Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Politici

Usa. Corsa per il Senato. Chi mai se lo sarebbe potuto immaginare?

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-31.

2018-10-29__Usa

«Elizabeth Warren, Kamala Harris accused of breaking fundraising rules over Kavanaugh vote»

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«A watchdog group filed a Senate ethics complaint Monday against Sens. Kamala Harris and Elizabeth Warren for sending out fundraising emails asking for donations to support their votes against Justice Brett M. Kavanaugh — even before they cast their votes against him.»

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«While voting and then asking supporters to back that decision with cash is common, the watchdog group, the Foundation for Accountability and Civic Trust (FACT), says asking for money ahead of time crosses the line into vote-buying»

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«FACT asked the Senate ethics committee to probe fundraising emails sent by Ms. Warren, Massachusetts Democrat, and Ms. Harris, California Democrat»

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«The Senate’s rules prohibit senators “cashing in” on using their official positions for personal gain.»

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«“This is a clear violation of the Senate Ethics rules which safeguard against the appearance or actuality of elected officials ‘cashing in’ on their official position for political purposes,”»

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Per la cronaca, la sen Kamala Devi Harris (Oakland, 20 ottobre 1964) è una politica statunitense. È una delle due senatrici per lo Stato della California (assieme a Dianne Feinstein), ed è un’esponente del Partito Democratico.
Nel 2016 si candida alle elezioni per il Senato per succedere a Barbara Boxer che aveva annunciato il suo ritiro dopo 24 anni come senatrice. Il 7 giugno risulta nettamente la più votata nelle cosiddette jungle primaries della California a cui partecipano i candidati di tutti i partiti e che ammettono i due candidati più votati alle elezioni generali di novembre.
L’8 novembre sconfigge l’altra democratica Loretta Sanchez con il 62.5% dei voti, nelle prime elezioni senatoriali della storia della California a cui non partecipano candidati repubblicani, diventando la seconda donna afroamericana e la prima indo-americana ad essere eletta al Senato. 

Chi mai se lo sarebbe potuto immaginare?

Raccogliere denaro per poi votare contro la nomina di Sua Giustizia Kavanaugh?

Bei tomi queste senatrici democratici/che.


The Washington Times. 2018-10-29. Elizabeth Warren, Kamala Harris accused of breaking fundraising rules over Kavanaugh vote

A watchdog group filed a Senate ethics complaint Monday against Sens. Kamala Harris and Elizabeth Warren for sending out fundraising emails asking for donations to support their votes against Justice Brett M. Kavanaugh — even before they cast their votes against him.

While voting and then asking supporters to back that decision with cash is common, the watchdog group, the Foundation for Accountability and Civic Trust (FACT), says asking for money ahead of time crosses the line into vote-buying.

FACT asked the Senate ethics committee to probe fundraising emails sent by Ms. Warren, Massachusetts Democrat, and Ms. Harris, California Democrat.

Ms. Warren’s email said she was demanding a delay on the judge’s confirmation vote and asked for donations for her 2018 election campaign, while Ms. Harris’s emails detailed several of her actions as a member of the Judiciary Committee, including her questioning of the president’s pick for the high court, and asking for contributions.

The Senate’s rules prohibit senators “cashing in” on using their official positions for personal gain.

FACT said that linking a promise of official action with campaign contributions violates that principle.

“This is a clear violation of the Senate Ethics rules which safeguard against the appearance or actuality of elected officials ‘cashing in’ on their official position for political purposes,” said Kendra Arnold, executive director of FACT.

Spokespersons for Ms. Harris and Ms. Warren didn’t immediately return a request for comment.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Politici, Unione Europea

Fondi europei utilizzati al solo 3% e grandi opere bloccate dalla burocrazia.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-12.

Burocrazia 827

Les Douze Travaux d’Astérix. Lasciapassare A38. 


Grandi Opere al rallentatore: 8 anni persi in burocrazia. Ecco i 5 casi eclatanti

«Per realizzare un’opera medio-grande servono 15 anni e 8 mesi. Solo il 45,7% dei tempi sono spesi per progettazione, gare e lavori. Il 54,3% (8,5 anni) si perdono per inerzia burocratica. Tav Torino-Lione sospesa in attesa dell’analisi costi-benefici del Governo. Nel 1992 Francia e Italia firmano l’intesa per il tunnel di base. Nel 1994 l’opera è progetto prioritario delle Reti transeuropee TEN-T. Per l’alta velocità Milano- Venezia la tratta Brescia-Padova sarà completata nel 2028. Dunque 37 anni dopo la prima pianificazione e 33 dopo l’inizio della progettazione. E dopo 25 anni di cantieri. Progetto tormentato quello della nuova pista dello scalo di Firenze. Il primo progetto della pista parallela all’autostrada A11 è del 1987, firmato dall’architetto Nustrini per l’allora gestore Saf. Nessuna pietra è stata posta per dare vita all’autostrada Roma-Latina e risolvere il nodo dell’imbuto della Pontina. La gara bandita nel 2011 è bloccata dai ricorsi. È atteso il pronunciamento definitivo del Consiglio di Stato. Una storia infinita quella del raddoppio della statale 275 Maglie-Santa Maria di Leuca. Dopo 14 anni di battaglia legale il cantiere non è ancora partito.»

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«Dopo 14 anni di battaglia legale il cantiere non è ancora partito.»

La burocrazia non è una inevitabile calamità naturale. Essa è il frutto di un corpo di leggi, norme e regolamenti divenuti nel tempo talmente numerose e complesse da impedire di fatto qualsiasi funzionamento produttivo.

La burocrazia è uno strumento generato dalla classe politica legiferante: non esiste visiona statalista, statolatria, che non abbia ipertrofizzato la burocrazia.

Leggi e norme dovrebbero essere fatte per il Cittadino, non il Cittadino per le leggi e le norme.

Cerchiamo nel limite del poco spazio disponibile di chiarire meglio questo concetto.

Ponte Morandi ed il problema della burocrazia.

«Ogniqualvolta lo stato promulga una legge, un regolamento, un provvedimento qualsivoglia nome esso assuma, ne deriva immediatamente la necessità di istituire un corpo di burocrati che applichino tale provvedimento, affiancati da un corpo di funzionari che lo facciano rispettare. Talora simili incombenze sono demandate a corpi già sussistenti, ma in ogni caso i loro organici necessiteranno di adeguamenti.

Burocrati e funzionari applicano, meglio dovrebbero applicare, i provvedimenti emanati.

Molte sono le conseguenze.

Esse spaziano dal problema dei costi gestionali – burocrati e funzionari necessitano di mezzi materiali e percepiscono uno stipendio – fino al problema sostanziale che è loro delegato un potere decisionale spesso di vitale importanza per lo stato.

Per essere ancor più chiari: il Governatore della Banca Centrale si assume la responsabilità di agire in un settore vitale per la nazione, e le sue decisioni coinvolgono tutti i Cittadini, dal primo all’ultimo.

Se da molti punti di vista un potere decisionale di tale portata dovrebbe essere esclusivo appannaggio di persone elette su base di suffragio popolare, da altri punti di vista emerge evidente la totale impraticabilità di una gestione assembleare di tutta la cosa pubblica. Non a caso deputati e senatori sono eletti in delega di potere. Ad impossibilia nemo tenetur.

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Il nodo sostanziale è quindi la filosofia che impronta le leggi ed il modo in cui esse siano implementate.

Si scontrano nei fatti due visioni opposte.

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Secondo una visione, che potremmo etichettare in modo grossolanamente sommario come ‘di sinistra’, lo stato avrebbe diritto e dovere di regolamentare ogni attività pubblica e privata, fin nei dettagli. La conseguenza che ne deriva è la necessità di un corpo di burocrati e funzionari in continua espansione: una crescita che si auto sostiene, fino a raggiunger il fatidico momento della paralisi. Questo era, paradossalmente, la situazione delle finanze francesi nel periodo prerivoluzionario: in campo fiscale erano in essere oltre 120,000 leggi, tutte contrastanti tra di esse, nei fatti impossibili da applicare e rispettare. La rivoluzione francese ne fece piazza pulita, ricorrendo anche all’opera persuasiva della ghigliottina.

Un altro esempio potrebbe essere l’Unione Sovietica, implosa alla fine quando il numero dei burocrati era diventato cinque volte maggiore degli addetti al comparto produttivo.

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Secondo l’altra visione, diciamo ‘di destra’ anche se sia definizione epidermica, meno lo stato legifera e meno regolamenta più efficiente sarebbe la gestione della cosa pubblica. Grosso modo, questa sarebbe la visione di quanti sostengono la necessità dello stato minimo. Lo stato dovrebbe soltanto limitarsi a sorvegliare quanto accada, regolamentando solo in base a codice civile e codice penale. Il Cittadino secondo questo modo di intendere le cose è libero di fare ciò che sia più opportuno per il suo vivere sociale ed economico, nei limiti imposti da leggi del tutto generali, e quindi chiare e facilmente applicabili.

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Il discrimine reale è il concetto di libertà personale. Nella visione di sinistra, statalista, la libertà personale è ridotta al punto tale che quasi non esista, in quella di destra si è effettivamente liberi ma non certo onnipotenti: si è in pratica liberi di agire rettamente.»

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Burocrazia 829

L’analisi del male italiano, cui corrisponde l’analogo dell’Unione Europea, è banalmente semplice.

Fino a tanto che non si abroghino leggi, normative e regolamenti, centrali oppure periferiche, la giungla burocratica continuerà a bloccare implacabilmente ogni iniziativa, anche quella ampiamente dotata di fondi.

In poche parole, per sopravvivere è necessario smantellare tutta la concezione statocentrica eretta da decenni di governi di centrosinistra, assertori delle ideologie liberal e socialista.

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«Quei miliardi europei per le infrastrutture che l’Italia da anni fa fatica a spendere. Il caso degli aiuti allo sviluppo (Fesr): assegnati al 70%, ma finora usati al 3% »

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«Milioni e milioni di euro a disposizione. Da spendere per nuove strade, autostrade, linee ferroviarie, per esempio. Fondi studiati per migliorare e ammodernare ogni Paese dell’Unione europea. E anche per realizzare una grande rete di trasporti capace di collegare tutti gli Stati. E aiutare soprattutto le aree più in difficoltà. Soldi che ci sono, che sono previsti e che però vanno utilizzati, altrimenti si rischia di perderli»

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«Basti pensare che per il periodo 2014-2020 l’Italia ha diritto a 44,6 miliardi di fondi Ue, ma dei vari finanziamenti a disposizione finora ha speso solo piccole percentuali, con una media che raggiunge il 5%.»

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«è proprio la natura dei fondi strutturali a renderli impossibile da spenderli»

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«Ed entro il 2030 sono previsti 750 miliardi di fondi per la Rete di trasporto transeuropea (TEN-T). Dai fondi Cef arrivano i 481 milioni per la Tav Torino-Lione e i 590 per il nuovo tunnel del Brennero. Ma sono altri già finanziati, tra cui l’hub del porto di Ravenna e il «Gainn4Sea» per lo sviluppo dei porti marittimi dell’Europa meridionale.»

Burocrazia 828

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La situazione presenta stringenti analogie con quella della Francia subito a ridosso della rivoluzione. Nel solo settore finanziario e regime fiscale, erano in essere 120,000 leggi differenti: il sistema era semplicemente bloccato e lo stato non riusciva nemmeno a levare le imposte e le tasse. Impossibile da essere riformato, il governo rivoluzionario abrogò semplicemente tutto il corpo legislativo in essere. Inutile dire i tumulti che ne seguirono, spesso anche molto violenti, ma un largo uso della ghigliottina fece rientrare tutti nei ranghi.

Orbene. Nessuno si faccia illusioni, nemmeno una piccina piccina.

Qui, o si abroga tutta la legislazione pregressa e la si sostituisce da norme snelle e gestibili, oppure alla fine si arriverà al bagno di sangue.

«I romani, il cui stato ha retto per oltre millequattrocento anni, da persone pratiche qual loro, avevano istituito la carica del Curator, il Curatore. Costui, di carica elettiva, presiedeva uno specifico compito, con amplissima facoltà operativa, rispondendo a fine mandato con la propria testa e con i  proprio patrimonio di una eventuale gestione incongrua. Si potrebbe citare, ma solo a titolo di esempio, il Curator alvei Tiberis et riparum et cloacarum. Nel suo trattato De aquaeductibus urbis Romae Sestio Giulio Frontino descrive in dettaglio i poteri concessi al Curator e quanto il Senato lo sorvegliasse e, nel caso, pigliasse anche provvedimenti disciplinari drastici. La filosofia era quella di lasciarlo fare liberamente: premiarlo, e molto bene, se avesse operato in modo saggio, decapitarlo se avesse fallito la sua missione.»

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Nessuno intende far fretta al Governo né pretende che possa metter mano a tutti i problemi in tempi rapidi. Ma la via da seguire dovrebbe essere sufficientemente chiara.


Corriere. 2018-08-18. Quei miliardi europei per le infrastrutture che l’Italia da anni fa fatica a spendere

Il caso degli aiuti allo sviluppo (Fesr): assegnati al 70%, ma finora usati al 3%

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Milioni e milioni di euro a disposizione. Da spendere per nuove strade, autostrade, linee ferroviarie, per esempio. Fondi studiati per migliorare e ammodernare ogni Paese dell’Unione europea. E anche per realizzare una grande rete di trasporti capace di collegare tutti gli Stati. E aiutare soprattutto le aree più in difficoltà. Soldi che ci sono, che sono previsti e che però vanno utilizzati, altrimenti si rischia di perderli. Basti pensare che per il periodo 2014-2020 l’Italia ha diritto a 44,6 miliardi di fondi Ue, ma dei vari finanziamenti a disposizione finora ha speso solo piccole percentuali, con una media che raggiunge il 5%.

Qualche esempio: degli oltre 21 miliardi del Fondo per lo sviluppo regionale (Fesr), 1 miliardo e 382 milioni è per le infrastrutture (un altro miliardo è invece per i trasporti), ma nel 2017 solo il 3% è stato speso, anche se il 71% è comunque stato assegnato. La maggior parte è stato destinato alle regioni del Sud — Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia — dove, con altri fondi nazionali, viene finanziato il Programma operativo nazionale (Pon) Infrastrutture e Reti, cioè il potenziamento delle linee ferroviarie dello snodo di Palermo e Napoli, o l’adeguamento della linea tirrenica Battipaglia-Reggio Calabria, o il potenziamento del porto di Salerno. A che punto sono i lavori? A buon punto, sembra: 57 interventi sono stati ammessi e il 79% dei progetti iniziati sono conclusi. Però solo il 7% è stato effettivamente liquidato.

Sempre per quanto riguarda il Fesr, nel 2017, degli oltre 21 miliardi a disposizione, ne è stato speso solo il 10%, la media europea è del 16%. «Ma è proprio la natura dei fondi strutturali a renderli impossibile da spendere», interviene Nicola Rossi , economista e presidente dell’Istituto Bruno Leoni: «Nel nostro Paese quelle cifre non potranno essere mai spese, è impossibile far gestire alle Regioni infrastrutture sovraregionali». La ferrovia Napoli-Bari «è una questione sovranazionale, non riguarda solo Campania e Puglia e una volta che si decide di farla non può essere lasciato tutto solo alle due regioni». Meglio, invece «decidere a livello nazionale», un sistema anche per velocizzare e riuscire a realizzare progetti di più ampio respiro. Come è successo in Polonia, Spagna e Portogallo: «Loro — dice ancora Rossi — hanno capito come utilizzare i fondi europei e lo stanno facendo per grandi progetti che ammodernano il Paese». Nel caso italiano, invece, spesso quando si avvicina la scadenza dei termini per partecipare ai bandi e si rischia di perdere i finanziamenti ecco spuntare i cosiddetti «progetti sponda», piccole opere a livello locale tenute nel cassetto pronte ad essere tirate fuori all’ultimo momento disponibile pur di ottenere qualche soldo europeo.

Ma l’Europa ha bisogno di pensare in grande e per realizzare una rete transeuropea nei trasporti, nell’energia e nelle telecomunicazioni c’è il Cef, Connecting Europe Facility, che mette a disposizione 24 miliardi di euro per i trasporti favorendo investimenti per progetti a livello europeo avvalendosi anche di finanziamenti privati. Ed entro il 2030 sono previsti 750 miliardi di fondi per la Rete di trasporto transeuropea (TEN-T). Dai fondi Cef arrivano i 481 milioni per la Tav Torino-Lione e i 590 per il nuovo tunnel del Brennero. Ma sono altri già finanziati, tra cui l’hub del porto di Ravenna e il «Gainn4Sea» per lo sviluppo dei porti marittimi dell’Europa meridionale.

Pubblicato in: Sistemi Economici, Sistemi Politici

Arridateci il vecchio caro Demetriano.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-17.

2018-08-17__Ponti__001Ponte Sant’Angelo (nome ufficiale: ponte S. Angelo), noto anche come pons Aelius (ponte Elio), pons Hadriani (ponte di Adriano) o ponte di Castello, è un ponte che collega piazza di Ponte S. Angelo al lungotevere Vaticano, a Roma, nei rioni Ponte e Borgo.
Fu costruito a Roma nel 134 dall’imperatore Adriano per collegare alla riva sinistra il suo mausoleo. Si tramanda il nome dell’architetto Demetriano.

Ha resistito agli imperatori romani, al sacco di Roma del 410, a quello dei lanzichenecchi del 6 maggio 1527, ai bombardamenti americani dell’ultima guerra. Ha retto tutte le ventisette esondazioni storicamente riportate del Tevere, oltre che ad undici terremoti.

È sopravissuto persino alle giunte di sinistra!

E funziona ancora egregiamente.

Al sodo: ridateci l’architetto Demetriano!

Nota.

Adriano era un fior di galantumo, che faceva decapitare gli archietti incapaci.

Pubblicato in: Amministrazione, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Karachi senza acqua pone il problema di cosa serva lo stato.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-17.

Pakistan 001

«Karachi, la più popolosa città del Pakistan, vive ormai da tempo il suo dramma: l’acqua potabile scarseggia. Di fatto, solo la metà dell’acqua necessaria – circa 2080 milioni di litri al giorno contro un fabbisogno di 4160 milioni – viene distribuita quotidianamente»

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La vicenda di Karachi dovrebbe suggerire molti spunti di meditazione e ripensamenti.

Ma, forse, quello principale dovrebbe essere un ripensamento di cosa consista la funzione dello stato e della gestione della cosa pubblica.

La Repubblica prima e l’Impero Romano dopo ci hanno sicuramente tramandato una gloriosa storia militare e civile, ma altrettanto sicuramente sono ricordati per il loro impegno a costruire acquedotti, reti fognarie, argini fluviali, porti e strade. Gli acquedotti romani sono davvero imponenti.

Esattamente come i grandi stati dell’Europa ottocentesca si sono contraddistinti per aver concepito ed attuato grandiosi progetti di infrastrutture, dalla rete ferroviaria alle gallerie transalpine, alla costruzione di centrali elettriche e della rete di distribuzione, di grandi acquedotti e l’erezione di argini ai fiumi. Per non parlare delle bonifiche.

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Riassumendo.

Ragion d’essere dello stato, al di là della difesa e degli interni, è la messa in opera di infrastrutture quali acquedotti e relative reti di distribuzione dell’ultimo miglio, efficienti reti fognarie, reti stradali, autostradali e linee ferroviarie, ivi comprese le alte velocità, aeroporti efficienti e funzionali, ben collegati ai centri urbani, porti allo stato dell’arte, ed una oculata politica energetica: tutti devono essere cllegati alla corrente elettrica. Queste sono le principali opere, che ovviamente non escludono quelle di importanza relativamente minore, meno vitali, quali, per esempio, la tutela del patrimonio artistico della nazione.

La lettura dei bilanci statali europei degli ultimi decenni è invece sconsolante.

Lo stato si è trasformato in un ammortizzatore sociale che elargisce stipendi per lavori non produttivi, garantisce pensioni e cerca di gestire alla meno peggio il welfare.

Nulla di cui stupirsi se alla fine sistemi di tal fatta si inceppano fino quasi a smettere di funzionare.

E questo è il quadro che abbiamo sotto i nostri occhi e che sta segnando il declino del continente.


Sole 24 Ore. 2018-06-10. A Karachi cronica carenza di acqua: 20 milioni di persone hanno sete

Una popolazione di oltre 20 milioni di persone se si comprende l’intero agglomerato urbano, un fiume come l’Indo –il terzo come portata di tutta l’Asia- che ha il suo delta a poche decine di chilometri di distanza dalla città, le acque del Mare Arabico che la lambiscono. Eppure Karachi, la più popolosa città del Pakistan, vive ormai da tempo il suo dramma: l’acqua potabile scarseggia. Di fatto, solo la metà dell’acqua necessaria –circa 2080 milioni di litri al giorno contro un fabbisogno di 4160 milioni- viene distribuita quotidianamente.

Le cause di questa penuria sono diverse. Non tutto può essere attribuito ai cambiamenti climatici in atto negli ultimi anni, che sicuramente hanno comunque contribuito in negativo alla situazione, ma esistono anche altre cause. Una delle principali è la scarsa attenzione da parte delle autorità cittadine e nazionali al problema della distribuzione dell’acqua e, come concausa e conseguenza, il crescere di quella che viene chiamata “water mafia”, con un vero e proprio mercato nero dell’acqua potabile, che viene distribuita attraverso autobotti a prezzi altissimi, che arrivano a 30 volte il prezzo ufficiale stabilito dalle autorità.

Il contraddittorio boom economico

Karachi è il centro industriale e finanziario più importante del Pakistan, e genera una percentuale a doppia cifra del prodotto interno lordo del Paese asiatico. Però, la sua crescita economica negli ultimi anni è, come spesso succede nei grandi agglomerati urbani nei Paesi emergenti, a macchia di leopardo: se il Pil reale dal 2000 al 2012 è cresciuto in medi a del 5,7% annuo, quelli pro capite ha avuto un incremento medio nello stesso periodo solo del 2,7%. Tra le cause, vi è una crescita fortissima della popolazione di anno in anno, con punte che raggiungono il 4,5%, dovuta in gran parte all’immigrazione dalle campagne. Karachi ha una densità di popolazione che raggiunge i 24.000 abitanti per chilometro quadrato: una delle più alte al mondo. E una delle cause del problema idrico della megalopoli è proprio l’enorme crescita della popolazione urbana: nel non lontanissimo 1947, gli abitanti erano solo 450.000. Far fronte a questa smisurata crescita è stata una sfida che, evidentemente, ha messo a durissima prova le infrastrutture cittadine, fra cui appunto la rete di distribuzione dell’acqua potabile.

Poche ore di acqua. E di acqua «cattiva»

Attualmente, gran parte della cittadinanza può usufruire dell’acqua di rubinetto solo per alcune ore al giorno, in particolare la notte. E, molto spesso, quando l’acqua esce dai rubinetti, è di pessima qualità, tanto da essere inutilizzabile non solo per essere bevuta, ma anche per l’igiene personale e per lavare i panni. La qualità dell’acqua è così scarsa da mettere a repentaglio la salute dei cittadini, con batteri tra cui l’Escherichia Coli, la cui presenza nelle acque potabili è un chiaro sintomo di contaminazione, e che può portare malattie di vario tipo. Di fatto, nell’intero Pakistan, le acque distribuite come potabili ma in realtà di pessima qualità, a cui è esposta il 65% della popolazione, sono una delle cause maggiori di morti e malattie, raggiungendo addirittura il 40%. A Karachi, la water mafia e le sue autobotti sono l’unica fonte per molte case prive di collegamento con gli acquedotti, costrette anche a dotarsi di pompe idriche di aspirazione per portare l’”oro blu” ai piani alti.

Inoltre, la penuria di acqua potabile non colpisce solamente la popolazione, ma anche strutture industriali, servizi e infrastrutture. Per esempio, l’aeroporto internazionale di Karachi, il più grande del Pakistan, avrebbe bisogno di circa tre milioni di litri d’acqua al giorno per operare al meglio, ma al conto mancano circa 1milione 900mila litri.

Perché le fonti non bastano

Una delle principali fonti di acqua pubblica della città, l’invaso del fiume Hub chiuso da una diga, ha subito negli ultimi anni gli effetti del climate change e del calo delle piogge monsoniche. Questo invaso deve fornire di acqua non solo la provincia di Sindh, ove è situata Karachi, ma anche quella di Balochistan, la più grande in dimensione di tutto il Pakistan, dove sono situati i terreni agricoli meno irrigati dalle piogge. L’altra fonte, il fiume Indo, sta subendo anch’essa dei problemi, dovuti al clima più caldo degli ultimi anni sulle catene dell’Himalaya e del Kakakorum, con conseguente riduzione della massa di molti ghiacciai che per millenni hanno alimentato il fiume.

Il progetto di un grande acquedotto

Le autorità pubbliche che gestiscono l’acqua della città da anni cercano una soluzione a un problema che, oltre ad essere diventato cronico, rischia di peggiorare di anno in anno. Ma le inefficienze del sistema di distribuzione dell’acqua, con acquedotti che perdono percentuali importanti del proprio contenuto durante il percorso verso la città, hanno impedito di fatto il miglioramento della situazione. Attualmente, è in corso di realizzazione il progetto K-4, un sistema di condutture idriche lunghe circa 120 chilometri che dovrebbero portare poco meno di 2.500 milioni di litri di acqua al giorno nell’area urbana prelevandola dal bacino del lago Keenjar. L’ultimamento del progetto è previsto per la fine di quest’anno, ritardi e lungaggini operative e burocratiche permettendo. Ma il problema, come abbiamo visto, è complesso e di difficile soluzione, e riguarda non solo l’approvvigionamento, ma anche la distribuzione, la burocrazia e la corruzione endemica diffusa da quelle parti. Il sesto più grande agglomerato urbano al mondo ha sete, e l’emergenza sanitaria è alle porte.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Populisti. Governano già il 41% del pil dei G-20. – Bloomberg.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-14.

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Attenzione. Nell’articolo citato il termine “populista” definisce qualsiasi tipo di reggimento politico differente da quello occidentale tradizionale, liberal. È questa una definizione molto opinabile, ma la si deve accettare almeno durante la lettura dell’articolo allegato: in caso contrario risulterebbe impossibile comprenderlo.

L’autore ne da una descrizione: “to defend the common man against corrupt elites, offering common-sense solutions to complex policy debates, and national unity above cosmopolitan inclusion”. Per l’economia del presente discorso potrebbe essere considerata essere ragionevole.



«In the Group of 20, just 32 percent of gross domestic product is controlled by mainstream democratic parties, down from 83 percent in 2007»

*

«Over the same period, the power of populist parties’ has surged to 41 percent of GDP from 4 percent»

*

«That’s a significant shift in the way the world economy is run»

*

«At the heart of the rise of populism and authoritarianism is a failure by Western democracies to manage the forces unleashed by globalization and technology. The specific catalyst was the 2008 global financial crisis and the high unemployment that followed, which reflected the policy failures of mainstream parties»

*

«Populist parties — which claim to defend the common man against corrupt elites, offering common-sense solutions to complex policy debates, and national unity above cosmopolitan inclusion — have risen into the vacuum created by the financial crisis»

*

«the rise of China means authoritarian regimes, with strong central power and limited political freedom, are playing an expanded role»

*

«Non-democratic regimes: China, Russia, Saudi Arabia and Turkey are now managing 24 percent of the G-20’s GDP; indeed China accounts for almost 19 percent, up from 8 percent a decade earlier»

*

«High-quality regulation and government effectiveness correlate more closely with growth than democratic values like voice and accountability»

* * * * * * * *

Se i numeri sono chiari, le previsioni lo sono altrettanto.

International Monetary Fund World Economic Outlook (October – 2017)

Le proiezioni al 2022 danno la Cina ad un pil ppa di 34,465 (20.54%) miliardi di Usd, gli Stati Uniti di 23,505 (14.01%), e l’India di 15,262 9.10%) Usd. Seguono Giappone con 6,163 (3.67%),  Germania (4.932%), Regno Unito 3,456 (2.06%), Francia 3,427 (2.04%), Italia 2,677 (1.60%). Russia 4.771 (2.84%) e Brasile 3,915 (2.33%).

I paesi del G7 produrranno 46,293 (27.59%) mld Usd del pil mondiale, mentre i paesi del Brics renderanno conto di 59,331 mld Usd (35.36%).

* * *

In estrema sintesi, Bloomberg constata come i governi ad impronta liberal siano rimasti in pochi e con il controllo di una parte modesta del pil occidentale. Controllo che le recenti tornate elettorali hanno consegnato prevalentemente ai populisti. I populisti controllano infatti il 41% del pil contro il 32% dei liberal, qui designati come ‘democratici‘.

Tramonto non dell’Occidente ma della dottrina illuminista.

Questi dati pongono numerosi interrogativi, tutti di ampia portata. Ne focalizzeremo solo alcuni.

Se nel 2007 i partiti ‘democratici’ governavano l’83% del pil dei G-20, ad oggi ne governano il 32%.

Le così dette ‘democrazie‘ sono crollate in modo vistoso ed inconfutabile, franamento che non può essere imputato al solo vorticoso cresce dei paesi ex – emergenti.

È la struttura stessa degli stati occidentali ad essere diventata inidonea a gestire i tempi correnti.

Se si avesse anche solo per qualche istante il coraggio di guardare la realtà per quello che è e non per quello che si vorrebbe, la seguente enunciazione sembrerebbe davvero corretta:

«High-quality regulation and government effectiveness correlate more closely with growth than democratic values like voice and accountability»

I governi occidentali hanno strutture politiche e filiere decisionali obsolete, ridondanti, assurdamente lente.

Un solo esempio: i trattati del’Unione Europea, comprendendo appendici, circolari esplicative e via quant’altro, assommano a 170,000 pagine. Sono un tutto ingestibile, indipendentemente da chi sia al governo.

La così detta divisione dei poteri porta poi ad una conflittualità interna paralizzante.

Il suffragio universale obbliga ad ascoltare la volontà della maggioranza, che spesso ha difficoltà a vedere i problemi nella loro complessità e sembrerebbe essere incapace di procedere a ragionamenti sul lungo termine.

Il regime parlamentare poi impone spesso coalizioni contra natura e tempi decisionali dilatati nel tempo.

Tutti problemi di vasta portata, ma che se non saranno risolti in breve tempo, diverrebbe inutile risolverli.


Bloomberg. 2018-06-05. In G-20, 41% of GDP Controlled by Populists vs 4% in 2007

– Mainstream democratic parties now control 32% of G-20’s output

– Key catalyst is 2008 financial crisis and ensuing unemployment

*

Democrats’ sway in major economies is on the wane.

In the Group of 20, just 32 percent of gross domestic product is controlled by mainstream democratic parties, down from 83 percent in 2007, according to Tom Orlik at Bloomberg Economics. Over the same period, the power of populist parties’ has surged to 41 percent of GDP from 4 percent.

“That’s a significant shift in the way the world economy is run,” Orlik and Associate Economist Justin Jimenez said in a Global Insight article Tuesday. “So far it has not had a major negative impact on growth and financial stability. Maybe it’s only a matter of time?”

G-20 GDP Share by Governance, Labor Share of Income

At the heart of the rise of populism and authoritarianism is a failure by Western democracies to manage the forces unleashed by globalization and technology. The specific catalyst was the 2008 global financial crisis and the high unemployment that followed, which reflected the policy failures of mainstream parties.

Populist parties — which claim to defend the common man against corrupt elites, offering common-sense solutions to complex policy debates, and national unity above cosmopolitan inclusion — have risen into the vacuum created by the financial crisis.

Moreover, the rise of China means authoritarian regimes, with strong central power and limited political freedom, are playing an expanded role.

Top Parties in Western Democracies — Share of Vote

Non-democratic regimes: China, Russia, Saudi Arabia and Turkey are now managing 24 percent of the G-20’s GDP; indeed China accounts for almost 19 percent, up from 8 percent a decade earlier.

But it’s not time to pull out the “end is nigh” placards yet, Orlik said. For the G-20 as a whole, GDP growth accelerated to 3.8 percent in 2017, the fastest pace since 2011. In part, he said, that’s because populists got lucky: they fed off economic discontent from the financial crisis, but ultimately inheriting an upswing. The U.S. fiscal package and a pro-business stance in China and India are also helping.

But there’s more to it than dump luck and stimulus. Some aspects of good governance are more important for growth than others, Orlik said, adding this may be uncomfortable for democracy advocates.

Governance vs Growth — Breakdown

“High-quality regulation and government effectiveness correlate more closely with growth than democratic values like voice and accountability,” Orlik notes. “Looking at the G-20 in those terms, the trajectory on governance looks less alarming. Democratic standards are deteriorating, but quality of regulation and government effectiveness are more stable, even edging up in recent years.”

But, Orlik adds, government effectiveness and high-quality regulation are tough to maintain in the absence of policy debate and accountability for leaders. So he remains skeptical that the new rulers of the world’s major economies will be able to decouple long-term growth from the institutions that underpin good governance.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Se ‘più Europa’ significa discordia, allora ‘meno’ è meglio. – Handelsblatt

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-01.

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Quando si riuscisse a togliersi il paraocchi delle ideologie, immediatamente le idee e le azioni umane cesserebbero di essere coatte in accordo ai dettami della ideologia di turno e sarebbero viste per quello che sono: utili oppure inutili, proficue o dannose, nel breve o nel lungo termine. L’ideale sarebbe anche giuste od ingiuste, ma questo sarebbe chieder troppo al genere umano.

Per l’empirista idee, teorie e le relative azioni altro non sono che mezzi per perseguire il proprio fine. Il mezzo, di per sé stesso, è neutro, è la finalità che lo caratterizza. Un coltello ben affilato sarebbe utile strumento per tagliare a fettine un salame stagionato, ma diventerebbe mezzo di iniquità se fosse usato per tagliare gole: ma il coltello non ci entra nulla con la finalità del suo uso.

Una cosa buona qua potrebbe essere dannosa là; una cosa buona ora potrebbe essere dannosa domani, e viceversa. Talora potrebbe essere utile nazionalizzare, talaltra privatizzare. Le ideologie sono rigide mentre la realtà è fluida e mutevole.

Infine, elemento quasi invariabilmente scotomizzato, esistono anche gli altri, che, ad esser generosi, tengono le nostre idee in non cale se non in uggia. Ed alla fine si fanno capire a colpi di cannonate.

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Confindustria tedesca, specialmente la sua componente bavarese, sta diventando il pensatoio socio – politico -economico che vicaria l’attuale vuoto ideativo della politica.

Herr Andreas Kluth è editor-in-chief dell’Handelsblatt Global dal 2017.

«after writing for The Economist for twenty years. During that time he was most recently Berlin Bureau Chief and Germany Correspondent. Before that he covered the western United States from Los Angeles, technology and media from Silicon Valley, Asian business from Hong Kong, and finance from London. He got his B.A. from Williams College, Massachusetts, and his M.Sc. from the London School of Economics»

L’articolo allegato è breve, sintetico e denso di concetti: riportarli non implica certo il condividerli, ma conoscerli è pur sempre forma di onestà mentale.

Tuttavia le conclusioni alle quali perviene sembrerebbero essere condivisibili e, soprattutto, di sano buon senso.

«So this is a good occasion to ponder when European integration makes sense — and when it does not»

*

«In trade policy, ceding national sovereignty to Brussels was the best move Europe ever made»

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«In foreign policy, even if member states retain sovereignty, the benefits of speaking with one voice are now obvious»

*

«In both areas, the more Europe, the better»

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«But the EU has over the years spent vastly more energy on a different, inward-facing, integration project: currency union»

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«This has not gone well, because national economies, like their inhabitants, have stubbornly refused “to converge” as instructed. This caused the euro crisis, which is now a latent but chronic condition.»

*

«Macron …. now wants the “fiscal union” …. to complete the monetary one. In that he speaks for the EU’s south. But Merkel, speaking for the north, is balking, because Germans fear a “transfer union” in which they would permanently subsidize southerners.»

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«Integrating Europe’s money has thus brought neither strength nor harmony but permanent conflict, sometimes sublimated, sometimes open»

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«When “more Europe” means discord,

in the long run, less is more.»

* * * * * * *

Dal nostro sommesso punto di vista, la conclusione cui perviene Herr Kluth sarebbe quella ottimale per comune buon senso.

«When “more Europe” means discord, in the long run, less is more.»

Per essere grande, l’Europa dovrebbe rinunciare ad essere immensa.


Handelsblatt. 2018-04-29. When “more Europe” is, and is not, the answer

In trade and diplomacy European integration is a blessing. Too bad the EU didn’t concentrate on that instead of integrating money, writes the editor-in-chief of Handelsblatt Global.

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What pageantry America staged for Europe this week. First Emmanuel Macron, a French Jupiter abroad if not at home, dazzled Donald Trump and all Washington. Now Angela Merkel is flying in, not quite dazzling but still impressive in her sobriety, so rare around the White House these days.

Macron and Merkel are on a common mission. Meeting in Berlin a week earlier, they had coordinated their agenda vis-à-vis Trump. One goal was to talk him out of nixing the nuclear deal with Iran. Brokered largely by the Europeans, it is considered a triumph of EU diplomacy, however imperfect. But Mr. Trump appears bent on killing the deal by May 12. His reimposing of sanctions could push Iran toward a nuclear “breakout” akin to North Korea’s. That might provoke Saudi Arabia to build nukes, or even prompt preemptive strikes by Israel or America. If Trump still backs away from this perilous course, it will be thanks to Franco-German diplomacy this week.

Macron and Merkel are on a common mission.

A similar dynamic may yet temper Mr. Trump on trade. He has been rattling his protectionist saber mainly at China, but also at Europe. But on trade the EU28 negotiate as one, and Mr. Trump understands that kind of strength. During their visits, Macron (bad cop) and Merkel (good cop) subtly reminded him that a fight with Europe is a bad one to pick. That may not prevent Trump from slapping tariffs on the EU. But it frames the haggling that will follow.

So this is a good occasion to ponder when European integration makes sense — and when it does not. In trade policy, ceding national sovereignty to Brussels was the best move Europe ever made. In foreign policy, even if member states retain sovereignty, the benefits of speaking with one voice are now obvious. In both areas, the more Europe, the better.

But the EU has over the years spent vastly more energy on a different, inward-facing, integration project: currency union. This has not gone well, because national economies, like their inhabitants, have stubbornly refused “to converge” as instructed. This caused the euro crisis, which is now a latent but chronic condition.

Macron, as he reminded Merkel last week, now wants the “fiscal union” (a common budget for the euro zone) he deems necessary to complete the monetary one. In that he speaks for the EU’s south. But Merkel, speaking for the north, is balking, because Germans fear a “transfer union” in which they would permanently subsidize southerners.

Integrating Europe’s money has thus brought neither strength nor harmony but permanent conflict, sometimes sublimated, sometimes open. Old and ugly stereotypes have returned: about austere and haughty Germans, about dissolute and profligate southerners. When “more Europe” means discord, in the long run, less is more.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Finlandia. Bloccato in anticipo il reddito di cittadinanza.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-24.

Scandinavia 001

Se il termine di “reddito di cittadinanza” è ragionevolmente definito come una sorta di sussidio a pioggia sulle classi in difficoltà economiche, le proposte di come organizzarlo e strutturarlo sono davvero numerose.

«reddito di cittadinanza lanciato dalla Finlandia l’anno scorso: un progetto di due anni che coinvolge 2 mila cittadini disoccupati, che ricevono 560 euro al mese esentasse invece dei normali sussidi contro la disoccupazione»

*

«il governo finlandese sembra voler prendere altre strade»

*

«l’esecutivo ha appena varato un provvedimento che richiede ai disoccupati di trovare almeno 18 ore di lavoro in 3 mesi per non perdere i sussidi statali»

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«il Paese andrà verso un percorso più simile al modello inglese, che combina vari benefici e crediti d’imposta in un unico sistema»

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«le indennità di disoccupazione erano così alte e il sistema così rigido, che a un cittadino disoccupato poteva scegliere di non lavorare perché rischiava di rimetterci»

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Il disegno di legge 1148/2013, presentato da M5S, prevedeva aiuti economici a cittadini e famiglie italiane considerate essere sotto la soglia di povertà. Il reddito di cittadinanza sarebbe spettato a singoli (maggiori di 18 anni, e residenti in Italia) e famiglie, con differenti modalità in base a diversi parametri.

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Cerchiamo di sintetizzare.

In tutte le Collettività esistono forme assistenziali per quanti si trovino in difficoltà. Soglia e modalità di intervento dipendono strettamente dagli usi locali e dal periodo storico.

Il così detto reddito di cittadinanza, tanto reclamizzato, altro non è che uno dei tanti modi di erogazione: nulla di più. Ha un nome immaginifico quanto folkloristico, ma al sugo è pur sempre un sussidio di povertà.

A nostro personale parere, opinabile quindi, il recente provvedimento finlandese di legare il sussidio ad una certa quale iniziativa della persona nel bisogno è benvenuta nel suo potere limitatorio degli abusi, ma deve anche sottostare al fatto che siano permessi lavoretti da nove ore mensili, cosa che però non tutte le legislazioni permettono.

Sempre a nostro personale parere, il problema della povertà trova sicuramente sollievo temporaneo nel sussidio, ma rimedio definitivo solo nel generare posti di lavoro e nello snellimento delle procedure burocratiche.

In questa ottica, ci sembrerebbe essere di particolare rilievo l’ultimo Executive Order emanato dal presidente Trump:

Trump. Ordine Esecutivo per la riduzione della povertà.

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Sono scelte e decisioni che richiederebbero un maggiore e più onesto ripensamento, ed anche fare qualche conto: alla fine il problema è sempre il solito: chi paga?


Corriere. 2018-04-22. Finlandia, verso la fine l’esperimento del reddito di cittadinanza: il governo è pronto a prendere altre strade

La notizia aveva fatto il giro del mondo e attirato l’attenzione di diversi Paesi. A un anno dall’inizio, (e a un anno dalla sua fine), però, sembra che l’esperimento sia destinato a rimanere, appunto, un esperimento. Parliamo del reddito di cittadinanza lanciato dalla Finlandia l’anno scorso: un progetto di due anni che coinvolge 2 mila cittadini disoccupati, che ricevono 560 euro al mese esentasse invece dei normali sussidi contro la disoccupazione.

Il piano era stato elogiato a livello internazionale e desta ancora interesse, ma il governo finlandese sembra voler prendere altre strade. Inizialmente si prevedeva invece che dovesse essere ampliato per coinvolgere anche altre figure di lavoratori, ma l’esecutivo ha appena varato un provvedimento che richiede ai disoccupati di trovare almeno 18 ore di lavoro in 3 mesi per non perdere i sussidi statali. Secondo il ministro delle Finanze Petteri Orpo, inoltre, il Paese andrà verso un percorso più simile al modello inglese, che combina vari benefici e crediti d’imposta in un unico sistema.

L’idea del reddito di cittadinanza era stata portata avanti dopo che gli studiosi avevano rilevato che le indennità di disoccupazione erano così alte e il sistema così rigido, che a un cittadino disoccupato poteva scegliere di non lavorare perché rischiava di rimetterci: più alti erano i suoi guadagni, infatti, e minori erano i benefici sociali.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Italia. Radiografia dei Contribuenti. – Ministero Economia.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-11.

2018-04-06__Mef__001

Il Ministero Economia e Finanza – Dipartimento delle Finanze, ha rilasciato il documento:

Statistiche Sulle Dichiarazioni Fiscali. Analisi Dei Dati Irpef. Anno D’imposta 2016.

Nel 2016 sono state presentate 40,872,080 dichiarazioni, delle quali 20,181,974 Modello 730 e 10,853,388 Modello Cu.

«Il reddito complessivo ammonta a circa 843 miliardi di euro per un valore medio di 20.940 euro (+1,2% rispetto al 2015). Si sottolinea che nel 2016 trova nuovamente applicazione la tassazione agevolata del 10% dei premi di produttività (sospesa nel 2015) che pertanto non concorrono alla formazione del reddito complessivo. Se si considera anche tale voce nel calcolo del reddito complessivo medio si assiste ad una variazione del +1,4% rispetto all’anno precedente. L’analisi territoriale mostra che la regione con reddito medio complessivo9 più elevato è la Lombardia (24.750 euro), seguita dalla provincia di Bolzano (23.450 euro), mentre la Calabria ha il reddito medio più basso (14.950 euro).»

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«Le tipologie di reddito maggiormente dichiarate, sia in termini di frequenza sia di ammontare, sono quelle relative al lavoro dipendente (52,0% del reddito complessivo) ed alle pensioni (29,8% del reddito complessivo).

Il reddito da lavoro dipendente è pari a 438 miliardi di euro. In esso sono compresi anche:

– i compensi relativi a collaborazioni coordinate e continuative, compresi i collaboratori a progetto, che, da fonte CU/2017, risultano interessare oltre 812.000 soggetti e che costituiscono il 4,4% dell’ammontare complessivo del reddito da lavoro dipendente;

– i sussidi10 e le prestazioni di previdenza complementare11;

– i redditi percepiti da soci di cooperative sociali, che, a decorrere dal 2016, sono assimilati ai redditi da lavoro dipendente (735 soggetti per un ammontare di 13,6 milioni di euro);

– la quota di TFR liquidata mensilmente come parte integrante della retribuzione (Quir – quota integrativa della retribuzione);»

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2018-04-06__Mef__002

«Soffermandosi invece sui valori medi dei diversi tipi di reddito dichiarato, il grafico ‘valori medi dei redditi soggetti a tassazione ordinaria’ consente un confronto dei valori ed una comparazione temporale.

Rispetto al valore medio del reddito complessivo (pari a 20.940 euro), il reddito medio da pensione (pari a 17.170 euro) è inferiore del 18,0% mentre quello da lavoro dipendente (pari a 20.680 euro) è in linea, tenuto conto che quest’anno è stata reintrodotta la tassazione agevolata dei premi di produttività.

Analizzando i lavoratori dipendenti in base al tipo di contratto di lavoro, emerge che, se si considerano i soggetti con contratto a tempo indeterminato (pari a 16,1 milioni, +0,1% rispetto al 2015), il reddito medio è pari a 23.476 euro (+1,8% rispetto all’anno precedente), mentre coloro che hanno esclusivamente contratti a tempo determinato (pari a 5,1 milioni, +6,1% rispetto al 2015) hanno un reddito medio di 9.600 euro (-0,3% rispetto all’anno precedente).

Il reddito medio d’impresa, considerando sia i soggetti in contabilità ordinaria sia quelli in contabilità semplificata, è pari a 21.080 euro, +0,7% rispetto al reddito complessivo medio mentre quello da lavoro autonomo (41.740 euro) è quasi il doppio.»

*

«I soggetti che dichiarano un’imposta netta Irpef sono 30,8 milioni (il 75% del totale contribuenti) e dichiarano un’imposta netta pari a 156,0 miliardi di euro per un valore pro capite di 5.070 euro; oltre 10 milioni di soggetti hanno imposta netta pari a zero. Si tratta, ad esempio, di contribuenti con livelli reddituali compresi nelle fasce di esonero oppure di contribuenti che fanno valere detrazioni tali da azzerare l’imposta lorda. Inoltre, considerando i soggetti la cui imposta netta è interamente compensata dal bonus 80 euro, i soggetti che di fatto non versano Irpef sono circa 12,3 milioni.

Analizzando la distribuzione dell’imposta per classi di reddito complessivo si evidenzia che i contribuenti con redditi fino a 35.000 euro (84,0% del totale contribuenti con imposta netta) dichiarano il 44,8% dell’imposta netta totale, mentre il restante 55,2% dell’imposta netta totale è dichiarata dai contribuenti con redditi superiori a 35.000 euro (16,0% del totale dei contribuenti). I soggetti con un reddito complessivo maggiore di 300.000 euro dichiarano il 5,4% dell’imposta totale. Tale andamento è tendenzialmente in linea con quello del 2015.»

*

«Dalle dichiarazioni 2016 risulta che oltre 108.500 soggetti hanno dichiarato immobili situati all’estero per un ammontare di oltre 26,9 miliardi di euro, in linea rispetto al 2015. L’imposta Ivie dichiarata è di 75,6 milioni di euro.»

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«Sulla base di quanto detto sopra i dati dal quadro RW in merito alle attività finanziarie detenute all’estero evidenziano che oltre 175.100 soggetti hanno dichiarato un ammontare di 114 miliardi di euro (-14,2% rispetto all’anno precedente).»

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È abbastanza avvilente che gli italiani generino un reddito Irpef di soli 843 miliardi l’anno, dei quali 438 attribuibili al lavoro dipendente.

Un valore medio del reddito complessivo pari a 20,940 euro corrisponderebbe a 1,745 euro mensili.

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Istat pubblica una simpaticissima pagina dedicata al calcolo della soglia di povertà.

Che il Lettore faccia la prova.

2018-04-05__Mef__007

Una famiglia con due figli, che vive al nord in una città con più di 250,000 abitanti, è sotto la soglia di povertà assoluta percependo meno di 1,630.37 euro al mese.

Ma dai dati del Mef il valore medio del reddito complessivo 1,745 euro mensili.

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Sembrerebbe che non necessiti un grande potenza mentale per comprendere il reale stato economico della popolazione italiana. Il reddito medio denunciato per l’Irpef supera di solo un centinaio di euro la soglia della povertà.


La Stampa. 2018-04-04. Dove vivono gli italiani che guadagnano di più?

Il Ministero dell’Economia ha pubblicato le statistiche dei redditi dichiarati dagli italiani lo scorso anno, che rivela come la media sia di 20.940 euro per contribuente

Dietro questa media, come sempre, ci sono grandi differenze. La suddivisione proposta dal documento del Ministero in cinque macroregioni rivela che l’Italia è in realtà divisa in due. Il reddito medio è più alto nel Nord-Ovest, con 23.860 euro, scende nel Nord-Est, dove è 22.420 euro, cala ancora al Centro con 21.780 euro, ma poi fa un salto verso il basso al Sud e nelle Isole, dove si ferma, in media, tra 16.550 e 16.660 euro. Al Sud e nelle Isole il reddito medio dichiarato al fisco è quasi un terzo più basso di quello del Nord-Ovest. 

Le statistiche consentono anche di vedere quante persone appartengano alle diverse fasce di reddito. La fascia più alta considerata è quella di chi dichiara di guadagnare più di 300.000 euro. Le persone in questa situazione sono appena 35.719 e rappresentano lo 0,9 per mille del totale dei contribuenti: meno di una persona ogni mille tra quelle che presentano la dichiarazione dei redditi ha un reddito che supera i 300.000 euro lordi all’anno. Tutti insieme, questi contribuenti più ricchi dichiarano oltre 21 miliardi di euro, che rappresentano quasi il 2,5 per cento del totale dei redditi del nostro Paese. 

La maggior parte di loro, più di uno su tre, abita in Lombardia, dove risultano 12.644 contribuenti che fanno parte di questa fascia più alta, mentre in Molise sono solo 23, in Valle d’Aosta 54 e in Basilicata 73.  

La differenza nella numerosità della popolazione non basta a spiegare le differenze. In Lombardia c’è una persona che dichiara più di 300.000 euro ogni 800 abitanti, nel Lazio una ogni 1.200, in Piemonte meno di una ogni 1.500. In Campania si scende a un contribuente nella fascia dei più ricchi ogni 5.000 persone che vivono nella sua stessa Regione e in Calabria a una ogni 11.000. 

La fascia di redditi seguente, quella tra 200 e 300.000 euro, raccoglie più di 51.000 persone e altri 12 miliardi e mezzo di redditi. Insieme, le persone che sono sopra i 200.000 euro rappresentano circa due contribuenti su mille e si dividono quasi il 5 per cento dei redditi.

Pubblicato in: Cina, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Cina. La dottrina economica vincente di Deng Xiaoping.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-17.

Pechino-Cina

«Non interessa il colore del gatto, purché acchiappi i topi».

Deng Xiaoping.


La cultura occidentale avrebbe in sé tutti gli elementi necessari e sufficienti per comprendere la dottrina economica cinese. Solo che la generazione attuale o se ne è dimenticata oppure li tiene in non cale. Come risultato, la dottrina economica cinese resta ai più un enigma. Eppure è quella vincente ad oggi.

Dobbiamo a quel grande genio di Max Planck due celebri frasi, molto difficili da comprendersi a fondo.

«Una nuova verità scientifica non trionfa perché i suoi oppositori si convincono e vedono la luce, quanto piuttosto perché alla fine muoiono, e al loro posto si forma una nuova generazione a cui i nuovi concetti diventano familiari.»

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«Non siamo autorizzati a supporre che esistano leggi fisiche, che siano esistite fino ad ora, o che continueranno ad esistere in forma analoga nel futuro»

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L’Occidente è rimasto abbacinato dalle teorie sociopolitiche illuministiche e, successivamente, dal pensiero di Hegel, che lui stesso sintetizzò in un’altrettanto celebre frase:

«se i fatti contraddicono la teoria, tanto peggio per i fatti»

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L’idealismo dialettico prima, quello materialista e quello storico dopo, hanno deprivato il pensiero occidentale dal contatto e corretta percezione del reale. Se poi l’incorretta percezione è elaborata alla luce di logiche contraddittorie, il disastro è assicurato. L’attuale palude occidentale è il prodotto finale.

Il nodo logico è il rispetto o meno del principio di non contraddizione.

Il pensiero non deve contraddire il reale né come assunti né come conclusioni, e deve essere coerente con sé stesso ed i postulati che ha assunto.  

Le scienze economiche non sfuggono queste condizioni al contorno.

Solo che la politica è donna capricciosa e mendace, avida quanto corrotta, ma che ama e si strugge di ammantare di roboanti parole il suo misero operato di vilissima bottega. Ecco il fiorire di teorie economiche stravaganti, in auge solo fino a tanto che il potere politico le impone.

Non a caso in Cina le teorie economiche occidentali sono studiate nella storia dell’economia: sono anticaglie, utili da conoscersi da un punto di vista culturale, ma esclusivamente per non ripeterne gli errori.

«Perdersi in astratti ragionamenti per stabilire se l’economia pianificata è per sua natura socialista, mentre l’economia di mercato sarebbe per sua natura capitalistica, è fatica sprecata perché priva di senso»

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La ‘casa’ di Shanghai. Capire cosa sia la Cina di oggi.

Cina. Mandarinato e democrazia. – Handelsblatt

Cosa vuol dire per la Cina abbandonare Marx per tornare a Confucio.


Citeremo alcuni passi tratti da Beijing Information. n. l del 3.1.1994.

Si noti come la terminologia occidentale, quali per esempio “capitalismo“, “socialismo” siano sempre da intendersi come “capitalismo cinese“, “socialismo cinese“: hanno contenuti logici e definizioni totalmente differenti.

«L’economia socialista di mercato – tra tutti i mutamenti strutturali il più visibile e il più convincente- corrisponde a quel tipo di economia che la Cina sperimenta in via di fatto ormai da alcuni anni: resta da precisarne e da regolamentarne i tempi, mediante una normativa che dia certezza giuridica alle transazioni e alle intese. «L’economia di mercato, in fatti, è in un certo senso una economia legislativa», dichiara Wang Zhingyu, direttore della Commissione di stato per l’economia e il commercio. Una regolamentazione legislativa idonea consente di standardizzare le norme del mercato. consente di mantenere l’ordine negli scambi e di rafforzare il controllo macro-economico; consente inoltre di “creare le condizioni favorevoli allo sviluppo economico. in modo che la legislazione economica nel suo insieme si adatti al ritmo della riforma dei meccanismi di gestione”»

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«Nel valutare l’efficacia di questo modello di sviluppo. resta manifestamente cinese, pragmatico senza ombra di mediazioni, il principio di ottimizzazione. Il successo o il fallimento delle riforme introdotte viene valutato secondo un unico criterio: se contribuiscono oppure no allo sviluppo delle forze produttive socialiste. Dove si può ancora leggere il punto focale del pensiero economico di Deng Xiaoping e il suo irriducibile pragmatismo.»

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«Perdersi in astratti ragionamenti per stabilire se l’economia pianificata è per sua natura socialista, mentre l’economia di mercato sarebbe per sua natura capitalistica, è fatica sprecata perché priva di senso. «Questo – dice Deng – ho imparato meglio di qualsiasi altra cosa: pazientare; attendere che le cose maturino da sé è molto meglio che obbligare la gente a fare in fretta. Invece di imporre obblighi e di scatenare dei movimenti di massa, è meglio lasciar fare le cose.

Così, progressivamente, tutta la gente si abitua alle cose nuove. Non discutere è la mia più grande invenzione. Non discutere significa guadagnare tempo. Quando si discute troppo, le cose si complicano. Si passa tutto il proprio tempo a discutere e non si riesce a fare nulla.

Invece di discutere bisogna sperimentare con audacia e avere il coraggio di innovare. Così è stato per la riforma rurale, così è stato per la riforma urbana».

Il ragionamento di Deng Xiaoping è tutto costruito sul principio della naturale tendenza delle cose, un atteggiamento inseparabile dalla mentalità operativa dei cinesi. Una sintesi tra le più espressive, del tipico pragmatismo di Deng Xiaoping: lasciare che le cose facciano il loro corso.»

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«Pianificazione e mercato sono semplicemente dei meccanismi economici. neutri di per sé. da assumere o da rifiutare a seconda delle condizioni oggettivamente accertate in una situazione specifica. Condizione fondamentale, da porre in ogni caso come premessa necessaria non modificabile, ce n’è una sola: la fedeltà ai quattro principi, unica garanzia per la stabilità politica; necessaria solida base a partire dalla quale ogni audacia innovativa può essere sperimentata.»

* * * * * * * *

Deng Xiaoping è un empirista, tetragono ad ogni teoria. Per fortuna della Cina ed, in ultima analisi, anche nostra.

A seguito riportiamo un saggio particolarmente ben scritto dal prof. Marco Costa.

In alcuni punto avremmo preferito che l’Autore si fosse dilungato nella spiegazione, ma consideriamo questo un testo di rilievo.



Marco Costa. I caratteri fondamentali dell’ascesa economica cinese

Per secoli la Cina è stata una civiltà che ha saputo giocare un ruolo primario e di leadership all’interno dell’Asia fino al XIX secolo quando il paese ha registrato un notevole arresto culturale, politico ed economico. Grazie a Mao Zedong, dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Repubblica Popolare Cinese è riuscita ad imporre una forma di governo, il sistema socialista autocratico, che ha permesso di assicurare al paese sovranità territoriale, controlli severi sulla vita quotidiana dei cinesi e sui costi. Succeduto a Mao Zedong nel 1978, Deng Xiaoping e gli altri esponenti del partito comunista cinese hanno dato il via ad una economia orientata verso il libero mercato che ha fatto registrare un significativo sviluppo nazionale economico a partire dal nuovo millennio. Attualmente la Cina registra una crescita del proprio PIL pari al 7.3%, dato che subirà un decremento nei prossimi cinque anni secondo le stime degli esperti attestandosi nel 2019 al 5.5%. Ma quali sono stati i fattori che hanno favorito la crescita economica della Cina e la sua affermazione a livello mondiale? Il Dott. Marco Costa, responsabile dell’area euroasiatica presso il CeSEM (partner dell’Associazione), analizza e presenta le linee guida che hanno costituito il modello economico cinese effettuando un raffronto con il modello economico occidentale e con le relative performance.

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Ci siamo abbastanza diffusamente occupati dello straordinario fenomeno della crescita cinese già in due volumi di recente pubblicazione, La Grande Muraglia (Cavriago, 2012), vertente sulle dinamiche strettamente ideologiche e geopolitiche relative alla pacifica ascesa della Cina Popolare, e in La Via della Seta – Vecchie e Nuove Strategie Globali tra la Cina e il Bacino del Mediterraneo (Cavriago, 2014)dedicato a diversi aspetti storici e culturali di interrelazione tra area europea e area dell’estremo oriente. Tuttavia risulta evidente che l’argomento Cina – tanto a livello economico visto l’interesse rispetto alle opportunità commerciali, quanto a livello ideologico nell’analisi dell’originalità del modello socialista cinese, non meno che a livello geopolitico rispetto alla chiarificazione della teoria dello sviluppo multilaterale delle relazioni internazionali – può tutt’altro che considerarsi esaurito. Risulta utile a tal proposito proporre un raffronto, almeno schematico, tra le linee guida che hanno segnato il modello economico occidentale (quindi euro-americano) e quello cinese nel corso degli ultimi due decenni; date premesse diverse, dati fondamentali economici diversi, non deve quindi stupire che i risultati, le performance macroeconomiche delle due rispettive aree risultano nel mondo contemporaneo del tutto differenti se non opposte.

La crisi del capitalismo occidentale ha avuto infatti almeno tre premesse. In primo luogo uno straordinario processo di finanziarizzazione dell’economia, secondo cui si immaginava di portare avanti un modello in cui il denaro si sarebbe moltiplicato infinitamente come variabile indipendente dei processi di produzioni di beni reali (per dirla alla Marx, passando da M-D-M’ a D-M-D’ a D-D’-D”).[1] In definitiva la crescita del ruolo della finanziarizzazione è strettamente collegata al processo di innovazione finanziaria avvenuto a partire dagli anni 1980. Tale processo, sospinto dalla deregolamentazione (il cosiddetto neoliberismo) e tradottosi nella creazione e nella diffusione in un mondo sempre più globalizzato di strumenti finanziari oltremodo strutturati e complessi, se in un primo momento può avere favorito lo sviluppo dell’economia, ha poi incoraggiato anche comportamenti incauti, gestioni prive di sani criteri prudenziali e speculazioni spregiudicate; ciò a danno della stabilità dell’intero settore finanziario e, per effetto contagio, di tutto il sistema economico. Nello specifico, l’eccessiva finanziarizzazione del sistema, determinata dal ruolo preminente assunto nel sistema economico dagli intermediari e dagli strumenti finanziari, è ritenuta da molti studiosi una della concause (o addirittura il fattore scatenante) della crisi economica globale partita nel biennio 2007-08. Aspetti tra i più disgraziatamente noti, di questo fenomeno, si sono incontrati nella vertiginosa diffusione di prodotti finanziari virtuali quali i famigerati subprime, i future, i derivati o altri similari. Non è un caso se più di un analista ha definito questo processo come passaggio da economia a stregoneria di Wall Street, alludendo alla smisurata fiducia nella moltiplicazione dei titoli finanziari virtuali.

Seconda premessa, non meno importante, dell’incartamento recessivo in cui sono precipitate le economie occidentali (anche se, ad onor del vero, quella americana ha potuto fornire risposte differenti alla luce di uno status di sovranità economica contrariamente all’area Euro), è stato il cosiddetto fenomeno della sovrapproduzione. Anche qui, non bisogna necessariamente muoversi secondo coordinate marxiste per ammettere che la crisi economico-finanziaria del nostro mondo è scaturita in larga misura dalla rottura di quell’equilibrio che per decenni – ininterrottamente dal dopoguerra in poi – ha retto il sistema capitalistico occidentale, secondo cui potenziale produttivo e capacità di consumo sono variabili interdipendenti, ovvero l’economia può prosperare nella misura in cui vi sia una massa di consumatori potenziali (interni o esterni) predisposti monetariamente all’acquisto. È evidente che con una drastica proletariarizzazione del ceto medio e una depauperizzazione delle classi lavoratrici le merci prodotte hanno avuto sempre meno consumatori disponibili ad acquistarle, innescando una classica crisi di sovrapproduzione in cui la crisi è prodotta non da scarsa produzione o da calamità naturali o da eventi bellici, bensì come conseguenza del fatto che i lavoratori generalmente non riescono più ad acquistare le merci che concorrono a produrre. Insomma l’archiviazione definitiva di quel modello che solitamente veniva chiamato come sistema fordista. Negli ultimi anni si è sentito dire che la causa della crisi sono il sistema finanziario, i mutui spazzatura, l’avarizia dei mercati, la cattiva amministrazione dei politici e delle istituzioni regolatrici. Probabilmente in ognuna di queste c’è una parte di ragione, in alcune molto più che in altre. Tuttavia, come sostiene David Harvey nel suo Crisis of Capitalism,“sembra che l’ultima cosa a passare per la testa alla maggior parte degli economisti e/o opinionisti di professione è che la causa della crisi sia il sistema stesso, che si tratti di una crisi strutturale. Anche qualche anno fa qualcuno chiese in un gruppo di discussione al quale partecipava se la crisi che allora iniziava a intravedersi fosse una tipica crisi di produzione. Allora pensavo di sì, ed è un’opinione che continuo ad avere. Nella teoria marxista classica le crisi capitaliste hanno origine nelle imprese che non trovano mercato per i loro prodotti. Sovrapproduzione che pertanto tende a coesistere con una situazione di disoccupazione, e che nel suo complesso non è altro che capitale e forza lavoro (un altro tipo di capitale) che non trovano opportunità per essere investiti e generare profitti. Questo non vuol dire che non ci sia scarsità. La sovrapproduzione implica eccedenze di merci e le merci non vanno a coprire i bisogni umani ma la domanda solvente. Così possiamo trovare uno stock, per esempio di merce-casa, che non trova sbocco sul mercato e pertanto si accumula senza essere utilizzato”.[2] Suonano assai familiari queste parole, basti pensare al fatto che solo nel nostro paese ci sono 3,5 milioni di case vuote e, tuttavia, in un contesto di distruzione di posti di lavoro, migliaia di famiglie incontrano difficoltà per dare soluzione a un bisogno così fondamentale come quello di avere un tetto. La causa per la quale il sistema capitalista tende a sfociare in questo tipo di crisi è che, dopo un periodo di espansione, la differenza tra la capacità di produzione e la domanda solvente si fa sempre più profonda, così che la domanda diventa insufficiente, i prezzi si bloccano e diminuiscono, cadono i profitti, le imprese falliscono e i lavoratori rimangono disoccupati. Cosicché, per affrontare le crisi o per evitarle, bisogna creare opportunità dove investire capitale e manodopera e/o incrementare la domanda solvente. Entrambe le cose sono intimamente legate, dato che si distruggono posti di lavoro, la domanda solvente si riduce e viceversa. Stando così le cose, direi che le ultime crisi del capitalismo globale, a partire dagli anni ‘70, sono state crisi delle soluzioni per evitare la crisi di sovrapproduzione. Queste soluzioni sono state in primo luogo,l’intervento dello Stato nell’economia e, in secondo luogo, la liberalizzazione del sistema finanziario e la creazione di complessi sistemi di debito. In entrambi i casi, la questione della casa e dell’urbanizzazione in generale hanno svolto un ruolo fondamentale (e quest’ultima è un’idea che prendo direttamente da David Harvey che a sua volta lavora sulle tesi di Henri Lefebvre); tale ipotesi sembra straordinariamente attuale.

Infine un terzo fattore, una terza concausa che mi sembra aver contribuito in modo evidente ad affossare le economie occidentali: il debito. In realtà l’economia fondata sul debito come regola, ha contribuito per anni e forse decenni ha mantenere in vita un sistema completamente esaurito, secondo uno schema che potremmo così sommariamente riassumere: per indurre al consumo in condizioni di scarsità monetaria si ricorre al debito privato → il debito privato diventa debito delle banche → il debito delle banche diventa debito pubblico dove lo Stato funziona sempre come copertura assicurativa dei banchieri → lo Stato per ripianare i debiti è costretto a tagliare ulteriormente i diritti sociali e tassare ulteriormente la base lavoratrice e produttrice → implicando una spirale di contrazione ulteriore consumi come un effetto feedback, generando un’auto-alimentazione della crisi. Basti pensare al caso europeo, dove la crisi economica apparve ulteriormente aggravata dalla crisi dei debiti pubblici di alcuni stati europei (Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo, Italia, Cipro, Slovenia), i cui piani di salvataggio finanziario (erogati dalla cosiddetta troika) furono volti a scongiurare il rischio di insolvenza sovrana (default), con effetti che si rilevarono tuttavia ulteriormente recessivi per l’economia reale. Questi piani furono subordinati all’accettazione di misure di politica di bilancio restrittive sui conti pubblici (austerity) basate su riduzioni di spesa pubblica e aumenti ossessivi delle imposte. Tali ricette sono state pesantemente messe in discussione, da una parte del mondo accademico internazionale (specie di formazione keynesiana), come una delle cause dell’aggravarsi dello stato di crisi che, soprattutto all’interno dell’Eurozona, appariva amplificato dall’attuazione di pesanti misure di austerity (rese necessarie dall’adozione dell’euro con cambio fisso che non consente eccessivi squilibri nel conto delle partite correnti tra gli stati aderenti). Altri esponenti accademici, di cultura liberista, ritengono invece tali misure come necessarie per evitare l’esplosione del debito pubblico e il rischio di default.

Passando al modello adottato dai governi cinesi che si sono succeduti a partire dal 1976, anno dell’avvio delle prime riforme economiche attuate da Deng Xiaoping, possiamo trovare una straordinaria differenza nei fondamentali macroeconomici; insomma i cinesi si sono affidati ad un modello di sviluppo del tutto opposto rispetto a quello che ha segnato le aree Euro e Dollaro. La Cina è oggi il paese più studiato grazie all’originalità del suo modello economico. Studiato perché è l’unica esperienza di matrice socialista che è riuscita a competere anche sul piano economico con l’Occidente; ma temuto perché è l’unico paese a far fronte agli Stati Uniti senza la necessità di allearsi in un blocco economico (e militare) extraterritoriale. Ma come mai questo paese, che è il più popoloso al mondo, è riuscito ad arrivare a questo livello? La risposta a questa domanda può essere individuata a partire dall’analisi della figura di Deng Xiaoping, l’uomo che ha portato la Cina allo sviluppo attuale. È difficile immaginare come un paese che aveva una crescita annua del 20% sia riuscito a svilupparsi. Nell’economia non è sufficiente che il prodotto nazionale cresca mentre il reddito pro-capite diminuisce, ma Xiaoping è riuscito a portare la Cina ad avere contemporaneamente sia lo sviluppo economico che quello sociale. Per capire questo paese dobbiamo riandare alla storia di questi ultimi anni e analizzarla attentamente. Prima della Rivoluzione cinese guidata da Mao Tse Tung, la Cina era un paese feudale, chiuso e diretto dalle dinastie che lo governavano sotto la supervisione inglese. Con la rivoluzione culturale Mao ha introdotto elementi economici di collettivismo – un modo di produzione basato sulla collettività dei mezzi di produzione – affinché la Cina potesse svilupparsi in maniera autonoma, nonostante quel modello rimaneva ancorato e adatto ad un’economia fondamentalmente agricola. In realtà, Mao è riuscito a controllare il problema della fame in un paese così vasto, ciò nonostante la Cina continuava ad essere assai arretrata economicamente. Con la sua morte, avvenuta nel 1975, la Cina si è divisa in due: i fedeli ortodossi alla parola di Mao, più conosciuti come la banda dei quattro, guidati dalla moglie, che sostenevano che tutti dovevano seguire ciò che lui aveva fatto e continuare la sua opera ostinatamente; e l’altro gruppo guidato da Xiaoping che era fedele al messaggio originario di Mao, come vedremo in seguito. Alla fine ha prevalso Xiaoping e questo è stato cruciale per la Cina in quanto quest’ultimo era abbastanza saggio da riuscire a guidare la Cina sulla strada dello sviluppo e della riforma. L’attuale epoca coincide con la cosiddetta Terza Rivoluzione Industriale, quella della microelettronica. Le precedenti rivoluzioni hanno portato la tecnologia meccanica che permetteva al paese di raggiungere il livello delle altre nazioni ma, poiché questa richiedeva la necessità di laboratori di ricerca, i paesi del terzo mondo sono stati condannati all’arretramento. A partire da questa rivoluzione, si è cominciato invece a verificare che lo sviluppo cinese ha incentivato le entrate dell’industria tecnologica, diversamente dall`URSS che è rimasta ancorata al vecchio sistema incentrato sull’industria pesante. Il programma di sviluppo di Xaoping si è basato sull’introduzione di elementi di mercato attuato con una grande pianificazione centrale. Ossia, Deng ha aperto gradualmente le frontiere cinesi mentre nel contempo continuava a mantenere una decisiva presenza dello Stato nell’economia e nella politica. Lo scopo di questa politica economica intrapresa da Xiaoping è stata l’accumulazione, che secondo tutti i grandi teorici classici dell’economia, come Riccardo e Adam Smith e Karl Marx, è la base preliminare per arrivare allo sviluppo. Questo fatto, aggiunto a una grande politica di controllo della natalità (che è riuscita a bloccare quell’immensa ed altrimenti incontrollata crescita demografica), ha fatto sì che la Cina sia oggi il paese con maggiori prospettive economiche. L’economia cinese ha sempre avuto, in questi anni, un aumento relativamente rapido e costante. La riforma ha affrontato subito ciò che era semplice per poi arrivare al complesso; era iniziata dalle campagne per arrivare alle città, dalla costa orientale per arrivare all’occidente. Dal campo economico a quello politico, culturale, scientifico, tecnologico, educativo ecc. Gli straordinari successi ottenuti dai cinesi confermano la superiorità del sistema socialista, sia pure di un socialismo originale. Riforma, sviluppo e stabilità sono gli unici modi di salvare il socialismo in Cina, giacché senza innovazione non c’è sviluppo, senza sviluppo non si può mantenere la stabilità sociale. Gli obiettivi che la Cina si è prefissa riguardo allo sviluppo economico, si sono svolti in tre tappe fondamentali: dal 1981 al 1990 il PIL pro capite doveva raddoppiare passando da 250 dollari a persona a 500 risolvendo per l’essenziale i problemi della gente riguardo al cibo e al vestiario; la seconda tappa dal 1991 al 2000 il PIL pro capite doveva ulteriormente raddoppiare arrivando a 1000 dollari, ovvero l’entrata del tenore di vita a uno stadio medio con il PIL che passa i 1000 miliardi di dollari. Nella terza tappa il PIL per persona deve triplicare arrivando a un reddito pari allo standard dei paesi mediamente sviluppati, alla metà del XXI secolo. La gente potrà vivere in un benessere relativo dato che la modernizzazione sarà già essenzialmente realizzata in Cina. La Cina ha realizzato nel 1987 il suo primo obiettivo con tre anni di anticipo e nel 1995 l’obbiettivo previsto per la seconda tappa. In seguito la Cina ha concretizzato l’obiettivo della terza tappa riformulando l’obiettivo in tre fasi che durerà cinquanta anni sino alla metà del XXI secolo. L’obiettivo dell’undicesimo piano quinquennale formulato nel 2005 per il 2010 era di mantenere lo sviluppo relativamente rapido e duraturo dell’economia nazionale realizzando il raddoppio del PIL in rapporto al 2000 con un consistente miglioramento del livello di vita. La vita dei contadini doveva essere sensibilmente migliorata e l’insieme delle regioni rurali doveva entrare nel livello medio di benessere. Nella seconda fase, fino al 2020, gli obiettivi economici e sociali sono l’industrializzazione e l’urbanizzazione delle campagne, dove migliorerà il tenore di vita assieme ad un ulteriore arricchimento delle città. La Cina nel suo complesso entrerà in uno stadio di moderato benessere. Nella terza fase, tra il 2020 e il 2050, si pone l’obiettivo è di arrivare a essere un paese socialista moderno a un livello di sviluppo medio. É un programma ambizioso e certamente difficile da realizzare perché quest’ultimo periodo, e qui l’esperienza internazionale insegna, potrebbe essere caratterizzato da una stagnazione con molteplici conflitti sociali. Nei primi anni ’80 la priorità fu data allo sviluppo dell’industria tessile e leggera. Il nono piano quinquennale degli anni ’90 propose la trasformazione del sistema economico e del modello di crescita economica. Il decimo piano del 2000 ha proposto la strategia d’industrializzazione e urbanizzazione (nel 2005 la percentuale di popolazione dedita all’agricoltura si aggirava ancora sul 47% mentre la percentuale della popolazione urbana era solo il 43%). Nel 2005 il PIL era il 4,7% del totale mondiale. La Terza sessione plenaria del 16° Congresso del Partito ha preso la decisione di programmare uno sviluppo scientifico sostenibile centrato sull’uomo. L’undicesimo piano del 2005 ha stabilito i nuovi compiti di accrescere la capacità innovativa, di costruire una nuova campagna socialista e una società armoniosa. Nel 2012 il PIL nominale era secondo le stime più caute già di 7.740 miliardi di dollari, il secondo al mondo e 12.460 miliardi quello a parità di capacità d’acquisto, con un PIL procapite a parità di capacità d’acquisto pari 9.100. Era 8.500 nel 2011 e 7.800 nel 2010. L’industria contribuisce per il 46.8%, i servizi per il 43.6%, l’agricoltura per il 9.6% nel 2010. La forza lavoro è di 815 milioni di persone, con un dato sempre significativo, ovvero una disoccupazione mai superiore al 4%. La Cina offre un ambiente adatto agli investimenti e alla produzione. La Cina è il paese più dinamico del mondo con la crescita più alta. Si apre sempre più verso l’esterno; il costo della mano d’opera, delle materie prime e dei servizi è molto competitivo, l’ambiente macroeconomico eccellente. La Cina sarebbe anche un paese ricco in risorse naturali e agricoltura se non fosse sovrappopolato. Il paese ha comunque notevolmente migliorato le strade, le telecomunicazioni, la qualità delle risorse idriche, l’elettricità e l’approvvigionamento di energia e materie prime sono soddisfacenti. La mano d’opera è sufficiente e la formazione tecnica elevata. La forza lavoro è di 815 milioni di persone così distribuita: agricoltura (36.7%), industria (28.7%), servizi (34.6%) secondo i dati del 2008. La Cina si sta adeguando anche dal punto di vista legale, le leggi sono sempre più in sintonia con la legislazione internazionale. La Cina ha stabilito 120 misure preferenziali per l’investimento di capitali stranieri. Dal 2001 il paese si è progressivamente aperto in tutti i campi all’investimento straniero. I limiti dell’investimento straniero riguardano l’acciaio, l’investimento immobiliare e il controllo macroeconomico riguarda particolarmente i rischi legati al sistema bancario e interessa poco le imprese straniere semmai quelle entrate in Cina con intenti speculativi. Veniamo alle cifre del boom economico cinese, in particolare nell’industria, fermandoci per ora al contesto precedente la crisi finanziaria americana:

Sebbene i dati siano del periodo precedente alla crisi mondiale, sono comunque molto significativi. Il PIL è raddoppiato dal 2002 al 2007, alla vigilia della crisi finanziaria USA, passando da 1000 a 2000 miliardi di Euro. Con un aumento annuo medio del 10,6% ha avuto in questo periodo la crescita più rapida dall’inizio delle riforme. Il ritmo medio di crescita è stato del 5% superiore a quello mondiale. Le entrate pubbliche che erano pari a 171 miliardi di euro sono aumentate di una volta e mezzo negli ultimi cinque anni. Dal 2005, il PIL ha sorpassato successivamente quello della Francia e quello della Gran Bretagna. Nel 2002, il PIL della Cina era rispettivamente il 13,9% di quello degli Usa, il 37% del Giappone e il 71,8% della Germania, diventando nel 2006 il 20% (USA), 60,6% (Giappone) e il 91,3% (Germania). Il PIL tedesco è stato superato nel 2009 e nel 2010 quello giapponese. Il PIL cinese nella produzione mondiale è passato dal 4,4% al 5,5% nel 2006 (Revenu moyen 2007).

Dal 2002 al 2007, i fondi destinati all’agricoltura, alle regioni rurali e ai contadini dalle finanze centrali sono passati da 190,5 miliardi di yuan (16 miliardi di euro) a 431,8 miliardi di yuan. Quelli destinati ai settori dell’istruzione, della scienza, della cultura e della sanità pubblica da 514,3 miliardi di yuan nel 2004 sono aumentati a 742,6 miliardi di yuan nel 2006 (63 miliardi di euro). La Cina ha buoni fondamentali anche dal punto di vista del debito, pari a circa il 20% del PIL (per avere un paragone, in Italia abbiamo sforato il 130%!). La Cina è indubbiamente la maggiore potenza industriale del mondo. Se invece del PIL assoluto prendiamo quello PPP (Purchasing Power Parity ossia a parità del costo della vita) le cose diventano ancora più chiare. Se una multinazionale produce 10 lettori CD in USA al costo di 100 dollari l’uno, la sua quota PIL per gli USA sarà 1000 dollari, se produce gli stessi 10 lettori in Cina al costo unitario di 10 dollari, la sua quota PIL in Cina sarà 100 dollari. Dal punto di vista del PIL assoluto ciò che ha prodotto in USA è dieci volte quello che ha prodotto in Cina. Dal punto di vista del PIL PPP avrà prodotto 1000 dollari in USA e 1000 in Cina (nel PPP la cifra viene infatti rapportata al costo che il prodotto ha in USA). Il PIL PPP da più l’idea della quantità di merci e servizi prodotti. La Cina comunque è la prima economia del mondo nel settore industriale, poiché il PIL degli USA è dato sopratutto dal terziario. In altre parole gli USA si conferma che le economie occidentali sono state investite da fenomeni di terziarizzazione e finanziarizzazione, mentre quella cinese è rimasta tradizionalmente ancorata alla produzione di beni materiali. I lavoratori cinesi dell’industria sono più di 200 milioni, superano quelli dell’Ocse, del Brasile, dell’India mesi assieme. Ma oltre ad essere la maggiore potenza industriale lo è anche dal punto di vista economico generale.

Questa tabella ci descrive la marcia inesorabile della Cina verso la leadership mondiale. Se poi si tiene conto che Gregory Chow sostiene che il PIL cinese sarebbe sottostimato per via del mancato apprezzamento dei fattori innovativi delle merci probabilmente già alla fine del 2008, il PIL cinese già superava quello americano. La World Bank ha invece cambiato, improvvisamente e in maniera molto sospetta, i criteri del PPP in Cina. Secondo alcuni si tratterebbe di un artificio contabile per mantenere formalmente in testa gli USA. A questo punto con il PIL della Cina che aumenta, e quello degli USA che diminuisce o ristagna, mantenendo il vecchio criterio del PPP avrebbe già abbondantemente sorpassato gli USA. Uno studio della banca di investimenti Goldman Sachs proietta nel 2041 il sorpasso sugli USA in base al PIL nominale. Scriveva Bowles ancora nel 1994: “La Cina ha raddoppiato la sua produzione pro capite nei dieci anni tra il 1977 e il 1987, uno dei periodi di tempo più brevi impiegati da qualsiasi paese per raggiungere un tale record. Questa crescita impressionante è in parte il risultato di un aumento significativo del fattore della produttività sia del settore statale che non statale, un punto di una certa importanza dato il ben documentato fallimento del socialismo a pianificazione centrale nell’aumentare la produttività. Il risultato è che l’economia della Cina è ora stimata (utilizzando i tassi di cambio di potere d’acquisto) che si superata per dimensioni solo dagli Stati Uniti e Giappone e vi è una reale possibilità che la Cina diventerà la più grande economia del mondo entro il 2025”.[3] Solo la ridefinizione del potere d’acquisto della Cina da parte della Banca Mondiale ha rimandato il sorpasso. Sarà però questione di qualche anno. Inoltre i ricavi non sono trasformati in rendite finanziarie e capitali speculativi, giochi di Borsa, invece di essere reinvestiti creando sviluppo industriale, ricerca, innovazione, occupazione e benessere per la popolazione. E’ sbagliato pensare che il boom economico si sia basato unicamente sulle esportazioni. Bisogna convincersi che gran parte della crescita economica cinese è dovuta all’espansione del mercato interno, quindi è avvenuta a direttamente beneficio dei cittadini cinesi. Tra l’altro nel capitalismo il surplus, il guadagno insomma, è appannaggio di una classe molto ristretta che ha la tendenza (particolarmente nelle aziende famigliari italiane) a investire di più in beni di consumo superflui che nello sviluppo. In Cina lo stato stabilisce i tassi d’investimento giacché ha il controllo dell’economia.

A tal fine è interessante scorgere il trend del PIL della Cina ai prezzi di mercato secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale con dati in milioni di yuan. Per l’equiparazione al Purchasing Power Parity (PPP), il dollaro è scambiato a 2,05 yuan.

Ci sono buoni motivi per pensare che la Cina possa continuare nella sua corsa; infatti i dati della Banca mondiale e Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo dimostrano che non la migliore performance media per quindici anni di Corea del Sud, Singapore, Taiwan e ha raggiunto il 10 per cento. Inoltre, il potenziale di crescita della Cina è enorme. Il suo PIL pro capite è solo il 5 per cento di quello statunitense. La Corea del Sud ha avuto più o meno lo stesso divario di crescita con gli Stati Uniti nel 1960, e continuò la rapida crescita che è ancora più probabile nella Cina di oggi di quanto lo fosse in Corea, grazie alle nuove tecnologie. La Cina può continuare a questo ritmo incredibile? Cinque fattori suggeriscono che può. In primo luogo, la Cina è attenta a investire in settori che alimentano la sua crescita. Si ottiene circa la stessa esplosione di crescita dell’India per gli stessi soldi investiti. Ma il sistema finanziario cinese mobilita più risorse che in India, e si assegna una quota molto maggiore al settore delle infrastrutture come strade, porti e sistemi fognari. In secondo luogo, la Cina ha creato incentivi che premiano il duro lavoro, la conoscenza e l’assunzione di rischi. I lavoratori rurali possono ora passare alla città e competere per i lavori urbani. L’istruzione obbligatoria è stata estesa a nove anni, e l’alto tasso di alfabetizzazione della Cina è alla base dell’aumento della produttività dei lavoratori. In terzo luogo, l’apertura audace della Cina di commercio su scala mondiale ha migliorato la sua flessibilità economica e finanziato le nuove tecnologie, mentre ha giudiziosamente gestito le aree chiave come gli investimenti esteri. Giappone e Corea non hanno mai rischiato l’apertura così veloce. In quarto luogo, le basi di una classe media durevole sono emerse, grazie alle riforme della terra, ai miglioramenti in materia di istruzione, e alle nuove reti di sicurezza sociale e pensionistica. Infine, la Cina è una società relativamente basso tasso di criminalità, dove la mancanza di minacce alla sicurezza fisica migliorano le opportunità economiche. La corruzione esiste, ma a livelli inferiori a quelli in India, Indonesia, e le Filippine, ed è vigorosamente perseguita. Tale andamento suggerisce che i funzionari cinesi stanno governando in modo agile ed energico. Le contraddizioni ed il relativo malcontento è connaturato in qualsiasi paese abbia il privilegio di trasformare la produttività così rapidamente come ha fatto la Cina. Il problema è come gestire i disordini. L’approccio della Cina è di compensare gli sfollati, punire coloro che causano problemi, e punire gli illeciti dei governi locali. Tale processo è difficilmente perfetto. Le assemblee con discorsi critici sul governo sono diffuse e in gran parte pacifiche. Sia la crisi finanziaria asiatica che l’epidemia di SARS aveva il potenziale di portare alla crisi. In entrambi i casi, il governo ha imparato dai suoi errori e recuperato in fretta, facendone tesoro negli anni successivi. La Cina è diventata nel 2011 il maggiore paese industriale del mondo, spodestando la leadership degli USA, che la deteneva da 110 anni secondo l’IHS Global Insight. L’IHS ha esaminato i dati del US Bureau of Economic Analysis, e l’Ufficio Nazionale di Statistica della Cina. La Cina aveva il 19,9% del mercato mondiale., gli Stati Uniti il 19,4%. “Gli Stati Uniti ha attraversato una grave recessione, mentre la Cina ha continuato a crescere”, ha dichiarato Mark Killion, economista di IHS Global Insight; “Sapevamo che sarebbe avvenuto comunque, ma il declino negli Stati Uniti e l’ascesa della Cina ha avvicinato molto l’evento”, ha detto Killion (China Edges 2011). Per il Wall Street Journal “L’America è umiliata ancora una volta dal successo cinese”. (McIntyre 2011). Secondo il Crédit Suisse AG, nel 2016 poterebbe superare il Giappone come secondo paese più ricco del mondo con una ricchezza totale di 40 milioni di dollari. Stime della PwC, la maggiore società di contabilità al mondo segnalano che la Cina diventerà nel 2018 la maggiore economia del pianeta come risulta da uno studio sul peso delle 22 maggiori economie del mondo a parità di potere d’acquisto del PIL ai prezzi di mercato. Secondo il FMI il PIL cinese (PPP) potrebbe superare quello americano nel 2016 aprendo la strada a quando nel 2050, forse anche prima, gli attuali paesi emergenti domineranno lo scenario economico globale. Va altresì ricordato che rispetto alla crescita della Cina gli USA sono cresciuti solo del 4,6%; e che nel 2010, la proporzione del PIL della Cina nel totale mondiale è del 9,5%, quasi il doppio del 5% de 2005, equivalendo al 40,2% di quello degli USA (Informe anual 2012). Questa straordinaria crescita economica – che probabilmente non ha paragoni nella storia moderna – induce anche ad una riflessione geopolitica: la Cina è ormai un punto di riferimento per tutti paesi che cercano di sottrarsi all’egemonia americana. la Cina lo può fare a differenza dell’URSS che non aveva la possibilità di esportare né un modello economico efficiente, né tecnologia e management, né capitali. Come correttamente ricorda Giovanni Arrighi nel suo Adam Smith a Pechino: “Assieme a questa trasformazione, si assiste a una crescita, relativamente agli Stati Uniti, dell’importanza della Cina anche fuori dall’Oriente asiatico. Nell’Asia meridionale gli scambi con l’India sono passati dai 300 milioni di dollari del 1994 ai 20 miliardi di dollari del 2005, una vera inversione a U nelle relazioni commerciali a cui si accompagna un’intensificazione senza precedenti nella realizzazione di accordi sia a livello aziendale che a livello governativo. Il fallimento americano nel prendere il controllo esclusivo del “rubinetto petrolifero globale” in Medio Oriente ha trovato la sua sanzione più spettacolare nell’ottobre 2004 con la firma di un grande contratto di forniture petrolifere fra Pechino e Tehran. Ancora più a Sud, la Cina preme sull’Africa per le proprie forniture petrolifere. Nel 2000 Pechino ha volontariamente rinunciato a 1,2 miliardi di dollari di debiti dei paesi africani e nei cinque anni successivi ritmo scambio fra Africa e Cina è passato da poco meno di 10 milioni di dollari a più di 40 miliardi di dollari. Un numero crescente di imprenditori cinesi – nel 2006 erano dieci volte di più che i 2003 – si recano in Africa per realizzare investimenti in paesi cui le aziende occidentali non sembrano interessate e a cui il governo cinese offre assistenza allo sviluppo a fronte della sola contropartita politica del non riconoscimento di Taiwan e senza nessuno di quei lacci e laccioli che si nascondono dietro agli aiuti occidentali. In risposta, i governanti dei paesi africani guardano sempre più a Oriente in tema di commercio, aiuti e alleanze politiche scrollando via i tradizionali legami storici del continente con l’Europa e gli Stati Uniti. Altrettanto importante è stato l’ingresso della Cina in Sud America. Mentre Bush si è limitato a una fugace apparizione al meeting dell’APEC del 2004 in Cile, Hu Jintao ha impiegato due settimane per visitare Argentina, Brasile, Cile e Cuba, ha annunciato più di trenta miliardi di dollari di nuovi investimenti e ha firmato contratti di lungo periodo per la fornitura alla Cina di materie prime essenziali. Gli effetti politici di queste iniziative sembrano più evidenti in Brasile, dove Lula ha più volte lanciato l’idea di una “alleanza strategica” con Pechino, e in Venezuela, dove Chavez salutò nella rapida ascesa degli scambi petroliferi con la Cina l’aprirsi di una via per il Venezuela per rompere con la propria dipendenza dal mercato americano”.[4]

Tirando le somme, possiamo stabilire alcune caratteristiche essenziali della poderosa ascesa cinese: aumento della produzione di beni, merci e prodotti materiali che ha mantenuto un + 10% di PIL ultimo decennio; (le cifre più caute parlano di un + 8% di PIL nell’ultimo biennio). Un aumento delle condizione di vita della popolazione (il PIL è cresciuto di pari passo con il potere d’acquisto delle masse lavoratrici, mantenendo la disoccupazione al 3,9 – 4,1%, e un potere d’acquisto medio annuo delle masse lavoratrici del + 10%). Una chiara crescita della domanda interna, funzionale anche alla protezione dalle oscillazioni dei mercati internazionali. Ed un aumento della capacità di erogazione del credito bancario interno alle forze imprenditoriali; come infatti ricorda l’economista statunitense Patrick Chovanec“In Cina per combattere la recessione sono stati introdotti due piani di stimolo all’economia. Nel primo il governo ha speso 4000 milioni di renminbi per potenziare le infrastrutture. Con il secondo piano ha iniettato nelle banche commerciali 10.000 milioni di renminbi perché li dessero in prestito a chi ne aveva bisogno; di questi, 2000 milioni sono serviti a sostenere il primo stimolo. Una parte dei prestiti elargiti dalle banche sono i cosiddetti non-performing loans, investimenti che non generano soldi ma che sviluppano l’economia, come per esempio la costruzione di strade ferrate. Per il governo cinese incitare le banche a comportarsi in questo modo, e cioè a concedere prestiti, non è un problema perché è ricco e se necessario può facilmente ricapitalizzare”.[5] E qui basta ricordare come l’enorme surplus monetario cinese abbia avuto una conseguenza epocale dal punto di vista geo-economico, nella misura in cui il credito cinese si è tradotto in acquisto del tesoro americano. L’ammontare di titoli detenuto da questa ampia categoria di finanziatori del debito USA ammonta a più di 9.000 miliardi di dollari. Spiccano in particolare i 1.152 miliardi detenuti dalla Cina, a cui vanno aggiunti i 112 miliardi in mano a Hong Kong e una frazione più risibile a Macao. A seguire c’è il Giappone, creditore fin dai primi anni Ottanta, con 906 miliardi. Terzo posto per il Regno Unitocon 333 miliardi e quarto per i Paesi esportatori di petrolio con 221,5 miliardi. Da notare anche il Brasile con quasi 207 miliardi.

Dall’altra ci sono gli enti governativi statunitensi con i restanti 4.613 miliardi. Per la gran parte si tratta di fondi fiduciari per finanziare il sistema del welfare (come i programmi Social Security e Medicare) e la costruzione di infrastrutture. In pratica, se sommiamo questi titoli a quelli detenuti dalla Fed scopriamo che quasi la metà (circa 6.000 miliardi) del debito del Paese è con se stesso, il che non è molto rassicurante. Un po’ come avveniva da noi negli anni Ottanta, quando l’allora Ministero del Tesoro apriva linee di credito presso la Banca d’Italia per finanziarsi. L’adesione all’euro, con il conseguente trasferimento delle competenze di politica in tema di monetaria in capo alla Bce, ha posto fine a questa pratica licenziosa. In secondo luogo, oltre 7.840 miliardi sono detenuti da investitori nazionali, mentre la restante metà è in mano ad investitori esteri. Ciò significa che in caso di default il mercato soffrirebbe non poco, con ripercussioni potenzialmente gravi per la stabilità della finanza internazionale. Infine, l’ultima demarcazione è tra titoli negoziabili e non. Quasi tutto il debito detenuto dal pubblico è negoziabile, ovvero passibile di essere oggetto di scambio sui mercati. Solo una piccola parte (540 milioni) è non negoziabile, dunque emesso in favore di determinati possessori e detenuto stabilmente da questi ultimi. In buona sostanza la Cina Popolare è oggi il primo finanziatore del debito americano, senza della quale l’economia statunitense non avrebbe più avuto copertura reale per mantenere i propri equilibri di bilancio ad un livello accettabile. Questo modello dello sviluppo cinese, che vede consumo e produzione regolati dall’autorità dello Stato, legando costantemente crescita del PIL alla crescita condizioni di vita (e relativa capacità di consumo interno) e viene chiamato socialismo armonico di mercato.

A questo punto risulta naturale una riflessione di carattere ideologico; non deve infatti stupire, e nemmeno suonare coma un’anomalia, il fatto che elementi di economia di mercato siano per la Cina Popolare affiancati ad elementi di carattere statale e socialista, nel quadro di una salda guida del PCC sui vari organi di Governo. Questo sistema, che è fondamentalmente un sistema misto tra imprese pubbliche e private sotto la direzione generale dello Stato è chiamato come socialismo armonico di mercato in tutti i documenti scaturiti nei due ultimi Congressi generali del PCC, il 17° e il 18°. Spesso tale sistema è criticato, inopportunamente, anche da settori della sinistra che sono dimentichi dell’autonoma tradizione socialista cinese, dove la collaborazione tra attori pubblici e privati allo sviluppo della nazione è in realtà una costante. Consci del fatto che, oltretutto con assoluta correttezza anche marxista, i dirigenti cinesi vedono il socialismo non come collettivizzazione della povertà (vedi comuni agricole maoiste) ma come collettivizzazione di un benessere diffuso che deve essere conseguente al pieno sviluppo delle forze economiche, tecnologiche e scientifiche della nazione (anzi come sua filiazione), in realtà nella storia del socialismo cinese il concetto di cooperazione tra classi sotto la direzione dello Stato emerge ben prima della fase attuale. Già Mao Tse Tung, con la sua teoria del Fronte Unito aveva infatti teorizzato che “La Repubblica Popolare, nel periodo della rivoluzione democratica borghese, non abolirà la proprietà privata, a meno che non abbia carattere imperialistico o feudale, non confischerà le imprese industriali e commerciali della borghesia nazionale, ma, al contrario ne incoraggerà lo sviluppo. Dobbiamo proteggere qualsiasi capitalista nazionale, a condizione che non appoggi gli imperialisti o i traditori della patria. Nella fase della rivoluzione democratica, la lotta tra il lavoro e il capitale avrà dei limiti. Le leggi sul lavoro della repubblica popolare salvaguarderanno gli interessi degli operai, ma non saranno dirette contro l’arricchimento della borghesia nazionale e lo sviluppo dell’industria e del commercio nazionale, poiché tale sviluppo nuoce agli interessi dell’imperialismo ed è a vantaggio degli interessi del popolo cinese. Ne consegue che la repubblica popolare rappresenterà gli interessi di tutti gli strati del popolo in lotta contro l’imperialismo e le forze feudali”.[6] Ebbe, non a caso, modo di affermare ciò nel 1969, proprio dopo fallimento grande balzo in avanti e comuni agricoli, esperimento ammirevole ma contraddittorio di socialismo rurale. Ancora Deng Xiaoping così si espresse a proposito della modernizzazione socialista: “Le forze d’avanguardia della produzione, la cultura più avanzata e i più ampi interessi delle masse, incoraggiando la partecipazione popolare a partire da tutti i livelli della società per trasformare la Cina in un moderno paese socialista”. E ancora Jang Zemin, parlando della teoria della tripla Rappresentanza, ebbe a dire: “Il compito fondamentale del socialismo è di sviluppare le forze produttive. Durante lo stadio iniziale è tanto più necessario concentrarsi, con assoluta priorità, sul loro sviluppo. Diverse contraddizioni esistono nell’economia, nella politica, nella cultura, nelle attività sociali e in altri settori della vita in Cina; ma la contraddizione principale nella società è quella tra i crescenti bisogni materiali e la produzione arretrata. La contraddizione principale continuerà ad essere questa durante la fase iniziale di costruzione del socialismo in Cina e in tutte le attività della società”.[7] Il Presidente Hu Jintao, sulla stessa falsariga, così descrisse nello Statuto del PCC varato nel 2007 i caratteri del socialismo armonico di mercato: “la visione dello sviluppo scientifico è una teoria scientifica che si adatta perfettamente ai tempi e che deriva in linea diretta dal marxismo-leninismo, dal pensiero di Mao Tse Tung, dalla teoria di Deng Xiaoping e dall’importante pensiero della Tripla rappresentanza”.[8]Insomma che Stato e mercato attori parallelamente coinvolti in uno stesso progetto di sviluppo e modernizzazione sono un elemento di continuità dello straordinario sviluppo cinese, e non un’anomalia. Questo perché si può scorgere un filo rosso del socialismo cinese, che pone il tema del progresso come propedeutico a quello del socialismo (prima contraddizione tra cina e suoi nemici; seconda tra classi all’interno della cina – prima contraddizione tra sviluppo e sottosviluppo; seconda su distribuzione sociale sviluppo), sorge però una questione: ma lo Stato e il Pcc che ruolo hanno, o si limitano a guardare il dispiegarsi delle forze produttive? La risposta deve essere scorta negli obiettivi di lungo termine del progetto modernizzatore della Cina Popolare; Mao diceva che prima di poter parlare di socialismo in Cina bisognava almeno attendere un secolo, e chi lo accusava di temporeggiare, controargomentava che al capitalismo erano servite due rivoluzioni industriali ed oltre due secoli ed ancora non aveva risolto le sue contraddizioni; Hu Jintao, nel congresso del 2007, parlava del 2012 (centesimo anniversario del Pcc) come data per poter parlare di “una società di media prosperità di livello elevato” e del 2049 (centesimo anniversario della Rep. Pop.) come data decisiva per il raggiungimento di “uno Stato socialista armonioso, prospero, potente, democratico e modernizzato”.

Per il ruolo giocato dalla Cina nell’economia mondiale e per le potenzialità espresse, questo paese è ormai un fattore chiave nell’analisi dell’attuale crisi internazionale. In tal senso, benché i vari punti di vista e le opinioni in merito non siano omogenei, c’è un certo consenso riguardo al ruolo di rilievo che la Cina potrebbe avere nelle dinamiche globali. La crisi, scoppiata negli Stati Uniti a metà del 2007 come crisi del mercato immobiliare, è divenuta una crisi finanziaria di portata mondiale, e ora tutti concordano sul fatto che si tratti di una crisi economica globale che ha reso manifeste le conseguenze della liberalizzazione e globalizzazione dei mercati. L’estensione pressoché immediata della crisi al resto del mondo trova spiegazione nella stretta interconnessione esistente tra i diversi mercati finanziari, nella liberalizzazione e flessibilità delle operazioni finanziarie e nell’automatizzazione dei mercati; processo che ha reso facile l’acquisto, da parte investitori internazionali che ne ignoravano la natura – e dunque il rischio insito – di complessi prodotti finanziari legati ai debiti ipotecari. La crisi, inoltre, trascende ormai l’ambito finanziario e va a toccare l’economia reale. L’impatto maggiore è avvertito nell’economia nordamericana, dove si osserva un rallentamento della crescita ed una contrazione della domanda interna, che incide indirettamente sul resto del mondo in termini di scambi commerciali. Nel caso dell’Asia, benché l’esposizione diretta alla crisi sia stata limitata dalla minore presenza di titoli “tossici” nei mercati finanziari di questi paesi, l’impatto è stato comunque avvertito, proprio a causa del processo avanzato di globalizzazione dell’economia mondiale. Il colpo più duro è venuto dal rallentamento della crescita globale, in particolare negli Stati Uniti e in Europa. Questo rallentamento si riflette sulla domanda, e comporta un calo delle esportazioni con conseguenze pesanti sull’economia asiatica.

Anche la Cina è stata colpita dalla crisi, benché l’impatto diretto sia stato abbastanza limitato. Si stima che degli oltre 1,9 bilioni (milioni di miliardi) di dollari statunitensi presenti nelle riserve monetarie cinesi, almeno la metà sia costituita da investimenti in titoli del debito pubblico statunitense e da oltre 400 mila milioni da titoli di Fannie Mae e Freddy Mac.[9] Il livello di esposizione più elevata è quello della Banca Centrale e di altre banche commerciali (soprattutto la Banca Cinese e la Banca Commerciale Cinese) che nel complesso detenevano circa 30 mila milioni di dollari in prodotti finanziari legati alle ipoteche americane. Inoltre, almeno 7 banche cinesi hanno confermato di avere, al momento della bancarotta, buoni della Lehman Brothers per 772 milioni di dollari, una cifra che tuttavia rappresenta meno dello 0,5% del capitale complessivo investito in titoli.[10] Tuttavia, dato l’orientamento dell’economia verso le esportazioni, l’impatto più duro è stato avvertito sul commercio e sugli investimenti, molto forte in termini di riduzione delle esportazioni. Infatti, pur essendo queste cresciute del 30% annuale tra 2003 e 2007, e del 20% nel 2008, nel dicembre dello stesso anno il tasso di crescita inter-annuale[11] si è ridotto al 5,3%, a causa della contrazione della domanda, in primo luogo da parte dei mercati statunitensi ed europei.[12] Va considerato, a proposito, che la domanda dei G-3 (Stati Uniti, Europa e Giappone) rappresenta il 46% delle esportazioni cinesi. A partire da ottobre 2008 gli investimenti diretti esteri (IDE) hanno avuto una tendenza decrescente. Durante i primi cinque mesi dell’anno gli IDE verso la Cina si sono ridotti del 20,4% rispetto allo stesso periodo del 2008, attestandosi a 34.050 milioni di dollari. Nel maggio 2009 inoltre sono diminuiti di un ulteriore 17,8%, scendendo a 6.380 milioni di dollari, in conseguenza dell’ottava caduta mensile consecutiva. Tutto ciò ha avuto un effetto notevole sulla crescita, dato che le esportazioni costituiscono il 40% del PIL cinese e che nel 2008 gli investimenti esteri sono stati pari al 29,7% della produzione industriale totale, al 21% delle entrate fiscali, al 55,3% delle esportazioni ed al 54,7% delle importazioni; inoltre, gli IDE avevano creato posti di lavoro per 45 milioni di persone.[13] Dunque nel 2008, con una crescita del 9% (la più bassa degli ultimi sette anni), l’economia cinese ha vissuto il rallentamento più forte a partire dalle riforme di trent’anni fa. Il rallentamento della crescita in sé, non è poi così grave per la Cina, considerando che le autorità intendevano frenarla per evitare il surriscaldamento dell’economia; tuttavia dal punto di vista della creazione di posti di lavoro la minore crescita ha un peso significativo, e date le caratteristiche demografiche della Cina, pone il paese intero di fronte ad una sfida importante. Si stima, infatti, che l’economia cinese debba mantenere un tasso di crescita vicino all’8% annuo per poter creare abbastanza impiego da garantire la stabilità sociale e politica del paese. La crisi attuale ha coinvolto circa 150 milioni di lavoratori immigrati, di cui circa 20 milioni sono dovuti tornare nei luoghi d’origine. Si avverte inoltre l’urgenza di creare nuovi posti di lavoro per i 6,5 milioni di studenti universitari che si sono laureati nel 2009. Nonostante quanto detto finora, la Cina può contare su alcune fattori che la pongono in una posizione migliore nella crisi rispetto ai grandi paesi occidentali, sia per quanto riguarda la limitatezza dell’impatto, sia per quanto riguarda la possibilità di affrontarne le conseguenze. Tra i fattori che spiegano la limitatezza dell’impatto vanno citati: la possibilità del governo cinese di utilizzare poderosi strumenti d’intervento, nonostante la liberalizzazione e l’apertura dell’economia frutto delle riforme. Tale capacità d’intervento è evidente nel grado di controllo sul mercato finanziario, nella limitazione posta agli investimenti esteri e nella cautela usata rispetto ai complessi prodotti finanziari diffusi negli altri paesi. Benché sia cresciuto il livello di interdipendenza tra economia mondiale ed economia cinese, il sistema finanziario di quest’ultima non ha ancora forti legami con quello internazionale, e ciò determina una maggiore resistenza agli effetti della crisi finanziaria. Oltre a ciò, in confronto ad altri paesi la Cina era più preparata ad assorbire le conseguenze della crisi. Da questo punto di vista occorre considerare i successivi vari elementi. Il sistema bancario è stato notevolmente migliorato dalle riforme ed è più solido rispetto a quello degli altri paesi. I crediti non recuperabili sono solo il 5% dei titoli posseduti. Anche se la quota dovesse salire al 12%, le perdite potrebbero essere assorbite attraverso le rendite bancarie. In Cina la situazione dei debiti è comodamente gestibile. A fine 2007 il totale dei prestiti rappresentava meno del 12% del PIL, di cui il 7% costituito da debiti a breve scadenza. Inoltre, con un surplus di partita corrente del 10%, la Cina non ha bisogno di far affluire valuta estera per finanziare la propria crescita. La situazione fiscale è solida, con un debito pubblico che ammonta 15% del PIL e un surplus fiscale del 1%. Il tasso di risparmio privato è uno dei più elevati al mondo (35%), perciò le banche cinesi possono contare su un’abbondante liquidità e il sistema bancario è uno dei pochi a non essere stato toccato dalla crisi del credito. Inoltre, la quota dei prestiti sui depositi è al livello che aveva a metà anni Sessanta, e dato che molte banche sono pubbliche, il flusso del credito può essere diretto verso l’economia a seconda delle necessità. La Cina può contare sulle riserve monetarie più ampie del mondo, dato ché a fine marzo 2009 ammontavano ad 1 bilione, 953 mila e 700 milioni di dollari. Quella cinese è fondamentalmente un’economia di Stato (quasi il 70% della proprietà dei mezzi di produzione è in mano allo Stato), con un potere decisionale e d’intervento fortemente centralizzato.

I punti di forza citati fanno sì che, a differenza della maggior parte dei paesi colpiti, la Cina possa contare sugli strumenti necessari ad adottare incentivi economici utili per affrontare la situazione. In sintesi questi strumenti sono: le ampie risorse statali; la capacità di gestione, la cautela e la flessibilità dimostrate dal governo e dal Partito Comunista; la serietà dimostrata nell’impegno a sostenere l’economia. In quest’ottica, il governo si è affrettato a promuovere un ampio piano di incentivi economici da qui al 2010, per un ammontare di 4,4 bilioni di yuan (585.000 milioni di dollari), pari al 13 % del PIL. L’80 % delle risorse sarà destinato ad investimenti infrastrutturali, e gli effetti saranno percepiti gradualmente a partire dal secondo semestre del 2009 e nel 2010.[14] Il piano adottato ha quattro obiettivi strategici: 1-Equilibrio dell’economia: sviluppare un strategia di crescita a lungo termine, basata in misura maggiore sul consumo interno e meno sulle esportazioni. 2-Aumentare l’efficienza: modernizzare e ristrutturare l’industria per migliorarne la produttività e l’efficienza (rivitalizzare i settori più importanti per lo sviluppo). 3-Sviluppo sociale: estendere il benessere sociale ed aumentare i livelli occupazionali. 4-Dare alle riforme un carattere di continuità: mantenere stabile il processo di riforma e fare progressi nel raggiungimento degli obiettivi stabiliti. Con queste finalità, il governo ha aumentato le risorse del piano 2009 destinate al settore ricerca e sviluppo e alla spesa sociale in aree chiave come l’istruzione, l’assistenza medica e la sicurezza sociale. Dunque, il programma cinese anticrisi si differenzia notevolmente da quelli messi in atto dagli altri paesi. In primo luogo, si differenzia per l’entità dell’intervento, che in termini di risorse è il maggiore messo in pratica tra tutti i paesi emergenti; Secondo, è diverso perché la sua azione non si limita ad affrontare la situazione congiunturale, e punta invece verso uno sviluppo a lungo termine; Terzo, il programma d’intervento tocca la sfera sociale e include impegni importanti sul piano della protezione ambientale, cosa che manca totalmente nei piani d’intervento degli altri paesi e che risulta ancora più significativa data la situazione di crisi; Infine, si tratta di uno dei programmi più efficaci, dato che se ne cominciano già a vedere i risultati.

A dispetto della rapidità con cui le misure descritte sono state adottate in Cina, nei primi mesi del 2009 gli effetti della crisi non hanno smesso di manifestarsi. Il commercio ha continuato a contrarsi rispetto all’ultimo trimestre del 2008, le esportazioni sono diminuite del 25,7 % e le importazioni del 43,1 %. Nel settore industriale la caduta del valore aggiunto è stata di 9,1 punti percentuali rispetto al totale del 2008. La diminuzione del tasso di crescita, nel primo trimestre del 2009 è stata sensibile (6,1 % rispetto al primo trimestre del 2008), anche se le politiche espansive adottate hanno cominciato a stimolare la domanda interna e l’economia ha iniziato a riprendersi. Per il 2009 ci si aspetta che l’economia cresca del 7-8 %, e che inizi un lento recupero nel corso del 2010, dato che ci vorrà del tempo per avviare un processo di crescita diverso da quello basato sulle esportazioni. L’opinione di Li Yang, ex consulente della Banca Centrale cinese e direttore dell’Istituto di Finanze dell’Accademia di Scienze Sociali cinese, l’andamento del recupero avrà la forma di una “W”, ovvero la crescita diminuirà nel momento in cui si esaurirà l’effetto immediato delle misure di stimolo fiscale e monetario, ma in seguito tornerà ad aumentare.[15] A partire dal primo trimestre del 2009 alcuni indicatori hanno iniziato a dare segni positivi: gli aggregati monetari e i crediti del settore finanziario hanno registrato una tendenza al rialzo. Il credito erogato nel corso dell’anno rappresenta più del 93 % del credito concesso nel 2008. Inoltre, anche la produzione industriale e il valore aggiunto del settore hanno invertito la tendenza al ribasso, salendo del 5,1% (1,3 punti percentuali in più rispetto a febbraio), e gli investimenti diretti esteri mostrano segni di recupero quali il rallentamento della flessione rispetto ai mesi precedenti. Altri indicatori incoraggianti sono l’aumento dell’investimento in titoli a tasso fisso, che ha raggiunto il 28,8%, così come la crescita dei consumi rappresentata dall’aumento della vendita di automobili (3,4% rispetto al primo trimestre del 2008). In base a questi dati, gli analisti sono certi che la Cina sarà il primo paese a riprendersi dalla crisi e quello che a livello mondiale avrà la crescita maggiore, benché non potrà tornare ai tassi di aumento del PIL a due cifre degli ultimi anni. Sembra fuori dubbio che per la Cina l’esito finale della crisi sarà positivo, non solo in termini di raggiungimento degli obiettivi interni, ma soprattutto per la posizione internazionale che guadagnerà. Sul piano del commercio, la diminuzione dei prezzi di materie prime e prodotti alimentari ha reso meno costose le importazioni, e ciò si riflette positivamente sulla competitività delle esportazioni, oltre a rappresentare un vantaggio per i consumatori cinesi in termini di moderazione del rischio d’inflazione.[16] La diminuzione dei prezzi, aiuta a sua volta a compensare la caduta del volume di esportazioni, e pone il paese in condizioni più favorevoli ad aumentare la presenza sui mercati esteri. Sfruttando la contrazione della domanda di combustibili causata dalla recessione mondiale e dal loro deprezzamento, la Cina sta orientando gran parte delle riserve monetarie all’acquisto di greggio dall’estero, con l’obiettivo di accrescere le proprie riserve petrolifere e assicurare sia la crescita presente che futura. D’altra parte, a causa della scarsità di risorse disponibili per il finanziamento su scala mondiale e dell’ampiezza delle riserve monetarie cinesi, il paese sta accentuando la strategia di investimento all’estero, per garantirsi le risorse necessarie alla crescita e l’accesso a nuove tecnologie.[17] È noto, inoltre, che di fronte alle difficoltà economiche attraversate da numerose imprese occidentali la Cina ha manifestato interesse alla loro acquisizione totale o parziale, il che ha suscitato congetture in merito al tentativo del gigante asiatico di aiutare tali imprese, o piuttosto di stare approfittando della crisi delle stesse. Finora, la Cina ha dimostrato di gestire tali progetti con estrema cautela, cercando di non entrare in conflitto con le controparti occidentali, evitando rischi economici e politici e dando prova di grande responsabilità sullo scenario internazionale. Dal punto di vista monetario, lo yuan si è mantenuto stabile, con una tendenza all’apprezzamento rispetto al dollaro statunitense, ciò a causa della volatilità del dollaro e della posizione cinese nel contesto attuale, che rende sempre più plausibile un maggiore riconoscimento dello yuan a livello internazionale. Nel complesso questi elementi confermano che la crisi sta facendo da catalizzatore rispetto all’emergere sullo scenario globale della Cina, destinata ad avere un ruolo sempre più importante. Nel breve termine, ci si aspetta che il Gigante Asiatico abbia un peso rilevante nell’uscita dalla crisi e che diventi la seconda economia mondiale (secondo alcuni questo avverrà nel 2010, secondo altri nel 2018).[18] La posizione occupata a livello mondiale dal PIL, costituisce unicamente una misura delle dimensioni dell’economia cinese, ma non è rilevante in termini assoluti. In primo luogo perché dal punto di vista dei redditi procapite la Cina impiegherà ancora molto tempo per raggiungere i livelli dei paesi sviluppati; in secondo luogo perché per la Cina è più importante il grado di partecipazione all’economia e alla politica internazionale, piuttosto che la posizione occupata nelle classifiche degli indicatori macroeconomici. Quello che è certo è che in questa fase la Cina Popolare si sta affermando come uno dei motori dell’economia mondiale, con un apporto sempre maggiore alla crescita mondiale. In questo senso, si ipotizza che il miglior contributo che la Cina possa dare all’uscita dalla crisi è continuare il processo di crescita. Di fatto, il PIL cinese complessivo come dato di stock non è ancora largamente superiore a quello di Europa e Stati Uniti. Inoltre, il consumo privato è ancora un terzo di quello statunitense, perciò la contrazione del consumo negli Stati Uniti, a cui va aggiunta quella in atto nelle altre economie avanzate, non può essere compensata dall’aumento del consumo cinese e delle altre economie emergenti sul breve termine. Altro aspetto da considerare, in merito al possibile contributo cinese all’uscita dalla crisi mondiale, è quello delle relazioni cinesi con il resto del mondo. Da questo punto di vista, nei confronti degli Stati Uniti, si osserva un atteggiamento di sostegno del dollaro, al punto che ormai il futuro economico degli Stati Uniti dipende in larga misura dalla continuità dell’acquisto di buoni del Tesoro da parte cinese. Naturalmente, la Cina è molto interessata sul brevissimo termine a mantenere a galla quello che è il suo maggior acquirente internazionale, oltre che fonte di capitali d’investimento, perciò ha continuato a comprare i buoni nonostante la svalutazione del dollaro, la cui quota nelle riserve cinesi è però in via di diminuzione. Nei confronti dell’Europa, l’atteggiamento cinese è una politica di cooperazione diretta a stimolare la domanda e la crescita di entrambe le economie, e ad evitare che la crisi spinga all’adozione di misure protezionistiche. Per quanto riguarda lo scenario asiatico, spicca il ruolo assunto dalla Cina nella cooperazione e concertazione regionale delle politiche di stabilità finanziaria e monetaria. In tal senso, è notevole la determinazione cinese mostrata nell’appoggio alla Iniziativa di Chiang Mai, un sistema di scambio di valute tra paesi asiatici istituito dopo la crisi finanziaria regionale di fine anni Novanta, in aggiunta agli incentivi finanziari e fiscali alle esportazioni.[19] Recentemente i paesi dell’Asean +3 hanno stabilito le quote che ognuno apporterà al fondo comune, che ammonta a 120.000 milioni di dollari; si tratta della prima azione congiunta e autonoma di portata continentale diretta a fronteggiare la crisi e a proteggere le monete nazionali dei paesi membri. Per quanto riguarda il peso relativo di ciascun paese, Cina e Giappone superano entrambi il 32% del totale, la Corea del Sud si attesta al 16% e gli altri paesi dell’Asean coprono il residuo 20%. Per quanto riguarda i paesi in via di sviluppo, la Cina ha aumentato l’aiuto nonostante la crisi finanziaria globale e si è detta disponibile a sostenere i paesi in difficoltà. All’inizio del 2009, i leader cinesi sono stati in Asia, Africa, America Latina ed Europa per discutere alcuni progetti di cooperazione commerciale ed economica, contrastare le misure protezionistiche e raccogliere consenso sulla comune opposizione alla crisi. Per altro, le autorità cinesi hanno dichiarato che continueranno ad impegnarsi nell’implementazione degli accordi stipulati con gli altri paesi, guadagnando credibilità come “partner di fiducia” nell’attuale contesto di crisi. Infine, vanno sottolineati aspetti rilevanti, come il ruolo che nel lungo termine la Cina potrebbe assumere a livello mondiale. In tal senso, si intravede il potenziale protagonismo cinese sul piano finanziario e nella ricostruzione del sistema finanziario internazionale, soprattutto per quanto riguarda l’emergere dello yuan e la partecipazione cinese alle istituzioni finanziarie internazionali. In merito alla propria valuta la Cina sta attuando, con intensità sempre maggiore, una strategia di promozione dello yuan come moneta internazionale, strategia che prevede l’avvio di progetti di cooperazione con altri paesi, come Argentina e Russia, che inizieranno ad usare lo yuan come mezzo di pagamento nell’interscambio commerciale, al fine di limitare la propria dipendenza dal dollaro statunitense; da parte cinese, l’obiettivo è invece quello di diffondere lo yuan in regioni diverse da quella asiatica. Negli ultimi mesi il paese ha poi firmato accordi nei quali si impegna a prestare yuan a determinati paesi asiatici (Corea del Sud, Malesia, Indonesia) e alla Bielorussia, qualora dovessero attraversare un’emergenza finanziaria; inoltre Hong Kong è stato autorizzato ad usare lo yuan nel commercio con il resto dell’Asia. Tuttavia, almeno nel breve e nel medio termine, lo yuan non sostituirà il dollaro come moneta di riserva internazionale globale (alcuni economisti lo considerino possibile entro il 2020)[20], anche se Shangai si affermerà come vero e proprio centro finanziario mondiale; per allora si stima che il 9% delle riserve mondiali saranno in valuta cinese, facendone così la quarta valuta più importante dopo il dollaro, l’euro e la sterlina. Per quanto riguarda il ruolo all’interno delle istituzioni finanziarie mondiali, l’aumento del potere finanziario cinese avrà l’effetto di limitare la capacità di decisione unilaterale di Stati Uniti ed Unione Europea. La Cina ha inoltre mostrato disponibilità a finanziare il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Asiatica di Sviluppo (ADB), e dunque a rafforzare la propria posizione in questi organismi. Va poi considerato che, nel 2010, il Fondo Monetario revisionerà i pesi assegnati alle singole valute all’interno del paniere di monete che compongono i cosiddetti Diritti Speciali di Prelievo. La composizione di questo paniere viene aggiornata ogni cinque anni, nell’ultima revisione del 2005 il dollaro rappresentava il 44% del paniere, l’euro il 34%, lo yen e la sterlina l’11% ciascuno; nella revisione del 2013 lo yuan potrebbe far parte della lista. Inoltre, recentemente la Cina ha proposto di creare una nuova valuta internazionale, gestita dal Fondo Monetario, che rimpiazzi il dollaro come moneta di riserva e di scambio commerciale. Questa moneta potrebbe essere costituita dagli stessi Diritti Speciali di Prelievo, in modo da rendere più stabile il sistema finanziario internazionale. La proposta cinese, benché di difficile attuazione per molte ragioni, di cui alcune di carattere tecnico, esprime la preoccupazione e la necessità avvertita di un’ampia ristrutturazione delle finanze globali e sottolinea, oltre alle perplessità cinesi nei confronti del dollaro, la volontà implicita di giocare un ruolo di maggiore protagonismo nella finanza internazionale. In sintesi, la crisi sta accelerando la formazione di un nuovo ordine mondiale economico, finanziario e politico, nel quale la Cina occuperà una posizione di superiorità indiscutibile.

A causa dei progressi nel grado di integrazione all’interno dell’economia mondiale, la Cina ha subito solo marginalmente gli effetti della crisi mondiale; tuttavia, le peculiarità del modello economico cinese si riflettono nelle caratteristiche dell’impatto: l’esposizione diretta alla crisi è stata limitata e l’effetto più forte deriva dal calo delle esportazioni e degli investimenti esteri. La Cina può far leva sulle caratteristiche del proprio modello economico che hanno limitato l’impatto, e sui punti di forza che la pongono in una posizione migliore degli altri paesi nel processo di recupero. La crisi ha messo in evidenza le peculiarità del modello economico cinese, nella misura in cui aspetti tradizionalmente oggetto di critica si sono invece rivelati punti di forza nel proteggere l’economia del gigante asiatico. Risulta quindi evidente che la crisi finanziaria occidentale sta facendo da catalizzatore del ruolo emergente della Cina sullo scenario mondiale, e del sempre maggiore protagonismo del paese asiatico.

*

[1]  Vedi K. Marx, Il Capitale, Editori Riuniti, Roma, 1964, pp. 180-184.

[2]  Vedi D. Harvey, The Enigma of Capital and the Crises of Capitalism, Profile Books, London, 2010.

[3]  Vedi  Paul Bowles and Xiao-yuan Dong, New Left Review, n°208 1-1-12:1994 pp. 49 – 77

[4]  Vedi G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano, 2008, pp. 234-235.

[5]  Vedi L. Napoleoni, Maonomics, 2010, p. 110.

[6]  Vedi Mao Zedong, Sulla tattica contro l’imperialismo giapponese, 27 dicembre 1935, in Opere scelte, Vol. I, Casa Editrice in Lingue Estere, Pechino, 1969, pag.173.

[7]    Intervento disponibile anche sul sito internet China Daily, 7 dicembre 2002 .

[8]   Hu Jintao, risoluzione del XVII Congresso del PCC sullo Statuto, 21 ottobre 2007.

[9]    Società, patrocinate dal governo statunitense, che detenevano o garantivano la gran parte dei prestiti ipotecari, e che sono andate fallite.

[10]  Arribas Quintana, Javier, Crisis financier global: Serà China una victima o saldrà beneficiada?, Global Asia, 1/11/2008.

[11]   Bustelo, Pablo, Podrà China capear el temporal?, El Paìs.com, 25/01/2009.

[12]  Secondo alcune stime, quando la crescita del PIL statunitense diminuisce di un punto percentuale, le esportazioni cinesi calano del 4,75%, tale è il livello di interrelazione ed interdipendenza.

[13]  “Gli IDE in Cina scendono del 20,4% nei primi cinque mesi”, Pueblo en Linea, 16/06/2009.

[14]  Reuters, 16/06/2009

[15]  Reuters, 15/06/2009.

[16]  Lo yuan si è apprezzato del 20% tra il luglio 2005 e il febbraio 2009. (Xinhua, 8/03/2009).

[17]  IPS, 6/03/2009.

[18]  Xinhua, 14/06/2009

[19]  Si tratta di un’iniziativa adottata dai paesi che dal maggio 2000 fanno parte dell’Asean+3, che istituendo un sistema di scambio delle valute e di unione delle riserve internazionali dei paesi membri, si pone l’obiettivo di aumentare la liquidità e di vigilare collettivamente per prevenire le crisi.

[20] Xinhua, 9/05/2009.

Pubblicato in: Sistemi Economici, Sistemi Politici

Economisti, sensitivi e ciarlatani fanno previsioni per il 2018.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-12-31.

 McBeth. Tre Streghe. 001

Visto il grande credito di cui godono gli economisti occidentali, sembrerebbe del tutto sequenziale accordarne anche a maghi e sensitivi, che ogni tanto qualcosa almeno la azzeccano.

Tra questi si dovrebbe constatare come Mr Craig Hamilton-Parker abbia quasi sempre fatto previsioni che poi si sono puntualmente avverate, come il Brexit, l’elezione di Mr Trump e l’attacco terroristico di Nizza.

«Hard Brexit will be a success»

*

«the Euro will plummet»

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«Jean Claude Juncker to lose face and will retire»

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«2018 will be a year of political turmoil»

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«environmental crisis caused by dramatic and unprecedented weather»

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«Denmark and Italy will pull out of the EU.»

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«Trump will almost be overthrown by an attempted impeachment mid-2018, which will make him more popular. …. This comes as multiple members of the US Congress are calling for the US President’s impeachment»

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Diciamolo francamente: Nostradamus era un allegrone.


Express. 2017-1212. Revealed: Hard Brexit ‘will be a success and the Euro will plummet 2018’, psychic claims

HARD Brexit will be a success, the Euro will plummet, Jean Claude Juncker will retire and the UK will thrive despite a world of economic problems, according to psychic who revealed his 2018 predictions.

*

Craig Hamilton-Parker accurately predicted Brexit, Donald Trump’s election victory and the terror attack in Nice.

Speaking on his blog, Mr Hamilton-Parker said: “2018 will be a year of political turmoil and environmental crisis caused by dramatic and unprecedented weather.”

His predictions range from Brexit to North Korea.

He believes there will be a hard Brexit, but Europe will relent at the last minute and allow a trade deal.

This will cause Jean Claude Juncker to lose face and retire.

He also predicts the Euro will plummet towards the end of 2018 and into 2019.

As a result, there will be riots as the steep economic decline takes hold, causing Denmark and Italy will pull out of the EU.

The UK and USA will be hit by the weak Euro but will bounce back their currencies will be seen as safe havens for international money and investment.

Meanwhile, an Italian banking crisis will cause chaos and cause many people to become homeless.

Even though it seems unlikely, he thinks Theresa May will stay in power.

Jeremy Corbyn, on the other hand, will “lose support from voters” after many strikes encouraged by the Labour leader.

He also foresees a new political party forming.

Despite world economic problems, the UK will thrive.

In addition, he believes high-tech companies will move to Britain which will enable the UK to lead the world in innovation.

The prediction comes after a recent report by a group representing some of the country’s leading companies highlighted the benefits of robotics, 3D printing, virtual reality and artificial intelligence.

Professor Juergen Maier, chief executive of Siemens UK and Ireland, who chaired the group, said: “The business and academic community has set out a vision for much greater ambition needed for Britain to be a world leader in the fourth industrial revolution.”

The mystic is adamant Brexit will be further boosted by a trade deal initiated by Trump that will shake of the EU.

The deal will concern arms, high-tech services and the motor industry.

This comes as Donald Trump’s Secretary of Commerce declared here would be problems if the UK kept the current EU-wide ban on chlorinated chicken and genetically modified food.

While striking a friendly tone, he also issued a veiled threat that talks with the US could be hindered if Mrs May allies too closely to the EU post-Brexit.

But, as a huge boon to Britain’s prospects after leaving the EU, the advisor said a trade deal with the UK could be signed within months of Brexit – dismissing claims it could take 10 years to reach an agreement.

But, Trump will almost be overthrown by an attempted impeachment mid-2018, which will make him more popular.

This comes as multiple members of the US Congress are calling for the US President’s impeachment.

Liberal billionaire Tom Steyer said: “We’re not doing these tactical political considerations, we actually think the health and safety of American citizens is at risk.”

The Mexico border will not be built, but will instead consist of drones and sensors.

The US will lose trade in the East as China and Russia form a military and economic alliance in response to North Korea and US protectionism.

The US will also rent nuclear weapons to Japan and a US warship will be sunk by a mine or terrorist.

North Korea will depose Kim Jong-un, but the leader will go missing with some claiming he has started a new life in China.

He also thinks there will be a world flu epidemic which will possibly be linked to biological warfare started by North Korea or a terrorist group.