Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Italia e Lavoro. Sondaggio Demopolis.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-14.

Demopolis ha rilasciato i risultati del un sondaggio:

Gli italiani ed il mondo del lavoro.


2019-04-10__Italia__Lavoro__001


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Il primo elemento è la diffusa percezione di un futuro significativamente peggiore dell’oggi. Solo un 15% prevedrebbe un futuro migliore.

La percentuale degli intervistati che ritiene che il lavoro nel pubblico sia preferibile a quello nel privato è in discesa rispetto gli anni passati, ma si attesta su di un ragguardevole 46%.

Se il giudizio sul reddito di cittadinanza è negativo, 53%, si evidenzia una netta spaccatura dell’Italia: 30% di favorvoli al nord e 51% favorevoli al sud.

Sul salario minimo si registra invece una sostanziale approvazione a grande maggioranza.

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Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Italia. Generazione Y (18-32). La nuova carne da cannone, da macello.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-10.

2019-04-09__Millennials__001

In Italia la così detta Generazione Y, ossia di età compresa tra i 18 ed i 32 anni, assomma a circa otto milioni di persone.

Il Centro Studi dell’Associazione Civita in collaborazione con Baba Consulting ne fornisce queste caratteristiche:

– vive ancora in famiglia (76%),

– è single (93%)

– non ha figli (96%)

– il 41% ha una laurea o un titolo post laurea (in prevalenza scientifico)

– il 14% del campione lavora

– 4 Millennials su 10 sono occupati a tempo pieno

– mentre 6 su 10 sono studenti.

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Questi dati si presterebbero a molte argomentazioni.

Italia. Università. Fabbrica disoccupati e sottoccupati. I numeri ufficiali.

Italia. Questione Meridionale. Al sud la gente in miseria è più del 30%.

Italia. Il calo demografico bloccherà, tra l’altro, il sistema pensionistico.

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Il dato che maggiormente salta agli occhi consiste nel fatto che solo il 14% del campione lavora: se il 76% vive ancora in famiglia ciò è dovuto al semplice fatto che i genitori continuano a mantenerli.

Ma i genitori, ed i loro redditi lavorativi e/o pensionistici, non sono eterni: è nella logica naturale che in un futuro più o meno prossimo decedano, lasciando l’attuale Generazione Y senza fonte di sostentamento.

Più gli anni passano e meno probabile diventa l’immissione nel mondo del lavoro, se non in condizioni dequalificate.

Tuttavia l’aspetto peggiore è costituito dal fatto che, ragionando in termini medi, questa Generazione Y non versa contributi pensionistici per il semplice motivo che non lavora. Ma il tempo passa impietoso ed il sistema pensionistico è oramai quasi completamente transitato al sistema contributivo: le pensioni sono commensurate ai versamenti effettuati. Nessun versamento, nessuna pensione.

Si delinea quindi all’orizzonte una nuova catastrofe: tra circa trenta anni vi saranno milioni e milioni di persone che non avranno i contributi per garantirsi una pensione che permetta loro almeno di sopravvivere.

Nessuno ha la sfera di cristallo e nessuno intenda fare il negromante: nessuno può prevedere il futuro. Tuttavia queste considerazione sembrerebbero essere non lontane dal vero.

Se è vero che tra molti millennials circola l’idea di risolvere il problema pensionistico attuale tramite l’eutanasia, sarebbe altrettanto vero che tra una trentina di anni questo trattamento sarà richiesto per l’attuale Generazione Y.

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Emerge così nella sua imponenza il problema lavorativo.

Scopo di un governo dovrebbe essere quello di generare un ambiente idoneo alla generazione di posti di lavoro. Tutto il resto ha ben poca rilevanza.


Ansa. 2019-04-06. Generazione Z e Y, come sono i nuovi Millennials

Internazionali e precari, tra consumi e progettualità, la fotografia nel rapporto Civita.

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Internazionali, ma precari. Appassionati di film, serie tv e musica, ma spesso frenati dai costi. Non si riconoscono in classi generazionali, ma piuttosto, dicono ”sono ciò che faccio”. È la fotografia dei ragazzi delle Generazioni Y (18-32) e Z (15-17), ovvero i nati fra il 1986 ed il 2003, che oggi si trovano ad affrontare scelte chiave della loro vita, come l’uscita dalla famiglia di origine o il passaggio dallo studio al mondo del lavoro. A raccontarli è ”Millennials e Cultura nell’era digitale. Consumi e progettualità culturale tra presente e futuro” (ed.  Marsilio), XI Rapporto condotto dal Centro Studi dell’Associazione Civita in collaborazione con Baba Consulting.

    Ma chi sono questi ragazzi? La maggior parte, racconta l’indagine, vive ancora in famiglia (76%), è single (93%) e non ha figli (96%). Il 41% ha una laurea o un titolo post laurea (in prevalenza scientifico), il 14% del campione lavora (oltre 4 Millennials su 10 sono occupati a tempo pieno), mentre 6 su 10 sono studenti. Si descrivono tutti con una certa propensione all’internazionalità, i Millennials ”ambiziosi” ma minati dalla ”precarietà”, i giovanissimi della Gen Z ”curiosi” e ”felici”. La loro socialità tende a polarizzarsi nell’ambito ristretto della famiglia, degli amici e delle relazioni amorose (pilastri sicuri ed inattaccabili in stretta connessione con la tradizione, cui il concetto di Cultura si associa fortemente), con disinteresse e disaffezione per le istanze sociali e collettive.

    Rispetto al vivere la Cultura, l’indagine li suddivide in quattro cluster: Custodi (Millennials, 25-32 anni di genere femminile) con una visione di stampo conservativo-tradizionalista; Artefici (15-17 anni di genere maschile), che vivono la Cultura come un’esplorazione di proposte originali; Cercatori (in prevalenza di genere femminile e nel Mezzogiorno), che la vedono come potenziale leva di crescita; e Funamboli (più istruiti, ubicati al Nord Ovest e dediti al lavoro) che la percepiscono come complesso di conoscenze aperto e dinamico, fra tutela della tradizione e sperimentazione.

    La buona notizia è che per la maggioranza dei ragazzi la Cultura fa parte della propria sfera di esperienza, è vicina al proprio mondo. Un corredo di conoscenze che per lo più si eredita dai genitori (63%). In termini di vissuto, metà del campione ama frequentare cinema, teatri, musei, concerti, letture, anche per arricchire personalità, social reputation e crescere professionalmente. Ma 5 su 10 dichiarano di non fruire appieno dell’offerta della propria città, sia per scarsa conoscenza che per disinteresse. Ruolo chiave nella formazione culturale, dicono, dovrebbero averlo scuola e università (70%), media e internet (50%), famiglia (48%), istituzioni (44%), queste ultime sentite distanti, in particolare dalla Gen Z. Oltre 6 su 10 prediligono web e social network, seguiti dal passaparola (33%), in linea con l’attuale pratica dello sharing.
    Quanto ai consumi, la fanno da padrone film, web series e musica: per la Gen Z come momento di condivisione con gli amici attraverso gruppi e communities, mentre la Gen Y preferisce un consumo privato. Tutti in prevalenza su piattaforme di streaming online (Spotify e Youtube per la musica e Netflix per film e serie), con la tv ”tradizionale” all’angolo e cinema troppo costoso.

    Sul fronte della produzione partecipano tra il 33% e il 14%), protagonisti sono per lo più giovani della Gen Z, impegnati in ambiti quali fotografia, produzione audiovisiva e danza. Anche qui il costo è la barriera maggiore (39%), seguito dalla mancanza di luoghi idonei (36%), persone con cui condividere e co-produrre (33%) e supporto informativo (26%). Il web, specie per i più giovani, è la fonte di ispirazione e supporto privilegiata, mentre lo strumento per la condivisione delle proprie opere è Instagram, seguito da Facebook e WhatsApp. Anche il tag è visto come forma di produzione creativa, a metà fra scrittura e disegno.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Unione Europea

Italia. Occupati. 9.568 milioni sono occupati a meno di 40 ore settimanali.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-28.

Massi 001

Istat fornisce la seguente definizione per il termine ‘occupati’:

«Occupati: comprendono le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento:

– hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura;

– hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente;

– sono assenti dal lavoro (ad esempio, per ferie o malattia). I dipendenti assenti dal lavoro sono considerati occupati se l’assenza non supera tre mesi, oppure se durante l’assenza continuano a percepire almeno il 50% della retribuzione. Gli indipendenti assenti dal lavoro, ad eccezione dei coadiuvanti familiari, sono considerati occupati se, durante il periodo di assenza, mantengono l’attività. I coadiuvanti familiari sono considerati occupati se l’assenza non supera tre mesi.»

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Come si constata, il termine occupato riscontrabile nei report statistici ufficiali non pertiene a quanti con un lavoro continuativo a pieno orario possano mantenere sé stessi e la propria famiglia: è sufficiente che la persona abbia svolto almeno una sola ora lavorativa in una qualche maniera retribuita. È una definizione invero molto ampia.

Nel report Occupati e Disoccupati, dicembre 2018, l’Istat rilevava un totale di 23.269 milioni di occupati, 13.493 milioni di maschi e 9.777 di femmine. Il tasso di occupazione sarebbe quindi del 58.8%.

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È uscito anche un altro interessante Report:

Quelli che lavorano 10 ore la settimana sono 592mila

«Il fatto sorprendente è che le 40 ore a settimana, le classiche 8 ore al giorno che da sempre hanno rappresentato quasi un’ovvietà per chi entra nel mondo del lavoro, sono una realtà “solo” per 11 milioni e 605mila italiani»

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«9 milioni e 568mila sono occupate per meno di 40 ore settimanali.»

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«Affrontando poi la “zona 40”, dei 13 milioni e 349 mila lavoratori uomini italiani, il 62,9%, ovvero 8 milioni e 409mila, lavora almeno 40 ore»

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«4 milioni e 3 mila, ovvero il 29,9% è sotto la fatidica soglia»

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«Per quanto riguarda le donne, su 9 milioni e 674mila lavoratrici italiane, sono 3 milioni e 196mila con un carico lavorativo di almeno 40 ore (33%), mentre sono ben 5 milioni e 564 mila sotto soglia 40, cioè il 57,5%.»

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«Per 592mila italiani la settimana lavorativa consiste in un orario che va da un minimo di 1 a un massimo di 10 ore che, certamente, non garantisce un reddito soddisfacente»

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Eliminiamo immediatamente una possibile obiezione.

Se è vero che in talune circostanze alcune persone ricercano per loro motivi personali un lavoro non troppo impegnativo come orario, sarebbe altrettanto vero chiarire subito che tale quota non supera il 15% del totale, ossia 1.435 milioni. I restanti 8.133 milioni vorrebbero poter lavorare a tempo completo, ma non lo trovano.

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Il fatto che su sessanta e passa milioni di abitanti lavorino a tempo pieno solo 11 milioni e 605mila italiani dovrebbe fornire ampio materiale di meditazione.

Nessuno poi si stupisca se il fatturato industriale sia sceso del -7.3% a/a: se non si lavora, non si produce nulla da vendere.

Similmente, nessuno poi si scandalizzi che l’Inps sia in dissesto: solo 11.605 milioni di lavoratori versano pieni contributi: i restanti 9.568 milioni versano contributi ridotti i base alle ore lavorate. Spesso poco o nulla.

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Non ci si illuda che una simile situazione possa durare a lungo nel tempo.

Dal nostro sommesso punto di vista, l’unico modo per uscire da questo stallo è la generazione di posti di lavoro reali, produttivi: sia ex-novo, sia facendo transitare da parte time a full time i lavoratori.

Compito dello stato dovrebbe essere quello di generare un clima tale per cui la gente sia invogliata ad istituire posti di lavoro: e da questo punto di vista la riduzione di tasse e burocrazia sono mandatorie.

Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Sistemi Economici, Unione Europea

Europa. Lavoro Part time. Da risorsa a ghetto.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-18.

Lavoratori 001

Il part time è semplicemente una forma di contratto di lavoro ad orario ridotto, cui corrisponde usualmente una congrua riduzione dell’emolumento e dei contributi versati. Si noti come le legislazioni varino in modo significativo da stato a stato dell’Unione Europea: per questo motivo abbiamo tenuto una definizione generica.

Prima di addentrarci, potrebbe essere utile fare almeno alcune considerazioni generali.

La prima considerazione verte il ruolo dei mezzi. Un mezzo è di per sé stesso neutro: acquista un suo significato nel contesto e per le finalità per le quali è usato. Per spiegarci meglio, un coltello altro non è che una lama metallica affilata con un manico. Può essere usato per tagliare fini fettine di un buon salame stagionato, oppure per sgozzare una persona: non dipenda da esso il fine per cui è stato utilizzato.

La seconda considerazione prende atto di come il part time risolva brillantemente le esigenze di una certa quale quota di popolazione che sarebbe indisponibile a lavorare a tempo pieno, per problemi personali oppure familiari, I casi classici sono gli studenti e le donne con famiglia. Non solo queste categorie possono guadagnarsi un qualcosa dignitosamente, ma mettono anche a disposizione della società le proprie competenze, che spesso sono importanti.

La terza considerazione verte invece sul fatto che ad un lavoro part time corrispondono minori contributi versati, se ovviamente previsti dalla legislazione. Quanti lavorano a part time contribuiscono in maniera ridotta alle entrate delle casse pensionistiche e, di conseguenza, al memento del pensionamento godranno di pensioni ridotte, con le quali non sarà possibile svolgere una dignitosa vita da pensionati. In linea generale questa situazione diventa un gradito aiuto all’economica familiare, non certo il cespite primario.

La quarta considerazione verte invece sull’uso ‘improprio’ del part time. Quando un mercato del lavoro stagna, le persone in cerca di un lavoro si devono accontentare di quello che trovano, e molto spesso accettano un part time. Questa categoria è solitamente denominata ‘involontaria‘, perché formata da persone che avrebbero desiderato trovare piena occupazione, ma non ci sono riusciti. La quota percentuale degli ‘involontari‘ è uno dei tanti segni di disagio lavorativo.

La quinta considerazione riguarda invece la modalità di classificazione del fenomeno. Il problema non è lessicologico sul valore del termine ‘occupato‘: il buon senso suggerirebbe trattarsi di una persona che lavori guadagnando almeno quel tanto che basta per mantenere sé stesso e la propria famiglia in modo dignitoso. La maggior parte degli Istituti di Statistica europei considerano invece ‘occupato‘ chiunque nel mese precedente al rilevamento abbia lavorato in modo retribuito almeno una ora. È del tutto evidente come i lavoratori a part time siano considerati occupati a tutti gli effetti statistici. Questa ambiguità definitiva determina una grande confusione, anche se abbellisce le statistiche degli occupati. A voler esser caustici, si potrebbe dire che se gli Istituti di Statistica definissero ‘occupati‘ tutti i cittadini dello stato, l’occupazione sarebbe del 100% e sarebbe anche inutile rilevarla.

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2018-06-10__Eurostat_Part_Time__001

«43 million persons aged 15 to 64 in the European Union (EU) worked part-time in 2017. This represents one in five (19.4%) persons having a job in the EU »

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«In 2017, this proportion was still much higher for women (31.7%) than for men (8.8%).»

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«Across the EU Member States, part-time employment was by far the most common in the Netherlands, with half (49.8%) of all employed persons aged 15 to 64 working part-time in 2017. After the Netherlands, about one in four employed persons worked part-time in Austria (27.9%), Germany (26.9%), Denmark (25.3%), the United Kingdom (24.9), Belgium (24.5%) and Sweden (23.3%).»

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«Low shares were also recorded in Slovakia (5.8%), the Czech Republic (6.2%), Poland (6.6%), Romania (6.8%), Lithuania (7.6%) and Latvia (7.7%).»

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«Among those persons in the EU employed part-time in 2017, over a quarter (26.4%) did not actively choose this working pattern»

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«The highest shares of involuntary part-time work across the EU were recorded in Greece (70.2% of persons employed part-time) and Cyprus (67.4%), followed by Italy (62.5%), Spain (61.1%), Bulgaria (58.7%), Romania (55.8%), Portugal (47.5%) and France (43.1%).»

2018-06-10__Eurostat_Part_Time__002

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Questi dati dovrebbero dare molto da pensare, specie ai nostri governanti.

Che in Italia ed in Spagna il 62.5% ed il 61.1%, rispettivamente, degli occupati a part time abbiano accettato un simile posto non riuscendo a trovare un lavoro a tempo pieno la conta lunga sullo stato di questi sistemi economici. Che poi anche il 43.1% dei francesi a part time siano in simile condizione non è certo buona notizia da quel paese.

Non conforta venire a sapere che il 49.8% degli olandesi lavori a part time, né tanto meno che il 46.4% delle donne tedesche sia in simili condizioni. Un fenomeno del genere è, come minimo, una bomba ad orologeria pensionistica di non poco rilievo.

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Concludiamo con una unica raccomandazione.

Ogniqualvolta si incontri un termine, ci si premuri di verificare la definizione sotto la quale è stato usato: spesso di si trova di fronte a sorprese inaspettate.

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Eurostat ha rilasciato il Report «Part-time employment as percentage of the total employment, by sex and age (%)» ed il Report «Involuntary part-time employment as percentage of the total part-time employment, by sex and age (%)»

Sempre Eurostat pubblica un commento ai dai prodotti:

«How common – and how voluntary – is part-time employment?»

43 million persons aged 15 to 64 in the European Union (EU) worked part-time in 2017. This represents one in five (19.4%) persons having a job in the EU. Part-time employment as a percentage of total employment has fluctuated between 15.6% and 19.6% over the last 15 years in the EU.

In 2017, this proportion was still much higher for women (31.7%) than for men (8.8%). It was also slightly higher in the euro area (21.6%) than in the EU (19.4%).

Highest share of part-time employment in the Netherlands; lowest in Bulgaria

Across the EU Member States, part-time employment was by far the most common in the Netherlands, with half (49.8%) of all employed persons aged 15 to 64 working part-time in 2017. After the Netherlands, about one in four employed persons worked part-time in Austria (27.9%), Germany (26.9%), Denmark (25.3%), the United Kingdom (24.9), Belgium (24.5%) and Sweden (23.3%).

At the opposite end of the scale, part-time employment accounted for less than 5% of all employment in Bulgaria (2.2%), Hungary (4.3%) and Croatia (4.8%). Low shares were also recorded in Slovakia (5.8%), the Czech Republic (6.2%), Poland (6.6%), Romania (6.8%), Lithuania (7.6%) and Latvia (7.7%).

Involuntary part-time work highest in southern Member States

Among those persons in the EU employed part-time in 2017, over a quarter (26.4%) did not actively choose this working pattern.

The highest shares of involuntary part-time work across the EU were recorded in Greece (70.2% of persons employed part-time) and Cyprus (67.4%), followed by Italy (62.5%), Spain (61.1%), Bulgaria (58.7%), Romania (55.8%), Portugal (47.5%) and France (43.1%).

In contrast, involuntary part time represented less than 10% of total part-time employment in Estonia (7.5%), Belgium (7.8%), the Netherlands (8.2%), the Czech Republic (9.1%) and Malta (9.6%).

Further information on part-time work can be found in this Statistics Explained article.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Stati Uniti, Trump

Trump. Ordine Esecutivo per la riduzione della povertà.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-16.

Washington. White House. 001

Anche i grandi paesi industrializzati hanno un pressante problema di miseria.

Cina. Il lavoro forzato e la nuova schiavitù.

Cina. La dottrina economica vincente di Deng Xiaoping.

Forced labour in the UK: ‘There was no escape. I lived every day in fear’

US trafficking report records forced labour in UK and Ireland

21 million people are now victims of forced labour, ILO says

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America. 44.752 milioni sotto la soglia di povertà.

Lo United States Census Bureau ha recentemente pubblicato una tabella aggiornata e corretta da pregresse minime omissioni:

Number and Percentage of People in Poverty Using the Supplemental Poverty Measure: 2016 and 2015

USA. Reddito delle famiglie per scaglioni. – Census Bureau

Trump ha vinto perché metà America è in miseria. – I dati della Fed.

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«Nel 2014, le spesa quotidiana annua degli americani si è attestata su 38.600 dollari. Ricordiamo che, oggi, il 51% dei lavoratori americani guadagna meno di 30mila dollari l’anno, mentre il 28% guadagna addirittura meno di 20mila dollari. Dieci anni prima, gli americani che riuscivano a far fronte a tutte le spese potevano mediamente contare su un residuo attivo di 1500 dollari l’anno. Dieci anni dopo, quegli stessi americani si trovano un passivo di 2300 dollari.» [Fonte: CNBC].

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«La ricchezza della classe media americana è crollata del 20% in dieci anni, tendenza che ha fatto crollare gli USA al 19° posto nella classifica mondiale per ricchezza media. La ricchezza media famigliare era di 137.955 dollari nel 2007, ma oggi si è quasi dimezzata raggiungendo quota 82.725 dollari.» [Fonte]

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In breve, gli Stati Uniti di America hanno quasi quarantacinque milioni di persone che vivono sotto la soglia della povertà ed il 51% dei lavoratori americani guadagna meno di 30,000 dollari l’anno, cifra da sopravvivenza tene3ndo conto del costo della vita.

Durante i mandati della pregressa Amministrazione Obama il problema è rimasto sempre in secondo piano, e si sono finanziati enti governativi che avrebbero dovuto elargire contributi ai poveri con quello che rimaneva in cassa dopo che i funzionari addetti avevano percepito lo stipendio.

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«The United States and its Constitution were founded on the principles of freedom and equal opportunity for all.  To ensure that all Americans would be able to realize the benefits of those principles, especially during hard times, the Government established programs to help families with basic unmet needs»

*

«While bipartisan welfare reform enacted in 1996 was a step toward eliminating the economic stagnation and social harm that can result from long-term Government dependence, the welfare system still traps many recipients, especially children, in poverty and is in need of further reform and modernization in order to increase self-sufficiency, well-being, and economic mobility»

*

«In 2017, the Federal Government spent more than $700 billion on low-income assistance.  Since its inception, the welfare system has grown into a large bureaucracy that might be susceptible to measuring success by how many people are enrolled in a program rather than by how many have moved from poverty into financial independence.»

*

«The Federal Government’s role is to clear paths to self-sufficiency, reserving public assistance programs for those who are truly in need»

*

«The Federal Government should do everything within its authority to empower individuals by providing opportunities for work, including by investing in Federal programs that are effective at moving people into the workforce and out of poverty»

*

«Improve employment outcomes and economic independence»

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«Promote strong social networks as a way of sustainably escaping poverty (including through work and marriage)»

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«Reduce the size of bureaucracy and streamline services to promote the effective use of resources»

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«Reserve benefits for people with low incomes and limited assets»

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«review current federally funded workforce development programs»

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«invest in effective workforce development programs»

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L’Executive Order del Presidente Trump introduce una rivoluzione copernicana nella lotta alla povertà finora condotta dagli Stati Uniti.

La passata Amministrazione spendeva circa 700 miliardi ogni anno per sovvenzionare i poveri tramite un apparato burocratico gigantesco, talmente ipertrofico da assorbire larga parte delle risorse. Non solo, ma i risultati erano valutati in base al numero degli assistiti.

D’ira in poi la lotta alla povertà sarà attuata generando posti di lavoro, così da far emergere le persone in modo stabile dalla miseria e dalla povertà. I risultati saranno valutati sulla riduzione del numero delle persone in fascia misera ed in fascia povera.



The White House. Executive Order Reducing Poverty in America by Promoting Opportunity and Economic Mobility

By the authority vested in me as President by the Constitution and the laws of the United States of America, and to promote economic mobility, strong social networks, and accountability to American taxpayers, it is hereby ordered as follows:

Section 1Purpose.  The United States and its Constitution were founded on the principles of freedom and equal opportunity for all.  To ensure that all Americans would be able to realize the benefits of those principles, especially during hard times, the Government established programs to help families with basic unmet needs.  Unfortunately, many of the programs designed to help families have instead delayed economic independence, perpetuated poverty, and weakened family bonds.  While bipartisan welfare reform enacted in 1996 was a step toward eliminating the economic stagnation and social harm that can result from long-term Government dependence, the welfare system still traps many recipients, especially children, in poverty and is in need of further reform and modernization in order to increase self-sufficiency, well-being, and economic mobility.

Sec. 2Policy.  (a)  In 2017, the Federal Government spent more than $700 billion on low-income assistance.  Since its inception, the welfare system has grown into a large bureaucracy that might be susceptible to measuring success by how many people are enrolled in a program rather than by how many have moved from poverty into financial independence.  This is not the type of system that was envisioned when welfare programs were instituted in this country.  The Federal Government’s role is to clear paths to self-sufficiency, reserving public assistance programs for those who are truly in need.  The Federal Government should do everything within its authority to empower individuals by providing opportunities for work, including by investing in Federal programs that are effective at moving people into the workforce and out of poverty.  It must examine Federal policies and programs to ensure that they are consistent with principles that are central to the American spirit — work, free enterprise, and safeguarding human and economic resources.  For those policies or programs that are not succeeding in those respects, it is our duty to either improve or eliminate them.

(b)  It shall be the policy of the Federal Government to reform the welfare system of the United States so that it empowers people in a manner that is consistent with applicable law and the following principles, which shall be known as the Principles of Economic Mobility:

(i)     Improve employment outcomes and economic independence (including by strengthening existing work requirements for work-capable people and introducing new work requirements when legally permissible);

(ii)    Promote strong social networks as a way of sustainably escaping poverty (including through work and marriage);

(iii)   Address the challenges of populations that may particularly struggle to find and maintain employment (including single parents, formerly incarcerated individuals, the homeless, substance abusers, individuals with disabilities, and disconnected youth);

(iv)    Balance flexibility and accountability both to ensure that State, local, and tribal governments, and other institutions, may tailor their public assistance programs to the unique needs of their communities and to ensure that welfare services and administering agencies can be held accountable for achieving outcomes (including by designing and tracking measures that assess whether programs help people escape poverty);

(v)     Reduce the size of bureaucracy and streamline services to promote the effective use of resources;

(vi)    Reserve benefits for people with low incomes and limited assets;

(vii)   Reduce wasteful spending by consolidating or eliminating Federal programs that are duplicative or ineffective;

(viii)  Create a system by which the Federal Government remains updated on State, local, and tribal successes and failures, and facilitates access to that information so that other States and localities can benefit from it; and

(ix)    Empower the private sector, as well as local communities, to develop and apply locally based solutions to poverty.

(c)  As part of our pledge to increase opportunities for those in need, the Federal Government must first enforce work requirements that are required by law.  It must also strengthen requirements that promote obtaining and maintaining employment in order to move people to independence.  To support this focus on employment, the Federal Government should:

(i)   review current federally funded workforce development programs.  If more than one executive department or agency (agency) administers programs that are similar in scope or population served, they should be consolidated, to the extent permitted by law, into the agency that is best equipped to fulfill the expectations of the programs, while ineffective programs should be eliminated; and

(ii)  invest in effective workforce development programs and encourage, to the greatest extent possible, entities that have demonstrated success in equipping participants with skills necessary to obtain employment that enables them to financially support themselves and their families in today’s economy.

(d)  It is imperative to empower State, local, and tribal governments and private-sector entities to effectively administer and manage public assistance programs.  Federal policies should allow local entities to develop and implement programs and strategies that are best for their respective communities.  Specifically, policies should allow the private sector, including community and faith-based organizations, to create solutions that alleviate the need for welfare assistance, promote personal responsibility, and reduce reliance on government intervention and resources.

(i)   To promote the proper scope and functioning of government, the Federal Government must afford State, local, and tribal governments the freedom to design and implement programs that better allocate limited resources to meet different community needs.

(ii)  States and localities can use such flexibility to devise and evaluate innovative programs that serve diverse populations and families.  States and localities can also model their own initiatives on the successful programs of others.  To achieve the right balance, Federal leaders must continue to discuss opportunities to improve public assistance programs with State and local leaders, including our Nation’s governors.

(e)  The Federal Government owes it to Americans to use taxpayer dollars for their intended purposes.  Relevant agencies should establish clear metrics that measure outcomes so that agencies administering public assistance programs can be held accountable.  These metrics should include assessments of whether programs help individuals and families find employment, increase earnings, escape poverty, and avoid long-term dependence.  Whenever possible, agencies should harmonize their metrics to facilitate easier cross-programmatic comparisons and to encourage further integration of service delivery at the local level.  Agencies should also adopt policies to ensure that only eligible persons receive benefits and enforce all relevant laws providing that aliens who are not otherwise qualified and eligible may not receive benefits.

(i)   All entities that receive funds should be required to guarantee the integrity of the programs they administer.  Technology and innovation should drive initiatives that increase program integrity and reduce fraud, waste, and abuse in the current system.

(ii)  The Federal Government must support State, local, and tribal partners by investing in tools to combat payment errors and verify eligibility for program participants.  It must also work alongside public and private partners to assist recipients of welfare assistance to maximize access to services and benefits that support paths to self-sufficiency.

Sec. 3Review of Regulations and Guidance Documents.  (a)  The Secretaries of the Treasury, Agriculture, Commerce, Labor, Health and Human Services, Housing and Urban Development, Transportation, and Education (Secretaries) shall:

(i)    review all regulations and guidance documents of their respective agencies relating to waivers, exemptions, or exceptions for public assistance program eligibility requirements to determine whether such documents are, to the extent permitted by law, consistent with the principles outlined in this order;

(ii)   review any public assistance programs of their respective agencies that do not currently require work for receipt of benefits or services, and determine whether enforcement of a work requirement would be consistent with Federal law and the principles outlined in this order;

(iii)  review any public assistance programs of their respective agencies that do currently require work for receipt of benefits or services, and determine whether the enforcement of such work requirements is consistent with Federal law and the principles outlined in this order;

(iv)   within 90 days of the date of this order, and based on the reviews required by this section, submit to the Director of the Office of Management and Budget and the Assistant to the President for Domestic Policy a list of recommended regulatory and policy changes and other actions to accomplish the principles outlined in this order; and

(v)    not later than 90 days after submission of the recommendations required by section 3(a)(iv) of this order, and in consultation with the Director of the Office of Management and Budget and the Assistant to the President for Domestic Policy, take steps to implement the recommended administrative actions.

(b)  Within 90 days of the date of this order, the Secretaries shall each submit a report to the President, through the Director of the Office of Management and Budget and the Assistant to the President for Domestic Policy, that:

(i)    states how their respective agencies are complying with 8 U.S.C. 1611(a), which provides that an alien who is not a “qualified alien” as defined by 8 U.S.C. 1641 is, subject to certain statutorily defined exceptions, not eligible for any Federal public benefit as defined by 8 U.S.C. 1611(c);

(ii)   provides a list of Federal benefit programs that their respective agencies administer that are restricted pursuant to 8 U.S.C. 1611; and

(iii)  provides a list of Federal benefit programs that their respective agencies administer that are not restricted pursuant to 8 U.S.C. 1611.

Sec. 4Definitions.  For the purposes of this order:

(a)  the terms “individuals,” “families,” and “persons” mean any United States citizen, lawful permanent resident, or other lawfully present alien who is qualified to or otherwise may receive public benefits;

(b)  the terms “work” and “workforce” include unsubsidized employment, subsidized employment, job training, apprenticeships, career and technical education training, job searches, basic education, education directly related to current or future employment, and workfare; and(c)  the terms “welfare” and “public assistance” include any program that provides means-tested assistance, or other assistance that provides benefits to people, households, or families that have low incomes (i.e., those making less than twice the Federal poverty level), the unemployed, or those out of the labor force.

Sec. 5General Provisions.  (a)  Nothing in this order shall be construed to impair or otherwise affect:

(i)   the authority granted by law to an executive department or agency, or the head thereof; or

(ii)  the functions of the Director of the Office of Management and Budget relating to budgetary, administrative, or legislative proposals.

(b)  This order shall be implemented consistent with applicable law and subject to the availability of appropriations.

(c)  This order is not intended to, and does not, create any right or benefit, substantive or procedural, enforceable at law or in equity by any party against the United States, its departments, agencies, or entities, its officers, employees, or agents, or any other person.

DONALD J. TRUMP

THE WHITE HOUSE,

April 10, 2018.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo, Sistemi Economici

Retribuzioni sempre più basse e lavoro sempre più duro. La nuova realtà.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-12-25.

2017-12-21__Retribuzioni__002

Vi sono delle realtà, più o meno sgradite, alcune davvero fortemente penalizzanti, ma delle quali si deve prendere atto, volenti o nolenti.

Una di queste è la triste eredità che è lasciata dalla lunga serie di governi precedenti, sia in Italia sia nell’Unione Europea: il mercato del lavoro offre posti a contratto, spesso di corta durata, e con emolumenti minimali.

«Uno stipendio di 92 euro al mese, circa 33 centesimi all’ora, e decurtazioni ai pagamenti del corrispettivo di un’ora di lavoro per chi andava 5 minuti al bagno o arrivava con 3 minuti di ritardo. E’ quanto emerge da una denuncia della SLc Cgil di Taranto, riguardo un call center. ….
il primo allucinante bonifico di appena 92 euro per un intero mese di lavoro …. l’azienda ha risposto che se per 5 minuti si lascia il posto per andare al bagno si perdeva una intera ora di lavoro. Anche per un ritardo di tre minuti l’azienda non riconosceva alle lavoratrici la retribuzione oraria»

2017-12-21__Retribuzioni__001

Riportiamo, ma esclusivamente a mo’ di esempio concreto, il caso della Ryanair, società internazionale.

«Sottopagati e sfruttati con turni massacranti spesso pagati solo in parte …. “schiavitù moderna” …. la lettera inviata ai piloti italiani Ryanair, e fatta circolare sui social, in cui li ‘invita’ a non aderire allo sciopero pena “la perdita di futuri aumenti in busta paga, trasferimenti ed eventuali promozioni” …. Dozzine di assistenti di volo hanno contattato il ‘Daily Mail’ per raccontare come siano “sfruttati in modo spietato” dalla compagnia aerea low cost …. Qualcuno ha rivelato come un giorno abbia lavorato otto ore ma di essere pagato solo per due. Un altro di aver guadagnato meno di 500 sterline (quindi poco più di 550 euro) in un mese. E ancora c’è chi dice di essere stato pagato 3,75 sterline all’ora (meno della metà del salario minimo). …. Alcuni membri dello staff affermano di essere stati minacciati di essere trasferiti se non avessero venduto abbastanza».

* * *

Il quadro è desolante per quanti possano ricordare i tempi passati, ma è quello attuale.

Se si considera che per conseguire una laurea sono mediamente necessari cinque anni con un investimento stimabile, sempre in termini medi, di circa centomila euro, la retribuzione iniziale lorda di 23,827€ non genererebbe certo entusiasmi, anche se ai 45 anni essa potrebbe essere salita ai 50,590.

Per i non laureati il quadro retributivo è desolante.

Nella fascia dei 15 – 24 anni si arriva in termini medi a 21,584€ lordi, che possono salire a fine carriera a 29,649€ lordi annui. Si ricordi come i 1,500 euro al mese siano la soglia superiore della povertà.

Sempre in termini medi, le retribuzioni nette ammontano a circa il 60% del lordo, detratte tasse e contributi.

*

L’Istat ci fornisce un quadro mensile dell’occupazione: ecco i dati di ottobre.

In Italia gli occupati totali sono 23,082 migliaia, (13,394 maschi e 9,689 femmine). I disoccupati sono 2,879 mentre gli “inattivi” (15 – 64 anni) sono un qualcosa come 13,348 (tredici milioni 348,000).

Dei 17,776 dipendenti, 14,952 erano permanenti mentre 2,824 erano a termine.

La disoccupazione nella classe di età 15 – 24 anni ammontava al 34.7%, ricordando che in questa categoria non rientrano gli “inattivi“. I numeri assoluti sono ben spietati: in questa fascia di età 998 sono occupati, 530 sono disoccupati, e 4,345 sono inattivi. Al sodo, solo il 16.9% dei giovani è occupato (100 * 998 / 5,873).

Ma non ci si faccia illusioni.

I rapporti di breve durata hanno mediamente retribuzioni attorno ai 500 euro mensili. Ben difficilmente la retribuzione di ingresso, sia pure a regime precario, super gli 800 euro. Nel converso, le condizioni di lavoro sono spesso severe, così essendo imposto dai tempi.

Non ci si stupisca quindi se stia entrando in auge una sorta di ius primae noctis, che in realtà nel medioevo non esisteva: essere assunto anche come precario è un lusso che spetta a ben pochi. È del tutto sequenziale che si faccia di tutto pur di ottenere una posizione, sia pure precaria. Ed una volta assunti per un pugno di scudi ci si scordi di quelli che una volta erano denominati i “diritti sindacali“. Quelli sono i privilegi feudali di quanti siano occupati a tempo pieno.

In pratica, una legione di nuovi schiavi sgobba da mane a sera per mantenere i privilegi di quanti li abbiano preceduti. Anche la nobiltà francese accampava quei “diritti precostituiti” dei quali la rivoluzione li deprivò assieme alla testa: lezione della storia mai assimilata.

Nè ci si stupisca se il futuro sarà ben peggio del presente.

*

Nel suo Report «Il mercato del Lavoro 2017» l’Istat non da cifre confortanti.

«Il quadro demografico del Paese si caratterizza per il protrarsi di fenomeni presenti da lungo tempo ma anche per l’accentuarsi di squilibri più recenti.

La recente evoluzione demografica conferma il rapido invecchiamento della popolazione, frutto dell’allungamento della sopravvivenza e del persistente calo della fecondità iniziato negli anni ‘70. La speranza di vita alla nascita si attesta tra le più alte del mondo ed è, nel 2016, 80,6 anni per gli uomini e 85,0 anni per le donne (Istat 2017a).

Contemporaneamente, dopo il boom delle nascite degli anni ‘60 la dinamica naturale si affievolisce fino al 1995. Da quel momento si assiste a una graduale ripresa della fecondità durata fino al 2010, alla quale hanno contribuito prevalentemente le straniere nel Nord. Più recentemente, la fecondità ha subìto una nuova battuta di arresto (1,34 figli per donna nel 2016).»

*

«Nel 2016 poco più della metà dei 12 milioni 664 mila giovani tra i 15 e i 34 anni ha almeno un’esperienza lavorativa, conclusa o ancora in corso. In particolare, il 39,9% è occupato mentre il 15,2% non è occupato ma ha avuto in passato almeno un’esperienza di lavoro e nella maggioranza dei casi vorrebbe lavorare (disoccupato o forza lavoro potenziale). Il restante 44,9% dei giovani non ha mai lavorato nella vita.»

In sintesi: nella fascia di età 15 – 34 anni solo il 39.9% risulta essere occupato. In termini numerici, 5.053 milioni sono occupati e 7.611 milioni non sono occupati.

«I rapporti di lavoro di breve durata (RB) ….

il numero di lavoratori coinvolti in RB distinti per diverse tipologie: nel complesso risultano poco meno di 4 milioni di lavoratori nel 2016, in crescita dai 3 milioni del 2012.»

*

Nel suo Report «Condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie» l’Istat riporta:

«Metà delle famiglie residenti in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 24.522 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese»

*

«Il cuneo fiscale e contributivo è pari al 46,0% del costo del lavoro, in lieve calo rispetto agli anni precedenti (46,2% nel 2014, 46,7% nel 2012).»

*

«Aumentano sia l’incidenza di individui a rischio di povertà (20,6%, dal 19,9%) sia la quota di quanti vivono in famiglie gravemente deprivate (12,1% da 11,5%) …. la popolazione esposta a rischio di povertà o esclusione sociale è infatti superiore di 5.255.000 unità rispetto al target previsto …. In Italia, la quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è passata da 28,7% a 30,0% tra il 2015 e il 2016»

* * * * * * *

Ma se in Italia vi sono 23.082 milioni di occupati, il numero di addetti ai servizi pubblici è degno di menzione.

«Nel 2015 le unità economiche partecipate dal settore pubblico sono 9.655 ed impiegano 882.012 addetti» [Istat]

*

I dipendenti delle pubbliche amministrazioni sono in Italia 3.142 milioni, ossia il 13.61% degli occupati. Ma se si tenesse conto anche dei dipendenti delle partecipate pubbliche, la percentuale salirebbe al 17.43%: un esercito di 4.024 milioni di dipendenti pubblici. La Unione Sovietica è implosa quando il rapporto burocrati / totale degli occupati aveva oltrepassato la soglia del 5%.

Nota Importante.

Ecco le definizioni Istat:

«Occupati: comprendono le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento:

– hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura;

– hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente;»

*

«Disoccupati (o in cerca di occupazione): comprendono le persone non occupate tra i 15 e i 74 anni che:

– hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane che precedono la settimana di riferimento e sono disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive;»

*

I nostri occupati nel settore produttivo e le nostre imprese lavorano per mantenere quattro milioni di dipendenti di pubbliche amministrazioni. Costerebbe meno lasciar loro lo stipendio attuale ed abolire lo stato e, di conseguenza, le tasse.


Adnk. 2017-12-19. “Ryanair come la Corea”, l’affondo delle hostess

Sottopagati e sfruttati con turni massacranti spesso pagati solo in parte. “Era come una piccola Corea del Nord“, dice un ex dipendente della Ryanair che accusa la compagnia aerea di “schiavitù moderna”: “Dovrebbero vergognarsi”, aggiunge.

Sono mesi che la compagnia aerea irlandese si trova al centro di aspre critiche da parte dei dipendenti. L’ultima in ordine di tempo è la lettera inviata ai piloti italiani Ryanair, e fatta circolare sui social, in cui li ‘invita’ a non aderire allo sciopero pena “la perdita di futuri aumenti in busta paga, trasferimenti ed eventuali promozioni”.

Dozzine di assistenti di volo hanno contattato il ‘Daily Mail’ per raccontare come siano “sfruttati in modo spietato” dalla compagnia aerea low cost, per descrivere le condizioni di lavoro estenuanti e le tattiche utilizzate per far sì che i passeggeri acquistini il più possibile durante i voli, come ad esempio tenerli svegli con luci e annunci rumorosi. Qualcuno ha rivelato come un giorno abbia lavorato otto ore ma di essere pagato solo per due. Un altro di aver guadagnato meno di 500 sterline (quindi poco più di 550 euro) in un mese. E ancora c’è chi dice di essere stato pagato 3,75 sterline all’ora (meno della metà del salario minimo). Alcuni membri dello staff affermano di essere stati minacciati di essere trasferiti se non avessero venduto abbastanza. Una hostess è stata informata che sarebbe stata trasferita nel suo paese natale per stare con sua figlia solo se avesse venduto più patatine.

La storia di Giulia – Giulia, hostess italiana di 28 anni, ha raccontato di aver chiesto più volte alla compagnia di essere avvicinata a casa quando sua nonna era in fin di vita. Sarebbero 12 le richieste. A tutte la Ryanar ha risposto di no, sottolineando come la priorità per i trasferimenti sia basata sulle prestazioni legate alle vendite e non sulle circostanze familiari. Così sua nonna è morta prima che a Giulia venisse concesso un trasferimento. La 28enne, che quest’anno ha lasciato il suo posto a causa di una forte depressione, ha raccontato come i capi della Ryanair spingano senza sosta l’equipaggio verso obiettivi di vendita sempre più irrealistici. Le tecniche progettate per migliorare le vendite includerebbero la possibilità di lasciare le luci di bordo sempre accese e fare ripetuti annunci. Anche il riscaldamento sull’aereo verrebbe disattivato nella speranza che ciò mantenga i passeggeri svegli. Tutto questo solo per garantire all’equipaggio maggiori opportunità di vendere gratta e vinci, cibo e profumi.



Adnk. 2017-12-20. “Pagati 33 cent all’ora”, il call center della vergogna

Uno stipendio di 92 euro al mese, circa 33 centesimi all’ora, e decurtazioni ai pagamenti del corrispettivo di un’ora di lavoro per chi andava 5 minuti al bagno o arrivava con 3 minuti di ritardo. E’ quanto emerge da una denuncia della SLc Cgil di Taranto, riguardo un call center.

Sulla carta l’offerta era allettante: il call center di Taranto avrebbe offerto ai lavoratori circa 12mila euro all’anno, la realtà però “non solo era differente – spiega Andrea Lumino, segretario generale di SLc Cgil Taranto -, ma superava di gran lunga la più macabra immaginazione”.

I lavoratori impiegati nel call center da metà ottobre a dicembre si sono licenziati dopo “il primo allucinante bonifico di appena 92 euro per un intero mese di lavoro“, si legge in una nota del sindacato. “Alle loro rimostranze, l’azienda ha risposto che se per 5 minuti si lascia il posto per andare al bagno si perdeva una intera ora di lavoro. Anche per un ritardo di tre minuti l’azienda non riconosceva alle lavoratrici la retribuzione oraria”.

Il segretario generale di SLc Cgil Taranto ha annunciato che i legali del sindacato stanno valutando “la possibilità di collegare questa situazione alla legge contro il caporalato“. Subito dopo la conferenza stampa, si legge nel comunicato, è stato preparato un esposto denuncia dei lavoratori e del sindacato da inviare alla Procura della Repubblica, al Sindaco, al Presidente della Provincia e al Prefetto.

 

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Istruzione e Ricerca, Senza categoria

In Italia ci sarebbero quattro milioni di posti di lavoro scoperti.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-20.

Fachhochschulen

Chiariamo immediatamente un aspetto a quanto sembrerebbe sarebbe ben poco chiaro e fonte di equivoci non indifferenti.

Consideriamo quale esempio la Germania, ma il discorso potrebbe essere facilmente esteso alla maggior parte dei paesi occidentali.

Traiamo dal Deutscher Akademischer Austauschdienst.

«Il sistema universitario tedesco.

Anche la Germania partecipa al cosiddetto Processo di Bologna, teso a riformare i differenti sistemi universitari europei, di modo che risultino il più possibile armonizzati e uniformati tra di loro. Questo progetto prevede la suddivisione degli studi superiori in tre cicli:

Laurea triennale, in Germania chiamata Bachelor

Laurea magistrale/specialistica, in Germania chiamata Master

Dottorato di ricerca, in Germania chiamato Promotion

In Germania sono talvolta presenti, accanto a master consecutivi biennali, anche master di perfezionamento, rivolti principalmente a coloro che – durante il lavoro – vogliono specializzarsi in un determinato ambito. Questi corsi sono caratterizzati da periodi di presenza, ai quali si alternano dei moduli online.  La suddivisione in Bachelor e Master prevede però, in Germania così come in altri paesi, delle eccezioni, in particolare in tutti quei casi in cui i corsi di laurea richiedono un esame di stato (Staatsexamen) per l’esercizio della professione (es. medicina, farmacia, giurisprudenza). In questi casi il corso di laurea rimane a ciclo unico e dura 5-6 anni.

L’anno accademico è diviso in due semestri, quello cosiddetto invernale (Wintersemester) e quello cosiddetto estivo (Sommersemester).

Sommersemester: da aprile a settembre (lezioni: da aprile a luglio)

Wintersemester: da ottobre a marzo (lezioni: da ottobre a febbraio)

Durante le cosiddette ferie semestrali non ci sono lezioni ma spesso esami.

Nelle Fachhochschulen (vedi sotto) i semestri e le lezioni cominciano circa un mese prima. In ogni caso, le date d’inizio/fine semestre e d’inizio/fine lezioni possono variare da un’università all’altra. Riferimenti precisi possono essere trovati sui siti internet e nelle segreterie delle singole università. Spesso per i nuovi studenti immatricolati vengono organizzati eventi informativi e presentazioni già una o più settimane prima dell’inizio delle lezioni.

A differenza dell’Italia, in molti corsi di studio lo studente può iscriversi all’università tanto nel semestre invernale quanto in quello estivo. La durata dei corsi di studio si calcola quindi in semestri e non in anni.

L’offerta universitaria è in Germania assai ampia e articolata. S’impernia, infatti, non solo su un numero elevato di atenei, ma anche su una notevole varietà di tipi di istituti universitari, cosa che non trova un vero e proprio analogo nel sistema italiano. Più in particolare, in Germania si possono trovare:

109 università (Universitäten)

191 istituti superiori di formazione professionale (Fachhochschulen)

55 istituti superiori di formazione artistica, cinematografica e musicale (Kunst-, Film- und Musikhochschulen)

Le università (Universitäten) rappresentano il posto giusto per coloro che sono interessati a uno studio principalmente teorico. Offrono una vasta scelta in termini di facoltà e corsi di studio; è forte anche la tendenza a puntare in modo sempre più deciso su una maggiore integrazione con le realtà del lavoro attraverso attività professionalizzanti (tirocini, ecc.). Alcune università si sono specializzate in determinati ambiti disciplinari: un esempio è rappresentato in questo senso dalle università tecniche, mediche e pedagogiche. Le università sono infine il posto giusto anche per coloro che desiderino fare un dottorato in Germania.

Gli istituti superiori di formazione professionale (Fachhochschulen), chiamati spesso anche università di scienze applicate (University of Applied Sciences), rappresentano la giusta soluzione per coloro che prediligono uno studio orientato alla prassi. Essi offrono una formazione fondata teoricamente e però diretta alle applicazioni concrete del mondo del lavoro. Nel percorso formativo sono previsti tirocini e semestri pratici obbligatori.

Gli istituti superiori di formazione artistica, cinematografica e musicale (Kunst-, Film- und Musikhochschulen) sono indicati per coloro che desiderano realizzare uno studio artistico o comunque creativo. Questi istituti offrono facoltà come arti figurative, design industriale e di moda, grafica, musica strumentale o canto. Negli istituti per i mezzi di comunicazione moderna vengono formati registi, operatori di ripresa, sceneggiatori e altre figure attive nel mondo del cinema e della televisione. Il presupposto per intraprendere simili percorsi di studio è il possesso di un certo talento artistico, che viene valutato attraverso specifici test. Per questo tipo di istituti, pertanto, valgono condizioni d’accesso del tutto particolari.»

*

«A Fachhochschule, abbreviated FH, or University of Applied Sciences (UAS) is a German tertiary education institution, specializing in topical areas (e.g. engineering, technology or business).

Fachhochschulen were first founded in Germany, and were later adopted in Austria, Liechtenstein, Switzerland and Greece (where they are called TEI or Technological Educational Institutes). An increasing number of Fachhochschulen are abbreviated as Hochschule, the generic term in Germany for institutions awarding academic degrees in higher education, or expanded as Hochschule für angewandte Wissenschaften (HAW). Universities of Applied Sciences are primarily designed with a focus on teaching professional skills. Swiss law calls Fachhochschulen and Universitäten “separate but equal”.

Due to the Bologna process, Universitäten and Fachhochschulen award legally equivalent academic bachelor’s and master’s degrees. Fachhochschulen generally do not award doctoral degrees themselves. This, and the rule to only appoint professors with a professional career of at least three years outside the university system, remain the two major ways in which they differ from traditional universities. However, they may run doctoral programs where the degree itself is awarded by a partner institution» [Fonte]

*

Circa il 70% dei laureati tedeschi ha conseguito il diploma passando attraverso le Fachhochschule, le quali scuole «award legally equivalent academic bachelor’s and master’s degrees».

Ma le Fachhochschulen corrispondono grosso modo agli istituti Professionali italiani, i quali non rilasciano per legge diplomi di laurea, ed assomigliano alle Fachhochschulen come una vecchia artritica assomiglia ad una ballerina del Crazy Horse.

Se è vero che in Germania le scuole professionali sono quasi invariabilmente di ottimo livello, non regalano nulla a nessuno, sono anche molto severe e formano personale di altissima preparazione, è altrettanto vero che i laureati provenienti dalle Fachhochschulen differiscono profondamente per preparazione da coloro che escono invece dalle università vere e proprie. Sono loro a formare il backbone della Germania.

*

L’ignoranza di questa differenza nell’ordinamento scolastico porta spesso ad asserire che in Italia ci sarebbero troppo pochi laureati. Ma se si considerassero equivalenti ai laureati i nostri diplomati, allora il conteggio risulterebbe essere rovesciato.

* * * * * * *

Fatta salva codesta premessa terminologica e metodologica, l’articolo riportato dalla Stampa contiene molti elementi di grande interesse, riscontrabili nella vita quotidiana.

La scuola inferiore e superiore italiana ha percorsi formativi che sembrano essere avulsi dal contesto sociale e produttivo nazionale ed europeo. Insegnano, poco e male, tutto ciò che non serve. Si pensi soltanto all’insegnamento delle lingue straniere.

I laureati escono con una preparazione del tutto inadeguata alle richieste odierne, che restano quindi insoddisfatte.

Non molto tempo fa la società Dco cercava laureati/e in lettere antiche che conoscessero il latino ed il greco medievale: l’esame era la lettura e la traduzione di un testo per ciascuna delle due lingue. Nonostante un emolumento superiore a quello percepito da un direttore di filiale bancaria, non si trovò un/una laureato/a italiano in grado di leggere e capire dei testi scritti in tali lingue. La Dco trovò tali competenze in una università della Korea del Sud.

*

Questo esempio potrebbe essere ben significativo. L’Italia rigurgita di laureati/e in lettere classiche, che però non conoscono tali lingue.

Similmente, trovare un piastrellista, un ebanista oppure un fabbro ferraio degni di quel nome è impresa ardua.

Per non parlare poi di un avvocato che sia esperto di diritto internazionale e di diritto comunitario.

Questa intervista rilasciata dal dr. Dattoli dovrebbe essere maieutica. Se la cifra di quattro milioni potrebbe sembrare essere eccessiva, tutto il resto dell’esposizione semrberebbe essere drammaticamente vero.


Stampa. 2017-05-20. Quattro milioni: i posti di lavoro in cerca del giusto curriculum.

Il cacciatore di talenti: “Non si riesce a coprirli perché in Italia mancano le competenze adeguate”

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Ha detto quattro milioni? Davide Dattoli non ha dubbi e ripete che «sì, i posti disponibili in Italia che non si riesce ad assegnare per mancanza di candidati con le giuste competenze sono valutabili in quattro milioni». È un numero da brividi, quello offerto dal fondatore dei Talent Garden. Batte anche i senza lavoro certificati Istat e diventa misura impietosa della debolezza strutturale che inquina il potenziale economico del Paese. Parla di voglia di crescere zavorrata dal malfunzionamento di scuola, imprese e amministrazione. 

«Do anche la colpa ai genitori», insiste il giovane che cinque anni fa ha creato la più grande rete europea di co-working: «Dicono ai figli “prendi una laurea tradizionale che sei tranquillo” e alla fine creano solo nuovi disoccupati». 

Davide problemi di impiego non ne ha. I suoi Tag, i giardini dei Talenti organizzati su 18 campus in sei paesi si intersecano 150 aziende, sono «piattaforme fisiche per talenti digitali» per giovani, professionisti e grandi imprese come Uber, Deliveroo e Tesla. Per un ventiseienne «orgogliosamente bresciano» è un risultato da incorniciare. Soprattutto perché la maggioranza dei coetanei, se va bene, naviga fra il secondo e al terzo stage. 

Come nascono i posti che non trovano autore?  

«La causa principale è il rapido cambiamento delle professioni. Una volta studiavi Legge e pensavi di avere lo stesso lavoro tutta la vita. Ora devi accettare di rinnovarti quattro o cinque volte. I mestieri digitali cambiano ogni dieci anni. Poco tempo fa tutti cercavano esperti per i social media, ci sono state opportunità per migliaia di persone, ma in futuro sarà diverso. Il pubblico farà da solo. E loro dovranno riciclarsi». 

Quali le offerte senza risposta?  

«Sono diversificate, ce ne sono anche nei settori tradizionali. Vedo richiedere sviluppatori di software, esperti di marketing digitale, di e-commerce e user experience, di design digitale. Sono profili ricercati. Ce ne chiedono a decine. Ma non ci sono». 

Tutti a giurisprudenza?  

«Il 75% dei giovani neolaureati in Legge è ancora disoccupato. In Italia sono 13 mila». 

Invece voi?  

«Abbiamo lanciato una scuola di formazione professionale sul digitale. Lo scorso anno abbiamo avuto 250 studenti a Milano. Il 98% ha trovato lavoro». 

Un lavoro decente?  

«Il grosso degli ingaggi è stato a tempo indeterminato. Quando un’azienda trova la persona che cerca, ha ogni interesse a tenersela stretta». 

Cosa fare per la formazione?  

«La sfida è connettere il mondo del lavoro con la formazione. Ad esempio, col numero chiuso sulle università, così per produrre solo i laureati che servono e orientare meglio i fondi per lo studio, così si sostiene non chi fa più corsi, ma chi sforna più studenti preparati». 

È anche questione di tempi?  

«Andrebbe accorciata la preparazione al mondo del lavoro, con percorsi formativi brevi, proprio perché nella tua vita dovrai cambiare tante volte e non c’è tempo da perdere». 

Chi paga il training continuo?  

«Siamo sommersi di borse di studio private. Le imprese sono pronte ad investire se sanno che questo farà loro trovare le persone giuste. Abbiamo offerto 20 borse e sono arrivate 1800 richieste. La selezione è stata massacrante. È una questione culturale: se non ci rendiamo conto del problema non possiamo investire».  

Vede anche lei, come l’ex presidente Obama, il rischio che l’Economia 4.0 crei opportunità ma anche nuove diseguaglianze aumentando il divario fra chi corre e chi no?  

«Assolutamente sì». 

Come se ne esce?  

«Cominciamo a cambiare i servizi e dare alla gente quello che vuole, altrimenti si muore. Il digitale aiuta». 

Molti mestieri svaniranno con la quarta rivoluzione industriale.  

«Fra cinque anni sarà di nuovo tutto diverso. Nella Silicon Valley si comincia a parlare tanto di centralità della persona. Non ho una risposta. La sfida è capire che la popolazione deve essere più creativa che manuale. La crescita deve essere un tema culturale più che industriale». 

Scuola da rifare?  

«Inevitabile. In Italia abbiamo talento. Tuttavia l’intero sistema deve smettere di investire nel passato e ragionare sul futuro, aprendo il sistema formativo nella consapevolezza che la tendenza non cambierà. Deve prepararsi per il mondo che cambia». 

L’Italia lo fa?  

«Il piano Economia 4.0 di Calenda è stato un gran lavoro, però non tutti conoscono i super ammortamenti. Insisto, è un fatto culturale. La digitalizzazione è un fattore di trasformazione del modo di fare affari e non sono uno strumento di marketing. La Francia ha varato un piano pluriennale per capire dove va il Venture capital. In meno di cinque anni è diventata la prima meta d’investimenti innovativi e digitali. Ha investito 600 milioni solo nel 2016. Noi abbiamo messo la stessa cifra per salvare quelli di Alitalia che dovremmo salvare ancora». 

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici

Mezzogiorno. Lenta ed inesorabile agonia: lo stanno assassinando.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-01.

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L’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro ha rilasciato un interessantissimo studio sulla situazione lavorativa nazionale: Le dinamiche del mercato del lavoro nelle province italiane.

Sarebbe suggeribile leggere tutto l’articolo, fino in fondo. Tabelle e figure sono state impaginate in coda.

I dati aggregati per macroregioni non rendono conto delle realtà locali, di vere e proprie enclavi di miseria.

Ecco perché una valutazione provincia per provincia concorre a farci comprendere meglio la reale portata di questo fenomeno.

Se in passato si è sproloquiato sulla “Questione Meridionale“, oggi non se ne parla affatto, come se non esistesse.

Invece esiste, eccome.

Se questo fenomeno pone problemi di giustizia, mette altresì prepotentemente sotto accusa i governi che si sono succeduti in Italia negli ultimi trenta anni, e con i governi anche le organizzazioni sindacali.

È un problema strutturale: sembrerebbe essere irrisolvibile senza mutamenti sostanziali nelle struttura statale, sociale ed economica del paese.

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Questi sono articoli pregressi, ricchi di tabelle di dati. La loro lettura sarebbe propedeutica a quella del presente articolo.

Istat. Disoccupazione giovanile al 40.1%.

Istat. Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione.

Istat. Condizioni di vita e reddito.

Italia. Povertà. Un disonore nazionale.

Dati Onu su povertà e fame. Credibilità dei dati

Povertà in Italia

«– Il 28,7% delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà …. grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro;

– più a rischio di povertà …. il 51,2% (da 42,8%) nelle famiglie con tre o più minori;

– il reddito netto medio annuo per famiglia sia di 29.472 euro (circa 2.456 euro al mese);

– La metà delle famiglie residenti in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 24.190 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese);

– il 20% più ricco delle famiglie percepisce il 37,3% del reddito equivalente totale, il 20% più povero solo il 7,7%. ….

si evidenzia come non possano sostenere una spesa improvvisa di ottocento euro il 30.1% delle famiglie del nord ed il 55.1% delle famiglie del sud. E questo è un severo campanello di allarme sul grado di esaurimento delle scorte familiari. ….

Nel 2015 si stima che le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta siano pari a 1 milione e 582 mila e gli individui a 4 milioni e 598 mila (il numero più alto dal 2005 a oggi). ….

Le soglie rappresentano i valori rispetto ai quali si confronta la spesa per consumi di una famiglia al fine di definirla o meno in condizione di povertà assoluta. Ad esempio, per un adulto (di 18-59 anni) che vive solo, la soglia di povertà assoluta è pari a 819,13 euro mensili se risiede in un’area metropolitana del Nord, a 734,74 euro se vive in un piccolo comune settentrionale, a 552,39 euro se risiede in un piccolo comune del Mezzogiorno.»

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Si noti come una cosa sia la ‘povertà assoluta‘ ed un’altra ‘povertà‘.

Sono state date molteplici definizioni, talora conflittuali e contrastanti, motivo per cui sarebbe necessario usare molto prudenza nell’uso di questi termini e verificarne sempre l’accezione.

In linea generale potremmo dire che le persone in ‘povertà assoluta‘ riescono a stento a sopravvivere, ossia mangiare, mentre quelle che vivono in  ‘povertà‘ riescono a sopravvivere, ma non sono in grado di sopperire ad eventuali necessità improvvise.  Con tale termine si indica il pagamento di una cifra di circa 800 euro. In altri termini, il cambio delle lenti degli occhiali. Per non parlare di una dentiera oppure di cure specialistiche.

La soglia di ‘povertà‘ sembrerebbe essere realisticamente collocabile attorno ai 1,400 euro mensili netti, con variazioni locoregionali anche abbastanza ampie.

Il discorso si complicherebbe alquanto qualora si parlasse di famiglie.

Una famiglia di padre, madre e due figli sarebbe in zona povertà se i due coniugi lavorassero ambedue guadagnando ciascuno 1,400 euro mensili netti. Ma questo non è la norma: molto spesso riesce a lavorare solo il padre. Ovviamente la situazione passerebbe da quelle di ‘povertà‘ a quella di ‘povertà assoluta‘.

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Data la lunghezza del report, anticipiamo qui alcune considerazioni finali, avallate dai dati che seguono.

– le rappresentazioni media o mediane su aggregati a livello nazionale o di macroregioni sono fondamentali per la comprensione globale dei fenomeni, ma non rendono ragione di quanto siano distribuiti i dati.

– Lo studio per provincie chiarifica meglio come esistano vaste enclavi di blocco quasi completo della produzione, con occupazione minimale e disoccupazione a livelli incompatibili con la sopravvivenza.

– Solo per esempio. Il tasso di disoccupazione in Italia è dell’11.7%, ma a Crotone è del 28.3%. Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è del 37.8%, ma nel Medio Campidano è del 71.7%. Il tasso di disoccupazione giovanile femminile in Italia è del 39.6%, ma a Catanzaro è dell’86.9%.

– Se in Italia il 35.4% dei lavoratori ha contratti non standard (termine eufemistico politicamente corretto), è altrettanto vero che a Ragusa i contratti non standard rappresentano il 52.2%. Il Meridione ha quote del tutto abnormi di un contratto lavorativo che dovrebbe essere la eccezione, non la regola.

– In Italia la retribuzione netta media mensile degli occupati alle dipendenze è 1,315 euro: ossia quello che l’Istat definisce essere la “soglia di povertà“. Ma ad Ascoli Piceno tale valore scende a 925 euro. La gente vive con la pensione del nonno, finché questi viva, ovviamente, oppure utilizzando i risparmi mesi da parte degli avi.

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Nessun stupore quindi che in Italia abbia ripreso i fenomeno emigratorio.

Fuga dall’Italia. Due milioni in dieci anni.

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Un aspetto di cui difficilmente si parla è la ripercussione di questa situazione sul sistema pensionistico futuro.

I disoccupati non versano per definizione contributi Inps. Ciò comporta una diminuzione della base contributiva, fonte primaria di finanziamento dell’Istituto previdenziale, ed una carenza di contributi versati dagli attuali disoccupati che però andranno in pensione a suo tempo secondo il criterio contributivo. Il Medio Campidano ha una disoccupazione  del 71.7%: il conto è facile da farsi.

Ma il quadro è ancor più fosco per le donne. Con un tasso di disoccupazione giovanile femminile dell’86.9%, a Catanzaro solo una femmina su dieci avrà un po’ di versamenti fatti all’Inps.

Questi numeri sono da bolgia dantesca.

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Summary.

«Con 1.476 euro mensili è Bolzano la provincia che, oltre ad avere il tasso di disoccupazione più basso, detiene il primato degli stipendi medi più alti fra gli occupati alle dipendenze. Seguono Varese (1.471€), Monza e Brianza (1.456€), Como (1.449€), Verbano CusioOssola (1.434€), Bologna (1.424€) e Lodi (1.423€). Si tratta di retribuzioni più alte rispetto alla media nazionale (1.315€) e, per la metà delle province italiane, si riferiscono alle città del Nord Italia.La prima provincia del Mezzogiorno con la retribuzione media più elevata è solo al 55° posto della classifica dove si colloca L’Aquila con 1.282 euro. Quella, invece, con gli stipendi più bassi è Ascoli Piceno: 925euro. Èquesta la fotografia scattata dall’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro per il 2016 all’interno della seconda edizione del rapporto Le dinamiche del mercato del lavoro nelle province italiane”, presentato a Napoli durante la giornata di chiusura del 9° Congresso Nazionale di Categoria.

Quanto allo squilibrio tra tasso d’occupazione maschile e femminile, quest’ultimo è strettamente correlato allo sbilanciamento nella suddivisione del carico familiare tra donne e uomini. Nonostante la differenziata presenza sul territorio nazionale di strutture dedite ai servizi per l’infanzia, spesso non è conveniente per le mamme lavorare, perché il costo dei servizi sostitutivi per la cura dei bambini e per il lavoro domestico è decisamente elevato. Il tasso d’occupazione femminile più alto si osserva nella provincia di Bologna dove due terzi delle donne sono occupate (66,5%), mentre quello più basso si registra a Barletta-Andria-Trani dove lavorano meno di un quarto delle donne (24,1%). Tassi d’occupazione femminile superiori al 63% si registrano anche in altre 3 province tra le quali Bolzano (66,4%), Arezzo (64,4%) e Forlì-Cesena (63,3%), mentre solo un quarto della popolazione femminile lavora a Napoli (25,5%), Foggia (25,6%) ed Agrigento (25,9%). Il tasso di occupazione maschile è, ovviamente, più elevato: la provincia di Bolzano si colloca al vertice della classifica con più di tre quarti degli uomini occupati (78,9%), mentre a Reggio Calabria lavora meno della metà della popolazione maschile (44,5%), seguita da Vibo Valentia (48,1%), Palermo (48,8%) e Caserta (49,9%).

La ricerca, nell’analizzare a fondo i dati sull’occupazione e sulla disoccupazione, fornisce un’analisi molto dettagliata anche sul fenomeno dei Neet: i giovani con un’età compresa fra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione. Il tasso di Neet più elevato nel 2016 si registra nella provincia di Medio Campidano (46,2%) e quello più basso in quella di Bolzano (9,5%),con una differenza di oltre 36 punti percentuali. Il tasso di Neet è superiore al 40% nelle province di Cosenza (41,5%), Palermo (41,3%) e Catania (40%). Valori elevati di questo indicatore si osservano anche a Napoli (37,6%), al 10° posto fra le province con il tasso di Neet più elevato.»

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La Sintesi.

«1) La costruzione di un indicatore sintetico di efficienza del mercato del lavoro.

L’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro, aggiorna con i dati del 2016, la graduatoria delle province italiane che risultano essere più o meno efficienti nel favorire una ampia e efficace partecipazione al mercato del lavoro.

Le ragioni dell’introduzione di questo indicatore, è dovuta alla necessità di tenere insieme diverse dimensioni non solo legate alla quota di persone che lavorano (tasso di occupazione), ma anche alla quota di donne che partecipano al mercato del lavoro in ogni provincia d’Italia. A questi due indicatori ne vengono aggiunti altri tre molto importanti. Il primo dà conto del livello di inserimento dei giovani nei processi produttivi, ed è legato alla quota di persone con non studiano, non lavorano e non sono interessati da processi di formazione che preparano al lavoro (neet). Il quarto indicatore contiene l’informazione sul livello di stabilità del lavoro per gli occupati della provincia (quota di lavoratori standard) e infine l’ultimo indicatore contempla la quota di lavoratori altamente qualificati sul totale degli occupati.

Al termine del documento, si propone un indice sintetico d’efficienza e d’innovazione (Labour market efficiency and innovation index) che consente di costruire una graduatoria delle province italiane in base al loro livello di competitività occupazionale, derivato dai 5 indicatori di base.

Questo indicatore risulta essere strettamente correlato ai livelli di produttività e di competitività del sistema produttivo provinciale nel suo complesso.

Il tasso di occupazione.

La provincia con la quota più elevata di occupati è Bolzano (72,7%), mentre quella con il tasso di occupazione più basso è Reggio Calabria dove lavorano solo 37,1 persone su 100.

Dal 2° al 19° posto troviamo le province nelle quali sono occupati più di due terzi della popolazione in età lavorativa: Bologna (71,8%), Belluno e Modena (68,8%), Parma (68,7), Milano (68,4%), Lecco e Forlì-Cesena (68,3%), Reggio nell’Emilia (68,2%), Siena (67,9%), Cuneo e Pordenone (67,7), Firenze e Pisa (67,5%), Arezzo (67,4%), Lodi (67%) ed altre tre province. Roma si colloca solo al 57esimo posto della classifica (62,6%) e la provincia del Mezzogiorno con il tasso di occupazione più elevato è L’Aquila (57,2%) che si trova al 65esimo posto.

Le altre province, dopo Reggio Calabria (37,1%), dove sono occupate meno di 4 persone su 10 sono Palermo (37,4%), Caserta (38%), Napoli (38,6%), Crotone (38,7%), Agrigento (39,1%), Vibo Valentia (39,4%), Catania (39,6%) e Trapani (39,8%)

Il rapporto dei tassi d’occupazione femminile e maschile.

Gran parte del ritardo che l’Italia ha sui livelli di occupazione, rispetto ai paesi europei, è dovuto alla scarsa partecipazione al mercato del lavoro delle donne. Lo squilibrio di genere nel tasso d’occupazione a sfavore delle donne riflette il divario territoriale tra Centro-Nord e Mezzogiorno: infatti fra le 10 province nelle quali il gender gap occupazionale è più basso troviamo solo una provincia del mezzogiorno Ogliastra (7%), mentre le altre 9 sono tutte del centro nord a partire da Arezzo (6,1 punti percentuali) e da Biella (6,4%) che guidano la classifica. Allo stesso modo fra le province dove la differenza tra il tasso d’occupazione maschile e femminile è più elevata solo la provincia di Rovigo (27,2%) è del Centro-Nord, mentre le altre sono tutte localizzate nel Mezzogiorno: Barletta-Andria-Trani in testa alla classifica negativa (33,7%) seguita da Foggia (30,3%) e da Brindisi (27,6%)

Quota di occupati con contratti standard.

A partire di dati precedenti è possibile segmentare gli occupati sulla base di due tipologie di contratti: i lavoratori standard, che comprendono i dipendenti assunti con un contratto a tempo indeterminato (compresi i part- time volontari) e i lavoratori non standard che sono costituiti da coloro che hanno un contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato ma in part-time involontario (i sottoccupati part-time), i dipendenti a termine, i collaboratori e gli autonomi.

Il numero dei lavoratori standard aumenta dal 2015 al 2016 di 280 mila unità (+0,5%), in misura più accentuata nelle regioni del centro +0,7% (+0,5% nel Nord e +0,3% nel Centro).

La quota più elevata degli occupati assunti con contratti non standard si registra nella provincia di Grosseto dove si trovano in questa condizione oltre la metà dei lavoratori (54,6%), quella più bassa a Varese (26,7%), con una differenza di circa 28 punti percentuali.

Le altre province con le quote di lavoratori non standard superiori al 50% interessano diverse regioni, in particolare nelle isole: Agrigento (52,2%), Ragusa» (51,6%) e Ogliastra (51,3). Quote molto basse di lavoratori non standard si registrano nelle province prevalentemente del Nord: Lodi (27,2%), Gorizia (27,6%), Lecco (27,6) così come nelle due grandi province di Bergamo (28,3%) e di Milano (30,3%).

Il tasso di neet.

Il numero di giovani 15-29enni nello stato di Neet (non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione) nel 2015 è pari a 2,2 milioni unità (1,1 milioni donne e 1 milione di uomini) e diminuisce rispetto al 2015 di 135 mila unità (-5,7%), come risultante della flessione sia delle donne che si trovano in questa condizione (-49 mila unità, pari a -4%) sia degli uomini (-86 mila unità, pari a -7,6%). La flessione maggiore si registra nelle regioni del Nord (-8,4%), rispetto a quelle del Centro (-5,9%) e del Mezzogiorno (-4,2%). Per tanto, il tasso di Neet nel 2016 (24,2%) diminuisce di quasi un punto percentuale rispetto al 2015 (25,5%): il valore di questo indicatore nel Mezzogiorno (34,0%) è superiore di 13 punti percentuali rispetto a quello del Centro (30,3%) e di 17 punti rispetto a quello del Nord (16,8%).

Il tasso di Neet più elevato nel 2015 si registra nella provincia di Medio Campidano (46,2%) e quello più basso in quella di Bolzano (9,5%), con una differenza di oltre 36 punti percentuali. Un tasso di Neet superiore al 40% si registra anche nelle province di Cosenza (41,5%), Palermo (41,3%) e Catania (40%). Valori elevati di questo indicatore si osservano anche a Napoli (37,6%) che occupa il decimo posto fra le province con il tasso di Neet più elevato. Valori inferiori al 13% si osservano nelle province di Bologna (11,7%), Treviso (11,9%), Vicenza (12%) e Biella (12,8%).

Quota di occupati con alte qualifiche.

A Milano il 43% degli occupati esercita professioni altamente qualificate, solo il 20% a Taranto.

L’indice sintetico di efficienza e d’innovazione del mercato del lavoro.

Bologna, pur non essendo la migliore provincia nei singoli indicatori, risulta tuttavia essere la migliore nella combinazione dei vari aspetti dei livelli e della qualità occupazionale precedentemente osservati.

La provincia Emiliana nel 2016 supera Milano (primatista del 2015, adesso seconda) grazie alle sue ottime performance sul tasso di occupazione, il basso tasso di neet e l’alto livello di personale altamente qualificato (risulta al secondo posto in questi tre indicatori).

In coda alla classifica si confermano le stesse tre province del 2015: Crotone, Barletta Andria Trani, Agrigento Rispetto al 2015 la provincia che guadagna più posizioni (17) in graduatoria è La Spezia (oggi 32esima) mentre la confinante Massa Carrara crolla al 68° posto perdendo ben 23 posizioni.

L’indicatore di efficienza e d’innovazione del mercato del lavoro nel 2016, conferma la sua forte correlazione (0,866) con gli indicatori di produttività provinciali espressi come valore aggiunto pro capite per occupato.

Le differenze retributive.

La differenza retributiva tra la province con la retribuzione media più bassa  Ascoli Piceno (925 €)  e quella con gli stipendi più alti  Bolzano (1.476 €) è molto elevata: la busta paga del lavoratore marchigiano è inferiore di un terzo (551 euro) rispetto a quella del collega di Bolzano.

Dopo Bolzano, le province con gli stipendi mensili più elevati sono Varese (1.471), Monza e Brianza (1.456 €), Como (1.449 €), Verbano Cusio Ossola (1.434 €), Bologna (1.424 €) e Lodi (1.423€). La prima provincia del Mezzogiorno con la retribuzione media più elevata è L’Aquila (1.282 €), che si colloca al 55° posto della classifica.»

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Il lavoro standard e non standard.

A partire di dati precedenti è possibile segmentare gli occupati sulla base di due tipologie di contratti: i lavoratori standard, che comprendono i dipendenti assunti con un contratto a tempo indeterminato, compresi i part- time volontari, e i lavoratori non standard che sono costituiti da coloro che hanno un contratto di lavoro dipendente sempre a tempo indeterminato, ma in part-time involontario (i sottoccupati part-time4), i dipendenti a termine, i collaboratori e gli autonomi. Occorre osservare che è molto probabile che una parte significativa dei lavoratori non standard percepisca retribuzioni sensibilmente inferiori a quelle degli occupati standard, anche a causa degli orari ridotti e della discontinuità contrattuale: alcuni di questi lavoratori potrebbero appartenere alla categoria dei working poors, cioè coloro che, pur avendo un’occupazione, si trovano a rischio di povertà e di esclusione sociale a causa del livello troppo basso del loro reddito, dell’incertezza sul lavoro, della scarsa crescita reale del livello retributivo e dell’incapacità di risparmio.

Il numero dei lavoratori standard aumenta dal 2015 al 2016 di 280 mila unità (+0,5%), in misura più accentuata nelle regioni del centro (+0,7%; +0,5% nel Nord e +0,3% nel Centro).

Su circa 22,2 milioni di occupati nel 2016, poco meno di due terzi sono lavoratori con contratti standard (14,4 milioni, pari al 64,6% del totale) e conseguentemente poco più di un terzo sono lavoratori non standard (7,8 milioni, pari al 35,4%) (Figura 1.5, Tavola 1.3 e Tavola 1.4 ). È più elevata di 5,4 punti percentuali la quota di uomini con contratti non standard (37,6%, a fronte del 32,3% tra le donne) e i lavori standard sono più diffusi nelle regioni del Nord (67,4%; 32,6% non standard) e meno in quelle del Centro (64,7%; 35,3% non standard) e del Mezzogiorno (59,3%; 40,7% non standard).

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