Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Ideologia liberal

Sadismo politico. Non è fine a sé stesso, ma mezzo di dominio.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-02.

Maestro Ruggero, Carmen Miserabile

Treccani definisce il termine sadismo in questa maniera:

«Termine che lo psichiatra tedesco R. von Krafft-Ebing coniò nel 1869 per designare questa anomalia psicosessuale, derivandolo dal nome del marchese D.-A.-F. de Sade (1740-1814) …. autore di opere caratterizzate da un erotismo particolarmente crudele.

Condizione psichica che riguarda la sfera della psicosessualità e che si manifesta con la necessità di associare l’eccitazione e l’appagamento sessuali con stati di dolore, umiliazione e sim., del partner. …. Per estensione, crudeltà mentale fine a sé stessa, consistente nel gusto sottile di fare e vedere soffrire gli altri, di punzecchiarli e tormentarli con parole o azioni che irritino o comunque mettano a disagio senza alcuna necessità e giustificazione»

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Questa definizione rende abbastanza l’idea di cosa significhi il termine sadismo, ma la relega alla sfera psicosessuale secondo i canoni psicoanalitici. Nei fatti è una definizione molto parziale.

Se è vero che il sadico gode profondamente nel seviziare le proprie vittime fino al punto di diventarne dipendente, incapace di vivere senza qualcuno da martirizzare, sarebbe anche vero constatare come nei rapporti umani, specie poi in politica, le azioni sadiche non siano più un fine, bensì un mezzo per piegare la personalità e la volontà altrui alla propria. In questo caso l’attore tortura le sue vittime al fine di annientarne la volontà propria, facendola aderire perfettamente alla propria.

La sindrome di Stoccolma è un esempio recente di quanto asserito: alla fine Elisabeth, 21 anni, cassiera; Kristin, 23 anni, stenografa; Brigitte, 31 anni, impiegata diventarono attive collaboratrici di chi le aveva sequestrate.

Ma la storia ci propone esempi di sadismo politico e militare di portata incommensurabilmente più vasta. Mutatis mutandis, sono esempi che potrebbero insegnare molto anche ai giorni nostri.

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Terrificante e maieutica è la lettura del libro di Maestro Ruggero, Carmen Miserabile, l’invasione dei mongoli in Europa.

Nel 1240 l’esercito mongolo era arrivato ai confini orientale dell’attuale Ungheria. Era un esercito di non comune disciplina, estremamente mobile essendo composto quasi totalmente da cavalieri, che usavano strategie e tattiche allora ignote agli europei, quali la fuga tattica ed il combattimento con gli archi. Il loro obiettivo strategico era la generazione di uno stato cuscinetto desertico tra loro e l’Occidente.

Re Bela IV di Ungheria era il classico principotto europeo, tutto preso dal tenere a bada vicini voraci, quali l’Impero ed i Polacchi, ma con un potere centrale fragile: la nobiltà era riottosa verso il potere centrale, sfacciata nelle pretese autonomistiche, quanto disorganizzata e per nulla coesa nelle reti di alleanze. Andarono incontro ai mongoli come se fossero andati ad un ballo in maschera.

Maestro Ruggero era un cistercense mandato quale ambasciatore informale in Ungheria, e ne fece cronaca de visu.

Gli ungheresi si cullavano nel ricordo della battaglia di Lechfeld, ma si illudevano. Si erano illusi che

«un regno che parlasse un’unica lingua fosse povero e debole, e la pluralità delle culture, invece, una risorsa insostituibile».

Giusto poco prima della invasione mongola gli ungheresi avevano accolto una gran massa di Cumani, messi in fuga proprio dall’avanzata dei mongoli: si misero in seno e coccolarono una serpe.

Poi, il regno ungherese era travagliato dal problema magistralmente descritto da san Pier Daminani nel suo Liber Gomorrhianus. L’omosessualità era diffusa nella classe dirigente ed era anche esaltata, ma gli effeminati sono poco avvezzi alle crudeltà della guerra. Sono la caricatura delle femminuccie piangiolente.

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I mongoli di Bathu, coadiuvato da Subotai, avevano imperversato sul principato russo di Kiev e sui bulgari del Volga. Quindi, divisi in tre gruppi, puntarono diritti verso la Polonia, verso la Cumania, la Transilvania e la Bulgaria, mentre Bathu Kahn in persona si diresse verso l’Ungheria, penetrandovi attraverso il passo di Vereckte.

Re Bela radunò un esercito per lo più di fanti, con pochi cavalieri: non riusciva nemmeno a capire dove fossero i mongoli. Questi facevano ampie incursioni in profondità, ammazzando chiunque incontrassero e bruciando tutti gli insediamenti, dalle città fino ai piccoli borghi.

Bela non aveva la minima idea della furbizia mongola. Venne l’inverno. Per gli ungheresi un freddo intenso, per i mongoli una tarda primavera. Il Danubio ghiacciato fu la loro autostrada. Liberavano quattro ronzini sulla riva: poi, quando gli ingordi ungheresi andavano a prenderseli, testimoniando così che il ghiaccio era abbastanza spesso, si buttavano furiosi al contrattacco.

Il 9 aprile la colonna a nord annientò l’esercito polacco a Legnica: non prese nemmeno un prigioniero. Due giorni dopo, a Mohi, Bathu Kahan annientò l’esercito ungherese, di cui scamparono in poche decine. Mentre re Bela scappava, Federico il Litigioso, duca d’Austria, scese in guerra contro l’Ungheria.

Caratteristica dei mongoli era una conoscenza esaustiva di ogni possibile mezzo di tortura: appena possibile, non uccidevano a colpi di spada o colpi di frecce ma compiendo efferate torture, che spesso duravano giorni e settimane. Possibilmente, tutte pubbliche.

Ricordiamo un solo episodio: l’assedio di Esztergom, una fortezza giudicata imprendibile secondo i canoni occidentali. Lì si erano radunati i nobili ed i ricchi ungheresi. Ma le macchine di assedio mongole erano state una amara novità: i mongoli infatti non se le trascinavano dietro, ma se le sapevano costruire sul posto. La città fu cinta da una palizzata.

Intanto i mongoli

«con il fuoco che avevano allestito, arrostivano gli uomini vivi con se fossero porci».

Come di abitudine, le donne assediate credettero di poter fare le furbe con i mongoli. Morsicarono il marmo.

«Le donne dell’alta nobiltà, da parte loro, abbigliate come meglio potevano, si erano riunite in un palazzo. E comprendendo che sarebbero state prese ed uccise, chiesero udienza al gran principe. E così, tutte assieme  – erano circa trecento – furono condotte fuori dalla città. Esse pregarono il comandante tartaro affinché le conservasse in vita, come forma di concessione. Ma egli ordinò che, dopo essere state spogliate, fossero tutte decapitate, ma dopo che fossero state scorticate vive.»

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Ci vollero secoli perché il Regno Ungherese potesse riprendersi: i sopravissuti non erano infatti più di diecimila persone. I mongoli si attestarono su quei confini solo perché avevano problemi interni.

Né ci si dimentichi che i mongoli di Hutagu Kahn nel 1258 assediarono e distrussero Baghdad.

Le persone che i mongoli risparmiavano diventavano loro schiavi, ma non nel senso latino, bensì di quello greco di Δούλοι: corpi senza anima, volontà e persona.

L’unico modo per poter sopravvivere era quello di trasformarsi in mongoli, acquisendone la mentalità come zelanti prosseneti. L’impero mongolo in Europa si reggeva sicuramente sull’esercito, ma soprattutto sulla perfetta e volontaria collaborazione dei loro sottomessi. Avevano usato la violenza estrema per ottenere non solo sottomissione totale, bensì anche collaborazione.

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Il vero sadico è colui che usa i tormenti psichici e fisici al fine di asservire la volontà della vittima: vuole farne un suo replicante.

Se esaminato da questo punto di vista, lo stereotipato comportamento dei dittatori e dei tiranni altro non è che il tentativo, spesso ben riuscito, di asservire menti e coscienze dei loro popoli.

Il comunismo fu maestro in questa impresa, ma i suoi epigoni non son certo da meno.

Fëdor Dostoevskij li ritrae con immortale maestria nel monologo del Grande Inquisitore nei Fratelli Karamazov e From li analizzò spietatamente ne La Fuga dalla Libertà. Per non menzionare il Gregge Belante che Orwell descrisse nel suo libro 1984.

In questo possiamo riconoscere con grande facilità la strategia e mezzi usati dai liberal socialisti, culminati nel politicamente corretto e nel gender, che cercano di imporre pena l’ostracismo, la morte civile.