Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Giustizia, Senza categoria

Italia. Tribunali, Tempi dei procedimenti. Ere geologiche.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-18.

Giustizia 101

La giustizia ai tempi dell’Impero Romano poteva avere molti difetti, ma non certo l’inedia.

Arrestato il giovedì, il Cristo andò a processo il venerdì mattina e quindi la sentenza fu eseguita immediatamente. Non stavano con le mani in mano.

Il tempo che intercorre tra il deposito delle accuse e l’emissione della sentenza di primo grado è un segno tangibile e facilmente misurabile della efficienza di un sistema giudiziario, cui però dovrebbero essere aggiunti il tempo necessario per addivenire alla sentenza di secondo grado, oltre a quello per l’eventuale ricorso in Cassazione.

L’articolo 27 della Costituzione dovrebbe essere chiaro:

«L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.»

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Gli atti d’indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari.

Nei fatti, essendo oramai tutto pubblico, l’imputato è soggetto ad un pressing mediatico che spesso arriva al livello di un vero e proprio linciaggio. Non solo, al solo avviso di reato persone di alcune categorie, quali i politici, i medici, etc, sono spesso sospesi dal lavoro, quando poi non siano anche licenziati.

Un solo avviso di reato e tempi lunghi per arrivare a sentenza sono ingredienti micidiali di un tritacarne dei nemici politici.

Un caso per tutti: Calogero Mannino si ritrovò la sentenza di assoluzione ventiquattro anni dopo le prime contestazioni.

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Senza voler scendere nei dettagli, un nodo severo consta nel magistrato che per primo tratta la denuncia, che ha il potere di archiviare o di far procedere l’iter. Una gran parte di accuse che approdano nei tribunali avrebbero dovuto essere archiviate, ma per far ciò sarebbe stato necessario essere onesti, competenti e responsabili. Sarebbe sufficiente pensare a cosa stia succedendo nel Consiglio Superiore dell Magistratura per capire come questa sia merce ben rara.

Un capitolo a parte verte sulle spese, grosso modo ripartibili in spese di giudizio e spese per gli avvocati.

Gli onorari degli avvocati sono parte consistente delle spese legali in generale.

Si constata come in sentenza il giudice possa indicarne l’ammontare, che però nei fatti è solo ben misera parte del versato.

Similmente si potrebbe dire per le spese giudiziarie, anche esse lasciate al parere del giudice.

In molti paesi, ivi compresi quelli europei, chi depositasse una denuncia dovrebbe lasciare un sostanzioso diritto e, nel caso poi che soccombesse, i giudici gli addebitano costi pieni e penali.

A parte il discorso sulla intrinseca giustizia di questi atti, porgere denuncia e poi soccombere in giudizio costituisce in molti paesi un deterrente micidiale a scremare le cause fin dagli inizi.

Si pensi solo a tutto il contenzioso condominiale, che costituisce parte significativa del peso giudiziario nazionale. La stragrande maggioranza dei casi verte cifre irrisorie, questioni di principio che nascondono rancori personali e problemi giuridicamente inesistenti. Se per tale categoria di atti giudiziari il soccombente si trovasse a dover pagare centomila euro di spese giudiziarie tutto questo contenzioso svanirebbe come neve al sole, con grande dolore per i molti avvocati che vi vivono sopra.

Non a caso stiamo assistendo ad un nuovo mercato o meglio mercimonio. Tizio denuncia Caio al solo fine di transare poi una cifra minore di quelle che sarebbero le spese legali per la difesa: in altri tempi ciò era definito essere un ricatto.

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«Nel 2010 siamo stati ultimi tra tutti i membri Ocse in quanto al tempo necessario per chiudere una causa civile: 564 giorni rispetto ai 238 degli altri paesi»

«Giorni che diventavano in appello 1.113, contro una media Ocse di 236, e 1.188 in Cassazione, per un totale stratosferico di 2.866 giorni»

«La media degli altri Paesi industrializzati era di 788 giorni.»

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Che dire?

Un’ultima cosa ci sarebbe, ma non la si può dire.

La situazione migliorerebbe molto se i magistrati lavorassero, ma questo sarebbe chieder troppo.

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Su questo argomento è uscito di recente un ottimo articolo che riportiamo a seguito.

La classifica ragionata dei peggiori tribunali d’Italia.

I dati della Giustizia. A Patti 4 anni solo per smaltire l’arretrato. Disastro Napoli

La lentezza dei processi, in particolare quelli civili, è nella top 5 dei motivi per i quali la giustizia italiana non funziona.

Ecco la classifica dei peggiori tribunali

Ma cosa intendiamo per lentezza? Di cosa stiamo parlando? Innanzitutto della durata dei procedimenti civili in termini di giorni. Nel 2010 siamo stati ultimi tra tutti i membri Ocse in quanto al tempo necessario per chiudere una causa civile: 564 giorni rispetto ai 238 degli altri paesi. Giorni che diventavano in appello 1.113, contro una media Ocse di 236, e 1.188 in Cassazione, per un totale stratosferico di 2.866 giorni. La media degli altri Paesi industrializzati era di 788 giorni.

Gli indicatori dell’efficienza dei tribunali

I dati ora sono migliorati, ma dal monitoraggio effettuato dal Ministero della Giustizia emerge, per quanto riguarda la giustizia civile, un enorme divario tra tribunali del Nord e del Sud, qualunque sia l’indice che si utilizza.

Per il suo studio il Ministero della Giustizia ha usato gli stessi indicatori utilizzati a livello internazionale, per misurare le performances dei tribunali. Il primo è chiamato “Disposition Time”, ovvero i giorni necessari all’esaurimento degli stock di procedimenti pendenti nel caso in cui non sopravvenissero nuove iscrizioni.

Il secondo si chiama “Clearance Rate”, che misura il rapporto tra procedimenti definiti e procedimenti nuovi.

Infine il terzo è l’”Indicatore di sforzo”: l’incremento percentuale di procedimenti definiti necessario per raggiungere l’obiettivo teorico dell’esaurimento dello stock delle pendenze in un arco di tempo prestabilito, tenendo anche conto dei flussi dei nuovi procedimenti. Di fatto unifica i precedenti indici e aiuta a capire perché la giustizia italiana è in preda ad una cronica inefficienza. Ora possiamo vedere la classifica dei peggiori tribunali italiani.

Enormi i divari tra Nord e Sud

Ebbene, analizzando la classifica dei peggiori tribunali d’Italia in base al “Disposition Time” si scopre che  ci vogliono 16 posizioni prima di trovare un tribunale che non sia del Sud, e si tratta di quello di Latina. Bisogna scendere di 50 posizioni, su 140, prima di incontrare un tribunale del Nord, quello di Vicenza, come mostra il grafico sopra.

Al primo posto nella classifica dei peggiori tribunali del Paese in base al “Disposition Time”, c’è Patti, in Sicilia dove, anche senza nuovi casi, ci vorrebbero 1.193 giorni per smaltire il pendente. Di fatto un tribunale fallito. E questo nonostante sia piccolo e i procedimenti iscritti, 7.871 nel 2015, non siano stati superiori alla media nazionale.

A Vallo della Lucania ci vorrebbero invece 1.037 giorni, che paragonati ai 118 di Aosta e ai 152 di Rovereto danno l’idea dell’enorme differenza tra Nord e Sud.

Globalmente rispetto a due anni prima questo indice è calato in media di 7 giorni, la riduzione però non è stata uniforme. Per esempio: a Patti c’è stato un aumento percentuale del 45% circa, così come a Vallo della Lucania.

Aumenti e cali distribuiti a macchia di leopardo, con un’importante diminuzione, – 53,1% dei giorni di “Dispostition Time” nel grande tribunale di Napoli Nord che gestisce una buona fetta della giustizia in Campania.

Napoli Nord funziona ma non abbastanza

Anche per quanto riguarda il “Clearance Rate” il Sud guida la classifica dei peggiori tribunali d’Italia, con Napoli Nord, che, come mostra il grafico sotto, nonostante il recupero di efficienza del 2015 con circa 7 mila procedimenti definiti in più (21.446 contro 14.445) rispetto all’anno prima, vede solo al 68% la percentuale di questi su quelli nuovi.

Tra i 22 tribunali in cui questo indicatore è risultato inferiore a 100, ovvero le strutture dove si sono accumulati arretrati perché vi sono stati più procedimenti nuovi di quelli conclusi, 16 sono del Sud, in particolare si tratta dei tribunali di Sicilia, Calabria e Campania.

Se vogliamo trovare un elemento confortante vi è il fatto che i tribunali più virtuosi come rapporto tra casi definiti e nuovi sono al Sud. Per la precisioni: Foggia, Isernia e Lamezia Terme, dove si sono raggiunti tassi del 133%, 139% e 145% nel “Clearance Rate”.

L’indice rispetto al 2013 è comunque migliorato del 8%, anche in questo caso con grandi variazioni tra zona e zona, anche in territori attigui, soprattutto al Sud.

Accanto a grandi miglioramenti come quello di Napoli Nord (+45%, ma partiva da livelli veramente tragici) vi sono stati i peggioramenti di Catanzaro, Patti, Gela (tutti sopra il 20%).

Vercelli, Ferrara e Aosta potrebbero anche rallentare nella definizione dei procedimenti e sarebbero ugualmente in equilibrio.

Che lo sforzo sia con voi

Nel complesso, però, l’”Indicatore di sforzo” è quello più completo, perché misura di quanto dovrebbe aumentare il numero di procedimenti definiti per raggiungere la parità con quelli pendenti entro 3 anni.

Ebbene, tra i tribunali con le percentuali più alte di sforzo necessario vi sono stati sempre quelli del Mezzogiorno. Ancora una volta Patti, Vallo della Lucania, Barcellona Pozzo di Gotto sono stati in testa.

A Patti si dovrebbe quasi raddoppiare il numero di procedimenti definiti per raggiungere l’equilibrio con quelli nuovi. Una sfida chiaramente impossibile. E il contrasto è netto con i tribunali come il palazzo di giustizia di Milano: a quest’ultimo basterebbe per raggiungere lo scopo un aumento di appena l’1%.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia. Il fisco sui salari è il maggiore del mondo.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-13.

Matsys Jan. (Belgio 1509-1575). Esattore delle Tasse. 1539

Essere il malato con il maggior numero di malattie a questo mondo è ben triste primato.

Ma anche il pagare il 47.7% di tasse non scherza mica: sotto le tasse si muore.

«Aumenta il peso del fisco sui salari in Italia»

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«è il terzo prelievo più alto tra i 36 Paesi avanzati, superato solo dal Belgio (52,7%) e dalla Germania (49,5%) e davanti anche a quello francese (47,6%), a fronte di una media Ocse del 36,1%»

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«Paesi con il prelievo più basso in assoluto sono il Cile (7%), seguito da Nuova Zelanda (18,4%) e Messico (19,7%) nel caso del lavoratore single e la Nuova Zelanda (1,9%), davanti a Cile (7%) e Svizzera (9,8%) per la famiglia monoreddito con due figli»

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«Il cuneo fiscale nella Penisola si compone da un 16,7% di imposta sui redditi, 7,2% di contributi a carico del lavoratore e di un 24% di contributi a carico del datore di lavoro»

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«Espresso in valuta locale, il salario lordo per il lavoratore medio in Italia nel 2018 risulta di 31.300 euro, in progresso dello 0,4% in termini reali»

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«Per i salari mediani il tasso di imposizione netto medio in Italia risulta del 25% e il cuneo fiscale medio è del 43,3%,»

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Questi dati si commentano da soli.

Ci poniamo soltanto una domanda.

I benefici che i Cittadini Contribuenti traggono dallo stato valgono il 47.7% del proprio salario?


Sole 24 Ore. 2019-04-11. Ocse: Italia al top per fisco su salari. Famiglie monoreddito le più «tartassate»

Aumenta il peso del fisco sui salari in Italia, in controcorrente rispetto alla media del mondo industrializzato. Nel 2018 nella Penisola, l’insieme di tasse sul reddito e di contributi sociali è salito di 0,2 punti al 47,9% per il lavoratore medio single. Come indica l’Ocse nel rapporto “Taxing Wages”, è il terzo prelievo più alto tra i 36 Paesi avanzati, superato solo dal Belgio (52,7%) e dalla Germania (49,5%) e davanti anche a quello francese (47,6%), a fronte di una media Ocse del 36,1%, in calo di 0,16 punti. Va ancora peggio, in termini relativi, per le famiglie monoreddito con due bambini: il cuneo fiscale in Italia, pari al 39,1%, è il secondo più alto dell’Ocse, superato solo da quello della Francia (39,4%), decisamente sopra la media dei Paesi industrializzati che è del 26,6%.

I prelievi più bassi in Cile, Nuova Zelanda e Messico

I Paesi con il prelievo più basso in assoluto sono il Cile (7%), seguito da Nuova Zelanda (18,4%) e Messico (19,7%) nel caso del lavoratore single e la Nuova Zelanda (1,9%), davanti a Cile (7%) e Svizzera (9,8%) per la famiglia monoreddito con due figli. In Italia l’incremento di 0,2 punti del cuneo del lavoratore single nel 2018 rispetto al 47,7% del 2017 è imputabile per intero all’incremento dell’imposta sui redditi, mentre non ha avuto variazioni l’incidenza dei contributi sociali.

Il cuneo fiscale nella Penisola si compone da un 16,7% di imposta sui redditi, 7,2% di contributi a carico del lavoratore e di un 24% di contributi a carico del datore di lavoro. Quest’ultima è la quarta percentuale più alta dell’Ocse, alle spalle di Francia (26,5%), Repubblica Ceca (25,4%) ed Estonia (25,3%). Il costo totale del lavoro in Italia risulta pari a 59.600 dollari a parità di potere d’acquisto, il 18esimo sui 36 Paesi Ocse dove la media è di 53.800 dollari, superiore a quello degli Usa (59.500 dollari), ma di gran lunga inferiore a quello della Svizzera, prima con 82.200 dollari, davanti alla Germania (80.300 dlr) e al Belgio (79.300). La Francia è ottava con 70.100 dollari, davanti a Svezia e Irlanda e il Regno Unito (cuneo fiscale al 30,9%) 13esimo con 63.300 dollari. Ultimo il Messico con 14.600 dollari.

Il salario medio italiano è il 19esimo nell’Ocse

Tornando all’Italia, in base al rapporto dell’Ocse, il salario lordo, cioè quello che si vede in busta paga (e non include in questo caso i contributi pagati dal datore di lavoro), per un lavoratore single è in media di 45.300 dollari, il 19esimo nell’Ocse, inferiore a tutti i maggiori Paesi dell’area industrializzata, escluso il Canada (42.700 dlr) e sotto la media Ocse, pari a 46.100 dollari. Prima è ancora la Svizzera con 77.370 dollari, davanti al Lussemburgo (68.700) e alla Germania (67.300). Il Regno Unito è 57mila dollari, la Francia a 51.500. Sul salario lordo medio italiano pesa un prelievo complessivo del 31,4% (21,9% imposta sui redditi e 9,5% contributi sociali), il settimo più alto dell’Ocse, contro una media del 25,5%. Questo vuol dire che il salario netto effettivamente incassato dal lavoratore single italiano è pari al 68,6% del lordo contro una media Ocse del 74,5%. Nel caso della famiglia monoreddito con due figli, il cuneo fiscale nel 2018 è aumentato di 0,53 punti rispetto al 2017. Gli assegni famigliari ed altre agevolazioni riducono il cuneo della famiglia di 8,8 punti rispetto al single, meno della media Ocse che è di 9,5 punti. Il prelievo complessivo sul salario lordo (tasse più contributi a carico del lavoratore), includendo però i benefit legati ai figli, per la famiglia monoreddito è pari al 19,9%, il nono più alto dell’Ocse contro una media del 14,2%. Se in famiglia gli stipendi sono due, il cuneo fiscale in Italia è del 41,7%, il quarto più alto dell’Ocse (contro una media del 30,8%), con un aumento di 0,32 punti sul 2017, legato per 0,26 punti a un incremento dell’imposta sul reddito e per 0,06 punti a minori benefici cash. I guadagni salariali lordi della famiglia con 2 stipendi e due figli, in questo caso per l’Italia sono pari a 75.600 dollari (sempre al 19esimo posto Ocse) e in coda ai big, contro una media di 77.200 dollari. Il prelievo è del 23,3%, (imposta sui redditi 15,4% più contributi sociali 9,5%, meno 1,6% benefici cash), sopra la media Ocse che è del 19,3%. Espresso in valuta locale, il salario lordo per il lavoratore medio in Italia nel 2018 risulta di 31.300 euro, in progresso dello 0,4% in termini reali, a fronte tuttavia di un aumento dell’imposta sui redditi dello 0,8%. Se si considera, invece, il salario lordo mediano, cioè il valore centrale della distribuzione salariale che non è influenzato dai livelli più elevati, in Italia nel 2017 era di 36.400 dollari, inferiore di quasi 8.000 al salario medio e fornisce quindi un indizio sulle disparità di reddito. Il gap è infatti maggiore dove le disparità sono più ampie, in questo caso si tratta degli Usa (divario di 15mila dollari) e del Lussemburgo (16mila dollari). Per i salari mediani il tasso di imposizione netto medio in Italia risulta del 25% e il cuneo fiscale medio è del 43,3%, il sesto più alto dell’Ocse, contro una media del 34,3%. Andando a ritroso, tra il 2000, quando era del 47,1%, e il 2018 il cuneo fiscale per un lavoratore single medio in Italia è aumentato di 0,8 punti percentuali, mentre in media nell’Ocse si è verificata una riduzione di 1,3 punti, dal 37,4% al 36,1%. In particolare dal 2009, il cuneo è aumentato di 1,1 punti, quasi il doppio rispetto alla media Ocse che è stata di +0,6 punti.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Ideologia liberal

Ocse. In cinque anni scadrà un trilione di corporate bond.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-14.

2019-03-02__Ocse__001

Sant’Agostino e San Giovanni Evangelista sono i santi patroni dei tipografi: ma elargiscono grazie spirituali, non certo cinque trilioni di dollari.


«Una montagna di debito, un castello di carta di dimensioni mai viste in precedenza che rischia crollare alla prossima recessione o rallentamento economico»

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«L’Ocse non è certo la prima organizzazione a lanciare un allarme sui corporate bond, le obbligazioni emesse a piene mani dalle società non finanziarie in questo ultimo decennio di politiche ultra-espansive da parte delle Banche centrali, ma i dati pubblicati dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico provocano timori più che legittimi»

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«A partire dall’ammontare di titoli che circolano sul mercato, che a fine 2018 sfiorava i 13mila miliardi di dollari: oltre il doppio rispetto a 10 anni fa, quando la più profonda crisi finanziaria che si ricordi stava per scoppiare»

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«Rispetto al 2008 una delle differenze più significative e temute riguarda l’ampiezza del fenomeno»

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«Oltre alle economie avanzate (più di 10mila miliardi, con gli Stati Uniti che fanno ovviamente la parte del leone con quasi 6mila miliardi) stavolta risultano pienamente coinvolti anche i Paesi emergenti (con titoli per 2.780 miliardi, poco meno dell’Europa). In particolare la Cina (1.720 miliardi), da molti è additata come l’area di rischio principale»

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«la quota di obbligazioni investment grade di qualità inferiore (cioè le «Triple B») si attesti al massimo storico vicina al 54% (era appena al 30% nel 2008)»

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«uno shock finanziario simile a quello del 2008, obbligazioni societarie per 500 miliardi rischiano di essere trasferite nel mercato high yield entro un anno»

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«A partire dal dicembre 2018, le società delle economie avanzate dovranno pagare o rifinanziare 2.900 miliardi di dollari in 3 anni e quelle dei Paesi emergenti 1.300 miliardi: due dati che, se messi insieme come nota l’Ocse, valgono una cifra «vicina al valore totale del bilancio della Federal Reserve»»

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2019-03-02__Ocse__002

Il sistema economico occidentale, unitamente a quello dei paesi ad esso vicini, sta cercando disperatamente di uscire dalla crisi del 2009, che ha dissanguato le banche centrali, che vedono ora i loro margini di manovra sostanzialmente ridotti. Rimettere in moto a pieno ritmo le rotative potrebbe portare al collasso del ssitema.

A ciò si deve aggiungere il fatto che la crisi che inizia a fare capolino avrebbe dimensioni ben maggiori della precedente.

Anche se a guai fatti a ben poco serve cercare i ‘colpevoli‘, non si può fare a meno di individuare in una classe politica ottusa la situazione odierna.  Mantenendo tassi prossimi allo zero, se non anche negativi, la banche centrali si sono dovute trasformare da prestatrici di ultima istanza ad investitrici di ultima istanza: un ruolo inedito, ben poco esplorato dal punto di vista teorico. Sono semplicemente piene di carta straccia.

Le banche centrali hanno fatto sforzi eroici, nella presunzione che i politici approfittassero del lasso di tempo loro concesso per metter mano a riforme strutturali del sistema economico occidentale. Mai fiducia fu peggio riposta. E con il termine ‘riforme‘ si deve intendere una delegiferazione associata a deburocratizzazione, con conseguente riduzione della presenza dello stato nei processi economici.

Orbene: nulla di tutto questo è accaduto, quindi i nodi iniziano a venire al pettine.

Adesso, sul solo fronte dei bond societari, 12.95 trilioni di Usd, le economie avanzate detengono 10.17 trilioni Usd mentre i pesi emergenti 2.78 trilioni Usd. Dovranno, dovrebbero, ben renderli.

Per quanto riguarda le scadenze, nei prossimi cinque anni dovrebbero essere rifusi un po’ meno di cinque trilioni: grosso modo, un trilione ogni anno.

Ed il tutto in un momento di stasi, per non dire stagnazione. dell’economia europea.

Si faccia grande attenzione.

Il paziente era vivo un secondo prima di morire.

Il fatto che l’attuale sistema economico regga non significa minimamente che possa reggere anche in futuro.

Nota.

Il problema dei corporate bond mica che sia l’unico: ci sono anche, ma solo a titolo di esempio, il problema dei debiti pubblici e quello del welfare oramai ingovernabile.

Mr Marchionne aveva ragione nel prevedere la società della miseria.


Sole 24 Ore. 2019-02-28. L’allarme Ocse sui corporate bond: un «trilione» in scadenza per i prossimi 5 anni

Una montagna di debito, un castello di carta di dimensioni mai viste in precedenza che rischia crollare alla prossima recessione o rallentamento economico. L’Ocse non è certo la prima organizzazione a lanciare un allarme sui corporate bond, le obbligazioni emesse a piene mani dalle società non finanziarie in questo ultimo decennio di politiche ultra-espansive da parte delle Banche centrali, ma i dati pubblicati dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico provocano timori più che legittimi. A partire dall’ammontare di titoli che circolano sul mercato, che a fine 2018 sfiorava i 13mila miliardi di dollari: oltre il doppio rispetto a 10 anni fa, quando la più profonda crisi finanziaria che si ricordi stava per scoppiare.

Un fenomeno ormai globale

Rispetto al 2008 una delle differenze più significative e temute riguarda l’ampiezza del fenomeno. Oltre alle economie avanzate (più di 10mila miliardi, con gli Stati Uniti che fanno ovviamente la parte del leone con quasi 6mila miliardi) stavolta risultano pienamente coinvolti anche i Paesi emergenti (con titoli per 2.780 miliardi, poco meno dell’Europa). In particolare la Cina (1.720 miliardi), da molti è additata come l’area di rischio principale vista la trasparenza ancora approssimativa dei mercati, ormai è diventata il secondo emittente corporate più grande a livello mondiale in termini di ammontare annuo.

La carica delle «Triple B»

Non si tratta però soltanto di una questione meramente quantitativa: «Anche i rischi e le vulnerabilità nel mercato del debito societario sono significativamente diversi da quelli del precedente ciclo pre-crisi», nota l’Ocse, ricordando come da una parte la quota di obbligazioni investment grade di qualità inferiore (cioè le «Triple B») si attesti al massimo storico vicina al 54% (era appena al 30% nel 2008) e dall’altra vi sia nel frattempo «stata una netta diminuzione dei diritti delle obbligazioni societarie che potrebbe amplificare gli effetti negativi in caso di stress del mercato». Il problema, sottolineano sotto questo aspetto gli analisti, è che «nel caso di uno shock finanziario simile a quello del 2008, obbligazioni societarie per 500 miliardi rischiano di essere trasferite nel mercato high yield entro un anno», costringendo così i fondi che seguono in modo passivo i benchmark (la stragrande maggioranza) a vendite automatiche difficili da assorbire da investitori non-investment grade.

A peggiorare ulteriormente la situazione, sempre nel caso di un’eventuale recessione o di un rallentamento marcato dell’economia reale, contribuisce il fatto che le società si troveranno ad affrontare livelli record di rimborsi a breve e medio termine. A partire dal dicembre 2018, le società delle economie avanzate dovranno pagare o rifinanziare 2.900 miliardi di dollari in 3 anni e quelle dei Paesi emergenti 1.300 miliardi: due dati che, se messi insieme come nota l’Ocse, valgono una cifra «vicina al valore totale del bilancio della Federal Reserve».

Il «muro» da un trilione di dollari l’anno

Per le economie avanzate, in particolare, si profila di fronte alla vista un vero e proprio «muro di scadenze» costituito da quasi un trilione (cioè mille miliardi di dollari) all’anno per il prossimo quinquennio. Ma l’impatto rischia di essere ancora più significativo per i Paesi emergenti, visto che «l’importo dovuto entro i prossimi 3 anni ha raggiunto il record del 47% del totale delle consistenze, quasi il doppio della percentuale nel 2008”.

In calo le protezioni dei «covenant»

Riguardo alle emissioni high yield, l’Ocse rileva infine anche una marcata diminuzione dell’utilizzo di strumenti di protezione quali i covenant, clausole inserite in modo apposito in un contratto obbligazionario per proteggere i diritti dei possessori di obbligazioni. Se infatti è vero che per le emissioni di qualità elevata il livello di covenant si è mantenuto pressoché invariato fra il 16 e il 18% nell’ultimo decennio, quando si guarda ai non investment grade l’utilizzo della «protezione» è sceso nel medesimo periodo dal 47% al 34 per cento. «La riduzione del divario fra le obbligazioni investment grade e non investment grade sfida la tradizionale relazione tra qualità del bond e il grado di protezione richiesto dagli investitori», rileva ancora l’Ocse, sottolineando come questa dinamica possa «influenzare negativamente i loro portafogli».

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo

Ocse. Allarme debiti pubblici per incremento dei tassi di interesse.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-25.

Cane e Coniglio

Nei paesi occidentali il debito pubblico è un problema al momento irrisolto, ma a breve termine si dovrà bene affrontarlo.

I paesi Ocse avevano nel 2008 25,000 miliardi di debiti, saliti nel 2017 a 45,000 miliardi.

Per più di un lustro le banche centrali americana ed europea hanno tenuto i tassi di interesse  a livelli vicini se non inferiori lo zero. Questa manovra, che è costata lacrime e sangue ai Contribuenti, ha in parte arginato la crisi economica e nel contempo ha concesso agli stati molto tempo per procedere alle necessarie riforme strutturali, ossia a tutte quelle manovre che avrebbero potuto permettere di contenere la dipendenza dei bilanci dal debito.

«It also shows for some countries that current debt levels are not sustainable without a change in government behaviour» [Oecd]

Tempo e risorse sciacquate dai governi, tranne un pochino la Germania, senza fare sostanzialmente nulla. L’Occidente viveva nella utopica illusione di una consistente ripresa economica, che non ha preso luogo. Il tasso di disoccupazione nell’Eurozona si attesta da tempo sopra il 12%.

Sono stati investiti 20,000 miliardi per nulla.

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Con la fine di questo anno termineranno i QE, e si apriranno due grandi problemi.

Il primo problema è costituito dall’aumento dei tassi di interesse. Già adesso negli Stati Uniti i tassi di interesse stanno salendo, e verosimilmente la banca centrale europea dovrà accodarsi a tempi prossimi. Gli stati dovranno pagare interessi maggiori sui debiti contratti.

Il secondo problema è ancora più severo. Nei prossimi tre anni gli stati Oecd (Ocse) dovranno collocare sul mercato 16,000 miliardi di rinnovi di debiti scaduti. A questa cifra si dovrebbe anche aggiungere il debito di nuova emissione. Trovare acquirenti disposti ad investire 16,000 miliardi liquidi in un controvalore di titoli di stato non sarà impresa facile: sempre che li si trovi, e non è detto, i tassi di interesse dovranno per forza di cosa salire.

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Il problema prima ancora che economico è politico. Sono i governi che continuano ad indebitarsi, e lo fanno tenendo in non cale le teorie economiche robuste: si sono infatti costruiti le loro teorie secondo le quali il debito potrebbe salire all’infinito.

Sembrerebbero esserci molti motivi per i quali guardare con una ragionevole apprensione al futuro.


Ansa. 2018-02-23. Ocse: rischio debito da aumento tassi

NEW YORK, 23 FEB – L’Ocse lancia l’allarme debito: con l’aumento dei tassi di interesse pone una ”sfida significativa” sui bilanci dei paesi. Il debito nei paesi Ocse quest’anno sale a 45.000 miliardi di dollari dai 25.000 del 2008, e con l’atteso rialzo del costo del denaro i costi per rifinanziarlo aumenteranno, pesando sui bilanci e con pericoli per la ripresa economica. ”La velocita’ della crescita economica – spiega l’Ocse – e’ uno degli elementi determinanti per la sostenibilita’ di lungo termine del debito nei paesi fortemente indebitati. Questo pone grande enfasi sulle riforme strutturali per diminuire la dipendenza su politiche di bilancio espansive per sostenere la crescita”. La maggior parte del debito emesso dopo la crisi finanziaria matura nei prossimi anni e, secondo le stime dell’Ocse, i paesi sviluppati dovranno rifinanziare il 40% del loro intero stock di debito nei prossimi tre anni.