Pubblicato in: Sistemi Politici, Unione Europea

Germania. Proiezioni YouGov sui seggi. Chaos.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-20.

2017-09-20__Germania_Poll__001

La società YouGov ha rilasciato i risultati di un sondaggio elettorale eseguito il 19 settembre, sulla base del quale è stata calcolata la proiezione del numero di seggi che sarebbero conquistati nel Bundestag.

Questi dati, anche quelli espressi in termini percentuali, sono alquanto differenti da quelli riportati da altre società di indagini, notabilmente perché proiettano l’Spd al 25% e l’Fdp al 7%.

Il sistema elettorale tedesco è un classico esempio di complessità al limite della capacità gestionale umana. Infatti, una parte dei deputati è eletta su base di collegi uninominali, un’altra parte su base proporzionale corretta, ed infine vi è un certo quale numero di seggi attribuiti su base ripartitiva.

Per fare previsioni con basso margine di errore servirebbe quindi un elevato numero di interviste, diciamo almeno un migliaio per ogni collegio, cosa del tutto improponibile in termini di tempi e di costi. Come risultato finale, la metodologia di studio deve per forza di cose essere fortemente estrapolante, con un consistente aumento dell’errore previsionale.

«For the 2017 German federal election, YouGov is publishing figures for a model similar to those created for the 2016 United States presidential election, 2016 United Kingdom European Union membership referendum, and 2017 United Kingdom general election using Multilevel Regression with Poststratification (MRP), which utilizes demographic data on individuals’ characteristics to project results across different states and constituencies using approximately 1,200 online interviews each day with voters in the YouGov panel.»

* * * * * * *

2017-09-20__Germania_Poll__002

2017-09-20__Germania_Poll__003

2017-09-20__Germania_Poll__004

Ricordiamo come, nell’interpretare questi risultati, si debba tener conto che il sistema di attribuzione nei collegi, sia pure parziale, condiziona moltissimo i risultati alla consistenza di un partito in un determinato collegio. Un partito che avesse la maggioranza assoluta in un unico collegio, otterrebbe un deputato anche se la sua percentuale su base federale fosse infima.

*

La Cdu passerebbe dal 41.5% al 36%. Se è vero che manterrebbe la maggioranza relativa, sarebbe altrettanto vero che perderebbe 5.5 punti percentuali. Il numero dei deputati passerebbe dagli attuali 311 a 255, perdendo così 56 seggi. Sarebbe molto difficile poter parlare di vittoria di Frau Merkel.

La Spd presenterebbe un calo percentuale minimo e, soprattutto, conserverebbe quasi intatto il numero dei deputati ottenuti, scendendo da 193 a 176.

La Fdp otterrebbe il 7% dei consensi, rispetto al 4.8 riportato nel 2013: supererebbe sì la soglia di sbarramento, ma conquisterebbe solo 52 deputati.

AfD passerebbe dal 4.7% al 12%, e, superando lo sbarramento, conquisterebbe 85 deputati, diventando la terza forza elettorale tedesca.

* * * * * * *

Se queste proiezioni dovessero trovare riscontro nei risultati usciti dalle urne, l’unica soluzione numericamente possibile sarebbe una riedizione della Große Koalition, con tutte le incongruenze politiche che ne conseguirebbero.

Segnaliamo infine un dato già noto, ma qui riportato con chiarezza.

AfD conseguirebbe, in termini percentuali, il 17% in Brandenburg, il 15% a Berlin, il 17% in Mecklenburg-Vorpommern, il 18% in Saxony, il 16% in Saxony-Anhalt, ed il 17% in Thuringia.

In questi Länder AfD è costantemente maggiore dell’Spd.

Questa concentrazione di voti nei Länder orientali potrebbe essere determinate nella formazione del Bundesrat, il senato, che è composto di membri nominati, non eletti, dai governi nazionali, ed un governo ha bisogno della maggioranza sia al Bundestag sia al Bundesrat.

*

In conclusione, il chaos è sempre più prevedibile.

Annunci
Pubblicato in: Sistemi Politici

Norvegia. Domani e dopodomani al voto.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-07.

2017-09-07__Norvegia_001

Le proiezioni per le prossime elezioni politiche in Norvegia presentano un quadro di sostanziale parità tra lo schieramento di destra e quello di sinistra.

Le differenze percentuali registrate sono molto inferiori ai margini di errore delle proiezioni, margini stimabili attorno al ±4%.

Riportiamo qui a seguito i possibili scenari.

2017-09-07__Norvegia_002

2017-09-07__Norvegia_003


Bloomberg. 2017-09-07. Norway’s Election Is Close: Here Are the Possible Coalitions

With the established parties losing ground, Norway’s election is looking like a nail-biter.

That means there will be much wheeling and dealing after the Sept. 11 vote. If history is any guide (the last party to govern alone was Labor, 17 years ago) talks will end in a coalition. It could also end in a minority government, as we have seen over the past four years.

Here’s a brief guide to the potential scenarios facing the Nordic country after the vote:

Solberg II

Parliamentary arithmetic could hand outgoing Prime Minister Erna Solberg a second mandate at the helm of a Conservative-Progress Party coalition, again supported in parliament by the Christian Democrats and the Liberals. Latest polls suggest the new iteration of this center-right alliance could squeak out a victory to once again command a majority in the 169-member strong Storting.

Should the numbers add up and an agreement be reached, expect more tax cuts and additional investments in infrastructure financed by proceeds from the country’s vast sovereign wealth fund, as well as more policies designed to help businesses shift away from oil.

Tensions between the four are likely to remain. During the election campaign, the Progress Party infuriated the pro-environment Liberals with plans to expand oil and gas exploration in the arctic and the Christian Democrats for saying their leader is too soft on Islamic immigration.

Labor Coalitions

Norway’s biggest party for the past 90 years entered the election campaign confident of success, but has since tanked in the polls. Labor’s natural partners are the Socialist Left and the agrarian Center Party, with whom now NATO leader Jens Stoltenberg ruled between 2005 and 2013. Stoltenberg’s successor, Jonas Gahr Store, has ruled out working with the hard-left Red Party and the Greens, which have enjoyed a surge in the polls. He may have to reconsider if the numbers don’t stack up.

A Labor-led center-left coalition would aim to reverse some tax cuts passed by the Solberg government and boost spending on the welfare state. Labor’s 2018 shadow budget envisages slightly lower oil spending than the outgoing government’s.

Gahr Store will also face internal pressure, with the Socialist Left pushing for a stop to oil exploration and the Center Party demanding that Norway look at renegotiating its trade agreement with the European Union.

Labor could also reach out to the Christian Democrats and the Liberals, but that would be a very bitter pill for both sides to swallow.

The Greens say that they are willing to work with both blocs, though they are currently tightly intertwined with the Labor Party in Oslo’s City Hall.

Grand Coalition?

An alliance of Norway’s two biggest parties, Labor and the Conservatives, could easily overcome the 85-seat threshold needed for a majority in parliament. However, despite Scandinavia’s reputation for consensus politics, a German-style grand coalition has never happened and has again been ruled out by both sides. What’s more, most of the other minor parties present in parliament have refused to straddle the left-right divide, making new configurations highly improbable.

One thing is certain, an untested grand coalition would probably be the best for the nation’s beleaguered oil industry. The two main parties are the biggest backers of exploration, cheered on by businesses and the unions.

Again, highly improbable. But as recent events have show, democracy can create many strange results.

Pubblicato in: Cina, Geopolitica Mondiale, Problemia Energetici, Sistemi Politici

Cina. Contratti petroliferi in yuan convertibili in oro.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-06.

2017-09-04__ChinaOilImportPie_article_main_image

«Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur.»

(Tito Livio, Storie, XXI, 7, 1)


Per comprendere a fondo cosa stia succedendo sarebbe opportuno aver ben presente almeno alcuni aspetti della situazione internazionale.

«Da un punto di vista meramente economico, se si considera il pil per potere di acquisto, il mondo genera 108,036,500 milioni Usd, la Cina 17,617,300 (16.31%) e gli Stati Uniti 17,418,00 (16.12%). L’Eurozona rende conto di 11,249,482 (10.41%) ed il Gruppo dei G7 di 31.825,293 (29.46%). Però i Brics conteggiano un pil ppa di 32,379,625 Usd, ossia il 29.97% del pil ppa mondiale. I Brics valgono come i paesi del G7.

Di conseguenza, la voce dell’Occidente vale nel mondo al massimo per il 29.46%, ma quella degli Stati Uniti vale solo il 16.12% e quella dell’Eurozona uno scarno 10.41%.»

*

Quanti ragionassero ancora con la visione dell’Occidente padrone del mondo incorrerebbero in un serio errore percettivo: questo era il modo di pensare tipico del passato, ma inconsistente con la situazione attuale e, soprattutto, con quella futura: il Gruppo dei G7 vale meno di quello dei Brics, ed ancor meno di quello dei Brics Plus.

Cina. Quanzhou. I Brics decidono cosa farsene dell’Occidente.

Brics. Il Summit di settembre a Xiamen. Ripudio dell’Occidente.

Cina. Xiamen. Brics Plus alla conquista del mondo.

Cina. Banche Cinesi e Belt and Road. Yuan come valuta internazionale.

^ ^ ^

Lord Keynes e gli autori post-keynesiani in Cina sono studiati nella storia dell’economia: le loro teorie hanno portato al suicidio dell’Occidente e gli Orientali non hanno nessuna intenzione di seguirli. Li lasciano volentieri ai loro contorsionismi mentali ed alla pratica dell’lgbt, da loro peraltro considerata reato e, quindi, penalmente perseguibile.

Cina. Inversione di rotta. Inizia la riduzione del debito.

Trump. Il debito sovrano totale da gennaio è sceso di 102.365 miliardi.

* * * * * * *

«Yuan-denominated contract will let exporters circumvent US dollar»

*

«China is expected shortly to launch a crude oil futures contract priced in yuan and convertible into gold»

*

«The contract could become the most important Asia-based crude oil benchmark, given that China is the world’s biggest oil importer»

*

«move will allow exporters such as Russia and Iran to circumvent U.S. sanctions by trading in yuan»

*

«To further entice trade, China says the yuan will be fully convertible into gold on exchanges in Shanghai and Hong Kong»

*

«It is a mechanism which is likely to appeal to oil producers that prefer to avoid using dollars, and are not ready to accept that being paid in yuan for oil sales to China is a good idea either»

*

«By creating a gold contract settled in renminbi [an alternative name for the yuan], Russia may now sell oil to China for renminbi, then take whatever excess currency it earns to buy gold in Hong Kong. As a result, Russia does not have to buy Chinese assets or switch the proceeds into dollars …. It’s a transfer of holding their assets in black liquid to yellow metal. It’s a strategic move swapping oil for gold, rather than for U.S. Treasuries, which can be printed out of thin air»

*

«China proposed pricing oil in yuan to Saudi Arabia in late July, according to Chinese media. It is unclear if Saudi Arabia will yield to its biggest customer, but Beijing has been reducing Saudi Arabia’s share of its total imports, which fell from 25% in 2008 to 15% in 2016. Chinese oil imports rose 13.8% year-on-year during the first half of 2017»

*

«The rules of the global oil game may begin to change enormously»

* * * * * * *

Conclusioni.

Fonti di informazione e difficoltà di tenersi informati.

I grandi media internazionali hanno taciuto sul fatto, ma questo esiste e resta nella realtà dei fatti.

Alcuni elementi da valorizzare.

– La Cina è il maggiore importatore di petrolio e gas naturale al mondo;

– L’economia cinese vale il 16.31% del pil mondiale, ma agendo sempre in collaborazione e sintonia con i Brics, in effetti ne vale 29.97%: ciò che fa determina ciò che accadrà nel resto del mondo;

– Tutto il circuito Obor, One Belt One Road, è finanziato in yuan. Questo sta generando un mercato di questa valuta che quasi ne raddoppia i volumi domestici;

– Dallo scorso anno lo yuan è rientrato nei diritti di prelievo del Fondo Monetario Internazionale;

– La Cina ha tutti gli interessi a mantenere ragionevolmente stabile il rapporto di cambio con il dollaro;

– La possibilità concreta di prezzare i prodotti petroliferi in yuan spezza il monopolio del dollaro in questo settore strategico;

– Nessuno si illuda che lo yuan possa rimpiazzare il dollaro a breve termine: per molti anni si dovrà però prendere atto dell’esistenza della possibilità di acquistare petrolio dia in dollari sia in yuan;

– La convertibilità in oro dei contratti dovrebbe sia ridurne la volatilità sia ostacolare la speculazione finanziaria su questi prodotti. Non solo: fornisce una solida garanzia e, simultaneamente, fonde i due mercati. Inoltre, il mercato energetico è talmente ampio che legarlo all’oro equivale ad un primo passo verso un Gold Standard;

– Nessuno si aspetti una riedizione di Bretton Woods. Però il passo è oltremodo significativo. Stiamo assistendo all’inizio della ricongiunzione della finanza all’economia: anche per questo processo sarà necessario molto tempo, ma la strada è questa;

– Quanto accade però non è un qualcosa di avulso dal resto del contesto, anzi, si muovo tutto in modo coordinato.

– Questi contratti in yuan convertibili in oro sono solo il primo esempio: nella pentola cinese ne stanno soffriggendo innumerevoli altri.

Ricordiamocelo bene: sta cambiando un’epoca.

Cina. Inversione di rotta. Inizia la riduzione del debito.

Trump. Il debito sovrano totale da gennaio è sceso di 102.365 miliardi.

Nota.

212.4 milioni di tonnellate di petrolio corrispondono grosso modo a 1,335 milioni di barili. Ossia ad un prezzo all’ingrosso di  circa 67 miliardi di dollari americani, trasporto e raffinamento escluso.


Crude Oil. 2017-09-03. China Readies Yuan-Priced Crude Oil Benchmark Backed By Gold

The world’s top oil importer, China, is preparing to launch a crude oil futures contract denominated in Chinese yuan and convertible into gold, potentially creating the most important Asian oil benchmark and allowing oil exporters to bypass U.S.-dollar denominated benchmarks by trading in yuan, Nikkei Asian Review reports.

The crude oil futures will be the first commodity contract in China open to foreign investment funds, trading houses, and oil firms. The circumvention of U.S. dollar trade could allow oil exporters such as Russia and Iran, for example, to bypass U.S. sanctions by trading in yuan, according to Nikkei Asian Review. To make the yuan-denominated contract more attractive, China plans the yuan to be fully convertible in gold on the Shanghai and Hong Kong exchanges.

Last month, the Shanghai Futures Exchange and its subsidiary Shanghai International Energy Exchange, INE, successfully completed four tests in production environment for the crude oil futures, and the exchange continues with preparatory works for the listing of crude oil futures, aiming for the launch by the end of this year. ?

“The rules of the global oil game may begin to change enormously,” Luke Gromen, founder of U.S.-based macroeconomic research company FFTT, told Nikkei Asia Review.

The yuan-denominated futures contract has been in the works for years, and after several delays, it looks like it may be launched this year. Some potential foreign traders have been worried that the contract would be priced in yuan.

But according to analysts who spoke to Nikkei Asian Review, backing the yuan-priced futures with gold would be appealing to oil exporters, especially to those that would rather avoid U.S. dollars in trade.  

“It is a mechanism which is likely to appeal to oil producers that prefer to avoid using dollars, and are not ready to accept that being paid in yuan for oil sales to China is a good idea either,” Alasdair Macleod, head of research at Goldmoney, told Nikkei.

Nikkey Asian Review. 2017-09-03. China sees new world order with oil benchmark backed by gold

Yuan-denominated contract will let exporters circumvent US dollar.

*

DENPASAR, Indonesia — China is expected shortly to launch a crude oil futures contract priced in yuan and convertible into gold in what analysts say could be a game-changer for the industry.

The contract could become the most important Asia-based crude oil benchmark, given that China is the world’s biggest oil importer. Crude oil is usually priced in relation to Brent or West Texas Intermediate futures, both denominated in U.S. dollars.

China’s move will allow exporters such as Russia and Iran to circumvent U.S. sanctions by trading in yuan. To further entice trade, China says the yuan will be fully convertible into gold on exchanges in Shanghai and Hong Kong.

“The rules of the global oil game may begin to change enormously,” said Luke Gromen, founder of U.S.-based macroeconomic research company FFTT.

The Shanghai International Energy Exchange has started to train potential users and is carrying out systems tests following substantial preparations in June and July. This will be China’s first commodities futures contract open to foreign companies such as investment funds, trading houses and petroleum companies.

Most of China’s crude imports, which averaged around 7.6 million barrels a day in 2016, are bought on long-term contracts between China’s major oil companies and foreign national oil companies. Deals also take place between Chinese majors and independent Chinese refiners, and between foreign oil majors and global trading companies.

Alan Bannister, Asia director of S&P Global Platts, an energy information provider, said that the active involvement of Chinese independent refiners over the last few years “has created a more diverse marketplace of participants domestically in China, creating an environment in which a crude futures contract is more likely to succeed.”

China has long wanted to reduce the dominance of the U.S. dollar in the commodities markets. Yuan-denominated gold futures have been traded on the Shanghai Gold Exchange since April 2016, and the exchange is planning to launch the product in Budapest later this year.

Yuan-denominated gold contracts were also launched in Hong Kong in July — after two unsuccessful earlier attempts — as China seeks to internationalize its currency. The contracts have been moderately successful.

The existence of yuan-backed oil and gold futures means that users will have the option of being paid in physical gold, said Alasdair Macleod, head of research at Goldmoney, a gold-based financial services company based in Toronto. “It is a mechanism which is likely to appeal to oil producers that prefer to avoid using dollars, and are not ready to accept that being paid in yuan for oil sales to China is a good idea either,” Macleod said.

Yuan-denominated gold contracts have significant implications, especially for countries like Russia and Iran, Qatar and Venezuela, said Louis-Vincent Gave, chief executive of Gavekal Research, a Hong Kong-based financial research company.

These countries would be less vulnerable to Washington’s use of the dollar as a “soft weapon,” if they should fall foul of U.S. foreign policy, he said. “By creating a gold contract settled in renminbi [an alternative name for the yuan], Russia may now sell oil to China for renminbi, then take whatever excess currency it earns to buy gold in Hong Kong. As a result, Russia does not have to buy Chinese assets or switch the proceeds into dollars,” said Gave.

Grant Williams, an adviser to Vulpes Investment Management, a Singapore-based hedge fund sponsor, said he expects most oil producers to be happy to exchange their oil reserves for gold. “It’s a transfer of holding their assets in black liquid to yellow metal. It’s a strategic move swapping oil for gold, rather than for U.S. Treasuries, which can be printed out of thin air,” he said.

Market share

China has been indicating to producers that those happy to sell to them in yuan will benefit from more business. Producers that will not sell to China in yuan will lose market share.

Saudi Arabia, a U.S. ally, is a case in point. China proposed pricing oil in yuan to Saudi Arabia in late July, according to Chinese media. It is unclear if Saudi Arabia will yield to its biggest customer, but Beijing has been reducing Saudi Arabia’s share of its total imports, which fell from 25% in 2008 to 15% in 2016.

Chinese oil imports rose 13.8% year-on-year during the first half of 2017, but supplies from Saudi Arabia inched up just 1% year-on-year. Over the same timeframe, Russian oil shipments jumped 11%, making Russia China’s top supplier. Angola, which made the yuan its second legal currency in 2015, leapfrogged Saudi Arabia into second spot with an increase of 22% in oil exports to China in the same period.

If Saudi Arabia accepts yuan settlement for oil, Gave said, “this would go down like a lead balloon in Washington, where the U.S. Treasury would see this as a threat to the dollar’s hegemony… and it is unlikely the U.S. would continue to approve modern weapon sales to Saudi and the embedded protection of the House of Saud [the kingdom’s ruling family] that comes with them.”

The alternative for Saudi Arabia is equally unappetizing. “Getting boxed out of the Chinese market will increasingly mean having to dump excess oil inventories on the global stage, thereby ensuring a sustained low price for oil,” said Gave.

But the kingdom is finding other ways to get in with China. On Aug. 24, Saudi Vice Minister of Economy and Planning Mohammed al-Tuwaijri, told a conference in Jeddah that the government was looking at the possibility of issuing a yuan-denominated bond. Saudi Arabia and China have also agreed to establish a $20 billion joint investment fund.

Furthermore, the two countries could cement their relationship if China were to take a cornerstone investment in the planned initial public offering of a 5% state in Saudi Aramco, Saudi Arabia’s national oil company. The IPO is expected to be the largest ever, although details on the listing venue and valuation are yet scant.

If China were to buy into Saudi Aramco the pricing of Saudi oil could shift from U.S. dollars to yuan, said Macleod. Crucially, “if China can tie in Aramco, with Russia, Iran et al, she will have a degree of influence over nearly 40% of global production, and will be able to progress her desire to exclude dollars for yuan,” he said.

“What is interesting is that China’s leadership originally planned to clean up the markets next year, but brought it forward to this year. One interpretation of that change is that they have brought forward the day when they pay for oil in yuan,” said Simon Hunt, a strategic adviser to international investors on the Chinese economy and geopolitics.

China is also making efforts to set other commodity benchmarks, such as gas and copper, as Beijing seeks to transform the yuan into the natural trading currency for Asia and emerging markets.

Yuan oil futures are expected to attract interest from investors and funds, while state-backed oil majors, such as PetroChina and China Petroleum & Chemical (Sinopec) will provide liquidity to ensure trade. Locally registered entities of JPMorgan, a U.S. bank, and UBS, a Swiss bank, are among the first to have gained approval to trade the contract. But it is understood that the market will be also open to retail investors.

Pubblicato in: Giustizia, Sistemi Politici

Polonia. Referendum costituzionale. Un gran bel problema per tutti.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-31.

Warszawa. Palazzo Jabłonowski 001

«Andrzej Sebastian Duda (Polish pronounciation: [ˈandʐɛj ˈduda] (About this sound listen); born 16 May 1972) is a Polish politician who is the sixth and current President of Poland, holding the office since 6 August 2015. Before his tenure as President, Duda was a member of Polish Lower House (Sejm) from 2011 to 2014 and the European Parliament from 2014 to 2015. ….

Duda began his political career with the now-defunct Freedom Union Party in the early 2000s.

After the parliamentary elections in 2005, he began his collaboration with the Law and Justice Party (PIS).

From 2006 to 2007 Andrzej Duda was an undersecretary of state in the Ministry of Justice.

Then, from 2007 to 2008, Duda was a member of the Polish State Tribunal.

During the presidency of Lech Kaczyński, from 2008 to 2010, he was an undersecretary of state in the Chancellery of the President of the Republic of Poland. ….

In the first round of the 2015 presidential election, Duda came first, receiving 5,179,092 votes and thus 34.76% of valid votes.» [Fonte]

* * * * * * *

Il presidente Duda proviene dalle fila del partito Legge e Giustizia (PiS), ma ha sfumature politiche differenti dall’attuale governo.

Negli ultimi tempi ha ripreso un tema a lui caro, e sicuramente di grande interesse, non solo per la Polonia. Lo riportiamo espresso in due punti.

In primo luogo, Mr Duda constata come la attuale costituzione sia stata scritta più di venti anni or sono e molte sue assunzioni non siano più riscontrabili nel paese. Una revisione critica sarebbe quindi necessaria, anche per evitare contenziosi, sia pure in buona fede.

«la costituzione definisca la Polonia come un’economia sociale di mercato, un sistema che secondo il presidente non esiste all’atto pratico, perché mai implementato».

*

«He expects people to suggest, among other topics, whether the charter should guarantee free education, health care and family bonuses and how far it should define the power of state agencies».

In secondo luogo, il presidente Duda solleva un problema riscontrabile nella maggior parte delle Costituzioni.

«molte imperfezioni del testo costituzionale al momento vigente nel paese»

*

«la non chiara distribuzione dei poteri fra le varie autorità statali»

*

Mr Duda affronta il grande problema della chiarezza espositiva del testo costituzionale. Il problema organizzativo e politico esiste, sicuramente, ma anche la sua espressione lessicologica e sintattica ha grande rilevanza pratica.

Problema questo non da poco.

Gli estensori di un testo costituzionale incontrano grandi difficoltà.

Il testo non può essere un trattato di scienza giuridica e molti termini sono usati senza essere inequivocabilmente definiti, perché usati nella corrente accezione dei termini, accezioni che sono però tempo varianti.

Inoltre il testo dovrebbe essere di indirizzo generale, blindando solo i concetti irrinunciabili e lasciando una ragionevole libertà interpretativa sul resto.

A quanto ci risulterebbe, questa sarebbe la prima volta che un custode della costituzione solleva un problema del genere, forse per troppo tempo sottovalutato.

Nota. La Unione Europea sta scatenando un lotta contro la Polonia, accusandola di non avere e non volere recepire i canoni di diritto europeo, ovvero quelli liberal democratici. Prepariamoci ad una lotta senza quartiere.

Macron: Polonia mette in dubbio solidarietà Ue e stato di diritto


McClatchy Dc Bureau. 2017-08-26. Polish president seeks proposals for new constitution

WARSAW, Poland. Poland’s president on Friday invited his compatriots to make suggestions for a new constitution to replace one that took effect 20 years ago.

President Andrzej Duda is calling on citizens to send their ideas to his office and to share them with local authorities over the next year with the aim of holding a referendum in November 2018 on possible changes.

The proposals are to be discussed in regional meetings with social groups during the coming year and will be the basis for about 10 questions asked in the referendum.

Duda first floated the idea in May, apparently taking the governing party by surprise. It was seen as an effort to demonstrate his independence from ruling party leader Jaroslaw Kaczynski, Poland’s most influential politician.

In a speech Friday in Gdansk, Duda said the existing constitution — which took effect seven years after democracy was restored in Poland — was “interim,” had shortcomings and wasn’t fit for a mature democracy.

“The new constitution should take us forward into the future,” Duda said.

He expects people to suggest, among other topics, whether the charter should guarantee free education, health care and family bonuses and how far it should define the power of state agencies.

The current constitution took effect under a left-wing government, which taints it in the eyes of right-wing critics.


Agenzia Nova. 2017-08-26. Polonia: presidente Duda, necessario considerare adozione nuovo testo costituzionale.

L’attuale costituzione polacca è da considerare come di transizione e deve essere sostituita da una nuova. Lo ha affermato oggi il presidente polacco Andrzej Duda, sottolineando le molte imperfezioni del testo costituzionale al momento vigente nel paese. Duda ha parlato nel corso di un convegno organizzato dal sindacato Solidarnosc a Danzica. Secondo il presidente polacco, l’attuale costituzione ha diverse pecche, come la non chiara distribuzione dei poteri fra le varie autorità statali. Fra gli esempi citati da Duda, il fatto che la costituzione definisca la Polonia come un’economia sociale di mercato, un sistema che secondo il presidente non esiste all’atto pratico, perché mai implementato. “Ci sono diversi ambiti in cui sarebbe opportuno avere maggiore precisione”, ha affermato Duda.

Nei mesi scorsi, il capo dello Stato polacco ha annunciato che nel 2018 si svolgerà un referendum costituzionale nel paese. “I cittadini polacchi hanno il diritto di esprimersi per decidere se la Costituzione, che è in vigore da venti anni, dovrebbe essere cambiata”, ha detto Duda durante le commemorazioni per la Giornata della Costituzione a Varsavia. “È giunto il momento di avviare un serio dibattito costituzionale, non solo fra i rappresentanti politici ma con l’intera nazione”. Duda ha aggiunto che dovrebbero essere gli stessi polacchi a decidere sulle direzioni di sviluppo del paese. “Quali diritti civili, quali libertà devono essere evidenziate di più”, ha detto il capo dello stato.

La Polonia “dovrebbe essere un paese in cui tutti sono assolutamente uguali davanti alla legge”, ha detto Duda. Inoltre, ha proseguito il capo dello Stato, il paese dovrebbe essere un luogo in cui “non esistono privilegi infondati, dove non esistono caste migliori di cittadini, dove tutti i cittadini sono uniti. È un compito che, a mio avviso, come presidente, deve essere compiuto”. Duda ha aggiunto che una scelta del genere dovrebbe essere presa attraverso un voto pubblico. “Voglio un referendum costituzionale l’anno prossimo, quando si festeggerà il centenario dell’indipendenza”, ha detto Duda.


The Warsaw Voice. 2017-08-26. Constitutional referendum in 2018?

Poland’s President Andrzej Duda plans to use his right to announce a constitutional referendum, having secured the Senate’s approval, but the process will take a while, he told the weekly W Sieci.

Duda mentioned November 11, 2018, the 100th anniversary of regaining independence by Poland, as “one of the potential dates”.

The referendum would be preceded by a broad debate and could contain several, maybe between 10 and 20 questions, the answers to which would determine the course of works on the new constitution.

The President does not rule out a 2-day referendum.

According to Duda’s words, the question on whether Poland should adopt euro could also be included in the referendum.
Poland’s ruling party Law and Justice (PiS) will support President’s motion for a referendum on what changes to the constitution should be made, Internal Affairs Minister Mariusz Blaszczak told Radio Zet.


The Warsaw Voice. 2017-08-26. Duda seeks support.

Polish President Andrzej Duda is seeking support for his proposal of a constitutional referendum outside ruling party Law and Justice (PiS), the daily Dziennik Gazeta Prawna writes.

Duda will attend on Friday a conference held by trade union Solidarnosc concerning a constitutional draft prepared by the trade union years ago, presidential ministrer Pawel Mucha says.

The president’s participation in the conference will mark an actual launch of the debate on the possible questions for the referendum, while the reaction of the ruling party will be a benchmark of any potential changes in its stance on the issue.

Pubblicato in: Banche Centrali, Cina, Economia e Produzione Industriale, Sistemi Politici

Cina. Inversione di rotta. Inizia la riduzione del debito.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-28.

Pechino-Cina

李克强:抓住有利时机推动央企降杠杆

La caratteristica che ha permesso al Governo ed all’economia cinese di imporsi quale prima forza sui mercati mondiali è riassumibile in poche parole: meritocrazia ed empirismo totalmente deideologizzato.

Le azioni di governo politico ovvero economico dipendono dalle circostanze e non da ciò che reciterebbe una qualche teoria.

L’esatto opposto del modo di pensare occidentale.

È anche per questo motivo che gli occidentali trovano grande difficoltà a comprendere la Cina e sbagliano regolarmente interpretazioni e previsioni.

Il Governo Cinese ha varato una direttiva in accordo alla quale le imprese di stato dovranno ridurre la loro esposizione debitoria, anche attraverso un deleveraging appositamente studiato.

I miserandi economisti occidentali, liberal ideologici, trasecoleranno e prediranno il tracollo a breve della Cina: tutte le loro teorie sul debito sono diventate cascami storici.

«Lower debts can benefit the whole economy»

*

«A government guideline to further reduce the debt ratios for central SOEs in an active and steady manner will also be rolled out.»

*

«We should seize the opportunity and step up the deleveraging of SOEs. Lower debts can benefit the whole economy»

*

«Central SOEs are the backbone of the economy»

*

«In the first seven months of this year, central SOEs registered a profit of 846.9 billion yuan ($127.2 billion), up by 16.4 percent year-on-year, compared with a 3.7 percent drop in the same period last year»

*

«Central SOEs’ debt ratio was 66.5 percent in July, down by 0.2 percentage points from the start of this year»

*

«China will further reduce leverage at central State-owned enterprises by establishing multiple channels to reduce corporate debts»

* * * * * * * *

«Lower debts can benefit the whole economy»

Adesso tutto il mondo dovrà adeguarsi.

Dura lezione della storia dover andare a lezione dai cinesi per imparare l’economica classica di Adam Smith.

Nota. Soes è acronimo di State-owned enterprise.


The State Council. The People’s Republic Of China. 2017-08-26. China to step up deleveraging at central SOEs.

China will further reduce leverage at central State-owned enterprises by establishing multiple channels to reduce corporate debts, a State Council executive meeting chaired by Premier Li Keqiang decided on Aug 23.

In the first seven months of this year, central SOEs registered a profit of 846.9 billion yuan ($127.2 billion), up by 16.4 percent year-on-year, compared with a 3.7 percent drop in the same period last year. Central SOEs’ debt ratio was 66.5 percent in July, down by 0.2 percentage points from the start of this year, according to the State-owned Assets Supervision and Administration Commission of the State Council.

The performance by central SOEs in quality and efficiency improvements over the past two years has received full affirmation from the Premier.

“Central SOEs are the backbone of the economy. We need to conduct in-depth analysis to find key drivers that contribute to the transition to profits and consolidate the upward momentum,” Premier Li said.

“We should seize the opportunity and step up the deleveraging of SOEs. Lower debts can benefit the whole economy,” he added.

The meeting decided that the government will establish an alert line mechanism for debt ratios of different overly leveraged sectors. Central SOEs will face strict control over investments out of their main business portfolios and in programs that could increase their debt ratios. Enterprises that see sharp profit growth will be urged to pay down their debts. A government guideline to further reduce the debt ratios for central SOEs in an active and steady manner will also be rolled out.

The debt-for-equity swaps will be pushed forward in line with market rules and the law, and explore new market-based models for the swaps. Agencies that implement the swaps will receive support to expand their funding channels. Companies that are invested or run by State capital or qualified central SOE funds will be encouraged to take part in the swaps using various market channels.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Italia. Ma come tripudiano gli italiani! – Sondaggio Swg

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-26.

Mela con il Coltello tra i Denti. - Copia

La Cna-Swg ha pubblicato i dati relativi ad un sondaggio fatto a livello nazionale.

Il titolo sarebbe “pensionati più fiduciosi dell’italiano medio“.

Sarebbe fiducioso? Solo il 15%!

*

«il 15% degli interpellati è fiducioso (mentre la media nazionale si ferma all’8%) e un altro 17% è comunque orientato positivamente»

*

«Che la situazione possa ancora peggiorare è convinzione solo del 39%, benché verso il futuro prevalga l’atteggiamento preoccupato: il 52% è pessimista»

*

«Il 51% degli anziani sostiene di vivere male»

*

«Solo il 12% di quanti percepiscono un assegno inferiore ai 750 euro mensili è soddisfatto della qualità della propria vita contro il 65% di quanti ritirano una pensione superiore ai 1750 euro»

*

«Il 52% degli interpellati è convinto che negli ultimi cinque anni il proprio tenore di vita sia rimasto immutato, il 2% ritiene lo ritiene migliorato e il 46% peggiorato»

*

«Il 41% dei pensionati valuta la propria situazione economica attuale buona (in perfetta media nazionale), il 25% normale (italiani al 41%) e il 33% difficile»

*

«Solo il 25%, però, è in grado di sostenere economicamente la famiglia con le entrate correnti»

*

«un altro 29% ci riesce perché può contare su altri redditi e il residuo 46% abitualmente non ce la fa.»

* * * * * * * *

– Il 52% degli intervistati è pessimista;

– Il 51% degli anziani sostiene di vivere male;

– Il 46% ritiene peggiorata la propria condizione negli ultimi cinque anni;

– Il 25% degli intervistati può sostenere la famiglia;

– Il 46% non riesce a mantenere la propria famiglia.

* * * * * * * *

Aspettiamo tranquillamente che la gente perda la pazienza e dia inizio ad una nuova rivoluzione francese, con tanto di ghigliottina al lavoro.

Pubblicato in: Cina, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Filippine. La situazione analizzata dal punto di vista cinese. Xinhua.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-22.

Mare Cinese del Sud 001

Essere obiettivi è davvero arte difficile, anche nella più perfetta buona fede.

Per gli italiani Oberdan Sauro e Battisti sono irredentisti martiri per l’Italia, mentre per gli austriaci sono traditori della patria. Chi studiasse la storia solo su testi italiani abbraccerebbe la prima interpretazione, chi invece studiasse la storia su testi austriaci abbraccerebbe la seconda.

La scelta delle fonti di informazione condiziona l’idea che ci si forma di quanto accade. Ma mica è detto che l’informazione di parte dica la verità.

*

Ma non esiste solo il punto di vista occidentale, esiste anche quello degli altri. Non solo. I media occidentali hanno tutti un’impronta liberal che le recenti elezioni hanno dimostrato essere minoritaria. Seguire solo questi media sarebbe fuorviante. Le elezioni hanno dimostrato e stanno dimostrando come i liberals democratici ed i socialisti europei siano una minoranza: il loro pensiero non rispecchia quello occidentale.  Proprio per niente.

Da un punto di vista meramente economico, se si considera il pil per potere di acquisto, il mondo genera 108,036,500 milioni Usd, la Cina 17,617,300 (16.31%) e gli Stati Uniti 17,418,00 (16.12%). L’Eurozona rende conto di 11,249,482 (10.41%) ed il Gruppo dei G7 di 31.825,293 (29.46%). Di conseguenza, la voce dell’Occidente vale nel mondo al massimo per il 29.46%, ma quella degli Stati Uniti vale solo il 16.12% e quella dell’Europa uno scarno 10.41%.

È davvero ingenua per non dire patetica la arrogante presunzione di quanti considerano l’Occidente egemone dominante: gli altri non glielo permetterebbero. Ma ancora più farsesca è la proterva superbia di quanti presumono che l’Eurozona (10.41%) possa condizionare il mondo: è vero proprio l’opposto.

Cina. Quanzhou. I Brics decidono cosa farsene dell’Occidente.

*

Diamo volentieri atto che i media cinesi, arabi, russi ed indiani sono usualmente molto più obbiettivi e quasi sempre riportano i fatti senza distorcerli, cosa non da poco. Di norma separano le notizie dai commenti.

* * * * * * *

I discorsi sopra fatti non sono per nulla di lana caprina.

L’Occidente ha perso negli ultimi decenni molte posizioni proprio per l’essersi incancrenito in simili ideologie. Da ultimo, sta persino perdendo la Turkia, da oltre settanta anni fedele alleata.

Ma quadro analogo si prospetta nel sud – est asiatico, con i rapporti con le Filippine.

Ma senza alleati l’Occidente corre il rischio di contare ancor meno di quanto conti ora.

Ma le Filippine hanno una posizione strategica nel Mare Cinese del Sud e sull’Oceano Pacifico.

Poniamo adesso un quesito: e se Mr Duterte avesse ragione? Perché non voler ascoltare anche le sue ragioni?

* * * * * * *

«Most Filipinos remain appreciative of the performance of President Rodrigo Duterte after one year of his term»

*

«In the national Capital Region, the survey said Duterte also scored 80 percent, or 7 percent higher than a previous survey conducted in March»

*

«Duterte managed to get high approval rating despite the strings of criticisms hurled in his way by some western countries and human rights groups alarmed by the hardline drug war»

*

«In the past year, President Duterte has initiated a series of economic reforms to accelerate economic development. Despite much “political noise,” the government seeks sustained growth around 6.5- to 7 percent in 2017, by banking on multiple initiatives, especially higher infrastructure spending»

*

«the current Philippine government debt of $123 billion is about to soar to $290 billion because China, the “most likely lender,” would impose high interest rates on the debt»

*

«These figures assume absence of transparency by the Duterte government and China on the interest rate, conditionality and repayment terms of $167 billion of new debt for the Philippines»

*

«the Department of Budget and Management (DBM) anticipated the Philippine debt position to remain sustainable, despite deficit spending for infrastructure. Between 2017 and 2022, the Duterte government plans to spend about $160 billion to $180 billion to fund the “Golden Age of Infrastructure.” An expansionary fiscal policy shall increase the planned deficit to 2 to 3 percent of GDP»

*

«Given deficit spending of 3 percent of GDP, the DBM assumes growth will be 6.5 percent to 7.5 percent this year and 7 percent to 8 percent from 2018 to 2022 (plus inflation of 2 percent to 4 percent). As a result, it projects the debt-to-GDP ratio to decline from 41 percent in 2016 to 38 percent in 2022»

*

«The realities are very different, however»

*

«Duterte is focused on infrastructure (his infrastructure budget as percentage of GDP is 2 to 3 times higher in relative terms).»

*

«Such objectives are far from neutral economic observation, but they do reflect political partisanship that is typical of Washington’s neoconservative and liberal imperial dreams»

*

«Duterte stressed that Russia is a reliable partner, and he offered to continue their friendship»

* * * * * * *

I media liberal occidentali odiano Mr Duterete per almeno due motivi, per loro di importanza fondamentale.

In primo luogo. Mr Duterte ha dichiarato guerra alla droga ed ha disposto la pena di morte in via amministrativa degli spacciatori, ottenendo in tempi molto rapidi una quasi completa bonifica delle Filippine.

In secondo luogo, pur tollerando a parole l’omosessualità e l’lgbt, si è fermamente opposto alla legalizzazione delle coppie omosessuali.

There is no gender because you can be a he or she… That’s their culture. It does not apply to us. We are Catholics and there is the Civil Code, which says that you can only marry a woman for me… a woman to marry a man. …. That’s our law so why would you accept that gender?»

*

Ma ciò che l’Occidente liberal considera i reati dei reati, nelle Filippine e nel resto del mondo sono invece comportamenti normali e legali. L’Occidente conta quanto il nobile decaduto che chiede l’elemosina sul sagrato di una Chiesa. Il blasone non è commestibile.

L’irrigidimento ideologico dell’Amministrazione Obama nei confronti delle Filippine ha obbligato Mr Duterte a riavvicinarsi alla Cina ed alla Russia, che, non nutrendo ideologie di sorta, non possono nemmeno cercare di imporle ai loro partner economici e militari.

Per irrigidimento ideologico l’Occidente ha già quasi perso la Turkia: nulla vieta di pensare che la prossima perdita siano proprio le Filippine.


Nota.

Nella comparazione economica è stata usato l’indice del pil ppa, per potere di acquisto, perché più appropriato. Il discorso teorico sarebbe lungo ed anche alquanto barboso: ci spiegheremo con un esempio.

Consideriamo due persone che guadagnino ciascuna 1,500 euro al mese.

La prima vive a Londra, dove l’affitto di una camera ammobiliata si aggira sui 1,200 euro al mese. Pur essendo persona molto parsimoniosa, vive ai margini della miseria, nella fascia di povertà.

La seconda vive in Venezuela. Con tale introito mensile può permettersi una villetta, la cuoca e due persone di servizio. Essa vive in condizione di lusso.

Stessa entrata mensile, ma differenti poteri di acquisto.

Il pil ppa è calcolato tenendo conto del costo della vita, rendendo così comparabili dati raccolti in paesi diversi.



New China. 2017-05-25. Philippines’ Duterte asks Putin for arms support

MOSCOW, May 24 (Xinhua) — Philippine President Rodrigo Duterte has asked his Russian counterpart, Vladimir Putin, for arms to fight Islamic militants in the Asian country.

“Our country needs modern weapons to fight against ISIS. We had certain orders in the U.S., however, the situation is not very good now. I came to Moscow to ask for your help and support,” the Kremlin quoted Duterte as telling Putin in a meeting on Tuesday.

Duterte stressed that Russia is a reliable partner, and he offered to continue their friendship.

“We need to improve trade exchange between the two countries,” the Philippine leader said.

Putin noted that Moscow and Manila have many bilateral projects, including power engineering, defense cooperation, and transport infrastructure.

Duterte arrived in Moscow on Tuesday for a four-day official visit, but was forced to cut short his trip as fighting broke out in the southern Philippine region of Mindanao.

Putin said he hoped the conflict in the Philippines would be resolved “with minimum losses.”

Duterte’s delegation remained in Moscow to sign bilateral agreements on Wednesday, Russian media reported.


Xinhua. 2017-07-17. Philippines’ Duterte enjoys high approval rating at 82 percent: poll

MANILA, July 17 (Xinhua) — Most Filipinos remain appreciative of the performance of President Rodrigo Duterte after one year of his term, according to an independent poll released here Monday.

A survey by Pulse Asia Inc. conducted from June 24 to June 29 showed that 82 percent of the 1,200 people surveyed nationwide approved the way Duterte runs the country.

Out of all the respondents, the poll said 13 percent were undecided about Duterte’s performance, while 5 percent disapproved Duterte’s performance. Overall, the poll said Duterte scored the highest among the top government officials covered by the survey.

“Most Filipinos remain appreciative of the performance of (Duterte), Vice President Maria Leonor Robredo and Senate President Aquilino Pimentel,” the poll said, adding that Robredo got 61 percent while Pimentel, 62 percent.

In the national Capital Region, the survey said Duterte also scored 80 percent, or 7 percent higher than a previous survey conducted in March. In the main Luzon Island, the survey said Duterte scored 75 percent, or 4 percent higher than the March survey. Duterte scored the highest in his bailiwick Mindanao, scoring 95 percent, or 7 percent higher than the score he got in March, the survey said.

However, the survey noted that Duterte’s approval rating dropped 2 percent in the Visayas region in the central Philippines from 86 percent in March to 84 percent.

Duterte managed to get high approval rating despite the strings of criticisms hurled in his way by some western countries and human rights groups alarmed by the hardline drug war campaign and the declaration of martial law in the entire Mindanao in the southern Philippines.

Government authorities said the ongoing war in Marawi City against militants allied with the Islamic State has so far claimed the lives of at least 593 people, including 411 terrorists, 97 security forces and 45 civilians.

Duterte, who assumed the presidency in June last year, ends his single, six-year term in 2022.


Xinhua. 2017-07-26. Philippine President Duterte vows for closer relations with China

MANILA, July 25 (Xinhua) — Philippine President Rodrigo Duterte pledged on Tuesday that his country is to build stronger bilateral relations with China.

“The Philippines attaches great importance to China’s status and influence in the world, and is willing to build stronger relations with China,” Duterte said in his meeting with visiting Chinese Foreign Minister Wang Yi.

Duterte said the Philippines highly appreciates the support China extends to his country and the role China plays in his country’s nation building, especially China’s support to combat terrorism.

Duterte expressed his satisfaction with the development of the bilateral ties between the two countries, saying the Philippines is willing to deepen cooperation with China in all sectors so as to benefit the two countries and their peoples.

Wang reiterated that China unswervingly supports Philippine’s independent foreign policy.

Wang recalled that bilateral relations between China and the Philippines have fully improved under the guidance of the leaders of the two countries, saying improvement in relations has brought tangible benefits to the two peoples.

“Facts speak louder. For neighbors, dialogue is better than confrontation, cooperation is better than friction. History will show that we have made a right choice,” Wang said.


Xinhua. 2017-08-05. The myths and realities of Duterte’s infrastructure initiative

In the past year, President Duterte has initiated a series of economic reforms to accelerate economic development. Despite much “political noise,” the government seeks sustained growth around 6.5- to 7 percent in 2017, by banking on multiple initiatives, especially higher infrastructure spending.

According to Ernesto Pernia, Director General of the National Economic and Development Authority (NEDA), investment spending must be ramped up to 30 percent of GDP for the Philippines to become an upper middle-income economy by the end of Duterte’s term in 2022, and to pave the way for a high-income economy by 2040.

Yet, the huge infrastructure investment effort has been often misreported internationally. Infrastructure investment is a case in point.

The allegation: Infrastructure as ‘debt slavery’

In early May, Budget Secretary Benjamin Diokno estimated that some $167 billion would be spent on infrastructure during President Duterte’s six-year term. Only a day later, US business magazine Forbes released a commentary, which headlined that this debt “could balloon to $452 billion: China will benefit.”

According to the author, Dr. Anders Corr, the current Philippine government debt of $123 billion is about to soar to $290 billion because China, the “most likely lender,” would impose high interest rates on the debt: “Over 10 years, that could balloon the Philippines’ debt-to-GDP ratio to as high as 296 percent, the highest in the world.”

These figures assume absence of transparency by the Duterte government and China on the interest rate, conditionality and repayment terms of $167 billion of new debt for the Philippines. Due to accrued interest, “Dutertenomics, fueled by expensive loans from China, will put the Philippines into virtual debt bondage if allowed to proceed.” Corr assumes China’s interest rate would amount to 10 percent to 15 percent.

But why would the Philippines accept such a nightmare scenario? Because, as Corr puts it, “Duterte and his influential friends and business associates could each benefit with hundreds of millions of dollars in finder’s fees, of 27 percent, for such deals.”

He offers no facts or evidence to substantiate the assertions, however.

The official story: Debt decline, despite infrastructure investment

Recently, the Department of Budget and Management (DBM) anticipated the Philippine debt position to remain sustainable, despite deficit spending for infrastructure. Between 2017 and 2022, the Duterte government plans to spend about $160 billion to $180 billion to fund the “Golden Age of Infrastructure.” An expansionary fiscal policy shall increase the planned deficit to 2 to 3 percent of GDP.

To finance the deficit, the government will borrow money following an 80-20 borrowing mix in favor of domestic sources, to alleviate foreign exchange risks—which would seem to undermine the story of China as the Big Bad Wolf.

The fiscal strategy is manageable because the economy, despite increasing deficit, will outgrow its debt burden as economic expansion outpaces the growth in the rate of borrowing. So what is the expected impact on the debt-to-GDP ratio?

Given deficit spending of 3 percent of GDP, the DBM assumes growth will be 6.5 percent to 7.5 percent this year and 7 percent to 8 percent from 2018 to 2022 (plus inflation of 2 percent to 4 percent). As a result, it projects the debt-to-GDP ratio to decline from 41 percent in 2016 to 38 percent in 2022.

The realities: Growth over deficit financing

The current Philippine debt-to-GDP ratio compares well with its regional peers. It is half of that of Singapore and less than that of Vietnam, Malaysia, Laos and Thailand (see Figure 1). The starting point for a huge infrastructure upgrade is favorable. True, in a downscale risk analysis, Philippine growth performance might not reach the target, but would be likely to stay close to it – which would still translate to a manageable increase in the debt-to-GDP ratio.

Yet, Corr claims that Philippine debt ratio will soar seven-fold in the Duterte era, whereas the DBM estimate offers evidence the debt could slightly decline. The difference between the two is almost 260 percent.

Today, Japan’s debt-to-GDP ratio exceeds 250 percent of its GDP. However, at the turn of the 1980s, the ratio was still closer to 40 percent, or where the Philippine level is today. Yet, Corr claims the Duterte government would need barely four years to achieve not only Japan’s debt ratio today but a level that would be another 50 percent higher!

The realities are very different, however. The contemporary Philippines enjoys sound macroeconomic fundamentals, not Marcos-era vulnerability. Moreover, Corr’s tacit association of Duterte’s infrastructure goals with former President Marcos’s public investment program (and the associated debt crisis in the 1980s) proves hollow. Duterte is focused on infrastructure (his infrastructure budget as percentage of GDP is 2 to 3 times higher in relative terms).

Today, borrowing conditions are also more favorable (365-day Treasury bill rates are 3 to 4 times lower than in the Marcos era). Furthermore, the Philippine gross international reserves, which amount to 9 months, are relatively highest among Asean economies and 3 to 4 times higher than in the Marcos era (Figure 2).

In addition to realities, Corr’s analysis ignores the dynamics of debt. Any country’s debt position is not just the nominal amount of the debt, but its value relative to the size of the economy. An economy that is barely growing and suffers from dollar-denominated debt lacks capacity to pay off its liabilities, as evidenced by Greece. In contrast, with its strong growth record, the Philippines has the capacity to grow while paying off its liabilities.

Geopolitical agendas, economic needs

Corr could have challenged DBM’s assumptions about Philippine future growth, potential increases in infrastructure budget, contingent adverse shifts in the international environment and so on, but his purposes may be political.

He is close to US Pentagon and intelligence communities, which strongly oppose Duterte’s recalibration of Philippine foreign policy between the US and China. According to the US Naval Institute, he has visited all South China Sea claimant countries and undertaken “field research” in Vietnam, the Philippines, Taiwan, and Brunei. He has been an associate for Booz Allen Hamilton (as once was Edward Snowden). Though he has ties with international multilateral banks, he is less of an “economic hit man” and has more interest in US security matters.

Corr led the US Army social science research already in Afghanistan and conducted analysis at US Pacific Command (USPacom) and US Special Operations Command Pacific (Socpac) for US national security in Asia, including in the Philippines, Nepal, and Bangladesh. Currently, he is researching Russia and Ukraine for the Pentagon. He has urged President Trump to use stronger military presence in the South China Sea, bullied Pakistan with sanctions, and supported independentistas in Hong Kong and Taiwan, labeled Chinese students abroad as Beijing’s informants, while exploring US nuclear options against North Korea.

Such objectives are far from neutral economic observation, but they do reflect political partisanship that is typical of Washington’s neoconservative and liberal imperial dreams– but not the views of most Americans, according to major polls.

In the Philippines, Duterte’s supporters see Chinese debt as a business deal that will ultimately support the country’s future. After Forbes, the Duterte government’s critics were quick to report the story, but without appropriate examination of its economic assertions and possible strategic motives. Overall, while liberals tend to oppose the debt plans for geopolitical reasons, their economists are more sympathetic.

In any real assessment, simple realism should prevail: When the rate of economic expansion exceeds that of debt growth, low-cost financing for public projects can make a vital contribution to the Philippines’ economic long-term future.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Politici, Unione Europea

Erdogan. Turki in Germania non votate Frau Merkel.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-19.

Merkel 1030

«As of 2016, about ten million of Germany’s 82 million residents did not have German citizenship, which makes up 12% of the country’s population. ….

Regarding the immigrant background, 21% of the country’s residents, or more than 17.1 million people, were of immigrant or partially immigrant descent ….

29% of families with children under 18 had at least one parent with immigrant roots ….

As of 2014, the largest national group was from Turkey (2,859,000) ….

Islam is the second largest religion in the country. In the 2011 census 1.9% of Germans (1.52 million people) declared themselves to be Muslims, albeit the number was believed to be substantially higher» [Fonte]

*

In Germania la comunità turca ammonta a 2.9 milioni, cui si potrebbe aggiungere una quota di persone che si sono dichiarate mussulmane.

In aprile i turki residenti in Germania sono stati chiamati alle urne per dare il loro voto al referendum costituzionale di Mr Erdogan.

«Il sì più forte alla riforma costituzionale è arrivato dal voto dei turchi che risiedono fuori dai confini nazionali. La vittoria più grande Erdogan l’ha incassata in Germania dove alla svolta presidenziale si è detto favorevole il 65% degli elettori. Nel Paese vive la più grande comunità di turchi all’estero, sono circa 4 milioni gli immigrati, 1,5 milioni dei quali aventi diritto. Il voto è stato preceduto da tensioni tra Ankara e Berlino, dopo la cancellazione di comizi di ministri turchi in vista del referendum. C‘è chi celebra il sì ma anche chi si preoccupa dello strapotere nelle mani di Erdogan:

“Temo che Erdogan continui a prendere misure drastiche per fare tutto quello che vuole. Ma l’opposizione si farà sentire, scenderà per le strade. Useremo tutti gli strumenti democratici a nostra disposizione per opporci”, dice Kenan Kolat, del Partito Popolare Repubblicano.

Non solo in Germania ma anche nei Paesi Bassi, in Austria e in Belgio ad avere la meglio è stato il sì, con percentuali in alcuni casi anche superiori al 70%.»

Quindi, il circa milione e mezzo di turki residenti in Germania ha appoggiato il referendum di Mr Erdogan, ed in modo compatto-

Una persona democratica avrebbe commentato che quello era il libero risultato delle urne, e si sarebbe compiaciuto che il popolo avesse espresso la propria opinione.

Manco p‘ ‘a capa.

I tedeschi dettero di matto a questo risultato perché la Bundeskanzlerin Frau Merkel aveva dichiarato Mr Erdogan suo nemico personale, in quanto non avrebbe condiviso i principi valoriali della Cancelliera. Secondo Frau Merkel i turki residenti in Germania avrebbero dovuto votare non in scienza e coscienza, bensì in accordo a quanto desiderato dalla Bundeskanzlerin.

Si potrebbe dire che Frau Merkel abbia un concetto molto personale di democrazia.

In ogni caso, il dato di fatto è che i turki in Germana sono pro Erdogan.

«Turkish President Tayyip Erdogan on Friday said German Chancellor Angela Merkel’s Christian Democrats were enemies of Turkey and called on Turks in Germany to vote against major parties in next month’s elections.»

*

«I am calling on all my countrymen in Germany: the Christian Democrats, SDP, the Green Party are all enemies of Turkey. Support those political parties who are not enemies of Turkey»

*

«a furious response from Merkel»

* * * * * * * *

Ccà nisciuno è fesso.

Prima la Bundeskanzlerin Frau Merkel copre di ogni sorta di epiteto Mr Erdogan e la Turkia, quindi cerca di isolarlo politicamente, indi impone sanzioni e non permette che deputati turki entrino in Germania, ed adesso si lamenta che i turki residenti in Germania non la votino: turki sì, fessi proprio no.

Quanti si fossero fatti l’imbecille illusione che i turki residenti in Germania si fossero ‘integrati‘ e la pensassero come i tedeschi avrebbero preso un abbaglio madornale.

Ma talmente madornale da autorizzare a pensare che imbecilli non fossero stati i loro pensieri, ma loro stessi.


Reuters. 2017-08-19. Erdogan tells Turks in Germany to vote against Merkel

ISTANBUL (Reuters) – Turkish President Tayyip Erdogan on Friday said German Chancellor Angela Merkel’s Christian Democrats were enemies of Turkey and called on Turks in Germany to vote against major parties in next month’s elections.

The comments, some of Erdogan’s harshest yet against Merkel, drew a furious response from Merkel, her government and some Turkish organisations in Germany, illustrating the widening divide between the NATO allies and major trade partners.

“I am calling on all my countrymen in Germany: the Christian Democrats, SDP, the Green Party are all enemies of Turkey. Support those political parties who are not enemies of Turkey,” Erdogan said after Friday prayers in Istanbul, urging ethnic Turks in Germany to “teach a lesson” to those parties.

Ties between Ankara and Berlin have been strained in the aftermath of last year’s failed coup as Turkish authorities have sacked or suspended 150,000 people and detained more than 50,000 people, including German nationals.

“We will not tolerate any kind of interference,” said Merkel in response at a campaign event in the western city of Herford, while her foreign minister Sigmar Gabriel described the remarks as “unprecedented” interference with Germany’s sovereignty.

Germany has voiced concern that Erdogan is using the coup as a pretext to quash dissent. Erdogan, an authoritarian leader whose roots are in political Islam, has accused Germany of anti-Turkish and anti-Muslim sentiment.

Gabriel urged ethnic Turks to use their vote regardless. “Let’s show those who want to set us against each other that we are not playing their game,” he added. Community leader Atila Karaborklu accused Erdogan of wanting to divide Germany’s Turkish communikty.

Germans go to the polls on Sept. 24 for elections where Merkel is running for a fourth term. Her conservatives enjoy a comfortable lead over the Social Democrats (SPD), their current coalition partner and major rival.

Western governments, particularly Germany, have expressed apprehension at Erdogan’s tightening grip on power. In April, Turks narrowly backed a referendum to change the constitution and grant Erdogan sweeping executive powers.

In the run-up to the referendum, German authorities prevented Turkish politicians from speaking to rallies of Turkish citizens in Germany, infuriating Ankara.

Turkey also blocked Berlin lawmakers from visiting their troops stationed in southern Turkey. The troops were later relocated to Jordan.

Merkel has also said there would be no expansion of a customs union or deepening in EU-Turkish ties, comments which infuriated Turkey.

Pubblicato in: Sistemi Politici, Unione Europea

Populismo. Cosa sia e come lo quantizzi il Populism Index (Epicentric)

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-16.

2017-07-21__Populismo__001

In Europa il “populismo” vale circa 55 milioni di voti, governa in Polonia, Ungheria e Grecia ed è nei governi di nove stati dell’Unione. È sottorappresentato nei parlamenti rispetto alla sua presenza percentuale a causa dei sistemi elettorali, ma ancora un qualche incremento e la situazione si rivolterà: saranno i “populisti” a godere dei premi di maggioranza. Ed allora si toglieranno i sassolini, piccoli e grandi, dalle scarpe.


*

Questa è la definizione che ne da Treccani.

«populismo s. m. [dall’ingl. populism (der. di populist: v. populista), per traduz. del russo narodničestvo]. – 1. Movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra l’ultimo quarto del sec. 19° e gli inizî del sec. 20°; si proponeva di raggiungere, attraverso l’attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria (culminata nel 1881 con l’uccisione dello zar Alessandro II), un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, spec. dei contadini e dei servi della gleba, e la realizzazione di una specie di socialismo rurale basato sulla comunità rurale russa, in antitesi alla società industriale occidentale. 2. Per estens., atteggiamento ideologico che, sulla base di principî e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi. Con sign. più recente, e con riferimento al mondo latino-americano, in partic. all’Argentina del tempo di J. D. Perón (v. peronismo), forma di prassi politica, tipica di paesi in via di rapido sviluppo dall’economia agricola a quella industriale, caratterizzata da un rapporto diretto tra un capo carismatico e le masse popolari, con il consenso dei ceti borghesi e capitalistici che possono così più agevolmente controllare e far progredire i processi di industrializzazione. In ambito artistico e letterario, rappresentazione idealizzata del popolo, considerato come modello etico e sociale: il p. nella letteratura italiana del secondo dopoguerra

*

Questa invece è la definizione che ne da il dizionario de Il Corriere della Sera.

«1 Atteggiamento o movimento politico tendente a esaltare il ruolo e i valori delle classi popolari

2 spreg. Atteggiamento demagogico volto ad assecondare le aspettative del popolo, indipendentemente da ogni valutazione del loro contenuto, della loro opportunità

3 Movimento rivoluzionario russo della fine del sec. XIX, che propugnava l’emancipazione delle classi contadine e dei servi della gleba attraverso la realizzazione di una sorta di socialismo rurale

4 In ambito artistico, raffigurazione idealizzata del popolo, presentato come modello etico positivo»

*

Differente ancora la definizione data da Wikipedia.

«Il populismo (dall’inglese populism, derivato da populist tramite traduzione del russo народничество: narodničestvo) instaura “una relazione diretta, non tradizionale, tra le masse e il leader, che porta a quest’ultimo sia la fedeltà delle prime, sia il loro sostegno attivo nella sua ricerca del potere, e questo in funzione della capacità carismatica del leader di mobilitare la speranza e la fiducia delle masse nella rapida realizzazione delle loro aspettative sociali nel caso in cui egli acquisti un potere sufficiente” ….

Il largo uso che i politici e i mass media fanno del termine “populismo” ha contribuito a diffondere la tendenza – spesso a scopo denigratorio – a definire “populisti” attori politici dal linguaggio poco ortodosso e aggressivo, i quali demonizzano le élite ed esaltano “il popolo” come fonte unica di legittimazione del potere. Tale legittimazione è considerata di per sé sufficiente a giustificare un superamento dei limiti di diritto posti dalla Costituzione all’esercizio del potere politico stesso ….

Tuttavia per altri, la parola conserva il senso dispregiativo sinonimo di demagogia.»

* * * * * * * *

Come si constata, il termine populismo è utilizzato con accezioni anche molto diverse e ben raramente chi lo usa si perita di definire a cosa effettivamente si riferisca. Fatto questo che genera soltanto confusione in un campo già ben confuso. Spesso gli rimarrebbe difficile.

Si noti come anche i termini “sinistra” e “destra” risultino essere obsoleti, atti a descrivere eventi del secolo scorso.

In linea generale, si potrebbe tentare di definire il populismo come

«movimento politico privo di ideologia od idee preconcette, che si rifà soltanto alle esigenze che emergono dalla gente comune piuttosto che dalle élite.»

Va di conserva come il populismo così definito non possa riconoscersi nelle socialdemocrazie e nei partiti popolari, ossia in quelli che furono i partiti tradizionali europei, e dei quali esitano i resti.

Denominare anti-establishment i populisti è comodo ma riduttivo: la caratteristica dei populisti è quella di personificare un metodo di pensiero ed azione empirico, non supervisionato.

Resta dunque facile comprendere lo sconcerto dei partiti tradizionali al suo emergere e l’incomunicabilità tra le due sponde.

Altro tratto peculiare dei populisti è quello di rifarsi alle tradizioni popolari religiose, storiche, culturali, privilegiando l’attenzione alla condizione economica della gente comune: nessuno misconosce l’importanza ed il ruolo dei ricchi, ma i populisti sono più attenti alle esigenze delle classi reddituali medio – basse. E questo costituisce un punto di forza nelle nazioni dove si vota a suffragio universale: anche i meno benestanti votano.

Questi due elementi caratteristici rendono i populisti diametralmente opposti ai partiti tradizionali, liberal o socialisti. Poi, ovviamente, in ogni nazione essi hanno assunto connotazioni peculiari, ma questa è una differenziazione applicativa, che non intacca i principi di base.

Un grande elemento di sconcerto è determinato dal fatto che per i partiti tradizionali resta impossibile distinguere tra azione e motivazione: danno per scontato che ogni azione sia stata fatta in ossequio ad una teoria. Ci spiegheremo con un esempio. Nazionalizzare o privatizzare un’azienda per i partiti tradizionali sarebbe manovra tipica della sinistra la prima, della destra la seconda. Per un partito empirista, la scelta dipende esclusivamente dalle esigenze attuali del sistema. Questo è il motivo per cui i populisti sono etichettati come se fossero simultaneamente di sinistra o di destra, mentre in realtà non appartengono ad alcuna di queste due categorie mentali.

* * * * * * * *

«Uno studio fotografa l’ascesa delle forze anti sistema: superati anche i liberali. E prevede un aumento: il loro numero crescerà dopo il voto in Italia e Austria»

*

«On average, around a fifth of the European electorate now vote for a left- or right-wing populist party. In other words, 55.8 million people voted for these parties during European countries’ latest general elections»

*

«Hungary, Poland and Greece are the European countries where anti-establishment parties are the strongest»

*

«At the same time, nine European countries (including seven EU Member States) have populist parties in government»

*

«Più di 1300 seggi parlamentari, un piede (a volte anche due) in nove governi in carica e un quinto degli elettori sotto le proprie bandiere»

*

«La crisi economica e quella dei rifugiati – sottolinea il report – hanno aiutato questi movimenti a guadagnare il “momentum”».  

*

«Chi considera la questione chiusa con le elezioni in Francia e Olanda è meglio che cambi idea»

* * * * * * * *

Sarà infatti ben difficile che il populismo declini fino a tanto che sussisteranno situazioni economiche disperanti quale queste esposte a seguito.

2017-07-29__Populismo__005

Il 16.3% della popolazione dell’Europa a 28 giace in fascia di povertà. Si. Anche la Germania non sta per nulla bene: 17.1% contro il 18.1% del Portogallo.

Ma il dato diventa drammatico se si considerano i disoccupati. Giacciono sotto la soglia di povertà il 47.2% nell’Europa 28, il 674% in Germania, il 50.5% in Bulgaria. Si noti con attenzione come la Germania sia conciata peggio della Bulgaria così come di tutte le altre nazioni dell’Unione.

Questi pochi, semplici dati, la contano lunga sul perché sia nato e debba crescere il populismo: verosimilmente la sua crescita seguirà passo passo quello del numero di persone sotto la fascia di povertà.

I partiti tradizionali hanno fallito. Le ideologia non sono commestibili.

*

A molti sembrerebbe sfuggire come la marea crescente del populismo in Europa sia stata momentaneamente fermata in via amministrativa, non in via politica. Il sistema elettorale francese, oltre ovviamente alla abilità dimostrata da Mr Macron, ha sicuramente permesso la elezione di un presidente e di un governo legale e stabile dando al Front National solo 8 seggi parlamentari, ma basterebbe uno spostamento minimale di voti e la situazione si ribalterebbe.

La situazione europea è fluida e contraddittoria.

Se le elezioni tedesche appaiono tranquille con una riconferma di Frau Merkel a Bundeskanzlerin e con buona tenuta della Union, ossia l’unione tra Cdu e Csu, i socialdemocratici sono proiettati in calo al 24%, un severo ridimensionamento dovuto in gran parte al ritorno sulle scene domestiche di Herr Schulz. Una nuova edizione della Große Koalition sembrerebbe essere poco probabile. AfD si stabilizzerebbe attorno all’8% in sede nazionale, avendo conseguito il 4.7% nel 2013.

In Austria, ove si vota ad ottobre, le più recenti proiezioni indicherebbero l’Spö al 24%, l’Övp al 33%, Fpö al 24%, ed i Grüne all’8%. Una riedizione della Große Koalition sembrerebbe essere poco verosimile, anche per problemi di rapporti personale. Segnaliamo questo annuncio: «The SPÖ announces they are willing to enter a coalition with the far-right FPÖ, under certain conditions».

*

Ma il primo sommovimento istituzionale lo si potrebbe vedere le prossime elezioni europee, ove si voterà con il proporzionale secco. L’attuale gruppo socialista, 189 deputati, sulle attuali proiezioni dovrebbe scendere a meno di 40, mentre i populisti dovrebbero dispiegare il loro 20% – 25%, salendo a 120 – 150 deputati. Non è ancora stato annunciato a quale gruppo afferiranno i deputati eletti in Francia.

Sui dati attuali, la situazione sembrerebbe essere quella della ingovernabilità.


Epicenter. 2017-07-15. Populism Index 2017 Summary.

The 2017 TIMBRO Authoritarian Populism Index is the only Europe-wide comprehensive study that aims to shed light on whether populism poses a long-term threat to European ‘liberal’ democracies. The Index explores the rise of authoritarian populism in Europe by analysing electoral data from 1980 to summer 2017.

As the data show, Authoritarian-Populism has overtaken Liberalism and has now established itself as the third ideological force in European politics, behind Conservatism/Christian Democracy and Social Democracy.

Hungary, Poland and Greece are the European countries where anti-establishment parties are the strongest. At the same time, nine European countries (including seven EU Member States) have populist parties in government.

On average, around a fifth of the European electorate now vote for a left- or right-wing populist party. In other words, 55.8 million people voted for these parties during European countries’ latest general elections.


La Stampa. 2017-07-15. L’inarrestabile ondata in Europa, i populisti sono il terzo partito

Uno studio fotografa l’ascesa delle forze anti sistema: superati anche i liberali. E prevede un aumento: il loro numero crescerà dopo il voto in Italia e Austria.

*

Più di 1300 seggi parlamentari, un piede (a volte anche due) in nove governi in carica e un quinto degli elettori sotto le proprie bandiere. L’onda populista – o anti sistema, ma la definizione del fenomeno con un solo termine rischia di essere riduttiva – ha raggiunto il suo apice in Europa. Per il momento. Perché nessuno studio è in grado di prevedere se la parabola è destinata a diventare discendente o ascendente.  

Chi considera la questione chiusa con le elezioni in Francia e Olanda è meglio che cambi idea. Vero, i partiti «anti» sono stati spazzati via dalle vittorie dei liberali Emmanuel Macron e Mark Rutte. Ma non andrebbe sottovalutato il fatto che forze come il Front National e il Partito della Libertà di Geert Wilders hanno subìto un’impennata nei consensi rispetto alle precedenti elezioni. «Non ci sono segnali che il sostegno per questi partiti possa diminuire a breve termine» si legge nel report del centro studi Epicenter, che per il secondo anno ha realizzato uno studio che misura l’indice del «populismo autoritario» in Europa. Anzi, si legge nel report, «è probabile che il numero di partiti populisti al governo aumenti nel prossimo futuro, visto che Paesi come Austria e Italia andranno presto al voto». 

L’analisi parte da lontano, dal 1980 ai giorni nostri. E negli anni questa «famiglia politica» ha scalato posizioni fino a diventare la terza forza a livello continentale, alle spalle dei conservatori-cristianodemocratici e dei socialdemocratici, superando i liberali. L’Indice di Epicenter ha misurato i voti reali ottenuti nelle recenti elezioni da questi movimenti in 33 Paesi (i 28 dell’Ue più Islanda, Montenegro, Serbia, Norvegia e Svizzera) e il conteggio ha toccato quota 55,8 milioni. L’esplosione del fenomeno è recentissima, basti pensare che tra il 1980 e il 2000 il loro sostegno era cresciuto solo dell’1%. Negli ultimi dieci anni, invece, è praticamente raddoppiato. Il vero salto è iniziato dopo il 2009: «La crisi economica e quella dei rifugiati – sottolinea il report – hanno aiutato questi movimenti a guadagnare il “momentum”».  

Ma c’è anche un altro fattore che non andrebbe sottovalutato e a cui l’istituto parigino Jeacques Delors ha dedicato un recente studio: il rapporto con i social network, la cui evoluzione ha seguito la stessa linea temporale. Oggi «il 50% degli adulti ha un profilo Facebook e il 50% degli under 35 lo usa per informarsi». Si sta trasformando, dicono gli esperti, in una «piattaforma per un dibattito politico anarchico». Anonimato, mancanza di oggettività, scarsità di regole e poca attenzione da parte dei «lettori» sono gli ingredienti che trasformano l’agorà digitale in terreno fertile per il consenso verso questi movimenti. Il pericolo, secondo lo studio, è che «le forme di dibattito democratico istituzionale, il processo decisionale e di supervisione democratica ne escano indeboliti».  

Quando si parla di «populismo-autoritario» (questa la definizione oggetto dello studio di Epicenter) bisogna però considerare che si ha a che fare con un universo molto vasto. Si tratta di movimenti estremamente diversi tra di loro. Gli studiosi dell’Epicenter hanno provato a definire così ciò che li lega: «Sfidano il cosiddetto consenso europeo che ha dominato le politiche del continente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale». I nemici dello «status quo», per usare un’altra espressione, dovrebbero riconoscersi almeno in uno dei seguenti punti: lotta anti-casta, promozione della democrazia diretta, insofferenza verso lo Stato di diritto, uso di «un linguaggio rivoluzionario che promette cambiamenti drammatici», richiesta di uno Stato e di un esercito più forti, spinta per la nazionalizzazione delle banche e delle grandi imprese, scetticismo verso l’Ue, l’immigrazione, la Nato, la globalizzazione e il commercio libero. 

A sua volta, il «calderone» potrebbe essere spaccato in due grandi sottocategorie: il populismo di estrema destra e quello di estrema sinistra. Che hanno registrato notevoli differenze nell’evoluzione del loro consenso. La sinistra radicale nel 1980 era al 10%, poi il declino che l’ha portata al minimo storico del 3,7% nel 2010. Negli ultimi sette anni, però, il trend è in salita: ora vale il 6.3%. Grecia, Cipro e Spagna sono gli Stati in cui è più forte, tre Paesi fortemente colpiti dalla crisi economica. Totalmente diverso il trend dell’estrema destra, che nel 1982 valeva l’1% a livello europeo e oggi è oltre il 12%. Con punte del 64-65% in alcuni Paesi post-sovietici come Polonia e Ungheria, dove le svolte autoritarie dei rispettivi governi stanno diventando un problema europeo. 

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Sistemi Politici

Macron. L’indice Ifop di popolarità è crollato di 10 punti.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-25.

Macron Charli Ebdo 001

«French President Emmanuel Macron’s popularity rating has dropped 10 points in a month»

*

«Emmanuel Macron’s approval rating slipped 10 points in a month to hit 54 percent»

*

«just 47 percent of respondents classified their assessment of him as “rather satisfied,” down from 54 percent in June»

*

«Forty-three percent of respondents said they were unsatisfied with Macron’s performance, up from 35 percent in June»

*

«Two months in office have brought challenges to Macron, however»

*

«Macron won election by preaching a more-inclusive center-right politics but now plans to cut housing assistance for low-income residents»

* * * * * * *

Questo è il dato così come esso è stato fornito.

A nostro sommesso parere è troppo presto per ragionarci sopra con cognizione di causa.

In via del tutto preliminare, prendiamo atto di come Mr Macron non sia riuscito a sfondare durante la riunione del G20, propaganda a parte. Prendiamo altresì atto di come abbia voluto, o dovuto, licenziare alcuni suoi ministri ed abbia spinto i suoi alleati a lasciare il governo. Da ultimo, l’allontanamento del generale Pierre de Villiers, appare più un gesto di stizza irrazionale rispetto ad una azione ponderata in tutte le sue conseguenze.

La situazione economica francese non è certo brillante. Se nel 2001 il pil pro capite era 32,634 euro, nel 2015 era 33,934, un incremento davvero minimo. La disoccupazione vale 10.4%, il rapporto debito pubblico su pil è salito dall’85.2% del 2011 al 95.6% del 2016. Ma il dato cardine è che il 12.1% della popolazione versa in condizione di povertà assoluta, valore che raggiunge il 31.1% per i disoccupati.

A nostro parere la popolarità del Presidente Macron sarà fortemente condizionata dalla sua capacità di rimettere in sesto il sistema produttivo francese, generando posti di lavoro e riducendo la fascia povera.


Deutsche Welle. 2017-07-24. Poll shows France no longer so sweet on Emmanuel Macron

French President Emmanuel Macron’s popularity rating has dropped 10 points in a month, according to an Ifop poll – the biggest decline for a new president since 1995. His prime minister’s popularity also dipped.

*

Emmanuel Macron’s approval rating slipped 10 points in a month to hit 54 percent, according to an Ifop poll published Sunday in the Journal du Dimanche newspaper, which reported that not since Jacques Chirac in 1995 had a newly elected president lost so much ground in such a short time.

Worse for Macron, a neoliberal who faced far-right leader Marine Le Pen in May’s presidential runoff, just 47 percent of respondents classified their assessment of him as “rather satisfied,” down from 54 percent in June, and only 7 percent said they were “very satisfied” – it was 10 percent last month. Forty-three percent of respondents said they were unsatisfied with Macron’s performance, up from 35 percent in June, including 15 percent who said they were “very unsatisfied.”

To Macron’s credit, he has had a tough month, including the resignation of General Pierre de Villiers as head of France’s armed forces following a public row over military spending cuts. France’s youngest-ever president, who has sought to project an image of authority since taking office in May, made clear during the row with the military boss that he would brook no insubordination as commander-in-chief. The center-left newspaper Liberation newspaper accused Macron of throwing a “little authoritarian fit” and suggested that he “grow up a bit.”

Macron’s corporate background

Shortly after taking office, Macron drew praise for standing up to his US and Russian counterparts – respectively, the presidents Donald Trump and Vladimir Putin – and won a solid majority in parliament in June. Two months in office have brought challenges to Macron, however.

Press and political opponents have publicly wondered whether Macron’s dominance of the legislature could lead him to seek to concentrate power.

The 39-year-old leader has backed a controversial bill to tighten France’s security laws which includes measures that rights groups have branded as draconian. Earlier this month, he hosted Trump for the Bastille Day celebrations.

Macron won election by preaching a more-inclusive center-right politics but now plans to cut housing assistance for low-income residents. He also overruled Prime Minister Edouard Philippe with his vow to press tax cuts in 2018. Philippe lost eight points in the most recent poll, with 56 percent of respondents satisfied with his performance, according the poll of 1,947 adults carried out from July 17 to 22.