Pubblicato in: Armamenti, Unione Europea

Unione Europea. Austria, cyber-attacco al ministero degli Esteri.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-01-05.

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«Austria suspects a foreign country is behind a serious cyberattack on information systems at its Foreign Ministry that continued on Sunday»

«Given the type and seriousness of the attack we assume this probably concerns a state actor and not criminals»

«He declined to give technical details about the assault or speculate on who might be behind it»

«The Austrian government reported the attack late on Saturday, noting other European countries have also been targeted for similar attacks in the past»

«The attack came on the same day the environmentalist Greens party backed forming a coalition government with Sebastian Kurz’s conservatives»

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Le nazioni tecnologicamente evolute presentanto un elevato grado di complessità, ove ogni elemento deve essere perfettamente funzionante per garantire l’efficienza del tutto. Basta una inezia per bloccare tutto.

In Austria, come peraltro anche in Italia, solo per fare un esempio, sarebbero sufficienti sei attacchi simultanei alla rete di distribuzione dell’energia elettrica per generare un duraturo black out su tutto il territorio nazionale. Tutte le telecomunicazioni ne risulterebbero interrotte, e tutti i meccanismi che funzionassero a corrente sarebbe fermi, ascensori in primis. I gruppi elettrogeni degli ospedali usualmente garantiscono al massimo una dozzina di ore di erogazione. Dopo di che, kaputt.

Il conseguente chaos sarebbe causa primaria di crisi di panico su larga scala.

Già. Questa tecnologica Unione Europa è altamente vulnerabile, al punto tale da rendere persino inutile un attacco atomico: basterebbero sei miserabili missili di crociera del costo di una manciata di dollari.

Il cyber-attacco sarebbe un mezzo ancor più sofisticato e selettivo, ma il risultato finale sarebbe sempre lo stesso.

E si tenga anche presente che un simile attacco fatto da parte di uno stato straniero potrebbe anche avvalersi non solo della perizia elettronica ma anche dei frutti dell’intelligence, che potrebbe aver fornito, per esempio, le password.

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Si resta davvero molto sconcertati che i vari governi nulla abbiano fatto per garantire la sicurezza delle proprie nazioni.

A guai fatti, non ci sarebbe nemmeno modo di rimediare.

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Austria suspects foreign state behind cyberattack on ministry

Austria suspects a foreign country is behind a serious cyberattack on information systems at its Foreign Ministry that continued on Sunday, the ministry said.

“Given the type and seriousness of the attack we assume this probably concerns a state actor and not criminals,” a ministry spokesman said.

He declined to give technical details about the assault or speculate on who might be behind it. “Experts have informed us that these things can last several days,” he added.

The Austrian government reported the attack late on Saturday, noting other European countries have also been targeted for similar attacks in the past.

The attack came on the same day the environmentalist Greens party backed forming a coalition government with Sebastian Kurz’s conservatives.

The ministry said “countermeasures” were in place while an inter-agency task force reviewed the situation. Services such as travel information were still available on its website.

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Austria, cyber-attacco al ministero degli Esteri

Il portavoce del governo: «Non possiamo escludere che si tratti di un attacco mirato da parte di un altro Stato»

Un cyber-attacco ha colpito sabato sera la rete informatica del ministero degli Esteri austriaco. «L’offensiva è ancora in corso», precisa il portavoce ministeriale Peter Guschelbauer, secondo il quale «data la gravità e la modalità» dell’offensiva informatica «non si può escludere che si tratti di un attacco mirato da parte di un altro Stato». Attacco, ha aggiunto Guschelbauer, che «è stato comunque subito individuato e sono state prese rapidamente delle contromisure».

Il quotidiano austriaco Der Standard ha sottolineato, nella sua versione on line, che «in passato diversi altri Paesi europei sono stati vittime di simili attacchi». In almeno due occasioni, per esempio, era stata colpita la rete informatica del Bundestag tedesco. Gli esperti di sicurezza austriaci ricordano le difficoltà nell’individuare gli autori di simili incursioni, dato che vi sono molte possibilità per «dissimulare le proprie tracce e di lasciare dietro di sé falsi indizi». Peraltro non sono stati forniti dettagli circa la natura del cyber-attacco.

A quanto affermano i media austriaci, le possibilità vanno dal cosiddetto «Distributed denial of service» (Ddos), nel quale i vari sistemi vengono messi in ginocchio da un gran numero di richieste contemporanee d’accesso, ad un tentativo mirato di penetrare la rete del ministero, nel qual caso si suppone che l’obiettivo sia quello dello spionaggio.

Sempre a quanto scrive lo Standard, la homepage del ministero stesso non sembra mostrare i segni dell’attacco, dato che è rimasta sempre accessibile, così come sono sempre rimasti disponibili come per esempio le informazioni per i viaggiatori e similari.

Per prevenire e affrontare situazioni del genere, le autorità viennesi avevano messo in piedi una speciale «commissione di coordinamento» che anche in questo caso si è immediatamente attivata per monitorare «a tutti i livelli» le strutture informatiche del governo in tutto il Paese.

Non è la prima volta che l’Austria è vittima di cyber-offensive. Lo scorso settembre, subito prima delle elezioni nazionali, il partito popolare guidato da Sebastian Kurz (Oevp) ha segnalato «un attacco mirato» alla struttura informatica del proprio quartier generale: sin dalla fine di luglio qualcuno era riuscito a penetrare la rete dell’Oevp riuscendo ad «esfiltrare» entro la fine di settembre ben 1,3 terabyte di dati. In questo caso, le tracce portano in Francia, visto che i dati erano stati trasferiti da un server transalpino. Un episodio simile si era registrato anche prima delle elezioni parlamentari del 2017, sempre a danno dell’Oevp. L’anno precedente ad esser stati presi di mira erano stati i siti del Parlamento austriaco e di diversi ministeri: in quel caso si trattava appunto di attacchi Ddos (Distributed denial of service). Nel luglio del 2011, gli hacker colpirono i siti web della Spoe, il partito socialdemocratico, e dell’Fpoe, la formazione di ultradestra: sulle rispettive homepage era apparso per ore il logo del gruppo «Anonymous». 

Pubblicato in: Armamenti, Cina

Cina. Sottomarini atomici e relativi missili. Punto della situazione.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-01-05.

Cani che corrono__01__

Sarebbe impossibile ambire di svolgere il ruolo di grande potenza mondiale senza disporre di un’adeguata flotta di sottomarini atomici armati con missili a testata atomica multipla.

Progettare e costruire sistemi d’arma di tal fatta non è solo questione di investimenti, ma anche e soprattutto di poter disporre di tecnologie avanzate, allo stato dell’arte, in un elevato numero di settori di avanguardia.

Proponiamo la lettura di questo articolo, comparso su Analisi Difesa, perché ci sembrerebbe essere completo nel delineare lo sviluppo storico dei sottomarini atomici cinesi ma anche, e soprattutto, perché è inusitatamente equilibrato.

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Il deterrente nucleare subacqueo di Pechino,

Prima di affrontare nel dettaglio, per quanto possibile, il tema del deterrente nucleare imbarcato cinese (Ballistic missile Submarine Nuclear-powered – SSBN – e Missili balistici lanciabili da sottomarini) corre l’obbligo di precisare  che la proverbiale riservatezza cinese quando si tratta di divulgare informazioni sensibili che riguardano il proprio strumento militare, finisce con l’amplificarsi a dismisura.

Al punto che tracciare un quadro di questa particolare componente della Marina Cinese (o PLAN, People’s Liberation Army Navy) diventa un’impresa non proprio agevole, contrassegnata dalla necessità di incrociare dati, notizie e ogni altro aspetto utile. Con il risultato che, anche così facendo, gli elementi mancanti continuano a essere molti.

La decisione della Cina di dotarsi di armi nucleari può essere fatta risalire intorno alla metà degli anni 50; la Guerra in Corea si era appena conclusa e, nel frattempo, era scoppiata la prima crisi dello Stretto di Taiwan. Entrambi gli eventi, caratterizzati dalla contrapposizione con la potenza nucleare degli Stati Uniti, avevano fatto capire alla leadership di Pechino e in particolare all’allora guida del Paese e del Partito Comunista Mao Zedong, quanto fosse ormai diventato indispensabile per la nascente potenza asiatica sviluppare un proprio arsenale nucleare. Pur nella consapevolezza che le distanze con gli Stati Uniti erano già notevoli, alla fine prevalse la considerazione che le possibilità di avere un maggior peso prima di tutto nello scacchiere asiatico non potevano prescindere da un simile aspetto, per quanto limitato fosse.

Forti dell’appoggio tecnologico dell’Unione Sovietica, prima della fine del decennio si assistette all’inizio della costruzione di diversi impianti (per la produzione di materiale per gli ordigni) e di siti per lo svolgimento di test.

Nel frattempo, da Mosca giungevano diverse componenti fondamentali, ivi compresi un paio di missili (gli R-2 o SS- 2 Sibling). Appare così subito chiaro quello che sarebbe stato uno degli elementi distintivi delle politiche di acquisizione/sviluppo di armamenti da parte della Cina: l’acquisizione all’estero di un numero limitato di parti e tecnologie con il preciso scopo di svilupparli poi in patria.

Il tutto con gli evidenti vantaggi di acquisire gradualmente la necessaria autonomia e, al tempo stesso, introdurre in servizio sistemi adatti alle proprie esigenze.

Quelli in questione poi erano gli anni segnati da una piccola “rivoluzione” nel campo degli armamenti nucleari: la comparsa dei primi SSBN realmente operativi, attraverso i quali il potenziale bellico in questo specifico campo di una qualsiasi Nazione compie un passo in avanti importante.

Ovviamente, sia i vertici politici sia quelli militari della Cina erano consapevoli dell’importanza di questo specifico assetto tanto che nel luglio del 1958 dettero il via ufficiale ai progetti relativi a un nuovo SSBN (indicato come Project 09) e a un SLBM (Submarine Launched Ballistic Missile) destinato ad armare lo stesso sottomarino (a sua volta, identificato come Project 05).

A dispetto però degli sforzi profusi, non si registrò nessun passo avanti tanto che nell’agosto del 1962 il programma viene sospeso. A pesare furono 2 fattori: l’impreparazione cinese e la rottura dei rapporti con l’Unione Sovietica avvenuta nel 1960. Ma è soprattutto il primo a diventare davvero determinante; enti di ricerca e di produzione separati geograficamente che, oltretutto, finiscono con l’essere soggetti a continui spostamenti/riorganizzazioni.

Di più, a pesare è anche lo stretto controllo politico del Partito Popolare Comunista, conseguenza della stagione delle grandi riforme avviate da Mao, cioè quella “Rivoluzione culturale” che si svilupperà nel corso di diversi anni. Quale dato di fondo infine, l’evidente impreparazione e la sostanziale sottostima delle complessità legate allo sviluppo di un sottomarino a propulsione nucleare e del suo armamento costituito da missili balistici.

Dovranno perciò passare altri 4 anni, nell’agosto 1966, per registrare il riavvio delle attività di progettazione della nuova piattaforma subacquea; la strada verso un risultato tangibile sarà però ancora molto lunga.

Tra l’altro, è da rilevare come a incidere sulle decisioni di Pechino fosse anche il fattore finanziario poichè all’epoca, i bilanci della Difesa non erano certo ancora “corposi” come quelli attuali.

Non è dunque un caso che la ripresa dei lavori sul nuovo SSBN (e sui suoi missili) sia stata favorita anche dall’aumento delle disponibilità finanziarie. Ciò non di meno, è evidente che a favorire questa nuova spinta siano intervenuti, da un lato la crescente pressione volta a diversificare il proprio deterrente nucleare (oltre cioè ai missili basati a terra) e, dall’altro, la graduale maturazione tecnologico-produttiva della Cina.

Rispetto al primo punto, è chiaro che i vertici di Pechino avevano già all’epoca intuito le potenzialità belliche degli SSBN; del resto, oltre alle “super potenze” Stati Uniti e Unione Sovietica, ben presto anche Regno Unito e Francia avevano provveduto a immettere in servizio simili piattaforme.

La maggiore capacità di sopravvivenza rispetto a ICBM basati a terra è già un vantaggio notevole, ma non l’unico; anche in termini di letalità i punti a favore non mancano affatto.

Ecco dunque che per un Paese allora privo di alleati o comunque di “amici” di un certo peso (dopo la già ricordata rottura dei rapporti con l’Unione Sovietica) e desideroso al tempo stesso di acquisire un maggior peso sulla scena internazionale, questo percorso di sviluppo del proprio deterrente nucleare diventa un passaggio obbligato. Anche in considerazione del maggio lustro che sarebbe derivato dal poter dimostrare capacità produttive e conoscenza tecnologiche più avanzate.

Il primo (e tormentato) passo, la classe Type 092 o Xia

Il lavoro riavviato nel 1966 porta così al completamento di un progetto “preliminare” nel giro di circa un anno; all’epoca, si pensava che l’impostazione del nuovo sottomarino potesse avvenire nel 1973.

E invece, il primo SSBN Cinese finirà con il riuscire a prendere forma solo nel 1978. La costruzione si sviluppò presso i cantieri oggi noti come Bohai Shipbuilding Heavy Industry Co. o BSHIC, a loro volta facenti parte del colosso China Shipbuilding Industry Corporation (CSIC); situati nella città di Huladao.

Questi cantieri non solo sono uno dei più grandi siti produttivi del genere in Cina ma anche la “casa” nella quale prendono forma tutti i sottomarini a propulsione nucleare (siano essi lanciamissili balistici o di attacco) della Marina Cinese.

Il progetto in questione non era del tutto nuovo, la stessa Marina Cinese aveva infatti preferito un approccio che potrebbe essere definito incrementale: in maniera decisamente pragmatica, i primi passi dello sviluppo nel campo delle piattaforme subacquee a propulsione nucleare furono per l’appunto articolati partendo da un unico progetto.

Questo, fin una sua prima fase, dette vita ai 5 sottomarini nucleari d’attacco (SSN) Type 091 (classe Han secondo la classificazione utilizzata dalla NATO, Type 09-I secondo quella Cinese) che entrarono in servizio a partire dal 1974.

Al fine di diminuire i rischi di un’impresa comunque già impegnativa per la Cina di allora, il nuovo SSBN riprende lo scafo degli Han, aggiungendovi una sezione destinata a ospitare i pozzi di lancio per i missili.

Nasce così un sottomarino indicato come Type 092 o classe Xia secondo la NATO, Type 09-II nella classificazione Cinese Si ricorda inoltre come, nelle regole adottate dalla PLAN nell’assegnazione dei nomi alle proprie unità, tutti i sottomarini a propulsione nucleare (sia lanciamissili, sia d’attacco) ricevono indifferentemente il nome di Changzheng (o Lunga Marcia); seguito da un numero identificativo. Nel caso specifico, 406.

Non tutto però “fila liscio”: se già l’impostazione era avvenuta con anni di ritardo rispetto al previsto, l’unità sarà poi varata solo il 30 aprile del 1981. A pesare sono diversi fattori, la bassa qualità delle tecniche costruttive cinesi e, soprattutto, la scelta di avviare la costruzione dello scafo prima che fosse stata completata la progettazione dei sistemi interni.

Mano a mano che si procedeva al loro imbarco, si rendeva così necessario per esempio calcolare ogni volta la distribuzione dei pesi interni al fine di non alterare il centro di gravità del sottomarino.

E non è tutto, sebbene formalmente consegnato alla PLAN nell’ottobre del 1983, dovranno passare altri 5 anni per vederlo considerato operativo anche se, in questo caso, a incidere sono più le difficoltà legate alla “maturazione” degli SLBM da imbarcare.

Prima di procedere oltre, appare opportuno affrontare uno dei “misteri che avvolgono questa classe di sottomarini: una (presunta) seconda unità che sarebbe poi andata perduta in un (altrettanto presunto) incidente. Secondo alcune fonti mai confermate, tale secondo sottomarino sarebbe stato varato nel 1982 e, per l’appunto, sarebbe andato perduto 3 anni dopo in un incidente tale da causare anche la perdita dell’intero equipaggio.

Difficile dare un giudizio, tanto più che altre fonti sostengono che i piani iniziali della PLAN prevedessero la realizzazione di almeno un’altra unità. Tuttavia, pare che a seguito di una più approfondita analisi, la stessa Marina cinese abbia poi deciso di concentrare le proprie risorse e i propri sforzi verso una nuova classe di piattaforme, fermandosi a un solo Xia.

Per ciò che riguarda la configurazione generale, il Type 092 è facilmente distinguibile per sezione a forma squadrata ospitante il compartimento dei missili che occupa la parte centro-prodiera del sottomarino. Spicca inoltre la “falsa torre” di discrete dimensioni, anche a causa della presenza di 2 superfici di controllo. Sempre a proposito di superfici di controllo, quelle poppiere si presentano nel classico schema a croce, mentre la propulsione è assicurata da una singola elica.

Da un punto di vista tecnico esiste ormai uniformità di opinione sulle caratteristiche dimensionali del Type 092: 120 metri di lunghezza, una larghezza massima di 10 e un dislocamento che varia tra le 6.500 (in superficie) e le 8.000 tonnellate (in immersione).

Non meno tormentata è la storia che riguarda il reattore nucleare, il cui sviluppo ebbe inizio addirittura nei primi anni 60. A contendersi l’assegnazione del progetto furino 2 diversi istitut: la Quinghua University of Nuclear Energy Technology (con una proposta basata sul reattore installato sulla nave mercantile tedesca Otto Hahn) e il Reactor Engineering Technology Institute (con progetto mutuato dal reattore OK-150 installato sul rompighiaccio sovietico Lenin). Intorno al 1965, la scelta cadde sulla seconda proposta ma, fin da subito, apparve evidente come l’arretratezza cinese nel settore e la necessità di adattare all’impiego su unità subacquee un progetto nato per quelle di superficie costituivano un ostacolo importante. Solo intorno al 1970 esso sarà finalmente testato a piena potenza, a distanza cioè di 10 anni (e oltre) dall’avvio delle prime progettazioni.

Da un punto di vista più propriamente tecnico, l’intero impianto propulsivo è costituito da un reattore ad acqua pressurizzata da 58 MW termici (stimati), il quale alimenta 2 turbo-alternatori a vapore; il tutto per una potenza sull’asse che si ipotizza possa essere intorno agli 11 MW.

Dunque, un insieme non particolarmente “esuberante”, così come dimostrato dalle prestazioni che parlano di velocità massime nell’ordine dei 20 nodi; l’inevitabile prezzo da pagare per aver scelto lo stesso impianto installato sui Type 091, laddove questi ultimi presentano dimensioni e valori di dislocamento inferiori.

La profondità massima operativa è infine indicata in 300 metri. Notevole invece la confusione riguardante il numero degli uomini di equipaggio, con stime che variano dai 100 ai 140 effettivi. Se già una ricostruzione attendibile delle caratteristiche generali di questo sottomarino può essere considerata una specie di impresa, non molto differente si presenta un’analoga analisi dei sistemi di bordo; intesi come sensori e come sistemi d’arma.

Una difficoltà accresciuta dal fatto che questi sono stati oggetto di diversi cambiamenti nel corso degli anni. In termini di sensori, vi è una sostanziale uniformità di vedute rispetto alla presenza di un radar di navigazione/ricerca di superficie di origine sovietica MRK-50 o Snoop Tray; accanto a esso, un apparato per la guerra elettronica Type 921-A in funzione Radar Warning Receiver (RWR) e “Direction Finder”.

Appena qualche notizia in più sul versante dei sensori principali, cioè i sonar. Inizialmente, si presume che al pari dei Type 091 anche il Type 092 disponesse di una suite composta da un sonar attivo SQZ-3 (o Type 603) e da uno passivo SQC-1 (o Type 604), entrambi installati a prua e destinati alle funzioni di ricerca e attacco. Nel corso di uno degli innumerevoli refit avuti nel corso della sua vita, questi apparati sarebbero stati sostituiti da una nuova suite, molto più moderna e denominata SQZ-262B.

Anch’essa utilizzata per ammodernare i Type 091 (nonché altre piattaforme subacquee) e successivamente installata su altri sottomarini di costruzione cinese, essa è caratterizzata dal fatto di disporre di sensori pienamente integrati in un unico apparato.

Sempre nel corso dei vari interventi subiti, il Type 092 ha ricevuto anche un apparato passivo utilizzato in funzione di scoperta e incentrato su “arrays” piatti montati a scafo in un numero di 3 per lato. L’aspetto per così dire singolare è che si tratta di un sistema di origine francese, il DUUX-5 dell’allora Thomson Sintra poi classificato in Cina come SQG-2B, acquistato in alcuni esemplari intorno alla fine degli anni 80 e utilizzato anche per un’analoga modifica sugli stessi Type 091.

Sul fronte delle armi imbarcate, si segnala la presenza di 6 tubi lanciasiluri da 533 mm per ordigni Yu-3; questi siluri a guida acustica (per i quali s’ipotizza una qualche derivazione dai SET-65 di origine sovietica) sono impiegati per il contrasto di bersagli di superficie, con un numero totale di ordigni imbarcati pari a 12.

Le armi: gli SLBM JL-1 e 1A. E i molti altri problemi…

Uno dei problemi principali che hanno contrassegnato l’esistenza del Type 092 è stata proprio quella che potremmo definire la sua stessa ragione d’’essere, cioè i 12 SLBM Ju Lang-1 o JL-1 (o, ancora, CSS-N-3 secondo la nomenclatura americana). Lo sviluppo di questo missile ebbe inizio nei primi anni 70 per diventare, al pari della sua piattaforma di lancio, una grande novità perché il primo SLBM mai prodotto dalla Cina.

Anche in questo caso le difficoltà non mancarono e solo nel 1982, si registrano i primi lanci, dapprima utilizzando una struttura fissa e in seguito facendo ricorso a un sottomarino della classe Golf sovietica adattato per condurre sperimentazioni del genere.

Per effettuare però il primo lancio di prova dal Type 092 fu necessario attendere ancora altri 3 anni, laddove tale lancio si rivelò un fallimento. Solo alla fine di settembre del 1998 ci fu poi un nuovo test, il cui esito positivo consentendo così a questo sottomarino di diventare operativo.

Ad affliggere il JL-1, missile a propellente solido a 2 stadi e dotato di una singola testata nucleare da 200/300 Kt, sono stati principalmente problemi al sistema di navigazione e guida (nelle sue diverse parti, dai giroscopi fino agli altimetri) nonché ai razzi di propulsione: di particolare gravità i problemi legati al primo aspetto, soprattutto con riferimento al sistema di navigazione inerziale caratterizzato da scarse affidabilità e precisione.

Questo missile rivelò però ben presto anche un altro limite, rappresentato da una ridotta gittata, stimata in circa 1.800 (forse 2.000) chilometri.

Un problema che troverà una sua successiva (e parziale) soluzione grazie alla sostituzione con una nuova versione, la JL-1A, da almeno 2.500 chilometri.

Anche se bisogna dire che alcune fonti propendono per numeri ancora più importanti, nell’ordine dei 2.800/3.000 chilometri. Valori che, in caso di confronto con gli Stati Uniti avrebbero comunque costretto lo Xia ad allontanarsi molto dalle più tranquille acque della madre patria per poter lanciare i missili balistici.

Un limite enorme, che ha sicuramente contribuito in maniera determinante alla scelta della PLAN di costruire un solo Type 092, vista la sua scarsa utilità da un punto di vista operativo. Poco tempo dopo l’operatività dei missili, nel 1995 il Type 092 iniziò una serie di lavori che lo tennero fermo fino al 2001. Lavori talmente significativi da portare a una modifica della sua classificazione di riferimento e cioè Type 092G, che significa proprio “modificato”.

E’ esattamente in quest’occasione che avvenne la sostituzione dei diversi sonar e l’imbarco dei nuovi JL-1A (con modifiche, per questi ultimi, anche alla zona che ospita i tubi di lancio) ma anche aggiornamenti al sistema di combattimento, più nuovo rivestimento anecoico per diminuire il rumore irradiato.

Di fatto, e senza ulteriori giri di parole, non esiste dubbio alcuno circa il fatto che il Type 092G non abbia mai conseguito una reale operatività, non si sia mai allontanato dalle acque territoriali cinesi e, dato ancor più importante, non abbia mai condotto alcun “pattugliamento strategico” o “deterrent patrol”.

In pratica, tra il tempo speso presso la base di Xiaopingdao, un’installazione della Marina Cinese utilizzata per le fasi di consegna dei sottomarini nucleari e (nel caso specifico) per i lanci di prova degli SLBM, e i lunghi periodi di fermo in porto o nel bacino della base di Jianggezhuang, situata vicino a quella Qingdao sede della Northern Fleet cui lo Xia era assegnato, questo sottomarino è stato davvero una fonte quasi inesauribile di problemi.

A pesare soprattutto i limiti dell’apparato propulsore: incapace di fornire prestazioni adeguate, afflitto da problemi di corrosione, scarsamente affidabile, contrassegnato da perdite di vapore dai circuiti con annesso elevato livello di radiazioni e, infine, con tutta una serie di sue parti essenziali (pompe, condensatori, riduttori, ecc) caratterizzati da un cattivo isolamento acustico, a sua volta causa di un elevato livello di rumore.

Per dare un’idea dell’ordine di grandezza del problema legato proprio al rumore e di quanto esso rendesse così facilmente individuabile il Type 092, alcune informazioni filtrate a suo tempo riferirono che inizialmente questo rumore fosse talmente forte da rendere persino difficile il sonno al suo equipaggio.

Una situazione solo parzialmente migliorata per effetto di alcuni interventi correttivi (che anche hanno interessato l’idrodinamicità dello scafo e portato a installare un diverso tipo di elica). Alla fine, le stime più attendibili riportano valori di rumorosità pari a 160 decibel; una sorta di primato negativo, destinato a rimanere imbattuto!

È come se, in definitiva, il Type 092 si fosse rivelato utile solo perché ha rappresentato tutto ciò che non deve essere un SSBN:; una sorta di piattaforma sperimentale, sulla quale la PLAN ha comunque potuto accumulare una certa esperienza.

Una parentesi comunque ormai chiusa perché ogni singola fonte d’intelligence conferma il suo ritiro da ogni parvenza di servizio attivo. Al massimo può essere utilizzato per scopi addestrativi/sperimentali, cioè in quelli che in pratica ha ricoperto finora.

Il presente, i Type 094 della classe Jin; un primo passo in avanti

Se quindi l’esperienza con il singolo Xia entrato in servizio (per modo dire…) non può essere definita in altro modo se non “fallimentare”, ben diverso appare lo sviluppo della nuova classe di SSBN costruita in Cina.

Lo sviluppo di questa nuova classe di sottomarini lanciamissili balistici viene individuata (a seconda delle fonti) tra la fine degli anni 80 e l’inizio del decennio successivo. Sulla base però di una serie di riscontri incrociati, appare in realtà molto più probabile che il vero inizio del lavoro di sviluppo possa essere collocato proprio nei primi anni 90.

Questo perché è opinione diffusa che si sia replicato (almeno parzialmente) lo schema utilizzato per i precedenti SSN Type 091 che hanno fornito poi la base di partenza per gli SSBN Type 093. Nel caso specifico invece, la nuova classe di sottomarini nucleari d’attacco è rappresentata dai Type 093 (classe Shang per la NATO), con il progetto di quest’ultima che avrebbe a sua volta fornito molti elementi per progettare gli altrettanto nuovi Type 094 o classe Jin per la NATO, Type 09-IV nella classificazione Cinese.

La differenza rispetto al passato è rappresentata dal fatto che i 2 progetti si sarebbero poi sviluppati nel corso del tempo con maggiori differenze, pur cercando di fare affidamento su parti e sistemi in comune.

Uno dei temi più controversi della fase progettuale riguarda un possibile coinvolgimento da parte Russa re non mancano infatti voci di una collaborazione del Rubin Central Design Bureau for Marine Engineering di San Pietroburgo, il più importante centro di progettazione di sottomarini della Russia.

Un’ipotesi che se da un lato sembrerebbe plausibile anche in virtù della ripresa delle relazioni diplomatiche (nonché militari) tra le due potenze comuniste, appare in contrasto con la volontà cinese di sviluppare autonomamente un assetto così delicato. Difficile dunque poter mettere la parola fine alla questione.

Ormai assodato invece il ruolo avuto del colosso cantieristico CSIC, in mano al Consiglio di Stato (o Governo Popolare Centrale) di Pechino; sia nella fase di progettazione, coinvolgendo il proprio 719 Insitute, sia in quella di costruzione, facendo ricorso alle già note strutture produttive del cantiere di Huladao. Nel dettaglio, dovrebbero essere 6 le unità uscite dal cantiere e, per quanto non sia facile ricostruire la cronologia esatta delle varie fasi, è comunque possibile fornire alcune indicazioni di massima.

I lavori sul primo sottomarino sarebbero cominciati alla fine del 1999, il varo dovrebbe essere avvenuto nel 2004 e l’ingresso in servizio 3 anni dopo. Ugualmente confusi i riferimenti per gli altri; il secondo, infatti, sarebbe entrato in servizio nel 2009 o nel 2010. Il terzo invece dovrebbe aver fatto il proprio ingresso nella PLAN intorno al 2012 o forse il 2013. Per il successivo, si ha quale periodo di riferimento per l’entrata in servizio il 2015 o l’anno successivo. Rispetto al quinto, le poche informazioni filtrate ipotizzano l’inizio delle operazioni tra la fine del 2018 e i primi mesi del 2019. Infine, il varo del sesto sottomarino dovrebbe essere avvenuto (secondo foto satellitari) giusto l’ottobre scorso, con un ingresso in servizio però ancora lontano. Si tratta di date assolutamente indicative e non verificabili con esattezza; il tutto accompagnato da dubbi su quanti siano poi comunque i battelli pienamente operativi.

A oggi non sono noti neanche i piani futuri: l’intelligence statunitense ritiene che per assicurare almeno un SSBN sia sempre schierato in mare e pronto al lancio dei missili siano necessarie almeno 4/5 piattaforme; dato che sarebbe più che allineato con la consistenza attuale della classe.

In tempi più recenti poi, nuovi rapporti d’intelligence USA hanno fornito ulteriori indicazioni, arrivando a ipotizzare una consistenza finale di 8 sottomarini per l’anno 2020. Nel frattempo, si segnala che non vi è coincidenza di vedute neanche sui “pennant number” adottati, laddove per alcune fonti si sarebbe partiti da 409 per la prima, per altre la partenza sarebbe il 411.

In termini pratici, così come accaduto fino a oggi, l’unico elemento utilizzabile saranno le immagini satellitari: quando con le unità ancora in costruzione/allestimento nei cantieri CSIC di Huladao, quando dislocate presso la base di Xiaopingdao (utilizzata per svolgere l’allestimento finale e la consegna), quando presso quella di destinazione finale dei Jin e cioè la base navale di Longpo situata sull’isola di Hainan.

A differenza infatti dello Xia, questi nuovi sottomarini sono stati assegnati tutti alla South Sea Fleet anche se non sono mancate le immagini che hanno ritratto alcuni di questi temporaneamente stazionati presso la stessa base di Jianggezhuang, ciò in funzione del fatto che proprio queste 2 sono le uniche installazioni della Marina Cinese in grado di ospitare SSBN.

A tal proposito appare utile spendere qualche parola in più sul fronte delle infrastrutture; perché se da un lato è corretto porre la dovuta attenzione nei confronti delle piattaforme, dall’altro è altrettanto importante evidenziare come il conseguimento di certe capacità (nel caso specifico, quelle legate alla disponibilità di un deterrente nucleare basato in mare) passi attraverso una serie di iniziative di più ampio respiro.

E le 2 basi appena citate rientrano esattamente in questo ragionamento. A sollevare un maggiore interesse sono le installazioni presso l’isola di Hainan, comprensive della base di Yulin (prevalentemente destinata a unità di superficie e a sottomarini a propulsione convenzionale) e di Longpo.

Qui troviamo non solo banchine e le attrezzature normalmente presenti in qualsiasi porto ma anche un grande struttura per la smagnetizzazione degli scafi nonché, aspetto ancora più importante, grandi tunnel scavati sotto terra più strutture coperte/sotterranee sono capaci di ospitare gli SSBN e i missili balistici destinati all’imbarco. Il tutto è simile a quanto già presente presso la base di Jianggezhuang; con la differenza che a Longpo le infrastrutture sono già più importanti e, soprattutto, ancora in continuo sviluppo.

Per ciò che riguarda le caratteristiche generali e quelle tecniche dei Type 094, per il primo aspetto risulta evidente il ricorso a un disegno di base complessivamente simile ai precedenti Type 092. Fatti salvi gli affinamenti del caso, la configurazione per quanto riguarda la posizione della falsatorre, del compartimento missili e delle superfici di controllo ricalcano infatti in larga parte quanto visto per l’appunto sullo Xia.

Alquanto complicata si presenta invece la disanima tecnica, con informazioni scarse e talvolta discordanti. Con ordine, le dimensioni possono essere fissate in circa 135 metri di lunghezza per 12,5 di larghezza; in realtà, entrambi i dati sono approssimativi perché per il primo elemento si registrano “forchette” di valori che variano dai 133 a i 137 metri, mentre il secondo (nonostante sia quello più comunemente accettato) si segnalano anche valori di larghezza pari a circa 12 metri.

Analoghe difficoltà si riscontrano sulla definizione del dislocamento; 8.000/9.000 tonnellate in superficie è la “forchetta” più diffusa mentre su quello in immersione si passa dalle 9.000 alle 11.000 tonnellate circa.

In una sorta di crescendo rispetto alla difficoltà nel definire le caratteristiche tecniche dei Type 094, non fa eccezione la questione dell’apparato propulsivo. Un rapido passo indietro; è convinzione diffusa che il già accennato percorso parallelo con gli SSN Type 093 abbia portato, tra l’altro, anche l’adozione dello stesso impianto di propulsione.

Sennonché, né per gli uni né per gli altri sottomarini è dato sapere con esattezza cosa si celi all’interno dei loro scafi; al punto che tra le versioni circolate con più insistenza vi è anche quella del ricorso a 2 reattori nucleari (sempre del tipo PWR).

Una tesi che si regge sull’ipotesi che la PLAN abbia preso in qualche modo come riferimento i Project 671 RTM (o Victor III); tale ipotesi appare però molto debole.

Di conseguenza, lo schema effettivamente impiegato dovrebbe essere quello solito e cioè un singolo reattore nucleare con una potenza stimata di 150 MW termici, il cui vapore alimenta 2 turboalternatori che generano una potenza di poco inferiore ai 30 MW su di un singolo asse dotato di un’elica a 7 pale falcate.

A questi elementi corrisponde così un quadro delle prestazioni che per la velocità massima in immersione (nonostante stime diverse sulla potenza effettiva) restituisce quale dato più realistico oltre 22 nodi. Dunque, qualche passo in avanti rispetto allo Xia ma, ancora, qualche passo indietro rispetto alle più moderne realizzazioni per questo tipo di sottomarini. Nessuna novità di rilievo infine rispetto alla profondità massima raggiungibile, ragionevolmente ipotizzabile intorno ai 300 metri.

In virtù delle maggiori dimensioni della piattaforma, in crescita rispetto al Type 092 dovrebbe essere anche il numero degli uomini di equipaggio, indicativamente si parla di valori compresi fra 120 e 140 unità, peraltro con livelli di confort che vangono segnalati in crescita rispetto a precedenti piattaforme, il tutto per un’autonomia operativa stimata tra i 60 e i 90 giorni.

Un altro campo nel quale si può ragionevolmente pensare che ci sia stato un travaso di sistemi con i Type 093 è quello dei sensori; esiste infatti una certa uniformità di opinioni rispetto alla presenza sui Type 094 non solo della stessa suite sonar di prua SQZ-262B (per ricerca e l’attacco, operante in modalità attiva/passiva), presente peraltro anche sullo stesso Xia dopo l’aggiornamento, ma anche dell’apparato passivo per la scoperta SQC-207, il primo apparato sonar di questo tipo (con 3 “arrays” posti su ciascun lato del sottomarino) prodotto in Cina.

La presenza di un “rigonfiamento” su una pinna di coda fa pensare che i Type 094 possano essere dotati di un sensore passivo rimorchiato (TAS, Towed Array Sonar).

Sempre dovendo fare ricorso alle ipotesi, quella più probabile per ciò che riguarda gli altri sensori/sistemi di bordo vede la riconferma dello Snoop Tray come radar di navigazione/scoperta di superficie, del sistema Type 921-A come apparato di supporto alla guerra elettronica mentre, quale novità rispetto al passato, la presenza di un sistema di lancio di “decoy” per l’inganno dei siluri avversari.

Argomento quello dei siluri che ci porta ad affrontare il capitolo dei sistemi d’arma installati sui Jin. Su questi sottomarini ritroviamo infatti i (“classici”) 6 tubi lanciasiluri da 533 mm. Questi dovrebbero essere dotati di ordigni Yu-3 ma vi sono indicazioni che sarebbe già iniziata la transizione verso i più moderni Yu-6, caratterizzati da prestazioni/capacità superiori e impiegabili sia in contesti ASW sia ASuW (Anti Submarine e Anti Surface Warfare).

Nel complesso, almeno secondo quelle che sono le informazioni che circolano anche su siti e blog Cinesi (probabilmente, non proprio disinteressate…), sui Type 094 si registrano progressi nel campo dei sistemi di controllo della piattaforma, in quelli di navigazione (con una maggiore accuratezza nella determinazione della posizione, aspetto fondamentale al momento del lancio degli SLBM), e un maggior grado d’integrazione tra i sensori nell’ambito del sistema di combattimento.

I missili JL-2 e le prime evoluzioni dei Jin

Notevole infine il passo in avanti sul fronte dei missili balistici imbarcati: nei 12 (e non 16 come alcune fonti avevano inizialmente ipotizzato) pozzi di lancio sono infatti caricati altrettanti SLBM del tipo JL-2 (CSS-N-14 la definizione in ambito americano), a sua volta derivato dall’ICBM DF-31 basato a terra.

Si tratta di un missile a 3 stadi e a propellente solido, con sistema di guida inerziale e un CEP (Circular Error Probable) di 500, forse 300 metri; valori che dovrebbero essere leggermente migliori di quelli del JL-1A. Due però sono gli elementi di grande importanza: il primo è costituito dalla possibilità di ospitare una singola testata nucleare (con potenze comprese fra i 250 KT e 1 MT) o, in alternativa 3 o 4 Multiple Independently targetable Reentry Vehicles (MIRV) da 90 KT. Il secondo è invece rappresentato dal sensibile incremento della gittata, stimata tra i 7.200 e gli 8.000 chilometri.

Nulla a che vedere dunque con i precedenti JL-1A; eppure, anche lo sviluppo e il conseguimento dell’operatività di questi missili non sono stati una storia semplice. I primi test avvengono nel gennaio e nell’ottobre del 2001 e sono volti esclusivamente a verificare la corretta esecuzione del lancio da una piattaforma subacquea.

A essere impiegato è ancora una volta (così come per il JL-1) il Type 031, cioè quel sottomarino della classe Golf-I realizzato a suo tempo in Cina e poi modificato per svolgere il ruolo di unità sperimentale.

Non è del tutto chiaro se nei 2 anni seguenti siano stati effettuati altri test ma è invece certo che il 2004 rappresentò l’anno in cui lo sviluppo del missile subì un duro stop per effetto del fallimento del primo lancio effettivo di un JL-2.

Nel giugno del 2005 e nel maggio del 2008 poi, il programma riprende slancio per effetto del successo conseguito in altri lanci da parte del Type 031; il preludio di quanto accadrà nei primi mesi del 2006 quando, per la prima volta, un Type 094 lanciò un proprio missile. Gli esiti positivi di questi test fanno dunque ripartire definitivamente il programma; tanto che un nuovo lancio avvenuto nell’agosto del 2012 fa ritenere ormai acquisita l’operatività per l’accoppiata Jin e JL-2.

Nell’ambito del continuo processo di evoluzione delle piattaforme subacquee della PLAN, in tempi più recenti sono emerse delle immagini che fanno concludere come a partire dalla 3ª unità siano state introdotte delle modifiche, dando così origine ai Type 094A (da altre fonti identificati anche come Type 094B).

A similitudine infatti di quanto sperimentato su alcuni Type 093, la vela presenta una forma più arrotondata nella sua parte superiore, priva di finestrature ed è raccordata in maniera diversa con lo scafo. Inoltre, la stessa sezione ospitante i missili presenta delle modifiche volte a rendere più morbidi i raccordi fra le varie superfici, alle quali si aggiunge la scomparsa delle aperture poste sullo scafo in corrispondenza di tale sezione.

Alla base di questi interventi vi è la necessità di abbattere il rumore generato in navigazione. Tutte da verificare appaiono invece le indiscrezioni legate all’imbarco di una versione evoluta del missile presente sui Type 094.

Si parla cioè di un JL-2A che, derivato dalla nuova versione DF-31A, presenterebbe una gittata stimata di oltre 11.000 chilometri, conservando la possibilità di ospitare 3/5 MIRV o una singola testata, corredata però di decoys per favorirne la penetrazione nello spazio aereo nemico. Ancora una volta, l’assenza di informazioni rende però estremamente difficile propendere per un’ipotesi (integrazione del JL-2A, meno probabile) o un’altra (mantenimento del JL-2, più realistica).

Proprio il tema del rumore ci conduce direttamente alla questione della valutazione complessiva su queste stesse piattaforme; perché è sempre questo a rappresentare il principale fattore critico. Nonostante le migliorie apportate (oltre a quelli già citati, si segnalano ulteriori interventi sui supporti elastici dei macchinari, un miglior isolamento dei locali interni, miglioramenti sulla linea d’asse e affinamenti dei passaggi d’acqua a scafo), le stime formulate dall’intelligence americana classificano infatti i Type 094 nella categoria dei “noisy submarines”, con valori di rumorosità pari ad almeno 140 decibel, mentre per la versione successiva (la A) s’ipotizza un abbattimento fino a 120.

Quale termine di riferimento, (molto) approssimativamente fissato a 90 decibel il rumore di fondo degli oceani, si tenga presente che SSN quali quelli della classe Virginia si posizionano intorno ai 95. Una differenza all’apparenza modesta ma che, data la natura logaritmica nella scala di misurazione dei suoni, si traduce in un livello di rumorosità perfino doppio rispetto ai battelli americani.

Ma non solo, varie fonti indipendenti hanno segnalato problemi sul reattore nucleare e, più in generale, sull’apparato propulsivo. Sia perché tra i principali responsabili della rumorosità, sia perché avrebbe anch’esso manifestato dei problemi di affidabilità (sia pure non gravi come sul Type 092 e, comunque, oggetto di migliorie con i successivi 094A).

Un solo dato per spiegare come l’intera questione presenti dei risvolti all’apparenza incomprensibili: nonostante i battelli in servizio e i diversi anni trascorsi dal loro ingresso nella PLAN, a oggi nessuna fonte è stata in grado di confermare che la Marina Cinese stessa sia davvero in grado di assicurare su base regolare attività di pattugliamento strategico o “deterrent patrol” con tutti i Jin. Anche in questo caso, tuttavia, non mancano indicazioni discordanti.

Secondo informazioni fornite dal Pentagono già nel dicembre del 2015, sarebbe stata rilevata un’operazione genericamente definita di “patrol” della durata di 95 giorni da parte di un Jin.

Ulteriori dettagli non sono stati resi noti, nel senso che non è stato specificato la natura di tale “pattugliamento” ma, anzi, si è arrivati addirittura a ipotizzare che i JL-2 non fossero neanche imbarcati. L’ipotesi a questo punto più probabile è che le attività operative siano in realtà iniziate ma ancora in maniera sporadica e, soprattutto, rimanendo all’interno della cosiddetta “first island chain”. In sostanza, senza avventurarsi nell’Oceano Pacifico. È però altrettanto doveroso ricordare come il fatto che la costruzione di nuovi 094A prosegua ancora vada a dimostrare che questa versione (nel complesso) sia in grado di soddisfare le esigenze operative della PLAN.

Sviluppi futuri: i Type 096

Un’importante variabile di cui si deve tener conto è costituita dai piani di sviluppo futuri della PLAN. E se fino a questo punto il ricorso al condizionale non è certo mancato, parlare di quello che potrebbero essere le possibili future piattaforme della PLAN significa attingere ancora di più dal “mondo” dei punti interrogativi.

Da oramai qualche anno infatti, si rincorrono le voci circa una nuova classe di SSBN che, peraltro, avrebbe già la denominazione Type 09-VI secondo la classificazione Cinese, con un’equivalenza in ambito occidentale di Type 096 o classe Tang. A similitudine di quanto già avvenuto in precedenza, anche in questo caso ci sarebbe una sorta di sviluppo parallelo con i nuovi (e anch’essi ipotetici) SSN, a oggi identificati come Type 095.

Di più, secondo alcuni fonti, la prima unità sarebbe già in costruzione; con suggestive teorie che la vedrebbero già in mare per la fine di questo decennio. E così, tra indiscrezioni comparse su blog cinesi (autentiche o pilotate?) e modellini fugacemente mostrati in pubblico, c’è anche chi ha provato a sbilanciarsi: il sottomarino in questione presenterebbe una lunghezza nell’ordine dei 150 metri, con un dislocamento in immersione di circa 16.000 tonnellate.

Il vero salto in avanti sarebbe però dato dall’abbattimento dei livelli di rumorosità rispetto alle precedenti piattaforme oltre all’adozione di specifici rivestimenti anecoici e al solito lavoro di insonorizzazione dei macchinari, un notevole e ulteriore contributo dovrebbe poi venire dall’introduzione di nuovi e avanzati sistemi di propulsione (più in particolare, del cosiddetto “rim-driven thruster”). Lo scetticismo degli osservatori occidentali è forte ma se davvero la PLAN riuscisse a rendere operativo un tale sistema, la svolta sarebbe davvero importante se non epocale.

L’altro elemento di grande importanza sarebbe costituito dai pozzi di lancio che sarebbero in aumento fino al numero di 16 o 18 (se non, addirittura, 24) che andranno a ospitare i nuovi SLBM di tipo JL-3 derivati dall’ICBM DF-41, noto anche come CSS-X-10. Missili caratterizzati da un notevole incremento della gittata rispetto ai predecessori, per valori di 9.000/10.000 chilometri e con 10 MIRV.

Con questi ordigni, soprattutto se la gittata fosse nella parte alta delle stime, sarebbe dunque possibile colpire il territorio continentale degli Stati Uniti restando nei Mari Cinesi. Intanto, si segnala che sono già stati effettuati almeno un paio di lanci prova del JL-3, probabilmente facendo ricorso battello al Type 032 in dotazione alla Marina,  un sottomarino utilizzato proprio per le sperimentazioni in campo subacqueo.

Al netto di tutte queste ipotesi più o meno fantasiose, a oggi rimangono solo indicazioni generiche confermate dalla stessa intelligence americana che riferisce dell’esistenza dei programmi relativi sia al Type 096, sia del JL-3. Con rapporti recenti provenienti dallo stesso Dipartimento alla Difesa, si ipotizza che la costruzione della prima unità potrebbe avere inizio intorno ai primi anni ’20.

Nel frattempo, e questo è un elemento certo, si segnala l’espansione delle strutture produttive presso il cantiere BSHIC di Huladao, con la costruzione di un nuovo grande capannone, all’interno del quale possono essere realizzati contemporaneamente più battelli (il tutto al riparo da “occhi indiscreti”) come i Type 096  e i nuovi SSN Type 095.

Le sfide per il deterrente nucleare strategico imbarcato cinese

La rilevanza della questione relativa al raggio d’azione degli ICBM cinesi è sttettamente legata al contesto operativo della Marina Ccinese. Generalmente, le strategie d’impiego degli SSBN sono di tre tipi:

   –  costiera, con i sottomarini stessi che operano in specchi d’acqua con profondità fino a un massimo di 200 metri

   –  “bastion”, che individua uno specchio d’acqua delimitato quale zona di operazioni     in mare aperto,

   – con gli SSBN che operano nelle profondità degli oceani, che rappresenta la più efficac e flessibile.

Logica vuole che alla Marina Cinese quest’ultima opzione sia sostanzialmente preclusa: i livelli di rumorosità non proprio modesti dei propri sottomarini costituiscono infatti un grave handicap allorquando si opera in acque profonde, laddove cioè le condizioni per chi effettua operazioni di ricerca diventano più agevoli.

Inoltre lo spostamento verso simili zone di operazioni sarebbe anche ostacolato dalla necessità di attraversamento di alcuni passaggi obbligati e, oltretutto, la stessa Marina Cinese nel suo complesso (come assetti navali di superficie, subacquei nonché aerei) non appare ancora in grado di affrontare in pieno le sfide legate alla protezione complessiva dei suoi SSBN.

Non rimane dunque che optare per la prima e/o la seconda opzione. Operare in acque comunque poco profonde significa infatti contare sul vantaggio delle difficili condizioni di propagazione del suono (l’ideale per contribuire a celare le tracce di un sottomarino rumoroso) e, al tempo stesso, condurre i propri pattugliamenti all’interno di “bastioni” ben difesi nonché facili da interdire alle eventuali operazioni di un avversario risulta sempre un’ottima opzione.

Sennonché, la scelta di queste strategie comporta un prezzo da pagare: rimanere confinati in zone costiere e/o “bastioni” rappresentati dai propri Mari (principalmente, il Mar Giallo e, ancora di più, il Mar Cinese Meridionale) significa aumentare le distanze rispetto agli obiettivi.

In termini ancora più diretti, un’ipotetica accoppiata Type 094 con i propri JL-2 operativi, non potrebbe eventualmente colpire gli Stati Uniti continentali. Solo le isole Hawaii o l’isola di Guam sarebbero raggiungibili; una limitazione pesante, tale da ridurre l’efficacia di questo assetto strategico. Comprensibile quindi l’importanza dell’ingresso in servizio dei nuovi Type 096 con i missili JL-3.

Più in generale poi, la comparsa della componente strategica basata su sottomarini diventa una sfida importante anche sotto diversi altri punti di vista.

Legati principalmente alla dottrina Cinese sull’impiego di armi nucleari e sulle peculiari caratteristiche della catena di Comando e Controllo.

Nello specifico, Pechino da sempre professa la dottrina del “No-First Use” (“NFU”): l’eventuale impiego di armamenti nucleari è per l’appunto contemplato sono in termini di risposta a un eventuale attacco verso la Cina stessa.

Questo aspetto, combinato con lo stretto controllo politico a più livelli per la gestione di tutti gli assetti strategici, ha prodotto alcune decisioni importanti.

La prima è costituita dalla creazione della PLARF (People’s Liberation Army Rocket Force), cioè della struttura che si occupa di tutte le componenti dell’arsenale nucleare strategico basato a terra allo scopo di rafforzare il ruolo della Commissione Centrale Militare quale massimo organismo di controllo e della sua presa su tali armi. In questo caso, non è anche dato sapere (a oggi) se questa “Forza” abbia il controllo diretto degli assetti della PLAN o se sia quest’ultima ad avere la piena autorità sui propri sottomarini e, soprattutto, sui missili imbarcati.

La seconda fa riferimento alla scelta di tenere, in condizioni normali, separate le testate nucleari dai propri vettori (in dotazione alla PLARF medesima). Pratica che viene modificata solo in caso d’innalzamento del livello di allarme. In questo caso, la misura appare rivolta a scongiurare eventi imprevisti, soprattutto in funzione del rispetto dell’appena ricordato principio del “NFU”.

Questioni dunque importanti, entrambe legate allo stretto controllo del Partito Comunista Cinese su questi assetti operativi (ma anche su molto altro…) e che però mal si conciliano con le particolari caratteristiche di un deterrente nucleare imbarcato su sottomarini.

Proprio sul particolare aspetto del Comando e Controllo di queste unità e dei loro missili, incide anche il fattore legato alle comunicazioni con sottomarini in immersione. Riuscire infatti a comunicare con un SSBN in immersione è tanto difficile quanto fondamentale. Per farlo, occorre disporre di sistemi che operino a frequenze bassissime (VLF e ELF, Very Low e Extremely Low Frequency) che a loro volta necessitano di strutture complesse e vulnerabili.

Da questo punto di vista, è noto da tempo che la Cina dispone di diverse stazioni di comunicazione VLF: si stima che siano almeno 8 quelle attive, anche se alcune fonti allargano il numero fino a 12. Inoltre, appare ormai chiaro che sia stata acquisita anche l’operatività di un sistema di comunicazione in banda ELF, ufficialmente destinato a scopi civili e noto anche come Project WEM (Wireless Electromagnetic Method)

Esso farebbe della Cina il quarto Paese al mondo a disporne, dopo Stati Uniti (che però non lo utilizzano più), Russia e India. A tal proposito, sia pure nell’ambito della non sempre facile analisi delle indicazioni provenienti da fonte cinese, negli ultimi tempi alcuni organi d’informazioni locali hanno rilanciato delle voci circa possibili innovazioni in questo campo.

In particolare, sarebbero allo studio tecnologie per implementare sistemi di comunicazione quantistici mentre non meno “affascinanti” appaiono i possibili sviluppi nel campo dell’Intelligenza Artificiale (IA). Come noto, la Cina è un Paese che sta investendo molto nel settore, al punto che una sua applicazione in campo militare deve essere data per scontata con l’inserimento di elementi di IA nei sistemi di Comando e Controllo dei sottomarini.

Considerazioni

 Nel complesso, quella in questione è dunque una sfida di notevole portata perché destinata a interessare da un lato questioni più squisitamente tecnico/operative quali le piattaforme con i propri sistemi, i missili, le infrastrutture, le basi insieme ad altre legate all’expertise, come l’acquisizione di una certa esperienza operativa.

D’altra parte a queste considerazioni generali si aggiungono le caratteristiche peculiari della dottrina nucleare di Pechino e la sua altrettanto particolare struttura politica con tutte le implicazioni sugli aspetti militari. Tutte questioni che, come già ricordato, fanno ritenere la Cina in una condizione di complessivo ritardo in questo campo.

Al tempo stesso però non si può certo negare che il “Dragone Cinese” stia lesinando attenzione e risorse al potenziamento complessivo del proprio strumento militare e di quello nucleare in particolare.

Una tendenza ribadita anche nel recente “Libro Bianco della Difesa” dove accanto a messaggi quasi rassicuranti (la conferma della politica del “No First Use” e dunque l’impronta difensiva del proprio arsenale strategico), si aggiunge che una capacità nucleare è la pietra angolare per la salvaguardia della sovranità e della sicurezza nazionali, dissuadendo altri Paesi dall’utilizzo, o dalla minaccia di utilizzo, di armi nucleari.

Elementi da tenere in considerazione visto che, non a caso, proprio negli ultimi mesi si sono moltiplicati i segnali di grande “attenzione” da parte degli USA.

Che si tratti di rapporti del Pentagono o dell’intelligence statunitense, che si tratti di testimonianze dirette dei massimi responsabili del PACOM (Pacific Command) o di studi/articoli di analisti indipendenti, il dato che emerge con chiarezza è uno solo: la Cina sta sì completando la propria triade di armamenti nucleari (con armi lanciata da terra, dall’aria e dal mare) ma, soprattutto, sta dedicando una particolare attenzione proprio alla componente navale. Segno che lo sforzo di Pechino per colmare quel ritardo più volte denunciato, è massimo.

Pubblicato in: Armamenti, Medio Oriente

Giappone. Navi da guerra e forze aeree nel Golfo a protezione delle navi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-31.

2019-12-28__ Giappone Portaerei 001

Helicopter Destroyers-(DDH). La chiamano ‘cacciatorpediniere portaelicotteri’, ma a tutti gli effetti è una portaerei leggera pesantemente armata.


«Japan, a US ally, is launching its own operation rather than join a US-led mission to protect shipping in Gulf region.

Japan will send a warship and patrol planes to protect Japanese ships in the Middle East as the situation in the region, from which it sources nearly 90 percent of its crude oil imports, remains volatile, a document approved by the cabinet showed on Friday»

«Under the plan, a helicopter-equipped destroyer and two P-3C patrol planes will be dispatched for information-gathering aimed at ensuring safe passage for Japanese vessels through the region»

«Under the plan, a helicopter-equipped destroyer and two P-3C patrol planes will be dispatched for information-gathering aimed at ensuring safe passage for Japanese vessels through the region»

«If there are any emergencies, a special order would be issued by the Japanese defence minister to allow the forces to use weapons to protect ships in danger»

* * * * * * *

Il mondo civile sta iniziando a perdere ogni pazienza residua.

Le importanti rotte commerciali sono vitali per le industrie ed i commerci di tutti i paesi.

Ma sono anche troppo importanti per delegarne ad infidi terzi la difesa.

Come tutti i popoli orientali, i giapponesi sono molto pazienti, ma quando sono in ballo i loro interessi essenziali diventano anche delle belve.

Era dalla fine della guerra mondiale che in Giappone non si sentivano parole come queste:

«a special order would be issued by the Japanese defence minister to allow the forces to use weapons to protect ships in danger».

Le armi sono l’ultima ratio: il permesso al loro uso è segno evidente che la misura sia colma.

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Nota.

A nessuno sfugge il fatto che l’unica risposta possibile ad un attacco missilistico contro delle navi sia il fuoco di controbatteria sulle postazioni a terra donde sia partito l’attacco. Con tutte le logiche conseguenze.

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Aljazeera. 2019-12-27. Japan to send warship, aircraft to Middle East to protect vessels

Japan, a US ally, is launching its own operation rather than join a US-led mission to protect shipping in Gulf region.

Japan will send a warship and patrol planes to protect Japanese ships in the Middle East as the situation in the region, from which it sources nearly 90 percent of its crude oil imports, remains volatile, a document approved by the cabinet showed on Friday.

Under the plan, a helicopter-equipped destroyer and two P-3C patrol planes will be dispatched for information-gathering aimed at ensuring safe passage for Japanese vessels through the region.

If there are any emergencies, a special order would be issued by the Japanese defence minister to allow the forces to use weapons to protect ships in danger.

Friction between Iran and the United States has increased since last year, when US President Donald Trump pulled the US out of a 2015 international nuclear deal with Iran and re-imposed sanctions on it, crippling its economy.

In May and June, there were several attacks on international merchant vessels, including the Japanese-owned tanker Kokuka Courageous, in the region, which the US blamed on Iran.

Tehran denies the accusations.

Japan, a US ally that has maintained friendly ties with Iran, has opted to launch its own operation rather than join a US-led mission to protect shipping in the region.

Last week, Prime Minister Shinzo Abe briefed visiting Iranian President Hassan Rouhani on Tokyo’s plan to send naval forces to the Gulf.

The planned operation is set to cover high seas in the Gulf of Oman, the northern Arabian Sea and the Gulf of Aden, but not the Strait of Hormuz, the cabinet-approved document showed.

The Japanese government aims to start the operation of the patrol planes next month, while the destroyer will likely begin activities in the region in February, a defence ministry official said.

A European operation to ensure safe shipping in the Gulf will also get underway next month when a French warship starts patrolling there.

Pubblicato in: Armamenti, Medio Oriente

Siria. Situazione al 14 ottobre. Mappa delle forze in campo.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-19.

2019-10-17__Siria 001

Handelsblatt ha pubblicato una interessante mappa, ripresa e rielaborata da Liveuamap, che sembrerebbe essere molto chiara ed intuitiva per comprendere l’attuale situazione.

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The Current Situation in Syria

The situation is tense in Northern Syria after President Trump ordered U.S. troops into a shock withdrawal to facilitate a Turkish incursion across the border. The move abandons Kurdish fighters who bore the brunt of the long fight against ISIS. Ankara has threatened to attack Kurdish militias along the border on numerous occasions and it considers the YPG a terrorist organization.

Turkey’s offensive marks the end of an arrangement which saw soldiers from both countries carrying out joint patrols along the border which kept Kurdish and Turkish forces apart. This push from Turkey sets up a potential clash with the Syrian army as both forces advance into the Kurdish-controlled area. The following map is based on Liveuamap data published by the German newspaper Handelsblatt, and shows the current situation in Syria, focusing on which territory is controlled by which faction.

Pubblicato in: Armamenti, Cina

Cina. Alla sfilata del 1° ottobre ci saranno grandi sorprese.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-09-30.

Pechino-Cina

Si resta stupefatti nel constatare i livelli di sviluppo sociale, economico e militare raggiunti dalla Cina nel breve volgere di trenta anni.

Alla parata militare del 1° ottobre sfileranno almeno otto grandi novità negli armamenti.

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                         DF-41 missile

«The Missile Defense Project at the Center for Strategic and International Studies says the DF-41 will have a range of up to 9,320 miles (15,000 kilometers), more than any missile on Earth, and will be capable of carrying 10 independently targeted nuclear warheads. From launch in China, it could theoretically hit the continental United States in 30 minutes, the Missile Defense Project says.»

«Mobile-launched DF-41s can be carried by trucks and trains. Satellite photos taken earlier this year showed DF-41 mobile launchers in the PLARF Jilintal training area in Inner Mongolia, according to the Federation of American Scientists (FAS), which monitors world nuclear arms developments»

«The DF-41 is solid-fueled, like the Russian missiles. Solid-fueled missiles are easier to deploy and quicker to launch than liquid versions.»

«China may be ready to deploy the DF-41 in numbers. At least 18 of them appeared to be at the Inner Mongolia training ground in satellite photos earlier this year»

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                         JL-2 submarine-launched ballistic missile (SLBM)

«This is the main weapon aboard China’s Jin-class fleet of nuclear-powered ballistic missile submarines. Four of the subs are in service, with two more under construction.»

«Each sub can carry 12 of the single-warhead JL-2 missiles. With an estimated range of 4,473 miles (7,200 kilometers), it is regarded as more of a regional than global weapon»

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                         DL-17

«This is an example of a hypersonic glide vehicle, or HGV. It is launched via a standard missile rocket — but after reaching the desired altitude, the booster rocket is jettisoned and the HGV carries the missile payload to target.»

«China has been testing HGV technology since 2014 and is expected to deploy it in 2020, according to the Missile Defense Project. The DF-17 will be capable of carrying both nuclear and conventional warheads, it added.»

«HGVs can fly low and fast — at least five times the speed of sound, or 3,800 mph (6,115 kph), according to the Missile Defense Advocacy Alliance — with maneuverability to avoid enemy radar detection and air defenses.»

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                         H-6N bomber

«The H-6 has been Beijing’s core long-range bomber for years, but images taken during flyover rehearsals for Tuesday’s parade show what could be a significant upgrade.»

«These could be DF-21 anti-ship ballistic missiles, …. »

«The ability to carry the DF-21 would give the bomber “an impressive stand-off capability against large enemy warships, especially aircraft carriers,”»

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                         DR-8 drone

«This stealthy drone is drawing lots of attention leading up to the parade, much of that due to its sleek shape and supersonic speed.»

«Thought to be able to fly up to five times the speed of sound, the main mission of the DR-8 could be to get close to foreign aircraft carriers during conflict and send targeting information back to missile launchers»

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                         Sharp Sword drone

«China military watchers have been tweeting images of what they speculate is the Sharp Sword, a bat wing-shaped drone designed for use from aircraft carriers.»

«The drone is thought to have two internal bomb bays and its stealthy design indicates it’s built for a new type of drone warfare»

«“What makes Sharp Sword different … is that it is stealthy, which means it is built not for Afghanistan-type scenarios, where the enemy is equipped with little more than rifles, but for situations where it might have to evade sophisticated air defenses”»

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                         Drone submarine

«More mysterious was an image of a large autonomous underwater vehicle. Its mission remains unknown»

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                         Tanks

«There was no indication as to why the camouflage scheme was changed, but it prompted speculation about whether China sees a new mission for its ground forces»

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Non si può fare politica estera senza delle efficienti forze armate.


CNN. 2019-09-27. China is preparing to show off some incredible weaponry. Here’s what it could be

Hong Kong (CNN)Powerful, domestically-built and in the People’s Liberation Army arsenal right now — China is expected to show off some of the most advanced weaponry the world has ever seen during a special National Day military parade in Beijing on Tuesday, October 1.

About 15,000 personnel, more than 160 aircraft and 580 pieces of weaponry and equipment will be part of the 80-minute procession through the Chinese capital, which will highlight the country’s military advances in the 70 years since the founding of the People’s Republic of China.

Key among those is drone technology — of which Beijing boasts some of the world’s best — and advanced missile systems.

Maj. Gen. Tan Min, executive deputy director of the Military Parade Joint Command Office and deputy chief of staff of the Central Theater Command of the People’s Liberation Army (PLA), said at a press briefing this week that all weapons to be on display were in service and made in China, highlighting the country’s ability to innovate in defense research and development.

Here are some of the key items to look out for Tuesday.

DF-41 missile

Much of the parade hype has focused on this powerful intercontinental-range ballistic missile, thought to be the mainstay of the People’s Liberation Army Rocket Forces (PLARF) arsenal for years to come — and, by some estimations, the most powerful missile on the planet.

Under development since 1997, the DF-41 was rumored to appear in parades in 2015 and 2017, but instead was kept under wraps.

Rumors that it will get a showing this around were sent into overdrive following reports in China’s state media that the missile was spotted during parade rehearsals in Beijing earlier this month.

The Missile Defense Project at the Center for Strategic and International Studies says the DF-41 will have a range of up to 9,320 miles (15,000 kilometers), more than any missile on Earth, and will be capable of carrying 10 independently targeted nuclear warheads. From launch in China, it could theoretically hit the continental United States in 30 minutes, the Missile Defense Project says.

Mobile-launched DF-41s can be carried by trucks and trains. Satellite photos taken earlier this year showed DF-41 mobile launchers in the PLARF Jilintal training area in Inner Mongolia, according to the Federation of American Scientists (FAS), which monitors world nuclear arms developments.

Those satellite photos also show what “strongly resembles” a silo, according to Hans Kristensen, director of the Nuclear Information Project at the FAS, who analyzed the images.

Kristensen wrote the possible missile silos appeared to bear more of a resemblance to Russian ICBM versions than existing silos for older, liquid-fueled Chinese ICBMs. The DF-41 is solid-fueled, like the Russian missiles. Solid-fueled missiles are easier to deploy and quicker to launch than liquid versions.

The backbone of the United States nuclear arsenal, the Minuteman III missile, is a solid-fueled, silo-based weapon. However, it carries only one warhead, as its original three-warhead design was limited by nuclear treaties with Russia.

China may be ready to deploy the DF-41 in numbers. At least 18 of them appeared to be at the Inner Mongolia training ground in satellite photos earlier this year.

Though capable of carrying 10 warheads, it is likely only three would be on each missile, with the rest being dummy or decoy warheads, according to the Bulletin of the Atomic Scientists (BAS).

Part of that has to do with warhead availability. China’s nuclear warhead inventory is estimated at 290 for use on ballistic missiles and bomber aircraft, the Bulletin said in its 2019 report on Beijing’s nuclear forces.

JL-2 submarine-launched ballistic missile (SLBM)

A nuclear-powered submarine of the People’s Liberation Army Navy’s North Sea Fleet prepares to dive into the sea.

This is the main weapon aboard China’s Jin-class fleet of nuclear-powered ballistic missile submarines. Four of the subs are in service, with two more under construction.

Each sub can carry 12 of the single-warhead JL-2 missiles. With an estimated range of 4,473 miles (7,200 kilometers), it is regarded as more of a regional than global weapon.

That range puts targets from India to Alaska in range from coastal Chinese waters, the BAS report says. But for it to threaten the continental US, for instance, the subs would have to get past formidable US anti-submarine choke-points around Japan and deep into the Pacific.

A longer-range SLBM, the JL-3, was reportedly tested in late 2018 and again in June this year, according to Jane’s Defence Weekly, but that missile remains in development and it would be a surprise to see it on October 1.

Still, the Chinese SLBM force falls short of the US. The US Navy’s Ohio-class ballistic submarine fleet numbers 14, with each of those subs capable of carrying 20 Trident missiles. Each of those missiles can carry up to 10 warheads.

DL-17

This is an example of a hypersonic glide vehicle, or HGV. It is launched via a standard missile rocket — but after reaching the desired altitude, the booster rocket is jettisoned and the HGV carries the missile payload to target.

HGVs can fly low and fast — at least five times the speed of sound, or 3,800 mph (6,115 kph), according to the Missile Defense Advocacy Alliance — with maneuverability to avoid enemy radar detection and air defenses.

China has been testing HGV technology since 2014 and is expected to deploy it in 2020, according to the Missile Defense Project. The DF-17 will be capable of carrying both nuclear and conventional warheads, it added.

A Congressional Research Service report from September 17 notes that the US trails China — and Russia — in hypersonic development and is not expected to have an operational weapon before 2022.

The US is also not expected to have a an HGV with nuclear capability, the CRS says. “As a result, US hypersonic weapons will likely require greater accuracy and will be more technically challenging to develop than nuclear-armed Chinese and Russian systems,” the report adds.

H-6N bomber

The H-6 has been Beijing’s core long-range bomber for years, but images taken during flyover rehearsals for Tuesday’s parade show what could be a significant upgrade.

Photos posted on social media sites in China — which have been popping up on Western sites — show what appear to be points to mount large missiles.

These could be DF-21 anti-ship ballistic missiles, according to Joseph Trevethick, writing on the War Zone blog.

The ability to carry the DF-21 would give the bomber “an impressive stand-off capability against large enemy warships, especially aircraft carriers,” Trevethick said.

Jane’s Defense Weekly noted another update on the H-6N over its predecessor, the H-6K — a nose-mounted probe for aerial refueling. That gives the bomber the ability to fly deeper into the Pacific from the Chinese mainland.

Combined, the two developments mean US aircraft carriers would need to stay further out to sea during conflict and their aircraft, predominantly F/A-18 jets, would have more difficulty reaching targets.

DR-8 drone

This stealthy drone is drawing lots of attention leading up to the parade, much of that due to its sleek shape and supersonic speed.

Thought to be able to fly up to five times the speed of sound, the main mission of the DR-8 could be to get close to foreign aircraft carriers during conflict and send targeting information back to missile launchers, reports say.

Some analysts note that satellite images of what is believed to be the DR-8, as well as tarp-covered objects seen in parade rehearsals, resemble the US military’s D-21 supersonic reconnaissance drone, which was introduced in the 1960s.

The D-21 would self-destruct after dropping its high-resolution camera payload into friendly hands. The program was canceled in 1971 after four of the aircraft were lost in missions over … China.

Sharp Sword drone

China military watchers have been tweeting images of what they speculate is the Sharp Sword, a bat wing-shaped drone designed for use from aircraft carriers.

The drone is thought to have two internal bomb bays and its stealthy design indicates it’s built for a new type of drone warfare, says analyst Sam Roggeveen, writing on the Lowy Institute’s Interpreter blog.

“What makes Sharp Sword different … is that it is stealthy, which means it is built not for Afghanistan-type scenarios, where the enemy is equipped with little more than rifles, but for situations where it might have to evade sophisticated air defenses,” Roggeven says.

The Sharp Sword was first tested in 2013, and an appearance in the October 1 parade could signal that it’s close to deployment.

Other countries, including the US, have been developing drones to use off carriers. The US Navy’s MQ-25 Stingray has just started flight tests with an eye to deployment in 2024 as an aerial tanker.

Drone submarine

The state-sanctioned Global Times noted its appearance in rehearsals, adding: “More mysterious was an image of a large autonomous underwater vehicle. Its mission remains unknown.”

This could be one of China’s first undersea drones. A 2015 report from the Rand Corp. think tank said the Beijing government, relying mainly on military funding, had set up at least 15 research teams at universities and institutes to develop technology for unmanned underwater vehicles (UUVs).

Tanks

Images have surfaced of Type 99 main battle tanks and Type 15 light tanks during parade rehearsals.

Rehearsal from the ground in Beijing for the upcoming military parade marking the 70th anniversary of the People’s Republic of China on October 1–Type 99 main battle tank, Type 15 light tank, Type 04 infantry fighting vehicle (IFV), Type 05 amphibious IFV for Chinese Marine Corps pic.twitter.com/5FmjY5YkC8

— Simon Chen, MD (@simonbchen) September 15, 2019

A story on the PLA’s English website notes the parade would mark the public debut of the Type 15.

It also noted a change in the Type 99s, desert camouflage, which was “delighting enthusiasts who recalled the jungle look of previous parades.”

There was no indication as to why the camouflage scheme was changed, but it prompted speculation about whether China sees a new mission for its ground forces.

Pubblicato in: Armamenti, Guerra Civile, Medio Oriente, Senza categoria

Droni yemeniti distruggono due impianti petroliferi sauditi. Produzione dimezzata.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-09-14.

2019-09-14__Arabia Saudita 001

Saudi oil plant fire: Blaze rages in Abqaiq after drone attack

«Drone attacks have set alight two major oil facilities run by state-owned Aramco in Saudi Arabia, state media say.

One was at Abqaiq, which has the world’s largest oil processing plant.»

*

«At 04:00 (01:00 GMT), the industrial security teams of Aramco started dealing with fires at two of its facilities in Abqaiq and Khurais as a result of… drones,” the official Saudi Press Agency reported»

«Abqaiq is about 60km (37 miles) south-west of Dhahran in Saudi Arabia’s Eastern Province, while Khurais, some 200km further south-west, has the country’s second largest oilfield»

«Saturday’s attack was one of the biggest operations the Houthi forces had undertaken inside Saudi Arabia and was carried out in “co-operation with the honourable people inside the kingdom”»

«Saudi Arabia’s oil production has been severely disrupted by drone attacks on two major oil facilities run by state-owned company Aramco»

«TV footage showed a huge blaze at Abqaiq, site of Aramco’s largest oil processing plant, while a second drone attack started fires in the Khurais oilfield»

«The Saudis lead a military coalition backing Yemen’s government, while Iran backs the Houthi rebels»

«The Houthi spokesman, Yahya Sarea, told al-Masirah TV, which is owned by the Houthi movement and is based in Beirut, that further attacks could be expected in the future»

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Quanto successo meriterebbe molti commenti.

– Lo Yemen è da decenni in regime di guerra civile, fattasi decisamente virulenta nell’ultimo lustro.

– I sauditi appoggiano le forze regolari, mentre gli iraniani quelle ribelli. Oltre le diatribe politiche e militari, si dovrebbero anche considerare quelle religiose: i sauditi sono wahhabiti e gli iraniani sciiti. Si odiano mortalmente da millequattrocento anni.

– Tutte le grandi potenze sono coinvolte nella guerra nello Yemen: talune in modo discreto, altre in modo plateale. In fondo, sono loro a pilotare i giochi e, a quanto sembrerebbe, proprio a nessuno farebbe piacere avere una pace in quel settore geopolitico.

– L’Arabia Saudita ha un fenomenale budget militare ed un esercito che, almeno sulla carta, dovrebbe essere di tutto rispetto. Ma che poi i Saud possano fidarsi dell’esercito sarebbe cosa davvero molto discutibile, ma la Tribù Saud non ha figliato a sufficienza per avere persone fidate nei ranghi militari, e le guerre le fanno gli uomini. Pochi uomini, nessuna guerra degna di quel nome.

– I ribelli yemeniti versano in condizioni misere, essendo gli alimentari e gli armamenti le loro spese principali.

– Si resta sorpresi, ma non troppo, che abbiano potuto disporre di una decina di droni di attacco, sempre poi che a pilotarli da postazioni remate siano stati i ribelli e non truppe straniere particolarmente addestrate. Ma su questo argomento non è stato possibile rintracciare informazioni credibili e corroborabili.

– I droni sono penetrati in grande profondità nel territorio saudita e questi, che sono intrinsecamente lenti, sono sfuggiti al rilevamento radar saudita, anche a quello particolarmente potente e moderno dell’aeroporto di Riyadh.

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Come si constata, vi sono molti fatti che al momento sembrerebbero essere inspiegabili.

Una ultima considerazione.

Le guerre o si fanno oppure non si fanno, ma, nel caso, occorrerebbe dispiegare immediatamente la massima potenza.

L’unica vera opzione che avrebbe l’Arabia Saudita sarebbe l’invasione dello Yemen e lo sterminio fisico di tutti i ribelli, sia quelli veri sia anche quelli presunti.

Ma forse il colpo ora subito non è ancora quello sufficiente per far prendere decisioni drastiche.


Bbc. 2019-09-14. Saudi Arabia oil production reduced by drone strikes

Saudi Arabia’s oil production has been severely disrupted by drone attacks on two major oil facilities run by state-owned company Aramco, reports say.

Sources quoted by Reuters and WSJ said the strikes had reduced production by five million barrels a day – nearly half the kingdom’s output.

The fires are now under control at both facilities, Saudi state media say.

A spokesman for the Houthi rebel group in Yemen said it had deployed 10 drones in the attacks.

The Saudis lead a military coalition backing Yemen’s government, while Iran backs the Houthi rebels.

The Houthi spokesman, Yahya Sarea, told al-Masirah TV, which is owned by the Houthi movement and is based in Beirut, that further attacks could be expected in the future.

He said Saturday’s attack was one of the biggest operations the Houthi forces had undertaken inside Saudi Arabia and was carried out in “co-operation with the honourable people inside the kingdom”.

TV footage showed a huge blaze at Abqaiq, site of Aramco’s largest oil processing plant, while a second drone attack started fires in the Khurais oilfield.

United Nations envoy Martin Griffiths described the attacks as “extremely worrying” in a statement in which he called on all parties in the Yemen conflict to exercise restraint.

Saudi officials have yet to comment on who they think is behind the attacks.

“At 04:00 (01:00 GMT), the industrial security teams of Aramco started dealing with fires at two of its facilities in Abqaiq and Khurais as a result of… drones,” the official Saudi Press Agency reported.

“The two fires have been controlled.”

There have been no details on the damage but AFP news agency quoted interior ministry spokesman Mansour al-Turki as saying there were no casualties.

Abqaiq is about 60km (37 miles) south-west of Dhahran in Saudi Arabia’s Eastern Province, while Khurais, some 200km further south-west, has the country’s second largest oilfield.

Saudi security forces foiled an attempt by al-Qaeda to attack the Abqaiq facility with suicide bombers in 2006.

Who are the Houthis?

The Iran-aligned Houthi rebel movement has been fighting the Yemeni government and a Saudi-led coalition.

Yemen has been at war since 2015, when President Abdrabbuh Mansour Hadi was forced to flee the capital Sanaa by the Houthis. Saudi Arabia backs President Hadi, and has led a coalition of regional countries against the rebels.

The coalition launches air strikes almost every day, while the Houthis often fire missiles into Saudi Arabia.

Mr Sarea, the Houthi group’s military spokesman, told al-Masirah that operations against Saudi targets would “only grow wider and will be more painful than before, so long as their aggression and blockade continues”.

Houthi fighters were blamed for drone attacks on the Shaybah natural gas liquefaction facility last month, and on other oil facilities in May.

There have been other sources of tension in the region, often stemming from the rivalry between Saudi Arabia and Iran.

Saudi Arabia and the US both blamed Iran for attacks in the Gulf on two oil tankers in June and July, allegations Tehran denied.

In May four tankers, two of them Saudi-flagged, were damaged by explosions within the UAE’s territorial waters in the Gulf of Oman.

Tension in the vital shipping lanes worsened when Iran shot down a US surveillance drone over the Strait of Hormuz in June, leading a month later to the Pentagon announcing the deployment of US troops to Saudi Arabia.

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An attack method open to all

This latest attack underlines the strategic threat posed by the Houthis to Saudi Arabia’s oil installations.

The growing sophistication of the Houthis’ drone operations is bound to renew the debate as to where this capability comes from. Have the Houthis simply weaponised commercial civilian drones or have they had significant assistance from Iran?

The Trump administration is likely to point the finger squarely at Tehran, but experts vary in the extent to which they think Iran is facilitating the drone campaign.

The Saudi air force has been pummelling targets in Yemen for years. Now the Houthis have a capable, if much more limited, ability to strike back. It shows that the era of armed drone operations being restricted to a handful of major nations is now over.

Drone technology, albeit of varying degrees of sophistication, is available to all – from the US to China, Israel and Iran – and from the Houthis to Hezbollah.

Pubblicato in: Armamenti, Cina, Problemi militari, Stati Uniti

Cina alla conquista dell’Oceano Pacifico.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-30.

2019-08-26-_ Cina Pacifico

Mr Deng Xiaoping aveva dato chiarissime direttive ed ordini di priorità.

– Prima costruire un solido sistema produttivo che alimenti l’export.

– Poi, allestire delle forze armate in grado di garantire almeno i confini della nazione.

– Indi allacciare a livello mondiale rapporti paritetici bilaterali volti alla costruzione e controllo delle infrastrutture.

– Solo alla fine, con quel che avanzasse, generare un welfare.

Questo indirizzo strategico è semplicemente l’opposto della Weltanschauung occidentale ed è per questo motivo che l’Occidente inizia solo ora a prenderne atto.

«US pre-eminence in the Pacific is no more»

«For a long time experts have been speaking about China’s rapid military modernisation referring to it as “a rising power”. …. But this analysis may be out of date. China is not so much a rising power; it has risen; and in many ways it now challenges the US across a number of military domains.»

«US defence strategy in the Indo-Pacific region “is in the throes of an unprecedented crisis” and that Washington might struggle to defend its allies against China.»

«America no longer enjoys military primacy in the Indo-Pacific»

«The report points to Beijing’s extraordinary arsenal of missiles that threaten the key bases of the US and its allies. These installations, it asserts, “could be rendered useless by precision strikes in the opening hours of a conflict”»

«China lacks the “proselytising zeal” – the sense of over-seas mission, that over the twentieth century saw the US strive for global dominance.»

«China is already a superpower to rival the US»

«Dubbed in military-speak, an “anti-access and area denial” approach, China has single-mindedly focused on a range of sensors and weapons systems that it hopes will compel US forces to operate as far away from its own shores as possible»

«China’s goal is in a time of crisis is to deny the US access to the area within the “first island chain” (the South China Sea bounded by a line running from the bottom of Japan, encompassing Taiwan, and passing to the west of the Philippines)»

«President Xi Jinping has decided not just to stand up to President Trump in the ongoing trade war but to take a much more assertive position, whether it be towards the pro-democracy demonstrations in Hong Kong or to China’s long-standing claims over Taiwan»

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La relazione dell’US Studies Centre at the University of Sydney in Australia ad una prima lettura sembrerebbe essere impietoso: poi, quando la materia sia sedimentata, appare financo troppo blando.

Se poi si cercasse di integrare queste informazioni con le altre disponibili, il quadro che ne emergerebbe sarebbe quello di un netto ridimensionamento dell’influenza militare americana.

Banche Mondiali. Senza potenza finanziaria non si fa politica estera.

Cina. Controllo strategico del Mar Giallo e del Mare Cinese Orientale.

Dal punto di vista strategico la Cina può contare su solidissimi alleati. Se si considerasse il tasso di fertilità, il Giappone ha 1.42, la Kore del Sud 1.27, Taiwan 1.13 ed Hong Kong 1.2: una generazioni e questi paesi saranno spopolati, e la Cina potrà occuparli serenamente.


Bbc. 201908-25. Is the US still Asia’s only military superpower?

US pre-eminence in the Pacific is no more.

For a long time experts have been speaking about China’s rapid military modernisation referring to it as “a rising power”.

But this analysis may be out of date. China is not so much a rising power; it has risen; and in many ways it now challenges the US across a number of military domains.

This is the conclusion of a new report from the US Studies Centre at the University of Sydney in Australia.

It warns that US defence strategy in the Indo-Pacific region “is in the throes of an unprecedented crisis” and that Washington might struggle to defend its allies against China.

“America no longer enjoys military primacy in the Indo-Pacific”, it notes, “and its capacity to uphold a favourable balance of power is increasingly uncertain.”

The report points to Beijing’s extraordinary arsenal of missiles that threaten the key bases of the US and its allies. These installations, it asserts, “could be rendered useless by precision strikes in the opening hours of a conflict”.

China is not a global superpower like the United States. Indeed it is doubtful if its military ambitions extend that far (though this too may be changing as it slowly develops a network of ports and bases abroad).

For now its global reach depends much more on the power of its economy. China lacks the “proselytising zeal” – the sense of over-seas mission, that over the twentieth century saw the US strive for global dominance.

It also has nothing like the soft-power pull of the United States – no equivalent to blue jeans, Hollywood or burgers – to encourage people to share its values.

Indeed according to many indices Washington’s raw military punch still greatly out-weighs that of Beijing. Washington’s nuclear arsenal (and indeed Moscow’s) is significantly larger than that available to Beijing.

The US still retains a technological edge in key areas like intelligence collection; ballistic missile defence; and the latest generation warplanes. The US can also rely upon a deeply entrenched network of alliances both in Asia and through Nato in Europe.

China has nothing like this kind of alliance system. But it is fast eroding Washington’s technical edge. And in any case what matters to China is Asia and what it sees in expansive terms as its own back-yard. Two key factors – focus and proximity – mean that in Asia, China is already a superpower to rival the US.

China has studied US capabilities and warfighting and has come up with an effective strategy to mitigate the traditional sources of US military power, not least the US Navy’s powerful carrier battle groups, the central element of Washington’s ability to project military force.

Dubbed in military-speak, an “anti-access and area denial” approach, China has single-mindedly focused on a range of sensors and weapons systems that it hopes will compel US forces to operate as far away from its own shores as possible.

At the outset this was inherently a defensive posture. But increasingly analysts see China’s capabilities as enabling it to seize the initiative, confident that it can deter and cope with any likely US response.

“Chinese counter-intervention systems,” the Australian study notes, “have undermined America’s ability to project power into the Indo-pacific, raising the risk that China could use limited force to achieve a fait accompli victory before America can respond, challenging US security guarantees in the process.”

China’s goal is in a time of crisis is to deny the US access to the area within the “first island chain” (the South China Sea bounded by a line running from the bottom of Japan, encompassing Taiwan, and passing to the west of the Philippines).

But it also seeks to restrict access to the outer “second island chain” with weapons that can reach as far as the US bases on Guam. This overall strategy can be bolstered by Chinese land-based aircraft and missiles.

Of course, it is not as if the Pentagon is unaware of the China challenge. After decades of counter-insurgency warfare the US military is being re-structured and re-equipped for renewed big-power competition. In the Cold War the focus was the Soviet Union. Today it is largely China.

However the Sydney University report questions whether Washington is sufficiently focused on the task in hand. It says that “an outdated superpower mindset in the (US) foreign policy establishment is likely to limit Washington’s ability to scale back other global commitments or to make the strategic trade-offs required to succeed in the Indo-Pacific.”

Money is going into new weaponry and research. But the task is huge.

“America has an atrophying force that is not sufficiently ready, equipped or postured for great power competition” and the report warns that a back-log of simultaneous modernisation priorities “will likely outstrip its budget capacity.”

It is a sobering document written by a prestigious institution from one of Washington’s closest allies in the region.

China clearly feels empowered – you can see this from the tone of its recently published defence white paper.

President Xi Jinping has decided not just to stand up to President Trump in the ongoing trade war but to take a much more assertive position, whether it be towards the pro-democracy demonstrations in Hong Kong or to China’s long-standing claims over Taiwan.

China’s military rise to match its growing economic muscle was inevitable. But some analysts fear that President Trump has made a difficult situation worse.

Many in the US feel it was time to stand-up to China on trade – but the way the US is going about it leads several experts to fear that Washington may simply lose the trade war.

Overall the Trump Administration’s foreign policy often lacks a clear strategic aspect and is prone to the whims of the Presidential twitter feed and bizarre distractions like his apparent desire to purchase Greenland.

In contrast China knows exactly where it wants to go and it has the strategy and the means to get there. Indeed, for all intents and purposes, it may have already arrived.

Pubblicato in: Armamenti, Problemi militari, Stati Uniti

Turkia. In arrivo la seconda consegna di S-400.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-28.

Dardanelli 001

«The S-400 is a massive upgrade to the S-300, its predecessor which was recently sent to Syria.

Because of its capabilities, several countries including China, Saudi Arabia, Turkey, India and Qatar have said they are willing to buy the S-400.

Almost every government that announced it was planning to buy the system was threatened with some kind of diplomatic retaliation from the US, NATO or adversaries.

The reason for this blowback, according to several experts Al Jazeera interviewed, is not only because the S-400 is technologically advanced, it also poses a potential risk for long-standing alliances. ….

The S-400 is among the most advanced air defence systems available, on par with the best the West has to offer, …. Its radars and other sensors, as well as its missiles, cover an extensive area – the radar has a range of at least 600km for surveillance, and its missiles have ranges of up to 400km, ….

It’s precise and it manages to track a very large number of potential targets, including stealth targets. ….

It’s intended to be a one-size-fits-all missile system. It can be configured with long-range, semi long-range, medium-range and even short-range weapons systems, depending on how the individual user wishes to configure the S-400 ….

Turkey, a NATO member ….

The US Department of State has said Chinese purchases of SU-35 aircraft and S-400 surface-to-air missiles breached the CAATSA, only weeks after it said India might be subject to sanctions if it continues with purchasing the system. 

However, India decided earlier this week to buy the weapons system.

“India places top priority on ties with Russia. In today’s fast-changing world, our relationship assumes heightened importance,” India Prime Minister Narendra Modi told Russia President Vladimir Putin after they signed the $5bn deal.» [Fonte]

* * *

Non si può prendere a calci nei denti la gente e poi sperare che venga anche a ringraziare.

I rapporti tra stati dovrebbero essere paritetici: nessuno ha il diritto di fare la morale agli altri.

Mr Xi e Mr Putin questo lo sanno più che bene.


Aljazeera. 2019-08-26. Turkey to receive second batch of S-400 missile system this week

Ankara has gone ahead with its purchase of the Russian defence system despite threats of US sanctions.

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Turkey will receive the second batch of the Russian S-400 missile system on Tuesday, Minister of Defence Hulusi Akar has said.

Ankara received its first supply of S-400 missiles in July, despite a warning by the United States about possible sanctions. The acquisition of the highly-advanced air defence system has led to a standoff between Turkey and its NATO allies, especially the US.

Deliveries of the system are set to continue until April 2020.

The modular S-400 is seen as one of the most advanced missile systems in the world, capable of tracking several targets simultaneously and ready to be fired within minutes. 

The US has repeatedly said that the Russian system is incompatible with NATO systems and is a threat to the hi-tech F-35 fighter jets, which Turkey is also planning to buy.

Washington has said Turkey will not be allowed to participate in the F-35 programme because of the Turkey-Russia deal.

The US has strongly urged Turkey to pull back from the deal – the first such move between a NATO member and Russia – warning Ankara that it will face economic sanctions under the Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act if it goes ahead with the purchase, reportedly costing more than $2bn.

So far, however, Ankara has refused to give in to US pressure, insisting that choosing which defence equipment to buy is a matter of national sovereignty.

Sanctions would mark a new low in the already tense relations between Turkey and the US.

Last year, the US imposed sanctions on Turkey over the detention of an American pastor, triggering a Turkish currency crisis. The sanctions were later lifted upon the pastor’s release. 

The deal with Russia has also raised concerns in Western circles that Turkey is drifting closer to Moscow’s sphere of influence.

According to analysts, these purchases form more than just a military threat to the US.

They are about countering Russia’s involvement in global conflicts, but also about maintaining long-standing US diplomatic relations and preventing Russia from receiving hard currency for its equipment, the analysts told Al Jazeera last year.

Pubblicato in: Armamenti, Cina

Cina. Caccia Y-20 stealth operativi nella zona si Shangai.

Giuseppe Sandro Mela.

219-08-20.

2019-08-19J-20__001

J-20 vs F-22: how China’s Chengdu J-20 ‘Powerful Dragon’ compares with US’ Lockheed Martin F-22 Raptor

«China’s most advanced jet is one of the few fifth-generation fighters in active service. Here’s how it compares to its closest US counterpart.

China’s new J-20, officially named Weilong or powerful dragon, is one of the world’s most advanced fighter jets and the country’s answer to the American F-22 Raptor.

In mid July the PLA Airforce released a video of a nighttime training exercise involving the stealth fighter as a demonstration of its combat readiness.

The Chinese warplane was developed by the Chengdu Aerospace corporation, which began testing them in 2011 before the first planes entered service in March 2017.

So far a few dozen J-20s have been produced for the PLA although the manufacturer is continuing to build more.

The F-22 Raptor was developed by Lockheed Martin for the exclusive use of the US Air Force. Exports even to America’s closest allies are banned to protect its stealth technology.

Its maiden flight was in September 1997 and it entered service in December 2005. In 2011 production was terminated because of the high costs involved and lack – at the time – of any aircraft that could challenge its dominance.

America is planning to upgrade the fighter in future but for now it remains, along with the Weilong, one of the most advanced fifth generation fighters in the world.»

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China ‘nearing mass production’ of J-20 stealth fighter after engine problems ironed out

«Improved power train will give Chinese jet ability to fly undetected at supersonic speeds, on par with United States’ F-35.

A new and improved engine designed to make China’s J-20 stealth fighter a world-class combat jet should be ready for mass production by the end of the year, military sources have said.

The WS-15 engine features cutting-edge single-crystal turbine blades and has been in development for several years, but Chinese technicians have struggled to get it into mass production.

However, many of the problems – which largely related to blades overheating at top speeds – have been ironed out in ground tests and trial flights, putting the goal of a consistently high quality product in sight, sources told the South China Morning Post.

Beijing is keen to have a stealth aircraft capable of competing with the best in the world as tensions rise in the Asia-Pacific and the United States ramps up deployment of its F-22 and F-35 fighters in the region.»

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No Stealth for You: India Says It Can ‘Track’ China’s New J-20 Fighter

«The J-20’s short-range capabilities naturally lead to the question—what exactly happens when two stealth fighters clash? If their stealth qualities are robust, both aircraft may only be able to detect each other within 50 miles or less—at which point air combat maneuvers could prove important. As U.S. stealth aircraft are one of the chief military threats to China, it seems reasonable to assume the J-20 would be designed to have a fighting chance against them.

In January 2011, the maiden flight of a large, dagger-like grey jet announced that China had developed its first stealth aircraft—the Chengdu J-20 “Mighty Dragon.” Six years later, after several substantial revisions, J-20s entered operational service with the People’s Liberation Army (PLA) Air Force.

As radar-guided missiles from fighters and ground-based launchers threaten aircraft from dozens, or even hundreds of miles away, stealth capabilities are increasingly perceived as necessary for keeping fighter pilots alive on the modern battlefield.

But just how good is the J-20? And what is its intended role? After all, America’s first stealth fighter, the F-117 Nighthawk, was not even really a fighter and lacked any air-to-air capability whatsoever…..

While details on the J-20’s radar remains elusive (presumably a low-probability of intercept AESA radar), it also mounts arrays of electro-optical and infrared sensors with 360-degree coverage, reportedly designed to fuse sensor data to form a common “picture” and even share it with friendly forces via a datalink—technology seemingly modeled on the advanced sensors found on the American F-35. Such sensors could be particularly useful for detecting radar-eluding stealth aircraft.»

Analisi Difesa. 2019-08-18. Cina: i caccia J-20 assegnati ai reparti operativi nell’area di Shangai

I media statali cinesi hanno rilasciato per la prima volta l’immagine (foto di apertura)  di un caccia multiruolo di quinta generazione Chengdu Aircraft Industry Group (CAIG) J-20 con il numero di serie di un’unità di combattimento della People’s Liberation Army Air Force (PLAAF), suggerendo che l’aereo è pronto per il servizio in prima linea.

L’immagine, rilasciata dall’emittente di stato China Central Television (CCTV) alla fine di luglio, mostra l’aereo con il numero 62001, indicando che è stato assegnato alla nona brigata aerea del PLAAF con sede a Wuhu, che opera sotto il Teatro orientale del PLA Comando.

Le immagini satellitari commerciali catturate a marzo 2019 hanno mostrato tre J-20 alla base aerea di Wuhu, suggerendo che l’aereo ha operato lì dall’inizio del 2019 o alla fine del 2018.

È probabile che i caccia stiano sostituendo i Su-30MKK assegnati alla 9a Brigata aerea, che si ritiene sia una delle principali unità da combattimento all’interno del PLAAF.

La base aerea di Wuhu si trova vicino al fiume Yangtze a circa 280 chilometri nell’entroterra da Shanghai. La base ospita la 7a e la 9a Brigata aerea. Quest’ultima ha ricevuto il Su-30MKK nel 2001.

Assegnare il J-20 a tale unità di combattimento è una mossa significativa perché le due precedenti unità PLAAF note per operare il J-20 erano legate alla valutazione operativa e all’addestramento tattico.

Come riportato in precedenza da Jane, la 176a Brigata aerea della base aerea di Dingxin è l’unità operativa di prova utilizzata per valutare il J-20 e svilupparne le tattiche d’impiego e la 172a Brigata aerea della base aerea di Cangzhou è l’unità di addestramento iniziale per preparare gli istruttori e sviluppare le modalità di formazione.

Pubblicato in: Armamenti, Cina, Geopolitica Asiatica

Cina. Isole artificiali adesso armate anche con aeroplani militari.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-13.

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Nel breve volgere di pochi anni la Cina ha costruito una serie di isole artificiali nel Mare Cinese del Sud. Adesso sta completando il loro armamento: dai supporti logistici aeroportuali, ai sistemi missilistici antiaerei ed antinave,  missili da crociera ed aerei da guerra.

«The J-10 jets have a combat range of about 500 miles (740 kilometers), putting much of the South China Sea and vital shipping lands within reach»

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La loro utilità dipende strettamente dalla tipologia del conflitto configurabile.

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Nel corso di una guerra nucleare, essendo obiettivi fissi, sarebbero facilmente distrutti anche solo con il lancio di una testata nucleare balistica. Ma, ovviamente, una situazione di questo tipo vedrebbe coinvolte tutte le realtà militari in una reciproca distruzione.

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Diversa la situazione nel caso di un problema militare locoregionale. Sicuramente una flotta allo stato dell’arte, quale quella americana, avrebbe la possibilità di penetrare il Mare Cinese del Sud, ma ciò avverrebbe pagando uno scotto severo. Se nel conflitto locale fosse invece coinvolta un’altra potenza locale, la supremazia cinese sarebbe schiacciante.

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Una unica considerazione.

Anni fa, le isole artificiali non esistevano: adesso invece vi sono.

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China building aircraft hangars on disputed islands in South China Sea, says US think

«China appears to be building reinforced aircraft hangars on reclaimed islands it controls in a disputed area of the South China Sea, according to a US think tank.

Satellite photographs taken in late July show the construction of hangars on Fiery Cross, Subi and Mischief reefs in the Spratly chain of islands and some have already been completed, according to a report by the Centre for Strategic and International Studies in Washington.

Although no military aircraft have been spotted, each of the three small islands would soon have enough hangar space for 24 fighter jets, plus three to four larger planes, the think tank said. …. The hangars, in three different sizes, could accommodate any plane used by China’s air force, the think tank said. …. These include the J-11 and Su-30 fighters, H-6 bombers, the H-6U refuelling tanker and the air force’s largest aircrafts –the Y-20 and Il-76 transport planes.»

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South China Sea: Satellite image shows Chinese fighter jets deployed to contested island

«A satellite image obtained by CNN shows China has deployed at least four J-10 fighter jets to the contested Woody Island in the South China Sea, the first known deployment of fighter jets there since 2017.

The image was taken Wednesday and represents the first time J-10s have been seen on Woody or any Chinese-controlled islands in the South China Sea, according to ImageSat International, which supplied the image to CNN.

The deployment comes as tensions remain high in the South China Sea and Chinese President Xi Jinping prepares to meet United States President Donald Trump at the G-20 summit in Japan next week.

Analysts who looked at the satellite photo for CNN said both the placement of the planes out in the open and accompanying equipment is significant and indicates the fighter jets were on the contested island for up to 10 days.

“They want you to notice them. Otherwise they would be parked in the hangars,” said Peter Layton, a former Royal Australian Air Force officer and fellow at the Griffith Asia Institute. “What message do they want you to take from them?”

Carl Schuster, a former director of operations at the US Pacific Command’s Joint Intelligence Center, said the deployment is designed to “demonstrate it is their territory and they can put military aircraft there whenever they want.”

“It also makes a statement that they can extend their air power reach over the South China Sea as required or desired,” Schuster said.

The J-10 jets have a combat range of about 500 miles (740 kilometers), putting much of the South China Sea and vital shipping lands within reach, Schuster said.

The four planes are not carrying external fuel tanks, the analysts said. That suggests they were to be refueled on the island, so the plan may be to keep them there awhile. ….

The Paracels sit in the north-central portion of the 1.3 million-square-mile South China Sea. They are also claimed by Vietnam and Taiwan, but have been occupied by China since 1974, when Chinese troops ousted a South Vietnamese garrison.

The past several years have seen Beijing substantially upgrade its facilities on the islands, deploying surface-to-air missiles, building 20 hangars at the airfield, upgrading two harbors and performing substantial land reclamation, according to the Asia Maritime Transparency Initiative.

Woody Island has served as a blueprint for Beijing’s more prominent island-building efforts in the Spratly chain to the south, AMTI said in a 2017 report.»

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China lands military plane at third Spratly Island, just 12 nautical miles from Philippines

«China has deployed military aircraft to a third outpost in a disputed South China Sea island chain, a move which will alarm rivals who believe Beijing has ramped up its military presence in the region.

The Asia Maritime Transparency Initiative published images showing a military aircraft, a Shaanxi Y-8, at Subi Reef in the Spratly Islands.

The plane was “designed as a military transport aircraft, but some variants are used for maritime patrol or signals intelligence,” said the think tank, which is part of the Centre for Strategic and International Studies.

The photographs reveal the first deployment of military aircraft on the island, which hosts one of three runways in the strategically important Spratlys. Military aircraft have now landed on all three of the airstrips, the AMTI said.

The organisation said that a naval patrol aircraft landed at Fiery Cross Reef two years ago, while two Xian Y-7 military transport aircraft were seen on Mischief Reef in January.»

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The Real Problem with China’s South China Sea Bases

«China has built some islands in the South China Sea. Can it protect them?

During World War II Japan found that control of islands offered some strategic advantages, but not enough to force the United States to reduce each island individually. Moreover, over time the islands became a strategic liability, as Japan struggled to keep them supplied with food, fuel and equipment. The islands of the SCS are conveniently located for China, but do they really represent an asset to China’s military? The answer is yes, but in an actual conflict the value would dwindle quickly. ….

China has established numerous military installations in the South China Sea, primarily in the Spratly and Paracel Islands. In the Spratlys, China has built airfields at Subi, Mischief and Fiery Cross, along with potential missile, radar and helicopter infrastructure at several smaller formations. In the Paracels, China has established a significant military installation at Woody Island, as well as radar and helicopter facilities in several other areas. China continues construction across the region, meaning that it may expand its military presence in the future. The larger bases (Subi, Mischief, Fiery Cross and Woody Island) have infrastructure necessary for the management of military aircraft, including fighters and large patrol craft. These missiles, radars and aircraft extend the lethal reach of China’s military across the breadth of the South China Sea. ….

Missiles

Several of the islands serve as bases for SAM systems (including the HQ-9, with a range of 125 miles, and perhaps eventually the Russian S-400) and ground-launched cruise missiles (GLCMs). These missiles serve to make the South China Sea lethal for U.S. ships and aircraft that do not have stealth capabilities, or that do not enjoy a layered air-defense system. The SAM installations, buoyed by networks of radars, can effectively limit the ability of enemy aircraft to enter their lethal zone without significant electronic-warfare assistance. The GLCMs can add another set of launchers to China’s A2/AD network, although not necessarily with any greater effectiveness than missiles launched from subs, ships or aircraft.»

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