Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Problemia Energetici, Russia, Unione Europea

Russia. Nel 2019 scadono gli accordi al transito di gas attraverso l’Ukraina.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-29.

TurkStream

Sempre che non siano in corso delle trattative riservate, cosa possibile quanto verosimile, l’Unione Europea sembrerebbe non aver ancora pensato a come comportarsi quando a fine 2019 scadranno gli accordi tra Russia ed Ukraina, in base ai  quali il gas russo transita sul territorio ukraino per giungere ai consumatori europei.

Per quanto possa sembrare essere ragionevole che alla fine si arrivi ad un rinnovo dei permessi, ciò non è assolutamente detto che accada. A quanto sembrerebbe, il problema sarebbe sicuramente di prezzo del pedaggio, ma molto di più sarebbe politico.

L’Europa dipende mani e piedi dalle forniture russe di gas, sia per il riscaldamento ed uso domestico, sia per alimentare molte delle esistenti centrali elettriche.

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Lascia quindi alquanto perplessi la notizia per cui l’Ungheria avrebbe preso l’iniziativa e contrattato direttamente le forniture con la Russia.

«Russia will supply gas to Hungary in 2020, regardless of agreements on gas transit between Moscow and Kiev»

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«Today, the CEO of Gazprom and I have concluded an agreement that Gazprom will ensure gas supplies to Hungary, regardless of whether a transit agreement is concluded between Russia and Ukraine,” RBC quoted  Hungarian Foreign and Trade Minister Péter Szijjártó»

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«A situation might arise when Russia will no longer supply gas to the European continent via Ukraine»

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«We have to prepare for this scenario, because we must always take into account the worst scenario when planning the security of the country’s energy supply»

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Il problema è di non poco conto ed anche di ben difficile soluzione. Poi, magari, in colloqui riservati, le parti potrebbero anche dimostrasi una volta tanto ragionevoli.

Che tra Russia ed Ukraina non corra buon sangue non dovrebbe essere cosa ignota: l’Unione Europea parteggerebbe ufficialmente per l’Ukraina, ma nel contempo ha bisogno del gas russo per sopravvivere.

La Russia sta proseguendo i lavori per il Nord Stream 2 con grande risentimento americano, e nel contempo sta proseguendo i lavori sullo TurkStream, tra le urenti ambasce dell’Unione Europea. Ambedue le soluzioni bypassano l’Ukraina.

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Turk Stream. Bulgaria approva il progetto.

Un’occhiata sia pur superficiale al tracciato del TurkStream in avanzata fase di posa mette chiaramente in luce come il tracciato passi dalla Turkia alla Bulgaria e, quindi, attraverso la Serbia, arrivi direttamente in Ungheria.


The Moskow Times. 2019-03-24. Russia Agrees To Ensure Gas Supplies to Hungary, Bypassing Ukraine

Russia will supply gas to Hungary in 2020, regardless of agreements on gas transit between Moscow and Kiev, the RBC news website reported on Friday.  

The transit agreement between Russia and Ukraine expires at the end of this year and a new agreement has not yet been negotiated.

“Today, the CEO of Gazprom and I have concluded an agreement that Gazprom will ensure gas supplies to Hungary, regardless of whether a transit agreement is concluded between Russia and Ukraine,” RBC quoted  Hungarian Foreign and Trade Minister Péter Szijjártó as saying after negotiations with Gazprom head Alexei Miller.

“A situation might arise when Russia will no longer supply gas to the European continent via Ukraine. We have to prepare for this scenario, because we must always take into account the worst scenario when planning the security of the country’s energy supply,” RBC quoted Szijjártó as saying.

State-run Gazprom is building two pipelines — Nord Stream 2 and the European leg of TurkStream — in the face of opposition from the European Union and the United States.

Both will carry Russian gas to Europe, bypassing Ukraine. The Nord Stream 2 link under the Baltic Sea is jointly funded by Gazprom and five regional energy companies. The planned TurkStream leg from Turkey to the EU is set to receive financing from a 50-50 joint venture between Gazprom and its Turkish partner.

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Pubblicato in: Banche Centrali, Medio Oriente

Turkia. Accordo con Qatar, che erogherebbe 13 mld Usd.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-19.

2018-06-27__Trump_Suprema_Corte__001

La politica di fedeli rapporti amicali genera sempre buoni frutti.

«Gulf nation’s banking sector has considerable exposure to Turkey»

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«Qatar’s emir headed to Turkey on Wednesday for talks with President Recep Tayyip Erdogan who is dealing with a collapse of the lira currency and deteriorating relations with the United States»

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«Ad agevolare il soccorso dell’Emiro, la fedeltà dimostrata da Ankara nei confronto del ricco alleato del Golfo durante i lunghi anni della crisi siriana, e soprattutto nell’ultima fase in cui gli altri Paesi dell’area, con in testa l’Arabia Saudita, hanno deciso di forzare la mano rompendo le relazioni diplomatiche con i «nemici» sciiti del Qatar»

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«Dopo un incontro di tre ore e mezza ad Ankara, l’Emiro del Qatar, lo sceicco Al Thani, ha promesso che il suo Paese investirà 15 miliardi di dollari — circa 13 miliardi di euro — in Turchia»

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Ben difficilmente saranno i quindici miliardi erogati dall’emiro del Qatar che potranno tamponare la crisi della Turkia.

Non dovrebbe però essere sottovalutato l’impatto politico e psicologico di una simile manovra.

Si resta invece molto incuriositi dall’attuale silenzio del Presidente Putin.


Gulf New. Banking. 2018-08-16. Qatar’s emir heads to Turkey for talks with Erdogan

Gulf nation’s banking sector has considerable exposure to Turkey.

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Dubai: Qatar’s emir headed to Turkey on Wednesday for talks with President Recep Tayyip Erdogan who is dealing with a collapse of the lira currency and deteriorating relations with the United States.

Emir Tamim Bin Hamad Al Thani and Erdogan are expected to discuss “means of strengthening the existing strategic cooperation between the two countries in various fields”, the state news agency QNA reported.

Qatar National Bank, the Middle East and North Africa’s largest bank, in 2016 completed the acquisition of Turkey’s Finansbank. Now around 15 per cent of QNB’s assets and 14 per cent of its loans relate to Turkey, according to Arqaam Capital.

Commercial Bank, Qatar’s third largest bank by assets, has been deploying more capital and focus on its Turkey business in a bid to benefit from closer political ties between the two countries. The lender owns Turkey’s Alternatifbank.


Corriere. 2018-08-16. Soccorso di lusso per Erdogan: in arrivo fondi dal Qatar per 13 miliardi

La promessa dell’Emiro dopo l’incontro ad Ankara. E il presidente turco manda segnali di disgelo all’Europa: liberato dopo 14 mesi il presidente onorario di Amnesty.

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Nel pieno del tracollo finanziario dello scorso finesettimana, Recep Tayyip Erdogan aveva promesso minaccioso dalle colonne del New York Times che la Turchia si sarebbe cercata presto «nuovi alleati» dopo il voltafaccia degli Stati Uniti con i nuovi dazi decisi da Trump. Detto, fatto. Dopo un incontro di tre ore e mezza ad Ankara, l’Emiro del Qatar, lo sceicco Al Thani, ha promesso che il suo Paese investirà 15 miliardi di dollari — circa 13 miliardi di euro — in Turchia. E la notizia ha contribuito a risollevare il corso della lira, il cui valore è risalito del 6% dopo le pesantissime perdite consumate nell’ultima settimana.

Una boccata d’ossigeno essenziale per i mercati, ma anche per Erdogan, rimasto spiazzato dalla «aggressione» americana e determinato a salvare il suo Paese — e il consenso al suo potere — dal tracollo economico-finanziario. Ad agevolare il soccorso dell’Emiro, la fedeltà dimostrata da Ankara nei confronto del ricco alleato del Golfo durante i lunghi anni della crisi siriana, e soprattutto nell’ultima fase in cui gli altri Paesi dell’area, con in testa l’Arabia Saudita, hanno deciso di forzare la mano rompendo le relazioni diplomatiche con i «nemici» sciiti del Qatar.

Ma la strategia diplomatica di Erdogan per uscire dall’angolo non si ferma qui. Il secondo fronte aperto dal governo turco per risalire la china politica ed economica sembra essere proprio quello europeo. Già negli scorsi giorni un canale era sembrato aprirsi con la Germania quando la cancelliera Angela Merkel aveva sottolineato che «nessuno ha interesse in una destabilizzazione economica della Turchia». Ieri Erdogan ha dato seguito ai segnali tedeschi trattenendosi al telefono con Merkel, alla quale farà visita, dopo mesi di alta tensione, a settembre. E oggi è in programma un contatto telefonico con l’altro leader forte europeo, il francese Emmanuel Macron.

A testimoniare la volontà di riavvicinarsi all’Ue — per lo meno sulla carta — è arrivata anche la decisione inattesa da parte del governo turco di liberare dopo 14 mesi di prigionia Taner Kilic, presidente onorario di Amnesty in Turchia, incarcerato lo scorso anno con l’accusa di far parte della rete dell’imam Fethullah Gulen, considerato da Ankara il «mandante» del tentato golpe del 2016.

Un segnale politico ancora più evidente considerato che arriva nelle stesse ore in cui la corte di Istanbul ha respinto un secondo appello da parte della difesa del pastore Andrew Brunson per la sua liberazione. Mano tesa all’Europa, pungo di ferro con gli americani dunque. Anche sul piano più concreto: dopo l’approvazione delle tariffe anti-turche da parte degli Usa lo scorso venerdì, Erdogan ha risposto firmando il decreto che impone nuovi dazi dal 50 al 140% su prodotti di importazione americana come riso, alcol, tabacco e automobili. E pur senza porre tariffe esplicite, per completare il quadro, Erdogan ha invitato i suoi concittadini a boicottare anche i prodotti americani nel settore dell’elettronica: a partire dagli iPhone.

Pubblicato in: Banche Centrali, Stati Uniti, Unione Europea

Turkia. Un microbo economico non può abbattere l’eurozona. Trump sì.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-13.

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Poniamoci una domanda e cerchiamo di ragionare.

La Turkia nel 2017 aveva un pil di 851.102 miliardi Usd,  mentre il pil dell’Unione Europea ammontava a 15,236 miliardi euro.

Inoltre la Turkia non fa parte dell’Unione Europea e tanto meno dell’eurozona.

Ci si domandi allora come sia possibile che gli attuali turmoil della Turkia possano indurre una simile reazione nei paesi afferenti l’Unione Europea.

Trump. Colpire l’Europa attraverso la Turkia. Knockout.

La Voce del Padrone. Tornate nei ranghi!

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L’euro è così solido che tutti corrono al dollaro americano.

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Pubblicato in: Banche Centrali, Stati Uniti, Trump, Unione Europea

Titoli turki denominati in Usd. Occasioni per gli scaltri.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-12.

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Le avvisaglie della terza guerra mondiale si stanno preannunciando con cospicui sommovimenti dei sistemi economici e finanziari.

Per l’economia del presente discorso, alcuni elementi sembrerebbero essere di particolare interesse.

Trump. Executive Order EO13846. Della vera novità nessuno ne parla.

Trump. Colpire l’Europa attraverso la Turkia. Knockout.

La Voce del Padrone. Tornate nei ranghi!

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Se sia del tutto comprensibile l’anelito di un governante di preservare con cura l’identità e la sovranità nazionale, altrettanto ragionevole sarebbe il dover considerare la propria nazionale nei rapporti culturali, politici ed economici con tutte le restanti nazioni.

Un governante saggio sa bene come si debba addivenire ad accordi, ove ciascuna delle parti conceda, e nel contempo ottenga, qualcosa. L’ingordigia e l’orgoglio possono diventare armi di autodistruzione temibili.

Se sicuramente sono esistiti, e ne esistono tuttora, politici di razza quali Mr Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, Principe di Benevento, capace di tener il piede in ventisette scarpe diverse lasciando tutti contenti e soddisfatti, è anche altrettanto vero come la gran parte dei politici siano omuncoli piccoli piccoli, di lega vilissima.

In politica, la chiarezza da sempre buoni frutti, mentre le ambiguità si pagano spesso a caro prezzo.

La storia insegna come sia meglio avere al governo un governante anche del tutto spudorato, piuttosto che un imbecille, oppure una persona ragionevole ma accecata dalla sua superbia.

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Andiamo al pratico.

Il 30 agosto 2017 la lira turca era quotata contro l’euro a 4.13: ieri 10 agosto 2018 tale rapporto valeva 7.3356.

Questo crollo è avvenuto principalmente, in termini percentuali, nell’ultima settima: il sei agosto il rapporto eur/try valeva 5.9087.

Questo turmoil si è ripercosso sulle quotazioni e sui rendimenti dei titoli di stato turki: quotazioni scese bruscamente ed interessi relativi schizzati vero l’alto.

Se però si considerassero i titoli di stato turki denominati in usd il quadro sembrerebbe essere fosco, ma meno drammatico.

Il titolo Türkei 04/34, 8.00%, un anno fa era quotato 128, mentre ieri 10 agosto 2018 valeva 97.70.

Se la quotazione rende tale titolo appetibile, nel converso la situazione della Turkia lascerebbe seri dubbi che gli interessi siano corrisposti anche in futuro e che avvenga alla fine il rimborso.

Se le mani di molti speculatori spericoli stanno già prudendo, quelli più smaliziati sono in vigile attesa.

Se sia vero che i titoli di stato si comprano a basse quotazioni, ossia quando gli stati emittenti siano nei triboli, sana norma comportamentale suggerirebbe di aspettare ad acquistarli solo ed esclusivamente quando fossero chiari, evidenti e sicuri di un clima internazionale raffreddato ed una ripresa nazionale ben evidente.

È una elementare norma di prudenza, che suggerisce di correre sicuramente dei rischi, ma di farlo in modo ragionevole.

Poi, ovviamente, ciascun opererà secondo i propri interessi.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Stati Uniti, Trump, Unione Europea

Trump. Colpire l’Europa attraverso la Turkia. Knockout.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-11.

Ivan Iv. Il Terribile. 001. Viktor Michajlovič Vasnecov. Ivan IV il Terribile

«Tu regere imperio populos, Romane, memento:

hae tibi erunt artes, pacisque imponere morem,

parcere subiectis et debellare superbos.»

[Virgilio, Eneide, VI, 847-853]



«Secondo quanto riportato dal Financial Times, gli istituti spagnoli avrebbero un’esposizione di 83,3 miliardi di dollari, quelli francesi di 38,4 miliardi di dollari e quelli italiani di 17 miliardi di dollari. ….

I gruppi bancari più esposti sarebbero la spagnola Bbva, la francese Bnp Paribas  e l’italiana Unicredit» [Fonte]

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«Quando gli Usa alzano i tassi c’è volatilità sui mercati emergenti. Questa volta la Turchia risulta in difficoltà perché poco credibile sul piano politico». [Fonte]

Ma queste sono bruschette, briciolotti, specchietti per allodole.

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In fuga dalla Turchia, Ferrero cerca nuovi fornitori di nocciole per la Nutella

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Cercare di capire cosa stia succedendo sarebbe facile se ci si concentrasse sull’essenziale, improbo se ci si perdesse nei particolari. Quasi invariabilmente però la casistica particolare è sbandierata da politici, economisti e media proprio per evitare di mettere l’ascia alla radice.

Le elezioni presidenziali 2016 sono state lo spartiacque che ha chiuso in Occidente l’era del predominio politico, economico e culturale dell’ideologia liberal e socialista, aprendo le porte ad un nuovo periodo che si potrebbe definire ‘empirista’, ossia non condizionato da ideologia alcuna.

Se è vero che Mr Trump abbia vinto, ed anche con grande vantaggio, sarebbe altrettanto vero constatare come i democratici abbiano perso per la scelta sprovvida della candidata Mrs Hillary Clinton e per la durezza con la quale avevano cercato di imporre la propria Weltanschauung negli Stati Uniti e nel mondo.

Queste elezioni furono così cruciali perché il presidente eletto avrebbe potuto nominare nuovi giudici nella Corte Suprema. Essendo i giudici nominati a vita e scegliendo solitamente i presidenti persone relativamente giovani, se avessero vinto i democratici si sarebbero garantiti la Corte Suprema a schiacciante maggioranza liberal democratica: ma hanno vinto i repubblicani e così per i prossimi trenta anni questa Corte sarà repubblicana.

Compreso questo punto essenziale, tutto ne deriva di conseguenza sequenziale.

White House. Law & Justice. Supreme Court Justice Neil Gorsuch Sworn-in at the White House [2017-04-13]

White House. Nominations & Appointments. President Donald J. Trump Announces Intent to Nominate Judge Brett M. Kavanaugh to the Supreme Court of the United States. [2018-07-09]

Se anche ora qualcuno assassinasse Mr Trump il predominio repubblicano non risulterebbe essere intaccato per un buon trentennio.

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Infatti, avere la maggioranza nella Suprema Corte significa che per trenta anni almeno vi sarà il predominio repubblicano sulla politica e sul sistema economico: le sentenze di tale Corte sono infatti inappellabili.

I liberal democratici hanno scatenato contro Mr Trump una vera e propria guerra civile, accusandolo di tutto e di qualcosa di più, reclutando anche tutti coloro che in passato erano stati loro fedeli sodali all’estero.

Stati Uniti. È in corso una guerra civile. Occorre prenderne atto. [2017-02-12]

Guerra civile americana. Si avvicina lo scontro finale. [2017-06-05]

Trump. La guerra civile americana si avvia alla sua Gettysburg. [2017-09-12]

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I fedeli alleati europei dei liberal democratici americani avevano fatto un’intensa campagna elettorale per Mrs Hillay Clinton. Quando con loro vivo disappunto Mr Trump trionfò alle elezioni, ci misero più di una settimana a mandargli le congratulazioni che buona diplomazia suggerisce. Mr Hollande e Frau Merkel, liberal socialisti, si assunsero l’onere di appoggiare i liberal democratici nel loro disperato tentativo si sottominare l’Amministrazione Trump.

I risultati conseguiti al G20 prima, al G7 dopo sono la dimostrazione del loro fallimento.

Non solo, alle successive elezioni nazionali il partito socialista francese di Mr Hollande si ridusse all’8% ed in quelle del 21 settembre 2017 il partito di Frau Merkel perse dieci punti percentuali, così come la sua alleata socialdemocrazia.

La dirigenza dell’Unione Europa, Francia e Germania, erano rimasti gli ultimi baluardi di governi ad ideologia liberal e socialista: del tutto sequenziale che Mr Trump li avesse messi nel collimatore, anche perché erano l’ultima sponda di potere detenuto dai liberal democratici. La conclusione è facile.

«Ceterum censeo Carthaginem esse delendam»

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Constatata l’impossibilità di pervenire ad un accordo politico con personalità politiche ideologicamente irriducibili, Mr Trump è ricorso ad una guerra economica e commerciale contro Unione Europa, Francia e Germania.

Alla fine l’Europa dovrà ben scegliere se siano meglio gli Stati Uniti ovvero la rovina. I superbi dovranno chiamare il capo ed umiliarsi.

Questa guerra si articola su svariati fronti, che vanno dal supporto ai partiti sovranisti, ‘populisti‘, nel Vecchio continente allo scopo di scalzarne dal potere gli attuali egemoni, all’aumento dei tassi di interesse, al richiamo negli Stati Uniti dei processi produttivi prima delocalizzati, a repentine variazioni di ampio respiro dei cambi delle valute, fino ad una nuova forma di strangolamento economico.

Esso si articola su due braccia di una stessa tenaglia: da una parte i dazi e dall’altra il bando dal mercato statunitense delle imprese che operano in paesi considerati nemici, o tali siano riconosciuti.

Constato come non sia possibile un costruttivo dialogo politico, Mr Trump colpisce, ed anche molto duramente, il tessuto produttivo e commerciale dell’Unione Europea.

Colpire la Turkia significa in questo momento colpire gli stati dell’Unione Europea.

Le esposizioni bancarie di Spagna, Germania, Francia ed Italia sono gran belle cifre, verosimilmente la Turkia non sarà in grado di onorare i 70 miliardi di dollari di titoli in scadenza l’anno prossimo, ma il danno politico ed economico inferto all’Unione Europea è di ben maggiore portata. Per non parlare poi di quello indotto da un dollaro forte, e che potrebbe anche irrobustirsi ulteriormente.

In estrema sintesi: i capi di stato europei devono andare a Washington ed inginocchiarsi a baciare l’anello.

«Parcere subiectis et debellare superbos»


Bloomberg. 2018-08-11. Euro Becomes Collateral Damage as Trump Amps Up Turkey Pressure

– Common currency tumbles to lowest level since July 2017

– Concern mounts over European banking health: Credit Suisse

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As U.S. President Donald Trump takes aim at Turkey, the euro is getting caught in the crossfire.

Turkey’s lira plunged to a record low Friday amid escalating tension over the detention of an American pastor, with Trump ordering some tariffs on Turkish metals to be doubled. The carnage quickly spread from emerging to developed markets: The euro sank as much as 1.2 percent to the weakest in more than a year, extending a drop triggered earlier by a Financial Times report that the European Central Bank raised concern about European banks’ exposure to Turkey.

Barring a quick resolution to the U.S.-Turkey feud, the common currency will continue to suffer amid worries about the vulnerability of European financial institutions, according to Shahab Jalinoos, Credit Suisse Group AG’s global head of FX trading strategy.

“As long as the market suspects the European banking sector has an exposure, it will weigh on the euro, even if that’s hard to quantify,” Jalinoos said. “It will be sold on rallies unless Turkey suddenly gets cleared up, especially as the market knows the euro has its own Italy budget risk still ahead.”

The euro fell as low as $1.1395 on Friday, and is now down about 5 percent this year versus the dollar. Jalinoos has his sights set on the euro’s 200-week moving average at $1.1367 as the next point to watch. He said that level acted as resistance in the second half of 2016.

The greenback gained against almost all major and emerging-market currencies Friday, underscoring the haven appeal that’s boosting it to the likely dismay of the U.S. president. Among G-10 currencies, the euro’s biggest losses came against the yen, dollar and Swiss franc.

“Turbulence in emerging markets related to spillover from Turkish assets is generating a fear in the markets,” said Brad Bechtel, a managing director at Jefferies Group LLC. “The only currencies to own in this environment are dollar, Swiss franc and the yen.”


Sole 24 Ore. 2018-08-11. Perché la lira turca è crollata. Trump esulta e aumenta i dazi

La crisi valutaria turca è talmente complessa che nemmeno l’invocazione di Erdogan ad Allah servirà ad attenuare la disfatta della lira sui mercati internazionali, a meno che Ankara non si rassegni ad adottare misure la cui ortodossia è però fortemente avversata dallo stesso presidente.

Le ragioni geopolitiche

La crisi ha radici geopolitiche, monetarie e macroeconomiche. Il primo aspetto è legato sia alla svolta autoritaria impressa al Paese con la nascita di una Repubblica presidenziale che concentra nelle proprie mani ogni potere (anche quello di nominare direttamente il governatore della banca centrale) sia al deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti dopo l’arresto in Turchia, con l’accusa di spionaggio e terrorismo, del pastore americano Andrew Brunson, e al quale la Casa Bianca ha risposto all’inizio di agosto imponendo sanzioni nei confronti di due ministri (Interno e Giustizia) del governo Erdogan. Mentre oggi Trump ha annunciato il raddoppio dei dazi su alluminio e acciaio turchi rispettivamente al 20% e al 50 per cento.

La politica monetaria

Le sanzioni però, misura rara nei confronti di un Paese della Nato da parte degli Stati Uniti, rappresentano solo l’elemento scatenante di una situazione preoccupante da mesi e qui entra in gioco il secondo fattore, la politica monetaria. L’economia turca corre e corre troppo. Con una crescita che nel 2017 è stata superiore al 7% ed è stata in buona parte alimentata dalla concessione di credito facile a imprese e famiglie, è in fase di surriscaldamento:l’inflazione è ormai al 16%. In luglio gli investitori internazionali si aspettavano un aumento dei tassi d’interesse della Banca centrale, che però non c’è stato. Erdogan con le nuove prerogative presidenziali ha il potere di nomina del governatore e in maggio aveva spiegato a Londra di voler influenzare direttamente la politica monetaria e di essere contrario all’aumento del costo del denaro perché in realtà avrebbe creato più inflazione invece di ridurla.

Le debolezze macroeconomiche

Di fronte a un simile atteggiamento la preoccupazione degli investitori esteri è aumentata esponenzialmente dopo le elezioni di giugno, che hanno visto la grande vittoria di Erdogan e la nascita della nuova repubblica presidenziale. Da lì in avanti, più della crescita portentosa, delle promesse di investimenti miliardari nelle grandi opere infrastrutturali, di un debito pubblico bassissimo (28,5% del Pil) hanno pesato una serie di elementi macroeconomici che spiegano la terza ragione della crisi e la fuga di capitali: un deficit delle partite correnti al 6% del Prodotto interno lordo e un indebitamento estero ormai al 53% del Pil e per due terzi attribuibile al settore privato (banche e imprese) con scadenze importanti di rimborso (70 miliardi) da qui al marzo 2019.

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Medio Oriente, Problemia Energetici

Eni. I giacimenti mediterranei Zhor e Noor. Sembrerebbero essere enormi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-07-12.

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«Secondo uno dei pochi giornali egiziani di solito attendibili, al-Masry al-Ayoum, di fronte alle coste dell’Egitto l’Eni ha scoperto un giacimento di gas, Noor, che ha dimensioni pari a tre volte il gigantesco giacimento di Zohr, individuato nel 2015 e ritenuto all’epoca il più grande del Mediterraneo»

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«punto l’Egitto si troverebbe nelle condizioni di diventare un grande esportatore di energia verso l’Europa, a scapito delle analoghe ambizioni israeliane affidate ai giacimenti Tamar e Leviathan, quest’ultimo in joint-venture con l’americana Noble

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«Eni ha finalizzato la cessione a Mubadala Petroleum, società interamente posseduta da Mubadala Investment Company, di una quota del 10% nella concessione di Shorouk, nell’offshore dell’Egitto, nella quale si trova il giacimento super-giant a gas di Zohr»

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«L’euforia egiziana per l’importante scoperta fa storcere il naso a Israele per più ragioni: la prima è che con la prospettiva di un Egitto non solo indipendente energicamente ma anche esportatore è a rischio un accordo annunciato a febbraio tra la società israeliana Delek Drilling per fornire gas israeliano alla società egiziana Dolphinus Holdings e che prevede(va) di esportare 15 miliardi di dollari di gas israeliano in Egitto nel prossimo decennio»

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«Il gas che sarà estratto da questi due dovrà andare in Egitto prima di raggiungere i potenziali acquirenti nel resto del mondo, per colpa della conformazione del fondo marino che impedisce ai gasdotti di dirigersi altrove – e anche perché l’Egitto a questo punto si candida a essere il paese leader nel trattamento del gas appena estratto nel settore est del Mediterraneo»

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Se lo sfruttamento di questi giacimenti è difficoltoso dal punto di vista tecnico, ancor più problematico lo è dal punto di vista politico. I giacimenti sono molto distanti dalle coste ed Egitto, Israele, Cipro e Turkia avanzano diritti più o meno ragionevoli sullo sfruttamento.

Egitto. L’Eni ha già avviato la produzione dal campo Zohr.

Egitto. Impianto Nucleare russo di Al Dabaa funzionante per il 2022.

Mediterraneo e giacimenti gas. Pericolo di una guerra.

I giacimenti in oggetto distano in termini medi 100 km da Cipro, altrettanti dal Libano, poco meno di 200 km da Israele e 330 km dall’Egitto.

Ciascuno di questi quattro stati vorrebbe avere l’esclusiva per lo sfruttamento di questi giacimenti e mal sopporta l’idea di dover spartire queste risorse con altri.

Ma il problema si complica ulteriormente quando si pensa che il gas estratto deve essere portato agli utilizzatori tramite un qualche gasdotto. Ma i fondali mal si adatto a gasdotti, tranne quelli diretti in Egitto.

Insomma: è ancora una situazione in divenire.


La prima notizia risale al 26 giugno 2016.

Egitto, Eni scopre Noor: ‘Più grande giacimento di gas del Mediterraneo’. La verità su Regeni si allontana

«Secondo uno dei pochi giornali egiziani di solito attendibili, al-Masry al-Ayoum, di fronte alle coste dell’Egitto l’Eni ha scoperto un giacimento di gas, Noor, che ha dimensioni pari a tre volte il gigantesco giacimento di Zohr, individuato nel 2015 e ritenuto all’epoca il più grande del Mediterraneo.

Le stime delle dimensioni dei giacimenti di idrocarburi sono sempre scommesse, pronostici che possono essere smentiti quando comincia l’estrazione (tra due mesi, secondo il governo egiziano). Ma se al-Masry al-Ayoum, o in questo caso l’Eni, avessero indovinato, ci troveremmo di fronte ad un evento che in prospettiva può cambiare la geopolitica del Mediterraneo. A quel punto l’Egitto si troverebbe nelle condizioni di diventare un grande esportatore di energia verso l’Europa, a scapito delle analoghe ambizioni israeliane affidate ai giacimenti Tamar e Leviathan, quest’ultimo in joint-venture con l’americana Noble


Reuters. 2018-06-20. Zohr, Eni completa cessione 10% concessione Shorouk in Egitto a Mubadala

Eni ha finalizzato la cessione a Mubadala Petroleum, società interamente posseduta da Mubadala Investment Company, di una quota del 10% nella concessione di Shorouk, nell’offshore dell’Egitto, nella quale si trova il giacimento super-giant a gas di Zohr.

Secondo una nota, Eni, attraverso la sua controllata IEOC, detiene ora una quota di partecipazione nel blocco del 50%, mentre gli altri partner sono Rosneft con il 30%, Bp con il 10% e Mubadala Petroleum con un altro 10%.


Occhi della Guerra. 2018-07-09. Eni, l’Italia e l’Egitto: un giacimento cambia gli equilibri nel Mediterraneo

Secondo i funzionari del ministero del Petrolio egiziano citati dal Middle East Eye, l’Eni annuncerà presto il giacimento Noor trovato nella concessione di Shorouk. Si dice che Noor abbia tre volte le dimensioni di Zohr, rilevato dall’Eni nel 2015, e che abbia quindi le risorse per trasformare l’Egitto in un esportatore di gas, cambiando di conseguenza gli equilibri in un settore dove tutti, dagli attori regionali fino a alle superpotenze internazionali, hanno forti interessi.

La nuova scoperta sta rafforzando i piani dell’Egitto di diventare un hub regionale del gas. Il ministro egiziano del petrolio Tarek El-Molla  ha detto a Bloomberg alla fine della scorsa settimana che il paese potrebbe interrompere l’importazione di gas naturale liquefatto (GNL) entro la fine dell’anno per poi concludere: “L’Egitto avrà abbastanza gas per i propri bisogni e molto probabilmente anche per l’esportazione” evitando però di confermare la scoperta del nuovo giacimento, ancora non ufficiale.

L’euforia egiziana per l’importante scoperta fa storcere il naso a Israele per più ragioni: la prima è che con la prospettiva di un Egitto non solo indipendente energicamente ma anche esportatore è a rischio un accordo annunciato a febbraio tra la società israeliana Delek Drilling per fornire gas israeliano alla società egiziana Dolphinus Holdings e che prevede(va) di esportare 15 miliardi di dollari di gas israeliano in Egitto nel prossimo decennio.

La seconda ragione della preoccupazione di Israele è ben riassunta da Daniele Raineri su Il Foglio : “Oltre al gigante egiziano, esistono due giacimenti minori ma pur sempre grandi, il Leviatano davanti a Israele e l’Afrodite davanti a Cipro. Il gas che sarà estratto da questi due dovrà andare in Egitto prima di raggiungere i potenziali acquirenti nel resto del mondo, per colpa della conformazione del fondo marino che impedisce ai gasdotti di dirigersi altrove – e anche perché l’Egitto a questo punto si candida a essere il paese leader nel trattamento del gas appena estratto nel settore est del Mediterraneo”. Elemento che spingerebbe il governo israeliano ad avvicinarsi il più possibile all’Egitto, costringendo la leadership israeliana ad avere un occhio di riguardo per i rapporti con il nuovo attore energetico della regione.

Per quanto riguarda il giacimento di Zohr per ora il 60% rimane in mano all’Eni, che l’ha scoperto, mentre alla russa Rosneft è stato ceduto il 35%. Nelle ultime settimane invece Eni ha firmato ad Abu Dhabi due concession agreements per l’ingresso di Mubadala Petroleum con una quota del 5% nel giacimento a olio di Lower Zakum e con una quota del 10% nei giacimenti a olio, condensati e gas di Umm Shaif e Nasr, nell’offshore del Paese, per circa 934milioni di dollari e una durata di 40 anni.

La scoperta del giacimento di Noor che dovrebbe essere annunciata quest’estate ha sì le capacità di avvicinare gli attori attivi nella regione portando magari a nuove alleanze e accordi, ma allo stesso tempo potrebbe aumentare la tensione in un’area già abbastanza suscettibile alle manovre delle grandi potenze. 

Solo qualche mese fa (febbraio 2018) la nave Saipem 12000noleggiata da Eni per svolgere attività di esplorazione nel Blocco 3 delle acque di Cipro è stata bloccata dalla Marina turca che, infine, ha costretto l’imbarcazione a tornare nel porto di Cipro rischiando, peraltro, di speronare la Saipem durante le manovre, tutt’altro che “diplomatiche” proprio come la politica del presidente Erdogan, accolto in pompa magna a Roma qualche giorno prima. 

Altro elemento da tenere in considerazione sono le voci di molti analisti e un’inchiesta del New York Times che, senza inutili complottismi, hanno fatto notare la coincidenza della scoperta di Zohr con l’uccisione di Giulio Regeni, avvenuta solo pochi mesi dopo l’annuncio del supergiacimento a largo delle acque egiziane. Tra le tante ipotesi delle ragioni che hanno portato all’omicidio del giovane ricercatore italiano c’è la teoria che sia stato ucciso per minare i rapporti tra il governo italiano e quello egiziano, uno dei partner più importanti per Roma soprattutto alla luce della scoperta di Zohr.

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Problemia Energetici

Tanap. Inaugurato il tratto transanatolico.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-07-03.

Tanap 001

«The Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline (TANAP; Turkish: Trans-Anadolu Doğalgaz Boru Hattı) is a natural gas pipeline in Turkey. It is the central part of the Southern Gas Corridor, which will connect the giant Shah Deniz gas field in Azerbaijan to Europe through the South Caucasus Pipeline, TANAP and the Trans Adriatic Pipeline. The pipeline has a strategic importance for both Azerbaijan and Turkey. It allows the first Azerbaijani gas exports to Europe, beyond Turkey. It also strengthens the role of Turkey as a regional energy hub.

The construction of the 1,841-kilometre (1,144 mi)-long pipeline started in in March 2015 and it was inaugurated in June 2018…..

The pipeline cost US$8.5 billion. $800 million of funding was approved by the International Bank for Reconstruction and Development. ….

The pipeline cost US$8.5 billion. $800 million of funding was approved by the International Bank for Reconstruction and Development.

The capacity of the pipeline is 16 billion cubic metres (570 billion cubic feet) of natural gas per year at initial stage and would be increased later up to 23 billion cubic metres (810 billion cubic feet) by 2023, 31 billion cubic metres (1.1 trillion cubic feet) by 2026, and at the final stage 60 billion cubic metres (2.1 trillion cubic feet) to be able to transport additional gas supplies from Azerbaijan and, if the Trans-Caspian Gas Pipeline, from Turkmenistan. ….

The TANAP is operated by SOCAR, which holds 58% stake in the project. Turkey’s pipeline operator BOTAŞ own 30%, while BP acquired 12% in the project on March 13, 2015. The TANAP project company is headquartered in the Netherlands» [Fonte]

*

«Shah Deniz è un giacimento di gas naturale, il più grande dell’Azerbaigian. Si trova a sud-ovest del Mar Caspio, al largo della costa dell’Azerbaigian, a circa 70 km (43 miglia) a sud-est di Baku, a una profondità di 600 metri. Il campo copre circa 860 chilometri quadrati. Estendendosi per oltre 140 chilometri quadrati, il bacino artificiale è simile per dimensioni e forma all’isola di Manhattan. La profondità del mare nella zona del campo varia da 50 a 650 m. L’area della zona portante del gas è di circa 860 km².

È considerato un collegamento fondamentale per il corridoio meridionale del gas, con l’obiettivo di portare volumi aggiuntivi e alternativi di gas naturale verso i paesi membri dell’Unione europea. Geologicamente si riferisce al bacino del petrolio e del gas del Mar Caspio meridionale. Le riserve totali del giacimento sono stimate a 1,2 trilioni di metri cubi di gas naturale e 240 milioni di tonnellate di condensato di gas. Lo sviluppo del giacimento è effettuato da un consorzio, che comprende le seguenti società:

    BP Azerbaigian (25,5%) – operatore

    Statoil Azerbaigian (25,5%)

    SOCAR Azerbaigian (10%)

    Elf Petroleum Azerbaigian (10%)

    LukAgip N.V. (società affiliata di Lukoil, 10%)

    Oil Industries Engineering & Construction (10%)

    Turkish Petroleum Overseas Company Limited (9%) » [Fonte]

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L’Azerbaigian, ufficialmente Repubblica dell’Azerbaigian, è uno stato situato nella regione del Caucaso.

Ricco di petrolio, il paese è situato nell’Asia transcaucasica, a sud dello spartiacque montuoso che lo separa convenzionalmente dall’Europa. Confina con il Mar Caspio a est, con la Russia a nord, la Turchia a ovest, la Georgia a nord-ovest, l’Armenia a ovest e l’Iran a sud.

Ha nove milioni e mezzo di abitanti, un pil ppa pro capite di 17,500 Usd, ed un tasso di fertilità di 2.3.

Non può certo essere considerato uno stato ricco, pur disponendo di grandi giacimenti di petrolio e gas naturale.

Sicuramente i proventi derivanti dal Tanac dovrebbero concorre a migliorare in modo sensibile la situazione economica del paese.

Si noti come il consorzio gestionale sia formato da società a capitale inglese, francese, russo e turko, ed abbia sede nei Paesi Bassi. Quasi invariabilmente gli imprenditori si dimostrano molto più ragionevoli dei rispettivi governi.

Generare ricchezza e posti di lavoro è l’unico mezzo noto per far emergere le popolazioni dalla povertà.


Agenzia Nova. 2018-06-13. Energia: vicepresidente Commissione Ue Sefcovic, inagurazione Tanap è una pietra miliare

Baku, 12 giu 08:52 – (Agenzia Nova) – L’apertura ufficiale del gasdotto transanatolico (Tanap), tratto intermedio del Corridoio meridionale del gas che prevede il trasporto di gas azerbaigiano verso l’Europa, è una pietra miliare. Lo ha dichiarato a Trend il vicepresidente della Commissione europea per l’Unione dell’energia Maros Sefcovic. “Il gasdotto transanatolico, insieme al gasdotto del Caucaso meridionale e al gasdotto transadriatico (Tap), è una parte essenziale del Corridoio meridionale del gas. La sua apertura ufficiale segna quindi una pietra miliare, poiché il gas del Caspio potrà ora arrivare in Turchia su base commerciale”, ha dichiarato il vicepresidente della Commissione europea. “In altre parole, stiamo trasformando le intenzioni in realtà e producendo un altro risultato tangibile sotto l’egida dell’Unione dell’energia”.
“Aiutando a diversificare i nostri fornitori di energia e le rotte, il Corridoio meridionale del gas è strategicamente importante per la sicurezza energetica dell’Ue. Tutti noi guadagneremo da questo ‘ponte’ tra la regione del Caspio e il mercato dell’Unione. È nel nostro comune interesse renderlo un successo”, ha affermato Sefcovic. “Il nostro obiettivo a lungo termine è creare un mercato energetico paneuropeo basato sul libero scambio, sulla concorrenza e su forniture, fonti e rotte diversificate. Ciò dimostra che l’Unione dell’energia non si ferma ai confini dell’Ue e ha una forte dimensione esterna”, ha aggiunto il vicepresidente della Commissione.

Il progetto del Tanap prevede il trasporto di gas dal giacimento azerbaigiano di Shah Deniz ai confini occidentali della Turchia. Il gas sarà consegnato alla Turchia nel 2018. Dopo il completamento della costruzione del Tanap, il gas verrà consegnato in Europa all’inizio del 2020. Lungo 1.850 chilometri, il Tanap avrà una capacità iniziale di 16 miliardi di metri cubi di gas. Circa 6 miliardi di metri cubi di queste forniture dovrebbero essere consegnati alla Turchia, mentre i volumi rimanenti saranno destinati all’Europa. Gli azionisti del Tanap sono: Cjsc col 51 per cento, Socar Turkey Enerji col 7 per cento, Botas col 30 per cento e BP con il 12 per cento.

Pubblicato in: Armamenti, Unione Europea

Merkel. È morale ciò che conviene a Frau Merkel.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-05.

German Chancellor and head of German CDU party Merkel awaits start of party board meeting in Berlin

Tutti i grandi uomini sono ascesi agli onori della storia per la loro coerenza di pensiero e di vita.

Si potrà pur sempre non condividere alcune idee ed azioni del Mahatma Gandhi, ma nessuno potrebbe mai dire che fosse un ipocrita, che facesse cose che mai aveva pensato: che simulasse e dissimulasse.

Un altro tratto caratteristico di personaggi di questo livello è che hanno proposto il loro modo di pensare e di vivere, ma mai hanno cercato di imporlo. San Francesco aveva un enorme ascendete morale per la sua santità di vita: lui viveva la più stretta delle povertà ma mai la impose a chicchessia.

*

La Bundeskanzlerin Frau Merkel da questo punto di vista sembrerebbe essere il perfetto contrario del Mahatma, di San Francesco e di gente di quella tempra.

Se si potesse parlare liberamente, senza l’uso del politicamente corretto, è la caricatura peggiorativa della donnetta ai trogoli. Con l’aggravante che essa sa più che bene cosa stia dicendo e facendo.

*

«Last week, German Chancellor Angela Merkel called the Turkish offensive in the Syrian enclave “unacceptable.”

*

«Despite all justified security interests of Turkey, it’s unacceptable what’s happening in Afrin, where thousands and thousands of civilians are being pursued, are dying or have to flee»

*

«the chancellor herself clearly condemned the attack»

*

«We also condemn this in the strongest possible terms»

*

«Ankara should not receive any “economic assistance”»

*

Bene.

Dopo aver inveito contro la Turkia con la massima severità, ed averne dato condanna morale inappellabile, ecco che salta fuori la verità:

«has not stopped her government from selling arms to Turkey».

In poche parole, la Germania è la principale fornitrice di armi alla Turkia, traendone lauti guadagni.

«The German government has approved the export of military equipment worth €4.4 million ($5.4 million) since January 20, when Turkey launched its offensive against Kurdish militia in Afrin»

*

«The value of the approvals in the month preceding the offensive was almost €10 million»

* * * * * * * *

Ricapitoliamo.

Italia e gli altri stati dell’Unione Europea devono guardarsene bene dal vendere armi alla Turkia che ne starebbe facendo un uso immorale: sarebbe uno sfregio ai valori fondamentali dell’Unione Europea. E ciò che sia etico e morale lo decide ovviamente la Bundeskanzlerin Frau Merkel.

Ma se fosse in gioco un guadagno sia pur minimo della Germania, bene, allora tutte quelle azioni orribilmente immorali ne risulterebbero essere santificate.

Ci sarebbe ben poco da aggiungere.


Deutsche Welle. 2018-03-29. Germany sells arms to Turkey despite Afrin offensive, German broadcaster reports

Last week, German Chancellor Angela Merkel called the Turkish offensive in the Syrian enclave “unacceptable.” But that has not stopped her government from selling arms to Turkey, German public media reported.

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Germany continues to authorize the export of weapon to Turkey despite criticizing the country’s offensive in the Syrian enclave of Afrin, German public broadcaster ARD reported Thursday.

The German government has approved the export of military equipment worth €4.4 million ($5.4 million) since January 20, when Turkey launched its offensive against Kurdish militia in Afrin, ARD said, citing a response from the Foreign Ministry to a question by the Left party.

The value of the approvals in the month preceding the offensive was almost €10 million.

‘Merkel’s credibility in question’

Left party lawmaker Sevim Dagdelen, who has been a prominent critic of German arms exports to Turkey in the past, said the recent approvals had raised questions about Chancellor Angela Merkel’s credibility after she denounced the invasion as “unacceptable.”

“The criticism does not have any consequences,” he told ARD, adding that rather than taking action to stop the fighting, Merkel’s government authorized more weapons sales.

Last week, Merkel criticized Turkey’s attack on Kurdish forces in Afrin, which Ankara describes as an anti-terror offensive.

“Despite all justified security interests of Turkey, it’s unacceptable what’s happening in Afrin, where thousands and thousands of civilians are being pursued, are dying or have to flee,” Merkel told German lawmakers.

German arms in Afrin?

Social Democrat (SPD) Deputy Parliamentary Leader Rolf Mützenich said one could not rule out that Turkey would use some of the weapons bought from Germany in the ongoing offensive in Syria.

“NATO countries like Turkey have more open delivery options, but they can also be denied, and in this case, that would be appropriate,” he told the German broadcaster.

Turkey says it has taken “complete control” of Afrin after a ground and air offensive against the YPG that controlled the Syrian enclave. Ankara considers the YPG a terror group and an extension of the banned Kurdistan Workers’ Party (PKK) rebels, which is waging an insurgency within its own borders.

Pubblicato in: Armamenti, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Saga delle ipocrisie. Fondi Eu alla Turkia. ‘EU Complicity’ – Spiegel

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-01.

TURKEY-SYRIA-CONFLICT-GAS

Lo Spiegel usa parole inusitatamente dure, ma a nostro sommesso parere ha ragione.

«Turkey has barricaded its border to Syria with the help of funding from the European Union»

*

«Turkey has even built a wall along its border to Syria. It is several hundred kilometers long, 3 meters (10 feet) high and equipped with heat-detection cameras.»

*

«the Turkish soldiers indiscriminately opened fire on the refugees»

*

«EU Complicity»

*

«As a European Union member, the German government is also implicated in the arming of the Turkish border against refugees»

*

«This included the transfer of 35.6 million euros by Brussels to the Turkish company Otokar as part of its IPA regional development program for the construction of armored Cobra II military vehicles, which are now being used to patrol the border to Syria»

* * * * * * * *

«Last week, German Chancellor Angela Merkel called the Turkish offensive in the Syrian enclave “unacceptable.”

*

«Despite all justified security interests of Turkey, it’s unacceptable what’s happening in Afrin, where thousands and thousands of civilians are being pursued, are dying or have to flee»

*

«the chancellor herself clearly condemned the attack»

*

«We also condemn this in the strongest possible terms»

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Queste sopra erano le parole, di seguito i fatti:

«The German government has approved the export of military equipment worth €4.4 million ($5.4 million) since January 20, when Turkey launched its offensive against Kurdish militia in Afrin»

*

«The value of the approvals in the month preceding the offensive was almost €10 million»

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In poche parole.

Unione Europea e Germania finanziano gli armamenti di quanti combattono in Siria e forniscono loro armi di ogni genere. Nel contempo finanziano e provvedono di armamenti la Turkia, con la quale, almeno a parole, sembrerebbe non correre buon sangue, per via di quello che Frau Merkel ha chiamato ‘colpo di stato‘.

Un comportamento invero molto ambiguo, troppo ambiguo per chi avrebbe voluto fare della morale il proprio vessillo.


→  Spiegel. 2018-03-30. EU Money Helped Fortify Turkey’s Border

Turkey has barricaded its border to Syria with the help of funding from the European Union. There are few options left for Syrians trying to flee the brutal war in their home country and those who do risk death.

*

When the Turkish soldiers opened fire, Ibrahim Khaled took his mother’s hand and ran. He recalls hearing the rattling of the machine guns and the screams of refugees who had been hit by bullets. “I thought if I stopped running now, I would be shot or arrested,” he says.

In their efforts to flee to Turkey from Syria, Khaled and his mother walked for hours in the direction the smugglers had told them to go. He says they walked, lost, through olive groves before reaching a Turkish village at dawn. Of the 60 refugees with whom Khaled had set out from the camp near the city of Darkush in the province of Idlib, in northwestern Syria, only a few made it over the border. The others, Khaled suspects, are either dead or back in Syria. “We were lucky,” he says.

He’s sitting in a newly constructed apartment on the outskirts of Mersin, in southern Turkey. He and his mother arrived here this past autumn. Khaled is afraid of the Turkish authorities, and he deliberated for a long time about whether he should speak to journalists about the violence at the border. He only agreed to be interviewed if his name was changed. “I want the world to know what is happening to us Syrians,” he says.

The Syrian civil war is now in its seventh year. Hundreds of thousands of people have been killed in the fighting so far. Millions have been driven out. The week before last, Turkey displaced tens of thousands with its military intervention in the northern Syrian city of Afrin, which it has captured from the Kurdish YPG militia. Even though no peace is in sight, Syria’s neighbors — including Lebanon and Jordan — are refusing to take in any further refugees. Turkey has even built a wall along its border to Syria. It is several hundred kilometers long, 3 meters (10 feet) high and equipped with heat-detection cameras.

Khaled says the Turkish soldiers indiscriminately opened fire on the refugees. Although his claims are difficult to verify, the details do seem to line up and correspond with reports from over a half-dozen witnesses interviewed by DER SPIEGEL. Last Thursday, Human Rights Watch reported similar cases, as well as mass deportations of Syrian refugees from Turkey. According to the Syrian Observatory for Human Rights, whose numbers cannot be independently verified, at least 42 people have died trying to cross the border wall since September. The Turkish government did not answer DER SPIEGEL’s request for comment.

EU Complicity

As a European Union member, the German government is also implicated in the arming of the Turkish border against refugees. The EU states have provided the government in Ankara with security and surveillance technology valued at more than 80 million euros in exchange for the protection of its borders, according to research conducted by DER SPIEGEL and the European Investigative Collaborations network (EIC).

This included the transfer of 35.6 million euros by Brussels to the Turkish company Otokar as part of its IPA regional development program for the construction of armored Cobra II military vehicles, which are now being used to patrol the border to Syria.

Arms manufacturer Aselsan, of which the Turkish state owns a majority stake, was also commissioned by the EU to provide Ankara with 30 million euros worth of armored and non-armored surveillance vehicles for patrolling the Turkish-Greek land border.

In March 2016, the EU and Ankara closed a deal under which the Europeans would pay 3 billion euros to Turkey if the country kept the refugees inside its borders. The money was intended to help the Syrians in Turkey, but 18 million euros went to a Dutch company that manufactured six patrol boats for the Turkish coast guard.

The border to Turkey had remained open to Syrians until summer 2015. Some 3.5 million Syrians came to Turkey as refugees, more than any other country. Since then, Ankara has closed the Syrians’ escape route, partly due to pressure from the EU. Anyone still seeking to escape the war in Syria must now either be prepared to pay a lot of money or to risk their lives.

Ultimately, the EU’s refugee agreement with Turkey has merely served to shift the crisis: Fewer people are dying now in the Aegean, where the number of boat crossings to Greece has decreased since the signing of the agreement. Instead, people are now dying at the Turkish-Syrian border.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Geopolitica Mondiale, Unione Europea

Summit di Varna. Erdogan, Juncker e Tusk.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-03-26.

2018-03-26__Varna__001

«Varna (in bulgaro: Варна?), conosciuta anche come “la perla del mar Nero”,[2] è la terza città della Bulgaria, dopo la capitale Sofia e Plovdiv. La città, posta nella parte orientale del Paese, è il capoluogo del distretto di Varna e un importante porto sul mar Nero, vicino al lago Varnesko (di Varna).

La città venne ribattezzata Stalin in onore della guida dell’Unione Sovietica per un breve periodo dal 1949 al 1956.»  [Fonte]

Varna ha un retaggio storico di tutto rispetto. Fondata nel 280 a.C. come colonia commerciale, conobbe splendore sotto l’impero romano. Fu aspramente combattuta tra bizantini e turki, finche con il 1393 divenne definitivamente colonia ottomana. Lì, nel 1444, i turki inflissero ai crociati di Ladislao III di Polonia una severa sconfitta, indispensabile per consentire quindi la conquista turka di Costantinopoli. Quattro secoli dopo i russi la conquistarono dopo un lungo e sanguinoso assedio.

*

Varna è la sede ideale per un summit tra la Turkia e l’Unione Europea.

Mr Juncker e Mr Tusk sono da poco reduci da un accordo economico con le Filippine.

Kontrordine Kompagni. Per la EU adesso Mr Duterte è un fior di galantuomo.

Questo importante trattato commerciale ha preso corpo dopo un lungo tempo di reciproche diffidenze e di visioni di vita contrastanti al limite dell’opposto, il tutto gridato con toni da battaglia e con parole grevi.

Al di là del contenuto economico, il trattato con le Filippine inaugura un nuovo clima di Realpolitik nella dirigenza dell’Unione Europea, e ciò lascerebbe sperare altrettanto buon senso nella gestione dei rapporti con la Turkia.

La posta in gioco è davvero alta ed i problemi quanto mai sfaccettati.

Volenti o nolenti, la Turkia rappresenta il lato sud dello schieramento Nato: quindi a Varna saranno convitati di pietra gli alleati dell’Unione Europea ed anche i comandi militari. Presenza discreta, ovviamente, ma di tutto rispetto. Come fare a non starli a sentire?

Poi ci sono pesanti problemi economici, che vanno dallo sfruttamento dei giacimenti energetici del Mediterraneo orientale all’interscambio commerciale.

Ma su tutto dominerà il problema dello schieramento della Turkia, che non è detto debba sempre restare filo occidentale. Non ci si dimentichi neppure come i turki abbiano una consistente presenza di loro immigrati in Germania: presenza alquanto scomoda per la Bundeskanzlerin Frau Merkel. M anche presenza che potrebbe diventare non più a lungo desiderata.

Poi c’è la lotta per i visti, una ragionevole regolamentazione del flusso di profughi dal Medio Oriente e l’assetto politico e militare dello stesso. Altri concitati di pietra saranno Mr Trump da una parte e Mr Putin dall’altra. Discretissimi, quasi ectoplasmi invisibili, ma ambedue con la mano ben pesante.

*

A ben vedere, tutta la bagarre sul colpo di stato è solo una cortina fumogena dietro la quale poter manovrare.

Nota.

Nessuno si faccia illusioni: ma proprio nessuna.

Una cosa è arringare le folle con paroloni roboanti, ed un’altra totalmente differente il sedersi alla scrivania del primo ministro di una delle nazioni più consistenti economicamente, incardinata nella Nato, membro dell’Unione Europea con voto in seno al Consiglio Europeo, membro delle Nazioni Unite, e con una industria quale l’Eni che ha interessi energetici a livello mondiale.

Sia il Presidente Mattarella sia i candidati premier ne tengono ben conto.


Aska. 2018-03-26. Ue-Turchia, oggi a Varna vertice Erdogan con Tusk e Juncker

Varna, 26 mar. (askanews) – Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan incontrerà oggi a Varna, sul Mar Nero, i vertici delle istituzioni europee, il presidente dell’Unione Donald Tusk e quello della Commissione Jean-Claude Juncker. Nell’agenda dei colloqui diverse questioni spinose: in primis la richiesta di adesione di Ankara all’Ue, ma anche la repressione seguita al fallito colpo di stato in Turchia del luglio 2016 e la richiesta turca per una liberalizzazione dei visti. Il clima già teso fra i due blocchi si è ulteriormente deteriorato a seguito della recente disputa sulle perforazioni esplorative al largo di Cipro.

Il premier bulgaro Boyko Borisov, il cui Paese ha la presidenza del Consiglio europeo, ha detto di aspettarsi un “incontro molto difficile”.

Juncker ha detto di guardare “con sentimenti contrastanti al vertice, perché le differenze di vedute tra l’Ue e la Turchia sono molte”. Ma ha aggiunto di voler cercare “un dibattito franco e aperto con il Presidente Erdogan”.


Sole 24 Ore. 2018-03-26. La Ue deve fermare l’imperialismo di Erdogan senza subire il ricatto migranti

La partita si annuncia complicata e foriera di pericolose conseguenze in caso di fallimento del vertice di Varna oggi sul Mar Nero. Un dato sembra certo: la politica neo-imperialista regionale del presidente turco Tayyip Erdogan sembra non conoscere ostacoli di sorta: in Siria ha conquistato la roccaforte di Afrin costringendo alla fuga i curdi siriani del’Ypg fino ad oggi preziosi alleati sul terreno degli Usa contro l’Isis, lo Stato islamico che continua a insaguinare l’Europa con azioni terroristiche di lupi solitari; nell’Egeo la Turchia sperona navi greche su isolotti contesi nell’ex Dodecaneso italiano, detiene due soldati greci che hanno sconfinato via terra accusandoli di spionaggio e a Cipro un mese fa ha bloccato le perforazioni di gas della nave Saipem 12000 dell’Eni. Non solo.

La Turchia ha respinto il 23 marzo le velate critiche europee come “inaccettabili” arrivate dall’ultimo Consiglio dell’Unione europea a Bruxelles a Palazzo Lipsius che ha definito come “azioni illegali” le manovre navali di Ankara nel Mar Mediterraneo orientale nell’ambito di contenziosi con la Grecia del premier Alexis Tsipras e l’isola di Cipro del presidente Nikos Anastasiadis.

«Il comunicato Ue contiene dichiarazioni inaccettabili contro ill nostro Paese, al servizio degli interessi della Grecia e di Cipro» ha affermato senza mezzi termini il portavoce del ministero degli Esteri turco, Hami Aksoy. Il presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, e il capo della Commissione Ue, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, incontreranno lunedì il presidente Erdogan nella città bulgara di Varna, visto che la Bulgaria è presidente di turno dell’Unione.

Una bella matassa intricata per la diplomazia di Sofia. Ankara lamenta che la Ue ha perso la sua neutralità sull contenzioso in corso con Cipro e Grecia dimenticando che sia Cipro che la Grecia sono membri a tutti gli effetti Ue, mentre Ankara ancora non lo è e forse non lo diventerà mai.

Inoltre Ankara lamenta e rivendica i pagamento della seconda tranche da 3 miliardi di euro dell’accordo firmato il 18 marz0 2016 in tutta fretta dalla cancelliera tedesca Angela Merkel con il presidente Erdogan per chiudere le frontiere e tenersi i profughi siriani in cambio di 6 miliardi di euro complessivi. In effetti la Turchia si è tenuta i profughi siriani che ora sono circa 3,8 milioni su una popolazione complessiva di 80 milioni di abitanti ma ora Ankara batte cassa e chiede la seconda tranche di 3 miliardi di euro perché reclama «pacta sunt servanda», i patti si rispettano.

Inoltre chiede di poter entrare nella Ue senza i visti. Ma la Ue è infastidita dalla politica neo-ottomana di Ankara nella regione e probabilmente chiederà il rispetto di tutti i patti compresi anche quelli che tutelano il diritto internazionale nelle acque cipriote e greche. Forse a Varna si comincerà a parlare finalmente di politica estera europea.