Pubblicato in: Devoluzione socialismo

INPS. Quel pasticciaccio brutto degli assegni familiari.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-06.

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Il problema verte l’Assegno per il Nucleo Familiare – ANF, così definito dallo stesso Inps:

Assegno per il nucleo familiare – ANF

«L’Assegno per il Nucleo Familiare (ANF) è una prestazione economica erogata dall’INPS ai nuclei familiari di alcune categorie di lavoratori, dei titolari delle pensioni e delle prestazioni economiche previdenziali da lavoro dipendente e dei lavoratori assistiti dall’assicurazione contro la tubercolosi.

Il riconoscimento e la determinazione dell’importo dell’assegno avvengono tenendo conto della tipologia del nucleo familiare, del numero dei componenti e del reddito complessivo del nucleo stesso. La prestazione è prevista in importi decrescenti per scaglioni crescenti di reddito e cessa in corrispondenza di soglie di esclusione diverse a seconda della tipologia familiare.

Sono previsti importi e fasce reddituali più favorevoli per alcune tipologie di nuclei (ad esempio, nuclei monoparentali o con componenti inabili).

Gli importi sono pubblicati annualmente dall’INPS in tabelle valide dal 1° luglio di ogni anno, fino al 30 giugno dell’anno seguente (circolare INPS 11 maggio 2018, n. 68).

L’Assegno per il Nucleo Familiare erogato dall’INPS spetta a:

– lavoratori dipendenti del settore privato;

– lavoratori dipendenti agricoli;

– lavoratori domestici e somministrati;

– lavoratori iscritti alla Gestione Separata;

– lavoratori dipendenti di ditte cessate e fallite;

– titolari di pensione a carico del Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti, dei fondi speciali ed ex ENPALS;

– titolari di prestazioni previdenziali;

– lavoratori in altre situazioni di pagamento diretto.

L’importo dell’assegno è calcolato in base alla tipologia del nucleo familiare, del numero dei componenti e del reddito complessivo del nucleo.

I redditi del nucleo familiare da considerare sono quelli assoggettabili all’ IRPEF, al lordo delle detrazioni d’imposta, degli oneri deducibili e delle ritenute erariali. Sono da indicare anche i redditi esenti da imposta o soggetti alla ritenuta alla fonte a titolo di imposta o imposta sostitutiva (se superiori complessivamente a 1.032,91 euro).»

* * *

«l’assegno al nucleo familiare (ANF) è quel sostegno economico mensile che l’Inps eroga alle famiglie che hanno al loro interno dei lavoratori dipendenti; l’importo dell’assegno (che potete approfondire cliccando qui) varia a seconda del numero dei componenti del nucleo familiare e del reddito dello stesso»

*

«Si tratta quindi di una misura assistenziale riconosciuta dall’Inps come sostegno per le famiglie numerose al di sotto di determinati limiti reddituali»

*

«Sono gli stessi lavoratori dipendenti (anche quelli che non percepiscono gli assegni al nucleo familiare) che vedono sottrarsi dalla loro busta paga una quota destinata alla corresponsione degli ANF, con l’Inps che ogni anno raccoglie poco più di 6 miliardi.»

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«È dal 2012 che l’Inps utilizza solo una parte delle risorse a disposizione per il riconoscimento degli assegni al nucleo familiare alle famiglie con figli; ad esempio nel 2017 dei 6 miliardi e 800 mila euro raccolti dall’Inps solamente 5 miliardi e 400 mila sono tornati alle famiglie sotto forma di assegni familiari»

*

«Nel dettaglio, ….  una famiglia con un reddito complessivo di 30.000€ avrebbe percepito:

    circa 58,00€: una famiglia con un figlio che oggi invece ha diritto ad un assegno di 47,58€;

    circa 296,00€: una famiglia con tre figli che oggi invece prende 246,58€;

    circa 632,00€: una famiglia con cinque figli che oggi deve accontentarsi di un assegno mensile di 527,07€.»

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L’ANF è un assegno assistenziale integrativo il cui fondo è interamente colmato dai lavoratori, indipendentemente dal fatto che ne godano: è una cifra molto piccola, si potrebbe dire simbolica. È pagata da tutti i lavoratori perché è una iniziativa a carattere sociale.

Ma da un punto di vista strettamente giuridico, i denari esatti con una ben determinata finalità non possono essere destinati a scopi differenti da quello per cui sono stati raccolti. In tal caso si configura una lunga serie di reati.

Da ultimo, ma non certo per ultimo, notiamo come siano ammessi a goderne solo coloro che rientrano nella categoria dei lavoratori dipendenti, quasi che tutti gli altri né lavorassero, né pagassero imposte  e tasse.


Lo scippo degli assegni familiari.

Circa il 20 per cento dei soldi versati per questo tipo di prestazioni (oltre un miliardo di euro l’anno) finisce in altre casse dell’INPS. E’ tempo di farseli restituire.

Il servizio delle “Iene” di martedì 30 aprile 2019 ha finalmente raccontato al grande pubblico un problema che i più attenti osservatori  delle politiche per la famiglia del nostro Paese conoscono bene, da molto, troppo tempo: lo scippo di quote rilevanti di contributi per gli assegni familiari ai danni dei lavoratori dipendenti. Il servizio, grazie anche all’intervento e ai dati raccolti dal Forum delle associazioni familiari, documentava che dal 2012 al 2018 l’Inps raccoglie ogni anno circa 6 miliardi di Euro dalle buste paga dei lavoratori dipendenti per l’”assegno al nucleo familiare” (dal 1988 i vecchi assegni familiari si chiamano così, per essere precisi), ma ne restituisce solo 5, rimettendoli nelle buste paga dei lavoratori dipendenti che hanno figli, in funzione del reddito della famiglia e del numero di figli presenti (e di altri parametri).  Circa il 20% dei soldi versati per assegni familiari finisce quindi in altre casse dell’INPS.

In sostanza, come spiega bene il servizio, se tutti i soldi prelevati per gli assegni familiari fossero spesi per gli assegni familiari, una famiglia con tre figli e circa 30.000 euro di reddito annuo in questi anni  avrebbe dovuto ricevere circa 100 Euro in più al mese di assegni familiari (il 20% circa in più). Mese dopo mese, si fa una bella cifra, e 100 Euro in più, con tre figli, sarebbero certamente utili!

La notizia è nuova, e merita certamente grande attenzione dei media: chissà che gli impegni assunti dall’attuale presidente INPS (vedi la fine del servizio delle Iene) vengano finalmente onorati. Purtroppo il tema è anche drammaticamente “vecchio”. Nel capitolo del Rapporto Cisf 1989 curato dal Censis (Edizioni San Paolo – già Paoline, per i superprecisi, a pag. 278, la tabella 11), si denunciava che nel 1988 il 29% di quanto versato per gli assegni familiari restava nelle casse INPS, ma nel 1978 il dato era ancora peggiore; oltre il 57,6% dei prelievi per assegni familiari non veniva restituito alle famiglie!.

Se non suonasse drammaticamente iniquo, potremmo anche dire: siamo nella direzione giusta, visto che la percentuale di “scippo” diminuisce. Ma l’ingiustizia rimane davvero grande, anche perché, limitandoci anche solo agli ultimi anni,  questo miliardo di euro in meno per il sostegno alle famiglie con figli (ogni anno un miliardo in meno!) pesa come un macigno anche sul crollo della natalità nel nostro Paese. Senza poi dimenticare la fatica e la penalizzazione di chi non è lavoratore dipendente (compreso il crescente popolo dei giovani della partita IVA), che a questo “assegno al nucleo familiare” non ha nemmeno diritto.

L’evidenza è purtroppo triste: nelle scelte politiche del Paese la famiglia è sempre stata “una vacca da mungere”; come in questo caso, quando paga contributi che non le vengono restituiti, ma anche quando serve come ammortizzatore sociale per i propri bambini disabili, per i propri anziani fragili, per i propri figli giovani senza lavoro. Però anche le terre più fertili prima o poi diventano sterili, se non vengono curate, nutrite e concimate…  È  tempo di restituire alle famiglie, almeno oggi, quello che per decenni è stato loro sottratto. Altrimenti in questo Paese non fiorirà più nulla.

E per le famiglie forse è tempo di una vera e propria class action, presso gli organi che devono garantire giustizia ed equità attraverso la legge, per rivendicare i propri diritti calpestati: non per difendere l’interesse particolare di un qualsiasi gruppo di interesse, ma per riscuotere finalmente quel sostegno e quel riconoscimento pubblico che soli possono consentire alla famiglia di continuare ad essere la micro-fibra relazionale della solidarietà, della responsabilità e della coesione sociale del nostro Paese.

*direttore del Centro internazionale studi famiglia

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Inps sottrae alle famiglie 6 miliardi di euro dagli assegni familiari

Come messo in risalto da un recente servizio de Le Iene, negli ultimi sei anni l’Inps ha sottratto dalle risorse destinate agli assegni familiari circa 6 miliardi di euro; che fine hanno fatto questi soldi?

Assegni al nucleo familiare: secondo quanto messo in risalto da un recente servizio de “Le Iene”, andato in onda il 2 maggio 2019, negli ultimi sei anni l’Inps avrebbe “sottratto” dalle tasche delle famiglie italiane circa 6 miliardi di euro.

A sostenerlo è Gigi De Palo, del Forum Nazionale Associazioni Familiari che dopo aver espresso alla “iena” Filippo Roma la sua preoccupazione per il futuro dell’Italia – “dove si fanno sempre meno figli” – ha mostrato il perché negli ultimi anni l’Inps avrebbe trattenuto, o comunque speso per altri scopi, una parte dei soldi destinati al riconoscimento degli assegni al nucleo familiare.

Ricordiamo che l’assegno al nucleo familiare (ANF) è quel sostegno economico mensile che l’Inps eroga alle famiglie che hanno al loro interno dei lavoratori dipendenti; l’importo dell’assegno (che potete approfondire cliccando qui) varia a seconda del numero dei componenti del nucleo familiare e del reddito dello stesso.

Si tratta quindi di una misura assistenziale riconosciuta dall’Inps come sostegno per le famiglie numerose al di sotto di determinati limiti reddituali; ma da dove vengono le risorse che l’Inps utilizza per il riconoscimento degli ANF? Sono gli stessi lavoratori dipendenti (anche quelli che non percepiscono gli assegni al nucleo familiare) che vedono sottrarsi dalla loro busta paga una quota destinata alla corresponsione degli ANF, con l’Inps che ogni anno raccoglie poco più di 6 miliardi.

Secondo quanto sostenuto da De Palo – e confermato dai bilanci Inps degli ultimi sei anni – non tutte le risorse raccolte per gli ANF vengono utilizzate per questo scopo: l’Istituto di Previdenza, infatti, ne ha utilizzati solamente 5 miliardi, senza specificare l’utilizzo che è stato fatto del restante miliardo raccolto.

L’Inps ha utilizzato solo una parte delle risorse raccolte per gli ANF

È dal 2012 che l’Inps utilizza solo una parte delle risorse a disposizione per il riconoscimento degli assegni al nucleo familiare alle famiglie con figli; ad esempio nel 2017 dei 6 miliardi e 800 mila euro raccolti dall’Inps solamente 5 miliardi e 400 mila sono tornati alle famiglie sotto forma di assegni familiari.

Lo stesso, seppur con cifre leggermente differenti, è stato fatto negli anni precedenti fino al 2012, con l’Inps che complessivamente ha “trattenuto” – non sappiamo per quale motivo – circa 6 miliardi di euro che potevano essere destinati alle famiglie.

In questi anni a capo dell’Inps c’era Tito Boeri che però non ha voluto rispondere alle domande poste da Filippo Roma (il quale, insieme al suo cameraman, è stato anche aggredito dai presenti all’evento).

Come sarebbero cambiati gli ANF se l’Inps avesse utilizzato tutte le risorse

Qualora l’Inps avesse utilizzato tutte le risorse raccolte per il riconoscimento degli assegni al nucleo familiare gli importi del sostegno sarebbero stati molto più alti rispetto a quanto riconosciuto oggi.

Nel dettaglio, secondo le proiezioni effettuate dall’ufficio studi de “Le Iene”, una famiglia con un reddito complessivo di 30.000€ avrebbe percepito:

    circa 58,00€: una famiglia con un figlio che oggi invece ha diritto ad un assegno di 47,58€;

    circa 296,00€: una famiglia con tre figli che oggi invece prende 246,58€;

    circa 632,00€: una famiglia con cinque figli che oggi deve accontentarsi di un assegno mensile di 527,07€.

Complessivamente, quindi, qualora l’Istituto avesse utilizzato tutte le risorse raccolte avrebbe potuto riconoscere un assegno mensile superiore del 20% rispetto all’importo attuale; ma per quale motivo allora non lo ha fatto?

Perché l’Inps ha trattenuto 6 miliardi dagli ANF: la risposta di Pasquale Tridico

Visto che Tito Boeri, presidente dell’Inps negli anni contestati, si è rifiutato di rispondere, “Le Iene” hanno chiesto delucidazioni all’attuale Presidente dell’Istituto, Pasquale Tridico. Questo ha promesso che farà chiarezza sull’accaduto anticipando cosa potrebbe essere successo:

    “Può succedere che in alcuni capitoli di spesa ci sia maggiore liquidità e che questa venga travasata su altro per un certo periodo di tempo. Comunque qualora ci sia un ammanco di questo tipo l’Istituto valuterà e deciderà di conseguenza”.

Tridico quindi ha promesso che valuterà quanto accaduto (con una risposta che dovrebbe arrivare nel giro di un mese), senza però assicurare che i 6 miliardi “mancanti” verranno restituiti alle famiglie.

C’è un’ultima promessa che il Presidente dell’Inps ha fatto a Filippo Roma: l’intenzione futura dell’Istituto è di valutare la fattibilità di un’estensione del diritto agli assegni al nucleo familiare a tutti i lavoratori – e non solo ai dipendenti – includendo anche gli autonomi e ai piccoli imprenditori.

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Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Italia. Il calo demografico bloccherà, tra l’altro, il sistema pensionistico.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-01.

2019-02-08__Italia_Istat__001

Le femmine in età fertile erano 14,090,000 nel 1998, 12,739,000 nel 2018 e saranno 10,521,000 nel 2038: a questi numeri corrispondono 533mila nati, 449mila e 406mila nati, rispettivamente.

Con un tasso di fertilità di 1.39 l’Italia è destinata ad estinguersi nel breve volgere di due generazioni.

Tranne Francia e Regno Unito, tutto il continente europeo è destinato alla estinzione per carenza di nascite.

Il trend potrebbe ancora essere invertito ricorrendo a manovre draconiane:

Germania. Realtà geografica, non più umana, politica ed economica.

Germania. Herr Spahn prospetta la tassa sul nubilato.

In parole poverissime: le femmine dovrebbero essere obbligate a figliare.

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L’Istat ha rilasciato gli ultimi dati demografici.

Il tasso totale di fecondità italiano è 1.32. Con l’eccezione del Trentino Alto Adige – Südtirol a 1.62 e di Bolzano a 1.74, le restanti regioni presentano valori molto bassi, arrivando anche all’1.06 della Sardegna.

La popolazione risulterà essere dimezzata nel volgere di una generazione.

«il nostro tasso di fecondità è basso (1,32 appunto, contro l’1,9 della Francia o l’1,8 della Gran Bretagna), ma drammatico è anche «il rimpicciolimento della platea dei genitori»»

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«I figli del boom economico erano tanti, un milione l’anno, una folla di potenziali mamme e papà. Nel 2018, invece, sono nati 449 mila bambini e saranno loro i genitori di domani. Dieci anni fa, erano 128 mila in più. Si parla tanto del calo della natalità, ma è forte anche l’allarme “genitori cercasi”. Fra 20 anni, avremo 2 milioni 215 mila potenziali mamme in meno di oggi»

*

«Noi scontiamo l’inattivismo politico degli anni ‘90 e lo dimostrano i dati in controtendenza di zone dove invece la natalità è fortemente supportata, come Bolzano: 1,76 figli a donna»

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«si legge anche la smentita del pregiudizio che le italiane fanno pochi figli perché lavorano, come ha registrato un’indagine sconfortante dell’Eurobarometro sulla mentalità di genere. Dai dati, infatti, si vede che si fanno più figli dove le donne lavorano di più, come nel Nord. All’opposto, la fecondità è minore nelle Regioni a scarsa occupazione femminile: 1,16 in Basilicata, 1,13 in Molise…»

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Il periodo di transizione degli spopolamenti è sempre drammatico perché si formano inevitabilmente degli squilibri tra le diverse classi di età.

Per quanto riguarda la situazione italiana, alcuni considerazioni saltano all’occhio.

Innalzandosi il rapporto vecchi / giovani sia per l’aumento dell’età media sia per il calo delle nascite, i vecchi vengono a trovarsi senza braccia giovani che li accudiscano. Sono circa un quattro milioni ad oggi i single senza parenti.

Se è vero che una badante potrebbe alleviare il problema, sarebbe anche vero ricordare che una badante messa in regola ha un costo stipendiale di 18,000 euro l’anno, cui di dovrebbero aggiungere i contributi pensionistici oltre a vitto ed alloggio. Sono ben pochi i vecchi che dispongano di almeno 2,000 euro al mese per la badante.

Similmente, i ricoveri nei gerontocomi hanno rette che partono dai 1,500 euro mensili, ma quelli che abbiano una qualche decenza superano i 2,500 euro mensili. Nuovamente, non sono molti i pensionati a disporre di tali risorse. La maggior quota creperà in una disperante solitudine: terranno loro compagnia soltanto quei particolari rimorsi che emergono alla mente solo nei momeniìti dei triboli.

Sempre poi che non vengano malattie invalidanti.

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C’è poi un problema di cui poco si ama parlare, ma ciò non toglie che ci sia e ben reale.

Inps. Si avvicina la soluzione finale dei pensionati. Eutanasia.

«L’Inps riporta a bilancio 2018 entrate complessive per 423.975 miliardi di euro, delle quali 211.462 miliardi derivano dal versamento dei contributi. Mancano all’appello 212.513 = (423.975 – 211.462) miliardi di euro.

Per comprendere appieno il dramma dell’Inps servirebbe tener sempre a mente che i contributi versati sono immediatamente utilizzati per pagare le prestazione fatte dall’ente: in altri termini, sono i lavoratori attuali che pagano con i contributi che versano le pensioni di quanti siano ritirati.»

La contrazione delle nascita determina una consistente riduzione numerica di quanti versano i contributi pensionistici

Non solo, ma i giovani nuovi assunti godono di stipendi consistentemente minori di quelli ottenibili in tempi passati: versano quindi contributi minori e spesso molto minori di quelli che versavano i lavoratori a fine carriera.

In parole poverissime: l’Inps è destinato a fare bancarotta a breve termine.

Né ci si illuda che lo stato possa continuare a sanarne i bilanci: già ora passa un centinaio di miliardi direttamente ed un altro centinaio indirettamente, ma sarebbe ben difficile pensare che possa fare di più. Le entrate statali sono finite, non infinite.

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Come si vede, il problema riguarda tutti, e da vicino: la possibilità che l’erogazioni delle pensione sia sospesa è tutt’altro che remota. Grecia e Venezuela dovrebbero ben insegnarci qualcosa. Ma quando verrà loro tolta la pensione, le persone che non hanno figliato non vengano a lamentarsi.


Corriere. 2019-02-08. Il Paese senza genitori: fra 20 anni 2,2 milioni di madri in meno

Il numero medio di figli per donna è rimasto invariato a 1,32, come nel 2017, eppure, nell’ultimo anno, di bambini ne sono nati novemila in meno. L’antinomia dei due dati appena rilasciati dall’Istat è la foto perfetta di una nuova «trappola demografica». La definisce così Letizia Mencarini, demografa alla Bocconi di Milano, facendo notare che sì il nostro tasso di fecondità è basso (1,32 appunto, contro l’1,9 della Francia o l’1,8 della Gran Bretagna), ma drammatico è anche «il rimpicciolimento della platea dei genitori». Spiega: «I figli del boom economico erano tanti, un milione l’anno, una folla di potenziali mamme e papà. Nel 2018, invece, sono nati 449 mila bambini e saranno loro i genitori di domani. Dieci anni fa, erano 128 mila in più. Si parla tanto del calo della natalità, ma è forte anche l’allarme “genitori cercasi”. Fra 20 anni, avremo 2 milioni 215 mila potenziali mamme in meno di oggi».

Trappola demografica

«Genitori cercasi», è il titolo del libro appena pubblicato da Mencarini e dal collega Daniele Vignoli per Università Bocconi Editore, e lo scenario è quello di una popolazione che invecchia e si riduce. Per l’Istat, anche il saldo migratorio positivo del 2018 è stato quasi integralmente assorbito dal saldo naturale di nascite e morti. «Né i 67 mila neonati da madre straniera sono sufficienti a mutare le cose», aggiunge Mencarini, che avvisa: «Dalla trappola demografica si esce avendo più genitori con le migrazioni e più figli per donna: con 1,6, avremmo mezzo milione di bimbi l’anno». Alle mamme che mancano all’appello, si sono aggiunte anche le figlie del ‘68, il che ha un suo fascino simbolico.

Ultimo anno fertile

L’Istat fa notare, infatti, che il 2018 va considerato, per convenzione, il loro ultimo anno fertile: le nate del ‘68 hanno oggi 50 anni e 1,53 figli ciascuna, avuti in media a 30,1 anni. Ora, invece, si partorisce in media a 32, l’età più alta di sempre. E avere i figli più tardi significa probabilmente averne meno, anche se le italiane tentano il recupero e l’Istat segnala fra le over 40 il massimo della fecondità mai registrato dal ‘70. I calcoli di Mencarini, tuttavia, dicono che fra vent’anni nasceranno solo 406 mila bimbi, sempre che le donne continuino ad averne così pochi e se non cambiano le politiche socio-economiche: «Noi scontiamo l’inattivismo politico degli anni ‘90 e lo dimostrano i dati in controtendenza di zone dove invece la natalità è fortemente supportata, come Bolzano: 1,76 figli a donna».

Scarsa occupazione e culle vuote

Fra le righe di questo rapporto Istat, aggiunge, «si legge anche la smentita del pregiudizio che le italiane fanno pochi figli perché lavorano, come ha registrato un’indagine sconfortante dell’Eurobarometro sulla mentalità di genere. Dai dati, infatti, si vede che si fanno più figli dove le donne lavorano di più, come nel Nord. All’opposto, la fecondità è minore nelle Regioni a scarsa occupazione femminile: 1,16 in Basilicata, 1,13 in Molise… Zone che per l’Istat vanno verso lo spopolamento». Di questo passo, insomma, parleremo ancora di «culle vuote», ma a chi?

Pubblicato in: Amministrazione, Demografia

Inps. Si avvicina la soluzione finale dei pensionati. Eutanasia.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-08.

2018-101_età pensionamento

L’Inps ha un flusso finanziario complessivo di 860 miliardi annuo.

L’Inps riporta a bilancio 2018 entrate complessive per 423.975 miliardi di euro, delle quali 211.462 miliardi derivano dal versamento dei contributi. Mancano all’appello 212.513 = (423.975 – 211.462) miliardi di euro.


Per comprendere appieno il dramma dell’Inps servirebbe tener sempre a mente che i contributi versati sono immediatamente utilizzati per pagare le prestazione fatte dall’ente: in altri termini, sono i lavoratori attuali che pagano con i contributi che versano le pensioni di quanti siano ritirati.

Perché il gioco funzioni devono essere soddisfatte alcune condizioni di base:

– il numero dei lavoratori dovrebbe essere sempre maggiore dei pensionati;

– I lavoratori dovrebbero guadagnare a sufficienza da poter versare contributi consistenti;

– il sistema non dovrebbe essere gravato da spese improprie. A rigor di termini, l’assistenza non dovrebbe competere l’Inps bensì essere contabilizzata a parte: per l’assistenza sociale non si versano contributi;

– le pensioni di reversibilità altro non sono che una forma assistenziale che prolunga lo stato in essere di un trattamento pensionistico ben oltre i contributi versati.

– la demografia del paese non dovrebbe subire scossoni significativi.

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Negli ultimi tempi si sono evidenziati diversi fatti avversi al bilancio dell’Inps.

– L’età media si è allungata in modo molto significativo;

– Con il calo delle nascita è diminuito il numero delle persone al lavoro che versano contributi;

– Con la crisi economica le retribuzioni si sono ridimensionate, riducendo così il flusso contributivo;

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I rimedi hanno certamente rabberciato situazioni temporanee, ma hanno generato i presupposti per ulteriori peggioramenti ed anche per molte iniquità.

Se l’innalzamento dell’età pensionabile ha ridotto il transito da lavoro a pensione, ha però reso impossibile la liberazione di posti di lavoro, da cui aumento della disoccupazione giovanile, ricorso a forme di lavoro precario, da cui deriva una diminuzione di quello che avrebbe dovuto essere l’apporto contributivo alle casse dell’Inps.

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Al mantenimento dei pensionati in essere è immolata l’intera generazione che loro subentra, per la quale la prospettiva di ottenere a fine ciclo lavorativo una pensione con cui poter vivere risulta essere semplicemente impossibile.

* * *

Un orpello a parte è costituito dagli oneri squisitamente assistenziali, in continuo aumento.

Tutti i morti erano vivi un secondo prima di morire: il fatto che l’Inps sia ancora in piedi non garantisce affatto che tale posa restare in un domani.


2018-102

Con 22.5 milioni di contribuenti l’Inps dovrebbe mantenere 15.5 milioni di beneficiari di trattamento pensionistico. In altri termini, un lavoratore paga grosso modo un migliaio di euro al mese per mantenere il “suo” pensionato, denaro che gli resterebbe in tasca se il pensionato non ci fosse oppure decedesse con gradita sollecitudine.

2018-103

A riscontro di 22,523,280 assicurati Inps, 4,877,333 sono beneficiari di prestazioni a sostegno del reddito. È un numero insostenibile. Ci si rende conto che non si può chiedere di essere solidali al punto tale da immiserirsi.

2018-104

Le entrate contributive dell’Inps sono disperatamente scarne in confronto degli obblighi. Senza il contributo statale di 110 miliardi l’Inps non potrebbe far fronte ai propri impegni. Ma, ci si pensi bene: lo stato quei 110 miliardi li cava fuori dalle tasche dei lavoratori, che alla fine si trovano un conto totale non salato, ma sale schietto.

2018-105

Dei 428.142 miliardi di uscite, solo 251.643 sono per le pensioni. I commenti dovrebbero essere superflui.

2018-106

2018-107

L’importo lordo medio mensile del reddito pensionistico ammonta a 1,513,41 euro. È una cifra di poco superiore alla soglia di povertà.

2018-108

Lo stato in cui è stata ridotta l’Italia da decine di anni di governo delle sinistre è ben evidenziato da questa tabella, di cui sopra. La retribuzione media annua ammonta a 26,331 euro in Lombardia, la massima riscontrabile in Italia, mentre quella ottenuta dagli italiani all’estero vale 62,570 euro, ossia tre volte tanto. La “colpa” non è certo degli esteri che lasciano guadagnare bene chi lavora, è dello stato italiano che tiene chi lavora a livello di schiavo.

2018-109

2018-110

La grande quantità dei pensionati maschi, il 67.5%, gode di trattamenti inferiori ai 2,000 euro mensili.

Il 7.2% del totale dei pensionati percepisce trattamenti superiori ai 3,000 euro mensili, per una pensione media lorda annuale di 52,216.99 euro. Hanno avuto modo di fare versamenti contributivi elevati ed adesso ottengono ciò che loro spetta.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Inps. Rapporto sulle pensioni decorrenti.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-11-03.

2018-10-27__Inps__001

L’Inps ha pubblicato il report:

«Pensioni decorrenti nel 2017 e nei primi nove mesi del 2018: i dati». Allegato con Tabelle.

È stato pubblicato l’ Osservatorio di monitoraggio dei flussi di pensionamento con i dati delle pensioni decorrenti nel 2017 e nei primi nove mesi del 2018.

Il monitoraggio, con rilevazione effettuata il 2 ottobre 2018, riguarda le seguenti gestioni:

Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti (FPLD);

coltivatori diretti, mezzadri e coloni;

artigiani e commercianti;

lavoratori parasubordinati;

assegni sociali.

Mentre nel 2017 sia i requisiti di età per la vecchiaia che quelli di anzianità per la pensione anticipata sono rimasti immutati rispetto al 2016, nel 2018 si conclude il percorso di equiparazione dei requisiti per la pensione di vecchiaia tra uomini e donne nel settore dei dipendenti privati e dei lavoratori autonomi. La pensione di vecchiaia per queste categorie, infatti, nel 2018 verrà erogata al raggiungimento dell’età di 66 anni e sette mesi sia per gli uomini che per le donne.

Per quanto riguarda la pensione anticipata, invece, per il 2018 non sono previsti cambiamenti nei requisiti per la generalità dei lavoratori, ma viene introdotta la possibilità di pensionamento anticipato con soli 41 anni di contributi per i cosiddetti “lavoratori precoci” (12 mesi di contributi maturati entro il compimento dei 19 anni di età e in una determinata condizione di tutela stabilita dalla norma), nei limiti dei fondi annualmente stanziati e con richiesta di certificazione dei requisiti per l’accesso al beneficio entro il 1° marzo 2018.

Pensioni e assegni sociali: sintesi dei dati statistici

Con riferimento al FPLD, in questa terza rilevazione del 2018 si registra un numero complessivo di liquidazioni di pensioni di vecchiaia e di anzianità/anticipate decorrenti nei primi nove mesi inferiore al corrispondente valore del 2017. Analogo andamento si osserva nelle tre principali gestioni dei lavoratori autonomi, anche se in modo meno pronunciato. La differenza è riconducibile essenzialmente all’aumento del requisito di età per la pensione di vecchiaia delle donne.

Gli assegni sociali liquidati nei primi nove mesi del 2018 sono di entità molto esigua rispetto al valore rilevato nello stesso periodo dell’anno precedente, in quanto si è innalzato di un anno il requisito di età utile per la liquidazione dell’assegno.

Osservando gli indicatori statistici dei primi nove mesi del 2018, inoltre, si rileva un peso decisamente superiore delle pensioni di anzianità/anticipate su quelle di vecchiaia rispetto al dato annuo del 2017. Questo perché i requisiti per le pensioni di vecchiaia si sono innalzati per le donne, mentre quelli relativi alle pensioni di anzianità/anticipate sono rimasti uguali all’anno precedente e sono più consistenti le uscite anticipate per i cosiddetti “lavoratori precoci”.

Per lo stesso motivo anche per quanto riguarda il peso delle pensioni di invalidità su quelle di vecchiaia l’indicatore statistico risulta più elevato nel 2018 rispetto all’analogo valore del 2017. La relazione si inverte, invece, nell’indicatore che rappresenta il peso percentuale delle pensioni femminili su quelle maschili, a causa dell’innalzamento dei requisiti di accesso alla pensione di vecchiaia per le donne.

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Ansa. Inps, sei milioni di pensionati sotto mille euro. Allarme per le donne

Calo significativo per le nuove pensioni Inps erogate nei primi nove mesi del 2018: tra gennaio e settembre – si legge nel Monitoraggio sui flussi di pensionamento dell’Inps – soprattutto a causa dell’aumento dell’età per la pensione di vecchiaia delle donne e per gli assegni sociali scattato nel 2018 (da 65 anni e sette mesi a 66 anni e sette mesi) le nuove pensioni sono state 349.621 a fronte delle 454.534 liquidate nei primi nove mesi del 2017. Si è registrato un crollo soprattutto nei nuovi assegni sociali passati da 57.758 a 13.168 (-77%).

Sono sei milioni – si legge ancora nel rapporto – i pensionati italiani con un reddito da pensione inferiore a mille euro al mese (il 37,5% del totale) e tra questi oltre il 64% (3,85 milioni) è rappresentato da donne. Tra le donne pensionate il 45,9% ha meno di 1.000 euro al mese. Le persone che possono contare su oltre 5.000 euro lordi al mese sono 266.180 (l’1,7% dei pensionati) in stragrande maggioranza (80,8%) uomini.

Nel periodo gennaio-settembre 2018 sono stati erogati benefici economici legati al Reddito di inclusione (Rei) a 379.000 famiglie coinvolgendo più di un milione di persone. Lo si legge nel Monitoraggio Inps sul Rei nel quale si spiega che “la maggior parte dei benefici vengono erogati nelle regioni del sud (69%)” per il 72% delle persone coinvolte. Il 47% dei nuclei beneficiari di ReI, che rappresentano oltre il 51% delle persone coinvolte, risiedono in sole due regioni: Campania e Sicilia.

L’età media di uscita dal lavoro verso la pensione cala nei primi nove mesi del 2018 a 63,9 anni dai 64,1 registrati nello stesso periodo del 2017. Il dato emerge dal Monitoraggio dell’Inps sui flussi di pensionamento ed è legato alla riduzione delle pensioni di vecchiaia che si è avuta con l’aumento dei requisiti scattati nel 2018 per le donne. Per l’accesso alla pensione di vecchiaia l’età media passa dai 66,4 anni del 2017 ai 67,3 del 2018 mentre per la pensione anticipata l’età media cala e passa dai 61 anni del 2017 a 60,9 anni nel 2018.

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La Tabella 37, riportata in fotocopia, ragguaglia sulla  età media alla decorrenza delle pensioni liquidate per categoria, anno di decorrenza e sesso. Rilevazione al 2/10/2018.

Le pensioni di vecchiaia liquidate con decorrenza gennaio – settembre 2018 riguardano persone con 68 anni i maschi e 68.5 le femmine.

«Sono sei milioni – si legge ancora nel rapporto – i pensionati italiani con un reddito da pensione inferiore a mille euro al mese (il 37,5% del totale) e tra questi oltre il 64% (3,85 milioni) è rappresentato da donne»

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«Tra le donne pensionate il 45,9% ha meno di 1.000 euro al mese»

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«Le persone che possono contare su oltre 5.000 euro lordi al mese sono 266.180 (l’1,7% dei pensionati) in stragrande maggioranza (80,8%) uomini.»

Pubblicato in: Amministrazione

Inps. Pubblicati i dati relativi lo scorso 2017.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-06.

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L’Inps ha pubblicato l’Osservatorio sulle pensioni con i dati del 2017. Qui si trova il testo completo.

Evidenziamo immediatamente una severa anomalia.

Capibile da un punto di vista umano, ma il cuore in mano non risolve né il problema politico né tanto meno quello del reperimento dei fondi di copertura.

«Le pensioni vigenti al 1° gennaio 2018 sono 17.886.623 …. le restanti 3.907.487 di natura assistenziale (invalidità civili, indennità di accompagnamento, pensioni e assegni sociali)»

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«Nel 2017 la spesa complessiva per le pensioni è stata di 200,5 miliardi di euro, di cui 179,6 miliardi sostenuti dalle gestioni previdenziali»

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«le gestioni assistenziali erogano il 21,8% delle prestazioni con un importo in pagamento di poco superiore al 10,4% del totale»

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«Le nuove pensioni liquidate nel 2017 sono state 1.112.163, di cui poco meno della metà (49,7%) di natura assistenziale …. per il restante 77,9% da pensioni erogate agli invalidi civili»

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Anche se l’esborso per la gestione assistenziale non è percentualmente molto rilevante, si constata che la metà delle nuove pensioni erogate siano assistenziali e per il 77.9% siano costituite da invalidità civili.

Questi sono segni chiari dello stato di malessere in cui versa la nazione.

Che in Italia vi siano 2,663,200 invalidi civili sarebbe cifra grottesca se non si tenesse conto che in realtà tale voce altro non sia che un ammortizzatore sociale.

Senza voler entrare nel merito di una diatriba, questo modo di concepire l’invalidità civile assomiglierebbe in tutto e per tutto ad un reddito da cittadinanza. Nulla da accepire: sarebbe però buona pratica contabilizzare la pura assistenza in un capitolo a parte.

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Inps. Pubblicato l’Osservatorio sulle pensioni con i dati del 2017

Le pensioni vigenti al 1° gennaio 2018 sono 17.886.623, di cui 13.979.136 di natura previdenziale (vecchiaia, invalidità e superstiti) e le restanti 3.907.487 di natura assistenziale (invalidità civili, indennità di accompagnamento, pensioni e assegni sociali). Nel 2017 la spesa complessiva per le pensioni è stata di 200,5 miliardi di euro, di cui 179,6 miliardi sostenuti dalle gestioni previdenziali. È quanto emerge dall’Osservatorio sulle pensioni erogate dall’INPS che analizza i dati del 2017.

Oltre la metà delle pensioni è in carico alle gestioni dei dipendenti privati, di cui quella di maggior rilievo (95,6%) è il Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti (FPLD), che gestisce il 48,2% del complesso delle pensioni erogate e il 61,1% degli importi in pagamento. Le gestioni dei lavoratori autonomi elargiscono il 27,5% delle pensioni, per un importo in pagamento del 23,9%, mentre le gestioni assistenziali erogano il 21,8% delle prestazioni con un importo in pagamento di poco superiore al 10,4% del totale.

Le nuove pensioni liquidate nel 2017 sono state 1.112.163, di cui poco meno della metà (49,7%) di natura assistenziale. Gli importi stanziati per queste pensioni ammontano a 10,8 miliardi di euro, circa il 5,4% della spesa complessiva al 1° gennaio 2018 (200,5 miliardi di euro, appunto).

Le prestazioni di tipo previdenziale, generate dal versamento dei contributi durante l’attività lavorativa, sono costituite per il 66,6% da pensioni di vecchiaia, per il 6,8% da pensioni di invalidità previdenziale e per il 26,6% da pensioni ai superstiti.

Le prestazioni di tipo assistenziale, erogate per sostenere una situazione di invalidità collegata o meno al reddito basso, sono invece costituite per il 22,1% da pensioni e assegni sociali e per il restante 77,9% da pensioni erogate agli invalidi civili. Tra queste ultime, la prestazione di maggior rilievo (45,7%) è l’indennità di accompagnamento.

Per quanto riguarda le nuove prestazioni previdenziali liquidate nel 2017, il 53% è composto da pensioni di vecchiaia, il 10,1% di invalidità e il 36,9% ai superstiti. Nell’ambito delle pensioni di tipo assistenziale erogate nel 2017, invece, la quasi totalità (91,7%) è composta dalle prestazioni di invalidità civile, mentre il resto da assegni sociali.

La distribuzione territoriale delle pensioni

Al 1° gennaio 2018, il 48% delle pensioni viene percepito da pensionati residenti al Nord, il 19,2% al Centro, mentre il 30,6% al Sud e nelle isole. Il restante 2,2% (392.076 prestazioni) viene erogato ai residenti all’estero.

Passando alla distribuzione territoriale degli importi erogati, dall’Osservatorio emerge che il 55,1% delle somme stanziate a inizio anno sono destinate all’Italia settentrionale, il 24,6% all’Italia meridionale e alle isole, il 19,7% all’Italia centrale e lo 0,6% ai residenti all’estero. L’importo medio mensile della pensione di vecchiaia è di 1.165,18 euro e presenta il valore più elevato al Nord con 1.247,46 euro. Gli uomini percepiscono pensioni mediamente più elevate rispetto alle donne, arrivando a essere quasi il doppio (+92%) nel Nord Italia per la categoria vecchiaia.

Età media dei pensionati e distribuzione per importi

L’età media dei pensionati è di 73,9 anni (71,3 anni per gli uomini e 75,9 anni per le donne). Il 62,2% delle pensioni, infine, ha un importo inferiore a 750 euro. Questa percentuale, che per le donne raggiunge il 75,5%, costituisce solo una misura indicativa della povertà, per il fatto che molti pensionati sono titolari di più prestazioni pensionistiche o comunque di altri redditi. A tal fine si evidenzia che, delle 11.117.947 pensioni con importo inferiore a 750 euro, solo il 44,3% (4.930.423) beneficia di prestazioni legate a requisiti reddituali bassi, come integrazione al minimo, maggiorazioni sociali, pensioni e assegni sociali e pensioni di invalidità civile.

 

Pubblicato in: Amministrazione, Persona Umana

Pensionati. 16.2 milioni, 17,580€ il reddito lordo medio, 14,311€ netto.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-12-31.

 Vincent van Gogh - Vecchio che soffre

 

L’Istat ha rilasciato il Report «Condizioni di vita dei pensionati»

La lettura integrata delle condizioni di vita dei pensionati è basata su diverse fonti informative: Casellario centrale dei pensionati, Indagine campionaria su reddito e condizioni di vita delle famiglie e Rilevazione sulle forze di lavoro.

Nel 2016 i pensionati sono 16,1 milioni (-115mila rispetto al 2015, -715mila rispetto al 2008) e percepiscono in media un reddito pensionistico lordo di 17.580 euro (+257 euro sull’anno precedente). Le donne sono il 52,7% e ricevono in media importi annuali di circa 6mila euro inferiori a quelli degli uomini.

Per gli importi medi delle pensioni, le differenze di genere rimangono marcate ma tendono a ridursi (per le pensioni di vecchiaia, dal +72,6% a favore degli uomini nel 2005 al +62,1% del 2016). Si ampliano invece le differenze territoriali: l’importo medio delle pensioni del Nord-est supera del 18,2% quello delle pensioni del Mezzogiorno (era il 17,3% nel 2015), quasi il doppio rispetto al divario dell’8,8% del 1983 (primo anno per cui i dati sono disponibili).

Il cumulo di più assegni pensionistici sullo stesso beneficiario è meno frequente tra i pensionati di vecchiaia (ha più trattamenti il 27,9% dei pensionati) mentre è ovviamente molto più diffuso tra i pensionati superstiti (67,4%), soprattutto donne (86,6%).

Nel 2016, i percettori di pensione che risultano occupati sono 436mila (-15,5% rispetto al 2011) uomini in tre casi su quattro; l’85,8% svolge un lavoro autonomo, quasi i due terzi risiede nelle regioni settentrionali e il 54,0% ha conseguito al massimo la licenza media.

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«stimare il reddito pensionistico netto dei pensionati residenti in Italia, che nel 2015 è in media di 14.311 euro annui»

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«Le ritenute fiscali incidono per il 18,9% (+0,3% rispetto al 2014); l’aliquota media si attesta al 21,6% per i pensionati di vecchiaia e anzianità, al 18,0% per quelli di reversibilità e al 12,8% per i beneficiari di trattamenti d’invalidità ordinaria o indennitari.»

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«In molti casi il reddito pensionistico sembra proteggere da situazioni di forte disagio economico. Nel 2015 l’incidenza delle famiglie a rischio di povertà tra quelle con pensionati (16,5%) è sensibilmente inferiore a quello delle altre famiglie (24,2%). Il rischio è relativamente più elevato tra i pensionati che vivono soli (21,8%) o con i figli come monogenitore (18,6%) e ancor più elevato nelle famiglie in cui il reddito del pensionato sostenta altri componenti adulti senza redditi da lavoro (34,9%).»

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Nota Metodologica.

«Grave deprivazione materiale (indicatore Europa 2020): percentuale di persone in famiglie che registrano almeno quattro segnali di deprivazione materiale sui nove indicati di seguito:

  1. essere in arretrato nel pagamento di bollette, affitto, mutuo o altro tipo di prestito;

  2. non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione;

  3. non poter sostenere spese impreviste di 800 euro (l’importo di riferimento per le spese impreviste è pari a circa 1/12 del valore della soglia di povertà annuale calcolata nel 2014, il cui valore era pari a 9.455 euro);

  4. non potersi permettere un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni, cioè con proteine della carne, del pesce o equivalente vegetariano;

  5. non potersi permettere una settimana di vacanza all’anno lontano da casa;

  6. non potersi permettere un televisore a colori;

  7. non potersi permettere una lavatrice;

  8. non potersi permettere un’automobile;

  9. non potersi permettere un telefono.»

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici

Inps. I problemi in una sola Tabella di Bilancio.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-12-25.

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«Il 24 ottobre 2017 con determinazione n. 30, il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza ha approvato il Bilancio sociale Inps 2016.

In questa pagina è possibile consultarlo o scaricarne il testo integrale.

Bilancio sociale 2016 – Testo integrale (pdf 4,32Mb)»

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Bilancio sociale 2016 [pdf]

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Nel 2016 l’Inps ha avuto entrate dalla riscossione dei contributi per 220.560 miliardi. Nel contempo ha avuto uscite per prestazioni pensionistiche pari a 308.021 miliardi, essendo il disavanzo di 107.374 miliardi coperto dall’intervento dello stato.

È evidente che i 22.3 milioni di occupati, che versano mediamente all’Inps 9,980 euro ciascuno ogni anno, tra loro ed il datore di lavoro, non riescono a sopperire che a due terzi della spesa per i 15,550,434 pensionati.

Se è vero che il 37.5% dei pensionato Inps percepisce un reddito pensionistico medio inferiore ai 1,000 euro mensili, è altrettanto vero che il 6.8% percepisce un reddito pensionistico medio superiore ai 3,000 euro mensili, erogati a seguito di elevati versamenti contributivi pregressi.

Questo è dovuto a molti fattori che agiscono in modo sinergico negativo sul sistema.

Basso tasso di occupazione, alto tasso di disoccupazione, alta percentuale di lavoratori a contratto con bassi redditi da lavoro, bassi stipendi di ingresso.

2017-12-22__Inps__002

Alcune considerazioni sarebbero opportune.

In buona sostanza, l’Inps utilizza le entrate derivanti dalla riscossione dei contributi pensionistici per pagare le pensioni in essere.

Tuttavia l’entità delle pensioni erogati è calcolato sulla base dei versamenti pregressi, che però furono usati in passato, non sono disponibili al presente.

È sequenziale che un sistema siffatto funzioni in situazioni di steady-state e vada molto bene quando numerosità dei contribuenti ed entità del versato sia in aumento.

Ma una inversione del quadro demografico conduce inevitabilmente a delle sofferenze. Infatti, ad oggi lo stato deve intervenire con 107 miliardi per ripianare i conti dell’Istituto.

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Con un tasso di fertilità di 1.23 è semplice aritmetica calcolare che la base contribuente non potrà fare altro che diminuire nel tempo.

Inoltre, tenendo conto che il tasso di disoccupazione è alto, così come quello dei non impiegati, il numero dei contribuenti si riduce ulteriormente.

Infine, fenomeno non da poco, al momento attuale i neo-assunti entrano nel mondo del lavoro con occupazioni a contratto e retribuzioni minimali, alle quali corrispondono contributi pensionistici altrettanto minimali. Il loro apporto alle entrate dell’Inps è scarno.

Retribuzioni sempre più basse e lavoro sempre più duro. La nuova realtà.

Il risultato finale è un volume di entrate sempre minori.

L’unica operazione di buon senso sarebbe quella di decurtare tutte le pensioni del trenta per cento, così da riallineare le entrate con le uscite.

Operazione sicuramente impopolare, ma che alla fine si imporrà per forza di cose. L’esempio della Grecia dovrebbe essere eloquente.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici

Pensioni. Solo la morte dei pensionati risolverebbe il problema.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-12.

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«La morte risolve tutti i problemi:

niente uomini, niente problemi.» [Stalin]

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La bega legale è iniziata nel 2010, setta anni or sono, e la Magistratura la sta conducendo con un passo da lumaca stanca ed affaticata.

Tanto, in questi sette anni sono morti 4.2 milioni di pensionati e, come diceva Stalin, ” niente uomini, niente problemi”.

Ma non ci si illuda che la faccenda stia andando a conclusione: la Magistratura prenderà posizione netta solo quando l’ultimo pensionato sarà morto.

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«La ragione è sempre la stessa: tenere bassa la traiettoria di una spesa in costante crescita»

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«la questione dell’adeguamento o meno dei requisiti di pensionamento alla speranza di vita»

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«Il 24 ottobre, infatti, saranno discusse le questioni di costituzionalità delle regole sulla perequazione messe a punto dal governo Renzi con il decreto legge 65/2015 in risposta alla bocciatura delle norme precedenti»

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«riforma Monti-Fornero (dl 201/2011), quando si decise non solo il definitivo passaggio al contributivo per tutti e l’innalzamento dei requisiti ma anche, con una norma transitoria, di bloccare parzialmente l’adeguamento all’inflazione degli assegni già in pagamento»

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«Nel 2012 e nel 2013 venne così riconosciuto l’adeguamento pieno solo per le pensioni di importo fino a 3 volte il trattamento minimo, mentre nulla è stato pagato per gli importi superiori»

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«Con la sentenza 70, la Corte ha dichiarato illegittima questa norma innescando una mina per i conti pubblici, dato che il costo di un pieno riconoscimento, a posteriori, della mancata perequazione venne stimato in 24 miliardi di euro»

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Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su questo problema.

Questi sono i fatti dei quali oggi si parla.

In primo luogo, il sistema pensionistico è mal condizionato, motivo per cui non è sostenibile nel tempo.

Dapprima si è fatto passare più o meno gradualmente il sistema da retributivo a contributivo.

Quindi lo stato è intervento sia innalzando l’età pensionabile, sia legandola alla durata della vita media. In altri termini le persone possono godere della pensione per un tot prestabilito di anni, non di più.

In poche parole ha variato unilateralmente le condizioni poste a suo tempo. Siamo chiari: non è stata una gran bella azione.

In secondo luogo, lo stato ha arbitrariamente bloccato l’adeguamento al costo della vita delle pensioni ponendo delle soglie sopra le quali l’adeguamento è ridotto oppure cessa del tutto. Con sentenza 70/13 la Corte Costituzionale ha bloccato tale iniziativa, ma il governo Renzi la ha rattamente reiterata.

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In gioco vi sono due aspetti concettuali, tra i tanti che dovrebbero essere menzionati.

Il primo aspetto è la liceità delle variazioni unilaterale dei contratti. Una cosa è imporre ed un’altra è lasciare la possibilità di recedere, garantendo la restituzione di contributi e relativi interessi. Opzione questa ultima nemmeno presa in considerazione.

Il secondo aspetto è ancor più delicato. Se il pensionato ha fatto i versamenti legali sulla base di quale diritto perché negargli l’adeguamento avendo superato una soglia arbitraria? Se si invocasse la solidarietà sociale allora l’onere dovrebbe gravare su tutta la società, non su quel poveraccio. Base infatti della giustizia è il concetto di “unicuique suum reddere”: dare a ciascuno ciò che gli spetta.

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La battaglia legale continua, ma intanto ogni anno muoiono 647,571 pensionati all’anno.

Stalin aveva ragione.


Sole 24 Ore. 2017-08-11. Sulle pensioni anche la mina perequazione

Tra le incognite d’autunno che possono condizionare dimensioni e contenuti della manovra non c’è solo la questione dell’adeguamento o meno dei requisiti di pensionamento alla speranza di vita. Sul tavolo c’è anche il nodo dell’indicizzazione delle pensioni all’inflazione, tema in discussione al tavolo governo-sindacati (se ne parlerà giovedì 7 settembre) ma sul quale grava la pesante attesa della Consulta. Il 24 ottobre, infatti, saranno discusse le questioni di costituzionalità delle regole sulla perequazione messe a punto dal governo Renzi con il decreto legge 65/2015 in risposta alla bocciatura delle norme precedenti, arrivata sempre dalla Corte costituzionale con la famosa sentenza 70/2015. E come nel caso degli adeguamenti automatici, anche la soluzione sulle perequazioni rischia di innescare nuova spesa previdenziale.

Stop alle indicizzazioni

Per capire la posta in gioco bisogna tornare alla riforma Monti-Fornero (dl 201/2011), quando si decise non solo il definitivo passaggio al contributivo per tutti e l’innalzamento dei requisiti ma anche, con una norma transitoria, di bloccare parzialmente l’adeguamento all’inflazione degli assegni già in pagamento. Nel 2012 e nel 2013 venne così riconosciuto l’adeguamento pieno solo per le pensioni di importo fino a 3 volte il trattamento minimo, mentre nulla è stato pagato per gli importi superiori. Con la sentenza 70, la Corte ha dichiarato illegittima questa norma innescando una mina per i conti pubblici, dato che il costo di un pieno riconoscimento, a posteriori, della mancata perequazione venne stimato in 24 miliardi di euro. Di fronte a questo scenario il governo, nella primavera di due anni fa, ha varato il decreto 65/2017, con cui è stato introdotto un nuovo meccanismo di perequazione riferito al biennio 2012-2013 che ha stabilito un adeguamento al 100% per gli assegni fino a 3 volte il minimo; del 40% tra 3 e 4 volte; del 20% tra 4 e 5; del 10% tra 5 e 6; nullo per importi oltre sei volte il minimo. Inoltre è stato definito un meccanismo di “consolidamento” parziale degli effetti di tali arretrati negli anni seguenti. Costo dell’operazione “solo” 2,8 miliardi di maggiore spesa previdenziale.
Ovviamente chi è rimasto escluso ha fatto ricorso in tribunale e in diversi casi sono state poste questioni di legittimità costituzionale sia sul biennio di mancata perequazione sia sul cosiddetto “mancato trascinamento” sul periodo 2014-2018, ritenuto penalizzante per gli importi più elevati. Il 24 ottobre il giudice delle leggi dovrà discutere una dozzina di ordinanze che puntano, a vario titolo, a smantellare la soluzione low cost del decreto legge 65/2015. L’esito è tutt’altro che scontato.

Il confronto sindacale

L’attuale meccanismo di indicizzazione è oggetto, come si diceva, della “fase due” del confronto sindacale. L’impegno del governo è di introdurre un sistema di perequazione basato sugli “scaglioni di importo” e non più sulle “fasce di importo” a partire dal 2019, lo stesso anno in cui scatterebbe il nuovo adeguamento alla speranza di vita dei requisiti di pensionamento. In pratica si tornerebbe al meccanismo previsto dalla legge 388 del 2000. Ma nel protocollo siglato l’anno scorso si parla anche della possibilità di valutare l’utilizzo di indici diversi di inflazione, più rappresentativi della spesa dei pensionati, e non manca l’ipotesi di un recupero di parte della mancata indicizzazione passata per una rivalutazione “una tantum” del montante del 2019

Spesa per pensioni e inflazione

L’Italia non è l’unico paese in cui le leve della riduzione o del differimento dell’indicizzazione delle pensioni sono state utilizzate per mitigare la spesa. Basta uno sguardo agli ultimi rapporti Ocse per scoprire che in almeno altri dieci paesi dell’area, negli ultimi anni, i meccanismi di perequazione sono stati toccati, ridotti o temporaneamente congelati. La ragione è sempre la stessa: tenere bassa la traiettoria di una spesa in costante crescita. Gli interventi sono stati dei più vari, calibrati tenendo conto sia delle esigenze di sostenibilità finanziaria dei sistemi previdenziali sia della dovuta protezione del potere di acquisto di pensioni.

L’adeguamento negli altri Paesi

Vediamo qualche esempio recente. In Francia nel 2014 l’adeguamento delle prestazioni all’indice dei prezzi è stato spostato dal mese di aprile a ottobre per le pensioni che sono sopra i 1.200 euro al mese, mentre in Grecia il congelamento delle indicizzazioni è iniziato nel 2011 ed è durato quattro anni. In Giappone nel 2015 è stato chiuso un temporaneo stop delle indicizzazioni, mentre in altri Paesi gli interventi sono stati di più lungo termine, con la scelta di indicizzare le pensioni non più ai salari ma ai prezzi o a coefficienti che contengono un mix di inflazione e salari. È il caso dell’Ungheria (dal 2012) o della Repubblica di Slovenia (dal 2013 al 2017) mentre in Australia è previsto il passaggio all’indicizzazione all’inflazione e non più agli stipendi a partire dal 2017. In Finlandia nel 2015 l’indicizzazione è stata temperata, passando da un fattore dell’1% a uno dello 0,4%, un “fattore di riduzione” degli adeguamenti è stato introdotto anche in Lussemburgo nel 2013 e in Polonia nel 2012 mentre meccanismi di riduzione degli adeguamenti per le pensioni di vecchiaia e invalidità sono stati varati nella Repubblica Ceca nel 2012 per una durata prevista fino alla fine del 2015. In Spagna, infine, l’indicizzazione è stata calibrata anche sulla base dei contributi versati ed ogni cinque anni, a partire dal 2019, gli assegni saranno adeguati anche sulla base dell’aspettativa di vita.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici

Mezzogiorno. Lenta ed inesorabile agonia: lo stanno assassinando.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-01.

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L’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro ha rilasciato un interessantissimo studio sulla situazione lavorativa nazionale: Le dinamiche del mercato del lavoro nelle province italiane.

Sarebbe suggeribile leggere tutto l’articolo, fino in fondo. Tabelle e figure sono state impaginate in coda.

I dati aggregati per macroregioni non rendono conto delle realtà locali, di vere e proprie enclavi di miseria.

Ecco perché una valutazione provincia per provincia concorre a farci comprendere meglio la reale portata di questo fenomeno.

Se in passato si è sproloquiato sulla “Questione Meridionale“, oggi non se ne parla affatto, come se non esistesse.

Invece esiste, eccome.

Se questo fenomeno pone problemi di giustizia, mette altresì prepotentemente sotto accusa i governi che si sono succeduti in Italia negli ultimi trenta anni, e con i governi anche le organizzazioni sindacali.

È un problema strutturale: sembrerebbe essere irrisolvibile senza mutamenti sostanziali nelle struttura statale, sociale ed economica del paese.

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Questi sono articoli pregressi, ricchi di tabelle di dati. La loro lettura sarebbe propedeutica a quella del presente articolo.

Istat. Disoccupazione giovanile al 40.1%.

Istat. Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione.

Istat. Condizioni di vita e reddito.

Italia. Povertà. Un disonore nazionale.

Dati Onu su povertà e fame. Credibilità dei dati

Povertà in Italia

«– Il 28,7% delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà …. grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro;

– più a rischio di povertà …. il 51,2% (da 42,8%) nelle famiglie con tre o più minori;

– il reddito netto medio annuo per famiglia sia di 29.472 euro (circa 2.456 euro al mese);

– La metà delle famiglie residenti in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 24.190 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese);

– il 20% più ricco delle famiglie percepisce il 37,3% del reddito equivalente totale, il 20% più povero solo il 7,7%. ….

si evidenzia come non possano sostenere una spesa improvvisa di ottocento euro il 30.1% delle famiglie del nord ed il 55.1% delle famiglie del sud. E questo è un severo campanello di allarme sul grado di esaurimento delle scorte familiari. ….

Nel 2015 si stima che le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta siano pari a 1 milione e 582 mila e gli individui a 4 milioni e 598 mila (il numero più alto dal 2005 a oggi). ….

Le soglie rappresentano i valori rispetto ai quali si confronta la spesa per consumi di una famiglia al fine di definirla o meno in condizione di povertà assoluta. Ad esempio, per un adulto (di 18-59 anni) che vive solo, la soglia di povertà assoluta è pari a 819,13 euro mensili se risiede in un’area metropolitana del Nord, a 734,74 euro se vive in un piccolo comune settentrionale, a 552,39 euro se risiede in un piccolo comune del Mezzogiorno.»

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Si noti come una cosa sia la ‘povertà assoluta‘ ed un’altra ‘povertà‘.

Sono state date molteplici definizioni, talora conflittuali e contrastanti, motivo per cui sarebbe necessario usare molto prudenza nell’uso di questi termini e verificarne sempre l’accezione.

In linea generale potremmo dire che le persone in ‘povertà assoluta‘ riescono a stento a sopravvivere, ossia mangiare, mentre quelle che vivono in  ‘povertà‘ riescono a sopravvivere, ma non sono in grado di sopperire ad eventuali necessità improvvise.  Con tale termine si indica il pagamento di una cifra di circa 800 euro. In altri termini, il cambio delle lenti degli occhiali. Per non parlare di una dentiera oppure di cure specialistiche.

La soglia di ‘povertà‘ sembrerebbe essere realisticamente collocabile attorno ai 1,400 euro mensili netti, con variazioni locoregionali anche abbastanza ampie.

Il discorso si complicherebbe alquanto qualora si parlasse di famiglie.

Una famiglia di padre, madre e due figli sarebbe in zona povertà se i due coniugi lavorassero ambedue guadagnando ciascuno 1,400 euro mensili netti. Ma questo non è la norma: molto spesso riesce a lavorare solo il padre. Ovviamente la situazione passerebbe da quelle di ‘povertà‘ a quella di ‘povertà assoluta‘.

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Data la lunghezza del report, anticipiamo qui alcune considerazioni finali, avallate dai dati che seguono.

– le rappresentazioni media o mediane su aggregati a livello nazionale o di macroregioni sono fondamentali per la comprensione globale dei fenomeni, ma non rendono ragione di quanto siano distribuiti i dati.

– Lo studio per provincie chiarifica meglio come esistano vaste enclavi di blocco quasi completo della produzione, con occupazione minimale e disoccupazione a livelli incompatibili con la sopravvivenza.

– Solo per esempio. Il tasso di disoccupazione in Italia è dell’11.7%, ma a Crotone è del 28.3%. Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è del 37.8%, ma nel Medio Campidano è del 71.7%. Il tasso di disoccupazione giovanile femminile in Italia è del 39.6%, ma a Catanzaro è dell’86.9%.

– Se in Italia il 35.4% dei lavoratori ha contratti non standard (termine eufemistico politicamente corretto), è altrettanto vero che a Ragusa i contratti non standard rappresentano il 52.2%. Il Meridione ha quote del tutto abnormi di un contratto lavorativo che dovrebbe essere la eccezione, non la regola.

– In Italia la retribuzione netta media mensile degli occupati alle dipendenze è 1,315 euro: ossia quello che l’Istat definisce essere la “soglia di povertà“. Ma ad Ascoli Piceno tale valore scende a 925 euro. La gente vive con la pensione del nonno, finché questi viva, ovviamente, oppure utilizzando i risparmi mesi da parte degli avi.

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Nessun stupore quindi che in Italia abbia ripreso i fenomeno emigratorio.

Fuga dall’Italia. Due milioni in dieci anni.

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Un aspetto di cui difficilmente si parla è la ripercussione di questa situazione sul sistema pensionistico futuro.

I disoccupati non versano per definizione contributi Inps. Ciò comporta una diminuzione della base contributiva, fonte primaria di finanziamento dell’Istituto previdenziale, ed una carenza di contributi versati dagli attuali disoccupati che però andranno in pensione a suo tempo secondo il criterio contributivo. Il Medio Campidano ha una disoccupazione  del 71.7%: il conto è facile da farsi.

Ma il quadro è ancor più fosco per le donne. Con un tasso di disoccupazione giovanile femminile dell’86.9%, a Catanzaro solo una femmina su dieci avrà un po’ di versamenti fatti all’Inps.

Questi numeri sono da bolgia dantesca.

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Summary.

«Con 1.476 euro mensili è Bolzano la provincia che, oltre ad avere il tasso di disoccupazione più basso, detiene il primato degli stipendi medi più alti fra gli occupati alle dipendenze. Seguono Varese (1.471€), Monza e Brianza (1.456€), Como (1.449€), Verbano CusioOssola (1.434€), Bologna (1.424€) e Lodi (1.423€). Si tratta di retribuzioni più alte rispetto alla media nazionale (1.315€) e, per la metà delle province italiane, si riferiscono alle città del Nord Italia.La prima provincia del Mezzogiorno con la retribuzione media più elevata è solo al 55° posto della classifica dove si colloca L’Aquila con 1.282 euro. Quella, invece, con gli stipendi più bassi è Ascoli Piceno: 925euro. Èquesta la fotografia scattata dall’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro per il 2016 all’interno della seconda edizione del rapporto Le dinamiche del mercato del lavoro nelle province italiane”, presentato a Napoli durante la giornata di chiusura del 9° Congresso Nazionale di Categoria.

Quanto allo squilibrio tra tasso d’occupazione maschile e femminile, quest’ultimo è strettamente correlato allo sbilanciamento nella suddivisione del carico familiare tra donne e uomini. Nonostante la differenziata presenza sul territorio nazionale di strutture dedite ai servizi per l’infanzia, spesso non è conveniente per le mamme lavorare, perché il costo dei servizi sostitutivi per la cura dei bambini e per il lavoro domestico è decisamente elevato. Il tasso d’occupazione femminile più alto si osserva nella provincia di Bologna dove due terzi delle donne sono occupate (66,5%), mentre quello più basso si registra a Barletta-Andria-Trani dove lavorano meno di un quarto delle donne (24,1%). Tassi d’occupazione femminile superiori al 63% si registrano anche in altre 3 province tra le quali Bolzano (66,4%), Arezzo (64,4%) e Forlì-Cesena (63,3%), mentre solo un quarto della popolazione femminile lavora a Napoli (25,5%), Foggia (25,6%) ed Agrigento (25,9%). Il tasso di occupazione maschile è, ovviamente, più elevato: la provincia di Bolzano si colloca al vertice della classifica con più di tre quarti degli uomini occupati (78,9%), mentre a Reggio Calabria lavora meno della metà della popolazione maschile (44,5%), seguita da Vibo Valentia (48,1%), Palermo (48,8%) e Caserta (49,9%).

La ricerca, nell’analizzare a fondo i dati sull’occupazione e sulla disoccupazione, fornisce un’analisi molto dettagliata anche sul fenomeno dei Neet: i giovani con un’età compresa fra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione. Il tasso di Neet più elevato nel 2016 si registra nella provincia di Medio Campidano (46,2%) e quello più basso in quella di Bolzano (9,5%),con una differenza di oltre 36 punti percentuali. Il tasso di Neet è superiore al 40% nelle province di Cosenza (41,5%), Palermo (41,3%) e Catania (40%). Valori elevati di questo indicatore si osservano anche a Napoli (37,6%), al 10° posto fra le province con il tasso di Neet più elevato.»

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La Sintesi.

«1) La costruzione di un indicatore sintetico di efficienza del mercato del lavoro.

L’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro, aggiorna con i dati del 2016, la graduatoria delle province italiane che risultano essere più o meno efficienti nel favorire una ampia e efficace partecipazione al mercato del lavoro.

Le ragioni dell’introduzione di questo indicatore, è dovuta alla necessità di tenere insieme diverse dimensioni non solo legate alla quota di persone che lavorano (tasso di occupazione), ma anche alla quota di donne che partecipano al mercato del lavoro in ogni provincia d’Italia. A questi due indicatori ne vengono aggiunti altri tre molto importanti. Il primo dà conto del livello di inserimento dei giovani nei processi produttivi, ed è legato alla quota di persone con non studiano, non lavorano e non sono interessati da processi di formazione che preparano al lavoro (neet). Il quarto indicatore contiene l’informazione sul livello di stabilità del lavoro per gli occupati della provincia (quota di lavoratori standard) e infine l’ultimo indicatore contempla la quota di lavoratori altamente qualificati sul totale degli occupati.

Al termine del documento, si propone un indice sintetico d’efficienza e d’innovazione (Labour market efficiency and innovation index) che consente di costruire una graduatoria delle province italiane in base al loro livello di competitività occupazionale, derivato dai 5 indicatori di base.

Questo indicatore risulta essere strettamente correlato ai livelli di produttività e di competitività del sistema produttivo provinciale nel suo complesso.

Il tasso di occupazione.

La provincia con la quota più elevata di occupati è Bolzano (72,7%), mentre quella con il tasso di occupazione più basso è Reggio Calabria dove lavorano solo 37,1 persone su 100.

Dal 2° al 19° posto troviamo le province nelle quali sono occupati più di due terzi della popolazione in età lavorativa: Bologna (71,8%), Belluno e Modena (68,8%), Parma (68,7), Milano (68,4%), Lecco e Forlì-Cesena (68,3%), Reggio nell’Emilia (68,2%), Siena (67,9%), Cuneo e Pordenone (67,7), Firenze e Pisa (67,5%), Arezzo (67,4%), Lodi (67%) ed altre tre province. Roma si colloca solo al 57esimo posto della classifica (62,6%) e la provincia del Mezzogiorno con il tasso di occupazione più elevato è L’Aquila (57,2%) che si trova al 65esimo posto.

Le altre province, dopo Reggio Calabria (37,1%), dove sono occupate meno di 4 persone su 10 sono Palermo (37,4%), Caserta (38%), Napoli (38,6%), Crotone (38,7%), Agrigento (39,1%), Vibo Valentia (39,4%), Catania (39,6%) e Trapani (39,8%)

Il rapporto dei tassi d’occupazione femminile e maschile.

Gran parte del ritardo che l’Italia ha sui livelli di occupazione, rispetto ai paesi europei, è dovuto alla scarsa partecipazione al mercato del lavoro delle donne. Lo squilibrio di genere nel tasso d’occupazione a sfavore delle donne riflette il divario territoriale tra Centro-Nord e Mezzogiorno: infatti fra le 10 province nelle quali il gender gap occupazionale è più basso troviamo solo una provincia del mezzogiorno Ogliastra (7%), mentre le altre 9 sono tutte del centro nord a partire da Arezzo (6,1 punti percentuali) e da Biella (6,4%) che guidano la classifica. Allo stesso modo fra le province dove la differenza tra il tasso d’occupazione maschile e femminile è più elevata solo la provincia di Rovigo (27,2%) è del Centro-Nord, mentre le altre sono tutte localizzate nel Mezzogiorno: Barletta-Andria-Trani in testa alla classifica negativa (33,7%) seguita da Foggia (30,3%) e da Brindisi (27,6%)

Quota di occupati con contratti standard.

A partire di dati precedenti è possibile segmentare gli occupati sulla base di due tipologie di contratti: i lavoratori standard, che comprendono i dipendenti assunti con un contratto a tempo indeterminato (compresi i part- time volontari) e i lavoratori non standard che sono costituiti da coloro che hanno un contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato ma in part-time involontario (i sottoccupati part-time), i dipendenti a termine, i collaboratori e gli autonomi.

Il numero dei lavoratori standard aumenta dal 2015 al 2016 di 280 mila unità (+0,5%), in misura più accentuata nelle regioni del centro +0,7% (+0,5% nel Nord e +0,3% nel Centro).

La quota più elevata degli occupati assunti con contratti non standard si registra nella provincia di Grosseto dove si trovano in questa condizione oltre la metà dei lavoratori (54,6%), quella più bassa a Varese (26,7%), con una differenza di circa 28 punti percentuali.

Le altre province con le quote di lavoratori non standard superiori al 50% interessano diverse regioni, in particolare nelle isole: Agrigento (52,2%), Ragusa» (51,6%) e Ogliastra (51,3). Quote molto basse di lavoratori non standard si registrano nelle province prevalentemente del Nord: Lodi (27,2%), Gorizia (27,6%), Lecco (27,6) così come nelle due grandi province di Bergamo (28,3%) e di Milano (30,3%).

Il tasso di neet.

Il numero di giovani 15-29enni nello stato di Neet (non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione) nel 2015 è pari a 2,2 milioni unità (1,1 milioni donne e 1 milione di uomini) e diminuisce rispetto al 2015 di 135 mila unità (-5,7%), come risultante della flessione sia delle donne che si trovano in questa condizione (-49 mila unità, pari a -4%) sia degli uomini (-86 mila unità, pari a -7,6%). La flessione maggiore si registra nelle regioni del Nord (-8,4%), rispetto a quelle del Centro (-5,9%) e del Mezzogiorno (-4,2%). Per tanto, il tasso di Neet nel 2016 (24,2%) diminuisce di quasi un punto percentuale rispetto al 2015 (25,5%): il valore di questo indicatore nel Mezzogiorno (34,0%) è superiore di 13 punti percentuali rispetto a quello del Centro (30,3%) e di 17 punti rispetto a quello del Nord (16,8%).

Il tasso di Neet più elevato nel 2015 si registra nella provincia di Medio Campidano (46,2%) e quello più basso in quella di Bolzano (9,5%), con una differenza di oltre 36 punti percentuali. Un tasso di Neet superiore al 40% si registra anche nelle province di Cosenza (41,5%), Palermo (41,3%) e Catania (40%). Valori elevati di questo indicatore si osservano anche a Napoli (37,6%) che occupa il decimo posto fra le province con il tasso di Neet più elevato. Valori inferiori al 13% si osservano nelle province di Bologna (11,7%), Treviso (11,9%), Vicenza (12%) e Biella (12,8%).

Quota di occupati con alte qualifiche.

A Milano il 43% degli occupati esercita professioni altamente qualificate, solo il 20% a Taranto.

L’indice sintetico di efficienza e d’innovazione del mercato del lavoro.

Bologna, pur non essendo la migliore provincia nei singoli indicatori, risulta tuttavia essere la migliore nella combinazione dei vari aspetti dei livelli e della qualità occupazionale precedentemente osservati.

La provincia Emiliana nel 2016 supera Milano (primatista del 2015, adesso seconda) grazie alle sue ottime performance sul tasso di occupazione, il basso tasso di neet e l’alto livello di personale altamente qualificato (risulta al secondo posto in questi tre indicatori).

In coda alla classifica si confermano le stesse tre province del 2015: Crotone, Barletta Andria Trani, Agrigento Rispetto al 2015 la provincia che guadagna più posizioni (17) in graduatoria è La Spezia (oggi 32esima) mentre la confinante Massa Carrara crolla al 68° posto perdendo ben 23 posizioni.

L’indicatore di efficienza e d’innovazione del mercato del lavoro nel 2016, conferma la sua forte correlazione (0,866) con gli indicatori di produttività provinciali espressi come valore aggiunto pro capite per occupato.

Le differenze retributive.

La differenza retributiva tra la province con la retribuzione media più bassa  Ascoli Piceno (925 €)  e quella con gli stipendi più alti  Bolzano (1.476 €) è molto elevata: la busta paga del lavoratore marchigiano è inferiore di un terzo (551 euro) rispetto a quella del collega di Bolzano.

Dopo Bolzano, le province con gli stipendi mensili più elevati sono Varese (1.471), Monza e Brianza (1.456 €), Como (1.449 €), Verbano Cusio Ossola (1.434 €), Bologna (1.424 €) e Lodi (1.423€). La prima provincia del Mezzogiorno con la retribuzione media più elevata è L’Aquila (1.282 €), che si colloca al 55° posto della classifica.»

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Il lavoro standard e non standard.

A partire di dati precedenti è possibile segmentare gli occupati sulla base di due tipologie di contratti: i lavoratori standard, che comprendono i dipendenti assunti con un contratto a tempo indeterminato, compresi i part- time volontari, e i lavoratori non standard che sono costituiti da coloro che hanno un contratto di lavoro dipendente sempre a tempo indeterminato, ma in part-time involontario (i sottoccupati part-time4), i dipendenti a termine, i collaboratori e gli autonomi. Occorre osservare che è molto probabile che una parte significativa dei lavoratori non standard percepisca retribuzioni sensibilmente inferiori a quelle degli occupati standard, anche a causa degli orari ridotti e della discontinuità contrattuale: alcuni di questi lavoratori potrebbero appartenere alla categoria dei working poors, cioè coloro che, pur avendo un’occupazione, si trovano a rischio di povertà e di esclusione sociale a causa del livello troppo basso del loro reddito, dell’incertezza sul lavoro, della scarsa crescita reale del livello retributivo e dell’incapacità di risparmio.

Il numero dei lavoratori standard aumenta dal 2015 al 2016 di 280 mila unità (+0,5%), in misura più accentuata nelle regioni del centro (+0,7%; +0,5% nel Nord e +0,3% nel Centro).

Su circa 22,2 milioni di occupati nel 2016, poco meno di due terzi sono lavoratori con contratti standard (14,4 milioni, pari al 64,6% del totale) e conseguentemente poco più di un terzo sono lavoratori non standard (7,8 milioni, pari al 35,4%) (Figura 1.5, Tavola 1.3 e Tavola 1.4 ). È più elevata di 5,4 punti percentuali la quota di uomini con contratti non standard (37,6%, a fronte del 32,3% tra le donne) e i lavori standard sono più diffusi nelle regioni del Nord (67,4%; 32,6% non standard) e meno in quelle del Centro (64,7%; 35,3% non standard) e del Mezzogiorno (59,3%; 40,7% non standard).

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Pubblicato in: Criminalità Organizzata, Unione Europea

Inps. Prestazioni a 447.396 mld. Ossia, l’89.13% delle entrate tributarie totali.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-02-16.

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Se lo dice l’on. Poletti, allora possiamo starcene tranquilli e beati: la situazione non solo sarebbe sotto controllo ma starebbe anche andando benissimo. Meglio di così non si potrebbe nemmeno sognare od immaginare.

Il suo ragionamento è di una sublime acutezza. Roba da Premio Nobel per l’economia.

Se nel 2014 il capitale dell’Inps era 12.54 miliardi, nel 2015 era 5.87 miliardi: è notorio che il capitale sociale non serva proprio a nulla. Per l’Inps poi.

Tanto, visto che lo stato si è fatto garante, i problemi sono dello stato, mica dell’Inps.

È una visione simpaticamente rassicurante.

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«Nessun allarme, pensioni garantite da Stato»

*

«il disavanzo dell’Istituto deriva unicamente da ritardi nei trasferimenti dello Stato che vengono anticipati dall’Inps e poi ripianati»

*

«le prestazioni sono garantite dallo Stato. Di conseguenza, ciò che conta non è il bilancio dell’Inps, ma dello Stato»

*

«A differenza di quanto spesso si afferma che in Italia si spende molto meno per il welfare rispetto agli altri Paesi europei …. la spesa per prestazioni sociali nel 2015 ammonta a 447,396 miliardi di euro e incide per il 54,13% sull’intera spesa statale, comprensiva degli interessi sul debito pubblico, e del 27,34% rispetto al Pil, cioè uno dei livelli più elevati in Europa»

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«un onere difficilmente sostenibile in futuro»

*

«le giovani generazioni già gravate da un abnorme debito pubblico»

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Ragioniamo.

Giusto pochi giorni or sono Bankitalia ha reso noto anche altri dati sul sistema economico nazionale. Si potrebbero anche crociare i dati.

Bankitalia. Totale delle entrate tributarie 502.6 mld. Debito 2,217 mld.

Se è vero che la spesa per prestazioni sociali nel 2015 è ammontata a 447.396 miliardi di euro, è altrettanto vero che essarappresenta il 54.13% dell’intera spesa statale, ma è ancor più vero che rappresenta l’89.13% del totale delle entrate tributarie dello stato: infatti [(100 * 447.96 / 502.6) = 89.13%].

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Sempre quei famosi 447.36 miliardi rappresentano il 27.34% del pil nazionale.

Orbene:

«Nessun allarme, pensioni garantite da Stato»

sembrerebbe suonare come una immane presa per i fondi.

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In poche parole, l’Italia è una repubblica fondata sui pensionati.

Facciamo nostre le conclusione tratte:

«un onere difficilmente sostenibile in futuro»

Ci si rende conto che in epoca del politicamente corretto si debbano usare termini eufemistici, ma a nostro sommesso parere più che «difficilmente sostenibile» si sarebbe dovuto dire “impossibile“.

Che poi si pianga sulle

«giovani generazioni già gravate da un abnorme debito pubblico»

sembrerebbe essere il florilegio dell’ipocrisia.

I nostri giovani stanno pagando caro, ad usura, il fatto di essere stati generai da una generazione perversa. Questa generazione tutto stato e welfare odia la sua stessa prole, che al momento attuale è disoccupata al 40%. Senza considerare però che chi sia disoccupato non versa all’Inps i contributi con i quali l’ente paga almeno parte delle pensioni.

Loro, i giovani, la pagheranno per tutti, sempre che un bel giorno non rinsaviscano e sterminino tutti i pensionati che trovano.

Non ci si stupisca se alla fine rivedremo i fasti della rivoluzione francese, con tante teste attualmente pontificanti tutte nella stessa cesta. Sarebbe soltanto un atto di giustizia.


Ansa. 2017-02-16. Allarme della Corte dei Conti, nel 2016 primo patrimonio ‘in rosso’ dell’Inps

Nel 2016 il patrimonio netto dell’istituto, per la prima volta dalla nascita, va in negativo per 1,7 miliardi. Lo scrive la Corte dei Conti, Sezione del controllo sugli enti, nella relazione sulla gestione finanziaria dell’Istituto nazionale di previdenza sociale per l’esercizio 2015, sulla base delle previsioni assestate 2016, ricordando quanto già annunciato dall’Inps.

Nel 2015 il patrimonio netto è risultato pari “a 5,87 miliardi, con un decremento sul 2014 di 12,54 miliardi”. Nel 2016 è previsto che “per effetto di un peggioramento dei risultati previsionali assestati (con un risultato economico negativo che si attesta su 7,65 miliardi) il patrimonio netto passi, per la prima volta dall’istituzione dell’ente, in territorio negativo per 1,73 miliardi”.

La magistratura contabile ritiene “non procrastinabile una riforma della governance” dell’Inps “negli assetti che qualificano il sistema duale voluto dal legislatore e, quindi, dei compiti di indirizzo e vigilanza intestati al Civ e di quelli di rappresentanza legale dell’ente e di indirizzo politico-amministrativo propri del presidente dell’Istituto”, dice la Corte ricordando si è chiuso con un risultato economico di esercizio negativo per 16,3 miliardi.

Nella stessa direzione, prosegue, “occorre un ripensamento di funzioni e compiti del direttore generale, che ne definisca i confini, alla luce anche del principio di separazione tra attività di indirizzo politico e gestione amministrativa. D’altro canto, l’accentramento nella figura del presidente dei compiti prima spettanti al Cda non sembra, alla prova dei fatti, aver risolto i profili di problematicità del sistema di governo, anche nei rapporti tra gli organi dell’Istituto”.


Sole 24 Ore. 2017-02-16. Corte dei conti: «Non rinviabile riforma governance Inps». Poletti: sistema previdenziale sostenibile

Operativa dal 1° febbraio, la controversa riorganizzazione interna Inps targata Tito Boeri – basata sulla riduzione delle direzioni generali da 48 a 36 – non ha risolto i problemi di gestione e indirizzo dell’Istituto, per superare i quali è ormai «necessaria» e «non procrastinabile» una riforma complessiva della governance. L’appello al legislatore arriva dalla Corte dei conti, che prende spunto dal controllo appena eseguito sulla gestione finanziaria 2015 dell’Istituto per evidenziare la necessità di un «adeguato ripensamento» della sua governance. Ripensamento «tanto più necessario ove si consideri che proprio al sistema di governo e ai rapporti tra gli organi che lo compongono sono da riferire alcune tra le disposizioni del nuovo Regolamento di organizzazione» voluto dal presidente Boeri «rispetto alle quali residuano margini di perplessità».

Accentramento poteri presidente «non ha risolto problemicità»

L’invito della Sezione di controllo sugli enti della magistratura contabile è dunque quello di rivedere il cosiddetto sistema duale di governance Inps, che oggi prevede la presenza di due organi di governo: il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza (Civ, di durata quadriennale) con funzioni di indirizzo generale (o strategico) dell’ente, e il presidente, con compiti di indirizzo politico-amministrativo dell’Istituto. In particolare, l’accentramento nella figura del presidente dei compiti prima spettanti al consiglio di amministrazione (Dl 78/2010) «non sembra, alla prova dei fatti, aver risolto i profili di problematicità del sistema di governo, anche nei rapporti tra gli organi dell’Istituto».

Criticità e dissensi per adozione Regolamento Boeri

Il riferimento è proprio alla controversa adozione del nuovo Regolamento di riorganizzazione, principale atto di riordino voluto da Boeri, caratterizzato da «delicati profili interpretativi oggetto di ripetuti rilievi da parte del Collegio dei sindaci e di osservazioni dei Ministeri vigilanti, alcune delle quali non recepite, ancorché di spessore e di rilievo per il buon andamento e la trasparenza del percorso di riforma e della stessa azione amministrativa». Nel mirino è soprattutto il percorso procedimentale «alquanto tormentato» del nuovo Regolamento, «cui non sono rimasti estranei aspetti di criticità nei rapporti tra organo deliberante (presidente) e organo titolare di un potere di proposta espressamente previsto dalla legge (direttore generale), che si sono sostanziati in un dissenso su procedura e contenuto delle relative determinazioni presidenziali, cui non è rimasto estraneo lo stesso Civ».

Nel 2015 patrimonio netto in rosso per 1,7 mld

La determinazione della sezione controllo elenca anche i numeri chiave della gestione finanziaria 2015 dell’Inps, tra cui un risultato economico di esercizio negativo per 16,3 miliardi di euro nonostante l’incremento delle entrate contributive (pari a 214,79 mld, +3,32 mld sul precedente esercizio). Sempre nel 2015 il patrimonio netto è risultato pari «a 5,87 miliardi, con un decremento sul 2014 di 12,54 miliardi». Nel 2016 è previsto che «per effetto di un peggioramento dei risultati previsionali assestati (con un risultato economico negativo che si attesta su 7,65 miliardi) il patrimonio netto passi, per la prima volta dall’istituzione dell’ente, in territorio negativo per 1,73 miliardi». Nell’anno preso in considerazione la spesa per prestazioni istituzionali è stata pari a 307,83 mld, «con un incremento rispetto all’anno precedente di 4,43 mld ascrivibile principalmente all’aumento della spesa per pensioni (+4,26 md), pari a 273,07 mld». Nel 2015, infine, le pensioni in essere risultavano oltre 21 milioni, di cui circa l’82 per cento previdenziali.

Poletti: sistema previdenziale sostenibile, no interventi

Il sistema previdenziale è «assolutamente sostenibile» e il Governo non pensa a nuovi interventi. Lo ha ribadito il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti a margine della Ricerca presentata da Itinerari previdenziali sul welfare in Italia commentando la relazione della Corte dei Conti sul bilancio Inps. «Il bilancio dello Stato – ha detto a proposito del patrimonio negativo dell’Ente a causa del disavanzo economico registrato negli ultimi anni – garantisce la copertura di queste situazioni. Non sono previsti nuovi interventi».

Inps, Boeri: nessun allarme, pensioni garantite da Stato

Sulla stessa lunghezza d’onde anche il presidente dell’Inps, Tito Boeri, per il quale non c’è nessun allarme sui conti, dal momento che il disavanzo dell’Istituto deriva «unicamente da ritardi nei trasferimenti dello Stato che vengono anticipati dall’Inps e poi ripianati». Lo ha detto spiegando che «le prestazioni sono garantite dallo Stato. Di conseguenza, ciò che conta non è il bilancio dell’Inps, ma dello Stato».

Itinerari previdenziali: in 2015 spese welfare al top media Ue

Il quarto Rapporto sul bilancio del sistema previdenziale italiano, con gli andamenti finanziari e demografici relativi al 2015, redatto da “Itinerari previdenziali”, evidenzia che l’incidenza sul Pil della spesa per la protezione sociale in Italia è pari o addirittura superiore alla media europea. Lo studio illustrato alla Camera evidenzia, peraltro, che al netto dell’assistenza il bilancio previdenziale rivela un saldo attivo pari a 3,713 miliardi. «A differenza di quanto spesso si afferma che in Italia si spende molto meno per il welfare rispetto agli altri Paesi europei – ha sottolineato il presidente del centro studi, Alberto Brambilla – la spesa per prestazioni sociali nel 2015 ammonta a 447,396 miliardi di euro e incide per il 54,13% sull’intera spesa statale, comprensiva degli interessi sul debito pubblico, e del 27,34% rispetto al Pil, cioè uno dei livelli più elevati in Europa». Si tratta, secondo Brambilla, «di un onere difficilmente sostenibile in futuro, che già ora limita gli investimenti pubblici in tecnologia, ricerca e sviluppo, unica via per garantire la competitività del Paese e un futuro più favorevole per le giovani generazioni già gravate da un abnorme debito pubblico».