Pubblicato in: Persona Umana

Cina. Shanghai Leishang accusata di ‘razzismo’.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-05-30.

 Ira 007

Treccani definisce il razzismo come:

«Concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze. È alla base di una prassi politica volta, con discriminazioni e persecuzioni, a garantire la ‘purezza’ e il predominio della ‘razza superiore’.»

*

Non è facile poter affrontare di questi tempi codesto tema in termini che siano ragionevolmente oggettivi: è troppo vissuto a livello viscerale e, soprattutto, di presunto facile ritorno in termini di prestigio culturale, sociale, politico ed economico.

Pur tuttavia, cercheremo di fare il possibile negli angusti spazi di un articolo internet.

(1). Ogni persona umana, per il solo fatto di essere nato da donna unitasi al maschio nel vincolo d’amore, gode di una sua intrinseca quanto inalienabile dignità alla vita ed al comune e generale rispetto.

(2). Similmente, Collettività che si siano formate attorno alla condivisione di alcuni valori eticamente corretti dovrebbero godere di altrettanta dignità, meritevole di generale rispetto.

(3). Una cosa è però la persona umana ed una totalmente differente il contenuto operazionale, le azioni, della medesima. Se il rispetto alla persona umana è atto dovuto di giustizia, ciò non toglie che pensiero ed azioni possano o meno essere condivise. Di conseguenza, sebbene nessuno sia spregevole in sé e per sé, ciò che pensasse e facesse potrebbe esserlo: difficile non condannare un omicidio. Ma la condanna dell’omicidio, atto in sé perverso, non implica il degrado della persona che lo ha compiuto. Il tutto, ovviamente, non esclude per nulla la pena conseguente, anche quella capitale sotto le dovute circostanze: pena da erogarsi a tutela della Collettività, ma pur sempre nel rispetto della persona.

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Sintetizzando, ogni comportamento di rapporto umano dovrebbe sempre soggiacere almeno ai canoni più elementari di giustizia ed etica conseguente.

Ci si pensi bene.

Senza giustizia ed etica oggettivamente determinabili e determinate, il concetto stesso di “razzismo” resterebbe indeterminato: sarebbe denaturato al livello di opinione opinabile ed opinata.

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L’illuminismo ed i suoi succedanei, i giacobini, Hegel, Marx ed epigoni hanno diametralmente rovesciato i termini della questione. Dapprima hanno valorizzato la componente sociale su quella individuale, e questo fu un benefico progresso intellettuale: la Collettività svolge un ruolo di grande importanza nella vita umana. Quindi hanno assolutizzato il concetto, ritenendone esclusivamente la componente sociale eliminando quella personale: posizione errata in quanto assume una parte per il tutto.

In questo contesto il concetto di persona umana è del tutto estraneo: indefinibile e quindi indefinito. Con esso scompare quindi il concetto ontologico di “razzismo”, per residuarne solo quello operazionale euristico. Immediatamente il termine degenera nel soggettivismo. In buona sostanza, è razzista ciò che la legge stabilisce esso sia.

Terribili le conseguenze. Poiché le leggi sono fatte, e fatte rispettare, da quanti dispongano delle leve del potere,

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Nel corso degli ultimi decenni il termine “razzismo” è stato inflazionato.

Ciò comporta la vanificazione del suo significato profondo e l’utilizzo ambiguo e spesso errato del termine, la cui definizione ed uso transita dalla sfera logica a quella meramente sensitiva, emotiva.

Da molti punti di vista, al momento sembrerebbe che il termine “razzista” sia diventato solo un insulto generico.

 

Aljazeera. 2016-05-28. Racist ad row: Chinese company blames foreign media

Shanghai Leishang Cosmetics says sorry for harm caused by foreign media’s “over-amplification” of ad.

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A Chinese detergent maker has blamed foreign media for whipping up controversy over an ad in which a black man “washed” by its product was transformed into an Asian man.

Shanghai Leishang Cosmetics apologised and said it strongly condemned racial discrimination but it pointed the finger at news reports for overblowing the ad, which first appeared on Chinese social media in March.

The company pulled it, though, after the clip went viral this week and drew both outrage and scores of media reports outside the country.

“We express regret that the ad should have caused a controversy,” the statement issued late on Saturday said. “But we will not shun responsibility for controversial content.”

“We express our apology for the harm caused to the African people because of the spread of the ad and the over-amplification by the media,” the company said.

“We sincerely hope the public and the media will not over-read it.”

 

 

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Pubblicato in: Pagliacci, Parassiti

Pensioni. I dipendenti pubblici sono il 15.67% e lucrano il 33.69%.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-05-31.

 Ghigliottina

L’Inps ha rilasciato l’aggiornamento statistico sulla situazione pensionistica nazionale.

Documento ampio e complesso, dal quale estrarremo e presenteremo in fotocopia tre sole tabelle, che suggeriremmo di leggere con molta cura: in fondo sono denari del Contribuente. Sono denari Vostri.

  • Per capire donde vengano le cifre riportate e trattate è fondamentale leggere prima il report Istat “Trattamenti pensionistici e beneficiari“: senza averlo letto i conti potrebbero apparire pochi chiari.
  • Si ricordi come siano confluiti nell’Inps anche molti enti di previdenza di dipendenti di pubbiche amministrazioni, che formano contabilità separate, dei quali l’Inps, ossia il Contribuente, si è assunto l’onere delle passività. In particolare, le pubbliche amministrazioni non avevano versato i contributi pensionistici, diventando così i più elevati evasori della storia nazionale.

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2016-05-31__Pensioni__000

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Facciamo adesso un semplicissimo conto.

– A tutto il 31/12/2014 erano erogati 23,316,004 trattamenti pensionistici, per un onere di 277.067 miliardi. Di questi, 4,279,258 trattamenti erano assistenziali, per un onere di 22.067 miliardi. Nel complesso, una cfra modica, ricordando che sono assegni assistenziali.

– A tutto il 1° gennaio 2016 erano presenti 18,136,820 pensionati di gestione Inps, per un onere complessivo annuo di 196.818 miliardi di euro.

– Sempre a tale data, erano presenti 2,841,815 pensionati a carico della Gestione Dipendenti Pubblici, per un onere complessivo annuo di 66.309 miliardi di euro.

– Il rapporto percentuale tra il numero dei pensionati di dipendenza dalla Gestione Dipendenti Pubblici ed il numero di quelli di dipendenza Inps ammonta al 15.67% (100 * 2,841,815 /  18,136,820).

– Il rapporto percentuale tra l’onere dei pensionati di dipendenza dalla Gestione Dipendenti Pubblici e l’onere di quelli di dipendenza Inps ammonta al 33.69% (100 * 66.309 / 196.818).

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Conclusione.

I dipendenti pubblici in pensione rappresentano il 15.67% dei pensionati ma assorbono il 33.69% delle risorse.

Dicono che hanno versato più contributi? Ma la maggior quota dei contributi è a carico del datore di lavoro: piantiamola lì di dire che è lo “stato“. Non solo:

Nella fusione con l’Inpdap è passato all’Inps anche un enorme passivo patrimoniale

Siamo noi Contribuenti i loro datori di lavoro: i soldi dei contributi versati sono i nostri.

Difficile non chiamarli parassiti.

Nota.

Alla fine del settecento in Francia i nobili costituivano una casta intoccabile, costituitasi proprio sui “diritti precostituiti“.

Ghigliottina in funzione e fine di tale parassitismo.

Non verrà mai troppo presto.

Pubblicato in: Demografia, Geopolitica Europea, Persona Umana

1647 Grazie ai Signori Lettori.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-05-30.

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Presto questo uomo sarà un ricercato.

Schulz_Martinus__die_15_Novembris_2013

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Il trenta marzo abbiamo pubblicato una vignetta che a nostro sommesso parere esprimeva con un sorriso un concetto fondamentale, che avrebbe dovuto essere facile da comprendersi.

Abbiamo raggiunto le 1,647 condivisioni ed oltre 272 “mi piace”: letto da oltre quindicimila persone.

Un grazie doveroso a tutti.

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Il problema non sono i migranti, né tanto meno la loro razza o la loro religione.

Il problema è di noi europei, di noi occidentali.

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Forse che ci siamo dimenticati di quando i nostri avi pigliavano un sacco oppure una valigia di cartone e migravano negli Stati Uniti, in Argentina, in Australia, in Germania per cercare un lavoro, magari agli inizi anche poco dignitoso, purché fosse lavoro?

Signori, fame e miseria sono davvero cattive compagnie.

Una nazione i cui governanti non abbiano saputo dare un lavoro decente, anche se duro, ai loro governati hanno fallito il compito loro affidato. Senza nessuna possibilità di appello.

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Il fatto è che molte componente poltiche e sociali occidentali hanno usato e stanno usando i migranti come un grimaldello, un piede di porco, per scardinare il sistema sociale ed economico europeo.

Li usano anche nel più cinico dei modi. Come bestie da macello.

Queste componenti, ascrivibili in gran parte alla sinistra continentale, ai partiti socialisti o socialdemocratici ideologizzati, hanno per decenni portato avanti delle politiche scotennate nei confronti delle nascite e della famiglia.

Dapprima allargando oltremodo le maglie a separazioni e divorzi, dei quali residua indissolubile solo l’obbligo al mantenimento del coniuge economicamente più debole. Clausola sulla quale molte persone si son costruite una rendita permanente fin che morte non sopravvenga.

Poi con una scriteriata campagna di limitazione delle nascite tramite ogni sorta di anticoncezionali, arrivando fino all’assassinio volontario di primo grado che è l’aborto.

Gli europei ne hanno ucciso un po’ più di un milione all’anno: almeno cinquanta milioni. Uno sterminio, un vero e proprio genocidio.

Poi, alla fine, strillano all’allarme rosso della crisi demografica, dapprima artatamente e volontariamente provocata, quindi invocata come ragione suprema a giustificazione dell’immigrazione.

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Si badi bene: leggete per cortesia con attenzione!

Una cosa è un’immigrazione regolamentata da leggi e normative, ed una totalmente differente è l’immigrazione selvaggia, illegale.

Il discrimine sta proprio in questo termine, che riassume un ben preciso significato: “illegale”.

Le sinistre europee hanno patrocinato l’illegalità.

È questo che noi condanniamo con forza.

A ciò si aggiunga l’uso abiettamente sfrontato della religione islamica.

Di per sé, nulla da dire, la religione islamica merita ogni forma di rispetto.

Ma quando le sinistre la hanno posta in antitesi con la religione tradizionale in odio a questa e per scardinare le tradizioni, hanno fomentato, e continuano a fomentare artificiose guerre di religione, che esistono soltanto perché loro le vogliono e le impongono.

Non conosco un musulmano, uno che sia uno, al quale possa dare fastidio avere nell’aula della scuola dei loro figli un Crocefisso appeso, oppure che vi si celebri il Santo Natale.

Danno fastidio ai socialisti, alle sinistre ideologiche, mica agli islamici. Che poi si trovi sempre un qualche islamico che si lamenti è cosa ben  comprensibile: nel mucchio e ben remunerato si trova sempre qualcuno.

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Lo scempio che l’umanità ha vissuto lo scorso anno con un milione di migranti che hanno attraversato a piedi i Balcani grida vendetta a Dio ed agli uomini. Ma non si venga a dire che era un fenomeno spontaneo.

Organizzare e dare supporto logistico alla migrazione a piedi di un milione di persone per oltre millecinquecento kilometri è uno sforzo organizzativo di elevata portata e di un costo esorbitante.

L’unico motivo di consolazione è che i socialisti ideologizzati ed organizzati nell’internazionale stanno scomparendo sia in Francia, sia in Germania, sia in Austria.

Le elezioni li stanno spazzando via.

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Ripetiamo per chiarezza.

La colpa di quanto è accaduto e di quanto sta accadendo non è né dei migranti né dell’Islam: è dei socialisti nostrani.

Pubblicato in: Geopolitica Europea, Unione Europea

Libia. Almeno 700 migranti morti in quattro giorni.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-05-30.

 Scafisti 001

«it may seem surprising that the authorities noticed nothing»

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«It is feared that at least 700 migrants have drowned since Thursday trying to make the crossing from Libya to Europe»

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«According to the United Nations Refugee Agency, 500 people perished in a single capsizing on Thursday»

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«another 100 died in a second sinking»

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«The Sudanese captain of the first boat is supposed to have cut the rope, decapitating a woman when the line snapped back»

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Abbiamo già ripetuto molte volte che se il drammatico destino dei migranti commuove nel profondo e spinge a mettere in atto ogni possibile azione umanitaria nei loro confronti, nel contempo non si nutre alcun senso di pietà nei confronti di quanti fomentano guerre, carestie e disastri di ogni tipo che obbligano la gente a fuggire. Similmente, riteniamo che i trafficanti non meritino pietà alcuna e siano da neutralizzare con ogni possibile mezzo, ivi compresi quelli militari.

Orbene.

Una normale ricognizione aerea dovrebbe essere più che in grado di identificare i barconi quando raggiungono la Libia e bordeggiano fino al punto di attracco ed imbarco.

Bene. Basterebbero pochi colpi di mitragliera e sarebbero affondati. E con loro gli scafisti.

Niente barconi, niente tentativi di attraversamento del mare.

Gli scafisti morti non recidivano e dissuadono quelli che nutrissero simili pruriti. Trattare gli scafisti con i guanti di velluto significa solo indurne altri a delinquere, sicuri dell’immunità.

Siamo chiari: le cose basta solo volerle.

Di certo questi morti peseranno sulle nostre coscienze.

 

Libya Herald. 2016-05-29. At least 700 migrants have drowned in last four days

It is feared that at least 700 migrants have drowned since Thursday trying to make the crossing from Libya to Europe, as rescue ships struggled to cope with the people-traffickers’ armada of unseaworthy craft.

According to the United Nations Refugee Agency, 500 people perished in a single capsizing on Thursday and another 100 died in a second sinking. Rescuers pulled a further 45 bodies from the sea. Evidence gathered from among the no-less than 13,000 migrants saved in the past week alone, suggests that around 200 more may not have made it.

Patrol craft from Italy, Ireland and Germany, along with ships sent by humanitarian groups have been responsible for most of the rescues. One Italian official said that the sheer number of migrant craft being launched by the traffickers was making it extremely difficult to coordinate a multiple life-saving operations.

A Save the Children spokesman, Giovanna Di Benedetto told AFP that survivors had claimed that 1,100 people had left Sabratha on Wednesday crowded into two fishing vessels and a dinghy.

“The first boat, carrying some 500 people, was reportedly towing the second, which was carrying another 500. But the second boat began to sink. Some people tried to swim to the first boat, others held onto the rope linking the vessels,” she said.

The Sudanese captain of the first boat is supposed to have cut the rope, decapitating a woman when the line snapped back. The second boat, with people crammed into its hold, then sank rapidly.

It is being reported that the Sudanese and three other suspected people-traffickers were arrested when they were brought ashore in the Sicilian port of Pozzallo.

Given the substantial number of migrants setting off from Libya within four days, it may seem surprising that the authorities noticed nothing.

 

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Geopolitica Europea, Pagliacci

Germania. Arriva la sinistra xenofoba e razzista, anti-islamica.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-05-30.

 Das Brandenburger Tor in Berlin

Non fanno più i comunisti di una volta. I Feliks Ėdmundovič Dzeržinskij, Nikolaj Ivanovič Ežov, Lavrentij Pavlovič Berija, Genrich Grigor’evič Jagoda e tutta l’allegra compagnia che percepisce lo stipendio il 20 del mese, tanto per intenderci.

Quelli facevano e poi, ma mica sempre, parlavano.

Se ci fossero loro a guidare il German Left Party, quello che i tedeschi si ostinano a chiamare Die Linke, altro che passare ad AfD: in quattro e quattro otto avrebbero preso di notte tutti i musulmani tedeschi e li avrebbero fatti fuori, non uno escluso. Aggiungendovi per buon peso anche Frau Merkel.

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Il fatto.

«[Mr. Gysi] is angry that his party has allowed the insurgent far-right Alternative for Germany (AfD) to poach from what he sees as the Left’s natural voter base – the working classes – especially in formerly communist eastern Germany»

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«In a new poll for the eastern state of Brandenburg, the AfD has leapfrogged the Left, jumping seven points to 20 percent to claim third place behind the Social Democrats and the Christian Democratic Union»

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«Meanwhile, in Berlin and Mecklenburg-Western Pomerania, two states holding elections in September, the AfD and the Left are now virtually neck and neck»

*

«in Berlin and Mecklenburg-Western Pomerania, two states holding elections in September, the AfD and the Left are now virtually neck and neck»

*

«Gysi professed himself “shocked, that the poor, the disenfranchised, the workers are voting for the AfD,”»

*

«We’re no longer the protest party in the East»

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«Germany should effectively disregard the Geneva convention on refugees’ rights, proved an open goal for the AfD, whose deputy leader Alexander Gauland, expressed his joy that, “the Left now sees this just like the AfD.”»

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«We’re no longer the protest party in the East»

Già. Il Brandenburg è sempre stato un voivodato della sinistra. La Linke perde consensi, e questi transitano ad Alternative für Deutschland, che ha già raggiunto il 20% nei sondaggi. Ma quadro simile nel Mecklenburg-Vorpommern, dove si voterà a settembre, subito dopo Berlino. Se l’Spd perde 16 punti percentuali, la Linke ne perde almeno tre, mentre la solita Alternative für Deutschland fa il pieno con il 18%.

Socialdemocratici e comunisti ortodossi stanno defezionando i vecchi partiti per confluire in Alternative für Deutschland, che si conferma ogni giorno che passa il partito dei lavoratori, delle masse povere se non misere della Germania.

Un fenomeno simile a quanto sta succedendo in Austria, ove l’FPOe raccoglie oltre il settanta per cento dei suffragi tra gli umili lavoratori manuali.

Già, tra quei poveracci che sgobbano alla produzione per mantenere i burocrati statali.

Oramai i partiti di sinistra sono diventati i partiti dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni e di quanti lucrano indebitamente sullo stato: sono la nuova edizione della nobiltà, i più retrivi dei conservatori.

Speriamo, anche se non ci crediamo, che bastino le elezioni a scalzarli dai loro privilegi.


Nota.

«The party is likely to lose votes, especially in East Germany, to the AfD, which has been gaining momentum since the onset of the refugee crisis last year. A large number of voters, who previously gave their vote to Die Linke as a form of protest against old-established politics, are expected to defect to the newly-formed rightwing party.» [Fonte]

La Linke ha preso posizione contro l’immigrazione islamica in Germania per frenare l’emorragia dei voti a favore di AfD.

Immediata la reazione:

Germania. Torte in faccia a parlamentari della sinistra. [Foto]

 

Deutsche Welle. 2016-05-26. Right-wing AfD poaching voters from German Left Party

Gregor Gysi is not happy. The hugely popular Left party veteran, who stepped down as parliamentary leader last year, has condemned his successors as “marrowless and feeble” ahead of this weekend’s party conference in Magdeburg.

The 68-year-old Gysi, who remains one of the Left’s most high-profile and charismatic MPs, is angry that his party has allowed the insurgent far-right Alternative for Germany (AfD) to poach from what he sees as the Left’s natural voter base – the working classes – especially in formerly communist eastern Germany.

In a new poll for the eastern state of Brandenburg, the AfD has leapfrogged the Left, jumping seven points to 20 percent to claim third place behind the Social Democrats and the Christian Democratic Union. Meanwhile, in Berlin and Mecklenburg-Western Pomerania, two states holding elections in September, the AfD and the Left are now virtually neck and neck.

Vying for the same voters

Gysi professed himself “shocked, that the poor, the disenfranchised, the workers are voting for the AfD,” in an interview with local media network “RND.” “We’re no longer the protest party in the East – more in the West.”

The old firebrand’s critique also extended to the party’s handling of the refugee crisis, suggesting that his party had failed to speak to those voters most vulnerable to an influx of potentially cheap labor into the country. “The welcome culture was right,” Gysi said, but the party should have shown they were fighting for better job offers for Germany’s underclass. “And we should have made clever suggestions for integration,” he said.

But Gysi, one of the German left’s most influential figures in the aftermath of the reunification and the collapse of communism in the East, remained mindful of party unity – and stopped short of criticizing his successor, Sahra Wagenknecht, directly.

In the aftermath of the New Year’s Eve sexual assaults in Cologne in January, Wagenknecht triggered much internal party dissent when she said, “Whoever abuses their guest’s rights has also forfeited their guest’s rights.” The remark, which suggested Germany should effectively disregard the Geneva convention on refugees’ rights, proved an open goal for the AfD, whose deputy leader Alexander Gauland, expressed his joy that, “the Left now sees this just like the AfD.”

Wagenknecht took back the remark a few days later – though she has raised the issue again when it came to caps on refugee numbers. An interview she gave to the “Berliner Kurier” in March, was headlined with a quote: “Not all the refugees can come.”

That again caused an internal party kerfuffle, with the Left’s chairwoman Katja Kipping distancing herself from her colleague, and feeling the need to reiterate the Left’s official policy: “We work on the underlying assumption that there is a basic right to asylum. And that we reject all upper limits,” Kipping said at the time. “We have shared this position widely. And that is the position of the party that I represent. And the other thing, one has to say, is not the position of the party.”

A common candidate?

But Gysi, whose retirement has perhaps not been quite complete enough for some party colleagues, has other ideas that haven’t gone down well with Wagenknecht. In another recent interview, he suggested that his party should join the Social Democrats and the Greens to back a common candidate to challenge Angela Merkel at next year’s general election.

This “red-red-green” candidate would, he said, represent “a real alternative” to voters, and likely be more effective than the SPD’s Sigmar Gabriel. Gabriel, currently vice-chancellor to Merkel and the man most likely to stand as his party’s candidate in 2017, is struggling for credibility as the SPD has stagnated as a junior partner in Merkel’s coalition.

Of course, Gysi argued, the three left-wing parties would have to find common ground on some basic points – weapons exports, wars, precarious job opportunities, pensions and ecological sustainability. “Everyone is fighting for themselves, but on these questions we could be united,” said Gysi.

But Wagenknecht comprehensively doused the idea on Thursday – and sent irritated barbs Gysi’s way. “For years we have offered the SPD and the Greens cooperation on the restoration of the social welfare state and a peaceful foreign policy,” she told the “WAZ” media group. “But a common chancellor candidate with parties who still stand for dismantling the welfare state, poverty pensions, precarious jobs, TTIP, and weapons exports to war zones – that really would make the Left narrowless and feeble.”

 

Deutsche Welle. 2015-10-13. Germany’s socialist Left party enters new era as Gysi steps down

The famous German leftist Gregor Gysi has passed the torch to the new leaders of the Left parliamentary faction, Sahra Wagenknecht and Dietmar Bartsch. Gysi’s successors aim to bridge divides within the party.

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Members of the largest opposition party in the German parliament, the socialist Left, elected the new parliamentary chiefs in a milestone vote on Tuesday.

The 46-year old Sahra Wagenknecht and 57-year old Dietmar Bartsch are taking over from Gregor Gysi, the party’s famous firebrand.

Gysi held the top position between 1990 and 2000, and came back to it again in 2005. His decision not to run again raised concerns over divisions in the party. But both the new leaders represents a political wing within the organization that succeeded the communist party that governed East Germany.

Unity and conflict

While Bartsch has a reputation for being progressive and pushing for the party to participate in government, Wagenknecht sides with the hardliners who have deep suspicions about alliances with Germany’s mainstream parties.

In addition, the younger Wagenknecht is recognized as the better public speaker and talk-show guest, while Bartsch is considered a better strategist.

Speaking before the Tuesday vote, Bartsch said he expects differences with his co-head Wagenknecht.

“We will not be united on every point,” he told “Radio Eins,” but added that the leaders agree on “90 percent of the issues,” including social and health issues.

“There is no difference there,” he said.

‘New part’ of life

The outgoing parliamentary leader Gysi also expressed his confidence that his successors will be able to work together, as long as they “search for and find a compromise for the party and the faction.”

Talking to his colleagues from the parliament, the 67-year old Gysi stated that he “never regretted” his decision to step down.

“I am glad that I have the strength for a new part of my life,” he said.

At the same time, Gysi remained the party members that he is only saying goodbye “in one sense of the world” and that he will still be active as a member of the parliament.

“I am staying right here,” he said.

 

Pubblicato in: Pagliacci, Senza categoria

Austria. Si inizia a parlare di brogli alle presidenziali.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-05-30.

Bundesministerium des Innern 001

 «Meglio un Presidente Grüne che essere invasi dai paesi fratelli»

«146,9 Prozent Wahlbeteiligung in Waidhofen.

Nächste Panne im Innenministerium: Auf der Homepage wurde nach der Hofburg- Stichwahl ein falsches Wahlergebnis für die niederösterreichische Stadt Waidhofen an der Ybbs veröffentlicht. Die Tabelle  weist eine Wahlbeteiligung von 146,9 (!) Prozent aus. Die wundersame “Wählervermehrung” dürfte die Gerüchte um Wahlmanipulationen weiter befeuern.»

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«Nel collegio “Waidhofen an der Ybbs” c’è stata una miracolosa affluenza del 146,9%: 13.262 coloro che si sarebbero recati alle urne, contro i soli 9.026 che avrebbero potuto partecipare alla consultazione elettorale»

In carenza di prese di posizioni ufficiali, quali denuncie alla Magistratura, riportiamo questi interventi comparsi sulla stampa senza azzardare alcun commento di sorta.

Ci si aspetterebbe però una qualche dichiarazione ufficiale del Bundesministerium des Innern.

 

Affari Italiani. 2016-05-28. Austria, brogli alle elezioni presidenziali [Molte fotocopie online]

Austria, elezioni presidenziali: brogli? Qualcosa non torna. Ecco le prove

Si fanno sempre più concrete le ipotesi di brogli nelle recenti elezioni presidenziali austriache: il giornale Kronen Zeitung riferisce infatti di numerosi errori del computer utilizzato per il conteggio, tutti a favore di Van der Bellen. Nel collegio – si legge su http://www.ilpopulista.it – “Waidhofen an der Ybbs” c’è stata una miracolosa affluenza del 146,9%: 13.262 coloro che si sarebbero recati alle urne, contro i soli 9.026 che avrebbero potuto partecipare alla consultazione elettorale. In quattro collegi della Carinzia, invece, il conteggio sarebbe iniziato prima dell’orario di chiusura dei seggi. Nella città di Linz, l’affluenza alle urne nel caso di voto “per conto terzi” è stata addirittura del 598%: si tratta di persone malate che danno la procura ad altre per votare al posto loro; anziché i 3.518 votanti registrati, ne sono stati contati ben 21.060 e anche in questo caso, naturalmente, ha vinto Van der Bellen staccando Hofer di 8.500 schede.

Spulciando i dati delle elezioni austriache si trovano numerosi esempi di “miracoli” come segnalato, oltre che dal Kronen Zeitung, anche da Marcello Foa sul suo blog e da Mauro Bottarelli sul Sussidiario, il quale evidenzia come il numero dei votanti dall’estero sia lievitato di 20mila schede in una notte: il presidente della Commissione elettorale ha dichiarato che ne erano state consegnate 740.000, stimando che quelle valide sarebbero state 700.000 (circa il 6% di schede nulle). Al mattino però, erano diventate 760.000, tutte valide; in totale 60.000 schede in più.

A Linz, 21.060 votanti su 3.518 aventi diritto al voto “per conto terzi”

In tutte le elezioni è normale che vi siano schede annullate, per vari motivi, principalmente a causa di errori da parte degli elettori. Di solito il numero delle schede nulle non varia molto da candidato a candidato, invece in questa occasione si sono avute circa 100.000 preferenze annullate per Hofer e solo 64.000 per Van der Bellen. Una strana differenza di quasi 36mila schede, che avrebbero consentito a Hofer di vincere nonostante i voti postali misteriosamente lievitati nel corso della notte. Prendendo in considerazione solo alcuni dei casi esaminati, che non saranno certo gli unici, Van der Bellen ha battuto Hofer per 8.500 preferenze a Linz, 700 nel collegio di Waidhofen e se ne potrebbero ipotizzare almeno 20mila dei miracolosi 60mila in più per corrispondenza: fanno ben 29.200 voti non chiari in più per il candidato ecologista, che alla fine ha vinto con 31mila schede di scarto. Senza contare il mistero delle 36mila nulle di differenza.

100.582 preferenze annullate ad Hofer, solo 64.630 a Van der Bellen

Un’altra stranezza, riportata dal quotidiano austriaco, è che domenica sera, prima che venisse effettuato il conteggio dei voti per corrispondenza avvenuto solo lunedì, il sito del ministero dell’interno pubblicava già la percentuale, esatta al decimale, ottenuta dai due candidati alla fine dei conteggi, che tra l’altro non si sono potuti seguire in diretta a causa di una non meglio specificata anomalia all’unico server utilizzato per conteggiare le schede. Proprio il ministero dell’interno è stato costretto ad accogliere la richiesta dell’FPÖ, il partito di Norbert Hofer, ordinando alla procura della Repubblica un ulteriore controllo sulle presunte irregolarità nelle operazioni di spoglio dei voti per corrispondenza. Il sospetto, inquietante, è che gli austriaci abbiano in realtà eletto il presidente che ufficialmente ha perso.

 

Spiegel. 2016-05-28. Wahl in Österreich: FPÖ-Chef Strache wirft Medien Manipulation vor

 

Focus Online. 2016-05-28. FPÖ-Chef Strache wirft ORF vor, Ergebnisse manipuliert zu haben

 

Die Presse. 2016-05-24. Was ist dran an der Wahlkartenverschwörung?

 

Kurier. 2016-05-22. Was an Straches Manipulations­vor­wurf dran ist

 

Kronen Zeitung. 2016-05-22. 146,9 Prozent Wahlbeteiligung in Waidhofen/Ybbs

 

Pubblicato in: Persona Umana, Vignette Umoristiche

Germania. Torte in faccia a parlamentari della sinistra. [Foto]

Giuseppe Sandro Mela.

2016-05-29.

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«Ms Wagenknecht has highlighted the limits to Germany’s ability to take in migrants and refugees, insisting that ‘not all refugees can come to Germany’.»

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A pronunciare queste frasi naziste, razziste, xenofobe, populiste, e qualunquiste è stata Mrs Sahra Wagenknecht, elemento di spicco della Linke, la formazione politica comunista che siede anche al Bundestag.

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Immediata la reazione delle masse laiche, democratiche ed antifasciste.

Per il momento torte in faccia, poi lo shot alla nuca.  

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Deutsche Welle. 2016-05-28. Linke Party MP gets cake in the face from antifascist group at Magdeburg congress

Sahra Wagenknecht, a member of the leftist ‘Die Linke’ party, has been hit by a creamy chocolate cake during a party congress in Magdeburg. Antifascist militants said she was no better than members of the far-right AfD.

*

Wagenknecht was sitting in the front row, listening to party chief Bernd Riexinger’s speech, when a man made his way towards her and shoved the soft, brown and creamy savoury straight into her face.

Most of the crumbs were still stuck to her cheeks, nose and forehead as Wagenknecht, shielded by her colleagues, left the hall through a side exit. Once outside, the Bundestag member pulled herself together, wiped off the sweet remains and went back to her hotel.

A spokeswoman for “Die Linke” said the party had registered a complaint against a man and a woman, who apparently had “leftist” leanings. They had been removed from the meeting’s premises in the meantime.

Antifascists take responsibility

Members of the antifascist group “Torte für Menschenfeinde” or “Cake for Misanthropists” took responsibility for the attack. They accused Wagenknecht of translating public anger into political demands and of assuming an anti-refugee stance, similar to the far-right Alternative for Germany (AfD).

The leftist politician has been criticized for saying she didn’t think that all refugees could come to Germany and for anti-migrant comments after migrants sexually harassed and robbed hundreds of women in Cologne on New Year’s Eve.

The antifascist group staged a similar attack on the AfD’s Beatrix von Storch in February, using a man dressed up as a clown to throw cake at the politician.

“Die Linke” chief Riexinger and his deputy Dietmar Barsch condemned the assault, saying violence had no place in debate. “That was not an attack on Sahra, it was an attack on us all,” leftist member Katja Kipping told dpa news agency. Wagenknecht was against racism, discrimination and the government’s proposed changes in the asylum law, Kipping added.

The cake attack “is neither leftist, nor is it antifascist, it is anti-social, it is sneaky, it is dumb,” the party’s deputy Dietmar Bartsch said in his concluding remarks on Saturday’s cake-throwing incident.

 

Bbc. 2016-05-28. Chocolate cake hits German MP Sahra Wagenknecht

A German opposition leader has had a chocolate cake shoved in her face in an apparent protest over her stance on migrants.

Sahra Wagenknecht is a prominent member of Germany’s far-left Linke party, which was meeting in Magdeburg when the attack took place.

She has called for a limit on the number of refugees Germany should accept, which has put her at odds with others in her party.

A group calling itself Anti-Fascist Initiative “Cake for Misanthropists” distributed flyers, pointing to her position on migrants as their motive.

 

Mail Online. 2016-05-28. Hope it was Black Forest Gateau! German opposition leader has a cream cake shoved in her face by anti-fascist activists after saying ‘not all refugees can come here’.

– Opposition party co-leader Sahra Wagenknecht was attacked with the cake

– She cut humiliating figure, smartly dressed but covered in chocolate icing

– Activist group calling itself ‘Cake for Misanthropists’ was distributing flyers

– Ms Wagenknecht highlights Germany’s limit to take migrants and refugees

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A German opposition leader had a cake shoved in her face during a party meeting, in what is believed to have been an act of protest about her anti-migrant position. 

The Left Party parliamentary co-leader Sahra Wagenknecht was pictured shortly after the incident covered in the pudding, despite her colleagues’ efforts to shield her from view.

She cut a humiliating figure, smartly dressed for the party meeting while covered in chocolate icing and crumbs.

It is believed the cake was thrown by an activist during the party meeting in Magdeburg, according to the dpa news agency.

A group calling itself the ‘Anti-Fascist Initiative “Cake for Misanthropists”‘ was spotted distributing flyers after the meeting, pointing to Ms Wagenknecht’s stance on the refugee crisis as the motive.

Ms Wagenknecht has highlighted the limits to Germany’s ability to take in migrants and refugees, insisting that ‘not all refugees can come to Germany’. 

The position has set her at odds with others in her party.  

The Left Party is the biggest opposition group in the German Parliament but has seen its support slip as the nationalist Alternative for Germany party woos protest voters.

 

Pubblicato in: Geopolitica Europea

Sanzioni. I regolamenti ci sono per cui non sa come regolarsi.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-05-28.

 Animal Farm__01__

Nella fattoria tutti gli animali erano eguali: ci mancherebbe!

I maiali erano più eguali degli altri.

Tutti gli animali erano poveri, miseri: i maiali erano meno poveri e meno miseri degli altri.

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In quella Fattoria degli Animali denominata Unione Europea tutti gli stati membri sono tenuti ad osservare ed a fare osservare le leggi, le norme ed i regolamenti europei.

Però, ogni legge ben fatta enuncia il principio generale e quindi elenca le eccezioni ed i casi particolari.

Un esempio?

«L’aliquota Irpef massima è stabilita nel 5.3% dell’imponibile dichiarato, tranne nei casi a seguito elencati.

Comma 1. Per i Contribuenti di età superiore ai diciotto anni di età l’aliquota Irpef massima è stabilita nel 65% dell’imponibile dichiarato.

Comma 2. I Contribuenti di altezza superiore ai 120 cm pagheranno un’aliquota maggiorata del 27%.

Comma 3. I parenti fino al 127° grado di deputati e senatori, consiglieri regionali, provinciali e comunali sono esenti dall’Irpef.

Comma 4. Ai parenti fino al 127° grado di deputati e senatori, consiglieri regionali, provinciali e comunali è riconosciuto un assegno di mantenimento vitalizio pari all’importo massimo delle pensione assistenziali minime elevate alla sesta potenza. I fondi per tale provvedimento graveranno sulla maggiorazione del 12.482% dei casi di cui al comma 2 del presente articolo.»

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«San Marino — one of the smallest states in the world — has not fallen under the Russian import embargo and can supply Russia with certain meat products, such as ham, and hard cheeses including Parmesan»

È normale bagaglio culturale sapere come San Marino sia il principale produttore di Grana Reggiano e Padano e Parmigiano. Così come sono giustamente famosi gli sterminati allevamenti suini di questo grande paese agricolo. Il prosciutto di San Marino è una delle sette meraviglie del mondo.

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La legge europea sulle sanzioni ricorda strettamente da vicino il testo su riportato.

Lunghissimo elenco di proibizioni, altrettanto lungo elenco di esenzioni dalla sanzioni.

Così, mentre gli agricoltori italiani non possono esportare una verza in Russia pena severissime multe, la società tedesca DMK Deutsches Milchkontor può comprarsi allegramente e simpaticamente un certo quale numero di industrie casearie russe.

Similmente, la società francese Agrial ha manifestato interesse all’acquisto di un centinaio di fattorie russe, per impiantarvi stabilimenti caseari.

Già.

«Tutti gli animali sono eguali, ma i maiali un pochino di più.»

 

The Moskow Times. 2016-05-16. German Dairy Manufacturer to Launch Cheese Production in Russia

The Federal Anti-Monopoly Service has given the green light to German dairy producer DMK Deutsches Milchkontor to buy several Russian cheese companies, the Vedomosti newspaper reported Thursday.

The agency approved the request of DMK Deutsches Milchkontor to purchase the Bobrovsky cheese-making factory, RichArt Group, the FlamanFrakht cheese producers and the Dart lease company in the Voronezh region, as well as a number of companies in Moscow and the Moscow region which sell cheese.

According to the SPARK-Interfax database, 50 percent of all the companies DMK Deutsches Milchkontor is planning to buy belong to Igor Kalinin and Arsen Magomedov, Vedomosti reported. They were were unavailable for comment when contacted by Vedomosti.

According to the Kommersant newspaper, the German producer is seeking to buy Russian dairy companies due to the food embargo — Moscow’s ban on Western food imports, imposed by Russia as a countermeasure to the EU and U.S. sanctions over Russia’s role in the Ukraine conflict.

The embargo, which deprived European suppliers of the possibility to export to Russia, has forced them to find new ways to return to the Russian market.

In March, it became known that the French agricultural company Agrial intends to set up around 100 dairy mini farms and launch the production of cheese.

Meanwhile, Vedomosti’s sources said DMK Deutsches Milchkontor has been negotiating the deal with the Russian side for a long time and planned to work in Russia before the embargo was introduced.

 

The Moskow Times. 2016-03-18. San Marino to Export Meat and Cheese to Russia

Banned European meat and cheese could reappear in Russian supermarkets after an agreement was signed between Russian businessmen and San Marino authorities, Rossisskaya Gazeta reported Friday.

The signing of the agreement was confirmed to Rossisskaya Gazeta by Vladimir Lishchuk, executive director of the National Association of Wholesale-Distribution Centers, who represented the Russian side. Details of the deal will be announced later.

Lishchuk told the newspaper that San Marino — one of the smallest states in the world — has not fallen under the Russian import embargo and can supply Russia with certain meat products, such as ham, and hard cheeses including Parmesan.

The products will be supplied in relatively small quantities and sold in the higher price bracket, Lishchuk told Rossisskaya Gazeta.

Russia banned the import of a wide range of food products from Western countries in response to Western sanctions imposed on Russia over its actions in Ukraine. Last year, the Kremlin extended the embargo to Aug. 5, 2016

Rosselkhoznadzor, Russia’s agricultural watchdog, said it will not allow the embargo to be circumvented via San Marino, the TASS news agency reported Friday. Rosselkhoznadzor’s website lists only one company that is licensed to import prepared meat products into Russia from San Marino.

Pubblicato in: Banche Centrali, Geopolitica Mondiale, Sistemi Economici

G7. Club di nobili decaduti. Qualcuno li avvisi.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-05-28.

 Athenaeum Club di Londra nel 2006

Homo sine pecunia est imago mortis.

«Il Gruppo dei Sette (di solito abbreviato in G7) è il vertice dei ministri dell’economia delle sette nazioni sviluppate con la ricchezza netta più grande al mondo. Esso è nato nel 1976, quando il Canada aderì al Gruppo dei Sei (Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti). Anche il rappresentante dell’UE ed il Presidente del FMI sono sempre presenti agli incontri.

Dal 1997 al 2014 è stato affiancato dal G8, il vertice dei capi di Stato dei già menzionati allargato alla Russia. Il G7 rappresenta oltre il 63% della ricchezza netta mondiale detenuta secondo il Credit Suisse Global Wealth Report 2013» [Fonte]

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Sembrerebbe lecito domandarsi cosa ancora rappresenti il G7.

(1). Il primo punto che sembrerebbe da considerarsi, è come si possa definire il termine “nazione sviluppata”. Nella definizione riportata si asserisce che quelle sette nazioni rappresenterebbero «oltre il 63% della ricchezza netta mondiale». Se però utilizzassimo i dati relativi al pil forniti dall’IMF, avremmo la sorpresa di vedere come la somma dei pil delle nazioni che afferiscono al G7ammonti a 34,560,488 milioni di Usd contro un Pil mondiale di 77,301,958 mld Usd: ma 100 * 34,560,488 / 77,301,958 darebbe una percentuale del 44.71%.

Sembrerebbe quindi lecito domandarsi come sia giustificabile una differenza di quasi venti punti percentuali nelle stime. Non sembrerebbero proprio essere le «sette nazioni sviluppate con la ricchezza netta più grande al mondo». Ripetiamo che è questione di come si definiscano i termini.

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(2). Molto più equilibrata un’altra definizione, meglio esplicitata.

«The Group of 7 (G7) is a group consisting of Canada, France, Germany, Italy, Japan, the United Kingdom, and the United States. The European Union is also represented within the G7. These countries are the seven major advanced economies as reported by the International Monetary Fund: the G7 countries represent more than 64% of the net global wealth ($263 trillion). A net national wealth and a very high Human Development Index are the main requirements to be a member of this group. The G7 countries also represent 46% of the global GDP evaluated at market exchange rates and 32% of the global purchasing power parity GDP.»

In realtà i criteri di inclusione sarebbero tre.

– “the G7 countries represent more than 64% of the net global wealth ($263 trillion)“. “Ricchezza globale netta“: terminologia ben ambigua. Per esempio: le ricchezze relative alle riserve petrolifere come si possono calcolare? Intanto la consistenza dei giacimenti non può essere altro che una stima, più o meno precisa, ma pur sempre una stima. Poi, a quale prezzo del greggio calcoliamo la stima espressa in termini monetari? A seconda del prezzo assunto, il valore finale può variare del 100%.

– “Human Development Index“. L’Hdi è un indice messo a punto dall’economista Mahbub ul Haq e consiste nella media geometrica dell’aspettativa di vita alla nascita, dal reddito nazionale lordo (in inglese GNI) ottenuto sottraendo dal pil i flussi di reddito tra paesi ma contabilizzato come ppa, ed infine dall’Education Index, ossia dagli anni medi di scolarizzazione.

– Gni pro capita ppa, di cui per altro già si tien conto nel calcolo dell’Hdi.

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Uno sguardo al Gni pro capite ppa riserva però sorprese nemmeno poi tanto sconcertanti.

I paesi del G7 hanno score molto bassi. Nella classifica mondiale, gli Usa sono 10° con 54,370 Usd, la Germania 18° con 46,216 Usd, il Canada 20° con 44,967 Usd, la Francia 26° con 40,538 Usd, il Regno Unito 27° con 39,826 Usd, il Giappone 28° con 37,519 Usd, l’Italia 37° con 35,131 Usd.

Ci si domanda come i paesi del G7 possano essere al top mondiale pur essendo così bassi in classifica. Il conto non tornerebbe.

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(3). Se si prendesse in considerazione il Pil ppa le sorprese sarebbe ancora maggiori. I paesi del G7 rendono conto di 31,825,293 mln Usd contro i 108,036,500 mondiali: ossia in termini percentuali, 100 * 31,825,293 / 108,036,500 = 29.46%. Meno di un terzo del pil ppa mondiale. Un po’ poco per definirsi “sette nazioni sviluppate con la ricchezza netta più grande al mondo“.

(4). Alcuni sistemi economici restano i grandi esclusi dal G7. Secondo i dati rilasciati dalla World Bank, la graduatoria del pil ppa è guidata dalla Cina con 18,031 mld Usd, quindi Usa con 17,419, India con 7,393, Giappone con 4,631, Russia con 3.373, Germania con 3,349, Francia con 2,371, Brasile con 2,366.

(5). Nulla vieta agli stati membri del G7 di proseguire la loro esistenza come se nulla fosse ed il mondo fosse ancora quello degli anni cinquanta del secolo scorso. Si vedano pure, prendano decisioni, emettano comunicati. Liberissimi di farlo. Così come il resto del mondo sarà liberissimo di tenere nel debito conto simili decisoni e comunicati.

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Questi dati dovrebbero dare molti elementi di riflessione.

Riproponiamoci la domanda iniziale:

«Sembrerebbe lecito domandarsi cosa ancora rappresenti il G7».

(a). Gli attuali stati del G7 non sono più in grado di prendere decisioni che possano essere rappresentative delle esigenze mondiali. Le voci di Cina, India, Russia, Brasile, Messico e Korea del Sud dovrebbero essere tenute ben presenti ed n grande considerazione.

(b). Con il 29.46% del pil ppa mondiale, i paesi del G7 non sono più in grado di imporsi con la sola forza economica sul resto del mondo. Restano una componente di non scarna portata, molto importante, sicuramente, ma hanno perso il controllo egemonico della situazione.

(c). Al calo della rappresentatività economica corrisponde un analogo calo della potenza politica.

Siamo chiari.

Hanno più peso le prese di posizione cinesi di quelle del G7.

«China is extremely dissatisfied with a statement by Group of Seven (G7) leaders on the contentious South China Sea»

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«China has said that the South China Sea issue has nothing to do with G7 or its member countries»

 

Reuters. 2016-05-27. China says extremely dissatisfied with G7 statement on South China Sea

China is extremely dissatisfied with a statement by Group of Seven (G7) leaders on the contentious South China Sea, where Beijing is locked in territorial disputes with several southeast Asian countries, the Foreign Ministry said on Friday.

Ministry spokeswoman Hua Chunying made the remarks at a regular briefing. China’s increasingly assertive stance in the region has sparked concern from the United States and its Asian allies.

“This G7 summit organized by Japan’s hyping up of the South China Sea issue and exaggeration of tensions is not beneficial to stability in the South China Sea and does accord with the G7’s position as a platform for managing the economies of developed nations,” Hua said. “China is extremely dissatisfied with what Japan and the G7 have done.”

Japanese Prime Minister Shinzo Abe said on Wednesday that Japan welcomed China’s peaceful rise while repeating Tokyo’s opposition to acts that try to change the status quo by force.

China has said that the South China Sea issue has nothing to do with G7 or its member countries.

China is not in the G7 club but its rise as a global power has put it at the heart of some discussions at the advanced nations’ summit in Ise-Shima, central Japan. G7 leaders agreed on Thursday to send a strong message on maritime claims in the western Pacific.

Pubblicato in: Geopolitica Mondiale, Giustizia, Senza categoria

Mondo che cambia. 2018, il dopo elezioni.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-05-27.

 Benson. Il Padrone del Mondo_

Nel 2018 si terranno le elezioni presidenziali in Russia, dopo quelle negli Stati Uniti, Francia e Germania. Nulla sarà più come prima.

– Il sistema Stato & business che si appoggia sul presidente russo ha già lanciato la campagna per assicurarne la rielezione

– Al di là di petrolio e sanzioni, in Russia è la mancanza di investimenti il vero responsabile della stagnazione.

– L’ascesa di Donald Trump è stata accompagnata da prevedibili borbottii: «Può accadere soltanto in America». Invece, il fenomeno Trump si comprende meglio se inquadrato in un trend globale: il ritorno alla leadership nella politica internazionale dell’“uomo forte”.

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Il problema è invece mondiale e di vasto respiro.

Non ci saranno più Mr. Obama, Mr. Holland, Frau Merkel e l’Unione Europea avrà cambiato dirigenza. Nel 2018 si terranno le elezioni per la presidenza della Federazione Russa.

Nel mondo intero si evidenziano crescenti insofferenze per i sistemi politici che non riescono a dare governi stabili anche nei momenti di transitorio, politico od economico che esso sia: si sta affacciando sempre più impellente la necessità di aver “uomini forti”. Due esempi per tutti potrebbero essere Mr. Trump negli Stati Uniti e Mr. Putin in Russia.

Questo non è sinonimo di esigenza di situazioni dittatoriali, anche se nessuno si potrebbe sentire di escluderle. Al contrario. La democrazia a suffragio universale sta dimostrando tutti i suoi limiti: valeva quando il consenso era altamente manipolabile e la così detta alternanza si attuava tra due formazioni politiche sostanzialmente simili per idee e prassi, con la presenza di organizzazioni trasversali. L’alternanza era di fatto una burla.

Occorrerebbe reinventarsi un sistema efficiente, lasciando cadere le preclusioni ideologiche avulse dalla realtà. Utopiche. Irrealizzabili. Roba da falsi profeti.

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Alcuni elementi dovrebbero essere messi bene a fuoco.

– Nel mondo contemporaneo le cariche elettive di breve durata, quadriennale usualmente, rimangono in carica un tempo troppo breve per consentire un efficiente azione di governo. non a caso De Gaulle mise nella costituzione francese la durata settennale del mandato presidenziale: vedeva lontano. D’altra parte è anche vero che un mandato settennale rinnovato potrebbe sembrare un regno: non solo per il capo di governo, ma soprattutto per l’entourage che gli si accoda necessariamente. La scelta sembrerebbe essere obbligata verso il male minore in quel preciso momento storico. Una soluzione sovratemporale sarebbe utopica.

– Il suffragio universale ha pro e contro, ma si fonda su di un equivoco sostanziale.

Se è vero che la persona umana gode di una sua intrinseca dignità, inalienabile, è altrettanto vero che nella direzione della cosa pubblica i pareri di uno non sono equipollenti a quelli di un altro. Le grandi democrazie occidentali riuscirono a produrre un diciannovesimo secolo senza guerre continentali e facendo investimenti produttivi enormi per l’epoca: si pensi soltanto alla rete ferroviaria, a quella viaria, alla elettrificazione delle nazioni, alla istruzione di massa.

Bene: erano tutte democrazie a suffragio censuale, ossia erano elettori i cittadini che percepivano reddito oltre una certa soglia. Così come nelle società per azioni il peso degli azionisti è dato dal numero di azioni possedute.

I contro sono severi. I candidati devono obbligatoriamente promettere qualcosa ad almeno la metà più uno degli elettori. L’equilibrio si sposta quindi da una politica economica di investimenti produttivi, che alla fine poi ripartiscono la ricchezza generata, ad un visione di economia politica distributiva. Non che questa sia ingiusta in sé: è solo impossibile tenerla sotto controllo. In altri termini, è un’utopia.

Infine, il suffragio universale concorre potentemente a parcellizzare le formazioni politiche, per cui alla fine partiti di insignificante rappresentanza percentuale possono essere determinanti per la formazione del governo, e quindi condizionarlo ben oltre il peso che loro spetterebbe.

Ben lungi da essere punto di sintesi politica ed economica, la democrazia a suffragio universale degenera rapidamente nel suo opposto: lo stallo decisionale, da cui il chaos.

I concetti infine di tirannia della maggioranza, unitamente a quello di tirannia della minoranza, sono stati così bene delucidati dal Toqueville da renderne inutile persino l’accenno, anche se della massima importanza.

– Anche la stretta tripartizione dei poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, ha una lunga serie di pro e di contro.

In astratto, il concetto è suadente. In pratica invece conduce ad accordi condotti fuori dalla luce del sole. La indipendenza dei giudici è una fictio iuris che degenera immancabilmente in una sorta di tirannia giuridica. Se questo è vero per la Magistratura ordinaria, lo è a maggior ragione per le Corti Supreme, Corti Costituzionali, che in Occidente sono diventate i veri centri del potere politico: il governo tramite sentenze interpretative invece che applicative.

Appare tuttora irrisolta la differenza che intercorre tra la figura del pubblico ministero nel common law sassone e quella obbligatoria dei sistemi giuridici continentali. Questione non da poco, ma conflittuale al punto da rendere anche impossibile la convivenza dei sistemi.

Non solo. Se in Italia ed in Francia sia i requirenti sia i giudicanti appartengono all’ordine della Magistratura, in Germania ed in Austria i requirenti sono inseriti dal potere esecutivo, e costituiscono un apparato organizzativo autonomo. in Svizzera, come pure in altri stati, tutti i funzionari del pubblico ministero sono di nomina politica.

Di nuovo, non esiste un sistema a prioriperfetto“. Sicuramente la tradizione gioca un ruolo importante.

Dovrebbe però essere chiaro ed evidente come la scelta del sistema debba essere fatta sia in rapporto agli usi e costumi, sia anche alle esigenze di un particolare arco temporale. Se è del tutto ragionevole pensarci a lungo prima di fare mutamenti, occorrerebbe dal’altro comprendere come un sistema organizzativo non possa essere considerato alla stregua di un dogma religioso.

– Il rapporto e la percezione della ricchezza sta anche esso andando incontro ad una crisi sostanziale.

La legge di Pareto è chiara quanto universale: gran parte della ricchezza di una nazione è concentrata nelle mani di pochi.

È irrilevante che quei pochi siano privati cittadini e strutture societarie private, ovvero alti burocrati dello stato o politici: il fatto è che sono pochi e, quasi invariabilmente, d’accordo tra di loro.

Se in un’epoca deideologizzata il concetto di sinistra e destra si risolve semplicemente nel grado di ingerenza dello stato nei processi produttivi, massima a sinistra e minima a destra, dobbiamo anche ammettere che negli ultimi secoli ben poco di “destra” è mai esistito. Per non parlare poi del concetto che la proprietà privata sia un  furto.

Attualmente è in corso una devoluzione del pensiero di sinistra. Per il momento è ancora un mero fatto politico, ma presto o tardi andrà ad impattare sul nodo centrale, ossia sulla presenza dello stato in economia, che sembrerebbe essere destinata a ridursi in modo sostanziale nel tempo.

– Da ultimo, ma non certo per ultimo, nel valutare i problemi tratteggiati a mo’ di indice, si tenga presente che l’Occidente non rappresenta più del 40% del pil ppa mondiale. L’Oriente ed i paesi ex-emergenti sono realtà presenti e vive, molto agili, che spesso si reggono su principi dissimili da quelli occidentali, ma non per questo inefficaci.

O l’Occidente si rinnova, oppure resterà inglobato in un sistema culturale che gli è alieno: alterum non datur.

Il problema che si delinea non sarà quindi quello di attingere ai depositari della ricchezza tramite sistemi di tassazione, quanto piuttosto elevare i redditi delle classi meno abbienti senza ricorrere all’assistenzialismo distato: una sfida davvero erculea, perché implica un cambiamento netto di mentalità.

* * * * * * *

Lasciamo adesso il Lettore alla serie di articoli della dottoressa Antonella Scotti. Sono fortemente impregnati di cultura statalista letta in un’ottica centrata sul solo Occidente del passato, come se esso fosse l’unica realtà politica ed economica nel mondo attuale. Sembrerebbe ignorare la presenza politica, economica e militare dell’Oriente. Non reputiamo ciò una limitazione, ma solo una caratteristica.

Un’altra caratteristica di interesse è il considerare cosa disdicevole e biasimabile ciò che Mr. Putin fa nell’interesse della Russia. Se ci si rende conto di una simile preclusione mentale da parte occidentale, si constata nel contempo come l’obiettività consisterebbe nel dare giudizi imparziali. Rimproverare a Mr. Putin di fare gli interessi della Russia si sembrerebbe francamente eccessivo, fortemente parziale.

Ci auguriamo una lettura che prescinda da assiomi ideologici.

 

Sole 24 Ore. 2016-05-24. Putin, un brand alla riconquista del Cremlino

Perfino un grande progetto voluto dal cielo come il “ponte di Putin” tra la costa di Krasnodar e la Crimea, attraverso lo stretto di Kerch, è costretto a rallentare davanti a intralci finanziari, logistici, politici. Il presidente russo lo vuole per dare una scossa all’economia della penisola, bloccata a nord dal “confine” con l’Ucraina. Ma il ponte sarà anche la traduzione visiva del braccio con cui Mosca si è ripresa la Crimea, e suggellerà l’unione domando acque ribelli in cui avevano fallito i sovietici e, prima di loro, i nazisti.

La costruzione del ponte di Crimea è una buona istantanea della Russia di oggi. Dove risaltano i progetti grandiosi diretti dallo Stato, appannaggio dei grossi gruppi vicini al Cremlino come Stroigazmontazh, la compagnia di Arkadij Rotenberg che non ha mai costruito un ponte (è specializzata in gasdotti) ma ha vinto la commessa senza problemi. Eppure anche Rotenberg, compagno di judo della giovinezza di Vladimir Putin e ora sotto sanzioni negli Stati Uniti, sul fondo dello Stretto di Kerch si è imbattuto in problemi e costi superiori al previsto. La realizzazione del ramo ferroviario del ponte verso la Crimea dovrà slittare di un anno.

Questo a Putin non è piaciuto: ha bisogno che le cose migliorino rapidamente, di mostrare risultati prima delle elezioni del 2018, quando si ripresenterà ai russi per ottenere un quarto mandato da presidente. Prima ancora, il voto per le parlamentari del prossimo settembre sarà un termometro degli umori della popolazione. Poiché l’economia non collabora, e le crisi interna e globale hanno rotto gli equilibri su cui si basava il consenso sociale per Putin, il Cremlino è alla ricerca incessante di argomenti che mobilitino il Paese, lo rendano orgoglioso di sé, non lascino cadere gli indici di popolarità dello Zar e compensino i sacrifici della vita quotidiana. Il ritorno della Crimea nella Federazione Russa; l’intervento in Siria che ha scardinato gli equilibri della guerra, ridando a Mosca un ruolo sulla scena internazionale al fianco degli Stati Uniti (vedi il concerto tra i resti romani di Palmira strappata all’Isis); le tensioni con un nuovo “nemico”, la Turchia responsabile per l’abbattimento di un jet russo in Siria; il “reggimento degli immortali”, i ritratti dei milioni di caduti onorati alla grande parata del 9 maggio, celebrazione della vittoria sovietica contro il nazismo. In prospettiva, dopo le Olimpiadi di Sochi, i grandi lavori per i Mondiali di Calcio 2018.

E poi le frequenti apparizioni di Putin in televisione, le lunghe “conversazioni” con imprenditori, studenti, funzionari, sempre con l’obiettivo di mostrarsi in pieno controllo, attento a capire. Il brand Putin deve essere infallibile. Come nell’ultima chiacchierata con il Paese, in onda a metà aprile, aperta dalla lamentela di una signora che denunciava il pessimo stato delle strade del centro di Omsk, la sua città. Piene di buche, l’amministrazione cittadina indifferente alle proteste. Putin ha preso nota, e prima della fine della trasmissione il sindaco della città siberiana si era già impegnato a rimediare. Il giorno dopo, le asfaltatrici sono entrate in azione a Omsk. Così vanno le cose in Russia.

Il meccanismo prevede che il segnale venga raccolto da tutti gli altri dirigenti locali, e il merito è di una persona sola. A giudicare dagli indici di popolarità del presidente, per mantenere il consenso funziona. Almeno su buona parte della popolazione, che tiene separate le preoccupazioni relative all’economia dallo sguardo sulla politica: secondo un sondaggio dell’istituto VTsIOM, più della metà dei russi pensa che sul fronte economico il peggio debba ancora venire; ma addirittura il 70% vede in positivo le prospettive del Paese in generale.

Sul brand Putin si appoggia quello che il politologo Gleb Pavlovskij – per diversi anni consulente al Cremlino – definisce su Foreign Affairs il “sistema”, un modo di esercitare il potere che va oltre la politica o l’ideologia, e che sopravviverà alla fine del regno di Putin. «Il sistema – scrive Pavlovskij – combina l’idea che lo Stato debba avere accesso illimitato a tutte le risorse nazionali, pubbliche o private, con uno stato permanente di emergenza in cui ogni livello della società – business, gruppi etnici e sociali, clan potenti e anche bande criminali – è chiamato a risolvere quelli che il Cremlino definisce “urgenti problemi di Stato”». Un modo per fare accordi tra aziende, gente che conta e gente comune all’ombra della fusione tra business e Stato.

Per perpetuare il regno del presidente e del sistema che sta dietro di lui, il Cremlino non può prendere rischi. Così, in vista delle elezioni di settembre per il rinnovo della Duma, la potente macchina organizzativa dello Stato si è già messa in moto: con il consueto contributo di quel che resta dell’opposizione incapace di fare fronte comune, marginalizzata a forza, ancora stordita dall’assassinio di uno dei suoi uomini migliori, Boris Nemtsov, ucciso di fronte al Cremlino nel febbraio 2014. Per dare alla Commissione elettorale un volto rispettabile, Putin l’ha affidata a Ella Panfilova, attivista per i diritti umani. Ma quanto potrà incidere sul sistema lei, se verrà lasciata sola?

Proseguendo i preparativi, Putin ha riorganizzato l’apparato della pubblica sicurezza, per avere una presa migliore sugli uomini a cui ne affida la responsabilità. E, a sorpresa, ha creato una Guardia nazionale che sarà direttamente sotto il suo comando, “pretoriani” pronti a intervenire per sopprimere azioni non autorizzate. Proprio per non voler lasciare nulla al caso, in vista del voto di settembre. Quattro anni fa, elezioni criticate dall’opposizione furono la scintilla che accese impensabili manifestazioni di protesta per le vie di Mosca: tollerate a sprazzi, si prolungarono dall’inverno del 2011 alla primavera successiva. Diversi tra i loro protagonisti sono ancora in carcere, ma è probabile che quest’anno il Cremlino abbia margini di tolleranza ancora più ridotti, perché il rischio che la scintilla prenda fuoco ora è più alto: questa volta, ad alimentare la protesta politica potrebbe intervenire la crisi economica.

 

Sole 24 Ore. 2016-05-24. L’economia? Una lunga zona grigia

Al di là di petrolio e sanzioni, è la mancanza di investimenti il vero responsabile della stagnazione.

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«Come va l’economia russa – hanno chiesto a Vladimir Putin durante la consueta “linea diretta” in tv di metà aprile – sta in un’area bianca o nera?». Neppure lui, quest’anno, ha potuto mostrarsi troppo ottimista. “Grigia”, ha risposto.

Altri usano un’immagine ancor più diretta: tupik, vicolo cieco. In cui il Cremlino si sarebbe andato a cacciare nell’eterno dilemma tra la necessità di rilanciare la crescita e quella di tenere in ordine i conti pubblici. Vicolo cieco perché, invece di scegliere una delle due strade, la priorità viene data al mantenimento del sistema di potere su cui si appoggia il presidente. Quindi alle elezioni del 2018, escludendo prima di allora qualunque azzardo sul fronte dell’economia, limitandosi a contenere il più possibile i sacrifici sociali. Sperando che gli elementi che hanno scatenato la crisi si attenuino.

L’elenco è ben noto: la crisi globale, il calo dei prezzi del petrolio, le sanzioni imposte dall’Occidente e il relativo embargo decretato a sua volta dalla Russia, il rallentamento della Cina. A partire dal 2014, l’economia russa ha smesso di crescere, e ha iniziato un declino che, dopo il -3,7% registrato nel 2015, appare per quest’anno più o meno grave in base alle stime prese in considerazione (-0,2% per il governo, -1,5% per la Banca centrale russa, -1,9% per la Banca mondiale).

La speranza di una ripresa è stata rinviata al 2017, ma diversi economisti condividono questa grande preoccupazione: non sarà vera crescita, come nei primi sette anni “d’oro” del regno di Putin all’insegna di un aumento medio del Pil del 7% annuo. Ciò che attende la Russia, concordano, è la stagnazione, una crescita del Prodotto interno lordo non superiore all’1%. Perché le vere ragioni del tupik non sono solo il petrolio e le sanzioni, ma il calo degli investimenti. Quello che serve sarebbe un deciso cambio di rotta nella politica economica: «All’economia russa – scrive sul “Moscow Times” Natalja Zubarevich, dell’Università statale di Mosca – mancano i motori per crescere».

Sono interne le ragioni di questo sviluppo negato. «Driver di crescita – spiega Natalija Zubarevich – sono i miglioramenti del clima per il business, politiche più prevedibili, la mancanza di avventure geopolitiche. Le imprese non investono se non hanno certezze su quello che potrà accadere domani, l’anno prossimo o tra cinque anni».

A sentire Putin, le idee giuste per uscirne ci sono . «Dobbiamo aumentare la domanda – ha detto il presidente in tv – mantenere una politica monetaria e di bilancio equilibrata, assicurarci che il deficit non superi il 3% e continuare ad ampliare la sfera delle libertà politiche ed economiche per il business, migliorare il clima per le imprese». Creare condizioni che rilancino produttività e investimenti. Alle spalle di Putin, infuria il dibattito tra chi invoca una riduzione dei tassi di interesse (oggi all’11%) e altre misure di stimolo per il business, e chi – come la Banca centrale russa – non ritiene che un’inflazione ancora sopra il 7% consenta un allentamento. Ma tutti invocano riforme strutturali, il superamento di un modello economico obsoleto inefficiente e incapace di rispondere ai grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi anni. «Ciò di cui abbiamo bisogno – ha detto recentemente Anton Siluanov, ministro delle Finanze – non è un balzo una tantum, ma una crescita trainata dagli investimenti, e un nuovo mercato del lavoro. Da questi due elementi nasce la crescita».

Elvira Nabiullina, presidente della Banca centrale, è d’accordo: per curare l’economia, ripete, la Russia deve andare al di là del petrolio. «Anche con un prezzo del greggio a 100 dollari al barile – ha spiegato a una conferenza a Mosca – non saremo in grado di crescere più dell’1,5-2% l’anno se non adottiamo riforme strutturali e non miglioriamo il clima per gli investimenti». Riecco il vicolo cieco: «Se per l’economia russa la sola possibilità è che il governo aiuti gli investimenti – dice Serghej Aleksashenko, vicegovernatore della Banca centrale e viceministro delle Finanze – per farlo bisognerebbe realizzare uno stato di diritto. Ma questo non è nell’interesse di Putin: far rispettare la legge per lui sarebbe il modo migliore di perdere il potere». «Di quali agevolazioni fiscali o misure di stimolo possiamo parlare – aggiunge Julia Zepljaeva, responsabile Ricerche macroeconomiche per Sberbank – se in qualunque momento un burocrate può portare via la tua impresa?».

Al Forum economico in programma a San Pietroburgo in giugno, Putin intende lanciare questo messaggio alle imprese straniere: è tempo di tornare in Russia, malgrado le sanzioni, aiutarne la diversificazione e la modernizzazione. Ma questo è un messaggio che andrebbe prima di tutto rivolto con forza agli imprenditori russi, dando loro gli strumenti per raccoglierlo. Soprattutto ai piccoli, che non hanno la protezione e i privilegi delle grandi imprese di Stato inglobate nell’intreccio tra potere e affari. E invece «l’idea di sviluppo economico di Putin – spiega Natalia Orlova, chief economist di Alfa Bank, in un’intervista a bne IntelliNews – non prende in considerazione un cambiamento delle regole del gioco. A Putin sta bene lasciare alle compagnie di Stato il controllo dell’economia, non prenderà il rischio di adottare riforme strutturali. Non si fida della mano invisibile del mercato, preferisce ricorrere piuttosto alla mano visibile dello Stato».

E la mano dello Stato ha sicuramente attutito i colpi più duri di questa lunghissima crisi economica, ma povertà e disoccupazione sono in aumento. L’andamento del prezzo del petrolio – che con l’export di gas alimenta il 40% del budget federale – incide sul rublo, e il calo del potere di acquisto della gente si somma a quello di sanzioni ed embargo, che hanno tagliato le importazioni di generi alimentari dall’estero. La disponibilità dei russi ad adattarsi – a uno stipendio ridotto, alle rinunce imposte dall’aumento dei prezzi – ha fatto il resto: in pochi protestano, mentre il tasso di popolarità del presidente resta altissimo, oltre l’80%.

Eppure, scorrendo gli indicatori di questa fase dell’economia, ci si chiede per quanto tempo l’equilibrio potrà durare. Nel 2015 i salari reali si sono contratti del 10%, crescono le paghe arretrate; il calo degli investimenti, sia stranieri che interni, solo nel 2015 è stato dell’8,4%. Il grande protagonista del boom dei primi anni di Putin, la spesa in consumi, perde colpi: scendono le vendite al dettaglio, crollano i viaggi all’estero. Nel 2015 il numero dei russi che vivono in povertà è cresciuto di 3,1 milioni di persone (a 19,2 milioni), e la percentuale dei poveri sul totale delle popolazione è salita al 14%.

Il Cremlino è preoccupato. «Serve una crescita del 4% per assicurare al budget la possibilità di modernizzare le infrastrutture e i servizi sociali: se li lasciamo degradare, lo scontento sociale crescerà». Ma con il petrolio a 40 dollari è difficile garantire al bilancio le entrate che assicurino quella pace sociale che serve al sistema per perpetuarsi. Così il ministero delle Finanze in aprile è tornato ad attingere al Fondo di Riserva, sceso in un solo mese da 50,60 a 44,96 miliardi. Di nuovo, quanto durerà? A Putin basta che le risorse “tengano” almeno fino al 2018, quando si farà rieleggere. Fino ad allora, ogni scossone è bandito, ogni idea di aumenti fiscali rinviata: magari si farà cassa con alcune privatizzazioni, ma con grande cautela perché anche queste non sono molto popolari tra i russi, memori delle ruberie degli anni 90. Certo, Putin ha richiamato a sé l’ex ministro delle Finanze Aleksej Kudrin, per rinfrescare le proprie credenziali progressiste. Ma anche Kudrin è convinto che si sia tirato troppo in lungo senza riforme, a partire da quella delle pensioni. Ora Putin lo ha incaricato di rielaborare la politica economica del Cremlino. Ma dal 2018 in poi.

 

Sole 24 Ore. 2016-05-24. La Guida del Sistema Italia per investire in Russia

«L’obiettivo delle sanzioni – disse nel febbraio scorso a Milano Daniel Fried, coordinatore per la politica sulle sanzioni al dipartimento di Stato americano – è autoeliminarsi. Le sanzioni non sono fatte per restare per sempre. La combinazione prezzi del petrolio più bassi/sanzioni ha messo la Russia sotto pressione, tanto che ora sembra esplorare la possibilità di una soluzione diplomatica. La nostra idea è che le sanzioni debbano restare finché gli accordi di Minsk (sulla crisi ucraina, ndr) non siano attuati, non un giorno di più. Non vediamo l’ora di poterle abolire. Ma le manterremo finché ce ne sarà bisogno».

Per l’Europa, il momento della verità sulle sanzioni verrà a fine giugno, quando il Consiglio Ue dovrà decidere tra la possibilità di un ulteriore rinnovo, il mantenimento di una parte dei provvedimenti o l’abolizione totale. Le pressioni di alcuni Paesi – che si sentono particolarmente danneggiati da sanzioni ed embargo, e invitano a tenere in considerazione anche la partecipazione della Russia alla guerra contro l’Isis in Siria – avrebbero potuto rendere possibile almeno un allentamento delle sanzioni contro Mosca, scattate a partire dalla primavera 2014 dopo il ritorno della Crimea nella Federazione Russa. Ma gli ultimi negoziati sulla pace nel Donbass non danno grandi speranze: l’11 maggio a Berlino il ministro degli Esteri ucraino Pavlo Klimkin ha avvertito che gli accordi di Minsk rischiano di restare congelati.

Vladimir Putin non crede di potersi sbarazzare delle sanzioni, per ora. «I nostri partner manterranno le restrizioni e, quindi, noi manterremo quelle sull’accesso dei loro generi alimentari al nostro mercato», ha detto l’aprile scorso. Così la Russia continuerà a restare concentrata sul programma di importozameshchenie, che punta a sostituire con prodotti locali le importazioni proibite dall’embargo. Un piano che non esclude la partecipazione degli stranieri a questo ennesimo tentativo di diversificare e modernizzare l’economia russa. Al contrario, al Forum economico internazionale di San Pietroburgo in programma a giugno Putin inviterà le imprese straniere a tornare in Russia, prendendo in considerazione la possibilità di delocalizzare la produzione, aggirando le difficoltà create dalle sanzioni. Degli stranieri, delle loro tecnologie e know-how, il mercato russo ha bisogno: per questo sta introducendo nuovi strumenti per attirare l’attenzione, come il nuovo contratto di investimento o le agevolazioni previste dalle singole regioni e dalle Zes, le Zone economiche speciali.

A Pietroburgo quest’anno l’Italia sarà ospite d’onore, in prima fila per valutare le possibilità che si aprono spostando lo sguardo dal made in Italy al made with Italy. E per dare alle aziende uno strumento per affrontare un Paese che è difficile non tenere in considerazione, malgrado la crisi economica e le restrizioni commerciali, il Sistema Italia in Russia ha unito le forze e ha creato una Guida per gli operatori, che si può trovare soltanto online per essere continuamente aggiornata.Cesare Maria Ragaglini, ambasciatore d’Italia a Mosca, sintetizza la sfida in una domanda: vale la pena oggi investire in Russia?

«La risposta naturalmente è sì – ha detto Ragaglini a Milano in occasione della presentazione della Guida -. Altrimenti non saremmo qui e non avremmo speso tante energie su questa che vuole essere una guida per gli operatori italiani in un momento estremamente favorevole. La Russia sta andando nella direzione di una maggiore modernizzazione e diversificazione dell’economia, e questo apre opportunità strategiche per le aziende interessate a localizzare la produzione. Il mercato russo non più considerato solo come sbocco per i prodotti finiti, ma come base per la produzione e la distribuzione di beni in tutta l’area euroasiatica. Da parte russa ora c’è una grandissima apertura verso gli investimenti. E che cosa c’è di meglio di un’azienda italiana che ha tecnologia, know-how, flessibilità, capacità di interagire tra due economie complementari tra loro?».

Dmitrij Shtodin, ministro consigliere all’Ambasciata della Federazione Russa a Roma, è totalmente d’accordo. «Il mio Paese – spiega – ha fame e sete delle alte tecnologie di cui dispone l’Italia: voi siete l’unico Paese che produce tutto quello che si muove sul pianeta, dallo spazio cosmico agli elettrodomestici». E di fronte al drammatico calo dell’interscambio tra i due Paesi – meno 24,3% nel 2015 – il suggerimento è trovare altre modalità di lavoro, senza attendere la fine dell’epoca delle sanzioni. Trovare, come spiega Amedeo Teti, direttore generale per la Politica commerciale internazionale del Ministero dello Sviluppo economico, «una nuova via per la promozione degli investimenti in Russia». Diminuendo l’ambito esportativo italiano, “cavalcando” la strategia di “import substitution” con cui Mosca ha risposto alle sanzioni americane ed europee e ha avviato, come spiega la Guida, «un massiccio programma di sostituzione delle importazioni, volto allo sviluppo e all’ammodernamento dell’industria nazionale in numerosi settori». Un piano aperto anche alle imprese straniere, purché appunto localizzino parte della produzione in Russia.

Un “salto” difficile. Per ridurre i fattori di rischio, spiega Amedeo Teti, è stato adottato un metodo di lavoro nuovo, che risponde all’invito della controparte russa: «L’accompagnamento dei singoli progetti di investimento da parte del Ministero, dell’Ambasciata, dell’Ice». La Guida individua 121 progetti in 15 regioni russe e in otto settori, i più importanti per gli investitori italiani, dall’agroindustria alla farmaceutica. Se un progetto suscita interesse, è possibile scaricarlo e inviarlo online, venendo seguiti nella fase iniziale dalla parte pubblica italiana e dalle regioni e gli interlocutori russi coinvolti, così come dall’Agenzia russa per gli investimenti strategici.

Riccardo Monti, presidente dell’Agenzia Ice, mette l’accento sulla «sana e bella competizione che si sta sviluppando tra le regioni russe», a caccia di investimenti: «È cambiata l’attitudine – spiega – ora c’è concorrenza tra i governatori super-attenti agli investitori, che cercano di convincere offrendo sostegno e incentivi». Lo sa bene Fabrizio Sala, vicepresidente della Regione Lombardia, appena tornato da un viaggio in Siberia dove la Regione ha siglato un accordo con Novosibirsk: all’analisi delle regioni russe, profondamente diverse tra loro nel Paese più grande del Mondo, la Guida per gli operatori italiani dedica particolare attenzione. «Dove possono convergere i piccoli imprenditori italiani e russi? – si chiede il ministro consigliere Shtodin -. Nell’interscambio regionale, questo è il nostro futuro. Noi lo appoggiamo, vediamo che tra regioni italiane e regioni russe ci sono già tanti programmi di interscambio. Benissimo, ottimo. Così deve essere».

«Stiamo rimappando tutto il territorio russo – osserva Pier Paolo Celeste, responsabile dell’Ufficio Ice di Mosca –, fornendo dati nuovi sulle regioni che stanno davvero facendo a gara per offrire strumenti finanziari, piani fiscali, incentivi. Li andiamo a raccontare zona per zona, progetto per progetto, con una particolare attenzione alle risorse umane, e indicazioni precise su come si gestiscono, quanto si pagano, i tipi di contratto».

La Guida online sarà costantemente aggiornata: «Questo perché la Russia è un cantiere – commenta a margine Rosario Alessandrello, presidente della Camera di Commercio Italo-Russa – con leggi e codici in continuo cambiamento per adattarsi e fare in modo che le imprese straniere trovino attrattivo un territorio così vasto da poter sostenere una forte industrializzazione». Così, la Guida «che abbiamo voluto più breve e sintetica possibile – sottolinea l’ambasciatore Ragaglini – aggiornandosi in linea con la situazione normativa sarà aperta ai suggerimenti, anche da parte russa. L’ho detto anche al ministro dell’Industria, Denis Manturov». Perché si metta in moto quello che il responsabile Ice a Mosca definisce «un meccanismo virtuoso di crescita reciproca».

 

Sole 24 Ore. 2016-05-17. Donald Trump, Vladimir Putin e il fascino dell’uomo forte

L’ascesa di Donald Trump è stata accompagnata da prevedibili borbottii: «Può accadere soltanto in America». Invece, il fenomeno Trump si comprende meglio se inquadrato in un trend globale: il ritorno alla leadership nella politica internazionale dell’“uomo forte”.

Più che fare da apripista, dunque, l’America è arrivata ben ultima a questa avvilente situazione di fatto. Un giorno, forse, gli storici indicheranno nel 2012 il punto di svolta: nel maggio di quell’anno Vladimir Putin è ritornato al Cremlino da presidente della Russia. Pochi mesi più tardi Xi Jinping si è installato nella poltrona di segretario generale del Partito comunista cinese.

Sia Putin Sia Xi sono subentrati a leader privi di carisma, Dmitry Medvedev il primo e Hu Jintao il secondo, e rapidamente hanno agito dando una nuova impronta alla leadership. I media compiacenti sono stati incoraggiati a dar vita e a coltivare il culto della personalità, mettendo in evidenza la forza e il patriottismo dell’uomo nuovo al vertice.

Il trend iniziato in Russia e in Cina si è subito manifestato anche in altri paesi. Nel luglio 2013 in Egitto un colpo di stato è culminato con la destituzione dei Fratelli Musulmani e la comparsa di Abdel Fattah al-Sisi, ex comandante dell’esercito, il nuovo leader forte del paese. L’anno seguente Recep Tayyip Erdogan, da undici anni Primo ministro turco, è stato eletto presidente e poco dopo la nomina ha preso provvedimenti per rafforzare la presidenza, emarginando gli altri politici di spicco e dando un giro di vite ai media.

Il fenomeno Erdogan dimostra che le democrazie non sono immuni dall’attrazione per l’uomo forte. Erdogan è istintivamente autoritario, ma è arrivato al potere col voto degli elettori. Narendra Modi, eletto Primo ministro indiano nel 2014, ha impostato la sua intera campagna elettorale sulla propria forza e il proprio dinamismo, promettendo di invertire gli anni di immobilismo dovuti alla mite leadership di Manmohan Singh. In Ungheria, Viktor Orban, Primo ministro eletto, ha dimostrato forti tendenze assolutistiche.
Questo orientamento globale sta accelerando. La settimana scorsa nelle Filippine è stato eletto presidente un populista scatenato, Rodrigo Duterte, meglio noto come Duterte Harry, e prenderà il posto del misurato tecnocrate Benigno Aquino.

E poi c’è Trump. Gli americani forse trasaliranno all’idea che la politica degli Stati Uniti possa avere qualcosa in comune con quella delle Filippine o della Russia, ma di fatto Trump – che ormai si è assicurato la candidatura ufficiale repubblicana alla presidenza – presenta molte caratteristiche dell’attuale mucchio di leader autoritari e muscolosi comprendente Putin, Xi, Erdogan, Sisi, Modi, Orban e Duterte.

Tutti costoro hanno promesso di guidare una rinascita nazionale con la forza della loro personalità e la ferma determinazione a ignorare le sottigliezze liberali. In molti casi, alla promessa di una leadership energica si accompagna la volontà – talvolta esplicita, talvolta implicita – di ricorrere in modo illegale all’uso della forza contro i nemici dello stato.

“Duterte Harry” ha enfatizzato i suoi legami con le gang di vigilantes. Il ricorso da parte di Putin a tattiche brutali nella seconda guerra cecena era ben noto agli elettori russi. Il presunto ruolo avuto da Modi nel massacro del 2002 nello stato del Gujarat dal quale proviene è stato a tal punto controverso da interdirgli l’ingresso negli Stati Uniti per molti anni. Sisi ha rafforzato la sua presa del potere con un massacro per le strade del Cairo. E, perfino negli Usa dove vige la legalità, Trump ha promesso che torturerà i terroristi e farà assassinare i loro famigliari.

Di solito, la leadership degli uomini forti va di pari passo con un’estrema sensibilità alle critiche. Durante la presidenza di Putin e quella di Xi ci sono state feroci repressioni alla libertà di espressione. In Turchia Erdogan ha querelato per diffamazione quasi duemila persone. E Trump, che perde poche occasioni per scagliarsi contro i media, ha detto che vorrebbe facilitare ai politici la possibilità di querelare la stampa.

Di solito, i leader forti sfruttano l’insicurezza, l’angoscia, l’insoddisfazione della popolazione. Putin ed Erdogan hanno dipinto la Russia e la Turchia come circondate da nemici. Sisi ha promesso di salvare l’Egitto dal terrorismo. Xi e Modi hanno fatto leva sulla frustrazione della gente comune nei confronti della corruzione e dell’ineguaglianza. La campagna di Trump ha incluso un po’ tutti questi elementi, oltre alla promessa di invertire il corso del declino della nazione e di usare il pugno di ferro contro i criminali e gli stranieri.
In un periodo storico nel quale il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e la cancelliera tedesca Angela Merkel sono entrambi internazionalisti cauti e riflessivi, il nazionalismo azzardato di Putin ha suscitato ammirazione in Cina, nel mondo arabo e perfino in Occidente.

Trump e Putin sembrano aver formato una sorta di sodalizio di vicendevole ammirazione. I leader assolutistici spesso vanno molto d’accordo tra loro, quanto meno all’inizio. Tuttavia, poiché tali rapporti si basano su uno stile e una millanteria condivisi, più che su principi di fondo, spesso si rompono in modo eclatante. Erdogan un tempo intratteneva buoni rapporti con Putin e con il presidente siriano Bashar al-Assad, ma entrambi si sono trasformati in risentiti nemici. Andando indietro nel tempo, il patto del 1939 tra Hitler e Stalin in soli due anni lasciò il posto alla guerra tra Germania e Unione Sovietica.

L’inquietante verità è che l’impatto dei leader autoritari di rado resta confinato all’interno dei confini nazionali. Troppo spesso la tendenza latente a ricorrere alla violenza che essi introducono in politica interna tracima nell’arena internazionale.
Traduzione di Anna Bissanti
Copyright The Financial Times Limited 2016