Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Problemia Energetici, Russia

Putin avvia lo sfruttamento del mega campo Kharasaveyskoye.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-23.

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Di Mr Putin si può dire di tutto tranne che sia un ignavo: si direbbe che abbia sette vite come i gatti.

Appena lo scorso anno aveva inaugurato lo stabilimento estrattivo dei campi gas di Yamal, sopra il circolo polare artico, ed adesso inaugura il cantiere per lo sfruttamento del mega campo Kharasaveyskoye, grosso modo un centinaio di kilometri più a nord.

Si stima che da questo campo si potranno ottenere almeno 32 miliardi di metri cubi di gas all’anno.

Di notabile, tutte le tecnologie e tutte le apparecchiature sono di progettazione e costruzione russa, che ha acquisito un invidiabile know-how nei lavori di trivellazione a temperature che di inverno si aggirano sui -50°C.

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Yamal. Gli Usa hanno perso, la Russia ha vinto e raddoppia. – Bloomberg

«Putin, officially opening the plant in the harsh climate of northern Siberia last week»

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«Building the $27 billion Yamal liquefied natural gas project meant shipping more than 5 million tons of materials to construct a forest of concrete and steel 600 kilometers north of the Arctic circle, where temperatures can drop to -50 degrees Celsius and the sun disappears for two months straight»

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Russia. Yamal. Francia e Germania con il muso nella greppia delle sanzioni.

«For Novatek, the successful launch of the project means questions are now turning to the future. On Tuesday, it outlined plans for some $60 billion of investments together with partners in a second LNG plant, a trans-shipment terminal in the far east and new domestic gas supplies»

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Artico. 50% delle riserve minerarie.

«I tesori minerari racchiusi nell’Artico sono ben protetti dai ghiacci, ma quanto mai appetibili: assomma quasi la metà delle scorte di idrocarburi mondiali.»

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Russia. Un gigantesco rompighiaccio per Lng. – Bloomberg.

Russia. Akademik Lomonosov. Prima centrale atomica mobile e galleggiante.

Cina. Centrali elettriche nucleari. 37 reattori attivi, 60 in costruzione, 179 programmati.

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Gazprom begins full-scale development of Yamal’s Kharasaveyskoye field

In the Yamal-Nenets Autonomous Area, Russian gas monopoly Gazprom launched the full-scale development of the giant Kharasaveyskoye field at a ceremony on 20 March. Gazprom CEO Alexey Miller and Yamal-Nenets Autonomous Area Governor Dmitry Artyukhov attended the event while Russian President Vladimir Putin addressed the event participants in his opening speech via a conference call.

The Kharasaveyskoye field is the second most important field after the Bovanenkovskoye field in Gazprom’s Yamal gas production centre. The Yamal centre plays an essential part in the Russian gas industry of the 21st century.

Gas production at the Kharasaveyskoye field is going to start in 2023. The estimated volume of gas production from the Cenomanian-Aptian deposits is 32 billion cubic metres per year. After this, Gazprom is going to proceed with developing the deeper-lying Neocomian-Jurassic deposits. While mostly lying onshore, the field also partly spreads into the waters of the Kara Sea. Wells for the offshore part of the field is going to be drilled from onshore.

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Gas, in Russia avviati i lavori del mega campo Kharasaveyskoye

Avviati i lavori nel campo Kharasaveyskoye: dovrebbe produrre gas fino  al 2131

Russia  protagonista (ancora una volta) del settore gas. Gazprom ha avviato i lavori per produrre gas dal campo Kharasaveyskoye, che si trova a nord del campo Bovanenkovskoye nella penisola di Yamal.

Ieri si è tenuta la cerimonia di inaugurazione dei lavori, nell’Area Autonoma di Yamal-Nenets. All’evento hanno parteciparono Alexey Miller, presidente del comitato di gestione di Gazprom, Dmitrij Artyukov, governatore dell’Area e capo delle suddivisioni e delle  sussidiarie di Gazprom.

ENTRO IL 2023 AVVIO DI PRODUZIONE

I lavori di riempimento delle piazzole per le strade e gli impianti di produzione dovrebbero essere conclusi entro il 2019. A giugno 2020, la Società intende avviare la perforazione di pozzi e la produzione di gas dovrebbe partire nel 2023, dai giacimenti Cenomanian-Aptian, il cui volume stimato di produzione ammonta a 32 miliardi di metri cubi all’anno.

Successivamente, la Compagnia procederà a sviluppare i giacimenti Neocomiano-Giurassico.

IL PROGETTO

I lavori sono stati avviati ieri e, per il pre-sviluppo, saranno coinvolti circa 5.500 ingegneri, costruttori e 1.764 veicoli. La società prevede di costruire 236 pozzi per la produzione di gas, un’unità di trattamento del gas completa e una stazione di compressione del booster, oltre a un’infrastruttura di trasporto e di alimentazione.

Per trasportare il gas prodotto sul campo, sarà costruito un gasdotto di 106 chilometri che collega i campi Kharasaveyskoye e Bovanenkovskoye, attraverso cui il gas verrà immesso nel sistema di approvvigionamento di gas unificato della Russia.

SOLO APPARECCHIATURE DOMESTICHE

“Oggi, stiamo iniziando lo sviluppo su vasta scala del campo Kharasaveyskoye. Abbiamo scelto soluzioni progettuali e ingegneristiche il più possibile simili a quelle che sono state applicate con successo per il campo di Bovanenkovo. Ciò significa che possiamo semplificare i nostri costi di investimento e operativi. La produzione di gas sul campo sarà effettuata utilizzando esclusivamente apparecchiature realizzate in Russia”, ha affermato Alexey Miller.

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Pubblicato in: Problemia Energetici, Unione Europea

Romania. I gerarchi EU la odiano per motivi di sordida bottega.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-11-24.

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«Romania: GDP increases 7.3%

Gross Domestic Product of Romania grew 7.3% in 2017 compared to last year. This rate is 25 -tenths of one percent higher than the figure of 4.8% published in 2016.

The GDP figure in 2017 was $210,000 million, Romania is number 50 in the ranking of GDP of the 196 countries that we publish. The absolute value of GDP in Romania rose $22,193 million with respect to 2016.

The GDP per capita of Romania in 2017 was $10,756, $1,252 higher than in 2016, it was $9,504. To view the evolution of the GDP per capita, it is interesting to look back a few years and compare these data with those of 2007 when the GDP per capita in Romania was $8,326.

If we order the countries according to their GDP per capita, Romania is in 64th position of the 196 countries whose GDP we publish.»  [Country Economy]

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Un giudizio sommario sui governi che si sono succeduti in Romania potrebbe essere lo constatare che il pil era 42.815 mld Usd nel 1998 passati ai 210 mld Usd nel 2017: è quintuplicato in venti anni. Il pil procapite è passato nello stesso periodo da 1,897 Usd a 10,765 Usd: si può opinare come 10,000 dollari all’anno non siano una cifra entusiasmante, ma se si tiene conto che la partenza era poco meno di 2,000 Usd la differenza in tenore di vita è stridente.

Se poi si considera il pil procapite per potere di acquisto, si ha la sorpresa di trovarlo a 26,499 Usd. In altri termini, una cifra che consente una vita del tutto dignitosa, sempre migliorabile, ovviamente, ma che pone i rumeni ben fuori dalla fascia della povertà

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Il massimo comun denominatore dei governi rumeni potrebbe essere trovato nel fatto che prima di esprimere una qualche teoria politica oppure economica erano ardenti patrioti: non lo sbandieravano, ma si comportavano da tali.

Difficile la convivenza con i gerarchi dell’Unione Europea. Questi ultimi si erano illusi di poterli manipolare facendo forza sulla leva economica, ma cinquanta anni di comunismo avevano ben forgiato il carattere dei rumeni.

Adesso i motivi di contesa si sono ingigantiti, ma uno è davvero ben grande.

Sulle coste rumene, e nelle acque di competenza economica, si trovano grandi giacimenti di gas naturale, che la Romania decise di sfruttare appieno.

Romania seeking energy independence [2014-04-28]

«Romania is said to be sitting on Europe’s second-largest shale gas reserves. It’s turned to controversial hydraulic fracturing or “fracking” in a big way to unlock that gas and guarantee energy independence. But local residents are worried about damage to the environment.»

Tutte fandonie. I residenti se ne facevano un baffo, pur di avere energia a basso costo: corrente elettrica e riscaldamento di inverno. I pruriti ambientalisti erano alimentati dalla EU ed da uno schieramento di ngo, tutti tesi ad impedire alla Romania di arrivare all’autosufficienza.

Greenpeace campaigners protest Chevron fracking in Romania

«Greenpeace activists have staged a protest outside a controversial shale gas exploration site in Romania. They insisted the use of fracking technologies could harm the environment there. …. They urged the leftist government in Romania to ban fracking altogether. …. According to the US Energy Information Administration, Romania potentially holds enough shale gas to cover domestic demand for a century.»

Avrebbe mai potuto essere assente la immarcescibile Greenpeace?  Ovunque siano in ballo gli interessi dei loro padroni inscenano drammatici teatrini a favore dell’ecologia,indicando come sarebbe bucolicamente splendido se i rumeni fossero tornati all’età della pietra. I rumeni, si intende, mica gli attivisti di Greenpeace.Gli attivisti di Greenpeace perseguitano solo gli onesti.

Romania and Hungary clash over Black Sea gas distribution

«Gas deposits off Romania’s coast worth billions of dollars have drawn the country into an economic row with Hungary. The EU is aiming to reduce its energy dependence on Russia, and Budapest wants to play a key role. …. Over the last few years, massive natural gas deposits have been discovered off Romania’s Black Sea coast. Conservative estimates suggest they hold at least 40 billion cubic meters (142 billion cubic feet) of gas; others say they could hold as much as 200 billion cubic meters — enough to cover Romania’s energy needs for decades and even turn the country into an energy exporter.  …. As is so often the case with major international energy sector projects, BRUA has had its share of controversies. At present, Romania and Hungary are embroiled in a legal dispute over Romania’s offshore gas rights and the volume of projected deliveries to Hungary via the BRUA pipeline.

In late June, Kristof Terhes, head of Hungarian gas system operator FGSZ, demanded Romanian politicians pass legislation necessary to deliver the 4.4 billion cubic meters of gas that Hungary seeks annually. Soon thereafter, Hungarian Foreign Minister Peter Szijjarto went a step further, claiming Romania was endangering the energy independence of the entire region with its foot dragging. Romania reacted with consternation and a number of politicians and experts retorted that Hungary was not living up to its responsibilities regarding construction of the BRUA pipeline.»

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«The exchange reflects the complex web of conflicting interests tied to the situation. On one side stands Austria and the rest of Western Europe, all of whom seek to curb dependence on Russian gas imports. Western energy companies such as Exxon and Austria’s OMV, who are conducting the Black Sea gas exploration, are also part of that alliance.

On the other side, Hungary is aiming to improve, if not take a leading role in, the Central and Eastern European energy sector. And that is why Hungarian Prime Minister Viktor Orban’s government decided to halt construction on the section of the BRUA pipeline leading to Austria’s Baumgarten gas distribution hub in July of last year. The Hungarians justified the stoppage with the claim that the existing Slovakian connector was entirely sufficient for transport.»

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Romania offshore gas law plays with fire [2018-11-20]

«As a new offshore oil and gas exploration law comes into force in Romania, the EU nation’s promise of becoming a key gas producer in Europe could be threatened. Not that Bucharest seems bothered.

Romania’s untapped oil and gas potential of up to 200 billion cubic meters, or bcm, in the Black Sea has attracted the interest of the world’s oil and gas majors, including US giant ExxonMobil and Austria’s OMV Petrom.

Romania already covers almost all its gas use from its domestic onshore production and could double that over the next two decades when — or perhaps now if — offshore sources are added to supply.

The Eastern European country produces 10.5 bcm of gas a year, mostly onshore, and consumes 11-12 bcm, making it largely independent of Russian gas, something others in the region can only envy. Other EU members are in fact scrambling to define coherent energy strategies that don’t make them too reliant on Russian imports, hence the spike in interest in Romania, as well as US and Norwegian gas.

Hungary was the first to sign up for Romania’s Black Sea gas after Budapest agreed with US firm ExxonMobil for deliveries starting in 2022, covering half of Hungary’s yearly gas consumption of 10 bcm. 

Bur Romanian state-owned gas transporter Transgaz must first finish phase two of the BRUA gas pipeline that would enable gas transports from Romania to Hungary to reach 4.4 bcm a year. 

A legal burden

And now a new law could put a dampener on Romania’s plans. The final form of the law freezes taxes for the period of offshore gas production, but retains a limit of 30 percent of investment allowed to be deduced when paying taxes, a change investors and experts alike have attacked.

They say Bucharest’s fiscal regime is now one of the least attractive in the Black Sea for gas. The law also includes a 50 percent domestic supply obligation for gas and a requirement for 25 percent of workers to be Romanian citizens, which some suggested may also contravene EU laws governing open labor market practices. 

Romania may also lack the infrastructure to consume even half of the estimated offshore gas production.

“For this, we need interconnections, market liberalization and a stable legal framework,” Francois-Regis Mouton, director of EU affairs at the International Association of Oil and Gas Producers (IOGP), told local Agerpress.

The government hopes the new legislation will bring in up to $20 billion (€17.5 billion) over the next 20 years, while a Deloitte study says that investments in Black Sea gas will generate extra budget revenues of $26 billion and add $40 billion to Romania’s GDP by 2040.

Opposition mounting

“Tax stability is completely removed, which makes it impossible to make final investment decisions,” offshore concessionaires association ARCOMN said in a statement. 

And this could affect exploration of the Black Sea Neptun block, a joint venture between OMV’s Romanian unit OMV Petrom and ExxonMobil.

In 2012, the two companies said they had discovered 42-84 bcm of gas reserves at the ExxonMobil-operated Domino-1 well.

The Domino field and the Midia Gas Development, operated by Carlyle Group-backed Black Sea Oil & Gas, are awaiting financial investment decisions. They are expected to announce whether to start commercial operations by year’s end

“We cannot make an investment decision at Petrom in this quarter as planned,” OMV CEO Rainer Seele said recently, adding that OMV had to evaluate the conditions for what the company describes as a “billion-euro investment.”

The Romanian Black Sea Titleholders Association (RBSTA), a group representing investors in offshore projects in the Black Sea, said industry players would need to evaluate the impact of the law on a contract-by-contract basis.

Investors in the Black Sea, including ExxonMobil, OMV Petrom, Lukoil and Carlyle, have invested over $2 billion in exploring Black Sea perimeters in the last 10 years.»

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Ricapitoliamo.

Al momento attuale la Romania consuma 11 – 12 bcm, billion cubic meter, di gas naturale, producendone10.5 bcm: è praticamente autosufficiente.

Detto con parole che non si dovremmo dire, non è più ricattabile energeticamente.

Può abbastanza facilmente diventare però anche un produttore che esporta.

«Hungary was the first to sign up for Romania’s Black Sea gas after Budapest agreed with US firm ExxonMobil for deliveries starting in 2022, covering half of Hungary’s yearly gas consumption of 10 bcm.»

Così, Romania ed Ungheria non dipenderebbero più dal gas russo, specie da quello che fluisce dal Nord Stream attraverso la Germania, che potrebbe sempre chiudere i rubinetti.

«But Romanian state-owned gas transporter Transgaz must first finish phase two of the BRUA gas pipeline that would enable gas transports from Romania to Hungary to reach 4.4 bcm a year»

Poi, taluni si potrebbero chiedere se far proseguire o meno il Brua fino all’Austria.

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Ma adesso i rumeni hanno messo la ciliegina sulla torta: hanno varato una nuova legge sul settore.

Questa è una delle reazioni dei gerarchi di Bruxelles:

«The final form of the law freezes taxes for the period of offshore gas production, but retains a limit of 30 percent of investment allowed to be deduced when paying taxes, a change investors and experts alike have attacked.

They say Bucharest’s fiscal regime is now one of the least attractive in the Black Sea for gas. The law also includes a 50 percent domestic supply obligation for gas and a requirement for 25 percent of workers to be Romanian citizens, which some suggested may also contravene EU laws governing open labor market practices.»

Ma siamo pazzi da legare?

I Rumeni vorrebbero rendere deducibile solo il 30% degli investimenti, vorrebbero trattenersi la metà del gas estratto, e come se non bastasse imporrebbero anche che il 25% della manodopera fosse rumena!

Insomma, questi rumeni proprio non sono solidali con i gerarchi, anzi, quando vanno a parlare all’europarlamento fatto lo il gesto del dito.

Romania. Lo speaker Florin Iordache fa il gesto del dito ai gerarchi della EU, in europarlamento.

Pubblicato in: Medio Oriente, Problemia Energetici

Mediterraneo e giacimenti gas. Pericolo di una guerra.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-02-22.

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Il Mare Mediterraneo orientale ha almeno quattro grandi giacimenti di gas: Zohr, Aphrodite, Leviathan e Tamar.

A disgrazia dell’umanità, questi giacimenti sono alquanto vicini e sono quasi equidistanti da Cipro, Israele ed Egitto.

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Il diritto internazionale ha approntato svariate definizioni del problema.

Col termine acque territoriali o mare territoriale si considera in diritto internazionale quella porzione di mare adiacente alla costa degli Stati; su questa parte di mare lo Stato esercita la propria sovranità territoriale in modo del tutto analogo al territorio corrispondente alla terraferma. Si distinuono le acque territoriali fino a 12 miglia nautiche dalle coste e le acque di zona continua, tra le 12 e le 24 miglia marine dalle coste.

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Nel 1958 si tenne la Convenzione di Ginevra sul mare territoriale e la zona contigua, la quale si estende per 200 miglia nautiche dalle coste: zona economica esclusiva.

Nel 1982 prese luogo la Convenzione di Montego Bay.

La zona economica esclusiva, talvolta citata con l’acronimo ZEE, è un’area del mare, adiacente le acque territoriali, in cui uno Stato costiero ha diritti sovrani per la gestione delle risorse naturali, giurisdizione in materia di installazione e uso di strutture artificiali o fisse, ricerca scientifica, protezione e conservazione dell’ambiente marino.

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I giacimenti in oggetto distano in termini medi 100 km da Cipro, altrettanti dal Libano, poco meno di 200 km da Israele e 330 km dall’Egitto.

Ciascuno di questi quattro stati vorrebbe avere l’esclusiva per lo sfruttamento di questi giacimenti e mal sopporta l’idea di dover spartire queste risorse con altri.

Ma il problema si complica ulteriormente quando si pensa che il gas estratto deve essere portato agli utilizzatori tramite un qualche gasdotto.

Una possibile soluzione sarebbe il trasporto di gas liquefatto, Lng: servono però stazioni di liquefazione e di deliquefazione, nonché un qualche gasdotto che dai giacimenti marini porti ad una qualche terra.

La soluzione più ragionevole potrebbe essere un gasdotto che convogli l’estratto al continente europeo, maggiore utente in senso assoluto. Una variante potrebbe essere il collegamento da Cipro alla Turkia, per essere di lì immesso nella rete continentale. Una seconda variante politicamente più gradita a molti sarebbe un gasdotto marino che toccasse Creta, quindi la Grecia per confluire alla fine in Italia.

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Come facilmente si comprende, il problema non è tecnico bensì politico. Tutti gli stati presi in considerazione hanno severe remore reciproche gli uni verso gli altri. Ma oltre alle comuni diffidenze, sotto la cenere permane una brace di odi ricambiati e feroci.

Poi, come se già questo non fosse ancora sufficiente, questo comparto geopolitico è teatro di aspro confronto tra Stati Uniti e Russia.

È un gran bel problema, per la cui risoluzioni si entono voci al momento ancora sussurrate di una guerra che sia risolutrice.


La Stampa. 2018-02-19. Giacimenti di gas, il Mediterraneo orientale è a un bivio: pace economica o nuovi conflitti.

Le guerre sotto gli occhi di tutti e le crisi meno note a livello globale. Come sono iniziate? Chi è coinvolto? Quali gli scenari futuri? Rispondiamo a queste domande nell’approfondimento realizzato con l’European Council on Foreign Relations e la Compagnia di San Paolo.

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Affidarsi «alle mediazioni internazionali» anziché alle politiche di potenza nazionali perché le scoperte di giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale portino a una «pace economica» e non a una nuova guerra. Per Tareq Baconi, analista dell’ECFR per il Middle East and North Africa programme, la regione è a un bivio. Se imbocca la strada giusta gli Stati avranno più risorse per lo sviluppo interno, saranno «costretti» a riavvicinarsi e a collaborare, almeno a livello tecnologico, e l’Europa potrà trovare nuove fonti di approvvigionamento che la renderanno meno dipendente dal metano russo. Altrimenti potrebbe essere un disastro. Un primo segnale negativo è arrivato dal blocco da parte della marina militare turca della nave dell’Eni Saipem 12000 che si apprestava a cominciare le prospezioni per il giacimento Calypso di Cipro. 

Come possono essere risolte queste tensioni, la competizione fra Stati, alcuni formalmente ancora in guerra, per le nuove risorse?  

«La strada maestra sono le mediazioni internazionali. Le prove di forza non portano da nessuna parte. Affidarsi a istituzioni sopra le parti significa arrivare ad accordi, trattati, regolamenti internazionali che alla fine garantiscono tutti. Non bisogna esagerare la ricaduta di uno sviluppo in questo senso ma di sicuro l’Ue ha l’opportunità di agire su più fronti: spingere per maggiori riforme in Egitto, mediare nella disputa sui confini marittimi fra Libano e Israele, far ripartire i colloqui fra Turchia e Cipro, dare l’opportunità ai palestinesi di avere accesso a proprie risorse naturali». 

Le tensioni fra Turchia e Cipro sono però di nuovo ai massimi. C’entra anche la competizione fra diversi progetti di gasdotti, verso la costa turca o verso quella greca?  

«Queste tensioni vanno viste in un contesto più ampio. Il progetto di un gasdotto che parta dai giacimenti israeliani, in particolare il Leviathan, e arrivi in Turchia incontra fortissimi ostacoli. C’è la disputa fra Turchia e Cipro e c’è quella sul confine marittimo fra Israele e Libano. Nel 2010, quando sono cominciate le scoperte nel Mediterraneo orientale, le aspettative per l’esportazione di gas erano altissime, forse sopravvalutate. Il Leviathan, scoperto cinque anni fa, non è ancora entrato in produzione. Lo Zohr, in Egitto, andrà invece ad alimentare il mercato interno. Aphrodite, poco distante nelle acque cipriote, ha subìto per ora la stessa sorte di Leviathan. Soltanto nuove scoperte vicino alla costa di Cipro, come il giacimento Calypso da parte dell’Eni, potranno far cambiare le cose. Ma insisto, la nostra raccomandazione è per una mediazione internazionale, a livello Ue o dell’Onu. Un primo esempio potrebbe essere proprio per la disputa sulle acque territoriali fra Israele e Libano». 

Che impatto prevede per il mercato globale, l’Europa ne potrà trarre vantaggio?  

«In prospettiva globale, le riserve nel Mediterraneo orientale sono modeste. È possibile che tutte le scoperte in questa area finiscano per alimentare i mercati interni, in forte crescita, come è successo in Israele e succederà in Egitto. Anche la Giordania e i Territori palestinesi sono possibili sbocchi. Per quanto riguarda la sicurezza energetica, l’Europa si trova in questo momento in una posizione migliore di quel che sembra. Ha molte opzioni disponibili per diversificare le sue fonti. Può puntare sulle energie rinnovabili all’interno e ridurre la dipendenza da combustibili fossili, ha davanti a sé un mercato del gas metano liquido (Lng) in rapida espansione». 

Ma il trasporto del gas liquido non costa di più rispetto a quello con i tradizionali gasdotti?  

«Dipende dalla provenienza. Il gas liquido (Lng) proveniente dal Qatar ha un prezzo minore di quello che proviene dall’America, che si sta affacciando ora sul mercato. Prevediamo che il Qatar avrà un ruolo molto importante con il suo Lng nel futuro». 

Resta la forte dipendenza dell’Ue dalle importazioni da zone ad alta conflittualità, la Russia, il Golfo.  

«In realtà né la Guerra Fredda né il recente conflitto in Ucraina hanno interferito nelle importazioni dalla Russia. Anche lo scontro all’interno dei Paesi del Golfo, con l’isolamento del Qatar, non ha avuto conseguenze sul traffico delle navi gasiere». 

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Problemia Energetici, Senza categoria

Cina. Lng e problemi energetici. Lng +53% a/a.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-12-28.

Cielo stellato

Si è oramai abituati che quando i media parlano della Cina ci si domanda di chi stiano parlando: sembrerebbero essere del tutto scollati dalla realtà dei fatti, imprigionati in un idealistico universo onirico pregno di bucoliche rimembranze.

Eppure la realtà dovrebbe essere estremamente semplice: la si può capire ricordandosi le operazioni che si sarebbero dovute imparare in prima elementare.

È un fatto stupefacente, che forse potrebbe essere meglio spiegabile ammettendo che i media scrivano in perfetta malafede.

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Cerchiamo di ragionare.

Se è vero che nel 1960 il pil procapite cinese era 90 Usd, è altrettanto vero che negli ultimi trenta anni l’economia cinese si è espansa ad incredibile velocità, e ad oggi il pil ppa cinese ammonta a 23,122.027 miliardi Usd contro i 19,362.129 americani.

La Repubblica Popolare Cinese ha circa cinque volte gli abitanti degli Stati Uniti: nulla da stupirsi quindi se la Cina abbia bisogno di risorse energetiche cinque volte maggiori quelle statunitensi.

Reperire una simile quantità di prodotti energetici nel breve volgere di trenta anni è stata impresa degna di menzione: non era assolutamente detto che la Cina ce la avrebbe fatta.

The World Bank riporta come nel 2007 l’80.95% dell’energia fosse prodotta da centrali alimentate a carbone.

Ovvio quindi il tentativo di diversificazione rafforzando il nucleare

Cina. Centrali elettriche nucleari. 37 reattori attivi, 60 in costruzione, 179 programmati.

ed aumentando le importazioni di gas naturale, allo stato gassoso ed a quello liquefatto.

Yamal. Gli Usa hanno perso, la Russia ha vinto e raddoppia. – Bloomberg

Russia. Yamal. Francia e Germania con il muso nella greppia delle sanzioni.

La migliore distribuzione delle centrali elettriche ha fatto scendere le dissipazioni della rete dall’8.2% del 1982 al 5.47% del 2014.

Energia. Il problema degli elettrodotti a lunga distanza. Le dissipazioni.

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In questo ultimo novembre, il gas importato via pipelines è incrementato del 27.4%, mentre quello liquefatto del 53%.

Dovrebbe essere cosa evidente come la Cina non sia al momento nella condizione di ristrutturare il proprio comparto energetico. Con un pil in crescita al ritmo del 7% annuo la Cina ha non solo un disperato bisogno di energetici, ma soprattutto di poterli ottenere a prezzi più bassi il possibile. In pochissime parole: deve utilizzare ciò che ha e che può acquisire.

Sotto questa ottica di lettura, l’ultimo articolo di Bloomberg in materia è surreale al limite del patetico. Sembrerebbero essersi dimenticati quanto poco sia ecologica l’estrazione del gas naturale.

«The world’s largest energy user is facing a winter supply crunch after demand surged this year amid President Xi Jinping’s fight against smog, which has focused on cutting the use of coal in favor of cleaner-burning gas»

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«Parts of the country started facing shortages just two weeks into winter, with Hebei and Shandong provinces in the north and central Hubei reporting supply shortfalls last month and curtailing supplies to businesses and factories in order to keep homes warm.»

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«China’s surging winter heating needs will create larger summer-winter splits in the global LNG market and exacerbate price swings»

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Il furor ‘ecologico‘, il tarlo liberal di energie ‘pulite‘ spinge alla demonizzazione delle centrali a carbone che peraltro restano al momento essenziali per vivere. Gli inverni cinesi non sono per nulla miti, e le persone assiderate ben poco se ne fanno dell’aria pulita. I morti non necessitano del riscaldamento.

Viene alla mente il dialogo tra Babieca e Ronzinante:

«Sei metafisico! No, è che non mangio»


Bloomberg. 2017-12-24. China’s LNG Imports Surge to Record Amid Winter Heating Crunch

– LNG imports rise 53% y/y to record 4.06 million tons: GAC

– November Pipeline supplies up 27.4% y/y to 2.5 million tons

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China’s imports of liquefied natural gas in November surged 53 percent to a record as the nation scrambles to meet fuel shortages amid peak winter demand and government’s drive to cut coal use.

– LNG imports rose 53 percent from the same month last year to 4.06 million metric tons, according to data posted Saturday on the website of the General Administration of Customs. Shipments in the first 11 months of the year are up 48.4 percent.

– Pipeline gas imports advanced 27.4 percent to 2.5 million tons

“Terminal operators have been maximizing their capacities to import as much as they can,” Liu Guangbin, an analyst with SCI International, said before the data release.

The world’s largest energy user is facing a winter supply crunch after demand surged this year amid President Xi Jinping’s fight against smog, which has focused on cutting the use of coal in favor of cleaner-burning gas. Parts of the country started facing shortages just two weeks into winter, with Hebei and Shandong provinces in the north and central Hubei reporting supply shortfalls last month and curtailing supplies to businesses and factories in order to keep homes warm.

Spot LNG prices in Northeast Asia rose this week to $10.90 per million British thermal units, the highest in three years, according to industry publication World Gas Intelligence.

The National Development & Reform Commission, China’s top economic planner, last week reiterated its call for gas suppliers including China National Petroleum Corp. and China National Offshore Oil Corp. should speed up LNG imports to meet winter demand.

Bloomberg. 2017-12-21. China’s Winter Misery Brings LNG Traders Gift of Volatility

– Market to swing from tight winters to loose summers: WoodMac

– China’s LNG imports are up 48% this year through October

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China’s self-inflicted heating crisis this winter signals deeper seasonal price swings that may be a boon for liquefied natural gas traders.

The arrival of a price-depressing glut of the fuel is no longer seen as inevitable. Instead, China’s surging winter heating needs will create larger summer-winter splits in the global LNG market and exacerbate price swings. That’s what has happened this year, as the cost of spot cargoes has nearly doubled since June.

It’s yet another ripple effect of China’s quest for cleaner skies, as policies forcing homes and factories to switch from burning coal to natural gas have reduced smog in Beijing while also creating shortages of the heating fuel in frigid northern cities. Traders and energy companies with access to tankers and uncommitted supply are positioned to benefit, Kerry-Anne Shanks, an analyst at Wood Mackenzie Ltd., said in an interview in Singapore.

“We see a market developing that’s quite strong in the winter, and in the summer is loose,” Shanks said. “It plays to the strengths of portfolio players who have the flexibility to deliver supplies to the premium markets.”

Spot LNG in Singapore was priced at $10.26 per million British thermal units on Monday, according to a Singapore Exchange Ltd. assessment, almost double the $5.141 it cost in early June.

Until this year, market consensus was that a flood of new gas export projects coming online in Australia, Russia and the U.S. would engulf a market marked by tepid demand growth.

Then China’s President Xi Jinping decided to make clearing smoggy skies a key part of his agenda. Government agencies converted millions of homes and tens of thousands of factories from coal to gas this year. LNG imports jumped by 48 percent over the first 10 months of the year, putting China on the verge of passing South Korea to become the world’s second-largest importer after Japan.

At the same time, construction problems have delayed some new production projects, such as Inpex Corp.’s Ichthys and Royal Dutch Shell Plc’s Prelude in Australia, said Graeme Bethune, chief executive officer of consultant EnergyQuest. Several LNG developments in the U.S. have also been pushed back to 2019 from next year, he said.

“Conventional wisdom said there would be a tsunami of new LNG coming that will force down LNG prices,” Bethune said. “Instead, moves by China are boosting prices. The question going forward is how much of these elevated prices are due to secular reasons and how much is due to seasonal demand.”

Shrinking Glut

China’s rising need for gas, as well as new demand from emerging markets spurred by lower prices, mean that a forecast glut of the fuel next year may be smaller and end sooner than earlier forecast. That’s an incentive for exporters from Australia to Qatar to reconsider projects that have been delayed or canceled.

“The strength of global LNG demand growth has surprised in 2017, and that could happen again in 2018,” Australia’s Woodside Petroleum Ltd. said in a statement. “That indicates that both LNG suppliers and LNG buyers are going to have to get to work to underpin new LNG supply projects, perhaps sooner than some expected.”

Most LNG demand is either from power and industrial use that is relatively flat through the year, or residential use that peaks in the winter when homes need to be heated. Many of the world’s largest LNG importers are in the northern hemisphere, so the peaks tend to arrive at the same time. Less storage space in China compared to countries like the U.S. limits its winter supply buffer and has contributed to the need for more imports.

Natural gas demand in China will be driven by coal-to-gas switching by industrial users, analysts at Goldman Sachs Group Inc. said in a report earlier this month, forecasting that the country’s heating challenges will keep markets tight for the next two to three winters.

All that adds up to a market that will be over-supplied in summer months and tight in winter, said Kittithat Promthaveepong, a gas analyst with industry consultant FGE in Singapore. In the summer, spot prices could drop low enough that some plants have to curtail production.

“The moment you reach the winter periods, there will be a lot of demand pull again,” he said. “We definitely think we’re going to see tight winters again in 2018 and 2019. The prices will spike up again in the winter months, but the extent should be lower due to the new U.S. and Australian supplies.”

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Energie Alternative

Germania. Energiewende kaputt. – Handelsblatt.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-11-13.

Aula Anatomia Reimbrandt

La Confindustria tedesca sta rapidamente evolvendosi in forza politica di forza davvero non trascurabile. Questa volta gioca duro, molto duro.

E questa forza avversa frontalmente tutto il pregresso pensare ed agire della Bundeskanzlerin Frau Merkel. Ne apprezza solo lo charme muliebre. E senza i finanziamenti da parte degli industriali nessun partito tradizionale riesce a sopravvivere. La Csu si è persa altri due punti percentuali ed AfD cresce al 13%.

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La settimana scorsa Confindustria aveva attaccato duramente la politica estera e militare della cancelliera.

Germania. Confindustria sempre più attrice politica anti-Merkel.

«NATO’s eastern border certainly cannot be secured if the German military turns up with broomsticks instead of bullets»

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«The call for a post-Atlantic Western policy by some German columnists also misses the mark, as it suggests the West could exist as a political force without the United States»

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«Contrary to the beliefs of many people here, the West’s political model is not universally accepted in the rest of the world»

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Adesso si registra un altro attacco al cuore della politica economica domestica della Bundeskanzlerin Frau Merkel, proprio mentre si sta parlando a Bonn di energie alternative che sarebbero a lor dire la panacea a tutti i mali mondiali. Frau Merkel adora le energie alternative: per amor loro ha persino litigato con Mr Trump.

Coalition Talks Stalling on Climate Targets

«Germany is way behind on its emissions reduction goals, but coalition talks currently underway in Berlin aren’t likely to help. Instead of embracing the shift to renewables as an economic opportunity, wariness of future technologies remains.»

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«The urgent need to prepare the next step toward complete reliance on renewable energy – which Merkel made national policy in 2011 – appears to be going largely ignored. That step is the closure of the country’s coal-fired power plants. The FDP in particular is acting as though the 240 million tons of carbon dioxide that were pumped into the atmosphere by Germany’s coal-fired facilities in 2016 didn’t represent a problem. And this despite the fact that Germany has pledged to significantly reduce its greenhouse gas emissions as part of the Paris climate deal.»

^ ^ ^ Da Traduttore ^^^

“L’ urgente necessità di preparare il prossimo passo verso la completa dipendenza dalle energie rinnovabili – che Merkel ha fatto politica nazionale nel 2011 – sembra essere in gran parte ignorata. Si tratta della chiusura delle centrali a carbone del paese. In particolare, l’ FDP sta agendo come se i 240 milioni di tonnellate di anidride carbonica che sono state pompate nell’ atmosfera dagli impianti a carbone tedeschi nel 2016 non rappresentassero un problema. E questo nonostante il fatto che la Germania si sia impegnata a ridurre significativamente le proprie emissioni di gas serra nell’ ambito dell’ accordo sul clima di Parigi.”

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Prima pausa di constatazione.

Se la Bundeskanzlerin Frau Merkel vuole proprio rifare la cancelliera, ebbene deve per forza di cose stare a sentire i prossimi soci della coalizione. Soci che si stanno litigando come lavandaie ubriache, dimentiche che alla fine senza i fondi loro versati da confindustria non avrebbero potuto far appendere nemmeno un manifesto, né tanto meno farsi villa al mare e conti in Svizzera, per parlare il politicamente corretto.

Quindi, che la Bundeskanzlerin Frau Merkel:

– Si riavvicini a Mr Trump, in ginocchio e con il cappellino in mano ad implorare la limosina;

– La smetta di voler imporre agli altri la sua Weltanschauung che proprio nessuno gradisce;

– Proceda al riarmo della Germania, lasciando le femmine in luogo confacente, ovunque si voglia, ma non nell’esercito;

– Cacci alle ortiche la Energiewende.

– Si ritiri dagli accordi di Parigi.

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Ora un attacco micidiale alla Energiewende, che è etichettata come frutto di follia pura. Da leggersi con cura ed attenzione.

«Germany Needs Gas, Not Hot Air»

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«Germany should ditch its national CO2 emissions targets, end its plans to expand solar and wind power and embrace natural gas instead.»

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«There has probably never been a project in Germany before in which the gap between aspirations, goals and reality has been as wide as it is with the transition to green energy. When it comes to the “Energiewende,” it is no longer facts that count, but ideology and the pushing of scenarios that have little or nothing to do with reality.»

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«The future is not the foolish expansion of solar and wind-power plants»

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«Since the sun will not be shining 24 hours a day in 2050 and the wind will not always blow, enormous storage systems will be needed to ensure security of supply.»

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«Despite Berlin’s best efforts, ranging from billions in state funding programs to national climate action plans such as NAPE, the reality looks grim»

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«The reality is that Germany still lacks the grids for transporting electricity from the renewables-dense north to the south, and that in 2016 electricity consumers had to pay around €1 billion to fire up old oil-powered plants in the south when wind power dropped in the north»

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«It is also a fact that this situation will deteriorate even further by 2022 if Germany’s remaining nuclear power plants are decommissioned, especially in the south. In this case, German power plants will no longer be sufficient to maintain security of supply»

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«Natural gas is a multi-faceted fuel that can be used to generate electricity and heat in co-generation plants, and also to power natural gas vehicles to meet the demands of mobility»

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Seconda pausa di constatazione.

Ne parlammo diffusamente quasi un anno fa, e quasi con grande vergogna. Infatti l’argomento è trattato fino nei più succinti enchiridi di ingegneria, anche se è del tutto ignorato dai sostenitori delle energie alternative e del ‘clima’. Ma eravamo anche consci del grado di corruzione etica e morale di questa categoria di persone, per non parlare poi del loro tornaconto. Nessun stupore quindi quando questi caddero dalle nuvole.

Energia. Il problema degli elettrodotti a lunga distanza. Le dissipazioni.

Ora confindustria ha fatto presente alla Bundeskanzlerin Frau Merkel alcuni sfavillanti verità:

the sun will not be shining 24 hours a day;

the wind will not always blow;

Germany still lacks the grids for transporting electricity.

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Una conclusione finale sembrerebbe essere doverosa.

In tutto il mondo il tanto bistrattato comparto produttivo si è finalmente dato delle strutture politiche che lo tutelino dalla sfrenata ingordigia di politica, servizi e finanza.

Se negli Stati Uniti è stato eletto Mr Trump, ed in Cina Mr Xi si è rinsaldato alla guida di quella nazione.

Cina. Giudizio sulla Germania. Fine di un’era.

Cina. Centrali elettriche nucleari. 37 reattori attivi, 60 in costruzione, 179 programmati.

Adesso Germania ed Europa devono uscire dal loro delirio schizofrenico e tornare a fare i conti con la realtà. Senza Frau Merkel.


Handelsblatt. 2017-11-10. Germany Needs Gas, Not Hot Air

Germany should ditch its national CO2 emissions targets, end its plans to expand solar and wind power and embrace natural gas instead.

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There has probably never been a project in Germany before in which the gap between aspirations, goals and reality has been as wide as it is with the transition to green energy. When it comes to the “Energiewende,” it is no longer facts that count, but ideology and the pushing of scenarios that have little or nothing to do with reality.

In the country’s so-called target scenarios, computer models are used to show that by fully electrifying Germany, it can achieve the political goal of reducing CO2 by 95 percent by 2050. And with the help of a process known as sector coupling, electricity will be used to heat our buildings and operate our cars.

Well-respected institutes use complex scenarios to show what needs to be done to meet the 2050 goal. For example, one suggests that the energy consumption of all buildings, including those that are very old, must be reduced by 50-60 percent. The remaining heating needs would be met by 16 million electric heat pumps and long-distance heating. According to this scenario, natural gas pipelines could then be shut down, since neither natural gas nor oil would be needed anymore. At the same time, the mobility sector would be converted almost entirely to electric vehicles.

«The future is not the foolish expansion of solar and wind-power plants.»

There’s just one problem. This strategy will require at least 600,000 megawatts of photovoltaic and wind-power plants by 2050. In order to integrate this enormous output, connect the electric heat pumps and set up the electrical charging infrastructure in the mobility sector, the electrical grid will have to be expanded by about 300,000 kilometers at all voltage levels. Since the sun will not be shining 24 hours a day in 2050 and the wind will not always blow, enormous storage systems will be needed to ensure security of supply.

This list of requirements clearly shows that the government will never be able to achieve its climate protection targets with this “all electric strategy.” Despite Berlin’s best efforts, ranging from billions in state funding programs to national climate action plans such as NAPE, the reality looks grim.

According to a new monitoring report by the economics ministry, the efficiency targets in the building sector, the projected growth rates for electric vehicles, the necessary expansion of the electrical grid and the climate protection goals will not be achieved by 2020. In addition, CO2 emissions were reduced by just 27 percent between 1990 and 2016, with the pace of reduction coming to a standstill in recent years.

It is clear today that the intermediate target of reducing CO2 emissions by 40 percent by 2020, which had been set by politicians, is unattainable – and the government does not even dispute this.

The reality is that Germany still lacks the grids for transporting electricity from the renewables-dense north to the south, and that in 2016 electricity consumers had to pay around €1 billion to fire up old oil-powered plants in the south when wind power dropped in the north. The fact is that the Federal Network Agency has to instruct more and more coal and natural gas power plants to continue operating in order to guarantee security of supply.

It is also a fact that this situation will deteriorate even further by 2022 if Germany’s remaining nuclear power plants are decommissioned, especially in the south. In this case, German power plants will no longer be sufficient to maintain security of supply, so Germany will have to turn to French power plants, for example, as a report by the FNA shows.

The Energiewende is not a success, especially not for climate protection. That is why the next federal government must rely on facts to shape its energy and climate policy and give innovation a chance. The future is not the foolish expansion of solar and wind-power plants or state-imposed compulsory purchase via the Renewable Energies Act, but system optimization that uses intelligent business models to reduce CO2 emissions as cost-effectively as possible. This is why policymakers should limit themselves to setting sector-specific CO2 reduction targets, which the relevant players must then achieve with the tools that best suit their needs.

It is not the one-sided fixation on electricity, solar and wind that makes sense, but rather the intelligent integration of natural gas systems. Natural gas is a multi-faceted fuel that can be used to generate electricity and heat in co-generation plants, and also to power natural gas vehicles to meet the demands of mobility. We need to provide more space for innovation and an openness to new technology.

>> Traduttore automatico <<

La Germania ha bisogno di gas, non di aria calda

La Germania dovrebbe abbandonare i propri obiettivi nazionali in materia di emissioni di CO2, mettere fine ai piani di espansione dell’energia solare ed eolica e includere invece il gas naturale.

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Probabilmente in Germania non c’è mai stato un progetto precedente in cui il divario tra aspirazioni, obiettivi e realtà fosse tanto ampio quanto lo è stato con la transizione verso l’energia verde. Quando si parla di “Energiewende” non sono più i fatti a contare, ma l’ideologia e la spinta di scenari che hanno poco o nulla a che fare con la realtà.

Nei cosiddetti scenari target del paese, i modelli di computer sono utilizzati per dimostrare che elettrizzando completamente la Germania, si può raggiungere l’obiettivo politico di ridurre le emissioni di CO2 del 95 per cento entro il 2050. E con l’aiuto di un processo noto come accoppiamento di settore, l’elettricità sarà utilizzata per riscaldare i nostri edifici e far funzionare le nostre auto.

Gli istituti ben rispettati utilizzano scenari complessi per mostrare ciò che occorre fare per raggiungere l’obiettivo del 2050. Ad esempio, si suggerisce che il consumo energetico di tutti gli edifici, compresi quelli molto vecchi, debba essere ridotto del 50-60 per cento. Il fabbisogno residuo di riscaldamento sarebbe coperto da 16 milioni di pompe di calore elettriche e riscaldamento a lunga distanza. Secondo questo scenario, i gasdotti del gas naturale potrebbero quindi essere chiusi, in quanto non sarebbero più necessari né il gas naturale né il petrolio. Allo stesso tempo, il settore della mobilità verrebbe convertito quasi interamente in veicoli elettrici.

Il futuro non è l’espansione folle delle centrali solari ed eoliche “.

C’è un solo problema. Questa strategia richiederà almeno 600.000 megawatt di centrali fotovoltaiche ed eoliche entro il 2050. Per integrare questa enorme potenza, collegare le pompe di calore elettriche e realizzare l’infrastruttura di ricarica elettrica nel settore della mobilità, la rete elettrica dovrà essere ampliata di circa 300.000 chilometri a tutti i livelli di tensione. Poiché il sole non splenderà 24 ore al giorno nel 2050 e il vento non sempre soffierà, saranno necessari enormi sistemi di stoccaggio per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento.

Nonostante i migliori sforzi di Berlino, che vanno da miliardi di fondi pubblici a piani nazionali di azione per il clima come NAPE, la realtà sembra triste.

Secondo un nuovo rapporto di monitoraggio del ministero dell’Economia, gli obiettivi di efficienza nel settore edile, i tassi di crescita previsti per i veicoli elettrici, la necessaria espansione della rete elettrica e gli obiettivi di protezione del clima non saranno raggiunti entro il 2020. Inoltre, tra il 1990 e il 2016 le emissioni di CO2 sono state ridotte solo del 27%, con il ritmo di riduzione che si è arrestato negli ultimi anni.

Oggi è chiaro che l’obiettivo intermedio di ridurre le emissioni di CO2 del 40 per cento entro il 2020, fissato dai politici, è irraggiungibile – e il governo non lo contesta nemmeno.

La realtà è che in Germania mancano ancora le reti per il trasporto dell’elettricità dal nord al sud, denso di energie rinnovabili, e che nel 2016 i consumatori di energia elettrica hanno dovuto pagare circa 1 miliardo di euro per accendere vecchi impianti petroliferi nel sud, quando l’energia eolica è calata nel nord. L’Agenzia federale della rete deve istruire un numero sempre maggiore di centrali a carbone e gas naturale affinché continuino a funzionare per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento.

E’anche un dato di fatto che questa situazione si aggraverà ulteriormente entro il 2022 se le centrali nucleari rimanenti della Germania saranno smantellate, soprattutto nel sud del paese. In questo caso, le centrali elettriche tedesche non saranno più sufficienti per mantenere la sicurezza dell’approvvigionamento, per cui la Germania dovrà rivolgersi ad esempio alle centrali francesi, come dimostra una relazione della FNA.

Energiewende non è un successo, soprattutto per la protezione del clima. Per questo motivo il prossimo governo federale deve affidarsi ai fatti per definire la propria politica energetica e climatica e dare un’opportunità all’innovazione. Il futuro non è la folle espansione delle centrali solari ed eoliche o l’obbligo di acquisto imposto dallo Stato attraverso la legge sulle energie rinnovabili, ma l’ottimizzazione del sistema che utilizza modelli di business intelligenti per ridurre le emissioni di CO2 nel modo più economico possibile. Per questo motivo i responsabili politici dovrebbero limitarsi a fissare obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 specifici per ciascun settore, che i soggetti interessati dovranno poi raggiungere con gli strumenti più adatti alle loro esigenze.

Non è la fissazione unilaterale dell’elettricità, del solare e dell’eolico ad avere senso, ma piuttosto l’integrazione intelligente dei sistemi a gas naturale. Il gas naturale è un combustibile poliedrico che può essere utilizzato per generare elettricità e calore negli impianti di cogenerazione, ma anche per alimentare i veicoli a gas naturale per soddisfare le esigenze di mobilità. Dobbiamo dare più spazio all’innovazione e aprire alle nuove tecnologie.