Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale

Italia. Produzione industriale -0.7% mese su mese. -19% dal 2007.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-09-11.

«per il quinto mese consecutivo si registra

un andamento tendenziale negativo»

2019-09-10__Istat 001

L’Istat ha rilasciato il report sulla produzione industriale. Testo Integrale.

2019-09-10__Istat 002

«A luglio 2019 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale diminuisca dello 0,7% rispetto a giugno. Nella media del trimestre maggio-luglio il livello destagionalizzato della produzione registra una flessione dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti.

– L’indice destagionalizzato mensile mostra un aumento congiunturale solo per l’energia (+1,3%); diminuzioni si registrano, invece, per i beni strumentali (-1,6%) e, in misura più lieve, per i beni di consumo (-0,3%) e per i beni intermedi (-0,2%).

– Corretto per gli effetti di calendario, a luglio 2019 l’indice complessivo è diminuito in termini tendenziali dello 0,7% (i giorni lavorativi sono stati 23, contro i 22 di luglio 2018).

– Gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano a luglio 2019 un aumento tendenziale accentuato per l’energia (+5,8%) e più contenuto per i beni di consumo (+0,9%); diminuiscono in modo marcato i beni strumentali (-3,0%) mentre più moderata è la diminuzione dei beni intermedi (-2,0%).

– Tra i settori di attività economica che registrano variazioni tendenziali positive si segnalano le altre industrie manifatturiere, la fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+6,4% per entrambi i settori), la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+5,1%). Le flessioni più ampie si registrano nella fabbricazione di macchinari, attrezzature n.c.a. (-6,9%), nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-6,1%), e negli articoli in gomma, materie plastiche, minerali non metalliferi (-3,0%). »

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La variazione tendenziale anno su anno è -0.8%.

Significative le variazioni tendenziali della metallurgia e della fabbricazione di prodotti in metallo, -2.5%, e della fabbricazione di mezzi di trasporto, -4.0%.

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Industria,il 3° trimestre inizia con il meno. Caporetto dal 2007: perso il 19%

L’Italia comincia il terzo trimestre nel peggiore dei modi: brusca frenata della produzione industriale a luglio. L’Istat stima infatti che a luglio che l’indice destagionalizzato della produzione industriale sia diminuito dello 0,7% rispetto a giugno. “Nella media del trimestre maggio-luglio il livello destagionalizzato della produzione registra una flessione dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti”, afferma l’Istat.

“A luglio – si legge nella nota – si rileva, per il secondo mese consecutivo, una flessione congiunturale della produzione industriale. Ad eccezione dell’energia, tutti i principali settori di attività mostrano riduzioni, con un calo particolarmente marcato per i beni strumentali”. Trend che fiacca le speranze di un segno più per il terzo trimestre dell’anno dopo la crescita zero del periodo da aprile a giugno.

Secondo Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, che ha commentato i dati Istat, si tratta di ”una Caporetto per l’industria italiana. Non ci sono più dubbi. L’Italia è attualmente in recessione. Iniziamo il terzo trimestre nel peggiore dei modi e per il quinto mese consecutivo si registra un andamento tendenziale negativo. Peggio di così non si puo’!”.

“Se a questo aggiungiamo – aggiunge Dona – che se si confrontano i dati di oggi con quelli precrisi del luglio 2007, la produzione è ancora inferiore del 19%, ossia quasi un quinto, il quadro è ancor piu’ desolante. I beni di consumo durevoli, nonostante oggi, su base annua, abbiano registrato un ottimo +6%, hanno ancora un gap rispetto a 12 anni fa del 30,9%, quasi un terzo. Va molto meglio per i beni di consumo non durevoli, dove la distanza è di appena l’1,4% conclude Dona.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale

Italia. Industria. Fatturato -1%, ordinativi -2.4%. – Istat.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-14.

2019-06-14__Istat__001

«Ad aprile si stima che il fatturato dell’industria diminuisca in termini congiunturali dell’1,0%, registrando il primo calo dall’inizio dell’anno»

«Anche gli ordinativi registrano un calo congiunturale, su base sia mensile (-2,4%) sia trimestrale (-1,4%).»

«calo sul mercato estero (-2,9%)»

«Per gli ordinativi la dinamica congiunturale riflette diminuzioni su entrambi i mercati: -1,0% per quello interno e, con una intensità maggiore, -4,1% per quello estero»

«flessioni marcate si registrano invece per i beni intermedi (-2,7%) e i beni strumentali (-1,3%)»

«l’industria farmaceutica mostra il calo maggiore (-9,0%).»

«il peggior risultato si rileva nell’industria chimica (-4,1%).»

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Calano gli ordinativi, quindi cala la produzione, ergo cala il fatturato: il risultato finale è la diminuzione del gettito fiscale e più disoccupati in giro.

Ottimo il sentimento di voler fare qualcosa per le classi più deboli, ma al momento la produzione industria sta andando alla miseria della rovina.

È proprio la produzione industriale il comparto che più avrebbe bisogno delle cure del governo.

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Senza la produzione industriale i ‘servizi’ crepano di fame.

L’Italia sembra un esercito che abbia in prima linea un fantaccino con un vecchio archibugio, e cinque persone nelle retrovie a gestire i ‘servizi’.

Finiti i fantaccini, poveracci, il nemico arriverà, prenderà prigionieri gli addetti ai ‘servizi’ e te li sbatterà in Siberia, o posti analoghi, a crepare di fame.

Non ci sarà più nessuno ad aver pietà di quella gente.



Istat. 2019-06-14. Fatturato e ordinativi dell’industria [pdf]

Ad aprile si stima che il fatturato dell’industria diminuisca in termini congiunturali dell’1,0%, registrando il primo calo dall’inizio dell’anno. Nella media degli ultimi tre mesi, l’indice complessivo è comunque in aumento dello 0,8% rispetto ai tre mesi precedenti.

Anche gli ordinativi registrano un calo congiunturale, su base sia mensile (-2,4%) sia trimestrale (-1,4%).

La flessione congiunturale del fatturato è determinata dal calo sul mercato estero (-2,9%), mentre una variazione nulla si registra sul mercato interno. Per gli ordinativi la dinamica congiunturale riflette diminuzioni su entrambi i mercati: -1,0% per quello interno e, con una intensità maggiore, -4,1% per quello estero.

Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, ad aprile gli indici destagionalizzati del fatturato segnano un aumento congiunturale dello 0,9% per i beni di consumo e dello 0,2% per l’energia; flessioni marcate si registrano invece per i beni intermedi (-2,7%) e i beni strumentali (-1,3%).

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 19 di aprile 2018), il fatturato totale registra una flessione dello 0,7% in termini tendenziali, con un incremento dello 0,4% sul mercato interno e un calo del 2,8% su quello estero.

Con riferimento al comparto manufatturiero, il settore dei computer e dell’elettronica segna la crescita tendenziale più rilevante (+11,8%), mentre l’industria farmaceutica mostra il calo maggiore (-9,0%).

In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi diminuisce dello 0,2%, sintesi di un modesto incremento dello 0,2% sul mercato interno e di una flessione dell’0,8% su quello estero. La maggiore crescita tendenziale si registra nel settore dei computer e dell’elettronica (+8,4%), mentre il peggior risultato si rileva nell’industria chimica (-4,1%).

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Sole 24 Ore. 2019-06-14. Industria, Istat: ad aprile fatturato a -1%, ordini a -2,4%

Il fatturato dell’industria diminuisca in termini congiunturali dell’1%, registrando il primo calo dall’inizio dell’anno, secondo i dati Istat, e su base annua perde lo 0,7% nei dati corretti per il calendario. Anche gli ordinativi risultano in flessione sia su base sia mensile (-2,4%) sia annua (-0,2% nei dati grezzi). Pesa il fatturato estero che segna -2,9% su mese e -2,8 su anno a fronte della crescita di quello interno nulla sul mese e +0,4% su anno. Tra i settori crescono beni di consumo e energia.

«Si tratta del primo calo dall’inizio dell’anno – scrive Istat – che interrompe, a causa del calo registrato sul mercato estero, la tendenza alla crescita congiunturale del fatturato dell’industria che persisteva da inizio anno. Gli ordinativi risultano in ribasso, con una flessione più marcata sul mercato estero rispetto a quello nazionale».

I beni di consumo, spiega ancora Istat, registrano un aumento congiunturale dello 0,9% e l’energia dello 0,2%. Flessioni marcate si registrano invece per i beni intermedi (-2,7%) e i beni strumentali (-1,3%). Con riferimento al comparto manufatturiero, il settore dei computer e dell’elettronica segna la crescita tendenziale più rilevante (+11,8%) insieme all’industria alimentare (+5,5%), spiega l’Istat. Invece l’industria farmaceutica mostra il calo maggiore (-9%), seguita da mezzi di trasporto (-8,9%), prodotti chimici (-6,4%) e metallurgia (-3,6%). In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi diminuisce dello 0,2%, sintesi di un modesto incremento dello 0,2% sul mercato interno e di una flessione dell’0,8% su quello estero. La maggiore crescita tendenziale si registra nel settore dei computer e dell’elettronica (+8,4%), mentre il peggior risultato si rileva nell’industria chimica (-4,1%).

Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Italia. Il calo demografico bloccherà, tra l’altro, il sistema pensionistico.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-01.

2019-02-08__Italia_Istat__001

Le femmine in età fertile erano 14,090,000 nel 1998, 12,739,000 nel 2018 e saranno 10,521,000 nel 2038: a questi numeri corrispondono 533mila nati, 449mila e 406mila nati, rispettivamente.

Con un tasso di fertilità di 1.39 l’Italia è destinata ad estinguersi nel breve volgere di due generazioni.

Tranne Francia e Regno Unito, tutto il continente europeo è destinato alla estinzione per carenza di nascite.

Il trend potrebbe ancora essere invertito ricorrendo a manovre draconiane:

Germania. Realtà geografica, non più umana, politica ed economica.

Germania. Herr Spahn prospetta la tassa sul nubilato.

In parole poverissime: le femmine dovrebbero essere obbligate a figliare.

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L’Istat ha rilasciato gli ultimi dati demografici.

Il tasso totale di fecondità italiano è 1.32. Con l’eccezione del Trentino Alto Adige – Südtirol a 1.62 e di Bolzano a 1.74, le restanti regioni presentano valori molto bassi, arrivando anche all’1.06 della Sardegna.

La popolazione risulterà essere dimezzata nel volgere di una generazione.

«il nostro tasso di fecondità è basso (1,32 appunto, contro l’1,9 della Francia o l’1,8 della Gran Bretagna), ma drammatico è anche «il rimpicciolimento della platea dei genitori»»

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«I figli del boom economico erano tanti, un milione l’anno, una folla di potenziali mamme e papà. Nel 2018, invece, sono nati 449 mila bambini e saranno loro i genitori di domani. Dieci anni fa, erano 128 mila in più. Si parla tanto del calo della natalità, ma è forte anche l’allarme “genitori cercasi”. Fra 20 anni, avremo 2 milioni 215 mila potenziali mamme in meno di oggi»

*

«Noi scontiamo l’inattivismo politico degli anni ‘90 e lo dimostrano i dati in controtendenza di zone dove invece la natalità è fortemente supportata, come Bolzano: 1,76 figli a donna»

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«si legge anche la smentita del pregiudizio che le italiane fanno pochi figli perché lavorano, come ha registrato un’indagine sconfortante dell’Eurobarometro sulla mentalità di genere. Dai dati, infatti, si vede che si fanno più figli dove le donne lavorano di più, come nel Nord. All’opposto, la fecondità è minore nelle Regioni a scarsa occupazione femminile: 1,16 in Basilicata, 1,13 in Molise…»

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Il periodo di transizione degli spopolamenti è sempre drammatico perché si formano inevitabilmente degli squilibri tra le diverse classi di età.

Per quanto riguarda la situazione italiana, alcuni considerazioni saltano all’occhio.

Innalzandosi il rapporto vecchi / giovani sia per l’aumento dell’età media sia per il calo delle nascite, i vecchi vengono a trovarsi senza braccia giovani che li accudiscano. Sono circa un quattro milioni ad oggi i single senza parenti.

Se è vero che una badante potrebbe alleviare il problema, sarebbe anche vero ricordare che una badante messa in regola ha un costo stipendiale di 18,000 euro l’anno, cui di dovrebbero aggiungere i contributi pensionistici oltre a vitto ed alloggio. Sono ben pochi i vecchi che dispongano di almeno 2,000 euro al mese per la badante.

Similmente, i ricoveri nei gerontocomi hanno rette che partono dai 1,500 euro mensili, ma quelli che abbiano una qualche decenza superano i 2,500 euro mensili. Nuovamente, non sono molti i pensionati a disporre di tali risorse. La maggior quota creperà in una disperante solitudine: terranno loro compagnia soltanto quei particolari rimorsi che emergono alla mente solo nei momeniìti dei triboli.

Sempre poi che non vengano malattie invalidanti.

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C’è poi un problema di cui poco si ama parlare, ma ciò non toglie che ci sia e ben reale.

Inps. Si avvicina la soluzione finale dei pensionati. Eutanasia.

«L’Inps riporta a bilancio 2018 entrate complessive per 423.975 miliardi di euro, delle quali 211.462 miliardi derivano dal versamento dei contributi. Mancano all’appello 212.513 = (423.975 – 211.462) miliardi di euro.

Per comprendere appieno il dramma dell’Inps servirebbe tener sempre a mente che i contributi versati sono immediatamente utilizzati per pagare le prestazione fatte dall’ente: in altri termini, sono i lavoratori attuali che pagano con i contributi che versano le pensioni di quanti siano ritirati.»

La contrazione delle nascita determina una consistente riduzione numerica di quanti versano i contributi pensionistici

Non solo, ma i giovani nuovi assunti godono di stipendi consistentemente minori di quelli ottenibili in tempi passati: versano quindi contributi minori e spesso molto minori di quelli che versavano i lavoratori a fine carriera.

In parole poverissime: l’Inps è destinato a fare bancarotta a breve termine.

Né ci si illuda che lo stato possa continuare a sanarne i bilanci: già ora passa un centinaio di miliardi direttamente ed un altro centinaio indirettamente, ma sarebbe ben difficile pensare che possa fare di più. Le entrate statali sono finite, non infinite.

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Come si vede, il problema riguarda tutti, e da vicino: la possibilità che l’erogazioni delle pensione sia sospesa è tutt’altro che remota. Grecia e Venezuela dovrebbero ben insegnarci qualcosa. Ma quando verrà loro tolta la pensione, le persone che non hanno figliato non vengano a lamentarsi.


Corriere. 2019-02-08. Il Paese senza genitori: fra 20 anni 2,2 milioni di madri in meno

Il numero medio di figli per donna è rimasto invariato a 1,32, come nel 2017, eppure, nell’ultimo anno, di bambini ne sono nati novemila in meno. L’antinomia dei due dati appena rilasciati dall’Istat è la foto perfetta di una nuova «trappola demografica». La definisce così Letizia Mencarini, demografa alla Bocconi di Milano, facendo notare che sì il nostro tasso di fecondità è basso (1,32 appunto, contro l’1,9 della Francia o l’1,8 della Gran Bretagna), ma drammatico è anche «il rimpicciolimento della platea dei genitori». Spiega: «I figli del boom economico erano tanti, un milione l’anno, una folla di potenziali mamme e papà. Nel 2018, invece, sono nati 449 mila bambini e saranno loro i genitori di domani. Dieci anni fa, erano 128 mila in più. Si parla tanto del calo della natalità, ma è forte anche l’allarme “genitori cercasi”. Fra 20 anni, avremo 2 milioni 215 mila potenziali mamme in meno di oggi».

Trappola demografica

«Genitori cercasi», è il titolo del libro appena pubblicato da Mencarini e dal collega Daniele Vignoli per Università Bocconi Editore, e lo scenario è quello di una popolazione che invecchia e si riduce. Per l’Istat, anche il saldo migratorio positivo del 2018 è stato quasi integralmente assorbito dal saldo naturale di nascite e morti. «Né i 67 mila neonati da madre straniera sono sufficienti a mutare le cose», aggiunge Mencarini, che avvisa: «Dalla trappola demografica si esce avendo più genitori con le migrazioni e più figli per donna: con 1,6, avremmo mezzo milione di bimbi l’anno». Alle mamme che mancano all’appello, si sono aggiunte anche le figlie del ‘68, il che ha un suo fascino simbolico.

Ultimo anno fertile

L’Istat fa notare, infatti, che il 2018 va considerato, per convenzione, il loro ultimo anno fertile: le nate del ‘68 hanno oggi 50 anni e 1,53 figli ciascuna, avuti in media a 30,1 anni. Ora, invece, si partorisce in media a 32, l’età più alta di sempre. E avere i figli più tardi significa probabilmente averne meno, anche se le italiane tentano il recupero e l’Istat segnala fra le over 40 il massimo della fecondità mai registrato dal ‘70. I calcoli di Mencarini, tuttavia, dicono che fra vent’anni nasceranno solo 406 mila bimbi, sempre che le donne continuino ad averne così pochi e se non cambiano le politiche socio-economiche: «Noi scontiamo l’inattivismo politico degli anni ‘90 e lo dimostrano i dati in controtendenza di zone dove invece la natalità è fortemente supportata, come Bolzano: 1,76 figli a donna».

Scarsa occupazione e culle vuote

Fra le righe di questo rapporto Istat, aggiunge, «si legge anche la smentita del pregiudizio che le italiane fanno pochi figli perché lavorano, come ha registrato un’indagine sconfortante dell’Eurobarometro sulla mentalità di genere. Dai dati, infatti, si vede che si fanno più figli dove le donne lavorano di più, come nel Nord. All’opposto, la fecondità è minore nelle Regioni a scarsa occupazione femminile: 1,16 in Basilicata, 1,13 in Molise… Zone che per l’Istat vanno verso lo spopolamento». Di questo passo, insomma, parleremo ancora di «culle vuote», ma a chi?

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici

Crescita dei prezzi dei beni +1.9% anno su anno.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-02-28.

2017-02-28__inflazione__001

«Nel mese di febbraio 2017 …. l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC) …. registra un aumento dello 0,3% rispetto al mese precedente e dell’1,5% nei confronti di febbraio 2016 (era +1,0% a gennaio).»

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«Alimentari non lavorati (+8,8%, era +5,3% a gennaio) …. Beni energetici non regolamentati (+12,1%, da +9,0% del mese precedente) …. Servizi relativi ai trasporti (+2,4%, da +1,0% di gennaio) …. Beni energetici sale a +1,3% da +0,8% di gennaio …. Alimentari non lavorati (+3,0%) ….Servizi relativi ai trasporti (+1,0%)»

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«A spingere l’inflazione, commenta la Coldiretti, è l’aumento record del 37,3% dei prezzi dei vegetali freschi e del 9,4% della frutta rispetto allo stesso mese dello scorso anno per effetto del maltempo che con gelo e neve ha decimato le coltivazioni agricole a gennaio» [Aska]

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Prendiamo atto che l’inflazione è tornata a farsi viva, e che questo era uno degli obiettivi della banca centrale europea.

Similmente, prendiamo atto che i tassi di interesse restano nella zona a cavaliere dello zero.

A ciò consegue che il denaro perde in Italia valore per circa il due per cento all’anno.

Già. Ma se i tassi di interesse crescessero, chi mai potrà pagare gli interessi sul debito pubblico?

L’inflazione è il modo più ragionevole di bruciare il valore del debito: almeno l’inflazione la pagano tutti.

Poniamo adesso due domande.

E se l’inflazione non si fermasse all’1.9%?

Cosa succederebbe se l’inflazione si portasse, sia pur lentamente al 12%, fatto già successo in passato?

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L’Istat ha rilasciato il Report «Prezzi al consumo (dati provvisori)».

«Nel mese di febbraio 2017, secondo le stime preliminari, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,3% rispetto al mese precedente e dell’1,5% nei confronti di febbraio 2016 (era +1,0% a gennaio).

Analogamente a quanto accaduto a gennaio, l’accelerazione dell’inflazione a febbraio 2017 è per lo più ascrivibile alle componenti merceologiche i cui prezzi sono maggiormente volatili e in particolare agli Alimentari non lavorati (+8,8%, era +5,3% a gennaio) e ai Beni energetici non regolamentati (+12,1%, da +9,0% del mese precedente). A rafforzare l’inflazione c’è poi l’accelerazione della crescita dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+2,4%, da +1,0% di gennaio).

Di conseguenza, l'”inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, si porta a +0,6%, da +0,5% del mese precedente mentre quella al netto dei soli Beni energetici sale a +1,3% da +0,8% di gennaio.

L’aumento congiunturale dell’indice generale dei prezzi al consumo è principalmente dovuto ai rialzi dei prezzi degli Alimentari non lavorati (+3,0%), dei Servizi relativi ai trasporti (+1,0%) e dei Beni energetici non regolamentati (+0,5%).

Su base annua la crescita dei prezzi dei beni (+1,9%, da +1,2% di gennaio) segna un’accelerazione più marcata rispetto a quella dei servizi (+0,9%, da +0,7% del mese precedente). Di conseguenza, rispetto a gennaio, il differenziale inflazionistico negativo tra servizi e beni raddoppia portandosi a meno 1,0 punti percentuali (da meno 0,5 di gennaio).

L’inflazione acquisita per il 2017 risulta pari a +1,0%.

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona aumentano dell’1,1% su base mensile e del 3,1% su base annua (era +1,9% a gennaio).

I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto aumentano dello 0,7% in termini congiunturali e registrano una crescita su base annua del 3,2%, da +2,2% del mese precedente.

Secondo le stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dello 0,2% su base congiunturale e dell’1,6% su base annua (da +1,0% di gennaio).»

Pubblicato in: Demografia, Economia e Produzione Industriale, Sistemi Economici

Istat. Disoccupazione giovanile al 40.1%.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-02-08.

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L’Istat ha rilasciato il Report «Occupati e disoccupati». [Sommario, Testo, Tabelle]

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«Per la prima volta presentiamo un’analisi dell’effetto della componente demografica sulle variazioni tendenziali dell’occupazione per classe di età. A partire da questo comunicato, alcuni indicatori verranno inseriti tra quelli presentati mensilmente.

Nel mese di dicembre la stima degli occupati è stabile rispetto a novembre, sintesi di un aumento per la componente maschile e di un equivalente calo per quella femminile. Aumentano gli occupati di 25-34 anni, mentre calano gli over 35. A crescere, in questo mese, è l’occupazione dipendente a termine, mentre calano gli indipendenti. Il tasso di occupazione è stabile al 57,3%.

Nell’arco del trimestre ottobre-dicembre si registra una sostanziale stabilità nella stima degli occupati rispetto al periodo precedente, sia tra gli uomini sia tra le donne. Segnali di crescita si rilevano per ultracinquantenni, dipendenti a termine e indipendenti, mentre si registra un calo per i 15-49enni e i dipendenti permanenti.

La stima dei disoccupati a dicembre è in aumento su base mensile (+0,3%, pari a +9 mila). La crescita è attribuibile alla componente femminile a fronte di un calo per quella maschile e si distribuisce tra le diverse classi di età ad eccezione dei 25-34enni. Il tasso di disoccupazione è stabile al 12,0%.

La stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni è in diminuzione nell’ultimo mese (-0,1%, pari a -15 mila). Il calo interessa entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Il tasso di inattività è stabile al 34,8%.

Nel periodo ottobre-dicembre alla sostanziale stabilità degli occupati si accompagna la crescita dei disoccupati (+2,6%, pari a +78 mila) e il calo delle persone inattive (-0,6%, pari a -78 mila).

Su base annua, a dicembre si conferma la tendenza all’aumento del numero di occupati (+1,1% su dicembre 2015, pari a +242 mila). La crescita tendenziale è attribuibile ai lavoratori dipendenti (+266 mila, di cui +111 mila i permanenti, +155 mila quelli a termine) e coinvolge sia le donne sia gli uomini, concentrandosi tra gli ultracinquantenni (+410 mila). Nello stesso periodo aumentano i disoccupati (+4,9%, pari a +144 mila) e calano gli inattivi (-3,4%, pari a -478 mila).

L’analisi dell’effetto della componente demografica sull’andamento tendenziale dell’occupazione evidenzia che sul calo degli occupati di 15-49 anni (-168 mila unità) influisce in modo decisivo la diminuzione della popolazione in questa classe di età, mentre al netto della dinamica demografica la performance occupazionale risulta positiva (+76 mila unità), con un aumento del tasso di occupazione. Tra i 50-64enni, al contrario, la crescita demografica contribuisce ad accentuare la crescita dell’occupazione determinata dalla sempre più ampia partecipazione al lavoro.»

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Il giorno che i nostri giovani capiranno cosa significhi avere il 40.1% di loro coetanei disoccupati, scenderanno in piazza, faranno una rivolta e giustizieranno tutti gli anziani.

E faranno benissimo.

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Pubblicato in: Amministrazione, Demografia, Unione Europea

Istat. Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-12-30.

2016-05-21__istat_001

L’Istat ha rilasciato il Report «Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione».

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«L’Istat, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, l’Inps e l’Inail pubblicano oggi in contemporanea sui rispettivi siti web la prima nota trimestrale congiunta sulle tendenze dell’occupazione. L’obiettivo è valorizzare la ricchezza delle diverse fonti sull’occupazione – amministrative e statistiche – per rispondere alla crescente domanda di una lettura integrata delle dinamiche del mercato del lavoro.

Nella nota vengono documentati i primi risultati di un complesso programma di attività finalizzato a produrre informazioni armonizzate, complementari e coerenti ; si tratta dei dati disponibili fino al terzo trimestre 2016, già rilasciati nei comunicati delle singole istituzioni , e di alcuni nuovi indicatori realizzati ad hoc per arricchire e rendere più coerente il quadro delle principali dinamiche del mercato del lavoro. In particolare, sui dati delle Comunicazioni obbligatorie (CO) sono stati effettuati trattamenti statistici allo scopo di valorizzarne l’utilizzo per l’analisi congiunturale; i dati che ne derivano presentano quindi differenze rispetto a quelli prodotti dalla fonte originaria.

Il valore aggiunto di questa prima nota è dato dall’utilizzo di definizioni armonizzate e confrontabili, dall’adozione, per quanto possibile, di campi di osservazione analoghi, dalla produzione di metadati volti a spiegare nel dettaglio e in modo comparato le diverse fonti e i criteri di lettura dei dati disponibili. Nei prossimi trimestri la nota verrà progressivamente aggiornata e arricchita con altri indicatori e con gli esiti delle analisi condotte sulle diverse fonti attraverso elaborazioni statistiche sui microdati.

La nota è accompagnata da un comunicato stampa congiunto in cui sono riportate le dichiarazioni del Ministro del lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti, del presidente dell’Istat Giorgio Alleva, del presidente dell’Inps Tito Boeri e del presidente dell’Inail Massimo De Felice.»

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2016-12-29__istat__tavola001

Se tutto il documento è di interesse, un dato sembrerebbe essere degno di essere sottolineato: la distribuzione per classi di età degli occupati. 5.052 milioni nella classe 15 – 34 anni, 9.920 nella classe 34 – 49 anni, e 7,804 nella classe di 50 anni o più.

Calo demografico e difficoltà per i giovani di trovare lavoro limitano la presenza in tale classe a 5 milioni, contro gli otto in classe over 50. Tenendo conto che l’Inps usa i contributi versati per pagare le pensioni in atto, nei prossimi quindici anni cinque milioni dovrebbe mantenerne otto. La sproporzione è evidente.

Il ragionamento su esposto è chiaramente riduttivo ed anche alquanto approssimato: ciò non toglie che se la distribuzione di frequenza fosse rettangolare, come peraltro dovrebbe, mancano all’appello tre milioni di persone. Se anche fossero due, sarebbero lo stesso una cifra enorme per l’Italia.

2016-12-29__istat__tavola003

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Rileviamo anche come l’Istat definisca il termine “occupato“.

«Occupati (FL): persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento (a cui sono riferite le informazioni) presentano una delle seguenti caratteristiche:

– hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che prevede un corrispettivo monetario o in natura;

– hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente;»

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Anche se tale definizione si adegua a quella dell’Unione Europea, sembrerebbe essere disgiunta della reale capacità di guadagno della persona occupata.

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«Le dinamiche del mercato del lavoro, e in particolare dell’occupazione, che si sono manifestate nel corso del 2016 avvengono in un contesto di crescita del prodotto interno lordo. Nel terzo trimestre del 2016 il Pil ha segnato un aumento congiunturale dello 0,3% e un tasso di crescita tendenziale dell’1%.

L’input di lavoro misurato in termini di Ula (Unità di lavoro equivalenti a tempo pieno) risulta stabile sotto il profilo congiunturale mentre in termini tendenziali la crescita (+0,9%) risulta sostanzialmente allineata a quella del Pil. Il tasso di occupazione destagionalizzato è stato pari al 57,3% negli ultimi due trimestri, in recupero di quasi due punti percentuali rispetto al momento di minimo (terzo trimestre 2013, 55,4%) considerando l’ultimo decennio 2007-2016, ma ancora distante di un punto e mezzo dal momento di massimo (secondo trimestre 2008, 58,8%). In questo contesto, l’insieme dei dati provenienti da fonti diverse mette in luce che nel terzo trimestre 2016 il livello complessivo dell’occupazione è cresciuto ancora su base annua e si è sostanzialmente stabilizzato a livello congiunturale (Tavola 1).

Più nel dettaglio:

La crescita tendenziale dell’occupazione è stata interamente determinata dalla componente del lavoro dipendente, sia in termini di occupati complessivi (+1,8% Istat-Forze di lavoro) sia di posizioni lavorative riferite specificamente ai settori dell’industria e dei servizi (+3,2% Istat-Oros). L’andamento tendenziale trova conferma sia nei dati relativi alle Comunicazioni obbligatorie (Ministero del lavoro e delle politiche sociali – CO) rielaborate3 (+543 mila nella media del terzo trimestre 2016 rispetto al terzo trimestre 2015) sia nei dati dell’Inps-Osservatorio sul precariato riferiti alle sole imprese private (+473 mila posizioni lavorative al 30 settembre 2016 rispetto al 30 settembre 2015).

La sostanziale stabilità congiunturale dell’occupazione totale è sintesi di una crescita del lavoro dipendente (+66 mila occupati, Istat-Forze di lavoro per il complesso dei settori e +77 mila posizioni lavorative per i settori dell’industria e dei servizi, Istat-Oros) e della contestuale riduzione dell’occupazione indipendente (-1,5%, pari a -80 mila occupati, Istat-Forze di lavoro), che è tornata a calare anche sotto il profilo tendenziale (-1,4%, Istat-Forze di lavoro).

L’incremento congiunturale delle posizioni lavorative dipendenti è confermato dai dati destagionalizzati delle Comunicazioni obbligatorie rielaborate: nel terzo trimestre 2016 si sono avute 2,1 milioni di attivazioni a fronte di poco più di 2 milioni di cessazioni, che determinano un saldo positivo (attivazioni meno cessazioni) di 93 mila posizioni di lavoro, dopo la crescita di 48 mila posizioni nel secondo trimestre 2016 e di 257 mila nel primo trimestre (Tavola 2).

– Con riferimento alla tipologia contrattuale, l’aumento congiunturale delle posizioni lavorative dipendenti rilevato nel terzo trimestre sulla base delle CO rielaborate è frutto di 83 mila posizioni a tempo determinato e di 10 mila posizioni a tempo indeterminato. In particolare, le posizioni di lavoro a tempo determinato sono tornate a crescere dopo il ridimensionamento del secondo trimestre 2016 (Tavola 2).

– La crescita tendenziale è invece quasi interamente ascrivibile all’incremento delle posizioni lavorative a tempo indeterminato, come evidenziato dai dati sia delle CO rielaborate (+489 mila) sia dell’Inps (+457 mila) (Tavola 1). Tale incremento, particolarmente significativo e concentrato nei trimestri a cavallo tra il 2015 e il 2016, come documentato dalla dinamica sia tendenziale sia congiunturale (Figura 1), è stato tale da indurre duraturi effetti di trascinamento anche nei trimestri successivi.

– La dinamica del mercato del lavoro è caratterizzata anche da una consistente riduzione tendenziale dell’inattività (-528 mila persone), associata all’incremento degli occupati (+239 mila) e delle persone in cerca di lavoro (+132 mila) ma anche alla riduzione complessiva di individui nella fascia di età 15-64 anni a causa dell’invecchiamento della popolazione (Tavola 3).

– Nei primi 9 mesi del 2016 i voucher venduti sono stati 109,5 milioni, il 34,6% in più rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente. I voucher riscossi per attività svolte nel 2015 (quasi 88 milioni) corrispondono a circa 47 mila lavoratori annui full-time e rappresentano solo lo 0,23% del totale del costo lavoro in Italia4. Il numero mediano di voucher riscossi dal singolo lavoratore che ne ha usufruito è 29 nell’anno 2015: ciò significa che il 50% dei prestatori di lavoro accessorio ha riscosso voucher per (al massimo) 217,50 euro netti.

– Gli infortuni sul lavoro accaduti e denunciati all’Inail nel terzo trimestre del 2016 sono stati 137 mila (di cui 118 mila in occasione di lavoro e 19 mila in itinere) in aumento dell’1,1% (+1,5 mila denunce) rispetto al terzo trimestre del 2015. Tale incremento è in linea con la crescita dell’occupazione (e quindi dell’esposizione al rischio infortunistico) registrata in termini tendenziali da tutte le fonti.»

Pubblicato in: Amministrazione, Sistemi Economici, Sistemi Politici, Unione Europea

Istat. Condizioni di vita e reddito.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-12-06.

 Operazione anti-accattonaggio

Questi i punti salienti evidenziati dal report.

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– Il 28,7% delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà …. grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro;

– più a rischio di povertà …. il 51,2% (da 42,8%) nelle famiglie con tre o più minori;

– il reddito netto medio annuo per famiglia sia di 29.472 euro (circa 2.456 euro al mese);

– La metà delle famiglie residenti in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 24.190 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese);

– il 20% più ricco delle famiglie percepisce il 37,3% del reddito equivalente totale, il 20% più povero solo il 7,7%.

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L’Istat ha rilasciato il Report «Condizioni di vita e reddito» [Sommario, Testo, Tabelle]

«Nel 2015 si stima che il 28,7% delle persone residenti in Italia sia a rischio di povertà o esclusione sociale ovvero, secondo la definizione adottata nell’ambito della Strategia Europa 2020, si trovano almeno in una delle seguenti condizioni: rischio di povertà, grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro.

La quota è sostanzialmente stabile rispetto al 2014 (era al 28,3%) a sintesi di un aumento degli individui a rischio di povertà (dal 19,4% a 19,9%) e del calo di quelli che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (da 12,1% a 11,7%); resta invece invariata stima di chi vive in famiglie gravemente deprivate (11,5%).

Il Mezzogiorno è ancora l’area più esposta: nel 2015 la stima delle persone coinvolte sale al 46,4%, dal 45,6% dell’anno precedente. La quota è in aumento anche al Centro (da 22,1% a 24%) ma riguarda meno di un quarto delle persone, mentre al Nord si registra un calo dal 17,9% al 17,4%.

Le persone che vivono in famiglie con cinque o più componenti sono quelle più a rischio di povertà o esclusione sociale: passano a 43,7% del 2015 da 40,2% del 2014, ma la quota sale al 48,3% (da 39,4%) se si tratta di coppie con tre o più figli e raggiunge il 51,2% (da 42,8%) nelle famiglie con tre o più minori.

Nel 2014, escludendo gli affitti figurativi, si stima che il reddito netto medio annuo per famiglia sia di 29.472 euro (circa 2.456 euro al mese). Considerando l’inflazione, il reddito medio rimane per la prima volta sostanzialmente stabile in termini reali rispetto al 2013 (-12% che diventa -10% se si considera l’aggiustamento per dimensione e composizione familiare, cioè il reddito equivalente).

La metà delle famiglie residenti in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 24.190 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese), sostanzialmente stabile rispetto al 2013; nel Mezzogiorno scende a 20.000 euro (circa 1.667 euro mensili).

Fra le famiglie che hanno come fonte principale il reddito da lavoro, una su due dispone di circa 29.406 euro se si tratta di lavoro dipendente e di non più di 28.556 euro nel caso di lavoro autonomo. Per le famiglie che vivono prevalentemente di pensione o trasferimenti pubblici la somma scende a 19.487 euro.

Includendo gli affitti figurativi, si stima che il 20% più ricco delle famiglie percepisca il 37,3% del reddito equivalente totale, il 20% più povero solo il 7,7%.

Dal 2009 al 2014 il reddito in termini reali cala più per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando la distanza dalle famiglie più ricche il cui reddito passa da 4,6 a 4,9 volte quello delle più povere»

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L’Istat ha compiuto un grande salto qualitativo riportando anche i valori mediani delle serie. Enucleeremo solo alcuni punti.

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In primo luogo, si dovrebbe notare la differenza sempre più marcata tra nord e sud Italia. Ci rendiamo perfettamente conto che questo argomento non sia più di moda, ma ciò non toglie la gravità del problema.

Nel 2015 erano a rischio di povertà il 17.4% delle famiglie del nord ed il 46.4% delle famiglie del sud. Erano in grave deprivazione il 6.1% delle famiglie del nord ed il 20.4% delle famiglie del sud.

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In secondo luogo, erano a rischio di povertà il 48.3% delle famiglie con tre o più figli. Questo dato appare particolarmente severo tenendo conto del calo demografico da contrazione delle nascite: fenomeno non ascrivibile esclusivamente a motivazioni economiche, ma sicuramente da esse sostenuto. Segno anche di un colpevole incuria governativa.

In terzo luogo, si evidenzia come non possano sostenere una spesa improvvisa di ottocento euro il 30.1% delle famiglie del nord ed il 55.1% delle famiglie del sud. E questo è un severo campanello di allarme sul grado di esaurimento delle scorte familiari. È a nostro avviso intollerabile che più della metà dei cittadine del Meridione si rovi in una simile situazione.

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In quarto luogo, se in Italia il reddito familiare netto medio ammontava a 29,820 euro l’anno, il reddito familiare netto mediano ammontava invece a 24,190 euro l’anno, segno questo di una ampia diseguaglianza. Si noti in proposito che il problema non consiste nella diseguaglianza in sé stessa, quanto piuttosto nel fatto che la fascia bassa è nel range della povertà.

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Pubblicato in: Finanza e Sistema Bancario, Sistemi Economici

Industria. Fatturato -4.6%, Ordinativi -6.8%, m/m.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-11-25.

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L’Istat ha rilasciato il report «Fatturato e ordinativi dell’industria» [Riassunto, Testo, Tabelle]

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«A settembre nell’industria si rileva una flessione del 4,6% per il fatturato e del 6,8% per gli ordinativi rispetto al mese precedente, nel quale si erano registrate variazioni eccezionalmente positive. Per il fatturato la flessione più marcata si è avuta sul mercato interno (-5,5%) rispetto a quello estero (-2,8%),

Il fatturato si riallinea a livelli di poco inferiori rispetto a quelli registrati a luglio (-0,6 punti percentuali) con effetti differenziati tra mercato interno in flessione (-1,5 punti), e mercato estero in espansione (+1,8 punti).

Nella media degli ultimi tre mesi, l’indice complessivo segna un ampio incremento (+2,3%) rispetto ai tre mesi precedenti (+2,5% per il fatturato interno e +1,8% per quello estero). I beni strumentali registrano una crescita sostenuta (+5,0%).

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 22 come a settembre 2015), il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali dello 0,3%, sintesi di un decremento dell’1,3% sul mercato interno ed un incremento dell’ 1,8% su quello estero.

Gli indici destagionalizzati del fatturato segnano flessioni congiunturali per tutti i raggruppamenti principali di industrie, che risultano particolarmente rilevanti per i beni strumentali (-6,8%) e per l’energia (-4,6%).

L’indice grezzo del fatturato diminuisce, in termini tendenziali, dello 0,3%: il contributo più ampio a tale flessione viene dalla componente interna dei beni intermedi.

Per il fatturato la diminuzione tendenziale più ampia riguarda la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-12,3%), mentre il maggior incremento riguarda la fabbricazione di macchinari (+5,8%).

Nel confronto con il mese di settembre 2015, l’indice grezzo degli ordinativi segna un aumento del 2,6%. L’incremento più rilevante si registra nella fabbricazione di mezzi di trasporto (+10,6%), mentre la flessione maggiore si osserva nella fabbricazione di prodotti chimici (-3,3%).

In occasione della diffusione dei dati relativi a settembre 2016 si è operata la consueta revisione retrospettiva degli indici (si veda la nota metodologica).»