo per addentrarci in una dei più complessi tema della psichiatria. Forniremo quindi una definizione scientificamente corretta, usando la terminologia corrente.

«Si definisce normale la persona che con frequenza ravvicinata sottopone a revisione critica il proprio pensiero ed il proprio operato, disposto e desideroso di rettificare idee ed operato sulla base di esperienze fattuali nuove o meglio interpretate. Prolegomeno di questa definizione è la corretta percezione del reale e la sua elaborazione non contraddittoria

In altri termini, è normale la persona il cui pensiero ed il cui comportamento è costantemente adeguato alla realtà e non contraddice i dati di fatto.

In fondo, a ben pensarci, è il concetto di “adequatio rei et intellectus” definito dalla scolastica, san Tommaso in primis.

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Questa definizione consente di considerare normale anche chi per transitori momenti si fosse infervorato su un’idea al punto tale da trascurare la realtà contrastante, sotto però la condizione che il periodo sia transitorio e che produca un concreto adeguamento del pensato al reale.

Un esempio caratteristico è il comportamento di Albert Einstein nei giorni che precedettero la stesura della prima bozze delle equazioni che definiscono la relatività ristretta. Per due giorni restò chiuso nello studio suonando il piano, non responsivo ai richiami della povera moglie e senza nemmeno sentire lo stimolo di fame e sete. Comportamento invero bizzarro, che però esitò in una scoperta epocale.

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Dalla definizione posta si può dedurre in via sillogistica quella comunemente utilizzata in campo forense: «è psichicamente anormale chi non sia in grado di intendere e volere, in modo sia costante nel tempo sia transitorio». Questa definizione è usata, come detto, nei tribunali che devono accertare la chiara percezione e volontarietà dell’atto.

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Per definizione, le patologia mentali esercitano azione coatta. La patologia impone il comportamento. È impossibile che una frattura della tibia consenta di camminare normalmente. È impossibile masticare bene qualora fosse in corso un granuloma apicale purulento. È impossibile che un portatore di patologia mentale ragioni in modo coerente.

Il fanatismo non è una forma coatta, quale ogni patologia psichiatrica. Il fanatico è perfettamente in grado di intendere e volere: vuole fermamente operare ciò che l’intelletto ha elaborato. E quasi di norma è archiettura molto complessa.

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«Cos’è che induce a considerare queste persone come folli? Chi ha detto che sono folli? La follia ha un certo modo di esprimersi che non è certamente quello di un’organizzazione così complessa, così razionale, così organica come quella che sta dietro agli attentati. Che un’organizzazione terroristica si possa anche servire di persone deboli di mente, incapaci di essere autonome, indipendenti nel loro giudizio e nelle loro azioni, questo può succedere.»

*

«il 40 per cento delle persone nel corso della vita attraversa fasi di depressione …. Sì, non diventano assassini. Che la paranoia sia una di quelle forme di malattia psichica che può condurre anche ad azioni terribili, questo è vero. Ma nasce comunque sulla base di un’alterazione psichica estremamente infrequente prodotto di esperienze personali e fattori endogeni, legati alla personalità. Sono casi assai rari. In psichiatria il termine paranoia rappresenta una vecchia definizione ormai superata, ma la sua genesi è stata descritta molto bene dallo scrittore Heinrich von Kleist»

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«Troppo comodo utilizzare parole come malattia psichica e follia per rendere comprensibile un male così ossessivo, così violento alla stregua di quello compiuto ad Auschwitz.»

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«Eichmann per esempio …. era una persona apparentemente normale ma divorata da una di queste forme di fanatismo.»

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La preparazione di un attentato, così come di ogni azione criminosa, presuppone un lungo periodo di preparazione razionalmente condotto, situazione ben differente dal raptus omicida momentaneo. Richiede la definizione dell’obbiettivo e la scelta accurata di mezzi idonei a compiere la strage. Poi, una corretta messa in opera del tutto.

Il suicidio finale non giustifica la complessità logica della fase preparatoria, né la sua anche lunga durata temporale.

Sarebbe impossibile riconoscere a codeste persone l’incapacità di intendere e volere.

Il nodo essenziale è comprendere come le persone umane siano eticamente e moralmente responsabili dei propri atti. E, con una frequenza che rasenta la certezza, anche chi compisse un crimine in un raptus avrebbe in realtà commesso un crimine a lungo accarezzato nella mente, meditato, voluttuosamente concupito. Nell’occasione, lo realizza.

Esistono sicuramente responsabilità collettive, ma servirebbe avere il buon senso di comprendere come alla fine compiere o non compiere un’azione dipenda da un atto volonatario.

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Ci si mediti bene.

«Non si può parlare in alcun modo di una follia che pensi, che organizzi e che realizzi azioni di questa incredibile violenza destrutturata.»

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«il fanatismo di matrice religiosa conduce alcuni, pochi, a commettere azioni di un’atrocità inaudita»

*

Occorre prendere atto che è errata la visione di Rousseau, per cui l’essere umano nascerebbe buono ma sarebbe traviato dalla società. Dallo stesso vivaio di fanatismo religioso solo alcuni emergono fino all’atto materiale.

Occorre prendere atto che taluni esseri umani, forse anche molti, sono malvagi.

Troppo comodo etichettarli come folli. Troppo comodo.


Tempi. 2016-08-08. I terroristi non sono pazzi. I pazzi non sono terroristi.

Non la malattia mentale ma “il fanatismo di matrice religiosa conduce alcuni, pochi, a commettere azioni di un’atrocità inaudita”.

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Eugenio Borgna, psichiatra piemontese, non ha bisogno di presentazioni. La sua generosa produzione saggistica lo ha fatto conoscere a un vasto pubblico, che apprezza da sempre il suo approccio umanistico e spirituale alla malattia mentale, che non rinuncia al rigore scientifico e a quello della pratica clinica. Anche quest’anno ha pubblicato una preziosa riflessione dalla cui lettura tanti trarrebbero profitto: Responsabilità e speranza (Feltrinelli). Lo abbiamo intervistato sul controverso tema del rapporto fra malattia psichica e stragi di natura terroristica.

Professor Borgna, alcuni recenti attacchi terroristici sul suolo europeo hanno fatto apparire sui media commenti su un asserito rapporto fra malattia mentale e terrorismo jihadista. Lei pensa che il fenomeno al quale assistiamo è quello di pazzi che scelgono il suicidio-omicidio e lo giustificano nei termini di una narrazione politico-religiosa? Si può dire che oggi la follia sfocia spesso nel terrorismo di marca jihadista?

Cos’è che induce a considerare queste persone come folli? Chi ha detto che sono folli? La follia ha un certo modo di esprimersi che non è certamente quello di un’organizzazione così complessa, così razionale, così organica come quella che sta dietro agli attentati. Che un’organizzazione terroristica si possa anche servire di persone deboli di mente, incapaci di essere autonome, indipendenti nel loro giudizio e nelle loro azioni, questo può succedere. Ma chi uccide come hanno fatto gli assassini di padre Jacques in Francia lo fa come conseguenza di un fanatismo che si nutre di un’interpretazione degenerata della fede religiosa. Non si può parlare in alcun modo di una follia che pensi, che organizzi e che realizzi azioni di questa incredibile violenza destrutturata. Quest’ultima nasce sulla scia di moventi che non sono quelli che vivono all’interno della follia.

Ma la follia è sempre e solo individuale o può essere anche collettiva? Può essere una chiave di lettura di certi fenomeni politici contemporanei? Si è parlato di follia a proposito del nazismo, si parla di follia assassina riguardo all’Isis. È corretto?

Che la follia sia un fatto essenzialmente individuale, personale, è difficilmente contestabile, anche se ci possono essere senza dubbio fenomeni di contagio collettivo, che possono in qualche modo trascinare persone influenzabili a comportamenti che da sole non realizzerebbero, che da sole non sarebbero capaci di pensare e poi realizzare. La pazzia è fenomeno individuale, che però può essere la causa di fenomeni analoghi di suggestione, di ipnosi, che investono aree socialmente omogenee e che producono comportamenti che oltrepassano il dato semplicemente individuale per diventare un fatto sociale.

L’omicida di Nizza è stato diagnosticato depresso.

Se è per questo, il 40 per cento delle persone nel corso della vita attraversa fasi di depressione.

E non diventano tutti dei paranoici assassini.

Sì, non diventano assassini. Che la paranoia sia una di quelle forme di malattia psichica che può condurre anche ad azioni terribili, questo è vero. Ma nasce comunque sulla base di un’alterazione psichica estremamente infrequente prodotto di esperienze personali e fattori endogeni, legati alla personalità. Sono casi assai rari. In psichiatria il termine paranoia rappresenta una vecchia definizione ormai superata, ma la sua genesi è stata descritta molto bene dallo scrittore Heinrich von Kleist in uno dei suoi racconti più sconvolgenti ma anche più belli dal punto di vista umano e psicologico: si chiama Michael Kholhaas ed è centrata su di una persona che a causa delle continue umiliazioni, delle continue frustrazioni nel corso di anni diventa violento in modo paranoico. La paranoia infatti costituisce una forma di sofferenza psichica che non scoppia improvvisamente, ma che si viene creando lentamente sulla scia di umiliazioni e ingiustizie a cui si vada soggetti. L’applicazione della categoria di paranoia a una singola persona che commetta delitti così inauditi, può essere legittima. Ma che coloro i quali sono i fondatori o le guide di questa visione del mondo, religiosa seppure in forma degenerata, siano dei malati mentali, questo no, non è ammissibile. Troppo comodo utilizzare parole come malattia psichica e follia per rendere comprensibile un male così ossessivo, così violento alla stregua di quello compiuto ad Auschwitz. Probabilmente anche i nazisti erano depressi, ma quello che hanno fatto non lo hanno fatto in quanto sofferenti di problemi psichici che in qualche modo abbiano a scusarli, a discolparli. Eichmann per esempio, come Hannah Arendt ha dimostrato, era una persona apparentemente normale ma divorata da una di queste forme di fanatismo. Questa semmai è la diagnosi più esatta e rigorosa di quello che accade: il fanatismo di matrice religiosa conduce alcuni, pochi, a commettere azioni di un’atrocità inaudita.

Mi pare insomma che lei dica che si tira in ballo la follia degli assassini perché si ha paura di guardare la verità in faccia, perché è più comodo attribuire il male ai pazzi che alla normalità di persone simili a noi.

Sì, io penso questo, che è il contrario della tesi da cui siamo partiti. Non abbiamo il coraggio di guardare di fronte a una normalità psichica – che potrebbe essere anche la nostra – portata a commettere azioni di una violenza tale che la follia, che è epifania, emblema della fragilità, non riuscirebbe mai a pensare, a concepire, e tanto meno a realizzare. Un conto sono l’assassinio, l’infanticidio, il femminicidio, e chiedo scusa per la parola orribile, che possono avvenire sulla base di un acting out, di impulsi che sfuggono al controllo della ragione, sia perché è debole e malata, sia a causa di un contagio psichico molto forte. Il diluvio di immagini che ritraggono la donna come oggetto finisce col diffondere la tentazione o l’impulsività omicida. Ma un gesto così inaccettabile come quello di uccidere un sacerdote anziano non si può spiegarlo se non sulla base di una fanatismo religioso che considera gli altri come infedeli o come traditori. Un fanatismo che oltrepassa ogni confine, per cui tutta la vita è incentrata su quell’obiettivo: uccidere l’infedele. È quello che vogliono i teorici di questa tragica avventura umana, che è confrontabile, non per la quantità ma per la sua natura, con Auschwitz.

 

Pubblicato in: Medicina e Biologia

Scientificamente provato che il lavoro è più pericoloso del fumo.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-01.

 2016-07-29__Lancet__001

Nota.

Il testo dell’articolo è stato scritto dopo lettura della pubblicazione scientifica in extenso, mentre qui è riportato il solo testo dell summary per motivi di copyright. Il summary in alcuni suoi punti è molto sintetico e di non facile comprensione.


Questo lavoro è stato condotto su 1,005,791 persone seguite per un periodo variabile tra i due ed i diciotto anni.

«High amounts of sedentary behaviour have been associated with increased risks of several chronic conditions and mortality»

*

«it is unclear whether physical activity attenuates or even eliminates the detrimental effects of prolonged sitting»

*

«those who sat the least (<4 h/day) and were in the lowest activity quartile (<2·5 MET-h per week) had a significantly increased risk of dying during follow-up (HR=1·27, 95% CI 1·22–1·31)»

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«Watching TV for 3 h or more per day was associated with increased mortality regardless of physical activity»

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«Sitting in front of a computer for eight hours a day could increase your risk of a premature death by 60 per cent»

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«Lo studio ha inoltre stimato che la sedentarietà costa all’economia mondiale di oltre 67,5 miliardi di dollari annui in spese sanitarie e perdita di produttività, con un peso maggiore a carico dei paesi ad alto reddito»

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«dimostra il 23% della popolazione adulta mondiale e l’80% degli adolescenti che nel 2015 non ha rispettato le raccomandazioni dell’Oms di 150 minuti di attività fisica a moderata intensità» [Fonte]

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Alcuni organi di stampa hanno riportato questi dati in modo incompleto. Questo è un caso per tutti. Si valutino con cura le parole usate nella pubblicazione.

«High levels of moderate intensity physical activity (ie, about 60–75 min per day) seem to eliminate the increased risk of death associated with high sitting time.»

*

«However, this high activity level attenuates, but does not eliminate the increased risk associated with high TV-viewing time.»

Sembrano eliminare” non significa “eliminano“: ed infatti, tre ore sedentarie alla televisione costituiscono rischio attuale di morte prematura nonostante un’intensa attività fisica. A maggior ragione otto ore sedentarie avranno effetto ben maggiore.

Infatti, una cosa è il rischio di morte prematura ed un’altra sono le patologie più frequentemente associate alla inattività. Alla fine, tutti dobbiamo morire, e la patologia che porta alla morte è in un certo qual senso indifferente.

*

Questo studio, condotto su di un milione di persone, e quindi praticamente definitivo, stabilisce alcuni dati di fatto.

– Lavorare seduti per otto ore al giorno aumenta del 60% il rischio di morte prematura.

– Di conseguenza, il lavoro è tre volte più pericoloso del fumo di tabacco.

– Stare seduti a guardare la TV per tre ore al giorno è associato significativamente ad una alta probabilità di morte prematura.

– L’attività fisica è ininfluente sull’attesa di morte prematura.

– Questi sono risultati ottenuti trame metanalsi di dati pubblicati da altri autori, da leggersi quindi alla luce del teorema di Cox.

* * * * * * *

Questo lavoro sperimentale, condotto su di una casistica esaustiva di oltre un milione di persone, mette un punto fermo su molti argomenti e nel contempo smentisce alcune radicate dicerie e credenza.

Non solo la vita sedentaria, tipo quella di ufficio, ma anche periodi superiori od eguali alle tre ore giornaliere sono associati ad un significativo incremento della possibilità di morte precoce.

In situazioni del genere, il fumo di tabacco diventa statisticamente ininfluente.

Altro mito sfatato è che un’attività fisica, più o meno intensa, non redime il danno inferto dalla vita sedentaria, con buona pace dei salutisti ginnici. Non serve a nulla. Al massimo cambia la tipologia della patologia che ci accompagna alla tomba. Non sembrerebbe essere una gran bella consolazione.

*

Una situazione del genere appare essere irredimibile.

Se in via teorica la soluzione sarebbe anche semplice: non esercitare lavori sedentari, nella pratica ciò è semplicemente impossibile, specie poi in un’epoca durane la quale il posto di lavoro è dato sotto ricetta medica nominativa, non ripetibile.

Sono in corso altri studi congeniati in modo tale da poter appurare la eventuale utilità di qualche rimedio farmacologico. Serviranno almeno altri dieci anni prima di poter disporre di dati sufficienti per essere esaminati con una significatività dei risultati.


Prof Ulf Ekelund, PhDcorrespondencePress enter key for correspondence information email Press enter key to Email the author, Jostein Steene-Johannessen, PhD, Prof Wendy J Brown, PhD, Morten Wang Fagerland, PhD, Prof Neville Owen, PhD, Kenneth E Powell, MD, Prof Adrian Bauman, PhD, Prof I-Min Lee for the Lancet Physical Activity Series 2 Executive Committe† the Lancet Sedentary Behaviour Working Group†

«Does physical activity attenuate, or even eliminate, the detrimental association of sitting time with mortality? A harmonised meta-analysis of data from more than 1 million men and women»

DOI: http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736(16)30370-1. Formato pdf.

*

«Summary.

Background

High amounts of sedentary behaviour have been associated with increased risks of several chronic conditions and mortality. However, it is unclear whether physical activity attenuates or even eliminates the detrimental effects of prolonged sitting. We examined the associations of sedentary behaviour and physical activity with all-cause mortality.

Methods

We did a systematic review, searching six databases (PubMed, PsycINFO, Embase, Web of Science, Sport Discus, and Scopus) from database inception until October, 2015, for prospective cohort studies that had individual level exposure and outcome data, provided data on both daily sitting or TV-viewing time and physical activity, and reported effect estimates for all-cause mortality, cardiovascular disease mortality, or breast, colon, and colorectal cancer mortality. We included data from 16 studies, of which 14 were identified through a systematic review and two were additional unpublished studies where pertinent data were available. All study data were analysed according to a harmonised protocol, which categorised reported daily sitting time and TV-viewing time into four standardised groups each, and physical activity into quartiles (in metabolic equivalent of task [MET]-hours per week). We then combined data across all studies to analyse the association of daily sitting time and physical activity with all-cause mortality, and estimated summary hazard ratios using Cox regression. We repeated these analyses using TV-viewing time instead of daily sitting time.

Findings

Of the 16 studies included in the meta-analysis, 13 studies provided data on sitting time and all-cause mortality. These studies included 1 005 791 individuals who were followed up for 2–18·1 years, during which 84 609 (8·4%) died. Compared with the referent group (ie, those sitting <4 h/day and in the most active quartile [>35·5 MET-h per week]), mortality rates during follow-up were 12–59% higher in the two lowest quartiles of physical activity (from HR=1·12, 95% CI 1·08–1·16, for the second lowest quartile of physical activity [<16 MET-h per week] and sitting <4 h/day; to HR=1·59, 1·52–1·66, for the lowest quartile of physical activity [<2·5 MET-h per week] and sitting >8 h/day). Daily sitting time was not associated with increased all-cause mortality in those in the most active quartile of physical activity. Compared with the referent (<4 h of sitting per day and highest quartile of physical activity [>35·5 MET-h per week]), there was no increased risk of mortality during follow-up in those who sat for more than 8 h/day but who also reported >35·5 MET-h per week of activity (HR=1·04; 95% CI 0·99–1·10). By contrast, those who sat the least (<4 h/day) and were in the lowest activity quartile (<2·5 MET-h per week) had a significantly increased risk of dying during follow-up (HR=1·27, 95% CI 1·22–1·31). Six studies had data on TV-viewing time (N=465 450; 43 740 deaths). Watching TV for 3 h or more per day was associated with increased mortality regardless of physical activity, except in the most active quartile, where mortality was significantly increased only in people who watched TV for 5 h/day or more (HR=1·16, 1·05–1·28).

Interpretation

High levels of moderate intensity physical activity (ie, about 60–75 min per day) seem to eliminate the increased risk of death associated with high sitting time. However, this high activity level attenuates, but does not eliminate the increased risk associated with high TV-viewing time. These results provide further evidence on the benefits of physical activity, particularly in societies where increasing numbers of people have to sit for long hours for work and may also inform future public health recommendations.

Funding

None.»