Pubblicato in: Banche Centrali, Russia

Russia. Riserve Valutarie a 430.2 mld Usd. +52.5 mld da inizio anno.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-12-05.

Banca Centrale Russia 001

The Central Bank of the Russian Federation ha rilasciato i dati relativi alle riserve valutarie in essere a tutto il 30 novembre 2017: 430.2 miliardi di Usd.

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Ai primi di questo anno le riserve valutarie ammontavano a 377.7 miliardi Usd, con un incremento quindi di +52.5 miliardi Usd.

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Nel tabulato si noti come nel corso degli ultimi due mesi le riserve siano rimaste virtualmente invariate. La Banca Centrale non ha fornito spiegazioni se ciò fosse dovuto a diminuzione delle entrate ovvero a spese non riportate.

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Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Senza categoria

Occidente. 11 trilioni di debiti ed il Convitato di Pietra.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-11-25.

Caravaggio. Davide con la testa di Golia

«Se non ci arrivi da solo, è inutile che te lo spieghi»


Nel suo discorso di Breslavia il buon Joseph Ratzinger aveva ammonito di guardarsi da “stregoni ed economisti”.

Difficilmente messaggio fu più chiaro e meno compreso.

* * *

Il grande errore degli economisti e dei loro studi economici negli ultimi cinquanta anni consiste nel fatto di ritenere che il sistema economico occidentale sia l’unico di rilevanza sulla terra, per cui ciò che esso decide di fare diventa legge universale, cui tutti debbano sottostare.

La superbia è una gran brutta bestia: ottunde la mente dapprima deprivando della corretta percezione del reale, indi inficiando tutte le successive argomentazioni avendo assunto assiomi e presupposti fallaci.

Né è facile che il superbo rinsavisca: quando don Giovanni con il servo Sganarello incontro la morte la irride. Ma l’irrisione nulla toglie al potere della morte.

* * * * * * *

Un tempo l’economia era una scienza fondata su argomentazioni non contraddittorie condotte su incontrovertibili dati di fatto.

Poi venne l’economia politica. Il dato di fatto, la prove empirica, divenne un fastidioso orpello, e le argomentazioni logiche un peso retrogrado, da oscurantismo. L’economia transitò gradatamente in economia politica, quindi in politica economica ed infine si arenò nella mera politica.

Ma pretendere che la politica sia una scienza e che sia logica sarebbe davvero troppo.

*

Da un punto di vista meramente economico, se si considera il pil per potere di acquisto, il mondo ha generato nel 2016 108,036,500 milioni Usd, la Cina 17,617,300 (16.31%) e gli Stati Uniti 17,418,00 (16.12%). L’Eurozona rende conto di 11,249,482 (10.41%) ed il Gruppo dei G7 di 31.825,293 (29.46%). Però i Brics conteggiano un pil ppa di 32,379,625 Usd, ossia il 29.97% del pil ppa mondiale. I Brics valgono come i paesi del G7.

Di conseguenza, la voce dell’Occidente vale nel mondo al massimo per il 29.46%, ma quella degli Stati Uniti vale solo il 16.12% e quella dell’Eurozona uno scarno 10.41%.

La realtà è che i paesi afferenti il G7 rendono conto del 29.46% dell’economia mondiale: la loro voce vale quindi per un terzo del tutto.

Sono sicuramente una grande forza, ma non più di entità tale da condizionare tutto il globo.

Appare invece molto verosimile che sia il restante 70% dell’economia mondiale a condizionare la vita economica e sociale dell’Occidente.

«Nel mondo ci sono oltre 11mila miliardi di dollari in obbligazioni che esprimono tassi negativi»

*

«Ovvero, titoli per cui il creditore anziché ricevere denaro per aver finanziato chi ha emesso il bond addirittura gli riconosce un tot, come se fosse una “commissione da parcheggio liquidità” o una tassa»

*

«Sebbene nessuno abbia la sfera di cristallo …. Se questo trend continuerà nei prossimi 1.000 anni i tassi passeranno dall’attuale fase vicina allo 0 a -16%. »

Ma l’Occidente non è l’unico attore mondiale.

Vale al momento poco meno del 30% del’economia globale.

Il problema non è quindi “cosa farà l’Occidente“,

bensì “cosa faranno gli altri“.

* * * * * * *

Noi non ci azzardiamo a fare previsione di qui a mille anni.

Constatiamo soltanto che, una volta rimosso l’obbligo politico a dover investire a tassi negativi, il risparmio fugge veloce e pimpante verso impegni produttivi. A nessuna persona sana di mente fa piacere pagare gli altri perché facciano il piacere di custodire il proprio denaro.

Quando poi la cifra raggiunge gli undicimila miliardi di dollari l’idea che i tassi negativi possano ancora durare a lungo sembrerebbe essere destituita di sano buon senso. Ed il restante 70% del’economia mondiale li accoglierebbe a braccia aperte.

Non a caso i vincoli politici sembrerebbero destinati a scomparire, ed anche a breve termine.

Leggiamoci il memento che segue, e traiamone lo logiche conseguenze.

– Il 20 gennaio 2017 si è insediato il Presidente Trump, che a novembre aveva conquistato 304 grandi elettori contro i 227 di Mrs Hillary Clinton.

– Il 7 maggio 2017 alle elezioni presidenziali francesi il partito socialista francese crolla dal 62% all’8%.

– Il 21 settembre 2017 Mr Macron conquista 22 su 171 seggi senatoriali.

– Il 24 settembre 2017 le elezioni federali politiche sanzionano la perdita di 153 deputati della Große Koalition: la Cdu crolla al 32.9% e l’Spd al 20.5%.

– Il 15 ottobre Herr Kurz trionfa alle elezioni austriache con il 31.6%, e l’Fpö raggiunge il 26.0%.

– Il 22 ottobre 2017 nella Repubblica Ceka il partito Ano consegue il 29.6% dei voti, mentre il Civil Democracy party crolla all’11.3% dei voti.

– Il 5 novembre 2017 alle elezioni regionali in Slovakia lo Smer, partito socialista del presidente Fico, ha perso il controllo di quattro delle sei regioni. Nelle elezioni politiche del 2012 aveva conseguito il 44.4% dei voti, il 28.3% in quelle del 2016, il 26.2% nelle regionali.

Liberal e socialisti ideologici, santi patroni delle teorie economiche che hanno improntato l’Occidente negli ultimi decenni, non occupano più posti di governo di una certa quale rilevanza. Hanno ancora gran parte della burocrazia e dei media, ma senza appoggio politico non si va molto lontano.


Sole 24 Ore. 2017-11-22. E se i tassi restassero ultrabassi per sempre?

Nel mondo ci sono oltre 11mila miliardi di dollari in obbligazioni che esprimono tassi negativi. Ovvero, titoli per cui il creditore anziché ricevere denaro per aver finanziato chi ha emesso il bond addirittura gli riconosce un tot, come se fosse una “commissione da parcheggio liquidità” o una tassa.

È probabile che nei prossimi anni la fetta globale dei “bond sottozero” diminuisca. Questo perché alcune grandi banche centrali hanno avviato un percorso di rialzo dei tassi (la Fed ha attuato tre strette dal 2015, la Bank of Canada una lo scorso settembre) e altre (esclusa la Bank of Japan, l’unica che difatti, monetizzando il deficit, sta con il Tesoro nipponico praticando una forma di “helicopter money” ) sono orientate lentamente verso questa direzione (la Bce ha annunciato recentemente che il piano di stimoli dovrebbe terminare a settembre 2018 e che nel 2019 si inizierà a parlare di rialzo dei tassi).

In ogni caso, se è vero quanto spesso ci ricorda il governatore della Bce Mario Draghi («i tassi resteranno bassi molto a lungo») c’è anche da mettere in cantiere l’ipotesi che l’attuale fase di tassi ultrabassi diventi strutturale. Una regola e non più l’eccezione, come siamo stati abituati a percepirla fino ad ora.

L’assenza di una scossa importante sul fronte tassi consoliderebbe un dato a dir poco incredibile: oggi i tassi di interesse (nella media tra breve e lungo periodo) sono i più bassi che la storia annoveri negli ultimi 5.000 anni di civilizzazioni.

Questo dato – elaborato da Bofa Merrill Lynch su dati di Bank of England, Global financial data e degli autori del libro «A history of interest rates» di Sidney Homer e Richard Sylla – ci racconta che il mondo in cui le banche centrali hanno affrontato l’ultima grande crisi globale (la bolla dei derivati subprime del 2007), ovvero pompando oltre 15mila miliardi di dollari di liquidità sui mercati finanziari, ha creato un effetto collaterale mai visto prima d’ora.

I tassi erano mediamente un po’ più alti di quelli attuali perfino a fine anni ’30, dopo il Grande crollo di Wall Street nel 1929 a cui seguì una profonda recessione. Non c’è confronto con nessuna era. I tassi riscontrati durante la prima dinastia dei Faraoni d’Egitto (3.000 a.c.) viaggiavano intorno al 20%. Su simili valori si attestavano anche durante il regno del re babilonese Hammurabi (dal 1792 a.C. al 1750 a.C). Nella Roma del primo annus domini il costo del denaro era al 4% mentre durante l’impero bizantino di Costantino si attestava al 12,5%.

I tassi di oggi sono persino più bassi di quelli registrati durante la seconda guerra mondiale (1,85%).

E il futuro che cosa riserva? Sebbene nessuno abbia la sfera di cristallo, ci si può (forse) affidare a uno studio di Paul Schmelzing della Bank of England – rilanciato da Pimco – che ha analizzato l’andamento storico dei tassi reali (al netto dell’inflazione). Negli ultimi 700 anni i tassi sono diminuiti di 1,6 punti base ad anno, ovvero dell’1,6% ogni 100 anni. Se questo trend continuerà nei prossimi 1.000 anni i tassi passeranno dall’attuale fase vicina allo 0 a -16%. Si tratta di numeri da Trivial Pursuit, più che da finanza.

Pubblicato in: Banche Centrali, Unione Europea

Italia. A settembre debito pubblico a 2,283,667 milioni. +65,196 milioni.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-11-16.

2017-11-16__Debito_Pubblico__001

Banca di Italia ha rilasciato il Report: «Finanza Pubblica: Fabbisogno e Debito».

Come si constata a fine 2015 il debito delle Amministrazioni Pubbliche ammontava a 2,173,329 milioni di euro, a fine 2016 a 2,218,471 milioni di euro, ed a settembre 2017 valeva 2,283,667 milioni di euro.

Di conseguenza, il debito delle Amministrazioni Pubbliche dal primo dell’anno è aumentato di 65.196 milioni di euro.

Il debito a breve termine ammontava a 311,690 milioni di euro, il debito con vita residua entro un anno era 186,663 milioni di euro, mentre il debito in valuta estera era 3,140 milioni.

 

Pubblicato in: Banche Centrali, Geopolitica America Latina.

Venezuela. Anche oggi ha onorato le cedole in scadenza.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-11-13.

Orso Polare 001

Durante un ballo a corte la contessa Giovanna di Kent perse una giarrettiera. Re re Edoardo III si chinò a raccoglierla e si offrì di darle una mano per indossarla nuovamente. Correva l’anno 1348.

I cortigiani bisbigliarono e fecero maliziosi commenti.

Il re si rivolse loro e disse:

«Honi soit qui mal y pense!»

“Sia vituperato chi ne pensa male!”.

*

2017-11-13__Venezuela__001

Oggi il Venezuela ha onorato le cedole in scadenza.

Attenzione!

Dietro al cucciolo c’è l’orsa, grande, grossa e ben poco socievole.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Unione Europea

IMF. L’Europa va benissimo ma faccia piani per le prossime catastrofi.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-11-13.

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Giorgio Vasari. I Vegliardi dell’Apocalisse.


L’Europa sta andando bene, così bene che meglio non si potrebbe.

Parola dell’Imf, il Fondo monetario internazionale.

*

Di conseguenza, siccome tutto sta andando benissimo, ci si prepari per i tempi duri che verranno.

«The International Monetary Fund on Monday encouraged European economies to use their relative strength to plan for long-term risks»

*

«But countries should make some room in their budgets for manoeuver so they can keep their economies afloat in worse times»

*

«member countries still only had “a thin cushion accumulated for a rainy day.”»

*

«economies with high public debt including the UK, Belgium, France, Italy, Portugal and Spain needed to reduce their debt load»

*

«Aging populations, spreading protectionism, geopolitical tensions and export loss because of a downturn in China all add to the risks threatening long-term growth»

* * * * * * *

Ricapitoliamo.

L’economia dell’Unione Europea sta andando a gonfie vele: meglio di così non si potrebbe.

Ma che nessuno si illuda di poter strare lo champagne.

«worse times»

Già, sta andando così bene che deve prepararsi ai tempi duri.

Ma quali tempi duri se tutto va bene?

«Aging populations»

*

«spreading protectionism»

*

«geopolitical tensions»

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«export loss»

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Mica male per un quadro che era stato dipinto in modo così ottimistico.

C’è anche l’export loss, ma la colpa non è certo dell’Europa: è tutta dei cinesi. Ci macherebbe.

Ma il colpo finale tramuta l’ottimismo in un cupo pessimismo.

«UK, Belgium, France, Italy, Portugal and Spain needed to reduce their debt load»

Già.

I debiti pubblici che stanno soffocando l’Occidente sono sempre lì, anzi, crescono.

Siamo chiari.

Un’Europa di vegliardi tutti presi dalle dentiere e dai pannoloni dovrà ridurre il debito pubblico.

In altre parole: smettere di incrementare il debito ed iniziare a rifonderlo. Sarà un futuro di lacrime e sangue, e soprattutto senza speranza. I vecchi moriranno a metà opera.

Adesso, chi ancora ne avesse voglia, rida pure.


Deutsche Welle. 2017-11-13. IMF: ‘Europe must plan for long-term risks’

The International Monetary Fund on Monday encouraged European economies to use their relative strength to plan for long-term risks.

The IMF said all EU economies were growing, turning the Continent into an engine of global trade. “But countries should make some room in their budgets for manoeuver so they can keep their economies afloat in worse times,” the latest IMF outlook said.

It warned that after recovering from the 2008 financial crisis, member countries still only had “a thin cushion accumulated for a rainy day.”

Brexit only one of many risks

The organization cited weak productivity growth and remaining bad loans as alarming problems still to be dealt with.

“Aging populations, spreading protectionism, geopolitical tensions and export loss because of a downturn in China all add to the risks threatening long-term growth.”

It noted that economies with high public debt including the UK, Belgium, France, Italy, Portugal and Spain needed to reduce their debt load “without jeopardizing the economic uptick.”

The IMF insisted Germany, the Netherlands and Sweden had enough wiggle room in their budgets and should aim to lift growth through higher public investment in infrastructure, housing and the integration of immigrants.

It raised its forecast for EU GDP growth to 2.3 percent this year, up from its previous prediction of just 1.9 percent.

Pubblicato in: Banche Centrali, Finanza e Sistema Bancario

Debito pubblico mondiale vale 215,000 miliardi, il 325% del Pil globale.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-11-12.

Biancaneve e la Strega

Sono molti gli autori che hanno contribuito a costruire la scienza economica.

Scienza perché basata su osservazioni oggettive e ripetibili, controllabili, ed interpretate con teorie governate dalla logica, ossia senza incorrere in contraddizioni, né con i fatti né interne.

Cambiando i fatti, si cambiano le teorie: non esistono teorie assolute, non esiste una verità scientifica assoluta, non esistono teorie scientifiche che durino eternamente.

Poi la politica si impossessò rattamente dell’economia e nacque la così detta economia politica. Il nume tutelare fu il buon Hegel, quando affermò con sussiego:

«se i fatti smentiscono la teoria, tanto peggio per i fatti».

Gli ultimi settanta anni sono stati caratterizzati da una soffocante teoria del debito: il debito è bello, il debito stimola l’economia, i debiti sono come inesistenti, di debito si può vivere all’infinito, e così via.

Tutte teorie assurdamente strampalate, stravaganti, ma difese con le unghie e con i denti dal potere politico che ci viveva sopra alla grande: chi non le avesse sostenute non sarebbe mai andato in cattedra di economia. Se non universitario, sarebbe stato immediatamente linciato da una folla urlante di utili, come si potrebbe dire?

Bene.

Adesso il capolinea inizia a delinearsi.

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«il debito pubblico mondiale è oggi pari a 215mila miliardi (il 325% del Pil globale), di cui 70 (quindi un terzo) accumulato negli ultimi 10 anni»

*

«Il debito globale è cresciuto, principalmente sulla scorta degli stimoli anti-ciclici sia automatici che discrezionali, che avevano l’obiettivo di stabilizzare l’economia mondiale dopo la grande crisi finanziaria »

*

«La domanda è se ci sono in questo momento i germi di una nuova crisi finanziaria globale, tale da mettere in ginocchio la ripresa economica e le prospettive di crescita delle future generazioni»


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«non c’è da dormire sonni tranquilli»

*

«1) una buona fetta del debito globale è oggi detenuta dalle banche centrali

2) allo stesso tempo le regole sull’impacchettamento dei prestiti in titoli derivati

3)  le politiche di tassi bassi»

*

«A patto che le banche centrali non siano costrette ad alzare i tassi molto rapidamente: in questo caso il castello del debito (per larga parte a tasso variabile) potrebbe crollare.»


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«mercato obbligazionario che è passato da un valore di 44mila miliardi a 49mila miliardi.»

*

«Da poche settimane però qualcosa è cambiato»

*

«Il Bund tedesco è tornato in area 0,5%, il Treasury Usa al 2,3%, il BTp italiano a 2,2%. I Gilt britannici si sono impennati di 35 punti base dall’1% all’1,35% e così via, senza eccezioni di sorta»


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A 10 anni dalla crisi subprime il debito globale esploso a 215mila miliardi. Si rischia l’effetto supernova?

I dati sono incontrovertibili. Oggi il mondo può dire di aver messo alle spalle l’ultima grande crisi finanziaria (bolla dei derivati subprime scoppiata negli Usa del 2007) ma il prezzo da pagare è stato quello di veder crescere nel frattempo il debito globale (sia pubblico che privato) di 70mila miliardi. Si tratta di una cifra enorme. Per intenderci, come metro di paragone basta ricordare che la capitalizzazione globale delle Borse ammonta a 72mila miliardi di dollari. Oppure che ogni anno il mondo genera un Pil di 77mila miliardi.

Sta difatti che il debito pubblico mondiale è oggi pari a 215mila miliardi (il 325% del Pil globale), di cui 70 (quindi un terzo) accumulato negli ultimi 10 anni. A questo punto è evidente che il mondo avrebbe tecnicamente meno munizioni per reggere l’onda d’urto di un nuovo grave shock finanziario.

«Il debito globale è cresciuto, principalmente sulla scorta degli stimoli anti-ciclici sia automatici che discrezionali, che avevano l’obiettivo di stabilizzare l’economia mondiale dopo la grande crisi finanziaria – spiega Francis Scotland, director of global macro research di Brandywine Global (Gruppo Legg Mason) -. Nel mondo sviluppato, le politiche fiscali sono tendenzialmente finalizzate a sostenere i consumi e ridurre la disoccupazione nei momenti di recessione. Così, quando l’economia globale è crollata nel 2009, i deficit di budget si sono gonfiati ed il tasso di crescita del debito pubblico ha avuto un’impennata. In senso letterale, l’economia mondiale per gran parte degli ultimi nove anni si è poggiata sulla finanza pubblica. Non possiamo sapere cosa sarebbe accaduto se il debito non fosse cresciuto, ma probabilmente ha evitato o perlomeno rinviato un’altra grande depressione».

Inoltre, sono state adottate molte misure discrezionali per supportare gli stimoli alla crescita. «Per esempio – prosegue Scotland – gli Stati Uniti hanno emesso debito per ricapitalizzare il loro sistema finanziario. Tuttavia, è la Cina il Paese in cui il credito è cresciuto in maniera più evidente. Nel 2009 il governo di Pechino ha aumentato il debito e la spesa di 4 triliardi di renminbi (pari a 586 miliardi di dollari statunitensi), vale a dire più del 10 per cento del Pil cinese. Questa massiccia iniezione di liquidità nell’economia cinese faceva parte del pacchetto di stimolo coordinato dal G20 per stabilizzare la crescita globale».

La domanda è se ci sono in questo momento i germi di una nuova crisi finanziaria globale, tale da mettere in ginocchio la ripresa economica e le prospettive di crescita delle future generazioni.

C’è chi se lo chiede con insistenza negli Stati Uniti dove a marzo il livello dell’indebitamento delle carte di credito revolving ha raggiunto gli stessi livelli d’allarme del 2008, superando quota 1.000 miliardi di dollari.

La soglia critica dei 1.000 miliardi è stata recentemente superata anche nella categoria dei prestiti per l’auto, un indice molto seguito dagli investitori dato che molto sensibile alla categoria subprime (secondo alcune statistiche circa un terzo dei prestiti auto di Capital One Financial, uno dei big del settore, sarebbe destinato alla categoria subprime).

Così come è stata superata anche nell’universo dei prestiti per studenti. L’indebitamento in quest’area ha oltrepassato i 1.300 miliardi, ed è praticamente raddoppiato in otto anni.

Quindi non c’è da dormire sonni tranquilli. Anche se va detto che al momento dagli Usa il rischio di una subprime 2.0 è ancora lontano. Se consideriamo infatti il livello di indebitamento medio delle famiglie in rapporto all’andamento crescente del Pil, notiamo che negli ultimi anni è calato al 72% del Pil.

Ci sono altri tre fattori che disinnescano le paure di una nuova supernova: 1) una buona fetta del debito globale è oggi detenuta dalle banche centrali (basti pensare che negli ultimi 8 anni solo la Federal Reserve e la Bce hanno pompato sul sistema liquidità aggiuntiva acquistando titoli di debito per un controvalore superiore agli 8mila miliardi); 2) allo stesso tempo le regole sull’impacchettamento dei prestiti in titoli derivati (la vera causa della crisi subprime) sono più stringenti; 3) così come va detto che le politiche di tassi bassi (quando non azzerati) delle banche centrali hanno spinto molte società ad aumentare l’emissione di debito obbligazionario (talvolta paradossalmente finalizzato a operazioni di buy-back, riacquisto di azioni proprie).

Quindi, c’è sì da stare all’erta per seguire l’evolversi della faccenda del debito ma allo stesso tempo non sembra che ci siano le premesse per avere paura. A patto che le banche centrali non siano costrette ad alzare i tassi molto rapidamente (scenario tuttavia remoto). In questo caso il castello del debito (per larga parte a tasso variabile) potrebbe crollare.


Bond, ecco la nuova onda del “reflation trade”. Quanto durerà?

A settembre il valore globale dei bond è diminuito di 600 milioni di dollari. I rendimenti dei principali titoli di Stato sono risaliti. Gli investitori sono pronti a catalogare questo movimento come “reflation trade”. Non è la prima volta che i mercati imboccano questa strada. Recentemente è già accaduto lo scorso novembre. Dopo la vittoria di Trump i rendimenti dei bond si sono impennati e il mercato globale dei bond ha perso fino all’ultimo Natale qualcosa come 3mila miliardi di dollari.

A dare la scossa allora è stata l’elezione di Donald Trump che in campagna elettorale ha promesso una “fenomenale” riduzione fiscale per le imprese. Una riforma teoricamente inflazionistica nella misura in cui gonfia gli utili delle aziende e, a cascata, potrebbe impattare positivamente anche su salari e consumi.

Il “reflation trade” – che per certi versi ripristina la storica correlazione inversa tra azioni e bond dato che, mentre i secondi vengono venduti e di conseguenza i rendimenti salgono andando ad incorporare nuove stime inflative, le azioni vengono acquistate proprio sulla scommessa di maggiori utili aziendali – si è però sgonfiato a inizio anno quando gli investitori hanno compreso le difficoltà di Trump a mantenere le sue promesse. Il banco di prova è stato il flop sull’abolizione della riforma sanitaria tanto caro al suo predecessore Barack Obama. Da inizio anno i rendimenti dei bond sono tornati a scendere, di pari passo alle stime di inflazione. Quindi sono tornati gli acquisti sul mercato obbligazionario che è passato da un valore di 44mila miliardi a 49mila miliardi.

Da poche settimane però qualcosa è cambiato. Come visto sopra sono tornate e vendite sui bond e i tassi si sono riposizionati un po’ più in alto. Il Bund tedesco è tornato in area 0,5%, il Treasury Usa al 2,3%, il BTp italiano a 2,2%. I Gilt britannici si sono impennati di 35 punti base dall’1% all’1,35% e così via, senza eccezioni di sorta.

Stiamo parlando di tassi a lungo termine (titoli a 10 anni) e quindi la politica monetaria in questo territorio impatta meno. Se osserviamo il Treasury a 2 anni è più che normale che il rendimento sia passato in pochi giorni dall’1,2% all’1,46%, proprio dopo le parole del governatore della Fed Janet Yellen che ha confermato di voler alzare i tassi a dicembre, scenario prima non prezzato dalle classi di investimento.

Ma il fatto che stiano salendo anche i titoli della parte lunga della curva indica che gli investitori sono tornati a puntare un nuovo “cheap” su uno scenario da “reflation trade”. E ancora una volta qui c’entra Trump. In questa settimana infatti il presidente ha presentato al Congresso la proposta di riforma fiscale. È certamente meno aggressiva rispetto alla precedente (che puntava a una riduzione dell’aliquota fino al 12,5%) perché l’intento di abbassare l’aliquota sugli utili al 20%, ma certo sarebbe comunque significativa.

Ecco perché i bond sono tornati sulle montagne russe. La “fenomenale” (o quasi) riforma fiscale promessa da Trump è tornata nell’agenda setting finanziaria. A differenza di 10 mesi fa però i mercati dovrebbero essere meno aggressivi nella puntata e quindi il “reflation trade” potrebbe durare meno del precedente (durato 3 mesi) ed essere comunque meno violento. Perché tra il dire e il fare c’è di mezzo il partito democratico Usa che potrebbe, così come ha fatto quattro volte per la riforma sanitaria, ergere un nuovo muro anti-Trump.

 

Pubblicato in: Banche Centrali, Finanza e Sistema Bancario, Unione Europea

Banca Leonardo. Altro regalo fatto ai francesi.

Giuseppe Sandro Mela

2017-11-07.

2017-11-07__banca_leonardo__001

Banca Leonardo è la principale banca di investimento italiana.

«Banca Leonardo nasce a Milano nell’ottobre 1999.

Nell’aprile 2006, un gruppo di primari investitori europei coordinati da Gerardo Braggiotti acquista e ricapitalizza Banca Leonardo, con l’obiettivo di creare la prima banca d’investimento privata e indipendente in Italia e diventare leader nei mercati di riferimento attraverso sistemi evoluti di consulenza, approccio individuale differenziante e di lungo termine, servizi a elevato valore aggiunto, professionalità e competenza.

Oggi, anche a seguito di importanti investimenti e operazioni di finanza straordinaria finalizzate al rafforzamento del core business, Banca Leonardo è focalizzata sul Wealth Management, direttamente e tramite le proprie controllate, in Italia e Svizzera.

L’internazionalità della compagine azionaria, l’assenza di soci di estrazione bancaria e una gestione fortemente manageriale sono caratteristiche che rafforzano l’indipendenza operativa di Banca Leonardo, garantita anche da un team di professionisti di comprovata esperienza e professionalità.»

*

Board of Directors.

– Chairman: Gerardo Braggiotti

– CEO and GM: Claudio Moro

– Director: Miguel Abello Gamazo

– Director: Gian Giacomo Attolico Trivulzio

– Director: Enrico Vellano

– Director: Francesco Orsi

– Director: Gilles Samyn

*

Main Shareholders. (fino al 2017-11-06)

– Swilux (Frère Group) – 18,3%

– Eurazeo – 18,3%

– Exor – 16,5%

– G.B.H. – 9,9%

– Torreal – 4,6%

– Allianz – 2,8%

– Italmobiliare – 2,8%

– Micheli Associati – 2,8%

– Is.Co. – 2,6%

– Edizione – 1,8%

*

Questo potrebbe anche non essere l’ultimo regalo che il partito democratico fa ai suoi antichi patroni, che tanto hanno beneficiato la sua dirigenza.

In fondo, la gratitudine altro non è che l’attesa di ulteriori benefici.

Poi, alla fine, in primavera si potrà bene andare alle elezioni.


Sole 24 Ore. 2017-11-07. Banca Leonardo acquisita dai francesi di Indosuez Wealth Management

Banca Leonardo viene acquisita da Indosuez Wealth Management. La società del gruppo Credit Agricole, specializzata nel wealth management globale, ha annunciato di aver rilevato una quota di maggioranza della banca italiana attraverso un accordo fra la sua controllata CA Indosuez Wealth (Europe) e i principali azionisti di Banca Leonardo, vale a dire GBH, Exor, Eurazeo, Swilux e Torreal. Il pacchetto di azioni che passa di mano è pari al 67,67% di Banca Leonardo.

CA Indosuez Wealth (Europe) offrirà agli altri azionisti della società italiana di rilevare le loro azioni allo stesso prezzo e condizioni, in modo da arrivare a controllare il 100% della banca. L’operazione dovrà ottenere l’approvazione dalle competenti autorità e dovrebbe essere perfezionata nel corso del primo semestre del 2018. L’impatto della transazione sul Cet1 ratio di Credit Agricole CA e del gruppo Credit Agricole sara’ inferiore a 5 punti base, precisa al nota.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo

Debito sovrano italiano. E moh, che fammo?

Giuseppe Sandro Mela.

2017-10-27.

Titanic 002

Qualche bello spirito soleva cinguettare che il debito sovrano non sarebbe mai stato un problema, che avrebbe potuto crescere anche all’infinito.

Peccato che questa simpaticissima teoria sarebbe stata in piedi solo ed unicamente ad una condizione: che ci fossero sempre persone disposte a comprare i bond italiani.

E qui i nodi arrivano al pettine.

Alla gente non passa nemmeno per l’anticamera del cervello di comprare i titoli di stato italiani. Se non fosse intervenuta a comprarli la Banca Centrale sarebbero nel cestino della carta straccia.

«The entire eurozone will face a crucial test when the European Central Bank begins to wind down its asset-buying program, but one country stands to lose the most as the monetary punch bowl is taken away: Italy»

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«Italy has particularly benefited from the ECB’s quantitative easing program that began in 2015, as it’s been one of the biggest bond issuers in the currency union»

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«The central bank has purchased 300 billion euros ($352.9 billion) of Italian bonds under the program, which is more than three times the net bond issuance for the country during that period»

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«That means the ECB has not only bought pretty much all new bonds issued in Italy since 2015, but also existing bonds from other investors»

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«the big sellers of Italian debt to the ECB have been foreigners, Italian households and Italian retail investors»

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«the private investors now own less compared to before the QE program started»

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«That could make it particularly hard for the Italian Treasury to lure in new buyers, unless they make the bonds more attractive»

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«They would have to adjust for risk and that would lead to lower prices and higher yields»

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Banca di Italia ha pubblicato il 21 settembre 2017 il Report:

Sviluppo dell’economia e stabilità finanziaria: il vincolo del debito pubblico

da cui estraiamo la seguente figura.

2017-10-27__Pil__001

Come si constata, ad una riduzione del debito sovrano corrisponde un incremento del pil. Nel converso, ad un incremento del debito sovrano corrisponde un decremento del pil. Non inganni il fatto che i valori siano qui rappresentati come rapporto debito / pil: il calo del pil a denominatore non giustifica di per sé gli andamenti. Il pil è sceso grosso modo del 10% mentre il debito è aumentato circa del 20%.

Questo grafico serve a dare l’idea intuitiva dei rapporti intercorrenti tra queste due grandezze, smentita vivente, purtroppo, di molte teorie economiche egemoni. Purtroppo non certo per le teorie, quanto piuttosto per il povero popolo italiano.

Bene.

Adesso si arriva al punto centrale.

«That could make it particularly hard for the Italian Treasury to lure in new buyers»

Già: il Tesoro dovrà trovarsi qualcuno che compra bond nuovi emessi da uno stato indebitato fino al collo e con i conti che fanno acqua (rossa) da tutte le parti.

La conseguenza sarà semplice: ribasso delle quotazioni ed innalzamento della resa.

Ne consegue, come minimo, un maggior aggravio per le casse dello stato.

Ma la situazione potrebbe anche tracollare.

E che dice questo governo?

après nous, le déluge“.


Market Watch. 2017-10-26. Why Italy faces worst shock in Europe as ECB prepares to taper bond buys

The entire eurozone will face a crucial test when the European Central Bank begins to wind down its asset-buying program, but one country stands to lose the most as the monetary punch bowl is taken away: Italy.

Saddled with mountains of debt and a looming election, the southern European nation will likely struggle to find buyers for its government bonds when the European Central Bank stops snapping up Italian debt over the coming years, according to Christian Schulz, European economist at Citigroup. That means yields are set to rise, potentially strangling the country’s nascent recovery.

“It comes at a difficult time. At the moment political uncertainty is rising and the ECB pulling out of the market just makes [the end of quantitative easing] so much harder on Italy than other countries,” Schulz said.

“They have a huge pile of debt, which makes the country much more sensitive to interest rate changes than countries with smaller piles of debt,” he said.

Italy has particularly benefited from the ECB’s quantitative easing program that began in 2015, as it’s been one of the biggest bond issuers in the currency union. The central bank has purchased 300 billion euros ($352.9 billion) of Italian bonds under the program, which is more than three times the net bond issuance for the country during that period, according to Schulz. That means the ECB has not only bought pretty much all new bonds issued in Italy since 2015, but also existing bonds from other investors.

The ECB is widely expected to announce some sort of tapering at its monetary policy setting meeting on Thursday, and most economists expect the asset purchases to end altogether in late 2018.

 “There are pretty clear trends over this [QE] period that the big sellers of Italian debt to the ECB have been foreigners, Italian households and Italian retail investors. Not so much other domestic investors, like the banks, which have actually kept their holdings relatively stable,” Schulz said.

“So the question is who of these groups could jump in as a buyer if the ECB reduces their exposure and what does that mean for yields in Italy,” he said.

Not everyone is as downbeat on the outlook, however. Luca Cazzulani, deputy head of fixed-income strategy at UniCredit in Milan, doubts Italy will have problems filling the ECB’s QE gap as the central bank is expected to maintain some degree of bond buying through most of next year.

“Because there has been a net transfer of bonds from private investors to the ECB, it must mean that the private investors now own less compared to before the QE program started,” he said. “There should be room for these other types of investors to step back to sort of restoring what they originally had.”

Bad timing with uncertain election.

Other countries are facing the same question of how to plug the ECB hole, but Italy has two things specifically going against it: 1) An election in 2018, with several euroskeptic parties making headway in the polls, including former prime minister Silvio Berlusconi’s Forza Italia party. And 2) concerns over debt sustainability.

That could make it particularly hard for the Italian Treasury to lure in new buyers, unless they make the bonds more attractive, according to Schulz from Citigroup. The economist said foreign buyers might be hard to convince because they are exposed to hypothetical devaluation risks in the—albeit unlikely—event that Italy leaves the eurozone and returns to its old currency, the lira.

Retail investors don’t have to worry about that to the same extent, but with yields still near historic lows, they have a swath of investment alternatives that could offer better returns, such as corporate debt and stocks, Schulz said.

That leaves Italy with a simple option:

“They would have to adjust for risk and that would lead to lower prices and higher yields,” Schulz said. “And that’s one of the reasons we think Italian yields will rise next year.”

Citi sees the spread between Italian TMBMKIT-10Y, -3.36%  and German TMBMKDE-10Y, -13.32%  10-year yields widening to 250 basis points next year, also due to the uncertainty ahead of the election. That would be the highest since 2013—the height of the eurozone sovereign debt crisis. The spread is currently around 160 basis points. The yield on 10-year Italian paper traded around 2.041% on Thursday.

For investors with a steady hand, that could create opportunities, however. Citi expects the political jitters to be transitory next year and that a euro-friendly coalition ultimately will emerge after the election and keep Italy in the currency union.

“That means once that political uncertainty recedes, yields will go back down again to some degree. If you are confident that will be the outcome, then there may be opportunities next year where you can benefit from markets being more concerned about politics than you as an investor are,” Schulz said.

Pubblicato in: Banche Centrali, Unione Europea

Ecb dimezza gli acquisti titoli a partire da gennaio.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-10-26.

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«La Bce, …. dimezza gli acquisti di titoli a partire dal prossimo gennaio. Il Quantitative easing dunque passa da 60 a 30 miliardi di acquisti mensili, a partire dal gennaio e almeno fino a settembre, ma anche oltre se necessario. La Bce ha peraltro ribadito che «se le prospettive diverranno meno favorevoli o se le condizioni finanziarie risulteranno incoerenti con ulteriori progressi verso un aggiustamento durevole del profilo dell’inflazione, il consiglio direttivo è pronto a incrementare il programma in termini di entità e o durata».

Ora tutte le attese sono sulla conferenza stampa di Mario Draghi, che spiegherà nel dettaglio le decisioni assunte dal Consiglio.

«Non abbiamo discusso di scenari alternativi. Devo dire – ha commentato Draghi – che c’è stata un’atmosfera molto positiva in cui tutti i governatori hanno sottolineato la forza perdurante dell’economia e i riflessi sul mercato del lavoro dove sono stati creati 7 milioni di posti di lavoro in quattro anni». Tuttavia resta che «per fruire appieno dei benefici derivanti dalle nostre misure di politica monetaria, le altre politiche devono fornire un contributo decisivo al rafforzamento del potenziale di crescita a più lungo termine e alla riduzione delle vulnerabilità».

Draghi ha sottolineato che «l’attuazione delle riforme strutturali va considerevolmente accelerata per consolidare la capacità di tenuta, ridurre la disoccupazione strutturale e rafforzare il potenziale di crescita e la produttività nell’area dell’euro». Per quanto concerne le politiche di bilancio, ha aggiunto Draghi, «a tutti i paesi gioverebbe intensificare gli sforzi per conseguire una composizione delle finanze pubbliche piu’ favorevole alla crescita».» [Sole 24 Ore]

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In sintesi: da gennaio gli easing saranno dimezzati, con tutte le relative conseguenze.

Il Governatore Draghi ha poi ribadito un concetto su cui ritorna da anni, ed in modo sempre più accorato.

«per fruire appieno dei benefici derivanti dalle nostre misure di politica monetaria, le altre politiche devono fornire un contributo decisivo al rafforzamento del potenziale di crescita a più lungo termine e alla riduzione delle vulnerabilità»

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«l’attuazione delle riforme strutturali va considerevolmente accelerata per consolidare la capacità di tenuta, ridurre la disoccupazione strutturale e rafforzare il potenziale di crescita e la produttività nell’area dell’euro»

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Senza riforme strutturali, ossia deburocratizzazione, senza abrogazione di leggi, norme e regolamenti che vincolano il sistema economico, tutte le misure prese dalla Banca Centrale andranno perse.

Questa era la sfida che i precedenti governi europei non hanno né saputo né voluto sfruttare, e che i governi attuali avranno grande difficoltà a recepire.

L’era del socialismo ideologico è finita.

Pubblicato in: Banche Centrali

La Boschi può stare nel Cdm del 27? Circolare BI 263 del 27/12/2006.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-10-24.

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Banca di Italia aveva disposto la Circolare n. 263 del 27 dicembre 2006 sulle «Nuove disposizioni di vigilanza prudenziale per le banche». Tale testo è stato rivisto ed aggiornato il due marzo 2012.

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Buona parte del testo della circolare verte su tutte le misure da prendersi per tutelare la Banca Centrale dall’esposizione a potenziali conflitti di interesse.

«definiscono criteri di designazione dei rappresentanti negli organi societari e nelle funzioni direttive delle imprese partecipate, finalizzati a limitare i conflitti di interesse. La scelta di tali soggetti deve essere basata sulla professionalità ed esperienza in relazione all’incarico e sull’indipendenza rispetto alle funzioni aziendali potenzialmente in conflitto. Nel caso di partecipazioni qualificate in imprese non finanziarie, deve essere evitata la designazione negli organi e nelle funzioni direttive delle imprese di esponenti aziendali della banca partecipante e della capogruppo nonché di altri soggetti che, all’interno della banca o del gruppo bancario, svolgono funzioni o ricoprono responsabilità in potenziale conflitto d’interessi. Particolare attenzione deve essere prestata al corretto esercizio dei poteri di direzione e coordinamento, in modo da attenuare i rischi derivanti dai connessi profili di responsabilità.»

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È un lungo e dettagliato elenco di norme prudenziali. Nessuno mette in dubbio la perfetta buona fede e la profonda conoscenza professionale della gente, la specchiata e cristallina procedura decisionale. Si cerca soltanto di non mettere in tentazione alcuno.

Solo i soliti malpensanti cronici direbbero come sia imprudente mettere un gatto a guardia del lardo.

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Orbene.

Il Governatore Visco si è attirato nemici troppo potenti, gente che avrebbe potuto essergli amica se fosse stato un po’ più accomodante, un po’ più comprensivo dei loro problemi e delle loro esigenze. Si è rifiutato di farli diventar straricchi a spese del pubblico erario: un reato agli occhi dei pidiini ancor peggio di quello dell’omofobia.

Il 27 ottobre dovrebbe tenersi un Consiglio dei Ministri che dovrebbe decidere la nomina di un nuovo Governatore della Banca Centrale. A differenza dagli Stati Uniti, la nomina non deve essere ratificata dal Senato.

Nel Consiglio dei Ministri siede la Ministressa Boschi, il cui padre Pier Luigi è state a lungo oggetto di attenzione e verifica da parte della Banca Centrale stessa. Pier Luigi Boschi infatti è anche stato multato con 120,000 euro per le sue attività dubbie nel Banco di Etruria. Titolare solo di un modestissimo orto, ovviamente non potrà pagare la multa.

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Quale mai sarà la causa prima del tutto?

Semplice: nel consiglio di amministrazione di Banca Etruria sedevano un gruppetto di poveracci nullatenenti:

«Le Visure camerali e catastali degli interessati, tra cui anche il padre di Maria Elena, avevano certificato che gli ex vertici della banca sono dei nullatenenti. Non hanno niente».

Ma chi non ha niente non sa gestire niente.

Nullatenenti a gestire miliardi?

Figlie di multati da Bankitalia nel Consiglio dei Ministri che nominerà il successore del Governatore che ha fatto indagare papà Boschi?

Si potrebbe scommettere che il nuovo Governatore sarà Pier Luigi Boschi.