Pubblicato in: Demografia, Unione Europea

Italia. Il suicidio dei quarantenni. Non vedranno mai la pensione.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-13.

2019-08-09__Italia_Dempgrafia__001

Il problema demografico è stato drammaticamente sottovalutato in passato per motivi ideologici.

Ma adesso inizia a far sentire il suo peso stritolante.

Se ci sarebbero moltissime argomentazioni da produrre, qui si vorrebbe ricordare un solo fatto, che dovrebbe dare molto da pensare.

Il sistema pensionistico italiano si basa sul distribuire sotto forma di pensione e/o sussidio agli aventi diritto del denaro raccolto dai contributi versati da quanti lavorino regolarmente.

Dovrebbe essere ben chiaro come il bilancio dell’Inps dipenda sia dal numero dei lavoratori che versano contributi, sia dall’entità dei contributi medesimi. Diminuendo la numerosità della fascia di persone al lavoro, diminuiscono le entrate dell’Inps: lo stato cerca di ripianare il deficit, ma non è detto che possa far ciò in eterno.

Non solo.

La disoccupazione giovanile sfiora il trenta per cento e, quasi di norma, il lavoro dei nuovi assunti è remunerato ben poco.

1,500 euro al mese sono già uno stipendio a tutt’oggi decisamente buono. Ma questo lavoratore versa in termini mediani 200 euro al mese di contributi. Servono quindi almeno cinque lavoratori per generare il cash per poter pagare una pensione di 1,000 al mese. Ma con una popolazione attuale sotto i cinque anni di 3,047,000 giovani, tra venti anni ci sarà circa un lavoratore per ogni pensionato. Ma questo lavoratore non potrà certo versare 1,000 euro al mese di contributi.

Di conseguenza, la possibilità che l’Inps cessi l’erogazione delle pensioni più che una probabilità è una certezza.

Gli attuali quarantenni hanno deciso di non proliferare, ma senza aver fatto figli sarà del tutto utopistico che tra venti anni se ne possano andare in pensione: non ci saranno i numeri per poterli mantenere.

* * *

Sia ben chiaro che nessuno intende negare il suicidio a quanti lo desiderino, ma questa modalità sarà davvero tormentosa per loro e per tutta l’Italia.

Nota.

Irlanda 8,3, Islanda 7,7, Gran Bretagna 7,3, Svezia 7,2, Francia 7, Albania 6,9, Belgio 6,7, Cipro 6,6, Estonia 6,5, Lussemburgo 6,5, Lettonia 6,4, Slovacchia 6,4, Lituania 6,3, Rep. Ceca 6,3, Danimarca 6,3, Finlandia 6,3, Olanda 6,2, Slovenia 6,2, Media Ue 6,1, Svizzera 6,1, Polonia 6, Romania 5,9, Malta 5,9, Austria 5,8, Spagna 5,6, Bulgaria 5,6, Croazia 5,6, Ungheria 5,6, Grecia 5,4, Portogallo 5,1, Italia 5.


I bambini con meno di 5 anni sono solo il 5%

Ultimi in Europa. Sono 3 milioni e 47mila. E i centenari sono destinati ad aumentare

Il dato è noto: l’Italia è il Paese europeo più vecchio con Genova che ha la palma di città più vecchia d’Europa. Ma fa impressione guardare i dati.

Quanti bambini sotto i 5 anni

Quelli del grafico sopra mostra la percentuale sul totale della popolazione dei bambini che hanno meno di 5 anni. Per trovare l’Italia bisogna scorrere con lo sguardo fino all’estremità destra del grafico: ultimi con appena il 5% di bambini sotto i 5 anni rispetto alla popolazione residente.

Male anche se si considerano le cifre in valore assoluto: i bambini italiani con un’età inferiore ai 5 anni sono 3 milioni e 47mila. Tra i grandi Paesi europei superiamo la Spagna ma restiamo dietro alla Francia, per esempio, che ha più o meno la stessa popolazione residente dell’Italia; la Francia ha 4,7 milioni di bambini, la Germania (che ha più residenti di noi, però) ne ha 4,4 e la Gran Bretagna ne ha 4,8.

I centenari aumenteranno

Con il 5% di popolazione residente con meno di 5 anni l’Italia è battuta da Paesi dove la natalità è tradizionalmente molto bassa, tra i quali la stessa Germania, dove la percentuale sale al 5,4%. Ma per dare un’idea del problema, occorre citare anche i dati delle persone molto anziane che vivono in Italia: i centenari. Attualmente i centenari italiani sono “solo” 15mila, ma sono destinati a salire in maniera rapidissima quando diventeranno centenari le persone che sono nate dopo la prima guerra mondiale. Quelli attuali, infatti, sono quelli che sono nati durante il conflitto, un periodo durante il quale la natalità è stata particolarmente bassa. Il combinato disposto di: pochi bambini e anziani destinati a crescere è alla base della bomba demografica che scoppierà nei prossimi anni.

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Polonia. Dal 2020 il sistema pensionistico emulerà il 401(k) americano.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-19.

Gruzzolo 001

È lo stesso Governo Americano a spiegare in cosa consista il sistema pensionistico 401(k).

«The Employee Retirement Income Security Act (ERISA) covers two types of retirement plans: defined benefit plans and defined contribution plans.

A defined benefit plan promises a specified monthly benefit at retirement. The plan may state this promised benefit as an exact dollar amount, such as $100 per month at retirement. Or, more commonly, it may calculate a benefit through a plan formula that considers such factors as salary and service – for example, 1 percent of average salary for the last 5 years of employment for every year of service with an employer. The benefits in most traditional defined benefit plans are protected, within certain limitations, by federal insurance provided through the Pension Benefit Guaranty Corporation (PBGC).

A defined contribution plan, on the other hand, does not promise a specific amount of benefits at retirement. In these plans, the employee or the employer (or both) contribute to the employee’s individual account under the plan, sometimes at a set rate, such as 5 percent of earnings annually. These contributions generally are invested on the employee’s behalf. The employee will ultimately receive the balance in their account, which is based on contributions plus or minus investment gains or losses. The value of the account will fluctuate due to the changes in the value of the investments. Examples of defined contribution plans include 401(k) plans, 403(b) plans, employee stock ownership plans, and profit-sharing plans. ….

A Profit Sharing Plan or Stock Bonus Plan is a defined contribution plan under which the plan may provide, or the employer may determine, annually, how much will be contributed to the plan (out of profits or otherwise). The plan contains a formula for allocating to each participant a portion of each annual contribution. A profit sharing plan or stock bonus plan may include a 401(k) plan.

A 401(k) Plan is a defined contribution plan that is a cash or deferred arrangement. Employees can elect to defer receiving a portion of their salary which is instead contributed on their behalf, before taxes, to the 401(k) plan. Sometimes the employer may match these contributions. There is a dollar limit on the amount an employee may elect to defer each year. An employer must advise employees of any limits that may apply. Employees who participate in 401(k) plans assume responsibility for their retirement income by contributing part of their salary and, in many instances, by directing their own investments. ….»

*

«A 401(k) is a feature of a qualified profit-sharing plan that allows employees to contribute a portion of their wages to individual accounts.

– Elective salary deferrals are excluded from the employee’s taxable income (except for designated Roth deferrals).

– Employers can contribute to employees’ accounts.

– Distributions, including earnings, are includible in taxable income at retirement (except for qualified distributions of designated Roth accounts).» [irs.gov/retirement-plans]

*

«The biggest difference between a 401(k) plan and a traditional pension plan is the distinction between a defined benefit plan and a defined contribution plan. Defined benefit plans, such as pensions, guarantee a given amount of monthly income in retirement and place the investment and longevity risk on the plan provider. Defined contribution plans, such as 401(k)s, place the investment and longevity risk on individual employees, asking them to choose their own retirement investments with no guaranteed minimum or maximum benefits. Employees assume the risk of both not investing well and outliving their savings.»

* * * * * * *

Il piano 401(k) consente versamenti contributivi fino a 19,000 dollari l’anno, mentre i piani 403(b), 457(b) e 401(a) consentono di poter aggiungere 55,000 dollari ogni anno. Queste limitazioni trovano la loro ragion d’essere nel fatto che sono esenti da imposizioni fiscali.

Un lavoratore rimasto in servizio per 40 anni consecutivi, con il piano 401(k) potrebbe aver versato 760,000 dollari. mentre con un altro piano più sostanzioso potrebbe arrivare ad un versato contributivo di 2,960,000 dollari. A queste cifre si devono aggiungere le plusvalenze, se maturate, oppure dedurne le minusvalenze.

Ma tranne periodi relativamente brevi, usualmente gli investimenti fatti salgono di valore e generano anche interessi.

Chiariamo immediatamente che, a differenza del sistema pensionistico italiano (europeo in senso lato) contributi versati e plusvalenze accumulate sono disponibili in un ‘monte titoli‘ nominativo del lavoratore, e non sono utilizzati per pagare le pensioni in essere.

Lo stato interviene solo ed unicamente nel caso che i versamenti siano stati minimali, ma non ci si aspetti gran ché.

*

«Poland will dismantle part of its pension system by transferring all 162 billion zloty ($43 billion) of assets managed by privately-owned pension funds to individual pension accounts».

È lo smantellamento storico di quello che fu uno dei pilastri della dottrina socialista.

Nota.

In realtà i piani pensionistici americani sono quanto mai variegati. Qui abbiamo solo cercato di rendere l’idea.


Bloomberg. 2019-04-15. Poland to Move $43 Billion of Pension Assets to Private Accounts

Poland will dismantle part of its pension system by transferring all 162 billion zloty ($43 billion) of assets managed by privately-owned pension funds to individual pension accounts.

State-owned social security fund will pick up a one-time 15 percent fee in the process, Prime Minister Mateusz Morawiecki said when unveiling the plan in Warsaw. The transfer of assets from the old system, known as OFE, may take effect at the beginning of 2020, Bloomberg reported earlier on Monday.

The decision comes before the roll-out of a new voluntary, employer-provided pension program emulating the U.S. defined-contribution 401(k) system. Warsaw’s benchmark WIG20 Index fell 0.4 percent after the announcement.

Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Italia. Generazione Y (18-32). La nuova carne da cannone, da macello.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-10.

2019-04-09__Millennials__001

In Italia la così detta Generazione Y, ossia di età compresa tra i 18 ed i 32 anni, assomma a circa otto milioni di persone.

Il Centro Studi dell’Associazione Civita in collaborazione con Baba Consulting ne fornisce queste caratteristiche:

– vive ancora in famiglia (76%),

– è single (93%)

– non ha figli (96%)

– il 41% ha una laurea o un titolo post laurea (in prevalenza scientifico)

– il 14% del campione lavora

– 4 Millennials su 10 sono occupati a tempo pieno

– mentre 6 su 10 sono studenti.

* * * * * * *

Questi dati si presterebbero a molte argomentazioni.

Italia. Università. Fabbrica disoccupati e sottoccupati. I numeri ufficiali.

Italia. Questione Meridionale. Al sud la gente in miseria è più del 30%.

Italia. Il calo demografico bloccherà, tra l’altro, il sistema pensionistico.

*

Il dato che maggiormente salta agli occhi consiste nel fatto che solo il 14% del campione lavora: se il 76% vive ancora in famiglia ciò è dovuto al semplice fatto che i genitori continuano a mantenerli.

Ma i genitori, ed i loro redditi lavorativi e/o pensionistici, non sono eterni: è nella logica naturale che in un futuro più o meno prossimo decedano, lasciando l’attuale Generazione Y senza fonte di sostentamento.

Più gli anni passano e meno probabile diventa l’immissione nel mondo del lavoro, se non in condizioni dequalificate.

Tuttavia l’aspetto peggiore è costituito dal fatto che, ragionando in termini medi, questa Generazione Y non versa contributi pensionistici per il semplice motivo che non lavora. Ma il tempo passa impietoso ed il sistema pensionistico è oramai quasi completamente transitato al sistema contributivo: le pensioni sono commensurate ai versamenti effettuati. Nessun versamento, nessuna pensione.

Si delinea quindi all’orizzonte una nuova catastrofe: tra circa trenta anni vi saranno milioni e milioni di persone che non avranno i contributi per garantirsi una pensione che permetta loro almeno di sopravvivere.

Nessuno ha la sfera di cristallo e nessuno intenda fare il negromante: nessuno può prevedere il futuro. Tuttavia queste considerazione sembrerebbero essere non lontane dal vero.

Se è vero che tra molti millennials circola l’idea di risolvere il problema pensionistico attuale tramite l’eutanasia, sarebbe altrettanto vero che tra una trentina di anni questo trattamento sarà richiesto per l’attuale Generazione Y.

* * * * * * *

Emerge così nella sua imponenza il problema lavorativo.

Scopo di un governo dovrebbe essere quello di generare un ambiente idoneo alla generazione di posti di lavoro. Tutto il resto ha ben poca rilevanza.


Ansa. 2019-04-06. Generazione Z e Y, come sono i nuovi Millennials

Internazionali e precari, tra consumi e progettualità, la fotografia nel rapporto Civita.

*

Internazionali, ma precari. Appassionati di film, serie tv e musica, ma spesso frenati dai costi. Non si riconoscono in classi generazionali, ma piuttosto, dicono ”sono ciò che faccio”. È la fotografia dei ragazzi delle Generazioni Y (18-32) e Z (15-17), ovvero i nati fra il 1986 ed il 2003, che oggi si trovano ad affrontare scelte chiave della loro vita, come l’uscita dalla famiglia di origine o il passaggio dallo studio al mondo del lavoro. A raccontarli è ”Millennials e Cultura nell’era digitale. Consumi e progettualità culturale tra presente e futuro” (ed.  Marsilio), XI Rapporto condotto dal Centro Studi dell’Associazione Civita in collaborazione con Baba Consulting.

    Ma chi sono questi ragazzi? La maggior parte, racconta l’indagine, vive ancora in famiglia (76%), è single (93%) e non ha figli (96%). Il 41% ha una laurea o un titolo post laurea (in prevalenza scientifico), il 14% del campione lavora (oltre 4 Millennials su 10 sono occupati a tempo pieno), mentre 6 su 10 sono studenti. Si descrivono tutti con una certa propensione all’internazionalità, i Millennials ”ambiziosi” ma minati dalla ”precarietà”, i giovanissimi della Gen Z ”curiosi” e ”felici”. La loro socialità tende a polarizzarsi nell’ambito ristretto della famiglia, degli amici e delle relazioni amorose (pilastri sicuri ed inattaccabili in stretta connessione con la tradizione, cui il concetto di Cultura si associa fortemente), con disinteresse e disaffezione per le istanze sociali e collettive.

    Rispetto al vivere la Cultura, l’indagine li suddivide in quattro cluster: Custodi (Millennials, 25-32 anni di genere femminile) con una visione di stampo conservativo-tradizionalista; Artefici (15-17 anni di genere maschile), che vivono la Cultura come un’esplorazione di proposte originali; Cercatori (in prevalenza di genere femminile e nel Mezzogiorno), che la vedono come potenziale leva di crescita; e Funamboli (più istruiti, ubicati al Nord Ovest e dediti al lavoro) che la percepiscono come complesso di conoscenze aperto e dinamico, fra tutela della tradizione e sperimentazione.

    La buona notizia è che per la maggioranza dei ragazzi la Cultura fa parte della propria sfera di esperienza, è vicina al proprio mondo. Un corredo di conoscenze che per lo più si eredita dai genitori (63%). In termini di vissuto, metà del campione ama frequentare cinema, teatri, musei, concerti, letture, anche per arricchire personalità, social reputation e crescere professionalmente. Ma 5 su 10 dichiarano di non fruire appieno dell’offerta della propria città, sia per scarsa conoscenza che per disinteresse. Ruolo chiave nella formazione culturale, dicono, dovrebbero averlo scuola e università (70%), media e internet (50%), famiglia (48%), istituzioni (44%), queste ultime sentite distanti, in particolare dalla Gen Z. Oltre 6 su 10 prediligono web e social network, seguiti dal passaparola (33%), in linea con l’attuale pratica dello sharing.
    Quanto ai consumi, la fanno da padrone film, web series e musica: per la Gen Z come momento di condivisione con gli amici attraverso gruppi e communities, mentre la Gen Y preferisce un consumo privato. Tutti in prevalenza su piattaforme di streaming online (Spotify e Youtube per la musica e Netflix per film e serie), con la tv ”tradizionale” all’angolo e cinema troppo costoso.

    Sul fronte della produzione partecipano tra il 33% e il 14%), protagonisti sono per lo più giovani della Gen Z, impegnati in ambiti quali fotografia, produzione audiovisiva e danza. Anche qui il costo è la barriera maggiore (39%), seguito dalla mancanza di luoghi idonei (36%), persone con cui condividere e co-produrre (33%) e supporto informativo (26%). Il web, specie per i più giovani, è la fonte di ispirazione e supporto privilegiata, mentre lo strumento per la condivisione delle proprie opere è Instagram, seguito da Facebook e WhatsApp. Anche il tag è visto come forma di produzione creativa, a metà fra scrittura e disegno.

Pubblicato in: Amministrazione, Demografia

Inps. Si avvicina la soluzione finale dei pensionati. Eutanasia.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-08.

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L’Inps ha un flusso finanziario complessivo di 860 miliardi annuo.

L’Inps riporta a bilancio 2018 entrate complessive per 423.975 miliardi di euro, delle quali 211.462 miliardi derivano dal versamento dei contributi. Mancano all’appello 212.513 = (423.975 – 211.462) miliardi di euro.


Per comprendere appieno il dramma dell’Inps servirebbe tener sempre a mente che i contributi versati sono immediatamente utilizzati per pagare le prestazione fatte dall’ente: in altri termini, sono i lavoratori attuali che pagano con i contributi che versano le pensioni di quanti siano ritirati.

Perché il gioco funzioni devono essere soddisfatte alcune condizioni di base:

– il numero dei lavoratori dovrebbe essere sempre maggiore dei pensionati;

– I lavoratori dovrebbero guadagnare a sufficienza da poter versare contributi consistenti;

– il sistema non dovrebbe essere gravato da spese improprie. A rigor di termini, l’assistenza non dovrebbe competere l’Inps bensì essere contabilizzata a parte: per l’assistenza sociale non si versano contributi;

– le pensioni di reversibilità altro non sono che una forma assistenziale che prolunga lo stato in essere di un trattamento pensionistico ben oltre i contributi versati.

– la demografia del paese non dovrebbe subire scossoni significativi.

*

Negli ultimi tempi si sono evidenziati diversi fatti avversi al bilancio dell’Inps.

– L’età media si è allungata in modo molto significativo;

– Con il calo delle nascita è diminuito il numero delle persone al lavoro che versano contributi;

– Con la crisi economica le retribuzioni si sono ridimensionate, riducendo così il flusso contributivo;

*

I rimedi hanno certamente rabberciato situazioni temporanee, ma hanno generato i presupposti per ulteriori peggioramenti ed anche per molte iniquità.

Se l’innalzamento dell’età pensionabile ha ridotto il transito da lavoro a pensione, ha però reso impossibile la liberazione di posti di lavoro, da cui aumento della disoccupazione giovanile, ricorso a forme di lavoro precario, da cui deriva una diminuzione di quello che avrebbe dovuto essere l’apporto contributivo alle casse dell’Inps.

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Al mantenimento dei pensionati in essere è immolata l’intera generazione che loro subentra, per la quale la prospettiva di ottenere a fine ciclo lavorativo una pensione con cui poter vivere risulta essere semplicemente impossibile.

* * *

Un orpello a parte è costituito dagli oneri squisitamente assistenziali, in continuo aumento.

Tutti i morti erano vivi un secondo prima di morire: il fatto che l’Inps sia ancora in piedi non garantisce affatto che tale posa restare in un domani.


2018-102

Con 22.5 milioni di contribuenti l’Inps dovrebbe mantenere 15.5 milioni di beneficiari di trattamento pensionistico. In altri termini, un lavoratore paga grosso modo un migliaio di euro al mese per mantenere il “suo” pensionato, denaro che gli resterebbe in tasca se il pensionato non ci fosse oppure decedesse con gradita sollecitudine.

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A riscontro di 22,523,280 assicurati Inps, 4,877,333 sono beneficiari di prestazioni a sostegno del reddito. È un numero insostenibile. Ci si rende conto che non si può chiedere di essere solidali al punto tale da immiserirsi.

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Le entrate contributive dell’Inps sono disperatamente scarne in confronto degli obblighi. Senza il contributo statale di 110 miliardi l’Inps non potrebbe far fronte ai propri impegni. Ma, ci si pensi bene: lo stato quei 110 miliardi li cava fuori dalle tasche dei lavoratori, che alla fine si trovano un conto totale non salato, ma sale schietto.

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Dei 428.142 miliardi di uscite, solo 251.643 sono per le pensioni. I commenti dovrebbero essere superflui.

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L’importo lordo medio mensile del reddito pensionistico ammonta a 1,513,41 euro. È una cifra di poco superiore alla soglia di povertà.

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Lo stato in cui è stata ridotta l’Italia da decine di anni di governo delle sinistre è ben evidenziato da questa tabella, di cui sopra. La retribuzione media annua ammonta a 26,331 euro in Lombardia, la massima riscontrabile in Italia, mentre quella ottenuta dagli italiani all’estero vale 62,570 euro, ossia tre volte tanto. La “colpa” non è certo degli esteri che lasciano guadagnare bene chi lavora, è dello stato italiano che tiene chi lavora a livello di schiavo.

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La grande quantità dei pensionati maschi, il 67.5%, gode di trattamenti inferiori ai 2,000 euro mensili.

Il 7.2% del totale dei pensionati percepisce trattamenti superiori ai 3,000 euro mensili, per una pensione media lorda annuale di 52,216.99 euro. Hanno avuto modo di fare versamenti contributivi elevati ed adesso ottengono ciò che loro spetta.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Pensioni sopra i 90,000€. Due ipotesi di tagli.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-28.

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Due ipotesi di lavoro, ma tutte sforbiciate non indifferenti.

«Per rispettare il dettato della Corte Costituzionale che ha stabilito che il contributo di solidarietà, per essere conforme alla Carta, debba essere temporaneo, viene previsto che il taglio resti in vigore per 5 anni (comunque più dei tre anni del precedente intervento).»

*

«Tagli che, comunque, non si applicherebbe a chi ha una pensione interamente calcolata con il metodo contributivo.»

*

«non ci sarà nessun ricalcolo degli assegni in base ai contributi versati, e nemmeno il complesso meccanismo basato sulla cosiddetta ‘equità attuariale’ e che in pratica finiva per essere un taglio solo in base all’età del pensionamento»

* * * * * * *

A quanto sembrerebbe:

– sarebbero immuni le pensioni calcolate nella loro interezza con il metodo contributivo;

– il contributo di solidarietà avrebbe vigore per cinque anni.

*

Dato l’esiguo numero delle persona che godono di trattamenti pensionistici superiori ai 90,000 euro, questo provvedimento sembrerebbe essere più di natura politica che economica.

Un vantaggio dei metodi proposti sarebbe la loro facile calcolabilità, in modo tale che il costo dell’accertamento non sia superiore a quanto effettivamente recuperato.

Sarà comunque verosimile assistere ad una pletora di ricorsi.


Adnk. 2018-10-28. Pensioni alte, tagli fino al 20%

Sulle pensioni ‘alte’, quelle superiori ai 90mila euro lordi l’anno, il governo cambia strada. Come si legge sul ‘Messaggero’ “non ci sarà nessun ricalcolo degli assegni in base ai contributi versati, e nemmeno il complesso meccanismo basato sulla cosiddetta ‘equità attuariale’ e che in pratica finiva per essere un taglio solo in base all’età del pensionamento”.  

“Nell’ultima bozza messa a punto dai tecnici del Movimento Cinque Stelle e della Lega, lo strumento scelto è quello tradizionale del ‘contributo di solidarietà'”, scrive il quotidiano romano che ha potuto visionare un documento in cui ci sono ancora due ipotesi di lavoro: “La prima è più draconiana e prevede che il taglio si applichi all’intero importo della pensione applicando delle aliquote differenziate in base a degli scaglioni. Fino per le pensioni superiori a 90mila euro, ma inferiori a 130mila euro, in questa prima ipotesi, il taglio sarebbe dell’8% dell’intero assegno. Che salirebbe al 12% per le pensioni fino a 200mila euro, al 14% per quelle fino a 350mila euro lordi annui, per poi passare al 16% per quelle fino a 500mila euro lordi annui, per arrivare al 20% se la pensione supera la soglia dei 500 mila euro lordi annui”.  

La seconda ipotesi, pure contenuta nella bozza di provvedimento, invece, “prevede che il contributo di solidarietà si applichi soltanto sulla parte di pensione che eccede i 90 mila euro. In questo caso le percentuali che verrebbero applicate sono leggermente più alte. Da 90 a 130mila euro si pagherebbe il 10%, da 130mila a 200mila euro il 14%, fino a 350mila euro il 16%, fino a 500mila euro il 18% e, infine, oltre i 500mila euro si continuerebbe invece a versare il 20%”. 

Per rispettare il dettato della Corte Costituzionale che ha stabilito che il contributo di solidarietà, per essere conforme alla Carta, debba essere temporaneo, viene previsto che il taglio resti in vigore per 5 anni (comunque più dei tre anni del precedente intervento). Tagli che, comunque, non si applicherebbe a chi ha una pensione interamente calcolata con il metodo contributivo. Al momento non c’è, invece, il blocco dell’adeguamento al costo della vita degli assegni. 

Pubblicato in: Demografia, Unione Europea

Italia. 169 vecchi ogni 100 giovani. Si prospettano tempi crudeli.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-20.

«Oportet fecisse, non facere.»


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Ogni mille persone vi sono in Italia 10.4 decessi contro 8.6 nascite: il saldo demografico degli autoctoni è quindi negativo. A ciò si aggiunga come in Italia vi siano 168.7 vecchi contro 100 giovani: è un paese di vecchi, con la mentalità tipica dei vecchi.

La età mediana della popolazione è di 45.5 anni, ossia metà della popolazione ha età inferiore ai 45.5 anni, e l’altra metà superiore. È uno squilibrio severo. Per paragone, i maschi hanno età mediana di 39.6 anni in Francia e 36.5 anni in Cina.

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Questi dati suggerirebbero un elevato numero di aspetti da approfondire, ma ne vorremmo segnalare solo alcuni.

Le persone vecchie necessitano di assistenza, che può essere fornita soltanto da persone giovani, usualmente familiari. Ma se i giovani non esistono, non può sussistere nemmeno l’assistenza ai vecchi. Taluni amano dire che esistono i gerontocomi e le badanti. È cosa vera, ma incompletamente riportata. Un gerontocomio medio ha una retta mensile a partire dai 2,500 euro, ossia 30,000 euro l’anno: non sono molti i vecchi che abbiano a disposizione cifre del genere. Simile discorso per la badante, i cui emolumenti medi partono dai 1,500 euro mensili ai quali si dovrebbero aggiungere i contributi: anche in questo caso non tutti hanno la possibilità di spendere in badante 20,000 euro ogni anno.

Si tenga anche conto come in larga maggioranza il capitale di famiglia risulti essere investito nell’immobile di abitazione: se lo si vendesse si otterrebbe liquidità, ma non si saprebbe dove e come andare ad abitare. Dalla vendita della nuda proprietà di ricava infine solo una quota piccola del valore totale dell’unità abitativa.

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Vi è poi un altro problema, che riportiamo qui in modo grossolanamente approssimativo solo per poterlo esporre in sintesi di poche righe.

Il sistema pensionistico italiano in buona sostanza eroga in pensioni quanto è versato annualmente come contributi dalla popolazione attiva dal punto di vista lavorativo. Ossia i contributi versati dai 100 giovani pagano le pensioni dei 168.7 vecchi. Questo è un macigno insostenibile. Le entrate dell’Istituto Previdenziale sono infatti integrate dallo stato con oltre un centinaio di miliardi: situazione anch’essa non sostenibile nel tempo.

Ma alla bassa quota di giovani fa riscontro un ulteriore fattore di contrazione delle nascite: la carenza di femmine.

In poche parole: questo è un problema che, lasciato lì, non ammette vie di uscita, e che prospetta un avvenire invero crudele, causa forza maggiore.

Nota.

Prima o poi, vecchi lo diventeremo tutti, almeno, molti lo spererebbero. Problemi che da giovani sembrerebbero essere remoti nel tempo un bel dì si evidenziano in tutta la loro crudezza. E questo sempre che si abbia buona sorte con la salute, ma mica è detto che le patologie invalidanti colpiscano solo il noioso vicino di casa. Se sussiste il problema economico, e non tutti godranno pensioni adeguate a potersi permette il welfare e case di riposo da anziani, ancor peggio sarà l’assordante silenzio della solitudine.


Ansa. 201805-05-17. Istat: Italia in declino demografico, più vecchi e soli

100mila residenti in meno sul 2017, 168 anziani ogni 100 giovani.

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Italiani più vecchi e soli. La popolazione totale diminuisce per il terzo anno consecutivo di quasi 100mila persone rispetto al precedente: al 1° gennaio 2018 si stima che la popolazione ammonti a 60,5 milioni, con 5,6 milioni di stranieri (8,4%). Così il rapporto Istat secondo cui l’Italia è il secondo paese più vecchio del mondo: 168,7 anziani ogni 100 giovani. Il Paese appare anche più fragile rispetto all’Ue: il 17,2% si sente privo o quasi di sostegno sociale. Gli anziani che vivono soli passano oltre 10 ore senza interazioni con altri.

Ascensore sociale bloccato. La dote familiare in termini di beni economici ma anche di titoli di studio e attività dei genitori è ”determinante” per avere successo nello studio e nel lavoro: solo il 18,5% di chi parte dal basso si laurea e il 14,8% ha un lavoro qualificato. La cerchia di parenti e amici è anche decisiva nel trovare e non solo nel cercare un impiego: lavora grazie a questo ”canale informale” il 47,3% (50,6% al Sud) contro il 52,7% che l’ha ottenuto tramite annunci, datori di lavoro agenzie, concorsi.

“Il Mezzogiorno rimane l’unica ripartizione geografica con un saldo occupazionale negativo rispetto al 2008 (-310 mila, -4,8%)”. Si legge nel Rapporto annuale dell’Istat. Quindi il Sud non ha ancora recuperato i livelli pre-crisi. E ancora, al Mezzogiorno la quota di giovani 15-29enni che non studiano e non lavorano, conosciuti con l’acronimo inglese di Neet, è più che doppia rispetto a quella dell’Italia settentrionale. I Neet seppure in calo, a 2,2 milioni nel 2017, sono ancora il 24,1%, dal 16,7% del Nord al 34,4% del Sud.

In un decennio la mappa del lavoro è cambiata e il lavoro manuale segna una decisa contrazione: tra il 2008 e il 2017 sono scesi di un milione gli occupati classificati come “operai e artigiani” mentre si contano oltre 860 mila unità in più per le “professioni esecutive nel commercio e nei servizi”, in cui rientrano gli impiegati con bassa qualifica che potrebbero essere ribattezzati come i ‘nuovi collettivi bianchi’. Lo rileva l’Istat. E ancora, se nell’industria si sono perse 895mila unità nei servizi se ne sono guadagnate 810mila.

In Italia il trasporto pubblico locale appare sottoutilizzato: gli utenti abituali di autobus, filobus e tram sono l’11 dei residenti dai 14 anni in su. Nel 2016, quasi quattro italiani su cinque si sostano giornalmente utilizzando mezzi propri per un tasso di motorizzazione di 625 auto ogni 1.000 abitanti. Un dato largamente superiore a quello registrato nei maggiori Paesi europei (555 in Germania, 492 in Spagna, 479 in Francia, 469 nel Regno Unito). Nel biennio 2015-16 l’offerta del trasporto pubblico locale ha recuperato una parte della flessione registrata nel quadriennio precedente, ma è ancora inferiore del 2,2% rispetto a quella del 2011. Tra il 2011 e il 2016 si poi modificata anche la ripartizione dell’offerta. Nei capoluoghi o città metropolitane l’offerta di autobus e filobus è diminuita del 12,6%, quella del tram è aumentata del 3,7%, così come quella della metropolitana (+18,1%).

“Nel 2017 il benessere degli italiani misurato nel Def mostra un deciso miglioramento in cinque dei dodici indicatori considerati e un arretramento nei rimanenti sette”. “In positivo” la riduzione della criminalità predatoria (scippi e rapine), il miglioramento della partecipazione al mercato del lavoro e la diminuzione della durata delle cause civili. Invece, risultano “in negativo” l’aumento delle disuguaglianze e della povertà assoluta, che, come rivelato già in audizione sul Def, nel 2017 secondo le stime preliminari interesserebbe l’8,3% dei residenti (circa 5 milioni) contro il 7,9% nel 2016. Inoltre, fa presente l’Istat, “gli indicatori disponibili per i primi mesi del 2018 segnalano la prosecuzione del recupero della crescita dell’economia italiana, pur se a ritmi moderati”.

Nell’anno scolastico 2016-2017 nelle scuole del primo ciclo, statali e non, gli alunni con disabilità sono quasi 160 mila, il 3,5% del totale. Solo il 34% degli edifici scolastici del primo ciclo è accessibile e privo di barriere. Lo certifica Istat nel Rapporto annuale 2018. In circa la metà dei fabbricati non accessibili mancano ascensori a norma, servoscala o rampe. Meno carenti sono servizi igienici scale o porte a norma. La normativa prevede un insegnante di sostegno ogni due alunni disabili: in quasi tutte le regioni del Mezzogiorno si riscontra un rapporto vicino a un insegnante per ogni alunno con disabilità mentre nel centro e nel nord il rapporti si avvicina a quello previsto dalle norme. La situazione è capovolta per la presenza degli assistenti dell’autonomia e della comunicazione, figura finanziata dagli Enti locali: nel Mezzogiorno l’offerta è molto ridotta.

Nel 2015 la spesa per protezione sociale è stata in Italia pari al 30% del Pil. Un dato superiore a quello registrato nei Paesi dell’Unione Europea che hanno speso mediamente il 28,5% del Pil. Spiega sempre il rapporto annuale dell’Istat. Le prestazioni sociali in denaro predominano su quelle in natura, con l’Italia che presenta il valore più elevato (il 22% del Pil).

La ripresa del mercato del lavoro iniziata nel 2014 “è andata consolidandosi nel 2017” con un aumento di occupati stimati nella contabilità nazionale di 284.000 unità sul 2016 a fronte dei 324.000 in più registrati nell’anno precedente. Il monte ore lavorate nel 2017 ha raggiunto quota 10,8 miliardi di ore, ormai vicino al recupero del livello pre-crisi (11,5 miliardi nel 2017). La dinamica salariale invece è rimasta contenuta con le retribuzioni contrattuali per dipendente cresciute solo dello 0,6% in linea con il minimo storico registrato nel 2016.

Se si sommano le persone che nel 2017 erano disoccupate con le forze lavoro potenziali, ovvero coloro che sono disposti a lavorare ma non cercano attivamente impiego o non sono immediatamente disponibili, si arriva a poco più di sei milioni di individui, in calo rispetto ai 6,4 milioni del 2016. Lo sottolinea sempre l’Istat nel suo rapporto. Le persone in cerca di occupazione nel 2017 erano 2,9 milioni con un calo di 105.000 unità sul 2016 (tasso all’11,2%). Le forze lavoro potenziali nell’anno erano 3,13 milioni con un calo di 213.000 unità sul 2016.

Nel tradizionale rapporto annuale, l’Istat ha messo a confronto la struttura delle disuguaglianze urbane in tre delle principali città italiane, Milano, Roma e Napoli, evidenziando come ci sia comunque quasi sempre un netto distacco tra il centro e la periferia. Il capoluogo lombardo ha una struttura radiale, a cerchi concentrici. Le aree più benestanti coincidono con quelle con i più alti valori immobiliari e si addensano soprattutto nelle zone centrali della città mentre le zone ad alta vulnerabilità si trovano tutte in periferia. Più complessa, invece, la situazione nella Capitale, dove emergono sia gli sviluppi borghesi di ‘Roma Nord’, sia i più recenti cambiamenti socio-economici di alcuni quartieri popolari dovuti al trasferimento di segmenti della popolazione benestante. Le zone più vulnerabili sono presenti anche in alcune aree centrali, anche se la loro concentrazione massima si registra nelle zone a ridosso del Raccordo Anulare, a Nord-ovest come ad est. Napoli, infine, presenta un evidente contrasto da Ovest, dove si trovano le zone più benestanti e meno vulnerabili, a Est (e all’estremo Nord) dove accade il contrario.

Pubblicato in: Amministrazione, Persona Umana

Pensionati. 16.2 milioni, 17,580€ il reddito lordo medio, 14,311€ netto.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-12-31.

 Vincent van Gogh - Vecchio che soffre

 

L’Istat ha rilasciato il Report «Condizioni di vita dei pensionati»

La lettura integrata delle condizioni di vita dei pensionati è basata su diverse fonti informative: Casellario centrale dei pensionati, Indagine campionaria su reddito e condizioni di vita delle famiglie e Rilevazione sulle forze di lavoro.

Nel 2016 i pensionati sono 16,1 milioni (-115mila rispetto al 2015, -715mila rispetto al 2008) e percepiscono in media un reddito pensionistico lordo di 17.580 euro (+257 euro sull’anno precedente). Le donne sono il 52,7% e ricevono in media importi annuali di circa 6mila euro inferiori a quelli degli uomini.

Per gli importi medi delle pensioni, le differenze di genere rimangono marcate ma tendono a ridursi (per le pensioni di vecchiaia, dal +72,6% a favore degli uomini nel 2005 al +62,1% del 2016). Si ampliano invece le differenze territoriali: l’importo medio delle pensioni del Nord-est supera del 18,2% quello delle pensioni del Mezzogiorno (era il 17,3% nel 2015), quasi il doppio rispetto al divario dell’8,8% del 1983 (primo anno per cui i dati sono disponibili).

Il cumulo di più assegni pensionistici sullo stesso beneficiario è meno frequente tra i pensionati di vecchiaia (ha più trattamenti il 27,9% dei pensionati) mentre è ovviamente molto più diffuso tra i pensionati superstiti (67,4%), soprattutto donne (86,6%).

Nel 2016, i percettori di pensione che risultano occupati sono 436mila (-15,5% rispetto al 2011) uomini in tre casi su quattro; l’85,8% svolge un lavoro autonomo, quasi i due terzi risiede nelle regioni settentrionali e il 54,0% ha conseguito al massimo la licenza media.

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«stimare il reddito pensionistico netto dei pensionati residenti in Italia, che nel 2015 è in media di 14.311 euro annui»

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«Le ritenute fiscali incidono per il 18,9% (+0,3% rispetto al 2014); l’aliquota media si attesta al 21,6% per i pensionati di vecchiaia e anzianità, al 18,0% per quelli di reversibilità e al 12,8% per i beneficiari di trattamenti d’invalidità ordinaria o indennitari.»

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«In molti casi il reddito pensionistico sembra proteggere da situazioni di forte disagio economico. Nel 2015 l’incidenza delle famiglie a rischio di povertà tra quelle con pensionati (16,5%) è sensibilmente inferiore a quello delle altre famiglie (24,2%). Il rischio è relativamente più elevato tra i pensionati che vivono soli (21,8%) o con i figli come monogenitore (18,6%) e ancor più elevato nelle famiglie in cui il reddito del pensionato sostenta altri componenti adulti senza redditi da lavoro (34,9%).»

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Nota Metodologica.

«Grave deprivazione materiale (indicatore Europa 2020): percentuale di persone in famiglie che registrano almeno quattro segnali di deprivazione materiale sui nove indicati di seguito:

  1. essere in arretrato nel pagamento di bollette, affitto, mutuo o altro tipo di prestito;

  2. non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione;

  3. non poter sostenere spese impreviste di 800 euro (l’importo di riferimento per le spese impreviste è pari a circa 1/12 del valore della soglia di povertà annuale calcolata nel 2014, il cui valore era pari a 9.455 euro);

  4. non potersi permettere un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni, cioè con proteine della carne, del pesce o equivalente vegetariano;

  5. non potersi permettere una settimana di vacanza all’anno lontano da casa;

  6. non potersi permettere un televisore a colori;

  7. non potersi permettere una lavatrice;

  8. non potersi permettere un’automobile;

  9. non potersi permettere un telefono.»

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici

Inps. I problemi in una sola Tabella di Bilancio.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-12-25.

2017-12-22__Inps__001

«Il 24 ottobre 2017 con determinazione n. 30, il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza ha approvato il Bilancio sociale Inps 2016.

In questa pagina è possibile consultarlo o scaricarne il testo integrale.

Bilancio sociale 2016 – Testo integrale (pdf 4,32Mb)»

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Bilancio sociale 2016 [pdf]

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Nel 2016 l’Inps ha avuto entrate dalla riscossione dei contributi per 220.560 miliardi. Nel contempo ha avuto uscite per prestazioni pensionistiche pari a 308.021 miliardi, essendo il disavanzo di 107.374 miliardi coperto dall’intervento dello stato.

È evidente che i 22.3 milioni di occupati, che versano mediamente all’Inps 9,980 euro ciascuno ogni anno, tra loro ed il datore di lavoro, non riescono a sopperire che a due terzi della spesa per i 15,550,434 pensionati.

Se è vero che il 37.5% dei pensionato Inps percepisce un reddito pensionistico medio inferiore ai 1,000 euro mensili, è altrettanto vero che il 6.8% percepisce un reddito pensionistico medio superiore ai 3,000 euro mensili, erogati a seguito di elevati versamenti contributivi pregressi.

Questo è dovuto a molti fattori che agiscono in modo sinergico negativo sul sistema.

Basso tasso di occupazione, alto tasso di disoccupazione, alta percentuale di lavoratori a contratto con bassi redditi da lavoro, bassi stipendi di ingresso.

2017-12-22__Inps__002

Alcune considerazioni sarebbero opportune.

In buona sostanza, l’Inps utilizza le entrate derivanti dalla riscossione dei contributi pensionistici per pagare le pensioni in essere.

Tuttavia l’entità delle pensioni erogati è calcolato sulla base dei versamenti pregressi, che però furono usati in passato, non sono disponibili al presente.

È sequenziale che un sistema siffatto funzioni in situazioni di steady-state e vada molto bene quando numerosità dei contribuenti ed entità del versato sia in aumento.

Ma una inversione del quadro demografico conduce inevitabilmente a delle sofferenze. Infatti, ad oggi lo stato deve intervenire con 107 miliardi per ripianare i conti dell’Istituto.

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Con un tasso di fertilità di 1.23 è semplice aritmetica calcolare che la base contribuente non potrà fare altro che diminuire nel tempo.

Inoltre, tenendo conto che il tasso di disoccupazione è alto, così come quello dei non impiegati, il numero dei contribuenti si riduce ulteriormente.

Infine, fenomeno non da poco, al momento attuale i neo-assunti entrano nel mondo del lavoro con occupazioni a contratto e retribuzioni minimali, alle quali corrispondono contributi pensionistici altrettanto minimali. Il loro apporto alle entrate dell’Inps è scarno.

Retribuzioni sempre più basse e lavoro sempre più duro. La nuova realtà.

Il risultato finale è un volume di entrate sempre minori.

L’unica operazione di buon senso sarebbe quella di decurtare tutte le pensioni del trenta per cento, così da riallineare le entrate con le uscite.

Operazione sicuramente impopolare, ma che alla fine si imporrà per forza di cose. L’esempio della Grecia dovrebbe essere eloquente.

Pubblicato in: Criminalità Organizzata

Femminismo trionfante. Femmine in pensione a 66 anni e 7 mesi.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-06.

Femminismo 001 Equality-is-now

Grande vittoria del movimento femminista.

Raggiunta finalmente la parità con i maschi.

Dal primo gennaio le femmine andranno in pensione a sessantasei anni e sette mesi, come i loro colleghi maschi.

Ma il trionfo continuerà con l’innalzarsi della età media.

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I nostri nipoti potranno dirsi tra loro:

“Ti ricordi quando i nonni andavano in pensione? Poveretti!! Per fortuna noi siamo socialmente avanzati e non ci andremo mai”

E finalmente l’Italia è anche meglio dell’Unione Europea.

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Gli ottimisti prevedono anche che a breve il Governo abolirà le pensioni.

E la gente?

Eutanasia, purché si paghino pasticca ed inumazione.

Da 2018 donne in pensione come uomini, età più alta Ue

A gennaio scatta l’unificazione dell’età per la pensione di vecchiaia tra uomini e donne con l’aumento di un anno per le dipendenti private e il passaggio a 66 anni e sette mesi. L’età per l’accesso alla pensione di vecchiaia sarà la più alta in Europa e il divario si accrescerà nei prossimi anni con l’adeguamento dell’età di vecchiaia all’aspettativa di vita e il passaggio atteso a 67 anni nel 2019. In Germania è previsto il passaggio a 67 anni per l’uscita nel 2030, in Francia dopo il 2022 e nel Regno Unito nel 2028.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici

Pensioni. Solo la morte dei pensionati risolverebbe il problema.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-12.

Animali_che_Ridono__001__Cavallo_

«La morte risolve tutti i problemi:

niente uomini, niente problemi.» [Stalin]

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La bega legale è iniziata nel 2010, setta anni or sono, e la Magistratura la sta conducendo con un passo da lumaca stanca ed affaticata.

Tanto, in questi sette anni sono morti 4.2 milioni di pensionati e, come diceva Stalin, ” niente uomini, niente problemi”.

Ma non ci si illuda che la faccenda stia andando a conclusione: la Magistratura prenderà posizione netta solo quando l’ultimo pensionato sarà morto.

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«La ragione è sempre la stessa: tenere bassa la traiettoria di una spesa in costante crescita»

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«la questione dell’adeguamento o meno dei requisiti di pensionamento alla speranza di vita»

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«Il 24 ottobre, infatti, saranno discusse le questioni di costituzionalità delle regole sulla perequazione messe a punto dal governo Renzi con il decreto legge 65/2015 in risposta alla bocciatura delle norme precedenti»

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«riforma Monti-Fornero (dl 201/2011), quando si decise non solo il definitivo passaggio al contributivo per tutti e l’innalzamento dei requisiti ma anche, con una norma transitoria, di bloccare parzialmente l’adeguamento all’inflazione degli assegni già in pagamento»

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«Nel 2012 e nel 2013 venne così riconosciuto l’adeguamento pieno solo per le pensioni di importo fino a 3 volte il trattamento minimo, mentre nulla è stato pagato per gli importi superiori»

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«Con la sentenza 70, la Corte ha dichiarato illegittima questa norma innescando una mina per i conti pubblici, dato che il costo di un pieno riconoscimento, a posteriori, della mancata perequazione venne stimato in 24 miliardi di euro»

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Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su questo problema.

Questi sono i fatti dei quali oggi si parla.

In primo luogo, il sistema pensionistico è mal condizionato, motivo per cui non è sostenibile nel tempo.

Dapprima si è fatto passare più o meno gradualmente il sistema da retributivo a contributivo.

Quindi lo stato è intervento sia innalzando l’età pensionabile, sia legandola alla durata della vita media. In altri termini le persone possono godere della pensione per un tot prestabilito di anni, non di più.

In poche parole ha variato unilateralmente le condizioni poste a suo tempo. Siamo chiari: non è stata una gran bella azione.

In secondo luogo, lo stato ha arbitrariamente bloccato l’adeguamento al costo della vita delle pensioni ponendo delle soglie sopra le quali l’adeguamento è ridotto oppure cessa del tutto. Con sentenza 70/13 la Corte Costituzionale ha bloccato tale iniziativa, ma il governo Renzi la ha rattamente reiterata.

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In gioco vi sono due aspetti concettuali, tra i tanti che dovrebbero essere menzionati.

Il primo aspetto è la liceità delle variazioni unilaterale dei contratti. Una cosa è imporre ed un’altra è lasciare la possibilità di recedere, garantendo la restituzione di contributi e relativi interessi. Opzione questa ultima nemmeno presa in considerazione.

Il secondo aspetto è ancor più delicato. Se il pensionato ha fatto i versamenti legali sulla base di quale diritto perché negargli l’adeguamento avendo superato una soglia arbitraria? Se si invocasse la solidarietà sociale allora l’onere dovrebbe gravare su tutta la società, non su quel poveraccio. Base infatti della giustizia è il concetto di “unicuique suum reddere”: dare a ciascuno ciò che gli spetta.

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La battaglia legale continua, ma intanto ogni anno muoiono 647,571 pensionati all’anno.

Stalin aveva ragione.


Sole 24 Ore. 2017-08-11. Sulle pensioni anche la mina perequazione

Tra le incognite d’autunno che possono condizionare dimensioni e contenuti della manovra non c’è solo la questione dell’adeguamento o meno dei requisiti di pensionamento alla speranza di vita. Sul tavolo c’è anche il nodo dell’indicizzazione delle pensioni all’inflazione, tema in discussione al tavolo governo-sindacati (se ne parlerà giovedì 7 settembre) ma sul quale grava la pesante attesa della Consulta. Il 24 ottobre, infatti, saranno discusse le questioni di costituzionalità delle regole sulla perequazione messe a punto dal governo Renzi con il decreto legge 65/2015 in risposta alla bocciatura delle norme precedenti, arrivata sempre dalla Corte costituzionale con la famosa sentenza 70/2015. E come nel caso degli adeguamenti automatici, anche la soluzione sulle perequazioni rischia di innescare nuova spesa previdenziale.

Stop alle indicizzazioni

Per capire la posta in gioco bisogna tornare alla riforma Monti-Fornero (dl 201/2011), quando si decise non solo il definitivo passaggio al contributivo per tutti e l’innalzamento dei requisiti ma anche, con una norma transitoria, di bloccare parzialmente l’adeguamento all’inflazione degli assegni già in pagamento. Nel 2012 e nel 2013 venne così riconosciuto l’adeguamento pieno solo per le pensioni di importo fino a 3 volte il trattamento minimo, mentre nulla è stato pagato per gli importi superiori. Con la sentenza 70, la Corte ha dichiarato illegittima questa norma innescando una mina per i conti pubblici, dato che il costo di un pieno riconoscimento, a posteriori, della mancata perequazione venne stimato in 24 miliardi di euro. Di fronte a questo scenario il governo, nella primavera di due anni fa, ha varato il decreto 65/2017, con cui è stato introdotto un nuovo meccanismo di perequazione riferito al biennio 2012-2013 che ha stabilito un adeguamento al 100% per gli assegni fino a 3 volte il minimo; del 40% tra 3 e 4 volte; del 20% tra 4 e 5; del 10% tra 5 e 6; nullo per importi oltre sei volte il minimo. Inoltre è stato definito un meccanismo di “consolidamento” parziale degli effetti di tali arretrati negli anni seguenti. Costo dell’operazione “solo” 2,8 miliardi di maggiore spesa previdenziale.
Ovviamente chi è rimasto escluso ha fatto ricorso in tribunale e in diversi casi sono state poste questioni di legittimità costituzionale sia sul biennio di mancata perequazione sia sul cosiddetto “mancato trascinamento” sul periodo 2014-2018, ritenuto penalizzante per gli importi più elevati. Il 24 ottobre il giudice delle leggi dovrà discutere una dozzina di ordinanze che puntano, a vario titolo, a smantellare la soluzione low cost del decreto legge 65/2015. L’esito è tutt’altro che scontato.

Il confronto sindacale

L’attuale meccanismo di indicizzazione è oggetto, come si diceva, della “fase due” del confronto sindacale. L’impegno del governo è di introdurre un sistema di perequazione basato sugli “scaglioni di importo” e non più sulle “fasce di importo” a partire dal 2019, lo stesso anno in cui scatterebbe il nuovo adeguamento alla speranza di vita dei requisiti di pensionamento. In pratica si tornerebbe al meccanismo previsto dalla legge 388 del 2000. Ma nel protocollo siglato l’anno scorso si parla anche della possibilità di valutare l’utilizzo di indici diversi di inflazione, più rappresentativi della spesa dei pensionati, e non manca l’ipotesi di un recupero di parte della mancata indicizzazione passata per una rivalutazione “una tantum” del montante del 2019

Spesa per pensioni e inflazione

L’Italia non è l’unico paese in cui le leve della riduzione o del differimento dell’indicizzazione delle pensioni sono state utilizzate per mitigare la spesa. Basta uno sguardo agli ultimi rapporti Ocse per scoprire che in almeno altri dieci paesi dell’area, negli ultimi anni, i meccanismi di perequazione sono stati toccati, ridotti o temporaneamente congelati. La ragione è sempre la stessa: tenere bassa la traiettoria di una spesa in costante crescita. Gli interventi sono stati dei più vari, calibrati tenendo conto sia delle esigenze di sostenibilità finanziaria dei sistemi previdenziali sia della dovuta protezione del potere di acquisto di pensioni.

L’adeguamento negli altri Paesi

Vediamo qualche esempio recente. In Francia nel 2014 l’adeguamento delle prestazioni all’indice dei prezzi è stato spostato dal mese di aprile a ottobre per le pensioni che sono sopra i 1.200 euro al mese, mentre in Grecia il congelamento delle indicizzazioni è iniziato nel 2011 ed è durato quattro anni. In Giappone nel 2015 è stato chiuso un temporaneo stop delle indicizzazioni, mentre in altri Paesi gli interventi sono stati di più lungo termine, con la scelta di indicizzare le pensioni non più ai salari ma ai prezzi o a coefficienti che contengono un mix di inflazione e salari. È il caso dell’Ungheria (dal 2012) o della Repubblica di Slovenia (dal 2013 al 2017) mentre in Australia è previsto il passaggio all’indicizzazione all’inflazione e non più agli stipendi a partire dal 2017. In Finlandia nel 2015 l’indicizzazione è stata temperata, passando da un fattore dell’1% a uno dello 0,4%, un “fattore di riduzione” degli adeguamenti è stato introdotto anche in Lussemburgo nel 2013 e in Polonia nel 2012 mentre meccanismi di riduzione degli adeguamenti per le pensioni di vecchiaia e invalidità sono stati varati nella Repubblica Ceca nel 2012 per una durata prevista fino alla fine del 2015. In Spagna, infine, l’indicizzazione è stata calibrata anche sulla base dei contributi versati ed ogni cinque anni, a partire dal 2019, gli assegni saranno adeguati anche sulla base dell’aspettativa di vita.