Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia. Gli automobilisti pagano solo 73 miliardi di tasse, e si lamentano anche.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-09-23.

2018-09-16__Auto__001

Gli italiani sono stati governati per decenni da formazioni politiche per le quali la proprietà privata era considerata essere un furto.

Saggiamente Lenin diceva che la borghesia la si ammazza caricandola di tasse: chi mai avrebbe potuto illudersi che i suoi epigoni si fossero tirati indietro?

«partendo dall’Iva sull’acquisto i cui numeri sono indicati nel grafico sopra. In questo caso l’Italia è al decimo posto su 28, con il 22%.»

*

«[Accise] L’Italia è seconda, con 728 euro su 1000 litri, o, se vogliamo, 72,8 centesimi al litro …. in Bulgaria, con 36,3, Ungheria, con 39,1, Polonia, con 39,5 »

*

«[Bollo] In Italia si considera la potenza del motore calcolato in Kilowatt, un Kw corrisponde a 1,36 Cavalli-vapore  …. Nessun bollo invece in Polonia»

*

«In Italia vi è poi l’Imposta Provinciale di Trascrizione (Ipt) di 150,81 euro, che ogni provincia può innalzare del 30%»

*

«Considerando il complesso delle tasse automobilistiche in Europa, gli automobilisti italiani sono al terzo posto per gettito fiscale dato che versano ogni anno 73 miliardi allo Stato»

*

«Poi c’è l’Iva, 17,35 miliardi di gettito, e i balzelli minori come i 5 miliardi e 620 milioni della revisione obbligatoria delle automobili che, in Italia, sono circa 37 milioni»

* * * * * * *

Siamo tutti di accordo: per 73 miserabili miliardi lo stato concede al Cittadino Contribuente, ed anche Elettore, di disporre di una autovettura e di girarci, nei limiti consentiti dal salario.

Ma quale altro stato da agli automobilisti l’onore di passare su ponti traballanti?  È una sorta di roulette russa: passiamodoci sopra sperando che cada dopo che si è passati. Nella sua magnanimità, lo stato concede ai sopravissuti di poter ritentare la sorte su di un altro ponte.


True Numbers. 2018-09-16. Gli automobilisti italiani pagano 70 miliardi di tasse

Il confronto con i Paesi Ue: secondi per accise su benzina e diesel. Quanto pesa il fisco al volante

Fisco e tasse possono togliere la voglia di possedere un’automobile, perché dopo averla comprata bisogna mantenerla, e tra Iva, accise e bolli si può buttare via una valanga di soldi. Soprattutto in Italia.

Quante tasse sull’automobile.

Cominciamo a vedere una per una le tasse automobilistiche in Europa partendo dall’Iva sull’acquisto i cui numeri sono indicati nel grafico sopra. In questo caso l’Italia è al decimo posto su 28, con il 22%. Al primo posto vi è l’Ungheria, con il 27%, poi Croazia, Danimarca e Svezia al 25%. Poi Finlandia e Grecia, con il 24%, e Irlanda, Polonia e Portogallo con il 23%. In gran parte degli altri Stati l’Iva è minore, in particolare è solo del 19% in Germania, e del 20% in Francia.

Ma l’Iva sull’acquisto di un’automobile è solo una delle tasse da pagare per un proprietario, ve ne sono naturalmente molte altre.

Le tasse automobilistiche in Europa.

E una cosa è certa. L’Europa non è certo unita riguardo alle tasse automobilistiche e dei costi che pendono sul proprietario: le differenze tra i balzelli applicati da Paese e Paese sono ancora enormi e, come spesso accade, l’Italia sta nella parte alta della classifica.

Classifica che però non può essere fatta in modo preciso, perché le tasse elencate da Acea (Association des Constructeurs Européens d’Automobiles) a volte non sono paragonabili. Quelle che sono paragonabili sono le accise sui carburanti: quelle sulla benzina verde sono indicate nella tabella qui sotto. Le accise sono tasse indirette che non dipendono dal prezzo ma dalla quantità, quindi non è in percentuale, come le altre, ma corrisponde a un ammontare fisso, al litro nel caso del carburante. Sono quelle famose tasse che vengono aumentate ogni volta che vi è un’emergenza e lo Stato deve fare cassa. Questa è la situazione attuale delle accise su 1000 litri di carburante senza piombo.

2018-09-16__Auto__002

L’Italia è seconda, con 728 euro su 1000 litri, o, se vogliamo, 72,8 centesimi al litro. Viene superata solo dai Paesi Bassi, con 77,8. Nel caso delle accise il divario è ancora più ampio che nell’Iva. Vi sono Paesi in cui l’accise è pari alla metà o meno di quella applicata in Italia come, per esempio, in Bulgaria, con 36,3, Ungheria, con 39,1, Polonia, con 39,5. Accise più basse di quelle italiane anche in Germania e Francia dove si paga rispettivamente 65,5 e 65,9.

Le tasse sul diesel.

Le tasse automobilistiche in Europa sono diverse anche per quanto riguarda le accise sul diesel, i cui dati sono indicati nel grafico qui sotto.

2018-09-16__Auto__003

Anche in questo caso siamo secondi, questa volta dietro il Regno Unito, con 61,7 centesimi al litro (o 617 euro per 1000 litri, che è lo stesso).

La più economica è sempre la Bulgaria, con 33 centesimi al litro, seguita da Lussemburgo, Polonia, Lituania, Ungheria. In quasi tutti Paesi dell’Est, ma anche in Spagna si paga molto meno, solo 36,7 centesimi. In Germania e Francia invece rispettivamente 47 e 54,7. Insomma, nonostante gli stipendi e i redditi maggiori, guidare costa decisamente meno quasi ovunque.

La tassa di registrazione.

Nel caso della tassa di registrazione il confronto comincia ad essere davvero difficile perché i criteri per far pagare le tasse automobilistiche in Europa cambiano. E di molto.

Per esempio: la tassa di registrazione in Italia è calcolata sui cavalli, sul peso e sui posti mentre non è così altrove. In Germania è calcolata in percentuale sul prezzo d’acquisto +26,3 euro; in Francia si paga in base alle emissioni di CO2 superiori ai 120 grammi per km. Le emissioni di CO2 sono il criterio usato anche in Belgio,  Austria, Finlandia, Cipro, Irlanda, Paesi Bassi, Spagna. Nel Regno Unito è proporzionale al prezzo, in Polonia e Portogallo alla capacità dei cilindri.

Quanto costa il bollo.

Idem per il bollo auto. Ognuno fa un po’ come pare: nulla è più confusionario delle tasse automobilistiche in Europa. In Italia si considera la potenza del motore calcolato in Kilowatt, un Kw corrisponde a 1,36 Cavalli-vapore. In Romania, Slovacchia, Slovenia il bollo viene calcolato in base alla capacità dei cilindri così come in Germania e Portogallo, dove la tassa viene integrata dal calcolo sulle emissioni di CO2. Nessun bollo invece in Polonia. In Francia si paga tra i 27 e i 51,2 euro per cavallo vapore più una tassa regionale, più una cifra dipendente dalle emissioni di CO2, calcolata in modo piuttosto complicato, che obbliga gli automobilisti a pagare 160 euro in caso si superino i 190 grammi di emissioni per Km.

In Italia vi è poi l’Imposta Provinciale di Trascrizione (Ipt) di 150,81 euro, che ogni provincia può innalzare del 30%. E lo fanno quasi tutte. Vi sono tariffe diversificate in base alla regione, al fatto che si superino o meno i 100 Kw, e il tipo di standard del motore calcolato in “euro” (euro4, euro5, euro6 eccetera). Il tasso base è, per esempio, di 2,58 euro per Kw nel caso della gran parte delle regioni per auto euro5 o euro6 se non si superano i 100 Kw, ma si sale a 3,12 in Abruzzo e Campania. Si può però arrivare anche a 5,45 euro per Kw in queste regioni e in Toscana al di sopra dei 100 Kw e in caso di euro0.

Il bollo in Germania.

In Germania il bollo consiste in 2 euro ogni 100 centimetri cubici di capacità di cilindro più 2 euro per ogni grammo di CO2 per Km oltre i 95 g/Km. In Spagna si considerano i cavalli fisici (Hp): si va da 12,62 euro per meno di 8 cavalli ai 112 euro per più di 20. Più le tasse regionali. Ovviamente ovunque ci sono esenzioni e sconti in base all’uso di Gpl o all’età del veicolo, con variazioni riguardanti anche la località.

Il totale delle tasse.

Ma a quanto ammonta il gettito che gli automobilisti europei garantiscono alle casse del proprio Paese? Considerando il complesso delle tasse automobilistiche in Europa, gli automobilisti italiani sono al terzo posto per gettito fiscale dato che versano ogni anno 73 miliardi allo Stato. I tedeschi ne versano 90,5 e i francesi 73,5. Il grafico qui sotto mostra la differenza del gettito totale, diviso per le varie tasse, proveniente dall’uso di automobili in Germania e in Italia.

Ma attenzione: rispetto ai 90 miliardi dei tedeschi, i nostri, in termini relativi, sono di più perché il gettito totale dello Stato tedesco è circa il doppio rispetto a quello del nostro Paese (850 miliardi contro 1600 in Germania). Così anche la parità con il gettito delle tasse legate all’auto in Francia, 73,5 miliardi, nasconde il fatto che in realtà Oltralpe in media si raccolgono molte più tasse, 1.300 miliardi.

Significa che i 70 miliardi italiani incidono in modo decisamente maggiore. Provengono per quasi la metà, 35,82 miliardi, dalle accise sui carburanti. Poi c’è l’Iva, 17,35 miliardi di gettito, e i balzelli minori come i 5 miliardi e 620 milioni della revisione obbligatoria delle automobili che, in Italia, sono circa 37 milioni.

Annunci
Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia leader europea per carico fiscale. – Cgia.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-07-03.

2018-06-28__Cgia__001

L’Italia è paese leader europeo per carico fiscale sulle imprese con un 14.1% sul totale del gettito fiscale: 101.176 miliardi di euro.

Per paragone e confronto, nell’Unione Europea questa percentuale vale l’11.8% (681.827 miliardi) e nell’eurozona vale invece il 12.0% (519.998 miliardi di euro).

«Il peso economico dell’inefficienza burocratica della macchina pubblica sulle Pmi, invece, è di 31 miliardi e il deficit infrastrutturale, sia materiale che immateriale, grava sul sistema produttivo per almeno 40 miliardi di euro”»

*

Queste cifre danno da pensare.

Non lascia perplessi l’entità della cifra, quanto piuttosto la discrepanza tra la cifra versata e la scarsezza di prestazioni elargite. L’intera macchina statale soffre di una burocrazia elefantiasica: sempre più si avverte l’esigenza di una de legislazione che elimini od almeno snellisca le procedure burocratiche e normative.

Se il problema è sicuramente politico, altrettanto sicuramente si dovrebbe ammettere che sia con altrettanta importanza organizzativo.

L’efficienza burocratica olandese, tedesca oppure austriaca è proverbiale, eppure quanto a leggi e normativi quei paesi non scherzano affatto.

Se poi si volesse allargare l’orizzonte al quadro mondiale, la struttura e l’efficienza organizzativa delle burocrazie americana e cinese potrebbero essere prese come esempi paradigmatici.

*

Se compito del governo sia sicuramente quello di indirizzo politico della nazione, altrettanta attenzione sembrerebbe essere da attribuirsi alla semplificazione del funzionamento dell’apparato statale. Non sarà certo cosa facile, dopo tanti, troppi, anni di malgoverno.


Cgia. 2018-06-23.  Sulle nostre imprese gravano 101 miliardi di tasse l’anno. Sforzo fiscale record tra i big dell’UE.

Le imprese italiane versano al fisco 101,1 miliardi di euro l’anno: un carico di imposte, tasse, tributi e contributi previdenziali da far tremare i polsi. Tra i principali paesi europei, solo l’Olanda (14,2 per cento) registra una incidenza del prelievo fiscale riconducibile alle imprese sul gettito fiscale totale superiore alla nostra (14,1 per cento).

Con i nostri principali competitor, invece, scontiamo dei differenziali molto preoccupanti; tutti presentano un “sacrificio fiscale” nettamente inferiore al nostro. Sulle aziende tedesche, ad esempio, grava un prelievo sul gettito totale del 12,3 per cento, sulle spagnole dell’11,6 per cento, su quelle britanniche dell’11,4 per cento e sulle francesi del 10,2 per cento (vedi Tab.1).

“Sebbene alle nostre imprese sia praticamente richiesto lo sforzo fiscale più oneroso d’Europa – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – lo Stato italiano continua a non agevolarne la crescita. Anzi. Ricordo, ad esempio, che il debito commerciale della nostra Pubblica amministrazione nei confronti dei propri fornitori è di 57 miliardi di euro, di cui una trentina ascrivibili ai ritardi nei pagamenti. Il peso economico dell’inefficienza burocratica della macchina pubblica sulle Pmi, invece, è di 31 miliardi e il deficit infrastrutturale, sia materiale che immateriale, grava sul sistema produttivo per almeno 40 miliardi di euro”.

L’Ufficio studi della CGIA tiene inoltre a sottolineare che la priorità del nostro Paese è la questione economica. I segnali di ripresa registrati in questi ultimi 2 anni si stanno affievolendo e anche quest’anno la nostra crescita sarà la più contenuta in tutta l’Ue. Per questo è necessario intervenire quanto prima per abbassare le tasse, alleggerire l’oppressione burocratica, accelerare i pagamenti della Pubblica amministrazione e tornare ad investire. In merito agli investimenti il Segretario della CGIA, Renato Mason, afferma:

“Pur essendo uno strumento intelligente, il piano 4.0, fortemente voluto dall’ex ministro Calenda, è stato tarato sulle esigenze delle medie e delle grandi aziende. Non è un caso, infatti, che fino ad ora la stragrande maggioranza degli incentivi sia stata utilizzata da queste ultime. Le piccole, che sono la quasi totalità delle imprese presenti nel paese, ne hanno usufruito in misura minore. Pertanto, è necessario coinvolgerle maggiormente e nella rivoluzione digitale che dovremo affrontare nei prossimi anni dovranno essere interessate anche la Pubblica amministrazione, la scuola e le maestranze. Questa sfida si vince se, tutti assieme, saremo in grado di fare squadra, giocando questa partita con la consapevolezza che chi rimarrà indietro avrà poche possibilità di stare al passo con le principali potenze economiche del mondo”.

Oltre ad avere un peso fiscale in Italia che rimane tra i più elevati tra i paesi più avanzati, la CGIA ricorda che è altrettanto inaccettabile che il grado di complessità raggiunto dal fisco scoraggi la libera iniziativa e la voglia di fare impresa. Inoltre, gli artigiani mestrini tengono a precisare che non è nemmeno più rinviabile una riflessione sull’ “assetto” della Magistratura giudiziaria.

“Il nostro sistema fiscale – conclude Zabeo – è costituito da 3 attori: il legislatore, l’Amministrazione finanziaria e la giustizia tributaria. Ad ognuno di questi soggetti la Costituzione conferisce una funzione e

non è ammessa alcuna sovrapposizione di ruoli. Le Commissioni tributarie, però, si avvalgono della struttura organizzativa ed economica del Ministero dell’Economia e delle Finanze a cui appartiene anche l’Agenzia delle Entrate che è la controparte del contribuente. Ora, nessuno mette in discussione l’indipendenza e l’imparzialità dei giudici tributari, ci mancherebbe, sta di fatto che il problema esiste e nel contenzioso giuridico tra fisco e contribuente lo squilibrio c’è e, purtroppo, è a svantaggio di quest’ultimo”.

Ritornando ai dati riportati in Tab. 1, la CGIA fa presente che l’incidenza percentuale delle tasse pagate dalle imprese sul totale del gettito fiscale è un indicatore che aiuta a comprendere l’elevato livello di tassazione a cui sono sottoposte le aziende. Si tenga presente che le imposte italiane considerate in questa analisi su dati Eurostat sono: l’Irap, l’Ires, la quota dell’Irpef in capo ai lavoratori autonomi, le ritenute sui dividendi e sugli interessi, le imposte da capital gain e i contributi previdenziali pagati dai lavoratori autonomi per la propria posizione previdenziale.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Imposte, Tasse, Tributi ed Accise. Non sono sinonimi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-21.

Matsys Jan. (Belgio 1509-1575). Esattore delle Tasse. 1539

Matsys Jan. (Belgio 1509-1575). Esattore delle Tasse. 1539.


Nel comune fraseggio i media ci hanno abituato ad usare i termini imposte, tasse e tributi quasi siano sinonimi, come se indicassero lo stesso contenuto logico. Ma così non è. Purtroppo anche molti politici di alta caratura sembrerebbero avere severi problemi lessicologici. Il risultato è una grande confusione.

Cerchiamo di fare un pochino di chiarezza, senza scendere in un dettaglio pesantemente noioso.

*

Tributo, secondo Treccani.

«Prestazione patrimoniale imposta ai cittadini dallo Stato o da altro ente del settore pubblico, in virtù del potere normativo (art. 23 Cost.).

In ragione del presupposto impositivo, si distinguono 3 forme di tributo:

– le imposte, che sono finalizzate al finanziamento della spesa per servizi pubblici indivisibili (per es., ordine pubblico, difesa militare), il cui ammontare varia in ragione della capacità contributiva, ex art. 53 Cost.

– le tasse, che sono tributi corrisposti a fronte di un servizio pubblico erogato a determinati contribuenti, essendo il costo del servizio ripartito in ragione del beneficio ottenuto (per es., tasse universitarie e sanitarie);

– i contributi speciali che costituiscono, infine, tributi per prestazioni erogate a un soggetto su istanza individuale (per es., estrazione o copia di documenti, registrazione di atti; caso a parte, a carattere obbligatorio, per es. per conseguire la pensione o i servizi sanitari, sono i contributi sociali»

*

Imposta, secondo Treccani.

«Nell’ambito della più ampia nozione di tributo, la prestazione patrimoniale coattiva acausale, dovuta da un soggetto in base a un presupposto dimostrativo di forza economica, che escluda qualunque relazione specifica con un’attività dell’ente pubblico riferita al soggetto o da cui quest’ultimo possa trarre un vantaggio. In tal senso le imposte si distinguono dalla tassa, il cui presupposto è di contro costituito dalla richiesta di un atto ovvero del compimento di un’attività pubblica specificamente riguardante un determinato soggetto, quale l’emanazione di un provvedimento o la prestazione di un pubblico servizio»

*

Tassa, secondo Treccani.

«Compenso, talora inferiore al costo, pagato dal privato a un ente pubblico per un servizio a lui reso dall’ente stesso dietro sua domanda. A differenza dell’imposta, la tassa, pur essendo fissata dall’autorità (e quindi in questo senso coattiva), non è obbligatoria per il contribuente, che è tenuto al pagamento solo nel caso in cui intenda usufruire del relativo servizio. La tassa rappresenta dunque una forma di tributo legato a una controprestazione che rientra nell’ambito delle funzioni istituzionali di un’amministrazione pubblica.»

*

Accisa, secondo Treccani.

«Tributo indiretto applicato sulla produzione o sul consumo di determinati beni. Le a. assicurano alcune importanti finalità del sistema fiscale:

– la realizzazione del principio della generalità dell’imposta (in quanto colpiscono prodotti di largo consumo, in proporzione al consumo stesso);

– l’assicurazione di un gettito immediato e costante per lo Stato;

– la possibilità di rapide manovre fiscali mediante il ritocco delle aliquote»

*

Carico fiscale, secondo il dizionario de il Sole 24 Ore.

«Il carico fiscale comprende l’insieme degli oneri fiscali e contributivi cui devono sottostare le imprese.»

*

Contributo, secondo Treccani. [Ha molti significati ed usi: ne elenchiamo i pertinenti]

«- Somma di denaro che, in seguito a particolari disposizioni, viene esatta obbligatoriamente, con carattere di imposta o di tassazione, dallo stato o da enti pubblici, sia per far fronte a lavori di pubblica utilità, sia a favore di determinati gruppi sociali

– Contributo previdenziale, somma che, nel rapporto di assicurazione sociale, deve essere versata obbligatoriamente, parte dal datore di lavoro e parte dal lavoratore stesso, all’istituto assicuratore in misura proporzionale all’ammontare della retribuzione e con aliquote distinte per le varie forme assicurative»

* * * * * * * *

Ci si rende perfettamente conto di quanto a molti suonino noiose le definizioni e di come spesso lo stesso termine possa essere utilizzato con sensi differenti, talora specificati nei testi.

Una corretta distinzione dei termini è tuttavia importante per comprendere e far comprendere di cosa si stia parlando oppure, per esempio, nel poter valutare il rapporto prestazioni costo e liceità della tassa.

Poniamo un caso per tutti.

La tassa sui rifiuti, entrata in vigore in tutti i comuni italiani a partire dal 1.1.2014, è destinata alla copertura integrale dei costi relativi al servizio di gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati avviati alla smaltimento. Il servizio comprende lo spazzamento, la raccolta, il trasporto, il recupero, il riciclo, il riutilizzo, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti.

Usualmente il calcolo è automatico a partire dalla metratura dell’immobile, dal numero di persone ivi agenti, dal tipologia di attività svolta, etc. La ponderatura del carico è tuttavia soggetta alla visione politica dell’ente imponente. Alcune tipologie di lavoro potrebbero essere chiamate a contribuire in modo molto maggiore di altre, anche al di là dei costi che obbiettivamente siano loro imputabili.

Un abuso frequentemente riscontrato nell’esame dei bilanci di molti comuni è una tassa sui rifiuti ben più onerosa dei costi oggettivi dello smaltimento. Fatto è che la facilità identificativa ed esattiva porta a caricare su tale tassa altri oneri che in realtà le sono alieni.

Stesso discorso potrebbe essere fatto per le accise, che di norma ben poco hanno a che vedere con il bene colpito.

*

Sulle imposte il discorso potrebbe essere di ben maggiore respiro.

Esso coinvolge direttamente il concetto di “stato” e di quali debbano essere le sue mansioni.

Un solo esempio per tutti. Se è logico che uno stato debba provvedere all’ordine interno ed alla difesa, è compito della politica determinarne obiettivi, estensione, e, quindi, costi.

* * * * * * * *

Una considerazione finale, ma non certo ultima per importanza.

Con l’esclusione delle accise, ogni tassa genera sicuramente un gettito, ma nel contempo necessita di personale e di spese materiali per essere applicata. La contabilità dei costi applicativi è complessa, ma non certo impossibile, e spesso, molto spesso, genera sorprese amare. La tassa soddisfa molto spesso più la vanagloria dei politici che la hanno istituita e la loro reclame elettorale piuttosto che incrementare il gettito. Non da ultimo, nella contabilità dei costi si dovrebbe anche tenere presente quelli dei Contribuenti, chiamati ad ulteriori adempimenti burocratici.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Irlanda. Apple. Tredici miliardi Usd. EU la guastafeste.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-29.

Irlanda 001

«Liechtenstein, Luxembourg, Monaco, Andorra and San Marino are small European states that have also in various ways attracted the super-rich either to live, as in Monaco or to process their investments, as in Liechtenstein and Luxembourg»

*

«For larger nations, there has long been a limited degree of competition to attract the registration of international corporations»

*

«Delaware has established itself as the go-to corporate registration center, in part because it does not collect taxes on income earned from outside the state»

*

«Ireland is a medium-size country with a diverse economy and a strong international brand»

*

«Like Iceland, which borrowed heavily abroad, in the end the Irish boom turned into near catastrophic bust as asset prices, including property, collapsed under mountains of debt»

*

«Ireland remained a major location for multinational corporations because of its extremely attractive corporate tax rates»

*

«The Eurocrats in Brussels became increasingly vexed at Ireland’s generosity, the more so because EU funds were needed to bail out the country’s banking system after it imploded»

*

«Now Ireland and the giant Apple Corporation – the world’s richest business – have lost a bitterly fought legal battle against a ruling from Brussels that the highly favorable Irish tax regime amounted to illegal state aid»

*

«Apple has begun to pay $13 billion of back taxes into an escrow account, pending final judgment»

* * * * * * * *

La cosa era nell’aria.

Ireland forced to collect €13bn in tax from Apple that it doesn’t want

Ireland expects Apple EU tax appeal to be heard in autumn.

Ed ecco che appare un fatto nuovo.

Ireland expects Apple EU tax appeal to be heard before end of year

«An appeal by Apple and Ireland against a European Union ruling for the U.S. firm to pay 13 billion euros ($16 billion) in disputed taxes is likely to be heard before the end of the year»

Non ci si è sbagliati a leggere.

La debitrice Apple e la creditrice Irlanda hanno fatto assieme ricorso contro la sentenza della Corte Europea.

Apple non ne vuole sapere di pagare e l’Irlanda proprio non vuole riscuotere quelle tasse.

Una causa davvero alquanto fuori dalla norma.

Non si vorrebbe essere facili quanto involontari falsi profeti, ma non ci si stupirebbe poi di veder l’Apple trasferirsi altrove, magari in Arabia Saudita.


Saudi Gazette. 2018-04-26. Ireland weeps as Apple starts to pay it $13 billion

Small countries with constrained economies long ago discovered interesting ways of making a living. There was, for instance, the issue of ever more attractive postage stamps, some issued in sufficiently small numbers as to make them highly collectable by philatelists around the world. Small nations have also set themselves up as registries for international shipping and more famously as offshore financial centers.

Liechtenstein, Luxembourg, Monaco, Andorra and San Marino are small European states that have also in various ways attracted the super-rich either to live, as in Monaco or to process their investments, as in Liechtenstein and Luxembourg. When the Eurobond market began in the 1970s, it was said that Belgian dentists used to drive regularly across the border to Luxembourg where their bonds were held, to pick up their quarterly coupon payments.

Leaving aside the postage-stamp earnings from countries no bigger than postage stamps themselves, the main attractions of these jurisdictions have been considerably lower tax rates and registration fees. Along with these has often been a relaxed attitude to the enforcement of international rules and regulations. Thus last week the Marshall Islands was protesting at the emissions from world shipping, even though, as the leading flag-of-convenience registry, it was always itself in a position to pressure ship owners to make their vessels more environmentally friendly.

For larger nations, there has long been a limited degree of competition to attract the registration of international corporations. Even within the United States, Delaware has established itself as the go-to corporate registration center, in part because it does not collect taxes on income earned from outside the state. Thus company finance officers have been able to keep longer control of their income and make arrangements to mitigate their tax bills elsewhere.

But Ireland is a medium-size country with a diverse economy and a strong international brand. It is for instance a major exporter of cattle, not least to the Middle East. In the 1980s it became a “tiger economy” in large part because of its benign tax regime for foreign companies. Like Iceland, which borrowed heavily abroad, in the end the Irish boom turned into near catastrophic bust as asset prices, including property, collapsed under mountains of debt.

But even in the worst of its recession, Ireland remained a major location for multinational corporations because of its extremely attractive corporate tax rates. The Eurocrats in Brussels became increasingly vexed at Ireland’s generosity, the more so because EU funds were needed to bail out the country’s banking system after it imploded. Now Ireland and the giant Apple Corporation – the world’s richest business – have lost a bitterly fought legal battle against a ruling from Brussels that the highly favorable Irish tax regime amounted to illegal state aid.

As a result, even though it and the Irish government are still seeking to appeal, Apple has begun to pay $13 billion of back taxes into an escrow account, pending final judgment. Other multinationals that have set up in Ireland are also likely to be obliged to pay many billions of tax which Brussels calculates they owe. In Dublin, politicians remain distraught that their country’s long-standing offshore business plan has been ruled illegal. But they cannot really be that upset. Considering the billions of dollars that are likely to be rolling into the Irish treasury, this was not too bad a battle to lose.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Stangata. Continua il minuetto in crescendo: ora siamo 60 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-03.

Matsys Jan. (Belgio 1509-1575). Esattore delle Tasse. 1539

«Non è ancora chiusa la partita sulle commissioni speciali per esaminare gli atti urgenti del Governo in attesa che si formi una maggioranza. Anche perché sono in ballo passaggi delicati come quelli sul Def e su eventuali decreti che potrebbero rendersi necessari nel caso in cui si prolungassero i tempi per la nascita di un nuovo Governo. Il Senato ha formalizzato la costituzione della super-commissione, la Camera, complice l’assenza di esponenti del Governo, ha invece preso tempo. ….

Dei 27 componenti della commissione speciale al Senato, che sarà operativa dal 4 aprile, 9 sono infatti del M5S, 5 della Lega, altrettanti di Fi e 2 di Fratelli d’Italia, tutte forze politiche decise a invertire la rotta sul fronte previdenziale.» [Sole 24 Ore]

*

Una situazione che avrebbe potuto essere semplicissima è stata ingarbugliata fino a renderla quasi incomprensibile.

L’essenza, è che il passato Governo Gentiloni ha lasciato sicuramente in eredità all’Italia la legge sul testamento biologico, facendo così felice la maggior parte degli italiani, ma altrettanto sicuramente ha lasciato una situazione contabile che rasenta al filo il codice penale. E questo non piace a molto italiani.

Dapprima si parlava, conti alla mano, della necessità di una “manovrina“. Piccina, piccina, piccina.

Italia. Manovra da trenta miliardi. I masochisti voteranno a favore.

Manovra, “stangata da 30 miliardi”

Manovrina che assomigliava ad una stangata. Trenta miliardi non sono una briciola.

Poi, qualcuno ha ravattato nei conti:

Conti Pubblici. Manovra. I 30 miliardi che sono 70, ma raddoppieranno.

Adesso esce una nuova valutazione: “mica settanta miliardi! Che caspita. Sono solo sessanta“.

In arrivo 60 mld di tasse in più.

*

«Cittadini e imprese, spremuti all’inverosimile, si preparano ad aprire il portafogli per sostenere i conti pubblici»

*

«I contribuenti vengono chiamati a coprire i fallimenti dei governi che non sono riusciti a tagliare gli sprechi nel bilancio pubblico …. e zavorrano i conti dello Stato; la Spending Review è stata una clamorosa barzelletta»

* * * * * * * *

Il nodo è semplice, e si articola in due statement:

– i debiti si pagano;

– il debito pubblico altro non è che una tassa a pagamento differito.

Nota.

Non ci si illuda che questi siano i conti definitivi. Le prefiche parlano di 130 miliardi totali. Per il momento, si intende.


Adnk. 2018-04-01. “In arrivo 60 mld di tasse in più”

Il nuovo governo deve disinnescare una mina fiscale da oltre 60 miliardi di euro. Nei prossimi tre anni sono in arrivo 30 miliardi in più di tasse che corrispondono all’aggravio Iva che farà salire il balzello sui consumi fino al 25% nel 2019-2020. E altri 30 miliardi saranno prelevati dalle tasche dei contribuenti grazie a una lunga lista di misure contenute nell’ultima Legge di Bilancio. E’ questo, secondo un’analisi del Centro studi di Unimpresa, il primo scoglio per la nuova maggioranza e per il prossimo esecutivo.

Si tratta di trappole fiscali, sostiene l’associazione, che faranno lievitare il gettito dello Stato: nella manovra approvata a fine 2017 sono contenute ben 27 voci, in qualche modo nascoste o comunque poco note, che portano complessivamente a far lievitare le entrate nelle casse dello Stato per complessivi 29,6 miliardi nel triennio 2018-2020. In totale, dunque, i contribuenti italiani, imprese e famiglie, dovranno pagare all’erario 60 miliardi in più.

“Cittadini e imprese, spremuti all’inverosimile, si preparano ad aprire il portafogli per sostenere i conti pubblici”, commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci. “I contribuenti vengono chiamati a coprire i fallimenti dei governi che non sono riusciti a tagliare gli sprechi nel bilancio pubblico – aggiunge Pucci – e zavorrano i conti dello Stato; la Spending Review è stata una clamorosa barzelletta”.

Secondo Unimpresa, “il ragionamento trae fondamento dalle misure contenute nel provvedimento sui conti pubblici” che ha stabilito il rinvio dell’aumento dell’imposta sul valore aggiunto al 2019 e ha evitato, così, un incremento del carico fiscale a carico di famiglie e imprese, per il 2018, pari a 15,7 miliardi. Ma si tratta di mancati aumenti tributari e non di tagli. E comunque la stretta fiscale è solo rinviata: secondo i calcoli dell’associazione, nel 2019-2020 l’aumento delle aliquote Iva (quella ordinaria dal 22 al 25% e quella agevolata dal 10 all’11,5%) comporterà complessivamente un aumento del gettito tributario superiore a 30 miliardi di euro. Nel 2019, l’incremento sarà di 11,4 miliardi e nel 2020 di 19,1 miliardi per un totale di 30,5 miliardi. E poi ci sono le 27 trappole fiscali, grazie alle quali lo Stato incasserà 29,6 miliardi aggiuntivi, cifra che porta il totale della stangata a 60,1 miliardi.

Nel dettaglio, quest’anno il gettito tributario complessivo salirà di 11,7 miliardi, nel 2019 crescerà di 9,5 miliardi e nel 2020 aumenterà di 8,3 miliardi. Dalle misure sulla fatturazione elettronica derivano aumenti delle entrate per 202,2 milioni, 1,6 miliardi e 2,3 miliardi per un totale di 4,2 miliardi nel triennio. La stretta sulle frodi nel commercio degli oli minerali “vale” 272,3 milioni, 434,3 milioni e 387 milioni per complessivi 1,09 miliardi. La riduzione della soglia dei pagamenti della pubblica amministrazione a 5.000 euro frutta all’erario 145 milioni, 175 milioni e 175 milioni per complessivi 495 milioni.

Dai nuovi limiti alla compensazione automatica dei versamenti fiscali, continua Unimpresa, derivano 239 milioni l’anno per tutto il triennio, con un totale di 717 milioni. L’aumento dal 40 al 55% (per il 2018 e per il 2019) e al 70% (dal 2020) degli anticipi delle imposte sulle assicurazioni porteranno più entrate pari a 480 milioni nel 2018 e nel 2020 per 960 milioni complessivi. Il ridimensionamento del fondo per la riduzione della pressione fiscale vale 377,9 milioni per il 2018, 377,9 milioni per il 2019 e 507,9 milioni per il 2020 per un totale di 1,2 miliardi. Le nuove disposizioni in materia di giochi valgono in totale 421,2 milioni (rispettivamente 120 milioni 150,6 milioni e 150,6 milioni). Sono sei, in tutto, le voci che riguardano le detrazioni per spese relative alla ristrutturazione edilizia o alla riqualificazione energetica: un “pacchetto” che porta a un incremento di gettito, rispettivamente, per 145,3 milioni, 703,7 milioni e 4,3 milioni per un totale di 853,3 milioni.

I cosiddetti “effetti riflessi” derivanti dai rinnovi contrattuali e dalle nuove assunzioni portano a maggiori entrate per 1,02 miliardi, 1,08 miliardi e 1,1 miliardi per complessivi 3,2 miliardi. Il differimento al 2018 dell’entrate in vigore della nuova Iri (imposta sui redditi) “vale” 5,3 miliardi nel 2018, 1,4 miliardi nel 2019 e 23,2 miliardi nel 2020 per un totale di 6,8 miliardi in più di tasse. Altri 4,04 miliardi complessivi, nel triennio in esame, sono legati all’imposta sostitutiva sui redditi da partecipazione delle persone fisiche: 1,2 miliardi nel 2018, 1,4 miliardi nel 2019 e 1,4 miliardi nel 2020. Vi sono, poi, altre 11 voci, piccole misure e interventi vari, che comportano 5,4 miliardi aggiuntivi di entrate nel triennio: 2,1 miliardi nel 2018, 1,8 miliardi nel 2019 e 1,4 miliardi nel 2020, conclude l’associazione.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Conti Pubblici. Manovra. I 30 miliardi che sono 70, ma raddoppieranno.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-03-24.

Gabellieri__002__

Il 10 aprile scadrebbe il termine di presentazione del def.

Usiamo il tempo condizionale perché usualmente l’Italia non brilla per puntualità.

Qualche scusa la si potrebbe sempre trovare.

Nessuno intende tediare il Lettore con un’esposizione dettagliata e puntuale.

I conti nazionali stanno andando così bene, ma così bene, ma così bene, che sarà necessaria una manovra correttiva. Poi non si dica che il Governo Gentiloni non abbia lasciato una eredità della quale ce ne ricorderemo per anni.

Le cifre che stanno circolando sono state ottenute partendo da differenti presupposti: l’aritmetica è corretta, variano solo le situazioni al contorno.

Per gli ottimisti inguaribili, la manovra dovrebbe aspirare almeno una trentina di miliardi di euro.

«Ma l’agenda operativa del prossimo governo, qualunque sarà la tavolozza dei suoi colori, deve partire da un numero: 30 miliardi»

*

«12,4 servono per lo stop agli aumenti Iva dal 1° gennaio, priorità condivisa da tutte le forze politiche; su altri 12 poggia il rispetto degli obiettivi di riduzione del deficit scritti nei documenti di finanza pubblica, e “vigilati” da un’Europa dove trovare nuovi spazi di flessibilità sarà molto più difficile rispetto al passato recente; e c’è in lista anche il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, con un costo netto per lo Stato da almeno due miliardi»

*

«perché le intese firmate a febbraio riguardano il 2016-2018, e anche a non voler riavviare subito la macchina sarà indispensabile mettere a bilancio almeno i fondi per le indennità di vacanza contrattuale»

*

«senza contare le richieste già arrivate dai sindacati per la conferma di quella quota di aumenti (fino al 24% negli enti locali, al 21% in sanità e così via) che altrimenti cadrebbe dal 1° gennaio»

*

«l’orizzonte triennale coperto dalla manovra chiede 19,1 miliardi sia sul 2020 sia sul 2021»

Quindi, il computo ottimista prevedrebbe 30 miliardi subito e quaranta in due anni: totale, settanta miliardi. E questo è solo l’inizio. Poi, donde li piglieranno?

* * * * * * *

Ma il mondo è anche pieno di cassandre.

A fine anno la Bce dovrebbe interrompere i QE, e Mr Trump dovrebbe continuare a svalutare il dollaro ed ad innalzare gli interessi. Almeno, così hanno detto. Se poi lo faranno, per l’Italia saranno lacrime di sangue, ma di sangue vero.

Infine, constatiamo come le promesse fatte in campagna elettorale assommino a poco più di 700 miliardi: e questo senza che nessuno si sia peritato di dire donde avrebbe cavato le relative coperture. Sono molti nel mondo curiosissimi di vedere se manterranno ciò che hanno promesso.

Solo 70 miliardi? Nei denti!


Sole 24 Ore. 2018-03-24. Conti pubblici, manovra «obbligata» da 30 miliardi

I pallottolieri parlamentari girano a pieno ritmo per elaborare una soluzione sulle presidenze delle Camere dopo la rottura di Palazzo Madama nel centrodestra. Rottura che getta una variabile ulteriore sulla ricerca della composizione delle maggioranze di governo possibili.

Gli echi della campagna elettorale sono ancora forti e spingono a misurare le ipotesi di alleanze in base alle convergenze fra le promesse elettorali. Ma l’agenda operativa del prossimo governo, qualunque sarà la tavolozza dei suoi colori, deve partire da un numero: 30 miliardi.

foto 001

Tanto misura la parete da risalire per far andare a braccetto tre sfide: 12,4 servono per lo stop agli aumenti Iva dal 1° gennaio, priorità condivisa da tutte le forze politiche; su altri 12 poggia il rispetto degli obiettivi di riduzione del deficit scritti nei documenti di finanza pubblica, e “vigilati” da un’Europa dove trovare nuovi spazi di flessibilità sarà molto più difficile rispetto al passato recente; e c’è in lista anche il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, con un costo netto per lo Stato da almeno due miliardi. Già, perché le intese firmate a febbraio riguardano il 2016-2018, e anche a non voler riavviare subito la macchina sarà indispensabile mettere a bilancio almeno i fondi per le indennità di vacanza contrattuale: senza contare le richieste già arrivate dai sindacati per la conferma di quella quota di aumenti (fino al 24% negli enti locali, al 21% in sanità e così via) che altrimenti cadrebbe dal 1° gennaio.

foto 002

Insieme alle classiche spese «indifferibili», dalle missioni internazionali ai finanziamenti agli enti pubblici in un pacchetto intorno ai 5 miliardi, i 30 miliardi si profilano insomma come l’agenda «obbligata» per il presidente del consiglio che si vedrà consegnare la campanella da Paolo Gentiloni. E gettano un’ipoteca pesante sulle priorità programmatiche che puntano sui tagli fiscali in area Lega e Forza Italia, reduci dalla rottura di ieri, sulla spesa pubblica per reddito di cittadinanza e investimenti nei Cinque Stelle, e sui ripensamenti previdenziali in modo trasversale.

Il calendario ancora non certifica che il cantiere potrà aspettare ottobre prima di mettersi in moto: il miglioramento dei conti pubblici certificato dall’Istat, con un deficit all’1,9% del Pil anziché al 2,1%, allontana secondo il governo la richiesta europea di manovra correttiva in primavera da 3,5 miliardi, ma le decisioni definitive arriveranno a maggio. «Non vedo allarme sull’Italia per quanto riguarda la stabilità dei mercati», conferma il premier Gentiloni dal consiglio europeo di Bruxelles evocando uno spread che infatti anche ieri ha vissuto l’ennesima giornata di calma piatta (ieri il differenziale è rimasto fermo a 126 punti, mentre il Tesoro ha annunciato 7,5 miliardi di titoli a media e lunga scadenza per l’asta di mercoledì prossimo). Ma è lo stesso Gentiloni a ricordare che la spinta della congiuntura aiuta («lo stato dell’economia italiana è incoraggiante», ha detto), ma che «questo non vuol dire che la situazione sia eterna, immutabile». Il tempo scorre, insomma, e lo stallo non aiuta.

Fuori discussione, stando almeno alle dichiarazioni di tutti i partiti, è l’esigenza di affrontare il primo dei tre capitoli «obbligati», cioè lo stop alle clausole di salvaguardia che senza interventi porterebbero all’11,5% l’aliquota oggi al 10% e al 24,2% quella che oggi si ferma al 22. Per farlo servono 12,4 miliardi l’anno prossimo, mentre l’orizzonte triennale coperto dalla manovra chiede 19,1 miliardi sia sul 2020 sia sul 2021, per fermare anche gli aumenti ulteriori messi a «salvaguardia» dei conti di quei due anni. La prima prova sul campo di queste intenzioni si avrà con il Def da chiudere entro aprile, o più probabilmente nelle risoluzioni parlamentari che accompagneranno il Documento tecnico limitato al tendenziale su cui sta lavorando il ministero dell’Economia. Ma sarà la Nota di aggiornamento di settembre a dover inserire nelle tabelle i numeri definitivi che guideranno la manovra.

La cifra chiave intorno a cui ruota il secondo punto in agenda è quella del deficit, che nei programmi italiani presentati a Bruxelles dovrebbe scendere il prossimo anno allo 0,9% del Pil. Tradotto in euro, significa una correzione da 12 miliardi rispetto ai livelli del 2018, a meno di non voler rompere i vincoli europei (e il percorso di riduzione del debito) come per ora ha proposto esplicitamente solo la Lega. E lo stallo non aiuta a ridurre questo tratto di strada, perché l’esperienza mostra che aprile e maggio sono i mesi cruciali per la trattativa con la Commissione sui numeri: l’anno scorso il pressing primaverile di Roma produsse uno “sconto” da 8,5 miliardi che è stato usato dalla legge di bilancio per bloccare i soliti aumenti Iva. Sconto motivato con l’esigenza di portare avanti le riforme senza colpire una crescita ancora sotto al potenziale, e per affrontare le spese «eccezionali» sui migranti: tutte ragioni difficili da rievocare ora.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Stati Uniti, Unione Europea

Atlantico e tasse. Tra i due litiganti potrebbe godere un terzo.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-03-23.

Litiganti 001

Tra i due litiganti il terzo gode.


I problemi ci sono e sono anche reali, concreti, al momento difficilmente risolvibili.

Il primo problema consiste nell’avere un gradiente di tassazione, per cui le imprese cercano, quando libere di farlo, di trasferirsi in toto od in parte ove pagano in tasse la minor cifra possibile.

Il secondo problema consiste nel come si possa evitare un permanente conflitto da zone differenti.

*

Ogni stato, o coalizione di stati, ha sicuramente la libertà di stabilire le sue proprie tariffe fiscali. Ovviamente, ad ogni azione corrisponde una reazione eguale e contraria. La pressione fiscale troppo elevata può mandar fuori mercato un intero comparto produttivo. Una bassa pressione fiscale può richiamare industrie ed investimenti. La pressione fiscale modula inoltre la capacità dei consumi.

Spesso però si compiono errori di giudizio, talora in buona fede ma anche molto spesso in pessima fede. Se è importante il livello fiscale, è spesso ancor più importante il contesto organizzativo generale: complessità burocratica, infrastrutture e servizi disponibili, sistema giudiziario efficiente, etc.. Da una corretta contabilità dei costi potrebbe emergere quanto sia più conveniente lavorare, e quindi pagare le tasse, in un paese al alto livello impositivo. Problema ancor più complesso per una multinazionale, che può far defluire ricavi e guadagni ripartendoli tra i diversi stati in cui opera minimizzando così legalmente le tasse versate.

Ciò che lascia invero perplessi è come un simile problema sia porto al pubblico quasi che il pagare le tasse fosse un canone etico o morale. L’Unione Europea in questo è alquanto amante del melodramma. Stigmatizza le basse tasse negli Stati Uniti, ma quando Irlanda oppure il Lussemburgo di Mr Juncker si comportavano da paradisi fiscali, beh, allora tutto andava bene.

Juncker blocked tax reform, leaked cables say

«European Commission president Jean-Claude Juncker helped block measures to curtail tax avoidance during his time as prime minister of Luxembourg, according to leaked documents.

German diplomatic cables leaked to German radio group NDR reportedly describe how Luxembourg railed against efforts to crack down on tax avoidance schemes under Juncker’s stewardship.

Shared with the Guardian newspaper and the International Consortium of Investigative Journalists, a Washington-based club, earlier this week, the cables show the inner workings of the so-called code of conduct group on business taxation.»

*

Il secondo problema sembrerebbe invece al momento irrisolvibile.

Secondo l’International Monetary Fund il Pil ppa mondiale ammontava a 126,688 miliardi Usd: la Cina concorreva con 23,122 mld, l’Unione Europea con 20,853 mld e gli Stati Uniti con 19,362 mld, e l’India con 9,447 miliardi Usd. Nessuna di queste quattro grandi realtà economiche è in grado di controllare il mercato globale né economicamente, né militarmente, né giuridicamente.

La risultante è la banale constatazione di come un accordo generale sia semplicemente impossibile, utopico.

* * * * * * *

In conclusione si vorrebbe introdurre uno spunto di riflessione.

I media riportano la attuale guerra sui livelli di tassazione come se i soli contendenti fossero gli Stati Uniti da una parte e l’Unione Europea dall’altra.

Se è vero che Stati Uniti ed Unione Europea assommano al 31.74% del pil ppa mondiale, la voce del restante 68.26% non è sicuramente flebile.

Si corre il serio rischio che mentre codesti contendenti si litigano, le imprese si trasferiscano in altre parti del globo.

Nota.

La gente è davvero strana.

Da una parte vorrebbe comprare il nuovo cellulare a prezzi stracciati, continuare a pubblicare gratuitamente su Facebook, chattare su Messanger senza spendere un centesimo e, nel contempo, che quelle povere ditte fossero schiacciate dalle tasse.

Una domanda: ma chi mai si credono di essere?


Cnn. 2018-03-21. Silicon Valley faces sweeping new taxes in Europe

Europe is moving aggressively to raise billions more in tax from big tech companies such as Google and Facebook.

The European Commission proposed sweeping new rules on Wednesday that would drastically change how and where top digital companies are taxed.

The most dramatic is an interim measure that would slap a 3% tax on revenue generated from digital activities including online advertising and the sale of user data. The tax would apply to companies with global revenue of more than €750 million ($920 million).

That tax could add €5 billion ($6.1 billion) a year to the coffers of member countries, the European Commission estimates.

The second measure, which the Commission describes as its “preferred long-term solution,” would tax digital profits where they are generated. The tax would be applied even if companies do not have a physical presence in the country.

“The amount of profits currently going untaxed is unacceptable,” European Commission Vice President Valdis Dombrovskis said in a statement. “We need to urgently bring our tax rules into the 21st century.”

Most companies in Europe pay 24% corporate tax on average, compared to under 10% for digital firms, according to European officials.

The measures are designed to stop big tech companies from lowering their tax payments by shifting profits to countries that charge lower rates, such as Ireland or Luxembourg.

The tax proposals must be approved by EU member countries and its parliament, and they could face significant opposition from some governments. Pierre Moscovici, the Commission’s top economy official, said he hoped the rules would be approved before the end of 2018.

The European Commission said in 2016 that Ireland must recover up to €13 billion ($16 billion) in unpaid taxes from Apple, its largest ever tax ruling against a single company.

Big tech, and especially Silicon Valley firms such as Apple (AAPL) and Amazon (AMZN), is under increasing pressure in Europe, where regulators have taken a much stricter line on privacy and data sharing than in the United States.

Legislation that will come into force in May imposes tough new restrictions on what kind of data can be collected from users, and tech companies will face heavy fines if they violate the rules.

American tech firms are pushing back.

The Information Technology Industry Council, which represents Facebook (FB), Google (GOOGL) and Ebay (EBAY), wrote to US Treasury Secretary Steven Mnuchin in February and urged him to oppose the EU tax proposals.

The industry group cited “rising rhetoric targeting US companies and clear statements of intent to raise revenue from US-based firms.” It said the EU measures “would set a troubling precedent that could deeply harm the US and global business climate.”

The American Chamber of Commerce to the EU warned in a statement on Wednesday that a tax on revenue could reduce the amount of money available for investment. That would hurt jobs and growth in the EU, the group added.

Moscovici told reporters that the European Union was not targeting US companies.

“Our proposal does not target any company or any country,” he said. “This is not an anti-American tax … this is a digital tax.”

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Merkel & Schulz. Clima addio. Avevano scherzato. Più tasse.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-09.

Michelangelo Merisi da Caravaggio (1573–1610). Die Festnahme Christi (1598) - Il bacio di Giuda. Odessa Museum of Western and Eastern Art.

«Parigi val bene una Messa».

Con questa frase Enrico IV abiurò il protestantesimo e si ‘convertì‘ al cattolicesimo, diventando così re di Francia.

Pur di restare abbarbicati al potere, ed al denaro che vi è collegato, Frau Merkel ed Herr Schulz venderebbero l’anima al diavolo, se avessero ancora l’anima. In carenza, si rimangiano le promesse elettorali alla grande.

Giuda era davvero un galantuomo, degno di fede e fiducia.

*

«Germany’s would-be coalition partners have agreed to drop plans to lower carbon dioxide emissions by 40 percent from 1990 levels by 2020»

*

«the targeted cut in emissions could no longer be achieved by 2020»

*

«The deal would represent something of a U-turn for Merkel, who has long presented herself as an advocate of climate protection policies on the international stage»

* * * * * * * *

Ma i tedeschi si preparino a pagare ben salto il conto di una eventuale riedizione della Große Koalition, fatta per soddisfare le inconfessabili vogliose brame di dominio dei quegli egemoni.

«Her Christian Democrats (CDU) and their Christian Social Union (CSU) Bavarian allies promised tax relief»

*

«Merkel’s conservatives and the SPD also agreed to raise the threshold for the top income tax rate of 42 percent to 60,000 euros ($72,000) a year from a current 53,700 euros, another source said.»

Attenzione. Dovrebbero diminuire le tasse federali, compensate da un aumento di quelle dei Lander. E così il 43% dei tedeschi si vedrà aumentare le tasse di circa l’11%. Ma un aumento delle tasse in Germania si riverbererà su tutta l’Unione Europea, e proprio nel momento in cui l’America procede in senso opposto, riducendole ed anche in modo consistente.

Sprizzeranno gioia da tutti i pori e verosimilmente se ne ricorderanno alle prossime elezioni.

Già. In autunno si voterà in Baviera e, se tanto da tanto, la Csu riceverà una solenne bastonata di portata tale da far cadere il governo, sempre poi che riescano a formarlo.


Reuters. 2018-01-09. German coalition negotiators agree to scrap 2020 climate target: sources

Germany’s would-be coalition partners have agreed to drop plans to lower carbon dioxide emissions by 40 percent from 1990 levels by 2020, sources familiar with negotiations said on Monday — a potential embarrassment for Chancellor Angela Merkel.

Due to strong economic growth and higher-than-expected immigration, Germany is likely to miss its national emissions target for 2020 without any additional measures.

Negotiators for Merkel’s conservative bloc and the center-left Social Democrats (SPD) told Reuters the parties had agreed in exploratory talks on forming a government that the targeted cut in emissions could no longer be achieved by 2020.

Instead, they would aim to hit the 40 percent target in the early 2020s, the sources said, adding that both parties are still sticking to their goal of achieving a 55 percent cut in emissions by 2030.

The deal would represent something of a U-turn for Merkel, who has long presented herself as an advocate of climate protection policies on the international stage.

Merkel ally Michael Grosse-Broemer told reporters in the evening that negotiators had made significant progress, but there was still a lot of work to do before party leaders could discuss a joint and comprehensive policy paper on Thursday.

Grosse-Broemer declined to give any details.

Sources said both parties had also agreed that the share of renewable energy in Germany’s electricity consumption should rise to 65 percent by 2030 from roughly a third last year.

Currently, the government plans to raise the renewable energy quota to between 45 and 55 percent by 2025.

Negotiators also agreed to cut the tax on electricity in order to reduce energy costs, according to a document seen by Reuters. They also plan to tender an extra 4 gigawatts of solar energy as well as onshore and offshore wind-generating capacity.

The agreement, worked out by energy experts from both sides, must still be approved by party leaders.

The two sides want to stick to an already-agreed climate protection deal which foresees a commission to submit plans for an exit from coal-fired energy by the end of the year.

TAX CUTS

Merkel’s conservatives and the SPD also agreed to raise the threshold for the top income tax rate of 42 percent to 60,000 euros ($72,000) a year from a current 53,700 euros, another source said.

Her Christian Democrats (CDU) and their Christian Social Union (CSU) Bavarian allies promised tax relief during campaigning for September’s election and the initial agreement to raise the bar indicates the SPD is willing to compromise.

Sealing a deal with the SPD to renew their ‘grand coalition’, which has governed Germany since 2013, is Merkel’s best chance of securing a fourth term in office after the election weakened both parties.

Monday’s compromises mark a small step in the talks, however, as the would-be partners still have to bridge major differences on immigration, the future of the European Union and the economy.

SECOND TIME LUCKY?

Merkel, whose first attempt to form a coalition with the Greens and the pro-business Free Democrats (FDP) failed in November, said on Sunday at the start of five days of talks with the SPD that the negotiations could succeed.

Members of her party sounded similarly upbeat on Monday.

“Yesterday, we worked very factually and we did well,” said Julia Kloeckner, a senior member of the CDU. “We are aware of the fiscal limitations and we are optimistic.”

SPD leader Martin Schulz has vowed to put any agreement with the conservatives up for a vote by party members, many of whom are opposed to another coalition of the two largest parties in parliament.

The SPD want to improve the rights of workers and scrap Germany’s dual healthcare system of premium private care and more widely accessible public care, replacing it with a single “citizen’s insurance”.

They also oppose a plan by the conservatives to extend a ban that expires in March on family reunifications for some asylum seekers.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo, Sistemi Economici

Retribuzioni sempre più basse e lavoro sempre più duro. La nuova realtà.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-12-25.

2017-12-21__Retribuzioni__002

Vi sono delle realtà, più o meno sgradite, alcune davvero fortemente penalizzanti, ma delle quali si deve prendere atto, volenti o nolenti.

Una di queste è la triste eredità che è lasciata dalla lunga serie di governi precedenti, sia in Italia sia nell’Unione Europea: il mercato del lavoro offre posti a contratto, spesso di corta durata, e con emolumenti minimali.

«Uno stipendio di 92 euro al mese, circa 33 centesimi all’ora, e decurtazioni ai pagamenti del corrispettivo di un’ora di lavoro per chi andava 5 minuti al bagno o arrivava con 3 minuti di ritardo. E’ quanto emerge da una denuncia della SLc Cgil di Taranto, riguardo un call center. ….
il primo allucinante bonifico di appena 92 euro per un intero mese di lavoro …. l’azienda ha risposto che se per 5 minuti si lascia il posto per andare al bagno si perdeva una intera ora di lavoro. Anche per un ritardo di tre minuti l’azienda non riconosceva alle lavoratrici la retribuzione oraria»

2017-12-21__Retribuzioni__001

Riportiamo, ma esclusivamente a mo’ di esempio concreto, il caso della Ryanair, società internazionale.

«Sottopagati e sfruttati con turni massacranti spesso pagati solo in parte …. “schiavitù moderna” …. la lettera inviata ai piloti italiani Ryanair, e fatta circolare sui social, in cui li ‘invita’ a non aderire allo sciopero pena “la perdita di futuri aumenti in busta paga, trasferimenti ed eventuali promozioni” …. Dozzine di assistenti di volo hanno contattato il ‘Daily Mail’ per raccontare come siano “sfruttati in modo spietato” dalla compagnia aerea low cost …. Qualcuno ha rivelato come un giorno abbia lavorato otto ore ma di essere pagato solo per due. Un altro di aver guadagnato meno di 500 sterline (quindi poco più di 550 euro) in un mese. E ancora c’è chi dice di essere stato pagato 3,75 sterline all’ora (meno della metà del salario minimo). …. Alcuni membri dello staff affermano di essere stati minacciati di essere trasferiti se non avessero venduto abbastanza».

* * *

Il quadro è desolante per quanti possano ricordare i tempi passati, ma è quello attuale.

Se si considera che per conseguire una laurea sono mediamente necessari cinque anni con un investimento stimabile, sempre in termini medi, di circa centomila euro, la retribuzione iniziale lorda di 23,827€ non genererebbe certo entusiasmi, anche se ai 45 anni essa potrebbe essere salita ai 50,590.

Per i non laureati il quadro retributivo è desolante.

Nella fascia dei 15 – 24 anni si arriva in termini medi a 21,584€ lordi, che possono salire a fine carriera a 29,649€ lordi annui. Si ricordi come i 1,500 euro al mese siano la soglia superiore della povertà.

Sempre in termini medi, le retribuzioni nette ammontano a circa il 60% del lordo, detratte tasse e contributi.

*

L’Istat ci fornisce un quadro mensile dell’occupazione: ecco i dati di ottobre.

In Italia gli occupati totali sono 23,082 migliaia, (13,394 maschi e 9,689 femmine). I disoccupati sono 2,879 mentre gli “inattivi” (15 – 64 anni) sono un qualcosa come 13,348 (tredici milioni 348,000).

Dei 17,776 dipendenti, 14,952 erano permanenti mentre 2,824 erano a termine.

La disoccupazione nella classe di età 15 – 24 anni ammontava al 34.7%, ricordando che in questa categoria non rientrano gli “inattivi“. I numeri assoluti sono ben spietati: in questa fascia di età 998 sono occupati, 530 sono disoccupati, e 4,345 sono inattivi. Al sodo, solo il 16.9% dei giovani è occupato (100 * 998 / 5,873).

Ma non ci si faccia illusioni.

I rapporti di breve durata hanno mediamente retribuzioni attorno ai 500 euro mensili. Ben difficilmente la retribuzione di ingresso, sia pure a regime precario, super gli 800 euro. Nel converso, le condizioni di lavoro sono spesso severe, così essendo imposto dai tempi.

Non ci si stupisca quindi se stia entrando in auge una sorta di ius primae noctis, che in realtà nel medioevo non esisteva: essere assunto anche come precario è un lusso che spetta a ben pochi. È del tutto sequenziale che si faccia di tutto pur di ottenere una posizione, sia pure precaria. Ed una volta assunti per un pugno di scudi ci si scordi di quelli che una volta erano denominati i “diritti sindacali“. Quelli sono i privilegi feudali di quanti siano occupati a tempo pieno.

In pratica, una legione di nuovi schiavi sgobba da mane a sera per mantenere i privilegi di quanti li abbiano preceduti. Anche la nobiltà francese accampava quei “diritti precostituiti” dei quali la rivoluzione li deprivò assieme alla testa: lezione della storia mai assimilata.

Nè ci si stupisca se il futuro sarà ben peggio del presente.

*

Nel suo Report «Il mercato del Lavoro 2017» l’Istat non da cifre confortanti.

«Il quadro demografico del Paese si caratterizza per il protrarsi di fenomeni presenti da lungo tempo ma anche per l’accentuarsi di squilibri più recenti.

La recente evoluzione demografica conferma il rapido invecchiamento della popolazione, frutto dell’allungamento della sopravvivenza e del persistente calo della fecondità iniziato negli anni ‘70. La speranza di vita alla nascita si attesta tra le più alte del mondo ed è, nel 2016, 80,6 anni per gli uomini e 85,0 anni per le donne (Istat 2017a).

Contemporaneamente, dopo il boom delle nascite degli anni ‘60 la dinamica naturale si affievolisce fino al 1995. Da quel momento si assiste a una graduale ripresa della fecondità durata fino al 2010, alla quale hanno contribuito prevalentemente le straniere nel Nord. Più recentemente, la fecondità ha subìto una nuova battuta di arresto (1,34 figli per donna nel 2016).»

*

«Nel 2016 poco più della metà dei 12 milioni 664 mila giovani tra i 15 e i 34 anni ha almeno un’esperienza lavorativa, conclusa o ancora in corso. In particolare, il 39,9% è occupato mentre il 15,2% non è occupato ma ha avuto in passato almeno un’esperienza di lavoro e nella maggioranza dei casi vorrebbe lavorare (disoccupato o forza lavoro potenziale). Il restante 44,9% dei giovani non ha mai lavorato nella vita.»

In sintesi: nella fascia di età 15 – 34 anni solo il 39.9% risulta essere occupato. In termini numerici, 5.053 milioni sono occupati e 7.611 milioni non sono occupati.

«I rapporti di lavoro di breve durata (RB) ….

il numero di lavoratori coinvolti in RB distinti per diverse tipologie: nel complesso risultano poco meno di 4 milioni di lavoratori nel 2016, in crescita dai 3 milioni del 2012.»

*

Nel suo Report «Condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie» l’Istat riporta:

«Metà delle famiglie residenti in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 24.522 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese»

*

«Il cuneo fiscale e contributivo è pari al 46,0% del costo del lavoro, in lieve calo rispetto agli anni precedenti (46,2% nel 2014, 46,7% nel 2012).»

*

«Aumentano sia l’incidenza di individui a rischio di povertà (20,6%, dal 19,9%) sia la quota di quanti vivono in famiglie gravemente deprivate (12,1% da 11,5%) …. la popolazione esposta a rischio di povertà o esclusione sociale è infatti superiore di 5.255.000 unità rispetto al target previsto …. In Italia, la quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è passata da 28,7% a 30,0% tra il 2015 e il 2016»

* * * * * * *

Ma se in Italia vi sono 23.082 milioni di occupati, il numero di addetti ai servizi pubblici è degno di menzione.

«Nel 2015 le unità economiche partecipate dal settore pubblico sono 9.655 ed impiegano 882.012 addetti» [Istat]

*

I dipendenti delle pubbliche amministrazioni sono in Italia 3.142 milioni, ossia il 13.61% degli occupati. Ma se si tenesse conto anche dei dipendenti delle partecipate pubbliche, la percentuale salirebbe al 17.43%: un esercito di 4.024 milioni di dipendenti pubblici. La Unione Sovietica è implosa quando il rapporto burocrati / totale degli occupati aveva oltrepassato la soglia del 5%.

Nota Importante.

Ecco le definizioni Istat:

«Occupati: comprendono le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento:

– hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura;

– hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente;»

*

«Disoccupati (o in cerca di occupazione): comprendono le persone non occupate tra i 15 e i 74 anni che:

– hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane che precedono la settimana di riferimento e sono disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive;»

*

I nostri occupati nel settore produttivo e le nostre imprese lavorano per mantenere quattro milioni di dipendenti di pubbliche amministrazioni. Costerebbe meno lasciar loro lo stipendio attuale ed abolire lo stato e, di conseguenza, le tasse.


Adnk. 2017-12-19. “Ryanair come la Corea”, l’affondo delle hostess

Sottopagati e sfruttati con turni massacranti spesso pagati solo in parte. “Era come una piccola Corea del Nord“, dice un ex dipendente della Ryanair che accusa la compagnia aerea di “schiavitù moderna”: “Dovrebbero vergognarsi”, aggiunge.

Sono mesi che la compagnia aerea irlandese si trova al centro di aspre critiche da parte dei dipendenti. L’ultima in ordine di tempo è la lettera inviata ai piloti italiani Ryanair, e fatta circolare sui social, in cui li ‘invita’ a non aderire allo sciopero pena “la perdita di futuri aumenti in busta paga, trasferimenti ed eventuali promozioni”.

Dozzine di assistenti di volo hanno contattato il ‘Daily Mail’ per raccontare come siano “sfruttati in modo spietato” dalla compagnia aerea low cost, per descrivere le condizioni di lavoro estenuanti e le tattiche utilizzate per far sì che i passeggeri acquistini il più possibile durante i voli, come ad esempio tenerli svegli con luci e annunci rumorosi. Qualcuno ha rivelato come un giorno abbia lavorato otto ore ma di essere pagato solo per due. Un altro di aver guadagnato meno di 500 sterline (quindi poco più di 550 euro) in un mese. E ancora c’è chi dice di essere stato pagato 3,75 sterline all’ora (meno della metà del salario minimo). Alcuni membri dello staff affermano di essere stati minacciati di essere trasferiti se non avessero venduto abbastanza. Una hostess è stata informata che sarebbe stata trasferita nel suo paese natale per stare con sua figlia solo se avesse venduto più patatine.

La storia di Giulia – Giulia, hostess italiana di 28 anni, ha raccontato di aver chiesto più volte alla compagnia di essere avvicinata a casa quando sua nonna era in fin di vita. Sarebbero 12 le richieste. A tutte la Ryanar ha risposto di no, sottolineando come la priorità per i trasferimenti sia basata sulle prestazioni legate alle vendite e non sulle circostanze familiari. Così sua nonna è morta prima che a Giulia venisse concesso un trasferimento. La 28enne, che quest’anno ha lasciato il suo posto a causa di una forte depressione, ha raccontato come i capi della Ryanair spingano senza sosta l’equipaggio verso obiettivi di vendita sempre più irrealistici. Le tecniche progettate per migliorare le vendite includerebbero la possibilità di lasciare le luci di bordo sempre accese e fare ripetuti annunci. Anche il riscaldamento sull’aereo verrebbe disattivato nella speranza che ciò mantenga i passeggeri svegli. Tutto questo solo per garantire all’equipaggio maggiori opportunità di vendere gratta e vinci, cibo e profumi.



Adnk. 2017-12-20. “Pagati 33 cent all’ora”, il call center della vergogna

Uno stipendio di 92 euro al mese, circa 33 centesimi all’ora, e decurtazioni ai pagamenti del corrispettivo di un’ora di lavoro per chi andava 5 minuti al bagno o arrivava con 3 minuti di ritardo. E’ quanto emerge da una denuncia della SLc Cgil di Taranto, riguardo un call center.

Sulla carta l’offerta era allettante: il call center di Taranto avrebbe offerto ai lavoratori circa 12mila euro all’anno, la realtà però “non solo era differente – spiega Andrea Lumino, segretario generale di SLc Cgil Taranto -, ma superava di gran lunga la più macabra immaginazione”.

I lavoratori impiegati nel call center da metà ottobre a dicembre si sono licenziati dopo “il primo allucinante bonifico di appena 92 euro per un intero mese di lavoro“, si legge in una nota del sindacato. “Alle loro rimostranze, l’azienda ha risposto che se per 5 minuti si lascia il posto per andare al bagno si perdeva una intera ora di lavoro. Anche per un ritardo di tre minuti l’azienda non riconosceva alle lavoratrici la retribuzione oraria”.

Il segretario generale di SLc Cgil Taranto ha annunciato che i legali del sindacato stanno valutando “la possibilità di collegare questa situazione alla legge contro il caporalato“. Subito dopo la conferenza stampa, si legge nel comunicato, è stato preparato un esposto denuncia dei lavoratori e del sindacato da inviare alla Procura della Repubblica, al Sindaco, al Presidente della Provincia e al Prefetto.

 

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici, Stati Uniti, Trump

Il Senato Usa approva 51 – 48 la riforma fiscale. Inizia una nuova era.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-12-20.

2017-12-20__Trump__001

«Today we are giving the people of this country their money back. This is their money after all!»

*

«Republicans barreled toward a massive victory Tuesday with the House and Senate voting to approve a $1.5 trillion tax cut, notching the first major legislative win of the Trump presidency.

In one bill, Republicans said they were checking off three major parts of their agenda: The massive tax overhaul is coupled with a repeal of Obamacare’s individual mandate and authority to drill for oil in a remote Alaska refuge» [The Washington Times]

*

«In a vote in the early Wednesday morning hours, the Senate approved the final version of the first overhaul of the US tax code in more than 30 years, handing President Donald Trump and congressional Republicans their most significant legislative victory of 2017» [Cnn]

*

«The House earlier approved the bill comfortably, 227 to 203. In the Senate, it was 51 to 48.»

*

«Corporate taxes will be set at 21%, instead of the current rate of 35%.  ….

– Less inheritance tax

– An expanded child tax credit

– Lower taxes on overseas profits»

*

«Last week, the finance ministers of Europe’s five biggest economies — Germany, France, the UK, Spain and Italy — wrote an anxious letter to their American colleague, US Treasury Secretary Stephen Mnuchin, and copied it to all senior Republican politicians in the Congress and Senate.»

*

«The United States is Europe’s single most important trade and investment partner,” the finance ministers wrote. “It is important that the U.S. government’s rights over domestic tax policy be exercised in a way that adheres with international obligations to which it has signed-up. The inclusion of certain less conventional international tax provisions could contravene the US’s double taxation treaties and may risk having a major distortive impact on international trade»

*

«The European finance ministers argued that this measure would break WTO rules because it levies a tax only on foreign goods and services, not on the equivalent domestically produced goods and services»

*

«the Senate bill featured a “base erosion and anti-abuse tax” (BEAT) provision. “Base erosion,” or more properly “base erosion and profit shifting” (BEPS), is a technical term referring to various accounting schemes corporations use to legally shift profits from where they’re earned, to ultra-low tax jurisdictions.»

*

«some of the proposed measures could constitute unfair trade practice and may discourage non-US financial institutions from operating in the US»

*

«when US companies earn income outside the US via licensing fees, those fees would be taxed at a reduced corporate tax rate of 12.5 percent (compared to a proposed 21 percent federal tax rate for other corporate profits)»

*

«the US will go from being a high-tax to a low-tax country. Until now, the tax burden on companies has been significantly higher in the US, with a tax rate of 39 percent, compared to 30 in Germany or 34 in France»

*

«However, countries like Ireland or the Netherlands already do that too, …. Therefore, the indignation of EU finance ministers is not very credible on this particular point.”»

* * * * * * *

È finita un’era.

Se anche adesso i liberal ed i socialisti ideologici assassinassero il Presidente Trump, con la nomina del giudice Gorsuch alla Corte Suprema e con questa riforma della tassazione i tempi sono mutati.

L’epoca dello statalismo vorace divoratore di imposte destinate a mantenere un ipertrofico corpo di burocrati e funzionari pubblici soffocando il popolo con l’oppressione burocratica di servizi inconsistenti è finita.

Sicuramente servirà un lungo lasso di tempo perché gli stati occidentali evolvano verso il così detto “stato minimo”, ma la strada è quella.

Le altissime grida dei liberal e dei socialisti ideologici sono ben comprensibili: Mr Trump ed i nuovi tempi portano via loro il substrato da parassitare, la fonte del loro sostentamento: alla fine, anche loro dovranno lavorare per vivere.

Il comportamento del’Unione Europea è pateticamente infantile.

Fino a quando era l’Unione ad avere tassazione sulle imprese minore di quella degli Stati Uniti, tutto andava bene. Sino a quando Lussemburgo, Irlanda ed Olanda si comportavano da stati filibustieri con tassazioni stracciate tutto andava bene. Ora che Mr Trump ha abbassato le tasse negli Stati Uniti strillano con la veemenza della vecchia zitella che vede sfumare l’ultima occasione di accasarsi.

Adesso, volente o nolente, questa stupidamente orgogliosa Unione Europea dovrà piegarsi al volere del mondo: non sarà certo il mondo a prender lezioni da essa.

Deve scegliere tra il ridurre lo statalismo, e quindi le tasse, oppure finire come Cuba, Venezuela e Korea del Nord.

Ribadiamo infine un concetto che per quasi due secoli è stato bandito dal vecchio Continente.

Le leggi sono fatte per gli uomini, non gli uomini per le leggi.


Bbc. 2017-12-20. Trump’s tax bill: US Senate passes reform legislation

The US Senate has approved the most sweeping overhaul of the US tax system in more than three decades.

Republicans say the tax cuts for corporations, small businesses and individuals will boost economic growth.

Democrats, who all voted against it, say it is designed to benefit the ultra-rich at the expense of the national deficit.

For final approval, the legislation must go back to the House on Wednesday for a procedural issue.

If it passes, as expected, it will be President Donald Trump’s first major legislative triumph.

The Republican tax plan explained

Will Trump’s plans trigger a tax war?

How the reforms affect us all

Shortly before the final tally was announced, protesters in the Senate’s public gallery shouted “kill the bill”. They were escorted out.

What will the bill do?

Corporate taxes will be set at 21%, instead of the current rate of 35%.

The bill will also lower individual tax rates, albeit temporarily.

Other key elements include:

– Less inheritance tax

– An expanded child tax credit

– Lower taxes on overseas profits

Parties strictly divided

The vote has kept to party lines: Republicans in favour, Democrats in protest.

Republicans have majorities in both houses of Congress. The House earlier approved the bill comfortably, 227 to 203. In the Senate, it was 51 to 48.

Democrat leader Chuck Schumer warned Republicans that they would pay a price for the “awful legislation” in next year’s mid-term elections.

“The substance and polling are so rotten that a year from now Republicans will be running from this bill in shame for voting yes this evening,” he said.

Speaker Paul Ryan remained wholly enthusiastic, saying: “Today we are giving the people of this country their money back. This is their money after all!”

Who are the winners and losers?

The tax reform is good news for businesses, particularly multinational corporations and the commercial property industry.

The extremely wealthy and parents sending their children to private schools are set to benefit.

However, families living in high-tax, high-cost states could lose out, so could those paying for their own health insurance.

Read the full explanation

In the immediate future, the plan will see the vast majority of tax payers having lower tax bills, but the cuts expire in 2025.

By 2027, the Tax Policy Center estimates that the overall change would be negligible. And 53% of taxpayers would face higher bills, many of them in the lower income brackets.

It could also be bad news for Alaskan animals as the bill attached a measure to open drilling in parts of the Arctic that have been protected for environmental reasons since 1960.

Read more on the effects on Alaska’s wilds

What happens next?

The bill’s final passing hit a last-minute hurdle when it was found that three procedural rules had been violated. As small changes to the wording were made, it now needs to return to the House of Representatives to be approved again.

Some democrats say it is the speed at which the bill has been put together that caused the final hitch.

“The House re-vote is the latest evidence of just how shoddily written the GOP tax scam really is,” House Democratic leader Nancy Pelosi said in a statement.

Republicans insist that such a major overhaul will always have hiccups, which are just part of the procedure.

“Listen, people screw up. A member of the staff screwed up. It’s not the end of Western civilisation,” Republican Senator John Kennedy told MSNBC, according to Reuters news agency.

It wasn’t easy, but in one fell legislative swoop, Republicans have achieved some long-sought political goals.

Subject to a vote in the House early on Wednesday, they have reduced taxes by more than $1.4 trillion (£1tn) over 10 years, including significant changes to the corporate tax structure.

Congressional conservatives also opened the Arctic National Wildlife Refuge to oil drilling – a pitched partisan battle for years. And it set a bomb at the heart of Obamacare by ending the tax penalty for those who don’t have medical insurance starting in 2019.

What one Congress can do another can undo, of course, and the task ahead for Republicans is selling a sceptical public on the benefits of their plan.

While they may argue that Americans will come around once they see lower tax bills, many may have already made up their mind.

Like Obamacare eight years ago, this tax legislation was passed by partisan muscle alone. And like that law, many Americans view the legislation as largely benefitting others. They will be difficult to convince otherwise.

Repealing key provisions of this tax law will be as uniting for Democrats as healthcare repeal was for conservatives.

Donald Trump and Republicans have their victories. They will have to fight to keep them.


Deutsche Welle. 2017-12-20. US Senate approves Donald Trump’s tax overhaul

The US has approved the largest rewrite of the US tax code in more than 30 years. The House of Representatives, which had already passed an earlier draft, is expected to give its final approval later on Wednesday.

*

The US Senate narrowly approved sweeping tax reforms in the early hours of Wednesday, putting President Donald Trump within touching distance of his first major legislative victory

The bill passed the Senate along party lines by 51 votes to 48. All Democrats voted against Trump’s tax overhaul, which hands tax breaks to corporations and drops rates for families at all income levels, with the largest benefits going to America’s wealthiest. 

Vice President Mike Pence presided over the Senate Chamber in case he needed to break a tied vote. After the bill passed the Senate floor, Pence proclaimed to loud cheers that “the Tax Cuts and Jobs Act has passed.”

Shortly after the Senate approved the bill, Trump took to Twitter, saying: “The United States Senate just passed the biggest in history Tax Cut and Reform Bill. Terrible Individual Mandate (ObamaCare) Repealed.”

he bill will now go back to the House of Representatives, who will vote on it again later on Wednesday.

Delay in the vote

US Republicans had already passed sweeping tax reforms in the House of Representatives on Tuesday, but were forced to send the bill back for revision after it appeared to violate Senate rules.

About an hour after the bill passed the House, the Senate voted along party lines to debate the legislation after it emerged the bill would have to be modified as three provisions appeared to violate Senate rules.

‘Mad dash’

The offending provisions related to educational savings accounts for home schooling and private university endowments. 

“In the mad dash to provide tax breaks for their billionaire campaign contributors, our Republican colleagues forgot to comply with the rules of the Senate,” Democrat Senators Bernie Sanders and Ron Wyden said in a joint statement after the blunder emerged.

If it eventually passes, as expected, the $1.5-trillion (€1.27-trillion) package will provide steep tax cuts for businesses and the wealthy and more modest cuts for middle- and low-income families starting in January and February 2018. It revamps how the US taxes multinational companies, and introduces a new tax deduction for the owners of “pass-through” businesses, ranging from mom-and-pop stores to large real estate and financial enterprises.

However, while corporate tax cuts will remain permanent, cuts for individuals will expire in 2026 to comply with Senate rules.

Initial jubilation

President Donald Trump initially celebrated the bill’s passing by the House on Twitter, congratulating House Speaker Paul Ryan along with Representatives Kevin McCarthy, Steve Scalise and Cathy McMorris Rodgers, who he called “great House Republicans who voted in favor of cutting your taxes!”

Ryan hailed the package, saying “today, we give the people of this country their money back.”

The House initially voted largely along party lines: 227-203, with zero Democrats voting in favor. Voting is expected to be exceptionally close in the Senate with Vice President Mike Pence delaying a controversial Middle East trip in case he was needed to break a tie.

US stocks fell on Tuesday over concern about the bill’s effect on years of monetary policy stimulus and the future of interest rates.

GOP Senate leader McConnel: ‘Public will learn to love it’

Despite passing in both chambers,  Trump’s tax reform package remains deeply unpopular with most of the public, who see the bill’s biggest benefits going to the wealthy. The Republican’s drive to slash taxes is also expected to push the US’ national debt even higher.

Democrats have labelled it a “giveaway” to corporations, who they don’t see hiring more workers or raising wages on the back of the breaks. 

Nevertheless, Republicans insisted that the public would benefit and eventually respond positively. “If we can’t sell this to the American people, we ought to go into another line of work,”   Senate Majority Leader Mitch McConnell said.

“The proof will be in the paychecks,” Rob Portman, a Republican Senator from Ohio, said during the nighttime debate. “This is real tax relief, and it’s needed.”

Democrats, however, continued to chide the bill after it passed the Senate, with New York Senator Chuck Schumer telling Republicans “This is serious stuff, we believe you are messing up America.”

Democrats are expected to seize upon the bill’s unpopularity ahead of next year’s congressional elections.

“Every fundraiser, every fat check from a billionaire, and every champagne and caviar party has been about getting to this day, the day when the politicians they put in charge of Washington would pay them back with a $1.5 trillion giveaway,” said Democratic Senator Elizabeth Warren. 


Deutsche Welle. 2017-12-20. US tax reform breaks global rules, EU says

European finance ministers are worried. They say the United States’ big tax reform bill contains measures that would unfairly disadvantage European business and contravene global fair-taxation rules. Are they right?

*

Last week, the finance ministers of Europe’s five biggest economies — Germany, France, the UK, Spain and Italy — wrote an anxious letter to their American colleague, US Treasury Secretary Stephen Mnuchin, and copied it to all senior Republican politicians in the Congress and Senate.

The letter’s thrust: The draft US tax bill, if passed as written a week ago, would represent a break with global fair-taxation rules as applied to corporations, and represent a thinly disguised form of trade war.

“The United States is Europe’s single most important trade and investment partner,” the finance ministers wrote. “It is important that the U.S. government’s rights over domestic tax policy be exercised in a way that adheres with international obligations to which it has signed-up. The inclusion of certain less conventional international tax provisions could contravene the US’s double taxation treaties and may risk having a major distortive impact on international trade.”

A day later, a similar letter was sent to Mnuchin by the European Commission’s four most senior economic officials and made many of the same points.

Keeping mum

The two letters didn’t get much of an answer — at least not a public one, though quiet edits to the bills taking European concerns into account may be happening behind the scenes.

Draft federal legislation in the US always exists in at least two separate versions: one drafted in the Senate, and the other in the House of Congress. The “conference process” is the negotiation that reconciles the differing House and Senate versions of a draft bill. It’s due to come to a close this week.

Three specific measures were brought up in the European letters. 

Excise tax

First, the House bill proposed a new “excise tax” of 20 percent, levied on payments made when an American company buys goods or services from a foreign subsidiary or “affiliate” — unless the subsidiary elects to treat the payments as income in the US.

The European finance ministers argued that this measure would break WTO rules because it levies a tax only on foreign goods and services, not on the equivalent domestically produced goods and services. They said it also amounts to “double taxation,” because it would effectively tax the profits of non-US-resident companies — after they already paid taxes on those same profits in their home countries.

“Bearing in mind that almost half of transatlantic trade is intra-company trade, this risks seriously hampering genuine trade and investment flows between our two economies,” they wrote.

Base erosion tax

Second, the Senate bill featured a “base erosion and anti-abuse tax” (BEAT) provision. “Base erosion,” or more properly “base erosion and profit shifting” (BEPS), is a technical term referring to various accounting schemes corporations use to legally shift profits from where they’re earned, to ultra-low tax jurisdictions.

To take a common example: Multi-national corporations often establish their formal headquarters in a tax haven, assign their intellectual property to that headquarters, and then establish contracts requiring all the company’s foreign subsidiaries to pay an exorbitant “licensing fee” for the use of the corporate logo or other corporate intellectual property.

The licensing fee is set at a rate that cancels out the net revenues of the subsidiary corporations, leaving them paying no taxes in the countries where they actually produce or sell goods or services. The net effect of this “profit shifting” scheme is the erosion of the tax base of these countries — hence “base erosion.”

Base erosion or protectionism?

The EU finance ministers said that: “Preventing base erosion is an important goal,” but “the provision appears to have the potential of being extremely harmful for the international banking and insurance business, as cross-border intra-group financial transactions would be treated as non-deductible and subject to a 10 percent tax. This may … harmfully distort international financial markets.”

The finance ministers concluded that “some of the proposed measures could constitute unfair trade practice and may discourage non-US financial institutions from operating in the US.”

Lower taxes on income from intangibles

Finally, the Europeans criticized a proposal in the Senate bill for a preferential tax regime for “foreign-derived intangible income.”

In essence, when US companies earn income outside the US via licensing fees, those fees would be taxed at a reduced corporate tax rate of 12.5 percent (compared to a proposed 21 percent federal tax rate for other corporate profits).

The Europeans wrote that this would subsidize exports compared with domestic consumption, and could face challenges as an illegal export subsidy under WTO rules.

Moreover, “the design of the [proposed] regime is notably different from accepted IP [intellectual property] regimes by providing a deduction for income derived from intangible assets other than patents and copyright software, such as branding, market power, and market-related intangibles.”

Legitimate concerns

Are the criticisms from Europe justified? In a word: Yes, according to the experts consulted by DW.

Clemens Fuest, the president of the Ifo Institute for Economic Research in Munich, said: “The European Commission’s criticism of the US tax plans is justified. The proposed measures would disrupt international trade and lead to double taxation.”

Tobias Hentze, an economist at the German Economic Institute in Cologne, told DW that he was worried the tax reforms could be the spark for the next round of a “race-to-the-bottom” of jurisdictions competing to offer corporations ever-lower tax rates. 

If the reforms go through, Hentze said, the US will go from being a high-tax to a low-tax country. Until now, the tax burden on companies has been significantly higher in the US, with a tax rate of 39 percent, compared to 30 in Germany or 34 in France. 

America First, again

The US also proposes to play unfairly by taxing profits that have already been taxed in Europe, Hentze said, concluding: “The underlying message to multinational companies is: If you produce here in the US, you will be spared the double taxation.”

The reform package provides further incentives for companies, too. With the creation of a so-called patent box, US legislators want to incentivize companies like Apple to register their patents and trademarks in the US, by means of a preferential tax rate on profits generated (12.5 percent). A fair tax regime, in Hentze’s view, should not offer tax rebates for certain types of profits.

“However, countries like Ireland or the Netherlands already do that too,” Hentze pointed out. “Therefore, the indignation of EU finance ministers is not very credible on this particular point.”