Pubblicato in: Arte, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Cassazione salva il baccalà dalle grinfie dell’Unione Europea.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-11.

2016-01-09__stoccafisso__001

Nessuna paura! Oltre al baccalà è stato salvato anche lo staccafisso.


È impossibile non tornare da Bruxelles allucinati dalla vista della lunga teoria di armadi metallici che contengono le 140,000 pagine di Trattati, Norme, Regolamenti, Circolari Attuative e così via.

Alles in Ordungn d’accordo, ma a tutto dovrebbe vicariare quello che nei tempi bui era chiamato il buon senso.

Pierre Gaxotte ci ha regalato quel profondo trattato sulla rivoluzione francese, in cui nelle prime brillanti ottanta pagine constata come all’epoca fossero in vigore 120,000 leggi, accordi, norme, regolare in materia fiscale, con il risultato che lo stato non riusciva a riscuotere un franco dalla periferia. Ci pensò poi la rivoluzione, che bruciò il tutto in Place Vendôme, primo del successivo falò degli assignat.

*

Liberal, socialisti e burocrati della Two saranno ricordati dalla storia per i loro deliri regolatori. Per le bevande non gasate al gusto di vino, per i formaggi fatti con il latte in polvere e per le cioccolate fatte senza cacao.

La Cina blocca il consumo del gorgonzola

La Cina riapre le porte al gorgonzola e agli altri formaggi erborinati

Problema che è stato risolto usando buon senso da ambo le parti: gorgonzola salvo, almeno nella sua quota di esportazione in Cina.

Macron ed EU. Dopo i Patrioti, adesso assassinano anche il Camembert.

Il lardo di Colonnata prima superstar poi minacciato dalla Ue

European MPs call for EU-wide ban on foie gras

* * * * * * *

I liberal odiano la tradizione dei popoli, ritenendosi essi stessi l’apice dei ogni processo evolutivo, perfetti e quindi non ulteriormente perfettibili, autoconsistenti in sé stessi: il passato deve così essere distrutto.

Assieme al retaggio religioso, sociale, economico, politico delle nazioni vorrebbero distruggere anche le tradizioni culinarie.

Ma se portar via ai francesi il Camembert, il foie gras, oppure l’arista di maiale in crosta è un reato che porta in piazza la gente, anche noi italiani non siamo da meno.

Il Pacchetto Igiene dal 2004 a Oggi (Regolamenti (CE) 852, 853, 854, 882/2004, e Direttiva 2002/99) Regolamento (CE) 183/2005

È una direttiva mostruosa, degna del trattato di psichiatria, ove persino la pizza napoletana è guardata con sospetto come se fosse strumento di un untore. Già: il pizzaiolo la tratta con le mani.

Nel collimatore è entrato anche il povero baccalà.

Spoglie mortali del merluzzo nordico Gadus macrocephalus e Gadus morhua, salato e stagionato: se essiccato prende nome di stoccafisso, necessitano di un buon cuoco che di loro dignitosa sepoltura.

Manco a dirlo, l’immarcescibile Greenpeace lo aborre: i pesci pescati muoiono per asfissia, senza che nessuno faccia loro l’anestesia generale, e poi, questi umani se li mangiano, e la stirpe dei Gadus potrebbe anche estinguersi: che si estinguano gli umani, ovviamente.

*

Così il Regolamento (CE) 183/2005 è finito davanti alla Suprema Corte di Cassazione. L’accusa era severissima: cibo nocivo, da conservarsi al massimo a norme Unione Europea, in celle frigorifere anche esse a norma EU, costruite e manutenute da personale con patentino EU. Non si parli poi dei controlli di qualità.

Il cuoco non dovrebbe avere a disposizione una cucina, bensì un laboratorio fisico-chimico di altissimo livello.

Ve lo vedete il famosissimo sig. Ernesto, per anni sommo cuoco del baccalà e dello stoccafisso, passare filetto per filetto sotto lo spettrofotometro? Il tutto ovviamente in camera sterile.

«’Brexit’ per baccalà e stoccafisso»

*

«Non valgono infatti regole europee e direttive comunitarie per la vendita del merluzzo conservato il cui commercio è libero da eurovincoli e improntato al solo buon senso»

*

«A dirlo è la Cassazione che ha prosciolto un pescivendolo dall’accusa di non aver conservato bene al fresco, secondo i dettami Ue, il baccalà che teneva in ammollo nel secchio e a pezzi essiccati nel cartone»

*

«Nel ricorso in Cassazione contro l’assoluzione di Francesco S., il pescivendolo di 42 anni incappato in questa peschereccia ‘inquisizione’, la Procura di Asti ha sostenuto che “pur non essendo stati fissati dalla legge limiti predeterminati sulla conservazione del baccalà, ciò nondimeno i Regolamenti comunitari del Pacchetto Igiene del 2004 hanno rivoluzionato il comparto produttivo degli alimenti di origine animale e vegetale attribuendo all’operatore del settore alimentare la responsabilità della salubrità dell’alimento in tutte le fasi del processo, dalla produzione alla commercializzazione”.»

* * * * * * *

Il Bacalà alla vicentina, con una sola “c” come da dialetto locale, gode di un festival, di una Confraternita e di una lunga tradizione a Sandrigo. Ma basterebbe fare quattro passi e si troverebbe la Confraternita dei Bigoi al torcio di Limena, oppure la Fondazione VivilaValposina, che propugna i Gnocchi al bacalà con il Riso di Grumolo delle Abbadesse.

La tradizione è salva! E che tradizione!


Ansa. 2019-01-08. Brexit, per Cassazione il baccalà si può vendere senza norme Ue

Non si applica direttiva del freddo, sottosale regge anche 15°.

*

‘Brexit’ per baccalà e stoccafisso. Non valgono infatti regole europee e direttive comunitarie per la vendita del merluzzo conservato il cui commercio è libero da eurovincoli e improntato al solo buon senso. A dirlo è la Cassazione che ha prosciolto un pescivendolo dall’accusa di non aver conservato bene al fresco, secondo i dettami Ue, il baccalà che teneva in ammollo nel secchio e a pezzi essiccati nel cartone.

L’Ue non ha regolamentato il commercio di questo prodotto, del quale l’Italia è tra i grandi consumatori, e dunque – afferma la Cassazione – non bisogna ‘criminalizzare’ chi lo vende non tanto refrigerato dato che “in base alle regole di comune esperienza” solo oltre “il superamento della soglia di 15° è profilabile il rischio di deterioramento”. Così la Suprema Corte ha respinto il ricorso della Procura di Asti che insisteva nel voler condannare un pescivendolo torinese – che aveva un banco al mercato nell’astigiano – perchè vendeva il baccalà a temperature superiori di due gradi rispetto ai quattro gradi prescritti dal Pacchetto Igiene emanato nel 2004 da Bruxelles.

Nel ricorso in Cassazione contro l’assoluzione di Francesco S., il pescivendolo di 42 anni incappato in questa peschereccia ‘inquisizione’, la Procura di Asti ha sostenuto che “pur non essendo stati fissati dalla legge limiti predeterminati sulla conservazione del baccalà, ciò nondimeno i Regolamenti comunitari del Pacchetto Igiene del 2004 hanno rivoluzionato il comparto produttivo degli alimenti di origine animale e vegetale attribuendo all’operatore del settore alimentare la responsabilità della salubrità dell’alimento in tutte le fasi del processo, dalla produzione alla commercializzazione”. Con la conseguenza che, ha aggiunto il Pm, se in questo caso specifico “il produttore ha indicato in etichetta la temperature di conservazione tra zero e quattro gradi è perchè ha già valutato il rischio, in relazione alle caratteristiche organolettiche del prodotto ed alla quantità di sale impiegato, legato in concreto a quel prodotto, onde tutti gli operatori e rivenditori devono attenersi a quelle indicazioni vincolanti”.

Ad avviso degli ‘ermellini’ (sentenza 348), invece, “nessuna prescrizione contenuta nei citati regolamenti comunitari conferisce al produttore, in relazione alla tecnologia utilizzata per la conservazione del prodotto, il potere di dettare indicazioni di contenuto precettivo nei confronti dei commercianti al dettaglio, la cui violazione si configuri perciò come una violazione di legge”. Inoltre, sottolinea la Cassazione, tra i pesci per i quali il Regolamento Ue prescrive di tenerli “a una temperatura vicina a quella del ghiaccio di fusione”, non può “essere compreso il baccalà che configura un prodotto ittico lavorato in quanto sottoposto a salagione, tecnica di per sè volta alla conservazione del prodotto”. La conferma dell’assoluzione del pescivendolo emessa con verdetto del 14 maggio 2018 dal Tribunale di Asti è stata chiesta anche dal Pg Pietro Gaeta, magistrato di spicco della Procura della stessa Cassazione.(ANSA).

Annunci
Pubblicato in: Arte

Журавли. Il canto delle Gru.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-12-31.

Gru 001

Questa è la canzone russa più ascoltata degli ultimi cinquanta anni.

La dedichiamo a tutti coloro che hanno perso, dato, la loro vita sui campi di battaglia, sulle insanguinate strade europee, negli attentati, in tutti quegli atti di follia lucida che sono avvenuti durante questo 2018.

Violenza che chiama violenza, sangue che chiama sangue. Ma nel cuneo che vola c’è sempre un posto libero, e le gru ci stanno chiamando.

È cantata dall’indimenticabile Dmitri Hvorostovsky.

Журавли

*

A volte mi sembra che i soldati,

dal momento che non c’era sangue nei campi,

Si siano trasformati in una gru bianca. ….

Vola, vola il cuneo stanco attraverso cielo,

Vola nella nebbia alla fine della giornata.

E nei ranghi c’è una piccola lacuna.

Forse questo è il posto per me.

*

Sì, amici miei. C’è proprio un posto anche per noi. Siamo tutti attori: non esiste la possibilità di fare lo spettatore.

* * * * * * *

Журавли

Мне кажется порою, что солдаты

С кровавых не пришедшие полей,

Не в землю нашу полегли когда-то,

А превратились в белых журавлей.

Они до сей поры с времен тех дальних

Летят и подают нам голоса.

Не потому ль так часто и печально

Мы замолкаем глядя в небеса?

Летит, летит по небу клин усталый,

Летит в тумане на исходе дня.

И в том строю есть промежуток малый –

Быть может это место для меня.

Настанет день и журавлиной стаей

Я поплыву в такой же сизой мгле.

Из-под небес по-птичьи окликая

Всех вас, кого оставил на земле.

Мне кажется порою, что солдаты

С кровавых не пришедшие полей,

Не в землю нашу полегли когда-то,

А превратились в белых журавлей.

* * * * * * *

The cranes

t seems to me sometimes that soldiers

Since no blood came fields

Not in our land perished once,

And it turned into white cranes.

They hitherto with those distant times

Flying and sent us to vote.

Not because my only weapon so often and sadly

We are looking to shut up the heavens?

Flies, flies through the sky wedge tired,

It flies in the fog at the end of the day.

And in the ranks there is a small gap –

Perhaps this is the place for me.

One day a flock of cranes and

I swim in the same blue-gray haze.

From under the heavens like a bird calling out

All of you who are left on the ground.

It seems to me sometimes that soldiers

Since no blood came fields

Not in our land perished once,

And it turned into white cranes.

Pubblicato in: Arte

Mozart: Clarinet Concerto in A major, K.622. Arngunnur Árnadóttir al clarinetto.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-12-26.

2018-08-29__Clarinetto

«Il concerto per clarinetto di bassetto e orchestra in La maggiore KV 622 è l’ultima composizione di Wolfgang Amadeus Mozart per strumento solista, composta due mesi prima di morire. ….

Dei tre movimenti che compongono il concerto, l’adagio è quello in cui la melodia tocca le vette più alte, raggiungendo momenti di intimità e di struggente malinconia.

L’Allegro è il primo movimento, ha un carattere gioioso e virtuosistico.

Il concerto fu scritto per il clarinettista austriaco Anton Stadler, virtuoso dello strumento, al quale Mozart lo dedicò. Stadler utilizzava uno strumento particolare: il cosiddetto clarinetto di bassetto in La. Si tratta di un clarinetto in La con un’estensione aumentata verso il grave di una terza, fino a raggiungere il Do grave scritto. Alcuni passaggi del Concerto prevedono queste note che oggi sono fuori dalla portata dei clarinetti normalmente utilizzati e vengono quindi suonati un’ottava sopra (perdendo sicuramente il fascino legato a questi suoni gravi e vellutati).» [Fonte]

*

È un Mozart maturo, il Mozart del Requiem, che ci rende partecipi della sua Weltanschauung non solo musicale, ma che coinvolge nella loro globalità mente e corpo, sentimenti e ragione.

Un Mozart duro da comprendersi. Il gioviale giovinetto pieno di amore di vita ha lasciato il posto alla persona meditabonda su sé stesso, il futuro e l’universo.

Il concerto fu rappresentato nell’ottobre 1791, ma Wolfgang Amadeus Mozart muore il 5 dicembre 1791.

Se l’orchestra trova grandi difficoltà tecniche, il clarinetto richiede un maestro fuori dal comune.

Wolfgang Amadeus Mozart: Clarinet Concerto in A major, K.622

La clarinettista è una giovane donna, Mrs Arngunnur Árnadóttir, che meriterebbe una degna presentazione.

«After graduating from the Hochshule für Musik Hanns Eisler in Berlin she was appointed as principal clarinetist at the Iceland Symphony Orchestra in 2012. In addition to playing with the orchestra she has performed as a soloist and played chamber music in Iceland and abroad.»

*

Orbene, questa ragazzina ci propone di meditare su di un problema di estrema attualità, in tutti i campi, da quello filosofico a quello giuridico.

Una cosa è il riprodurre ed una totalmente differente l’interpretare.

Gli orchestrali riproducono un brano musicale quando lo suonano in perfetta corrispondenza con lo spartito, senza nessuna sbavatura. Serve in questo un’ottima maestria e parte del merito va ascritta al direttore della orchestra.

L’orchestrale invece interpreta un brano quando lo suona come se al suo posto ci fosse l’autore a suonarlo, in questo caso Mozart stesso. Deve identificarsi con Mozart.

Per interpretare il virtuosismo tecnico diventa un mero mezzo per perseguire lo scopo di ricostruire il pensiero creativo dell’autore. È in questa operazione che la cultura di base svetta sovrana.

Si noti come nella barbarie lessicologica odierna spesso per ‘interpretazione’ è spacciata la modalità di riproduzione secondo la mente del suonatore: ma quasi invariabilmente tra questo suonatore e Mozart passa una differenza immensa.

*

Ma ragionamento analogo potrebbe essere fatto per un giudice messo innanzi alla possibilità di applicare la legge in modo testuale ovvero di cercare di compenetrare cosa realmente avrebbe voluto significare il legislatore.

Gran Maestro il nostro Mozart!

Nota tecnica.

«Il clarinetto è uno strumento musicale che appartiene alla famiglia dei legni e, più precisamente, a quella delle ance semplici. Esso non è stato inventato dal nulla ma è il risultato dell’evoluzione di strumenti precedenti: la cennamella, di forma corta e cilindrica, si può considerare un antenato di questo strumento. Essa era nota con il nome di chalumeaux e venne trasformata nell’attuale clarinetto grazie a Johann Christian Denner: nel 1600, a Norimberga, egli conferì al clarinetto la forma dell’oboe, con canne di legno suddivise in segmenti, con una campana distinta e due chiavi. Il merito delle migliorie apportate alla meccanica è di Barthold Fritz, un fabbricante di Braunschweig. La nascita del clarinetto moderno con 13 chiavi si deve a Ivan Muller nel 1792.» [Fonte]

Pubblicato in: Arte

Botticelli. Svelato il segreto del cuore de ‘La Madonna del Melograno’.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-12-25.

2018-12-04__Botticelli__000

Sandro Botticelli, Alessandro di Mariano di Vanni dei Filipepi (1445–1510), fu sommo pittore, uno dei grandi Maestri che segnarono il trapasso dell’arte pittorica dalla Weltanschauung medievale a quella rinascimentale.

Un trapasso dolce, senza grandi rotture: ma, se si guardassero le sue opere in successione cronologica, l’effetto sarebbe davvero grandioso.

Due gli eventi discriminanti della sua vita artistica.

Il primo, nel 1472 Botticelli entrò nella Compagnia di San Luca, la confraternita degli artisti fiorentini. Un giovane talento affascinato dal neoplatonismo catapultato in un ribollire di idee nuove, di una differente concezione di vita. Ma anche, e forse soprattutto, frequentata e frequentante il circolo culturale dei Medici, animato dai grandi Marsilio Ficino ed Agnolo Poliziano. Qui il giovane Botticelli iniziò ad intravedere la grandiosità dell’essere umano, sicuramente creatura del Dio Pantocratore, ma altrettanto sicuramente apice della creazione.

Se l’uomo infatti si trova tramite la Rivelazione a contemplare i Misteri divini, può tuttavia cercare di penetrarli dispiegando la sua intelligenza analitica e sintetica: con la teologia i Misteri sono analizzabili portando alla conclusione che non si riscontra in essi contraddizione alcuna. Bene, la scuola pittorica tardo medievale e quella di inizio del rinascimento ci conducono in via visiva dal concetto tomistico che ‘Veritas est adaequatio rei et intellectus’ [Summa Theol, II-II, xvi, 1-3] al focalizzarci sul creato per ascendere al divino.

Nulla da stupirsi quindi se la prima produzione del Botticelli sia tipicamente a carattere sacro, stupefacente invece il prodotto del suo fermento interiore, che lo conducono dalla ‘Fortezza‘, sua prima opera, alla ‘Assunzione di Maria con i santi Benedetto e Tommaso apostolo‘, al ‘Ritratto di Giuliano de’ Medici‘ (1478).

Questo ultimo quadro è una delle perle della National Gallery: è uno dei primi ritratti laici dei grandi artisti fiorentini.

Agli inizi del 1480 concepì la ‘Primavera‘ e la ‘Nascita di Venere’.

Corpi femminili ignudi, nel primo dipinto marezzati di veli trasparenti: immagini plastiche, al limite dell’asessuato, che ispirano solo l’armonia delle forme locate nello spazio, delimitate dai mutati colori. Esseri che quasi sfiorano la terra. Il divino trasuda dalle proporzioni delle forme. Nulla quindi da vergognarsi delle creature se queste siano rettamente intese, ove i rapporti geometrici e colorimetrici convergono verso il fulcro centrale: la formazione a polmone de la ‘Primavera‘ ed il gorgo dei capelli sommossi dai venti di Zefiro che l’ancella, una fanciulla delle Ore, si appresta a ricoprire con manto suntuoso ne la ‘Nascita di Venere’. Venere perde ogni rapporto sensuale e si sublima nel concetto di amore. La materia creata si ricorda, e ci ricorda, implicitamente della sua provenienza.

Il secondo è un periodo di crisi irreversibile e conflittuale.

Da un lato la potenza del sinolo Creatore – Creatura si sviluppa in un ascetismo mistico, ben evidente nella ‘Annunciazione di Cestello‘. Notate la mano dell’Angelo protesa verso quella della Vergine, centro focale del dipinto, quasi a ricordare la Creazione del Michelangelo, ma qui raffigurate a palme contrapposte, non ad indici puntati.

La Calunnia‘ è l’opera di svolta.

Il Botticelli non rappresenta più forme di cose o di persone, ma si cimenta a dipingere uno dei vizi più odiosi. Re Mida, giudice fazioso, è consigliato da Ignoranza e Sospetto, mentre il Livore tiene sotto braccio Calunnia, cui Insidia e Frode racconciano i capelli. Quasi emarginate a sinistra Rimorso e Nuda Veritas.

Ma la vera potenza del dipinto è la compulsione che genera ad astrarre le forme e le fisionomie, meri strumenti per penetrare l’oscenità della calunnia, ossia di una imputazione o denuncia, coscientemente ed artatamente falsa, di accadimenti non veri. E drammaticamente recepita dal giudizio del popolo e da quello dei tribunali. È la massima ambizione del male: definirsi, presentarsi come se fosse il bene o, quanto meno, ammantarsi di legale, mentre giustizia e legalità non sono per nulla sinonimi.

È uno dei rari dipinti che a bene osservarli induce il disgusto per quanto rappresenta. Eppure il mondo è pieno zeppo di calunniatori cronici.

Se Michelangelo è l’artista della potenza del corpo maschile, Botticelli è l’esteta dell’armonia del corpo muliebre: due realtà complementari per la loro stessa differenza.

* * * * * * *

2018-12-04__Botticelli__002

Sul Botticelli si dovrebbe scrivere un libro. Qui qualche spunto è sufficiente per introdurre il tema in oggetto.

Come Michelangelo e Leonardo, anche il Botticelli ha consistenti nozioni di anatomia: in caso contrario non avrebbe potuto raggiungere la raffinatezza formale e sostanziale che ha conseguito con rara maestria.

Ma adesso ne abbiamo prova diretta.

Nella Galleria degli Uffizi è custodito il tondo ‘La Madonna del Melograno‘.

Una corona di angeli sottende la beata vergine Maria con manto blu e veste rossa, che tiene in braccio il Bambin Gesù. La sua mano destra è levata quasi a benedire, ma quella sinistra, sorretta dalla mano omolaterale della madre, sottende un frutto di melograno. È questa una chiazza rosso chiara che salta immediatamente agli occhi, quasi che le figure servano solo a focalizzare lo sguardo.

2018-12-04__Botticelli__003

Dobbiamo ai prof.ri Davide Lazzeri, Ahmed Al-Mousawi e Fabio Nicoli l’analisi dettagliato di questa emisfera di melagrana.

È la perfetta riproduzione anatomica del cuore.

Nulla in Botticelli è lasciato al caso.

Già da tempo il culto del Sacro Cuore stava affermandosi come culto di iatria, ossia di adorazione. Istanza teologica che si snoda dalla tradizione mistica tedesca del tardo medioevo, in modo particolare da Matilde di Magdeburgo (1207-1282), Matilde di Hackeborn (1241-1299), Gertrude di Helfta (ca. 1256-1302) ed Enrico Suso (1295-1366), autori sicuramente noti al Botticelli, anche se fu solo Leone XIII a promulgare alla fine l’enciclica Annun Sacrum.

Ci si ricordi infine del miracolo di Bolsena del 1263, che dette la stura ad intense ricerche teologiche che portarono alla fine all’emanazione del dogma della Transustanziazione  nel 1551, durante il Concilio di Trento.

In questo, come in molti altri settori, il Botticelli fu un precursore.

* * * * * * *

Sandro Botticelli’s Madonna of the Pomegranate: the hidden cardiac anatomy

Davide Lazzeri, Ahmed Al-Mousawi, Fabio Nicoli.

CardioVascular and Thoracic Surgery, ivy321, https://doi.org/10.1093/icvts/ivy321

*

Abstract

Sandro Botticelli was one of the most renowned artists of the 15th century. He was based in Florence during the flourishing of the Renaissance, a time when anatomical knowledge of ancient times was reclaimed through cadaveric dissection. This report proposes that such knowledge enabled Botticelli to enhance the iconography of his masterpieces, Madonna of the Pomegranate, by incorporating a concealed image of the heart and cardiac anatomy within it.

THE PAINTER

Alessandro di Mariano di Vanni dei Filipepi (1445–1510), better known as Sandro Botticelli, was one of the most esteemed artists of the Florentine Renaissance. Admitted into the De’ Medici family’s circle, Sandro spent almost his entire career in Florence, giving shine to his city and citizens better than many other masters of the Renaissance [1, 2]. In the latter part of the 15th century, Botticelli was exposed to the resurgence of interest in human anatomy and in the reclamation of the lost medical knowledge from ancient times, by Renaissance artists through the dissection of the corpses [3]. Indeed, at that time, Italian Renaissance artists considered it a necessity to become anatomists, in their attempt to produce a more life-like, sculptural portrayal of the human body, as ‘…having seen human bodies dissected one knows how the bones lie, and the muscles and sinews, and all order of conditions of anatomy…’ [2]. According to the new Renaissance wave, art should not just be a copy of the classic nudes of antiquity but a bearer of a new spirit for which anatomical dissections were crucial to better reproduce the body, its movements and functions, as well as its supporting structures in art.

Though his popularity increased throughout his lifetime, Botticelli’s reputation and contribution virtually faded until his rediscovery in the 1890s, when he was greatly acclaimed by the Pre-Raphaelites [2]. He left us such masterpieces as The Primavera and The Birth of Venus, as well as several other immortal altarpieces and works with mythological and religious themes among which include the Madonna of the Pomegranate.

THE PAINTING

In 1487, Botticelli painted one of his masterpieces (Fig. 1), the title coming from the fruit held in Mary’s hand [1]. The motif of a pomegranate appears in Christian religious paintings as a symbol of the fullness of Jesus’ suffering and resurrection. The red seeds are intended to recall the blood shed by Jesus to save humankind. Furthermore, the pomegranate has a calyx shaped like a crown, serving to highlight the regality of the baby holding it.

The pomegranate is intriguingly depicted as peeled in a portion to reveal non-symmetrical chambers, the shape of which follows an anatomical scheme similar to the cardiac chambers (Fig. 2). Botticelli portrayed the inner spongy membranes dividing the arils (seed pods) into 5 spaces resembling the atria and ventricles and the main pulmonary trunk. The crown is separated into 2 parts mimicking the superior vena cava and the arch of aorta with its 3 branches. The fruit is also held in front of the left side of the chest overlying the position of the heart. These surprising analogies with the actual cardiac anatomy and its depiction over the chest make likely the hypothesis of a heart hidden in the fruit held by Mary and Jesus.

THE POMEGRANATE IN OTHER RENAISSANCE PAINTINGS AND IN NATURAL SECTIONS

To support our hypothesis, we analysed the resemblance and differences to previous paintings with the same motif. In their portrayals of ‘Madonna of the Pomegranate’, Beato Angelico, Leonardo Da Vinci and Pier Francesco Fiorentino represented the fruit divided into 2 parts with no details about the inner membranes and the division of arils. Pinturicchio and Raffaello Sanzio’s paintings did not reveal the inside of the pomegranate.

Photos of sliced and partially peeled pomegranates fail to reveal such similar or precise architecture as those depicted by Botticelli, lending some support to our theory.

DISCUSSION

From the 13th century, accurate anatomical studies were performed by Mondino de Luzzi (1270–1326), also known as Mundinus, a physician and Professor of Surgery, who worked in Bologna. He founded the first European School of Anatomy and wrote in 1316 the ‘Anathomia corporis humani’, the most widely used anatomical text for 250 years [4]. In his description of cardiac form and function, Mondino, like Aristotle, believed that the heart’s central position in the body demonstrated its role as the ‘source and ultimate root of all the organs’. Further contributions to the description of cardiac anatomy were provided by the 15th century Bolognese physician Girolamo Manfredi in his chapter on the heart.

Few details remain about Botticelli’s life as a potential anatomist, with no reports of dissection or anatomical drawings attributed directly to him. Several renaissance painters such as Pollaiuolo, Signorelli and Botticelli were known to have attended anatomical lessons at the Bologna medical school, and most of them, including Leonardo, were influenced using Mondino’s and Manfredi’s books as dissection manuals and as a primary source of medical knowledge [3]. Moreover, given the friendship and mutual admiration with Leonardo da Vinci, Botticelli may well have been aware of Leonardo’s extensive collection of anatomical drawings including his studies of the heart. Leonardo was one of the first to describe the heart as a muscle and consider the atria as cardiac chambers, providing the first known description of coronary artery disease, and created incredibly accurate sketches on the workings and structure of the heart and cardiac valves.

This report is not the first to highlight concealed anatomical imagery in Renaissance artworks, with fascinating reports regarding hidden imagery within frescoes and paintings being previously published [2]. Meshberger [5] asserted that Michelangelo concealed the image of a brain in The Creation of Adam, whereas Eknoyan [6] argued that in the Separation of Land and Waters, Michelangelo incorporated the image of a bisected right kidney in the mantle around God. Suk and Tamargo [7] suggested that Michelangelo incorporated a ventral view of the brainstem within the image of God in The Separation of Light From Darkness. Tranquilli et al. [8] interpreted the shape of the robe of God in The Creation of Adam as a post-partum uterus. According to Ambrogi [9], Piero della Francesca depicts in 2 paintings a necklace of coral for the infant Jesus that follows the anatomy of the trachea and the main bronchi. Recently, Blech and Doliner [2, 10] reported that Botticelli concealed an image of a pair of lungs in The Primavera, whereas Lazzeri proposed that he also embedded the lung imagery in The Birth of Venus. These findings, corroborated by evidence from analyses of the artist’s life and influences, are gaining the assent of art historians.

Art history is characterized by disputes about the attributions and meanings of artists because the interpretation of an artist’s intention is speculative, unless there are written documents that reveal the real intention of the masters. Therefore, art historians need to sustain their theories with circumstantial proof supported by experience and cumulative analyses, as do professionals in the medicoartistic field. The current interpretation of Botticelli incorporating anatomical imagery in his masterpieces will remain speculative because of a lack of clear documentation though should be considered plausible given the available evidence.

Pubblicato in: Arte, Senza categoria

Lo stupefacente tesoro del guerriero miceneo.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-11-29.

2017-11-12__Lo stupefacente tesoro del guerriero miceneo__001

Intorno al 1500 a. C., i Micenei conquistarono i Minoani.

L’arte micenea era abbastanza ben conosciuta, ma lo scavo della tomba recentemente trovata nei pressi di Pilo obbliga a riconsiderarla in modo completo: la Tomba del Grifone contiene 3,000 pezzi di rara fattura e bellezza.

2017-11-12__griffinwarrior23.jp

«Dating from around 1,500BC the grave also held a intricately carved gem, or sealstone, which was covered in limestone»

*

«Now after a year of careful restoration the scene beneath has finally been uncovered. It depicts an ancient battle in which a bare-chested warrior plunges a blade into the neck of an assailant, while a second enemy corpse lays at his feet»

*

«“What is fascinating is that the representation of the human body is at a level of detail and musculature that one doesn’t find again until the classical period of Greek art 1,000 years later. It’s a spectacular find”»

*

«The find is all the more remarkable because of its tiny size. The tiny piece of agate measures just 1.4 inches in length (3.6cm) and many of the details such as the ornamentation on the shields and jewellery are too small to be viewed with the naked eye»

*

«Some of the details on this are only a half-millimeter big …. It seems that they were producing art of the sort that no one ever imagined they were capable of producing»

*

2017-11-12__griffinwarrior26

«It shows that their ability and interest in representational art, particularly movement and human anatomy, is beyond what it was imagined to be. Combined with the stylized features, that itself is just extraordinary»

* * * * * * * *

2017-11-12__griffinwarrior28

Si noti il gioco del deltoide sul bicipite della figura a destra, così come l’anatomia del polpaccio con i muscoli in tensione. Il disegno dello sternocleidomastoideo destro del guerriero a sinistra che sta per affondare la spada nel giugulo dello avversario sembrerebbe essere stato tratto da un atlante di anatomia.

E il tutto è scolpito su materiale fragile, che è stato anche levigato ad arte: un pezzo largo tre centimetri e sei millimetri, con dettagli al mezzo millimetro.

Si rimane esterrefatti.

Lo scultore aveva una cultura anatomica di ottimo livello anche ai nostri tempi, ma la sua sensibilità artistica ha dell’inverosimile.

Le due figure principali si equilibrano a formare una sorta di triangolo le cui parti inferiori sono delineate dalle gambe nella loro massima estensione, facenti fulcro sull’immagine dello scudo. Un quasi perfetto rispetto dei rapporti della sezione aurea, con i capelli ondeggianti ad imprimere il senso del rapido moto.

Un gusto di composizione delle immagini del tutto fuori dalla norma: le masse riempiono lo spazio in modo particolarmente armonico, come se l’artista avesse nel suo bagaglio culturale anche studi e competenze architettoniche.

Belli, infine, persino gli spazi vuoti, variegati dalle ondeggiature della levigatura e dal ben bilanciato policromismo del mezzo. Tutto guida lo sguardo al centro cruento della scena.

Per non parlare poi della collana sacrale. Fatta in maglia di fili di oro. La fattura è perfetta.

Questi erano i nostri avi.


The Telegraph. 2017-11-08. History of art rewritten as archaeologists unearth 3,500-year-old carving of ancient Greek battle.

The history of art has been rewritten after archeologists unearthed an astonishing 3,500 year old carving of an ancient Greek battle, depicting human bodies in anatomical detail which was thought way beyond the skill of Bronze Age artisans.

In 2015, the tomb of the so-called ‘Griffin Warrior’ was discovered near the ancient city of Pylos, southwest Greece, containing the remains of a powerful Myceneaen warrior and a treasure trove of burial riches.

Dating from around 1,500BC the grave also held a intricately carved gem, or sealstone, which was covered in limestone.

Now after a year of careful restoration the scene beneath has finally been uncovered. It depicts an ancient battle in which a bare-chested warrior plunges a blade into the neck of an assailant, while a second enemy corpse lays at his feet.

The seal, named the ‘Pylos Combat Agate’ has been hailed as one of the finest works of prehistoric Greek art ever discovered and may depict the mythological war between the Trojans and Mycenaeans, which was told in Homer’s Iliad hundreds of years later.

“What is fascinating is that the representation of the human body is at a level of detail and musculature that one doesn’t find again until the classical period of Greek art 1,000 years later. It’s a spectacular find.,” said Jack Davis, Professor of Archaeology of the University of Cincinnati’s Department of Classics.

“It’s a spectacular find.”

The find is all the more remarkable because of its tiny size. The tiny piece of agate measures just 1.4 inches in length (3.6cm) and many of the details such as the ornamentation on the shields and jewellery are too small to be viewed with the naked eye.

2017-11-12__Lo stupefacente tesoro del guerriero miceneo__002

Researchers are baffled as to how ancient craftsmen were able to create the minute scene without microscopes.

“Some of the details on this are only a half-millimeter big,” added Prof Davis. “They’re incomprehensibly small.

“It seems that they were producing art of the sort that no one ever imagined they were capable of producing.

“It shows that their ability and interest in representational art, particularly movement and human anatomy, is beyond what it was imagined to be. Combined with the stylized features, that itself is just extraordinary.”

Dig leader Shari Stocker, of the University of Cincinnati’s Department of Classics, said:  “Looking at the image for the first time was a very moving experience, and it still is.

“It’s brought some people to tears. It would have been a valuable and prized possession, which certainly is representative of the Griffin Warrior’s role in Mycenaean society.

“This seal should be included in all forthcoming art history texts, and will change the way that prehistoric art is viewed.”

The tomb contained more than 3,000 objects arrayed on and around the warrior’s body, including four solid gold rings, silver cups, precious stone beads, fine-toothed ivory combs and an intricately built sword, among other weapons.

An ivory plaque adorned with a griffin was also buried with the warrior, leading archaeolgists to dub him The Griffin Warrior.

The grave-good are helping archaeologists piece together greater detail about the interactions between the Mycenaens and Minoans at the time.

The seal, and other artefacts suggest that the Griffin Warrior was a Mycenaen nobleman but many of grave-goods are Minoan, including four gold signet rings. Around the time of his death, approximately 1500BC, the Mycenaeans conquered the Minoans meaning the tomb riches could be the spoils of conquest.

The new findings are published in the journal Hesperia.

Pubblicato in: Arte, Storia e Letteratura

Equos in Lionissa Historia. Due scolia.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-08.

201805-08__Leonissa__001

Bighellonando in internet ci si è imbattuti in un pregevole libretto intitolato:

«Equos in Lionissa Historia.

(I Cavalli nella Storia di Leonissa)»

*

Titolo accattivante.

Lionissa, Leonessa, ha una storia non indifferente.

«Il primo documento scritto riguardante la storia dell’altipiano di Leonessa risale al periodo della dominazione Longobarda. Si tratta di una donazione di alcuni beni, tra cui la curtis di Narnate con il suo territorio, che comprendeva quasi tutto l’altipiano leonessano, elargita da Pandone all’abate di Farfa, nel 752.

Nel 757 re Lotario II per limitare il potere del duca di Spoleto Alboino, costituì vari Galstaldati (da gastaldo = funzionario regio), tra i quali quello di Narnate da cui dipendevano alcuni territori, rocche dell’altipiano leonessano (Forcamelone, Ripa di Corno, Pianezza), ed il monastero di San Donato (ubicato tra Vallunga e Casanova). Nel 770 re Desiderio, per esaudire le preghiere della consorte Ansa e per propiziarsi il Pontefice, confermò la donazione, fatta da suo figlio Adelchi all’abbazia di Farfa, delle tre curtis di Sextuno (presso Ripa di Corno), Vallonina, Narnate, con le loro relative masse comprendenti quasi tutto l’altipiano leonessano, al fine di fondarvi un monastero benedettino dedicato a Sant’Angelo.» [Zelli M., Narnate, L’Erma, Rm, 1997.]

*

Le curiosità iniziano dal titolo, scritto in latino e fornito di traduzione italiana:

«I Cavalli nella Storia di Leonissa»

Incontriamo immediatamente due scolia, per usare un lessico di latino medievale.

*

I “cavalli” sembrerebbero essere il soggetto della frase.

Ci si aspetterebbe quindi un nominativo.

Ma Cicerone usa come nominativo “equus” [Simone e Pompeo De La Barba. La Topica di M.T. Cicerone. Rettorica. Morelli, Napoli, 1863].

201805-08__Leonissa__002

Equos sarebbe allora un accusativo plurale, che non sarebbe appropriato.

201805-08__Leonissa__003

Altri dizionari riportano il termine equos, equi, ma Cicerone sembrerebbe non aver mai usato questo lemma.

201805-08__Leonissa__004

A nostra conoscenza fu usato solo da Livio Andronico, nella cothurnata intitolata “Equos Troianus“, ma Andronico era vissuto grosso modo dal 280 al 200 a.C. ed era inoltre di madre lingua greca. In altri termini, un latino arcaico.

Il Forcellini, mitico dizionario latino, non riporta infatti altro che il termine “equus“.

2018-05-08__Forcellini

In ogni caso, anche ammettendo il termine “equos”, esso resterebbe pur sempre un nominativo singolare, e non plurale.

Quindi “Il cavallo piuttosto che i cavalli“.

*

Historia regge usualmente il genitivo: per esempio “Historia ecclesiastica gentis Anglorum” di Beda il Venerabile.

Ci si sarebbe aspettati Lionissae al posto di Lionissa.

Forse questo lemma potrebbe essere indeclinabile, ma si ammette serenamente la propria ignoranza in materia.

«Magnificus vir Gentilis Dovarini Brunori de Lionissa Civis Urbe veianus fereral testamentum» [Giovanni Eroli, Erasmo Gattamelata da Narni. Suoi monumenti e sua famiglia. Salviucci, Roma, 1879]

* * * * * * *

Si resta sempre emozionati a rispolverare nozioni acquisite nei decenni scorsi e corrose dal logorio del tempo e della memoria.

Sono i momenti nei quali si sente fortemente il bisogno di attingere al parere di persone più esperte.

Molto spesso ciò che non ci si riesce a spiegare, altri lo possono fare con grande semplicità, dandone nella risposta anche il perché.

Quindi due domande:

– Cavallo o cavalli?

– è Lionissa termine indeclinabile o meno?

Pubblicato in: Arte

Uffizi. Restaurate otto sale dedicate al ‘600. Caravaggio.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-08.

Merisi Michelangelo da Caravaggio. Sacrificio di Isacco. 1596 - 1597. Galleria degli Uffizi

«Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato» Apocalisse 8, 6


Il Merisi è pittore di tale potenza espressiva che ogni commento sarebbe pur sempre indegno delle sue opere.

Merisi Michelangelo da Caravaggio. Sacrificio di Isacco. 1598. Princeton

Riportiamo per comparazione lo stesso soggetto dipinto nel 1598 ed ora custodito a Princeton. Suggeriremmo soltanto di osservare con cura prima i giochi di luce dipinti nelle ali dell’angelo ne Il Sacrificio di Isacco, e dopo le  variegate marezzature della veste sul suo braccio destro, ove colori e luce sottendono le forme sottostanti, amplificandone il gesto. Mentre nel quadro custodito agli Uffizi l’angelo blocca con forza il braccio del Patriarca, facendone gonfiare le vene della mano destra, in quello di Princeton l’angelo indica il potere sacramentale dell’Agnello.

Questo solo particolare varrebbe bene un trattato di teologia.

La mano dell’angelo è appoggiata sul corpo intuibile ma nascosto dall’ombra dell’animale,  la cui testa esprime una intensa serenità, in linguaggio teologico tecnico si dovrebbe dire Pax.

Merisi. Testa della Idra. Galleria degli Uffizi

*

Segnaliamo un interessante articolo:

Ghia GS, De Ruggieri MB, Positano M, Carinali M

I dialoghi dell’arte: Caravaggio incontra Vasari.

Archeomatica, 3: 22-26, 2013.

Descrive un’analisi fotometrica a luce ultravioletta di un quadro del Merisi, corredando lo studio con esami radiografici e reflettografici. Non trascura nemmeno il test di solubilità del materiale filmogeno di Wolbers-Cremonesi nella sua variante di utilizzo con la miscela LE 4 alla ligroina.

Questo studio, come tanti altri, si intende, consente di apprezzare al meglio la tecnica pittorica del Caravaggio e di comprendere quanto puntigliosa fosse la sua esigenza di perfezione.

Merisi Michelangelo da Caravaggio. Bacco Adolescente. 1596 - 1597. Galleria degli Uffizi


Ansa. 2018-02-19. Uffizi: nuove sale cremisi intenso per Caravaggio

Cambiano ‘casa’ Medusa, Bacco e Sacrificio Isacco

*

Cremisi intenso per le pareti delle nuove sale agli Uffizi per la Medusa di Caravaggio e le altre opere del Merisi, come il Bacco e il Sacrificio di Isacco.

I nuovi spazi verranno inaugurati lunedì mattina: si tratta di otto sale, che accoglieranno, oltre ai capolavori dell’artista originario di Milano, tele di altri grandi del ‘600, sia italiani che stranieri, quali Cecco Bravo, Artemisia Gentileschi, Otto Marseus, Gherardo delle Notti, Velazquez, e ancora Rembrandt, Van Dyck e Rubens.

Il particolare colore degli allestimenti è stato “ottenuto con colori artigianali, partendo dal cinabro e poi aggiungendo sfumature usando come modello le tonalità di tessuti originali del 1600”, ha spiegato il direttore degli Uffizi Eike Schmidt.

Pubblicato in: Arte

Maggio Musicale Fiorentino. Hanno assassinato Carmen.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-09.

2018-01-09__Nardella__001

Al maggio Fiorentino è andata in scena la Carmen, magistrale opera di Bizet.

Non solo capolavoro di Bizet, ma una delle opere liriche più belle in senso assoluto.

Di interpretazione anche molto difficile: non tutti i cantanti, anche scegliendoli tra quelli bravi, sono in grado di interpretarla a modo, come se a dirigere l’orchestra vi fosse Bizet in persona.

*

Solo che questa Carmen è andata in scena in una versione politically correct.

Qualcuno che evidentemente si credeva all’altezza del grande Maestro, e la ha variata: Carmen non muore accoltellata da don Jose, ma è lei che lo uccide a pistolettate. Con tanto di musica, anche.

*

Carmen_habanera.svg

Non intendiamo aggiungere altro.

Serve una dose davvero immensa di proterva superbia per ritenere di essere in grado di poter modificare il capolavoro di Bizet.

Ma ne serve talmente tanta da non rendersi nemmeno più conto di quanto ridicolo si raccoglie. Con lo stesso metro, si dia una mano di biacca al Giudizio Universale per protestare a favore dei becchini.

Dal nostro sommesso punto di vista Mr Nardella dovrebbe andare a fare il pastore ai pinguini.

Un’ultima considerazione.

Tutto a spese pubbliche.

* * * * * * *

Ecco come i giornali hanno commentato la scelta di Muscato sostenuta da Nardella. 

“L’idea che si riescano a modificare le pulsioni degli esseri umani semplicemente cambiando i finali delle opere liriche spalanca scenari affascinanti. Trasportata nel magico mondo di Nardella, d’ora in poi la Tosca, invece di precipitare da Castel Sant’Angelo, si limiterà a planare con il paracadute sopra un convegno della Boldrini. E davvero qualcuno vorrebbe ancora vedere versato il sangue innocente della Butterfly? Che sia lei a sgozzare Pinkerton, imperialista americano senza cuore. Per salvare la vita a Manon Lescaut basterà il reddito di cittadinanza. Quanto alla gelida manina di Mimì, ci andrei cauto con la reiterata richiesta di riscaldarla. Si configura il reato di molestie e l’insospettabile Rodolfo, in combutta con Weinstein e Kevin Spacey, rischia di venire arrestato sul palco dalla Buoncostume Democratica”.

Massimo Gramellini – Corriere della Sera

*

“Se l’obiettivo è il politicamente corretto, non si capisce perché Carmen, invece di ribaltare il femminicidio, non si sia rivolta all’avvocato Giulia Bongiorno o perlomeno alle Iene (…) Sono temi così per l’arte. Siccome non sappiamo cambiare il presente, cambiamo il passato, soprattutto il più glorioso. E non solo”

Mattia Feltri – La Stampa

*

L’ultimo delirio femminista? Cambiare il finale dell’opera Carmen: lei, stravolgendo la storia e la storia della musica, non deve morire. E così è stato: l’opera di Bizet è stata modificata dal regista Leo Muscato. Il finale, dunque: la pistola di Carmen si inceppa, niente sparo e niente morte. La follia è andata in scena all’Opera di Firenze e ha incassato una ridda di fischi dal pubblico. Ma Dario Nardella, super-renziano e sindaco del capoluogo toscano, si è schierato al fianco del regista, compiacendo tutte le Laura Boldrini d’Italia (…)  E vi chiedete ancora perché la sinistra non vince mai alle elezioni?

Libero

*

Pronti a cambiare Giulietta e Romeo per combattere il suicidio, figurarsi nell’Otello per scongiurarne i razzismi ma la vera operazione culturale, sociale ed etica si avrà quando, denunciando la violenza sull’intelligenza, il pur artista Nardella – accompagnato dal suo mentore, Matteo Renzi – avrà meritata assegnazione di ruolo nella celeberrima gag di Carlo Campanini e Walter Chiari dove la battuta è già blasone (nonché password dell’intero Giglio Magico): “Vieni avanti, cretino!”.

Pietrangelo Buttafuoco – Il Foglio

Pubblicato in: Arte, Senza categoria

Lutto mondiale. È morto Dmitri Hvorostovsky.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-11-24.

 2017-11-24__Dmitri

 

«Non Ti chiediamo perché lo hai preso,

ma Ti ringraziamo per avercelo dato»

 


Era il gigante dei baritoni. Cittadino del mondo, tenacemente russo, ma sempre siberiano, con la Siberia nel cuore.

Fu la prova vivente di quanto l’arte possa commuovere anche gli spiriti più rozzi.

«Mr. Hvorostovsky was essentially a lyric baritone with a lighter voice. But his distinctive sound — with its russet colorings and slightly hooded quality, combining Russian-style melancholy with velvety Italianate lyricism — was so penetrating, he could send big top notes soaring. He could command the stage, and at his best he was a nuanced actor»

*

 

The New York Times. 2017-11-24. Dmitri Hvorostovsky, Silver-Maned Baritone From Siberia, Dies at 55

Dmitri Hvorostovsky, the charismatic Siberian baritone who won critical acclaim and devoted fans around the world for his burnished voice, uncanny breath control and rueful expressivity, died on Wednesday in London. He was 55.

Mark Hildrew of Askonas Holt, the talent management agency that represented Mr. Hvorostovsky, said the cause was brain cancer. Mr. Hvorostovsky announced the diagnosis in June 2015 and died in a hospice facility near his London home.

A favorite of audiences thanks to his alluring voice and heartthrob presence, Mr. Hvorostovsky cut a striking figure, his trim 6-foot-1 frame topped by a mane of prematurely white hair.

He also had a compelling personal story: He escaped the street-gang life as a teenager in a grim Siberian city, found his talent there despite the region’s cultural isolation, and overcame a tempestuous drinking problem that could have ruined his career.

Mr. Hvorostovsky was essentially a lyric baritone with a lighter voice. But his distinctive sound — with its russet colorings and slightly hooded quality, combining Russian-style melancholy with velvety Italianate lyricism — was so penetrating, he could send big top notes soaring. He could command the stage, and at his best he was a nuanced actor.

There “have been many beautiful voices,’’ the soprano Renée Fleming said, “but in my opinion none more beautiful than Dmitri’s.”

Early on, Mr. Hvorostovsky (pronounced voh-roh-STOV-ski) excelled as Valentin in Gounod’s “Faust,” Belcore in Donizetti’s “L’Elisir d’Amore” and the title role of Mozart’s “Don Giovanni,” which he played with captivating suavity. He brought musical and linguistic authority to Russian opera, especially the title part of Tchaikovsky’s “Eugene Onegin,” in which he was peerless.

As his career developed, he was increasingly sought after for his dramatically layered interpretations of Verdi baritone roles, among them Germont in “La Traviata.” He had a close association with the Metropolitan Opera, where he sang some 180 performances of 13 roles there over a career that began in 1995.

He had been scheduled to appear at the Metropolitan Opera in New York in the fall of 2015, but that summer he revealed on his website that he had a brain tumor. An announcement said, “Although his voice and vocal condition are normal, his sense of balance has been severely affected.”

He canceled his summer appearances to undergo treatment in London, his main home since the 1990s, and it seemed doubtful that he would be able to fulfill his commitment to the Met, which had scheduled him to sing six performances in October in a revival of its 2009 production of Verdi’s “Il Trovatore,” with Mr. Hvorostovsky in the lead role of Count di Luna.

On the opening night of the run, the audience erupted in an ovation when he first appeared onstage as the count (in this production, the brash leader of Royalist troops during a time of civil war in Spain). Briefly breaking character, he smiled and placed his hand over his heart in gratitude.

Mr. Hvorostovsky gave a magnificent performance, and during final curtain calls he was showered with white roses thrown by orchestra members. Behind him, his close Russian colleague Anna Netrebko (singing Leonora) wiped away tears.

Looking thinner but determined to continue, Mr. Hvorostovsky returned to New York in February 2016 for a sold-out recital at Carnegie Hall with the pianist Ivari Ilja, his longtime accompanist. He sang a program of Russian songs as well as some German ones by Richard Strauss, including several that seemed to be parting messages to his devoted fans, like Tchaikovsky’s “The Nightingale,” with lyrics by Pushkin, which include these lines:

Dig me a grave
In the broad open field
At my head plant
Flowers of scarlet.

The final ovations were ecstatic.

In an unannounced appearance, Mr. Hvorostovsky returned to the Met in May to take part in the gala concert celebrating the 50th anniversary of the company’s Lincoln Center house. Though unsteady on his feet, he sang a valiant account of the vehement aria “Cortigiani, vil razza dannata” from Verdi’s “Rigoletto,” winning applause and cheers from the audience for this last-minute performance.

Mr. Hvorostovsky’s rise to the pinnacle of opera was improbable.

Dmitri Aleksandrovich Hvorostovsky was born on Oct. 16, 1962, in Krasnoyarsk, a large city in central Siberia. As a center of the Soviet defense industry, the city was mostly closed to foreigners until well into the Gorbachev era.

An only child, Mr. Hvorostovsky lived mostly with his maternal grandmother, whom he adored, and his volatile step-grandfather, a broken-down war hero, whom Mr. Hvorostovsky described in 2003 in a profile in The New Yorker as “vain, arrogant and deeply alcoholic.”

He remained devoted to his father, an engineer, and his mother, a gynecologist. But they both had time-consuming work schedules, and he saw them only on weekends.

That he showed musical talent, at first on the piano, delighted his father, who had wanted to be a musician but had been forced into engineering school by his own father, a Communist die-hard. He arranged for his son to attend music school in the afternoons and evenings.

When that program ended, however, Dmitri, at 14, fell in with street gangs, started drinking vodka, got into brawls and broke his nose several times. Still, he finished high school, and at 16 he was given a new direction when his father enrolled him in a vocational school for choral conductors.

That led to his entering the conservatory in Krasnoyarsk, where he studied with Ekaterina Yoffel, whom Mr. Hvorostovsky remembered as “powerful, possessive, tough, cynical and very honest.” She taught him breath control, and his excellence at sustaining long phrases on a single breath would later be envied by colleagues.

His potential was recognized early on. “I was the most cherished and loved and admired boy,” Mr. Hvorostovsky said in an interview with The New York Times in 2008. He was given a government apartment while still a student.

Soviet music schools at the time paid scant attention to the Italian tradition of bel canto singing, which cultivated evenness through the range, smooth phrasing and the ability to embellish vocal lines with ornamentation. Mr. Hvorostovsky learned this heritage on his own by listening to classic recordings.

He graduated from the conservatory in 1986, just after Mikhail S. Gorbachev came to power and sanctioned greater freedom for artists to travel.

In 1988, at 26, Mr. Hvorostovsky made his first trip outside the Soviet Union, to France, where he won the Concours International de Chant competition. (Freedom still had its limits, however: Two female K.G.B. agents accompanied him.)

The next year, he won the prestigious Cardiff Singer of the World competition in Wales, narrowly beating out the young bass-baritone Bryn Terfel. Debuts followed in Nice, France; Amsterdam; Barcelona, Spain; Venice; and London, where he introduced to Europe roles that would define his later career, including Tchaikovsky’s Eugene Onegin and Yeletsky in “The Queen of Spades,” the role in which he made his Met debut in 1995.

Mr. Hvorostovsky was only in his early 30s when his hair turned almost white. But no matter whether he was portraying a younger man, like the diffident Onegin, or an older one, like Verdi’s troubled Simon Boccanegra, stage directors usually preferred his silvery mane to any wig.

By the later 1990s, however, his performances could be erratic — sometimes dramatically unfocused, sometimes vocally patchy. By his own admission, he was often arrogant with directors and colleagues. The main problem, it became clear, was his drinking.

“I could easily put away two bottles of vodka after a performance,” he told The New Yorker. “I was a noisy, troublesome drunk.”

Alcohol, he acknowledged, contributed to the breakup in 2001 of his first marriage, to Svetlana Hvorostovsky, whom he had married in 1989.

Mr. Hvorostovsky said he stopped drinking on New Year’s Day 2001. He started unwinding after performances, he told The New Yorker, by taking long, hot baths and watching “stupid television.”

That same year he married Florence Illi, a Swiss-born soprano. She survives him, as do their two children, Nina and Maxim; twins from his first marriage, Daniel and Alexandra; and his parents, Alexander and Lyudmila.

His career revived in the 2000s, vaulting from one high to another. He won splendid reviews in 2002 for his performance at the Met as Prince Andrei in Prokofiev’s “War and Peace,” a role to which he brought uncommon vulnerability.

In 2007, Ms. Fleming boldly took on the role of Tatiana in “Eugene Onegin,” her first full production in a Russian-language opera, with Mr. Hvorostovsky in the title role. Their chemistry was almost palpable. A DVD of the performance, conducted by Valery Gergiev, became a top seller.

For years, Mr. Hvorostovsky devoted almost half of his professional time to solo recitals. He became a champion of the melancholic songs by the Russian composer Georgy Sviridov (1915-98), whose music was suppressed until the 1970s because he had refused to join the Communist Party.

He toured Russia with Ms. Netrebko and with other Russian opera singers in programs billed as “Hvorostovsky and Friends,” including a tremendously successful “Live From Red Square” concert. In his crossover ventures, he revealed an unlikely fondness for Europop.

In recent years, Mr. Hvorostovsky felt an increasing attachment to his homeland. In his interview with The New Yorker, he recalled a concert he gave at 22 with fellow singers and instrumentalists in a bread factory in central Siberia in below-freezing weather. The audience, wearing fur hats and warm boots, was overcome.

Those tears, Mr. Hvorostovsky said, “were more precious to me than all the applause I could ever get again.”

 

Pubblicato in: Arte, Russia

San Pietroburgo. Hermitage. Giochi di luce.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-11-07.

2017-11-07__San Pietroburgo. Hermitage. 001

Il complesso architettonico dell’Hermitage, iniziato per ordine della zarina Elisabetta di Russia e portato avanti da Caterina la Grande, comprende diversi edifici:

– il Palazzo d’Inverno (1754-1762), progettato da Bartolomeo Rastrelli

– il Piccolo Ermitage (1764-1775), opera di Jean-Baptiste Vallin de la Mothe e di Jurij Velten

– il Grande Ermitage, detto anche Vecchio Ermitage (1771-1787), progettato da Jurij Velten

– il Nuovo Ermitage (1839-1851) realizzato da Leo von Klenze

– il Teatro dell’Ermitage (1783-1789), progettato da Giacomo Quarenghi.

*

Il museo espone opere di numerosissimi autori, fra i quali Caravaggio, Antonio Canova, Francesco Casanova, Paul Cézanne, Leonardo da Vinci, Jacques-Louis David, Edgar Degas, Paul Gauguin, Fra Filippo Lippi, Henri Matisse, Claude Monet, Pablo Picasso, Pierre-Auguste Renoir, Rembrandt, Pieter Paul Rubens, Tiziano, Vincent Van Gogh, Jacob Van Ruisdael, Diego Velázquez, Paolo Pagani.

In totale, il museo assomma oltre tre milioni di opere d’arte.

*

Nella ricorrenza del centenario del sette novembre, l’Hermitage sarà oggetto di giochi di luce.

2017-11-07__San Pietroburgo. Hermitage. 002

2017-11-07__San Pietroburgo. Hermitage. 003

2017-11-07__San Pietroburgo. Hermitage. 004

2017-11-07__San Pietroburgo. Hermitage. 005

2017-11-07__San Pietroburgo. Hermitage. 006

2017-11-07__San Pietroburgo. Hermitage. 007

2017-11-07__San Pietroburgo. Hermitage. 008