Pubblicato in: Banche Centrali, Cina, Finanza e Sistema Bancario, Stati Uniti

Banche Mondiali. Senza potenza finanziaria non si fa politica estera.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-03.

2019-05-19__Banche__001

Se è vero che senza potenza delle forze armate sarebbe impossibile fare un minimo di politica estera, sarebbe altrettanto vero ricordarsi che senza un adeguato sistema finanziario ogni idea in tale direzione sarebbe velleitaria.

Così, come si contano gli armamenti atomici e quelli convenzionali, sarebbe opportuno ogni tanto dare una scorsa ai sistemi finanziari delle nazioni che hanno ambizioni mondiali.

Standard & Poor compila ogni anno una lista mondiale degli istituti di credito, riportandoli per total assets decrescenti: nella tabella ne riportiamo i primi venti.

Ricordiamo qui la definizione di total assets:

«The final amount of all gross investments, cash and equivalents, receivables, and other assets as they are presented on the balance sheet.»

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La somma dei total assets delle prime venti banche mondiali assomma a 45,645.77 miliardi di dollari americani.

Le prime quattro banche mondiali sono cinesi: la Industrial and Commercial Bank of China, China Construction Bank Corporation, Agricultural Bank of China, Bank of China. Messe assieme capitalizzano 13,637.06 miliardi, ossia il 29.9% dell’assets totale.

Gli Stati Uniti hanno la JP Morgan Chase & Co., Bank of America, Citigroup Inc., Wells Fargo & Co., che sommate assieme mostrano assets per 8,750 miliardi, ossia il 19.17% del totale.

La Francia mostra quattro banche: Groupe BPCE, Société Générale, Crédit Agricole e BNP Paribas, per un assets total di 7,517.63 miliardi. il 16.47% del totale.

Le banche del Giappone e del Regno Unito stanno uscendo dalla graduatoria.

La Germania è presente solo con Deutsche Bank, che risponde al 3.87% dl totale.

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Questa tabella evidenzia con crude cifre come solo Cina e Stati Uniti abbiano il supporto finanziario per la loro politica estera mondiale. Evidenzia anche come la Cina si stia avviando alla supremazia mondiale in questo settore di vitale importanza per il suo sistema economico nazionale. E tutto questo lo ha fatto in poco meno di trenta anni, partendo da basi disastrate: il problema è sia politico sia si organizzazione del lavoro in questo settore. Forse, l’Occidente farebbe bene a cercare di studiare meglio la situazione ed a cercare anche di imparare qualcosa.

Il caso francese è a parte.

Se dal punto di vista finanziario è ancora in graduatoria, ed anche ben piazzata, è almeno al momento orfana di un reggimento politico degno di tal nome: la politica estera richiede infatti una consistente continuità di intenti, venuti a meno negli ultimi lustri.

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Il problema tedesco è molto ben descritto in un articolo comparso di recente: non dovrebbero servire commenti, basterenne solo leggerlo.

Le forze straniere avanzano in una Germania in rovina. È lo stato del sistema bancario tedesco oggi

Un dossier gira sui tavoli delle cancellerie e delle redazioni dei quotidiani finanziari di tutto l’Occidente – e non solo – ed è classificato, perché solo a parlarne vengono i brividi: esiste un Paese europeo che da decenni non include nei propri bilanci le liability verso enti terzi di fatto e di diritto sottoposti alla propria garanzia. Ed ha nascosto sotto il tappeto – nel formale rispetto delle regole – la bellezza di 4.700 miliardi di euro, oltre il 120% del PIL, mentre l’indebitamento della prima e della terza banca del Paese supera abbondantemente i 1.800 miliardi di Euro e l’esposizione del primo istituto di credito sui derivati equivale all’astronomica cifra di 48.000 miliardi, quattordici volte il PIL del Paese. Ora, quel Paese è la Bundesrepublik Deutschland, la Germania.

Da mesi i media di tutto il mondo riportano notizie sui tentativi di salvare Deutsche Bank e Commerzbank, le due banche di cui sopra, dal rischio di una crisi senza via d’uscita. La fusione è stata accantonata, ricordando le parole dell’ex presidente di Volkswagen Ferdinand Piëch: “Due malati in un letto non fanno una persona sana”. Unicredit, ING e alcuni istituti di credito francesi hanno cominciato ad esplorare un’acquisizione. Da notare che gli azionisti delle due banche sono quasi gli stessi: importanti fondi di investimento anglosassoni; con la significativa differenza che Commerzbank è per il 15,6% di proprietà del Governo tedesco, il quale ovviamente ha le mani legate perché non può avvallare operazioni che comportino perdite significative di posti di lavoro. È il modello tedesco di partecipazione dello Stato federale, dei Land (le regioni) e delle associazioni di lavoratori nei consigli di amministrazione e nell’azionariato delle grandi aziende che in questo, come in altri casi, mostra i propri limiti: non è realistico chiedere alle dita di una mano quali preferirebbero essere amputate dall’arto…

Il tempo corre: Fitch, che a settembre 2017 ha declassato le obbligazioni di Deutsche Bank da A- a BBB+, a giugno 2018 e di nuovo a febbraio 2019 ha confermato l’outlook negativo, ad appena due passi dalla classificazione come “titoli spazzatura”. Non che Commerzbank stia molto meglio…

A Berlino il merger (la fusione) piace ancora, anche per difendere le banche e le aziende tedesche dalle mire della Cina. L’eventuale arrivo di un “cavaliere bianco” italiano, francese o olandese verrebbe vissuto come un male minore, allo scopo di evitare traumatiche incursioni del Celeste impero, come nel caso di Geely salita senza colpo ferire al 10% di Daimler1 o della società elettrica di stato cinese arrivata a controllare il 20% di uno dei quattro gestori della rete elettrica tedeschi. Il dubbio non è se Berlino vorrà difendere la Germania e, indirettamente, l’Europa: da mesi il governo di Angela Merkel lavora a un disegno di legge volto ad assicurare all’esecutivo il potere di bloccare gli investimenti extra-UE – anche solo del 10% – in aziende di settori strategici, come infrastrutture, difesa e sicurezza. No, il dubbio è quanto e persino se potrà farlo.

Ora, ricordate come è cominciata nel settembre 2007 la così detta Grande Depressione, di cui il mondo in generale e l’Europa in particolare portano ancora le stigmate? Il 13 settembre 2008 Lehman Brothers aveva in corso trattative con Bank of America e Barclays per la possibile vendita della società. Di lì a ventiquattr’ore, però, Barclays ritirò la sua offerta, mentre l’interessamento di Bank of America cozzò contro la richiesta di un coinvolgimento del governo federale nell’operazione. Il giorno successivo l’indice Dow Jones segnò il più grande tracollo da quello che era seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001: il fallimento di Lehman è stato il più grande nella storia, superando il crac di WorldCom nel 2002. Lehman aveva debiti bancari pari a circa 613 miliardi di dollari e debiti obbligazionari per 155 miliardi di dollari, un importo complessivo equivalente al 5% del PIL americano nel 2008.

Certamente, Berlino non ripeterebbe l’errore, memore anche dei quaranta miliardi di sterline offerte nel 2008 dal governo britannico alle banche in difficoltà. Qui, però, non parliamo di 40 e nemmeno di 600 miliardi, ma di oltre 1.800. Il governo tedesco avrebbe la forza finanziaria e politica per farlo e anche di imporre ai partner europei di fare una mano, stante anche la situazione dell’indebitamento reale della Nazione e la diffusione dei sovranismi? A fronte di offerte provenienti da Pechino dell’ordine delle centinaia di miliardi, il contribuente tedesco preferirebbe pagare il conto di banchieri e imprenditori di tasca propria, pur di garantire l’indipendenza del Sistema Paese tedesco? Il contribuente italiano si renderebbe conto che abbandonare la Germania al proprio destino equivale a segare il ramo su cui è seduto?

Chi scrive, in realtà, avrebbe timore di fare questa domanda agli Italiani se si trattasse anche solo di salvare una delle banche “sistemiche” del nostro Paese, figuriamoci quelle tedesche…

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Elezioni Europee. Regno Unito. Brexit Party 24 seggi, LibDem 14, Lab 14, Con 10.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-26. h 20:20.

2019-05-26__Regno Unito__001

Se questi exit polls dovessero confermarsi, il Brexit Party sarebbe di gran lunga il più votato di tutto il Regno Unito.

I Laburisti avrebbero perso 6 seggi ed i Conservatori ne avrebbero persi 9.

Una vera e propria rivoluzione elettorale.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Regno Unito. Elezioni. Previsioni ed exit polls impubblicabili.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-23.

2019-05-23__Elezioni europee UK 001

Queste riportate in fotocopia sarebbero le più aggiornate previsione dell’esito del voto nel Regno Unito per le elezione europee.

Il Brexit Party conquisterebbe il 32.07% dei voti e 25 seggi. Il Labour il 18.12% e 15 seggi; l’Ldp il 15.52% e 12 seggi, mentre i Conservatori avrebbero il 9.59% dei suffragi e 7 seggi.

Se così fosse, i partiti tradizionali avrebbero preso una batosta inenarrabile, mentre il Brexit Party avrebbe invece ottenuto un suffragio da favola.

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Per legge è vietato pubblicare gli exit polls, perché non si è ancora votato nei restanti paesi dell’Unione Europea.

Tuttavia tra gli addetti ai lavori stanno già circolando un certo quale numero di veline di exit polls, non pubblicabili come abbiamo detto, ma che, se si confermassero, sarebbero da urlo: da fare impallidire i sondaggi pubblicati.

Sembrerebbe proprio che gli amici inglesi si siano inca@@ati alla grande, alla stragrande.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

E ti pareva!! La Commissione Elettorale UK indaga il Brexit Party. Solo quello.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-21.

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«The U.K. Electoral Commission said it will visit the offices of Nigel Farage’s Brexit Party to review how it raises money after former Prime Minister Gordon Brown called for an investigation»

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«The party leads polling ahead of Thursday’s European elections as it attracts voters disgruntled at the failure of the mainstream parties to deliver Brexit»

*

«While the party says it complies with electoral law, Brown said its funding must be probed by the elections watchdog»

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«We are attending the Brexit Party’s office tomorrow to conduct a review of the systems it has in place to receive funds, including donations over 500 pounds ($636) that have to be from the U.K. only »

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Mr Gordon Brown fu primo ministro inglese dal 27 giugno 2007 all’11 maggio 2010: fu colui che ereditò un partito laburista reso forte da Tony Blair e lo portò alla catastrofe nello scontro elettorale con i conservatori di David Cameron.

Alla smisurata ambizione ed alla ineguagliabile supponenza associava una rara imperizia politica: questo a volerne parlar bene.


Pro- and anti-Brexit parties neck and neck in EU election, says poll

«The Brexit party is on course to secure twice as many votes as any other party, according to the YouGov-ECFR poll, which gives Nigel Farage’s party 33.4% of votes.»

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«The survey found 17.3% of voters intended to cast their ballots for the Liberal Democrats, 16.1% for Labour and 9.2% for the Green party. The Conservatives are in fifth, on 8.3%.»

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«Taken together, all major anti-Brexit parties, including Change UK, the Scottish National party and Plaid Cymru, are given 37.5% of voting intentions. The Brexit party and its progenitor, Ukip, are on 36.1%.»

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«This polarised election will punish those parties who are not clearly in the remain or leave camps»

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Costituzionalmente incapaci di formulare un programma politico che richiami i voti degli Elettori, i partiti tradizionali si dolgono di essersi ridotti ai minimi termini – 16.1% i laburisti ed 8.3% i conservatori – ma come unica arma che sappiano usare resta loro la calunnia e l’odio personale.

Non attaccano il Brexit Party sul piano politico, bensì lo accusano di aver violato la legge sui finanziamenti dei partiti. E tutti sanno come oramai un’accusa equivale ad una sentenza di terzo grado andata in giudicato.

Stranamente, ma nemmeno poi tanto, la U.K. Electoral Commission andrà a ravattare solo nelle carte del Brexit Party

Si comprende più che bene il perché la rivoluzione francese mise in uso la ghigliottina. E si comprende altrettanto bene perché mai così tanti la invochino.


Bloomberg. 2019-05-20. U.K. Electoral Commission to Review Brexit Party Funding

The U.K. Electoral Commission said it will visit the offices of Nigel Farage’s Brexit Party to review how it raises money after former Prime Minister Gordon Brown called for an investigation.

The party leads polling ahead of Thursday’s European elections as it attracts voters disgruntled at the failure of the mainstream parties to deliver Brexit. While the party says it complies with electoral law, Brown said its funding must be probed by the elections watchdog.

“We are attending the Brexit Party’s office tomorrow to conduct a review of the systems it has in place to receive funds, including donations over 500 pounds ($636) that have to be from the U.K. only,” the Commission said in a statement on Monday. “If there’s evidence that the law may have been broken, we will consider that in line with our Enforcement Policy.”

Brexit Party Chairman Richard Tice earlier told BBC radio the party complies with electoral law and it’s “ridiculous” to say it has unexplained funding.

Tice said the party has taken donations of 25 pounds from more than 100,000 people. Asked repeatedly whether it takes donations in foreign currency, he declined to reply yes or no, saying “as I understand that’s not illegal.”

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Mrs May. Dimissioni dopo il quarto voto, indipendentemente dal risultato.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-18.

Downing Street 10 001

«British prime minister Theresa May has agreed to step down at some point after her fourth attempt to pass an EU exit deal in June, no matter what the outcome»

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«Her decision was revealed on Thursday (16 May) by a senior Conservative MP, Graham Brady, the chairman of the so-called 1922 Committee, an influential backbench group within the party»

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«We have agreed to meet to decide the timetable for the election of a new leader of the Conservative Party as soon as the second reading has occurred and that will take place regardless of what the vote is on the second reading – whether it passes or whether it fails»

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«The deal has already been defeated three times on grounds that provisions related to the Irish border could see Britain stuck in a customs union with the EU for an indefinite amount of time»

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«The first defeat, in January, by 230 votes, was the largest ever for a government motion in British history»

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«May, who herself wanted to keep Britain in the EU during in the 2016 referendum, has been vilified by hardline Brexiteers for her handling of the process»

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«further procrastination which is causing appalling damage to the Conservative party»

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«For his part, Boris Johnson, a former foreign minister and hard Brexiteer, said he would “of course” throw his hat into the ring to take May’s job when she left.»

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Diamo atto a Mrs May di come sia stato, e sia tuttora. impossibile trattare con persone quali Mr. Juncker, Mr Tusk, Mr Oettinger, Mr Macron e Frau Merkel, la rigidità mentale delle quali supera l’immaginabile e l’inimmaginabile. Si sono comportate come galline isteriche, avendo recepito il Brexit per quello che è: un severo e pesante giudizio sul loro comportamento ed operato.

Ma nel contempo non possiamo negare quanta sprovvida imperizia abbia dispiegato Mrs May nello svolgere il ruolo di primo ministro di Sua Maestà Britannica. Un esempio per tutti, la convocazione delle elezioni anticipate, dalle quali Mrs May è uscita con le ossa rotte.

Sia l’Unione Europea sia il Regno Unito avrebbero un disperato bisogno di personaggi politici meno ideologizzati e ben più pragmatici.


EU Observer. 2019-05-17. May to step down after fourth EU vote

British prime minister Theresa May has agreed to step down at some point after her fourth attempt to pass an EU exit deal in June, no matter what the outcome.

Her decision was revealed on Thursday (16 May) by a senior Conservative MP, Graham Brady, the chairman of the so-called 1922 Committee, an influential backbench group within the party.

“We have agreed to meet to decide the timetable for the election of a new leader of the Conservative Party as soon as the second reading has occurred and that will take place regardless of what the vote is on the second reading – whether it passes or whether it fails,” Brady said, following what he called a “very frank” 90-minute long discussion with the British leader.

British MPs are to hold two days of debate on the exit deal on 3 June, shortly after the European Parliament elections, with a vote likely on 5 June.

The deal has already been defeated three times on grounds that provisions related to the Irish border could see Britain stuck in a customs union with the EU for an indefinite amount of time.

The first defeat, in January, by 230 votes, was the largest ever for a government motion in British history.

The third defeat, in March, saw the bill fail by just 58 votes.

It prompted May to hold talks with the opposition Labour party, but these are expected to break up in the coming days without a new compromise due to Labour’s red lines, which include staying in the customs union in any case.

May, who herself wanted to keep Britain in the EU during in the 2016 referendum, has been vilified by hardline Brexiteers for her handling of the process.

Brady said on Thursday that she was “determined to secure our departure from the European Union”.

But Andrew Bridgen, a pro-Brexit Tory MP, continued to attack her, saying that her plan for a fourth Brexit vote was “further procrastination which is causing appalling damage to the Conservative party”.

May was “an increasingly beleaguered and isolated prime minister, who is desperate to salvage something from her premiership and is prepared to drive through an agreement that would fatally hamstring any future prime minister in negotiations with the EU,” he added.

For his part, Boris Johnson, a former foreign minister and hard Brexiteer, said he would “of course” throw his hat into the ring to take May’s job when she left.

The UK was due to leave the EU in March, but the political stalemate in Westminster have seen that delayed to 31 October.

They have also seen support for the Tories plunge to new lows – just 11 percent of people plan to vote Conservative in the European Parliament (EP) elections, according to recent polls, putting it in fourth place behind the Brexit Party, Labour, and the Liberal Democrats – in what would mark its worst result in any vote since the Conservative party was formed in 1834.

The prospects of a potentially protracted Tory leadership battle and new general elections, on top of Westminster’s summer recess, bode ill for the UK agreeing a new exit deal by the October deadline.

The prospects of a new, anti-EU Tory leader taking over the talks, in the context of a powerful show of support for the anti-EU Brexit Party in the EP vote also bode ill.

Some in Europe have said it should offer to extend the deadline still further in the hope that Brexit might fall by the wayside.

“We should go soft on Britain, give them time, they are still in the EU, let’s give them space,” Polish foreign minister Jacek Czaputowicz told the Reuters news agency this week.

“It’s a matter of changing the rhetoric to let the Brits rethink their decision,” he said.

Others, such as German chancellor Angela Merkel, are playing their cards close to their chest.

When asked in a recent interview what might happen if a new British leader tried to renegotiate the UK’s exit terms in the autumn, she said merely: “Should there be anything to negotiate, the European commission will do so on behalf of the 27 member states, as it has done so far”.

But with few in the UK or in Europe keen for Britain to live with no deal in place, in what would likely wreak economic havoc on both sides of the English Channel, she added that British indecisiveness could see the process strung out even further.

“In order for the UK to leave the EU, there needs to be a parliamentary majority in London for, rather than merely against, something,” Merkel said.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

UK. Brexit Party 35%, Laburisti 15%, Conservatori 9%.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-17.

Downing Street 10 001

Tra qualche giorno finalmente si andrà a votare: tutte le prospezioni pubblicate saranno allora vagliate per stabilire la società di sondaggi che meglio ha saputo fotografare la realtà.

Stando all’ultimo sondaggio della società Yougov. il Brexit Party sarebbe al 35%, i Laburisti al 15%, i Conservatori al 9% ed i LibDem al 19%.

Ci si rende conto che le europee non sono le elezioni politiche, ma con il 9% i conservatori sparirebbero dal quadro politico inglese.


Ansa.  2019-05-17. Europee: sondaggio ora dà Farage al 35%

LONDRA, 17 MAG – Nuovo record di consensi in Gran Bretagna per il neonato Brexit Party di Nigel Farage in vista delle elezioni Europee della settimana prossima, accreditato adesso dall’ultimo sondaggio aggiornato dell’istituto Yougov di un 35% senza precedenti. Male invece i due storici partiti maggiori, tradizionalmente in difficoltà nelle consultazioni europee, ma mai come questa volta e penalizzati anche dallo stallo dei loro negoziati su una via parlamentare alla Brexit dichiarati falliti solo oggi: i Conservatori della traballante Theresa May vengono dati infatti a un umiliante 9%, addirittura al quinto posto; mentre il Labour di Jeremy Corbyn perde la seconda posizione di precedenti rivelazioni e cala al 15.

Salgono invece, come principale forza anti Brexit e pro referendum bis, i LibDem, dati ora al 19% davanti ai Laburisti.

Mentre i Verdi, pure pro Remain, progrediscono al 10%, scavalcando i Tory. Restano indietro infine Change Uk (anti Brexit) e Ukip (pro Brexit) con un residuo 5 e 3%.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Regno Unito. Brexit Party 34%, Conservatori 11%.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-13.

2019-05-12__Farage__001

«The Brexit Party has more support in the U.K. ahead of this month’s EU elections than the Conservatives and Labour combined, according to an Opinium survey for the Observer newspaper»

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«The party, fronted by Nigel Farage and founded only last month, would take 34% of the vote in the May 23 election, compared with 21% for Labour and just 11% for Theresa May’s Conservatives»

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«A separate poll by the same organization, asking how people would vote in the event of a general election, also makes grim reading for May’s administration»

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«The Conservatives, on 22%, trail Labour in that survey by six percentage points and lead the Brexit party by just one point»

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«One of the main claims made by Farage, formerly of the right-wing UK Independence Party (UKIP), is that millions of Britons would desert the two main parties for the new Brexit Party if May and Corbyn reach a consensus»

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«The poll has Labour winning 27 percent of the vote, with Farage’s party on 20 percent and the Conservatives on 19 percent. However, Britain’s first-past-the-post voting system would see the Tories get 179 seats in the House of Commons, far behind Labour on 316 but way ahead of the Brexit Party on 49»

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Di questi tempi il lavoro delle società di sondaggi e previsioni elettorali è singolarmente difficile.

L’Elettorato europeo evidenzia una incredibile mobilità di voto, così che le previsioni restano valide solo un breve lasso di tempo. Si aggiunga poi una incertezza di collocamento difficilemnte vista in passato.

Una cosa è dare delega ai deputati, ed una del tutto differente è dargliela in bianco.

Tuttavia, questo sembrerebbe essere un buon segno: i Cittadini Elettori europei stanno dimostrando una vitalità politica e democratica prima mai vista. Sicuramente stanno percependo la portata del loro voto ed altrettanto sicuramente ben poco si fidano ancora dei partiti tradizionali. propalatori di paroloni altisonanti senza un reale contenuto operativo. È tre anni che si baloccano con la Brexit.

Ma questi dati, da pigliarsi con enorme buon senso, trascendono la problematica contingente della Brexit.

Se non stupisce più di tanto un Brexit Party al 34%, il dato sconcertante è quanto sia oramai diffusa la disaffezione dai partiti tradizionali.

Leggere che nel Regno Unito il Partito Conservatore sarebbe stimato essere attorno all’11% non può non dare ampi motivi di riflessione.

Se si andasse al voto politico, oggi nel Regno Unito i laburisti otterrebbero 316 collegi, contro i 179 dei conservatori ed i 49 del Brexit Party.

Se queste prospezioni trovassero conferma nei risultati delle urne, cosa tutt’altro che scontata, la componente britannica in seno al nuovo europarlamento sarebbe per larga quota formata da euroscettici viscerali, con tutte le conseguenze del caso.

Da ultimo ma non certo per ultimo, questi dati formulano un giudizio realistico sull’operato di Mrs May.


Bloomberg. 2019-05-12. Brexit Party Has More Support Than Britain’s Main Parties: Poll

– Tories ranked in fourth place before May 23 European election

– Conservative rank-and-file plans to back Farage’s new party

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The Brexit Party has more support in the U.K. ahead of this month’s EU elections than the Conservatives and Labour combined, according to an Opinium survey for the Observer newspaper.

The party, fronted by Nigel Farage and founded only last month, would take 34% of the vote in the May 23 election, compared with 21% for Labour and just 11% for Theresa May’s Conservatives. The Liberal Democrats would get 12%.

A separate poll by the same organization, asking how people would vote in the event of a general election, also makes grim reading for May’s administration. The Conservatives, on 22%, trail Labour in that survey by six percentage points and lead the Brexit party by just one point.

Another survey, by the Conservative Home website and published in the Times, suggested three in five Tory members were planning to back Farage’s group in the EU vote.

And the Telegraph, which has long backed the idea of a hard Brexit, published a letter from 600 assorted Conservatives from the shires in which they warn that if May can’t deliver a clean departure from the EU, members of Parliament should replace her or “risk disaster.”

May and Labour’s Jeremy Corbyn are scheduled to hold more talks next week to try to find a Brexit compromise, but getting any deal through Parliament will be tough.

One of the main claims made by Farage, formerly of the right-wing UK Independence Party (UKIP), is that millions of Britons would desert the two main parties for the new Brexit Party if May and Corbyn reach a consensus.

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The Guardian. 2019-05-12. Brexit party may get more EU election votes than Tories and Labour combined – poll

Opinium poll on European election voting intentions suggests surge of support for Nigel Farage’s party.

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Nigel Farage’s Brexit party is on course to secure more support at the European elections than the Tories and Labour combined, according to the latest Opinium poll for the Observer.

In the most striking sign to date of surging support for Farage, the poll suggests more than a third of voters will back him on 23 May. It puts his party on 34% of the vote, with less than a fortnight before the election takes place.

The poll suggests support for the Conservatives has collapsed amid the Brexit uncertainty, with Theresa May’s party on just 11%. Labour is a distant second, on 21%. The Lib Dems perform the best of any of the openly anti-Brexit parties, one point ahead of the Tories on 12% of the vote.

With the Brexit party securing more than three times the level of support for the Tories, the poll confirms the concerns of senior Conservatives that it is haemorrhaging support as Brexit remains unresolved. Just a fortnight ago, the Brexit party was neck-and-neck with Labour on 28%. Now it has a 13-point lead over Jeremy Corbyn’s party.

May should reveal her departure date next week, Brady says

Read moreThe Conservatives are now only narrowly ahead of the Brexit party when voters are asked who they would vote for at a general election. The Tories are on 22% support, down 4% on a fortnight ago, with the Brexit party on 21% backing. Labour leads on 28%, but is down five points on the last poll.

Leave voters seem to be flocking to the Brexit party. A fortnight ago, it was joint first with the Conservatives among leave voters in terms of general election voting, with both on 33%. It now appears to be the clearer choice of leave voters, with 40% saying they will vote for the Brexit party and 27% backing the Conservatives.

May is also close to losing her lead over Corbyn as to who voters regard as the best prime minister. Her lead has dropped from four points to just one point.

The Opinium poll also found that despite the dominance of Brexit as an issue since the 2016 referendum, there was a significant proportion of voters who did not know each party’s position on it. The poll reveals 36% are not aware of the Conservative party’s stance, while 38% say the same about Labour.

For those who said they knew, 23% think the Conservatives support a soft Brexit, while 23% think they support a hard Brexit. For the Labour party, 25% think they support remaining in the EU, while 31% think they support a soft Brexit.

Opinium polled 2,004 people online between 8-10 May.

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Politico. 2019-05-12. Farage’s party set for massive gains in EU, general elections: polls

Survey has Brexit Party getting more EU election votes than the Tories and Labour combined.

Nigel Farage’s Brexit Party is on course for major success in the European election later this month, and would alter the landscape of British politics if a general election were held in the U.K., according to new polling.

poll by Opinium for the Observer puts the Brexit Party on 34 percent of the vote — more than the Conservative and Labour parties combined — in the EU election in late May. That’s an increase of 6 percentage points for Farage’s party since the last Opinium poll, on April 23.

Labour comes in second on 21 percent (down 7 percentage points since April), with the Tories on 11 percent of the vote, in fourth place behind the Liberal Democrats. The new pro-Remain party Change UK is on 3 percent support, behind the Greens, UKIP and the Scottish National Party. Opinium polled 2,004 people online between May 8-10.

According to POLITICO’s own polling, Labour will win 21 seats in the European Parliament, with the Brexit Party picking up 16 and the Tories 12.

Another poll, in the Telegraph, makes even bleaker reading for the Tories. It has the Conservatives led by Theresa May finishing third in terms of vote share if a U.K. general election were held now, behind Labour and the Brexit Party.

The poll has Labour winning 27 percent of the vote, with Farage’s party on 20 percent and the Conservatives on 19 percent. However, Britain’s first-past-the-post voting system would see the Tories get 179 seats in the House of Commons, far behind Labour on 316 but way ahead of the Brexit Party on 49.

The Telegraph poll, while worrying for the Conservatives, is hypothetical. The next U.K. general election is not scheduled until 2022 (although an early election could be called at any time), and May has pledged that she won’t be Tory leader during that ballot. The 2,034 adults surveyed on Thursday were asked to give their opinion based on May leading the Tories in the next general election.

The polling was carried out by ComRes and Brexit Express, a campaign group run by Jeremy Hosking, a Tory donor who has given a substantial sum to Farage’s new party.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

UK. Amministrative. Conservatori perdono 44 comuni e 1,334 seggi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-03.

2019-05-03__UK__Definitivi__001

Sono stati rilasciati i risultati definitivi delle elezioni amministrative nel Regno Unito.

Il partito Conservatore ha perso 44 comuni e ben 1,334 seggi.

Il Partito laburista ha perso 6 comuni ed 82 seggi.

I Liberal Democrat hanno guadagnato 10 comuni e 703 seggi.

Gli indipendenti hanno conquistato 2 comuni e 606 seggi.

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Per Mrs May non è una débâcle, ma un annientamento.

Tories lose over 1,200 seats in local elections as major parties suffer

«Lib Dems main beneficiaries as May and Corbyn vow to press ahead to break Brexit deadlock.

Theresa May and Jeremy Corbyn have vowed to press ahead with seeking a cross-party solution to the Brexit deadlock at Westminster, after voters punished both major parties in local elections.

The Conservatives lost more than 1,200 seats – their biggest defeat since John Major was prime minister. Disillusioned voters deserted the party in droves, including in traditional Tory areas such as Chelmsford and Surrey Heath.

Labour had expected to make gains, but instead suffered a net loss, and lost control of a string of councils, including Darlington, Wirral and Burnley.

Vince Cable’s remain-supporting Liberal Democrats were the major beneficiaries, taking control of 10 councils, including Winchester and Cotswold, while the Greens and a string of independents also fared unexpectedly well. ….

Many Labour MPs suggested the results underlined the urgency for Labour to shift to a full-throated remain position. But Corbyn insisted: “I think it means there’s a huge impetus on every MP, and they’ve all got that message, whether they themselves are leave or remain – or the people across the country – that an arrangement has to be made, a deal has to be done. Parliament has to resolve this issue – I think that is very, very clear.”

The projected national share of the vote, calculated by elections analyst John Curtice for the BBC, put both major parties neck-and-neck on 28% of the vote – both down from 35% a year ago. If that result were replicated in a general election, it would result in another hung parliament.»

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Già.

Ma nella vita si presenta spesso il terzo incomodo.

Europee: sondaggio Gb,Brexit Party al 30%

«Continua l’ascesa del Brexit Party di Nigel Farage nei sondaggi in vista delle elezioni Europee di fine mese, a cui la Gran Bretagna è destinata a partecipare malgrado i tre anni trascorsi dal referendum del 2016 a salvo ratifica parlamentare in extremis di un accordo di divorzio dall’Ue. Secondo l’ultima rilevazione dell’istituto YouGov, ripresa in queste ore dai media, il neonato partito simbolo del fronte pro Leave è ora al 30% dei consensi, due punti in più rispetto al dato di una settimana fa, mentre il Labour di Jeremy Corbyn si ferma al 21% e il Partito Conservatore della premier Theresa May non si schioda dal minimo storico del 13.»

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

UK. Amministrative. Mrs May ha fatto perdere 442 consiglieri. Per il momento.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-03.

2019-05-03__Inghilterra__amministrative__001

Si sono svolte nel Regno Unito le elezioni amministrative.

Sono disponibili i dati relativi a 111 su 248 consigli.

Ambedue i partiti tradizionali hanno contabilizzato amare perdite. Ma se i laburisti hanno perso due enti locali e 79 seggi, per i conservatori è una debacle: hanno perso il controllo di 16 enti locali e 442 seggi.

Se è vero che i Liberal Democrat abbiano guadagnato 8 enti locali incrementando i seggi di 304 unità, sarebbe anche da menzionare come gli indipendenti siano riusciti a conquistare due sindaci.

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I due partiti tradizionali hanno pagato a caro prezzo le dilaceranti divisioni interne e tutta una serie di tentennamenti e manfrine che hanno reso semplicemente impossibile comprendere cosa vogliano in realtà.

Non solo: gli Elettori vogliono vedere volti nuovi ed ascoltare idee nuove.

Infine, Mrs May ha dimostrato una davvero rara incapacità contrattuale.

L’Elettorato non ne può di più.

Europee:sondaggio Gb,Brexit Party al 30%

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In questo link si possono trovare gli aggiornamenti:

England local elections 2019

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Election 2019: How the BBC is reporting the results

On Thursday 2 May there will be elections for 248 English councils, six mayors and all 11 councils in Northern Ireland.

There are also elections to the European Parliament scheduled for Thursday 23 May, although these will not take place if Britain leaves the EU before that date.

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Local elections: The main parties punished

It was a bad night for the Conservatives and for Labour, while the Lib Dems, Greens and independents prospered, writes Prof John Curtice and colleagues on the BBC’s local elections team.

“A plague on both your houses.” That seems to have been the key message to emerge from the ballot boxes.

As expected the Conservatives fell back. They were defending seats that were mostly last up for grabs four years ago, on the same day that David Cameron won the 2015 general election. That, coupled with the party’s recent freefall in the polls, seemed to augur significant Conservative losses.

And so it proved to be the case when the first ballot boxes were opened overnight. By morning the party had lost well over 350 seats, with the prospect of further losses when more results are declared later on Friday.

Across a sample of nearly 500 wards where the BBC collected detailed voting figures, the party’s share of the vote was down on average by six percentage points since 2015 – and equally importantly also by six points since last year.

Even so, these figures were not as dire as might have been anticipated given the fall in the party’s standing in the polls, where it is currently some 13 points down on where it was this time last year.

However, Labour also found itself slipping back – on average by one point as compared with its rather poor performance in 2015, and by no less than six points as compared with its rather better performance last year. As a result, the party has also found itself suffering net losses of some 80 seats so far – and headline-grabbing losses of council control in Bolsover, Hartlepool and the Wirral.

The party’s performance would seem to confirm the message of a number of polls that Labour’s support has been slipping in the wake of the Brexit impasse. The party lost ground more heavily in Leave-voting areas than in Remain-voting ones, a pattern that it shared with the Conservatives.

What the two parties also had in common was a tendency for their support to fall more heavily in their heartlands. Labour’s vote fell back most heavily in the north, the Conservatives in the south. Equally, Labour’s vote fell more heavily in wards where it was previously strong, while the Conservative vote fell most heavily where they were strongest.

It was as though voters vented their frustration with the Brexit process by punishing whichever party represented the political establishment locally.

This mood perhaps also helps account for the remarkable success of independent candidates. Those who eschewed standing on a party label were on average winning as much as a quarter of the vote. By the morning, over 220 more independent councillors had been elected.

Meanwhile the Liberal Democrats, who before they entered into coalition with the Conservatives in 2010 were often a vehicle for protest votes, also appear to have profited from voters’ disenchantment with the two largest parties.

Given that in 2015 the party recorded its worst ever local election performance, it was little surprise that the party made gains. More important, perhaps, was the fact that its vote was also up a couple of points on last year’s local elections and, above all, that it advanced most strongly in places where its starting point gave it some chance of winning.

However, what was missing was any sign of the party performing better in pro-Remain rather than in pro-Leave areas – suggesting that the party’s pro-Remain stance on Brexit may not have played that central a role in its advance.

At the same time, the Greens also put in what looks set to be one of their best local election results ever. They posted an average of 11% of the vote in the wards they contested, up four points on its performance where it also stood four years ago. The party may have been helped by the recent protests about climate change.

Fighting just one in six wards, there was little opportunity for UKIP to make much impact on these elections. Where it did stand the party’s vote was down by three points on its relative high point of 2015, but up eight points on its poor position last year. The challenge from the Eurosceptic parties may well be more formidable in the European elections in three weeks when Nigel Farage’s Brexit Party is on the ballot paper.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Europa. Risultati Elettorali 2017.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-24.

Europa 002

Riportiamo da Edn Hub i risultati elettorali 2017

Dopo le ferite riportate nel 2016 con l’esito del referendum sulla Brexit, il 2017 è stato l’anno della verità per l’Unione europea, con appuntamenti elettorali in Olanda, Bulgaria, Francia, Regno Unito, Germania, Repubblica Ceca, Austria e Malta. L’obiettivo, raggiunto parzialmente, era quello invertire l’ondata populista che, in tutti i Paesi, ha saputo imporre la sua agenda in campagna elettorale e si è trasformato nella terza forza europea.

Ecco tutti i risultati elettorali del 2017 e i tipi di governo che si sono formati o si formeranno, con una caratteristica sempre più diffusa: essere di coalizione.

– OLANDA – Il voto del 15 marzo 2017 nei Paesi Bassi ha scacciato il pericolo di una ‘Nexit’ (‘Netherland exit’), molto temuta a Bruxelles dopo quanto accaduto nel Regno Unito. A spuntarla è infatti stato il primo ministro uscente e leader dei conservatori, Mark Rutte, che con il 21,3% dei consensi si è imposto sul populista, euroscettico e antislamico Geert Wilders, terzo con il 13,1%. Oltre 13 milioni di olandesi si sono recati alle urne per decidere il nome del nuovo primo ministro e la composizione del Parlamento, segnando un dato record sull’affluenza (82%), la più alta degli ultimi trent’anni nel Paese. Dopo 208 giorni di colloqui, è stato raggiunto un accordo per la formazione del governo: a guidare il paese è una coalizione di centrodestra, con il Vvd, partito del premier Mark Rutte, insieme ai cristiano-democratici del Cda, ai liberali progressisti del D66 e ai conservatori della Christen Union. E’ stato eguagliato il record del 1977: anche allora furono necessari 208 giorni per formare un governo, operazione tradizionalmente lenta nel Paese.

– BULGARIA – Il partito conservatore filo-europeista Gerb, guidato  dal premier Boyko Borissov, ha vinto le elezioni politiche di domenica 26 marzo con il 33,55% dei voti. Al secondo posto si è collocato il Partito socialista di Kornelia Ninova, con poco più del 27,02% dei voti, mentre ha raggiunto il terzo posto la coalizione nazionalista Patrioti uniti, con il 9,12% dei voti.  L’affluenza alle urne è stata intorno al 50%. Si è trattato del primo appuntamento elettorale a livello nazionale in un Paese Ue dopo la firma, sabato 25 marzo 2017, della Dichiarazione di Roma in occasione delle celebrazioni nella capitale italiana per il 60° anniversario della sigla dei Trattati di Roma.

– FRANCIA – L’europeista Emmanuel Macron domenica 7 maggio ha vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi con il 66,1% delle preferenze, contro il 33,9% della sfidante euroscettica e populista Marine Le Pen. Evitata, quindi, una ‘Frexit’, paventata dalla rivale con un referendum su Ue ed euro in caso di vittoria. Al primo turno del 23 aprile, dove era stata registrata un’affluenza attorno all’80%, il leader di ‘En Marche!’ era arrivato in testa con il 24,01% contro il 21,30% della leader del Front National. Al secondo turno, invece, l’astensione è stata record con il 25,44%, la più elevata dal 1969, mentre 3,01 milioni di francesi hanno votato scheda bianca e 1,06 milioni sono stati i voti nulli. Alle successive elezioni legislative del 18 giugno il partito En Marche! del presidente francese Macron ha sbancato con il 43,06% dei consensi, consegnandogli la maggioranza assoluta. Si è invece spenta l’onda populista e anti-Ue del Front National: dopo la sconfitta nella corsa all’Eliseo, il partito di Marine Le Pen è sceso all’8,75%.

– MALTA – Il 3 giugno il premier maltese Joseph Muscat, travolto da uno scandalo insieme alla moglie legato alle società offshore smascherate dai Panama Papers, e il suo partito laburista pro-Ue sono stati confermati alla guida del Paese con il 55% dei voti, sconfiggendo il leader del Partito Nazionalista Simon Busuttil.

– REGNO UNITO – L’8 giugno 2017 i cittadini britannici sono andati alle urne per le elezioni politiche anticipate (la legislatura si sarebbe conclusa nel 2020). La premier Theresa May aveva infatti deciso di promuovere lo scioglimento anticipato della Camera dei Comuni attraverso una mozione approvata dal Parlamento il 19 aprile 2017 con una maggioranza superiore ai due terzi. L’obiettivo della May era di avere una maggioranza parlamentare più forte per affrontare il processo della Brexit in una situazione più favorevole e imporre una ‘hard Brexit’. Obiettivo clamorosamente mancato: i Tory infatti si sono confermati primo partito del Regno Unito con il 42,4% dei consensi, ma non hanno raggiunto la maggioranza assoluta. In Parlamento hanno ottenuto 318 seggi, perdendone 12 rispetto al 2015. Exploit invece dei laburisti di Jeremy Corbyn, subito dietro al 40% (+9% rispetto al 2015), con 262 deputati e un balzo di 30 seggi in più. Venti giorni dopo le elezioni, May ha quindi firmato un accordo con il partito degli unionisti nordirlandesi del Dup, spalla del governo di minoranza Tory.

– GERMANIA – Le elezioni federali del 2017 per eleggere i membri del nuovo Bundestag, il parlamento tedesco, si sono tenute il 24 settembre. La cancelliera uscente Angela Merkel ne è uscita vincitrice ma indebolita: il suo partito, la Cdu-Csu ha ottenuto il 33% dei consensi (-8,5%). I socialisti della Spd, guidati dall’ex presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, si sono fermati al 20,5% (-5,2%), mentre si è verificata l’ascesa a sorpresa i populisti di Alternative für Deutschland (AfD), arrivati terzi al 12,6% (+7,9%). Il partito euroscettico, trascinato dai candidati di punta Alice Weidel e Alexander Gualand, con 95 i seggi conquistati è il primo partito di estrema destra ad entrare nel Parlamento federale tedesco dal secondo dopoguerra. Dopo il tentativo fallito di formare una coalizione guidata dall’Unione di Angela Merkel con i Liberali e i Verdi, la cosiddetta coalizione Giamaica – così denominata per i colori dei tre partiti nero-giallo-verde, come la bandiera della nazione caraibica -, si va ora verso una riedizione della Große Koalition tra Cdu-Csu e Spd. I colloqui però presentano ancora ostacoli. Due le alternative: un governo di minoranza della Cancelliera tedesca, utile nel breve periodo, oppure il ritorno alle urne.

– AUSTRIA – Il 15 ottobre si è votato per le elezioni parlamentari anticipate di un anno prima rispetto al termine naturale della legislatura. Il ministro degli Esteri uscente, Sebastian Kurz, leader del Partito popolare austriaco (ÖVP), è diventato premier con il 31,4% dei voti. L’estrema destra del Partito della libertà austriaco (FPÖ) di Heinz-Christian Strache, è arrivata seconda con il 27,4%, terzi i socialdemocratici di SPÖ guidati dal cancelliere uscente Christian Kern, al 26,7%. Il partito di Kurz, tuttavia, non ha raggiunto una maggioranza tale da poter governare da solo: dopo quasi due mesi di trattative, il 18 dicembre è arrivato il giuramento del nuovo governo di destra austriaco, guidato dalla coalizione tra l’ÖVP di Kurz e gli oltranzisti dell’FPÖ di Strache.

– REPUBBLICA CECA – Le elezioni parlamentari si sono tenute il 20 e 21 ottobre 2017.  Ha vinto il movimento Ano 2011, “Azione del cittadino scontento”, di Andrej Babis con il 29,64% e 78 seggi su 200 in Parlamento. Al secondo posto il centrodestra dei Civici democratici (Ods) con l’11,32% e 25 parlamentari. Al terzo posto i Pirati con il 10,79% e 22 seggi. Non avendo i numeri per formare una maggioranza di governo, Babis formerà con tutta probabilità un governo di minoranza che conti su ministri del suo partito e tecnici. Il mandato gli è stato affidato il 31 ottobre dal presidente ceco Milos Zeman, che ha detto di preferire l’opzione di un governo di minoranza a quello di un esecutivo di maggioranza, perché è il modo più semplice per promuovere le decisioni. Secondo Babis, il governo di minoranza è l’unica soluzione, dal momento che gli altri partiti entrati in Parlamento non vogliono entrare in coalizione con lui.

– CATALOGNA – A margine delle elezioni ufficiali per i governi di diversi Stati dell’Ue, il 21 dicembre 2017 si sono tenute anche le elezioni in Catalogna, indette dopo l’esito schiachiante del referendum per l’indipendenza dalla Spagna del 2 novembre 2017 e le inevitabili conseguenze (la dichiarazione di indipendenza della Catalogna e l’attuazione dell’articolo 155 da parte del governo di Madrid). I catalani hanno scelto nuovamente il campo indipendentista, infliggendo un sonoro schiaffo politico al premier spagnolo Mariano Rajoy. Ora la situazione è in stallo, con la maggior parte dei vincitori indipendisti o in carcere o rifugiati fuori dal Paese e nessuna apertura da parte del governo centrale. L’ex President catalano e leader indipendista Carles Puigdemont, in esilio a Bruxelles, è stretto tra due fuochi: se tornerà a Barcellona sarà arrestato, ma restando nella capitale belga non potrà essere nominato nuovamente President. La prima sessione del nuovo parlamento catalano, secondo quanto annunciato da Rajoy, dovrebbe tenersi il 17 gennaio 2018.