Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Senato. Paola Nugnes passa al gruppo misto. Maggioranza in bilico.

Giuseppe Sandro Mela

2019-06-25.

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La senatrice Paola Nugnes del M5S ha abbandonato il Movimento transitando nel gruppo misto.

«Dall’inizio della XVIII legislatura, tra espulsioni e addii più o meno forzati, il Movimento ha perso per strada ben 12 parlamentari: 7 deputati e 5 senatori, passati quasi tutti al Gruppo Misto, con sole due eccezioni verso Forza Italia (Matteo Dall’Osso) e Salvatore Caiata (Fratelli d’Italia).»

«Una ulteriore diminuzione dei seggi della maggioranza gialloverde, ora a quota 164, quando il quorum della maggioranza relativa al Senato è a quota 161.»

«Certo, all’appello mancano ancora i due seggi vacanti che, secondo quanto annunciato da Luigi Di Maio, saranno assegnati a M5S e Lega»

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Le maggioranze risicate non godono di una prognosi ottimistica.


Senato, ora la maggioranza è appesa a tre voti di vantaggio

Tra liti, espulsioni e cambi di casacca, adesso la maggioranza che sostiene il governo è appesa a soli tre voti di vantaggio. L’ultimo tassello in meno che mette a rischio equilibri già precari è il passaggio di Paola Nugnes dal Movimento 5 Stelle al Gruppo misto. Una ulteriore diminuzione dei seggi della maggioranza gialloverde, ora a quota 164, quando il quorum della maggioranza relativa al Senato è a quota 161. Certo, all’appello mancano ancora i due seggi vacanti che, secondo quanto annunciato da Luigi Di Maio, saranno assegnati a M5S e Lega.

Nonostante ciò, a causa della contrarietà di altri dissidenti M5S, i prossimi passaggi parlamentari si annunciano complicati. Dall’inizio della XVIII legislatura, tra espulsioni e addii più o meno forzati, il Movimento ha perso per strada ben 12 parlamentari: 7 deputati e 5 senatori, passati quasi tutti al Gruppo Misto, con sole due eccezioni verso Forza Italia (Matteo Dall’Osso) e Salvatore Caiata (Fratelli d’Italia). Tutte queste «perdite» non hanno fatto altro che aggravare la crisi all’interno del Movimento, causando anche una ulteriore perdita di potere di contrattazione politica rispetto agli alleati di governo della Lega, che non ha perso alcun eletto. L’addio della senatrice napoletana Paola Nugnes, già fedelissima dell’ala ortodossa Cinque stelle capitanata dal presidente della Camera Roberto Fico, potrebbe quindi innescare conseguenze più gravi del previsto. Ma nonostante questo quadro, con i voti dimezzati in appena un anno tra Politiche ed Europee.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Di Maio. Un intervento degno di essere letto e meditato.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-24.

Di Maio 001

Adnk riporta ampie citazioni virgolettate del discorso tenuto dall’on Di Maio sullo stato del Movimento Cinque Stelle. Molte delle affermazioni che espone sembrerebbero essere del tutto oneste e sensate, e nel leggerle sarebbe anche utile ricordarsi come l’on Di Maio ricopra un ruolo politico vidimato dal voto popolare.

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«Non mi interessa se in buona fede o in mala fede, ma se qualcuno in questa fase destabilizza il MoVimento con dichiarazioni, eventi, libri, destabilizza anche la capacità del Movimento di orientare le scelte di Governo»

«Qui stiamo lavorando per il Paese, e questo non lo posso permettere. Abbiamo tutti una grande responsabilità. Sentiamola»

«Si rimettano i carriarmatini nella scatola e ognuno porti avanti il ruolo che è chiamato ad assolvere nella società: ministro, parlamentare, attivista, cittadino. Un ruolo non è migliore dell’altro, per quanto mi riguarda. Ma tutti devono essere rispettati e ognuno stia al proprio posto»

«Destabilizzare il Governo in questo momento in cui il Presidente del Consiglio sta portando avanti una trattativa difficilissima con l’Unione Europea è da incoscienti, e questo lo dico sia al MoVimento che alla Lega. Non permetterò che né io né il MoVimento veniamo indeboliti da queste dinamiche. Ci mancherebbe altro. Ma è bene che tutti sappiano. Dobbiamo essere una testuggine, non un campo estivo»

«Il mio ruolo non è per niente semplice. Ogni volta che sono riuscito a far approvare una proposta di legge che poi, una volta Legge, ci ha riempito di orgoglio, ho dovuto fare un accordo di maggioranza ad un vertice di maggioranza»

«Mi sono seduto al tavolo per ore e per notti intere ed ho contrattato ogni punto, visto che non abbiamo mai avuto una maggioranza autonoma. Ogni volta che abbiamo preso decisioni su leggi che hanno cambiato o cambieranno la vita a milioni di italiani, ho dato il massimo per trovare la quadra e ottenere il miglior risultato per i cittadini, nonostante le profonde differenze di vedute che c’erano all’interno del Governo. Ho fatto solo il mio dovere, ma questo non vuole dire che sia stato semplice»

«La forza di contrattare a quei tavoli proviene fondamentalmente da due fattori: capacità personali e compattezza della forza politica che rappresenti. Oggi vorrei soffermarmi su questo secondo punto. Quando due forze politiche si siedono al tavolo attraverso i loro capi politici, ognuno dei due deve poter garantire che sugli accordi che si prendono, i parlamentari, i sindaci, i governatori, agiranno di conseguenza. Se non è così iniziano seri problemi. Ed è anche per questo che in passato quando qualcuno non ha votato la fiducia al Governo è stato espulso»

«Io sono preoccupato per la procedura d’infrazione, ma anche fiducioso perché l’Italia può pretendere molto di più ai quei tavoli ma per pretendere dobbiamo essere uniti come forze politiche e dentro le forze politiche»

«C’è bisogno di unità. E così non solo noi potremmo evitare la procedura ma anche fare una legge di bilancio che elimina una serie di balzelli che pesano sulla vita dei cittadini»

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Sono discorsi che grondano sano buon senso.

Alcuni elementi sembrerebbero essere di portata generale.

Se è perfettamente logico che i membri di un partito politico dibattano sul da farsi magari anche dovendosi adattare alle realtà emergenti, e se è altrettanto logico che si mettano in campo i più disparati pensieri, è sicuramente un processo dialettico il cui contenuto non dovrebbe trapelare al pubblico se non ad argomento sviscerato e riportato da quanti abbiano il diritto di parlare a nome del partito.

La fuga di notizie, gli sfoghi di ambizioni conculcate, le invidie mal represse del successo altrui percepito come danno emergente, per non menzionare poi gli interventi pilotati direttamente dall’estero sono materia da basso impero, da condannarsi senza possibilità di appello.

L’on Di Maio ha perfettamente ragione quando afferma che sia in corso una delicatissima trattativa in sede Unione Europea, esattamente come ha ragione da stravendere quando ricorda che la forza internazionale di un capo di governo affonda le sue radici nella sua robustezza interna.

Destabilizzare il M5S significa sottominare il potere contrattuale del Governo in sede Unione Europea in un momento di delicate trattative, i risultati delle quali perdureranno per cinque lunghi anni.

I comportamenti stigmatizzati sono però di entità tale da generare un dubbio che rasenta la certezza: molti ambienti e molte persone, a tra questa anche quanti siano o siamo stati nel M5S non sono insensibili al tintinnio dell’oro del Reno e sono diventati cooperatori di opera disgregatrice, che affonda il proprio cui prodest ben al di là delle frontiere nazionali.


Adnk. 2016-09-23. Ira Di Maio: “Basta destabilizzare il M5S”

“Non mi interessa se in buona fede o in mala fede, ma se qualcuno in questa fase destabilizza il MoVimento con dichiarazioni, eventi, libri, destabilizza anche la capacità del Movimento di orientare le scelte di Governo”. Così scrive Luigi Di Maio, su Facebook, ‘bacchettando’ senza citarlo ad Alessandro Di Battista. “Qui stiamo lavorando per il Paese, e questo non lo posso permettere. Abbiamo tutti una grande responsabilità. Sentiamola”, spiega ancora il vicepremier e capo politico M5S, che nella lunghissima riflessione affidata ai social rivendica sforzi e lavoro svolto finora dalla parte pentastellata dell’esecutivo, ‘bastonando’ anche la senatrice Nugnes, ‘rea’ secondo Di Maio di tradire le promesse del partito. “Stiamo governando la Nazione Italia, non stiamo giocando a risiko”, spiega ancora Di Maio, che aggiunge: “Si rimettano i carriarmatini nella scatola e ognuno porti avanti il ruolo che è chiamato ad assolvere nella società: ministro, parlamentare, attivista, cittadino. Un ruolo non è migliore dell’altro, per quanto mi riguarda. Ma tutti devono essere rispettati e ognuno stia al proprio posto”.

Di Battista: “Con Di Maio chiarirò, chi destabilizza è Salvini”

Poi il monito a compagni e alleati: “Destabilizzare il Governo in questo momento in cui il Presidente del Consiglio sta portando avanti una trattativa difficilissima con l’Unione Europea è da incoscienti, e questo lo dico sia al MoVimento che alla Lega. Non permetterò che né io né il MoVimento veniamo indeboliti da queste dinamiche. Ci mancherebbe altro. Ma è bene che tutti sappiano. Dobbiamo essere una testuggine, non un campo estivo“.

Il ministro passa quindi al suo ruolo di partito e di governo: “Il MoVimento ha deciso, dopo le elezioni europee, che io dovessi continuare ad essere il capo politico del Movimento. Da sempre ho incentrato il mio ruolo su un obiettivo: il MoVimento 5 Stelle al Governo per cambiare l’Italia. E così sarà”.

“Il mio ruolo non è per niente semplice. Ogni volta che sono riuscito a far approvare una proposta di legge che poi, una volta Legge, ci ha riempito di orgoglio, ho dovuto fare un accordo di maggioranza ad un vertice di maggioranza”, sottolinea. “Mi sono seduto al tavolo per ore e per notti intere ed ho contrattato ogni punto, visto che non abbiamo mai avuto una maggioranza autonoma. Ogni volta che abbiamo preso decisioni su leggi che hanno cambiato o cambieranno la vita a milioni di italiani, ho dato il massimo per trovare la quadra e ottenere il miglior risultato per i cittadini, nonostante le profonde differenze di vedute che c’erano all’interno del Governo. Ho fatto solo il mio dovere, ma questo non vuole dire che sia stato semplice”.

“La forza di contrattare a quei tavoli proviene fondamentalmente da due fattori: capacità personali e compattezza della forza politica che rappresenti. Oggi vorrei soffermarmi su questo secondo punto. Quando due forze politiche si siedono al tavolo attraverso i loro capi politici, ognuno dei due deve poter garantire che sugli accordi che si prendono, i parlamentari, i sindaci, i governatori, agiranno di conseguenza. Se non è così iniziano seri problemi. Ed è anche per questo che in passato quando qualcuno non ha votato la fiducia al Governo è stato espulso”.

Quindi il capitolo senatori: “Oggi – scrive Di Maio – leggo che la senatrice Paola Nugnes vuole lasciare il MoVimento 5 Stelle anche perché reputa la legge che taglia 345 parlamentari, una legge anti democratica. Se si vuole tradire una promessa, bisognerebbe dimettersi non passare al misto”.

Per me la manovra si può fare pure domani mattina il tema è che ancora non conosco le coperture della flat tax e questa è una responsabilità e un onere della Lega che ha vinto le elezioni europee ed è giusto che avanzi la sua proposta economica”. “Io sono preoccupato per la procedura d’infrazione, ma anche fiducioso perché l’Italia può pretendere molto di più ai quei tavoli ma per pretendere dobbiamo essere uniti come forze politiche e dentro le forze politiche”. “Perché ogni volta che uno prova a scrivere una legge di bilancio a mezzo stampa o a trovare 10 miliardi a mezzo stampa o prova a indebolire una forza politica con libri, interviste, post l’unica cosa che si fa è indebolire il governo di una delle prime sette potenze del mondo. C’è bisogno di unità. E così non solo noi potremmo evitare la procedura ma anche fare una legge di bilancio che elimina una serie di balzelli che pesano sulla vita dei cittadini”.

Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Consulta. Non ammette i ricorsi delle regione avverso il dl Sicurezza.

Giuseppe Sandro Mela

2019-06-23.

Giudici 001

Le regioni Calabria, Emilia Romagna, Marche, Toscana ed Umbria avevano fatto ricorso contro il decreto legge sulla Sicurezza.

Con una velocità assolutamente inusuale, la Corte Costituzionale ha esaminato i ricorsi e si è riunita per sentenziare, disponendo la non ammissibilità dei ricorsi.

«la Corte ha ritenuto che le nuove regole su permessi di soggiorno, iscrizione all’anagrafe dei richiedenti asilo e Sprar sono state adottate nell’ambito delle competenze riservate in via esclusiva allo Stato in materia di asilo, immigrazione, condizione giuridica dello straniero e anagrafi (articolo 117, secondo comma, lettere a, b, i, della Costituzione), senza che vi sia stata incidenza diretta o indiretta sulle competenze regionali»

«Resta impregiudicata ogni valutazione sulla legittimità costituzionale dei contenuti delle norme impugnate»

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A nostro personale parere, nel non accettare i ricorsi delle regioni non solo la Corte Costituzionale ha applicato quanto disposto dal Testo fondamentale dello stato, riportando legalità e giustizia nella giusta considerazione che loro spetta: ha anche operato con buon senso.

Data la posizione politica delle regioni che avevano fatto ricorso, nessuno si stupisca se alla fine cercassero in tutte le maniere di aggirare la legge dello stato.

Sinceramente, la frase

«abbiamo intenzione di combattere contro chi, come il ministro Salvini, calpesta i diritti umani più elementari»

sembrerebbe essere più un insultato gratuito alla Corte Costituzionale che al Ministro Salvini.


Adnk. 2019-06-21. Dl Sicurezza, Consulta: “Inammissibili ricorsi Regioni”

La Corte costituzionale, che si è riunita oggi in camera di consiglio per esaminare i ricorsi delle Regioni Calabria, Emilia Romagna, Marche, Toscana e Umbria, che hanno impugnato numerose disposizioni del Decreto sicurezza lamentando la violazione diretta o indiretta delle loro competenze, ha giudicato inammissibili tali ricorsi. La Corte ha anche esaminato alcune disposizioni del Titolo II del ‘Decreto sicurezza’ e ha ritenuto, in particolare, “che sia stata violata l’autonomia costituzionalmente garantita a comuni e province. Pertanto, ha accolto le censure sull’articolo 28 che prevede un potere sostitutivo del prefetto nell’attività di tali enti”.

In attesa del deposito della sentenza, fa sapere l’Ufficio stampa, “la Corte ha ritenuto che le nuove regole su permessi di soggiorno, iscrizione all’anagrafe dei richiedenti asilo e Sprar sono state adottate nell’ambito delle competenze riservate in via esclusiva allo Stato in materia di asilo, immigrazione, condizione giuridica dello straniero e anagrafi (articolo 117, secondo comma, lettere a, b, i, della Costituzione), senza che vi sia stata incidenza diretta o indiretta sulle competenze regionali”. “Resta impregiudicata ogni valutazione sulla legittimità costituzionale dei contenuti delle norme impugnate”, sottolinea la Corte.

Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, commenta: “Prendiamo atto della sentenza della Corte, che non è entrata nel merito della legittimità costituzionale delle norme, ma si tratta soltanto del primo tempo della battaglia che abbiamo intenzione di combattere contro chi, come il ministro Salvini, calpesta i diritti umani più elementari”. “Infatti abbiamo già in discussione in Consiglio regionale della Toscana una proposta di legge presentata dalla giunta che individua le modalità generali di erogazione dei servizi per garantire livelli minimi di dignità umana a tutti. Li abbiamo chiamati diritti samaritani – continua Rossi – La legge sarà presto approvata e domani con il capogruppo del Pd Leonardo Marras terremo una conferenza stampa per spiegarne i contenuti di fondo”. “Sfidiamo il governo a ricorrere, se vorrà, contro questa legge, convinti della legittimità costituzionale di ciò che andiamo sostenendo”, conclude il governatore della Toscana.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Giustizia, Senza categoria

Italia. Tribunali, Tempi dei procedimenti. Ere geologiche.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-18.

Giustizia 101

La giustizia ai tempi dell’Impero Romano poteva avere molti difetti, ma non certo l’inedia.

Arrestato il giovedì, il Cristo andò a processo il venerdì mattina e quindi la sentenza fu eseguita immediatamente. Non stavano con le mani in mano.

Il tempo che intercorre tra il deposito delle accuse e l’emissione della sentenza di primo grado è un segno tangibile e facilmente misurabile della efficienza di un sistema giudiziario, cui però dovrebbero essere aggiunti il tempo necessario per addivenire alla sentenza di secondo grado, oltre a quello per l’eventuale ricorso in Cassazione.

L’articolo 27 della Costituzione dovrebbe essere chiaro:

«L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.»

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Gli atti d’indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari.

Nei fatti, essendo oramai tutto pubblico, l’imputato è soggetto ad un pressing mediatico che spesso arriva al livello di un vero e proprio linciaggio. Non solo, al solo avviso di reato persone di alcune categorie, quali i politici, i medici, etc, sono spesso sospesi dal lavoro, quando poi non siano anche licenziati.

Un solo avviso di reato e tempi lunghi per arrivare a sentenza sono ingredienti micidiali di un tritacarne dei nemici politici.

Un caso per tutti: Calogero Mannino si ritrovò la sentenza di assoluzione ventiquattro anni dopo le prime contestazioni.

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Senza voler scendere nei dettagli, un nodo severo consta nel magistrato che per primo tratta la denuncia, che ha il potere di archiviare o di far procedere l’iter. Una gran parte di accuse che approdano nei tribunali avrebbero dovuto essere archiviate, ma per far ciò sarebbe stato necessario essere onesti, competenti e responsabili. Sarebbe sufficiente pensare a cosa stia succedendo nel Consiglio Superiore dell Magistratura per capire come questa sia merce ben rara.

Un capitolo a parte verte sulle spese, grosso modo ripartibili in spese di giudizio e spese per gli avvocati.

Gli onorari degli avvocati sono parte consistente delle spese legali in generale.

Si constata come in sentenza il giudice possa indicarne l’ammontare, che però nei fatti è solo ben misera parte del versato.

Similmente si potrebbe dire per le spese giudiziarie, anche esse lasciate al parere del giudice.

In molti paesi, ivi compresi quelli europei, chi depositasse una denuncia dovrebbe lasciare un sostanzioso diritto e, nel caso poi che soccombesse, i giudici gli addebitano costi pieni e penali.

A parte il discorso sulla intrinseca giustizia di questi atti, porgere denuncia e poi soccombere in giudizio costituisce in molti paesi un deterrente micidiale a scremare le cause fin dagli inizi.

Si pensi solo a tutto il contenzioso condominiale, che costituisce parte significativa del peso giudiziario nazionale. La stragrande maggioranza dei casi verte cifre irrisorie, questioni di principio che nascondono rancori personali e problemi giuridicamente inesistenti. Se per tale categoria di atti giudiziari il soccombente si trovasse a dover pagare centomila euro di spese giudiziarie tutto questo contenzioso svanirebbe come neve al sole, con grande dolore per i molti avvocati che vi vivono sopra.

Non a caso stiamo assistendo ad un nuovo mercato o meglio mercimonio. Tizio denuncia Caio al solo fine di transare poi una cifra minore di quelle che sarebbero le spese legali per la difesa: in altri tempi ciò era definito essere un ricatto.

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«Nel 2010 siamo stati ultimi tra tutti i membri Ocse in quanto al tempo necessario per chiudere una causa civile: 564 giorni rispetto ai 238 degli altri paesi»

«Giorni che diventavano in appello 1.113, contro una media Ocse di 236, e 1.188 in Cassazione, per un totale stratosferico di 2.866 giorni»

«La media degli altri Paesi industrializzati era di 788 giorni.»

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Che dire?

Un’ultima cosa ci sarebbe, ma non la si può dire.

La situazione migliorerebbe molto se i magistrati lavorassero, ma questo sarebbe chieder troppo.

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Su questo argomento è uscito di recente un ottimo articolo che riportiamo a seguito.

La classifica ragionata dei peggiori tribunali d’Italia.

I dati della Giustizia. A Patti 4 anni solo per smaltire l’arretrato. Disastro Napoli

La lentezza dei processi, in particolare quelli civili, è nella top 5 dei motivi per i quali la giustizia italiana non funziona.

Ecco la classifica dei peggiori tribunali

Ma cosa intendiamo per lentezza? Di cosa stiamo parlando? Innanzitutto della durata dei procedimenti civili in termini di giorni. Nel 2010 siamo stati ultimi tra tutti i membri Ocse in quanto al tempo necessario per chiudere una causa civile: 564 giorni rispetto ai 238 degli altri paesi. Giorni che diventavano in appello 1.113, contro una media Ocse di 236, e 1.188 in Cassazione, per un totale stratosferico di 2.866 giorni. La media degli altri Paesi industrializzati era di 788 giorni.

Gli indicatori dell’efficienza dei tribunali

I dati ora sono migliorati, ma dal monitoraggio effettuato dal Ministero della Giustizia emerge, per quanto riguarda la giustizia civile, un enorme divario tra tribunali del Nord e del Sud, qualunque sia l’indice che si utilizza.

Per il suo studio il Ministero della Giustizia ha usato gli stessi indicatori utilizzati a livello internazionale, per misurare le performances dei tribunali. Il primo è chiamato “Disposition Time”, ovvero i giorni necessari all’esaurimento degli stock di procedimenti pendenti nel caso in cui non sopravvenissero nuove iscrizioni.

Il secondo si chiama “Clearance Rate”, che misura il rapporto tra procedimenti definiti e procedimenti nuovi.

Infine il terzo è l’”Indicatore di sforzo”: l’incremento percentuale di procedimenti definiti necessario per raggiungere l’obiettivo teorico dell’esaurimento dello stock delle pendenze in un arco di tempo prestabilito, tenendo anche conto dei flussi dei nuovi procedimenti. Di fatto unifica i precedenti indici e aiuta a capire perché la giustizia italiana è in preda ad una cronica inefficienza. Ora possiamo vedere la classifica dei peggiori tribunali italiani.

Enormi i divari tra Nord e Sud

Ebbene, analizzando la classifica dei peggiori tribunali d’Italia in base al “Disposition Time” si scopre che  ci vogliono 16 posizioni prima di trovare un tribunale che non sia del Sud, e si tratta di quello di Latina. Bisogna scendere di 50 posizioni, su 140, prima di incontrare un tribunale del Nord, quello di Vicenza, come mostra il grafico sopra.

Al primo posto nella classifica dei peggiori tribunali del Paese in base al “Disposition Time”, c’è Patti, in Sicilia dove, anche senza nuovi casi, ci vorrebbero 1.193 giorni per smaltire il pendente. Di fatto un tribunale fallito. E questo nonostante sia piccolo e i procedimenti iscritti, 7.871 nel 2015, non siano stati superiori alla media nazionale.

A Vallo della Lucania ci vorrebbero invece 1.037 giorni, che paragonati ai 118 di Aosta e ai 152 di Rovereto danno l’idea dell’enorme differenza tra Nord e Sud.

Globalmente rispetto a due anni prima questo indice è calato in media di 7 giorni, la riduzione però non è stata uniforme. Per esempio: a Patti c’è stato un aumento percentuale del 45% circa, così come a Vallo della Lucania.

Aumenti e cali distribuiti a macchia di leopardo, con un’importante diminuzione, – 53,1% dei giorni di “Dispostition Time” nel grande tribunale di Napoli Nord che gestisce una buona fetta della giustizia in Campania.

Napoli Nord funziona ma non abbastanza

Anche per quanto riguarda il “Clearance Rate” il Sud guida la classifica dei peggiori tribunali d’Italia, con Napoli Nord, che, come mostra il grafico sotto, nonostante il recupero di efficienza del 2015 con circa 7 mila procedimenti definiti in più (21.446 contro 14.445) rispetto all’anno prima, vede solo al 68% la percentuale di questi su quelli nuovi.

Tra i 22 tribunali in cui questo indicatore è risultato inferiore a 100, ovvero le strutture dove si sono accumulati arretrati perché vi sono stati più procedimenti nuovi di quelli conclusi, 16 sono del Sud, in particolare si tratta dei tribunali di Sicilia, Calabria e Campania.

Se vogliamo trovare un elemento confortante vi è il fatto che i tribunali più virtuosi come rapporto tra casi definiti e nuovi sono al Sud. Per la precisioni: Foggia, Isernia e Lamezia Terme, dove si sono raggiunti tassi del 133%, 139% e 145% nel “Clearance Rate”.

L’indice rispetto al 2013 è comunque migliorato del 8%, anche in questo caso con grandi variazioni tra zona e zona, anche in territori attigui, soprattutto al Sud.

Accanto a grandi miglioramenti come quello di Napoli Nord (+45%, ma partiva da livelli veramente tragici) vi sono stati i peggioramenti di Catanzaro, Patti, Gela (tutti sopra il 20%).

Vercelli, Ferrara e Aosta potrebbero anche rallentare nella definizione dei procedimenti e sarebbero ugualmente in equilibrio.

Che lo sforzo sia con voi

Nel complesso, però, l’”Indicatore di sforzo” è quello più completo, perché misura di quanto dovrebbe aumentare il numero di procedimenti definiti per raggiungere la parità con quelli pendenti entro 3 anni.

Ebbene, tra i tribunali con le percentuali più alte di sforzo necessario vi sono stati sempre quelli del Mezzogiorno. Ancora una volta Patti, Vallo della Lucania, Barcellona Pozzo di Gotto sono stati in testa.

A Patti si dovrebbe quasi raddoppiare il numero di procedimenti definiti per raggiungere l’equilibrio con quelli nuovi. Una sfida chiaramente impossibile. E il contrasto è netto con i tribunali come il palazzo di giustizia di Milano: a quest’ultimo basterebbe per raggiungere lo scopo un aumento di appena l’1%.

Pubblicato in: Banche Centrali

Export Regioni. Sardegna (-17,7%), Sicilia (-17,5%) yoy.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-16.

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Istat ha rilasciato il Report

Le esportazioni delle regioni italiane. [pdf]

Nel primo trimestre 2019 si stima una flessione congiunturale delle esportazioni per quasi tutte le ripartizioni territoriali: -2,4% per il Sud e Isole, -1,0% sia per il Nord-est sia per il Nord-ovest, mentre per il Centro si registra un ampio aumento delle vendite (+7,0%).

Nello stesso periodo l’export mostra una crescita tendenziale molto sostenuta per il Centro (+15,1%), superiore alla media nazionale per il Sud (+2,5%) e il Nord-est (+2,4%), mentre il Nord-ovest registra una diminuzione (-2,0%) e le Isole una marcata contrazione delle vendite (-17,6%).

Tra le regioni più dinamiche all’export nel confronto con il primo trimestre 2018, si segnalano Molise (+59,1%), Lazio (+21,0%), Toscana (+16,1%) e Puglia (+9,7%). Diversamente, si registrano ampi segnali negativi per Sardegna (-17,7%), Sicilia (-17,5%), Basilicata (-16,3%) e Calabria (-14,7%).

Nel primo trimestre 2019 le vendite di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici dal Lazio e di articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili e di metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti, dalla Toscana contribuiscono alla crescita tendenziale dell’export nazionale per 1,6 punti percentuali.

Su base annua un impulso positivo alla crescita dell’export nazionale proviene dalle vendite della Toscana verso Svizzera (+84,2%) e Regno Unito (+34,7%), del Lazio verso gli Stati Uniti (+113,7%) e dell’Emilia Romagna verso il Regno Unito (+19,6%).

Nell’analisi provinciale dell’export, si segnalano le performance positive di Firenze, Latina, Frosinone, Bologna e Arezzo.

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Nel primo trimestre 2019 l’Italia ha esportato per 114.738 miliardi di euro, +2.0% anno su anno, e questo è un risultato consolante.

Mentre il Centro evidenzia un +15.1%, Nord est e Sud sono pienamente nella media nazionale con il +2.4% ed il +2.5%, rispettivamente.

Un serio problema emerge invece con le isole, che hanno esportato solo per 3.133 miliardi euro, con una contrazione anno su anno del -17.6%.

Questo è uno dei tanti segni che indicano un diffuso malessere economico in quelle regioni.

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Solo per comparazione, vorremmo ricordare come la Germania abbia esportato per 109.7 miliardi euro nel solo mese di aprile.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale

Italia. Industria. Fatturato -1%, ordinativi -2.4%. – Istat.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-14.

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«Ad aprile si stima che il fatturato dell’industria diminuisca in termini congiunturali dell’1,0%, registrando il primo calo dall’inizio dell’anno»

«Anche gli ordinativi registrano un calo congiunturale, su base sia mensile (-2,4%) sia trimestrale (-1,4%).»

«calo sul mercato estero (-2,9%)»

«Per gli ordinativi la dinamica congiunturale riflette diminuzioni su entrambi i mercati: -1,0% per quello interno e, con una intensità maggiore, -4,1% per quello estero»

«flessioni marcate si registrano invece per i beni intermedi (-2,7%) e i beni strumentali (-1,3%)»

«l’industria farmaceutica mostra il calo maggiore (-9,0%).»

«il peggior risultato si rileva nell’industria chimica (-4,1%).»

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Calano gli ordinativi, quindi cala la produzione, ergo cala il fatturato: il risultato finale è la diminuzione del gettito fiscale e più disoccupati in giro.

Ottimo il sentimento di voler fare qualcosa per le classi più deboli, ma al momento la produzione industria sta andando alla miseria della rovina.

È proprio la produzione industriale il comparto che più avrebbe bisogno delle cure del governo.

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Senza la produzione industriale i ‘servizi’ crepano di fame.

L’Italia sembra un esercito che abbia in prima linea un fantaccino con un vecchio archibugio, e cinque persone nelle retrovie a gestire i ‘servizi’.

Finiti i fantaccini, poveracci, il nemico arriverà, prenderà prigionieri gli addetti ai ‘servizi’ e te li sbatterà in Siberia, o posti analoghi, a crepare di fame.

Non ci sarà più nessuno ad aver pietà di quella gente.



Istat. 2019-06-14. Fatturato e ordinativi dell’industria [pdf]

Ad aprile si stima che il fatturato dell’industria diminuisca in termini congiunturali dell’1,0%, registrando il primo calo dall’inizio dell’anno. Nella media degli ultimi tre mesi, l’indice complessivo è comunque in aumento dello 0,8% rispetto ai tre mesi precedenti.

Anche gli ordinativi registrano un calo congiunturale, su base sia mensile (-2,4%) sia trimestrale (-1,4%).

La flessione congiunturale del fatturato è determinata dal calo sul mercato estero (-2,9%), mentre una variazione nulla si registra sul mercato interno. Per gli ordinativi la dinamica congiunturale riflette diminuzioni su entrambi i mercati: -1,0% per quello interno e, con una intensità maggiore, -4,1% per quello estero.

Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, ad aprile gli indici destagionalizzati del fatturato segnano un aumento congiunturale dello 0,9% per i beni di consumo e dello 0,2% per l’energia; flessioni marcate si registrano invece per i beni intermedi (-2,7%) e i beni strumentali (-1,3%).

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 19 di aprile 2018), il fatturato totale registra una flessione dello 0,7% in termini tendenziali, con un incremento dello 0,4% sul mercato interno e un calo del 2,8% su quello estero.

Con riferimento al comparto manufatturiero, il settore dei computer e dell’elettronica segna la crescita tendenziale più rilevante (+11,8%), mentre l’industria farmaceutica mostra il calo maggiore (-9,0%).

In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi diminuisce dello 0,2%, sintesi di un modesto incremento dello 0,2% sul mercato interno e di una flessione dell’0,8% su quello estero. La maggiore crescita tendenziale si registra nel settore dei computer e dell’elettronica (+8,4%), mentre il peggior risultato si rileva nell’industria chimica (-4,1%).

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Sole 24 Ore. 2019-06-14. Industria, Istat: ad aprile fatturato a -1%, ordini a -2,4%

Il fatturato dell’industria diminuisca in termini congiunturali dell’1%, registrando il primo calo dall’inizio dell’anno, secondo i dati Istat, e su base annua perde lo 0,7% nei dati corretti per il calendario. Anche gli ordinativi risultano in flessione sia su base sia mensile (-2,4%) sia annua (-0,2% nei dati grezzi). Pesa il fatturato estero che segna -2,9% su mese e -2,8 su anno a fronte della crescita di quello interno nulla sul mese e +0,4% su anno. Tra i settori crescono beni di consumo e energia.

«Si tratta del primo calo dall’inizio dell’anno – scrive Istat – che interrompe, a causa del calo registrato sul mercato estero, la tendenza alla crescita congiunturale del fatturato dell’industria che persisteva da inizio anno. Gli ordinativi risultano in ribasso, con una flessione più marcata sul mercato estero rispetto a quello nazionale».

I beni di consumo, spiega ancora Istat, registrano un aumento congiunturale dello 0,9% e l’energia dello 0,2%. Flessioni marcate si registrano invece per i beni intermedi (-2,7%) e i beni strumentali (-1,3%). Con riferimento al comparto manufatturiero, il settore dei computer e dell’elettronica segna la crescita tendenziale più rilevante (+11,8%) insieme all’industria alimentare (+5,5%), spiega l’Istat. Invece l’industria farmaceutica mostra il calo maggiore (-9%), seguita da mezzi di trasporto (-8,9%), prodotti chimici (-6,4%) e metallurgia (-3,6%). In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi diminuisce dello 0,2%, sintesi di un modesto incremento dello 0,2% sul mercato interno e di una flessione dell’0,8% su quello estero. La maggiore crescita tendenziale si registra nel settore dei computer e dell’elettronica (+8,4%), mentre il peggior risultato si rileva nell’industria chimica (-4,1%).

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Italia. Prospezioni con il Rosatellum. Cdx a 416/630 deputati.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-14.

I sondaggi elettorali nazionali forniscono risultati espressi in termini percentuali.

Questi risultati sono sicuramente di interesse, ma sono anche alquanto ingannatori.

La legge elettorale, il Rosatellum, è infatti un misto di votazioni nei collegi e riparto proporzionale: di conseguenza il mero dato percentuale non fornisce indicazioni sul numero di seggi conseguibile.

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Il Rosatellum ha la seguente caratteristica:

L’impianto della legge è identico a meno di dettagli alla Camera e al Senato e si configura come un sistema elettorale misto a separazione completa.

Per entrambe le camere:

– il 37% dei seggi (232 alla Camera e 116 al Senato) è assegnato con un sistema maggioritario a turno unico in altrettanti collegi uninominali: in ciascun collegio è eletto il candidato più votato, secondo un sistema noto come first-past-the-post;

– il 61% dei seggi (rispettivamente 386 e 193) sono ripartiti proporzionalmente tra le coalizioni e le singole liste che abbiano superato le previste soglie di sbarramento nazionali; il riparto dei seggi è effettuato a livello nazionale per la Camera e a livello regionale per il Senato; a tale scopo sono istituiti collegi plurinominali nei quali le liste si presentano sotto forma di listini bloccati di candidati;

– il 2% dei seggi (12 deputati e 6 senatori) è destinato al voto degli italiani residenti all’estero e viene assegnato con un sistema proporzionale.

– Vi sono infine soglie di sbarramento.

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2019-06-09__Rosatellum__001

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Alla Camera, una coalizione di centrodestra otterrebbe 418 / 630 seggi, ossia una maggioranza di 109 deputati.

Al Senato invece, una coalizione di centrodestra otterrebbe 208 / 316 seggi, ossia una maggioranza di 47 senatori.

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Questi risultati sono di grande interesse, anche per un risvolto sostanziale.

L’art 138 della Costituzione recita :

«Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.

Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata se non e` approvata dalla maggioranza dei voti validi.

Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.»

Orbene, essendo la camera composta da 630 membri, i 2/3 corrispondono a 420 seggi, mentre per il senato i 2/3 corrispondono a 210 senatori.

Se il centrodestra aumentasse anche solo di pochissimo il consenso popolare, potrebbe varare leggi di riforma della costituzione senza nemmeno dover sottoporre il teso al referendum.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Giustizia

Csm. Tre consiglieri si dimettono. Ministro avvia procedura disciplinare.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-13.

Porto Azzurro Carcere

«Terremoto al Csm, colpito dalla bufera sulle nomine nelle procure. Si è dimesso il terzo consigliere in due giorni: Lepre, dopo Spina e Morlini»

«Per tutti e tre, insieme ai togati Cartoni e Criscuoli (che si sono autosospesi) il ministro Bonafede ha chiesto la procedura disciplinare, avanzando contestazioni in più del Pg della Cassazione»

«Il Guardasigilli, condividendo a pieno il provvedimento del procuratore generale della corte di Cassazione, ha avanzato ulteriori contestazioni.»

«Il plenum del Csm ha eletto all’unanimità i consiglieri togati Giovanni Zaccaro (Area) e Michele Ciambellini (Unicost) come nuovi giudici della Sezione disciplinare. Prendono il posto dei due consiglieri che si sono dimessi dal tribunale delle toghe»

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«Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha firmato la richiesta di procedura disciplinare nei confronti dei consiglieri del Csm già autosospesi Corrado Cartoni, Paolo Criscuoli e Antonio Lepre, oltre che nei confronti di Luigi Spina e Gianluigi Morlini, già dimessisi da consiglieri»

«Il Guardasigilli, condividendo a pieno il provvedimento del procuratore generale della corte di Cassazione, ha avanzato ulteriori contestazioni»

«Il ministro Bonafede – si legge in una nota – continua a muoversi nel solco di quella compattezza delle istituzioni che ha promosso fin dall’inizio della vicenda che sta investendo il Csm»

«È convocato per domenica 16 giugno 2019 alle ore 10 il Comitato Direttivo Centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati presso la sede centrale dell’Anm (Palazzo di Giustizia, Piazza Cavour, Roma). All’ordine del giorno, il rinnovo della Giunta Esecutiva Centrale»

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La credibilità del Consiglio Superiore della Magistratura ad oggi è nulla, per non dire negativa.

Che poi un Consiglio così squalificato proceda a delle nome è un schiaffo dato a mano aperta sul volto del popolo lavoratore, su quello degli italiani onesti.

Da quanto sta emergendo affiorano non solo responsabilità personali, ma piuttosto il consolidato metodo pervicacemente clientelare nella scelta di nomine che nulla hanno a che fare con l’amministrazione della ‘Giustizia’, quanto piuttosto con la mera gestione del potere per il potere.

Se plaudiamo l’iniziativa del Guardasigilli, avremmo di gran lungo preferito che si fosse formata una Commissione di inchiesta parlamentare, che avesse commissariato l’intero Consiglio, in attesa di un giudizio che solo il Parlamento eletto dalla volontà del popolo sovrano può emettere.

È semplicemente impossibile che i magistrati al momento non ancora toccati dall’inchiesta fossero all’oscuro di quanto da decenni stava accadendo in seno all’alto Consesso.

Ma ciò non sembrerebbe ancora sufficiente.

Oltre ai magistrati del Csm dovrebbero essere indagati anche tutti i magistrati nominati almeno nei ruoli apicali nell’ultimo decennio.

Per parafrasare un celebre detto di giudice Davigo, non esistono magistrati onesti, ma solo magistrati dei quali non è ancora stata dimostratala la colpevolezza.

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La Presse. 2019-06-13. Caos procure, Bonafede attiva la procedura disciplinare per i consiglieri del Csm

Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha firmato la richiesta di procedura disciplinare nei confronti dei consiglieri del Csm già autosospesi Corrado Cartoni, Paolo Criscuoli e Antonio Lepre, oltre che nei confronti di Luigi Spina e Gianluigi Morlini, già dimessisi da consiglieri. Il Guardasigilli, condividendo a pieno il provvedimento del procuratore generale della corte di Cassazione, ha avanzato ulteriori contestazioni. Il ministro Bonafede – si legge in una nota – continua a muoversi nel solco di quella compattezza delle istituzioni che ha promosso fin dall’inizio della vicenda che sta investendo il Csm. È convocato per domenica 16 giugno 2019 alle ore 10 il Comitato Direttivo Centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati presso la sede centrale dell’Anm (Palazzo di Giustizia, Piazza Cavour, Roma). All’ordine del giorno, il rinnovo della Giunta Esecutiva Centrale.

Nella sua lettera di dimissioni dal Csm consegnata al vicepresidente David Ermini, il consigliere togato Antonio Lepre si dice “consapevole della forte tensione istituzionale venutasi a creare in questi giorni”. “Tengo innanzitutto a ribadire con forza – dice – che ogni circostanza a me attribuita è frutto di fatti assolutamente occasionali, non programmati, ancorché inopportuni. Respingo con fermezza ogni paragone o accostamento a chi si è reso responsabile di attività illecite o trame occulte e sottolineo di aver sempre agito nell’interesse dell’Istituzione, tentando di realizzare, fin dall’inizio del mio impegno consiliare, quanto promesso in campagna elettorale come i cd. standard di rendimento, i carichi esigibili e la semplificazione e trasparenza delle valutazioni di professionalità, per i quali si era un passo dall’approvazione”.

Nel frattempo Luca Lotti si difende dalle accuse di coinvolgimento nel caso. “In questi giorni – ha scritto in un lungo post su Facebook – ho dovuto sopportare una vera e propria montagna di fango contro di me. Ci sono abituato, un politico deve esserlo per forza. Ma davvero stavolta credo siano stati superati dei livelli minimi di accettabilità”. “Ogni giorno – ha continuato – sono state pubblicate strane e fantasiose letture dei fatti e pezzi di frasi captate durante alcuni incontri. Incontri a fine giornata, non un pericolosi summit in piena notte come qualcuno tenta di raccontare. In queste ore ho letto di tutto: di rapporti tra magistratura e politica, di incontri segreti, di cupole, di verminai. Niente che abbia a che fare con la verità!”, aggiunge. “Procederò in tutte le sedi contro chi in queste ore ha scritto il falso su di me e lo farò a testa alta come un cittadino che crede nella giustizia e in chi la amministra”.

“In questi anni – ha aggiunto – ho incontrato decine di magistrati, per i motivi più svariati: se è reato incontrare un giudice non ho problemi a fare l’elenco di quelli che ho incontrato io, in qualsiasi sede. Mai sono venuto meno ai doveri imposti dalla Costituzione e dalle leggi”. E ancora: “Trovo squallido che mi si accosti, anche lontanamente, ad attività di dossieraggio. Gli esposti che riguardano Pignatone e Ielo a Roma e Creazzo e Turco a Firenze sono firmati da magistrati che non conosco e che non ho mai incontrato”.

“In un incontro che si è svolto in un dopo cena – ha scritto ancora su Facebook – ho espresso liberamente le mie opinioni: parole in libertà, non minacce o costrizioni. È stato scritto che lì sarebbero state decise le nomine dei capi di alcune Procure, scelta che in realtà spetta al Csm: ricordo infatti che queste nomine vengono approvate da un plenum di 26 persone, sono proposte dalla V Commissione e necessitano il concerto del Ministro della Giustizia. Quindi ho commesso reati? Assolutamente no. Ho fatto pressioni o minacce? Assolutamente no. La conferma, peraltro, è arrivata anche ieri dalle parole di Morlini, che ho incontrato una sola volta in tutta la mia vita”.

“Ho fatto pressioni – ha spiegato Lotti – in merito al futuro della Procura di Roma per avere dei vantaggi personali, come qualcuno sostiene? Assolutamente no. Qualcuno ha addirittura scritto che una mia opinione personale avrebbe potuto condizionare il processo Consip! Niente di più falso, niente di più assurdo. Come sarebbe stato possibile? La realtà è che la Procura di Roma nel dicembre 2018 ha chiesto per me il rinvio a giudizio per favoreggiamento, ma anche l’archiviazione per il reato di rivelazioni di segreti d’ufficio. I miei dubbi su questa inchiesta li chiarirò durante l’udienza preliminare”. “Ma deve essere chiara una cosa: qualunque siano i futuri vertici della Procura di Roma – ha concluso – la mia udienza davanti al Gup è già in corso e verrà definita come è giusto che sia, senza alcuna interferenza. Detto in altre parole: anche se il futuro il Procuratore di Roma dovesse essere mio fratello, la richiesta di rinvio a giudizio è già stata fatta e sto affrontando il procedimento penale. Non c’è alcun collegamento tra la nomina del Procuratore di Roma (che certamente non può dipendere da me) e il mio procedimento. Questa è la pura e semplice verità”. “Ripeto: questi i fatti. Il resto sono solo parole. Anzi, il resto è solo un contorno fatto di strumentalizzazioni, illazioni e ipocrisie”.

Pronta la polemica di Forza Italia. “L’attuale Csm è gravato da ombre troppo serie per poter svolgere la sua funzione con la necessaria autorevolezza e imparzialità. Ci rivolgiamo dunque al Capo dello Stato, massimo garante delle regole democratiche, con un rispettoso ma accorato appello affinché proceda al più presto allo scioglimento del Csm. Nello stesso tempo sosterremo con forza in sede parlamentare la proposta di una Commissione di inchiesta su quanto è accaduto e sta accadendo nel Consiglio Superiore”, è quanto si legge in una nota del Comitato di Presidenza di Forza Italia, riunito a Roma sotto la Presidenza di Silvio Berlusconi.

Pertanto il partito azzurro annuncia che chiederà nei prossimi giorni al Presidente della Repubblica “un’udienza per manifestargli, anche proprio nella sua qualità di Presidente del Csm, le nostre preoccupazioni e l’urgenza di un intervento all’altezza della gravità della situazione”. “I gravi elementi che stanno emergendo in ordine al funzionamento e alla formazione del CSM conferiscono un’immagine fortemente negativa ad un organo di rilievo costituzionale dalle funzioni delicatissime. Questo conferma in modo clamoroso quello che Forza Italia denuncia da anni: la politicizzazione e il correntismo all’interno dell’ordine giudiziario hanno condizionato e condizionano pesantemente l’attività di giurisdizione a tutti i livelli, svilendo il lavoro prezioso che tanti magistrati onesti e corretti svolgono ogni giorno lontano dai riflettori nell’interesse esclusivo della collettività”. E’ quanto si legge in una nota del Comitato di Presidenza di Forza Italia, riunito oggi a Roma, sotto la Presidenza di Silvio Berlusconi. “Si impone dunque una riforma profonda dell’ordinamento giudiziario, i cui criteri abbiamo più volte enunciato, per garantire l’imparzialità dei giudici e la parità di condizioni fra accusa e difesa che realizzino finalmente “il giusto processo” aggiunge.

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Ansa. 2019-06-13. Terremoto al Csm, si dimettono tre consiglieri

Terremoto al Csm, colpito dalla bufera sulle nomine nelle procure. Si è dimesso il terzo consigliere in due giorni: Lepre, dopo Spina e Morlini. Per tutti e tre, insieme ai togati Cartoni e Criscuoli (che si sono autosospesi) il ministro Bonafede ha chiesto la procedura disciplinare, avanzando contestazioni in più del Pg della Cassazione.  Il Guardasigilli, condividendo a pieno il provvedimento del procuratore generale della corte di Cassazione, ha avanzato ulteriori contestazioni.

Il plenum del Csm ha eletto all’unanimità i consiglieri togati Giovanni Zaccaro (Area) e Michele Ciambellini (Unicost) come nuovi giudici della Sezione disciplinare. Prendono il posto dei due consiglieri che si sono dimessi dal tribunale delle toghe. 

Lotti si difende su Facebook: “In questi anni ho incontrato decine di magistrati, per i motivi più svariati: se è reato incontrare un giudice non ho problemi a fare l’elenco di quelli che ho incontrato io, in qualsiasi sede. Mai sono venuto meno ai doveri imposti dalla Costituzione e dalle leggi. Procederò in tutte le sedi contro chi in queste ore ha scritto il falso su di me e lo farò a testa alta come un cittadino che crede nella giustizia e in chi la amministra”. 

“Chiederemo un’udienza la Capo dello Stato – ha detto Silvio Berlusconi – per esporre le nostre preoccupazioni e chiedere lo scioglimento del Csm”. Il leader di Forza Itlaia ha anche ribadito la richiesta di una “commissione di inchiesta parlamentare” sulla vicenda.

Il Pg della Cassazione Riccardo Fuzio, nell’atto di incolpazione a carico dei 5 consiglieri togati, evidenzia che c’era una vera “strategia di danneggiamento” di uno dei candidati alla carica di procuratore di Roma, il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo, che venne prefigurata nella riunione del 9 maggio scorso , organizzata dall’ex presidente dell’Anm Luca Palamara e Cosimo Ferri, con Luca Lotti e cinque consiglieri togati del Csm. Mentre si lavorava per “l’enfatizzazione” del profilo professionale del Pg di Firenze Marcello Viola, il candidato voluto dai politici e che è stato poi il più votato dalla Commissione per gli incarichi direttivi nella seduta del 23 maggio scorso. Anche il consigliere che poi l’avrebbe sostenuto in Commissione, Gianluigi Morlini, prefigurando come sarebbe andato il voto in Commissione, spiega quali sarebbero state le prossime mosse: ” noi contattiamo Creazzo e gli diciamo…Peppe guarda che qui noi ti possiamo votare. Ci sono cinque voti nostri e magari un laico. Ma tu qua perdi, che fai?”.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Elezioni Comunali. Il centrodestra stravince.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-13.

2019-05-25__Comuni__000

Questa era la situazione preelettorale nei comuni capoluogo.


Alle elezioni comunali il partito democratico si era presentato alla guida di 17 capoluoghi, contro i 5 del centrodestra e 2 del M5S.

Similmente, negli altri 3,684 comuni aveva sindaco e giunta in oltre duemila.

Usualmente, sindaco e giunta uscente hanno probabilità di vittoria migliori degli sfidanti: se non altro, hanno in mano la macchina burocratica del comune.

Il centrodestra è arrivato quindi alle elezioni comunali in una posizione di inferiorità.

I comuni che ha vinto li ha strappati alle giunte di sinistra, che li hanno difesi con le unghie e con i denti.

I comuni che ha vinto il centrosinistra sono solo mere riconferme. Meritorie per i loro candidati, sia ben chiaro, ma pur sempre riconferme.

Sarebbe grave errore valutare questi risultati come se i comuni fossero di nuova formazione e centrosinistra e centrodestra avessero combattuto alla pari, da eguali punti di partenza.

2019-06-13__Elezioni Comunali 004

Come detto, alle elezioni comunali il partito democratico si era presentato alla guida di 17 capoluoghi, contro i 5 del centrodestra e 2 del M5S. Dopo le elezioni il centrosinistra governa 12 capoluoghi, -5, mentre il centrodestra è salito a 12, + 7.

Difficile negare la vittoria del centrodestra.

 

2019-06-13__Elezioni Comunali 001

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«Il Pd e alleati nel 2013 potevano contare oltre 70 sindaci nei 110 comuni capoluogo, più del doppio del centrodestra, intorno alla trentina »

«Su 110 comuni principali, dopo il voto di domenica, 54 sono in mano al centrodestra e 40 al centrosinistra. Solo nel 2017 erano Pd e alleati a staccare gli avversari: 57 a 38»

«Oltre duemila comuni minori sono transitati dal centrosinistra al centrodestra.»

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Ciascuno è libero di considerare questi risultati una grande vittoria del centrosinistra, ma l’essere scesi dai 70 comuni governati nel 2016 agli attuali 40 sembrerebbe l’esatto contrario: una cocente sconfitta.

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2019-06-13__Elezioni Comunali 003

I risultati non variano nella sostanza quando si cercasse di raggruppare i comuni con altri criteri. Nella Tabella riportata sono stati considerati 221 comuni. Cambiato il modo di raggruppare i comuni, il centrosinistra ne avrebbe mantenuto 112 mentre il centrodestra ne avrebbe conquistati 85. Ma mentre il saldo del centrodestra è un +40, quello del centrosinistra è -41.

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Per il partito democratico si apre adesso uno scenario che rassomiglia alla traversata del deserto.

Senza governo romano, avendo perso nel volgere di un anno ben otto regioni, ed essendo ora stato sfrattato da un gran numero di comuni, quasi non ha più accesso alle leve del potere. Non solo. Ha perso anche tutto il sottogoverno, che va dalle nomine nelle società partecipate a quelle dei consulenti.

Non è solo questione di bieco potere, che però ha il suo gran peso.

Sta venendogli a meno la possibilità di formare uomini politici all’altezza dei compiti da affrontare.

L’usuale cursus honorum iniziava essendo eletti in un consiglio comunale, quindi nella giunta, passando dopo alla regione per approdare infine al parlamento. Ma senza il governo di comuni e regioni tutto ciò diventa impossibile, rendendo sempre più ardua la possibilità di riscossa.

Come al solito, ha sicuramente grande importanza la vittoria, ma la sconfitta degli avversari e decisamente più proficua, e l’implosione del centrosinistra è la vera vittoria del centrodestra.

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Corriere. 2019-06-10. Elezioni comunali 2019, ora è il centrodestra a comandare nei capoluoghi: la nuova mappa

Su 110 comuni principali, dopo il voto di domenica, 54 sono in mano al centrodestra e 40 al centrosinistra. Solo nel 2017 erano Pd e alleati a staccare gli avversari: 57 a 38.

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La mappa del potere nei comuni capoluogo è cambiata: se facciamo un’istantanea oggi, all’indomani del voto amministrativo, apparirà decisamente meno rossa e più blu. Il centrodestra ha sorpassato, e staccato, il centrosinistra. È avanzato nel voto di domenica: ha espugnato Ferrara e Forlì, prendendo piede in Emilia-Romagna; è cresciuto in Umbria — vincendo a Foligno e Orvieto — rendendo quella regione sempre meno rossa, visto che già governava Terni e Perugia. Era avanzato anche l’anno scorso, a dire il vero, strappando al centrosinistra la guida di tre comuni toscani, Massa, Pisa e Siena. E l’anno prima, ancora, stesso copione. Insomma, è da un po’ che il refrain va avanti. Così negli ultimi anni la presenza dei sindaci di centrodestra nei capoluoghi italiani è cresciuta. E adesso i rapporti di forza si sono ribaltati: è il centrosinistra a inseguire. Pd e alleati nel 2013 potevano contare oltre 70 sindaci nei 110 comuni capoluogo, più del doppio del centrodestra, intorno alla trentina. Nei comuni principali il centrosinistra era il più forte, l’avversario da battere. Adesso è il centrodestra a staccare il principale avversario: 54 a 40. Mentre il Movimento, che pure governa in centri importanti come Roma e Torino, se si guarda ai 110 capoluoghi fatica a imporsi: negli ultimi tre anni è rimasto stabile, cinque comuni, perdendo Avellino, conquistando Campobasso. Un sindaco è espressione della sinistra (de Magistris a Napoli), un altro è un outsider centrista (Ugo Pugliese a Crotone).

Il sorpasso

Già l’anno scorso il centrodestra era leggermente avanti: 49 capoluoghi contro 46. Ma nel 2017 ancora Pd e alleati staccavano di quasi 20 municipi gli avversari: 57 a 38.