Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia. Gettito fiscale 2018 arrivato a 503.9 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-29.

Banche 016. Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542.

«il gettito tributario complessivo è stato 495,1 miliardi nel 2016, 501,3 miliardi nel 2017 e 503,9 miliardi nel 2018»

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«l’Irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche), con 181,7 miliardi di euro nel 2016 (36,72% del totale delle entrate tributarie), 183,8 miliardi nel 2017 (36,67%) e 194,3 miliardi nel 2018 (38,56%).»

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«L’Ires (imposta sul reddito delle società) vale 37,1 miliardi nel 2016 (7,49%), 36,9 miliardi nel 2017 (7,36%) e 35,4 miliardi nel 2018 (7,03%)»

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«L’Ires (imposta sul reddito delle società) vale 37,1 miliardi nel 2016 (7,49%), 36,9 miliardi nel 2017 (7,36%) e 35,4 miliardi nel 2018 (7,03%)»

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«Le accise (principalmente prelievi che pesano su prodotti petroliferi, come la benzina) hanno generato incassi per 34,1 miliardi nel 2016 (6,88%), 34,1 miliardi nel 2017 (6,82%) e 33,8 miliardi nel 2018 (6,71%)»

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«Dal prelievo sui tabacchi, lo Stato si è assicurato 10,7 miliardi nel 2016 (2,18%), 10,5 miliardi nel 2017 (2,11%) e 10,5 miliardi nel 2018 (2,10%)»

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«La tassa sulla speranza (giochi e lotto) si è attestata a 13,8 miliardi nel 2016 (2,80%), 13,5 miliardi nel 2017 (2,70%) e 13,9 miliardi nel 2018 (2,77%).»

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«l’Iva, con aliquota principale dal 22% al 25%, sarà sempre di più la regina delle tasse italiane. Si passerà dai 140 miliardi di euro previsti per il 2019 agli oltre 164 miliardi del 2020.»

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Quando un Cittadino Elettore compra un qualcosa, contribuisce solo con l’Iva a racimolare il 27% delle entrate dello stato: lo si tratti con il massimo dei rispetti e gli si auguri buona salute e lunga vita.

Ma rispetto ancor maggiore lo si porga ai fumatori, che versano ogni anno oltre dieci miliardi alle casse dello stato.

Con 60,483,973 abitanti, ogni Cittadino italiano, dai lattanti ai vegliardi, paga 8,311.13 euro di tasse ogni anno che Dio manda.


Adnk. 2019-05-28. Quante tasse pagano gli italiani

Mentre gli italiani mantengono il fiato sospeso su un possibile aumento dell’Iva, dall’Irpef all’Ires il Centro studi di Unimpresa traccia la mappa delle tasse pagate dagli italiani. E’ utile, evidenzia l’associazione, analizzare una sorta di mappa di tutte le principali tasse pagate dai contribuenti italiani. In totale, rileva Unimpresa, il gettito tributario complessivo è stato 495,1 miliardi nel 2016, 501,3 miliardi nel 2017 e 503,9 miliardi nel 2018. Il balzello che garantisce il “gruzzoletto” più alto è l’Irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche), con 181,7 miliardi di euro nel 2016 (36,72% del totale delle entrate tributarie), 183,8 miliardi nel 2017 (36,67%) e 194,3 miliardi nel 2018 (38,56%).

L’Ires (imposta sul reddito delle società) vale 37,1 miliardi nel 2016 (7,49%), 36,9 miliardi nel 2017 (7,36%) e 35,4 miliardi nel 2018 (7,03%). Le ritenute su redditi da capitale e dividendi hanno garantito alle casse dello Stato 10,1 miliardi nel 2016 (2.05%), 9,6 miliardi nel 2017 (1,93%) e 9,5 miliardi nel 2018 (1,89%).

Le accise (principalmente prelievi che pesano su prodotti petroliferi, come la benzina) hanno generato incassi per 34,1 miliardi nel 2016 (6,88%), 34,1 miliardi nel 2017 (6,82%) e 33,8 miliardi nel 2018 (6,71%). Dal prelievo sui tabacchi, lo Stato si è assicurato 10,7 miliardi nel 2016 (2,18%), 10,5 miliardi nel 2017 (2,11%) e 10,5 miliardi nel 2018 (2,10%). La tassa sulla speranza (giochi e lotto) si è attestata a 13,8 miliardi nel 2016 (2,80%), 13,5 miliardi nel 2017 (2,70%) e 13,9 miliardi nel 2018 (2,77%).

RISCHIO AUMENTO IVA – Se scatteranno le clausole di salvaguardia, l’Iva, con aliquota principale dal 22% al 25%, sarà sempre di più la regina delle tasse italiane. Si passerà dai 140 miliardi di euro previsti per il 2019 agli oltre 164 miliardi del 2020. Il balzello sui consumi salirà quindi dal 27% al 30% del totale del gettito tributario dello Stato. Secondo l’analisi del Centro studi di Unimpresa, basata sull’ultimo Documento di economia e finanza, il gettito Iva si potrebbe attestare a 164,1 miliardi nel 2020, qualora il governo non riuscisse a trovare coperture finanziarie sufficienti a sterilizzare le clausole di salvaguardia, con l’aliquota dell’imposta sul valore aggiunto destinata a salire dall’attuale 22% al 25,2%. Con l’incremento delle aliquote, l’Iva arriverebbe a rappresentare il 30,64% del gettito complessivo del 2020, paria 535,2 miliardi. Una vera e propria impennata rispetto a quest’anno: l’Iva dovrebbe arrivare a 140,1 miliardi pari al 27,62% del gettito totale, pari a 506,8 miliardi. “Spostare il carico fiscale sui consumi può avere un senso se contemporaneamente si dà potere di acquisto soprattutto ai cittadini, intervenendo con riduzioni del prelievo sui redditi da lavoro” dice il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci. “Lasciar salire l’Iva senza tagli all’Irpef è pericolosissimo: al momento non sembrano esserci alternative, considerando sia il quadro dei conti pubblici sia la congiuntura poco favorevole” aggiunge. “Le clausole di salvaguardia corrono il rischio di rappresentare il colpo di grazia per l’economia italiana: l’incremento delle aliquote avrebbe inevitabili effetti sui prezzi finali di prodotti e servizi, con i consumi destinati a fiaccarsi sensibilmente”.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia. Evasione fiscale (in EU 823 mld) e contante usato nell’85.8% dei pagamenti.

Giuseppe Sandro Mela.

019-04-15.

2019-04-15__Contante__001

È stato pubblicato un interessante Report dal titolo:

Gli italiani sono ancora (troppo) affezionati al contante

da cui si evince che gli italiani usano le banconote nell’85.9% dei pagamenti effettuati: bancomat e carte di credito sono utilizzate solo per i pagamenti più onerosi.

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«La gran parte dei pagamenti avviene per acquisti quotidiani, ovvero presso il panettiere, il supermercato, la farmacia (40,2% di tutti gli scambi) oppure al bar e nei ristoranti (21,6%).»

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«Al di sopra dei 100€, invece, arriva il turno degli assegni o dell’acquisto digitale, i quali coprono il 12,2% delle transazioni di queste dimensioni»

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«Nel caso di transazioni di grande entità le carte di credito salgono al 28,6%, mentre l’uso del contante si ferma “solo” al 68,4%.»

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2019-04-15__Contante__002

Solo l’1.7% dei pagamenti risulta essere superiore ai 100 euro: in questo caso l’uso di bancomat o carte supera il 50% del volume.

Il problema potrebbe essere visto sotto differenti angolatura, ciascuna delle quali mette in evidenza un particolare aspetto.

– Il primo aspetto sarebbe la praticità di uso. L’uso del pagamento elettronico richiede un certo quale lasso di tempo, la disponibilità delle linee e delle banche, ed infine, particolare non da poco, è oneroso sia per il possessore delle carte, sia di debito sia di credito, sia per quanti ricevano il pagamento. Su questo tipo di operazioni le banche richiedono infatti una commissione, il cui ammontare sarebbe ingiustificato per transazioni minimali.

– Il secondo aspetto è ben più delicato. Nell’ultimo decennio si è assistito ad un pressing politico sull’uso dei pagamenti elettronici, giustificato con il fatto che, essendo tracciabili, costituirebbero un forte argine al problema della evasione fiscale.

Se sia giusto che un governo lotti contro l’evasione fiscale, sarebbe però altrettanto giusto che detto stato mantenga una pressione dei limiti del ragionevole.

Se sia doveroso pagare le tasse, altrettanto doveroso sarebbe farlo solo per le tasse giuste. I Cittadini possono ben ribellarsi ad una tassazione ingiusta, come evidenzia la storia e, di recente, gli accadimenti dei Gilets Jaunes.

– Il terzo aspetto dovrebbe rientrare nel comune buon senso. Pensare ad un’evasione fiscale sui pagamenti sotto i 100 euro sarebbe davvero grottesco: questa prende luogo per ranghi di cifre molti ordini di grandezza superiori.

L’Italia è prima al mondo per evasione fiscale (ma gli altri Stati Ue non sono messi meglio)

«Secondo uno studio del Tax Research LLP nel nostro Paese ci sarebbero 190 miliardi di euro di tasse evase. I mancati introiti per lo Stato italiano equivalgono a circa il doppio della spesa pubblica in sanità»

2019-04-15__Contante__003

– Il quarto aspetto è l’evasione fiscale. A livello dell’Unione Europea l’evasione assomma ad 824 miliardi di euro

«Negli ultimi tempi, l’evasione fiscale è entrata prepotentemente all’interno del dibattito politico. Non si tratta però di un problema nuovo. I fenomeni di evasione fiscale esistono sin da quando i governanti impongono tasse ai loro cittadini.

Chi ci segue inoltre su Facebook, avrà sicuramente notato l’infografica postata qualche giorno fa che ritraeva l’evasione fiscale in Europa. Stando ad un recente studio condotto dalla società inglese Tax Research LLP emerge che l’Italia è il primo paese per evasione fiscale in Europa, con circa 190 miliardi di euro di tasse evase.

Per avere un’idea concreta del danno da evasione fiscale per la società, i mancati introiti per lo Stato italiano equivalgono a circa il doppio della spesa pubblica in sanità. Nella classifica dell’evasione fiscale in Europa, dietro all’Italia si piazzano in ordine Germania (125 miliardi), Francia (118 miliardi) e Regno Unito (87 miliardi). In totale, prendendo come riferimento l’anno fiscale 2015, l’evasione fiscale tra i Paesi Membri dell’Unione pesa 824 miliardi di euro. È più di sei volte la dimensione del bilancio annuale dell’UE.»

Sarebbe davvero ridicolo pensare che una tale evasione fiscale si attui perché un bar non ha rilasciato lo scontrino sul caffè.

Si noti però come l’evasione fiscale sia massima nei paesi ove la pressione fiscale sia massima.

Italia. Il fisco sui salari è il maggiore del mondo.

Ma siamo poi così certi che sia il popolino ad evadere le tasse?

Lussemburgo, i 550 «favori» alle multinazionali che imbarazzano Juncker

Il Lussemburgo di Mr Juncker è il paradiso fiscale per eccellenza. È uno stato che Mr Juncker aveva trasformato in una immane lavanderia di denaro sporco.

Perché prendersela con il poveraccio che compra il giornale a contanti?

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Ci si dovrebbero porre molte domande.

– Non è che un’elevata pressione fiscale obblighi alla evasione? In questo caso l’unica vera lotta consisterebbe nel diminuire le tasse.

– Fono a qual punto sarebbe giusto che lo stato voglia tracciare tutti i minimi spostamenti di denaro quando poi chi possa evade alla grande?

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Gli italiani sono ancora (troppo) affezionati al contante

Le banconote coprono l’85,9% dei pagamenti. Il bancomat è usato solo per comprare beni costosi

Niente da fare, il tanto atteso sorpasso del bancomat sull’uso del contante è ancora molto lontano. In base agli ultimi dati, gli italiani ricorrono alle banconote nell’85,9% dei casi. Le cose migliorano quando si fanno acquisti costosi, come il televisore o lo smartphone, ma la carta di credito non arriva mai a coprire la metà delle transazioni. Segno che facciamo fatica a cambiare abitudini o che preferiamo non tracciare tutte le nostre spese?

L’uso del contante è ancora così diffuso in Italia?

Il grafico sopra mostra quali sono le abitudini degli italiani in fatto di pagamenti. I dati sono relativi al 2016 e sono riportati in un recente documento della Banca d’Italia. Come è evidente, i nostri connazionali sono ancora molto affezionati ai contanti per i loro acquisti. L’85,9% dei pagamenti, infatti, avviene con questo strumento. Solo nel 12,9% dei casi si ricorre a carte di credito o bancomat, mentre il restante 1,2% è affidato a strumenti alternativi come l’acquisto via internet, app mobile e assegni.

Se si considera il valore di questi pagamenti, i risultati non cambiano di molto. Nel caso di transazioni di grande entità le carte di credito salgono al 28,6%, mentre l’uso del contante si ferma “solo” al 68,4%. Anche gli strumenti alternativi crescono (3%). Il perché è presto detto: gli italiani usano poco bancomat e carte di credito, ma quando lo fanno è normalmente per transazioni di maggior valore, le quali richiederebbero di portare con sé troppe banconote.

Bancomat vs contanti, ecco chi vince

L’uso del bancomat quando si acquistano beni più costosi lo si vede bene in quest’altro grafico. Più si sale a livello di scaglioni di acquisto, infatti, più l’importanza del contante cala. Viene usato il 96,6% delle volte nel caso di pagamenti inferiori ai 5€, che del resto costituiscono la maggioranza relativa dei pagamenti in generale (37,8%).

Ogni volta che il taglio degli acquisti aumenta di 5€ in media vi è un calo del 5-6% dell’uso del contante. Succede almeno fino allo scaglione 20-25€, quando per esempio la preferenza per questo metodo scende al 73,3%. Se la spesa è tra i 50 e i 100 euro solo la metà delle volte (il 50,9%) viene scelto il contante. Parallelamente al calo dell’utilizzo del contante, man mano che i tagli si ingrossano vi è una crescita delle carte di credito. La percentuale più alta (45,2%) si registra proprio nella fascia 50-100 euro. Al di sopra dei 100€, invece, arriva il turno degli assegni o dell’acquisto digitale, i quali coprono il 12,2% delle transazioni di queste dimensioni.

Cosa acquistiamo (e come)

Ma in concreto per quale tipo di acquisti si usano di più le carte e per quali di più il contante? Lo vediamo nell’ultimo grafico. La gran parte dei pagamenti avviene per acquisti quotidiani, ovvero presso il panettiere, il supermercato, la farmacia (40,2% di tutti gli scambi) oppure al bar e nei ristoranti (21,6%). Proprio in questi casi trionfa il contante, che viene usato nel 94,4% dei casi se parliamo di spese presso bar e ristoranti, e nell’86,6% se ci riferiamo agli altri acquisti quotidiani.

Le carte assumono una certa importanza quando si va a fare rifornimento dal benzinaio e nel caso di acquisti di beni durevoli (vestiti, elettronica, giocattoli, ecc), dove sono scelte il 29,9% delle volte. Raggiungono la massima percentuale (40,4%) quando si paga l’alloggio in hotel. Tuttavia questo tipo di transazione riguarda solo lo 0,3% di tutti gli scambi.

Se si guarda alle abitudini di pagamento nelle varie regioni italiane, si scopre che è in Trentino Alto Adige, Marche, Abruzzo, Molise, Campania e Calabria che viene preferito il contante, usato tra l’89% e il 94% delle volte. Al contrario è in Lombardia e Toscana che viene utilizzato di meno. Il motivo potrebbe essere la presenza di un’alta percentuale di turisti stranieri sia a Milano che in Toscana. In ogni caso il contante rimane protagonista nell’80-82% di tutti gli acquisti.

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Quanto vale l’evasione fiscale in Italia e in Europa?

Un recente studio ha fatto luce sul fenomeno dell’evasione fiscale in Italia e in Europa. I numeri non sono per nulla confortanti…

Negli ultimi tempi, l’evasione fiscale è entrata prepotentemente all’interno del dibattito politico. Non si tratta però di un problema nuovo. I fenomeni di evasione fiscale esistono sin da quando i governanti impongono tasse ai loro cittadini.

Chi ci segue inoltre su Facebook, avrà sicuramente notato l’infografica postata qualche giorno fa che ritraeva l’evasione fiscale in Europa. Stando ad un recente studio condotto dalla società inglese Tax Research LLP emerge che l’Italia è il primo paese per evasione fiscale in Europa, con circa 190 miliardi di euro di tasse evase.

Per avere un’idea concreta del danno da evasione fiscale per la società, i mancati introiti per lo Stato italiano equivalgono a circa il doppio della spesa pubblica in sanità. Nella classifica dell’evasione fiscale in Europa, dietro all’Italia si piazzano in ordine Germania (125 miliardi), Francia (118 miliardi) e Regno Unito (87 miliardi). In totale, prendendo come riferimento l’anno fiscale 2015, l’evasione fiscale tra i Paesi Membri dell’Unione pesa 824 miliardi di euro. È più di sei volte la dimensione del bilancio annuale dell’UE.

È interessante anche notare come cambia questa classifica se consideriamo il peso che l’evasione fiscale ha sul gettito fiscale. Italia, Germania e Francia sono infatti le tre più grandi economie dell’eurozona e anche per questo motivo il valore assoluto delle tasse evase è molto elevato.

Se ci si sposta in termini relativi, il tax gap dell’Italia, cioè il rapporto tra fisco evaso ed entrate fiscali dello Stato, si attesta al 23,28%. Ciò significa che per ogni euro riscosso dal fisco italiano, si perdono circa 23 centesimi in evasione fiscale.

Peggio di noi soltanto Romania (29,51%), Grecia (26,11%) e Lituania (24,36%). Il paese europeo con il tax gap più basso è invece il Lussemburgo, dove l’evasione fiscale pesa il 7,98% degli introiti statali.

Come abbiamo visto dai numeri, quello dell’evasione fiscale è un problema serio e ben radicato sia in Italia sia in Europa. Gli oltre 800 miliardi di euro che secondo le stime mancherebbero dalle casse degli stati europei, sarebbero risorse di grande beneficio per la ripresa economica in Europa. Ma al di là dell’aspetto economico, l’evasione fiscale genera ingiustizia sociale tra coloro che pagano e coloro che non pagano le tasse e pertanto va combattuta con ogni forma e mezzo.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia. Il fisco sui salari è il maggiore del mondo.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-13.

Matsys Jan. (Belgio 1509-1575). Esattore delle Tasse. 1539

Essere il malato con il maggior numero di malattie a questo mondo è ben triste primato.

Ma anche il pagare il 47.7% di tasse non scherza mica: sotto le tasse si muore.

«Aumenta il peso del fisco sui salari in Italia»

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«è il terzo prelievo più alto tra i 36 Paesi avanzati, superato solo dal Belgio (52,7%) e dalla Germania (49,5%) e davanti anche a quello francese (47,6%), a fronte di una media Ocse del 36,1%»

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«Paesi con il prelievo più basso in assoluto sono il Cile (7%), seguito da Nuova Zelanda (18,4%) e Messico (19,7%) nel caso del lavoratore single e la Nuova Zelanda (1,9%), davanti a Cile (7%) e Svizzera (9,8%) per la famiglia monoreddito con due figli»

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«Il cuneo fiscale nella Penisola si compone da un 16,7% di imposta sui redditi, 7,2% di contributi a carico del lavoratore e di un 24% di contributi a carico del datore di lavoro»

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«Espresso in valuta locale, il salario lordo per il lavoratore medio in Italia nel 2018 risulta di 31.300 euro, in progresso dello 0,4% in termini reali»

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«Per i salari mediani il tasso di imposizione netto medio in Italia risulta del 25% e il cuneo fiscale medio è del 43,3%,»

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Questi dati si commentano da soli.

Ci poniamo soltanto una domanda.

I benefici che i Cittadini Contribuenti traggono dallo stato valgono il 47.7% del proprio salario?


Sole 24 Ore. 2019-04-11. Ocse: Italia al top per fisco su salari. Famiglie monoreddito le più «tartassate»

Aumenta il peso del fisco sui salari in Italia, in controcorrente rispetto alla media del mondo industrializzato. Nel 2018 nella Penisola, l’insieme di tasse sul reddito e di contributi sociali è salito di 0,2 punti al 47,9% per il lavoratore medio single. Come indica l’Ocse nel rapporto “Taxing Wages”, è il terzo prelievo più alto tra i 36 Paesi avanzati, superato solo dal Belgio (52,7%) e dalla Germania (49,5%) e davanti anche a quello francese (47,6%), a fronte di una media Ocse del 36,1%, in calo di 0,16 punti. Va ancora peggio, in termini relativi, per le famiglie monoreddito con due bambini: il cuneo fiscale in Italia, pari al 39,1%, è il secondo più alto dell’Ocse, superato solo da quello della Francia (39,4%), decisamente sopra la media dei Paesi industrializzati che è del 26,6%.

I prelievi più bassi in Cile, Nuova Zelanda e Messico

I Paesi con il prelievo più basso in assoluto sono il Cile (7%), seguito da Nuova Zelanda (18,4%) e Messico (19,7%) nel caso del lavoratore single e la Nuova Zelanda (1,9%), davanti a Cile (7%) e Svizzera (9,8%) per la famiglia monoreddito con due figli. In Italia l’incremento di 0,2 punti del cuneo del lavoratore single nel 2018 rispetto al 47,7% del 2017 è imputabile per intero all’incremento dell’imposta sui redditi, mentre non ha avuto variazioni l’incidenza dei contributi sociali.

Il cuneo fiscale nella Penisola si compone da un 16,7% di imposta sui redditi, 7,2% di contributi a carico del lavoratore e di un 24% di contributi a carico del datore di lavoro. Quest’ultima è la quarta percentuale più alta dell’Ocse, alle spalle di Francia (26,5%), Repubblica Ceca (25,4%) ed Estonia (25,3%). Il costo totale del lavoro in Italia risulta pari a 59.600 dollari a parità di potere d’acquisto, il 18esimo sui 36 Paesi Ocse dove la media è di 53.800 dollari, superiore a quello degli Usa (59.500 dollari), ma di gran lunga inferiore a quello della Svizzera, prima con 82.200 dollari, davanti alla Germania (80.300 dlr) e al Belgio (79.300). La Francia è ottava con 70.100 dollari, davanti a Svezia e Irlanda e il Regno Unito (cuneo fiscale al 30,9%) 13esimo con 63.300 dollari. Ultimo il Messico con 14.600 dollari.

Il salario medio italiano è il 19esimo nell’Ocse

Tornando all’Italia, in base al rapporto dell’Ocse, il salario lordo, cioè quello che si vede in busta paga (e non include in questo caso i contributi pagati dal datore di lavoro), per un lavoratore single è in media di 45.300 dollari, il 19esimo nell’Ocse, inferiore a tutti i maggiori Paesi dell’area industrializzata, escluso il Canada (42.700 dlr) e sotto la media Ocse, pari a 46.100 dollari. Prima è ancora la Svizzera con 77.370 dollari, davanti al Lussemburgo (68.700) e alla Germania (67.300). Il Regno Unito è 57mila dollari, la Francia a 51.500. Sul salario lordo medio italiano pesa un prelievo complessivo del 31,4% (21,9% imposta sui redditi e 9,5% contributi sociali), il settimo più alto dell’Ocse, contro una media del 25,5%. Questo vuol dire che il salario netto effettivamente incassato dal lavoratore single italiano è pari al 68,6% del lordo contro una media Ocse del 74,5%. Nel caso della famiglia monoreddito con due figli, il cuneo fiscale nel 2018 è aumentato di 0,53 punti rispetto al 2017. Gli assegni famigliari ed altre agevolazioni riducono il cuneo della famiglia di 8,8 punti rispetto al single, meno della media Ocse che è di 9,5 punti. Il prelievo complessivo sul salario lordo (tasse più contributi a carico del lavoratore), includendo però i benefit legati ai figli, per la famiglia monoreddito è pari al 19,9%, il nono più alto dell’Ocse contro una media del 14,2%. Se in famiglia gli stipendi sono due, il cuneo fiscale in Italia è del 41,7%, il quarto più alto dell’Ocse (contro una media del 30,8%), con un aumento di 0,32 punti sul 2017, legato per 0,26 punti a un incremento dell’imposta sul reddito e per 0,06 punti a minori benefici cash. I guadagni salariali lordi della famiglia con 2 stipendi e due figli, in questo caso per l’Italia sono pari a 75.600 dollari (sempre al 19esimo posto Ocse) e in coda ai big, contro una media di 77.200 dollari. Il prelievo è del 23,3%, (imposta sui redditi 15,4% più contributi sociali 9,5%, meno 1,6% benefici cash), sopra la media Ocse che è del 19,3%. Espresso in valuta locale, il salario lordo per il lavoratore medio in Italia nel 2018 risulta di 31.300 euro, in progresso dello 0,4% in termini reali, a fronte tuttavia di un aumento dell’imposta sui redditi dello 0,8%. Se si considera, invece, il salario lordo mediano, cioè il valore centrale della distribuzione salariale che non è influenzato dai livelli più elevati, in Italia nel 2017 era di 36.400 dollari, inferiore di quasi 8.000 al salario medio e fornisce quindi un indizio sulle disparità di reddito. Il gap è infatti maggiore dove le disparità sono più ampie, in questo caso si tratta degli Usa (divario di 15mila dollari) e del Lussemburgo (16mila dollari). Per i salari mediani il tasso di imposizione netto medio in Italia risulta del 25% e il cuneo fiscale medio è del 43,3%, il sesto più alto dell’Ocse, contro una media del 34,3%. Andando a ritroso, tra il 2000, quando era del 47,1%, e il 2018 il cuneo fiscale per un lavoratore single medio in Italia è aumentato di 0,8 punti percentuali, mentre in media nell’Ocse si è verificata una riduzione di 1,3 punti, dal 37,4% al 36,1%. In particolare dal 2009, il cuneo è aumentato di 1,1 punti, quasi il doppio rispetto alla media Ocse che è stata di +0,6 punti.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Macron progetta una megariduzione delle tasse e della spesa pubblica.

 Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-10.

Il titolo del The Wall Street Journal è eloquente:

French Press for Tax Cuts as Macron Pressured to Deliver Change

Simile il titolo di Bloomberg.

France Wants Tax Cuts: That’s the Message From Macron Town Halls

«- Taxes must ‘fall and fall fast,’ Edouard Philippe says

‘- Great Debate’ also calls for proportional representation

The French want to pay less tax.

That was the clear message that emerged from a two-month “Great Debate” that saw voters present their grievances and suggest remedies to President Emmanuel Macron.

“There’s an exasperation about taxes,” Prime Minister Edouard Philippe said in Paris April 8, as he was presented with a study outlining the findings of the national debate. “The clear message is that taxes must fall and fall fast.”»

*

Ecco il titolo di Reuters.

Macron’s Great Debate shows need to cut taxes faster, says French PM

«French Prime Minister Edouard Philippe said that after three months of public debate it was that clear tax cuts must be speeded up to quell the widespread anger over high living costs that has fueled anti-government protests. ….

“The debate clearly shows us in which direction we need to go: we need to lower taxes and lower them faster,”  ….

The French have understood … that we cannot lower taxes if we don’t lower public spending»

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Più chiari di così non si potrebbe essere.

«taxes must fall and fall fast»

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Il nostro buon Lenin lo aveva detto in una chiarissima, estrema sintesi: “la borghesia la ammazzi con le tasse”.

Non aveva previsto che anche i borghesi possono scendere in piazza e fare un putifarre.

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«cutting taxes must be a priority, in response to a national debate that focused on the yellow vest protesters’ grievances.»

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«the debate clearly shows us in which direction we need to go: we need to lower taxes and lower them faster»

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«France has the highest taxation rate among developed countries»

*

«Data from the OECD economic think-tank for 2017 shows France top, with taxes equivalent to 46.2% of national output (GDP), with Denmark second (46%) and Sweden third (44%).»

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«spending was 31.2% of GDP in France in 2018; in second place was Belgium (28.9%) and third was Finland (28.7%). The UK figure was 20.6%.»

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«Tax cuts have been a key demand of the yellow vest (“gilets jaunes”) movement»

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«Mr Philippe said the three-month national debate had highlighted “immense frustration over taxes”.»

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«Yellow vest protesters accuse Mr Macron of protecting the Parisian elite, especially the wealthy, while neglecting the hardship of citizens in the provinces.»

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In Germania sono in corso manifestazioni di piazza contro il caro-affitti: il popolo sta finalmente alzando la testa.

Ci si domanda se per avere un taglio delle tasse anche in Italia i Patrioti non debbano scendere in piazza a manifestare tutta la loro rabbia violenta.

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The Local. 2019-04-09. Great debate: France ‘must implement bold tax cuts’ declares prime minister

The French government must implement bold tax cuts, the prime minister said on Monday, after a mass public consultation called in the wake of “yellow vest” protests that shook President Emmanuel Macron.

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Giving the first conclusions of a “Great National Debate” which was launched in January in response to the protests, Prime Minister Edouard Philippe said French citizens had expressed “an enormous exasperation” over the heavy tax burden.

“The debates show us very clearly which way to go. We need to lower taxes, and lower them more quickly,” he told an audience in Paris.

The “yellow vest” protests, so called for the fluorescent vests worn by demonstrators, began in mid-November initially over fuel taxes before morphing into a nation-wide revolt against Macron.

The 41-year-old centrist came to power in May 2017 promising pro-business reforms and he has focused his tax cuts so far on companies and high-earners in a bid to increase investment and lower unemployment.

The president is expected to announce new policies in a major speech planned in the middle of the month.

The “Great National Debate” involved 10,000 meetings in community halls around the country, around two million online contributions and saw Macron join local events for nearly 100 hours in total.

As well as lower taxes, Philippe said that several other themes which had emerged during the consultation, which was designed to draw the anger out of the “yellow vest” protest movement.

Citizens wanted a more direct say in the running of the country – so-called “participatory democracy” – and action to combat climate change.

“We have reached a point where hesitating would be worse than an error, it would be an offence,” Philippe added. “The need for change is so radical that any conservatism, any feebleness would be unforgiveable in my view.”

France has the highest taxation rate in the developed world, according to the Paris-based Organisation for Economic Cooperation and Development.

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Bbc. 2019-04-09. France plans tax cuts to quell yellow vest anger

The French prime minister says cutting taxes must be a priority, in response to a national debate that focused on the yellow vest protesters’ grievances.

Edouard Philippe said “the debate clearly shows us in which direction we need to go: we need to lower taxes and lower them faster”.

The “great debate” involved 10,000 meetings in French community halls and about two million online contributions.

France has the highest taxation rate among developed countries.

Data from the OECD economic think-tank for 2017 shows France top, with taxes equivalent to 46.2% of national output (GDP), with Denmark second (46%) and Sweden third (44%).

But France also has the highest level of social spending, according to the Organisation for Economic Co-operation and Development.

That spending was 31.2% of GDP in France in 2018; in second place was Belgium (28.9%) and third was Finland (28.7%). The UK figure was 20.6%.

Town-country divide

Tax cuts have been a key demand of the yellow vest (“gilets jaunes”) movement that has taken to the streets in France every weekend since mid-November.

Initially the protesters demanded lower fuel taxes, but the movement quickly morphed into a general rejection of President Emmanuel Macron’s economic policies.

Mr Philippe said the three-month national debate had highlighted “immense frustration over taxes”.

One of Mr Macron’s least popular measures, early in his presidency, was to scrap a special tax for the wealthy.

Yellow vest protesters accuse Mr Macron of protecting the Parisian elite, especially the wealthy, while neglecting the hardship of citizens in the provinces.

Mr Philippe said another lesson from the debate was that “the balance must be restored between the cities and the regions”. That would include improving transport links between urban and rural areas.

There was also public demand for more participatory democracy and more action to tackle climate change, he said.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria

Patrimoniale da 46 miliardi, e che vada bene.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-21.

Animali. Bocca aperta. Civetta. 001

Sono definite essere ‘patrimoniale‘ quell’insieme di imposte, ordinarie o straordinarie, che gravano sul complesso dei beni dei singoli contribuenti.

In buona sostanza l’imposta patrimoniale verte la proprietà stessa di un bene, indipendentemente dal frutto che essa possa rendere.

La scelta di imporre una imposta patrimoniale è squisitamente politica.

La diatriba è molto serrata ed accesa: per molti studiosi imposte e tasse dovrebbero gravare solo sulle entrate, per altri solo sul guadagno, ossia entrate meno uscite. Per molti altri tale imposta sarebbe disdicevole.

Sta di fatto, però come la imposta patrimoniale sia di facile riscossione, spesso in modo automatico, come le imposte sui monte titoli.

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Periodicamente politici e media tornano a ventilare l’introduzione di una imposta patrimoniale.

Nei fatti, per, essa esiste ed al momento rende allo stato un qualcosa come 46 miliardi di euro ogni anno: vale il 2.7% del pil.

«La patrimoniale? C’è già e vale 45,7 miliardi.»

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«comprende le imposte sulla casa, l’auto, la tivù e gli investimenti finanziari.»

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«c’è la quantità delle tasse locali che a una patrimoniale possono essere assimilate: spesso tagliate e spesso ricresciute»

*

«Per la cronaca, i 45,7 miliardi conteggiati dagli artigiani di Mestre valgono il 2,7% del Pil, cifra più o meno costante negli ultimi anni (dal 2012 al 2017). E tra proprietà e spazzatura il prelievo sul mattone è salito in nove anni di nove miliardi (da 17 a 26 nel 2007-2016).»

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Un discorso a parte dovrebbe essere fatto per le tasse.

Per definizione, tassa dovrebbe essere il compenso, talora inferiore al costo, pagato dal privato a un ente pubblico per un servizio a lui reso dall’ente stesso dietro sua domanda, mentre imposta dovrebbe essere il tributo che gli enti pubblici impongono a tutti i cittadini in rapporto al patrimonio o al reddito, senza corrispettivo di alcun servizio.

Spesso in Italia entro le tasse si celano delle imposte. Un esempio paramount è la tassa sui rifiuti.

Siccome è facilmente esigibile, larga quota di questo provento è utilizzata dagli enti locali per coprire altre tipologie di spesa, quali per esempio i trasporti pubblici.

Si vorrebbe fare un’ultima considerazione.

«- tassazione rendite finanziarie al 26% degli interessi per conti correnti, conti deposito, fondi comuni, gestioni patrimoniali, obbligazioni e bond bancari e societari, Etf, polizze vita e polizze di investimento, azioni e investimenti in Borsa in genere, trading (commodities, oro, forex…), opzioni… ovvero tutti i redditi da capitale (più sotto maggiori dettagli su tassazione dividendi e plusvalenze perchè dal 2018 ci sono novità importanti);

– tassazione rendite finanziarie al 12.50 buoni fruttiferi postali della CDP, Titoli di Stato (Btp, Bot, Cct) e titoli equiparati emessi da organismi internazionali e obbligazioni emesse da Stati esteri white list e da loro enti territoriali (per i quali si è scesi dal 20% al 12.50% proprio dal 1 luglio 2014);

– se i Titoli di Stato sono venduti prima della scadenza con realizzo di capital gain si paga il 26%; Capital gain, vale la data di vendita nella quale si può leggere che la tassazione è salita al 26% ma non per tutti i casi

– tassazione fondi pensione: a partire dal 24 giugno 2014 si è passati dall’11% all’11.50%, ma la Legge di Stabilità 2015 del governo Renzi l’ha alzata ancora al 20»

Nel 2018 il Governo Gentiloni ha esteso alcune norme in materia, portando in modo generalizzato l’aliquota al 26%.


Italia. Crisi in vista. Liquidità bancarie salite al 32%, 1,371 miliardi.

«Le famiglie italiane hanno una ricchezza finanziaria di 4,287 miliardi di euro, dei quali 1,371 miliardi sono tenuti liquidi in conto corrente.

– Se durante le crisi del 2005 – 2006 la quota liquida era del 23% e durante quella del 2008 era del 29%, ad oggi rappresenta il 32% del totale disponibile.

– Di questi 1,371 miliardi 340 sono delle imprese, il resto delle famiglie.»

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Ci si pensi sopra bene, con cura: conviene tenere il denaro liquido in conto corrente piuttosto che investirlo.

Questo è un dato che dovrebbe ben dare da pensare al nostro Governo.


Corriere. 2019-03-03. La patrimoniale? C’è già. E vale 46 miliardi di euro

A tanto ammontano le imposte su casa, auto, tv e investimenti finanziari. Valgono il 2,7% del Pil. Dal 1990 il gettito è cresciuto di cinque volte. E ora…

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La patrimoniale? C’è già e vale 45,7 miliardi. Il calcolo è sull’Economia del Corriere della Sera, in edicola domani gratis con il quotidiano. L’ha fatto la Cgia di Mestre, comprende le imposte sulla casa, l’auto, la tivù e gli investimenti finanziari. Non bastasse, c’è la quantità delle tasse locali che a una patrimoniale possono essere assimilate: spesso tagliate e spesso ricresciute. L’esempio qui lo fa Ernesto Maria Ruffini, l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate. La tassa sui rifiuti, con oltre dieci miliardi di gettito dal 2007, ha più che compensato l’abolizione dell’Ici, l’imposta comunale sugli immobili. “Di fatto è diventata una patrimoniale occulta”, scrive Ruffini. E ricorda che i Comuni, dopo che nel 2008 l’Ici fu cancellata, “persero sì quasi tre miliardi di imposta, ma ottennero quasi tre miliardi in più di trasferimenti dallo Stato che lo Stato trovò non su Plutone, ma fra le proprie entrate, in primis tributarie”. Come dire che i cittadini hanno pagato le stesse tasse, sotto altro nome. Per la cronaca, i 45,7 miliardi conteggiati dagli artigiani di Mestre valgono il 2,7% del Pil, cifra più o meno costante negli ultimi anni (dal 2012 al 2017). E tra proprietà e spazzatura il prelievo sul mattone è salito in nove anni di nove miliardi (da 17 a 26 nel 2007-2016, nota Ruffini).

A proposito di impegni collettivi, l’altro tema d’attualità è l’acqua: pubblica o no? Circa la metà di quella trasportata dagli acquedotti italiani va dispersa, si sa: quindi un intervento di sistema serve. Ed è su questo, non a caso, che aveva annunciato novità la Cdp di Fabrizio Palermo, alla presentazione del nuovo piano industriale. Ma la proposta di legge che dovrebbe approdare alla Camera il 25 marzo, prima firmataria Federica Daga dei Cinque Stelle, “può trasformarsi in un macigno sui conti pubblici”, dice Ferruccio de Bortoli. “L’acqua è già pubblica – scrive -. Il 97% della popolazione è servito da società a maggioranza o interamente pubbliche. Ma il ritorno alla gestione diretta dei Comuni comporterebbe la revoca delle concessioni con un costo stimato da Utilitalia, l’associazione dei gestori, in 15 miliardi”. Più il prevedibile effetto Borsa (negativo) su quotate come Hera, Iren, Acea. E la nota fuga degli investitori. Come i fondi di private equity e venture capital.

Che in Europa, come in Italia, si stanno concentrando sulle piccole e medie imprese, ma già mettono le mani avanti. “Nell’Italia in recessione investiremo ancora, ma con più attenzione”, dice all’Economia Michael Collins, presidente di Invest Europe, l’associazione dei fondi europei. E prevede un futuro radioso per il Lussemburgo, più che per Francoforte o Milano, dopo la Brexit. Fra i personaggi, la curiosità è che cosa fanno (soprattutto) cibo i rampolli delle dinastie industriali, da Salvatore Ferragamo Junior a Leone Marzotto. La novità è l’emergere delle donne nell’asset management: in quattro custodiscono 6,7 trilioni (e secondo uno studio citato da Veronica De Romanis, le economiste sono meno influenzabili). Intanto ripartono cautamente la Cgil di Maurizio Landini, con la nuova squadra, e il Creval senza più scuse dopo il ribaltone al vertice. Quanto ai risparmiatori, forse è tornato il momento di investire nei Btp, ma con una guida. Sull’Economia trovate quattro idee.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Psichiatria

Fumo di tabacco. Il 37% dei minorenni fuma.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-24.

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In Italia la commercializzazione del tabacco è appannaggio di un monopolio statale.

Siamo al paradosso.

Lo stato introita 1.569 miliardi di euro di imposte sulle vendita del tabacco e ne spende un po’ più della metà per fare propaganda contro il fumo. Propaganda affidata in passato agli amici degli amici.

Una tassazioni esorbitante, che ovviamente è aggirata ogniqualvolta possibile.

Italia. Contrabbando di sigarette, un danno da 822 milioni di euro.

Se lo stato fosse meno ingordo e si accontentasse, il contrabbando non sarebbe più redditizio ed alla fine lo stato ci guadagnerebbe.

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I minorenni che fumano sono il 37% rispetto ad una media europea del 24%.

Per molti è tanto, per altri è poco. Molti dicono: meglio il fumo di tabacco che l’etile e la droga.

La questione del fumo è inquinata da una severa componente politica, tanto che in alcune nazioni ha portato a decise prese di posizioni.

Ong. Tempi durissimi. India avvia inchiesta sulla Bloomberg Philanthropies.

«India has been investigating how Bloomberg Philanthropies, founded by billionaire Michael Bloomberg, funds local non-profit groups for anti-tobacco lobbying, government documents show, making it the latest foreign non-government organization to come under scrutiny»

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«they were acting against India’s national interests»

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In sintesi.

Cannabis. L’uso nell’adolescenza induce depressione e suicidi nell’adulto.

In modo concomitante alla campagna contro il fumo di tabacco si è sviluppata quella a favore del fumo di cannabis, quasi che mentre il primo condurrebbe a morte certa il secondo possa prolungare la vita.

Fumare cannabis fa molto liberal, mentre fumare tabacco è out: roba da identitari sovranisti.

La cannabis fa guadagnare gli spacciatori, il tabacco solo qualche contrabbandiere.

Sarebbe a nostro sommesso parere più proficuo ripartire tra fumatori e persone che non gradiscono il fumo: sarà ben possibile convivere.

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Constatiamo sommessamente solo un aspetto.

Il fumo di sigarette è stato a lungo demonizzato, e con esso i fumatori, più per un motivo politico che di reale salute pubblica. La cannabis è ben più pericolosa, ma il suo fumo è considerato essere ‘in’.

Se il fumo concorre a rendere più esposti a molte patologie, sarebbe altrettanto vero l’ammettere che non ne sia la causa. Nel converso, il fumo di cannabis erode i poteri mentali ed è causa di suicidio.

Infine, se il 37% della popolazione ha l’abitudine di fumare, un qualche diritto dovrebbe spettare ad una così grande percentuale: sarebbe pura e semplice democrazia.

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Sul tabacco grava un onere fiscale minimo, accisa più Iva, del 95.62%. Poi,  a seconda di tipo e marca, si va in salita.

L’Agenzia Dogane e Monopoli da le seguenti cifre.

«Tutte le categorie sono assoggettate all’IVA nella misura del 22% del prezzo di vendita al pubblico al netto dell’IVA stessa e all’accisa che varia in relazione alla categoria.

L’accisa, per tutte le categorie, tranne che per i tabacchi da inalazione senza combustione che sono assoggettati a un’accisa specifica per unità di prodotto (pezzo), è correlata al prezzo di vendita.

Qualora i prodotti provengano da Paesi terzi, cioè non appartenenti alla Unione Europea, si applica il dazio.

Il prezzo finale di vendita al pubblico di un prodotto risulta dalla somma delle seguenti componenti: IVA, Aggio, Accisa e Quota al fornitore. Quest’ultima è residuale rispetto al prezzo scelto dal produttore.

Le aliquote di base per il calcolo dell’accisa sono:

– Sigarette 59,1%

– Sigari e Sigaretti 23%

-Trinciato a taglio fino per arrotolare le sigarette 58,5%

– altri tabacchi da fumo 56%

– tabacco da fiuto e da mastico 24,78%

Per le sigarette è previsto un onere fiscale minimo (Accisa + IVA) pari a euro 175,54 per chilogrammo convenzionale pari a 1.000 sigarette

Per i sigari, i sigaretti e il tabacco trinciato a taglio fino da usarsi per arrotolare le sigarette, è fissata un’accisa minima rispettivamente di euro 25 per 200 pezzi, euro 30 per 400 pezzi ed euro 120 per Kg.

Lo Stato, quindi, interviene nel settore in modo deciso fissando un livello di tassazione che, per le sigarette, supera il 77% del prezzo finale.

Per chi fosse interessato a conoscere esattamente le componenti del prezzo dei prodotti, si riportano, per ciascuna categoria, le relative tabelle di ripartizione fissate con provvedimento dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli e pubblicate su questo sito:

Sigarette – pdf»

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«gettito dell’imposta sul consumo dei tabacchi ammonta a 1.569 milioni di euro (+46 milioni di euro, pari a +3,0%);» [Bollettino Entrate Tributarie]

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Minorenni che fumano, Italia prima in Europa

Sono il 37% rispetto ad una media del 24%. Svezia e Irlanda al 13% e Islanda al 6%

Un altro di quei primati di cui l’Italia farebbe volentieri a meno. Il grafico sopra mostra, infatti, la percentuale di minorenni che fumano.

Quanti sono i minorenni che fumano

La percentuale è calcolata sul totale dei ragazzi tra i 15 e i 16 anni. A questi è stato chiesto se avessero fumato almeno una sigaretta nella settimana precedente. Purtroppo i minorenni che fumano in Italia sono il 37%: la percentuale più alta in Europa (almeno tra i Paesi presi in considerazione dallo studio dell’Ocse).

Nell’Europa a 25 la media è stata fissata a quota 24, che è comunque una media altissima: significa che in media quasi un quarto dei 15-16enni europei fuma. Sopra questa percentuale ci sono soprattutto Paesi dell’Est ma anche Francia e Austria che si fissano rispettivamente al 26 e 28%.

Più tasse meno fumo?

Come combattere il dilagare del tabagismo? Le sigarette elettroniche non sembrano riuscire ad allontanare un fumatore incallito dal suo pacchetto di bionde, come Truenumbers ha spiegato in questo articolo. Forse più efficace è la strada “economica”. Alzare le tasse, è stato dimostrato in America, riduce effettivamente il consumo di tabacco. Ma, in Italia, almeno, anche questa strada non sembra avere raggiunto particolari risultati, vista una così alta percentuale di minorenni che fumano.

In ogni caso i Paesi europei più virtuosi sono del Nord Europa: Irlanda e Svezia sono gli ultimi nella classifica dei minorenni che fumano, entrambi a quota 13%. Ma ancora meglio di loro fa l’Islanda (non compresa nel grafico sopra) che è addirittura ad appena il 6% di ragazzini con la sigaretta in bocca.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Gap Fiscale. In venti anni 1,000 miliardi trasferiti dal nord al sud.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-22.

2019-02-22__Gap_Foscale__000

Per Gap Fiscale si intende la differenza tra quanto le Regioni italiane versano sotto forma di tributi a Roma e quanto dallo Stato centrale ricevono in termini di servizi e investimenti.

Se è del tutto ovvio che in una situazione ottimale il gap fiscale dovrebbe essere ragionevolmente eguale allo zero, in Italia ciò non accade. Alcune regioni ricevono molto di più di quanto versino e, nel converso, alcune altre regione versano molto di più di quanto ricevano

La Lombardia versa una differenza di 54 miliardi. seguita dall’Emilia Romagna con 18.861, Veneto con 15.458, Toscana con 5.442. È un totale di 93.761 miliardi di euro.

Se si esaminasse il Gap Fiscale procapite, il Cittadino Contribuente lombardo ha un onere procapite di 5,217 euro, un emiliano di 4,239, un veneto di 3,141.

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La Regione Sicilia riceve 10.617 miliardi, la Puglia 6.419, la Calabria 5.871, la Campania 5.705.

I valori procapite sono di conseguenza: Sardegna 3,169, Calabria 2,975,  Basilicata 2,192 e Sicilia 2,089.

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In venti anni le regioni meridionali hanno ricevuto un surplus di oltre 1,000 miliardi: dovrebbero essere lastricate d’oro con paracarri impreziositi di diamanti.

Nulla di tutto questo.

Questi dati si commentano da soli.

Una proposta.

Il gruppo familiare medio siciliano consta di cinque persone: lo stato potrebbe dare direttamente a ciascuno di essi un reddito di cittadinanza di 10,000 euro netti annuali, saltando la regione che opera da intermediaria.

Oppure.

Si versino 50 miliardi all’anno all’Inps, ed i lproblema pensionistico sarebbe sostanzialmente ridotto.


Gap tra tasse e trasferimenti: un lombardo perde 5.217 euro, un sardo ne guadagna…

Calcolato da Eupolis, per residuo fiscale si intende la differenza tra quanto un territorio versa sotto forma di tributi allo Stato e quanto da esso riceve sotto forma di servizi.

Che cosa è il residuo fiscale

Il grafico sopra mostra esattamente questo: a quanto ammonta la differenza tra quanto le Regioni italiane versano sotto forma di tributi a Roma e quanto dallo Stato centrale ricevono in termini di servizi e investimenti. Naturalmente se l’istogramma è a destra la Regione versa più di quanto riceve se, invece è a sinistra è residuo fiscale negativo: riceve più di quanto versa.

I versamenti a Roma riguardano in particolare queste imposte e tributi:

– Imposte dirette (es Irpef), imposte in conto capitale (es Imu), imposte dirette (es Iva)

– Contributi sociali effettivi e figurativi versati da lavoratori e imprese (i contributi di lavoro che vanno principalmente all’Inps)

– Interessi, dividendi, redditi prelevati dai membri di quasi società (es interessi su obbligazioni di imprese), utili reinvestiti di investimenti all’estero, fitti di terreni e diritti sfruttamento giacimenti

-Trasferimenti correnti o in conto capitale diversi da famiglie e imprese

– Produzione di servizi vendibili e produzione di beni e servizi per uso proprio

Questo, invece, è un elenco delle principali voci di spesa dello Stato sui territori regionali.

– Spesa per consumi finali (es spesa statale in giustizia, istruzione, ecc)

– Prestazioni sociali in denaro e trasferimenti correnti diversi a famiglie e istituzioni sociali private

(tipicamente le pensioni in particolare quelle sociali o di invalidità)

– Contributi alla produzione e trasferimenti correnti diversi a imprese (i vari incentivi alle aziende)

– Imposte dirette,trasferimenti ad enti pubblici (ovvero i gettiti delle tasse come l’IRAP re-indirizzate alle regioni)

– Investimenti fissi lordi ( es. quando lo Stato costruisce una nuova autostrada in una regione)

– Contributi agli investimenti a famiglie e imprese (trasferimenti in conto capitale, per esempio contributi a fondo perduto a start-up).

Il residuo fiscale per Regione

Ebbene, i complessi calcoli hanno portato a una differenza che per alcune regioni appare da record. Innanzitutto per la Lombardia, che vanta un residuo fiscale a proprio sfavore di 54 miliardi circa. Ovvero la differenza tra quanto privati cittadini e imprese lombarde versano e quanto ricevono in servizi e trasferimenti è altissima, molto superiore a quella delle altre regioni.

La seconda regione, l’Emilia Romagna, vede un residuo fiscale molto minore, di 18 miliardi e 861 milioni

Viene poi il Veneto, con 15 miliardi e 458 milioni. Al quarto posto il Piemonte con 8 miliardi e 606 milioni.

A seguire tutte le regioni del Nord, tranne la provincia di Trento, la Toscana e il Lazio.

Al contrario vi sono quelle regioni in cui il calcolo del residuo fiscale dà un risultato negativo, perché quello che si riceve da Roma è più di quanto si versa. E’ il caso di tutto il Sud: la Sicilia ha il dato con il maggior deficit, – 10 miliardi e 617 milioni e questo nonostante il livello altissimo delle tasse locali, come Truenumbers ha raccontato in questo post. Poi viene la Puglia, con -6 miliardi e 419 milioni; la Calabria, -5 miliardi e 871 milioni e la Campania, – 5 miliardi e 705 milioni.

Tra le aree in deficit fiscale c’è anche la provincia autonoma di Trento. Che sia autonoma non è certamente un caso, l’enorme afflusso di denaro proveniente da Roma riesce infatti a superare anche quello che viene versato e prodotto dai trentini, nonostante questo non sia poco.

Il residuo fiscale pro-capite

Le regioni italiane non hanno lo stesso numero di abitanti, se la Lombardia ne ha più di 10 milioni, il Molise, la Basilicata, la Valle d’Aosta non raggiungono il milione. E’ giusto considerare anche i valori appena visti commisurati alla popolazione. Dividendo il residuo fiscale per il numero di abitanti abbiamo quindi il residuo fiscale pro-capite.

Ebbene, anche in questa classifica la Lombardia è prima, con 5.217 euro per cittadino. Le differenze con le altre regioni tuttavia non sono più abissali. L’Emilia Romagna, è al secondo posto con 4.239 euro, il Veneto, al terzo, 3.141 euro. Viene poi Bolzano al quarto posto, che nella classifica precedente era più indietro, all’ottavo, con un residuo fiscale di 2.117 euro.

Tra le regioni con residuo negativo il valore record non è più della Sicilia, ma della Sardegna, con 3.169. Vi è poi la Calabria, con 2.975 pro capite, e la Basilicata, 2.192. La Sicilia è ora “solo” quartultima, con -2.089. Migliora relativamente la posizione campana che era al 18esimo posto e ora è solamente 14esima.

Naturalmente non mancano critiche a questo metodo di calcolo. E’ chiaro che appare difficile attribuire a ogni regione tutti i gettiti delle imposte e soprattutto tutte le spese dello Stato. La spesa per la difesa, per esempio, finisce in alcune installazioni specifiche, centrali e periferiche, e anche se va in un radar in Puglia è chiaro che questo difende anche il resto del Paese e non solo quella regione.Così i finanziamenti per una università in Emilia Romagna in cui studiano anche giovani di tutte le altre regioni.

E poi vi sono tutte le strutture centrali dello Stato, concentrate a Roma, che tuttavia offrono servizi per tutto il Paese. Tuttavia quello che è innegabile è il grosso squilibrio che, miliardo più, miliardo meno, contraddistingue da sempre il nostro Paese. La Lombardia da sola può “mantenere” molte regioni del Mezzogiorno, non da oggi, e ci sono pochi casi simili nel resto d’Europa.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Eurocrati e voto sulle tasse. Solo la morte risolve certi problemi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-16.

Ghigliottina 1008

«Another nail in the EU’s coffin» [Otmar Issing]

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«The European Commission wants to implement majority voting on tax issues, just as Brexit shifts the balance of EU power from tax-averse northern nations to tax-happy southern countries»

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«Under the Treaty of Lisbon, in effect since 2009, the European Union became a more agile and effective operator, because EU policies across a range of issues were now to be decided by qualified-majority voting instead of unanimity»

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«But as recent efforts to allocate refugees within the EU show, in some cases, particularly where fundamental issues of national sovereignty are involved, outvoted member states are unprepared or unwilling to implement collective decisions»

*

«For many years, some EU member states have refused to cooperate fully in the fight against tax evasion and avoidance»

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«And because EU tax policies still require unanimity, each country has a veto»

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«And because EU tax policies still require unanimity, each country has a veto. It seems only natural, therefore, that the EU would want to introduce qualified-majority voting here, too»

*

«Under a new proposal from Pierre Moscovici, the EU Commissioner for Economic and Financial Affairs, Taxation, and Customs, if 55% of member states representing at least 65% of the EU population were to vote in favor of a new tax policy, it would pass»

*

«Under the Treaty of Lisbon, the conditions for a qualified majority have been balanced in such a way as to give both the “North” and the “South” a blocking minority of (at least) 35% of the EU population. As long as the northern member states were aligned, they could prevent any initiatives that were against their interests»

*

«fundamental issues of sovereignty are at stake»

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«Apparently, the Commission has learned very little from the bruising Brexit debate of the past two-and-a-half years»

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«With its latest tone-deaf initiative, it continues to add grist to the Euroskeptics’ mill.»

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Mancano tre mesi alle elezioni europee e sette stati dell’Unione andranno alle elezioni politiche.

Ma questa Commissione non si da pace: lo spettro del pensionamento è per lei un incubo terrificante.

Cerca quindi ogni modo e maniera per cercare di perpetuarsi nonostante sia altamente probabile che debba diventare una minoranza.

In ogni caso dobbiamo ringraziarli.

Ci hanno fatto capire a fondo il perché sia venuta la rivoluzione francese: certa gente smette di nuocere solo dopo che è stata decapitata.

È legittima difesa.


Handelsblatt. 2019-02-13. The EU’s new tax plan is a recipe for rebellion

The European Commission wants to implement majority voting on tax issues, just as Brexit shifts the balance of EU power from tax-averse northern nations to tax-happy southern countries. Another nail in the EU’s coffin, says Otmar Issing.

*

Under the Treaty of Lisbon, in effect since 2009, the European Union became a more agile and effective operator, because EU policies across a range of issues were now to be decided by qualified-majority voting instead of unanimity.

But as recent efforts to allocate refugees within the EU show, in some cases, particularly where fundamental issues of national sovereignty are involved, outvoted member states are unprepared or unwilling to implement collective decisions. Nonetheless, the European Commission is now wading into yet another domain where fundamental issues of sovereignty are at stake.

For many years, some EU member states have refused to cooperate fully in the fight against tax evasion and avoidance. And because EU tax policies still require unanimity, each country has a veto. It seems only natural, therefore, that the EU would want to introduce qualified-majority voting here, too. Under a new proposal from Pierre Moscovici, the EU Commissioner for Economic and Financial Affairs, Taxation, and Customs, if 55% of member states representing at least 65% of the EU population were to vote in favor of a new tax policy, it would pass.

At first glance, the situation certainly does seem to merit a strengthening of the EU’s hand on tax matters, so that it can finally correct a glaring shortcoming. Yet once qualified-majority voting has been introduced as a means of reining in tax evasion and avoidance, it will also determine all future tax policies.

This is not merely an assumption. The Commission’s stated objective is to apply qualified-majority voting to all tax-policy initiatives that are “necessary for the single market and for fair and competitive taxation.” Such a vague formulation opens the door to all manner of interventions.

As a further justification of his proposal, Moscovici also points to the potential to secure additional EU revenues through new financial-transaction and digital taxes – both of which his proposal explicitly mentions as possible policy options. It remains to be seen whether these special taxes will meet their proponents’ expectations. But even if they fail, previous experience suggests that the Commission will nonetheless use the new voting rule to secure ever-higher tax revenues “for Europe” through whatever means available.

As it happens, the United Kingdom’s impending departure from the bloc will dramatically alter the conditions for achieving a qualified majority on tax matters. The UK is among the northern member states that, together, account for 39% of the EU population and tend to resist protectionist measures, tax increases, and transfers to highly indebted countries. By comparison, the Mediterranean countries that generally favor transfers and taxes currently account for 38% of the EU population.

This is as it should be. Under the Treaty of Lisbon, the conditions for a qualified majority have been balanced in such a way as to give both the “North” and the “South” a blocking minority of (at least) 35% of the EU population. As long as the northern member states were aligned, they could prevent any initiatives that were against their interests. After Brexit, however, the North’s share of the population will fall to 30%, while the South’s share will rise to 43%. In other words, the North will no longer have a veto. Making matters worse, following the upcoming election in May, a similar southward shift is also imminent in the European Parliament, which would also gain a greater say in tax-policy questions if the Commission’s proposals are enacted.

The Commission’s proposal should be seen for what it is: an attempt to undermine the fiscal competence of sovereign states through a seemingly harmless back door. With the upcoming rebalancing of power within the EU clear for all to see, one need not be a prophet to predict higher taxes in the future. Even if the northern member states’ national parliaments are uniformly opposed to tax increases, they will have no way to block them. And, sooner or later, the backlash against this loss of sovereignty and wholesale soaking of the northern EU countries will be directed against the EU itself.

In light of these ramifications, the Commission’s proposal to subject tax policies to qualified-majority voting not only runs counter to the already-fraught efforts to achieve an “ever-closer union,” but also jeopardizes the successful integration that has occurred to date. Apparently, the Commission has learned very little from the bruising Brexit debate of the past two-and-a-half years. With its latest tone-deaf initiative, it continues to add grist to the Euroskeptics’ mill.

Pubblicato in: Banche Centrali, Cina, Commercio, Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Finanza e Sistema Bancario, Senza categoria

Cina. Il primo gennaio è entrata in vigore la riforma fiscale.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-05.

Cina

«China’s rich brace for tax raid on $24 trillion wealth pile

– Havens are disappearing, overseas earnings will become taxable

– Foreign assets to be easier to track, transfers may be levied »

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«China’s plan to cut taxes in 2019 for the masses has the nation’s super-rich running for cover on concern the government will make up the shortfall by going after the wealthy»

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«Changes to the tax regime as of Jan. 1 mean authorities will be paying closer attention to assets and investment holdings.»

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«In a nation where personal wealth is estimated to have climbed to a record $24 trillion in 2018 — $1 trillion of which is held abroad — that potentially offers rich pickings»

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«Anxiety over how the new rules will be enforced has already triggered a flood of Chinese clients seeking to create overseas trusts.»

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«Tougher taxes at home could have implications beyond China’s shores, with the country’s wealthy having been on a buying binge in recent years, driving up prices for everything from property in Vancouver and Sydney, to famous artworks and fine wines»

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«Under the new rules, owners of offshore companies will not only pay taxes on dividends they receive but will also face levies of as much as 20 percent on corporate profits, from as low as zero previously.»

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«This has triggered a flood of rich families seeking refuge via trusts, which often shield wealthy owners from having to pay taxes unless the trusts hand out dividends.»

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«In the past, the rich could avoid paying taxes on overseas earnings by acquiring a foreign passport or green card, while keeping their Chinese citizenship. But this won’t work starting in January as the government will tax global income from all holders of “hukou” household registrations»

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«The system allows authorities to view various tax-related data, which had been scattered across various government departments, in one consolidated platform. The new system also beefs up the identification process by preventing individuals from divvying up their income across multiple sources or ID numbers to pay lower taxes.»

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«But it’s not just the rich that may face a stricter tax environment. China lowered the threshold for blocking citizens with overdue taxes from leaving the country to 100,000 yuan ($14,600) from the previous threshold of 1 million yuan»

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«Though the tax rate and the details remain unclear, the prospects of the tax has caused people with multiple apartments to worry and made properties a less desirable investment tool»

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La storia insegna che gli stati hanno ben poco interesse a tassare una popolazione misera: ne caverebbero ben poco. Ma quando la ricchezza diventa generalizzata, in questo caso si stima essere 24 trilioni, ben pochi governanti resistono alla tentazione. 

Il caso cinese sembrerebbe però essere maggiormente complesso.

Se sicuramente in Cina sembrerebbe essere terminata la fase dello ‘arricchitevi come potete, ma arricchitevi‘ altrettanto sicuramente la situazione politica, economica e finanziaria interna non era sembrata essere troppo perturbata dagli investimenti esteri.

Se gli investimenti cinesi esteri non erano tassati, fatto questo che li ha stimolati non poco, altrettanto chiaramente dovrebbe essere evidente come siano stati mezzi potenti di penetrazione dei mercati stanieri con la forza dell’acquisto.

Nei fatti la Cina sta cambiando i suoi obiettivi strategici nei confronti del mondo. Gli investimenti esteri sono transitati ad essere un mezzo di dominio mondiale: hanno cessato di essere mero strumento di arricchimento.

In questa ottica, la tassazione delle attività estere potrebbe diventare un’arma impropria finalizzata al fine di conquistare una posizione egemone mondiale. Il polso della situazione è dato dal titolo di apertura del The New York Times:

Sexism Claims From Bernie Sanders’s 2016 Run: Paid Less, Treated Worse

Con simili avversari pwe i Cinesi è davvero facile conquistarsi l’egemonia.


Bloomberg. 2019-01-03. China’s Rich Brace for Tax Raid on $24 Trillion Wealth Pile

– Havens are disappearing, overseas earnings will become taxable

– Foreign assets to be easier to track, transfers may be levied

*

China’s plan to cut taxes in 2019 for the masses has the nation’s super-rich running for cover on concern the government will make up the shortfall by going after the wealthy.

Changes to the tax regime as of Jan. 1 mean authorities will be paying closer attention to assets and investment holdings. In a nation where personal wealth is estimated to have climbed to a record $24 trillion in 2018 — $1 trillion of which is held abroad — that potentially offers rich pickings. Anxiety over how the new rules will be enforced has already triggered a flood of Chinese clients seeking to create overseas trusts.

Tougher taxes at home could have implications beyond China’s shores, with the country’s wealthy having been on a buying binge in recent years, driving up prices for everything from property in Vancouver and Sydney, to famous artworks and fine wines.

Offshore Cache

Chinese overseas wealth more than doubled between 2012 and 2018

The State Administration of Taxation didn’t respond to a faxed request for comment.

Here’s how the new tax rules may affect — and rein in — China’s rich:

Crackdown on Havens

Under the new rules, owners of offshore companies will not only pay taxes on dividends they receive but will also face levies of as much as 20 percent on corporate profits, from as low as zero previously. This has triggered a flood of rich families seeking refuge via trusts, which often shield wealthy owners from having to pay taxes unless the trusts hand out dividends. Overseas buildings or shell companies are also becoming easier to track for authorities as China embraces an international data-sharing agreement known as the Common Reporting Standard, or CRS.

It’s not clear how the government will utilize CRS data, especially in early 2019, but authorities may grant amnesty for a certain period for a stable transition or focus on penalizing the biggest offenders, according to Jason Mi, a partner at Ernst & Young in Beijing.

Closing Loopholes

In the past, the rich could avoid paying taxes on overseas earnings by acquiring a foreign passport or green card, while keeping their Chinese citizenship. But this won’t work starting in January as the government will tax global income from all holders of “hukou” household registrations — the most encompassing way of identifying a Chinese national — regardless of whether they have any additional nationalities.

That’s prompted many people to give up their Chinese citizenship in 2018 by surrendering their “hukou” to avoid paying taxes on foreign income from Jan. 1, according to Peter Ni, a Shanghai-based partner and tax specialist at Zhong Lun Law Firm. Starting in 2019, people surrendering Chinese citizenship will need to be audited by tax authorities first and possibly explain all their sources of income, according to Ni.

Reining in Gifts

Tycoons transferring assets to relatives or third parties could be subject to taxation in the new year, depending on how strictly China enforces rules on gifts, according to Ni at Zhong Lun. The levies could reach as much as 20 percent of the asset’s appreciated value, according to Ni.

For example, if a tycoon were to transfer overseas shares worth $1 million to his son for free, and if those shares originally cost the tycoon $100,000, the tycoon could be taxed 20 percent of the $900,000 increase in the value of those shares, or $180,000.

The risk of getting taxed will be higher if the recipient is a foreigner because their assets may be beyond Chinese officials’ reach, according to Ni.

Tougher Taxman

Tax authorities will sharpen their scrutiny of high-net-worth individuals thanks to more modern tools at their disposal, according to Ni. One is the Golden Tax System Phase III platform that’s being increasingly used to chase down people’s entire source of income. The system allows authorities to view various tax-related data, which had been scattered across various government departments, in one consolidated platform. The new system also beefs up the identification process by preventing individuals from divvying up their income across multiple sources or ID numbers to pay lower taxes.

But it’s not just the rich that may face a stricter tax environment. China lowered the threshold for blocking citizens with overdue taxes from leaving the country to 100,000 yuan ($14,600) from the previous threshold of 1 million yuan, according to the official Xinhua news agency.

Eyes on Property

Further down the road, China is preparing to introduce a property tax law that could go into effect as soon as 2020. Though the tax rate and the details remain unclear, the prospects of the tax has caused people with multiple apartments to worry and made properties a less desirable investment tool, EY’s Mi said.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Agenda del giorno da Bruxelles. Nuove Tasse in arrivo. – Bloomberg.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-26.

Caravaggio decollazione-03

Da tempo Bloomberg pubblica un sommario giornaliero dei principali eventi, che riporta in modo encomiabilmente asettico. Talora però scappa anche un aggettivo, una interiezione, di salace umorismo anglosassone, che rendono financo più piacevole la lettura.

«It may only be a regional ballot, but Sunday’s election in the German state of Hesse is shaping up to be a bellwether of Angela Merkel’s authority. Her Christian Democratic Union has ruled the state that includes Frankfurt since 1999 but is polling poorly going into the vote; the result threatens to again lay bare the depth of public dissatisfaction with the ruling parties in Berlin. Losing Hesse would pile pressure on Merkel six weeks before she stands for re-election as head of the CDU, and further embolden those unhappy with her leadership»

*

«Zombie Tax | A working group of tax experts from EU member states meets today to discuss — what else? — moves to impose a 3 percent tax on the revenue that tech companies make within the bloc. The commission’s legal service is at loggerheads with counterparts at the EU council over the legal basis of such a tax, but we’ll save you the details of internal memos we’ve seen. What you need to know is the EU’s Austrian presidency has given up on seeking an agreement at next month’s finance ministers’ meeting in favor of a “state of play” discussion.»

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Quanto mai opportuna l’esortazione fatta dall’articolista:

«Remain Calm».

In un mondo in cui le grandi potenze economiche tendono alla riduzione delle tasse non rincuora l’idea che un gruppo di lavoro di esperti stia studiando e raccomandando l’imposizione di nuove tasse.

Né ci rincuora minimamente la frase successiva:

«we’ll save you the details of internal memos we’ve seen».


→ Bloomberg. 2018-10-26. Brussels Edition: Merkel’s Next Test

It may only be a regional ballot, but Sunday’s election in the German state of Hesse is shaping up to be a bellwether of Angela Merkel’s authority. Her Christian Democratic Union has ruled the state that includes Frankfurt since 1999 but is polling poorly going into the vote; the result threatens to again lay bare the depth of public dissatisfaction with the ruling parties in Berlin. Losing Hesse would pile pressure on Merkel six weeks before she stands for re-election as head of the CDU, and further embolden those unhappy with her leadership.

What’s Happening

Zombie Tax | A working group of tax experts from EU member states meets today to discuss — what else? — moves to impose a 3 percent tax on the revenue that tech companies make within the bloc. The commission’s legal service is at loggerheads with counterparts at the EU council over the legal basis of such a tax, but we’ll save you the details of internal memos we’ve seen. What you need to know is the EU’s Austrian presidency has given up on seeking an agreement at next month’s finance ministers’ meeting in favor of a “state of play” discussion.

Week-Ahead | It’s all about economy and finance next week as we await Eurostat’s readings for third-quarter growth (Tuesday), and October inflation and September unemployment (Wednesday). The results of EU-wide stress tests on bank balance sheets come on Friday. Bank stocks across the continent have seen better days, but the focus will be on how lenders in Italy and Germany fare.

Brexit Talks | As for Brexit negotiations next week, there are no firm plans. Informal contacts are ongoing, but Prime Minister Theresa May’s cabinet is not close enough to agreeing on a way forward for top level talks to resume. Even as time is running short to reach a deal, there will almost certainly be no new plan put forward by the British side before next Monday’s budget, Tim Ross and Dara Doyle report.

In Case You Missed It

Remain Calm | Mario Draghi delivers a keynote speech this afternoon in Brussels, a day after the ECB’s Governing Council confirmed it still expects to cap bond buying under its 2.6 trillion euro ($3 trillion) asset-purchase program at the end of the year. In his Thursday press conference, the ECB president told his native Italy to calm down and avoid policies that will push up borrowing costs, and said that risks to the euro-area economy remain “broadly balanced” even as recent surveys suggest  the outlook may have darkened.

Italian Uncertainty | Political upheaval isn’t exactly a novelty in Italy — the country has had some 65 governments since World War II. But the current coalition of the anti-establishment Five Star Movement and the anti-immigration League is ripping up policy norms like seldom before. The upshot is that in Italy, as around the world, companies are struggling to cope with the growing political uncertainty stoked by populism.

Facebook Fined | Facebook Inc. was slapped with a symbolic 500,000-pound ($645,000) fine by the U.K.’s privacy regulator for “serious” violations of data protection rules that paved the way for the  Cambridge Analytica scandal. The fine is the highest possible for the Information Commissioner’s Office under old rules that predated this year’s EU revamp of privacy penalties.

Soros Exit | Central European University, established by billionaire investor-philanthropist George Soros to spread democracy in post-communist Europe, will prepare to relocate to Vienna from Budapest after Hungary’s government moved to shut it down. The development is a victory for Hungarian Prime Minister Viktor Orban and resurgent nationalists around the world who have vilified Soros, and could further strain relations between Budapest and Brussels.

Venceremos | With all the doom and gloom among socialist parties across the EU, here’s a piece of good news for our center-left readers to lift their spirits before the weekend: Spain’s Socialists would win a general election with a wide margin over their traditional conservative rivals if the vote were held this month, according to the country’s state pollster CIS. While polls suggest the Socialists are increasing their support, Prime Minister Pedro Sanchez is struggling to push his policy agenda through parliament, where he has just 84 out of 350 seats.