Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Europa. Risultati Elettorali 2018.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-26.

Europa 002

Riportiamo da Edn Hub i risultati elettorali 2018.

Dopo un anno elettorale cruciale per l’Unione europea, il 2017, la sfida dei Ventotto al populismo ha caratterizzato anche il 2018. A confrontarsi con i risultati delle urne sono stati a vario titolo 11 Stati membri: dall’Italia all’Irlanda, passando per Ungheria, Repubblica Ceca, Cipro, Finlandia, Svezia. Il destino dei partiti tradizionali, davanti all’ascesa dei rivali populisti, è apparso ancora molto incerto. Tra gli appuntamenti più attesi, le elezioni in Italia il 4 marzo, dove gli euro-scettici del Movimento 5 Stelle non hanno disatteso  i favori dei pronostici e sono andati al governo con il partito di destra anti-migranti della Lega Nord.

I risultati elettorali del 2018:

– REPUBBLICA CECA – Al ballottaggio del 26 e 27 gennaio, in un serrato testa a testa, il presidente uscente Milos Zeman ha battuto lo sfidante Jiri Drahos, ex presidente dell’Accademia delle Scienze (Csav), con il 51,3% dei consensi. Si riconferma quindi la linea euroscettica e populista portata avanti nello scorso mandato da Zeman, che mantiene Praga orientata verso l’est dell’Europa, allacciata ai Visegrad (Polonia, Ungheria e Slovacchia), muro anti Ue nell’accoglienza ai migranti. Zeman ha promesso di affidare ad Andrej Babis, vincitore delle elezioni politiche in Repubblica Ceca nell’ottobre del 2017, il secondo tentativo di formare un governo. L’affluenza ha raggiunto il record del 66,6%.

– FINLANDIA – Domenica 28 gennaio la Finlandia si è recata alle urne per eleggere il nuovo presidente per un mandato di sei anni. Il presidente uscente, Sauli Niinisto, è stato rieletto al primo turno con il 62,7% dei suffragi, quasi cinque volte di più del suo sfidante più vicino, il verde Pekka Haavisto, che si è fermato al 12,4%. Niniisto, 69 anni, ex ministro delle Finanze ed ex speaker del parlamento, è stato un presidente molto popolare sin dall’inizio del suo mandato nel 2012. Si è presentato come indipendente, senza associarsi al partito conservatore che in passato aveva presieduto. “Sono sorpreso e colpito da questo sostegno”, ha detto ai media dopo la vittoria. Deludente invece il risultato dei Veri Finlandesi, partito conosciuto per le sue forti posizioni anti-europeiste e nazionaliste, in forte ascesa negli ultimi anni: la candidata Laura Huhtasaari si è fermata al 6,8%.

– CIPRO –  A 5 anni di distanza dalle ultime elezioni presidenziali di Cipro nel 2013, il voto di domenica 28 gennaio ha visto contrapposti su tutti il presidente in carica conservatore Nicos Anastasiades e il principale avversario, Stavros Malas, sostenuto dal partito comunista Akel.  Arrivati al ballottaggio (al primo turno Anastasiades era arrivato primo con il 35,5% dei voti, Malas secondo con il 30,2%), il 4 febbraio il 71enne Anastasiades è stato rieletto presidente ricevendo il 56% dei voti, mentre il suo avversario Stavros Malas ha raccolto il 44% dei voti. I due si erano già sfidati nelle elezioni del 2013, quando Anastasiades vinse con un larghissimo vantaggio; a questa tornata è stata ricompensata la stabilità ottenuta dal paese durante la sua carica, ma Malas ha ricevuto comunque più voti rispetto alle aspettative. La questione della riunificazione dell’isola è stata al centro della campagna elettorale di Nicosia. Il 7 gennaio è stata rinnovata l’Assemblea dell’autoproclamata Repubblica turca di Cipro del Nord (Rtcn), che ha sancito la vittoria Partito di unità nazionale (Ubp) – vicino ad Ankara e per il mantenimento dello status quo -, ma non la formazione di un governo che è ancora in discussione. Proprio la necessità di riprendere il dialogo con la Turchia sul processo di riunificazione in funzione di uno stato federale è stato uno dei temi al centro del dibattito elettorale e sarà la maggior sfida di Anastasiades.

– ITALIA – Il 4 marzo è stata la volta degli elettori italiani, chiamati alle urne per le elezioni politiche. A sfidarsi sono stati la coalizione di centro-destra guidata dall’ex premier Silvio Berlusconi affiancato dal leader della Lega, Matteo Salvini, i populisti del Movimento Cinque Stelle con Luigi Di Maio candidato premier, e il Partito Democratico di Matteo Renzi. Il Movimento 5 stelle ha ottenuto più del 30 per cento dei voti sia alla Camera sia al Senato, sopratutto grazie alle regioni del centro e dell’Italia del sud. La Lega ha superato Forza Italia e il Partito democratico è sotto al 20%. Liberi e Uguali ha superato la soglia di sbarramento del 3%. L’affluenza è stata del 72,9%, la più bassa nelle elezioni politiche dal 1948 a oggi. Con questi numeri, nessuna forza politica ha ottenuto una maggioranza assoluta in parlamento, ma dopo oltre due mesi e mezzo di trattative M5S e Lega si sono alleati dando vita a un governo di stampo populista, presieduto dal premier Giuseppe Conte.

– UNGHERIA – L’8 aprile si sono tenute le elezioni politiche in Ungheria. Fidesz, il partito del primo ministro Viktor Orbán, populista di destra, ha vinto con il 49% dei consensi, riconquistando la maggioranza dei due terzi in parlamento e avviandosi al suo terzo mandato consecutivo dal 2010. Secondo è il partito Jobbik con il 20%, terza l’alleanza socialisti-verdi con 12%.  La sfida sembra essere tutta a destra, con il partito Jobbik di estrema destra a rappresentare il più grande rivale di Orban.

– SLOVENIA – Anno di campagna elettorale per la Slovenia, con le elezioni generali a giugno e quelle locali a novembre. Alle politiche del 4 giugno, il conservatore Janez Jansa e il suo Partito democratico sloveno (SDS), che sono su posizioni anti-migranti e alleati del leader nazionalista ungherese Viktor Orban, hanno vinto con il 25% dei voti. Jansa non è però stato in grado di formare una maggioranza. A guidare il Paese è dunque Marjan Sarec (LMS), che con la Lista omonima si era piazzato secondo con il 12,6%, ed è appoggiato da cinque partiti di centrosinistra in un governo di minoranza.

– SVEZIA – Il 9 settembre 2018 è stato il turno della Svezia di andare al voto. I socialdemocratici del premier uscente Stefan Lofven sono risultati nuovamente la prima forza, con il 28,4% dei consensi, ma è il risultato peggiore per il partito dal 1920. Secondi, con il 19,7%, la destra dei Moderati guidati da Ulf Kristersson. Terzi, in ascesa al 17,7%, i populisti e sovranisti del partito Svedesi Democratici, guidati da Jimmie Akesson. Al momento, il blocco del centrosinistra e del centrodestra sono appaiati intorno al 40%, ma non hanno i numeri per governare. Nelle prossime settimane saranno dunque decisive le trattative per formare un governo di coalizione.

– LETTONIA – Dalle elezioni politiche di sabato 6 ottobre, le tredicesime nei 100 anni di storia del Paese, è emerso il primato del partito filorusso Concordia (Harmony) al 19,8%, che però ha scarse possibilità di dar vita a un governo. Lo scenario che si presenta – come peraltro avvenuto in tutte le ultime elezioni politiche nei Paesi dell’Ue – è una lunghissima trattativa tra forze politiche anche molto diverse, per mettere in piedi una coalizione. Brusco calo di consensi per il partito liberal-conservatore, una volta potentissimo, del vicepresidente della Commissione europea ed ex premier del Paese baltico, Valdis Dombrovskis. Il suo Unità (‘Vienotiba’ in lettone) – uno dei tre partiti che compongono la maggioranza uscente – è crollato al 6,7%, ottenendo appena otto seggi. Alle politiche del 2014, registrò il 21,8% con 23 seggi. Dombrovskis si dice comunque “fiducioso che il Paese sarà in grado di istituire un governo fermamente pro-europeo”, anche se a guidarlo non sarà più probabilmente il premier uscente Maris Kucinskis. La maggioranza tripartitica di centro-destra, dimezzata nei consensi, dovrà cercare nuove alleanze pescando tra una serie di formazioni che viaggiano intorno al 10-13%. Secondo gli analisti locali, alla fine si potrebbe arrivare a un ‘pentapartito’, che rischia tuttavia di avere problemi di tenuta, per le distanze programmatiche tra le formazioni. E’ invece altamente improbabile che a formare l’esecutivo sia chiamato il partito Concordia, che ha nella minoranza russa il proprio elettorato di riferimento e che finora è stato sempre tenuto fuori dalla stanza dei bottoni grazie a una sorta di cordone sanitario messo in atto dalle altre forze politiche, preoccupate dell’eventuale ingresso di un cavallo di Troia del Cremlino negli affari politici europei: fino al 2017 Concordia aveva anche un accordo di cooperazione col partito di Putin Russia Unita. Al momento, soltanto i secondi arrivati, i populisti euroscettici di Kpv Lv sarebbero disponibili ad allearsi coi filorussi, ma il loro 14,2% non è comunque sufficiente a garantire una maggioranza.

– BELGIOUna incontestabile vittoria per i Verdi è, in sintesi, il risultato delle Comunali che si sono svolte in Belgio. Domenica 14 ottobre si sono tenute le elezioni provinciali, municipali e distrettuali belghe. La regione di Bruxelles è andata al voto con 19 comuni, le Fiandre con 5 province e 300 comuni (nella città di Anversa si sono tenutee anche le elezioni per i distretti), e la Vallonia con 5 province e 262 comuni. A Bruxelles i Verdi passano da uno a tre borgomastri (sindaci), facendo breccia nei 19 comuni della capitale belga e sembrerebbero pronti ad entrare in una maggioranza con il Ps, quest’ultimo largamente in testa che realizza globalmente dei buoni risultati nella regione di Bruxelles. Ammaccato il Mr (Liberali), mentre al sud del Paese, in Vallonia, si registra una buona performance per il Ptb, il Partito del lavoro, di estrema sinistra che diventa il terzo partito a Liegi ed il secondo a Charleroi e a Seraing. Nelle Fiandre, nord del paese, il nazionalismo fiammingo tiene: roccaforte della Nuova alleanza fiamminga (N-va), la città conferma il suo leader, Bart De Wever, sindaco. Resta da capire con chi si alleeranno i nazionalisti. Altro dato significativo quello delle donne a Bruxelles: il 48,8% risultano elette, un vero e proprio record. Nulla di fatto invece per il partito Islam che non ha ottenuto alcun eletto.

– LUSSEMBURGOAlle elezioni del 15 ottobre, i tre partiti della coalizione di governo uscente – i socialisti della Lsap, Dp (la formazione di stampo liberale di Bettel) e i Verdi -, hanno riconfermato la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento (31 su 60). Il partito di centro-destra Csv (cristiano sociali), dell’ex premier e attuale presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, si è invece aggiudicato la maggioranza relativa con il 28,3% dei voti e 21 seggi. Il granduca del Lussemburgo, Henri Albert Guillaume, ha incaricato il premier uscente, il liberale Xavier Bettel a formare un nuovo governo.

– IRLANDA – Elezioni presidenziali senza sorprese in Irlanda: Michael D. Higgins, 77 anni, letterato di idee liberal, è stato confermato per un secondo settennato alla carica di capo dello Stato, sostanzialmente di garanzia, ma priva di veri poteri nel sistema istituzionale della repubblica. Higgins, nel rispetto delle previsioni della vigilia, ha segnato una netta vittoria al primo turno con oltre il 58% di voti. Il meno lontano dei 5 rivali è l’uomo d’affari indipendente Peter Casey, dato poco sopra il 20%, mentre tutti gli altri sono sotto il 10 con la prima donna in lizza, Liadh Ni
Riad, eurodeputata dello Sinn Fein (sinistra nazionalista) al terzo posto attorno all’8%. In calo l’affluenza alle urne rispetto al 2011.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse, Unione Europea

Italia. Evasione fiscale (in EU 823 mld) e contante usato nell’85.8% dei pagamenti.

Giuseppe Sandro Mela.

019-04-15.

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È stato pubblicato un interessante Report dal titolo:

Gli italiani sono ancora (troppo) affezionati al contante

da cui si evince che gli italiani usano le banconote nell’85.9% dei pagamenti effettuati: bancomat e carte di credito sono utilizzate solo per i pagamenti più onerosi.

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«La gran parte dei pagamenti avviene per acquisti quotidiani, ovvero presso il panettiere, il supermercato, la farmacia (40,2% di tutti gli scambi) oppure al bar e nei ristoranti (21,6%).»

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«Al di sopra dei 100€, invece, arriva il turno degli assegni o dell’acquisto digitale, i quali coprono il 12,2% delle transazioni di queste dimensioni»

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«Nel caso di transazioni di grande entità le carte di credito salgono al 28,6%, mentre l’uso del contante si ferma “solo” al 68,4%.»

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Solo l’1.7% dei pagamenti risulta essere superiore ai 100 euro: in questo caso l’uso di bancomat o carte supera il 50% del volume.

Il problema potrebbe essere visto sotto differenti angolatura, ciascuna delle quali mette in evidenza un particolare aspetto.

– Il primo aspetto sarebbe la praticità di uso. L’uso del pagamento elettronico richiede un certo quale lasso di tempo, la disponibilità delle linee e delle banche, ed infine, particolare non da poco, è oneroso sia per il possessore delle carte, sia di debito sia di credito, sia per quanti ricevano il pagamento. Su questo tipo di operazioni le banche richiedono infatti una commissione, il cui ammontare sarebbe ingiustificato per transazioni minimali.

– Il secondo aspetto è ben più delicato. Nell’ultimo decennio si è assistito ad un pressing politico sull’uso dei pagamenti elettronici, giustificato con il fatto che, essendo tracciabili, costituirebbero un forte argine al problema della evasione fiscale.

Se sia giusto che un governo lotti contro l’evasione fiscale, sarebbe però altrettanto giusto che detto stato mantenga una pressione dei limiti del ragionevole.

Se sia doveroso pagare le tasse, altrettanto doveroso sarebbe farlo solo per le tasse giuste. I Cittadini possono ben ribellarsi ad una tassazione ingiusta, come evidenzia la storia e, di recente, gli accadimenti dei Gilets Jaunes.

– Il terzo aspetto dovrebbe rientrare nel comune buon senso. Pensare ad un’evasione fiscale sui pagamenti sotto i 100 euro sarebbe davvero grottesco: questa prende luogo per ranghi di cifre molti ordini di grandezza superiori.

L’Italia è prima al mondo per evasione fiscale (ma gli altri Stati Ue non sono messi meglio)

«Secondo uno studio del Tax Research LLP nel nostro Paese ci sarebbero 190 miliardi di euro di tasse evase. I mancati introiti per lo Stato italiano equivalgono a circa il doppio della spesa pubblica in sanità»

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– Il quarto aspetto è l’evasione fiscale. A livello dell’Unione Europea l’evasione assomma ad 824 miliardi di euro

«Negli ultimi tempi, l’evasione fiscale è entrata prepotentemente all’interno del dibattito politico. Non si tratta però di un problema nuovo. I fenomeni di evasione fiscale esistono sin da quando i governanti impongono tasse ai loro cittadini.

Chi ci segue inoltre su Facebook, avrà sicuramente notato l’infografica postata qualche giorno fa che ritraeva l’evasione fiscale in Europa. Stando ad un recente studio condotto dalla società inglese Tax Research LLP emerge che l’Italia è il primo paese per evasione fiscale in Europa, con circa 190 miliardi di euro di tasse evase.

Per avere un’idea concreta del danno da evasione fiscale per la società, i mancati introiti per lo Stato italiano equivalgono a circa il doppio della spesa pubblica in sanità. Nella classifica dell’evasione fiscale in Europa, dietro all’Italia si piazzano in ordine Germania (125 miliardi), Francia (118 miliardi) e Regno Unito (87 miliardi). In totale, prendendo come riferimento l’anno fiscale 2015, l’evasione fiscale tra i Paesi Membri dell’Unione pesa 824 miliardi di euro. È più di sei volte la dimensione del bilancio annuale dell’UE.»

Sarebbe davvero ridicolo pensare che una tale evasione fiscale si attui perché un bar non ha rilasciato lo scontrino sul caffè.

Si noti però come l’evasione fiscale sia massima nei paesi ove la pressione fiscale sia massima.

Italia. Il fisco sui salari è il maggiore del mondo.

Ma siamo poi così certi che sia il popolino ad evadere le tasse?

Lussemburgo, i 550 «favori» alle multinazionali che imbarazzano Juncker

Il Lussemburgo di Mr Juncker è il paradiso fiscale per eccellenza. È uno stato che Mr Juncker aveva trasformato in una immane lavanderia di denaro sporco.

Perché prendersela con il poveraccio che compra il giornale a contanti?

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Ci si dovrebbero porre molte domande.

– Non è che un’elevata pressione fiscale obblighi alla evasione? In questo caso l’unica vera lotta consisterebbe nel diminuire le tasse.

– Fono a qual punto sarebbe giusto che lo stato voglia tracciare tutti i minimi spostamenti di denaro quando poi chi possa evade alla grande?

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Gli italiani sono ancora (troppo) affezionati al contante

Le banconote coprono l’85,9% dei pagamenti. Il bancomat è usato solo per comprare beni costosi

Niente da fare, il tanto atteso sorpasso del bancomat sull’uso del contante è ancora molto lontano. In base agli ultimi dati, gli italiani ricorrono alle banconote nell’85,9% dei casi. Le cose migliorano quando si fanno acquisti costosi, come il televisore o lo smartphone, ma la carta di credito non arriva mai a coprire la metà delle transazioni. Segno che facciamo fatica a cambiare abitudini o che preferiamo non tracciare tutte le nostre spese?

L’uso del contante è ancora così diffuso in Italia?

Il grafico sopra mostra quali sono le abitudini degli italiani in fatto di pagamenti. I dati sono relativi al 2016 e sono riportati in un recente documento della Banca d’Italia. Come è evidente, i nostri connazionali sono ancora molto affezionati ai contanti per i loro acquisti. L’85,9% dei pagamenti, infatti, avviene con questo strumento. Solo nel 12,9% dei casi si ricorre a carte di credito o bancomat, mentre il restante 1,2% è affidato a strumenti alternativi come l’acquisto via internet, app mobile e assegni.

Se si considera il valore di questi pagamenti, i risultati non cambiano di molto. Nel caso di transazioni di grande entità le carte di credito salgono al 28,6%, mentre l’uso del contante si ferma “solo” al 68,4%. Anche gli strumenti alternativi crescono (3%). Il perché è presto detto: gli italiani usano poco bancomat e carte di credito, ma quando lo fanno è normalmente per transazioni di maggior valore, le quali richiederebbero di portare con sé troppe banconote.

Bancomat vs contanti, ecco chi vince

L’uso del bancomat quando si acquistano beni più costosi lo si vede bene in quest’altro grafico. Più si sale a livello di scaglioni di acquisto, infatti, più l’importanza del contante cala. Viene usato il 96,6% delle volte nel caso di pagamenti inferiori ai 5€, che del resto costituiscono la maggioranza relativa dei pagamenti in generale (37,8%).

Ogni volta che il taglio degli acquisti aumenta di 5€ in media vi è un calo del 5-6% dell’uso del contante. Succede almeno fino allo scaglione 20-25€, quando per esempio la preferenza per questo metodo scende al 73,3%. Se la spesa è tra i 50 e i 100 euro solo la metà delle volte (il 50,9%) viene scelto il contante. Parallelamente al calo dell’utilizzo del contante, man mano che i tagli si ingrossano vi è una crescita delle carte di credito. La percentuale più alta (45,2%) si registra proprio nella fascia 50-100 euro. Al di sopra dei 100€, invece, arriva il turno degli assegni o dell’acquisto digitale, i quali coprono il 12,2% delle transazioni di queste dimensioni.

Cosa acquistiamo (e come)

Ma in concreto per quale tipo di acquisti si usano di più le carte e per quali di più il contante? Lo vediamo nell’ultimo grafico. La gran parte dei pagamenti avviene per acquisti quotidiani, ovvero presso il panettiere, il supermercato, la farmacia (40,2% di tutti gli scambi) oppure al bar e nei ristoranti (21,6%). Proprio in questi casi trionfa il contante, che viene usato nel 94,4% dei casi se parliamo di spese presso bar e ristoranti, e nell’86,6% se ci riferiamo agli altri acquisti quotidiani.

Le carte assumono una certa importanza quando si va a fare rifornimento dal benzinaio e nel caso di acquisti di beni durevoli (vestiti, elettronica, giocattoli, ecc), dove sono scelte il 29,9% delle volte. Raggiungono la massima percentuale (40,4%) quando si paga l’alloggio in hotel. Tuttavia questo tipo di transazione riguarda solo lo 0,3% di tutti gli scambi.

Se si guarda alle abitudini di pagamento nelle varie regioni italiane, si scopre che è in Trentino Alto Adige, Marche, Abruzzo, Molise, Campania e Calabria che viene preferito il contante, usato tra l’89% e il 94% delle volte. Al contrario è in Lombardia e Toscana che viene utilizzato di meno. Il motivo potrebbe essere la presenza di un’alta percentuale di turisti stranieri sia a Milano che in Toscana. In ogni caso il contante rimane protagonista nell’80-82% di tutti gli acquisti.

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Quanto vale l’evasione fiscale in Italia e in Europa?

Un recente studio ha fatto luce sul fenomeno dell’evasione fiscale in Italia e in Europa. I numeri non sono per nulla confortanti…

Negli ultimi tempi, l’evasione fiscale è entrata prepotentemente all’interno del dibattito politico. Non si tratta però di un problema nuovo. I fenomeni di evasione fiscale esistono sin da quando i governanti impongono tasse ai loro cittadini.

Chi ci segue inoltre su Facebook, avrà sicuramente notato l’infografica postata qualche giorno fa che ritraeva l’evasione fiscale in Europa. Stando ad un recente studio condotto dalla società inglese Tax Research LLP emerge che l’Italia è il primo paese per evasione fiscale in Europa, con circa 190 miliardi di euro di tasse evase.

Per avere un’idea concreta del danno da evasione fiscale per la società, i mancati introiti per lo Stato italiano equivalgono a circa il doppio della spesa pubblica in sanità. Nella classifica dell’evasione fiscale in Europa, dietro all’Italia si piazzano in ordine Germania (125 miliardi), Francia (118 miliardi) e Regno Unito (87 miliardi). In totale, prendendo come riferimento l’anno fiscale 2015, l’evasione fiscale tra i Paesi Membri dell’Unione pesa 824 miliardi di euro. È più di sei volte la dimensione del bilancio annuale dell’UE.

È interessante anche notare come cambia questa classifica se consideriamo il peso che l’evasione fiscale ha sul gettito fiscale. Italia, Germania e Francia sono infatti le tre più grandi economie dell’eurozona e anche per questo motivo il valore assoluto delle tasse evase è molto elevato.

Se ci si sposta in termini relativi, il tax gap dell’Italia, cioè il rapporto tra fisco evaso ed entrate fiscali dello Stato, si attesta al 23,28%. Ciò significa che per ogni euro riscosso dal fisco italiano, si perdono circa 23 centesimi in evasione fiscale.

Peggio di noi soltanto Romania (29,51%), Grecia (26,11%) e Lituania (24,36%). Il paese europeo con il tax gap più basso è invece il Lussemburgo, dove l’evasione fiscale pesa il 7,98% degli introiti statali.

Come abbiamo visto dai numeri, quello dell’evasione fiscale è un problema serio e ben radicato sia in Italia sia in Europa. Gli oltre 800 miliardi di euro che secondo le stime mancherebbero dalle casse degli stati europei, sarebbero risorse di grande beneficio per la ripresa economica in Europa. Ma al di là dell’aspetto economico, l’evasione fiscale genera ingiustizia sociale tra coloro che pagano e coloro che non pagano le tasse e pertanto va combattuta con ogni forma e mezzo.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Lussemburgo. 14 ottobre elezioni politiche. Mr Asselborn trombato.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-09-17.

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Il 14 ottobre 2018 in Lussemburgo si vota per il rinnovo dei sessanta sedi al parlamento.

Ad oggi, è al governo Mr Bettel–Schneider, Democratic Party (DP), in coalizione con Luxembourg Socialist Workers’ Party (LSAP) e con The Greens. Il maggiore partito, Christian Social People’s Party (CSV), è alla opposizione.

Questi i partiti in lizza.

«CSV. The Christian Social People’s Party, abbreviated to CSV or PCS, is the largest political party in Luxembourg. The party follows a Christian-democratic, ideology and, like most parties in Luxembourg, is strongly pro-European. The CSV is a member of the European People’s Party (EPP) and the Centrist Democrat International (CDI).

– LSAP. The Luxembourg Socialist Workers’ Party, abbreviated to LSAP or POSL, is a social-democratic political party in Luxembourg. The LSAP is the second-largest party in the Chamber of Deputies, having won 13 of 60 seats at the 2013 general election, and has one seat in the European Parliament. The LSAP is currently part of the Bettel-Schneider government, with Etienne Schneider of the LSAP serving as Deputy Prime Minister. Since March 2014 the party’s President has been Claude Haagen.

– DP. The Democratic Party, abbreviated to DP, is the major liberal political party in Luxembourg. One of the three major parties, the DP sits on the centre-right, holding moderate market liberal views combined with a strong emphasis on civil liberties, human rights, and internationalism

– DG. Déi Grémg. Partito dei Verdi.

– ADR. The Alternative Democratic Reform Party, abbreviated to ADR, is a national-conservative political party in Luxembourg. It has three seats in the sixty-seat Chamber of Deputies, making it the fifth-largest party. There has been debate whether the party should be classified as populist, although most experts agree that the ADR is better characterised as a national-conservative party. Conservatism, National conservatism, Economic liberalism and Soft Euroscepticism.

– DL. The Left is a democratic socialist political party in Luxembourg. Identico alla Die Linke tedesca.»

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L’attuale governo conta 32 / 60 deputati: 13 Lsap, 13 DP e 6 DG.

Stando alle ultime proiezioni, il 14 ottobre dovrebbe scendere a 26 deputati, crollano il Lsap da 13 a 9 seggi: un crollo del [100 * (13 – 9) / 13] = 30.77%.

Quindi, per l’attuale formazione governativa si intravedono ben poche, se non nulle, possibilità di sopravvivenza.

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Nota a margine.

Mr Jean Asselborn, l’attuale Ministro degli Esteri in carica, appartiene al Lsap, partito che secondo le prospezioni dovrebbe crollare del 30.77%, lasciandolo disoccupato.

Siamo spiacenti con il sen Salvini, che non avrà più modo di rivedere quel caro simpaticone dal facile e libero eloquio.

CSV-Green coalition could be winning ticket: poll

A possible coalition between the CSV and Green party could win 33 out of 60 seats in this autumn’s parliamentary elections.

That’s according to a survey conducted by TNS Ilres, a research firm, for the broadcaster RTL and the Lëtzebuerger Wort, a newspaper, published on 15 June.

If the vote were held today, the CSV would pick up 3 seats (giving it 26) and the Greens 1 seat (giving it 7).

The political poll found that the current DP-LSAP-Green coalition would collectively only take 26 seats (down from the current 32) and therefore not be able to form a government.

The ADR and Left parties would gain 2 and 1 seat, respectively.

More than 3,500 voters participated in the survey, which was fielded last week.

Voters head to the polls on 14 October.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Jean Asselborn. L’Ungheria lasci l’Unione Europea.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-09-15.

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Ecco il profilo politico di Mr Jean Asselborn, membro del Partito Socialista dei Lavoratori del Lussemburgo, un paese con un pil pro capite di 104,991 Usd. Il paese di Jean-Claude Juncker.

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«Jean Asselborn (born 27 April 1949) is a Luxembourgish politician who has served in the government of Luxembourg as Minister for Foreign Affairs since 2004. He also served as Deputy Prime Minister from 2004 to 2013, under Prime Minister Jean-Claude Juncker.

After leaving school at the age of 18, Jean Asselborn obtained a diplôme de fin d’études secondaires from the Athénée de Luxembourg in 1976. In October 1981, Jean Asselborn was awarded a master’s degree in private judicial law from the University Nancy II.

Jean Asselborn launched his professional career in a Uniroyal laboratory in 1967. It was during this time that he became actively involved in the trade union movement and was elected youth representative of the Federation of Luxembourg Workers (Lëtzebuerger Aarbechterverband), the precursor to the current OGBL trade union.

In 1968, Jean Asselborn joined the municipal administration of the City of Luxembourg, but he returned to Steinfort in 1969 to work as a civil servant also. Upon obtaining his final secondary school diploma, Jean Asselborn became the administrator of the Intercommunal Hospital of Steinfort (Hôpital intercommunal de Steinfort) in 1976, a post he held until 2004. He became Mayor of Steinfort in 1982 and served in that position until 2004.

Following the legislative elections of 13 June 2004, Jean Asselborn joined the government as Deputy Prime Minister, Minister of Foreign Affairs and Immigration on 31 July 2004.

Upon the return of the coalition government formed by the Christian Social Party (CSV) and the Luxembourg Socialist Workers’ Party (LSAP) as a result of the legislative elections of 7 June 2009, Jean Asselborn retained the offices of Deputy Prime Minister, Minister of Foreign Affairs on 23 July 2009. In October 2012, at his instigation, Luxembourg was for the first time elected to a non-permanent seat on the United Nations Security Council for 2013 and 2014.

Following the legislative elections of 20 October 2013, Asselborn was appointed Minister of Foreign and European Affairs, Minister of Immigration and Asylum on 4 December 2013 in the coalition government formed by the Democratic Party (DP), the LSAP and the Green Party (“déi gréng”).

As of July 2004, Asselborn represents the Luxembourg government at the Council of Ministers of the European Union in its Foreign Affairs and General Affairs configurations. Jean Asselborn is currently the longest-serving minister among the Ministers of Foreign Affairs of the European Union.» [Fonte]

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«the only way to protect EU values is to exclude Hungary from the bloc»

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«We cannot accept that the basic values of the European Union are being massively violated»

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«Anyone, such as Hungary, who builds fences against war refugees, or who infringes on the freedom of the press or the independence of the justice system»

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«Hungary is not far from an order to shoot refugees»

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Ci si domanda: potrà mai un socialista ideologizzato convivere con chi non la pensasse come lui?

La risposta è chiaramente no.

Il nostro buon Mr Asselborn si propone quale nume tutelare per la protezione dei «EU values».

Ossia fare estinguere gli europei autoctoni rimpiazzandoli con mussulmani.

Generalizzare la religione del gender, che tutti diventino omofili.

Perseguire un’unità politica europea senza sentire la necessità di avallarla con votazioni referendarie e dotarla di governo elettivo.

Ma questi sono “valori” di morte, non di vita. Questi sono “valori” di una dittatura.

Aspettiamo con pazienza la prossima dichiarazione:

«European people is not far from an order to shoot any socialist».


Deutsche Welle. 2016-09-13. Luxembourg foreign minister calls for Hungary to be booted from EU

In an interview with a German newspaper, Luxembourg’s foreign minister has said the only way to protect EU values is to exclude Hungary from the bloc. Hungary has called the minister ‘sermonizing’ and ‘pompous.’

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Tuesday’s edition of Die Welt newspaper carried an interview with the foreign minister of Luxembourg, Jean Asselborn, in which he called for Hungary to be “temporarily, or in the worst case, permanently” excluded from the European Union.

“We cannot accept that the basic values of the European Union are being massively violated,” Asselborn said in the article. “Anyone, such as Hungary, who builds fences against war refugees, or who infringes on the freedom of the press or the independence of the justice system” should be excluded.

Hungary has been one of Europe’s most outspoken critics of taking in refugees from conflict areas such as Syria. The nation, led by Prime Minister Viktor Orban, has taken several steps to keep refugees out, including building fences along its borders.

Asselborn said refugees are being treated “nearly as bad as animals” and that anyone hoping to breach Hungary’s “ever longer, ever taller” fence may face the worst.

“Hungary is not far from an order to shoot refugees,” Asselborn said.

Speaking at a press conference in Riga, German Foreign Minister Frank-Walter Steinmeier sought to distance himself from his Luxembourg counterpart’s comments.

“This is not an agreed position in Europe,” he said. “I can understand, looking at Hungary, that some in Europe are getting impatient… however, it is not my personal approach to show a European member state the door,” he added.

Hungary’s reaction

Hungary’s government has also responded, saying in a statement that Hungarians have the right to decide who they want to live with, not “Asselborn and his ilk.”

Minister of Foreign Affairs Peter Szijjarto said Hungarians would decide in an October 2 referendum whether to accept mandatory EU quotas for relocating migrants.

“This is how things are in a state under the rule of law,” he said. Szijjarto also described Asselborn as a “sermonizing, pompous and frustrated” individual whose actions would ultimately destroy Europe’s security and culture.

In just a few days time, EU leaders will come together for a special summit on the future of the European Union in Bratislava, particularly in light of Britain’s Brexit vote.

Under current EU rules, a nation can be suspended from the bloc following a unanimous vote of the rest of the bloc. Asselborn has called for these rules to be rethought so a unanimous vote would no longer be necessary.

A Human Rights Watch report from July outlined what it called “cruel and violent treatment” of refugees who cross into Hungary without permission. Refugee men, women and children have been “viciously beaten and forced back across the border.”

Hungary was the first EU country to block entry to refugees to Europe, initially erecting a fence along the border with Serbia last September and then by barring passage from Croatia a month later. Hungary also brought in new laws punishing illegal entry and vandalism of the fences. These have led to almost 3,000 convictions in fast-track trials, most resulting in expulsion orders.


Politico. 2016-09-13. Luxembourg foreign minister: Hungary should leave EU

Country treats refugees almost like ‘wild animals,’ Asselborn said.

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Jean Asselborn, Luxembourg’s foreign affairs minister, said Hungary should be kicked out of the EU over its stance on the refugee crisis, Die Welt reported.

“We cannot accept the founding principles of the EU being violated,” Asselborn told the newspaper in an interview published Tuesday, just days before the informal EU summit in Bratislava on September 16.

“[Those] who build fences against refugees like Hungary does, or who violate press freedom and judicial independence, should be excluded temporarily or forever from the EU,” Asselborn said, adding that was “the only way to preserve the cohesion and values of the EU.”

Asselborn added that a treaty change would “be helpful” in order to allow EU membership to be suspended without the required unanimity. If it had to apply today, Hungary would not stand a chance of joining the EU, he said.

Hungarian Prime Minister Viktor Orbán’s government had made serious mistakes and treated refugees almost like “wild animals,” Asselborn said, pointing to a fence the country has built to prevent asylum seekers crossing its borders.