Pubblicato in: Arte

Vasari. Ritrovato il dipinto ‘Cristo Porta Croce’ del 1553.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-01.

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Giorgio Vasari: un grande.

«Giorgio Vasari (Arezzo, 30 luglio 1511 – Firenze, 27 giugno 1574) è stato un pittore, architetto e storico dell’arte italiano.

Il Vasari ebbe una vastissima rosa di interessi: fu infatti un pittore dallo spiccato gusto manierista, un architetto di certo pregio (realizzò il palazzo della Carovana a Pisa e il complesso fiorentino degli Uffizi) e infine eccelso storiografo. Il nome del Vasari, infatti, è legato in modo indissolubile alle Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, una serie di biografie nella quale egli copre l’intero canone artistico teso tra Trecento e Cinquecento.

Giorgio Vasari nacque ad Arezzo il 30 luglio 1511 dal mercante di tessuti Antonio Vasari e da Maddalena Tacci. Ancora giovanissimo frequentò la bottega aretina del francese Guillaume de Marcillat, pittore di vetrate di buon talento; nello stesso periodo, frequentò le lezioni del poligrafo Giovanni Pollio Lappoli, dove ricevette una prima educazione umanistica, e si cimentò anche nell’architettura, realizzando il basamento dell’organo del Duomo detto Nuovo, ove si mostrò assai sensibile alle influenze michelangiolesche della tomba di Giulio II.

Successivamente, il giovane Vasari proseguì gli studi a Firenze, dove giunse per circostanze fortuite al seguito del cardinale cortonese Silvio Passerini, tutore dei rampolli di casa de’ Medici, i futuri cardinale Ippolito e duca Alessandro. Introdotto dal Passerini nella cerchia della corte medicea, Vasari approfondì la propria educazione umanistica, passando sotto la guida del letterato Pierio Valeriano; fu, inoltre, un frequentatore assiduo della bottega di Andrea del Sarto e dell’accademia di disegno di Baccio Bandinelli, artisti che gli fornirono strumenti essenziali, quali la perizia disegnativa e la capacità di composizione prospettica. Negli anni fiorentini, che egli ricorderà come i più felici della sua vita, Vasari conobbe inoltre Francesco Salviati, del quale godette l’amicizia per il comune interesse verso le opere dell’antichità classica. Proprio in ragione del loro entusiasmo condiviso i due visitarono Roma tra il 1531 e il 1532; nell’Urbe Vasari, insieme all’amico, studiò i monumenti antichi, le opere di Raffaello e Michelangelo ed i grandi testi figurativi della maniera moderna …. » [Fonte]

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Fra le sue tante opere architettoniche vorremmo ricordare la ristrutturazione di Palazzo Vecchio, gli Uffizi, Palazzo della Carovana.

Dobbiamo al Vasari l’aver coniato i termine che da quel momento in poi designerà i tempi del 1500: Rinascimento.

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Guardiamo adesso la fotografia del quadro.

Due soli particolari.

Sembrerebbe portare la Santa Croce con levità. Sembrerebbe. Osservate con attenzione l’inserzione giugulare dello sternocleidomastoideo destro, sotto tensione. E subito dietro il disegno del margine anteriore del muscolo trapezio.

Osserviamo quindi la mano destra. Essendo posta in alto rispetto all’articolazione del gomito ci si sarebbe aspettati che le vene fossero flosce, causa la gravità. Invece sono turgide per la forza della contrazione, e stranamente non compaiono rigonfie le vene dell’avambraccio. Ciò dipende dal tipo della presa, che il Vasari sembrerebbe aver studiato con la cura di un perito settore.

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Che dire?

Vasari fu un Grande.


Ministero per i Beni Culturali. 2019-01-28. Vasari per Bindo Altoviti. Il Cristo portacroce

Le Gallerie Nazionali di Arte Antica presentano per la prima volta al pubblico dal 25 gennaio al 30 giugno 2019, nella sede di Galleria Corsini a Roma, un capolavoro recentemente riscoperto di Giorgio Vasari: il Cristo Portacroce, realizzato per il banchiere e collezionista Bindo Altoviti nel 1553. 

Il dipinto costituisce uno dei vertici della produzione dell’artista aretino e uno degli ultimi dipinti realizzati a Roma prima della sua partenza per Firenze.

Il ritrovamento si deve a Carlo Falciani, esperto studioso di pittura vasariana, che lo ha riconosciuto nel quadro registrato da Vasari nel proprio libro delle Ricordanze, indicandone la data e il nome del prestigioso destinatario. 

Il dipinto testimonia un momento assai importante dell’attività romana di Vasari, allora al servizio di papa Giulio III e della sua cerchia. 

Riportata nel suo contesto, l’opera si rivela un caso esemplare per capire le pratiche di lavoro di Giorgio Vasari e i caratteri peculiari della sua fortunatissima ‘maniera’.

In occasione della mostra è previsto un ciclo di conferenze sull’opera esposta e la figura dell’artista. Sarà inoltre pubblicato un catalogo (editore Officina Libraria) a cura di Barbara Agosti e Carlo Falciani.

La mostra e il catalogo sono realizzati grazie alla collaborazione e al supporto della Benappi Fine Art. Il dipinto è stato restaurato presso lo studio “Daniele Rossi” di Firenze.

PANNELLI DI SALA. UN DIPINTO RITROVATO              

“Ricordo come a dì XX di maggio 1553 Messer Bindo Altoviti ebbe un quadro di braccia uno e mezzo drentovi una figura dal mezzo in su grande, un Cristo che portava la Croce che valeva scudi quindici d’oro”. Con queste parole, il celebre pittore aretino Giorgio Vasari segnala nelle sue Ricordanze la realizzazione di un Cristo portacroce per l’importante banchiere fiorentino Bindo Altoviti. Il dipinto, passato nel Seicento nelle collezioni Savoia, era da tempo considerato perduto, finché non è stato identificato con questa tavola recentemente comparsa ad un’asta ad Hartford (USA). Un recupero straordinario che, grazie alla generosità dei proprietari, è oggi possibile esporre per la prima volta al pubblico.

UN BANCHIERE COLLEZIONISTA       

Bindo Altoviti (1491-1556) è il prototipo dell’uomo di corte rinascimentale, dedito alle arti non meno che agli affari. Stimato da Michelangelo, che gli regalò uno dei cartoni della volta della Sistina, venne ritratto da Raffaello, Benvenuto Cellini, Francesco Salviati e Jacopino del Conte. Il suo celebre palazzo romano presso ponte Sant’Angelo, nella roccaforte del commercio bancario dell’Urbe, era «riccamente ornato di anticaglie e altre belle cose», tra cui le decorazioni ad affresco eseguite da Giorgio Vasari. Fiero sostenitore della fazione antimedicea, venne condannato in contumacia da Cosimo I e morì a Roma nel 1556.

VASARI E BINDO ALTOVITI    

Tra gli artisti legati a Bindo Altoviti, un posto d’onore spetta certamente a Giorgio Vasari. Le fonti ricordano infatti numerose opere a lui commissionate, a partire dalla celebre pala dell’Immacolata Concezione della chiesa di Ognissanti a Firenze (1540-1541) fino a questo straordinario Cristo portacroce del 1553. In quell’anno Vasari era a Roma ospite proprio del «cordialissimo messer Bindo», nella cui residenza romana affrescò anche la loggia con il Trionfo di Cerere, unica decorazione sopravvissuta alla distruzione del palazzo nel 1888 e dal 1929 ricollocata nel Museo di Palazzo Venezia. Si tratta delle ultime opere realizzate dal pittore a Roma, prima di tornare a Firenze per entrare al servizio dell’acerrimo nemico di Bindo Altoviti, Cosimo I de’ Medici.


Ansa. 2019-01-28. Vasari, a Roma un capolavoro ritrovato

Riapparso in un’asta, il Cristo portacroce fu dipinto nel 1553.

*ROMA – E’ la storia di un ritrovamento eccezionale quella del “Cristo portacroce”, capolavoro dipinto da Giorgio Vasari nel 1553, che dal 25 gennaio al 30 giugno è esposto per la prima volta al pubblico dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica nella sede di Galleria Corsini a Roma. Il quadro, che l’artista aretino realizzò per il banchiere e collezionista Bindo Altoviti mentre era a Roma al servizio di papa Giulio III, viene dunque restituito alla collettività dopo esser stato considerato a lungo perduto. Della sua storia nel corso dei secoli si sa poco: acquistato dai Savoia, nel ‘600 molto probabilmente finì in Francia e poi se ne sono perse le tracce.

Fino ai nostri giorni, con la scoperta durante un’asta svoltasi ad Hartford (Usa), e l’identificazione avvenuta grazie all’intuizione di Carlo Falciani, esperto studioso di pittura vasariana. Osservando una foto, Falciani ha infatti riconosciuto il “Cristo portacroce” identificandolo nel quadro registrato da Vasari nel proprio libro delle Ricordanze.

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Pubblicato in: Arte, Religioni

Notre-Dame. L’incendio distrugge l’Altare Novus Ordo e preserva quello del Vetus Ordo.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-19.

La riforma liturgica voluta dai teologi postconciliari aveva imposto di erigere gli altari rivolti verso il popolo. Questo anche in chiese cariche di storia secolare.

Così il celebrante dava le spalle al Tabernacolo ma guardava il popolo, divenendo lui il punto centrale della liturgia.

Oltre al massacro teologico, furono perpetrati massacri artistici. Ce lo si ricorda chi avrebbe voluto far dare una mano di biacca sul Giudizio Universale della Sistina? Maurice de Sully, tipino dal carattere deciso, avrebbe spaccato il pastorale sulla schiena a chi avesse osato fare questo. Non lo ha fatto in prima persona: lo ha fatto il fuoco.

Ecco come compariva Notre-Dame post-conciliare prima dell’incendio: uno sfregio allo stile gotico.

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Poi è arrivato l’incendio, che ha reso giustizia. L’Altare del Veturs Ordo è rimasto intatto, mentre quello del Novus Ordo ha fatto la fine che avrebbe dovuto fare fin dall’inizio: bruciato fino a scomparire.

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Adesso vedremo come saranno ricostruiti gli interni del sacro tempio.

Constatiamo come al momento non si intravedano all’orizzonte architetti della tempra di Sugerius, Sancti Dionysii Abbas, colui che concepì la basilique SaintDenis. Speriamo che i restauratori almeno si leggano con frutto i suoi manuali: De Consecratione Ecclesiae A Se Aedificatae,  ed il Liber De Rebus In Administratione Sua Gestis.

Nota.

Le Cattedrali gotiche sono sicuramente opere architettoniche, hanno aperto alla luce le Cattedrali, ma ancor più sicuramente sono un vertice teologico, un inno di pietra innalzato al Lumen de Lumine.

Pubblicato in: Arte, Persona Umana, Senza categoria

Frasi inglesi con opposti significati nel Regno Unito ed in America.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-08.

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«Britons like to think they have a “special relationship” with the US, based on a common language and cultural, historical and political ties»

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«But, according to one of the UK’s most respected polling companies, there’s one chasm the English language can’t always bridge – the British love of passive-aggressive statements»

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«half of Americans wouldn’t be able to tell that a Briton is calling them an idiot»

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I linguaggi sono strumenti evoluti di comunicazione del pensiero.

In un recente studio sarebbe stato appurato che un inglese madrelingua colto abbia un vocabolario che possa variare dai 20,000 ai 30,000 termini. Tuttavia, l’Oxford English Dictionary riporta commentate 171,476 parole differenti. A ciò si aggiunga che spesso lo stesso identico termine assume significati differenti a seconda del contesto in cui è usato. Per esempio, il termine “sergente” in caserma indica un sottufficiale, ma nei lavori manuali denomina una ganascia metallica che mantiene collabiti due diversi elementi. Non a caso sono disponibili per ogni lingua dei dizionari specifici: ingegneristici, medici, architettonici, etc.

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Ma le parole possono essere anche usate secondo altre finalità, una delle quali è l’umorismo.

In questo i Britons sono maestri al punto tale che è comune fraseggio riferirsi loro con le parole “spiritello sassone”.

Detto franco, l’umorismo inglese è spesso urente sarcasmo.

Lo studio proposto da YouGov mette in luce un aspetto sconcertante: molte frasi britanniche sono intese in modo diametralmente opposto da quanti non siano nati e vissuti nell’isola. Lo studio è stato fatto sottoponendo un elenco di frasi a dei britons di origine controllata ed a degli americani, registrando quindi come esse erano state intese.

Per esempio,

«with the greatest respect»

è una frase untuosamente rispettosa  per dire all’interlocutore che è un vero e proprio imbecille.

«Quite good»

Disapprovo. In modo assoluto e totale.

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Gli inglesi, gli isolani per intenderci, hanno modi formalmente e cortesemente garbati per dire a qualcuno che è un perfetto imbecille.

«It has been said that Britain and America are two nations separated by a common language …. The survey is based on a humorous meme showing how foreigners don’t understand the subtext of British English»

Morale: gli americani sono ‘stranieri’.


Bbc. 2019-01-12. YouGov survey: British sarcasm ‘lost on Americans’

Britons like to think they have a “special relationship” with the US, based on a common language and cultural, historical and political ties.

But, according to one of the UK’s most respected polling companies, there’s one chasm the English language can’t always bridge – the British love of passive-aggressive statements.

In the words of YouGov, “half of Americans wouldn’t be able to tell that a Briton is calling them an idiot”.

YouGov showed a number of common British phrases, including “with the greatest respect”, “I’ll bear it in mind” and “you must come for dinner”, to Britons and Americans.

“While not all the phrases show a difference in transatlantic understanding, there are some statements where many Yanks are in danger of missing the serious passive aggression we Brits employ,” YouGov said.

The starkest difference was in the phrase “with the greatest respect” – which most Britons took to mean “I think you are an idiot”, but nearly half of Americans interpreted as “I am listening to you”.

YouGov based its survey on a popular meme of British phrases and their subtext.

It’s not clear who came up with the table, although it’s done the rounds online for several years – and was first seen by the BBC in 2011 in a blog by Oxfam.

YouGov decided to show the same phrases, and each of the meanings, to about 1,700 Brits and 1,900 Americans, and asked them which matched their own interpretation the most closely.

The survey showed that some – though not all – of the stereotypes in the table were statistically correct.

There was plenty of common ground – for example, a majority of both British and US adults consider “I was a bit disappointed that” a polite way of saying “I am annoyed that” – rather than “it doesn’t really matter”.

But those in the UK are much more likely to consider “I’ll bear it in mind” and “I hear what you say” to be attempts to brush you off.

And a higher proportion of Britons than Americans (44% to 31%) think “that is a very brave proposal” actually means “you are insane”.

Plenty of Americans working in the UK have complained about British passive-aggressiveness, or their annoying tendency to beat around the bush.

Idiosyncrasies of the Brits at work

Why do Brits and Americans swear so differently?

What do Brits think about Americans?

Why you may find US colleagues ‘more polite’ than Brits

But UK expats have also complained about American insults directed at Brits.

Pubblicato in: Arte, Banche Centrali

Vikinghi. Scoperto un tesoro di 252 monete di argento del nono secolo.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-07.

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«Ribe (in tedesco Ripen) è la città più antica della Danimarca. Situata nella penisola dello Jutland, è inglobata nel comune di Esbjerg nella regione della Danimarca meridionale (Syddanmark); in precedenza, fino al 1º gennaio 2007 è stata capoluogo dell’omonima contea.

Le origini della cittadina risalgono agli anni 704-710, tempo della costruzione dei primi insediamenti.

Il nome Ribe deriverebbe dal danese antico (contaminato dal latino) ripa, cioè riva o sponda (nei documenti del XIV sec. è nominata come “Portus Ripeis”). L’insediamento iniziale consisteva di una settantina di case, più elevate nella parte centrale e attraversate da un canale. Il Ribe scorre attraverso il villaggio, crea paludi e sfocia a Vadehavet presso Kammerslusen.

Nell’860 l’arcivescovo di Brema-Amburgo, Oscar di Brema, nell’iniziare la “missione di riportare il cristianesimo al Nord”, chiese al re di Danimarca, che la prima cattedrale scandinava fosse costruita a Ribe. La richiesta non era casuale, dal momento che Ribe all’epoca era già una delle città commerciali più importanti in Scandinavia. Tuttavia la presenza di un vescovo, e quindi di una cattedrale, può essere confermata a Ribe solo dall’anno 948.» [Fonte]

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Nel nono secolo Vikinghi a nord, Ungari ad est e saraceni a sud accerchiavano il nascente occidente: erano razziatori di incredibile capacità bellica e di astuzie raffinate. Per essere chiari, erano un vero e proprio incubo, anche perché utilizzavano pienamente l’elemento sorpresa: scorrerie rapidissime ma in profondità.

Ma a tempo perso erano anche mercanti con i quali era possibile instaurare ragionevoli scambi.

Se i cronisti dell’epoca ricordano come esistesse una base monetata, quasi interamente di argento, di tali monete se ne erano trovate ben poche.

«The August discovery was made by a man with a metal detector walking in a wetland area»

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«After the first 16-18 coins had been turned up, the man contacted Museum of Southwest Jutland, where experts could immediately see a special find had been made»

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«Coins found near Ribe in Jutland in August have proved to be part of a collection of 252 pieces of Viking silver»

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«That on its own was a treasure – it was more than the total number of coins we already knew of»

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«The ninth-century coins are extremely rare, according to experts, with only 11 such coins previously found anywhere in the world»

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«Coins of this type are ridiculously rare. The ones that have been found are very well-preserved. More than we normally see with this period»

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Queste monete fanno venire alla mente Ogier, colui che Saxo Grammatico cita come alleato di Carlo Magno alla battaglia di Colonia, cui venne tributato il Carme La Chevalerie Ogier de Danemarche. Lì sono menzionati scambi in moneta.

Lo studio dei coni permetterà di avere presente le fonti di provenienza. In molti tesori vikinghi sono state riscontrate, per esempio, monete arabe.

Ciò che colpisce è il fatto che un qualcuno abbia detenuto un capitale così ingente. 252 monete di argento assieme avrebbero permesso all’epoca di armare una flotta. D’altra parte, è sequenziale pensare che non sia stato certo l’unico.

Il ruolo commerciale di Ribe ne risulterebbe così notevolmente rivalutato a centro di interscambio commerciale a livello internazionale. D’altro canto, se così non fosse stato, ben difficilmente Oscar di Brema avrebbe scelto quel posto per l’erezione della prima cattedrale danese.

Basta alle volte un reperto occasionale ed inatteso per riscrivere interi capitoli di storia.

Nota.

Poco sappiamo del reale potere di acquisto di una moneta d’argento a quell’epoca ed in quel posto. Poi, i prezzi fluttuavano grandemente: bassi all’arrivo delle flotte ed alti negli altri periodi.

Cinque monete d’argento erano il riscatto di un prigioniero di medio rango, e con una sola moneta impegnata al ritorno di una scorreria fruttuosa si potevano comprare da quattro a sei schiave, belle e giovani. E queste ultime erano considerate essere merce alquanto rara.


The Local. 2019-02-04. ‘Viking treasure’ of 252 silver coins found in Denmark

Coins found near Ribe in Jutland in August have proved to be part of a collection of 252 pieces of Viking silver.

The discovery of the first coins led to an archaeological investigation of the area, resulting in the coins now being in the hands of the Museum of Southwest Jutland, DR Syd reports.

The ninth-century coins are extremely rare, according to experts, with only 11 such coins previously found anywhere in the world.

“Coins of this type are ridiculously rare. The ones that have been found are very well-preserved. More than we normally see with this period,” Museum of Southwest Jutland curator Claus Feveile told Ritzau.

The August discovery was made by a man with a metal detector walking in a wetland area.

After the first 16-18 coins had been turned up, the man contacted Museum of Southwest Jutland, where experts could immediately see a special find had been made.

“That on its own was a treasure – it was more than the total number of coins we already knew of,” Feveile said.

“So we were aware that this was big. It has turned out to be even bigger,” he added.

The wet conditions in which the coins were buried helped to preserve the metal, enabling archaeologists to study markings and learn more about the Viking rulers of the time.

Feveile said that the coins were used for trade at Ribe’s market.

“Not that it should be imagined that everyone was walking around with coins like these in their pockets. If that was the case, we’d have found them in many other places too,” he said.

The coins will be displayed for a limited period at the Ribe’s Vikings Museum before being transferred to the National Museum of Denmark in Copenhagen.

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Poggetti Vecchi, Grosseto. Cimitero di elefanti e reperti di Neanderthaliani.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-12.

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L’Italia è un paese così ricco di storia e di arte che alla fine si potrebbe correre il rischio di diventare troppo schizzinosi.

Eppure la nostra archeologia costituisce un patrimonio unico al mondo, anche se poco conosciuto ai più.

Gli studi della preistoria e della protostoria hanno permesso di riportare alle luce tutta una serie impressionante di reperti utili a meglio chiarirci cosa fosse quell’epoca entusiasmante.

«Homo neanderthalensis (King, 1864), comunemente detto Uomo di Neanderthal, è un ominide strettamente affine all’Homo sapiens che visse nel periodo paleolitico medio, compreso tra i 200 000 e i 40 000 anni fa.

Prende il nome dalla valle di Neander (Neandertal) presso Düsseldorf in Germania, dove vennero ritrovati i primi resti fossili. Fu un “Homo” molto evoluto, in possesso di tecnologie litiche elevate e dal comportamento sociale piuttosto avanzato, al pari dei sapiens di diversi periodi paleolitici.

Convissuto nell’ultimo periodo della sua esistenza con lo stesso Homo sapiens, l’Homo neanderthalensis scomparve in un tempo relativamente breve, evento che costituisce un enigma scientifico oggi attivamente studiato»

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Vissuti a ridossi dell’era glaciale, i Neanderthaliani erano gente scaltra, intelligente e pratica. Lavoravano la pietra in modo mirabile, specie tenendo conto della allora miseria strumentale. Ma vorremmo ricordali per un altro manufatto: il flauto di Divje Babe. È un flauto con quattro note compatibili con la naturale scala diatonica greca, ottenuto da un frammento di femore di orso delle caverne. Quando un popolo perviene alla espressione artistica è da considerarsi civile.

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«I nostri antenati, secondo gli esperti, usavano il fuoco per creare armi in legno per la caccia già 170.000 anni fa. Questi reperti sono stati rinvenuti durante i lavori effettuati presso il complesso termale a Poggetti Vecchi, vicino Grosseto. Per l’esattezza si tratta di 40 frammenti di bastoni in legno di bosso, alcuni hanno un manico e una punta e sono lunghi fino a un metro. 

I Neanderthal li hanno lasciati in un luogo che raggiungevano per procurarsi del cibo: allora, infatti, il sito dello scavo corrispondeva a una baia costellata di pozze d’acqua termale. Una condizione favorevole per animali e piante, all’interno di un ambiente più freddo, a ridosso di una glaciazione. “I manufatti richiamano i cosiddetti “bastoni da scavo”, strumenti multifunzionali usati da tutte le società di cacciatori-raccoglitori”. Il team di ricerca è guidato da Biancamaria Aranguren, della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Siena, Grosseto e Arezzo. I risultati completi sono stati pubblicati sulla rivista Atti della National Academy of Sciences.» [Fonte]

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Non stupisce il fatto che uomini ed animali si fossero concentrati sulla fine dell’era glaciale in zone termali, dove anche la vegetazione poteva continuare a sussistere. All’epoca, riscaldarsi era un gran problema.

Bene.

Adesso abbiamo un ulteriore motivo per andare a visitare Grosseto.


Archeologia. Beni Culturali. Grosseto: sito preistorico di Poggetti Vecchi. Il restauro dei resti fossili di Elephas antiquus

In località Poggetti Vecchi nel Comune di Grosseto, zona già ricordata nella letteratura archeologica per ritrovamenti di età romana e attualmente di proprietà del Sig. Aldo Ceccarelli, è venuto alla luce un importante sito preistorico caratterizzato dalla presenza di resti di Elephas antiquus, durante i lavori di approfondimento di un piccolo invaso artificiale per la costruzione di una vasca termale condotti sotto la sorveglianza della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana.

La sequenza stratigrafica vede più livelli di frequentazione umana, gli ultimi dei quali riferibili al Paleolitico medio, con abbondanti strumenti in pietra (industria litica), reperti lignei e resti di numerose specie animali, fra cui in particolare Elephas antiquus. Come indica la natura dei depositi carbonatici rinvenuti nei livelli antropizzati, si tratta di un sito caratterizzato già in antico dalla presenza di acque termali, e dove l’insediamento è documentato in diverse fasi, probabilmente legate alle occupazioni connesse all’attività venatoria, rivolta in particolare ad Elephas antiquus, di cui sono stati rinvenuti resti riferibili a più soggetti.

Il sito di Poggetti Vecchi riveste una straordinaria importanza, trattandosi del primo esempio in Toscana di insediamento preistorico pluristratificato in cui è testimoniata la caccia a questa specie animale; è pertanto di grande soddisfazione che proprio intorno all’attività della Soprintendenza si siano raccolte le energie di tutti gli Enti interessati a ricostruire la più antica storia della Maremma, per una adeguata conoscenza e valorizzazione di questo eccezionale contesto.

Lo scavo, diretto dai Funzionari della Soprintendenza Gabriella Poggesi e Biancamaria Aranguren e condotto dagli archeologi preistorici Giuditta Grandinetti e Floriano Cavanna, con l’ausilio del Gruppo Speleologico Naturalistico Maremmano, si è svolto nel 2012 ed è stato interamente supportato logisticamente e finanziariamente dal proprietario, Sig. Aldo Ceccarelli.

Un lungo lavoro attende adesso l’equipe interdisciplinare che ha iniziato a restaurare, catalogare, studiare e datare i resti archeologici, anche nell’ottica della futura valorizzazione e diffusione dei dati. Fra le diverse professionalità coinvolte sono presenti specialisti della Soprintendenza (Biancamaria Aranguren, Pasquino Pallecchi e Gianna Giachi), dell’Università di Firenze (Dipartimento di Scienze della Terra: Paul Mazza, Marco Benvenuti; Dipartimento di Biologia evoluzionistica – Biologia vegetale: Marta Mariotti Lippi); dell’Università di Roma La Sapienza (Dipartimento di Scienze della Terra: Daniela Esu); dell’Università di Roma 3 (Dipartimento di Scienze della Terra: Elsa Gliozzi); dell’Università di Trento (Laboratorio di Preistoria: Stefano Grimaldi e Fabio Cavulli); dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria (Anna Revedin); del PIN di Prato (Franco Niccolucci).

A conclusione degli scavi, la Soprintendenza ha sottoscritto un protocollo d’intesa con la Fondazione Grosseto Cultura, che prevede un coinvolgimento del Museo di Storia Naturale della Maremma: quest’ultimo si occuperà, sotto la direzione scientifica della Soprintendenza, del restauro dei reperti paleontologici e della loro datazione. Queste attività sono finalizzate alla successiva esposizione del materiale presso il Museo, nella propria sede o in altri locali idonei, congiuntamente individuati. La Fondazione Grosseto Cultura si è impegnata ad espletare presso il MiBACT le formalità amministrative per il deposito pluriennale dei reperti paleontologici sottoposti a restauro, secondo la normativa vigente.

Contestualmente, la Fondazione Grosseto Cultura ha richiesto ed ottenuto dalla Cassa di Risparmio di Firenze il finanziamento di una parte sostanziale del progetto di restauro dei reperti paleontologici del sito di Poggetti Vecchi.

I lavori saranno condotti dalla Cooperativa Atlante (Grosseto) sotto la supervisione dei tecnici del MiBACT (Simona Pozzi e Salvatore Caramiello); al termine del restauro, che avrà durata di un anno, i reperti più significativi entreranno a far parte delle collezioni del Museo di Storia Naturale della Maremma, diretto da Andrea Sforzi. Gli interventi sono mirati in particolare alla preservazione di alcune zanne di Elephas antiquus, che ad oggi costituiscono un rinvenimento decisamente straordinario per il territorio grossetano.

Adnk. 2019-01-03. Scoperte le terme di elefanti e Neanderthal

In età paleolitica, oltre 170.000 anni fa, nella Maremma toscana, ai piedi della modesta altura di Poggetti Vecchi, che emerge dalla pianura a nord di Grosseto fra i monti di Vetulonia da una parte e il colle di Roselle dall’altra, era attivo e frequentato un piacevole ambiente termale dove elefanti e Neanderthaliani trovarono un’oasi per rifugiarsi nel momento in cui la morsa della penultima era glaciale cominciava a farsi sentire.

La straordinaria scoperta preistorica in un bacino di acque termali è annunciata, come anticipa l’AdnKronos, sul nuovo numero della rivista ‘Archeologia Viva’ (Giunti editore), diretta da Pietro Pruneti. Autrici della ricostruzione scientifica sono Biancamaria Aranguren, ex funzionaria della Soprintendenza Archeologica per le province di Siena e Grosseto, Silvia Florindi e Anna Revedin, entrambe archeologhe dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria di Firenze. L’eccezionalità della scoperta risiede anche nel fatto che Poggetti Vecchi è uno dei pochi siti archeo-paleontologici in Europa che documentano il passaggio dal Pleistocene medio al Pleistocene recente.

Lo studio dei resti di piante e animali ritrovati nel sito, a partire dalla scoperta casuale nel 2012 e dai successivi scavi, ha permesso di capire che, intorno a 170.000 anni fa, l’ambiente naturale era caratterizzato da ampie radure erbose interrotte da acquitrini di acqua dolce, che si estendevano fino alle pendici delle colline circostanti, coperte da boschi a prevalenza di querce e frassini.

Fra le ossa ritrovate dominano quelle di Palaeloxodon antiquus, un elefante estinto di grandi dimensioni, seguite da quelle di uro (Bos primigenius), cervo rosso (Cervus elaphus) e capriolo (Capreolus capreolus). I resti di elefante del livello archeologico più basso e quindi più antico, formatosi prima di 170.000 anni fa, appartenevano a sette individui, probabilmente un’unica famiglia, morta per cause naturali. L’ipotesi più plausibile è che gli elefanti avessero cercato rifugio nell’area termale per difendersi dall’inasprimento del clima, ma che siano poi morti di inedia, quando il cibo in questa piccola area si esaurì.

Non erano solo gli animali a frequentare la piccola conca delle terme di Poggetti Vecchi: tracce di presenza umana sono state rinvenute in vari livelli. Ma in particolare, nello strato archeologico più ricco, sono stati trovati alcuni strumenti in osso e tanti strumenti in pietra: circa duecentocinquanta manufatti realizzati su ciottoli, tutti raccolti nelle vicinanze. Si tratta di nuclei e schegge lavorate, con tracce di utilizzo per la macellazione e per la lavorazione del legno.

La cosa più incredibile, spiegano Biancamaria Aranguren, Silvia Florindi e Anna Revedin, è stata ritrovare anche dei manufatti in legno, forse realizzati con quegli stessi strumenti in pietra. Chi erano dunque gli uomini che produssero e utilizzarono questi oggetti? L’aspetto dei manufatti di pietra è piuttosto arcaico, ma non permette l’attribuzione immediata a una specifica fase del Paleolitico. Solo grazie allo studio del contesto e alle datazioni si è giunti alla certezza che i primi frequentatori delle terme di Poggetti Vecchi fossero dei Neanderthaliani antichi.

Tra le ossa di elefante, nello scavo di Poggetti Vecchi sono stati recuperati circa cinquanta frammenti di legno, intrisi di quella stessa acqua termale che li ha conservati fino ad oggi. Un primo studio sui legni si è da poco concluso, svolto in collaborazione fra Soprintendenza e Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria. I manufatti identificati sono trentaquattro, tutti in legno di bosso (Buxus sp.), una specie selezionata per la sua particolare durezza e compattezza, che i frequentatori neandertaliani del sito potevano trovare sulle vicine formazioni collinari, come ha rivelato lo studio dei pollini fossili.

Si tratta di bastoni lunghi più di un metro con chiare tracce di intervento umano, ad esempio la rimozione della corteccia e dei rami laterali; in particolare sono lavorate le estremità: la parte più spessa è arrotondata a formare un’impugnatura, la parte più sottile a formare una punta smussata. Qualcosa di molto simile ai cosiddetti digging stick, i “bastoni da scavo” multiuso che ancora fanno parte dell’equipaggiamento delle residue popolazioni di cacciatori-raccoglitori, tradizionalmente usati dalle donne per recuperare radici, tuberi e altri prodotti spontanei, ma anche per cacciare piccole prede.

Alcuni di questi bastoni erano in parte anneriti: l’annerimento è attribuibile all’uso del fuoco. Inoltre, molti elementi, fra cui la localizzazione e la superficialità delle bruciature sui manufatti, fanno pensare non solo a un’intenzionalità, ma addirittura a un sapiente controllo del fuoco al momento della lavorazione.

“Già da questi primi risultati è chiaro – sostengono le autrici dell’articolo, Biancamaria Aranguren, Silvia Florindi e Anna Revedin – come siamo in presenza di un rinvenimento straordinario: sono pochi i siti archeo-paleontologici in Europa che documentano il passaggio dal Pleistocene medio al Pleistocene recente. Poggetti Vecchi offre un’opportunità eccezionale per studiare il comportamento dei primi Neanderthal in questo specifico contesto climatico e ambientale. Di sicuro le calde sorgenti termali attrassero in questa piccola valle rigogliosa uomini e animali in cerca di cibo e di un riparo dai primi freddi della glaciazione in arrivo”.

Ma per gli elefanti, sensibili al freddo più di altre specie, questo ambiente si trasformò “in una trappola e forse le risorse presto si esaurirono (non dobbiamo dimenticare che erano animali enormi, alti quattro metri al garrese, e che dunque necessitavano di quantità enormi di cibo)”. Un bottino insperato e abbondante per l’intero gruppo di Neanderthal che sistematicamente controllava la valle per un’attività di caccia e raccolta che impegnava anche le donne, come suggerisce la presenza dei “bastoni da scavo”.

“E anche per noi si è rivelata una fonte inaspettata di nuove conoscenze, a partire dalla scoperta che già i primi Neanderthaliani erano in grado di controllare il fuoco, utilizzandolo come strumento di lavorazione: uno degli elementi per capire l’avanzare della ‘modernità’ nei comportamenti e nelle capacità di questi antichissimi maremmani”, concludono Biancamaria Aranguren, Silvia Florindi e Anna Revedin.

Pubblicato in: Arte, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Cassazione salva il baccalà dalle grinfie dell’Unione Europea.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-11.

2016-01-09__stoccafisso__001

Nessuna paura! Oltre al baccalà è stato salvato anche lo staccafisso.


È impossibile non tornare da Bruxelles allucinati dalla vista della lunga teoria di armadi metallici che contengono le 140,000 pagine di Trattati, Norme, Regolamenti, Circolari Attuative e così via.

Alles in Ordungn d’accordo, ma a tutto dovrebbe vicariare quello che nei tempi bui era chiamato il buon senso.

Pierre Gaxotte ci ha regalato quel profondo trattato sulla rivoluzione francese, in cui nelle prime brillanti ottanta pagine constata come all’epoca fossero in vigore 120,000 leggi, accordi, norme, regolare in materia fiscale, con il risultato che lo stato non riusciva a riscuotere un franco dalla periferia. Ci pensò poi la rivoluzione, che bruciò il tutto in Place Vendôme, primo del successivo falò degli assignat.

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Liberal, socialisti e burocrati della Two saranno ricordati dalla storia per i loro deliri regolatori. Per le bevande non gasate al gusto di vino, per i formaggi fatti con il latte in polvere e per le cioccolate fatte senza cacao.

La Cina blocca il consumo del gorgonzola

La Cina riapre le porte al gorgonzola e agli altri formaggi erborinati

Problema che è stato risolto usando buon senso da ambo le parti: gorgonzola salvo, almeno nella sua quota di esportazione in Cina.

Macron ed EU. Dopo i Patrioti, adesso assassinano anche il Camembert.

Il lardo di Colonnata prima superstar poi minacciato dalla Ue

European MPs call for EU-wide ban on foie gras

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I liberal odiano la tradizione dei popoli, ritenendosi essi stessi l’apice dei ogni processo evolutivo, perfetti e quindi non ulteriormente perfettibili, autoconsistenti in sé stessi: il passato deve così essere distrutto.

Assieme al retaggio religioso, sociale, economico, politico delle nazioni vorrebbero distruggere anche le tradizioni culinarie.

Ma se portar via ai francesi il Camembert, il foie gras, oppure l’arista di maiale in crosta è un reato che porta in piazza la gente, anche noi italiani non siamo da meno.

Il Pacchetto Igiene dal 2004 a Oggi (Regolamenti (CE) 852, 853, 854, 882/2004, e Direttiva 2002/99) Regolamento (CE) 183/2005

È una direttiva mostruosa, degna del trattato di psichiatria, ove persino la pizza napoletana è guardata con sospetto come se fosse strumento di un untore. Già: il pizzaiolo la tratta con le mani.

Nel collimatore è entrato anche il povero baccalà.

Spoglie mortali del merluzzo nordico Gadus macrocephalus e Gadus morhua, salato e stagionato: se essiccato prende nome di stoccafisso, necessitano di un buon cuoco che di loro dignitosa sepoltura.

Manco a dirlo, l’immarcescibile Greenpeace lo aborre: i pesci pescati muoiono per asfissia, senza che nessuno faccia loro l’anestesia generale, e poi, questi umani se li mangiano, e la stirpe dei Gadus potrebbe anche estinguersi: che si estinguano gli umani, ovviamente.

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Così il Regolamento (CE) 183/2005 è finito davanti alla Suprema Corte di Cassazione. L’accusa era severissima: cibo nocivo, da conservarsi al massimo a norme Unione Europea, in celle frigorifere anche esse a norma EU, costruite e manutenute da personale con patentino EU. Non si parli poi dei controlli di qualità.

Il cuoco non dovrebbe avere a disposizione una cucina, bensì un laboratorio fisico-chimico di altissimo livello.

Ve lo vedete il famosissimo sig. Ernesto, per anni sommo cuoco del baccalà e dello stoccafisso, passare filetto per filetto sotto lo spettrofotometro? Il tutto ovviamente in camera sterile.

«’Brexit’ per baccalà e stoccafisso»

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«Non valgono infatti regole europee e direttive comunitarie per la vendita del merluzzo conservato il cui commercio è libero da eurovincoli e improntato al solo buon senso»

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«A dirlo è la Cassazione che ha prosciolto un pescivendolo dall’accusa di non aver conservato bene al fresco, secondo i dettami Ue, il baccalà che teneva in ammollo nel secchio e a pezzi essiccati nel cartone»

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«Nel ricorso in Cassazione contro l’assoluzione di Francesco S., il pescivendolo di 42 anni incappato in questa peschereccia ‘inquisizione’, la Procura di Asti ha sostenuto che “pur non essendo stati fissati dalla legge limiti predeterminati sulla conservazione del baccalà, ciò nondimeno i Regolamenti comunitari del Pacchetto Igiene del 2004 hanno rivoluzionato il comparto produttivo degli alimenti di origine animale e vegetale attribuendo all’operatore del settore alimentare la responsabilità della salubrità dell’alimento in tutte le fasi del processo, dalla produzione alla commercializzazione”.»

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Il Bacalà alla vicentina, con una sola “c” come da dialetto locale, gode di un festival, di una Confraternita e di una lunga tradizione a Sandrigo. Ma basterebbe fare quattro passi e si troverebbe la Confraternita dei Bigoi al torcio di Limena, oppure la Fondazione VivilaValposina, che propugna i Gnocchi al bacalà con il Riso di Grumolo delle Abbadesse.

La tradizione è salva! E che tradizione!


Ansa. 2019-01-08. Brexit, per Cassazione il baccalà si può vendere senza norme Ue

Non si applica direttiva del freddo, sottosale regge anche 15°.

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‘Brexit’ per baccalà e stoccafisso. Non valgono infatti regole europee e direttive comunitarie per la vendita del merluzzo conservato il cui commercio è libero da eurovincoli e improntato al solo buon senso. A dirlo è la Cassazione che ha prosciolto un pescivendolo dall’accusa di non aver conservato bene al fresco, secondo i dettami Ue, il baccalà che teneva in ammollo nel secchio e a pezzi essiccati nel cartone.

L’Ue non ha regolamentato il commercio di questo prodotto, del quale l’Italia è tra i grandi consumatori, e dunque – afferma la Cassazione – non bisogna ‘criminalizzare’ chi lo vende non tanto refrigerato dato che “in base alle regole di comune esperienza” solo oltre “il superamento della soglia di 15° è profilabile il rischio di deterioramento”. Così la Suprema Corte ha respinto il ricorso della Procura di Asti che insisteva nel voler condannare un pescivendolo torinese – che aveva un banco al mercato nell’astigiano – perchè vendeva il baccalà a temperature superiori di due gradi rispetto ai quattro gradi prescritti dal Pacchetto Igiene emanato nel 2004 da Bruxelles.

Nel ricorso in Cassazione contro l’assoluzione di Francesco S., il pescivendolo di 42 anni incappato in questa peschereccia ‘inquisizione’, la Procura di Asti ha sostenuto che “pur non essendo stati fissati dalla legge limiti predeterminati sulla conservazione del baccalà, ciò nondimeno i Regolamenti comunitari del Pacchetto Igiene del 2004 hanno rivoluzionato il comparto produttivo degli alimenti di origine animale e vegetale attribuendo all’operatore del settore alimentare la responsabilità della salubrità dell’alimento in tutte le fasi del processo, dalla produzione alla commercializzazione”. Con la conseguenza che, ha aggiunto il Pm, se in questo caso specifico “il produttore ha indicato in etichetta la temperature di conservazione tra zero e quattro gradi è perchè ha già valutato il rischio, in relazione alle caratteristiche organolettiche del prodotto ed alla quantità di sale impiegato, legato in concreto a quel prodotto, onde tutti gli operatori e rivenditori devono attenersi a quelle indicazioni vincolanti”.

Ad avviso degli ‘ermellini’ (sentenza 348), invece, “nessuna prescrizione contenuta nei citati regolamenti comunitari conferisce al produttore, in relazione alla tecnologia utilizzata per la conservazione del prodotto, il potere di dettare indicazioni di contenuto precettivo nei confronti dei commercianti al dettaglio, la cui violazione si configuri perciò come una violazione di legge”. Inoltre, sottolinea la Cassazione, tra i pesci per i quali il Regolamento Ue prescrive di tenerli “a una temperatura vicina a quella del ghiaccio di fusione”, non può “essere compreso il baccalà che configura un prodotto ittico lavorato in quanto sottoposto a salagione, tecnica di per sè volta alla conservazione del prodotto”. La conferma dell’assoluzione del pescivendolo emessa con verdetto del 14 maggio 2018 dal Tribunale di Asti è stata chiesta anche dal Pg Pietro Gaeta, magistrato di spicco della Procura della stessa Cassazione.(ANSA).

Pubblicato in: Arte

Журавли. Il canto delle Gru.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-12-31.

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Questa è la canzone russa più ascoltata degli ultimi cinquanta anni.

La dedichiamo a tutti coloro che hanno perso, dato, la loro vita sui campi di battaglia, sulle insanguinate strade europee, negli attentati, in tutti quegli atti di follia lucida che sono avvenuti durante questo 2018.

Violenza che chiama violenza, sangue che chiama sangue. Ma nel cuneo che vola c’è sempre un posto libero, e le gru ci stanno chiamando.

È cantata dall’indimenticabile Dmitri Hvorostovsky.

Журавли

*

A volte mi sembra che i soldati,

dal momento che non c’era sangue nei campi,

Si siano trasformati in una gru bianca. ….

Vola, vola il cuneo stanco attraverso cielo,

Vola nella nebbia alla fine della giornata.

E nei ranghi c’è una piccola lacuna.

Forse questo è il posto per me.

*

Sì, amici miei. C’è proprio un posto anche per noi. Siamo tutti attori: non esiste la possibilità di fare lo spettatore.

* * * * * * *

Журавли

Мне кажется порою, что солдаты

С кровавых не пришедшие полей,

Не в землю нашу полегли когда-то,

А превратились в белых журавлей.

Они до сей поры с времен тех дальних

Летят и подают нам голоса.

Не потому ль так часто и печально

Мы замолкаем глядя в небеса?

Летит, летит по небу клин усталый,

Летит в тумане на исходе дня.

И в том строю есть промежуток малый –

Быть может это место для меня.

Настанет день и журавлиной стаей

Я поплыву в такой же сизой мгле.

Из-под небес по-птичьи окликая

Всех вас, кого оставил на земле.

Мне кажется порою, что солдаты

С кровавых не пришедшие полей,

Не в землю нашу полегли когда-то,

А превратились в белых журавлей.

* * * * * * *

The cranes

t seems to me sometimes that soldiers

Since no blood came fields

Not in our land perished once,

And it turned into white cranes.

They hitherto with those distant times

Flying and sent us to vote.

Not because my only weapon so often and sadly

We are looking to shut up the heavens?

Flies, flies through the sky wedge tired,

It flies in the fog at the end of the day.

And in the ranks there is a small gap –

Perhaps this is the place for me.

One day a flock of cranes and

I swim in the same blue-gray haze.

From under the heavens like a bird calling out

All of you who are left on the ground.

It seems to me sometimes that soldiers

Since no blood came fields

Not in our land perished once,

And it turned into white cranes.

Pubblicato in: Arte

Mozart: Clarinet Concerto in A major, K.622. Arngunnur Árnadóttir al clarinetto.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-12-26.

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«Il concerto per clarinetto di bassetto e orchestra in La maggiore KV 622 è l’ultima composizione di Wolfgang Amadeus Mozart per strumento solista, composta due mesi prima di morire. ….

Dei tre movimenti che compongono il concerto, l’adagio è quello in cui la melodia tocca le vette più alte, raggiungendo momenti di intimità e di struggente malinconia.

L’Allegro è il primo movimento, ha un carattere gioioso e virtuosistico.

Il concerto fu scritto per il clarinettista austriaco Anton Stadler, virtuoso dello strumento, al quale Mozart lo dedicò. Stadler utilizzava uno strumento particolare: il cosiddetto clarinetto di bassetto in La. Si tratta di un clarinetto in La con un’estensione aumentata verso il grave di una terza, fino a raggiungere il Do grave scritto. Alcuni passaggi del Concerto prevedono queste note che oggi sono fuori dalla portata dei clarinetti normalmente utilizzati e vengono quindi suonati un’ottava sopra (perdendo sicuramente il fascino legato a questi suoni gravi e vellutati).» [Fonte]

*

È un Mozart maturo, il Mozart del Requiem, che ci rende partecipi della sua Weltanschauung non solo musicale, ma che coinvolge nella loro globalità mente e corpo, sentimenti e ragione.

Un Mozart duro da comprendersi. Il gioviale giovinetto pieno di amore di vita ha lasciato il posto alla persona meditabonda su sé stesso, il futuro e l’universo.

Il concerto fu rappresentato nell’ottobre 1791, ma Wolfgang Amadeus Mozart muore il 5 dicembre 1791.

Se l’orchestra trova grandi difficoltà tecniche, il clarinetto richiede un maestro fuori dal comune.

Wolfgang Amadeus Mozart: Clarinet Concerto in A major, K.622

La clarinettista è una giovane donna, Mrs Arngunnur Árnadóttir, che meriterebbe una degna presentazione.

«After graduating from the Hochshule für Musik Hanns Eisler in Berlin she was appointed as principal clarinetist at the Iceland Symphony Orchestra in 2012. In addition to playing with the orchestra she has performed as a soloist and played chamber music in Iceland and abroad.»

*

Orbene, questa ragazzina ci propone di meditare su di un problema di estrema attualità, in tutti i campi, da quello filosofico a quello giuridico.

Una cosa è il riprodurre ed una totalmente differente l’interpretare.

Gli orchestrali riproducono un brano musicale quando lo suonano in perfetta corrispondenza con lo spartito, senza nessuna sbavatura. Serve in questo un’ottima maestria e parte del merito va ascritta al direttore della orchestra.

L’orchestrale invece interpreta un brano quando lo suona come se al suo posto ci fosse l’autore a suonarlo, in questo caso Mozart stesso. Deve identificarsi con Mozart.

Per interpretare il virtuosismo tecnico diventa un mero mezzo per perseguire lo scopo di ricostruire il pensiero creativo dell’autore. È in questa operazione che la cultura di base svetta sovrana.

Si noti come nella barbarie lessicologica odierna spesso per ‘interpretazione’ è spacciata la modalità di riproduzione secondo la mente del suonatore: ma quasi invariabilmente tra questo suonatore e Mozart passa una differenza immensa.

*

Ma ragionamento analogo potrebbe essere fatto per un giudice messo innanzi alla possibilità di applicare la legge in modo testuale ovvero di cercare di compenetrare cosa realmente avrebbe voluto significare il legislatore.

Gran Maestro il nostro Mozart!

Nota tecnica.

«Il clarinetto è uno strumento musicale che appartiene alla famiglia dei legni e, più precisamente, a quella delle ance semplici. Esso non è stato inventato dal nulla ma è il risultato dell’evoluzione di strumenti precedenti: la cennamella, di forma corta e cilindrica, si può considerare un antenato di questo strumento. Essa era nota con il nome di chalumeaux e venne trasformata nell’attuale clarinetto grazie a Johann Christian Denner: nel 1600, a Norimberga, egli conferì al clarinetto la forma dell’oboe, con canne di legno suddivise in segmenti, con una campana distinta e due chiavi. Il merito delle migliorie apportate alla meccanica è di Barthold Fritz, un fabbricante di Braunschweig. La nascita del clarinetto moderno con 13 chiavi si deve a Ivan Muller nel 1792.» [Fonte]

Pubblicato in: Arte

Botticelli. Svelato il segreto del cuore de ‘La Madonna del Melograno’.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-12-25.

2018-12-04__Botticelli__000

Sandro Botticelli, Alessandro di Mariano di Vanni dei Filipepi (1445–1510), fu sommo pittore, uno dei grandi Maestri che segnarono il trapasso dell’arte pittorica dalla Weltanschauung medievale a quella rinascimentale.

Un trapasso dolce, senza grandi rotture: ma, se si guardassero le sue opere in successione cronologica, l’effetto sarebbe davvero grandioso.

Due gli eventi discriminanti della sua vita artistica.

Il primo, nel 1472 Botticelli entrò nella Compagnia di San Luca, la confraternita degli artisti fiorentini. Un giovane talento affascinato dal neoplatonismo catapultato in un ribollire di idee nuove, di una differente concezione di vita. Ma anche, e forse soprattutto, frequentata e frequentante il circolo culturale dei Medici, animato dai grandi Marsilio Ficino ed Agnolo Poliziano. Qui il giovane Botticelli iniziò ad intravedere la grandiosità dell’essere umano, sicuramente creatura del Dio Pantocratore, ma altrettanto sicuramente apice della creazione.

Se l’uomo infatti si trova tramite la Rivelazione a contemplare i Misteri divini, può tuttavia cercare di penetrarli dispiegando la sua intelligenza analitica e sintetica: con la teologia i Misteri sono analizzabili portando alla conclusione che non si riscontra in essi contraddizione alcuna. Bene, la scuola pittorica tardo medievale e quella di inizio del rinascimento ci conducono in via visiva dal concetto tomistico che ‘Veritas est adaequatio rei et intellectus’ [Summa Theol, II-II, xvi, 1-3] al focalizzarci sul creato per ascendere al divino.

Nulla da stupirsi quindi se la prima produzione del Botticelli sia tipicamente a carattere sacro, stupefacente invece il prodotto del suo fermento interiore, che lo conducono dalla ‘Fortezza‘, sua prima opera, alla ‘Assunzione di Maria con i santi Benedetto e Tommaso apostolo‘, al ‘Ritratto di Giuliano de’ Medici‘ (1478).

Questo ultimo quadro è una delle perle della National Gallery: è uno dei primi ritratti laici dei grandi artisti fiorentini.

Agli inizi del 1480 concepì la ‘Primavera‘ e la ‘Nascita di Venere’.

Corpi femminili ignudi, nel primo dipinto marezzati di veli trasparenti: immagini plastiche, al limite dell’asessuato, che ispirano solo l’armonia delle forme locate nello spazio, delimitate dai mutati colori. Esseri che quasi sfiorano la terra. Il divino trasuda dalle proporzioni delle forme. Nulla quindi da vergognarsi delle creature se queste siano rettamente intese, ove i rapporti geometrici e colorimetrici convergono verso il fulcro centrale: la formazione a polmone de la ‘Primavera‘ ed il gorgo dei capelli sommossi dai venti di Zefiro che l’ancella, una fanciulla delle Ore, si appresta a ricoprire con manto suntuoso ne la ‘Nascita di Venere’. Venere perde ogni rapporto sensuale e si sublima nel concetto di amore. La materia creata si ricorda, e ci ricorda, implicitamente della sua provenienza.

Il secondo è un periodo di crisi irreversibile e conflittuale.

Da un lato la potenza del sinolo Creatore – Creatura si sviluppa in un ascetismo mistico, ben evidente nella ‘Annunciazione di Cestello‘. Notate la mano dell’Angelo protesa verso quella della Vergine, centro focale del dipinto, quasi a ricordare la Creazione del Michelangelo, ma qui raffigurate a palme contrapposte, non ad indici puntati.

La Calunnia‘ è l’opera di svolta.

Il Botticelli non rappresenta più forme di cose o di persone, ma si cimenta a dipingere uno dei vizi più odiosi. Re Mida, giudice fazioso, è consigliato da Ignoranza e Sospetto, mentre il Livore tiene sotto braccio Calunnia, cui Insidia e Frode racconciano i capelli. Quasi emarginate a sinistra Rimorso e Nuda Veritas.

Ma la vera potenza del dipinto è la compulsione che genera ad astrarre le forme e le fisionomie, meri strumenti per penetrare l’oscenità della calunnia, ossia di una imputazione o denuncia, coscientemente ed artatamente falsa, di accadimenti non veri. E drammaticamente recepita dal giudizio del popolo e da quello dei tribunali. È la massima ambizione del male: definirsi, presentarsi come se fosse il bene o, quanto meno, ammantarsi di legale, mentre giustizia e legalità non sono per nulla sinonimi.

È uno dei rari dipinti che a bene osservarli induce il disgusto per quanto rappresenta. Eppure il mondo è pieno zeppo di calunniatori cronici.

Se Michelangelo è l’artista della potenza del corpo maschile, Botticelli è l’esteta dell’armonia del corpo muliebre: due realtà complementari per la loro stessa differenza.

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Sul Botticelli si dovrebbe scrivere un libro. Qui qualche spunto è sufficiente per introdurre il tema in oggetto.

Come Michelangelo e Leonardo, anche il Botticelli ha consistenti nozioni di anatomia: in caso contrario non avrebbe potuto raggiungere la raffinatezza formale e sostanziale che ha conseguito con rara maestria.

Ma adesso ne abbiamo prova diretta.

Nella Galleria degli Uffizi è custodito il tondo ‘La Madonna del Melograno‘.

Una corona di angeli sottende la beata vergine Maria con manto blu e veste rossa, che tiene in braccio il Bambin Gesù. La sua mano destra è levata quasi a benedire, ma quella sinistra, sorretta dalla mano omolaterale della madre, sottende un frutto di melograno. È questa una chiazza rosso chiara che salta immediatamente agli occhi, quasi che le figure servano solo a focalizzare lo sguardo.

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Dobbiamo ai prof.ri Davide Lazzeri, Ahmed Al-Mousawi e Fabio Nicoli l’analisi dettagliato di questa emisfera di melagrana.

È la perfetta riproduzione anatomica del cuore.

Nulla in Botticelli è lasciato al caso.

Già da tempo il culto del Sacro Cuore stava affermandosi come culto di iatria, ossia di adorazione. Istanza teologica che si snoda dalla tradizione mistica tedesca del tardo medioevo, in modo particolare da Matilde di Magdeburgo (1207-1282), Matilde di Hackeborn (1241-1299), Gertrude di Helfta (ca. 1256-1302) ed Enrico Suso (1295-1366), autori sicuramente noti al Botticelli, anche se fu solo Leone XIII a promulgare alla fine l’enciclica Annun Sacrum.

Ci si ricordi infine del miracolo di Bolsena del 1263, che dette la stura ad intense ricerche teologiche che portarono alla fine all’emanazione del dogma della Transustanziazione  nel 1551, durante il Concilio di Trento.

In questo, come in molti altri settori, il Botticelli fu un precursore.

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Sandro Botticelli’s Madonna of the Pomegranate: the hidden cardiac anatomy

Davide Lazzeri, Ahmed Al-Mousawi, Fabio Nicoli.

CardioVascular and Thoracic Surgery, ivy321, https://doi.org/10.1093/icvts/ivy321

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Abstract

Sandro Botticelli was one of the most renowned artists of the 15th century. He was based in Florence during the flourishing of the Renaissance, a time when anatomical knowledge of ancient times was reclaimed through cadaveric dissection. This report proposes that such knowledge enabled Botticelli to enhance the iconography of his masterpieces, Madonna of the Pomegranate, by incorporating a concealed image of the heart and cardiac anatomy within it.

THE PAINTER

Alessandro di Mariano di Vanni dei Filipepi (1445–1510), better known as Sandro Botticelli, was one of the most esteemed artists of the Florentine Renaissance. Admitted into the De’ Medici family’s circle, Sandro spent almost his entire career in Florence, giving shine to his city and citizens better than many other masters of the Renaissance [1, 2]. In the latter part of the 15th century, Botticelli was exposed to the resurgence of interest in human anatomy and in the reclamation of the lost medical knowledge from ancient times, by Renaissance artists through the dissection of the corpses [3]. Indeed, at that time, Italian Renaissance artists considered it a necessity to become anatomists, in their attempt to produce a more life-like, sculptural portrayal of the human body, as ‘…having seen human bodies dissected one knows how the bones lie, and the muscles and sinews, and all order of conditions of anatomy…’ [2]. According to the new Renaissance wave, art should not just be a copy of the classic nudes of antiquity but a bearer of a new spirit for which anatomical dissections were crucial to better reproduce the body, its movements and functions, as well as its supporting structures in art.

Though his popularity increased throughout his lifetime, Botticelli’s reputation and contribution virtually faded until his rediscovery in the 1890s, when he was greatly acclaimed by the Pre-Raphaelites [2]. He left us such masterpieces as The Primavera and The Birth of Venus, as well as several other immortal altarpieces and works with mythological and religious themes among which include the Madonna of the Pomegranate.

THE PAINTING

In 1487, Botticelli painted one of his masterpieces (Fig. 1), the title coming from the fruit held in Mary’s hand [1]. The motif of a pomegranate appears in Christian religious paintings as a symbol of the fullness of Jesus’ suffering and resurrection. The red seeds are intended to recall the blood shed by Jesus to save humankind. Furthermore, the pomegranate has a calyx shaped like a crown, serving to highlight the regality of the baby holding it.

The pomegranate is intriguingly depicted as peeled in a portion to reveal non-symmetrical chambers, the shape of which follows an anatomical scheme similar to the cardiac chambers (Fig. 2). Botticelli portrayed the inner spongy membranes dividing the arils (seed pods) into 5 spaces resembling the atria and ventricles and the main pulmonary trunk. The crown is separated into 2 parts mimicking the superior vena cava and the arch of aorta with its 3 branches. The fruit is also held in front of the left side of the chest overlying the position of the heart. These surprising analogies with the actual cardiac anatomy and its depiction over the chest make likely the hypothesis of a heart hidden in the fruit held by Mary and Jesus.

THE POMEGRANATE IN OTHER RENAISSANCE PAINTINGS AND IN NATURAL SECTIONS

To support our hypothesis, we analysed the resemblance and differences to previous paintings with the same motif. In their portrayals of ‘Madonna of the Pomegranate’, Beato Angelico, Leonardo Da Vinci and Pier Francesco Fiorentino represented the fruit divided into 2 parts with no details about the inner membranes and the division of arils. Pinturicchio and Raffaello Sanzio’s paintings did not reveal the inside of the pomegranate.

Photos of sliced and partially peeled pomegranates fail to reveal such similar or precise architecture as those depicted by Botticelli, lending some support to our theory.

DISCUSSION

From the 13th century, accurate anatomical studies were performed by Mondino de Luzzi (1270–1326), also known as Mundinus, a physician and Professor of Surgery, who worked in Bologna. He founded the first European School of Anatomy and wrote in 1316 the ‘Anathomia corporis humani’, the most widely used anatomical text for 250 years [4]. In his description of cardiac form and function, Mondino, like Aristotle, believed that the heart’s central position in the body demonstrated its role as the ‘source and ultimate root of all the organs’. Further contributions to the description of cardiac anatomy were provided by the 15th century Bolognese physician Girolamo Manfredi in his chapter on the heart.

Few details remain about Botticelli’s life as a potential anatomist, with no reports of dissection or anatomical drawings attributed directly to him. Several renaissance painters such as Pollaiuolo, Signorelli and Botticelli were known to have attended anatomical lessons at the Bologna medical school, and most of them, including Leonardo, were influenced using Mondino’s and Manfredi’s books as dissection manuals and as a primary source of medical knowledge [3]. Moreover, given the friendship and mutual admiration with Leonardo da Vinci, Botticelli may well have been aware of Leonardo’s extensive collection of anatomical drawings including his studies of the heart. Leonardo was one of the first to describe the heart as a muscle and consider the atria as cardiac chambers, providing the first known description of coronary artery disease, and created incredibly accurate sketches on the workings and structure of the heart and cardiac valves.

This report is not the first to highlight concealed anatomical imagery in Renaissance artworks, with fascinating reports regarding hidden imagery within frescoes and paintings being previously published [2]. Meshberger [5] asserted that Michelangelo concealed the image of a brain in The Creation of Adam, whereas Eknoyan [6] argued that in the Separation of Land and Waters, Michelangelo incorporated the image of a bisected right kidney in the mantle around God. Suk and Tamargo [7] suggested that Michelangelo incorporated a ventral view of the brainstem within the image of God in The Separation of Light From Darkness. Tranquilli et al. [8] interpreted the shape of the robe of God in The Creation of Adam as a post-partum uterus. According to Ambrogi [9], Piero della Francesca depicts in 2 paintings a necklace of coral for the infant Jesus that follows the anatomy of the trachea and the main bronchi. Recently, Blech and Doliner [2, 10] reported that Botticelli concealed an image of a pair of lungs in The Primavera, whereas Lazzeri proposed that he also embedded the lung imagery in The Birth of Venus. These findings, corroborated by evidence from analyses of the artist’s life and influences, are gaining the assent of art historians.

Art history is characterized by disputes about the attributions and meanings of artists because the interpretation of an artist’s intention is speculative, unless there are written documents that reveal the real intention of the masters. Therefore, art historians need to sustain their theories with circumstantial proof supported by experience and cumulative analyses, as do professionals in the medicoartistic field. The current interpretation of Botticelli incorporating anatomical imagery in his masterpieces will remain speculative because of a lack of clear documentation though should be considered plausible given the available evidence.

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Lo stupefacente tesoro del guerriero miceneo.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-11-29.

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Intorno al 1500 a. C., i Micenei conquistarono i Minoani.

L’arte micenea era abbastanza ben conosciuta, ma lo scavo della tomba recentemente trovata nei pressi di Pilo obbliga a riconsiderarla in modo completo: la Tomba del Grifone contiene 3,000 pezzi di rara fattura e bellezza.

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«Dating from around 1,500BC the grave also held a intricately carved gem, or sealstone, which was covered in limestone»

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«Now after a year of careful restoration the scene beneath has finally been uncovered. It depicts an ancient battle in which a bare-chested warrior plunges a blade into the neck of an assailant, while a second enemy corpse lays at his feet»

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«“What is fascinating is that the representation of the human body is at a level of detail and musculature that one doesn’t find again until the classical period of Greek art 1,000 years later. It’s a spectacular find”»

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«The find is all the more remarkable because of its tiny size. The tiny piece of agate measures just 1.4 inches in length (3.6cm) and many of the details such as the ornamentation on the shields and jewellery are too small to be viewed with the naked eye»

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«Some of the details on this are only a half-millimeter big …. It seems that they were producing art of the sort that no one ever imagined they were capable of producing»

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«It shows that their ability and interest in representational art, particularly movement and human anatomy, is beyond what it was imagined to be. Combined with the stylized features, that itself is just extraordinary»

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Si noti il gioco del deltoide sul bicipite della figura a destra, così come l’anatomia del polpaccio con i muscoli in tensione. Il disegno dello sternocleidomastoideo destro del guerriero a sinistra che sta per affondare la spada nel giugulo dello avversario sembrerebbe essere stato tratto da un atlante di anatomia.

E il tutto è scolpito su materiale fragile, che è stato anche levigato ad arte: un pezzo largo tre centimetri e sei millimetri, con dettagli al mezzo millimetro.

Si rimane esterrefatti.

Lo scultore aveva una cultura anatomica di ottimo livello anche ai nostri tempi, ma la sua sensibilità artistica ha dell’inverosimile.

Le due figure principali si equilibrano a formare una sorta di triangolo le cui parti inferiori sono delineate dalle gambe nella loro massima estensione, facenti fulcro sull’immagine dello scudo. Un quasi perfetto rispetto dei rapporti della sezione aurea, con i capelli ondeggianti ad imprimere il senso del rapido moto.

Un gusto di composizione delle immagini del tutto fuori dalla norma: le masse riempiono lo spazio in modo particolarmente armonico, come se l’artista avesse nel suo bagaglio culturale anche studi e competenze architettoniche.

Belli, infine, persino gli spazi vuoti, variegati dalle ondeggiature della levigatura e dal ben bilanciato policromismo del mezzo. Tutto guida lo sguardo al centro cruento della scena.

Per non parlare poi della collana sacrale. Fatta in maglia di fili di oro. La fattura è perfetta.

Questi erano i nostri avi.


The Telegraph. 2017-11-08. History of art rewritten as archaeologists unearth 3,500-year-old carving of ancient Greek battle.

The history of art has been rewritten after archeologists unearthed an astonishing 3,500 year old carving of an ancient Greek battle, depicting human bodies in anatomical detail which was thought way beyond the skill of Bronze Age artisans.

In 2015, the tomb of the so-called ‘Griffin Warrior’ was discovered near the ancient city of Pylos, southwest Greece, containing the remains of a powerful Myceneaen warrior and a treasure trove of burial riches.

Dating from around 1,500BC the grave also held a intricately carved gem, or sealstone, which was covered in limestone.

Now after a year of careful restoration the scene beneath has finally been uncovered. It depicts an ancient battle in which a bare-chested warrior plunges a blade into the neck of an assailant, while a second enemy corpse lays at his feet.

The seal, named the ‘Pylos Combat Agate’ has been hailed as one of the finest works of prehistoric Greek art ever discovered and may depict the mythological war between the Trojans and Mycenaeans, which was told in Homer’s Iliad hundreds of years later.

“What is fascinating is that the representation of the human body is at a level of detail and musculature that one doesn’t find again until the classical period of Greek art 1,000 years later. It’s a spectacular find.,” said Jack Davis, Professor of Archaeology of the University of Cincinnati’s Department of Classics.

“It’s a spectacular find.”

The find is all the more remarkable because of its tiny size. The tiny piece of agate measures just 1.4 inches in length (3.6cm) and many of the details such as the ornamentation on the shields and jewellery are too small to be viewed with the naked eye.

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Researchers are baffled as to how ancient craftsmen were able to create the minute scene without microscopes.

“Some of the details on this are only a half-millimeter big,” added Prof Davis. “They’re incomprehensibly small.

“It seems that they were producing art of the sort that no one ever imagined they were capable of producing.

“It shows that their ability and interest in representational art, particularly movement and human anatomy, is beyond what it was imagined to be. Combined with the stylized features, that itself is just extraordinary.”

Dig leader Shari Stocker, of the University of Cincinnati’s Department of Classics, said:  “Looking at the image for the first time was a very moving experience, and it still is.

“It’s brought some people to tears. It would have been a valuable and prized possession, which certainly is representative of the Griffin Warrior’s role in Mycenaean society.

“This seal should be included in all forthcoming art history texts, and will change the way that prehistoric art is viewed.”

The tomb contained more than 3,000 objects arrayed on and around the warrior’s body, including four solid gold rings, silver cups, precious stone beads, fine-toothed ivory combs and an intricately built sword, among other weapons.

An ivory plaque adorned with a griffin was also buried with the warrior, leading archaeolgists to dub him The Griffin Warrior.

The grave-good are helping archaeologists piece together greater detail about the interactions between the Mycenaens and Minoans at the time.

The seal, and other artefacts suggest that the Griffin Warrior was a Mycenaen nobleman but many of grave-goods are Minoan, including four gold signet rings. Around the time of his death, approximately 1500BC, the Mycenaeans conquered the Minoans meaning the tomb riches could be the spoils of conquest.

The new findings are published in the journal Hesperia.