Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo, Persona Umana, Politica Mondiale

Voto elettorale. Un problema di estrema attualità. Un sistema in crisi in occidente.

Giuseppe Sandro Mela.

2022-11-24.

Elezioni 001

La giurisprudenza relativa alla capacità di votare è di grande interesse sia giuridico, sia sociale, sia politico. Non solo. Ogni epoca esprime delle proprie istanze che si ripercuotono di conseguenza sulla legge elettorale. Da ultimo, ma non certo per ultimo, ogni Collettività ha una sua propria tradizione.

In linea di massima sembrerebbero essere doverose alcune considerazioni.

La prima considerazione consiste nel fatto che la quasi totalità dei sistemi elettorali è concepita per sussistere in condizioni di equilibrio, tranquille, e traballa vistosamente nei momenti di tensione. Solo i romani compresero questo problema e previdero sia la gestione in momenti non tribolati, sia la istituzione di un dittatore pro tempore per superare periodi di particolare difficoltà.

La seconda considerazione parte dal concetto che è l’adempimento di un qualche ben definito dovere che conferisce la capacità di godere di un diritto. Da questo punto di vista il mero dato di essere nati non costituisce substrato al godimento della capacità elettorale, cosa che invece risulta essere evidente nel caso del voto censuale.

La terza considerazione è squisitamente euristica. In un sistema a suffragio universale vince le elezioni quel candidato che maggiormente promette, unico metodo per ottenere il bramato cinquanta per cento più uno. Ma codesta prassi instaura la dittatura di coloro che vivono delle prebende statali. Le forze improduttive parassitano quelle produttive.

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A nostro sommesso parere, il voto dovrebbe competere esclusivamente a coloro che, lavorando e producendo, concorrono a mantenere in vita la Collettività.

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«In linea di massima, per diritto di voto si intende il diritto di partecipare a votazioni di tipo pubblicistico, siano esse di tipo deliberativo o elettivo (Elezioni). Tra questi due tipi di votazioni il secondo è senza dubbio il più importante. Il voto è il diritto politico per eccellenza (Diritti costituzionali) ed è strettamente legato alle nozione di democrazia, di sovranità popolare e di cittadinanza. Da un punto di vista storico, si tratta di un legame relativamente recente, che tuttavia costituisce ora un dato di fatto irreversibile nell’ambito degli ordinamenti democratici, proclamato in tutte le più importanti Costituzioni novecentesche (art. 17 e 22 Cost. Germania 1919; artt. 3, 4 e 6 Cost. Francia 1946; art. 48 Cost.; art. 38 Legge fondamentale Germania 1949; artt. 3 e 6 Cost. Francia 1958; artt. 23, 68 e 69 Cost. Spagna 1978; artt. 136 e 149 Cost. Svizzera 1999): il suffragio universale, ovvero il diritto a partecipare alle elezioni conferito a tutti cittadini maggiorenni, uomini e donne, è, infatti, una conquista del XX secolo e segna il fondamentale passaggio dallo Stato liberale alla moderna democrazia costituzionale (Forme di Stato e forme di governo). Si deve tenere presente, infatti, che il riconoscimento del diritto di voto alle donne costituisce una conquista successiva ed ulteriore rispetto all’affermazione del suffragio universale maschile: mentre il riconoscimento del primo si colloca, da un punto di vista cronologico, tra il 1848 e il primo dopoguerra (cfr. artt. 24 e 25 Cost. Francia 1848; art. 20 Cost. Germania 1871), il secondo viene generalmente attribuito nel periodo di tempo tra il primo e il secondo dopoguerra e, in Italia, solo nel secondo dopoguerra, nel 1946 (Assemblea costituente).

Il voto esisteva anche nell’antichità e nel medioevo, anche se si svolgeva con modalità diverse rispetto a quelle che siamo soliti considerare: solo con l’affermazione del costituzionalismo moderno e del principio di uguaglianza viene accolta l’idea del voto come diritto individuale («un uomo, un voto»), laddove nelle epoche precedenti il voto si ricollegava all’appartenenza a un gruppo (si pensi ai comitia curiata o ai comitiva centuriata dell’antica Roma o all’appartenenza agli ordini negli Stati generali di antico regime). Questo non significa, però, che le carte costituzionali del XVIII e XIX secolo avessero accolto il principio del suffragio universale (maschile): l’unica eccezione, in questo senso, è rappresentata dalla Costituzione francese del 1793, che identificava esplicitamente l’universalità dei cittadini maschi e il popolo sovrano, conferendogli immediatamente il diritto di eleggere i deputati, di deliberare sulle leggi e di votare gli elettori degli arbitri pubblici, degli amministratori e dei giudici criminali e di Cassazione (artt. 7 ss.). Non si può parlare, invece, di suffragio universale maschile a proposito degli U.S.A., dal momento che, fino all’abolizione formale della schiavitù e alla conseguente approvazione del XIII (1865), del XIV (1868) e del XV emendamento (1870), una parte rilevante della popolazione (gli afroamericani) era totalmente esclusa dal godimento non solo dei diritti politici, ma anche dei diritti civili (Diritti costituzionali). Inoltre, nella legislazione di molti Stati membri, l’iscrizione nelle liste elettorali era subordinata al pagamento di una tassa (c.d. poll tax), cosa che escludeva di fatto dal voto i non abbienti.

Del pari, in Europa le legislazioni elettorali si sono per lungo tempo ispirate al principio del suffragio ristretto, stabilendo dei requisiti di reddito (suffragio censitario) o di cultura (suffragio capacitario) o combinandoli tra loro. Da un punto di vista teorico, la limitazione del suffragio si ricollegava all’idea del voto non come diritto, ma come funzione, esercitata nell’esclusivo interesse della nazione o dello Stato: in quanto tale, esso poteva essere conferito non a tutti i cittadini, ma solo a coloro che fossero nelle condizioni di poterlo proficuamente esercitare, godendo di determinati requisiti soggettivi di censo e/o di cultura.» [Treccani]

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                         Lunedì la Corte Suprema della Nuova Zelanda ha stabilito che l’attuale età di voto di 18 anni è discriminatoria, costringendo il Parlamento a discutere se abbassarla. Il caso, che sta attraversando i tribunali dal 2020, è stato acquistato dal gruppo di difesa Make It 16, che vuole che l’età sia abbassata per includere i giovani di 16 e 17 anni. La Corte Suprema ha ritenuto che l’attuale età di voto di 18 anni sia incoerente con la Carta dei diritti del Paese, che dà il diritto di essere liberi da discriminazioni legate all’età una volta raggiunti i 16 anni.

                         La decisione innesca un processo in cui la questione deve essere discussa in parlamento ed esaminata da un comitato parlamentare ristretto. Ma non obbliga il Parlamento a cambiare l’età di voto. Il gruppo afferma sul suo sito web che non ci sono giustificazioni sufficienti per impedire ai 16enni di votare quando possono guidare, lavorare a tempo pieno e pagare le tasse.

                         Personalmente sono favorevole a una diminuzione dell’età di voto, ma non è una questione che riguarda semplicemente me o il governo, qualsiasi cambiamento nella legge elettorale di questa natura richiede il 75% del sostegno parlamentare. Il Partito dei Verdi vuole un’azione immediata per abbassare l’età di voto a 16 anni, ma il più grande partito di opposizione, il Partito Nazionale, non appoggia il cambiamento.

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«New Zealand’s highest court ruled on Monday that the country’s current voting age of 18 was discriminatory, forcing parliament to discuss whether it should be lowered. The case, which has been going through the courts since 2020, was bought by advocacy group Make It 16, which wants the age lowered to include 16 and 17 year olds. The Supreme Court found that the current voting age of 18 was inconsistent with the country’s Bill of Rights, which gives people a right to be free from age discrimination when they have reached 16»

«The decision triggers a process in which the issue must come before parliament for discussion and be reviewed by a parliamentary select committee. But it does not force parliament to change the voting age. The group says on its website there is insufficient justification to stop 16 year olds from voting when they can drive, work full time and pay tax»

«I personally support a decrease in the voting age but it is not a matter simply for me or even the government, any change in electoral law of this nature requires 75% of parliamentarian support. The Green Party wants immediate action to lower the voting age to 16, but the largest opposition party, the National party, does not support the shift.»

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New Zealand court rules voting age of 18 is discriminatory.

Wellington, Nov 21 (Reuters) – New Zealand’s highest court ruled on Monday that the country’s current voting age of 18 was discriminatory, forcing parliament to discuss whether it should be lowered.

The case, which has been going through the courts since 2020, was bought by advocacy group Make It 16, which wants the age lowered to include 16 and 17 year olds.

The Supreme Court found that the current voting age of 18 was inconsistent with the country’s Bill of Rights, which gives people a right to be free from age discrimination when they have reached 16.

The decision triggers a process in which the issue must come before parliament for discussion and be reviewed by a parliamentary select committee. But it does not force parliament to change the voting age.

“This is history,” said Make It 16 co-director Caeden Tipler, adding: “The government and parliament cannot ignore such a clear legal and moral message. They must let us vote.”

The group says on its website there is insufficient justification to stop 16 year olds from voting when they can drive, work full time and pay tax.

New Zealand Prime Minister Jacinda Ardern said the government would draft legislation to reduce the age to 16, which could then be put to a vote in parliament.

“I personally support a decrease in the voting age but it is not a matter simply for me or even the government, any change in electoral law of this nature requires 75% of parliamentarian support,” she said.

Political parties have mixed views on the subject. The Green Party wants immediate action to lower the voting age to 16, but the largest opposition party, the National party, does not support the shift.

“Obviously, we’ve got to draw a line somewhere,” said National party leader Christopher Luxon. “We’re comfortable with the line being 18. Lots of different countries have different places where the line’s drawn and from our point of view, 18’s just fine.”

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