Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Ideologia liberal, Stati Uniti

Trump. Nuova Commissione per definire cosa siano o non siano i ‘diritti umani’.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-07-24.

Aborto 001

Se non fosse inquinato dalla politica, il problema filosofico e giuridico della definizione di cosa siano ed in cosa consistano i ‘diritti umani‘ – ‘human right‘ – sarebbe affascinante.

In linea generale possiamo affermare che non esistono diritti senza i relativi doveri.

Si acquisisce, per esempio, il diritto a ricevere la pensione dopo che si sia adempiuto al dovere di versare i relativi contributi. Si acquisisce il diritto a viaggiare in treno dopo aver adempiuto al dovere di aver pagato il biglietto.

Più si sale nella scala gerarchica dei ‘diritti‘, più si sale in quella dei relativi ‘doveri’.

I concetti dunque si generalizzano, e la generalizzazione non deve contraddire elemento alcuno.

Occorre tuttavia fare molta attenzione a non condurre ragionamenti monchi: il generale non può essere trattato dal particolare, ma il generale deve comprendere logicamente tutti i particolari.

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Nel cercare di definire cosa siano i ‘diritti fondamentali‘ si incorre solitamente in un severo errore omissivo: si considera l’essere umano come singola monade, avulsa dal contesto in cui vive.

Ma, pensiamoci bene, non avrebbe senso enunciare il diritto alla vita se l’essere umano fosse una singolarità: questo enunciato acquista la sua dimensione logica solo inserendo la persona nell’ambito della Collettività in cui vive. Stessa cosa per il ‘diritto alla libertà‘: se l’essere umano vivesse solo sarebbe un enunciato senza senso. Nessuno potrebbe negargli la libertà, per il semplice motivo che non esisterebbe.

Ecco quindi che i ‘diritti fondamentali’ acquistano la loro ragion d’essere dalla concomitante presenza di ‘doveri fondamentali‘ che la persona umana contrae nei confronti della Collettività: gli uomini sono esseri sociali. Se la persona umana gode del diritto alla vita, nel contempo ha il dovere di mantenere in vita la Collettività.

Questo semplice ragionamento è gravido di conseguenze.

Se l’essere umano ambisca a godere dei suoi diritti fondamentali deve assolvere prima ai doveri che li sostengono.

Poiché per natura tutto è caduto, soggetto alla morte, al diritto alla vita del singolo corrisponde quello della Collettività, cui si adempie prolificando. Senza persone vive non esisterebbe la Collettività.

Il discorso potrebbe essere ampliato a piacere, per toccare temi, per esempio, quali la legittima difesa.

Se è giusto che la persona umana abbia il diritto di difendersi da un’aggressione violenta, altrettanto diritto ha la Collettività a difendersi da persone che le usano violenza, fino arrivare alla pena di morte. Fino ad arrivare alla guerra guerreggiata. È qyella nota come ‘giusta guerra’.

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Nell’economia del presente discorso, si potrebbe ricordare la Magna Charta Libertatum, promulgata nel 1215, senza però dimenticare il writ dell’Habeas Corpus.

Non avrebbe senso enunciare che “Nessun uomo libero può essere arrestato, imprigionato […] o danneggiato in alcun modo, eccetto dal giudizio legale dei suoi pari e dalla Legge della Paese” se l’essere umano non vivesse in una Collettività. Senza di questa, nessuno potrebbe imprigionarlo.

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Alla fine del ‘700 si attua una transizione logica di enorme portata, e concettualmente errata, essendo contraddittoria.

Il Bill of Rights, dichiarazione americana dei diritti dell’uomo e del cittadino adottata dal Governo americano, e poi la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino approvata in Francia dall’Assemblea nazionale nel 1789 costituiscono il punto di svolta.

Se è vero che le dichiarazioni americana e francese proclamavano i diritti dell’uomo invocando l’autorità della natura, in quanto è direttamente dalla natura che i singoli ricevono alcuni diritti fondamentali, di cui sono titolari fin dalla nascita. al Concetto di Collettività era sostituito quello dello stato.

Salto logico di colossale portata: si perde come punto di riferimento una realtà naturale da meglio scoprire ed intendere, la Collettività, ma pur sempre oggettiva, e la si sostituisce con il concetto dello stato, visione soggettiva.

Ciò che lo stato legifera non solo è legale ma anche etico. Un gran bel salto logico.

Ma ciò che è illogico non dura nel tempo e genera mostri.

Estendendo codesti concetti, le leggi nazionalsocialiste erano perfettamente legali e, sotto questa accezione, sarebbero state anche eticamente giuste. Tutti sono tenuti ad obbedire alle leggi dello stato.

Era un insulto al comune buon senso ed alla umanità.

Fu merito del processo di Norimberga l’aver ribadito come il diritto naturale sia precedente a quello positivo e che il Cittadino possa e debba ribellarsi a quelle leggi dello stato che contraddico quelle del diritto naturale.

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Ma la tentazione era pur sempre grande.

Nei decenni si è assistito ad un proliferare di ‘diritti umani‘ – ‘human Rights‘ altamente contraddittori, ma ben utili dal punto di vista politico. I liberal democratici americani li hanno elaborati per poter colpire i loro nemici politci, ma, ammettiamolo francamente, è un modo molto singolare di ricercare la verità.

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Secretary of State Mike Pompeo has announced a new commission to review the idea of human rights and how it shapes US foreign policy»

«US Secretary of State Mike Pompeo, speaking at the State Department on Monday, announced the creation of a new, 10-person commission to advise him on human rights issues»

«Pompeo said the new commission will provide “intellectual grist” for the “most profound reexamination of unalienable rights since the Universal Declaration of Human Rights.”»

«The time is right for an informed review of the role of human rights in American foreign policy»

«Words like ‘rights’ can be used for good and evil»

«As human rights claims have proliferated, some claims have come into tension with one another provoking questions and clashes about which rights are entitled to gain respect»

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Immediata la reazione dei liberal democratici, che alcuni supposti ‘human rights‘ hanno fatto bandiera.


Deutsche Welle. 2019-07-09. US sets up commission for human rights advice

Secretary of State Mike Pompeo has announced a new commission to review the idea of human rights and how it shapes US foreign policy. Critics worry it will provide justification to roll back women’s and LGBT+ rights.

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US Secretary of State Mike Pompeo, speaking at the State Department on Monday, announced the creation of a new, 10-person commission to advise him on human rights issues. The Commission on Unalienable Rights will be led by Mary Ann Glendon, a Harvard law professor, former US ambassador to the Vatican, and staunch abortion opponent.

Pompeo said the new commission will provide “intellectual grist” for the “most profound reexamination of unalienable rights since the Universal Declaration of Human Rights.” He said, “The time is right for an informed review of the role of human rights in American foreign policy.”

Pompeo, a devout evangelical Christian, quoted former Czech dissident and later president, Vaclav Havel, saying, “Words like ‘rights’ can be used for good and evil.”

“It’s a sad commentary on our times that more than 70 years after the Universal Declaration of Human Rights, gross violations continue throughout the world, sometimes even in the name of human rights. International institutions, designed and built to protect human rights have drifted from their original purpose,” said Pompeo. 

The UN Declaration of Human Rights, which was signed in 1948, was the first document to codify the protection of fundamental human rights, recognizing inalienable rights as the basis of freedom, justice, and peace in the world.

Fears of undermining existing frameworks

Critics fear that the commission, and the appointment of Glendon to head it, could signal an attempt by the Trump administration to attack women’s reproductive rights as well as the rights of LGBT+ citizens around the world.

“This administration has actively worked to deny and take away longstanding human rights protections since Trump’s inauguration. If this administration truly wanted to support people’s rights, it would use the global framework already in place,” said Joanne Lin, national director of advocacy and government affairs for the rights group Amnesty International USA.

‘Difficult task of transmuting principles into policy’

Speaking at the State Department, Glendon said the commission would, “do our very best to carry out our marching orders, and do so in a way that will assist you in your difficult task of transmuting principle into policy.”

The Trump administration has been strongly criticized for its efforts to undermine UN approaches to women’s rights.

Most recently, the US threatened to veto a UN Security Council resolution condemning sexual violence against women in armed conflict because it claimed the resolution’s wording opened the door to abortion.

The Trump administration has repeatedly attempted to remove language on sexual and reproductive rights from a number of UN resolutions. The US also cut funding for the UN Population Fund (UNFPA) in 2017, claiming that it fostered “a program of coercive abortion or involuntary sterilization.”

The United States has been regularly accused of selectively citing human rights abuses, calling out countries like Cuba, China, Iran, and Venezuela, while turning a blind eye to abuses in Egypt and Saudi Arabia.

Conservatives see abortion as an aberration

Conservatives in the US are often critical of widely accepted rights issues such as women’s reproductive rights, LGBT+ rights, and income equality. Instead, they advocate the idea of “god-given rights” or “natural law,” railing against abortion and contraception as aberrations.

Glendon, too, has been highly critical of such measures. After representing the Vatican at the 1995 UN World Conference on Women in Beijing, she said, “Much of the foundation money that swirled around the Beijing process was aimed at forging a link between development aid and programs that pressure poor women into abortion, sterilization, and the use of risky contraceptive measures.”

Pompeo, who did not take questions at Monday’s press conference, said the commission would include activists and human rights experts representing a broad spectrum of political views.

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Reuters. 2019-07-09. Pompeo launches commission to study human rights role

U.S. Secretary of State Mike Pompeo on Monday launched a panel to re-examine the role of human rights in U.S. foreign policy, drawing criticism from lawmakers and activists who said it was an attempt to minimize abortion and gay rights.

Pompeo named Harvard Law School professor Mary Ann Glendon, a former U.S. ambassador to the Vatican, to head the Commission on Unalienable Rights.

Pompeo, who did not take questions from reporters, said international institutions built to protect human rights had drifted from their mission.

“As human rights claims have proliferated, some claims have come into tension with one another provoking questions and clashes about which rights are entitled to gain respect,” he said.

“The time is right for an informed review of the role of human rights in American foreign policy.”

Rights groups have criticized the Trump administration for not making human rights a priority in its foreign policy.

Critics argue that it sends a message that the administration turns a blind eye to human rights abuses in countries such as Saudi Arabia, Brazil and Egypt.

“This politicization of human rights in order to, what appears to be an attempt to further hateful policies aimed at women and LGBTQ people, is shameful,” Amnesty International USA’s Joanne Lin said in a statement.

Jamil Dakwar, director of the human rights program at the American Civil Liberties Union, said any attempts to unveil the commission as a way to protect America’s founding principles “are absurd.”

“The Trump administration couldn’t play by the rules so now it has decided to try to change the rules themselves,” Dakwar said.

After being introduced by Pompeo, Glendon said the commission would “do our very best to carry out your marching orders and to do so in a way that will assist you in your difficult task of transmuting principle into policy.”

Bob Menendez, the ranking Democrat on the Senate Foreign Relations Committee, criticized Pompeo’s argument that the commission was needed because basic human rights are misunderstood and manipulated.

“These claims are absurd, particularly from an administration that has taken a wrecking ball to America’s global leadership on promoting fundamental rights across the world,” Menendez said.

The focus of the commission on “natural law” was language sometimes used to justify policies that discriminate against marginalized populations, he said.

Tom Malinowski, a Democrat and former chief human rights diplomat in the Obama administration, said the panel was the idea of an administration that “seems eager to cozy up and justify the action of the worst dictators in the world.”

The Trump administration has stepped up an anti-abortion push at the United Nations since cutting funding in 2017 for the U.N. Population Fund.

In April a U.S. threat to veto U.N. Security Council action on sexual violence in conflict was averted after a phrase was removed because the Trump administration saw it as code for abortion, diplomats said.

Last year, Washington tried to remove language on sexual and reproductive health from several U.N. resolutions, then failed in a similar campaign in March during the annual U.N. Commission on the Status of Women meeting.

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Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo

Argentina e Turkia. Due paesi emergenti nei triboli.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-08.

2019-05-08__Turkia__001

Dal primo gennaio la lira turka ha perso rispetto al dollaro americano il -14.34%, mentre il peso argentino è sceso del -16.84%. Se è vero che la valuta statunitense si è apprezzata in questo lasso di tempo, sarebbe altrettanto vero constatare come le valute di questi due stati abbiano regredito. Per esempio, l’euro ha perso il -2.34% ed il franco svizzero il -3.47%.

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Sicuramente lo stato economico di una nazione non può essere giudicato sul mero andamento delle sua valute: quando però le regressioni sono ad due cifre percentuali, qualcosa lo danno bene da pensare.

«Turchia e Argentina sono i Paesi più in difficoltà in questo periodo»

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«Le problematiche che zavorrano la crescita delle due nazioni sono annose e non riguardano solamente la sfera economica ma anzi hanno radici profonde nelle questioni politiche.»

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«I problemi di Argentina e Turchia hanno alcuni elementi in comune»

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«L’inflazione è una preoccupazione importante in entrambe le economie ed entrambe le banche centrali hanno avuto difficoltà a controllarla ultimamente»

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«A marzo questa è arrivata a toccare il 54,7% in Argentina e il 19,7% in Turchia»

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«Sia in Turchia che in Argentina ci sono motivi per preoccuparsi dell’andamento delle politiche»

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«il Presidente Erdogan è fortemente contrario a una politica monetaria più convenzionale e a tal fine ha fatto pressioni sulla Banca Centrale in diverse occasioni»

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«La nomina del genero del Presidente a Ministro delle Finanze non ha aiutato a placare le preoccupazioni del mercato»

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«In Argentina invece si tratta di una situazione nuova»

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«L’ex Presidente Cristina Fernández de Kirchner ha iniziato a risalire nei sondaggi in vista delle elezioni che si terranno ad ottobre»

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Il problema che si ripropone è quello solito.

Se è naturale, alle volte financo doveroso, che lo stato intervenga nei processi finanziaria ed economici del paese, sarebbe altrettanto logico ricordare come esistano dei limiti oltre i quali non si dovrebbe andare. È una questione di equilibri.

Spesso invece il governo oltrepassa codesti limiti di ragionevolezza, ed in questa maniera nel tentativo di risolvere un problema immediato genera le basi per un futuro di portata ben maggiore.

Il nodo è costituito dal fatto che queste situazioni inflattive sono strutturali. Sicuramente la contingenza del momento influisce, ma è la struttura di base che dovrebbe essere rivista.

Ma resta in ogni caso molto difficile che situazioni politiche di tal fatta riescano a ricondursi entro l’alveo del sano buon senso.

In conclusione.

Sembrerebbero non esserci gli elementi per un soverchio timore, specie per i titoli di stato denominati in Usd, ma prudenza suggerirebbe di limare le esposizioni troppo elevate.

Poi, per quanti ne accettassero il rischio, è pur sempre valida la regola di comprare un titolo quando è basso per rivenderlo quando è alto. Ma parlando di titoli di stato, ciò significa acquisire detti titoli nel bel mezzo di una crisi in atto, che li abbia ampiamente deprezzati. Questo è chiaramente un rischio, usualmente bilanciato da un alto rendimento: il problema consiste solo nel saperlo lucidamente riconoscere e, nel caso, accettare.


Money. 2019-05-08. Turchia e Argentina in ginocchio, ma nessun pericolo di contagio per gli altri emergenti

Turchia e Argentina stanno affrontando problemi unici nelle rispettive sfere economiche e politiche. Al di là del sentiment, non c’è ragione per cui gli investitori dovrebbero temere un effetto contagio al resto dell’asset class emergente.

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Turchia e Argentina sono i Paesi più in difficoltà in questo periodo. Le problematiche che zavorrano la crescita delle due nazioni sono annose e non riguardano solamente la sfera economica ma anzi hanno radici profonde nelle questioni politiche.

Da inizio anno non è un caso che le due valute peggiori in termini relativi contro il Dollaro Usa siano proprio il Peso dell’Argentina e la Lira della Turchia.

Con una crescita economica incerta e timori su una potenziale recessione negli Stati Uniti, gli investitori potrebbero sentirsi un po’ più agitati del solito riguardo alla possibilità che questa situazione contagi anche il resto degli emergenti.

Argentina e Turchia: i problemi in comune

I problemi di Argentina e Turchia hanno alcuni elementi in comune. L’inflazione è una preoccupazione importante in entrambe le economie ed entrambe le banche centrali hanno avuto difficoltà a controllarla ultimamente.

A marzo questa è arrivata a toccare il 54,7% in Argentina e il 19,7% in Turchia. Tali livelli sono ben al di sopra della media per i Paesi emergenti e sono cresciuti notevolmente in un periodo in cui il resto degli emergenti ha visto un’inflazione piatta o in calo.

Da notare inoltre che nessun altro mercato tra gli emergenti ha riscontrato questo problema. L’inflazione è sotto controllo grazie a un mix di fattori globali e domestici in tutti gli altri Paesi.

Craig Botham, Senior Emerging Markets Economist di Schroders, ha voluto ricordare anche un’altra sfida che riguarda la Turchia: «il Paese ha poche armi a disposizione per difendere la sua valuta. Le riserve in valute straniere sono molto basse, se confrontate con i livelli ritenuti adeguati secondo gran parte dei modelli. Ciò può essere valutato in diversi modi: considerando ad esempio se la Turchia ha un livello adeguato di riserve per finanziare qualche mese di importazioni, o per autofinanziare il debito in valuta forte giunto alla scadenza. Oggettivamente sembra che la Turchia non eccella in nessuna delle due, e inoltre occorre notare che le riserve dichiarate possono essere gonfiate ricorrendo a prestiti a breve termine».

Rischio contagio sulla componente emergente? Nessun pericolo. I motivi

Queste argomentazioni sono sufficienti per aizzare timori di un possibile contagio verso il resto del comparto emergente? Secondo l’asset manager di Schroders no.

«Riteniamo che tali preoccupazioni siano eccessive. La Turchia e l’Argentina non rappresentano il sintomo di un problema più generale nei mercati emergenti. Al contrario, i due Paesi stanno affrontando problemi abbastanza unici nelle sfere economiche e politiche. Al di là del sentiment, non c’è ragione per cui gli investitori dovrebbero temere un effetto contagio al resto dell’asset class».

Crisi Turchia: contrasti fra Erdogan e Banca centrale

Sia in Turchia che in Argentina ci sono motivi per preoccuparsi dell’andamento delle politiche. In Turchia si tratta ormai di una storia ricorrente: il Presidente Erdogan è fortemente contrario a una politica monetaria più convenzionale e a tal fine ha fatto pressioni sulla Banca Centrale in diverse occasioni. Il fatto che l’Istituto si sia recentemente allontanato dalla volontà di inasprire la politica dei tassi di interesse, nonostante le pressioni sulla valuta, ha aiutato a confermare tale percezione.

La nomina del genero del Presidente a Ministro delle Finanze non ha aiutato a placare le preoccupazioni del mercato, anche a causa delle presentazioni lacunose che ha di recente utilizzato ai meeting, ultimo quello con il Fondo Monetario Internazionale. Ci sono pochi segnali che indicano che la politica andrà nella giusta direzione in Turchia.

Crisi Argentina: ritorno del populismo rischioso con la Kirchner

In Argentina invece si tratta di una situazione nuova, almeno sotto la guida dell’attuale Presidente. Macri è stato eletto con un’agenda di riforme economiche, inizialmente acclamata dai mercati.

Tuttavia, il passaggio di testimone ha richiesto più tempo del previsto e l’elettorato ha iniziato a stancarsi delle sue promesse mai mantenute. L’ex Presidente Cristina Fernández de Kirchner ha iniziato a risalire nei sondaggi in vista delle elezioni che si terranno ad ottobre. Il ritorno di Kirchner e delle politiche populiste sembra una minaccia sempre più reale.

Botham di Schorders conclude l’analisi così:

Le sfide politiche per Turchia e Argentina sono quindi molto significative, se non insormontabili. La buona notizia per il resto degli emergenti è che si tratta di rischi molto specifici e non ci sono grandi motivi per pensare che porterà a un contagio, al di là del sentiment degli investitori.

Pubblicato in: Banche Centrali, Stati Uniti, Unione Europea

Usa. Tassi di interesse nella crux desperationis. La crisi si avvicina.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-25.

2019-03-25__Crux_Desperationis

In un sistema economico e finanziario in buona salute i tassi di interesse sui titoli governativi e privati sono di norma più bassi per le emissioni a breve termine rispetto alle emissioni di lunga durata. Lo scarto potrebbe anche essere consistente.

Quando i tassi di interesse a breve superano quelli a lungo significa che sono sorti timori percepiti come gravi.

«I rendimenti dei governativi statunitensi a 3 mesi sono saliti al 2,45%. Nello stesso momento quelli dei titoli a 10 anni sono scesi al 2,43%.»

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«Ergo, la curva del debito si è invertita e, in parole più semplici, i tassi a breve sono diventati più alti di quelli a lunga scadenza»

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«Non accadeva dal 2007 (come evidenzia il Grafinomix di giornata) e nelle precedenti volte in cui si è verificata questa condizione, nei mesi a venire (in media 17) è seguita una recessione economica»

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Che cosa accade agli investimenti nei mesi che anticipano la recessione

«La domanda del momento nelle sale degli operatori finanziari è senza dubbio “quando arriverà la prossima recessione negli Stati Uniti?”. L’ultima contrazione del Pil negli Usa risale al 2009. Dopodiché sono seguiti nove anni di espansione, con una crescita media annua del 2,25%. Solitamente i cicli espansivi durano otto anni ed ecco perché economisti, statistici e investitori hanno fatto partire il conto alla rovescia. È partita a conti fatti una profezia, quella sul timing della prossima recessione Usa, che certamente prima o poi si autoavvererà. Il punto è capire quando.

Dal 2009 il mondo è profondamente cambiato. Le banche centrali hanno preso di petto la grave crisi finanziaria innescata dallo scoppio della bolla dei derivati subprime, resa eclatante dal crack da 640 miliardi di dollari di quella banca, Lehman Brothers, che poche ore prima dell’affondo era considerata “too big to fail”. Gli Stati Uniti sono stati, come spesso accade, first movers. Già nel febbraio del 2009 la Federal Reserve metteva in moto il primo (di tre) piani di quantitative easing per iniettare liquidità nel sistema finanziario ed economico. ….

E poi è arrivato nel 2016 il presidente Donald Trump. Ha messo in moto una forte politica espansiva in barba alla teoria economica che suggerisce di espandere nelle fasi di crisi e di chiudere i rubinetti in quelle di crescita. Trump e la sua politica fiscale sono andati in controtendenza mentre la Federal Reserve ha seguito, nonostante le critiche di Trump, i manuali adottando una politica restrittiva. Da dicembre 2015 la riserva federale ha alzato nove volte i tassi e fra due giorni (mercoledì 19 dicembre) con ogni probabilità proseguirà il trend con il decimo ritocco.

Gli statistici, quelli che si chiedono come mai gli Usa si stiano avviando al decimo anno di fila di crescita (per il 2019 il Fondo monetario internazionale stima una crescita del 2,5%), non possono ignorare che a questo giro della ruota ci siano stati due eventi straordinari: prima la Fed che ha stampato moneta come non mai e poi un presidente che ha deciso di cambiare rotta rispetto alla dottrina economica. ….

Questi eventi eccezionali hanno allungato il ciclo di espansione, dopandolo. Ma è inevitabile, e probabilmente anche sano, che prima o poi il Pil si contrarrà. Per capire quando gli esperti osservano con un certo interesse la curva del debito. Perché le ultime sei recessioni (dal 1978 al 2008) sono state anticipate da un’inversione della curva dei rendimenti tra la scadenza a 10 e quella 2 anni, ovvero quando i tassi dei titoli a 2 anni hanno superato quelli a 10.»

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Non è assolutamente detto che quanto accaduto nel passato debba o possa ripetersi nel futuro: tenendo ben fermo questo concetto, sarebbe quanto meno prudente non sottovalutare la portata dei segnali economici.

«A febbraio le vendite di case esistenti sono balzate dell’11,8% a 5,51 milioni di unità, molto più del previsto ….

la Banca centrale degli Stati Uniti ha aggiornato la forward guidance sui tassi: 0 rialzi nel 2019, uno nel 2020 e stop alla riduzione del bilancio. ….

Questi annunci stanno spingendo gli acquisti di titoli sulla parte lunga, con conseguente calo dei rendimenti che si muovono in direzione opposta ai prezzi.»

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Occorre prendere atto di cosa realmente rappresenti la crux desperationis, ricordandosi bene che messi sotto tortura i dati empirici confessano tutto ciò che voglia chi li sevizia.

«While the 3-month to 10-year spread has a relatively decent track record of predicting recessions, it suffers from a timing problem, …. Its inversion can suggest a recession occurred six months ago or will occur two years from now.»

Questa considerazione di Bloomberg sembrerebbe essere pacata e veritiera. “Relatively decent” e “can suggest” sono due ben ponderate espressioni di potenzialità.

Concludiamo con una considerazione di bottega nostrana.

Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno alzato i tassi e in futuro avranno margini per ridurli. ma la Eurozona ha ancora i tassi a 0 e rischia di entrare nella prossima recessione senza aver mai alzato i tassi e quindi senza spazi di manovra.


Sole 24 Ore. 2019-03-23. La curva del debito Usa si inverte dopo 12 anni. Cosa succede ora?

I rendimenti dei governativi statunitensi a 3 mesi sono saliti al 2,45%. Nello stesso momento quelli dei titoli a 10 anni sono scesi al 2,43%. Ergo, la curva del debito si è invertita e, in parole più semplici, i tassi a breve sono diventati più alti di quelli a lunga scadenza. Non accadeva dal 2007 (come evidenzia il Grafinomix di giornata) e nelle precedenti volte in cui si è verificata questa condizione, nei mesi a venire (in media 17) è seguita una recessione economica. Si può dire che anche a questo giro della storia l’inversione della curva Usa sarà premonitrice di una contrazione dell’economia?

Gli ultimi dati macro confermano le preoccupazioni sulla tenuta dell’economia. L’indice Pmi di Markit sulle aspettative dei direttori degli acquisti delle aziende manifatturiere a marzo è sceso da 53 a 52,5 punti, deludendo le attese (53,5 punti).

Invece è andato bene il dato sul mercato immobiliare degli Stati Uniti. A febbraio le vendite di case esistenti sono balzate dell’11,8% a 5,51 milioni di unità, molto più del previsto. Tuttavia, mentre questo dato fotografa lo stato attuale quello del Pmi è più prospettico e quindi preoccupa di più gli investitori quando rallenta.

Va però detto che al momento la curva è invertita sul tratto brevissimo (sono stati i titoli a 3 mesi a superare i decennali e non i titoli a 2 anni che restano ancora più bassi di 11 punti base). E quindi al momento dietro questo movimento c’è anche l’ “effetto-Fed”. In settimana infatti la Banca centrale degli Stati Uniti ha aggiornato la forward guidance sui tassi: 0 rialzi nel 2019, uno nel 2020 e stop alla riduzione del bilancio.

Questi annunci stanno spingendo gli acquisti di titoli sulla parte lunga, con conseguente calo dei rendimenti che si muovono in direzione opposta ai prezzi. Mentre la parte breve risente appunto delle dichiarazioni espansive della Fed che avendo praticamente annullato la politica di strette monetarie sta spingendo i mercati a ridimensionare i tassi della parte breve.

«Diciamo che la Fed ci ha messo del suo con le recenti decisioni – spiega Vincenzo Longo, strategist di Ig -. Se i tassi a breve scendono per via della politica monetaria, la parte a lunga risente delle incertezze sull’economia globale e statunitense. Questo ha favorito l’inversione della curva su questo tratto particolare (10 anni/3 mesi, ndr). In realtà alcuni preferiscono guardare al tratto 2-10 che rimuove un po’ di rumore sottostante dovuto a fattori tecnici. Su questo tratto il differenziale è ridotto ormai a una decina di punti base, e l’inversione potrebbe realizzarsi a breve. Qualora accada va tenuto conto che dall’inversione della curva 2-10 anni in media passano 18-24 mesi prima che l’economia finisca in recessione. Quindi per ora confermiamo l’aspettativa di una contrazione solo tra fine 2020 inizio 2021».

Quali sono le implicazioni finanziarie di tutto ciò? «Gli Stati Uniti sono certamente più pronti rispetto all’Eurozona ad affrontare una prossima recessione – spiega un trader -. Negli ultimi anni hanno infatti alzato i tassi e in futuro avranno margini per ridurli. Mentre l’Eurozona ha ancora i tassi a 0 e rischia di entrare nella prossima recessione senza aver mai alzato i tassi e quindi senza spazi di manovra. A parte il Qe. Da questo punto di vista sta crescendo il partito dei sostenitori del “Qe infinito”, quella teoria in base alla quale le banche centrali ormai vivono sono il ricatto dei mercati. Con gli investitori pronti a minacciare pesanti cali azionari (e venerdì c’è stato un piccolo assaggio tanto in Europa quanto a Wall Street) nel caso le banche centrali non riprendano a stampare moneta».

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo

Titoli di Stato. Asta. Decennale al tasso di 2.81%.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-27.

Vincent van Gogh - Disperazione

Prosegue lento ma inesorabile il riallineamento dei tassi di interesse, che si attestano adesso sul decennale al 2.81%.

«tutti i bond governativi emessi oggi hanno visto un incremento degli yield sui precedenti collocamenti»

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Ci si rende perfettamente conto dei problemi al momento sul tappeto: pa partire dalle prossime elezioni n Basilicata e poi quelle europee, così come dei travagli che attanagliano il Movimento Cinque Stelle.

Ci si rende anche perfettamente conto del fatto che questa attuale Commissione Europea avversa in ogni modo e maniera il governo italiano per motivi di infima bottega politica elettorale  misto all’invidia per partiti che abbiano largo consenso popolare, mentre i membri delle Commissioni sono sulla via del disarmo e dell’oblio.

Pur tuttavia il dato odierno è inquietante, specie poi se proiettato nel futuro prossimo.


Aste titoli di Stato: ricominciano a salire i rendimenti

Il Ministero del Tesoro ha comunicato di aver registrato il tutto esaurito nelle aste odierne. Informazioni negative sul fronte dei rendimenti: tutti i bond governativi emessi oggi hanno visto un incremento degli yield sui precedenti collocamenti.

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Andando nello specifico, per quanto riguarda l’asta dei BTP a 5 anni, scadenza al primo ottobre 2023 (codice ISIN IT0005344335) e coupon al 2,45%, sono stati collocati tutti 2 miliardi di euro offerti dal Tesoro.

Con una domanda pari a 2,923 miliardi di euro, il rapporto di copertura tra ammontare richiesto dagli investitori e quantitativo offerto è stato pari a 1,46. Il bid-to-ask ratio in questione è il più alto da ottobre 2018.

Il prezzo di emissione è stato pari a 103,82 e prevede un rendimento lordo all’1,59%, dato che risulta in crescita se confrontato con la precedente asta del 30 gennaio 2019.

Per quanto riguarda il titolo di Stato per antonomasia, il BTP a 10 anni con scadenza al primo agosto 2029 (ISIN IT0005365165) collocato questa mattina ha fatto segnare il tutto esaurito. Il prezzo medio dell’emissione è uguale a 101,85 e il coupon è al 3%.

A fronte di una domanda pari a 5,24 miliardi di euro sono stati collocati tutti i 4 miliardi di euro offerti dal Tesoro, per un rapporto di copertura a 1,31, ai livelli più bassi da giugno 2018.

L’asta odierna del decennale italiano ha visto salire i rendimenti al 2,81%: nella precedente emissione del 30 gennaio, questo fattore si attestava al 2,60%.

Sul fronte CCTeu con scadenza al 15 gennaio 2025 (codice ISIN IT0005359846), l’asta odierna si è conclusa con l’assegnazione di 1,25 miliardi di euro di titoli.

Questa emissione ha visto una richiesta degli investitori internazionali pari a 2,026 miliardi di euro, con un rapporto bid-to-cover a 1,62. Lo yield si attesta all’1,83%, in crescita rispetto all’1,65% del precedente collocamento.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo

Debito sovrano italiano. E moh, che fammo?

Giuseppe Sandro Mela.

2017-10-27.

Titanic 002

Qualche bello spirito soleva cinguettare che il debito sovrano non sarebbe mai stato un problema, che avrebbe potuto crescere anche all’infinito.

Peccato che questa simpaticissima teoria sarebbe stata in piedi solo ed unicamente ad una condizione: che ci fossero sempre persone disposte a comprare i bond italiani.

E qui i nodi arrivano al pettine.

Alla gente non passa nemmeno per l’anticamera del cervello di comprare i titoli di stato italiani. Se non fosse intervenuta a comprarli la Banca Centrale sarebbero nel cestino della carta straccia.

«The entire eurozone will face a crucial test when the European Central Bank begins to wind down its asset-buying program, but one country stands to lose the most as the monetary punch bowl is taken away: Italy»

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«Italy has particularly benefited from the ECB’s quantitative easing program that began in 2015, as it’s been one of the biggest bond issuers in the currency union»

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«The central bank has purchased 300 billion euros ($352.9 billion) of Italian bonds under the program, which is more than three times the net bond issuance for the country during that period»

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«That means the ECB has not only bought pretty much all new bonds issued in Italy since 2015, but also existing bonds from other investors»

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«the big sellers of Italian debt to the ECB have been foreigners, Italian households and Italian retail investors»

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«the private investors now own less compared to before the QE program started»

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«That could make it particularly hard for the Italian Treasury to lure in new buyers, unless they make the bonds more attractive»

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«They would have to adjust for risk and that would lead to lower prices and higher yields»

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Banca di Italia ha pubblicato il 21 settembre 2017 il Report:

Sviluppo dell’economia e stabilità finanziaria: il vincolo del debito pubblico

da cui estraiamo la seguente figura.

2017-10-27__Pil__001

Come si constata, ad una riduzione del debito sovrano corrisponde un incremento del pil. Nel converso, ad un incremento del debito sovrano corrisponde un decremento del pil. Non inganni il fatto che i valori siano qui rappresentati come rapporto debito / pil: il calo del pil a denominatore non giustifica di per sé gli andamenti. Il pil è sceso grosso modo del 10% mentre il debito è aumentato circa del 20%.

Questo grafico serve a dare l’idea intuitiva dei rapporti intercorrenti tra queste due grandezze, smentita vivente, purtroppo, di molte teorie economiche egemoni. Purtroppo non certo per le teorie, quanto piuttosto per il povero popolo italiano.

Bene.

Adesso si arriva al punto centrale.

«That could make it particularly hard for the Italian Treasury to lure in new buyers»

Già: il Tesoro dovrà trovarsi qualcuno che compra bond nuovi emessi da uno stato indebitato fino al collo e con i conti che fanno acqua (rossa) da tutte le parti.

La conseguenza sarà semplice: ribasso delle quotazioni ed innalzamento della resa.

Ne consegue, come minimo, un maggior aggravio per le casse dello stato.

Ma la situazione potrebbe anche tracollare.

E che dice questo governo?

après nous, le déluge“.


Market Watch. 2017-10-26. Why Italy faces worst shock in Europe as ECB prepares to taper bond buys

The entire eurozone will face a crucial test when the European Central Bank begins to wind down its asset-buying program, but one country stands to lose the most as the monetary punch bowl is taken away: Italy.

Saddled with mountains of debt and a looming election, the southern European nation will likely struggle to find buyers for its government bonds when the European Central Bank stops snapping up Italian debt over the coming years, according to Christian Schulz, European economist at Citigroup. That means yields are set to rise, potentially strangling the country’s nascent recovery.

“It comes at a difficult time. At the moment political uncertainty is rising and the ECB pulling out of the market just makes [the end of quantitative easing] so much harder on Italy than other countries,” Schulz said.

“They have a huge pile of debt, which makes the country much more sensitive to interest rate changes than countries with smaller piles of debt,” he said.

Italy has particularly benefited from the ECB’s quantitative easing program that began in 2015, as it’s been one of the biggest bond issuers in the currency union. The central bank has purchased 300 billion euros ($352.9 billion) of Italian bonds under the program, which is more than three times the net bond issuance for the country during that period, according to Schulz. That means the ECB has not only bought pretty much all new bonds issued in Italy since 2015, but also existing bonds from other investors.

The ECB is widely expected to announce some sort of tapering at its monetary policy setting meeting on Thursday, and most economists expect the asset purchases to end altogether in late 2018.

 “There are pretty clear trends over this [QE] period that the big sellers of Italian debt to the ECB have been foreigners, Italian households and Italian retail investors. Not so much other domestic investors, like the banks, which have actually kept their holdings relatively stable,” Schulz said.

“So the question is who of these groups could jump in as a buyer if the ECB reduces their exposure and what does that mean for yields in Italy,” he said.

Not everyone is as downbeat on the outlook, however. Luca Cazzulani, deputy head of fixed-income strategy at UniCredit in Milan, doubts Italy will have problems filling the ECB’s QE gap as the central bank is expected to maintain some degree of bond buying through most of next year.

“Because there has been a net transfer of bonds from private investors to the ECB, it must mean that the private investors now own less compared to before the QE program started,” he said. “There should be room for these other types of investors to step back to sort of restoring what they originally had.”

Bad timing with uncertain election.

Other countries are facing the same question of how to plug the ECB hole, but Italy has two things specifically going against it: 1) An election in 2018, with several euroskeptic parties making headway in the polls, including former prime minister Silvio Berlusconi’s Forza Italia party. And 2) concerns over debt sustainability.

That could make it particularly hard for the Italian Treasury to lure in new buyers, unless they make the bonds more attractive, according to Schulz from Citigroup. The economist said foreign buyers might be hard to convince because they are exposed to hypothetical devaluation risks in the—albeit unlikely—event that Italy leaves the eurozone and returns to its old currency, the lira.

Retail investors don’t have to worry about that to the same extent, but with yields still near historic lows, they have a swath of investment alternatives that could offer better returns, such as corporate debt and stocks, Schulz said.

That leaves Italy with a simple option:

“They would have to adjust for risk and that would lead to lower prices and higher yields,” Schulz said. “And that’s one of the reasons we think Italian yields will rise next year.”

Citi sees the spread between Italian TMBMKIT-10Y, -3.36%  and German TMBMKDE-10Y, -13.32%  10-year yields widening to 250 basis points next year, also due to the uncertainty ahead of the election. That would be the highest since 2013—the height of the eurozone sovereign debt crisis. The spread is currently around 160 basis points. The yield on 10-year Italian paper traded around 2.041% on Thursday.

For investors with a steady hand, that could create opportunities, however. Citi expects the political jitters to be transitory next year and that a euro-friendly coalition ultimately will emerge after the election and keep Italy in the currency union.

“That means once that political uncertainty recedes, yields will go back down again to some degree. If you are confident that will be the outcome, then there may be opportunities next year where you can benefit from markets being more concerned about politics than you as an investor are,” Schulz said.

Pubblicato in: Banche Centrali, Finanza e Sistema Bancario, Unione Europea

Il debito è ininfluente perché Ecb stampa. BTP23 8.5% -14.48%.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-11-11.

 2016-11-11__btp__001

Lo sanno anche i vegetali. Lo sanno anche i minerali.

Il debito sovrano può essere aumentato a piacere perché la banca centrale ha il potere di stampare moneta, ancorché virtuale. Poi, il debito sovrano è in mano degli stessi che lo usano: è solo una “partita di giro“.

Che poi “partita di giro” significhi ben altro è solo questione marginale.

Sono solo i decrepiti mummificati, quelli che non passeranno l’inverno, per intenderci, a baccagliare che il debito è fuori controllo. Sono i detrattori cronici delle nuove teorie monetarie, quelli che non perdono occasione per denigrare la politica economica dei nostri governi.

Gentaglia che ha letto solo qualcosa, e che magari pretende di parlare di economica classica. Che con i 2,300 miliradi di debito italiano ci si facciano pure i gargarismi.

Roba da oltretomba malese.

Ma che mai starebbe succedendo?

Sarà tutta colpa del malefico Mr Trump? Quello che si è messo di traverso alla strada di quella santa persona di Mrs Clinton?

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BTP-22DC23 8,5% IT0000366721 -14.48%.

Tutta colpa della variazioni climatiche, dei negazionisti dell’evoluzionismo, degli anti-femministi ed anti-islamici, degli economisti classi, degli omofobi, etc. etc.

Conclusione: che Ecb stampi un po’ di più, nei secoli dei secoli.

Quando si udranno le fatidiche parole: “si salvi chi può” per molti sarà troppo tardi.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Finanza e Sistema Bancario, Sistemi Economici

Bond. ‘Tailwinds are turning around’. Le vacche grasse starebbero per finire.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-11-09.

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Il mercato dei bond è sotto tensione da tempo.

2016-11-07__bond__002

Nessuna paura: verosimilmente non ci saranno terremoti. Sarebbero al momento altamente improbabili. Ma un ridimensionamento sembrerebbe oramai essere nell’aria.  Bloomberg ne enucia la problematica in modo schematico.

Non è un problema solo americano né un problema che interessi soltanto i ‘ricchi’.

Banca di Italia riporta come il 93% dei monte titoli dei risparmiatori italiani detenga titoli di stato americano, europei e, ovviamente, italiani.

Se è vero che i titoli di stato sono per lo più acquistati per generare un reddito certo, sembrerebbe essere altrettanto vero che una variazione sostanziale delle loro quotazioni potrebbe ripercuotersi negativamente sui risparmiatori che non avessero la possibilità di detenerli fino a scadenza. I casi della vita sono molteplici quanto imprevedibili.

Bond. Un mercato turbolento. -2.9% in un mese.

Ecb. Iniziano gli acquisti di corporate bond.

Ancora sui bond dei paesi emergenti. Una riflessione su Soros.

Piigs e debiti sovrani. Nuvoloni in arrivo.

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«Barack Obama will go down in history as having sold more Treasuries and at lower interest rates than any U.S. president»

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«He’s also leaving a debt burden that threatens to hamstring his successor»

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«The Federal Reserve kept rates at historically low levels, partly by becoming the single biggest holder of Treasuries»

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«Global buyers added $3 trillion of Treasuries, doubling ownership to a record»

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«The government’s marketable debt has more than doubled under Obama’s stewardship, to a record of almost $14 trillion»

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«And the deficit is expanding again»

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«Now those tailwinds are turning around»

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«We’ve really got ourselves into a pickle here»

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«The Fed bought $1.7 trillion of Treasuries from 2009 to 2014, soaking up the equivalent of a quarter of the increase in debt outstanding»

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«In fiscal 2016, the Treasury shelled out $433 billion in interest payments on the obligations, an amount that will swell as rates rise, as the Congressional Budget Office projects»

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«A measure known as net interest cost, which balances what the government receives in interest payments against what it pays on debt, will nearly triple by 2026, to $712 billion»

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Tutti i problemi dovrebbero sempre essere inquadrati e risolti con buon senso, il cui nemico numero uno è l’assolutizzazione di un concetto, che in questa evenienza non è più trattato come elemento logico bensì come se fosse un dogma religioso.

Due sembrerebbero essere i punti fermi da ricordare.

I problemi economici sono risolvibili con manovre economiche: le manovre finanziarie possono concedere il tempo necessario perché esse possano dispiegarsi, ma non hanno la capacità di vicariarle e, soprattutto, non sono esenti da costi.

Se l’affermazione che iniettare liquidità nel sistema possa aiutare una ripresa economica, è altrettanto vero che assolutizzare questo statement porta soltanto al dispendio di risorse meglio utilizzabili.

Nell’ultimo decennio gli stati e le banche centrali occidentali hanno aumentato vorticosamente il debito ma la situazione economica è tuttora stagnante. Questa è una realtà sotto gli occhi di chiunque sappia e voglia vedere.

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Nessuno può predire come e quando, ma è certo che i nodi arriveranno al pettine e le situazioni che ne deriveranno potrebbero essere anche fortemente indigeste.


Bloomberg. 2016-11-17. Obama’s Successor Inherits Bond Market at Epic Turning Point

– Tailwinds during his tenure now risk buffeting next president

– Nation’s interest costs, already highest since 2011, to rise

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Barack Obama will go down in history as having sold more Treasuries and at lower interest rates than any U.S. president. He’s also leaving a debt burden that threatens to hamstring his successor.

Obama’s administration benefited from some unprecedented advantages that helped it grapple with the longest recession since the 1930s. The Federal Reserve kept rates at historically low levels, partly by becoming the single biggest holder of Treasuries. The U.S. could also rely on insatiable demand from international investors, led by China deploying its hoard of reserves. Global buyers added $3 trillion of Treasuries, doubling ownership to a record.

Now those tailwinds are turning around. The Fed is telegraphing more hikes at a time when interest costs on the nation’s bonds are already the highest in five years. The government’s marketable debt has more than doubled under Obama’s stewardship, to a record of almost $14 trillion. And the deficit is expanding again, after narrowing for four straight years, just as overseas holdings of Treasuries are shrinking at the fastest pace since 2013.

“We’ve really got ourselves into a pickle here,” said Edward Yardeni, president of Yardeni Research Inc. in New York, who’s been following the bond market since the 1970s. “All these years we’ve been kicking the can down the road, and suddenly we’re seeing a brick wall.”

The deteriorating backdrop for the world’s biggest bond market risks spoiling the plans of Tuesday’s winner, whether it’s Hillary Clinton or Donald Trump. Both have promised measures to foster growth and create jobs. The prospect of the three-decade bull market in bonds approaching a turning point has implications for everything the candidates want to tackle, from infrastructure spending to national security to tax cuts.

Investor Scorecard

In some ways, Obama lucked out. The Fed bought $1.7 trillion of Treasuries from 2009 to 2014, soaking up the equivalent of a quarter of the increase in debt outstanding. While its securities purchases helped support the bond market, the era of extraordinarily low rates also crimped returns for fixed-income investors. Treasuries have earned about 3 percent annually on average since 2009, the skimpiest since at least the Reagan administration, according to Bank of America Corp. data.

Benchmark 10-year yields have averaged about 2.5 percent during Obama’s terms, compared with about 4.4 percent under his predecessor, George W. Bush. Yields fell even as the economy recovered from the financial crisis and added jobs for six straight years. Stocks fared better than Treasuries: the S&P 500 Index generated a 15 percent annualized return under Obama, compared with an average of about 10 percent from 1980 through 2008.

America’s economic expansion hasn’t kept the debt burden from consuming an ever-greater share of the nation’s financial resources, promising to complicate the next president’s decisions. Though the deficit shrank as crisis-era spending ended, debt levels have still increased to pay for rising entitlement outlays. In fiscal 2016, the Treasury shelled out $433 billion in interest payments on the obligations, an amount that will swell as rates rise, as the Congressional Budget Office projects. 

A measure known as net interest cost, which balances what the government receives in interest payments against what it pays on debt, will nearly triple by 2026, to $712 billion, the CBO forecasts. The expense would more than double as a share of the economy, to 2.6 percent.

Even without new fiscal spending, the U.S. is set to sink deeper into the red as revenue fails to match the growing expenses of Social Security, Medicare and interest costs, the CBO predicts.

“The Treasury has kind of gotten a free lunch over the last several years,” said Stephen Stanley, chief economist at Amherst Pierpont Securities LLC in New York, and a former researcher at the Richmond Fed. “Deficits had been artificially suppressed by the nature of monetary policy. Now you have structural issues with spending on entitlements, and a policy impetus that seems to be moving toward fiscal stimulus.”

Burgeoning Burden

While there’s no guarantee that either major candidate will be able to get their proposals through Congress, economists predict the potential shift toward looser fiscal policy will expand the debt burden.

Proposals from Democratic nominee Clinton include a $275 billion infrastructure plan that she intends to pay for through corporate tax-law changes. She’s also suggested tax increases for the wealthy. The plans would inflate the debt by $200 billion over a decade, according to analysis from the non-partisan Committee for a Responsible Federal Budget.

Trump, the Republican candidate, has made pledges including cutting taxes and spending as much as $500 billion on infrastructure. The proposals would boost the debt by $5.3 trillion, the Committee for a Responsible Federal Budget estimates.

With the debt load projected to soar, Obama’s successor can still count on domestic buyers, who have stepped up even as foreign central banks reduced their stake in Treasuries for an unprecedented three consecutive quarters. U.S. commercial banks, for example, boosted holdings of federal and agency borrowings to a record $2.43 trillion last month.

Stimulus Continues

“One good thing for the new team that comes into the Treasury Department is that even as financing needs increase, the market clearly has the capacity for the additional supply,” said Amar Reganti, a fixed-income strategist in the asset-allocation group at GMO LLC in Boston and a former deputy director of the Treasury’s Office of Debt Management. “So, yields shouldn’t become unhinged.”

The next president can also depend on some of the monetary stimulus that prevailed during the Obama era to persist. The Fed isn’t about to shrink its $4.45 trillion balance sheet anytime soon. And while policy makers’ median projection is for two rate increases in 2017 after a hike next month, swaps traders see just about one move in that span, for the shallowest tightening cycle ever.

Wild Card

That all may change, though, if inflation accelerates.

Fed officials said this month that the pace of price gains has increased, and a steepening in the Treasury yield curve since August suggests bond traders agree inflation is picking up. If the economy starts running hot even before new fiscal spending, the combination may spur inflation to rise more quickly, undermining the value of bonds’ fixed payments.

An Atlanta Fed index estimated on Friday that the economy is expanding at a 3.1 percent annual rate this quarter, signaling the U.S. may be on track for its strongest back-to-back quarters since 2014.

The scenario of quicker growth and inflation may push Wall Street to ramp up expectations for Fed hikes and anticipate higher yields for years to come.

The consensus is for benchmark 10-year Treasury yields to rise to 2.13 percent at the end of 2017, from about 1.8 percent as of 8:15 a.m. in New York, according to the median forecast of economists surveyed by Bloomberg.

“There’s been so much borrowing going on that’s been enabled by extremely low interest rates, one shudders to think what would happen if rates actually ever did go back to normal,” Yardeni said. “The impact on the interest expense would be significant, and could really bring deficit concerns back to the fore.”