Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. Le elezioni di settembre potrebbero sconvolgere i piani della Bce. – Merkeldämmerung.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-08-13.

2021-08-09__ Germania Sondaggi 001

2021-08-13__ DE Sondaggi

La situazione tedesca è del tutto metastabile.

Il pil è aumentato dell’1.5% trimestre su trimestre, il PPI – Indice dei prezzi alla Produzione – è salito all’8.5%, il PCI – prezzi  al consumo – vale 3.8% segno di un crescente effetto inflattivo, l’Indice dei Prezzi alla Importazione vale ora +12.9%. Ma sono i costi dell’energia a colpire tutto il sistema produttivo, più che raddoppiati nell’ultimo biennio, sia per gli aumenti delle materie prime sia per perché gravati dalle tasse ecologiche.

The Energy Report: The Price Of Green

«The price of the green energy transition is starting to worry policymakers across the globe as it is becoming apparent the rash move to alternative energies is going to be so costly that it could put the global economy at risk. The fears of inflation, or what could be called green inflation, are starting to hit home to policymakers that maybe have not thought about the real cost of the energy transition and the impact that is going to have on people’s daily lives.»

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A settembre si terranno le elezioni politiche, e le previsioni elettorali sarebbero quelle riportate nelle tabelle, tenendo conto che di norma in Germania i risultati elettorali differiscono anche grandemente dalle prospezioni.

Si prospetterebbe una situazione nella quale nessun partito risulterebbe essere chiaramente egemone. A ciò conseguirebbe la necessità di formare una coalizione tra forze politiche con anime contrastanti.

Ma il problema si prospetta ben più ampio del solo quadro politico.

ECB. Weidmann e Wunsch votano contro la Lagarde sui tassi di interesse.

Weidmann. ECB dovrebbe ridurre gli stimoli dettati dalla emergenza.

ECB’s Knot Warns Central Bank Could Be Underestimating Inflation

Gli interessi tedeschi divergono sempre più vistosamente da quelli della Ecb, e si potrebbe anche arrivare ad un punto di rottura, che i risultati elettorali potrebbe accelerare.

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««Effetto alluvione» in vista del voto del 26 settembre. Ma è il combinato di congestione sulla supply chain, rischio lockdown in Cina e nuova guidance sull’inflazione a mettere la Germania in allerta»

«Mentre la Bce tratteggia magnifiche sorti e progressive per il terzo trimestre di quest’anno e Mario Draghi invita gli italiani alla cautela sanitaria in vacanza, al fine di non intaccare un’economia che va addirittura meglio del previsto, dalla Germania arriva solo cauta attesa»

«Perché il tanto temuto effetto alluvione si è alla fine palesato sui sondaggi: stando all’ultima rilevazione Kantar per il settimanale Focus, infatti, le risate fuori luogo del candidato cancelliere della Cdu, Armin Laschet, avrebbero portato il distacco fra cristiano-democratici e Verdi a soli 2 punti»

«Il partito di Angela Merkel avrebbe perso 3 punti percentuali, attestandosi al 24%, mentre quello di Annalena Baerbock ne avrebbe guadagnati altrettanti, salendo al 22%. Sempre terza al 18% la Spd»

«E che la tensione stia salendo lo conferma anche la decisione della Commissione elettorale tedesca, la quale ha escluso i Verdi dalla possibilità di correre nel Land della Saarland per irregolarità nella scelta del candidato»

«Ma al netto delle dietrologie, la Germania sconta con almeno un trimestre di anticipo criticità che Bce e governo italiano paiono ignorare in vista dell’autunno»

«In primis, il possibile deterioramento delle condizioni già estreme sulla supply chain globale, già capaci di rallentare all’1,5% il Pil della locomotiva europea nel secondo trimestre contro attese del 2% e, soprattutto, infliggere una pesante battuta d’arresto alla produzione industriale»

«A fronte di prezzi già record per il trasporto merci via container»

«se il contagio dovesse invece portare a uno stop anche di terminal e hub di trasporto, l’autunno diventerebbe un incubo a livello di approvvigionamenti»

«Senza contare l’interscambio commerciale record fra Germania e Cina, il quale oggi – a livello di export teutonico – è ancora secondo in termini assoluti dopo quello con Washington ma ormai solo per 8 miliardi di controvalore, dopo aver polverizzato quello tra Berlino e Parigi»

«Berlino ragiona su questo»

«Bce, la quale, ottenuta la vittoria di Pirro della nuova guidance sull’inflazione, appare certa di aver vincolato la prosecuzione del Pepp – sotto altro nome e formula – fino al raggiungimento formale del 2% di inflazione»

«Bundesbank, il cui numero uno infatti ha platealmente e pubblicamente votato contro la politica di tassi a zero perenni implicita nel nuovo approccio monetario dell’Eurotower»

«Con l’intera curva dei rendimenti obbligazionari sovrani in negativo, Deutsche Bank ha calcolato la perdita di valore implicita per un Bund trentennale acquistato oggi in base al tasso di inflazione»

«Se già con un 1% la perdita sarebbe attorno al 25%, giungere al nuovo obiettivo Bce del 2% implicherebbe qualcosa come il 45%»

«La Germania stia pagando un pesante scotto all’inflazione energetica, sia a livello di costi dell’elettricità che del gas, quest’ultimo direttamente legato alla disputa geopolitica fra Ue e Russia e alla scelta di quest’ultima di inviare un segnale di minaccia tramite il dimezzamento dei flussi verso l’hub tedesco di Mallnow»

«Insomma, visto da Berlino il terzo trimestre del 2021 già oggi appare in netta antitesi con quello dalle mille tonalità di rosa tratteggiato da Christine Lagarde e Mario Draghi»

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Tra Cdu e Verdi solo 2 punti. Draghi e Bce fanno i loro conti senza l’oste di Berlino?

«Effetto alluvione» in vista del voto del 26 settembre. Ma è il combinato di congestione sulla supply chain, rischio lockdown in Cina e nuova guidance sull’inflazione a mettere la Germania in allerta.

Berlino è silenziosa. Troppo. Mentre la Bce tratteggia magnifiche sorti e progressive per il terzo trimestre di quest’anno e Mario Draghi invita gli italiani alla cautela sanitaria in vacanza, al fine di non intaccare un’economia che va addirittura meglio del previsto, dalla Germania arriva solo cauta attesa. Elettorale.

Perché il tanto temuto effetto alluvione si è alla fine palesato sui sondaggi: stando all’ultima rilevazione Kantar per il settimanale Focus, infatti, le risate fuori luogo del candidato cancelliere della Cdu, Armin Laschet, avrebbero portato il distacco fra cristiano-democratici e Verdi a soli 2 punti. Il partito di Angela Merkel avrebbe perso 3 punti percentuali, attestandosi al 24%, mentre quello di Annalena Baerbock ne avrebbe guadagnati altrettanti, salendo al 22%. Sempre terza al 18% la Spd. E che la tensione stia salendo lo conferma anche la decisione della Commissione elettorale tedesca, la quale ha escluso i Verdi dalla possibilità di correre nel Land della Saarland per irregolarità nella scelta del candidato. Di fatto, un 1,3% degli aventi diritto totali al voto del 26 settembre cui gli ambientalisti dovranno giocoforza fare a meno.

A detta di molti, una decisione a orologeria. Ma al netto delle dietrologie, la Germania sconta con almeno un trimestre di anticipo criticità che Bce e governo italiano paiono ignorare in vista dell’autunno. In primis, il possibile deterioramento delle condizioni già estreme sulla supply chain globale, già capaci di rallentare all’1,5% il Pil della locomotiva europea nel secondo trimestre contro attese del 2% e, soprattutto, infliggere una pesante battuta d’arresto alla produzione industriale.

A fronte di prezzi già record per il trasporto merci via container, Goldman Sachs ritiene che l’attuale, nuova emergenza pandemica scoppiata in Cina possa ulteriormente esacerbare la situazione.

La quale, a livello di code in attesa per sdoganare e scaricare nei principali hub portuali, oggi è del 76% superiore alla media a 5 anni. E con 25 città in 10 province ritenute oggi a rischio medio-alto dalle autorità cinesi contro le 6 città nella sola Guangdong riferite ai focolai di maggio, il rischio è decisamente serio. Se da un lato, infatti, un lockdown limitato alle attività industriali e manifatturiere potrebbe far respirare i porti e diminuire i tassi di congestione, dall’altro se il contagio dovesse invece portare a uno stop anche di terminal e hub di trasporto, l’autunno diventerebbe un incubo a livello di approvvigionamenti. E prezzi, stante la necessità di ricostruire gli stock di magazzino andati bruciati dai consumi durante i periodi di fermo. Senza contare l’interscambio commerciale record fra Germania e Cina, il quale oggi – a livello di export teutonico – è ancora secondo in termini assoluti dopo quello con Washington ma ormai solo per 8 miliardi di controvalore, dopo aver polverizzato quello tra Berlino e Parigi.

Berlino ragiona su questo. E lo fa con un occhio ben spalancato sulla competizione elettorale e l’altro sulle mosse della Bce. La quale, ottenuta la vittoria di Pirro della nuova guidance sull’inflazione, appare certa di aver vincolato la prosecuzione del Pepp – sotto altro nome e formula – fino al raggiungimento formale del 2% di inflazione e il suo consolidamento fino all’over-shooting. Ma qualcosa comincia a fare male, dalle parti della Cancelleria. E della Bundesbank, il cui numero uno infatti ha platealmente e pubblicamente votato contro la politica di tassi a zero perenni implicita nel nuovo approccio monetario dell’Eurotower.

Le due facce della medaglia del frutto avvelenato di un Qe inteso ormai come perenne, alla luce di un’inflazione che in Germania a luglio è salita al 3,8% su base annua, il massimo dal 1993. Dopo i pessimi conti presentati da Commerzbank (secondo istituto dell’indice ma con un market cap di soli 6,4 miliardi) nell’ultima trimestrale, infatti, l’indice bancario tedesco è sceso sotto quota 100, addirittura un livello inferiore a quello toccato durante la crisi finanziaria del 2008-2009. Al netto delle mille criticità possibili nel comparto, a erodere profittabilità a tal punto da imporre costi accessori sui conti correnti più elevati in ammontare è il tasso negativo sui depositi deciso dalla Banca centrale europea, a cui il tiering introdotto nel 2019 sta letteralmente facendo il solletico.

Con l’intera curva dei rendimenti obbligazionari sovrani in negativo, Deutsche Bank ha calcolato la perdita di valore implicita per un Bund trentennale acquistato oggi in base al tasso di inflazione. Se già con un 1% la perdita sarebbe attorno al 25%, giungere al nuovo obiettivo Bce del 2% implicherebbe qualcosa come il 45%. Ingestibile sul lungo termine.

La Germania stia pagando un pesante scotto all’inflazione energetica, sia a livello di costi dell’elettricità che del gas, quest’ultimo direttamente legato alla disputa geopolitica fra Ue e Russia e alla scelta di quest’ultima di inviare un segnale di minaccia tramite il dimezzamento dei flussi verso l’hub tedesco di Mallnow. Ingestibile sul lungo termine.

Insomma, visto da Berlino il terzo trimestre del 2021 già oggi appare in netta antitesi con quello dalle mille tonalità di rosa tratteggiato da Christine Lagarde e Mario Draghi, al netto della variante Delta e dei suoi stop-and-go forzati. Ed essendo quei tre mesi gli stessi che porteranno il Paese al voto legislativo, a fronte di un vantaggio della Cdu praticamente finito sott’acqua con l’alluvione delle scorse settimane, è più che probabile che Jens Weidmann arrivi al board Bce del 9 settembre con un chiaro mandato politico di rinnovata intransigenza. Quantomeno, al fine di inviare un segnale a cittadini e aziende (banche in testa) rispetto alle reali priorità che si intende imporre all’agenda. Mario Draghi e Christine Lagarde, forti della nuova guidance e del sostegno della variante Delta al Pepp, stanno forse facendo i conti senza l’oste tedesco?

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Stati Uniti, Trump

Usa. StatesPoll prevede una vittoria di Mr Trump.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-11-02.

2020-10-26__ Usa Polls 013

Voce fuori dal coro, StatesPoll preconizza una vittoria di Mr Trump su Mr Biden 290 a 216.

«My analysis is neutral, not biased. Based on 2012/2016/2018 Exit Polls + Voter registration +Trends + Party ID %.»

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Riportiamo anche questa analisi preelettorale per completezza dell’informazione.

A nostro sommesso parere, tutte le prospezioni elettorali al momento disponibili sono fortemente inquinate da una certa quale manipolazione politica, fatto questo che impone di prenderne atto usando molto sano buon senso.

Sempre dal nostro punto di vista, opinabile quindi, i due candidati alla presidenza sono al momento testa a testa, e le decine di milioni di voti per corrispondenza potrebbero decidere la situazione.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Stati Uniti, Trump

Trump. La prosperità economica potrebbe fargli vincere le elezioni.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-02-05.

Washington. White House. 001

Langer Research Associates ha rilasciato un interessante studio sulla propensione al voto per le elezioni presidenziali.

«Prosperity boosts Trump into a competitive position against potential opponents»

«Economic prosperity is boosting Donald Trump’s political prospects, helping the relatively unpopular president to a competitive position against his potential Democratic opponents in the fall election, the latest ABC News/Washington Post poll finds»

«Key to Trump’s opportunity is a rise in economic confidence. One year before he took office, 63% of Americans said they were worried about maintaining their standard of living. Today, 43% say so, a broad 20-point drop in personal economic uncertainty»

«Trump, moreover, gets a share of credit; as reported Friday, 56% approve of his handling of the economy»

«The economy’s not the only factor. Among others, there’s a vast gender gap: The Democratic candidates tested in this poll lead Trump by 23 to 30 percentage points among women, while Trump leads by 15 to 24 points among men»

«Trump moves slightly ahead in another measure, albeit a speculative one: Americans by 49-43% say they expect him to win reelection»

«Demonstrating the impact of economic attitudes, Trump’s job approval rating is just 26% among Americans who are very or somewhat worried about maintaining their standard of living, but jumps to 59% among those who are not so or not at all worried. And the less-worried group, as noted, is the bigger one, 56% of the public, up from 37% four years ago»

«The split is even bigger in the suburbs: Suburban men take Trump over Biden by 63-35%, while it’s the opposite among suburban women»

«Trump retains support from 94% of those who say they voted for him in 2016.»

«Trump leads Biden by 54-42% among whites, a group Trump won by 57-37% in 2016. This includes 58-40% result among white Catholics and a vast 80-18% among evangelical white Protestants»

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Di qui alle elezioni passeranno sette mesi, a tutto può accadere.

Sembrerebbe però emergere l’evidenza che questa campagna elettorale sarà giocata più sull’economia che su altri problemi.

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Economic prosperity boosts Trump in election poll, counterweight to his unpopularity

Prosperity boosts Trump into a competitive position against potential opponents.

Economic prosperity is boosting Donald Trump’s political prospects, helping the relatively unpopular president to a competitive position against his potential Democratic opponents in the fall election, the latest ABC News/Washington Post poll finds.

Key to Trump’s opportunity is a rise in economic confidence. One year before he took office, 63% of Americans said they were worried about maintaining their standard of living. Today, 43% say so, a broad 20-point drop in personal economic uncertainty.

Trump, moreover, gets a share of credit; as reported Friday, 56% approve of his handling of the economy, up 10 points since early September to a career high.

The result is a tighter contest for the presidency in this poll, produced for ABC News by Langer Research Associates. Among all adults, Trump trailed top Democratic candidates by double digits in the fall; he’s now cut those margins in half. Among registered voters, moreover, he’s now running essentially even in head-to-head matchups.

Registered voters divide closely, 50-46%, between Joe Biden and Trump, for example, compared with a 56-39% Biden lead three months ago. Among all adults, including those not registered, Biden’s ahead, but now just by 7 points, 51-44%.

The story’s similar for the other Democrats tested against Trump in this survey – Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Mike Bloomberg, Pete Buttigieg and Amy Klobuchar. They range from 45 to 49% support among registered voters, while Trump has 46 to 48%. Among all adults, these Democrats range from 46 to 52% support; Trump, 43-45%.

In the table above, Bloomberg, Sanders and Biden have statistically significant leads against Trump among all adults. As noted, though, these are down from 17-point leads for Biden and Sanders alike last fall. (Bloomberg hadn’t announced his candidacy at that time.)

Warren, Klobuchar and Buttigieg don’t have significant leads vs. Trump among all adults; Warren and Buttigieg did in the fall. (Klobuchar wasn’t tested.) And none of the Democratic candidates now has a significant lead among registered voters; in October, Biden, Sanders, Warren and Buttigieg all did.

Some of the latest results have been seen before; Trump also was even with Sanders, Warren and Buttigieg among registered voters last summer. But it’s the first time Trump and Biden have been this close.

The economy’s not the only factor. Among others, there’s a vast gender gap: The Democratic candidates tested in this poll lead Trump by 23 to 30 percentage points among women, while Trump leads by 15 to 24 points among men. If it held on Election Day, it’d nearly double the previous record gender gap in exit polls dating to 1976, 24 points in 2016,

Expectations/Enthusiasim

Trump moves slightly ahead in another measure, albeit a speculative one: Americans by 49-43% say they expect him to win reelection. Of course, that doesn’t always work out; during the 2016 election cycle, half or more expected Hillary Clinton to win.

A measure of enthusiasm, which can indicate motivation to vote, also is somewhat better for Trump. Ninety-three percent of people who back him in all these matchups say they’re enthusiastic about supporting him, while fewer of those who always pick the Democratic candidates say they’re enthusiastic about opposing Trump, 81%.

Still, while negative enthusiasm – opposing Trump – is one factor, another remains to be seen: whether the party’s eventual candidate can generate positive enthusiasm at or above the levels the president now enjoys.

Approval and the Economy

Competing fundamentals are at play in the election. At 44-51%, Trump’s job approval rating – even as it matches his career high – is short of the level often associated with re-election. George Bush had 46% approval at about this point in 1992; he continued down from there, and lost. In Gallup data, Jimmy Carter had 58% approval in January 1980, but he, too, fell steadily from there, and likewise lost. Gerald Ford was at 45% in January 1976, on the way to his retirement.

Further, Trump, as reported Friday, has the lowest career average approval of any president in 75 years of modern polling, and is the first never to achieve majority approval.

That said, Bush, Carter and Ford faced stiff economic headwinds in their re-election campaigns, and their approval was falling or flat as the election approached; Trump, by contrast, has an economic tailwind. (And there’s another case, Barack Obama in 2012; he started the year at 48% approval and barely made 50% in the months ahead, yet won re-election with 51% of the popular vote.)

Demonstrating the impact of economic attitudes, Trump’s job approval rating is just 26% among Americans who are very or somewhat worried about maintaining their standard of living, but jumps to 59% among those who are not so or not at all worried. And the less-worried group, as noted, is the bigger one, 56% of the public, up from 37% four years ago.

This is apparent in vote preferences as well as approval. Tested against Biden, Trump has 56% support among those who are less worried or unworried about maintaining their standard of living, vs. 27% support among those who are more worried.

Degrees of worry matter, as well. Trump’s support against Biden reaches 62% among the plurality of Americans who are entirely unworried about maintaining their standard of living. It drops to 41% among those who are “not so” worried and 33% among those who are somewhat worried, and bottoms out at 15% among the very worried. Results are similar measuring Trump against the other Democratic candidates tested in this survey.

Partisanship, to be sure, is related to economic worry; people who are skeptical of the person at the nation’s helm are less confident. Among Democrats, 57% are very or somewhat worried about being able to maintain their current standard of living; among Republicans, this plummets to 27%. Notably, it’s 40% among independents, the swing voters in many elections; 59% of independents express little or no worry about their economic stability.

It’s true, too, that Democrats include more economically vulnerable groups — lower-income adults, women, and racial or ethnic minorities all are more apt to identify themselves as Democrats than as Republicans.

For all this, Trump does have vulnerabilities on the economy. As shown, he leads only among those who are not at all worried about maintaining their standard of living. And his 56% approval rating on the economy pales in comparison to Bill Clinton’s high on this measure in the last go-go economy; Clinton’s approval rating for handling the economy reached as high as 76% in ABC/Post polls.

Support Groups

As is the case with Trump’s approval rating, there are vast differences among groups in support for Trump vs. his potential Democratic opponents. We use Biden as an example in the results that follow; findings are generally similar for the other top Democrats.

Men divide 56-39% in favor of Trump vs. Biden; women, 62-32% for Biden – a vast 47-point gender gap, twice as big as it was in the 2016 election, per the national exit poll. Trump won 52% of men in that contest, while Hillary Clinton won 54% of women.

The split is even bigger in the suburbs: Suburban men take Trump over Biden by 63-35%, while it’s the opposite among suburban women. They support Biden by 68-30%, producing a remarkable 66-point gender gap.

Among other groups, 87% of Republicans pick Trump and 93% of Democrats favor Biden, while independents divide essentially evenly. Biden prevails among moderates (59-36%) and liberals (84-12%) alike, while Trump comes back with a 71-26% advantage among conservatives (who outnumber liberals by 15 points).

Trump retains support from 94% of those who say they voted for him in 2016.

Trump leads Biden by 54-42% among whites, a group Trump won by 57-37% in 2016. This includes 58-40% result among white Catholics and a vast 80-18% among evangelical white Protestants (similar to Trump’s margin among white evangelicals in 2016). Among non-evangelical white Protestants, the race goes to essentially a dead heat, 48-46%.

Biden has almost unanimous support from blacks (94-4%) and nearly a 2-to-1 lead among Hispanics (61-31%). The latter is somewhat below Democrats’ performance among Hispanics in exit polls the last three presidential elections (67% in 2016, 71% in 2012 and 67% in 2008).

Biden also underperforms recent history with voters in union households. This group — 12% of the population — divides closely, 49-45%, Biden-Trump, a 4-point margin. Democratic presidential candidates won union household voters by 9 points in 2016 and by wider margins, 18 to 22 points, from 2000 to 2012.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Italia. Se si votasse oggi, questa sarebbe la previsione.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-09.

2019-08-09__Italia_Voti__001

Premettiamo immediatamente come i numeri siano una cosa del tutto differente dalla volontà politica.

La prospezione su Forza Italia non tiene conto della secessione di Toti.

Ci si ricordi sempre che si vota con il Rosatellum.

«La crisi c’è, si vede e si sente ma i protagonisti del teatro giallo verde non la pronunciano mai. La sussurrano come ha fatto ieri Salvini dal palco di Sabaudia: “Non mi uscirà mai una parola negativa su Di Maio o Conte, ma qualcosa si è rotto negli ultimi mesi”. Quel qualcosa è sotto gli occhi di tutti. Lega e Movimento 5 Stelle non sono d’accordo su nulla. Hanno idee completamente diverse sull’impostazione della legge di bilancio, sulla giustizia, sui rapporti con l’Europa. L’elenco delle differenze, come ben sappiamo, è lunghissimo. È stancante pure ripeterlo ogni volta.

Ieri si è stati ad un passo dallo strappo definitivo con il Movimento 5 Stelle che si è visto bocciare la sua mozione No Tav e il suo alleato di governo, la Lega, votare a favore di quelle presentate dalle opposizioni. Un cortocircuito politico che in altri tempi avrebbe spalancato le porte ad una crisi di governo conclamata e sotto gli occhi di tutti. Ma alla fine si è preferita la strategia del silenzio. Nessuna parola dal premier Conte, nessuna da Di Maio. E così a prendere la scena sono state le voci. Quelle che parlavano di un messaggio di Salvini ai suoi parlamentari in cui li avvertiva di “non allontanarsi per le ferie”. Oppure quelle di un Salvini che, a colloquio con Conte, avrebbe chiesto la testa dei ministri Trenta, Costa e Toninelli, tutti in quota Cinque Stelle. E infine quelle di un ritorno alle urne ad ottobre con consultazione ferragostane, un’eventualità più unica e che rara.» [Tecnè]

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Slovakia. Zuzana Čaputová. I liberal iniziano ad averne dei dubbi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-21.

2019-04-19__Slovakia__001

Mrs Zuzana Čaputová è stata eletta presidente della Slovakia.

Zuzana Caputova eletta presidente della Slovakia.

Slovakia. Presidenziali. Caputova 40.04%. Una lezione da meditare.

Slovakia. Mrs Zuzana Caputova potrebbe vincere le elezioni presidenziali.

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«As populist parties sweep into power across Europe, Slovakia takes a liberal turn by electing a leftist anti-corruption activist from outside the political establishment for president last month»

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«For a traditional and religious country, electing a woman, a divorced mother living in an informal relationship, and a human rights lawyer holding liberal views on LGBT rights and abortion legislation constitutes a novelty and a shift in attitudes.»

*

«Zuzana Caputova’s victory not only represents a turning point for Slovakia, but also a ray of hope for the region where nationalist, anti-EU and anti-immigration sentiments have grown over the past years.»

*

«While liberals rejoice, some urge caution over the growing support for the far-right in Slovakia, as well as over voting alignment between the ruling SMER-DS and the far-right on social and ethical issues.»

*

«Although some would label Caputova’s triumph as a “victory for liberalism”, it is unclear whether the voters in Slovakia opted for a liberal candidate because they align with liberal values, or because their respect for the rule of law took priority over their personal conservativism when casting a vote»

*

«The two anti-system candidates – the conspirationist former justice minister Stefan Harabin and neo-fascist Marian Kotleba – together attracted nearly a quarter of the votes»

*

«According to the AKO agency opinion poll, public support for Kotleba’s anti-European, far-right People’s Party Our Slovakia (LSNS) rose from 9.5 percent in February to 11.5 percent in April»

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«In the run up to the elections, the ruling SMER-DS and the far-right LSNS held talks, joined forces and aligned their votes on social and ethical issues, such as to cap retirement age at 64, or to halt ratification of a European treaty designed to combat violence against women. …. In addition to SMER-DS, the Centre-right Slovak National party and the populist We Are Family also held talks with the far-right. …. Considering political pragmatism and lack of consistency displayed by Robert Fico in the past, observers do not exclude that SMER-DS would align with any of the political parties represented in the parliament in order to push its agenda in the future.»

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«Rather than voting for a woman, observers note, the public voted for the candidate who was credible, independent from the establishment, and who was perceived as capable of bringing about positive change»

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«The office of the president is largely a ceremonial role in Slovakia, with the real powers of the state being vested in the hands of the prime minister.»

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«Although the political sands in Slovakia are shifting and it is too early to make any predictions, one could imagine two political blocs consolidating ahead of the 2020 elections: a liberal-democratic one, led by the outgoing president Andrej Kisa and, symbolically, by the president-elect Caputova; and a nationalist bloc with authoritarian-coloured tendencies formed by parties such as SMER-DS, the Slovak National party and the We Are Family, which is connected to Marine Le Pen’s and Matteo Salvini’s ENF group»

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Stando ai sondaggi eseguiti da Poll of Polls, lo Smer avrebbe il 19.7% e Progresívne Slovensko + Spolu otterrebero il 14.4% dei voti: messi assieme avrebbero il 34.4%, percentuale che non permetterebbe l’ingresso al governo.

Nel converso, Sloboda a Solidarita (Ecr) avrebbe il 12.9%, Ľudová strana – Naše Slovensko, ĽSNS (NI) l’11.5% e Obyčajní Ľudia l’8.6%: in totale raggiungerebbero il 33% dei suffragi. Sme Rodina, 10.7% non è stata conteggiata pur essendo chiaramente populista. Ma se fosse possibile una sinergia, il blocco di destra arriverebbe al 43.7% dei voti.

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Le prossime elezioni dovrebbero chiarire alla fine la situazione numerica.

In linea generale, però, sembrerebbe prospettarsi un risultato elettorale non favorevole ai liberal.


EU Observer. 2019-04-17. Caputova triumph not yet a victory for Slovak liberalism

For a traditional and religious country, electing a woman, a divorced mother living in an informal relationship, and a human rights lawyer holding liberal views on LGBT rights and abortion legislation constitutes a novelty and a shift in attitudes.

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As populist parties sweep into power across Europe, Slovakia takes a liberal turn by electing a leftist anti-corruption activist from outside the political establishment for president last month.

For a traditional and religious country, electing a woman, a divorced mother living in an informal relationship, and a human rights lawyer holding liberal views on LGBT rights and abortion legislation constitutes a novelty and a shift in attitudes.

Zuzana Caputova’s victory not only represents a turning point for Slovakia, but also a ray of hope for the region where nationalist, anti-EU and anti-immigration sentiments have grown over the past years.

While liberals rejoice, some urge caution over the growing support for the far-right in Slovakia, as well as over voting alignment between the ruling SMER-DS and the far-right on social and ethical issues.

Victory for liberalism?

Although some would label Caputova’s triumph as a “victory for liberalism”, it is unclear whether the voters in Slovakia opted for a liberal candidate because they align with liberal values, or because their respect for the rule of law took priority over their personal conservativism when casting a vote.

We should not forget about the first round of presidential elections, which revealed the uglier side of Slovak politics.

The two anti-system candidates – the conspirationist former justice minister Stefan Harabin and neo-fascist Marian Kotleba – together attracted nearly a quarter of the votes.

According to the AKO agency opinion poll, public support for Kotleba’s anti-European, far-right People’s Party Our Slovakia (LSNS) rose from 9.5 percent in February to 11.5 percent in April.

In the run up to the elections, the ruling SMER-DS and the far-right LSNS held talks, joined forces and aligned their votes on social and ethical issues, such as to cap retirement age at 64, or to halt ratification of a European treaty designed to combat violence against women.

In addition to SMER-DS, the Centre-right Slovak National party and the populist We Are Family also held talks with the far-right.

Considering political pragmatism and lack of consistency displayed by Robert Fico in the past, observers do not exclude that SMER-DS would align with any of the political parties represented in the parliament in order to push its agenda in the future.

Prime minister Peter Pellegrini, however, rejected any suggestion of a future coalition government with the far-right LSNS.

Gender equality in Slovakia

Observers also caution against jumping to conclusions over how progressive Slovak society is in terms of gender equality and women’s representation in national governments.

According to the 2017 Gender Equality Index of the European Institute for Gender Equality, Slovakia placed third to last among EU members in gender equality, performing on par with Romania and slightly better than Hungary and Greece.

In fact, in the run up to the elections, many doubted that a woman stood a chance of becoming a president in Slovakia.

Rather than voting for a woman, observers note, the public voted for the candidate who was credible, independent from the establishment, and who was perceived as capable of bringing about positive change.

As such, Caputova’s success should be viewed partly as a result of public disillusionment with the governing coalition a year after the killings of an investigative journalist and his fiancee, and partly as an outcome of her campaign, which displayed her authenticity, honesty, empathy, reluctance to undermine other candidates or to use aggressive vocabulary, and a strong record as an activist against injustice.

It was her image of authenticity and political decency that united the divided electorate in Slovakia.

In this regard, Caputova rise and appeal is comparable to that of Alexandria Ocasio-Cortez in the US Congress.

Beginning of the road to change

The office of the president is largely a ceremonial role in Slovakia, with the real powers of the state being vested in the hands of the prime minister.

Caputova nevertheless committed to ensuring justice for all Slovaks by reinforcing the independence of the public prosecutor’s office and in the naming of judges, which will fall under her responsibility.

Despite the limitations she will face, the symbolic value of her election should not be underestimated.

Caputova victory already boosted her Progressive Slovakia (PS) party’s prospects in EU elections and contributed to the consolidation the liberal camp at home.

Because her victory came at a low turnout of 40 percent, to push her agenda the president-elect will need to work together with, and secure the backing of, the parliament dominated by SMER-DS, led by Fico.

All eyes now turn to the national parliamentary elections, which are due in a year, and which will constitute the real test for the progressive left in Slovakia.

Although the political sands in Slovakia are shifting and it is too early to make any predictions, one could imagine two political blocs consolidating ahead of the 2020 elections: a liberal-democratic one, led by the outgoing president Andrej Kisa and, symbolically, by the president-elect Caputova; and a nationalist bloc with authoritarian-coloured tendencies formed by parties such as SMER-DS, the Slovak National party and the We Are Family, which is connected to Marine Le Pen’s and Matteo Salvini’s ENF group.

Rather than paving the way for a more liberal region, the situation in Slovakia can also take the Austrian turn, where a liberal president finds himself in a difficult position having to balance a right-wing coalition government.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Rosatellum e le conseguenze delle ultime prospezioni elettorali.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-11.

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Il problema è semplice ed interessa tutta la nazione: risponde alla banalissima domanda

“a cosa serve un sistema elettorale?”

2018-10-06__Italia__002

Se in Occidente è in auge il concetto che sia il popolo sovrano a scegliersi chi li governerà tramite libere elezioni, sarebbe altrettanto vero constatare come il sistema di legge elettorale sia condizionante dei risultati finali.

Premettiamo subito come non esista una legge elettorale perfetta.

Il sistema funziona benissimo quando un partito politico ha la forza di conquistarsi la maggioranza assoluta dei seggi.

In caso contrario, il sistema proporzionale è una iattura: condanna alla ingovernabilità.

*

Il sistema esclusivamente proporzionale dimostrò tutti i suoi limiti nella Francia degli anni ’50: il quadro politico risultava essere frazionato in numerosi piccoli partiti, incapaci alla fine di pervenire ad una coalizione che fosse stata ragionevolmente stabile. Il parlamento risultava in questa maniera bloccato, incapace di agire.

Ne seguì una riforma della costituzione e della susseguente legge elettorale che trasformò la Francia in una repubblica presidenziale, con elezioni a doppio turno. Nel primo turno si rilevavano le forze dei singoli schieramenti, nel secondo avrebbe vinto chi avesse conseguito la maggioranza. La conseguenza è semplice: volenti o nolenti, al secondo turno si formano delle coalizioni e quella che prende la maggioranza ottiene la maggioranza dei deputati.

Il senato è invece votato da grandi elettori delle regioni e comuni. È chiaro come la composizione del senato sarà sempre condizionata da quello che era stato il clima politico degli anni precedenti.

* * * * * * *

Quasi tutti gli stati dell’Europa stanno ora sperimentando un quadro di parcellizzazione politica, trasformandosi così in paludi incapaci di prendere decisioni.

*

L’Italia si è dotata recentemente di un sistema elettorale denominato ‘Rosatellum’.

Cerchiamo di ripassarne le caratteristiche principali.

Il Rosatellum ha la seguente caratteristica:

L’impianto della legge è identico a meno di dettagli alla Camera e al Senato e si configura come un sistema elettorale misto a separazione completa.

Per entrambe le camere:

– il 37% dei seggi (232 alla Camera e 116 al Senato) è assegnato con un sistema maggioritario a turno unico in altrettanti collegi uninominali: in ciascun collegio è eletto il candidato più votato, secondo un sistema noto come first-past-the-post;

– il 61% dei seggi (rispettivamente 386 e 193) sono ripartiti proporzionalmente tra le coalizioni e le singole liste che abbiano superato le previste soglie di sbarramento nazionali; il riparto dei seggi è effettuato a livello nazionale per la Camera e a livello regionale per il Senato; a tale scopo sono istituiti collegi plurinominali nei quali le liste si presentano sotto forma di listini bloccati di candidati;

– il 2% dei seggi (12 deputati e 6 senatori) è destinato al voto degli italiani residenti all’estero e viene assegnato con un sistema proporzionale.

– Vi sono infine soglie di sbarramento.

* * *

Delle molte caratteristiche del Rosatellum ne vorremmo ricordare alcune, tenendo però presente che esistono delle soglie.

– Un partito percentualmente minuscolo ma fortemente concentrato in una zona potrebbe conquistare deputati e senatori nei collegi ove fosse presente, indipendentemente dalla minima rappresentanza nazionale.

– I seggi uninominali sono infatti attribuiti al partito di maggioranza relativa. Un partito uniformemente distribuito sul territorio nazionale con una proiezione media del 40% potrebbe conquistarsi anche tutti i 232 collegi per la camera ed i 116 seggi per il senato, più ovviamente gli altri seggi attribuiti con la quota proporzionale.

– I partiti sotto la proiezione del 25% – 20% corrono il serio rischio di non riuscire a prendere nemmeno un deputato o senatore nei collegi uninominali.

* * * * * * *

Diamo ora uno sguardo agli ultimi sondaggi elettorali, che confermano peraltro un trend in essere dal 24 maggio.

– Il Governo (64%), il Premier Conte (67%), il Ministro Salvini (57%) ed il Ministro Di Maio (52%) godono della fiducia della maggioranza assoluta degli Elettori.

– Mentre il Movimento 5 Stelle è praticamente costante nelle intenzioni di voto, la Lega è salita dal 17.4% all’attuale 33.4%.

– Il partito democratico è sostanzialmente stabile, pur evidenziando un trend decrescente: si attesta attorno al 17% , mentre i partiti minori della sinistra, Leu e +Europa sembrerebbero destinati alla scomparsa. Con questa rappresentanza percentuale, il pd sarebbe tagliato fuori dalla stragrande maggioranza dei collegi elettorali.

* * *

In questa situazione si prospetterebbero molte possibilità di azione, ciascuna con i suoi pro e con i suoi contro.

– Il Governo potrebbe riformare la legge elettorale.

Potrebbe innalzare la soglia di sbarramento al 10% e portare al 60% il numero dei seggi attribuibili in collegi con un sistema maggioritario a turno unico. Ne risulterebbe che Lega e M5S avrebbero il duopolio di camera e senato.

– Se poi Lega e M5S formassero un’unica lista civica, con una percentuale attesa di voti validi superiore al 55% otterrebbero sia alla camera sia al senato una maggioranza di seggi superiore ai due terzi.

* * *

Per comprendere l’esatta portata di opzioni del genere, ci si ricordi il dettame dell’art 138 della costituzione.

«SEZIONE II. – Revisione della Costituzione. Leggi costituzionali.

Art. 138.

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.

Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non e` promulgata se non e` approvata dalla maggioranza dei voti validi.

Non si fa luogo a referendum se la legge e` stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.»

* * *

La possibilità concreta di riformare la costituzione rendendola democratica è a portata di mano. Così come la possibilità concreta di far sparire il pd da camera e senato è possibilità altrettanto reale.

Comprendendo questo punto nodale, ci si mette in grado di capire anche molti degli attuali comportamenti del nostro Governo, nonché l’ira furibonda degli attuali eurocrati.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Trentino Alto Adige. Il 21 ottobre si vota.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-09-27.

Regione Trentino Alto Adige

Ci si è già occupati in dettaglio delle prossime elezioni regionali in Trentino Alto Adige.

Elezioni Regionali 2018. Trentino Alto Adige.

Nel valutare i dati previsionali si tenga conto sia della peculiarità della situazione locoregionale, con un Alto Adige a lingua tedesca e fortemente coeso sulle proprie tradizioni, sia del retaggio storico del Trentino, fiero della sua autonomia ma simultaneamente conscio di quando i propri destini dipendano dall’appartenere allo stato nazionale italiano.

Un altro elemento di non trascurabile importanza consta nel fatto che il Trentino è sempre stato punto focale di quanti sia dichiaravano sia cattolici sia comunisti: se li si volesse etichettare, cattocomunisti, ma il termine non esprime appieno le peculiarità trentine. Questo elemento ha sempre condizionato le alleanze politiche.

Infine, se da un lato si è contenti di poter evidenziare come la regione Trentino Alto Adige abbia sempre saputo eleggere una classe politica efficiente e, tutto sommato, onesta, dall’altro lato vive la ambivalente tendenza tra una vocazione manifatturiera industriale e quella turistica. Non sono tendenze contrastanti, ma potenzialmente conflittuali certamente.

*

Nella provincia autonoma di Trento nel 2013 la lista Centrosinistra autonomista conseguì il 58.12% dei suffragi (23/35 seggi), mentre la coalizione Fare per fermare il Declino prese il 19.28% dei voti (7/35 seggi).

Il partito democratico aveva conseguito il 22.07% (9 seggi), Lega il 6.22% (1 seggio) M5S il 5.84% (1 seggio).

Alle elezioni politiche del 4 marzo il partito democratico aveva conseguito il 14.66%, la Svp il 25.09%, Lega il 19.57% e forza Italia il 7.17%.

Secondo gli ultimi sondaggi la Svp si attesterebbe attorno al 40%, mentre per il pd si stimerebbe un 4%  – 5%. La Lega dovrebbe poter ottenere un qualcosa sopra il 30%.

Stando ai risultati numerici, la Regione potrebbe virare verso una gestione di centrodestra.

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Sembrerebbero essere dati da leggersi con sano buon senso.

L’unica cosa che sembrerebbe essere certa sarebbe una svolta che abbandoni i vecchi schieramenti.


Money. 2018-09-20. Elezioni regionali Trentino Alto Adige 2018, quando si vota? Data, candidati e sondaggi

Si torna al voto per la doppia elezione dei consigli provinciali di Trento e Bolzano: ecco la data, i candidati e i sondaggi relativi alla consultazione.

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Si terranno domenica 21 ottobre 2018, dalle ore 07 alle 21, le elezioni regionali in Trentino Alto Adige, momento in cui le due province autonome di Trento e Bolzano andranno a eleggere i propri consigli provinciali che poi andranno a formare quello regionale.

Si tratterà quindi di due voti distinti con sistemi elettorali e candidati differenti. Lo spoglio a differenza delle elezioni regionali precedenti in Trentino Alto Adige inizieranno subito dopo la chiusura delle urne, con i risultati che quindi saranno ufficializzati entro poche ore.

Sistema di voto e candidati a Bolzano

Come detto gli abitanti delle province di Trento e Bolzano eleggeranno in maniera autonoma i propri consigli provinciali, con quello regionale che poi sarà formato dall’insieme dei 70 consiglieri eletti nelle due province autonome.

In Alto Adige il Presidente della Provincia non viene eletto in maniera diretta dai cittadini, ma è nominato poi dai consiglieri eletti. Gli elettori possono votare tra le varie liste di partito indicando quattro candidati al loro interno.

In totale in questo voto del 21 ottobre saranno 14 le liste presenti.

Team Köllensperger

Süd-Tiroler Freiheit

Die Freiheitlichen

Bürgerunion für Südtirol

Forza Italia

SVP Südtiroler Volkspartei

Noi Alto Adige Südtirol

Verdi – Grüne – Verc

Vereinte Linke Sinistra unita

L’Alto Adige nel cuore Fratelli d’Italia uniti

Lega Nord

PD Partito Democratico – Demokratische Partei

Casapound Italia

MoVimento 5 Stelle

Alle elezioni provinciali del 2013 ci fu una nettissima vittoria del partito Südtiroler Volkspartei, come avviene praticamente da sempre, con il proprio candidato Arno Kompatscher che ha ottenuto il 45,7% dei voti ottenendo così 17 consiglieri su 35.

SVP quindi è pronto a recitare ancora il ruolo da protagonista, mentre sempre tra i partiti locali ci saranno gli indipendentisti di Die Freiheitlichen del presidente Andreas Leiter Reber che cinque anni fa presero il 17,9% ottenendo così 6 consiglieri.

I Verdi invece, 8,7% e 3 consiglieri eletti nel 2013, hanno deciso di puntare sul veterinario Peter Gasser, mentre la sinistra si è unita nella lista Vereinte Linke Sinistra Unita con capolista il comunale di Sinistra Ecosociale a Merano David Augscheller

Il Movimento 5 Stelle ha già scelto quello che sarà il proprio capolista: si tratta di Diego Nicolini, che con un solo voto in più è riuscito a superare alle regionarie dei pentastellati l’altro candidato Josef Pedevilla.

Nel centrodestra invece la Lega sembrerebbe pronta a correre per conto proprio assieme a Fratelli d’Italia e alla lista Alto Adige nel Cuore, con Forza Italia che quindi a questo punto potrebbe presentarsi da sola.

In solitaria sarà la corsa anche della lista del Partito Democratico, mentre a destra ci sarà il partito indipendentista Süd-Tiroler Freiheit che nel 2013 riuscì ad arrivare al 7,2% dei voti eleggendo così tre consiglieri.

Sistema di voto e candidati a Trento

Nella provincia di Trento invece il sistema elettorale è diverso da quanto avviene a Bolzano. Il Presidente della Provincia infatti viene eletto in maniera diretta con la possibilità per le liste di unirsi in coalizioni.

Ogni elettore può votare un singolo partito collegato ad un candidato presidente, indicando la preferenza per massimo tre consiglieri. Per garantire la governabilità, il più votato potrà contare su un premio di maggioranza pari a 18 seggi su 35 mentre, nel caso arrivi a ottenere almeno il 40% dei voti, il premio sarà di 21 seggi su 35. C’è da ricordare poi che un seggio è riservato alla minoranza ladina.

Nel 2013 la coalizione di centrosinistra ottenne un autentico plebiscito, con il candidato Ugo Rossi che ottenne il 58,12% dei voti. A sostenerlo c’erano il Partito Democratico, il Partito Autonomista Trentino Tirolese, Unione per il Trentino con Dellai, Verdi, Italia dei Valori, Unione Autonomista Ladina e Riformisti per l’Autonomia.

Dopo cinque anni era tornato in ballo una possibile candidatura bis per Ugo Rossi, ma il Partito Democratico ha bocciato questa ipotesi: i dem si presenteranno al voto con Unione per il Trentino e Futura 2018, candidando l’ex senatore Giorgio Tonini.

Una spaccatura che ha portato il Partito Autonomista Trentino Tirolese (che nel 2013 ha preso il 17,55%) ad avvicinarsi alla Lega, ma alla fine il PATT correrà da solo con Ugo Rossi come candidato.

Anche Liberi e Uguali si è staccato dal Partito Democratico, candidando Antonella Valer e trovando l’appoggio della lista L’Altro Trentino a Sinistra formata candidati provenienti da Rifondazione, Potere al Popolo e società civile.

Unito invece il centrodestra nella candidatura del leghista Maurizio Fugatti: oltre alla Lega, la coalizione sarà composta anche da Forza Italia, Fratelli d’Italia, UdC-Centro Popolare, Progetto Trentino, Agire, Civica Trentina, Associazione Fassa e Autonomisti Popolari.

Anche a Trento ha scelto il proprio candidato il Movimento 5 Stelle: con il quasi 91% dei voti delle regionarie è stato di nuovo scelto Filippo Degasperi, già candidato presidente nel 2013 quando i pentastellati presero il 5,72% eleggendo così due consiglieri.

Infine ci sarà in solitaria anche CasaPound, che quindi non ha risposto al richiamo di far fronte comune con il centrodestra presentando come candidato il giovane Filippo Castaldini di 26 anni.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Italia. Sondaggio elettorale. Consenso al Governo salito dal 50% al 62%.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-09-17.

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Demopolis ha rilasciato il suo ultimo sondaggio elettorale

Il peso dei partiti e il giudizio degli italiani sul Governo M5S-Lega

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L’Elettorato si conferma sempre più mobile: adesso sta privilegiando i partiti di Governo, ma nulla vieta di pensare che in futuro potrebbe anche verificarsi un opposto trend.

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Tre cose sarebbero interessanti da essere notate.

La prima, il consenso popolare a questo Governo è in continua crescita, essendo salito dal 50% del 4 marzo all’attuale 58%. È uno spostamento significativo, e corrobora l’operato del Governo.

La seconda, essendo il pd sceso al 17%, se oggi si andasse a votare con questa propensione al voto, il pd non otterrebbe che una trentina di deputati, essendo in grado di conquistare solo due collegi in tutta Italia. Questo dato diventa utile per valutare il peso da dare alle esternazioni dei suoi dirigenti: più ne fanno e più l’Elettorato li abbandona.

La terza, sempre se si fosse votato oggi per l’europarlamento, il partito democratico avrebbe conquistato 11 eurodeputati, contro i 29 attuali.

Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo

Italia. Sondaggio. Astensionismo e Giovani.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-12.

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L’Istituto Demopolis è uscito con i risultati di un sondaggio davvero interessante, perché si occupa sia dei risultati elettorali sia del fenomeno dell’astensionismo, dei giovani e dell’Unione Europea.

Sintesi dei risultati.

– Centro destra: 37.2%, M5S: 28.3%, Centro sinistra 27.5%, Liberi Uguali: 5.8%.

– Il Partito Democratico, con il 22.8%, potrebbe uscire severamente ridimensionato causa il voto nei collegi.

– 17 milioni di italiani potrebbe astenersi e di questi 13 milioni sicuramente si asterranno.

– 4 milioni sono al momento ‘indecisi‘.

– il 47% dei giovani, sotto i 25 anni, si asterrà dal voto: «crede che la politica non sia in grado di incidere sulla vita e sul futuro dei giovani nel nostro Paese».

– Le promesse elettorali sono solo parole (34%),  sono difficilmente realizzabili (41%), sono proposte concrete (25%).

– Solo il 24% degli italiani è a favore dell’Unione Europea, ma solo il 22% riterrebbe utile lasciarla.

– Posti di lavoro (81%) e gestione dei flussi migratori (80%) sono i temi maggiormente sentiti.

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Questi dati imporrebbero una approfondita riflessione sia ai politici sia ai cittadini.

L’Italia è un paese fortemente invecchiato, tutto teso a mantenere i privilegi degli anziani: questi però, almeno al momento, votano.

I partiti politici hanno presentato facce vecchie e le poche nuove parlano da vecchie, dicendo cose desuete. Hanno proposto come soluzioni manovre ripetutamente fallite e visibilmente impossibili da attuarsi.

Europa. Italia. Condanna a morte passata in giudicato.

Non avendo generato prole, gli anziani si ritrovano soli e spesso abbandonati nei nosocomi e nei gerontocomi. Il loro numero aumenta ogni giorno che passa. Assorbono larga parte delle risorse disponibili e precludono il lavoro ai pochi giovani rimasti. Ma, soprattutto, non essendo assistiti dai relativi familiari che non hanno, necessitano di una costosa assistenza da parte di terzi, stipendiati.

Però, come già detto, votano, ed i partiti parlano suadenti alle loro orecchie.

I giovani non trovano lavoro e, quando lo trovano, è quasi invariabilmente remunerato ai limiti della sussistenza.

È del tutto naturale che rigettino in toto il sistema e non si curino di andare a votare: il loro voto sarebbe ininfluente: qualsiasi voto dessero continuerebbero sempre ad essere dei paria, novelli meteci.

Del tutto naturale che non vi sia fiducia alcuna in quello che promettono i partiti.

Italia. Partiti promettono ciò che non hanno. Il macigno del debito.

Senza un drastico cambio strutturale del sistema andare a votare sarà perfettamente inutile. Ecco la reale motivazione inespressa degli astenuti, che oramai formano il vero partito di maggioranza.

* * * * * * *

Una considerazione, esposta per ultima ma non certo ultima per importanza.

È nella natura umana l’illudersi che il futuro sia simile al presente: risponde in campo umano al principio fisico di inerzia. Poi intervengono fatti destabilizzanti, e tutto il sistema deve tendere ad un nuovo equilibrio, ben differente dal passato.

Al momento la portata della crisi demografica è capita e percepita da pochi nella sua gravità: la gente al massimo si illude che tutto prosegua come prima a popolazione ridotta. Mentono a sé stessi.

Ma non è questo l’aspetto importante. Il discrimine è il rapporto anziani / giovani.

È, ed ogni giorno che passa sarà sempre peggio, l’aumento del rapporto anziani / giovani quello che caratterizzerà il futuro prossimo. I vecchi non avranno persone valide che li possano accudire. Né è da tutti il potersi permettere un gerontocomio oppure una badante, ossia un onere suppletivo di grosso modo 2,000 euro al mese, oltre le restanti spese.

La grande massa resterà sola: abbandonata. Ma continuerà a votare, sempre che non intervengano probabilissimi fatti nuovi. Tutte le sopportazioni hanno dei limiti.

E poi, per quale motivo i giovani dovrebbe prodigarsi ad accudire dei vecchi che nulla fecero per loro? Per quale motivo dovrebbe andare a votare per perpetuare questo stato di cose che li condanna a morte di inedia?

*

Quando il giovane avvocato Robespierre, neodeputato all’Assemblea Nazionale, propose si decapitare tutti i nobili fu sonoramente fischiato. Ma tre anni dopo in Francia erano restati ben pochi nobili.

Mai come di questi tempi risulta essere valido il monito:

«vecchi, non portate i giovani all’ira»


Demopolis. 2018-02-11. Verso le Elezioni del 4 marzo 2018: il peso dei partiti a 3 settimane dal voto

A poco più di 3 settimane dal voto, il Movimento 5 Stelle si conferma, con il 28,3%, primo partito, in vantaggio sul Partito Democratico, attestato al 22,8%. Se si votasse oggi per la Camera, Forza Italia avrebbe il 16,3%, la Lega il 14%. Liberi e Uguali si attesta al 5,8%; Fratelli d’Italia al 4,7%. Sotto la soglia del 3% resterebbero le altre liste. Sono i dati del Barometro Politico dell’Istituto Demopolis, diretto da Pietro Vento.

Con la nuova legge elettorale torna rilevante, per l’assegnazione dei seggi nella quota uninominale, la forza delle coalizioni. Secondo l’analisi dell’Istituto Demopolis, l’area di Centro Destra otterrebbe nel complesso il 37,2%; il Movimento 5 Stelle il 28,3%. La coalizione di Centro Sinistra, costituita dal PD e dagli alleati minori, avrebbe oggi il 27,5.

Con le attuali stime di voto anche la coalizione più forte resterebbe per il momento al di sotto della maggioranza assoluta di 316 seggi a Montecitorio.

Astensione in crescita

La più recente indagine dell’Istituto Demopolis conferma una crescente disaffezione al voto degli italiani. L’astensione, che potrebbe comunque ridursi nelle ultime settimane, colpisce indistintamente tutti gli schieramenti politici, soprattutto nelle regioni centrali e nel Sud del Paese.

Se si votasse oggi, circa 17 milioni di italiani potrebbero non votare alle Politiche: il numero più significativo di essi, 13 milioni, è assolutamente determinato a non recarsi alle urne; oltre 4 milioni di elettori fanno parte invece di quel segmento che lo studio dell’Istituto Demopolis definisce “astensione revocabile”. Sono milioni di elettori che potrebbero ancora cambiare idea e recarsi alle urne il 4 marzo.

“Si tratta – spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento – di un target molto importante per i partiti e spesso determinante per l’esito della campagna elettorale, costituito da cittadini oggi del tutto indecisi anche sulla scelta di voto”.

Particolarmente significativo appare il dato sull’astensione tra i più giovani. I dati che emergono dall’indagine Demopolis confermano le preoccupazioni espresse dal Capo dello Stato Sergio Mattarella. Il 47%, quasi 1 giovane su 2, tra quanti hanno meno di 25 anni, appare deciso a non votare alle prossime Elezioni Politiche. La maggioranza assoluta degli intervistati crede che la politica non sia in grado di incidere sulla vita e sul futuro dei giovani nel nostro Paese.

Le promesse elettorali nella percezione dell’opinione pubblica

Nelle ultime settimane si sono moltiplicate le promesse e gli annunci da parte dei diversi leader politici impegnati nella campagna elettorale in vista del voto del 4 marzo. Il sondaggio, condotto dall’Istituto Demopolis, rivela un diffuso scetticismo in ampi segmenti dell’opinione pubblica.

Un quarto degli italiani le ritiene proposte concrete e fattibili di Governo; il 34% le considera solo promesse elettorali, finalizzate ad incrementare il consenso. Per il 41%, la maggioranza relativa dei cittadini, si tratta invece di annunci interessanti e condivisibili, ma difficilmente realizzabili: dall’aumento delle pensioni minime all’eliminazione del bollo auto, dal reddito di cittadinanza alla Flat tax, dall’abrogazione della Legge Fornero all’introduzione del salario minimo legale.

Sui temi più rilevanti al centro del dibattito politico negli ultimi giorni i cittadini sembrano avere le idee chiare: ammettono di condividere ampia parte delle proposte, riconoscendo però, nel contempo, la loro difficile sostenibilità economica.

Gli italiani e l’Europa

Il nostro Paese ha smesso da tempo di primeggiare per europeismo: poco più di un terzo dei cittadini afferma oggi di avere fiducia nell’Unione Europea. La fiducia – secondo il trend rilevato dall’Istituto Demopolis – si riduce dal 52% del 2006 al 28% del 2016, l’anno della Brexit e dell’elezione di Trump. Per attestarsi oggi, in ripresa, al 34%.

E se si votasse in Italia per un Referendum consultivo sull’UE, analogo a quello del 2016 nel Regno Unito? La risposta è netta: il 73% voterebbe per restare nell’Unione. L’attuale Europa piace poco, ma i cittadini riterrebbero rischioso uscirne, nella convinzione che l’Italia, fuori dall’Unione, sarebbe troppo debole per poter competere da sola sugli scenari mondiali.

L’Istituto Demopolis ha chiesto su quali temi l’Europa dovrebbe impegnarsi con maggiore incisività nell’immediato futuro. L’81% pone al primo posto l’occupazione, auspicando adeguati investimenti per la creazione di posti di lavoro. Al secondo posto, all’80%, la richiesta di una differente gestione da parte di tutti i Paesi membri, dei flussi migratori. Il 53%, infine, sottolinea il problema delle disuguaglianze sociali, cresciute nel nostro Paese in modo significativo negli anni della crisi.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Italia. Ixè. Ultimo sondaggio elettorale. Camera e Senato.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-12-08.

2017-12-04__Ixé__Camera__001

L’Istituto di sondaggi elettorali Ixé ha rilasciato la simulazione di voto con la nuova legge elettorale.

«Per simulare l’effetto della nuova legge elettorale abbiamo utilizzato il nostro ultimo sondaggio, pubblicato la scorsa settimana, e abbiamo proiettato le variazioni registrate a livello nazionale, rispetto alle precedenti politiche, sui singoli collegi.»

2017-12-04__Ixé__Senato__002

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Al momento attuale sembrerebbe essere preferibile non commentare questo risultato.

Alcune considerazione generali sembrerebbero però utili.

Come tutta l’Europa, anche l’Italia sembrerebbe avviarsi ad un periodo di instabilità politica caratterizzato dalla presenza di forze opposte ed inconciliabili tra di loro, nessuna delle quali riesce però ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi.

In questa situazione emergono i limiti dei sistemi elettorali proporzionali: non consentono la formazione di un governo legalmente stabile. Volenti o nolenti, pena il chaos, si dovrebbe rivalutare il sistema che assegna il governo al partito o alla coalizione di maggioranza relativa, quale per esempio il sistema elettorale francese per l’Assemblea Nazionale.