Pubblicato in: Armamenti, Devoluzione socialismo, Ideologia liberal, Unione Europea

Paesi europei dovranno produrre ‘German free products’. Germany is out.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-31.

Mendicanti 012 Pietr Brueghel. Ciechi che guidano ciechi. Louvre

Sotto il cancellierato Merkel la Germania ha mostrato ripetutamente di non voler avere contati politici e commerciali con i paesi che non si siano adeguati ai suoi standard di ‘human rights’ e, più in generale, alla sua Weltanschauung.

Diciamo come questo modo di pensare non attiri certo nuove amicizie e sottomini quelli esistenti.

Clamoroso è stato l’embargo nei confronti dell’Arabia Saudita.

Germany rebuffs UK call to lift ban on arms exports to Saudi Arabia

Germany’s Angela Merkel makes arms export pact with France

German export policies threaten European defense projects: French ambassador

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Frau Merkel mette spesso in atto una serie di misure politiche apparentemente contrastanti.

Usualmente assume la veste di una puritana immarcescibile: non si parla, non si commercia, non si tratta con quanti non aderiscano alla sua Weltanschauung, alla sua scala valoriale, che vorrebbe imporre a tutto il mondo.

Ma ogni tanto si autoassolve per aver fatto alcuni peccatucci:

Russia. Yamal. Francia e Germania con il muso nella greppia delle sanzioni.

Il Nord Stream 2 prosegue nonostante che la Russia sia stata coperta di sanzioni, tanto per fare un esempio.

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Il problema diventa però più complesso ancora quando la Germania vieta alle nazioni, con le quali aveva collaborato con progetti congiunti, di esportare sistemi di arma che contengano tecnologia tedesca.

«Germany manufactures key components of European defense projects, amplifying the effect of its export bans. Britain’s foreign secretary warned that the Saudi arms export ban damages common European defense policy.»

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«Prior to the meeting, German magazine Der Spiegel reported that Hunt had sent a letter to Maas on February 7 warning him that Germany’s ban undermined common European defense projects and the ability of NATO allies to fulfill commitments»

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«Germany decided in November to stop arms exports to Saudi Arabia  — one of the world’s largest weapons markets — after the assassination of Saudi journalist Jamal Khashoggi at the kingdom’s consulate in Istanbul.»

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«Germany accounts for a small fraction of Saudi weapons imports, but it makes vital components for other countries’ arms industries to fulfill contracts.»

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«In the letter seen by Der Spiegel, Hunt said British defense firms would not be able to fulfil several contracts with Riyadh, including the delivery of Eurofighter Typhoon and the Tornado fighter jet. Both are made with parts produced by Germany’s arms industry.»

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«It is imperative that you immediately remove major European defense projects such as the Eurofighter and the Tornado from the arms embargo, …. a loss of confidence in the credibility of Germany as a partner»

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«This letter shows how Germany’s arms export practices are costing it the ability to partner with its closest European allies»

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«Germany’s unilateral arms export policy was damaging plans for a common European defense policy and undermining the arms industries of NATO allies.»

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«for example, helicopters, the German side gives itself the right to, for example, block the sale of a French helicopter»

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«the company might need to develop “German-free products” in the future»

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Due sono i punti sensibili:

«a loss of confidence in the credibility of Germany as a partner …. practices are costing it the ability to partner with its closest European allies»

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«to develop “German-free products”»

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Non tutti condividono la pulsione tedesca al suicidio.

Più la Germania di Frau Merkel si erge a paladina della propria scala valoriale, peraltro solo da lei condivisa, e meno riesce a proporla agli altri e si isola sempre più profondamente, anche a costo di alienarsi i pochi amici internazionali che le sono rimasti.

La perdita di credibilità è forse l’aspetto peggiore: ci si mette una vita a costruirsi l’immagine di persona affidabile, ma bastano pochi istanti per perderla definitivamente.

Che poi inglesi e francesi convengano sulla necessità di costruire “German-free products” la conta davvero lunga.

Infine l’aspetto più grottesco che tragicomico è quanto il popolo tedesco non riesca a comprendere cosa stia facendo Frau Merkel a suo danno.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Ideologia liberal

Financial Times. L’Occidente ha perso la voglia di vivere.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-16.

Cervello Liberal Denocratico

Cerchiamo di ragionare.

Tramonto non dell’Occidente ma della dottrina illuminista.


Al mondo ci sono circa 7.53 miliardi di esseri umani. Di questi 325.7 milioni vivono negli Stati Uniti e 503.7 milioni nell’Unione Europea. Con 829.4 milioni di abitanti l’Occidente rende ragione dell’11.01% della popolazione mondiale.

Tenendo conto che i liberal socialisti sono grosso modo la metà degli Elettori occidentali, essi rendono conto di poco più del 5% della popolazione mondiale.

Ciò nonostante, i liberal socialisti ritengono di essere i depositari della Verità e che tutti gli altri dovrebbero adattarsi a condividere la loro Weltanschauung.

Solo che gli altri invece non ne vogliono proprio sapere.

Loro, nella loro neolingua politicamente corretta, li definiscono “illiberali“.

Il Financial Times ha fatto l’argomento oggetto di un simpatico articolo, che riproponiamo nella chiosa di Gog e Magog.

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«Secondo Gideon Rachman, sul Financial Times di ieri, se il XIX secolo ha reso popolare l’idea dello ‘Stato-nazione’, il 21mo secolo potrebbe essere, invece, il secolo della ‘civiltà-Stato’»

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«Una civiltà-Stato è un paese che pretende di rappresentare non solo un territorio storico o una particolare lingua o gruppo etnico, ma una civiltà ben distinta. È un’idea che sta guadagnando terreno in stati differenti fra loro come la Cina, l’India, la Russia, la Turchia e, persino, gli Stati Uniti»

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«La nozione di civiltà-Stato ha risvolti decisamente illiberali»

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«Implica che i tentativi di definire dei diritti umani universali o degli standard democratici comuni sono sbagliati, poiché ogni civiltà ha bisogno di istituzioni politiche che riflettano la propria specifica cultura»

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«Una delle ragioni per cui l’idea di una civiltà-Stato ha buone probabilità di diventare diffusa è l’ascesa della Cina»

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«la Cina moderna ha avuto successo proprio perché ha voltato le spalle alle idee politiche occidentali — per perseguire, invece, un modello radicato nella propria cultura confuciana e nelle tradizioni meritocratiche incentrate sul superamento di ferrei esami.»

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«Come la Cina, l’India ha una popolazione di oltre 1 miliardo di persone»

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«idea che l’India sia più di una semplice nazione — e sia, invece, una civiltà a sé»

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«i padri fondatori dell’India moderna, come Jawaharlal Nehru, abbiano sbagliato nell’abbracciare idee occidentali, come il socialismo scientifico, ritenendole universalmente applicabili»

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«L’idea di uno Stato-civiltà sta guadagnando terreno anche in Russia. Alcuni degli ideologi vicini a Vladimir Putin hanno fatto propria l’idea che la Russia rappresenti una civiltà eurasiatica distinta, che non avrebbe mai dovuto cercare di integrarsi con l’Occidente»

*

«In un sistema globale plasmato dall’Occidente, non sorprende che alcuni intellettuali di paesi come la Cina, l’India o la Russia vogliano sottolineare la peculiarità della propria civiltà. La cosa più sorprendente è però che anche pensatori di destra negli Stati Uniti stanno ripudiando l’idea di “valori universali”»

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«la questione fondamentale del nostro tempo è se l’Occidente voglia ancora vivere»

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La frase chiave di tutta la costruzione sembrerebbe essere questa:

«la Cina moderna ha avuto successo proprio perché ha voltato le spalle alle idee politiche occidentali».

È una mezza verità.

La Cina ha voltato le spalle all’ideologia liberal socialista, non all’Occidente.

I liberal dovranno bene un bel giorno prendere atto che loro non personificano l’Occidente e non possono pontificare a nome suo. In fondo tutto si risolve in una semplice domanda: “chi mai si credono di essere'”.

Quanto sia sciabecca questa pretesa lo lasciamo giudicare alle opere.

Nel 2008 l’eurozona aveva un pil di 14,113 miliardi Usd, ma a fine 2017 aveva registrato un pil di 12,589 miliardi Usd; la Cina, nello stesso arco temporale, era passata da un pil di 4,804 miliardi Usd ad un valore di 12,237 miliardi Usd.

Si è perfettamente consci che una Weltanschauung non potrebbe essere giudicata sulla base dei risultati economici che produce, ma alla fine delle fini codesta débâcle è la risultante di una mentalità, di un atteggiamento mentale, ed i dati numerici sono incontrovertibili come macigni.


Gog e Magog. 2019-03-05. Il FT inorridito: Cina, India, Russia e l’ascesa delle “civiltà-Stato”. Una idea illiberale che piace a destra.

Secondo Gideon Rachman, sul Financial Times di ieri, se il XIX secolo ha reso popolare l’idea dello ‘Stato-nazione’, il 21mo secolo potrebbe essere, invece, il secolo della ‘civiltà-Stato’.

“Una civiltà-Stato è un paese che pretende di rappresentare non solo un territorio storico o una particolare lingua o gruppo etnico, ma una civiltà ben distinta. È un’idea che sta guadagnando terreno in stati differenti fra loro come la Cina, l’India, la Russia, la Turchia e, persino, gli Stati Uniti.

La nozione di civiltà-Stato ha risvolti decisamente illiberali. Implica che i tentativi di definire dei diritti umani universali o degli standard democratici comuni sono sbagliati, poiché ogni civiltà ha bisogno di istituzioni politiche che riflettano la propria specifica cultura. Inoltre l’idea di una civiltà-Stato tende a escludere: le minoranze e i migranti potrebbero non esservi mai inclusi, perché non fanno parte del nucleo centrale della civiltà.

Una delle ragioni per cui l’idea di una civiltà-Stato ha buone probabilità di diventare diffusa è l’ascesa della Cina. Nei discorsi rivolti al pubblico straniero, il presidente Xi Jinping ama sottolineare come la storia e la civiltà cinesi siano uniche. Questa idea è stata portata avanti da intellettuali filogovernativi, come Zhang Weiwei dell’università di Fudan. In un libro che ha avuto molta influenza (“L’onda cinese: l’ascesa di una civiltà-Stato”), Zhang sostiene che la Cina moderna ha avuto successo proprio perché ha voltato le spalle alle idee politiche occidentali — per perseguire, invece, un modello radicato nella propria cultura confuciana e nelle tradizioni meritocratiche incentrate sul superamento di ferrei esami.

Zhang ha in realtà adattato un’idea elaborata per la prima volta da Martin Jacques, uno scrittore occidentale, in un libro di successo (“Quando la Cina governa il mondo”). “La storia della Cina come stato nazionale”, sostiene Jacques, “risale a soli 120–150 anni fa: la sua storia come civiltà risale invece a migliaia di anni fa”. Egli ritiene che il carattere distinto della civiltà cinese porti a norme sociali e politiche molto diverse da quelle prevalenti in Occidente, compresa “l’idea che lo Stato dovrebbe basarsi su relazioni familiari e su una visione molto diversa del rapporto tra individuo e società, con quest’ultima considerata molto più importante del primo”.

Come la Cina, l’India ha una popolazione di oltre 1 miliardo di persone. I teorici del partito al potere (Bharatiya Janata) sono molto attratti dall’idea che l’India sia più di una semplice nazione — e sia, invece, una civiltà a sé. Per il BJ, l’unica caratteristica distintiva della civiltà indiana è la religione indù — una nozione che relega implicitamente i musulmani indiani a un secondo livello di cittadinanza.

Jayant Sinha, ministro del governo di Narendra Modi, sostiene che i padri fondatori dell’India moderna, come Jawaharlal Nehru, abbiano sbagliato nell’abbracciare idee occidentali, come il socialismo scientifico, ritenendole universalmente applicabili. Invece, essi avrebbero dovuto basare il sistema di governo postcoloniale dell’India sulla unicità della propria cultura. Da ex consulente McKinsey con un MBA di Harvard, il signor Sinha potrebbe sembrare l’archetipo del portatore di valori “globalisti”. Ma quando l’ho incontrato a Delhi l’anno scorso, stava predicando il particolarismo culturale, sostenendo che “a nostro avviso, il nostro retaggio culturale precede lo Stato…Le persone avvertono che le loro tradizioni sono minacciate. Abbiamo una visione del mondo basata sulla fede che entra in collisione con una visione razionale-scientifica”.

L’idea di uno Stato-civiltà sta guadagnando terreno anche in Russia. Alcuni degli ideologi vicini a Vladimir Putin hanno fatto propria l’idea che la Russia rappresenti una civiltà eurasiatica distinta, che non avrebbe mai dovuto cercare di integrarsi con l’Occidente. In un recente articolo [11 febbraio 2019, una traduzione italiana qui] Vladislav Surkov, uno stretto consigliere del presidente russo, ha sostenuto che “i ripetuti e infruttuosi sforzi” del suo paese per entrare a far parte della civiltà occidentale “sono finalmente finiti”. La Russia dovrebbe invece riconciliarsi con la propria identità di “civiltà che ha assorbito sia l’est che l’ovest” con una “mentalità ibrida, un territorio intercontinentale e una storia bipolare. Carismatica, di talento, bella e solitaria. Proprio come dovrebbe essere un mezzosangue”.

In un sistema globale plasmato dall’Occidente, non sorprende che alcuni intellettuali di paesi come la Cina, l’India o la Russia vogliano sottolineare la peculiarità della propria civiltà. La cosa più sorprendente è però che anche pensatori di destra negli Stati Uniti stanno ripudiando l’idea di “valori universali” — a favore dell’enfasi sulla natura peculiare, e presumibilmente in pericolo della civiltà occidentale.

Steve Bannon, che è stato brevemente lo stratega capo della Casa Bianca con Trump, ha ripetutamente sostenuto che la immigrazione di massa e il declino dei valori cristiani tradizionali stanno minando la civiltà occidentale. Nel tentativo di arrestare questo declino, Bannon sta fondando in Italia una “Accademia per l’Occidente giudeo-cristiano”, destinata a formare una nuova generazione di leader.

L’argomentazione bannonita secondo cui l’immigrazione di massa sta minando i valori tradizionali americani è al centro della visione ideologica di Donald Trump. In un discorso pronunciato a Varsavia nel 2017, il presidente Usa ha dichiarato che “la questione fondamentale del nostro tempo è se l’Occidente voglia ancora vivere”, prima di rassicurare il suo pubblico con un “la nostra civiltà trionferà”.

Stranamente, l’adozione da parte di Trump di questa visione “di civiltà” del mondo potrebbe in realtà essere un sintomo del declino dell’Occidente. I suoi predecessori proclamarono con fiducia che i valori americani erano “universali” e destinati a trionfare in tutto il mondo. Ed è stata la forza globale delle idee occidentali che ha fatto dello Stato nazionale la norma internazionale dell’organizzazione politica. L’ascesa di potenze asiatiche come la Cina e l’India può creare nuovi modelli: il prossimo passo, la “Civiltà-Stato”.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Ideologia liberal, Senza categoria

Impero Romano. Analogie con l’attuale Occidente.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-14.

Schiavi Romani. 200 a. C. Ashmolean Museum di Oxford.

Uno dei segni del disfacimento del tessuto culturale occidentale è la sua geopardizzazione: nuovi concetti e significati stanno facendosi lentamente strada, mentre il pregresso si arrocca ovunque possa in enclavi ultra conservatrici.

Stiamo assistendo alla devoluzione dell’ideologia liberal socialista, ed il fenomeno è massimamente evidente nella crisi politica ed economica dei sistemi ad essa improntati.

Il fenomeno Trump negli Stati Uniti e quelle degli identitari sovranisti in Europa non avrebbero mai potuto accadere se quella ideologia non fosse in via di disgregazione.

Per quanto riguarda l’Unione Europea, nel 2008 il pil dell’eurozona era 14,113.094 miliardi Usd, ed a fine 2017 era 12,589.880 miliardi. Similmente, il pil procapite è crollato da 42,770 Usd a 36,670 Usd.

Riassumendo: il pil è sceso di 1,523.21 miliardi Usd ed il pil procapite di 6,100 Usd. Nel contempo, il pil cinese è cresciuto del 139%, quello indiano del 96% e quello degli Stati Uniti del 34%.

Questi sono il numero quantizzabile e quantizzato dell’insuccesso e della necessità di mutare indirizzo.

Ma il fallimento del sistema economico non è una causa, bensì un effetto.

Per lunghi decenni l’egemonia liberal ha bloccato lo sviluppo culturale, imponendo ostracismo a chiunque non avesse condiviso quella Weltanschauung. L’Occidente che aveva fondato la propria grandezza sulla libertà di pensiero e sulla meritocrazia si era rinchiusa nelle angustie di un pensiero unico dominante che non tollerava altro che sé stesso.

Ma ad ogni situazione che si irrigidisca e si sclerotizzi consegue l’incapacità di comprendere il nuovo emergente e di saperlo governare: è solo questione di tempo, ed il sistema collassa.

Un esempio recente è l’implosione del sistema comunista. Già. I dogmi non veri portano al collasso.

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Negli ultimi anni sono stati pubblicati due importanti trattati, di piacevole lettura.

P Heather. La caduta dell’impero romano. Una nuova storia. Garzanti. 2006. EAN: 9788811694021.

Michel De Jaeghere. Gli ultimi giorni dell’impero romano. LEG Edizioni. 2018. EAN: 9788861024717.

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Lo studio della caduta dell’Impero Romano di Occidente ha da sempre affascinato gli storici, ma negli ultimi due secoli si impose l’idealismo storico – dialettico. Hegel lo sintetizza ad arte:

«Tutto ciò che è reale è razionale. Tutto ciò che è razionale è reale».

Illuministi ed epigoni di Hegel si diedero di conseguenza il loro buon da fare a riscrivere i manuali di storia.

Ma fu l’avvento del materialismo storico a dare l’accelerazione al sistema.

Qualsiasi rivoluzione è sempre un’azione di pochi per conquistare il potere su molti: è solo questione di forza, di sapersi e potersi imporre. Ma nessun rivoluzionario mai potrebbe ammettere ciò, da cui la affannosa ricerca tesa a dimostrare quanto iniquo fosse il regime precedente, quello abbattuto. Alla fine il rivoluzionario si trova costretto ad ammettere, e ci crede anche, che la sua azione e permanenza è indispensabile perché il regime abbattuto era talmente iniquo, che nulla del suo agire sarà mai paragonabile, per quanto anche malvagiamente perverso. Non solo, cardine di ogni rivoluzione è il porgersi come filantropi che si siano resi custodi nell’impedire il ritorno dei cacciati, anche se morti e sepolti.

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A metà settecento il Gibbon scrisse il suo famoso trattato Storia della decadenza e caduta dell’impero romano.

La sua tesi era che l’Impero Romano fosse caduto perché la popolazione si era convertita al cristianesimo.

Questa tesi fu immediatamente bene accolta dagli intellettuali dell’epoca, perché cardine dell’illuminismo e, dopo, dell’ideologia liberal socialista, è l’ateismo attivo, ossia quello che combatte apertamente la religione. Stalin, per esempio, si dette un gran da fare contro la religione nell’Unione Sovietica: gli annali della Lubianka riportano 115,000 preti uccisi. Ma non ci si creda che i liberal siano da meno.

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Sia Heather sia De Jaeghere espongono invece i fatti della caduta dell’Impero Romano in modo più obiettivo e rispettoso, seguendo criticamente gli storici dell’epoca avevano riportato: essi sono infatti le nostre uniche vere fonti in materia. Ambedue disgiungono i fatti dall’interpretazione che possa esserne data.

Gli autori dimostrano che quella civiltà collassò per le seguenti cause:

– crollo demografico, per far fronte al quale si inaugurò

– una persecuzione fiscale che

– distrusse l’economia; allora si cercò vanamente di ovviare tramite

– l’immigrazione massiccia.

Quale corollario, al crollo demografico conseguì l’impossibilità di reclutare e gestire un esercito efficiente e motivato. Gli eserciti mercenari sono sempre infidi.

Gli attuali liberal socialisti non hanno visto di buon occhio codesti trattati e queste tesi.

Lasciamo alla penna di Rino Camilleri un arguto commento.

«Se tutto questo ci ricorda qualcosa, abbiamo azzeccato anche il motivo per cui gli intellò politicamente corretti d’oltralpe sono insorti. La vecchia tesi di Edward Gibbon, che è settecentesca e perciò più vecchia del cucco, forse poteva andar bene a Marx, ma non ha mai retto: non fu il cristianesimo a erodere l’Impero Romano, per la semplice ragione che la nuova religione era minoritaria e tale rimase a lungo anche dopo Costantino. L’Impero cessò ufficialmente nel V secolo, quando i cristiani erano neanche il dieci per cento della popolazione. Solo nella pars Orientis erano maggioranza. Infatti, Bisanzio resse altri mille anni: quelli che combattevano per difenderla erano tutti cristiani. E pure a Occidente erano cristiani soldati (inutilmente) vittoriosi come Ezio e Stilicone.

Michel De Jaeghere, direttore del Figaro Histoire, fa capire che tutto cominciò col declino demografico. I legionari, tornati a casa dopo anni di leva, mal si adattavano a una condizione di lavoratori che, quanto a profitto, li metteva a livelli quasi servili. Così andavano a ingrossare la plebe urbana, cui panem et circenses gratuiti non mancavano. Le virtù stoiche della pietas e della fidelitas alla res publica vennero meno, e il contagio, al solito, partì dalle élites. Nelle classi alte si diffuse l’edonismo, per cui i figli sono una palla al piede. Coi costumi ellenistici dilagarono contraccezione, concubinaggio e divorzio, tant’è che Augusto dovette emanare leggi contro il celibato. Inutili. Anche perché, secondo i medesimi costumi, l’omosessualità era aumentata in modo esponenziale. Roma al tempo di Cesare aveva un milione di abitanti: sotto Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore d’Occidente, solo ventimila. Già nel II secolo dopo Cristo l’aborto aveva raggiunto livelli parossistici e, da misura estrema per nascondere relazioni illecite, era diventato l’estremo contraccettivo. Solo i cristiani vi si opponevano, ma erano pochi e pure periodicamente decimati dalle persecuzioni. Così, ogni volta i censori dovevano constatare che di gente da tassare e/o da mandare a difendere il limes ce n’era sempre meno. Le regioni di confine divennero lande semivuote, tentazione fortissima per i barbari dell’altra parte. Si pensò allora di arruolarli: ammessi ai benefici della civiltà romana, ci avrebbero pensato loro a difendere le frontiere. E ci si ritrovò con intere legioni composte da barbari che non tardarono a chiedersi perché dovevano obbedire a generali romani e non ai loro capi naturali. Metà di loro erano germanici, e si sentivano più affini a quelli che dovevano combattere. La spinta all’espansione era cessata quando i romani si erano resi conto che, schiavi a parte, in Europa c’era poco da depredare. I barbari, invece, vedevano i mercanti precedere le legioni portando robe che li sbalordivano (e ingolosivano). Si sa come è andata a finire.

Intanto, che fa il fisco per far fronte al mancato introito (dovuto alla denatalità)? La cosa più facile (e stupida) del mondo: aumenta le tasse. Solo che gli schiavi non le pagano, e sono il 35% della popolazione. Gli schiavi non fanno nemmeno il soldato. I piccoli proprietari, rovinati, abbandonano le colture, molti diventano latrones (cosa che aumenta il bisogno di soldati). Il romano medio cessa di amare una res publica che lo opprime e lo affama, e non vede perché debba difenderla. Nel IV secolo gli imperatori cristiani cercarono di tamponare la falla principale con leggi contro il lassismo morale, intervenendo sui divorzi, gli adulteri, perfino multando chi rompeva le promesse matrimoniali. Ma ormai era troppo tardi, la mentalità incistata e diffusa vi si opponeva. Già al tempo di Costantino le antiche casate aristocratiche erano praticamente estinte. L’unica rimasta era la gens Acilia, non a caso cristiana. Solo una cosa può estinguere una civiltà, diceva Arnold Toynbee: il suicidio. Quando nessuno crede più all’idea che l’aveva edificata. Troppo sinistro è il paragone con l’oggi, sul quale, anzi, il sociologo delle religioni Massimo Introvigne in un suo commento al libro di De Jaeghere ha infierito affondando il coltello nella piaga: i barbari che presero l’Impero non avevano una «cultura forte» e riconoscevano la superiorità di quella romana. Infatti, ne conservarono la nostalgia e, alla prima occasione, ripristinarono l’Impero (Sacro e) Romano. Si può dire lo stesso degli odierni immigrati islamici? I quali pensano che la «cultura superiore» sia la loro?»

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Difficile non trarne le conseguenze odierne.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Ideologia liberal

Ocse. In cinque anni scadrà un trilione di corporate bond.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-14.

2019-03-02__Ocse__001

Sant’Agostino e San Giovanni Evangelista sono i santi patroni dei tipografi: ma elargiscono grazie spirituali, non certo cinque trilioni di dollari.


«Una montagna di debito, un castello di carta di dimensioni mai viste in precedenza che rischia crollare alla prossima recessione o rallentamento economico»

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«L’Ocse non è certo la prima organizzazione a lanciare un allarme sui corporate bond, le obbligazioni emesse a piene mani dalle società non finanziarie in questo ultimo decennio di politiche ultra-espansive da parte delle Banche centrali, ma i dati pubblicati dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico provocano timori più che legittimi»

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«A partire dall’ammontare di titoli che circolano sul mercato, che a fine 2018 sfiorava i 13mila miliardi di dollari: oltre il doppio rispetto a 10 anni fa, quando la più profonda crisi finanziaria che si ricordi stava per scoppiare»

*

«Rispetto al 2008 una delle differenze più significative e temute riguarda l’ampiezza del fenomeno»

*

«Oltre alle economie avanzate (più di 10mila miliardi, con gli Stati Uniti che fanno ovviamente la parte del leone con quasi 6mila miliardi) stavolta risultano pienamente coinvolti anche i Paesi emergenti (con titoli per 2.780 miliardi, poco meno dell’Europa). In particolare la Cina (1.720 miliardi), da molti è additata come l’area di rischio principale»

*

«la quota di obbligazioni investment grade di qualità inferiore (cioè le «Triple B») si attesti al massimo storico vicina al 54% (era appena al 30% nel 2008)»

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«uno shock finanziario simile a quello del 2008, obbligazioni societarie per 500 miliardi rischiano di essere trasferite nel mercato high yield entro un anno»

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«A partire dal dicembre 2018, le società delle economie avanzate dovranno pagare o rifinanziare 2.900 miliardi di dollari in 3 anni e quelle dei Paesi emergenti 1.300 miliardi: due dati che, se messi insieme come nota l’Ocse, valgono una cifra «vicina al valore totale del bilancio della Federal Reserve»»

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2019-03-02__Ocse__002

Il sistema economico occidentale, unitamente a quello dei paesi ad esso vicini, sta cercando disperatamente di uscire dalla crisi del 2009, che ha dissanguato le banche centrali, che vedono ora i loro margini di manovra sostanzialmente ridotti. Rimettere in moto a pieno ritmo le rotative potrebbe portare al collasso del ssitema.

A ciò si deve aggiungere il fatto che la crisi che inizia a fare capolino avrebbe dimensioni ben maggiori della precedente.

Anche se a guai fatti a ben poco serve cercare i ‘colpevoli‘, non si può fare a meno di individuare in una classe politica ottusa la situazione odierna.  Mantenendo tassi prossimi allo zero, se non anche negativi, la banche centrali si sono dovute trasformare da prestatrici di ultima istanza ad investitrici di ultima istanza: un ruolo inedito, ben poco esplorato dal punto di vista teorico. Sono semplicemente piene di carta straccia.

Le banche centrali hanno fatto sforzi eroici, nella presunzione che i politici approfittassero del lasso di tempo loro concesso per metter mano a riforme strutturali del sistema economico occidentale. Mai fiducia fu peggio riposta. E con il termine ‘riforme‘ si deve intendere una delegiferazione associata a deburocratizzazione, con conseguente riduzione della presenza dello stato nei processi economici.

Orbene: nulla di tutto questo è accaduto, quindi i nodi iniziano a venire al pettine.

Adesso, sul solo fronte dei bond societari, 12.95 trilioni di Usd, le economie avanzate detengono 10.17 trilioni Usd mentre i pesi emergenti 2.78 trilioni Usd. Dovranno, dovrebbero, ben renderli.

Per quanto riguarda le scadenze, nei prossimi cinque anni dovrebbero essere rifusi un po’ meno di cinque trilioni: grosso modo, un trilione ogni anno.

Ed il tutto in un momento di stasi, per non dire stagnazione. dell’economia europea.

Si faccia grande attenzione.

Il paziente era vivo un secondo prima di morire.

Il fatto che l’attuale sistema economico regga non significa minimamente che possa reggere anche in futuro.

Nota.

Il problema dei corporate bond mica che sia l’unico: ci sono anche, ma solo a titolo di esempio, il problema dei debiti pubblici e quello del welfare oramai ingovernabile.

Mr Marchionne aveva ragione nel prevedere la società della miseria.


Sole 24 Ore. 2019-02-28. L’allarme Ocse sui corporate bond: un «trilione» in scadenza per i prossimi 5 anni

Una montagna di debito, un castello di carta di dimensioni mai viste in precedenza che rischia crollare alla prossima recessione o rallentamento economico. L’Ocse non è certo la prima organizzazione a lanciare un allarme sui corporate bond, le obbligazioni emesse a piene mani dalle società non finanziarie in questo ultimo decennio di politiche ultra-espansive da parte delle Banche centrali, ma i dati pubblicati dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico provocano timori più che legittimi. A partire dall’ammontare di titoli che circolano sul mercato, che a fine 2018 sfiorava i 13mila miliardi di dollari: oltre il doppio rispetto a 10 anni fa, quando la più profonda crisi finanziaria che si ricordi stava per scoppiare.

Un fenomeno ormai globale

Rispetto al 2008 una delle differenze più significative e temute riguarda l’ampiezza del fenomeno. Oltre alle economie avanzate (più di 10mila miliardi, con gli Stati Uniti che fanno ovviamente la parte del leone con quasi 6mila miliardi) stavolta risultano pienamente coinvolti anche i Paesi emergenti (con titoli per 2.780 miliardi, poco meno dell’Europa). In particolare la Cina (1.720 miliardi), da molti è additata come l’area di rischio principale vista la trasparenza ancora approssimativa dei mercati, ormai è diventata il secondo emittente corporate più grande a livello mondiale in termini di ammontare annuo.

La carica delle «Triple B»

Non si tratta però soltanto di una questione meramente quantitativa: «Anche i rischi e le vulnerabilità nel mercato del debito societario sono significativamente diversi da quelli del precedente ciclo pre-crisi», nota l’Ocse, ricordando come da una parte la quota di obbligazioni investment grade di qualità inferiore (cioè le «Triple B») si attesti al massimo storico vicina al 54% (era appena al 30% nel 2008) e dall’altra vi sia nel frattempo «stata una netta diminuzione dei diritti delle obbligazioni societarie che potrebbe amplificare gli effetti negativi in caso di stress del mercato». Il problema, sottolineano sotto questo aspetto gli analisti, è che «nel caso di uno shock finanziario simile a quello del 2008, obbligazioni societarie per 500 miliardi rischiano di essere trasferite nel mercato high yield entro un anno», costringendo così i fondi che seguono in modo passivo i benchmark (la stragrande maggioranza) a vendite automatiche difficili da assorbire da investitori non-investment grade.

A peggiorare ulteriormente la situazione, sempre nel caso di un’eventuale recessione o di un rallentamento marcato dell’economia reale, contribuisce il fatto che le società si troveranno ad affrontare livelli record di rimborsi a breve e medio termine. A partire dal dicembre 2018, le società delle economie avanzate dovranno pagare o rifinanziare 2.900 miliardi di dollari in 3 anni e quelle dei Paesi emergenti 1.300 miliardi: due dati che, se messi insieme come nota l’Ocse, valgono una cifra «vicina al valore totale del bilancio della Federal Reserve».

Il «muro» da un trilione di dollari l’anno

Per le economie avanzate, in particolare, si profila di fronte alla vista un vero e proprio «muro di scadenze» costituito da quasi un trilione (cioè mille miliardi di dollari) all’anno per il prossimo quinquennio. Ma l’impatto rischia di essere ancora più significativo per i Paesi emergenti, visto che «l’importo dovuto entro i prossimi 3 anni ha raggiunto il record del 47% del totale delle consistenze, quasi il doppio della percentuale nel 2008”.

In calo le protezioni dei «covenant»

Riguardo alle emissioni high yield, l’Ocse rileva infine anche una marcata diminuzione dell’utilizzo di strumenti di protezione quali i covenant, clausole inserite in modo apposito in un contratto obbligazionario per proteggere i diritti dei possessori di obbligazioni. Se infatti è vero che per le emissioni di qualità elevata il livello di covenant si è mantenuto pressoché invariato fra il 16 e il 18% nell’ultimo decennio, quando si guarda ai non investment grade l’utilizzo della «protezione» è sceso nel medesimo periodo dal 47% al 34 per cento. «La riduzione del divario fra le obbligazioni investment grade e non investment grade sfida la tradizionale relazione tra qualità del bond e il grado di protezione richiesto dagli investitori», rileva ancora l’Ocse, sottolineando come questa dinamica possa «influenzare negativamente i loro portafogli».

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Ideologia liberal, Unione Europea

Germania. La miseria sta crescendo. – Handelsblatt. Confindustria Tedesca.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-10.

Das Brandenburger Tor in Berlin

Germania. Non è povera. È misera. – Financial Times

Germania. 13 milioni di poveri e 330,000 famiglie con la luce tagliata.

‘Massive’ rich-poor gap in German society

German poverty rising despite economic growth

Germania. Non è povera. È misera. – Financial Times

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Una volta alla domanda se avessero voluto burro oppure cannoni i tedeschi risposero compatti che volevano i cannoni. E ne furono saziati.

Adesso alla domanda se volevano essere ecologicamente lindi e sessualmente pervertiti oppure con un lavoro decente hanno optato per la prima soluzione. Ora vivono il frutto della scelta fatta.

Confindustria tedesca traccia il quadro della miseria in Germania.

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Handelsblatt. 2017-08-16. 7,7 Millionen Deutsche in Teilzeit oder Mini-Jobs

«Die Zahl der Erwerbstätigen in atypischer Beschäftigung steigt weiter und liegt nun bei rund 7,7 Millionen. Dazu gehören befristete Tätigkeiten, Teilzeitarbeit bis 20 Wochenstunden, Zeitarbeit sowie diverse Minijobs.

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BerlinMit dem Beschäftigungszuwachs in Deutschland ist auch die Zahl der Erwerbstätigen in sogenannter atypischer Beschäftigung gestiegen. Dazu gehören befristete Tätigkeiten und Teilzeit bis zu 20 Wochenstunden ebenso wie Zeitarbeit und bestimmte Minijobs. Die Zahl der in solchen Beschäftigungsverhältnissen arbeitenden Menschen legte 2016 um 121.000 auf knapp 7,7 Millionen zu, wie das Statistische Bundesamt am Mittwoch mitteilte. Ihr Anteil an allen Erwerbstätigen im Alter zwischen 15 und 64 Jahren blieb mit 20,7 Prozent (2015: 20,8 Prozent) aber nahezu unverändert. Die Zahl der Personen in normalen Arbeitsverhältnissen stieg gleichzeitig um 808.000 auf 25,6 Millionen.

Der Anteil der befristet Beschäftigten stieg demnach auf 7,2 Prozent (2015: 7,0 Prozent). Damit hatte etwa jeder 14. einen befristeten Arbeitsvertrag. Auch der Anteil der Leiharbeit sei leicht auf 2,0 Prozent der Erwerbstätigen gestiegen. Die Statistiker berücksichtigen dabei nur Erwerbstätige bis zum 65. Lebensjahr, die nicht in Bildung, Ausbildung oder einem Freiwilligendienst sind. Studenten und Rentner in Minijobs werden zum Beispiel daher nicht mitgerechnet. Grundlage ist der Mikrozensus, für den jährlich in einer Stichprobe ein Hundertstel der Bevölkerung befragt wird.

Die höchste Zahl atypisch Beschäftigter wurde im Jahr 2010 mit knapp 7,95 Millionen verzeichnet. Ihr Anteil an den Erwerbstätigen betrug damals 22,6 Prozent. Bis 2014 ging die absolute Zahl zurück. 2015 war sie erstmals wieder gestiegen. ….»

7.7 milioni di tedeschi hanno un Miniarbeit ovvero un part-time involontario. Si tratta di posti di lavoro a tempo determinato e a tempo parziale fino a 20 ore settimanali, nonché di lavoro temporaneo. Nel 2016 il numero di persone occupate in questi lavori è aumentato di 121’000 unità, raggiungendo quasi 7,7 milioni di persone. La loro quota sul totale degli occupati di età compresa tra i 15 e i 64 anni è rimasta praticamente invariata al 20,7 per cento (2015: 20,8 per cento). Il numero di persone con un’occupazione normale è aumentato di 808.000 unità, raggiungendo i 25,6 milioni. La percentuale di lavoratori temporanei è salita al 7,2 per cento (2015: 7,0 per cento). Il maggior numero di persone occupate atipicamente è stato registrato nel 2010 con poco meno di 7,95 milioni. A quel tempo, rappresentavano il 22,6% della forza lavoro.

Questi 7.7 milioni di persone lavorano 15 ore la settimana e ricavano 450 euro al mese.

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Zeit. 2017-10-12. Immer mehr Menschen haben mehrere Jobs

«In Deutschland können 3,2 Millionen Menschen von einem Beschäftigungsverhältnis allein nicht leben. Die Linke wirft der scheidenden Bundesregierung vor, versagt zu haben.

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In Deutschland gehen immer mehr Beschäftigte mehreren Jobs nach. Binnen zehn Jahren nahm die Zahl der sogenannten Mehrfachbeschäftigten nahezu kontinuierlich um rund eine Million auf 3,2 Millionen im vergangenen März zu. Das geht aus Zahlen hervor, die die Bundesagentur für Arbeit auf Anfrage der Linkspartei veröffentlichte.

Im Einzelnen hatten zuletzt 2,7 Millionen Arbeitnehmer eine sozialversicherungspflichtige Beschäftigung und mindestens eine weitere geringfügige Beschäftigung. Mehr als 310.000 hatten neben der sozialversicherungspflichtigen Beschäftigung mindestens eine weitere sozialversicherungspflichtige. Die dritte Variante: Arbeitnehmer mit ausschließlich geringfügigen Beschäftigungsverhältnissen. Das betraf über 260.000 Menschen.»

Sempre più persone hanno diversi lavori. In Germania, 3,2 milioni di persone non possono vivere con un solo rapporto di lavoro. Nel giro di dieci anni, il numero dei cosiddetti dipendenti multipli è aumentato quasi continuamente di circa un milione, arrivando a 3,2 milioni nel marzo scorso.

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«Altra figura lavorativa, che è molto cresciuta negli ultimi decenni, è quella dei cosiddetti Aufstocker, termine che è difficile da rendere in italiano, ma che forse potrebbe essere tradotto come “integratore”. Nella sostanza gli Aufstocker sono dei lavoratori che percepiscono un salario così basso da rendere necessaria un’integrazione economica da parte dello Stato, altrimenti avrebbero serie difficoltà a far fronte alle loro spese correnti e ad arrivare a fine mese. Nella maggior parte dei casi essi sono lavoratori part-time, ma si sono registrati non pochi episodi di lavoratori a tempo pieno che chiedono un aiuto economico allo Stato per poter sbarcare il lunario; sono per esempio padri di famiglia con figli a carico che, seppur lavorando 40 ore alla settimana, non riescono con i loro magri salari a garantire un’esistenza degna a sé stessi e ai loro cari. Il numero degli Aufstocker in Germania è di 1,2milioni di unità.» [Fonte]

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Zeit. 2018-06-12. Fast jede zweite Altersrente liegt unter 800 Euro

«Millionen Rentner beziehen eine sehr niedrige Rente, geht aus einer Regierungsantwort hervor. Die Einkommenssituation sei aber besser, als die Zahlen nahelegten.

Etwa 8,6 Millionen Rentner erhielten Ende 2016 eine Altersrente von weniger als 800 Euro monatlich. Das entspricht einem Anteil von 48 Prozent aller Rentner, geht aus der Regierungsantwort auf eine parlamentarische Anfrage der Linken-Sozialexpertin Sabine Zimmermann hervor. 62 Prozent der Renten liegen demnach unter 1.000 Euro. Von den Renten unter 800 Euro sind 27 Prozent der Männer und 64 Prozent der Frauen betroffen. Die Zahlen beziehen sich dem Bericht zufolge auf Renten nach Sozialversicherungsbeiträgen vor Abzug von Steuern. Daten für das vergangene Jahr lagen noch nicht vor.»

Alla fine del 2016, circa 8,6 milioni di pensionati hanno ricevuto una pensione di vecchiaia inferiore a 800 euro al mese. Ciò corrisponde al 48 per cento di tutti i pensionati, secondo la risposta del governo.

Il 62% delle pensioni è inferiore a 1.000 euro. Delle pensioni sotto gli 800 euro, il 27 per cento degli uomini e il 64 per cento delle donne sono colpiti. Secondo la relazione, le cifre si riferiscono alle pensioni al netto dei contributi previdenziali al lordo delle imposte.

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Riassumendo.

«7.7 milioni di tedeschi hanno un Miniarbeit …. rappresentavano il 22,6% della forza lavoro»

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«Questi 7.7 milioni di persone lavorano 15 ore la settimana e ricavano 450 euro al mese»

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«Il numero degli Aufstocker in Germania è di 1,2milioni di unità»

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«Alla fine del 2016, circa 8,6 milioni di pensionati hanno ricevuto una pensione di vecchiaia inferiore a 800 euro al mese»

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«Il 62% delle pensioni è inferiore a 1.000 euro …. il 64 per cento delle donne sono colpite»

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Questa situazione in altri tempi era denominata schiavitù.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Ideologia liberal, Unione Europea

Ispra. Inquinamento. Riscaldamento 38%, auto 9%, energia 4.8%.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-02.

2019-02-28__Inquinamento__001

L’Ispra è l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale è un ente pubblico di ricerca italiano, istituito con la legge n. 133/2008, e sottoposto alla vigilanza del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare.

2019-02-28__Inquinamento__002

«Quando in una città i livelli di polveri sottili salgono oltre le soglie di pericolo, i sindaci intervengono con il blocco del traffico»

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«Una misura che servirà a poco, stando all’ultima analisi dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale»

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«le voci più «pesanti» dell’inquinamento da particolato PM 2,5 sono il riscaldamento e gli allevamenti intensivi di animali, rispettivamente con il 38% e il 15,1%.»

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«I veicoli sono al quarto posto con il 9%, precedute dall’industria con l’11,1%.»

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2019-02-28__Inquinamento__003

Cerchiamo di raccapezzarci un pochino.

Per decine di anni le automobili sono state demonizzate come perfido strumento di inquinamento atmosferico. Per non parlare poi di quelle spinte da motori diesel.

L’industria tedesca sta rosolando alla fiamma ambientalista alimentata dal Dieselgate. e tutto perché a quanto sembrerebbe non avrebbero letto la relazione dell’Ispra.

Chi fosse rimasto allo slogan che le centrali elettriche a carbone inquinano, si adegui immediatamente: la produzione di energia rende conto solo del 4.8% dell’inquinamento globale, quella terrifica causa «nel 2016 circa 4,2 milioni di persone al mondo sono morte prematuramente».

Le grandi fonti di inquinamento sarebbero due: il riscaldamento per il 38% e gli allevamenti animali per il 15.1%.

Ci si aspetta di conseguenza che il nostro buon Governo proibisca il riscaldamento domestico e metta il bando la carne di ogni tipo: gli allevamenti di animali dovrebbero essere proibiti sul suolo italico. Senza dimenticarsi di proibire la tenuta di cani, gatti e canarini in gabbia: veri e propri untori.

E cosa mai dire dei sessanta milioni di italiani che mediamente una vola al giorno depositano feci inquinanti e diverse volte al giorno svuotano la vescica? Sono grosso modo diciotto milioni di kilogrammi di sterco umano ogni giorno che Dio manda. A presto qualcuno verrà a proporre lo sterminio degli italiani.


Corriere. 2019-02-27. Inquinamento: il 50% è prodotto dai riscaldamenti e allevamenti intensivi

Quando in una città i livelli di polveri sottili salgono oltre le soglie di pericolo, i sindaci intervengono con il blocco del traffico. Una misura che servirà a poco, stando all’ultima analisi dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Secondo lo studio, infatti, le voci più «pesanti» dell’inquinamento da particolato PM 2,5 sono il riscaldamento e gli allevamenti intensivi di animali, rispettivamente con il 38% e il 15,1%. I veicoli sono al quarto posto con il 9%, precedute dall’industria con l’11,1%.

Perché l’Ispra ha studiato il PM 2,5?

Il particolato, PM dall’inglese Particulate Matter, è l’insieme delle sostanze sospese nell’aria che hanno una dimensione fino a 500 nanometri (un nanometro è la milionesima parte di un millimetro), considerate gli inquinanti di maggior impatto nelle aree urbane. Si tratta di fibre, particelle carboniose, metalli, silice, inquinanti liquidi e solidi che finiscono in atmosfera per cause naturali o per le attività dell’uomo. Le fonti naturali (terra, sale marino, pollini, eruzioni vulcaniche) ci sono sempre state, quelle dovute all’uomo (traffico, riscaldamento, processi industriali, inceneritori) sono aumentate negli ultimi decenni con la sovrappopolazione e i processi di industrializzazione, sommandosi alle prime. Le polveri più pericolose sono quelle con diametro inferiore a 10 nanometri , il cosiddetto PM10, il cui 60% è composto da particelle con dimensioni inferiori a 2,5 nanometri. Il PM 2,5 è la frazione più leggera, quella che rimane più a lungo nell’atmosfera prima di cadere al suolo e che noi respiriamo maggiormente. Sono proprio queste particelle a entrare più in profondità nei nostri polmoni, aumentando il rischio di patologie gravi: asma, bronchiti, enfisema, allergie, tumori, problemi cardio-circolatori.

Particolato primario e secondario

Il calcolo eseguito dall’Ispra tiene conto del particolato primario e secondario insieme. Una novità che cambia la lettura dei dati e l’origine delle cause. Il primario è quello direttamente emesso dalle sorgenti inquinanti (ad esempio dai tubi di scappamento delle auto): il 59% è dovuto al riscaldamento, il 18% alle auto, il 15% all’industria, mentre il contributo degli allevamenti intensivi è irrisorio (l’1,7% di PM 2,5). Ma questa è una fotografia parziale della realtà. Le polveri, infatti, si formano anche in atmosfera a causa dei processi chimico-fisici che coinvolgono le particelle già presenti. In questi casi si parla di particolato secondario e le percentuali cambiano.

Il contributo degli allevamenti intensivi al PM 2,5 passa così dall’1,7% al 15,1%, diventando la seconda fonte di inquinamento totale da polveri.

«Il PM 10 e ancora di più il PM 2,5 – afferma Vanes Poluzzi, dell’Arpa dell’Emilia Romagna – sono composti per una percentuale rilevante da particelle di natura secondaria che si formano in atmosfera a partire da ossidi di azoto e zolfo, ammoniaca e composti organici volatili. Tale contributo secondario tende tra l’altro ad aumentare in caso di condizioni meteorologiche di stabilità atmosferica, quando si raggiungono i massimi livelli di inquinamento». E nelle principali città della Lombardia, una delle aree più inquinate del Paese, il particolato secondario è maggiore del primario.

L’attenzione verso gli allevamenti

L’Ispra punta il dito soprattutto verso gli allevamenti intensivi, i principali responsabili di emissione di ammoniaca nell’aria (il 76,7% a livello nazionale nel 2015), principale fonte di particolato secondario. Non solo: «Il problema è che il settore allevamenti non può essere oggetto di misure di emergenza». In altre parole: mentre per intervenire sul traffico si può bloccare la circolazione dei veicoli, o per ridurre l’effetto del riscaldamento si può limitare la temperatura interna, per intervenire sulla seconda causa di particolato in Italia, secondo Ispra, si deve ricorrere ad «azioni più strutturali, come la riduzione dei capi o le opzioni tecnologiche». Se si guardano i dati degli ultimi sedici anni, si vede come il settore allevamenti non ha subito alcun tipo di miglioramento in termini di inquinamento da PM. Anzi, se nel 2000 gli allevamenti erano responsabili del 10,2% di particolato, nel 2016 la percentuale di PM 2,5 causato dagli allevamenti ha subito un incremento del 32%. Il trend degli ultimi anni è chiaro: diminuisce l’inquinamento dovuto a auto, moto e del trasporto su strada, diminuisce quello legato ad agricoltura, industria e produzione energetica. Ma aumenta la quota legata al riscaldamento (che passa dal 15% del 2000 al 38% del 2016) e al settore allevamenti (dal 10,2% al 15,1% in sedici anni). Le frontiere su cui dovremo lavorare nei prossimi anni.

I nuovi limiti europei

Una direttiva del 2016 ha ridotto del 40% il tetto delle emissioni consentite di PM primario, oltre ad aver introdotto limiti per le emissioni di ammoniaca entro il 2030. E, secondo l’Ispra, se gli allevamenti intensivi non diminuiranno le emissioni, avremo problematiche con i superamenti delle concentrazioni di PM 2,5. Cosa stanno facendo le Regioni per arginare la situazione? Le prime linee guida risalgono al 2016 e prevedono il divieto di spandimento dei reflui zootecnici da novembre a febbraio e la copertura delle vasche di raccolta dei reflui. «Le Regioni stabiliscono questi divieti ma il problema sono i controlli – dice Daniela Cancelli di Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile –. Gli allevamenti sono tanti e i controlli chi li fa? Inoltre il ministero dell’Ambiente dovrebbe fare delle linee guida a livello nazionale, perché lasciare le Regioni e i Comuni a gestire l’emergenza non è efficace».

Oms, oltre 4 milioni i morti in Europa per inquinamento atmosferico

Secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, nel 2016 circa 4,2 milioni di persone al mondo sono morte prematuramente a causa dell’inquinamento atmosferico. Inoltre, il 91% della popolazione mondiale vive in luoghi dove i livelli di qualità dell’aria non soddisfano i limiti fissati dall’OMS17.

L’Agenzia Europea dell’Ambiente stima che nel 2015 in Europa l’esposizione a concentrazioni elevati di PM sia stata responsabile della morte prematura di circa 442mila persone. Rispetto al PM 2,5, stando ai limiti dell’Unione Europea, nel 2016 circa l’8% di abitanti del vecchio continente sono stati esposti a questa particella oltre i limiti fissati, mentre stando ai ben più rigidi dettami dell’Organizzazione mondiale della sanità, tra il 74% e l’85% della popolazione europea è stata esposta a concentrazioni superiori ai limiti. Ovvero quasi tutti noi.

Per quanto riguarda le stime nazionali, secondo l’Ispra, in Italia il 7% circa di tutte le morti per cause naturali è stato imputato all’inquinamento atmosferico. Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, l’Italia è il secondo Paese in Europa per decessi prematuri; al primo posto la Germania, con 60.600 morti attribuite all’inquinamento da PM2,5 nel 2015.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Ideologia liberal, Senza categoria, Unione Europea

Germania. Basf annuncia -23% sui profitti.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-28.

Goya Francisco. Il gigante.

L’Unione Europea ha due grandi malate croniche: la Francia e la Germania.

Se la malattia della Francia si Chiama Macron, quella della Germania si chiama Merkel. Il quadro sindromico è simile: aderenza all’ideologia liberal socialista che si esprime in uno statalismo che soffoca la produzione con tasse e burocrazia.

Germania. Non è povera. È misera. – Financial Times

Germania. La demografia che stritola. Mancano tre milioni di lavoratori. – Vbw.

Germania. Metà Dax-30 è in mano straniera. – Handelsblatt.

Cina. Grande Muraglia contro la Germania. – Handelsblatt.

Germania. La policromia dei debiti dei comuni. Qualcuno deve pagarli.

Germania. Destatis. Ordini all’industria. Variazione grezza a/a -10.8%.

Germania. Confindustria punta il dito contro Frau Merkel.

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Con un calo del 10.8% degli ordinativi all’industria, sarebbe stato da sprovvidi sperare che i fatturati non calassero di conserva.

La Basf ha annunciato che nel 2018 i profitti sono scesi del 23%.

«Il gruppo chimico tedesco Basf ha registrato un utile netto in calo nel 2018, a causa delle difficolta’ nel settore auto con l’entrata in vigore di nuovi test delle emissioni e delle tensioni commerciali, e si aspetta una prima meta’ del 2019 difficile. Il gruppo di Ludwigshafen ha registrato un utile netto di 4,7 miliardi di euro, in calo di circa il 23% su base annua mentre l’ebit e’ sceso lo scorso anno del 21% a 6,03 miliardi di euro, con un forte calo del 67% nel quarto trimestre. Le vendite annuali sono leggermente aumentate del 2,4% rispetto al 2017, a 62,7 miliardi. A pesare l’anno scorso, spiega il gruppo, anche la lunga siccita’ estiva, che ha portato a un livello storicamente basso del Reno, che ha “praticamente fermato” la produzione nel principale sito tedesco di Basf a Ludwigshafen. Il 2019 viene dichiarato un “anno di transizione” per consolidare il gruppo. Nonostante l’esercizio moderato, Basf aumentera’ il suo dividendo annuale a 3,20 euro per azione, contro 3,10 euro nel 2017.» [Sole 24 Ore]

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Il 34.92% delle azioni è posseduto da istituzioni. Se la sede legale è in Germania, ma la proprietà è internazionale.

La politica di Frau Merkel ha depauperato la Germania in modo del tutto impressionante. Un -10.8% negli ordini all’industria è un segnalo chiaro e netto di come stiano procedendo le cose.

Ma un -23% sugli utili nel settore della chimica di base suona come le campane a morto.

Non può esistere un comparto produttivo senza un governo che lo appoggi.


Deutsche Welle. 2019-02-26. BASF profits fall 23 percent in 2018 amid trade wars, climate change

The world’s largest chemical producer saw its profits dive 23 percent in 2018. The firm said global trade conflicts, adverse weather conditions and the flagging auto industry were partly to blame.

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German chemical conglomerate BASF announced on Tuesday that its annual profits had taken a serious tumble in 2018.

The major fall came in the fourth quarter with a nearly 60 percent drop in operating profit due to a sharp decline in earnings at its basic petrochemical-making unit. Fourth-quarter group earnings before interest and tax plunged 59 percent to €630 million ($715.37 million)

Overall for 2018, BASF’s profits fell 22.6 percent to €4.7 billion, well below market expectations.

The Ludwigshafen-based firm said it was facing the domino effects from global trade conflicts and a slowdown in auto sales linked to new emissions’ standards in Europe.

“2018 was a year characterized by difficult global economic and geopolitical developments and trade conflicts,” the company said in a statement.

“Slowdown in key markets, especially the automotive industry” had hindered growth, BASF said, adding that the trade war between Beijing and Washington had exacerbated the problem.

Dry rivers impede deliveries

Another issue was the low levels of water on the Rhine river due to climate change.

“For much of the third and fourth quarter, it was nearly impossible to receive deliveries of raw materials via ship” after Germany suffered one of its worst heat waves in history in the summer of 2018.

“We are tackling these challenges,” said CEO Martin Brudermueller. “We will use 2019 as a transitional year to emerge even stronger. This year, we are adapting our structures and processes, and focusing our organization clearly on the needs of our customers.”

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Giustizia, Ideologia liberal, Trump

Trump. 16 stati ricorrono in tribunale contro l’ordine di costruzione del muro.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-22.

2019-02-22__Trump__001

Trump dichiara l’emergenza. Ma la vera notizia non è questa.

Il Presidente Trump ha emanato un Ordine in cui dichiara emergenza al confine con il Messico ed ordina la costruzione di un muro. Questo tipo di provvedimento si era reso necessario dopo che il Congresso aveva più volte negato al Presidente i fondi per la costruzione.

La risposta dei liberal democratici è stata molto rapida.

California, New York are Colorado, Connecticut, Delaware, Hawaii, Illinois, Maine, Maryland, Michigan, Minnesota, Nevada, New Jersey, New Mexico, Oregon e Virginia, tutti stati americani con governatori democratici hanno presentato istanza alla Corte Federale del Distretto di San Francisco per bloccare lo stato di emergenza dichiarato dal presidente Trump al confine con il Messico, con la seguente motivazione:

«Contrary to the will of Congress, the president has used the pretext of a manufactured ‘crisis’ of unlawful immigration to declare a national emergency and redirect federal dollars appropriated for drug interdiction, military construction and law enforcement initiatives toward building a wall on the United States-Mexico border»

Qui si può leggere l’intero documento.

L’istanza è stata nominalmente presentata da Xavier Becerra, un politico e avvocato statunitense di origini messicane, membro del Partito Democratico e deputato al Congresso per lo stato della California dal 1993 al 2017. È Procuratore generale della California dal 2017.

Manco a dirlo, questa istanza è stata presentata alla Federal District Court in San Francisco.Tale Corte dispone di 21 giudici, dei quali diciotto sono liberal democratici e solo tre sono repubblicani: in poche parole la sentenza è già scritta ed alla fine ne verrà investita la Corte Suprema.

2019-02-22__Trump__002

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Prosegue spietata la guerra civile americana che contrappone i liberal democratici alla Amministrazione Trump.

Siamo arrivati, finalmente si potrebbe dire, allo scontro finale.

Mr Trump ha già un contenzioso in attesa di giudizio presso la Suprema Corte:

Trump, Lib Dem, Suprema Corte e Census. Un duello all’ultimo sangue.

Ricordiamo che tale ricorso verte in buona sostanza sulla possibilità di voto che negli stati a governatorato democratico è concessa agli immigrati clandestini illegali, cui si oppone l’Amministrazione Trump. Nei fatti, il potere politico dei democratici affonda le sue radici proprio negli immigrati illegali, stimati essere, in via del tutto riduttiva, almeno 6.5 milioni.

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Nessuno potrebbe al momento predire come evolveranno le cose: possiamo solo dire che una vittoria del Presidente Trump annienterebbe il potere politico ed economico dei liberal democratici.

Si resta tuttavia con la bocca amara, molto amara, al dover constatare quanto i liberal democratici siano determinati ad usare la giustizia come un gruppo di fuoco politico.

Il giudizio se costruire o meno il muro è di natura politica.

Ci si pensi bene. Giudici nominati non eletti saranno chiamati ad esprimere un giudizio politico che almeno pro tempore potrebbe essere vincolante per l’intera nazione. Questa è dittatura, non certo democrazia.

La tanto millantata divisione dei poteri è disattesa proprio da coloro che ogni giorno se ne sciacquano la bocca e vorrebbero tener lezione a tutto il mondo.

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«The States of California, Colorado, Connecticut, Delaware, Hawaii, Illinois, Maine, Maryland, Minnesota, Nevada, New Jersey, New Mexico, New York, Oregon, the Commonwealth of Virginia, and Attorney General Dana Nessel on behalf of the People of Michigan (collectively, “Plaintiff States”), bring this action to protect their residents, natural resources, and economic interests from President Donald J. Trump’s flagrant disregard of fundamental separation of powers principles engrained in the United States Constitution. Contrary to the will of Congress, the President has used the pretext of a manufactured “crisis” of unlawful immigration to declare a national emergency and redirect federal dollars appropriated for drug interdiction, military construction, and law enforcement initiatives toward building a wall on the United States-Mexico border. This includes the diversion of funding that each of the Plaintiff States receive. Defendants must be enjoined from carrying out President Trump’s unconstitutional and unlawful scheme. ….

PRAYER FOR RELIEF

WHEREFORE, Plaintiff States respectfully request that this Court enter judgment in their favor, and grant the following relief:

  1. Issue a judicial declaration that the Executive Actions’ diversion of federal funds toward construction of a border wall is unconstitutional and/or unlawful because it: (a) violates the separation of powers doctrine; (b) violates the Appropriations Clause; and (c) exceeds congressional authority conferred to the Executive Branch and is ultra vires;

  2. The States of California and New Mexico seek a judicial declaration that Defendants violated NEPA and the APA and further seek an order enjoining DHS, requiring it to comply with NEPA and the APA—including preparing an EIS—before taking any further action pursuant to the Executive Actions;

  3. Permanently enjoin Defendants from constructing a border wall without an appropriation by Congress for that purpose;

  4. Permanently enjoin Defendants from diverting federal funding toward construction of a border wall; and

  5. Grant such other relief as the Court may deem just and proper.»


The New York Times. 2019-02-20. 16 States Sue to Stop Trump’s Use of Emergency Powers to Build Border Wall

WASHINGTON — A coalition of 16 states, including California and New York, on Monday challenged President Trump in court over his plan to use emergency powers to spend billions of dollars on his border wall.

The lawsuit is part of a constitutional confrontation that Mr. Trump set off on Friday when he declared that he would spend billions of dollars more on border barriers than Congress had granted him. The clash raises questions over congressional control of spending, the scope of emergency powers granted to the president, and how far the courts are willing to go to settle such a dispute.

The suit, filed in Federal District Court in San Francisco, argues that the president does not have the power to divert funds for constructing a wall along the Mexican border because it is Congress that controls spending.

Xavier Becerra, the attorney general of California, said in an interview that the president himself had undercut his argument that there was an emergency on the border.

“Probably the best evidence is the president’s own words,” he said, referring to Mr. Trump’s speech on Feb. 15 announcing his plan: “I didn’t need to do this, but I’d rather do it much faster.”

The lawsuit, California et al. v. Trump et al., says that the plaintiff states are going to court to protect their residents, natural resources and economic interests. “Contrary to the will of Congress, the president has used the pretext of a manufactured ‘crisis’ of unlawful immigration to declare a national emergency and redirect federal dollars appropriated for drug interdiction, military construction and law enforcement initiatives toward building a wall on the United States-Mexico border,” the lawsuit says.

Congress is on its own separate track to challenge the president’s declaration. The House of Representatives, now controlled by Democrats, may take a two-prong approach when it returns from a recess. One would be to bring a lawsuit of its own.

Lawmakers could also vote to override the declaration that an emergency exists, but it is doubtful that Congress has the votes to override Mr. Trump’s certain veto, leaving the courts a more likely venue.

Joining California and New York are Colorado, Connecticut, Delaware, Hawaii, Illinois, Maine, Maryland, Michigan, Minnesota, Nevada, New Jersey, New Mexico, Oregon and Virginia. All have Democratic governors but one — Maryland, whose attorney general is a Democrat — and most have legislatures controlled by Democrats.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Ideologia liberal, Unione Europea

Polonia. Il voto giovanile è conservatore.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-19.

Varsavia 001

In autunno la Polonia terrà le elezioni politiche. I recenti sondaggi della propensione al voto assegnerebbero al PiS il 39.7% ed a Piattaforma Democratica  il 28.2%. Il Wiosna, un partito liberal, prenderebbe l’8.6%, mentre il Kukiz 15 varrebbe il 7.4%. Partito Socialista (pps) e verdi (pz) sono riscontrabili in tracce.

Quando però i sondaggi stratificano il comportamento giovanile, si assiste ad un sostanziale spostamento dei giovani verso la sponda conservatrice.

«Young people in Poland disproportionately vote for right-wing parties»

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«This shift is not just a temporary trend — the country’s increasingly patriotic youth are longing for more conservative values»

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«Young people were marching through Warsaw, wrapped in red and white flags, singing the national anthem»

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«They were lured into the streets by patriotism. They represent conservative values and vote for right-wing parties.»

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«In Poland, the young generation’s shift to the right is neither a temporary trend nor an expression of protest»

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«Young Poles long for post-material values such as the church, tradition and security.»

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«This shift made its mark for the first time in the 2015 parliamentary elections. Two-thirds of voters between 18 and 29 supported parties to the right of center»

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«The regional elections in October confirmed this pattern. Again, PiS won the most votes in this age group and Kukiz’15 was also able to count on their continuing support»

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«They trust authorities, are dreaming of marriage, and are proud to be Polish citizens»

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La devoluzione dell’ideologia liberal e di quella socialista sta procedendo implacabile in tutto il mondo, ed in questo la Polonia ne è stata antesignana.

Poche volte vocabolo fu meglio utilizzato: l’antesignano era il soldato romano schierato in prima linea, davanti alle insegne della legione.  E la devoluzione in oggetto ha un ché di militare, dalla grandiosità delle forze mobilitate fino all’asprezza della lotta, che da confronto politico i liberal han fatto diventare questione di vita o di morte.

I liberal stanno perdendo perché hanno fatto una lunga serie di errori pacchiani.

Che loro piaccia o meno, i giovani si riconoscono nel retaggio religioso, storico, culturale e sociale del proprio paese. Ossia nell’esatto opposto di ciò che essi propugnano.

Si valuti molto bene questa frase:

«They trust authorities, are dreaming of marriage, and are proud to be Polish citizens»

Ci si pensi bene e si cerchi di andare all’essenza: l’ideologia liberal si sta disgregando perché ha cercato di imporre la sua visione etica e morale.

Togliere alle donne il “sogno del matrimonio” equivale a snaturarle ad esseri meramente economici: invece di valorizzarle le umilia ad essere oggetti. La natura degli esseri umani non ammette filautia come movente di felicità.


Deutsche Welle. 2019-02-10. Poland’s young voters turning to the right

Young people in Poland disproportionately vote for right-wing parties. This shift is not just a temporary trend — the country’s increasingly patriotic youth are longing for more conservative values.

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It was an unusual sight when Poland celebrated 100 years of independence in November: Young people were marching through Warsaw, wrapped in red and white flags, singing the national anthem. They were lured into the streets by patriotism. They represent conservative values and vote for right-wing parties.

In Poland, the young generation’s shift to the right is neither a temporary trend nor an expression of protest. It represents a new self-image that has grown with the politics of recent years. Young Poles long for post-material values such as the church, tradition and security.

Think conservatively, vote right-wing

This shift made its mark for the first time in the 2015 parliamentary elections. Two-thirds of voters between 18 and 29 supported parties to the right of center. The national-conservative Law and Justice (PiS) party, which today governs Poland, received 27 percent of their votes. A further 21 percent went to the new right-wing populist movement Kukiz’15. The regional elections in October confirmed this pattern. Again, PiS won the most votes in this age group and Kukiz’15 was also able to count on their continuing support.

“In the past three years, young Poles have turned even more towards conservative values,” said social psychologist Marta Majchrzak, who co-authored a study published in November by the commercial research institute IQS in which scientists interviewed childless Poles between the ages of 16 and 29. “They trust authorities, are dreaming of marriage, and are proud to be Polish citizens,” she explained.

The study classified only 9 percent of respondents as “cosmopolitan” and “open to being different.”

No memory of socialism

The younger generation’s conservative attitude can be explained by the economic reforms that followed the fall of the Soviet Union. Poles under 30 have no memory of life in a socialist system. They grew up at a time when their parents started their own shops and businesses. What mattered most was economic success. The West was the ideal. Parents promised children that their new Poland would soon become an equal member of the European Union. They predicted that Poland would develop until it was equal to its neighbor Germany.

But the promises were initially followed by disappointment. Under the liberal PO party, which ruled the country from 2007 to 2015, the economy grew, but not the younger generation’s economic security. Youth unemployment peaked at more than 27 percent in 2013. Young Poles ended up on temporary contracts and their wages were lower than they had hoped. In 2007 they helped the PO win the elections one last time, but punished the party in the following years by voting for the national conservatives, who promised them a social policy.

‘This generation is by no means right-wing radical’

The young generation wants a regulated economic system precisely because the economic situation has improved in recent years. “Young Poles compare Poland’s secure situation with the disorder in the world,” said Majchrzak. According to the IQS study, Poland’s youth view their country as a safe exclave that protects them from the world’s uncertainties. Three out of four respondents said they were against accepting refugees. Almost one-third said they would give up personal freedoms for more law and order.

However, this does not mean that young Poles are moving away from democratic values. “This generation is by no means right-wing radical. Young Poles are apolitical, which is why votes for the more radical parties carry more weight,” said sociologist Henryk Domanski, who serves as director of the Institute of Philosophy and Sociology at the Polish Academy of Sciences. This also became apparent during the regional elections last autumn: A heated battle for votes took place between PO and PiS. The election campaign saw the largest voter turnout since 1990 at around 51 percent. But amongst 18 to 29-year-olds, only 37 percent voted.

“A right-wing party like Kukiz’15 can only temporarily benefit from the young generation’s conservatism,” said Domanski, noting that anti-establishment parties such as Ruch Palikota and Samoobrona won over the younger generation a few years ago, but have since lost their political significance. Domanski is convinced that young Poles will remain loyal to the conservative PiS in next year’s elections. And even beyond that, the under-30s will likely remain conservative: These days many children in Poland are growing up with parents who emigrated to Western Europe in search of better economic circumstances. These so-called Euro-orphans are growing up with their fathers or mothers away from home for months. They too, will be longing for tradition and security.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Ideologia liberal

Bolsonaro. Eliminato dalle scuole l’indottrinamento Lgbt.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-17.

2018-1-23__Bolsonaro__001

Osservate con cura. Né la vena cefalica, né la basilica, né quella cubitale mediana del braccio destro presentano segni di endovene. Questa ragazza sostiene Mr Bolsonaro: non è drogata.


«President Jair Bolsonaro is taking his anti-leftist ideological war to Brazil’s classrooms and universitie»

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«Bolsonaro and top officials have announced plans to revise textbooks to excise references to feminism, homosexuality and violence against women»

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«One of the goals to get Brazil out of the worst positions in international education rankings is to combat the Marxist rubbish that has spread in educational institutions»

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«Bolsonaro said he wanted to “enter the Education Ministry with a flamethrower to remove Paulo Freire.”»

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«The government does not have to educate anyone; it is the society that has to educate itself»

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«After Bolsonaro took office Jan. 1, the Education Ministry dismantled its diversity department and published a new set of guidelines for textbook publishers that eliminated references to topics such as violence against women and sexism»

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«Education Minister Ricardo Velez Rodriguez vowed in his inaugural speech to end the “aggressive promotion of the gender ideology.”»

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«Brazil has 13 military-run schools, which are aimed at educating children of soldiers but also accept some students based on merit. The military is the most respected institution in the country and its schools have a better reputation than many public schools»

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«the new administration’s conservative views played well with evangelicals, a powerful voter base for Bolsonaro during the campaign. Fifty-nine percent of evangelicals said they did not approve of sexual education being discussed at school.»

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«Bolsonaro and others to decry feminism and LGBTQ+ rights that poses its beneficiaries — queer people, trans people, and women — enemies of the state»

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Quando i liberal socialisti erano al potere, hanno imposto l’indottrinamento all’omosessualità nelle scuole, reprimendo con forza ogni possibile reazione contraria. I così detti corsi di educazione sessuale erano programmi di addestramento all’omosessualità, vanta come culmine dello sviluppo umano.

Adesso i partiti che propugnavano tale ideologia hanno perso il consenso degli elettori: è sequenziale che chi sia subentrato smonti tutto ciò che avevano fatto: “aggressive promotion of the gender ideology“.

In ogni caso, questo è solo l’inizio.


AP. 2019-02-14. Brazil education overhaul aims at ousting ‘Marxist ideology’

President Jair Bolsonaro is taking his anti-leftist ideological war to Brazil’s classrooms and universities, causing angst among teachers and education officials who say the government wants to fight an enemy that doesn’t exist.

Bolsonaro and top officials have announced plans to revise textbooks to excise references to feminism, homosexuality and violence against women, say the military will take over some public schools and frequently bash Paulo Freire, one of Brazil’s most famous educators, whose ideas had worldwide influence.

“One of the goals to get Brazil out of the worst positions in international education rankings is to combat the Marxist rubbish that has spread in educational institutions,” Bolsonaro tweeted on the eve of his inauguration.

While students may not yet find many differences as they return to school this month, changes are afoot.

“We are still waiting to see how, in practice, all this is going to turn out,” said Nilton Brandao, president of one of Brazil’s largest teachers’ unions, PROIFES Federacao. “Right now, it does not make any sense.”

For the government, the ideological battle begins with the removal of Freire’s legacy in schools, which Bolsonaro and other conservatives say turns students into “political militants.”

Freire, who died in 1997, was one of the founders of critical pedagogy. Conservatives contend Freire’s method encourages students to challenge traditional values such as family and the church. A socialist, Freire was briefly imprisoned during the 1964-1985 military dictatorship that Bolsonaro has repeatedly praised.

On the campaign trail, Bolsonaro said he wanted to “enter the Education Ministry with a flamethrower to remove Paulo Freire.”

Bolsonaro and his education minster appear to be looking for inspiration in philosophers like Olavo de Carvalho, a Brazilian who lives in the U.S. and is known for his anti-globalism and anti-socialist views.

While Freire believed in the state’s mission to educate the Brazilian people, including poor rural farmers and the illiterate, de Carvalho advocates reducing the state’s role in education, favoring private or religious schools.

“The government does not have to educate anyone; it is the society that has to educate itself,” de Carvalho said last year during a talk about education on his YouTube channel. He added that proposals “based on the idea that the federal government is the great educator I am going to fight to the death.”

After Bolsonaro took office Jan. 1, the Education Ministry dismantled its diversity department and published a new set of guidelines for textbook publishers that eliminated references to topics such as violence against women and sexism.

Receiving an outpouring of criticism, officials backtracked on the revised texts, saying the new guidelines had been written by the previous administration and published by mistake. Even so, Education Minister Ricardo Velez Rodriguez vowed in his inaugural speech to end the “aggressive promotion of the gender ideology.”

Velez instead defended what he called traditional values, such as family, church, school and the nation, which he said were threatened by a “crazy globalist wave.”

“The Brazilian who travels is a cannibal. He steals things from the hotel, steals the life jacket from the plane,” said Velez in an interview with Veja magazine this week. “Our kids and teenagers must receive citizenship education, which teaches how to act according to the law and morality.”

Bolsonaro has said he would review the content of Brazil’s national high school exam to rid it of any questions on gender or LGBT movements. He made the announcement in a YouTube video after seeing a question from last year’s exam on a “secret dialect used by gays and transvestites,” called Pajuba.

The Pajuba dialect mixes Portuguese and West African languages and is mostly used in Afro-Brazilian religions but has also been adopted by the Brazilian LGBT community.

“Don’t worry, there won’t be any more questions like this,” Bolsonaro said.

After his inauguration, Velez told the newspaper Folha de S. Paulo that his office will encourage municipalities interested in letting their schools be run by the military or the police.

Brazil has 13 military-run schools, which are aimed at educating children of soldiers but also accept some students based on merit. The military is the most respected institution in the country and its schools have a better reputation than many public schools.

The military is also sometimes called in to co-run public schools and bring back order.

Last year, 39.5 million students attended a public school, while private institutions, which can cost several thousand dollars a month, served 9 million.

Opponents say the selective admission process of military schools would end up being discriminatory in impoverished areas.

In general, critics say the administration is focused on the wrong things.

Claudia Costin, director of Brazil’s Center for Excellence and Innovation in Education Policies, a think tank based in Rio de Janeiro, said efforts should focus on improving training and salaries for teachers, making the entrance exam for teachers tougher and building a common syllabus for schools across the country.

The government “complains about indoctrination at school,” Costin said. “But it is not with laws that you solve these things.”

Brazil ranked 63rd out of the 72 countries and regions in the 2015 Program for International Student Assessment, conducted by the Organization for Economic Cooperation and Development.

According to the group, Brazil has as one of the largest shares of adults without secondary education. Schools are overcrowded, teacher salaries and low and school buildings are often crumbling.

More than 5.800 schools had no water supply in 2017, nearly 5.000 had no electricity and 8.400 had no sewage, according to government figures.

Many Brazilians don’t appear convinced by Bolsonaro’s plans.

In a poll published Jan. 8, 71 percent of those surveyed said politics should be discussed at school and 54 percent thought it was fine to discuss sexual education inside the classroom.

The poll, however, indicated that the new administration’s conservative views played well with evangelicals, a powerful voter base for Bolsonaro during the campaign. Fifty-nine percent of evangelicals said they did not approve of sexual education being discussed at school.

The Datafolha poll was based on 2,077 interviews carried out Dec. 18 and Dec. 19, with a margin of error of two percentage points.

Caua dos Santos Borges, a 15-year-old public school student in Rio de Janeiro, said that in her experience teachers rarely spoke about politics in the classroom and gender had never felt like a core area of the curriculum.

“Once, a student asked the teacher if he supported Bolsonaro, but the teacher didn’t respond and changed the subject,” dos Santos Borges said.


PrayerBox. 2019-02-14. Brasilien eliminiert Gender- und Homo-Ideologie aus den Lehrplänen

Präsident Bolsonaro will das Bildungssystem des Landes reformieren und verbessern. Dazu müsse der ‚marxistische Unsinn’ bekämpft werden, der in den Schulen des Landes verbreitet sei.

Brasilia

Der neue brasilianische Präsident Jair Bolsonaro hat bekannt gegeben, dass seine Regierung plant, Referenzen auf Homosexualität, die „Homo-Ehe“ und Gewalt gegen Frauen aus den Schulbüchern der öffentlichen Schulen zu streichen.

Schon Anfang Januar hat die neue Regierung des südamerikanischen Landes neue Richtlinien für Schulbücher beschlossen, die auf die Gender-Ideologie und Sexismus verzichtet haben. Das Ministerium hat außerdem seine „Diversitätsabteilung“
Am Abend seiner Inauguration am 1. Januar hat Bolsonaro über Twitter seine Absicht bekannt gegeben, Brasilien aus den hinteren Plätzen der Bildungsrangliste zu bringen. Dazu sei es notwendig, den „marxistischen Unsinn“ zu bekämpfen, der in den Bildungseinrichtungen verbreitet sei. Bildungsminister Ricardo Velez Rodriguez hat in seiner Antrittsrede versprochen, die „aggressive Verbreitung der Gender-Ideologie“ in den Schulen zu beenden.

Im „Program for International Student Assessment“, einer Untersuchung der OECD im Jahr 2015, erreichte Brasilien nur den 63. von 72 untersuchten Nationen und Regionen. Brasilien hat einen hohen Bevölkerungsanteil ohne sekundäre Bildung. Die Schulen sind überfüllt und oft in schlechtem Zustand und die Lehrergehälter sind niedrig.


Out. 2019-02-14. Bolsonaro Plans to Remove LGBTQ+ Content From School Curricula

The Brazilian president’s war on what he calls the “gender ideology” rages on.

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Brazilian President Jair Bolsonaro has promised to remove LGBTQ+ content from the South American country’s high school curriculum as part of a greater purge of what he calls “Marxist rubbish” from schools, the Associated Press reports.

Bolsonaro, whose assault on LGBTQ+ Brazilians and other marginalized groups began the day he took office Jan. 1, said that he plans to remove references to feminism, homosexuality, and violence against women from state textbooks. He also said that he plans to comb through the content of Brazil’s national high school exam after learning that a question about Pajubá, an Afro-Brazilian slang language spoken by many LGBTQ+ Brazilians, was included in last year’s exam. “There won’t be any more questions like this,” he said in a YouTube video.

The president’s education minister, Ricardo Vélez Rodríguez, has also spoken out against what he calls the “aggressive promotion of the gender ideology,” conservative rhetoric used by Bolsonaro and others to decry feminism and LGBTQ+ rights that poses its beneficiaries — queer people, trans people, and women — enemies of the state.

“We are still waiting to see how, in practice, all this is going to turn out,” said teachers’ union president Nilton Brandao. “Right now, it does not make any sense.”

Laws banning the instruction of LGBTQ+ material aren’t a uniquely Brazilian phenomenon. Seven states in the U.S. have what GLSEN calls “No Homo Promo Laws” on the books, which seek to remove any positive mention of queerness from sexual health curricula. South Dakota state lawmakers also recently introduced a bill that would ban instruction on gender dysphoria from grades kindergarten through seventh, effectively banning instruction on trans people. That bill awaits a House vote.


GayCh. 2019-02-14. BRASILIEN: Bolsonaro will LGBTI+ Themen aus Schulen verbannen

Brasiliens homophober Präsident Jair Bolsonaro führt seinen Kreuzzug gegen die LGBTI+ Community weiter fort: Diesmal hat er es auf die Jüngsten abgesehen, er will nämlich sämtliche LGBTI+ Themen aus den Schulen verbannen. Homosexualität, Gewalt gegen Frauen und Feminismus sollen in den Bildungseinrichtungen des Landes nicht mehr angesprochen werden dürfen…

Brasilien hat ohnehin ein massives Gewaltproblen, sei es gegen Frauen, aber insbesondere auch gegen die LGBTI+ Community. Die Situation dürfte sich unter dem neuen Präsidenten Jair Bolsonaro zudem noch weiter verschärfen, da er nicht nur keine Massnahmen dagegen ergreift, sondern im Gegenteil, Vorstösse lanciert um die aktuelle Lage zusätzlich zu verschärfen. Als eine der ersten Amtshandlungen an seinem ersten Tag als Präsident entfernte er kurzerhand die LGBTI+ Anliegen aus dem Ministerium für Menschenrechte, und in einer neuen Ankündigung hat er es nun auf die Jüngsten abgesehen.

Homosexualität, Feminismus und Gewalt gegen Frauen sollen künftig an den Schulen nicht mehr thematisiert werden dürfen. Diese Kapitel sollen aus den Schulbüchern verschwinden, kündigte er an, und des weiteren soll das Militär die Erlaubnis erhalten, Schulen übernehmen zu dürfen. Schon während seinem Wahlkampf hat er keinen Hehl daraus gemacht, wie er die brasilianischen Schulen umkrempeln will. Er werde mit einem Flammenwerfer ins Bildungsministerium gehen und Paulo Freire entfernen. Dieser war ein angesehener, liberaler Pädogoge und Philosoph, dessen Lehren weltweit einen grossen Einfluss auf das Bildungssystem und die Pädagogik hatten.

Der von Bolsonaro eingesetzte Bildungsminister Ricardo Velez Rodriguez machte ebenfalls nie einen Hehl aus seiner homo- und transphoben Haltung. Bereits in seiner Antrittsrede erklärte er, dass er die aggressive Gender-Ideologie abschaffen wolle.