Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Sardine ed i loro finanziamenti. Mancano all’appello almeno 36 milioni di euro.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-10.

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Scendere in piazza e dimostrare costa un sacco di tempo: chiunque debba lavorare per vivere non ha il tempo materiale per andare a fare dimostrazioni di sorta. Poi, sicuramente, una volta ogni tanto si può chiedere una o mezza giornata di permesso: ma alla fine si deve scegliere tra il lavoro e lo status di dimostrante a tempo pieno.

Una cosa però è certa: anche i dimostranti devono mangiare, ed il cibo nessuno te lo regala. Anche gli stiliti e gli anacoreti mangiavano.

Se poi con cadenza ravvicinata le dimostrazioni di piazza siano tenute un po’ per tutta Italia, il dimostrante professionale è incompatibile con una qualche attività lavorativa. Ergo, non può mantenere l’attività propagandistica con lo stipendio che non percepisce.

Questo discorso vale ovviamente per tutte le sardine.

Così fortemente impegnati nelle attività di dimostrazioni di piazza hanno poco o punto tempo per andare a lavorare. Magari un certo numero saranno pensionati, ma, nel caso, dovrebbero essere pensioni da nababbi.

Fossero tutti Bloomberg sarebbe evidente che avrebbero mezzi propri di sussistenza, ma non sembrerebbero essere dei miliardari.

Dal che consegue che qualcuno ben deve mantenerli.

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Al momento sono state già tenute una dozzina di grandi manifestazioni in giro per l’Italia, con grosso modo 10,000 manifestanti l’una.

Per le trasferte sembrerebbe essere ragionevole stimare la spesa procapite a circa 300 euro, tra viaggio andata-ritorno, un pernottamento, quattro pasti sia pur frugali, ed un minimo di ‘refusione spese.

10,000€ x 300 = 3,000,000 euro per ogni manifestazione.

Ma 3,000,000€ x 12 rende 36 milioni.

Si pone quindi il problema di donde venga tanto ben di Dio.

La sardine obietteranno che durante la moltiplicazione dei pani e dei pesci, i pesci erano sardine.

Di una cosa siamo certi.

Come quando i tempi furono maturi i magistrati iniziarono a rivoltare la Fondazione Open e Matteo Renzi come un calzino al bucato, a suo tempo qualche magistrato sarà punto da vaghezza di capire chi e come avesse finanziato le sardine. E qualcuno è già in vigile attesa. Aspetta.

Silentium ed archivium prima instrumenta regni.

Una curiosa nota a margine.

Il partito democratico ha pubblicato il bilancio 2018.

Il totale delle attività ammonta a 6,818,724 euro.

Una cifra invero molto scarna, e sicuramente non in grado di coprire le plurime attività delle sardine.

Resta quindi il quesito di chi finanzi le sardine.

Un malpensante, propalatore di fake news bugiarde e tendenziose, chiaramente al soldo dell’arcinemico Salvini, invidioso marcio di sì tanta dovizia, butterebbe lì la calunnia che il partito democratico si sia costituito dei fondi neri, cosa questa del tutto inverosimile datala specchiata correttezza di Mr Zingaretti. Sarebbe un’enormità!!

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«Andrea è una guida turistica, Giulia lavora come fisioterapista, Roberto è un ingegnere e Mattia è un ricercatore in una società di consulenza.»

Così si definisce la Giulia Trampaloni:

«Inizia l’attività lavorativa in proprio, come fisioterapista presso Studio Fisioterapico Privato a Sansepolcro (AR). Nello studio privato si occupa della riabilitazione di pazienti con disturbi neuro-muscolo-scheletrici.

Nonostante il successo del proprio studio a Sansepolcro, nel 2016 decide di trasferirsi a Bologna per entrare nel team dei fisioterapisti del Centro Attiva e prendere parte all’avvio del progetto.»

«Attività motoria: programma esercizi + lezione personalizzata • 55 €»

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Chi è Mattia Santori.

Santori, 32 anni, nasce a Bologna. Consegue la laurea in Economia e Diritto, presentando una tesi dal titolo “Il fantasma del Tav spaventa le grandi opere italiane. Consenso e partecipazione nelle politiche infrastrutturali del nostro Paese”.

Il giovane è profondamente ambientalista e per lavoro si dedica alla ricerca per i mercati energetici. Lavora, infatti, per il Rie (Ricerche Industriali ed Energetiche), una società privata relativa al mondo dell’energia attraverso attività di consulenza e ricerca.

Correlata alla società vi è una testata che affronta il tema delle energie rinnovabili: Mattia Sartori è uno dei redattori di Rie online.

In passato ha lavorato, dal luglio 2007 a settembre 2009, come esattore per Autostrade per l’Italia. Ha inoltre collaborato con ISTAT, dall’ottobre del 2010 al gennaio del 2012, per la partecipazione attiva al censimento dell’agricoltura del 2010 e a quello della popolazione del 2011.

Poi, tre anni fa, è diventato redattore di contenuti per RiEnergia – Ambiente e risorse punto per punto.

Diventa noto a livello mediatico quando fonda il movimento delle “6000 sardine contro Salvini”. Mattia Sartori è diventato il simbolo della protesta, quando ha organizzato l’evento di piazza Maggiore a Bologna assieme ai suoi tre amici e coetanei: Giulia Trappoloni, Andrea Garreffa e Roberto Morotti. La risposta degli italiani è stata sensazionale e Santori è diventato immediatamente un punto di riferimento.

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I quattro giovani che hanno battuto Salvini riempiendo la piazza di sardine

Hanno trent’anni, fanno tutt’altro nella vita rispetto alla politica. Ma ieri sera a Bologna hanno riempito la piazza battendo Matteo Salvini, che al PalaDozza in contemporanea dava l’avvio alla campagna elettorale in Emilia Romagna per il voto del 26 gennaio. Come? Con la forza dei numeri. E tanta pacifica creatività. I quattro che fecero l’impresa sono Mattia Santori, Roberto Morotti, Giulia Trappoloni e Andrea Garreffa. Amici da una vita. Poco social, doppia laurea in tasca, lavoro e sogni, molto impegno nel volontariato e nel sociale. E voglia di reagire all’avanzata sovranista, non per protagonismo, ma per spirito di partecipazione e di comunità.

Giulia arriva da San Sepolcro, vive a Bologna da anni, è fisioterapista: compie 30 anni il prossimo febbraio, è la più giovane dei “quattro Moschettieri”. Roberto è ingegnere, nel tempo libero tiene laboratori creativi sul riciclo della plastica. Andrea, arrivato da Savona a Bologna all’età di sei anni ha una laurea magistrale in scienze della comunicazione pubblica e sociale. Ha girato il mondo con i suoi studi: Valencia, California e Washington. Ha concluso con una tesi in comunicazione ambientale, ora è guida turistica, accompagnatore in ciclopercorsi in tutta Europa.

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Plastic Tax desertifica l’Emilia Romagna, che non voterà PD.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-09.

2019-12-09__Emilia Romagna 001

Secondo l’ultimo sondaggio Tecnè Stefano Bonaccini avrebbe il 50.5% delle intenzioni di voto, mentre Lucia Borgonzoni avrebbe il 47.5%. I sondaggisti hanno incluso nei sostenitori di Bonaccini anche M5S, che ufficialmente dovrebbe correre da solo. Se nel computo della sinistra non si tenesse conto del M5S, il prognostico sarebbe invertito.

Nelle elezioni in Umbria le sinistre erano date in vantaggio di 15 punti percentuali, e poilega e Salvini hanno vinto con il 57.4%.

Lega è il primo partito con il 32%, superando il partito democratico che si ferma al 31%, in una regione ove in un passato reente aveva ottenuto maggioranze bulgare.

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Sono molti i profondi motivi di disassuefazione dell’Elettorato dal PD: alcuni così profondi da aver spinto Bonaccini a presentarsi come indipendente, apparentemente scollegato dal PD. Se vincesse, avrebbe vinto lui come persona fisica, non certo il partito.

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L’articolo riportato in calce focalizza un elemento di grande peso.

La Plastic Tax grava interamente sul comparto produttivo locato in gran parte proprio in Emilia Romagna.

«La tassa incide più o meno così: un’impresa tipo che ha un fatturato di 80 milioni di euro e “produce” di media 22.000/23.000 tonnellate di plastica si ritrova con la nuova plastic tax a dover pagare di botto altri 9 milioni e 200.000 euro in tasse annue oltre quelle dovute»

«L’Emilia Romagna ha moltissime imprese nel settore»

«è comunque una mazzata micidiale.»

«Chi può sta già pensando a delocalizzare.»

«Chi ha già sedi all’estero rinforzerà quegli stabilimenti»

«E chi ha già la casa madre altrove gradualmente delocalizzerà»

«Stimiamo che le aziende che si occupano di packaging in Emilia Romagna coinvolgano circa 12.000 lavoratori»

«E parlando con tanti ho la netta sensazione che anche i lavoratori l’abbiamo presa molto male»

«Ed è solo una delle tante martellate che interessano il comparto»

«Dai e dai… anche l’ultimo arrivato capisce che queste cose pesano e rischiano di distruggere un comparto efficiente con le conseguenze che si possono immaginare.»

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Gli emiliani hanno molte ottime caratteristiche, tra le quali una pronta intelligenza, quella grande dote che da tempo ha abbandonato la dirigenza del partito democratico.

Invece di continuare a strillare che la colpa sarebbe della lega e di Salvini, loro arcinemico, avrebbero fatto molto meglio a domandarsi come abbiano fatto a crollare dal passato 72% all’attuale stima del 30%. Crollo avvenuto più a causa delle sardine che arginato dalle medesime.

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Plastic tax e voto in Emilia-Romagna. Presa male dai lavoratori. Inciderà

Plastic tax, metafora di pressappochismo e faciloneria del governo. Inciderà nelle scelte politiche in Emilia. L’intervista ad uno degli esperti.

Una delle misure più contestate al governo Pd-M5S è la cosiddetta plastic tax. Un’imposta sugli imballaggi di plastica da 40 centesimi su ogni chilo (inizialmente il governo l’aveva prevista ad un euro al chilo). Ma la tassa rischia di peggiorare le condizioni dell’ambiente e desertificare il comparto industriale italiano, nel riciclaggio tra i più efficienti al mondo, favorendo quello di Paesi limitrofi o di Cina e India, principali inquinatori del pianeta. La tassa incide più o meno così: un’impresa tipo che ha un fatturato di 80 milioni di euro e “produce” di media 22.000/23.000 tonnellate di plastica si ritrova con la nuova plastic tax a dover pagare di botto altri 9 milioni e 200.000 euro in tasse annue oltre quelle dovute. L’Emilia Romagna ha moltissime imprese nel settore. Ne abbiamo parlato Marco Omboni manager del settore e presidente di Pro.Mo, Gruppo produttori stoviglie monouso in plastica.

Cosa cambia ora con una tassazione a 40 centesimi al chilo invece che ad un euro…. e che partirà da luglio? Siamo sconcertati. E’ meglio di un euro. Ma è comunque una mazzata micidiale. Le materie prime costano dai 0,80 ad 1,20 euro al chilo. Altro che microtassa. Non sta né in cielo né in terra. E i 3/4 mesi di ritardo sono un po’ una beffa perché entro quattro mesi non cambia nulla. Stiamo già lavorando alle alternative.

Quali alternative?

Le plastiche riciclabili. Ma sostituire un piatto di plastica con altri materiali non è semplice. La plastica attuale è la meglio performante se devo metterci degli alimenti caldi, caldissimi o trasportali. È difficilissimo sostituire la plastica e non lo si può fare certo in 3 mesi.

Cosa succede adesso? Le imprese italiane chiuderanno? Andranno all’estero?

Chi può sta già pensando a delocalizzare. Le imprese colpite sono quasi tutte italiane. Viene da ridere a pensare che Renzi venga definito “servo” delle multinazionali della plastica. Le aziende interessate sono quasi tutte italiane. Chi ha già sedi all’estero rinforzerà quegli stabilimenti. E chi ha già la casa madre altrove gradualmente delocalizzerà. A sentire i commenti dei politici si resta perplessi. Sono di un pressappochismo e una faciloneria incredibili. Non sanno di che parlano. Ma come si fa!?

Ci faccia un esempio.

L’ex ministro Andrea Orlando che per giustificare la plastic tax ha pubblicato sul profilo twitter il classico capodoglio che muore con la plastica nello stomaco (con il commento: “Davvero non possiamo pagare qualche centesimo di euro per evitare questo?”, ndr). È veramente un ragionamento un tanto al chilo. Il packaging italiano è gestito abbastanza bene tra sistema di produzione e riciclaggio. Non finisce nell’ambiente. Ed è provato che sono le plastiche dei Paesi in via di sviluppo, come India e Cina, a finire in quei capodogli, non la nostra. Bisognerebbe lavorare affinché scappi ancora meno plastica ma questi di Orlando non sono ragionamenti.

E’ una partita chiusa o si può ancora fare qualcosa? Avete una strategia per riaprire la trattativa?

Misureremo fra poco l’atteggiamento del mondo finanziario a cui chiaramente abbiamo chiesto un aiuto per lo sforzo improvviso. Vedremo come ci valuteranno. La plastic tax premia le plastiche riciclate ma non si possono usare se non in modo limitato. L’imballaggio alimentare rimane comunque il settore fondamentale e le plastiche riciclate sono utilizzabili in minima parte. Un’operazione fatta così porterà poi alla crescita ulteriore del prezzo delle plastiche riciclate e sarà ancora più difficile utilizzarle. C’è molta confusione su questo aspetto. Anche un po’ di chiarezza normativa non guasterebbe. Ma oggi, per il sistema di riciclaggio, non si può ottenere facilmente un vasetto di plastica che contiene lo yogurt da un vasetto di plastica appena utilizzato. Occorrono modifiche al circuito del riciclaggio. Ma se questo settore è visto come un player che crea problemi faccio fatica anche ad avere capitali per gli investimenti che possono apportare queste modifiche.

Mi sembra che il governo abbia fatto in fretta dicendo “tassiamo un mondo che produce ricchezza e fine”, convincendo l’opinione pubblica con l’emotività delle campagne ambientaliste infantili che circolano. Uno dei problemi è invece la complessità che sta dietro il settore industriale. Ma voi avete un referente o dei referenti politici dentro i partiti?

Si parla di lobby della plastica. Ma quale lobby!? Noi cerchiamo, come è giusto che sia, di parlare a tutti gli amministratori e a tutti i decisori, augurandoci che si capisca la complessità di questo settore e che i nostri messaggi passino. In maggioranza ho visto che Italia Viva di Renzi ha tenuto abbastanza il punto. Ma abbiamo trovato interlocutori in ogni forza politica. 

E nei ministeri?

Col ministero dell’Ambiente non c’è stato molto dialogo. Col ministero dello Sviluppo economico ci sono stati degli incontri. Ma mi sembra assurdo che prima si faccia un intervento strutturale in un settore e poi si senta chi ne fa parte ed è stravolto da quell’intervento.

Secondo lei la stangata che arriverà avrà un’influenza sul voto in Emilia-Romagna, dove ci sono numerose imprese plastiche?

Stimiamo che le aziende che si occupano di packaging in Emilia Romagna coinvolgano circa 12.000 lavoratori. E parlando con tanti ho la netta sensazione che anche i lavoratori l’abbiamo presa molto male. E’ facile capire che anche a 40 centesimi al chilo resta una mazzata che mette a rischio il loro lavoro e può fare danni. Ed è solo una delle tante martellate che interessano il comparto. C’è stata la direttiva europea, la campagna di comunicazione sulla plastica, la plastic tax e la sugar tax. Cadono tutte su questo settore. Dai e dai… anche l’ultimo arrivato capisce che queste cose pesano e rischiano di distruggere un comparto efficiente con le conseguenze che si possono immaginare.

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Lega. Il segreto di un successo. Ascoltare gli Elettori.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-08.

2019-12-03__Lega 001

Lega e cdx hanno vinto consecutivamente in Lombardia, Molise, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Trentino, Abruzzo, Sardegna, Basilicata, Piemonte ed Umbria, una volta roccaforte rossa.

I partiti ed i loro esponenti si interrogano su come abbia fatto Mr Salvini ad ottenere simili risultati.

L’analisi pubblicata da Demopolis sui flussi elettorali in Umbria sintetizza il segreto dei successi elettorali della lega.

Ne porgeremo alla discussione due motivi soltanto.

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Anche se la dirigenza del PD e del M5S si affannano a ripetere che i risultati elettorali regionali non incideranno minimamente sulla tenuta dell’attuale Governo Zingaretti rosso-giallo, gli Elettori la pensano in modo ben differente. Il 44% ne vede una valenza nazionale totale ed il 25% parziale. Il sessantanove percento degli Elettori percepisce le elezioni regionali come evento politico nazionale.

D’altra parte, se così non fosse, il fenomeno delle sardine risulterebbe essere incomprensibile.

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Su cento Elettori della lega, 32 la avevano già votata, 5 avevano votato Forza Italia, 14 il partito democratico e 12 movimento cinque stelle: i restanti 37 si erano astenuti oppure avevano votato altre liste.

Tradotto in parole povere, lega e Salvini hanno attratto quei consensi prima incanalati su altre formazioni. Mr Salvini è persona di buon senso, pratica: non ha ideologie da difendere contro ogni evidenza.

Nel converso, PD e M5S hanno vistosamente constatato un calo di consenso elettorale.

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Azzarderemo la segnalazione di alcune cause.

– Le dirigenze e gli iscritti al PD ed al M5S sono altamente ideologizzati e non rappresentano più quella che era stata la loro base elettorale. Sono ad un aut aut: o soddisfano gli iscritti e perdono consensi elettorali, oppure ascoltano gli Elettori e rottamano le ideologie prima sostenute.

– Ma stare a sentire gli Elettori e cercare di comprendere le loro esigenze impone un bagno di silenziosa umiltà. Anche perché i sentimenti di gran parte del corpo elettorale sono apertamente conflittuali con le ideologie sia del PD sia del M5S.

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Le gente comune sta soffrendo molto dalla attuale recessione economica, e si attenderebbe un governo che almeno la tamponasse, che facesse qualcosa per cercare di rimettere in moto la produzione industriale.

Non è interessata alla mera assistenza di una manciata di euro del tutto insufficienti per vivere: vuole, vorrebbe, un lavoro vero ed uno stipendio dignitoso.

Non sa cosa farsene di un Governo in perenne litigio, tutto preso a cercare di fare i conti con le frange interne che si scindono dal partito, tutto teso al massacro giudiziario dei propri dissidenti.

Open, Zanda contro Renzi: “Da segretario Pd ha raccolto soldi per sé e non per dipendenti partito”

«Il tesoriere e senatore del Pd, Luigi Zanda, attacca Matteo Renzi sul caso della Fondazione Open. Non sull’aspetto giudiziario, ma sull’atteggiamento politico di Renzi: “Da segretario e da senatore Pd ha raccolto risorse molto rilevanti di 7 o 8 milioni convogliandole alla Fondazione Open. Mentre allo stesso tempo, sempre da segretario, metteva in cassa integrazione ben 160 dipendenti del suo partito”»

La gente non ha quasi più fiducia negli attuali governanti.

Poi, un esempio paramount.

Via crocifisso da scuola, Salvini: “Fioramonti è ministro da centro sociale”

«Matteo Salvini all’attacco del titolare dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti che al posto del crocifisso nelle aule scolastiche preferirebbe una cartina del mondo. “Mi sembra un ministro da centro sociale più che da ricerca universitaria, roba da matti”, le parole del leader leghista in diretta Facebook.»

Ci rendiamo perfettamente conto che sia il partito democratico sia il movimento cinque stelle siano profondamente atei, e che quindi abbiano in uggia i Crocefissi. Similmente, ci rendiamo perfettamente conto che gran parte degli Elettori non sia più cattolico praticante.

Tuttavia ciò non rende ragione del vero stato della questione.

Gli italiani hanno nel sangue, nel dna, il loro retaggio religioso, storico, culturale e sociale che non è sostanzialmente ateo. A riprova, la modestissima Radio Maria, senza pubblicità né sovvenzioni governative, ha ogni giorno circa cinque milioni di ascoltatori, gente che poi va anche a votare. Gente che recita ogni giorno il Santo Rosario. Piaccia o meno, ci sono. Il ministro Fioramonti ha alienato al partito democratico centinaia di migliaia di voti.

P.S. Le sardine non rappresentano gli Elettori, anzi, li allontanano.

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A questo proposito, e per concludere, PD e M5S non hanno mai avuto tempo e voglia di studiare le componenti dl successo di Mr Putin, grande statista.

Appena insediato, nonostante settanta anni di duro comunismo e del fatto di essere stato alto dirigente del Kgb, si è fatto paladino della Chiesa Ortodossa del Patriarcato di Mosca. In venti anni ha fatto restaurare oltre cinquantamila Chiese. La gente gliene è grata.

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Poi, tasse da orbi su quanti lavorano nel comparto produttivo. E si aspettavano che questi li votassero?

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Zingaretti. Lettera a La Repubblica.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-06.

Diavolo

Pubblichiamo in extenso la lettera inviata a La Repubblica da Mr Zingaretti, segretario del Partito democratico.

«non possiamo sottovalutare in alcun modo il rischio che la maggioranza di governo tra distinguo, liti e sgambetti si allontani sempre più da i bisogni e dalla voglia di riscatto del Paese»

«Continuano a esplodere drammatiche crisi aziendali che dovrebbero molto di più influenzare l’agenda politica in primo luogo della maggioranza»

«Lo abbiamo detto dal primo giorno. Accettiamo la sfida del Governo solo a condizione che produca una svolta in grado di fermare la destra e realizzare un cambiamento reale, economico e sociale»

«Non si può governare insieme se ci si sente avversari e senza una comunanza sulla visione comune del futuro»

«Il Paese non vive solo una difficoltà economica e sociale, ma un vero sfilacciamento di legami antichi e un’assenza di punti di riferimento che gettano le persone nella solitudine»

«Non sono più le piazze della rabbia o dell’antipolitica che si sono riempite negli anni passati. Le nuove piazze reclamano una bella politica»

«La scarsa generosità di alcune insensate polemiche nella maggioranza, di una ricerca ossessiva e quotidiana di visibilità, la paura tra gli alleati di abbracciare una solidarietà aperta e leale sono i segni di un vecchio modo di intendere la politica»

«Tanto più dannoso di fronte a una destra nuova risorgente e pericolosa»

«Il Pd combatterà per questo. Con le sue liste a viso aperto e con spirito unitario sarà presente in tutte le Regioni che andranno al voto per fermare il pericolo delle destre»

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Solo un commento dovrebbe essere fatto.

Con ripetitiva insistenza, Mr Zingaretti enuncia la ragion d’essere del partito democratico:

«per fermare il pericolo delle destre».

In altri termini: se non ci fosse la destra, il partito democratico non avrebbe ragione di esistere.

È un’ammissione che lascia molto pensosi.

Ma poi. quale sarebbe il ‘pericolo delle destre‘?

Quello di vincere le elezioni e pensionare tutti gli ex-parlamentari del PD?

Allora il pericolo non è per l’Italia, ma per il partito democratico.

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Lega e cdx hanno già vinto consecutivamente in Lombardia, Molise, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Trentino, Abruzzo, Sardegna, Basilicata, Piemonte ed Umbria. In questa ultima regione il cdx ha ottenuto il 57.4% dei voti.

Nel 2020 si voterà per le elezioni regionali in Emilia Romagna, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, e Veneto. La lega potrebbe fare cappotto.

La verità non è che le destre siano un pericolo nazionale, bensì il fatto gli Elettori italiani danno loro il proprio voto.

Mr Zingaretti vuole demonizzare centrodestra e lega? Indicarli come il peggiore dei peggiori vessiliferi di una qualche orrifica visione politica?

Perfetto.

Pensi allora che gli Elettori preferiscono votare centrodestra e lega al partito democratico, che evidentemente è percepito essere ben peggio. Già: il PD sarebbe ben peggio della lega. Faccia Lui.

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Zingaretti: “Polemiche insensate, così non si governa”

La lettera del segretario del Partito democratico a Repubblica.

Caro direttore,

non possiamo sottovalutare in alcun modo il rischio che la maggioranza di governo tra distinguo, liti e sgambetti si allontani sempre più da i bisogni e dalla voglia di riscatto del Paese. Continuano a esplodere drammatiche crisi aziendali che dovrebbero molto di più influenzare l’agenda politica in primo luogo della maggioranza.

Lo abbiamo detto dal primo giorno. Accettiamo la sfida del Governo solo a condizione che produca una svolta in grado di fermare la destra e realizzare un cambiamento reale, economico e sociale. E in grado di rispondere alla cultura dell’odio con la costruzione di una speranza. Già nelle prime settimane di vita dell’esecutivo Conte il Pd si è prodigato per richiamare tutti alla responsabilità. Non si può governare insieme se ci si sente avversari e senza una comunanza sulla visione comune del futuro. Il Paese non vive solo una difficoltà economica e sociale, ma un vero sfilacciamento di legami antichi e un’assenza di punti di riferimento che gettano le persone nella solitudine.

Ecco perché spetta a noi dare un segno di unità, sobrietà, disinteresse nell’impegno e nel fare bene al Paese, un’attenzione etica nel costruire piuttosto che distruggere. D’altra parte le piazze di queste settimane, nella loro irrinunciabile autonomia, ci dicono questo: è ora di mettere alle nostre spalle ogni egoismo, ogni tatticismo, ogni chiusura in noi stessi, per rimettere al centro un cammino delle persone, delle singole persone, nell’esercizio della loro responsabilità politica e civile. Non sono più le piazze della rabbia o dell’antipolitica che si sono riempite negli anni passati. Le nuove piazze reclamano una bella politica. Una politica non urlata, ma ragionata. Una politica non leaderistica, ma collettiva. Una politica piena di idee, sogni realizzabili con la passione, la pazienza del fare quotidiano

Questo è lo sforzo che con determinazione in questi mesi abbiamo compiuto come Pd. Il cammino comune per essere all’altezza è ancora lungo, per iniziarlo occorre immediatamente, e con urgenza, cambiare passo. Non solo l’Italia, ma l’Europa ha bisogno di giustizia e di uno sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale. Il Governo Conte è nato con l’ambizione di realizzare una rigenerazione democratica. La manovra economica che si sta approvando, pur partendo da condizioni molto difficili, rappresenta un’inversione di tendenza. Ora fondamentale è ricostruire la fiducia nel Paese.

La scarsa generosità di alcune insensate polemiche nella maggioranza, di una ricerca ossessiva e quotidiana di visibilità, la paura tra gli alleati di abbracciare una solidarietà aperta e leale sono i segni di un vecchio modo di intendere la politica. Tanto più dannoso di fronte a una destra nuova risorgente e pericolosa. Il Partito Democratico è altro da tutto questo. Vuole essere il costruttore, insieme a tanti altri, di una proposta civile per l’Italia: per creare lavoro e sviluppo, per scommettere sulla rivoluzione verde, per investire sulla scuola e l’università, per semplificare la vita degli italiani, per nuove politiche industriali, per infrastrutture utili, per sostenere la rivoluzione digitale.

Il Pd combatterà per questo. Con le sue liste a viso aperto e con spirito unitario sarà presente in tutte le Regioni che andranno al voto per fermare il pericolo delle destre. Auspichiamo di poterlo fare dentro una alleanza larga che sarà vincente solo se capace di dimostrare di essere utile all’Italia, a sostegno di un governo che ha un senso solo a condizione che interpreti questo sentimento positivo e di riscatto che sta crescendo nel Paese.

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Conte Bis, alta tensione e ipotesi crisi: lettera di Zingaretti

Il leader Pd ha scritto una lettera a La Repubblica per esprimere il suo punto di vista sulle tensioni interne all’esecutivo.

Il leader del Partito Democratico Nicola Zingaretti ha scritto e inviato una lettera al quotidiano ‘La Repubblica’ per commentare le recenti tensioni interne al governo Conte Bis, che hanno alimentato le voci su una possibile nuova crisi dell’esecutivo con conseguenti elezioni anticipate. Nella lettera, Zingaretti afferma: “Non possiamo sottovalutare in alcun modo il rischio che la maggioranza di governo tra distinguo, liti e sgambetti si allontani sempre più da i bisogni e dalla voglia di riscatto del Paese”.

Ancora il leader Pd: “Lo abbiamo detto dal primo giorno. Accettiamo la sfida del Governo solo a condizione che produca una svolta in grado di fermare la destra e realizzare un cambiamento reale, economico e sociale. E in grado di rispondere alla cultura dell’odio con la costruzione di una speranza”.

Poi, il monito: “Non si può governare insieme se ci si sente avversari e senza una comunanza sulla visione comune del futuro”.

Nella lettera si legge ancora: “La scarsa generosità di alcune insensate polemiche nella maggioranza, di una ricerca ossessiva e quotidiana di visibilità, la paura tra gli alleati di abbracciare una solidarietà aperta e leale sono i segni di un vecchio modo di intendere la politica. Tanto più dannoso di fronte a una destra nuova risorgente e pericolosa”.

Zingaretti, al termine della missiva, scrive che il governo “ha senso solo a condizione che interpreti questo sentimento positivo e di riscatto che sta crescendo nel Paese”.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

M5S. O scissione o scomparsa per carenza di Elettori.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-05.

2019-12-05__M5S Scissione 001

Alle elezioni politiche del 2018 M5S ottenne il 32.7% dei suffragi, scesi al 17.1% alle elezioni europee del 2019.

Ad oggi, i sondaggi di propensione al voto stimano il M5S attorno al 16%.

Questi dati riportano una sempre più ampia divergenza tra le decisioni politiche prese dai vertici pentastellati e le attese dell’Elettorato.

M5S dovrà decidere se assecondare dirigenza ed iscritti, Piattaforma Rousseau ed estinguersi politicamente, ovvero tornare a sentire la voce del popolo e mutare rotta. Due decisioni ambedue dignitose, ma alla fine un po’ di chiarezza sarà ben necessaria.

Uno dei nodi è che il movimento è spaccato verticalmente ed in modo al momento inconciliabile.

Come è successo per il partito democratico, anche per il movimento si prospetta una scissione.

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«Il Movimento in ordine sparso. Di Maio e Di Battista non nascondono l’ostilità all’esecutivo»

«L’unico che può fermare il leader è Grillo, ma finora non è stato ascoltato»

«In Aula, lo sguardo di Luigi Di Maio non incrocia mai quello di Giuseppe Conte. Più spesso finisce per dirigersi verso il leghista Garavaglia, che fu viceministro dell’Economia»

«Occhiate d’intesa, forse di nostalgia, che fanno il paio con i capannelli del giorno dopo a Montecitorio, dove gruppuscoli di 5 Stelle dispersi confabulano con deputati leghisti, nella parte degli adescatori»

«È una partita che mette a rischio il governo e che ha molti protagonisti, uno per ogni anima del «fu» primo partito. Da una parte c’è Di Maio, che fa ormai apertamente asse con Alessandro Di Battista e non nasconde l’ostilità all’esecutivo che lui stesso ha formato. Dall’altra ci sono i «governisti», che cercano riparo nella terra di confine tra il premier Conte e il Pd»

«Infine il consistente gruppo dei deputati a fine corsa, arrivati al secondo mandato e non più ricandidabili.»

«Di Maio non ha mai digerito il governo con il Pd. Nella riunione che diede il via libera al Conte 2, fu tra i più ostili. La riluttanza è andata crescendo e lo ha portato a riscoprire Di Battista, con il quale era entrato in rotta di collisione e che ora non perde occasione per sostenerlo, in chat o pubblicamente»

«Prima o poi si dovrà staccare la spina»

«Si chiude la legge di Bilancio e Luigi manda tutti a casa»

«Vuole tornare con Salvini. Temono voglia davvero mettersi alla testa di un movimento rinnovato e più piccolo, libero dal Pd e dal giogo del governo e pronto a risalire nei sondaggi, tornando magari ad allearsi con la Lega»

«L’unico che può fermare Di Maio, per statuto, è Beppe Grillo. Il quale però non può usare l’arma finale, se non a rischio di far cadere un governo a cui tiene più del capo politico»

«Le correnti organizzate non hanno mai attecchito nel M5S, ma si possono individuare gruppi di deputati che si muovono all’unisono»

«Ci sono quelli che fanno riferimento al presidente Roberto Fico»

«c’è il correntone virtuale dei «morti viventi», come li chiama qualcuno, cioè gli 86 parlamentari al secondo mandato»

«Tra loro lo stesso Fico e poi Castelli, Di Stefano, Ruocco, Sibilia, Bonafede»

* * * * * * *

Più fluida, la situazione è chaotica.

Si noti bene: che non potersi ripresentare perché al secondo mandato, oppure presentarsi ma senza avere un cane che ti voti, il risultato è lo stesso. In parlamento non si ritorna più.

L’unico elemento che sembrerebbe essere inconfutabile sarebbe la constatazione di un groviglio di posizioni contrapposte quanto inconciliabili.

Ma gli Elettori esigono una ragionevole chiarezza. Il continuo rimando di un chiarimento ha come esito finale solo la estinzione politica. Il 7.4% conseguito in Umbria dovrebbe essere già una campana a morto.

*


M5S, l’ombra della scissione. Al bivio governisti e tentati dalla Lega

Il Movimento in ordine sparso. Di Maio e Di Battista non nascondono l’ostilità all’esecutivo. L’unico che può fermare il leader è Grillo, ma finora non è stato ascoltato.

In Aula, lo sguardo di Luigi Di Maio non incrocia mai quello di Giuseppe Conte. Più spesso finisce per dirigersi verso il leghista Garavaglia, che fu viceministro dell’Economia. Occhiate d’intesa, forse di nostalgia, che fanno il paio con i capannelli del giorno dopo a Montecitorio, dove gruppuscoli di 5 Stelle dispersi confabulano con deputati leghisti, nella parte degli adescatori. Il più attivo è Giancarlo Giorgetti: «Ha ragione Di Maio, per una volta che è coerente, perché gli date contro?». Ma è lo stesso Giorgetti che un attimo dopo scherza: «Cinque Stelle? Ma no, sono quattro, tre, due, una». Gioco di parole che allude al progressivo prosciugarsi del Movimento. Fonti leghiste assicurano che già quattro senatori hanno accettato il trasbordo nella Lega e altri starebbero per cedere. Voci, spesso interessate. Ma che si innestano in un quadro complesso, che vede un ministro degli Esteri sempre più inquieto e un Movimento che va veloce in direzione scissione. È una partita che mette a rischio il governo e che ha molti protagonisti, uno per ogni anima del «fu» primo partito. Da una parte c’è Di Maio, che fa ormai apertamente asse con Alessandro Di Battista e non nasconde l’ostilità all’esecutivo che lui stesso ha formato. Dall’altra ci sono i «governisti», che cercano riparo nella terra di confine tra il premier Conte e il Pd. Infine il consistente gruppo dei deputati a fine corsa, arrivati al secondo mandato e non più ricandidabili.

l patto con Di Battista

Di Maio non ha mai digerito il governo con il Pd. Nella riunione che diede il via libera al Conte 2, fu tra i più ostili. La riluttanza è andata crescendo e lo ha portato a riscoprire Di Battista, con il quale era entrato in rotta di collisione e che ora non perde occasione per sostenerlo, in chat o pubblicamente. «Prima o poi si dovrà staccare la spina», ripete Di Maio ai suoi, con una tale insistenza da aver generato il panico tra i parlamentari. «Si chiude la legge di Bilancio e Luigi manda tutti a casa», prevede un onorevole. E una «contiana», sottovoce: «Vuole tornare con Salvini». Temono voglia davvero mettersi alla testa di un movimento rinnovato e più piccolo, libero dal Pd e dal giogo del governo e pronto a risalire nei sondaggi, tornando magari ad allearsi con la Lega. Se pure la suggestione fosse forte, sarebbe osteggiata da gran parte dei fedelissimi. L’ultimo scontro risale a ieri. Il «capo» aveva chiesto al gruppo della Camera di chiudere il teatrino sul capogruppo eleggendo Francesco Silvestri. Ma i deputati si sono ribellati all’«imposizione dall’alto» e hanno preso tempo. Tra i pochi a seguire Di Maio sulla linea della rottura sarebbero allora Di Battista e Paragone, da sempre filoleghista, mentre persino Fraccaro e Bonafede hanno preso a rispondere a muso duro alle minacce di crisi di «Luigi».

Grillo solo parlante

L’unico che può fermare Di Maio, per statuto, è Beppe Grillo. Il quale però non può usare l’arma finale, se non a rischio di far cadere un governo a cui tiene più del capo politico. Così si limita a una moral suasion che, nell’ultimo caso, non ha sortito effetto. Di Maio dopo il colloquio con Grillo non ha cambiato di una virgola il suo atteggiamento. Anzi, forse l’ha indurito. Quanto a Grillo, non sembra disposto a sostenere i rivoltosi e in caso di scissione potrebbe ritirarsi sull’Aventino.

Sfida per la leadership

Se lunedì l’aria nei gruppi era «irrespirabile», molto lo si deve alla rivalità tra Di Maio e Conte. Lo scontro sul Mes viene spiegato anche in questa chiave. I rapporti tra i due si sono di nuovo interrotti, anche perché Di Maio sospetta che il premier lavori per sottrargli parlamentari in vista di un futuro partito «alla Monti». E dire che fu proprio l’attuale inquilino della Farnesina a infilare il giurista pugliese nella rosa dei papabili ministri, nel mai nato monocolore 5 Stelle. Conte raccontò: «Quando mi hanno telefonato, per onestà intellettuale dissi che non li avevo votati». Eppure il premier è stato sempre considerato uno del M5S. Almeno fino a quando Di Maio ha cominciato a temerlo (e a combatterlo).

Le correnti

Le correnti organizzate non hanno mai attecchito nel M5S, ma si possono individuare gruppi di deputati che si muovono all’unisono. Ci sono quelli che fanno riferimento al presidente Roberto Fico e c’è il correntone virtuale dei «morti viventi», come li chiama qualcuno, cioè gli 86 parlamentari al secondo mandato. Tra loro lo stesso Fico e poi Castelli, Di Stefano, Ruocco, Sibilia, Bonafede. Tutti onorevoli che, salvo improbabili ripescaggi al governo, dovrebbero smettere di fare politica. Ecco perché, se Maio decidesse di spingere per una fine prematura della legislatura, potrebbero diventare i nuovi «responsabili» pronti a resistere per salvare il soldato Conte (e loro stessi).

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

PD al bivio. La relazione di Fabrizio Barca. Aut aut.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-05.

Bivio_01__

Il partito democratico constata che nel giro di breve tempo il suo consenso elettorale si è dimezzato, che ha subito scissioni molto dolorose e difficilmente comprensibili per la massa, che i suoi attuali alleati sono forse più controproducenti che utili.

Se questi sono i fatti, la ricerca delle cause e delle concause diventa di fondamentale interesse per poter rielaborare una nuova strategia di azione.

In questo la relazione di Fabrizio Barca pone diversi problemi nodali.

Di certo è una cosa: senza linea strategica il PD si condanna alla estinzione, ma le possibili scelte sono divergenti, opposte.

*

Su tutto troneggia un’idea dominante di retaggio comunista:

«Bisogna porsi il problema di rappresentare i subalterni, solo così si sconfigge la destra».

Una formazione politica che si pone come fine il fare da diga ad un altra formazione rinuncia però ad essere propositiva: la teoria del nemico non fa più presa alcuna sugli Elettori. Lega e Salvini sono percepiti dalle classi produttrici non come nemici ma come salvatori.

Ben diverso invece il problema di “rappresentare i subalterni”: senza il consenso degli Elettori, l’estinzione diventa strada obbligata.

* * * * * * *

«Chi sta con Minniti e chi lo contesta. Neoliberisti e solidali. Il segretario è di fronte alla sfida decisiva che, in caso di fallimento, porterà alla dissoluzione»

«Chi non la vuole, ha denunciato la “svolta a sinistra”. Ma la conferenza bolognese del Pd è stata tutt’altro: l’inizio di un percorso, che potrebbe portare lontano, di ripensamento dell’identità e della proposta politica del partito»

«Si è aperta una lunga strada che prova a riportare – in una sinistra da anni egemonizzata dal neoliberismo – una cultura che vede la giustizia ambientale e sociale come i veicoli dello sviluppo. Certo, sarà una battaglia»

«Bisogna porsi il problema di rappresentare i subalterni, solo così si sconfigge la destra»

«Non è il tempo di essere moderati: bisogna affermare una radicalità positiva in contrapposizione alla radicalità della peggior destra. E per radicale non intendo la redistribuzione dei fondi ma di poteri, qui è la sfida …. Dietro il nostro progetto c’è una certa trasversalità dell’agire politico, siamo mettendo insieme le conoscenze dei mondi della ricerca e della cittadinanza attiva»

«Chi non si pone il problema della rappresentanza dei subalterni, è il vero irresponsabile perché non fa altro che continuare a regalare consensi a Salvini»

«Da trent’anni non esiste una strategia di sviluppo e ciò ha alterato gli equilibri interni: ha fatto crescere le città in una direzione impropria, ha svuotato le campagne deindustrializzando, ha aumentato la concorrenza avvantaggiando le imprese che assumono con contratti pirata»

«nel programma sancito tra Pd e M5S si parlava di proposte concrete sul lavoro, penso al salario minimo o ad una nuova legge sulla rappresentanza. Sono proposte di buon senso, eppure rimangono inattuate»

«La continuità di Conte come presidente del Consiglio, da un governo all’altro: è un elemento anomalo in un assetto democratico»

«Essendo stato, da ministro, tra i responsabili dell’aver fatto inserire il richiamo al principio costituzionale della nazionalizzazione nella norma che approvammo durante il governo Monti… la nazionalizzazione è certo un’opzione»

«In questo momento bisogna farsi sentire dalle persone che stanno male e che traducono la loro rabbia in odio verso quelli che stanno peggio di loro. Bisogna dare, in maniera convincente e credibile, la sensazione che un’alternativa esiste, come effettivamente esiste»

«Siamo giunti ad un paradosso: la sinistra è più moderata dei liberali»

«La sinistra ha subito l’egemonia culturale del neoliberismo, si è convinta che non ci fosse alternativa e che lo Stato non avesse le competenze per gestire i processi di globalizzazione. Andava fatto l’esatto contrario …. La sinistra ha finito – sbagliando – per indebolire il pubblico sancendo, per prima, lo slogan “il pubblico è peggio del privato”.»

«Assistiamo al capovolgimento dei ruoli: la sinistra è stata meno fiduciosa nello Stato della destra conservatrice»

«Questo è il vero tema perché nell’ambito dell’egemonia culturale del neoliberismo c’era anche un travisamento del ruolo dei partiti ai quali si negava la funzione di rappresentanza e si attribuiva solo quella di responsabilità»

«Ora il dramma consiste nel fatto che la sinistra ha cessato di avere una lettura della società»

«l’interazione con le organizzazioni di cittadinanza, il sindacato e le città. …. Dopodiché c’è il nodo del rapporto con i partiti e noi ci relazioniamo sui temi sia con il Pd che, individualmente, con esponenti del M5S e di altri partiti»

«una discrasia tra una reazione straordinaria della componente giovanile in sala – interessata ai contenuti, al tema della giustizia sociale e priva di pregiudizi ideologici – e, invece, una vecchia classe dirigente che ha reputato il mio intervento “lontano dalla realtà”.»

«Matteo Renzi …. è riuscito nell’impresa di mettere i dirigenti scolastici contro gli insegnanti»

«un’opera è giustificata dal fatto che essa appaia funzionale alla qualità della vita, in primis al miglioramento della vita dei subalterni e di chi pagherà le conseguenze dell’infrastruttura in questione»

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Il nodo dovrebbe essere ben chiaro.

Se è vero che un partito politico dovrebbe proporre agli Elettori traguardi strategici di lungo periodo, sarebbe altrettanto vero che senza volere e sapere ascoltare le istanze dei potenziali Elettori quel partito muore.

Questo statement è stato la felice intuizione di Salvini e della lega, che nel volgere di un anno e mezzo hanno conquistato tutte le competizioni elettorali regionali, tranne il Lazio, e che si apprestano a salire al governo nelle prossime otto regioni chiamate al voto.

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Espresso. 2019-11-26. Ora Nicola Zingaretti deve scegliere tra le due anime del suo partito

Chi sta con Minniti e chi lo contesta. Neoliberisti e solidali. Il segretario è di fronte alla sfida decisiva che, in caso di fallimento, porterà alla dissoluzione.

Chi non la vuole, ha denunciato la “svolta a sinistra”. Ma la conferenza bolognese del Pd è stata tutt’altro: l’inizio di un percorso, che potrebbe portare lontano, di ripensamento dell’identità e della proposta politica del partito. Che questa sia una prospettiva realistica si è capito subito, grazie all’entusiasmo suscitato dalla relazione di Fabrizio Barca. Da tempo non si discuteva di idee, e del modo di trasformarle in politiche, in un’assemblea del Pd, e il fatto che le idee fossero quelle di una sinistra moderna, problematica e appassionata, non poteva passare inosservato. In fondo, nonostante quel che alcuni cercano di sostenere oggi, il partito non era nato per fare la nuova Democrazia Cristiana.

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Barca: “Basta con la sinistra moderata, serve radicalità per battere Salvini”

Applaudito alla kermesse del Pd, l’ex ministro e portavoce del Forum disuguaglianze e diversità auspica che Zingaretti inauguri una nuova stagione: “Si è aperta una lunga strada che prova a riportare – in una sinistra da anni egemonizzata dal neoliberismo – una cultura che vede la giustizia ambientale e sociale come i veicoli dello sviluppo. Certo, sarà una battaglia”. E poi aggiunge: “Bisogna porsi il problema di rappresentare i subalterni, solo così si sconfigge la destra”.

“Non è il tempo di essere moderati: bisogna affermare una radicalità positiva in contrapposizione alla radicalità della peggior destra. E per radicale non intendo la redistribuzione dei fondi ma di poteri, qui è la sfida”. Fabrizio Barca, da mesi, sta lavorando con il suo Forum disuguaglianze e diversità per strutturarsi sui territori e costruire ponti tra culture differenti che si ritrovano nell’articolo 3 della Costituzione: “Dietro il nostro progetto c’è una certa trasversalità dell’agire politico, siamo mettendo insieme le conoscenze dei mondi della ricerca e della cittadinanza attiva”. Da ActionAid alla Caritas, da Legambiente a varie fondazioni passando per l’associazionismo diffuso, si stanno sviluppando campagne per contrastare le enormi diseguaglianze presenti nel Paese. Un grande lavoro di accumulazione sociale che stride con la crisi, a sinistra, della rappresentanza. Su questo Barca non ha dubbi: “Chi non si pone il problema della rappresentanza dei subalterni, è il vero irresponsabile perché non fa altro che continuare a regalare consensi a Salvini”.

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I numeri ci consegnano un Paese in depressione e attanagliato da diversi mali: dall’emergenza disuguaglianze all’aumento della disparità Nord/Sud, dall’immobilismo dell’ascensore sociale alla precarietà diffusa e il working poor. Intanto la crescita economica va a rilento e l’Europa ci sta con il fiato sul collo. Caro Barca, siamo pagando le conseguenze dell’assenza di politiche industriali?

Sicuramente, se per politiche industriali intendiamo l’assenza di quelle mission di indirizzo di cui il capitalismo ha enormemente bisogno. Ne necessitano sia le grandi che le piccole imprese, soprattutto in un Sistema produttivo come il nostro. Da trent’anni non esiste una strategia di sviluppo e ciò ha alterato gli equilibri interni: ha fatto crescere le città in una direzione impropria, ha svuotato le campagne deindustrializzando, ha aumentato la concorrenza avvantaggiando le imprese che assumono con contratti pirata. Ancora, per chiudere il quadro, nel campo del welfare l’assenza di visione strategica ha messo in difficoltà il sistema organizzativo di cittadinanza utilizzandolo per ridurre i costi e far pagare bassi salari, non per il suo contenuto innovativo.

Il governo giallorosso, almeno finora, non sembra all’altezza delle sfide… o sbaglio?

Mi colpiscono due aspetti. Il primo: nel programma sancito tra Pd e M5S si parlava di proposte concrete sul lavoro, penso al salario minimo o ad una nuova legge sulla rappresentanza. Sono proposte di buon senso, eppure rimangono inattuate.
Il secondo aspetto?

La continuità di Conte come presidente del Consiglio, da un governo all’altro: è un elemento anomalo in un assetto democratico.
Il governo è in profonda difficoltà sul caso Ilva ed è spaccato al suo interno. Qual è l’exit strategy per far coesistere lavoro e diritto alla salute?

A Taranto si sta consumando una tragedia: anni di vuoto politico hanno portato allo sfacelo attuale. Se già 12 anni fa fosse esistito un consiglio del lavoro e della cittadinanza – cose che come Forum proponiamo – ovvero un luogo dove gli interessi ambientali e quelli del lavoro si fossero potuti confrontare, avremmo realizzato investimenti per la tutela dell’ambiente evitando la crisi odierna.

La nazionalizzazione potrebbe essere una soluzione?

Essendo stato, da ministro, tra i responsabili dell’aver fatto inserire il richiamo al principio costituzionale della nazionalizzazione nella norma che approvammo durante il governo Monti… la nazionalizzazione è certo un’opzione.

In una precedente intervista mi aveva dichiarato che il capitalismo andava ridiscusso e che era il momento di scelte radicali. Ne è ancora convinto?

In questo momento bisogna farsi sentire dalle persone che stanno male e che traducono la loro rabbia in odio verso quelli che stanno peggio di loro. Bisogna dare, in maniera convincente e credibile, la sensazione che un’alternativa esiste, come effettivamente esiste. Quindi sì, serve assolutamente radicalità e sarebbe grottesco se chi crede nell’emancipazione sociale sia più cauto dei liberali anglosassoni che avvertono la gravità della situazione. Siamo giunti ad un paradosso: la sinistra è più moderata dei liberali.

“Le disuguaglianze sono una scelta” spiega l’economista Antony Atkinson. In effetti veniamo da 20/30 anni di subalternità culturale al neoliberismo – dove ha regnato il pensiero unico dominante – e di trionfo dell’austerity. Quanta autocritica deve compiere la sinistra?

La sinistra ha subito l’egemonia culturale del neoliberismo, si è convinta che non ci fosse alternativa e che lo Stato non avesse le competenze per gestire i processi di globalizzazione. Andava fatto l’esatto contrario perché lo Stato era chiamato, invece, a svolgere ancora con più vigore una funzione di indirizzo per tutelare imprese, lavoratori e consumatori. La sinistra ha finito – sbagliando – per indebolire il pubblico sancendo, per prima, lo slogan “il pubblico è peggio del privato”. Assistiamo al capovolgimento dei ruoli: la sinistra è stata meno fiduciosa nello Stato della destra conservatrice.
In questi mesi il Forum ha lavorato nella società entrando in relazione con l’associazionismo e la cittadinanza attiva, intanto 4 giovani a Bologna hanno lanciato le “sardine” generando un movimento che sta scendendo ovunque in piazza contro Salvini. Questa accumulazione sociale che ricadute ha in termini di rappresentanza?

Questo è il vero tema perché nell’ambito dell’egemonia culturale del neoliberismo c’era anche un travisamento del ruolo dei partiti ai quali si negava la funzione di rappresentanza e si attribuiva solo quella di responsabilità. Come ci ha spiegato bene Piero Ignazi nelle sue analisi, schiacciando i partiti di sinistra sullo Stato – sotto il mantra della “responsabilità” – si è assunta una funzione totalmente elitaria. Qual è l’alibi con cui la sinistra ha potuto cadere in questo errore? L’alibi della società liquida. Ci si è raccontati: dato che le identità si erano frammentate, i partiti non potevano più svolgere il compito di rappresentare la società.

Che cosa trova di assurdamente sbagliato in questo ragionamento?

L’idea che la società abbia una sua naturale, oggettiva rappresentazione. Ci siamo dimenticati che sono i rappresentanti a dover rappresentare la società, le categorie sociali non esistono in natura ma sono il prodotto di una data lettura della società. Ora il dramma consiste nel fatto che la sinistra ha cessato di avere una lettura della società.

Lei è stato recentemente alla kermesse del Pd a Bologna ed è stato anche molto applaudito per il suo intervento in cui ha chiesto un “cambiamento radicale”. In mancanza di altri soggetti, il Pd derenzizzato è il luogo giusto per far vivere le proposte del Forum?

No, le proposte del Forum vivono anche attraverso l’interazione con le organizzazioni di cittadinanza, il sindacato e le città. Ad esempio, siamo attuando progetti a Milano e Napoli. Dopodiché c’è il nodo del rapporto con i partiti e noi ci relazioniamo sui temi sia con il Pd che, individualmente, con esponenti del M5S e di altri partiti.

Restano gli applausi presi alla kermesse del Pd…

Dobbiamo dare merito a Zingaretti e Cuperlo di aver avuto il coraggio di approcciarsi in maniera nuova, rispetto al passato, a ciò che si muove fuori il Pd provando ad instaurare un dialogo reale con la cittadinanza attiva. Un confronto che si è basato su temi concreti, non sulle proposte di candidature. Non un tavolino collaterale in cui venire a raccontare ogni organizzazione per conto suo il suo cahier de doléance sulla mobilità piuttosto che sulla scuola o sulla cooperazione. Ma un tavolo generale in cui le organizzazioni, non solo il Forum, sono state chiamate a esprimere una valutazione di sistema.

Pensa veramente che Zingaretti e Cuperlo abbiano cambiato il paradigma e che il Pd possa evolversi?

Mi limito a dire che Zingaretti e Cuperlo hanno cercato di aprire una nuova stagione. Una stagione difficile per la refrattarietà al confronto culturale che è maturata all’interno del Pd e che si è manifestata durante le tre giornate in una discrasia tra una reazione straordinaria della componente giovanile in sala – interessata ai contenuti, al tema della giustizia sociale e priva di pregiudizi ideologici – e, invece, una vecchia classe dirigente che ha reputato il mio intervento “lontano dalla realtà”. Hanno reputato le mie parole belle ma non utili all’azione per una sinistra responsabile e di governo: sono ancora vittime della cultura neoliberista, temono il conflitto. Come se la decisione di legiferare per un salario minimo legale o per l’aumento sulla tassa sull’eredità o l’idea di ridare una missione strategica alle imprese pubbliche o di riorganizzare l’amministrazione pubblica o di contrastare la precarietà giovanile non siano atti di una concretezza straordinaria. Si potrebbero fare già domattina se ci fosse la volontà di invertire rotta. Serve il coraggio di scelte radicali e non velleitarie, il senso comune non cambia da un giorno all’altro.

Come traduce, fuori dai denti, queste contraddizioni interne al Pd?

Registro che si è aperta una strada, una strada lunga che prova a riportare – in un contesto da anni egemonizzato da culture neoliberali – una cultura che vede la giustizia ambientale e sociale come i veicoli dello sviluppo, come una carta anche per le imprese migliori, innovative, che non pagano salari di fame, che non scaricano sul lavoro la volatilità del mercato. Secondo Carlo Borgomeo sono la fonte dello sviluppo. Perché lo capiscano e lo traducano nelle loro polis ci vorrà del tempo. È una battaglia.

Passiamo ad altri temi programmatici: il segretario della Cgil, Maurizio Landini, ha proposto la pensione a 62 anni, condivide o meno?

Se c’è qualcuno che con la Quota 100 ti ha levato castagne dal fuoco… vai avanti! Pensiamo al futuro dei giovani, alla gig economy, al precariato diffuso, all’uso dell’intelligenza artificiale. Temi sui quali lavoriamo con Cgil. Queste sono le priorità.

Passiamo alla riforma della Buona Scuola e all’alternanza scuola/lavoro. È per abrogare entrambi i provvedimenti provando a riconsegnare alla scuola una centralità persa nel tempo in nome dei profitti e dei presidi manager?

Considero la Buona Scuola la più grande occasione perduta da Matteo Renzi: c’erano dentro idee significative, all’inizio, ma poi è riuscito nell’impresa di mettere i dirigenti scolastici contro gli insegnanti! Per ridare centralità alla scuola non si può trascurare il tema della lotta alle diseguaglianze: il Forum, nel prossimo biennio, si porrà l’obiettivo di affrontare in maniera radicale il tema della povertà educativa.

Abbiamo assistito all’inondazione di Venezia. Il problema si palesa nell’incompiutezza del Mose per le ruberie varie che ben conosciamo o in Italia dobbiamo smetterla di pensare a grandi opere (Mose, Tav, Ponte sullo stretto, Tap) e focalizzarci su un programma di messa in sicurezza del territorio con tante piccole opere ambientali?
Non la compro la contrapposizione astratta piccole opere contro grandi opere. Perché non si sposta il ragionamento? A me preoccupa l’interesse strategico. E quindi un’opera è giustificata dal fatto che essa appaia funzionale alla qualità della vita, in primis al miglioramento della vita dei subalterni e di chi pagherà le conseguenze dell’infrastruttura in questione.
In base alla relazione dei costi/benefici, è contro la Tav Torino-Lione?

Se un giorno raccontassero una strategia convincente dell’area vasta Torino-Lione in cui la “grande opera” serve a ridisegnare la vita delle persone – un’area senza mai più frontiere, che condivide e rialloca servizi di salute, università, scuola … – potrei persino cambiare idea… ma, ad oggi, non ci sono dubbi: così, non serve.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria

Centeno. Il Mes non si cambia. Firmare, tacere, combattere. È un Diktat.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-04.

Ivan Iv. Il Terribile. 001

Mário José Gomes de Freitas Centeno (Olhão, 9 dicembre 1966) è un economista e politico portoghese, Ministro delle finanze del Portogallo dal 26 novembre 2015. Il 4 dicembre 2017 è stato designato presidente dell’Eurogruppo e ha assunto l’incarico dal 13 gennaio 2018., sotto gli auspici della Commissione Juncker.

È membro del partito socialista.

«In early 2018, Centeno was being investigated for allegedly accepting S.L. Benfica tickets in exchange for a favourable tax treatment for a real-estate company owned by the son of Benfica president Luís Filipe Vieira. On 26 January 2018, Centeno’s office was searched by the Portuguese police. On February 1, prosecutors dropped the investigation, concluding there was “no crime of favoritism or any other (crime)” and that it has archived the case» [Fonte].

Denunciato il 26 gennaio, la procura archiviò la pratica a velocità ben superore di quella della luce: il 1° febbraio.

Poi qualche malpensante andò a pensare chela tessera del partito socialista gli avesse conferito immunità: ma sono le solite malelingue, invidiose ed astiose. Dei fascisti, in poche parole.

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Mes, dall’Eurogruppo schiaffo all’Italia: “Nessuna ragione per cambiarlo”

«Schiaffo all’Italia dal presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno. “Non vediamo ragione per cambiare il testo” del Mes, ha detto il numero uno dell’Eurogruppo a Bruxelles proprio mentre il governo e il premier Giuseppe Conte stanno cercando un difficile compromesso tra le posizioni del Pd e del Movimento 5 Stelle.

“Il dibattito è in corso, oggi faremo un altro passo importante e poi aggiusteremo le necessità di dibattito che sono presenti” nei nostri Paesi, ha detto il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno, annunciando che la firma del nuovo Trattato avverrà “ad inizio del prossimo anno”. Secondo quanto si apprende, infatti, dopo l’accordo in Eurogruppo e all’Eurosummit serve tempo ulteriore, circa un paio di mesi, per tradurre i testi nelle diverse lingue. ….

“Sul fondo salva-Stati dico no a cambiali in bianco. Ma basta propaganda”, dice il presidente del Consiglio Giuseppe Conte al Corriere della Sera da Londra, dove è in corso il vertice Nato. E apre all’ipotesi di un rinvio. “Noi ci stiamo muovendo in una logica di pacchetto, abbiamo fatto un vertice di maggioranza su questo. Pacchetto significa che il progetto comprende unione bancaria e monetaria: è giusto che l’Italia si esprima solo quando avrà una valutazione complessiva su dove si sta andando, io ancora non ho firmato nulla, tantomeno una cambiale in bianco”»

* * *

Adesso la situazione è semplice, chiara e netta.

O questo Governo si piega al diktat di Mr Centeno, presidente nominato dell’Eurogruppo, e sottoscrive il Trattato, oppure Mr Di Maio si impone, impedisce al Governo di sottoscriverlo e genera la crisi di governo.

Tutte le manfrine hanno un inizio, ma anche una fine.

Nota.

Se Mr Di Maio ed il M5S si illudono di recuperare Elettori agendo in questa maniera, si sbagliano, e di grosso.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria

Sardine. I nuovi centri sociali comandati da chi li finanzia.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-03.

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Chiunque abbia buona memoria oppure si sia curato di studiar qualche rudimento di storia sa cosa siano stati, e siano tuttora, i ‘centri sociali’, antenati delle attuali sardine.

«Con il termine centri sociali ci si riferisce a delle strutture, gestite da organizzazioni o in autonomia, volte a dare servizi socialmente utili, ricreativi o culturali.

Il termine “centro sociale”, o anche il suo corrispettivo inglese Social Center, è spesso utilizzato in modo estensivo per riferirsi ad un particolare tipo di struttura autogestita e legata ad un network controculturale, spesso nata dopo l’occupazione di uno spazio pubblico, privato o abbandonato, volta a dare supporto a gruppi di minoranza come prigionieri o rifugiati, oppure a fornire attività ed iniziative disparate nei cosiddetti luoghi liberati: servizio bar, Freeshop, libero utilizzo di computer, graffiti, servizi collettivi e pernotto gratuito per viaggiatori. I servizi offerti da un centro sociale sono spesso determinati dalle necessità del quartiere e dalle possibilità e capacità offerte da chi vi partecipa.

I centri sociali rappresentano inoltre un fenomeno di aggregazione politica extraistituzionale nato nell’alveo culturale della sinistra extraparlamentare. I primi centri sociali, nati come luogo di aggregazione di militanti politici, nascono alla fine degli anni settanta sulla base dell’esperienza dei circoli del proletariato giovanile.

Il fenomeno è cresciuto nel corso degli anni ottanta e novanta tanto da divenire endemico su tutto il territorio nazionale ed identificativo del mondo della controcultura giovanile politicamente schierata. Prassi consuetudinaria dei centri sociali è quella della cosiddetta “riappropriazione (o liberazione) degli spazi”, che consiste nell’occupazione di stabili spesso dismessi. In tempi più recenti gli enti locali hanno cominciato a legalizzare alcuni centri sociali occupati affidandoli agli occupanti stessi (oppure ad assegnare stabili ad associazioni senza dimora che ne fanno uso), in modo da responsabilizzarne i “gestori”.

L’attivismo nato nell’area dei centri sociali di questo tipo si è conquistato nel tempo un certo peso sulla scena politica nazionale, tanto che la locuzione “centri sociali” è entrata a far parte del linguaggio politico corrente, in quanto identificativa della militanza di estrema sinistra riconducibile a queste realtà. Durante gli anni duemila, sebbene centri sociali politicamente posizionati dal centrodestra all’estrema destra esistano fin dagli anni ottanta, hanno cominciato ad acquisire peso politico anche i centri sociali di questa parte politica, grazie ad una maggiore capacità comunicativa ed all’abbassamento delle tensioni politiche proprie dei decenni precedenti.» [Fonte]

*

Ogni azione umana ha un suo costo, ed i centri sociali avevano, ed hanno tuttora, dei costi elevati.

Chi finanzia i centri sociali?

«Spesso le tasse sugli incassi per attività e servizi non vengono pagati ed i Comuni si accollano le bollette. Poi c’è il 5 per mille ed i contributi pubblici. ….

Ma chi finanzia i centri sociali? Come fanno a mantenersi quei ragazzi all’interno di un edificio non proprio tirato a nuovo e come fanno a mantenere gli eventi ed i servizi proposti a chi frequenta le strutture? Chi paga la luce, il gas, l’acqua? Chi garantisce i pagamenti ai fornitori di cibo e bibite o agli artisti che si esibiscono ad un prezzo ragionevole? Forse la risposta non ti piacerà, ma il costo sostenuto per tenere in piedi un centro sociale è, direttamente ed indirettamente, a carico del contribuente. Anche di chi non sopporta o non frequenta i centri sociali. ….

Il cittadino, anche se non lo sa, finanzia i centri sociali in diversi modi. Pagando le tasse allo Stato, pagando i tributi comunali e, se frequenta quei locali, pagando le consumazioni, i corsi o le attività organizzate dai gestori. I quali, però, si ritrovano spesso a non sborsare un euro al Fisco, al Comune o alla Siae. Ma nemmeno ai fornitori di energia elettrica o del gas. ….

Uno dei modi per finanziarsi non spendendo è quello di risparmiare sulle utenze. Accade quando il Comune dà in gestione uno spazio occupato di sua proprietà in modo da renderlo utile alla collettività (almeno nelle intenzioni). Così, l’amministrazione locale si ritrova a pagare le bollette dell’acqua, della luce e del gas senza che i gestori dei locali spendano un euro. ….

Altre volte, il Municipio finanzia i centri sociali attraverso dei contributi del fondo sociale regionale amministrato proprio dai Comuni oppure tramite i contributi urbanizzativi secondari. Non per forza consegnando questi aiuti al centro ma anche ad un’associazione che sostiene quel determinato centro sociale. Considera che i contributi urbanizzativi sono destinati alla realizzazione di scuole, asili, chiese, centri civici, parchi, impianti sportivi o parcheggi pubblici. Ecco, anche da qui si attinge per finanziare i centri sociali. ….»

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Ma questo non basta. Tutte le amministrazioni di sinistra si sono fatte parte attiva nel finanziare direttamente i centri sociali. Eccone uno dei tanti esempi.

Centri sociali, ecco come ottenere i finanziamenti pubblici

«Pubblicato il bando per la zona sociale 8 ….

Pubblicato dal Comune di Foligno, l’avviso pubblico per il finanziamento di attività ed interventi dei centri sociali e delle università della terza età. Si potrà presentare domanda entro le 12 del 28 novembre. Il Comune di Foligno, in qualità di capofila della zona sociale 8, in applicazione della deliberazione di giunta regionale 1048 del 19/09/2016 che prevede il vincolo di destinazione di parte delle risorse del Fondo Sociale Regionale al finanziamento di attività ed interventi dei centri sociali e delle università della terza età, intende finanziare le suddette attività ….»

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Ricalcando le procedure di finanziamento delle ngo – ong – si costituisce un ‘centro sociale’, ufficialmente spontaneo, finanziato interamente con denaro pubblico, ossia quello del Contribuente.

La delibera della giunta regionale pidiina n. 1048 del 19/09/2016 è un caso da manuale, così come la Determinazione Dirigenziale n. 1329 del 27/10/2016 del comune di Foligno, su citato.

È una marea di denaro pubblico che, adeguatamente ripartito in tanti piccoli rivoli mimetizzati al meglio, si riversa sui centri sociali, che se li gestiscono in accordo con i loro ‘santi patroni’.

Sono nei fatti un piccolo ma efficiente esercito personale del partito democratico, identico nella sostanza allo squadrismo fascista, che consistette nell’uso di squadre d’azione paramilitari armate che avevano lo scopo d’intimidire e reprimere violentemente gli avversari politici.

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Alla luce di quanto detto, dovrebbe essere evidente e chiaro l’estremo interesse che il partito democratico ha nel mantenere il controllo politico di regioni, provincia e comuni per garantire la sopravvivenza economica dei centri sociali e dei loro succedanei.

Firenze, i centri sociali manifestano contro Salvini

«Anche i centri sociali in piazza a Firenze per una manifestazione slegata e successiva a quella delle sardine. Corteo nei pressi del Tuscany Hall dove si svolge l’evento della Lega.»

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Salvini: chiuderemo tutti i centri sociali, sono utili come i campi rom

«”Chiuderemo tutti i centri sociali: l’utilità sociale di quei centri è pari a quelli dei campi Rom”. Lo ha detto dal palco a Pavia Matteo Salvini. Il vicepremier leghista ha aggiunto: “Da ministro sono stanco di vedere le forze dell’ordine che rischiano la vita per arrestare gli spacciatori e poi se li ritrovano in giro il giorno dopo.»

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Ricapitoliamo, in estrema sintesi.

Nel 2020 si voterà per le elezioni regionali in Emilia Romagna, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, e Veneto. Di queste, Liguria e Veneto hanno governatori e giunte di centrodestra, il rinnovo delle quali sembrerebbe essere scontato. Le altre sei hanno governatori del pd, il rinnovo dei quali appare molto problematico, specie ora che M5S avrebbe deciso di presentarsi alle elezioni con una sua propria lista.

Lega e cdx hanno vinto consecutivamente in Lombardia, Molise, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Trentino, Abruzzo, Sardegna, Basilicata, Piemonte ed Umbria.

Entro sei mesi si terranno ben otto elezioni regionali: due regioni sono al momento a guida cdx, Veneto e Liguria, le restanti sono a guida pidiina.

La perdita anche di queste regioni non sarebbe soltanto un enorme smacco politico per un già traballante partito democratico, ma determinerebbe la cessazione dei finanziamenti con denari pubblici delle sue organizzazioni paramilitari.

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Le ‘sardine’ sono un succedaneo dei centri sociali, si comportano a tutti gli effetti come un partito politico e sono davvero molto costose. Da qualche parte dovranno ben uscir fuori fiumi di denaro.

Sardine. Qualcuno inizia a mandarle al diavolo. Anversa.

«Le sardine avrebbero voluto andarsene in trasferta ad Anversa per poter contestare in loco Mr Matteo Salvini, colui che definiscono essere il loro arcinemico.

Ma spedire 6,000 sardine ad Anversa avrebbe anche avuto un suo costo. In ogni caso Anversa non li degna nemmeno di una risposta.

Difficile pensare a meno di 1,200 euro a testa, tra biglietti aerei, due pernottamenti, ed un minimo di vitto ed un qualche argent de poches.

Conto totale 7.2 milioni di euro.

Possibile che a nessun giudice di avanguardia non sia venuto in mente di indagare donde provenga sì tale dovizia di liquidi? Forse che questo non sarebbe un finanziamento illecito ad una formazione politica?»

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L’invasione delle sardine, ormai e’ boom da Nord a Sud

«A Napoli le ‘sardine’ si contano: siamo 10 mila. Cantano Bella Ciao e Napul’è di Pino Daniele, ‘citano’ Eduardo e la sua pernacchia, amplificandola in migliaia di pernacchie in Piazza Dante. A Firenze per gli organizzatori le sardine sono invece in 40 mila. “Ci avete battatuto di brutto”, fa chapeau Mattia Santori, uno dei quattro ideatori della prima reunion a Bologna. Centinaia di sardine anche Cosenza, in piazza Santa Teresa. E a Pesaro, in Piazzale Lazzarini. Sardine ovunque, anche all’isola d’Elba dove aspettano Matteo Salvini.

“Sardine a Napoli, ora. Sono contento quando vedo piazze piene di persone in movimento per i diritti e le libertà. Piazze di ossigeno democratico, senza sponsor e padroni”. Lo scrive in un tweet il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, che aggiunge: “Io ci sto, invisibile, con la forza di chi cerca di fare, da sindaco, la rivoluzione governando”.

Di certo ci sono piazza della Repubblica stracolma e le vie limitrofe affollate. Così a parte il centro storico di Firenze per la manifestazione delle Sardine, organizzata in concomitanza della cena organizzata nel capoluogo toscano con Matteo Salvini. Sui numeri dei partecipanti della manifestazione in piazza gli organizzatori al microfoni hanno affermato: “Siamo in 40mila”. In base al numero fornito al momento dalla questura la stima si aggira sui 10.000 partecipanti, comunque arrivati anche da altre città toscane.»

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«comunque arrivati anche da altre città toscane»

Sono di conseguenza persone che possono muoversi liberamente, quindi senza fisso lavoro: ma le trasferte costano, ed anche molto. I trasporti non sono gratuiti, i pasti non sono gratis, i pernottamenti non sono in regalo.

Mobilizzare 40,000 persone, stimando spese di 300 euro mediamente a testa, significa aver speso dodici milioni di euro.

Partito democratico e movimento cinque stelle sono arrivati alla disperazione: sanno più che bene che alle prossime elezioni politiche, sempre poi che le si tengano, sono destinati a scomparire e sono terrorizzati da quelli che si preannunciano essere i responsi elettorali regionali. Sono come i tedeschi nel ’44: sapevano che la guerra era persa e quindi si imbestialivano di rabbia impotente.

Riproponiamo quindi la domanda già fatta:

«Possibile che a nessun giudice di avanguardia non sia venuto in mente di indagare donde provenga sì tale dovizia di liquidi? Forse che questo non sarebbe un finanziamento illecito ad una formazione politica?»

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Autostrade. Nessuno controlla i 7,317 impianti. Agenzia di controllo non è attiva.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-27.

Ponte Sant'Angelo. Fatto nel 134 d.C.

Ponte Sant’Angelo. Costruito nel 134 d.C. da Demetriano per l’Imperatore Adriano.


Viaggiare sulle autostrade italiane costa un occhio della testa ed i cospicui proventi levati con i pedaggi sono investiti all’estero da parte dei gestori, che si mettono tutto in tasca: nemmeno briociolette piccole piccole sono devolute per la manutenzione.

Ma chi viaggia in autostrada mette a repentaglio la propria vita. Nel prezzo del biglietto dovrebbe essere compresa una assicurazione caso morte.

Così, dopo il crollo del ponte Benetton, gestito dalla società Autostrade con signorile noncuranza dei 43 morti assassinati, adesso crollano ponti e si aprono voragini nelle autostrade gestite dal Gruppo Gavio.

Stato assassino e Gavio correi. Crollato un altro ponte autostradale.

Voragine si apre sulla A21 Torino – Brescia. Gruppo Gavio è un recidivo.

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Questo stato iperburocratizzato stile Unione Sovietica ha disposto una pletora di enti di controllo, i dipendenti dei quali prendono lauti stipendi ma non fanno proprio nulla. E da quanto sta emergendo dalle indagini sul crollo del ponte Benetton, di norma i ministeriali sarebbero in combutta con i gestori.

«Non esiste una mappa dei rischi dei 7.317 ponti e gallerie italiani»

«Toninelli aveva lanciato l’agenzia per monitorarli ma al momento non è attiva.»

«Maltempo Liguria, crollo viadotto A6: l’emergenza sicurezza non si ferma e non è ancora chiaro a chi spetti il compito di monitorare gli oltre 7mila impianti sparsi per l’Italia»

«Alla fine di settembre scorso, dal ponte Bisagno dell’autostrada A12, si è staccato un pluviale, un tubo per lo scolo dell’acqua piovana, che è precipitato in mezzo a una strada della periferia di Genova»

«L’ex ministro Danilo Toninelli aveva annunciato, a margine del crollo del Ponte Morandi, il passaggio dalla logica dell’emergenza delle infrastrutture a quello della prevenzione con l’istituzione dell’Ansfisa, acronimo di Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e avrebbe dovuto superare la vecchia e poco utilizzata Direzione generale per la vigilanza sui concessionari, ente pubblico con limitate risorse e ancor meno potere, impossibilitata com’era a operare veri controlli sui 7.317 ponti, viadotti e tunnel che rientrano nelle concessioni dei 19 gestori autostradali in teoria monitorati dall’Anac»

«Adesso cambia tutto” aveva detto Toninelli»

«Ma l’Ansfisa è in attesa del parere del Consiglio di Stato su un regolamento attuativo scritto solo nel luglio 2019, un anno dopo l’annuncio dell’ex ministro. Dovevano essere assunti o spostati nella nuova struttura almeno 500 tra ispettori e dirigenti»

«C’è un organigramma con vertici già nominati, che in forma ufficiosa parlano di «almeno un anno» per la partenza.»

«In Italia non è mai esistita una mappatura delle infrastrutture a rischio, autostradali o meno»

«Il nostro sistema di infrastrutture stradali non regge più, perché la maggior parte dei ponti e viadotti italiani è stato costruito tra il 1955 e il 1980»

«Hanno superato la durata di vita per la quale sono stati progettati»

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Alcune considerazioni.

– Ponte Sant’Angelo, noto anche come pons Aelius (ponte Elio), pons Hadriani (ponte di Adriano) o ponte di Castello, è un ponte che collega piazza di Ponte S. Angelo al lungotevere Vaticano, a Roma, nei rioni Ponte e Borgo. Fu costruito a Roma nel 134 dall’imperatore Adriano, su progetto di un certo Demetriano, per collegare alla riva sinistra il suo mausoleo. Sta in piedi da 1885 anni. Ha resistito alle piene del Tevere, al sacco di Roma, ai lanzichenecchi e, da ultimo, persino alle bombe americane. È la testimonianza di pietra che è possibile costruire ponti duraturi nel tempo e sicuri per quanti li utilizzano.

– «Hanno superato la durata di vita per la quale sono stati progettati»? Si progetta forse un ponte per farlo durare sessanta anni e poi buttarlo giù e rifarlo? Ma siamo matti da legare!!

– La Direzione generale per la vigilanza sui concessionari nulla fece in tutta la sua effimera vita, se non percepire stipendi da favola, pagati senza fiatare dai miseri Contribuenti.

– L’Ansfisa, Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali, istituita un anno e mezzo fa ancora non funziona, ma il suo personale gode anche essa di stipendi fantasmagorici.

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Sorge lecita la domanda di cosa di stia a fare il movimento cinque stelle al governo. L’Ansfisa la ha voluta proprio un suo ministro. Ma Autostrade e Gruppo Gavio sono pianeti del sistema pidiino: M5S quindi fa il pesce in barile. Se sono del partito democratico allora sono probe e giuste: se poi dessero qualcosa, sarebbero ancor più degne.

A grandi parole giustizialisti e probi, nei fatti sono quello che stanno dimostrando di essere.

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Affari Italiani. 2019-11-25. Crollo viadotto A6, non c’è una mappa dei rischi. Chi controlla 7.317 impianti?

Non esiste una mappa dei rischi dei 7.317 ponti e gallerie italiani. Toninelli aveva lanciato l’agenzia per monitorarli ma al momento non è attiva.

Maltempo Liguria, crollo viadotto A6: l’emergenza sicurezza non si ferma e non è ancora chiaro a chi spetti il compito di monitorare gli oltre 7mila impianti sparsi per l’Italia

Alla fine di settembre scorso, dal ponte Bisagno dell’autostrada A12, si è staccato un pluviale, un tubo per lo scolo dell’acqua piovana, che è precipitato in mezzo a una strada della periferia di Genova. Come scrive il Corriere della Sera, questa è stata l’ultima emergenza prima del crollo del viadotto di ieri sulla Torino Savona. L’ex ministro Danilo Toninelli aveva annunciato, a margine del crollo del Ponte Morandi, il passaggio dalla logica dell’emergenza delle infrastrutture a quello della prevenzione con l’istituzione dell’Ansfisa, acronimo di Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e avrebbe dovuto superare la vecchia e poco utilizzata Direzione generale per la vigilanza sui concessionari, ente pubblico con limitate risorse e ancor meno potere, impossibilitata com’era a operare veri controlli sui 7.317 ponti, viadotti e tunnel che rientrano nelle concessioni dei 19 gestori autostradali in teoria monitorati dall’Anac.

La vecchia struttura era nata dopo l’applicazione di una direttiva europea del 2008 che imponeva ispezioni ministeriali “altamente dettagliate” su infrastrutture viarie a un soggetto terzo. L’Italia aveva recepito dimenticandosi i regolamenti attuativi e i soldi per gli ispettori. “Adesso cambia tutto” aveva detto Toninelli ai genovesi che si erano dati appuntamento in piazza De Ferrari per ricordare le 43 vittime del ponte Morandi. Ma l’Ansfisa è in attesa del parere del Consiglio di Stato su un regolamento attuativo scritto solo nel luglio 2019, un anno dopo l’annuncio dell’ex ministro. Dovevano essere assunti o spostati nella nuova struttura almeno 500 tra ispettori e dirigenti. C’è un organigramma con vertici già nominati, che in forma ufficiosa parlano di «almeno un anno» per la partenza.

In Italia non è mai esistita una mappatura delle infrastrutture a rischio, autostradali o meno. Prima e dopo il ponte Morandi. Manca la volontà dei gestori privati e manca (o mancava) ogni forma di controllo pubblico. Al netto delle 28 opere di Autostrade per l’Italia segnalate su tutto il territorio nazionale dagli ispettori della Guardia di Finanza per conto della Procura di Genova, fa ancora fede il rapporto dell’istituto di tecnologia delle costruzioni del Cnr, che risale al giugno del 2018, quando mancava poco più di un mese al crollo del viadotto sul Polcevera. La premessa era chiara. Il nostro sistema di infrastrutture stradali non regge più, perché la maggior parte dei ponti e viadotti italiani è stato costruito tra il 1955 e il 1980. “Hanno superato la durata di vita per la quale sono stati progettati”. Incrociando età anagrafica, interventi straordinari e allarmi raccolti dai gestori, il Cnr identifica venti ponti o viadotti che “destano preoccupazione”, talvolta sovrapposti alle segnalazioni della magistratura. Ci sono quelli sulla superstrada Milano-Meda in Brianza, c’è il viadotto Manna in Campania e quelli abruzzesi sulla A24/25 danneggiati dal terremoto del 2009. In Sicilia c’è il caso di un altro ponte realizzato da Riccardo Morandi, tra Agrigento e Villaseta, chiuso dal 2017 e con costi di riparazione esorbitanti, almeno trenta milioni di euro.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Il soviet supremo del PD tiene Renzi per i corbezzoli. Glieli stritola e lui striscia.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-27.

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Renzi, castrato e con l’anello al naso, va a baciare la mano di Mr Zingaretti.


«La corsa dei finanziatori (anche di centrodestra) nell’era del renzismo rampante»

«In sei anni, tra il 2012 ed il 2017, la fondazione Open ha raccolto 6,7 milioni di euro grazie alle donazioni di privati che hanno voluto finanziare l’attività politica (e l’ascesa) di Matteo Renzi, da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi»

«Negli anni del renzismo con il vento in poppa, nella «cassaforte» di Open sono arrivati i contributi di moltissimi sostenitori, in primis quelli che per il proprio credo politico (spesso anche storicamente di centrodestra) preferivano versare qui, piuttosto che nelle casse del Partito democratico»

«Guidato da Bianchi, il consiglio di amministrazione della fondazione era composto da Maria Elena Boschi, Luca Lotti e Marco Carrai»

«I contributi più importanti sono state le maxi donazioni come quelle del finanziere Davide Serra (quasi 300 mila euro in tutto tra lui e la moglie), della British american tobacco (110 mila euro) o dell’armatore Vincenzo Onorato (oltre 150 mila euro)»

«Il 40% dei nomi dei donatori rimasto segreto»

«Ma prima c’era da ripianare un discreto buco di bilancio. Ed è proprio in questo frangente, nella corsa a coprire il rosso, che i magistrati fiorentini stanno concentrando le indagini»

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Cerchiamo di ragionare.

Il politburo del soviet supremo del PD ha messo Matteo Renzi nel collimatore, scagliandogli contro la magistratura rossa.

Sono del tutto irrilevanti le situazioni contestate: i tribunali ci sono per condannare i nemici politici. Poi, se proprio vorrà, l’imputato colpevolizzato potrà ricorrere in appello e quindi alla Suprema Corte di Cassazione. Non importa nulla se dopo venti anni fosse poi assolto con formula piena perché il fatto non sussiste. Tanto per venti anni è stato demonizzato, linciato, risotto alla impotenza. Poi. magari, i pronipoti lo riabiliteranno.

Essersi gestito in proprio 6.7 milioni di euro che avrebbero potuto confluire nelle casse del soviet è stata lo goccia che ha fatto traboccare il vaso.

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A questo punto Matteo Renzi non ha margini di manovra.

Diverse sono le possibili alternative.

– Nella prima, Matteo Renzi si lascia docilmente castrare e mettere l’anello al naso, obbedendo a tutti gli ordini che gli siano dati. In cambio, i giudici tirerebbero le cose in lungo e, magari, tra quattro anni potrebbero anche archiviare il tutto. Il Governo Zingaretti sarebbe salvo e la scissione di Italia Viva un grandioso buco nell’acqua.

– Nella seconda, Matteo Renzi si ribella in un rigurgito di dignità. Se, cosa che non è assolutamente detta, i transfughi che lo hanno seguito fossero compatti, potrebbe togliere la fiducia al governo, e farlo cadere. La reazione sarebbe apocalittica. I giudici lo accuserebbero di tutto e di più: dall’aggiotaggio al pascolo abusivo, oltre a tutto il resto. Lo massacrerebbero peggio di quanto abbiano fatto con Berlusconi.

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La seconda via sembrerebbe essere la meno probabile.

Manovra: Renzi, bicchiere è mezzo pieno

«”Abbiamo criticato il bicchiere mezzo vuoto, ma ce n’è anche uno mezzo pieno: la retromarcia su Iva, plastica e auto ma anche Pir e Industria 4.0, ora di nuovo a disposizione per chi vuole investire. I populisti urlano, i riformisti vanno avanti passo dopo passo. Avanti così”. Lo scrive con un post su Twitter, a proposito dell’azione di Governo con la manovra, il leader di Italia Viva, Matteo Renzi.»


Open, cos’è e come funzionava la “cassaforte” che ha finanziato l’ascesa di Renzi con 6,7 milioni

La corsa dei finanziatori (anche di centrodestra) nell’era del renzismo rampante. Il ruolo dell’avvocato Alberto Bianchi, presidente della fondazione e influente amministrativista.

In sei anni, tra il 2012 ed il 2017, la fondazione Open ha raccolto 6,7 milioni di euro grazie alle donazioni di privati che hanno voluto finanziare l’attività politica (e l’ascesa) di Matteo Renzi, da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi. Nata come «Big bang», mutuando uno degli slogan della Leopolda, la fondazione presieduta dall’avvocato Alberto Bianchi, influente amministrativista che tra le molte cariche approderà anche nel cda di Enel, venne poi registrata con il nome di «Open», presso la prefettura di Pistoia. Bianchi è indagato per traffico di influenze nell’ambito di un’inchiesta della procura di Firenze riguardo importanti versamenti in denaro che lo stesso avvocato ha indirizzato alla fondazione. E oggi sono stati effettuate perquisizioni in tutta Italia: nel mirino dei pm sono finiti numerosi finanziatori.

I finanziatori (anche di centrodestra)

Negli anni del renzismo con il vento in poppa, nella «cassaforte» di Open sono arrivati i contributi di moltissimi sostenitori, in primis quelli che per il proprio credo politico (spesso anche storicamente di centrodestra) preferivano versare qui, piuttosto che nelle casse del Partito democratico. Guidato da Bianchi, il consiglio di amministrazione della fondazione era composto da Maria Elena Boschi, Luca Lotti e Marco Carrai.

Le maxi donazioni da Serra: 300 mila euro

Nei sei anni di attività della fondazione, la parabola politica dell’ex premier è stata un fulmine: dalla rapida ascesa, all’incredibile discesa dopo la batosta al referendum costituzionale. I contributi più importanti sono state le maxi donazioni come quelle del finanziere Davide Serra (quasi 300 mila euro in tutto tra lui e la moglie), della British american tobacco (110 mila euro) o dell’armatore Vincenzo Onorato (oltre 150 mila euro)

Il 40% dei nomi dei donatori rimasto segreto

Poi, a fine 2017, dopo il crollo politico post referendum dell’ex premier, fu proprio Bianchi a consigliare la chiusura della «cassaforte». Ma prima c’era da ripianare un discreto buco di bilancio. Ed è proprio in questo frangente, nella corsa a coprire il rosso, che i magistrati fiorentini stanno concentrando le indagini. L’ultimo atto di Open ha sancito anche il de profundis su circa il 40% dei nomi dei finanziatori che non hanno dato l’autorizzazione alla pubblicazione della propria identità: «Siamo la fondazione italiana più trasparente in assoluto — conclude Bianchi —. Lo certifica anche Openpolis, che ha analizzato 60 istituzioni come la nostra».