Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

EU. Evasione Iva (Vat). 147.146 mld, ma solo il 3.1% è recuperato.

Giuseppe Sandro Mela

2019-07-27.

Banche 016. Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542.

«il Vat Gap. Significa, quindi, che lo Stato italiano incassa ogni anno (l’ultimo dato è del 2016, il più recente ufficiale disponibile), 35,9 miliardi di euro in meno di quanto dovrebbe»

«147 miliardi e 146 milioni di Iva evasa in tutta Europa»

«Comunque a Berlino e dintorni si evadono ogni anno 22,6 miliardi di euro. Segue la Gran Bretagna con poco più di 22 miliardi, e poi la Francia, con 20,8»

«l’Italia non è più prima: è superata dalla Romania con il suo 35,9% di evasione, e dalla Grecia, con il 29,2%. noi scendiamo in terza posizione con un comunque ragguardevole 25,9% e siamo seguiti dalla Slovacchia con il 25,7%, e poi altri Paesi dell’Est come Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Ungheria, tutti al di sopra della media Ue del 12,3%.»

«in tutta la Ue si è recuperato 21 miliardi e 392 milioni in tutto. In Italia parliamo di 2 miliardi e 797 milioni»

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Riassumiamo.

– Nell’Unione Europea si evadono ogni anno 147.146 miliardi di euro.

– In Italia si evadono ogni anno 35.9 miliardi di euro.

– Unione Europea e stati nazionali riescono a recuperare solo 21.192 miliardi e 2.797 miliardi, rispettivamente.

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Vi sarebbero molte ed importanti considerazioni da fare, ma alcune sarebbero di maggiore importanza.

– La discrepanza tra un’evasione stimata di 147.146 miliardi ed una accertata nei tribunali tributari di 21.192 miliardi è davvero troppo alta per non porre in serio dubbio la modalità con la quale si calcola la presunta evasione.

– Nei fatti è ben facile accusare qualcuno, persona fisica oppure giuridica, di evasione dell’Iva mentre è davvero ben più difficile il dimostrarlo.

– Si deve constatare una costosissima faciloneria nell’accusa ed una impressionante incapacità nella dimostrazione on sede di giudizio.

– In una dimensione globale o, quanto meno, europea, vi è una tale massa di leggi, normativi e regolamenti, siano essi comunitari siano essi nazionali, da rendere impossibile l’emergenza di contraddizioni di termini, che in ultima analisi portano alla soccombenza in sede di giudizio.

– È conflittuale il permettere accertamenti induttivi ed imporne poi la dimostrazione in giudizio. Le fantasie non ammettono dimostrazione.

– Tranne rare e lodevoli eccezioni, gli accertamenti sono fatti da parte di personale impreparato, anche tenendo conto di quanto sia difficile conoscere cosa sia legale od illegale in tutti i singoli stati. Ma una società che operi almeno a livello comunitario ha operazioni fatte in molti stati differenti, ciascuno con le sue proprie leggi e regolamenti. Ben difficilmente un funzionario a duemila euro al mese potrà mai competere con un agguerrito studio commercialista a dimensione europea, con onorari milionari.

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Di norma, più che evasione sono fenomeni elusivi, condotti nell’alveo delle leggi vigenti.

Ma le leggi nell’Unione Europea sono promulgate dai relativi parlamenti: la responsabilità è quindi politica, non di quanti applicano le leggi disponibili.


Evasione Iva: in 5 anni recuperato solo il 2,8%

Ogni anno se ne vanno 35,9 miliardi e la lotta ai “furbetti” non dà risultati. Il confronto con l’Europa

La linea azzurra che svetta sopra tutte le altre. Ecco: quella linea azzurra è l’Italia che svetta sopra tutti gli altri Paesi europei nella classifica dell’Iva evasa in termini di valore assoluto. E non è questo il dato peggiore.

L’Iva evasa in Europa

Il grafico sopra, per l’esattezza, mostra il Vat Gap, cioè la differenza tra quanto lo Stato dovrebbe incassare dall’Iva e quanto incassa davvero. Quella differenza è, appunto, il Vat Gap. Significa, quindi, che lo Stato italiano incassa ogni anno (l’ultimo dato è del 2016, il più recente ufficiale disponibile), 35,9 miliardi di euro in meno di quanto dovrebbe. Una marea di soldi… Basti pensare che l’Iva evasa in Italia, sempre in termini assoluti (cioè in euro) rappresenta la maggioranza relativa dei 147 miliardi e 146 milioni di Iva evasa in tutta Europa.

Al secondo posto c’è la Germania, ma è quasi ovvio che sia così dato che quella tedesca è l’economia più grande del Continente. Comunque a Berlino e dintorni si evadono ogni anno 22,6 miliardi di euro. Segue la Gran Bretagna con poco più di 22 miliardi, e poi la Francia, con 20,8.

L’Iva evasa in percentuale

La classifica è abbastanza “normale”: più è ampia l’economia, più si evade l’Iva, quindi è ovvio che in testa ci siano i 4 Paesi più grandi, con l’Italia in testa che comunque non ha un’economia pari a quella tedesca. Guardiamo allora le percentuali: cioè quanta Iva si evade in percentuale sul totale incassabile da ogni singolo Stato. Ecco il grafico:

sorpresa: l’Italia non è più prima: è superata dalla Romania con il suo 35,9% di evasione, e dalla Grecia, con il 29,2%. noi scendiamo in terza posizione con un comunque ragguardevole 25,9% e siamo seguiti dalla Slovacchia con il 25,7%, e poi altri Paesi dell’Est come Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Ungheria, tutti al di sopra della media Ue del 12,3%. I Paesi più virtuosi sono Croazia, Svezia e Lussemburgo, con solo il 1,2, 1,1 e 0,9% di evasione nel 2016. Da notare la performance della Spagna dove pare che l’Iva sia una tassa pagata praticamente da tutti. Nel 2016, infatti, la percentuale di evasione sul totale è stata di appena del 2,7%, tanto che in valore assoluto (prima tabella) il suo miliardo e 966 milioni di Vat gap è superato da quello di Paesi come Grecia, Danimarca, Austria, che sono anche 5-6 volte meno popolosi.

L’evasione Iva cala

Il quadro generale però negli anni è cambiato in modo significativo, ed è giusto parlare di come vi sia stata in generale una diminuzione dell’evasione. Rispetto al 2012, per esempio, in tutta la Ue si è recuperato 21 miliardi e 392 milioni in tutto. In Italia parliamo di 2 miliardi e 797 milioni. Ma a mettere a segno il maggior calo dell’evasione in questo intervallo di tempo è stata proprio la Spagna con 4 miliardi e 306 milioni in meno. In controtendenza alcuni Paesi in cui invece il Vat gap è aumentato. In primis la Gran Bretagna con un aumento dell’evasione di 2,7 miliardi. Poi la Grecia, 151 milioni in più, la Finlandia, 734 milioni, e la Lituania.

A livello di percentuale sul totale dell’incassabile il calo è stato in media del 3,1% nella Ue, con i maggiori progressi a Malta, dove si è passati da un’evasione del 29% del totale a una solo del 2,7%, poi in Lettonia, dal 24,2% al 12,9%, e in Slovacchia, dal 36,7% al 25,7%.

Chi ha vinto la guerra all’evasione

L’ultimo grafico mostra in che percentuale i Paesi sono riusciti a diminuire (o, al contrario, hanno visto aumentare) l’evasione Iva sempre tra il 2012-2016.

Risultato? Tra il 2012 e il 2016 l’Italia ha migliorato la sua performance in quanto a lotta all’evasione Iva del 2,9%. Pochissimo se si guarda, per esempio, la Malta, e, comunque, meno della media europea del 3,1%.

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Pubblicato in: Cina, Commercio, Unione Europea

Cina. Tassa anti-dumping sull’acciaio da EU, Indonesia, Giappone, Sud Korea.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-07-25.

2019-07-23__Cina. Acciaio 001

«China, the world’s largest stainless steel producer, churned out 26.71 million tonnes of stainless steel products in 2018, up 2.4% from a year ago»

«The country imported 1.85 million tonnes of stainless steel products last year, up 53.7% from 2017»

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«China said on Monday it will impose anti-dumping duties on some stainless steel products imported from the European Union, Japan, South Korea and Indonesia»

«Anti-dumping tariffs of 18.1% to 103.1% will be applied to stainless steel billets and hot-rolled stainless steel plates from companies in the EU and the three Asian nations, effective July 23»

«The decision follows an anti-dumping probe in July last year after a complaint filed by state-owned Shanxi Taigang Stainless Steel»

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La Cina ha dimensioni continentali sia per quanto riguarda la superficie sia per quanto riguarda la popolazione. Le cifre che la coinvolgono sono quindi a livello continentale.

Nei fatti, la quota di 1.85 milioni di tonnellate di acciaio inossidabile importata  non dovrebbe avere grande rilevanza, esattamente come la tassa anti – dumping, che spazia dal 18.1% al 102.1%.

Il problema più che industriale è politico.

Intanto, Unione Europea, Indonesia, Giappone e Sud Korea si sarebbe fatte paladine di un commercio corretto, ma produrre e vendere in dumping, ossia sottocosto, è proprio tutto fuorché cosa corretta.

Il messaggio dovrebbe allora risultare nella sua chiarezza.

Non si può montare in cattedra e cercare di fare la morale agli altri, e poi essere pescati a commerciare scorrettamente.

Non si può soffiare sul fuoco ad Hong Kong ed aspettarsi che i cinesi se ne stiano inerti.

L’economia cinese ha assunto adesso dimensioni tali da essere in grado di porre in campo contromisure che potrebbero anche essere molto dolorose.


Reuters. 2019-07-22. China to impose anti-dumping tax on stainless steel from Indonesia, EU, Japan, South Korea

BEIJING (Reuters) – China said on Monday it will impose anti-dumping duties on some stainless steel products imported from the European Union, Japan, South Korea and Indonesia.

Anti-dumping tariffs of 18.1% to 103.1% will be applied to stainless steel billets and hot-rolled stainless steel plates from companies in the EU and the three Asian nations, effective July 23, China’s Ministry of Commerce said in a statement.

The decision follows an anti-dumping probe in July last year after a complaint filed by state-owned Shanxi Taigang Stainless Steel (000825.SZ).

“The investigation agency has made a final decree that there was dumping of the investigated products and it has caused substantive damage to the industry in China,” said the commerce ministry in the statement.

Stainless steel billets and hot-rolled stainless steel plates are mainly used as raw material to make cold-rolled stainless steel products or used in shipbuilding, containers, rail, power and other industries.

China, the world’s largest stainless steel producer, churned out 26.71 million tonnes of stainless steel products in 2018, up 2.4% from a year ago, according to China’s Stainless Steel Association.

The country imported 1.85 million tonnes of stainless steel products last year, up 53.7% from 2017.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale

Daimler. Manca gli obiettivi sui gas. Utili azzerati e crollo in borsa.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-25.

2019-06-25__Daimler__001

Unione Europea e Governo tedesco hanno imposto alle case automobilistiche leggi e regolamenti così restrittivi da risultare essere impossibili da ossequiare. In particolare, i limiti stabiliti sulle emissioni dei gas da motori diesel sono al momento irraggiungibili senza distruggere l’attuale rapporto prestazioni / costo.

Come risultato, i potenziali acquirenti non comprano certamente più macchine a motore diesel, mettendo così in crisi l’industria produttrice.

Gli utili sono azzerati e le azioni sono crollate in borsa.

Non solo, Mercedes ha dovuto richiamare dapprima 700,000 autovetture, poi altre 60,000 per controlli e manutenzione extra.

Tutte queste situazioni hanno determinato una consistente delocalizzazione della produzione, le cui vendite sono orientate verso paesi con vincoli meno stringenti.

«Things are getting worse for German auto manufacturer Daimler»

«The German Federal Motor Transport Authority (KBA) ordered the car maker to recall 700,000 diesel vehicles in April, because of a software cheat similar to that used by Volkswagen in the Dieselgate scandal»

«Daimler, the German auto company that makes Mercedes-Benz, has slashed its 2019 profit expectations by hundreds of millions of euros»

«The revelation trashed confidence among consumers and regulators in diesel technology and cost Volkswagen tens of billions of dollars in recalls, legal penalties and settlements »

«Shares of German automaker Daimler fell almost 4% in intraday trading Monday after the company cut its earnings guidance, saying the ongoing diesel emissions scandal at Mercedes-Benz is going to cost more than previously thought»

«Shares in the carmaker declined 3.6% in Frankfurt on Monday. The stock has dropped nearly 20% from a recent high in April»

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Una cosa è lottare contro la concorrenza, ed una totalmente differente con lo stato in cui risiede la holding.

I tedeschi stanno sistematicamente assassinando il loro comparto produttivo automotivo, che era uno dei pilastri portanti dell’export germanico.

Né l’ascesa politica dei Grüne lascerebbe intravedere schiarite: nulla da stupirsi quindi se gli investitori stiano abbandonando la Daimler.

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Daimler forced to recall more Mercedes cars in emissions cheat probe

Things are getting worse for German auto manufacturer Daimler after local newspaper Bild reported that the company is recalling a further 60,000 Mercedes cars.

The German Federal Motor Transport Authority (KBA) ordered the car maker to recall 700,000 diesel vehicles in April, because of a software cheat similar to that used by Volkswagen in the Dieselgate scandal.

The Daimler software works by reducing nitrogen oxide emissions while the vehicle is in testing mode, but is disabled during normal driving conditions. This means the cars can pass emissions tests but exceed limits after they are sold.

The latest addition of 60,000 cars to the recall covers a range of Mercedes models, including the Vito, C-Class, V-Class and GLC cars.

A spokesman for Daimler confirmed the information to Agence France-Presse, and Reuters reported that the Transport Authority would be expanding its investigation into other models.

The fallout from Dieselgate continues, with Daimler and other companies including Ford being investigated for cheating emissions tests.

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The diesel scandal just destroyed profit growth at Daimler, maker of Mercedes-Benz

Daimler, the German auto company that makes Mercedes-Benz, has slashed its 2019 profit expectations by hundreds of millions of euros. The financial downgrade, announced Sunday, is the latest fallout from the diesel emissions scandal that has rocked the German auto industry.

The company said that “various ongoing governmental proceedings and measures relating to diesel vehicles” will affect the company’s second quarter earnings. It said it expects an increase in expenses related to those proceedings.

Daimler said its profit for 2019 will be close to last year’s level.

Shares in the carmaker declined 3.6% in Frankfurt on Monday. The stock has dropped nearly 20% from a recent high in April.

German automakers have faced years of scrutiny regarding harmful emissions that diesel vehicles produce. That scrutiny stems from a 2015 admission by another German automaker — Volkswagen (VLKAF) — that it rigged millions of diesel engines to cheat on emissions tests.

The revelation trashed confidence among consumers and regulators in diesel technology and cost Volkswagen tens of billions of dollars in recalls, legal penalties and settlements.

In April, the European Commission said that Volkswagen, BMW (BMWYY) and Daimler (DDAIF) broke antitrust rules by acting together to delay the introduction of two emissions cleaning systems between 2006 and 2014.

Daimler said at the time that it has been “cooperating extensively” with the Commission and did not expect to be fined.

Automakers, including Daimler, are investing heavily in new technology in a race for the future as tech companies and upstarts like Tesla (TSLA) plow money into electric and autonomous cars. Daimler plans to offer 130 electric and hybrid models by 2022, in addition to electric vans, buses and trucks.

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Daimler’s stock drops as diesel scandal cuts profit for Mercedes’ parent company

– The German automaker said its second-quarter earnings will be hit by “a high three-digit million” charge related to ongoing diesel emissions scandal.

– The automaker said its 2019 earnings will likely be about the same as 2018 — 11.1 billion euros ($12.6 billion).

– It previously forecast “slight growth in unit sales, revenue and earnings” for the year. 

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Shares of German automaker Daimler fell almost 4% in intraday trading Monday after the company cut its earnings guidance, saying the ongoing diesel emissions scandal at Mercedes-Benz is going to cost more than previously thought.

The Stuttgart-based car company, which is traded on the Frankfurt Stock Exchange, told investors Sunday it’s facing “a high three-digit million” euro increase in charges related to ongoing government proceedings and measures related to diesel vehicles. Those charges will be taken during its fiscal second quarter. 

The automaker said its 2019 earnings will likely be about the same as 2018 — 11.1 billion euros ($12.6 billion) — after previously forecasting “slight growth in unit sales, revenue and earnings” for the year. 

“This really handcuffs them a bit,” said Dan Ives an analyst at Wedbush Securities.

On Friday, Germany’s vehicle authority ordered the company to recall 60,000 SUVs with technology it said impermissibly reduced emission controls. Daimler said in its first-quarter earnings release that it also faces a probe of emissions matters by the U.S. Justice Department.

German prosecutors are also investigating the company and searched company offices in 2017 as part of the ongoing probe.

Daimler faces a consumer class-action lawsuit in the U.S. along with supplier Bosch, which is accused of conspiring with the automaker to deceive U.S. regulators.

The Mercedes-Benz parent company is scheduled to release its second-quarter earnings on July 24. It will be the first quarterly report under new CEO Ola Kallenius, who recently took over from Dieter Zetsche.

The news comes as the company tries to expand its footprint in electric vehicles against competition from other European automakers like Audi and Renault.

“It’s going to be a balancing act, they really need to hold investor’s hands on this and the question is can they navigate these headwinds,” said Ives. “It’s an arms race in the electric vehicle world right now.”

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Ideologia liberal, Unione Europea

Ungheria. Aiuti alle famiglie prolifiche.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-17.

Ungheria 001

Gli ultimi sondaggi disponibili evidenziano un Fidesz con percentuali oscillanti tra il 52% ed il 57%, con uno stacco di quasi trenta punti percentuali sul secondo partito ungherese. Sono proiezioni che confermano completamente i risultati delle ultime elezioni.

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L’Ungheria è uscita trenta anni or sono dal giogo comunista che la aveva asservita e dominata per un cinquantennio. Imploso il comunismo è rimasto un cumulo di macerie morali, etiche, ed economiche. La ricostruzione è stata ben lunga e difficile e l’Unione Europea ben poco ha fatto per quel paese, anche se l’ingresso dell’Ungheria nella Nato era stato condizionato anche ad aiuti non soltanto militari.

Non ci si dimentichi che il 23 ottobre 1956 gli ungheresi trovarono il coraggio di ribellarsi, e che per questo versarono il loro contributo di sangue. La repressione fu severa.

Senza avere presente la storia ungherese resterebbe quasi impossibile comprendere quanto siano abbarbicati alle loro radici religiose, storiche, culturali, sociali, politiche ed anche artistiche. Sono sopravvissuti grazie alla venerazione per le loro tradizioni, unica fonte di speranza nel futuro.

Ma la tradizione non alberga nelle tombe degli avi: la tradizione di incarna e vive nella prole.

Negli ultimi decenni l’Ungheria ha subito una forte emigrazione costituita principalmente da persone giovani, cui è conseguito un calo delle nascite, avendo come concausa la situazione economica sinistrata. Il rapporto vecchi / giovani è molto elevato.

Al momento attuale, il tasso di fertilità ungherese si attesta a1.397 figli per donna.

Nel 2018 il Fondo Monetario Internazionale stimava il pil ppa procapite ungherese a 31,903 dollari americani.

Il momento della miseria e della povertà sembrerebbe essere alle spalle. Il basso tasso di fertilità sembrerebbe da ascriversi ad altri moventi.

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Nell’ultimo lustro l’Unione Europea e l’Ungheria hanno avuto diatribe, legate al fatto che la attuale dirigenza europea, che sta per uscire di carica, si riconosce nell’idealismo socialista di stretta osservanza, Weltanschauung opposta a quella ungherese.

Uno dei tanti nodi è costituito dalla visione della famiglia degli ungheresi, che di recente hanno legiferato introducendo numerosi aiuti economici alle famiglie che prolificavano.

L’articolo che alleghiamo è l’enunciazione del credo liberal in materia.

Sarebbero molte le considerazioni da fare, ma una sembrerebbe essere della massima importanza.

Mr Orban ed il suo partito, il Fidesz, ottengono una propensione al voto ben sopra il 50%, confermando come ricordato i risultati elettorali.

L’articolo cita invece le ngo, ong, come se fossero la reale espressione della coralità ungherese, arrivando fino a definirle ‘società civile’.

La società civile è quella costituita dai Cittadini Elettori, che si esprimono nelle urne.

È clamorosamente falso proporre realtà non elettive e rappresentate da ben poche persone come si fossero la espressione della volontà popolare. I liberal socialisti lo vorrebbero, ma non è proprio così.

Ricordiamo come di quell’articolo non siano condivisi nemmeno i diacritici.

Il 26 maggio si sta avvicinando, ed in quel giorno ci si conterà.

Forse, con un centinaio di eurodeputati in meno, i liberal deporranno almeno in parte l’antica alterigia.


Corriere. 2019-05-13. Madri sovrane nell’Ungheria di Orbán

Ai tempi del socialismo qui si scavava carbone e le fabbriche producevano alluminio. Oggi a Várpalota, ventimila abitanti 90 km a sud-ovest di Budapest, le miniere sono chiuse, il lavoro viene dall’industria chimica e dal turismo. Edina e Daniel si sono trasferiti nel 2017. Quattro camere più soggiorno vista ciminiere, 92 metri quadrati al secondo piano di una palazzina bianca in un complesso per venti famiglie. Nell’area verde la domenica si fa il barbecue e i bambini giocano sull’altalena. In casa sfrecciano Eszter di 9 anni, Sara di 5 e Patrik di 3.

Edina e Daniel aspettano il quarto figlio. Lei ha 38 anni, lavorava come operaia ma ora con tre figli può restare in maternità finché il più piccolo avrà otto anni, con uno stipendio fisso di 25 mila fiorini, circa 80 euro. Lui, 36 anni, trasporta rifiuti pericolosi in un’azienda 40 km più a nord per 330 mila fiorini al mese e nel tempo libero arrotonda facendo l’imbianchino. La famiglia Nagy è entrata nel programma di punta del governo nazionalista di Viktor Orbán per sostenere le nascite contro il tracollo demografico. La seconda fase, annunciata a gennaio, estende la legislazione in vigore dal 2015: ogni donna sotto i 40 anni che decida di sposarsi ha diritto a un mutuo agevolato, come pure i nuclei con almeno 2 figli (prima il prestito scattava al terzo e riguardava solo case di nuova costruzione).

Le madri con almeno 4 figli non pagheranno tasse per il resto della vita; dai 3 figli in su arriva l’assegno per un’auto a 7 posti; previsti un contributo per i nonni che badano ai nipoti e la creazione di 21 mila asili nido. In 4 anni accolte 85 mila domande su 100 mila, per un costo di 220 milioni. Solo 500 famiglie hanno chiesto il sussidio senza avere ancora 3 figli: lo schema Csok ammette una semplice promessa, se però il terzogenito non arriva si restituisce il prestito.

È la «legge del bimbo in attesa». La casa di Edina e Daniel è costata 22 milioni di fiorini, 68.750 euro. Dopo un’analisi capillare di consumi e stile di vita hanno ottenuto in totale venti milioni, dieci da ripagare in vent’anni a zero interessi con rate inferiori al 50% del reddito familiare.

«Ha deciso lui, io avevo il terrore di non superare l’esame e perdere anche l’anticipo — ricorda Edina —. Devi pianificare ogni cosa, essere in regola con le bollette e dimostrare di poter pagare le rate. Se non ce la fai in tre mesi ti tolgono tutto. Eravamo sul punto di divorziare ogni settimana». «Mi sono venuti i capelli grigi — aggiunge lui — ma ne è valsa la pena. Nella vecchia casa c’erano infiltrazioni di umidità, qui abbiamo tutto, persino il garage». Edina, pensa mai di tornare al lavoro? Risponde lui: «La madre deve seguire i bambini, anche senza il quarto non gliel’avrei permesso». «Per i figli devi pur rinunciare a qualcosa» sorride lei.

Il terrore dell’annichilimento

Nel Centro-Est dei confini ridefiniti da guerre e alleanze, la demografia è da sempre arma politica. Il filosofo tedesco Johann Herder nel ’700 predisse che lingua e nazione magiare sarebbero state assimilate dai vicini popoli slavi fino a scomparire. Il terrore dell’annichilimento attraversa la storia ungherese e nel nono anno dell’era Orbán fare figli diventa una questione di sicurezza nazionale che si unisce all’altra grande emergenza populista: l’immigrazione.

 Blindare i confini significa anche dover contare solo sulle forze interne per spingere le nascite. Dal picco di 10,7 milioni del 1980 la popolazione è scesa a 9,7. Mentre nel resto dell’ex blocco sovietico la transizione democratica ha significato anche libertà di non avere bambini ma poi il tasso di fertilità è risalito, in Ungheria nel 2017 nascevano ancora 1,54 figli per donna. Nelle vie di Budapest manifesti con giovani coppie, nonni amorevoli e bimbi sorridenti hanno sostituito i poster contro il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker e il filantropo George Soros: quella campagna ha fatto saltare la pace fredda tra i Popolari europei e determinato la sospensione del partito di Orbán, Fidesz.

«Non siamo stati sospesi, abbiamo congelato la nostra partecipazione perché non siamo più certi di riconoscerci nel Ppe che apre all’immigrazione e tradisce l’identità cristiana. Decideremo cosa fare dopo il voto» dice al Corriere Zoltán Kovács, segretario di Stato.

Orbán valuta alleanze con Lega e sovranisti ma per l’Italia resta prioritaria la collaborazione sui migranti che Budapest rifiuta… «Matteo Salvini, definito dallo stesso Orbán un eroe, ha dimostrato che è possibile fermare l’immigrazione illegale se c’è volontà politica. La nostra linea non cambia, non condivideremo scelte irresponsabili di altri». La democrazia illiberale cerca nemici pubblici e lacera la società, non è pericolosa? «La democrazia non ha bisogno di definizioni ed è legittimata dalla volontà popolare. Non escludiamo nessuno ma sappiamo in cosa crediamo. La verità non è pericolosa, perché temerla?».

E la verità è ovunque. Una verità dogmatica e artificiale in piena luce che non ammette ombre né obiezioni. Il racconto ufficiale domina i mezzi d’informazione. Nel progetto di rifondazione identitaria al motto «Dio, patria, famiglia» il governo non esita a utilizzare la Storia alimentando la retorica della potenza mutilata dal Trattato del Trianon o rivendicando il ruolo di baluardo contro l’avanzata ottomana, la lotta dell’indomito spirito magiaro per l’indipendenza dall’Austria e la rivoluzione antisovietica del 1956. «Tutti i tiranni ricreano il passato e tutti i governi mentono, c’è una parte di verità in ogni menzogna». Ágnes Heller siede sul divano di velluto verde nella sua casa che guarda il Danubio. La grande filosofa ebrea sopravvissuta all’Olocausto, allieva di György Lukács e interprete del marxismo in chiave etica, fuggita dall’Ungheria poi tornata nel 2009, di contraddizioni ne ha superate.

Questa campagna per la famiglia, dice, si fonda su un calo demografico incontestabile «ma come risponde il potere, che ha a cuore solo la propria sopravvivenza? Con un piano destinato a moltiplicare le famiglie indebitate e che poggia su presupposti antropologici pericolosi, poiché legittima l’idea che si stia insieme per interesse riportando le donne a una divisione di ruoli che le ingabbia: madre a casa, padre al lavoro. Questo quadro valoriale però non attrae le classi bianche agiate alle quali erano rivolti gli incentivi e che sono più corteggiate dagli etno-nazionalisti. La bio-politica fondata sull’ethnos è quanto di più vicino al razzismo possa produrre la società ed è un rischio per tutti».

Anima e corpo

Éva Koppányi, 47 anni, prega nella chiesa dei Santi angeli da dove Apostol Televízió trasmette la messa. «Oggi le persone inseguono i beni materiali e cercano risposte nel New Age. Dobbiamo aiutarle a incontrare Dio e a costruire famiglie che crescano nella fede». La battaglia per la spiritualità coinvolge direttamente la famiglia del premier, calvinista con moglie cattolica e 5 figli. Il secondo, Gáspár, ha in comune con il padre passione per il calcio, talento oratorio e una nazione da salvare: nel 2015 ha fondato una chiesa pentecostale per avvicinare i giovani a Cristo, Felház, Casa.

Nel 2011, atto istitutivo dell’era Fidesz contro il verbo universalista dell’Europa senza radici fu l’adozione della prima Costituzione democratica scritta: la nuova Legge fondamentale introduce nel preambolo l’orgoglio dell’Ungheria cristiana nata con il primo re, Santo Stefano, e tutela la vita «dal momento del concepimento». L’emancipazione femminile non è mai stata una priorità per i governi post-1989, che hanno ereditato una società sessista malgrado l’esaltazione socialista della parità uomo-donna: nel quotidiano ruoli e gerarchie del patriarcato restavano immobili.

«Tutti i regimi oppressivi sono patriarcali — dice Györgyi Tóth di Nane, associazione per i diritti delle donne —. Due fattori possono spingere le nascite: percorsi di rientro al lavoro per le madri e condivisione dei compiti con i compagni. Nulla di tutto questo accade oggi in Ungheria. La politica, con una retorica compiacente scambiata per rispetto, promuove vecchi stereotipi sulle brave amministratrici dalla lacrima facile. Così non si affrontano i veri problemi come la voragine che ci separa dagli uomini per stipendi e prospettive di carriera. Chi può, va via».

In seconda classe

«Tutto è propaganda, le campagne governative sono finanziate con miliardi pubblici ma nessuno scandalo — spiega Eszter Farkas, 31 anni, ricercatrice alla Ceu, l’università finanziata da Soros e costretta a trasferire parte dei corsi a Vienna —. Per mantenere la polarizzazione sociale chi sta al potere non bada a spese, tanto il denaro fa sempre gli stessi giri».

 «Viviamo in una bella favola che non è per tutti — dice Attila, 37 anni, marketing manager e attivista gay per la prevenzione dell’Hiv —. Se non appartieni alla tribù giusta sei fuori, non in modo ufficiale ma poco a poco diventi un intruso nella tua città, ti guardano quando tieni per mano il tuo compagno, le associazioni Lgbt non trovano spazio per i progetti nelle scuole e il Gay Pride sfila dietro le transenne».

Una visione sociale che produce surreali blocchi burocratici, come per la piccola tribù di Zoe Maria (sei mesi), mamma Veronika (30 anni) e papà Janos, che lavora in banca e a 36 anni fa i conti: un divorzio, 2 famiglie, 4 figli. «Il sistema non ha collegato il mio nome a due donne e il sussidio per Zoe è rimasto congelato».

Vera Somfai, 36 anni, manager di risorse del personale, è single. «Non per scelta, non ho trovato quel tipo di stabilità. Oggi mi definisco una nomade digitale, la mia vita mi piace, ho i miei spazi e i miei silenzi. Ma qui non si costruisce il futuro. Se non ti allinei finisci in seconda classe, hanno persino proposto di tagliare del 40% la pensione a chi non ha figli. Il sistema sanitario è a pezzi, in provincia ho visto bruciare plastica e rifiuti per riscaldare le case. In città i problemi si rimuovono e le persone sono sempre più aggressive. C’è chi protesta ma la maggior parte non si oppone all’odio che monta, per 50 anni questa gente non ha potuto parlare e adesso tace. Quasi tutti i miei amici sono andati via, io resto».

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Pew Research. Unione Europea sì, questa eurodirigenza no.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-06.

Il Pew Reasearch Center ha rilasciato un ponderoso Report sulla Unione Europea e su come i Cittadini ne percepiscano taluni aspetti. È una miniera di dati.

Europeans Credit EU With Promoting Peace and Prosperity, but Say Brussels Is Out of Touch With Its Citizens [pdf]

Traccia un quadro molto ben documentato della situazione attuale e potrebbe essere di grande utilità per meglio comprendere le problematiche in gioco con le elezioni del prossimo maggio.

Se ne raccomanda la lettura. A seguito riporteremo una piccola parte dei risultati dei sondaggi.

Cerchiamo di dare uno stringato sommario per punti.

– Il 51% reputa i burocrati di Bruxelles invadenti.

– Il 54% reputa l’Unione Europea e Bruxelles inefficiente.

– Il 62% reputa che l’Unione Europea e Bruxelles non riescano a capire le esigenze della popolazione.

– In termini mediani il 62% della popolazione apprezza l’Unione Europea, ma il 45% giudica negativamente l’operato del’europarlamento.

– Il 31% ritiene che la situazione economica possa migliorare, mentre il 50% ritiene che debba peggiorare. In Grecia, Italia, Spagna, Francia e UK la maggioranza ritiene che peggiorerà.

– In termini mediani, il 58% ritiene che i giovani siano senza futuro. In Spagna, UK, Italia, Grecia e Francia tale percentuale sale sopra il 70%.

– In termini mediani, il 40% approva i risultati economici dell’Unione europea: tale percentuale è il 26% nel Regno Unito, 20% in Italia, e 14% in Grecia.

– Il 38% approva come l’Unione abbia trattato la Brexit.

– Il 23% approva come l’Unione Europea abbia trattato il problema della immigrazione.

– Il 48% approva l’operato della Commissione Europea.

– Il 10% vorrebbe un incremento dell’immigrazione, percentuale che scende al 2% in Grecia, 2% in Ungheria, 5% in Italia.

2019-04-23__Pew_001

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria

Europa. Calendario Elettorale 2019.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-27.

Europa 002

Europa. Risultati Elettorali 2017.

Europa. Risultati Elettorali 2018.

L’Unione Europea è governata dalla Commissione Europea, dall’europarlamento, ma, soprattutto, dal Consiglio Europeo, formato dai capi di stato o di governo dei paesi afferenti l’Unione.

Molte decisioni sono prese a maggioranza semplice, ma spesso è richiesta quella qualificata. Sulle questioni essenziali serve invece la unanimità. Esiste infine il diritto di veto.

Ma il controllo del Consiglio Europeo lo si combatte nelle elezioni politiche dei singoli stati.


Riportiamo da Edn Hub il calendario elettorale 2019.

Bruxelles – Il 2019 sarà l’anno delle elezioni europee, che si svolgeranno dal 23 al 26 maggio in tutta Europa. Ogni Stato membro dell’Ue avrà la libertà di definire in quali e per quanti giorni mantenere aperte le urne sul proprio territorio, per l’Italia la data sarà domenica 26 maggio. Un momento cruciale, quello di fine maggio, per il destino dell’Unione tutta ma anche dei partiti tradizionali, negli ultimi due anni messi in grande difficoltà, se non oscurati, dall’ascesa dei partiti populisti e sovranisti.

Molti gli appuntamenti anche alle urne nazionali nel 2019, dall’Italia – al voto per regionali ed amministrative – alla Grecia, passando per altri 9 Stati membri (Belgio, Estonia, Finlandia, Slovacchia, Lituania, Danimarca, Portogallo, Polonia e Romania).

Il calendario elettorale del 2019:

– UE – Elezioni europee dal 23 al 26 maggio. Qui i risultati delle prime proiezioni.

– ITALIA – Le elezioni amministrative si svolgeranno insieme alle elezioni europee – in programma domenica 26 maggio – come avvenne 5 anni fa.

In alcune regioni si è già votato per le regionali:

– Abruzzo (10 febbraio). Gli abruzzesi hanno premiato il centrodestra ed eletto Marco Marsilio alla presidenza della Regione: netto il risultato, affluenza però in forte calo. Marsilio ha raccolto il 48,03% dei consensi, staccando il candidato del centrosinistra allargato Giovanni Legnini che si è fermato al 31,28%. M5S terzo con il 20,20% dei voti.
Sardegna (24 febbraio). Il centrodestra ha espugnato anche la Sardegna con 47,78%, il nuovo presidente della Regione è Christian Solinas. Staccato al secondo posto il centrosinistra, guidato da Massimo Zedda, con il 32,92% dei voti. Il Movimento Cinquestelle si è fermato all’11,20%.

Basilicata (24 marzo). Il candidato governatore della Basilicata per il centrodestra Vito Bardi ha vinto con il 42,20%. Secondo Carlo Trerotola del centrosinistra al 33,11%, terzo Antonio Mattia del Movimento 5 stelle con il 20,32%
Le prossime regioni al voto saranno il Piemonte (26 maggio, insieme alle europee) ed Emilia-Romagna e Calabria in autunno.

– BELGIO – Il partito fiammingo di destra N-VA è dato dai sondaggi in vantaggio rispetto al Partito Socialista. Le elezioni si terranno il 26 maggio con le europee. A seguito della spaccatura nel governo sul Global Compact per i migranti, lo scorso 18 dicembre il premier Charles Michel ha rassegnato le sue dimissioni al re. Il re lo ha incaricato di rimanere in carica per gli affari correnti fino alle elezioni del 2019. Michel era diventato primo ministro nell’ottobre del 2014 e guida una coalizione di centrodestra composta da quattro partiti.

– ESTONIA – Il 3 marzo l’Estonia ha virato a destra con la vittoria della destra liberale e un boom dei sovranisti. Il partito riformista di opposizione, guidato dall’ex europarlamentare Kaja Kallas, ha ottenuto il 28,8% dei consensi battendo il Partito centrista del premier uscente Juri Ratas che si è dovuto accontentare di un secondo posto con il 23,1% dei consensi. Ma la vera novità è rappresentata dalla formazione euroscettica Ekre che si è piazzata terza con il 17,8%,raddoppiando i consensi rispetto alle elezioni del 2015, come prevedevano i sondaggi. Dopo difficili negoziati, il Parlamento estone ha respinto la nomina a premier di Kallas, affidando all’ex primo ministro Juri Ratas l’incarico per la formazione di un governo. La nuova coalizione è composta dal Partito di Centro di Ratas (25 seggi), i conservatori di Isamaa (12) e, a sorpresa, EKRE (19 seggi), per un totale 56 seggi su 101. .

– SLOVACCHIA – Il 30 marzo, Zuzana Čaputová ha vinto il secondo turno delle elezioni presidenziali in Slovacchia, diventando la prima donna a ricoprire il ruolo di presidente del paese. Ha ottenuto il 58%, contro il 42% del suo avversario, Maroš Šefčovič, del partito di centrosinistra Direzione – Socialdemocrazia (Smer) e  commissario Ue per l’unione energetica dal 2014. Čaputová, avvocata ambientalista e attivista, fa parte del piccolo partito europeista Progressive Slovakia. Al primo turno, aveva ottenuto il 40,5% dei voti contro il 18,7% di Šefčovič. Nel 2018 la Slovacchia ha attraversato una crisi politica scatenata dall’omicidio del giornalista Jan Kuciak e della sua fidanzata, che ha portato alle dimissioni del primo ministro Robert Fico (Smer-SD). In seguito, l’ex presidente Kiska ha designato primo ministro ad interim Peter Pellegrini, anch’egli socialdemocratico. Le prossime elezioni parlamentari slovacche si terranno nel 2020.

– FINLANDIA – Il 14 aprile sono stati i cittadini finlandesi a recarsi alle urne per rinnovare il parlamento. La sinistra ha vinto di un soffio le elezioni politiche – e potrebbe tornare a guidare il governo dopo 20 anni – con un vantaggio risicato sui populisti dei Veri Finlandesi che hanno mancato un clamoroso trionfo per una frazione di punto. Il Partito socialdemocratico (Sdp), guidato di Antti Rinne, ha ottenuto il 17,7% rispetto al 17,5% dei ‘Veri Finlandesi’, alleati di Matteo Salvini. La partita per guidare il Paese è ora nelle mani dei socialdemocratici dell’ex sindacalista Rinne: la maggioranza dei finlandesi sembra aver puntato sulla lotta al cambiamento climatico e sulla difesa del generoso modello di welfare invidiato in tutto il mondo, ma indebolito da anni di austerità sotto il governo di centrodestra dell’ex premier Juha Sipila. Sipila si era dimesso il mese scorso proprio dopo la bocciatura della sua riforma sanitaria, che voleva ridurre sensibilmente i costi per la salute. E anche le urne hanno confermato che le sue ricette non sono state apprezzate: il suo partito di centro si è piazzato quarto, dietro anche ai conservatori.

– SPAGNA – Il premier spagnolo socialista, Pedro Sanchez, ha annunciato che le elezioni generali anticipate si terranno il 28 aprile. A febbraio il Parlamento iberico aveva bocciato il progetto di finanziaria di Sanchez, con i voti dei partiti di centro destra Pp e Ciudadanos e degli indipendentisti catalani. Per questo il premier ha ritenuto opportuno convocare elezioni anticipate. Secondo gli ultimi sondaggi, i socialisti sarebbero in vantaggio con circa il 31% dei voti, seguiti dai popolari con il 20%, Ciudadanos al 14,4% e Podemos all’11,4%. La formazione di estrema destra Vox è data all’11,2 per cento. Se le percentuali fossero queste, il partito di Pedr Sanchez non otterrebbe la maggioranza assoluta di 176 seggi necessari per governare da solo, quindi un governo di coalizione sarebbe altamente probabile.

– LITUANIA – Il 12 maggio i lituani andranno alle urne per eleggere il successore di Dalia Grybauskaitė, prima donna presidente della Lituania, in carica dal 2009 come indipendente (sostenuta dai conservatori) e giunta ora al termine del suo secondo mandato. In corsa per la successione anche il commissario europeo alla Salute, Vytenis Andriukaitis (Socialisti). I sondaggi danno in testa l’economista indipendente Gitanas Nausėda (i cui consensi si aggirano intorno al 25%).

– DANIMARCA – I 179 seggi del Parlamento danese – Folketing – sono in attesa di essere rinnovati. La data delle elezioni non è ancora nota ma dovranno svolgersi entro giugno. Nelle elezioni del 2015, il partito liberale Venstre formò un governo di minoranza di stampo conservatore, guidato dal premier Lars Løkke Rasmussen.

– GRECIA: domenica 20 ottobre i greci saranno chiamati alle urne per rinnovare Voulí ton Ellínon, il parlamento ellenico. Saranno le prime elezioni politiche per il Paese dopo l’addio della Troika e l’uscita dal tunnel della crisi economica. Il premier in carica Alexis Tsipras, leader di Syriza (Sinistra Radicale),  è però dato indietro nei sondaggi (al 26%) rispetto al centro-destra del partito Nea Dimokratia, guidato da Kyriakos Mitsotakis (36%). Staccati gli altri: gli estremisti di destra della Chrysí Avgí sono dati all’8%; stessa percentuala dei socialisti di Kinima Allagis; i comunisti del Kommounistikó Kómma Elládas si attestano al 7%; mentre il partito di centro, Enosi Kentroon, riscuote solo il 2% dei consensi.

PORTOGALLO – Il centrosinistra è in vantaggio nei sondaggi delle elezioni politiche che si svolgeranno il 6 ottobre: il primo ministro socialista Antonio Costa appare nettamente in testa (i sondaggi lo danno al 39%), anche se per ottenere la maggioranza potrebbe avere ancora bisogno di stringere accordi i partiti democratici di sinistra.

POLONIA – Le prossime elezioni parlamentari si terranno non più tardi di novembre. Il partito della destra anti-europeista Diritto e Giustizia del premier Mateusz Morawiecki guida ampiamente sondaggi con il 42%.

ROMANIA Presidenziali in programma a novembre o dicembre. I Socialisti sono dati come favoriti, tanto da puntare a spodestare l’attuale presidente liberale Klaus Iohannis, che ha annunciato la sua ricandidatura.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia. Evasione fiscale (in EU 823 mld) e contante usato nell’85.8% dei pagamenti.

Giuseppe Sandro Mela.

019-04-15.

2019-04-15__Contante__001

È stato pubblicato un interessante Report dal titolo:

Gli italiani sono ancora (troppo) affezionati al contante

da cui si evince che gli italiani usano le banconote nell’85.9% dei pagamenti effettuati: bancomat e carte di credito sono utilizzate solo per i pagamenti più onerosi.

*

«La gran parte dei pagamenti avviene per acquisti quotidiani, ovvero presso il panettiere, il supermercato, la farmacia (40,2% di tutti gli scambi) oppure al bar e nei ristoranti (21,6%).»

*

«Al di sopra dei 100€, invece, arriva il turno degli assegni o dell’acquisto digitale, i quali coprono il 12,2% delle transazioni di queste dimensioni»

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«Nel caso di transazioni di grande entità le carte di credito salgono al 28,6%, mentre l’uso del contante si ferma “solo” al 68,4%.»

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Solo l’1.7% dei pagamenti risulta essere superiore ai 100 euro: in questo caso l’uso di bancomat o carte supera il 50% del volume.

Il problema potrebbe essere visto sotto differenti angolatura, ciascuna delle quali mette in evidenza un particolare aspetto.

– Il primo aspetto sarebbe la praticità di uso. L’uso del pagamento elettronico richiede un certo quale lasso di tempo, la disponibilità delle linee e delle banche, ed infine, particolare non da poco, è oneroso sia per il possessore delle carte, sia di debito sia di credito, sia per quanti ricevano il pagamento. Su questo tipo di operazioni le banche richiedono infatti una commissione, il cui ammontare sarebbe ingiustificato per transazioni minimali.

– Il secondo aspetto è ben più delicato. Nell’ultimo decennio si è assistito ad un pressing politico sull’uso dei pagamenti elettronici, giustificato con il fatto che, essendo tracciabili, costituirebbero un forte argine al problema della evasione fiscale.

Se sia giusto che un governo lotti contro l’evasione fiscale, sarebbe però altrettanto giusto che detto stato mantenga una pressione dei limiti del ragionevole.

Se sia doveroso pagare le tasse, altrettanto doveroso sarebbe farlo solo per le tasse giuste. I Cittadini possono ben ribellarsi ad una tassazione ingiusta, come evidenzia la storia e, di recente, gli accadimenti dei Gilets Jaunes.

– Il terzo aspetto dovrebbe rientrare nel comune buon senso. Pensare ad un’evasione fiscale sui pagamenti sotto i 100 euro sarebbe davvero grottesco: questa prende luogo per ranghi di cifre molti ordini di grandezza superiori.

L’Italia è prima al mondo per evasione fiscale (ma gli altri Stati Ue non sono messi meglio)

«Secondo uno studio del Tax Research LLP nel nostro Paese ci sarebbero 190 miliardi di euro di tasse evase. I mancati introiti per lo Stato italiano equivalgono a circa il doppio della spesa pubblica in sanità»

2019-04-15__Contante__003

– Il quarto aspetto è l’evasione fiscale. A livello dell’Unione Europea l’evasione assomma ad 824 miliardi di euro

«Negli ultimi tempi, l’evasione fiscale è entrata prepotentemente all’interno del dibattito politico. Non si tratta però di un problema nuovo. I fenomeni di evasione fiscale esistono sin da quando i governanti impongono tasse ai loro cittadini.

Chi ci segue inoltre su Facebook, avrà sicuramente notato l’infografica postata qualche giorno fa che ritraeva l’evasione fiscale in Europa. Stando ad un recente studio condotto dalla società inglese Tax Research LLP emerge che l’Italia è il primo paese per evasione fiscale in Europa, con circa 190 miliardi di euro di tasse evase.

Per avere un’idea concreta del danno da evasione fiscale per la società, i mancati introiti per lo Stato italiano equivalgono a circa il doppio della spesa pubblica in sanità. Nella classifica dell’evasione fiscale in Europa, dietro all’Italia si piazzano in ordine Germania (125 miliardi), Francia (118 miliardi) e Regno Unito (87 miliardi). In totale, prendendo come riferimento l’anno fiscale 2015, l’evasione fiscale tra i Paesi Membri dell’Unione pesa 824 miliardi di euro. È più di sei volte la dimensione del bilancio annuale dell’UE.»

Sarebbe davvero ridicolo pensare che una tale evasione fiscale si attui perché un bar non ha rilasciato lo scontrino sul caffè.

Si noti però come l’evasione fiscale sia massima nei paesi ove la pressione fiscale sia massima.

Italia. Il fisco sui salari è il maggiore del mondo.

Ma siamo poi così certi che sia il popolino ad evadere le tasse?

Lussemburgo, i 550 «favori» alle multinazionali che imbarazzano Juncker

Il Lussemburgo di Mr Juncker è il paradiso fiscale per eccellenza. È uno stato che Mr Juncker aveva trasformato in una immane lavanderia di denaro sporco.

Perché prendersela con il poveraccio che compra il giornale a contanti?

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Ci si dovrebbero porre molte domande.

– Non è che un’elevata pressione fiscale obblighi alla evasione? In questo caso l’unica vera lotta consisterebbe nel diminuire le tasse.

– Fono a qual punto sarebbe giusto che lo stato voglia tracciare tutti i minimi spostamenti di denaro quando poi chi possa evade alla grande?

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Gli italiani sono ancora (troppo) affezionati al contante

Le banconote coprono l’85,9% dei pagamenti. Il bancomat è usato solo per comprare beni costosi

Niente da fare, il tanto atteso sorpasso del bancomat sull’uso del contante è ancora molto lontano. In base agli ultimi dati, gli italiani ricorrono alle banconote nell’85,9% dei casi. Le cose migliorano quando si fanno acquisti costosi, come il televisore o lo smartphone, ma la carta di credito non arriva mai a coprire la metà delle transazioni. Segno che facciamo fatica a cambiare abitudini o che preferiamo non tracciare tutte le nostre spese?

L’uso del contante è ancora così diffuso in Italia?

Il grafico sopra mostra quali sono le abitudini degli italiani in fatto di pagamenti. I dati sono relativi al 2016 e sono riportati in un recente documento della Banca d’Italia. Come è evidente, i nostri connazionali sono ancora molto affezionati ai contanti per i loro acquisti. L’85,9% dei pagamenti, infatti, avviene con questo strumento. Solo nel 12,9% dei casi si ricorre a carte di credito o bancomat, mentre il restante 1,2% è affidato a strumenti alternativi come l’acquisto via internet, app mobile e assegni.

Se si considera il valore di questi pagamenti, i risultati non cambiano di molto. Nel caso di transazioni di grande entità le carte di credito salgono al 28,6%, mentre l’uso del contante si ferma “solo” al 68,4%. Anche gli strumenti alternativi crescono (3%). Il perché è presto detto: gli italiani usano poco bancomat e carte di credito, ma quando lo fanno è normalmente per transazioni di maggior valore, le quali richiederebbero di portare con sé troppe banconote.

Bancomat vs contanti, ecco chi vince

L’uso del bancomat quando si acquistano beni più costosi lo si vede bene in quest’altro grafico. Più si sale a livello di scaglioni di acquisto, infatti, più l’importanza del contante cala. Viene usato il 96,6% delle volte nel caso di pagamenti inferiori ai 5€, che del resto costituiscono la maggioranza relativa dei pagamenti in generale (37,8%).

Ogni volta che il taglio degli acquisti aumenta di 5€ in media vi è un calo del 5-6% dell’uso del contante. Succede almeno fino allo scaglione 20-25€, quando per esempio la preferenza per questo metodo scende al 73,3%. Se la spesa è tra i 50 e i 100 euro solo la metà delle volte (il 50,9%) viene scelto il contante. Parallelamente al calo dell’utilizzo del contante, man mano che i tagli si ingrossano vi è una crescita delle carte di credito. La percentuale più alta (45,2%) si registra proprio nella fascia 50-100 euro. Al di sopra dei 100€, invece, arriva il turno degli assegni o dell’acquisto digitale, i quali coprono il 12,2% delle transazioni di queste dimensioni.

Cosa acquistiamo (e come)

Ma in concreto per quale tipo di acquisti si usano di più le carte e per quali di più il contante? Lo vediamo nell’ultimo grafico. La gran parte dei pagamenti avviene per acquisti quotidiani, ovvero presso il panettiere, il supermercato, la farmacia (40,2% di tutti gli scambi) oppure al bar e nei ristoranti (21,6%). Proprio in questi casi trionfa il contante, che viene usato nel 94,4% dei casi se parliamo di spese presso bar e ristoranti, e nell’86,6% se ci riferiamo agli altri acquisti quotidiani.

Le carte assumono una certa importanza quando si va a fare rifornimento dal benzinaio e nel caso di acquisti di beni durevoli (vestiti, elettronica, giocattoli, ecc), dove sono scelte il 29,9% delle volte. Raggiungono la massima percentuale (40,4%) quando si paga l’alloggio in hotel. Tuttavia questo tipo di transazione riguarda solo lo 0,3% di tutti gli scambi.

Se si guarda alle abitudini di pagamento nelle varie regioni italiane, si scopre che è in Trentino Alto Adige, Marche, Abruzzo, Molise, Campania e Calabria che viene preferito il contante, usato tra l’89% e il 94% delle volte. Al contrario è in Lombardia e Toscana che viene utilizzato di meno. Il motivo potrebbe essere la presenza di un’alta percentuale di turisti stranieri sia a Milano che in Toscana. In ogni caso il contante rimane protagonista nell’80-82% di tutti gli acquisti.

*


Quanto vale l’evasione fiscale in Italia e in Europa?

Un recente studio ha fatto luce sul fenomeno dell’evasione fiscale in Italia e in Europa. I numeri non sono per nulla confortanti…

Negli ultimi tempi, l’evasione fiscale è entrata prepotentemente all’interno del dibattito politico. Non si tratta però di un problema nuovo. I fenomeni di evasione fiscale esistono sin da quando i governanti impongono tasse ai loro cittadini.

Chi ci segue inoltre su Facebook, avrà sicuramente notato l’infografica postata qualche giorno fa che ritraeva l’evasione fiscale in Europa. Stando ad un recente studio condotto dalla società inglese Tax Research LLP emerge che l’Italia è il primo paese per evasione fiscale in Europa, con circa 190 miliardi di euro di tasse evase.

Per avere un’idea concreta del danno da evasione fiscale per la società, i mancati introiti per lo Stato italiano equivalgono a circa il doppio della spesa pubblica in sanità. Nella classifica dell’evasione fiscale in Europa, dietro all’Italia si piazzano in ordine Germania (125 miliardi), Francia (118 miliardi) e Regno Unito (87 miliardi). In totale, prendendo come riferimento l’anno fiscale 2015, l’evasione fiscale tra i Paesi Membri dell’Unione pesa 824 miliardi di euro. È più di sei volte la dimensione del bilancio annuale dell’UE.

È interessante anche notare come cambia questa classifica se consideriamo il peso che l’evasione fiscale ha sul gettito fiscale. Italia, Germania e Francia sono infatti le tre più grandi economie dell’eurozona e anche per questo motivo il valore assoluto delle tasse evase è molto elevato.

Se ci si sposta in termini relativi, il tax gap dell’Italia, cioè il rapporto tra fisco evaso ed entrate fiscali dello Stato, si attesta al 23,28%. Ciò significa che per ogni euro riscosso dal fisco italiano, si perdono circa 23 centesimi in evasione fiscale.

Peggio di noi soltanto Romania (29,51%), Grecia (26,11%) e Lituania (24,36%). Il paese europeo con il tax gap più basso è invece il Lussemburgo, dove l’evasione fiscale pesa il 7,98% degli introiti statali.

Come abbiamo visto dai numeri, quello dell’evasione fiscale è un problema serio e ben radicato sia in Italia sia in Europa. Gli oltre 800 miliardi di euro che secondo le stime mancherebbero dalle casse degli stati europei, sarebbero risorse di grande beneficio per la ripresa economica in Europa. Ma al di là dell’aspetto economico, l’evasione fiscale genera ingiustizia sociale tra coloro che pagano e coloro che non pagano le tasse e pertanto va combattuta con ogni forma e mezzo.

Pubblicato in: Banche Centrali, Cina, Finanza e Sistema Bancario, Senza categoria, Unione Europea

Banche Europee. Altra giornata non buona. Le cinesi stanno bene.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-08.

Anche venerdì otto marzo è stata giornata infausta per le banche del continente europeo.

Molti sono i motivi della loro intrinseca debolezza, ma su tutti spicca la pesante intromissione della politica nella loro gestione. Il banchiere impresta denaro, si direbbe per definizione, a quanto sia certa la refusione del debito contratto: se gestita in codesta maniera la banca è e resta sana.

Il politico invece usa la banca per i suoi fini. Ma i fini politici non coincidono con quelli finanziari ed economici.

Il vero nodo è la formazione del consiglio di amministrazione: se fatto da tecnici ben selezionati esso funziona al meglio. Ma se risultasse essere inquinato da personaggi entrati nel cda in ‘quota di qualcosa’, dal criterio politico a quello di parità dei sessi oppure ancora sul colore dei capelli codeste persona alla fine si rivelano essere dei  parassiti dilapidatori di risorse. Essere parenti del primo ministro non conferisce particolare sapienza bancaria.

Poi ci sarebbe un altro aspetto, ma per meglio valutarlo sarebbe utile guardare prima con attenzione i grafici: salta subito agli occhi.


 

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Rileggiamo, ricapitolando, le capitalizzazioni.

Intesa San Paolo     36.932 miliardi Eur

Banco Bpm                 2.963 miliardi Eur

Commerzbank          8.313 miliardi Eur

Deutsche Bank        16.871 miliardi Eur

Crédit Agricole       30.389 miliardi Eur

Bank of China           1.29 trilioni di yuan, ossia 191.96 miliardi Usd.

*

Le banche europee hanno capitalizzazioni assolutamente insufficienti, alle quali si associano prestiti in sofferenza per quasi 200 miliardi, ufficialmente, ma in pratica almeno quattro volte tanto.

Sul perché sarebbe lunga disquisizione, e la ragione principale la abbiamo già riportata: sta di fatto che siano oltremodo fragili. Stanno in piedi come castelli di carta.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. I tedeschi iniziano a fare qualche conto.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-04.

2019-03-04__Retrocarica__001

Deutsche Welle, tempio indiscusso dei liberal socialisti, ove nessuno, ma proprio nessuno potrebbe mai scrivere se non fosse un Hinterlader collaudato, è uscito oggi con due simpaticissimi video.


German renewables drive creates problems for industry

«Germany wants to phase out nuclear power by 2022 and coal-fired plants by 2038. But the ambitious plan to replace two main sources of energy with renewables raises supply issues»

Ma chi mai, chi mai avrebbe potuto immaginarselo?


Industry worries over German energy transition

«German heavy industry often relies on a lot of power, and it has to be steady. Will the country’s energy transition to sustainables cause major problems such as power shortages and even blackouts?»

Ma chi mai, chi mai avrebbe potuto immaginarselo!!

*

L’opinione corrente suggerirebbe che dopo le elezioni ci possa essere un rimescolamento delle carte.

Nota.

Chiediamo scusa ai Lettori se questa volta abbiamo usato un doppio senso in auge tra gli scaricatori del porto di Amburgo.

Ma dopo anni che il Deutsche Welle era venuto a raccontar bubbole, adesso lo si vede atterrito delle conseguenze delle proprie azioni.

Pubblicato in: Agricoltura, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Francia. Unione Europea, Macron ed il problema dell’agricoltura.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-02.

2019-02-26__Odoxa__Francia__Agricoltura__001

Odoxa ha rilasciato un sondaggio dal titolo:

Rôle de l’Europe pour l’agriculture française.

La domanda posta era semplice e diretta:

«D’après vous, la politique agricole de l’Union Européenne joue-t-elle un rôle plutôt positif ou plutôt négatif pour l’agriculture et les agriculteurs français?»

*

«A suo parere, la politica agricola dell’Unione europea svolge un ruolo piuttosto positivo o piuttosto negativo per quanto riguarda l’agricoltura e gli agricoltori francesi?»

* * * * * * *

2019-02-26__Odoxa__Francia__Agricoltura__002

Il risultato delle risposte è tranchant: per il 71% degli intervistati l’Unione Europea ha svolto un ruolo negativo su agricoltori ed agricoltura francese, mentre per il 28% ha avuto un effetto positivo.

Tuttavia, la stratificazione per propensione al voto fornisce risultati ancor più taglienti.

Coloro che votano per La République en Marche! approvano per il 49%,seguiti dagli adepti del partito socialista con il 41%.

La percentuale delle approvazioni cade al 27% per Les Républicains ed addirittura al 15% per Rassemblement National.

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Su questo particolare tema la disapprovazione dell’Unione Europea è quasi plebiscitaria, tranne che per gli elettori della sinistra e per Mr Macron, ma anche per questi due ultimi formano la minoranza.

Si noti come i Gilets Jaunes abbiano gran parte della loro base proprio nel comparto agricolo, che non gradisce per nulla la politica europeistica finora esercitata da Mr Macron.