Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale

Italia. Oct21. Prezzi alla produzione dell’industria, PPI, +20.4% anno su anno. – Istat.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-12-02.

2021-12-01__ Istat 001

                         In sintesi.

– A ottobre 2021 i prezzi alla produzione dell’industria aumentano del 20,4% su base annua

– Sul mercato interno i prezzi aumentano del 25,3% su base annua

– coke e prodotti petroliferi raffinati (+47,9% mercato interno, +10,2% area euro,+71,0% area non euro)

– metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (+21,9% mercato interno, +34,3% area euro, +25,3% area non euro)

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I costi alla produzione dell’industria per l’energia sono cresciuti del 70.8% anno su anno, trascinandosi dietro tutti gli altri settori.

Questo settore è sottoposto ad una severa tassazione, volta a finanziare le attività verdi.

L’Italia è in piena stagflazione, ma senza energia a prezzi accettabili e concorrenziali la situazione non può fare altro che peggiorare.

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Istat. Prezzi alla produzione dell’industria, delle costruzioni e dei servizi – Ottobre 2021

A ottobre 2021 i prezzi alla produzione dell’industria aumentano del 7,1% su base mensile e del 20,4% su base annua.

Sul mercato interno i prezzi aumentano del 9,4% rispetto a settembre e del 25,3% su base annua. Al netto del comparto energetico, la crescita dei prezzi si riduce a +0,5% in termini congiunturali e a +8,2% in termini tendenziali.

Sul mercato estero i prezzi aumentano su base mensile dello 0,8% in entrambe le aree, euro e non euro, e registrano un incremento su base annua dell’8,3% (+8,9% area euro, +7,8% area non euro).

Nel trimestre agosto-ottobre 2021, rispetto ai tre mesi precedenti, i prezzi alla produzione dell’industria crescono del 6,5%, con una dinamica decisamente più sostenuta sul mercato interno (+7,9%) rispetto a quello estero (+2,5%).

A ottobre 2021 si rilevano aumenti tendenziali diffusi a quasi tutti i settori del comparto manifatturiero; i più marcati riguardano coke e prodotti petroliferi raffinati (+47,9% mercato interno, +10,2% area euro,+71,0% area non euro) e metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (+21,9% mercato interno, +34,3% area euro, +25,3% area non euro). Le uniche flessioni interessano prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici e computer, prodotti di elettronica e ottica (rispettivamente -1,0% e -0,9% nell’area euro).

A ottobre 2021 i prezzi alla produzione delle costruzioni per “Edifici residenziali e non residenziali” crescono dello 0,1% su base mensile e del 4,5% su base annua. I prezzi di “Strade e Ferrovie” aumentano dello 0,2% in termini congiunturali e del 4,5% in termini tendenziali.

Nel terzo trimestre 2021 i prezzi alla produzione dei servizi aumentano dello 0,9% rispetto al trimestre precedente e dell’1,3% su base annua. Gli incrementi tendenziali più elevati interessano i servizi di trasporto marittimo (+35,6%) e aereo (+9,3%); le flessioni tendenziali maggiori riguardano i servizi di telecomunicazione (-4,6%) e i servizi postali e attività di corriere (-1,6%).

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                         Il commento.

A ottobre, la forte crescita dei prezzi alla produzione dell’industria è spinta dai rialzi dei prezzi dei prodotti energetici, particolarmente marcati sul mercato interno, dove si rilevano aumenti eccezionali per energia elettrica e gas. Anche la decisa accelerazione su base annua (+20,4%, da +13,3% di settembre) è in larga misura dovuta alla componente energetica; al netto di quest’ultima, i prezzi alla produzione dell’industria crescono dello 0,5% su base mensile e del 7,9% su base annua. I prezzi alla produzione delle costruzioni, segnano rialzi congiunturali contenuti; su base tendenziale, la loro crescita rallenta sia per gli edifici sia per le strade. Per i servizi, l’aumento congiunturale dei prezzi nel terzo trimestre 2021 è sintesi di incrementi diffusi; i più ampi interessano i servizi di trasporto e attività di supporto.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Italia. Ridi ridi che la mamma ha fatto i gnocchi. Prima stangata da 922€ per famiglia.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-11-21.

Cigno Nero con Pulcino 001

«Ecco le conseguenze per la crescita dell’inflazione»

«Il Codacons lancia l’allarme sulle conseguenze per le tasche degli italiani»

«Volano i costi dei beni energetici, che dal +20,2% di settembre salgono al 24,9%»

«una pesante stangata pari a +922 euro su base annua per la famiglia tipo»

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Mettiamoci subito l’animo in pace.

Questa non sarà una stangata: sarà solo la prima di una lunga serie, che porterà gli italiani alla miseria.

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Arriva una stangata da 922 euro per famiglia.

Ecco le conseguenze per la crescita dell’inflazione. L’Istat: +3% su base annua. Il Codacons lancia l’allarme sulle conseguenze per le tasche degli italiani.

L’inflazione continua a crescere: stando ai dati trasmessi dall’Istat nella relazione di ottobre, si è arrivati fino al +3% su base annua. L’ultima variazione negativa si era registrata nel dicembre del 2020: da quel momento si è verificata una costante risalita, giunta ora a livelli che non si vedevano almeno da settembre 2012, quando si toccò il +3,2%.

Volano i costi dei beni energetici, che dal +20,2% di settembre salgono al 24,9%. Non va meglio al prezzo dei servizi relativi ai trasporti (dal +2,0% si arriva al +2,4%). Al netto degli energetici e degli alimentari freschi, Istat comunica che l’inflazione di fondo s’incrementa dal +1,0% al +1,1%, mentre quella relativa al netto dei soli beni energetici si mantiene stabile al + 1,1%.

L’aumento congiunturale, secondo l’Ente di ricerca, sarebbe dovuto più alla crescita del costo dei beni energetici regolamentati (+17%) che a quella degli energetici non regolamentati (+1,0%) o degli alimentari non lavorati (+0,7%).
Diminuiscono i costi dei servizi relativi ai trasporti (-0,7%) e quelli dei servizi ricreativi, culturali e legati alla cura della persona (-0,3%): ciò, almeno secondo l’Istat, sarebbe dovuto più che altro a fattori stagionali. Si registra, per contro, un lieve incremento su base annua dei prezzi specifici dei beni (dal +3,6% fino al +4,2%), mentre il livello di crescita di quelli dei servizi si mantiene al +1,3%.

La prima conseguenza è l’aumento del costo dei beni alimentari e di quelli per la cura della persona e della casa (da +0,9% a +1,0%), nonché di quello dei prodotti ad alta frequenza di acquisto (da +2.6% a +3,1%).

Il Codacons lancia l’allarme prezzi, segnalando livelli mai toccati da 9 anni a questa parte: ciò si tradurrebbe in «una pesante stangata pari a +922 euro su base annua per la famiglia tipo».

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo

Italia. Giugno21. Commercio al Dettaglio +9.2% gen-giu21 su gen-giu20.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-08-07.

2021-08-05__ dettaglio 001

Istat. Commercio al dettaglio

– A giugno 2021 si stima una lieve crescita congiunturale per le vendite al dettaglio (+0,7% in valore e +0,6% in volume). Sono in aumento sia le vendite dei beni alimentari (+1,1% in valore e in volume) sia quelle dei beni non alimentari (+0,3% in valore e in volume).

– Nel secondo trimestre del 2021, in termini congiunturali, le vendite al dettaglio aumentano del 2,7% in valore e del 2,9% in volume. La crescita è ampia per i beni non alimentari (+4,4% in valore e +4,8% in volume), più contenuta per gli alimentari (+0,6% in valore e +0,5%in volume).

– Su base tendenziale, a giugno 2021, le vendite al dettaglio aumentano del 7,7% in valore e dell’8,1% in volume. Anche in questo caso la dinamica positiva è particolarmente sostenuta per le vendite dei beni non alimentari (+11,9% in valore e in volume), più moderata per gli alimentari (+2,5% in valore e +3,0% in volume).

– Tra i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali positive per quasi tutti i gruppi di prodotti ad eccezione di Giochi, giocattoli, sport e campeggio (-4,6%) e Mobili, articoli tessili e arredamento (-0,2%). Gli aumenti maggiori riguardano Abbigliamento e pellicceria (+24,5%), Calzature, articoli in cuoio e da viaggio (+19,2%) ed Elettrodomestici, radio, tv e registratori (+19,0%).

– Rispetto a giugno 2020, il valore delle vendite al dettaglio aumenta in tutti i canali distributivi: la grande distribuzione (+3,3%), le imprese operanti su piccole superfici (+10,9%), le vendite al di fuori dei negozi (+4,2%) e il commercio elettronico (+23,7%).

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                         Il commento.

Nel corso del primo semestre del 2021 vi è stato un progressivo aumento delle vendite al dettaglio rispetto all’ultima parte dello scorso anno. Alla lieve crescita congiunturale del primo trimestre è seguita un’accelerazione nel secondo.

L’andamento positivo è stato determinato soprattutto dall’incremento delle vendite dei beni non alimentari, che ancora non recuperano pienamente i livelli antecedenti la crisi: a giugno l’indice di questo comparto, al netto dei fattori stagionali, è inferiore del 2,2% rispetto al febbraio 2020.

Pubblicato in: Banche Centrali, Commercio

Italia. Maggio 21. Prezzi all’importazione +9.0% su base annua. – Istat.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-07-17.

2021-07-17__ Italia Import Export 001

«Nel mese di maggio 2021 i prezzi all’importazione aumentano …. del 9,0% su base annua»

2021-07-17__ Italia Import Export 002

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Istat. Commercio con l’estero e prezzi all’import

A maggio 2021 si stima una flessione congiunturale per entrambi i flussi commerciali con l’estero, più intensa per le esportazioni (-2,0%) che per le importazioni (-0,3%). La diminuzione su base mensile dell’export è dovuta al calo delle vendite verso i mercati extra Ue (-4,0%) mentre quelle verso l’area Ue risultano stazionarie.

Nel trimestre marzo-maggio 2021, rispetto al precedente, l’export aumenta del 6,1%, l’import del 9,4%.

A maggio 2021, le esportazioni crescono su base annua del 41,9%, con un sostenuto aumento delle vendite sia verso i mercati extra Ue (+44,0%) sia verso l’area Ue (+40,0%). Anche l’import segna un forte aumento tendenziale (+51,2%) che coinvolge sia i mercati extra Ue (+55,1%) sia l’area Ue (+48,5%).

A maggio 2021, tutti i settori registrano incrementi tendenziali delle esportazioni straordinariamente ampi a eccezione di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici in calo del 17,7%.

Su base annua, le esportazioni crescono in misura molto sostenuta verso tutti i principali paesi partner; i contributi maggiori riguardano le vendite verso Francia (con una crescita del 43,2%), Germania (+30,9%), Stati Uniti (+43,0%), Spagna (+56,7%) e Regno Unito (+44,2%).

Nei primi cinque mesi del 2021, la crescita tendenziale dell’export (+23,9%) è dovuta in particolare all’aumento delle vendite di macchinari e apparecchi n.c.a. (+28,6%), metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+32,8%), autoveicoli (+64,5%) e apparecchi elettrici (+33,5%).

La stima del saldo commerciale a maggio 2021 è pari a +5.642 milioni di euro (era +5.620 a maggio 2020). Al netto dei prodotti energetici il saldo è pari a +8.632 milioni (era +6.633 a maggio dello scorso anno).

Nel mese di maggio 2021 i prezzi all’importazione aumentano dell’1,3% su base mensile e del 9,0% su base annua.

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                         Il commento.

Dopo quattro mesi di crescita congiunturale, a maggio l’export registra una flessione dovuta al calo delle vendite verso i mercati extra Ue; questa dinamica è condizionata da operazioni occasionali di elevato impatto (cantieristica navale), al netto delle quali si stima una flessione più contenuta (-1,2%). Nel trimestre marzo-maggio 2021, la dinamica congiunturale dell’export è ampiamente positiva. Su base annua, in ragione del livello molto basso di maggio 2020, l’export registra ancora una crescita molto sostenuta, che interessa tutti i settori eccetto la farmaceutica. Anche per l’import, la forte crescita tendenziale è dovuta al confronto con la situazione anomala di maggio dello scorso anno. L’incremento riguarda tutti i settori a esclusione degli acquisti di prodotti tessili, in particolare dalla Cina, unico paese tra i principali partner per cui si registra un calo delle importazioni italiane. Per i prezzi all’import, si rileva un’ulteriore accelerazione della crescita su base annua (+9,0%, da +8,2% di aprile), cui contribuiscono i forti rialzi tendenziali dei prezzi dei prodotti energetici e dei beni intermedi.

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Italia. Maggio21. Produzione Industriale +21.5% maggio21 su maggio20. – Istat.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-07-11.

2021-07-09__ Istat PI 001

Istat. Maggio21. Produzione Industriale.

– A maggio 2021 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale diminuisca dell’1,5% rispetto ad aprile. Nella media del periodo marzo-maggio il livello della produzione cresce dell’1,2% rispetto ai tre mesi precedenti.

– L’indice destagionalizzato mensile mostra diminuzioni congiunturali in tutti i comparti: variazioni negative caratterizzano, infatti, l’energia (-5,2%), i beni strumentali (-1,8%) e, nella stessa misura, i beni di consumo e i beni intermedi (-0,8%).

– Corretto per gli effetti di calendario, a maggio 2021 l’indice complessivo aumenta in termini tendenziali del 21,1% (i giorni lavorativi di calendario sono stati 21 contro i 20 di maggio 2020). Si registrano incrementi tendenziali per i beni intermedi (+28,8%), i beni strumentali (+25,2%) e quelli di consumo (+15,8%) mentre diminuisce lievemente il comparto dell’energia (-1,9%).

– I settori di attività economica che registrano i maggiori incrementi tendenziali sono la fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche (+40,1%), la fabbricazione di mezzi di trasporto (+39,1%) e le altre industrie manifatturiere (+35,8%). Flessioni tendenziali si registrano solo nelle attività estrattive (-16,2%), nella produzione di prodotti farmaceutici di base (-3,6%) e nella fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (-0,3%).

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                         Il commento.

Dopo cinque mesi di crescita congiunturale, a maggio la produzione industriale diminuisce. Tutti i principali settori di attività registrano cali su base mensile, tra cui è più ampio quello dell’energia. In termini tendenziali, l’indice corretto per gli effetti di calendario è ampiamente in crescita, soprattutto a causa dei bassi livelli produttivi dello scorso anno. Tra i principali raggruppamenti di industria, l’energia è l’unica a flettere su base annua. Rispetto a febbraio 2020, mese antecedente l’inizio dell’emergenza sanitaria, a maggio il livello dell’indice è inferiore dello 0,8 per cento.

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Italia. 2021Q1. Occupati -889,000 rispetto al 2020Q1, -3.9%. Istat.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-06-15.

2021-06-12__ Istat Lavoro 000

Attenzione!!

Dal 1° gennaio 2021, in Italia e in tutti i Paesi dell’Unione Europea, la Rilevazione sulle forze di lavoro ha recepito le indicazioni del Regolamento (UE) 2019/1700 del Parlamento europeo e del Consiglio che stabilisce nuovi e più vincolanti requisiti allo scopo di migliorare l’armonizzazione delle statistiche prodotte. La nuova rilevazione recepisce, in particolare, la modifica dei criteri di identificazione degli occupati.

Il testo delle modificazioni è riportato in calce, ex pdf dell’Istat.

2021-06-12__ Istat Lavoro 001

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2021-06-12__ Istat Lavoro 002

In sintesi.

– nel primo trimestre 2021 il numero di occupati diminuisce di 243 mila unità (-1,1%) rispetto al trimestre precedente

– la diminuzione dell’occupazione (-889 mila unità, -3,9% rispetto al primo trimestre 2020)

– Il numero di disoccupati torna ad aumentare (+240 mila, 10,0% rispetto al primo trimestre 2020

2021-06-12__ Istat Lavoro 003

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Istat ha rilasciato il Report Il mercato del lavoro

Nel primo trimestre 2021, l’input di lavoro, misurato dalle ore lavorate, registra una diminuzione di -0,2% rispetto al trimestre precedente e di -0,1% rispetto al primo trimestre 2020; il Pil è aumentato dello 0,1 in termini congiunturali e diminuito dello 0,8 in termini tendenziali.

Dal lato dell’offerta di lavoro, nel primo trimestre 2021 il numero di occupati diminuisce di 243 mila unità (-1,1%) rispetto al trimestre precedente, a seguito del calo dei dipendenti a tempo indeterminato (-1,1%) e degli indipendenti (-2,0%) non compensato dalla lieve crescita dei dipendenti a termine (+0,6%). Contestualmente, si registra un aumento del numero di disoccupati (+103 mila) e degli inattivi di 15-64 anni (+98 mila). I dati mensili provvisori di aprile 2021 – al netto della stagionalità – segnalano il proseguimento della crescita dell’occupazione (+20 mila, +0,1% in un mese) registrata nei due mesi precedenti (dopo il forte calo di gennaio), che si associa all’aumento del numero di disoccupati (+88 mila, +3,4%) e al calo degli inattivi di 15-64 anni (-138 mila, -1,0%).

Nel confronto tendenziale, la diminuzione dell’occupazione (-889 mila unità, -3,9% rispetto al primo trimestre 2020) coinvolge i dipendenti (-576 mila, -3,2%), soprattutto se a termine, e gli indipendenti (-313 mila, -6,0); il calo interessa sia gli occupati a tempo pieno sia quelli a tempo parziale (-3,8% e -4,2%, rispettivamente). Il numero di disoccupati torna ad aumentare (+240 mila, 10,0% rispetto al primo trimestre 2020) – tra chi ha già avuto esperienze di lavoro – e prosegue, seppur a ritmi meno intensi rispetto ai tre trimestri precedenti, la crescita degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+501 mila, +3,7% in un anno).

Il tasso di occupazione 15-64 anni, pari al 56,6%, diminuisce in termini congiunturali e tendenziali (-0,6 e -2,2 punti, rispettivamente); quelli di disoccupazione e di inattività 15-64 anni aumentano. I dati provvisori del mese di aprile segnalano l’aumento congiunturale del tasso di occupazione (+0,1 punti in un mese) e di disoccupazione (+0,3 punti) e il calo di quello di inattività (-0,3 punti).

Dal lato delle imprese, il proseguimento delle misure di restrizione dell’attività economica nel primo trimestre 2021 determina una crescita congiunturale di lieve entità per le posizioni lavorative dipendenti (+0,2%) e una variazione tendenziale ancora negativa (-0,8%), seppure di minor entità rispetto al trimestre precedente. Tali effetti derivano da una crescita della componente a tempo pieno in termini congiunturali (+1%), ma anche su base annua (+0,4%), a cui si contrappone una riduzione della componente a tempo parziale del – 1,7% su base trimestrale e del -3,7% su base annua. Rispetto al trimestre precedente, le ore lavorate per dipendente crescono dell’1%; anche su base tendenziale si osserva un aumento, sebbene più contenuto (+0,4%), associato a quello del ricorso alla cassa integrazione che raggiunge le 108,4 ore ogni mille ore lavorate. Il tasso dei posti vacanti aumenta di 0,1 punti percentuali su base congiunturale e di 0,8 su base annua. Il costo del lavoro, per unità di lavoro, cresce dello 0,9% in termini congiunturali, per effetto di un aumento sia delle retribuzioni (+0,5%) sia degli oneri sociali (2%). In termini tendenziali, il costo del lavoro continua a salire (+0,8%), a seguito dell’aumento dell’1,6% della componente retributiva e nonostante la riduzione dell’1,2% degli oneri; quest’ultimo calo è riconducibile all’adozione delle misure di esonero contributivo varate nella seconda metà dell’anno 2020 che, seppure con minore intensità rispetto al quarto trimestre 2020, continuano ad avere effetto anche nel primo trimestre 2021.

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L’impatto del cambiamento definitorio sulle stime dell’occupazione.

Dal 1° gennaio 2021, in Italia e in tutti i Paesi dell’Unione Europea, la Rilevazione sulle forze di lavoro ha recepito le indicazioni del Regolamento (UE) 2019/1700 del Parlamento europeo e del Consiglio che stabilisce nuovi e più vincolanti requisiti allo scopo di migliorare l’armonizzazione delle statistiche prodotte. La nuova rilevazione recepisce, in particolare, la modifica dei criteri di identificazione degli occupati.1

Nella precedente rilevazione erano classificati come occupati anche i dipendenti assenti per più di tre mesi che mantenevano almeno il 50% della retribuzione e gli indipendenti assenti dal lavoro nel caso di attività momentaneamente sospesa.

Nella nuova definizione il lavoratore assente dal lavoro per più di tre mesi viene considerato non occupato, a prescindere dalla retribuzione se dipendente o dalla sospensione dell’attività se indipendente, a meno che non si tratti di:

– assenza per alcune cause specifiche: maternità, malattia, part time verticale, formazione pagata dal datore di lavoro, congedo parentale se retribuito;

– lavoratore stagionale che nel periodo di chiusura dichiara di svolgere attività relative al mantenimento, al rinnovo o alla prosecuzione dell’attività lavorativa, ad esempio per la manutenzione degli impianti (sono esclusi gli obblighi legali o amministrativi e le attività relative al pagamento delle tasse).

Le differenze tra la vecchia e la nuova definizione riguardano tre principali casi:

  1. a) i lavoratori in Cassa integrazione guadagni (Cig) non sono considerati occupati se l’assenza supera i 3 mesi, anche se percepiscono almeno il 50% della retribuzione;
  2. b) i lavoratori autonomi non sono considerati occupati se l’assenza supera i 3 mesi, anche se l’attività è solo momentaneamente sospesa;
  3. c) i lavoratori in congedo parentale sono classificati come occupati, anche se l’assenza supera i 3 mesi e la retribuzione è inferiore al 50%.

In sintesi, la durata complessiva dell’assenza dal lavoro (più o meno di 3 mesi) diviene il criterio prevalente per definire la condizione di occupato.

Non cambiano, invece, le definizioni di disoccupato e inattivo; differenze nella stima di tali aggregati possono tuttavia riscontrarsi come conseguenza del cambiamento di quella degli occupati. A seguito delle modifiche ora accennate, le nuove stime non sono direttamente comparabili con quelle precedentemente diffuse. ….

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Italia. 2020. Spese per consumi delle famiglie -9.0%, -12.2% in termini correnti, sul 2019.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-06-10.

2021-06-10__ Istat Consumi 001

In sintesi.

– Nel 2020, la stima della spesa media mensile delle famiglie residenti in Italia è di 2.328 euro mensili in valori correnti (-9,0% rispetto al 2019).

– Se si osserva il valore mediano), il 50% delle famiglie residenti in Italia ha speso nel 2020 una cifra non superiore a 1.962 euro (2.159 euro nel 2019).

– nel 2020 la spesa media familiare in termini correnti (1.741 euro) si contrae del 12,2% rispetto al 2019


Istat ha rilasciato il Report Spese per consumi delle famiglie.

Spesa media mensile in calo del 9,0% rispetto al 2019.

La stima della spesa media mensile per consumi delle famiglie residenti è pari a 2.328 euro in valori correnti (2.560 euro nel 2019). La metà delle famiglie spende più di 1.962 euro al mese.

Pur rimanendo ampi, si attenuano per il secondo anno consecutivo i divari territoriali, 627 euro tra Nord-est e Sud da 722 euro nel 2019.

Secondo stime preliminari, la spesa media mensile nel primo trimestre del 2021 diminuisce del 3,4% rispetto allo stesso trimestre del 2020, per gli effetti persistenti della crisi sanitaria. Al netto delle spese alimentari e per l’abitazione, il calo è più ampio e pari a -7,5%.

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                         Spesa per consumi diminuisce nel 2020 e in calo anche inizio 2021

Nel 2020, la stima della spesa media mensile delle famiglie residenti in Italia è di 2.328 euro mensili in valori correnti (-9,0% rispetto al 2019). Considerata la dinamica inflazionistica (-0,2% la variazione dell’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività nazionale, NIC), il calo in termini reali è appena meno ampio (-8,8%).

È la contrazione più accentuata dal 1997 (anno di inizio della serie storica), che riporta il dato medio di spesa corrente al livello del 2000. Nel biennio 2012-2013, quando si registrò la flessione più ampia nel periodo considerato, il calo rispetto al 2011 era stato complessivamente del 6,4%.

Poiché la distribuzione dei consumi è asimmetrica e più concentrata nei livelli medio-bassi, la maggioranza delle famiglie spende un importo inferiore al valore medio. Se si osserva il valore mediano (il livello di spesa per consumi che divide il numero di famiglie in due parti uguali), il 50% delle famiglie residenti in Italia ha speso nel 2020 una cifra non superiore a 1.962 euro (2.159 euro nel 2019).

Coerentemente con le linee guida internazionali e con i Report Istat precedenti, nella spesa per l’abitazione è compreso l’importo degli affitti figurativi (cfr. Glossario), cioè quanto le famiglie dovrebbero sostenere per prendere in affitto un’abitazione con caratteristiche identiche a quella in cui vivono e di cui sono proprietarie, usufruttuarie o che hanno in uso gratuito. Al netto di tale posta, nel 2020 la spesa media familiare in termini correnti (1.741 euro) si contrae del 12,2% rispetto al 2019.

La flessione dei consumi riguarda in misura diversificata i capitoli di spesa: alcuni non hanno mostrato variazioni, altri hanno registrato diminuzioni molto marcate, risentendo tutti sia delle restrizioni imposte per contrastare la pandemia sia del diverso grado di comprimibilità delle spese stesse. Si è così determinata una ricomposizione del peso relativo di ogni capitolo sulla spesa complessiva.

Nello specifico, rispetto al 2019, rimangono sostanzialmente invariate la spesa per Alimentari e bevande analcoliche (468 euro al mese) e quella per Abitazione, acqua, elettricità e altri combustibili, manutenzione ordinaria e straordinaria (893 euro mensili, di cui 587 euro di affitti figurativi). Si tratta, infatti, di spese difficilmente comprimibili, solo marginalmente toccate dalle restrizioni governative e che, anzi, possono essere state favorite dalla maggiore permanenza delle famiglie all’interno dell’abitazione. La spesa per tutti gli altri capitoli, che nel 2020 vale complessivamente 967 euro al mese, scende invece del 19,3% rispetto ai 1.200 euro del 2019.

Le diminuzioni più drastiche riguardano i capitoli di spesa sui quali le misure di contenimento hanno agito maggiormente e in maniera diretta, cioè Servizi ricettivi e di ristorazione (-38,9%, 79 euro mensili in media nel 2020) e Ricreazione, spettacoli e cultura (-26,4%, 93 euro mensili), seguiti da capitoli fortemente penalizzati dalla limitazione alla circolazione e alla socialità, come Trasporti (-24,6%, 217 euro mensili nel 2020) e Abbigliamento e calzature (-23,3%, 88 euro mensili).

Conseguentemente, varia anche la composizione interna della spesa corrente: passa dal 35,0% al 38,4% la quota di spesa per Abitazione, acqua, elettricità e altri combustibili, che resta la più rilevante, insieme a quella per Alimentari e bevande analcoliche (dal 18,1% al 20,1%), al cui aumento contribuiscono principalmente carni (da 3,8% a 4,4%) e latte, formaggi e uova (da 2,3% a 2,7%). Si riducono invece complessivamente di due punti percentuali (dall’81,9% al 79,9%) le quote destinate a beni e servizi non alimentari, in particolare quelle relative a Trasporti (da 11,3% a 9,3%), Servizi ricettivi e di ristorazione (da 5,1% a 3,4%), Ricreazione, spettacoli e cultura (da 5,0% a 4,0%) e Abbigliamento e calzature (da 4,5% a 3,8%).

Tra le altre categorie merceologiche, quella degli Altri beni e servizi (che rappresenta il 7,2% della spesa totale, 167 euro mensili) scende del 12,1% rispetto al 2019 mentre la spesa per Comunicazioni (2,3% della spesa totale; 54 euro mensili) diminuisce dell’8,7%, un trend ormai di lungo periodo dovuto anche a variazioni negative dei prezzi per questo specifico capitolo di spesa.

A seguire, il capitolo Servizi sanitari e spese per la salute (4,6% della spesa complessiva, 108 euro al mese), è in calo dell’8,6% sul 2019, che diventa -14,7% nelle Isole; quello relativo a Mobili, articoli e servizi per la casa (4,5%, 104 euro mensili) scende del 5,7% rispetto all’anno precedente, soprattutto nel Sud (-11,8%). Infine, in calo anche i due capitoli il cui peso sulla spesa complessiva si ferma sotto il 2%: Bevande alcoliche e tabacchi (43 euro mensili) -7,7% sul 2019 e Istruzione (14 euro al mese) -13,9% rispetto al 2019.

Nel quadro di stabilità della spesa delle famiglie per Alimentari e bevande analcoliche, aumenta in misura ampia quella per latte, formaggi e uova (62 euro al mese; +5,1% rispetto al 2019) e per carni (102 euro mensili; +3,4% rispetto all’anno precedente). In forte riduzione invece le spese per oli e grassi (15 euro mensili; -7,0% rispetto al 2019), per zucchero, confetture, miele, cioccolato e dolciumi (18 euro al mese; -6,4% sul 2019) e per caffè, tè e cacao (14 euro mensili; -5,1% rispetto all’anno precedente), voci che pesano comunque meno dell’1% sulla spesa totale.

Le stime preliminari del primo trimestre 2021 mostrano che le misure di contenimento alla diffusione del Covid-19 hanno prodotto un ulteriore calo di circa il 3,4% della spesa media mensile rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; in particolare, la riduzione dell’offerta e della domanda commerciale al dettaglio ha determinato una flessione delle spese diverse da quelle per prodotti alimentari e per l’abitazione del 7,5% rispetto al primo trimestre 2020.

                         I divari territoriali restano ampi ma si riducono per il calo più ampio del Nord

Il calo delle spese delle famiglie è diffuso su tutto il territorio nazionale, ma la sua articolazione sembra risentire delle differenze territoriali nella diffusione del Covid-19 e nelle misure di contrasto adottate: è stato più intenso nel Nord Italia (-10,2% il Nord-ovest e -9,5% il Nord-est), seguito da Centro (-8,8%) e Mezzogiorno (-8,2% il Sud e -5,9% le Isole).

Di conseguenza, si sono attenuati i noti divari territoriali, dovuti a un insieme di fattori di natura economica e sociale (redditi, livello dei prezzi al consumo, abitudini e comportamenti di spesa).

I livelli di spesa più elevati, e superiori alla media nazionale, continuano infatti a registrarsi nel Nord-est (2.525 euro), nel Nord-ovest (2.523 euro), e nel Centro (2.511 euro), mentre sono più bassi, e inferiori alla media nazionale, nel Sud (1.898 euro) e nelle Isole (1.949 euro). Nel 2020, rispetto al Sud, nel Nord-est si spendono, in media, circa 627 euro in più, una differenza pari al 33,0% (era il 34,9% nel 2019), mentre rispetto alle Isole il vantaggio in valori assoluti del Nord-est è pari a 576 euro (29,6% in più, a fronte del 34,7% dell’anno precedente).

Nel Sud e nelle Isole, dove le disponibilità economiche sono generalmente minori, a pesare di più sulla spesa delle famiglie sono le voci destinate al soddisfacimento dei bisogni primari, come quelle per Alimentari e bevande analcoliche: rispetto alla media nazionale (20,1%), nel 2020 questa quota di spesa arriva al 25,2% al Sud e al 24,5% nelle Isole mentre si ferma al 17,9% nel Nord-ovest.

Anche nel 2020, le regioni con la spesa media mensile più elevata sono Trentino-Alto Adige (2.742 euro) e Lombardia (2.674 euro) mentre Puglia e Basilicata hanno la spesa più contenuta, rispettivamente 1.798 e 1.736 euro mensili; la quota più alta per Alimentari e bevande analcoliche si continua a registrare in Calabria, dove si attesta al 29,4%, a fronte del 25,0% osservato nel 2019.

I livelli e la composizione della spesa variano a seconda della tipologia del comune di residenza. Anche nel 2020, infatti, nei comuni centro di area metropolitana le famiglie spendono di più: 2.616 euro mensili contro i 2.378 euro nei comuni periferici delle aree metropolitane e in quelli con almeno 50mila abitanti e i 2.207 euro nei comuni fino a 50mila abitanti che non appartengono alla cerchia periferica delle aree metropolitane.

Tuttavia, la maggior contrazione della spesa per consumi (-10,1%) si registra proprio nei comuni centro di area metropolitana, anche a causa di un maggior consumo di quei beni e servizi particolarmente penalizzati dalla pandemia. Questo fa sì che, rispetto al 2019, i divari tra questi e tutti gli altri comuni si siano leggermente ridotti (da 328 a 238 euro rispetto ai comuni periferici delle aree metropolitane e in quelli con almeno 50mila abitanti, da 466 a 409 euro rispetto ai comuni fino a 50mila abitanti fuori dalla cerchia periferica delle aree metropolitane).

                         Meno spese per viaggi e vacanze e per abbigliamento e calzature

Le famiglie residenti possono mutare nel tempo le proprie abitudini di consumo e il cambiamento assume forza e contorni diversi a seconda della voce di spesa considerata. Nel 2020, il mutamento segue i contorni della pandemia e delle misure messe in campo per contrastarla e di conseguenza si sono molto modificate le abitudini relative a spese per viaggi e vacanze e per abbigliamento e calzature.

Nel 2020, la voce di spesa che le famiglie hanno maggiormente limitato è infatti proprio quella per viaggi e vacanze. Tra quante già spendevano per questa voce nel 2019, la percentuale di chi l’ha ridotta rispetto all’anno precedente è del 46,8%. Questa percentuale è pari al 44,1% nel Nord e nel Centro e al 56,6% nel Mezzogiorno.

A seguire, l’altra voce di spesa che, nel 2020, le famiglie hanno contenuto di più rispetto all’anno precedente è quella per abbigliamento e calzature: il 45,5% di quante acquistavano già questi beni un anno prima dell’intervista ha infatti limitato l’esborso. Nel Nord questa percentuale è pari al 39,6%, nel Centro al 42,1% e nel Mezzogiorno al 56,8%.

All’opposto rispetto a viaggi e vacanze e ad abbigliamento e calzature, la voce di spesa che le famiglie hanno limitato in misura minore è quella per visite mediche e accertamenti periodici (15,7%), con il Nord dove questa quota scende all’11,0% e il Mezzogiorno dove sale al 24,6% (nel Centro è pari al 12,9%).

Più ampia la diminuzione della spesa per le famiglie numerose

La spesa media mensile aumenta al crescere dell’ampiezza familiare anche se, per la presenza di economie di scala, l’incremento è meno che proporzionale rispetto all’aumentare del numero di componenti. Nel 2020 la spesa media mensile per una famiglia di una sola persona è pari a 1.716 euro, ovvero il 72% circa di quella delle famiglie di due componenti e il 63% circa di quella delle famiglie di tre componenti.

All’aumentare dell’ampiezza familiare cresce il peso delle voci meno suscettibili di economie di scala (come i prodotti alimentari e le bevande analcoliche) e diminuisce quello delle voci nelle quali è possibile conseguirle: ad esempio, per la quota di spesa destinata ad Abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili si passa dal 46,8% delle famiglie monocomponente al 29,4% di quelle con cinque o più componenti. Quale che sia la numerosità familiare, rispetto al 2019 tutte le famiglie hanno diminuito significativamente la propria spesa per consumi. Tuttavia, le famiglie di una sola persona l’hanno ridotta del 5,5%, le famiglie di 4 componenti dell’11,4%.

Per tutte le differenti tipologie familiari, ad eccezione delle persone sole di 18-34 anni e delle coppie senza figli con persona di riferimento di 18-34 anni, si rileva una diminuzione significativa della spesa complessiva rispetto al 2019.

Sono le coppie senza figli con persona di riferimento di 65 anni e più, le coppie con due figli e quelle con tre o più figli, ad aver ridotto la loro spesa di oltre l’11%. La spesa per Alimentari e bevande analcoliche pesa soprattutto tra le famiglie composte da una coppia con tre o più figli (24,0% della spesa totale); la stessa voce di spesa assorbe, invece, il 15,4% tra le persone sole di 18-34 anni.

Per le altre tipologie familiari, le spese per Abitazione, acqua, elettricità, gas e combustibili pesano di più per le persone anziane sole (50,6% della spesa mensile) e meno per le coppie con tre o più figli (29,4%). Invece, le persone sole giovani di 18-34 anni spendono per Trasporti la quota più elevata (12,1%; 213 euro mensili), seguite dalle coppie senza figli con persona di riferimento di 18-34 anni (11,4%; 316 euro al mese), anche a causa di una maggiore mobilità lavorativa, di studio e familiare.

Al crescere del livello di istruzione della persona di riferimento, migliora la condizione economica e, di conseguenza, il livello delle spese. Si passa, infatti, dai 1.596 euro mensili delle famiglie in cui la persona di riferimento ha al massimo la licenza elementare ai 3.169 euro di quelle con persona di riferimento con titolo universitario.

Rispetto al 2019 tutte le famiglie hanno diminuito la loro spesa per consumi, ma sono quelle con persona di riferimento con laurea o post-laurea a registrare la flessione più ampia (-11,6%) anche perché riservano quote di spesa più elevate a comparti merceologici che più di altri hanno risentito delle conseguenze della crisi sanitaria, quali Servizi ricettivi e di ristorazione (4,4%, 6,9% nel 2019) e Ricreazione, spettacoli e cultura (5,1%, il 6,2% nel 2019).

                         In forte calo anche le spese delle famiglie di imprenditori e liberi professionisti

Anche la condizione professionale della persona di riferimento della famiglia, che ne caratterizza fortemente le condizioni economiche e gli stili di vita, influenza la composizione della spesa mensile.

Questa è la ragione per cui, rispetto al 2019, in un quadro di diminuzione significativa della spesa in quasi tutte le tipologie di famiglie, spicca il calo (-11,4%) registrato da quelle con persona di riferimento imprenditore o libero professionista (si sottolinea che le spese sostenute per l’attività professionale non rientrano nella spesa per consumi). Tali famiglie destinano infatti quote maggiori ai comparti merceologici più colpiti dalle restrizioni introdotte per contrastare la pandemia (Ricreazione, spettacoli e cultura, 5,4% rispetto al 4,0% della media nazionale).

Ciononostante, sono ancora queste famiglie a spendere di più (3.471 euro mensili), seguite da quelle che hanno come persona di riferimento un lavoratore dipendente nella posizione di dirigente, quadro o impiegato (2.949 euro). I livelli di spesa più bassi si osservano nelle famiglie caratterizzate da condizioni economiche più precarie, vale a dire quelle con persona di riferimento inattiva ma non ritirata dal lavoro (1.677 euro mensili) o con persona di riferimento in cerca di occupazione (1.776 euro). In entrambi i casi, quasi un quinto della spesa è destinato ad acquisti di Alimentari e bevande analcoliche.

                         Si attenua il divario nella spesa tra le famiglie di italiani e quelle con stranieri

Nel 2020, il divario tra la spesa delle famiglie composte solamente da italiani (2.369 euro) e quella delle famiglie con almeno uno straniero (1.892 euro) è di 477 euro (20,1% in meno, dal 23,7% in meno nel 2019); considerando invece le famiglie composte solamente da stranieri, il divario sale a 672 euro (28,4% in meno, dal 36,4% in meno del 2019).

Si attenua dunque il divario nella spesa tra le famiglie di soli italiani e quelle con almeno uno straniero e di soli stranieri, avendo le famiglie di soli italiani contratto di più la loro spesa (-9,4%) rispetto a quelle con almeno uno straniero (-5,1%). Le ragioni di questa diversa dinamica sono in larga parte ascrivibili agli effetti della pandemia sui consumi, con il crollo delle voci di spesa alle quali le famiglie con almeno uno straniero o di soli stranieri destinano quote relativamente minori del loro budget.

Infatti la spesa alimentare (rimasta sostanzialmente stabile) assorbe il 23,1% del totale tra le famiglie con stranieri (436 euro mensili), il 23,6% (400 euro) se in famiglia sono tutti stranieri e il 19,9% in quelle di soli italiani (471 euro). La quota di spesa per Abitazione, acqua, elettricità e altri combustibili delle famiglie con almeno uno straniero è in linea con quella delle famiglie di soli italiani (rispettivamente 36,9%, pari a 912 euro mensili, e 38,5%, 697 euro al mese). Per le famiglie di soli stranieri la quota è pari al 37,7% del totale (640 euro mensili).

Diversamente, le quote destinate a Ricreazione, spettacoli e cultura dalle famiglie con almeno uno straniero sono più contenute rispetto a quelle delle famiglie di soli italiani (3,5% contro 4,1%; rispettivamente 66 e 96 euro mensili), così come le quote per Servizi ricettivi e di ristorazione (3,0% le prime, 3,4% le altre, rispettivamente 57 e 82 euro al mese). Osservando infine le famiglie di soli stranieri, tali quote di spesa scendono ulteriormente: il 3,2% della spesa totale (61 euro mensili) è destinato a Ricreazione, spettacoli e cultura (54 euro mensili), il 2,8% a Servizi ricettivi e di ristorazione (48 euro).

Da notare anche che, analogamente agli anni precedenti, la quota di spesa destinata alle Comunicazioni è più elevata tra le famiglie con almeno uno straniero (2,8%, pari a 53 euro mensili), in particolare tra quelle di soli stranieri (3,0%, 51 euro) rispetto alle famiglie di soli italiani (2,3%, 54 euro) anche per effetto dei contatti con la rete familiare e amicale nei paesi di origine.

                         Stabile la spesa per affitto, paga un mutuo una famiglia proprietaria su cinque

In Italia, il 18,3% delle famiglie paga un affitto per l’abitazione in cui vive. La percentuale va dal minimo delle Isole (15,7%) al massimo del Nord-ovest (19,9%). La spesa media per le famiglie che pagano un affitto è di 414 euro mensili a livello nazionale, stabile rispetto al 2019; tale esborso è più alto nel Centro (469 euro) e nel Nord (446 euro nel Nord-est euro e 442 nel Nord-ovest) rispetto a Sud (327 euro) e Isole (332 euro). La quota più elevata di famiglie in affitto si registra nei comuni centro di area metropolitana (27,8%), dove si paga mediamente un affitto pari a 496 euro mensili.

Paga un mutuo il 19,5% delle famiglie che vivono in abitazioni di proprietà (circa 3,7 milioni). Tale quota è maggiore al Nord (26,2% nel Nord-ovest e 22,6% nel Nord-est) e nel Centro (18,9%) rispetto a Sud (12,0%) e Isole (11,6%). Dal punto di vista economico e contabile, questa voce di bilancio è un investimento, e non rientra quindi nel computo della spesa per consumi; ciononostante, per le famiglie che la sostengono rappresenta un esborso consistente e pari, in media, a 545 euro mensili.

La spesa per consumi, comprensiva degli affitti figurativi (cfr. Glossario), è molto differenziata in base al titolo di godimento dell’abitazione: nel 2020 è di 2.515 euro mensili per le famiglie in abitazione di proprietà, si attesta a 1.994 euro mensili per le famiglie in usufrutto o uso gratuito mentre per le famiglie in affitto è pari a 1.753 euro mensili. Al netto degli affitti figurativi, la spesa per consumi delle famiglie proprietarie scende a 1.786 euro, quella delle famiglie in usufrutto o uso gratuito a 1.434 euro mensili.

                         La spesa si riduce soprattutto per le famiglie più abbienti

Un confronto in termini distributivi si può operare utilizzando la spesa familiare equivalente, che tiene conto del fatto che nuclei familiari di numerosità differente hanno anche differenti livelli e bisogni di spesa. La spesa familiare è resa equivalente mediante opportuni coefficienti (scala di equivalenza, cfr. Glossario) che permettono confronti fra i livelli di spesa di famiglie di diversa ampiezza.

Se si ordinano le famiglie in base alla spesa equivalente, è possibile dividerle in cinque gruppi di uguale numerosità (quinti): il primo comprende il 20% delle famiglie con la spesa più bassa (famiglie meno abbienti), l’ultimo quinto il 20% di famiglie con la spesa più elevata (famiglie più abbienti).

Tra il 2019 e il 2020, la dinamica della spesa delle famiglie dei due quinti estremi (primo e ultimo) è piuttosto diversificata. Se, infatti, la spesa totale diminuisce per entrambi i gruppi di famiglie, la contrazione per quelle più abbienti è del 9,0%, poiché tradizionalmente destinano quote più ampie del loro budget mensile ai settori più colpiti dalle restrizioni introdotte per contrastare la pandemia. Per le famiglie del primo quinto, con forti vincoli di bilancio già prima della pandemia, il calo è del 2,7%. Infatti, la spesa non alimentare scende del 10,2% tra le più abbienti e del 5,2% tra quelle con minore capacità di spesa.

In particolare, queste ultime vedono aumentare significativamente, nel 2020, la spesa per Prodotti alimentari e bevande analcoliche (+4,9%, con una quota che passa dal 24,7% al 26,6%) e quella per Abitazione, acqua, elettricità e altri combustibili, manutenzione ordinaria e straordinaria (+2,7%, con un peso sulla spesa totale che cresce dal 42,4% al 44,8%). Nel caso delle famiglie più abbienti, invece, cresce la quota di spesa destinata a questi due capitoli ma non il suo valore.

In questo quadro è interessante notare il netto calo della spesa destinata a Servizi ricettivi e di ristorazione per entrambi i gruppi di famiglie, ma la contrazione è più ampia per il primo (-43,1%) rispetto all’ultimo quinto (-36,8%).

Con riferimento specifico ai servizi di ristorazione, rispetto al 2019, la percentuale di famiglie che sostengono queste spese, già considerevolmente più alta tra i più abbienti, scende relativamente meno in questo gruppo rispetto alle famiglie con minore capacità di spesa.

Infatti, la percentuale di famiglie che sostengono la spesa per ristoranti, trattorie e osterie con servizio al tavolo passa dal 6,4% al 2,5% nel primo quinto e dal 58,8% al 35,6% nell’ultimo; nel caso della spesa per bar, pasticcerie, gelaterie, chioschi e ambulanti, le percentuali passano, rispettivamente, dal 28,8% al 17,4% nel primo e dal 78,0% al 58,5% nell’ultimo quinto; infine, la percentuale di famiglie che spendono per self-service, tavole calde, fast-food, rosticcerie e pizzerie al taglio senza servizio al tavolo scende dal 16,5% all’11,3% nel primo quinto e dal 53,6% al 41,4% nell’ultimo.

Infine la spesa media mensile per Ricreazione, spettacoli e cultura registra un calo del 24,3% fra le famiglie dell’ultimo quinto e del 13,0% fra quelle del primo. La frenata più contenuta di tale spesa tra le famiglie meno abbienti si può in parte ascrivere, nell’anno della didattica a distanza e dello smart working, alla spesa per alcuni prodotti appartenenti a questo comparto merceologico e cioè quella per pc, tablet e accessori per pc (cresciuta per il totale delle famiglie del 33,6% sull’anno precedente). Nel 2020, infatti, la percentuale di famiglie che sostengono tale spesa aumenta molto di più nel primo quinto rispetto all’ultimo, confermando, sul fronte dei consumi, come sia stato necessario colmare, almeno in parte, il gap tecnologico che già prima del Covid-19 separava le famiglie meno abbienti dalle altre.

                         In lieve diminuzione la disuguaglianza della spesa per consumi

Nonostante la flessione più ampia delle spese registrata dalle famiglie più abbienti, come negli anni precedenti anche nel 2020 i primi tre quinti delle famiglie spendono meno del 20% mentre i due quinti più elevati spendono più del 20% (in un’ipotetica situazione di perfetta uguaglianza, ogni quinto avrebbe una quota di spesa pari al 20% della spesa complessivamente sostenuta dal totale delle famiglie residenti). In particolare, le famiglie con spese più basse (primo quinto) spendono l’8,2% della spesa totale (7,9% nel 2019) mentre quelle dell’ultimo quinto il 39,5% (era il 39,4% nel 2019).

Il rapporto tra la spesa totale equivalente delle famiglie del primo quinto e quella delle famiglie dell’ultimo quinto è un indice di disuguaglianza analogo al rapporto interquintilico, uno degli indicatori maggiormente utilizzati per la misurazione della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi. Le famiglie con una spesa più elevata hanno, nel 2020, un livello di spesa equivalente complessiva pari a 4,8 volte quella delle famiglie del primo quinto (5,0 nel 2019; 5,1 nel 2018; 5,2 nel 2017; 5,0 nel 2016; 4,9 sia nel 2015 sia nel 2014; 4,8 nel 2013). Si conferma dunque la leggera diminuzione della disuguaglianza in atto dal 2018, che però nel 2020 è ascrivibile agli effetti delle restrizioni introdotte per contrastare la pandemia, dato che i capitoli di spesa più colpiti dall’epidemia pesano maggiormente sulle spese delle famiglie più abbienti.

Le famiglie si distribuiscono nei quinti di spesa equivalente, definiti a livello nazionale, in maniera differente sul territorio. Appartengono al quinto di spesa più elevato il 25,4% delle famiglie del Nord-ovest (26,2% nel 2019), il 23,9% di quelle del Nord-est (23,0% nel 2019) e il 25,4% delle famiglie del Centro (24,5% nel 2019), contro il 9,0% delle famiglie del Sud (il 9,3% nel 2019) e il 9,9% di quelle delle Isole (10,8% nel 2019). Circa un terzo delle famiglie del Mezzogiorno (34,1% nel Sud e 32,4% nelle Isole) si posiziona nel primo quinto, contro il 13,6% del Nord-ovest, il 13,4% del Nord-est e il 14,2% del Centro. Nei comuni centro di area metropolitana la distribuzione delle spese equivalenti è spostata sui quinti più elevati (32,7% delle famiglie nell’ultimo quinto, 15,0% nel primo), mentre nelle altre tipologie comunali la distribuzione è più equa (fermo restando che nei comuni più piccoli si è più spesso nel quinto più basso, 22,4%, che nel quinto più elevato, 15,3%).

                         In deciso calo la spesa per consumi in termini reali

Tra il 2013 e il 2017, contestualmente all’aumento della disuguaglianza, si era registrata anche una moderata dinamica positiva delle spese per consumi equivalenti in termini reali (a prezzi costanti con base 2013). Nel 2018 e nel 2019 entrambi i trend si erano invertiti, e nel 2020, insieme all’ulteriore, seppur leggera, diminuzione della disuguaglianza, si verifica un vero e proprio crollo dei consumi reali, in linea con il crollo delle spese equivalenti in termini correnti: la dinamica inflazionistica (calcolata sull’indice armonizzato dei prezzi al consumo IPCA, per il quale viene stimato l’impatto sulle famiglie raggruppate in quinti di spesa crescente), è pari a -0,1%, con leggere differenze a seconda delle classi di spesa delle famiglie (dal -0,4% per le famiglie del primo quinto al +0,1% per le famiglie dell’ultimo quinto).

La spesa media equivalente nazionale in termini reali scende dell’8,1% rispetto al 2019, e solo le famiglie appartenenti al primo quinto contengono il calo al -3,8% (in parte per una maggior tenuta delle spese correnti e in parte per la loro inflazione specifica negativa). Tutte le altre famiglie mostrano cali più consistenti, dal -7,8% dell’ultimo quinto al -9,2% del terzo.

Estendendo l’analisi fino al 2013, l’andamento dell’intero periodo è quasi completamente determinato da quanto avvenuto nell’ultimo anno e dal fatto che, fino al 2019, la complessiva moderata dinamica positiva delle spese equivalenti in termini reali era invece stata in larga misura determinata dalle famiglie con maggiore capacità di spesa (ultimo quinto). Le famiglie del primo quinto hanno infatti, nel 2020, un calo complessivo del 4,5%, e quelle dell’ultimo del 5,0%, mentre i quinti centrali registrano cali decisamente più consistenti: -7,3% il secondo, -8,3% il terzo e -9,0% il quarto. Complessivamente, la spesa media equivalente in termini reali scende del 6,9% rispetto al 2013.

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo

Italia. 2021Q1. Pil -0.8% confrontato su 2020Q1.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-06-01

2021-06-01_ Istat Pil 002

L’Istat ha rilasciato il Report Conti economici trimestrali.

Nel primo trimestre del 2021 il prodotto interno lordo (Pil), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2015, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,1% rispetto al trimestre precedente ed è diminuito dello 0,8% nei confronti del primo trimestre del 2020.

Le stime odierne presentano una revisione al rialzo rispetto a quelle diffuse il 30 aprile scorso, quando la variazione congiunturale del Pil era stata del -0,4% e quella tendenziale del -1,4%.

Il primo trimestre del 2021 ha avuto due giornate lavorative in meno del trimestre precedente e una giornata lavorativa in meno rispetto al primo trimestre del 2020.

La variazione acquisita per il 2021 è pari a +2,6%.

Rispetto al trimestre precedente, i consumi finali nazionali hanno registrato una diminuzione dell’1%, mentre gli investimenti fissi lordi sono cresciuti del 3,7%. Le importazioni sono aumentate del 2,3% e le esportazioni sono scese dello 0,1%.

La domanda nazionale al netto delle scorte ha sottratto 0,1 punti percentuali alla crescita del Pil: -0,7 i consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private (ISP), -0,1 la spesa delle Amministrazioni Pubbliche (AP), +0,7 gli investimenti. La variazione delle scorte ha contributo positivamente per 0,8 punti percentuali, mentre il contributo della domanda estera netta è stato negativo per 0,6 punti percentuali.

Si registrano crescite congiunturali del valore aggiunto di agricoltura e industria pari, rispettivamente, al 3,9% e all’1,8%, mentre i servizi registrano un calo dello 0,4%.

2021-06-01_ Istat Pil 003

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                         Il commento.

Nel primo trimestre del 2021 l’economia italiana ha segnato, dopo la contrazione dell’ultima parte del 2020, un lievissimo recupero, con una crescita congiunturale del Pil dello 0,1%. Il calo tendenziale si riduce sensibilmente, dal 6,5% del trimestre precedente a 0,8%. Nella stima preliminare era stato rilevato un calo congiunturale dello 0,4% e tendenziale dell’1,4%.

Il moderato recupero dell’attività produttiva è sintesi di un aumento del valore aggiunto dell’agricoltura e dell’industria e di una contrazione del terziario che in alcuni comparti ha risentito ancora degli effetti delle misure di contrasto dell’emergenza sanitaria.

Il quadro della domanda è caratterizzato da una spinta della componente interna, alimentata dal recupero degli investimenti e dal nuovo contributo positivo delle scorte, mentre un contributo negativo è venuto dall’estero per la crescita delle importazioni a fronte di una sostanziale stazionarietà delle esportazioni.

Le ore lavorate sono diminuite dello 0,2% in termini congiunturali, mentre i redditi pro capite sono aumentati dell’1,5%.

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                         L’andamento del pil negli altri paesi.

Nel primo trimestre del 2021, il Pil è aumentato in termini congiunturali dell’1,6% negli Stati Uniti ed è diminuito dello 0,1% in Francia e dell’1,8% in Germania. In termini tendenziali, si è registrata una crescita dello 0,4% negli Stati Uniti e dell’1,2% in Francia e una diminuzione del 3,1% in Germania. Nel complesso, il Pil dei paesi dell’area Euro è diminuito dello 0,6% rispetto al trimestre precedente e dell’1,8% nel confronto con il primo trimestre del 2020.

                         Il pil e le componenti della domanda.

Dal lato della domanda, le esportazioni di beni e servizi sono diminuite in termini congiunturali dello 0,1% e i consumi finali nazionali dell’1%, mentre gli investimenti fissi lordi sono cresciuti del 3,7% e le importazioni del 2,3%. Nell’ambito dei consumi finali, la spesa delle famiglie residenti e delle ISP è diminuita dell’1,2% e quella delle AP dello 0,2%.

L’aumento degli investimenti ha riguardato tutte le componenti: la spesa per impianti, macchinari e armamenti è cresciuta del 3,5% (di cui la componente di mezzi di trasporto del 4,4%), quella delle abitazioni e dei fabbricati non residenziali e altre opere, rispettivamente, del 4,8% e del 5,2% e la componente dei prodotti di proprietà intellettuale dello 0,4%. Gli investimenti in risorse biologiche coltivate sono risultati stazionari.

La spesa delle famiglie sul territorio economico ha registrato una diminuzione in termini congiunturali dell’1,8% (si veda la tabella 13 allegata). In particolare, gli acquisti di beni durevoli sono diminuiti dello 0,9%, quelli di servizi del 4,2%, quelli dei beni semidurevoli del 3,6%, mentre quelli di beni non durevoli sono cresciuti dell’1,9%.

Pubblicato in: Agricoltura, Devoluzione socialismo

Italia. 2020. Agricoltura. In Volume -3.2%, Valore Aggiunto -6.0%. – Istat.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-05-30.

2021-05-29__ Istat Agricoltura 001

Istat ha rilasciato il Report L’andamento dell’economia agricola

«Dopo la performance negativa del 2019 (-1,6% il valore aggiunto in volume), con la crisi dovuta alla pandemia da Covid-19, il settore dell’agricoltura, silvicoltura e pesca ha subìto una ulteriore marcata contrazione: nel 2020 la produzione è diminuita in volume del 3,2% e il valore aggiunto del 6%.

La flessione è stata più contenuta per la produzione agricola di beni e servizi (-1,4% in volume e -0,5% in valore), gli effetti della pandemia hanno però inciso pesantemente sulle attività secondarie dell’agricoltura (-20,3% in volume). Per la silvicoltura si rileva un lieve aumento della produzione (+0,4%) e del valore aggiunto (+0,7%), di contro è stato molto negativo l’andamento del comparto della pesca, che ha visto un deciso ridimensionamento tanto della produzione (-8,8%) che del valore aggiunto (-5,3%).

Il valore aggiunto dell’industria alimentare, delle bevande e del tabacco è cresciuto dell’1,8% a prezzi correnti ma è diminuito della stessa entità in volume (-1,8%).

Il complesso del comparto agroalimentare (che comprende agricoltura, silvicoltura e pesca e industria alimentare) ha registrato, per la prima volta dal 2016, una diminuzione del valore aggiunto (-1,2% a prezzi correnti e -4% in volume). È il comparto in cui si è formato il 4,3% del valore aggiunto dell’intera economia (era il 4,1% nel 2019): il settore primario ha contribuito per il 2,2% (come nel 2019) e l’industria alimentare per il 2,1% (l’1,9% nel 2019). Nonostante i risultati non positivi il settore agroalimentare ha consolidato nel 2020 il proprio peso all’interno del quadro economico nazionale.»

Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo

Italia. Aprile21. Prezzi Produzione Industriale +6.5%. L’inflazione è in casa. – Istat.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-05-29.

2021-05-29__ Italia - IPP (Indice dei Prezzi di Produzione) (Annuale) 001

All’aumento dei costi di produzione corrisponde un congruo aumento dei prezzi al consumo.

Anche se tecnicamente sarebbe solo una approssimazione, l’aumento dei prezzi al consumo significa inflazione.

L’inflazione è democratica: colpisce tutti senza nessuna esclusione.

Chi mai si fosse illuso che il sistema avesse potuto durare in eterno dovrà ricredersi, commisurando i prezzi riportati nelle poche vetrine ancora sopravissute con i denari che ha in tasca.

Nulla come la miseria e la fame fanno rinsavire. Nel caso non ci riuscissero, Sorella Morte provvederà in modo sollecito.

I liberal dovrebbe gioire profondamente: questa è solo selezione naturale darwiniana. Ci si sta evolvendo.

2021-05-29__ Italia - IPP (Indice dei Prezzi di Produzione) (Annuale) 002

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2021-05-29__ Italia - IPP (Indice dei Prezzi di Produzione) (Annuale) 003


Istat. Industrial and construction producer prices

«In April 2021, compared with the previous month, industrial producer prices increased by 1.1%. On domestic market producer prices increased by 1.2%, on non-domestic market they increased by 0.9%.

Over the last three months, compared to the previous three months, industrial producer prices increased by 2.6% (+2.9% for the domestic market, +1.9% for the non-domestic market).

In April 2021, compared with April 2020, industrial producer prices increased by 6.5% (+7.9% on domestic market, +3.1% on foreign market).

In April 2021, construction producer prices of Residential buildings and non-residential buildings increased by 0.7% on monthly basis and by 2.3% on annual basis; construction producer prices of Roads and railways increased by 0.6% compared with the previous month and increased by 2.2% on annual basis.

Over the last three months, compared to the previous three months, construction producer prices increased by 0.9% for Residential buildings and non-residential buildings and by 1.0% for Roads and railways.»