Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Grecia. Nea Demokracia polverizza Syriza alle amministrative.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-03.

Cacciata. Raffaello Sanzio. La cacciata di Eliodoro dal Tempio. 002

È dal 21 dicembre 2015, giusto tre mesi dopo le allora elezioni politiche, che tutti i sondaggi elettorali davano costantemente Nea Demokracia (Nd) in vantaggio su Syriza, 36.4% contro 26.7%.

Alle elezioni europee del 26 maggio Syriza ha conseguito il 23.9% dei suffragi, mentre Nd ha ottenuto il 33.3% dei voti.

«Il partito di Centrodestra greco, Nuova Democrazia (Nd), infatti, ha conquistato la poltrone di ‘primo cittadino’ ad Atene, così come la quasi totalità delle regioni greche, confermando una nuova vittoria dopo le elezioni Europee dinanzi alla sinistra del premier Alexis Tsipras. I dati non sono ancora definitivi ma i risultati ottenuti da Nuova Democrazia danno un grande vantaggio ai moderati, alla vigilia delle elezioni politiche anticipate che si terranno il 7 luglio. ….

Ad Atene, la sfida più attesa per la guida del comune della Capitale ellenica, Costas Bakoyannis, 41 anni, ex governatore della regione centrale del Paese, ha vinto con il 65% dei voti contro il suo rivale di Syriza, Nassos Iliopoulos.» [Fonte]

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2019-06-03__Grecia__001

«Candidates for the New Democracy Party have won 12 of the country’s 13 regions»

«many European leaders, including Angela Merkel who once threatened to oust him from the eurozone, now praise him as a trusted and credible ally»

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La devoluzione dell’ideologia liberal socialista prosegue in Europa a grandi passi.

La crisi delle sinistre in Francia ed in Italia, ed adesso la disgregazione in Germania dell’Spd e, verosimilmente, della Große Koalition ne sono segni più che evidenti.

Bene: la Grecia si è democraticamente liberata di Tsipras e dei suoi ultramontani orpelli ideologici Posizione che verosimilmente confermerà alle prossime elezioni politiche.

Difficile dure quale sarà la posizione del nuovo governo greco in seno al Consiglio Europeo, ma l’asse francotedesco sembrerebbe aver perso un fedele lacchè.

E dire che così salutava Tsipras la stampa liberal socialista:

Greece: Alexis Tsipras hails ‘new era’ after debt crisis

Una nuova ‘era’ durata qualche anno, ed anche in modo stentato.

Nota.

Senza governo centrale ed estromesso da quelli regionali, Syriza si avvierebbe al declino.


Deutsche Welle. 2019-06-02. Greek conservatives win big in local elections

Greeks have returned to the ballot box after the ruling Syriza party suffered a crushing defeat in elections to the European Parliament. Candidates for the New Democracy Party have won 12 of the country’s 13 regions.

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Greece’s main opposition conservative party, New Democracy, repeated last week’s success in European Parliament elections by dominating in second-round runoff local elections on Sunday. The political group secured 12 of the country’s 13 regions and won a majority of cities.

In Athens, Kostas Bakoyannis, son of former conservative mayor Dora Bakoyannis and nephew of opposition leader Kyriakos Mitsotakis, won with a 65% share of the vote to defeat a candidate backed by the ruling left-wing Syriza.

Prime Minister Alex Tsipras‘ party picked up less than a quarter of the vote last week, a result that led him to call for snap elections on July 7, three months earlier than scheduled, and crushed his dream of becoming the first Greek prime minister in three decades to see out a full term in office.

New Democracy won five of Greece’s 13 regional district governorships in last week’s first round of local voting — which ran alongside the European Parliament ballot — while the left took just one. 

Leftist firebrand

“We are calling on citizens to choose progressive mayoral and district candidates today … against the representatives of conservatism,” Tsipras said after casting his ballot in central Athens on Sunday.

“The former communist youth leader surged to power as a radical rabble-rouser, championing ‘collision politics’ against the Greek establishment and European austerity,” reported DW’s Athens correspondent Anthee Carasava.

“Four years on, he has turned into a master of the mainstream, mutating and maturing into a lord of realism. So much, that many European leaders, including Angela Merkel who once threatened to oust him from the eurozone, now praise him as a trusted and credible ally. They’ve even nominated him for a Nobel Prize for helping to turn Greece into a pillar of stability.”

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Ansa. 2019-06-03. Tsipras perde ancora, centrodestra conquista Atene

Nea Dimokratia, il partito di centrodestra greco, conferma il suo momento positivo: i candidati conservatori vincono in maniera schiacciante al secondo turno delle elezioni amministrative greche ad Atene e nella regione della capitale, l’Attica, i due ‘premi’ più ricchi in ballo per questo voto. Il premier Alexis Tsipras, già sconfitto alle europee di domenica scorsa, ha ora di fronte una missione praticamente impossibile: convincere in un mese i suoi connazionali, che anche nel secondo turno delle Amministrative, dopo il voto per l’europarlamento, hanno bocciato questi anni di governo nonostante misure a favore dei meno abbienti varate negli ultimi mesi e una buona crescita economica del Paese, a ridare fiducia alla sua coalizione della sinistra radicale.

L’appuntamento è per il 7 luglio, una data che – a vedere anche un sondaggio pubblicato dopo la chiusura dei seggi, che assegna ai conservatori fino al 36,5% – potrebbe invece vedere il successo di Kyriakos Mitsotakis, leader di Nea Dimokratia. Ovvero, il ritorno al potere di una delle grandi famiglie politiche greche, quella del premier Konstantinos Mitsotakis, suo padre, che governò la Grecia dal 1990 al 1993.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Eurozona. I dolori del giovane Juncker. Mica che sia sua la colpa.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-10.

Juncker 004

Mr Juncker ha 65 anni, età che per i tempi che corrono sconfina ancora nella giovinezza. Di conseguenza gli siano perdonate frasi spiritose che nell’età adulta non avrebbero dovuto uscire di bocca.

Il mea culpa di Juncker: “Lʼausterità fu avventata, con i greci poco solidali”

«Eʼ stata molto criticata la politica dellʼEurozona, è una cosa che mi riguarda perché sono stato presidente dellʼEurogruppo»

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«Le riforme strutturali restano essenziali ma, durante la crisi del debito in Ue,l’austerità fu avventata, e non perché volevamo sanzionare chi lavora e chi è disoccupato»

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«Non siamo stati sufficientemente solidali con i greci»

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«E’ stata molto criticata la politica dell’Eurozona, è una cosa che mi riguarda personalmente …. perchè sono stato presidente dell’Eurogruppo nel momento più grave della crisi economica e finanziaria …. Mi rammarico di aver dato troppa importanza all’influenza del Fondo monetario internazionale. Al momento dell’inizio della crisi, molti di noi pensavano che l’Europa avrebbe potuto resistere all’influenza del Fmi. Se la California è in difficoltà, gli Stati Uniti non si rivolgono al Fondo monetario internazionale e noi avremmo dovuto fare altrettanto.»

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La Germania ha violato il Patto di stabilità 18 volte, come dice Juncker?

«i tedeschi amano lamentarsi degli italiani. Ma loro stessi hanno violato il Patto di stabilità 18 volte»

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Ammettere i propri errori è sempre cosa buona, ma Mr Juncker non trova difficoltà alcuna ad identificarne i veri colpevoli.

E qui arrivano le sorprese.

«The Netherlands, Austria, and Germany prevent deepening Eurozone integration»

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«Juncker was making reference to what he suggested was an obstructionist agenda by countries that are net contributors to the EU budget loath the prospect of any form of transfers union»

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«There is no progress with the deepening of the monetary union because The Netherlands, Austria and all too often, Germany, all stand in the way of more solidarity and joint responsibility»

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«Throughout the sovereign debt crisis, Germany, the Netherlands, and Finland resisted any notion of Eurobonds»

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«One of the most vociferous opponents of deepening the project for the political integration of the Eurozone has been the president of the German Central Bank, Jens Weidman, who is also a candidate to succeed Mario Draghi as the head of European Central Bank (ECB).»

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«This candidacy has limited support in the ECB board, as Weidman has also been a staunch critic and opponent of Mario Draghi’s quantitative easing and “whatever it takes” position»

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Ricapitoliamo.

Mr Juncker ammette di aver fatto molti errori, pagati ben salati dal popolo europeo.

Ma la colpa sarebbe degli olandesi, degli austriaci e dei tedeschi.

Toh!! Chi mai lo avrebbe detto??


New Europe. 2019-05-06. Juncker says several core EU members actively resist Eurozone integration

The Netherlands, Austria, and Germany prevent deepening Eurozone integration, European Commission President Jean-Claude Juncker told German newspaper Handelsblatt, published on 3 May.

Juncker was making reference to what he suggested was an obstructionist agenda by countries that are net contributors to the EU budget loath the prospect of any form of transfers union.

“There is no progress with the deepening of the monetary union because The Netherlands, Austria and all too often, Germany, all stand in the way of more solidarity and joint responsibility,” said Juncker, who added that he is “still hopeful” that several German politicians want to make progress when it comes to taking the next steps towards further integration of the 19-members of the common currency.

Throughout the sovereign debt crisis, Germany, the Netherlands, and Finland resisted any notion of Eurobonds, which would resolve the “death loop” between national banks and sovereigns, by pooling the credit-rating of the Eurozone members. Juncker also said jointly issued debts should be expected in the future.

One of the most vociferous opponents of deepening the project for the political integration of the Eurozone has been the president of the German Central Bank, Jens Weidman, who is also a candidate to succeed Mario Draghi as the head of European Central Bank (ECB).

This candidacy has limited support in the ECB board, as Weidman has also been a staunch critic and opponent of Mario Draghi’s quantitative easing and “whatever it takes” position, a policy that is largely credited with helping the Eurozone recover for the worst of the global financial crisis. Asked whether he would support Weidman’s candidacy, Juncker said he was “not advocating for or against.”

“I wouldn’t mind at all if there was a German president of the ECB,” Juncker said, adding that “I definitely do not share the view that is prevalent in parts of southern Europe that a German should not be president of the ECB.”

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Europa. Calendario Elettorale 2019.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-27.

Europa 002

Europa. Risultati Elettorali 2017.

Europa. Risultati Elettorali 2018.

L’Unione Europea è governata dalla Commissione Europea, dall’europarlamento, ma, soprattutto, dal Consiglio Europeo, formato dai capi di stato o di governo dei paesi afferenti l’Unione.

Molte decisioni sono prese a maggioranza semplice, ma spesso è richiesta quella qualificata. Sulle questioni essenziali serve invece la unanimità. Esiste infine il diritto di veto.

Ma il controllo del Consiglio Europeo lo si combatte nelle elezioni politiche dei singoli stati.


Riportiamo da Edn Hub il calendario elettorale 2019.

Bruxelles – Il 2019 sarà l’anno delle elezioni europee, che si svolgeranno dal 23 al 26 maggio in tutta Europa. Ogni Stato membro dell’Ue avrà la libertà di definire in quali e per quanti giorni mantenere aperte le urne sul proprio territorio, per l’Italia la data sarà domenica 26 maggio. Un momento cruciale, quello di fine maggio, per il destino dell’Unione tutta ma anche dei partiti tradizionali, negli ultimi due anni messi in grande difficoltà, se non oscurati, dall’ascesa dei partiti populisti e sovranisti.

Molti gli appuntamenti anche alle urne nazionali nel 2019, dall’Italia – al voto per regionali ed amministrative – alla Grecia, passando per altri 9 Stati membri (Belgio, Estonia, Finlandia, Slovacchia, Lituania, Danimarca, Portogallo, Polonia e Romania).

Il calendario elettorale del 2019:

– UE – Elezioni europee dal 23 al 26 maggio. Qui i risultati delle prime proiezioni.

– ITALIA – Le elezioni amministrative si svolgeranno insieme alle elezioni europee – in programma domenica 26 maggio – come avvenne 5 anni fa.

In alcune regioni si è già votato per le regionali:

– Abruzzo (10 febbraio). Gli abruzzesi hanno premiato il centrodestra ed eletto Marco Marsilio alla presidenza della Regione: netto il risultato, affluenza però in forte calo. Marsilio ha raccolto il 48,03% dei consensi, staccando il candidato del centrosinistra allargato Giovanni Legnini che si è fermato al 31,28%. M5S terzo con il 20,20% dei voti.
Sardegna (24 febbraio). Il centrodestra ha espugnato anche la Sardegna con 47,78%, il nuovo presidente della Regione è Christian Solinas. Staccato al secondo posto il centrosinistra, guidato da Massimo Zedda, con il 32,92% dei voti. Il Movimento Cinquestelle si è fermato all’11,20%.

Basilicata (24 marzo). Il candidato governatore della Basilicata per il centrodestra Vito Bardi ha vinto con il 42,20%. Secondo Carlo Trerotola del centrosinistra al 33,11%, terzo Antonio Mattia del Movimento 5 stelle con il 20,32%
Le prossime regioni al voto saranno il Piemonte (26 maggio, insieme alle europee) ed Emilia-Romagna e Calabria in autunno.

– BELGIO – Il partito fiammingo di destra N-VA è dato dai sondaggi in vantaggio rispetto al Partito Socialista. Le elezioni si terranno il 26 maggio con le europee. A seguito della spaccatura nel governo sul Global Compact per i migranti, lo scorso 18 dicembre il premier Charles Michel ha rassegnato le sue dimissioni al re. Il re lo ha incaricato di rimanere in carica per gli affari correnti fino alle elezioni del 2019. Michel era diventato primo ministro nell’ottobre del 2014 e guida una coalizione di centrodestra composta da quattro partiti.

– ESTONIA – Il 3 marzo l’Estonia ha virato a destra con la vittoria della destra liberale e un boom dei sovranisti. Il partito riformista di opposizione, guidato dall’ex europarlamentare Kaja Kallas, ha ottenuto il 28,8% dei consensi battendo il Partito centrista del premier uscente Juri Ratas che si è dovuto accontentare di un secondo posto con il 23,1% dei consensi. Ma la vera novità è rappresentata dalla formazione euroscettica Ekre che si è piazzata terza con il 17,8%,raddoppiando i consensi rispetto alle elezioni del 2015, come prevedevano i sondaggi. Dopo difficili negoziati, il Parlamento estone ha respinto la nomina a premier di Kallas, affidando all’ex primo ministro Juri Ratas l’incarico per la formazione di un governo. La nuova coalizione è composta dal Partito di Centro di Ratas (25 seggi), i conservatori di Isamaa (12) e, a sorpresa, EKRE (19 seggi), per un totale 56 seggi su 101. .

– SLOVACCHIA – Il 30 marzo, Zuzana Čaputová ha vinto il secondo turno delle elezioni presidenziali in Slovacchia, diventando la prima donna a ricoprire il ruolo di presidente del paese. Ha ottenuto il 58%, contro il 42% del suo avversario, Maroš Šefčovič, del partito di centrosinistra Direzione – Socialdemocrazia (Smer) e  commissario Ue per l’unione energetica dal 2014. Čaputová, avvocata ambientalista e attivista, fa parte del piccolo partito europeista Progressive Slovakia. Al primo turno, aveva ottenuto il 40,5% dei voti contro il 18,7% di Šefčovič. Nel 2018 la Slovacchia ha attraversato una crisi politica scatenata dall’omicidio del giornalista Jan Kuciak e della sua fidanzata, che ha portato alle dimissioni del primo ministro Robert Fico (Smer-SD). In seguito, l’ex presidente Kiska ha designato primo ministro ad interim Peter Pellegrini, anch’egli socialdemocratico. Le prossime elezioni parlamentari slovacche si terranno nel 2020.

– FINLANDIA – Il 14 aprile sono stati i cittadini finlandesi a recarsi alle urne per rinnovare il parlamento. La sinistra ha vinto di un soffio le elezioni politiche – e potrebbe tornare a guidare il governo dopo 20 anni – con un vantaggio risicato sui populisti dei Veri Finlandesi che hanno mancato un clamoroso trionfo per una frazione di punto. Il Partito socialdemocratico (Sdp), guidato di Antti Rinne, ha ottenuto il 17,7% rispetto al 17,5% dei ‘Veri Finlandesi’, alleati di Matteo Salvini. La partita per guidare il Paese è ora nelle mani dei socialdemocratici dell’ex sindacalista Rinne: la maggioranza dei finlandesi sembra aver puntato sulla lotta al cambiamento climatico e sulla difesa del generoso modello di welfare invidiato in tutto il mondo, ma indebolito da anni di austerità sotto il governo di centrodestra dell’ex premier Juha Sipila. Sipila si era dimesso il mese scorso proprio dopo la bocciatura della sua riforma sanitaria, che voleva ridurre sensibilmente i costi per la salute. E anche le urne hanno confermato che le sue ricette non sono state apprezzate: il suo partito di centro si è piazzato quarto, dietro anche ai conservatori.

– SPAGNA – Il premier spagnolo socialista, Pedro Sanchez, ha annunciato che le elezioni generali anticipate si terranno il 28 aprile. A febbraio il Parlamento iberico aveva bocciato il progetto di finanziaria di Sanchez, con i voti dei partiti di centro destra Pp e Ciudadanos e degli indipendentisti catalani. Per questo il premier ha ritenuto opportuno convocare elezioni anticipate. Secondo gli ultimi sondaggi, i socialisti sarebbero in vantaggio con circa il 31% dei voti, seguiti dai popolari con il 20%, Ciudadanos al 14,4% e Podemos all’11,4%. La formazione di estrema destra Vox è data all’11,2 per cento. Se le percentuali fossero queste, il partito di Pedr Sanchez non otterrebbe la maggioranza assoluta di 176 seggi necessari per governare da solo, quindi un governo di coalizione sarebbe altamente probabile.

– LITUANIA – Il 12 maggio i lituani andranno alle urne per eleggere il successore di Dalia Grybauskaitė, prima donna presidente della Lituania, in carica dal 2009 come indipendente (sostenuta dai conservatori) e giunta ora al termine del suo secondo mandato. In corsa per la successione anche il commissario europeo alla Salute, Vytenis Andriukaitis (Socialisti). I sondaggi danno in testa l’economista indipendente Gitanas Nausėda (i cui consensi si aggirano intorno al 25%).

– DANIMARCA – I 179 seggi del Parlamento danese – Folketing – sono in attesa di essere rinnovati. La data delle elezioni non è ancora nota ma dovranno svolgersi entro giugno. Nelle elezioni del 2015, il partito liberale Venstre formò un governo di minoranza di stampo conservatore, guidato dal premier Lars Løkke Rasmussen.

– GRECIA: domenica 20 ottobre i greci saranno chiamati alle urne per rinnovare Voulí ton Ellínon, il parlamento ellenico. Saranno le prime elezioni politiche per il Paese dopo l’addio della Troika e l’uscita dal tunnel della crisi economica. Il premier in carica Alexis Tsipras, leader di Syriza (Sinistra Radicale),  è però dato indietro nei sondaggi (al 26%) rispetto al centro-destra del partito Nea Dimokratia, guidato da Kyriakos Mitsotakis (36%). Staccati gli altri: gli estremisti di destra della Chrysí Avgí sono dati all’8%; stessa percentuala dei socialisti di Kinima Allagis; i comunisti del Kommounistikó Kómma Elládas si attestano al 7%; mentre il partito di centro, Enosi Kentroon, riscuote solo il 2% dei consensi.

PORTOGALLO – Il centrosinistra è in vantaggio nei sondaggi delle elezioni politiche che si svolgeranno il 6 ottobre: il primo ministro socialista Antonio Costa appare nettamente in testa (i sondaggi lo danno al 39%), anche se per ottenere la maggioranza potrebbe avere ancora bisogno di stringere accordi i partiti democratici di sinistra.

POLONIA – Le prossime elezioni parlamentari si terranno non più tardi di novembre. Il partito della destra anti-europeista Diritto e Giustizia del premier Mateusz Morawiecki guida ampiamente sondaggi con il 42%.

ROMANIA Presidenziali in programma a novembre o dicembre. I Socialisti sono dati come favoriti, tanto da puntare a spodestare l’attuale presidente liberale Klaus Iohannis, che ha annunciato la sua ricandidatura.

Pubblicato in: Cina, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Cina non divide l’Unione Europea: è già divisa. Ceec.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-15.

Ceec. 16 + 1. 0021

Delle cose importanti nessuno ama parlarne.

Se è vero che Mr Li sia venuto in Europa a parlare con i Governi Italiano e Francese, per poi avere una riunione con la dirigenza uscente dell’Unione Europea, sarebbe altrettanto vero ricordarsi che terminate queste incombenze si è diretto alla riunione della Ceec, il Gruppo 16 +1. Ceec significa Central and Eastern European Countries.


Via Seta: premier cinese Li in Croazia per vertice ’16+1′

«BELGRADO, 11 APR – Il premier cinese Li Keqiang, alla guida di una numerosa delegazione governativa, è giunto oggi a Dubrovnik, sulla costa dalmata croata, per un vertice di due giorni con i Paesi dell’Europa centrorientale e dei Balcani, il cosiddetto formato ’16+1′ il cui obiettivo è il rafforzamento della collaborazione dei Paesi della regione con Pechino e lo sviluppo di progetti comuni, in particolare in campo infrastrutturale ed energetico. L’iniziativa è considerata parte integrante del progetto cinese noto come ‘Via della Seta’ mirante a una sempre maggiore penetrazione dell’economia e delle aziende cinesi sui mercati del mondo. Ieri Li Keqiang è stato in visita ufficiale a Zagabria dove ha avuto colloqui con la dirigenza croata, a margine dei quali sono stati firmati diversi accordi bilaterali.

Lo scorso anno la società statale cinese China Road and Bridge Corporation (Crbc) si è aggiudicata il contratto per la costruzione del ponte di Peljesac, nel sud della Dalmazia, il più grande progetto infrastrutturale in Croazia il cui valore ammonta a 280 milioni di euro. Per oggi, riferiscono i media, è in programma una visita del premier cinese ai cantieri di questa opera, al cui finanziamento partecipa in larga parte la Ue. Il ponte di Peljesac sarà lungo 2,4 km e avrà un’altezza di 55 metri, con quattro corsie. I tempi di costruzione sono previsti in tre anni. Quello di oggi e domani a Dubrovnik è l’ottavo vertice fra Cina e Paesi Ceec (Central and Eastern European Countries), 11 dei quali sono membri della Ue. Del formato ’16+1′ fanno parte Albania, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Romania, Serbia, Croazia, Montenegro, Macedonia del Nord, Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia, Lituania, Lettonia, Estonia»

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Della Ceec, il 16+1, ne abbiamo già diffusamente parlato.

Cina. Ceec, un nome da imparare. Dazi ridotti dal 17.3% al 7.7%.

Asia alla conquista dell’Europa dell’Est.

Cina. Ceec 16 + 1. L’Occidente inizia a preoccuparsi.

«The 16+1 was established in 2012 as a multilateral platform facilitating cooperation between China and 16 Central and Eastern European countries (CEEC).»

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«In recent years, the platform’s summits have attracted a lot of attention, especially in Western Europe»

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«The intensifying level of engagement between the 16 countries in the CEE region and China has considerably alarmed Brussels and Berlin»

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«Many Western European observers and policymakers have raised concerns about the potential risks of growing Chinese presence in Eastern Europe, claiming that Beijing’s major interest in engaging with the region is a part of its long-term strategy to undermine EU unity»

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Basta dare un’occhiata sia pur distratta alla carta geografica, aggiungerci l’Italia, e gli schieramente saltano immediatamente agli occhi.

La Cina in Europa c’è già, e l’Europa si è già divisa.

Eastern European countries form a crucial part of its Belt and Road Initiative

«Li made clear that projects such as the Chinese-built Peljesac Bridge in Croatia could “inspire future cooperation,” especially for central and eastern European countries hoping to lure investment home»

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Gli investimenti cinesi nei paesi dell’est europeo hanno ampiamente superato quelli fatti dall’Unione Europea, che li ha sempre trattati da parenti pover, scagliandosi infine contro di essi perché sono fieri del loro retaggio religioso, storico, culturale e sociale. Si pensi solo alle diatribe ideologiche contro la Polonia e l’Ungheria.

Adesso anche l’ultima mazzata nei denti.

Greece eyes 16+1 group of China and eastern European states [Financial Times]

«Greece wants to join a club of eastern European countries looking to deepen ties with China, in a move that highlights Beijing’s growing clout in the bloc despite wariness in Brussels.

Alexis Tsipras, Greece’s prime minister, this month informed the members of the “16+1” group of China and central and eastern European states — 11 of them EU members — of his country’s willingness to join them, according to a letter seen by the Financial Times.

A formal announcement is expected to be made at the group’s annual gathering this week in Croatia, according to a diplomat who will attend the meeting. “The participation of Greece . . . is consistent with the willingness of my country to enhance its role in the region and promote peace and co-development, also on the basis of its strategic co-operation with China,” Mr Tsipras wrote in a letter to Zoran Zaev, prime minister of North Macedonia. ….

The move comes as the European Commission branded Beijing a “systemic rival” and was alarmed by Italy’s decision to become the first G7 country to endorse the Belt and Road Initiative, China’s global infrastructure investment drive. Greece is already part of BRI and has welcomed Chinese investment after being severely hit by the eurozone debt crisis. The Port of Piraeus in Athens is an important container trans-shipment point for Cosco, China’s state shipping company. ….

Since the 16+1 was formed in 2012, Beijing has announced more than $15.4bn worth of investments in the 16 countries, with more than 70 per cent going to the five non-EU members in the group»

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Bruxelles non dovrebbe preoccuparsi che arrivino i cinesi: ci sono già.


Deutsche Welle. 2019-04-12. China promises not to divide EU at eastern Europe summit

China’s premier has vowed to respect European Union trade rules, amid fears about preferential treatment for some entities. Brussels is worried Beijing — present at a summit of eastern states — could divide the bloc.

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Chinese Premier Li Keqiang on Friday said that China would “cooperate and respect European standards” at the opening of the eighth annual summit on cooperation between Beijing and eastern European countries in Croatia.

Before a breakthrough earlier this week, leading EU member states — including Germany and France — had expressed concerns that Beijing may attempt to divide the bloc with its separate summit focusing on relations with Europe’s eastern states.

Brussels is particularly worried about European access to Chinese markets. Currently, Chinese companies have greater access to EU markets than their European equivalents. But China has signaled its intention to change that.

“We welcome openness and we want to treat all companies that operate in China equally and to increase imports from the (European) countries,” Li said, using an interpreter. “China is open to the world.”

Europe on China’s ‘Silk Road’

For China, eastern European countries form a crucial part of its Belt and Road Initiative, which is commonly referred to as the new “Silk Road.”

The project imagines overland and maritime routes linking China to markets across the globe, including Europe, Africa and other parts of Asia. But the initiative has come under scrutiny, in part due to some projects failing to take off or having been scrapped permanently.

But Li made clear that projects such as the Chinese-built Peljesac Bridge in Croatia could “inspire future cooperation,” especially for central and eastern European countries hoping to lure investment home.

“With Greece joining in with all the central and eastern European countries … we will deepen China’s relationship with the EU,” Li said.

Shady involvement

Meanwhile, the EU has also expressed concerns about Chinese involvement in the projects, especially after Italy signed on in a nonbinding “Silk Road” pact.

Last month, EU Budget Commissioner Günther Oettinger expressed “concern that in Italy and other European countries, infrastructure of strategic importance like power networks, rapid rail lines or harbors are no longer in European but in Chinese hands.”

Other infrastructure projects, including the rollout of 5G networks, have come under wider scrutiny, in part due to heightened fears that Chinese involvement could compromise national security. Telecommunications giant Huawei has been singled out by the US and other countries for purportedly maintaining close ties to Chinese security services.

Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Grecia. A maggio cambierà governo. È quello che sarà l’Europa tra qualche anno.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-04.

2019-03-05__Grecia__001

La Grecia di oggi è quello che sarà l’Europa tra qualche anno.

Ora che è quasi interamente distrutta si appresta ad un drastico ribaltone politico.


«La crisi ha bruciato un quarto del Pil greco. Se n’è andato un cittadino su 20. Nell’età più produttiva,uno su tre»

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«Le radici sono nella terra che calpestano i figli, non nelle tombe dei genitori»

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«Negli ultimi 10 anni da un Paese di 11 milioni se n’è andato un greco su 20. Ma se si guarda solo alla fascia di età più produttiva, quella dai 20 ai 40 anni, la percentuale schizza al 35%: tre giovani ogni dieci, maschi o femmine in proporzioni uguali»

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«Gli studiosi lo chiamano «brain drain», qualcosa di più e di diverso dalla nostra solita traduzione «fuga dei cervelli»

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«Brain drain evoca un passare al setaccio, pescare da un Paese le forze migliori e metterle al servizio del proprio sistema economico.»

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«Se da una parte riduce la disoccupazione dello Stato «drenato» (o «saccheggiato»), dall’altra toglie le energie migliori che potrebbero aiutarne la ripresa»

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«I primi sondaggi prevedono uno tsunami che spazzi via la sinistra di governo a vantaggio del centro-destra di Nuova Democrazia»

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«A dar voce alla rabbia, però, ci pensa soprattutto l’estrema destra nazionalista di Alba Dorata che rimprovera a Tsipras di aver prima svenduto gli asset nazionali e poi i suoi giovani cervelli»

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«Antonios Gregos, deputato di Salonicco per Alba Dorata è chiaro: «L’Europa della globalizzazione, dei banchieri, dei liberali e dei socialisti ha regalato profitti giganteschi ai potentati economici e schiavizzato finanziariamente i cittadini. La gente lo ha capito e ci renderà almeno terzo partito con percentuali a due cifre»

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«La sorte peggiore è toccata ai distretti industriali come quello di Noussa, a 150 chilometri da Salonicco, dove la globalizzazione ha fatto il deserto»

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«Eravamo la Manchester dei Balcani, il maggior centro tessile della regione. A inizio anni 2000, la concorrenza dei prodotti asiatici ci ha messo fuori mercato. Su 30mila abitanti 5mila hanno perso il lavoro. La città si è svuotata. Oggi siamo circa 20mila e stiamo tentando di rinascere»

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Il 26 maggio si voterà in Grecia e sembrerebbe essere possibile un totale sommovimento politico, tornando al potere Nea Dimokratia, al momento quotata al 32.9%: ovviamente, dovrà fare alleanze per formare un governo

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La Grecia è il laboratorio ove si sta sperimentando quello che sarà l’Europa entro un lustro.

Il comparto produttivo industriale è stato annientato con la cura dei bombardamenti a tappeto e senza di quello il comparto dei servizi non ha motivo di esistere. Sopravvivono le vestigio del moloch statale, con personale pagato da fame ma pagato, ma che virtualmente non eroga più servizi. Gli ospedali greci si limitano ad una insegna cadente.

Ma questo sarebbe ancora il meno.

Il paese si sta spopolando nella sua componente giovanile: tre giovani su dieci sono emigrati. Lo stato sta spendendo cifre molto elevate per formare laureati che poi emigrano senza tornare.

Non solo: emigrano le persone più intraprendenti, restano quelle più rassegnate, con meno voglia di emergere, di sopravvivere.

La Grecia è ora quello che sarà l’Italia e buona parte dell’Europa tra uno o due lustri.

L’Asse francogermanico e la eurodirigenza ora a scadenza  ha desertificato la Grecia peggio di come abbia fatto il comunismo con i paesi dell’Europa dell’est.

«il problema vero è la distruzione della classe media,

unica guardiana della democrazia»

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La lezione è finita. E i ragazzi se ne vanno.

Vasilis Angelis legge nella rubrica del suo smartphone il bollettino della guerra che la Grecia sta perdendo: «Questo non c’è più, questo neppure, questo neanche però, forse, potrebbe tornare». Angelis è avvocato. Ha una laurea presa a Macerata e una patente nautica per girare in barca a vela l’Egeo. «Mio nipote Iorgos è a Londra e si occupa di ingegneria robotica, un altro sta per laurearsi ad Atene ed andrà in Germania o in Gran Bretagna. Costas, un loro compagno di scuola, è già in Massachusetts, la figlia di un nostro amico in Virginia. Se non avessi due bambini piccoli partirei anch’io. Mi ha scritto uno studio legale canadese, lì guadagnerei probabilmente cinque, dieci volte quel che incasso qui».

Le statistiche della Banca Centrale di Atene danno ragione all’empirico sondaggio di Vasilis. Negli ultimi 10 anni da un Paese di 11 milioni se n’è andato un greco su 20. Ma se si guarda solo alla fascia di età più produttiva, quella dai 20 ai 40 anni, la percentuale schizza al 35%: tre giovani ogni dieci, maschi o femmine in proporzioni uguali. «Io sto per partire — annuncia Dafni Drossou, 24 anni di energia e chioma nera —. Prima l’Erasmus in Francia, poi un qualunque lavoro pur di restare lì. Entusiasta? Certo. Illusa? No. Sono disposta ad accettare un lavoro meno qualificato di quello che dovrei con la mia laurea in architettura, ma per il semplice fatto che sarei costretta a farlo comunque, anche se restassi in Grecia. La differenza è che nell’Europa che non è indebitata, che non è come la Grecia, spero di esser almeno pagata. Poco, ma pagata e con la possibilità di avere un futuro. Qui gli studi di architettura, ma anche i bar, vogliono solo lavoro gratuito». «Tantissimi studenti sanno di doversene andare. Chi può permetterselo fa direttamente l’università fuori» Dimitris Tahmatzidis

Un preside di liceo a Veria, verso il confine macedone, Dimitris Tahmatzidis, non può che darle ragione: «Tantissimi miei studenti sanno di doversene andare. Chi può permetterselo fa direttamente l’università fuori. Altri puntano sui master, altri ancora emigrano dopo la laurea. L’impressione è di stare su un Titanic. Diamo ai ragazzi gli strumenti per emigrare, ma quando se ne andranno loro, chi resterà qui ad insegnare agli altri? Se si va avanti così, la Grecia affonderà senza neppure più la scialuppa della cultura per salvarsi».

Nella facoltà di Scienze politiche ed Economia dell’Università Aristotele di Salonicco, il preside Grigoris Zarotiadis è un emigrante di ritorno. Giubbotto di pelle come l’ex ministro anti austerità Yanis Varoufakis, inglese perfetto, è stato in Austria per perfezionarsi e in Gran Bretagna per lavorare, ma poi è riuscito a trovare una cattedra in patria. «Siamo ancora in una fase che chiamerei di emigrazione reversibile — spiega —. Fra qualche anno, quando chi è all’estero avrà fatto famiglia e i figli saranno a scuola, nessuno vorrà più abbandonare la vita che si è guadagnata con fatica. Se vogliamo salvare la Grecia dobbiamo farlo in fretta. La crisi economica ha bruciato un quarto del Pil e bloccato le chances di crescita. All’estero invece l’ascensore sociale per chi è qualificato funziona ancora. L’emigrazione è quindi la soluzione per i singoli. Come collettività, invece, dovremmo investire in ricerca e sviluppo, in turismo, agricoltura e manifattura di qualità, e non come abbiamo fatto sinora solo riducendo il costo del lavoro».

La Grecia è da sempre un Paese d’emigrazione. Lo scrittore Thòdoros Kallifatidis l’ha anche teorizzato: le nostre radici sono nella terra che calpestano i nostri figli, non nelle tombe dei genitori. L’ultima ondata migratoria è stata negli anni 50 e 60 e chi è rimasto in Usa, Australia, Nord Europa fa da base di appoggio ai nipoti che vogliono partire oggi. Il problema per la Grecia, però, è che non se ne vanno più braccia, ma cervelli la cui formazione è costata parecchio alla Grecia. «Qui tutti, dagli studi di architettura ai bar, offrono solo lavoro non retribuito» Dafni Drossou  

Gli studiosi lo chiamano «brain drain», qualcosa di più e di diverso dalla nostra solita traduzione «fuga dei cervelli». Brain drain evoca un passare al setaccio, pescare da un Paese le forze migliori e metterle al servizio del proprio sistema economico. Se da una parte riduce la disoccupazione dello Stato «drenato» (o «saccheggiato»), dall’altra toglie le energie migliori che potrebbero aiutarne la ripresa. È un fenomeno che coinvolge nell’Ue anche Portogallo, Irlanda, Spagna, Croazia, Slovenia, la stessa Italia. In Europa ci sono Paesi come Romania, Bosnia, Bulgaria che esportano manodopera a ritmi anche più alti (fino al 50%), ma il «capitale umano» di solito resta.

Nell’Ue della crisi invece c’è un accentramento di competenze e creatività nelle aree più produttive a scapito delle periferie. Solo nel sistema sanitario tedesco sono ormai 35mila i medici greci, oltre tre volte quelli che si laureano in Italia ogni anno. Il risultato è negli ospedali greci senza più personale.

È facile dare la colpa del «saccheggio» all’austerità imposta ai Paesi indebitati come la Grecia dai mercati finanziari e dall’Ue. La questione dominerà la campagna elettorale tanto più che il 26 maggio qui non si voterà solo per Bruxelles, ma anche per il Parlamento di Atene e per le amministrazioni locali. I primi sondaggi prevedono uno tsunami che spazzi via la sinistra di governo a vantaggio del centro-destra di Nuova Democrazia. Per resistere, il premier Alexis Tsipras punta sui timidi segni di ripresa e su una massiccia campagna di assunzioni a tempo determinato.

A dar voce alla rabbia, però, ci pensa soprattutto l’estrema destra nazionalista di Alba Dorata che rimprovera a Tsipras di aver prima svenduto gli asset nazionali e poi i suoi giovani cervelli. Antonios Gregos, deputato di Salonicco per Alba Dorata è chiaro: «L’Europa della globalizzazione, dei banchieri, dei liberali e dei socialisti ha regalato profitti giganteschi ai potentati economici e schiavizzato finanziariamente i cittadini. La gente lo ha capito e ci renderà almeno terzo partito con percentuali a due cifre».

La crisi in Grecia ha colpito soprattutto le città maggiori: Atene e Salonicco. Le isole sono restate a galla con il turismo, l’interno con l’agricoltura. La sorte peggiore è toccata ai distretti industriali come quello di Noussa, a 150 chilometri da Salonicco, dove la globalizzazione ha fatto il deserto e l’Europa sta cominciando a seminare. È il sindaco Nikos Koutsogiannis a raccontarlo. «Eravamo la Manchester dei Balcani, il maggior centro tessile della regione. A inizio anni 2000, la concorrenza dei prodotti asiatici ci ha messo fuori mercato. Su 30mila abitanti 5mila hanno perso il lavoro. La città si è svuotata. Oggi siamo circa 20mila e stiamo tentando di rinascere. Con i fondi per lo sviluppo Ue stiamo riconvertendo le fabbriche in centri per congressi, arte e creatività. Vorremmo arrivare a fare di Noussa un ambiente moderno e piacevole capace di attrarre la diaspora internazionale. Con la loro professionalità, sfruttando anche il lavoro a distanza, potrebbero far ripartire il Paese».

Evi Zygoulianou, 32 anni, è una di quelli scappati. Laureata in pedagogia, master sui disturbi dell’apprendimento, vive e lavora a Monaco. Una, due volte la settimana parla in Skype con genitori e fratello rimasti in Grecia. La sua voce arriva in una casa piena di icone ortodosse. «Guadagno bene, ma se potessi tornerei indietro. In Germania mi sento comunque straniera: mi piacciono cibi diversi, gesticolo in modo diverso, tratto le persone diversamente dai tedeschi». La crisi ha colpito soprattutto le città maggiori. Le isole sono restate a galla con il turismo, l’interno con l’agricoltura

Ad Atene anche lo scrittore Petros Markaris, il padre dell’ispettore Charitos, è tormentato dalla nuova diaspora. «Capisco che molti possano incolpare l’Europa perché questa sembra dire ai disoccupati quel che un proverbio greco dice al demonio: “Vattene via da me, va’ dal mio vicino”. Per me però il problema vero è la distruzione della classe media, unica guardiana della democrazia. La crescita dell’estrema destra e del razzismo non è casuale. Se vogliamo uscire dalla crisi ancora in democrazia, c’è qualcosa di meglio dell’Europa?».

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Geopolitica Europea, Unione Europea

Grecia. Tsipras ha perso la maggioranza parlamentare.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-13.

2019-01-13__grecia__001

«Greek Prime Minister Alexis Tsipras has lost his parliamentary majority, raising the possibility of snap elections»

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«He is calling a vote of confidence in his government.»

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«Greece’s right-wing defense minister on Sunday announced his resignation ahead of a planned vote to end a decades-long name dispute with the Former Yugoslav Republic of Macedonia»

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«Panos Kammenos, whose nationalist Independent Greeks party (ANEL) props up the government of leftist prime minister, Alexis Tsipras, said: “The Macedonia issue does not allow me not to sacrifice my post,” after a meeting with Tsipras»

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«The controversial agreement would also allow Macedonia to join NATO and the European Union»

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«In a deal long opposed by Kammenos, the two countries agreed last year to rename FYROM as the Republic of Northern Macedonia. The controversial agreement would also allow Macedonia to join NATO and the European Union.

Macedonia’s parliament ratified the deal by passing an amendment to the constitution on Friday, but Macedonia will start using it only after the parliament in Athens also approves the change in a vote expected later this month»

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Il quadro politico greco è stato ragionevolmente stabile fino ad una decina di anni fa: c’era la classica divisione europea in due partiti formalmente differenti, uno socialista progressista ed uno conservatore liberal: i rispettivi membri si vedevano in loggia e lì decidevano sia il da farsi sia il ruolo degli attori. Era uno sperimentato teatrino.

Poi si dovette prendere atto della crisi del debito pubblico: il partito socialista si liquefò e Nea Demokratia cercò di sopravvivere.  Emersero nuove forze politiche poco o punto ideologizzate, costrette a gestire una situazione sociale politica ed economica ai margini del chaos.

Il problema attuale concerne formalmente il nome con cui la Macedonia possa avere contatti con l’Unione Europea ma, soprattutto, con la Nato. La Macedonia, Repubblica della macedonia del Nord sarebbe il nome proposto, potrebbe entrare nella Nato, portando in dome una situazione geopolitica di estremo interesse militare, specie dopo che Nato e Turkia hanno evidenziato rapporti non ottimali.

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Se è vero che nelle elezioni politiche del 20 settembre 2015 Syriza aveva ottenuto il 35.5% dei voti, mentre Nea Demokratia era scesa al 28.1%, sarebbe anche vero constatare come dopo quattro anni il quadro sia invertito. Syriza raggiunge appena il 26% delle intenzioni di voto, contro il 38% di Nea Demokratia.

I partiti minori hanno al massimo una propensione al voto dell’8%, per cui un governo dovrebbe essere una coalizione di almeno tre forze confluenti. Sarà ben difficile riuscire a mettere di accordo i greci.


Deutsche Welle. 2019-01-13. Tspiras to seek confidence vote in Greek government

Greek Prime Minister Alexis Tsipras has lost his parliamentary majority, raising the possibility of snap elections. He is calling a vote of confidence in his government.

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Greece’s right-wing defense minister on Sunday announced his resignation ahead of a planned vote to end a decades-long name dispute with the Former Yugoslav Republic of Macedonia (FYROM).

Panos Kammenos, whose nationalist Independent Greeks party (ANEL) props up the government of leftist prime minister, Alexis Tsipras, said: “The Macedonia issue does not allow me not to sacrifice my post,” after a meeting with Tsipras.

“I explained to him that for this national issue we cannot continue.” Kammenos added that his party “is pulling out of the government.”

In response to Kammenos’ announcement, Tsipras said that he would request a vote of confidence in his government during the coming week. He thanked Kammenos for his government partnership and announced that that Admiral Evangelos Apostolakis, chairman of the Joint Chiefs of Staff, will take on the role of defense minister.

In a deal long opposed by Kammenos, the two countries agreed last year to rename FYROM as the Republic of Northern Macedonia. The controversial agreement would also allow Macedonia to join NATO and the European Union.

Macedonia’s parliament ratified the deal by passing an amendment to the constitution on Friday, but Macedonia will start using it only after the parliament in Athens also approves the change in a vote expected later this month.

Kammenos has called the deal a national sell-out and had repeatedly threatened to leave if it came before the Greek parliament for ratification. He said any deal including “Macedonia” in the name of the Balkan state to Greece’s north was unacceptable as the name was irrevocably tied to Greek civilization and culture. 

Macedonia: What’s in a name?

The naming row between the two countries began 27 years ago when FYROM declared independence from the Socialist Federal Republic of Yugoslavia, but has roots going back to antiquity.

Athens has objected to its neighbor being called Macedonia because it has a northern province of the same name, the seat of Alexander the Great’s ancient kingdom. Alexander the Great still represents a source of pride for many Greeks today, while his legacy has also been taken up as a central part of Macedonia’s national identity.

Greece has long demanded Skopje change its country name to remove what Athens considered to be an implied claim to Greek sovereign territory.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Visegrad. Situazione politica e previsioni elettorali.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-08-05.

Visegrad 011

I paesi del Visegrad, ai quali si è unita negli ultimi tempi l’Italia, hanno tutti una Weltanschauung che si fonda sul loro retaggio religioso, storico, culturale, sociale ed anche sulla loro tradizione artistica. Sostengono fermamente un’Unione Europea concepita come unione tra Nazioni Sovrane ai fini di garantire un sistema economico di libero scambio, mentre simultaneamente rigettano la concezione di un’Europa Unita transitata a Stati Uniti di Europa e governata sia dall’attuale eurodirigenza sia dalla visione ideologica liberal.

Sono due visioni opposte ed antitetiche che potrebbero trovare un momento di sintesi di reciproco gradimento solo se l’attuale eurodirigenza rinunciasse alla sua particolare visione etica e morale dello stato. Ma questo non è più un problema rilevante: gli Elettori non votano più i liberal socialisti, che stanno scomparendo con dura agonia.

Tuttavia la Weltanschauung dei paesi Visegrad sta conquistando rapidamente l’Elettorato europeo: si sta imponendo con la forza delle urne.

Il 4 marzo 2018, per esempio, il partito filoeuropeo italiano, il partito democratico, è crollato dal 40.8% conseguito alle ultime elezioni europee all’attuale 17%, ed i partiti simil – Visegrad hanno ottenuto una schiacciante maggioranza.

Ma simili fenomeni si stanno evidenziando in parte nei paesi nordici, e molto più visibilmente nei paesi baltici ed in Grecia, ove le formazioni euroscettiche si stanno avviando alla maggioranza assoluta. Tra breve tempo, saranno loro la norma in Europa.

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Nel breve volgere di un anno il volto dell’Unione Europea potrebbe esser cambiato radicalmente.

Se in seno al Consiglio Europeo la maggioranza dei capi di governo e di stato potrebbero verosimilmente essere tutti euroscettici, il parlamento europeo potrebbe altrettanto verosimilmente essere completamente ribaltato.

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I prossimi dodici mesi saranno cruciali e nessuno si dovrebbe stupire che alla fine il volto dell’Unione Europea e del mondo fosse sostanzialmente cambiato.

Termometro Politico ha pubblicato un interessante Report:

Sondaggi elettorali, luglio 2018: contro Europa sovranista, le intenzioni di voto nei Paesi del Gruppo di Visegrad.

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Sondaggi elettorali, luglio 2018: Europa, le intenzioni di voto nei Paesi del Gruppo di Visegrad.

Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia sono i Paesi del cosiddetto Gruppo di Visegrad, nato nel 1991 con l’obiettivo di fungere da elemento di cooperazione culturale e politica. Un’alleanza che si distingue all’interno dell’Unione Europea – di cui tutti e quattro i Paesi fanno parte dal 2004, sebbene solo la Slovacchia abbia ad oggi adottato la moneta unica – per un approccio decisamente sovranista e contrario alle spinte federaliste sovranazionali. Una “contro Europa sovranista” che negli ultimi mesi si è consolidata in particolar modo sullo scottante tema della crisi migratoria, con una ferma opposizione alle politiche di redistribuzione dei migranti portate avanti in seno all’UE. Ma quale è la situazione dei sondaggi elettorali in questi 4 Paesi, stando alle rilevazioni condotte dai principali istituti demoscopici nazionali?

Sondaggi elettorali Europa, luglio 2018: le intenzioni di voto in Ungheria.

Come si può facilmente intuire, un po’ ovunque sono i partiti euroscettici a farla da padrone. A partire dall’Ungheria, il cui premier Viktor Orban viene considerato un po’ come il kingmaker all’interno del Gruppo di Visegrad. Il suo Fidesz, alleato da anni con il Partito Popolare Cristiano Democratico, veleggia ben oltre il 50%. Un dato persino in crescita rispetto alle elezioni dell’aprile scorso, che hanno visto l’asse raccogliere il 49% dei consensi e circa 2/3 dei seggi in Parlamento. Cifre a cui fa da contraltare il profondo declino della sinistra socialista (MSZP). Scesa dal 25% del 2014 a poco meno del 12% alle ultime elezioni. Ed ancora in calo nelle ultime rilevazioni, che la vedono mediamente appena sopra il 10%.

L’unica vera opposizione ad Orban sembra ormai essere Jobbik. Partito ugualmente nazionalista ed euroscettico, al netto della svolta moderata attuata nell’ultimo anno per attirare in particolar modo il consenso di un sempre più smarrito elettorato socialista. Una linea che però non sembra produrre particolari frutti. Ad oggi, infatti, Jobbik non andrebbe oltre il 17%. In calo sia rispetto al 19% dell’aprile scorso che al 20% delle elezioni di 4 anni fa.

Sondaggi elettorali Europa, luglio 2018: le intenzioni di voto in Repubblica Ceca.

I cittadini della Repubblica Ceca si sono recati alle urne meno di un anno fa, sancendo il successo del partito ANO 2011 di Andrej Babis, che è diventato il nuovo premier del Paese alla guida di un governo di minoranza monocolore, che ha successivamente visto l’ingresso di ministri del Partito Socialdemocratico (CSSD) e l’appoggio esterno del Partito Comunista (KSCM).

Pur con una composizione spostatasi gradualmente verso il centro-sinistra, l’esecutivo Babis non si dimostra meno euroscettico degli altri partner di Visegrad. Ulteriore testimonianza ne è il muro eretto negli ultimi giorni dal premier sulle richieste del suo omologo italiano, in merito alla questione della redistribuzione dei migranti. Non a caso, l’euroscetticismo è uno dei tratti principali che uniscono i tre partiti di governo. Una linea che sembra piacere all’elettorato, stando alle ultime rilevazioni. Che vedono i 3 partiti di governo confermare sostanzialmente le posizioni di aprile se non crescere di qualche punto, con ANO al 29% e CSSD ed KSCM rispettivamente all’8 e 9%.

Sondaggi elettorali Europa, luglio 2018: le intenzioni di voto in Slovacchia.

In Slovacchia la situazione sta diventando molto difficile per i socialdemocratici europeisti (SMER-SD), dopo le dimissioni dell’ex premier Robert Fico in seguito alla crisi di governo generata dalle proteste di massa succedute all’uccisione del giornalista Jan Kuciak. L’avvicendamento tra Fico e il nuovo premier Peter Pellegrini ha contribuito a tamponare l’emorragia di consenso provocata dall’assassinio di Kuciak. Dopo aver perso 3-4 punti nelle prime settimane, lo SMER-SD ora sembra tenere al 21%. Restando partito di maggioranza relativa ma registrando un calo di ben 7 punti rispetto al risultato elettorale del 2016.

Riguardo ai partner di governo dei socialdemocratici, passo avanti per i nazionalisti di SNS. Che ora sarebbero in doppia cifra ed in crescita di un paio di punti rispetto al 2016. Stabili al 6% invece gli europeisti di Most-Hid, che avevano costretto Fico alle dimissioni. Contrari alla burocrazia di Bruxelles invece i liberali SAS, che ad oggi si confermano come maggior partito di opposizione, guadagnando 2 punti rispetto a 2 anni fa e crescendo sino al 14%. Crescono di 3 punti i neonazisti di L’SNS (11%), ad oggi terza formazione del Paese.

Sondaggi elettorali Europa, luglio 2018: le intenzioni di voto in Polonia.

Ad un anno dalle prossime elezioni, in Polonia tutto sembra prevedere un nuovo successo di Diritto e Giustizia (PIS), la formazione di destra euroscettica fondata dai fratelli Kaczynski, che può attualmente contare sia sul premier (Mateusz Morawiecki) che sul presidente della Repubblica (Andrzej Duda). Con il 43% il PIS si confermerebbe nettamente il primo partito polacco. Crescendo di ben 6 punti rispetto al 2015 e tornando ai livelli del 2005. Resterebbe al 24-25% invece Piattaforma Civica, il principale partito di opposizione.

Le prossime elezioni potrebbero riconfermare – perlomeno in parte – la Waterloo della sinistra andata in scena nel 2015. Che vide nessun partito in grado di conquistare seggi in Parlamento. Accreditata dell’8% è l’Alleanza della sinistra democratica, dopo la fallimentare esperienza del 2015 all’interno della coalizione Sinistra Unita, incapace di superare la soglia di sbarramento dell’8% prevista per le coalizioni. Stavolta, in caso di corsa solitaria potrebbe andare meglio, visto la diversa soglia (5%) applicata ai singoli partiti non coalizzati. Conferma attorno al 9% invece per Kukiz’15, la formazione di destra antipartitocratica fondata dal musicista Pawel Kukiz. In bilico attorno alla soglia del 5% invece i popolari di PSL (stabili). Stesso valore per i liberali di Nowoczesna (in calo di un paio di punti rispetto al 2016).

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Grecia. Conservatori di Nuova Democrazia verso la maggioranza assoluta.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-07-25.

email marino - marino -

«Manca poco più di un anno alle nuove elezioni, ma il trend sembra prevedere un ritorno al potere della destra conservatrice»

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«L’esecutivo guidato dal premier Alexis Tsipras sembra intravedere una luce in fondo al tunnel dell’austerità, con la fine del terzo round di aiuti targati Troika previsto per agosto»

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«Syriza, dopo il doppio successo alle due tornate elettorali del 2015, sembra ora in netto calo. Gli istituti demoscopici valutano il partito di Tsipras tra il 22 ed il 25%, ben lontano dal 36 e 35% registrato nelle due elezioni 2015»

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«Molto peggio va al suo partner di governo, ovvero gli indipendentisti ANEL. …. valutato al 2%, al di sotto della soglia di sbarramento del 3%.»

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«Nuova Democrazia (ND). Il partito di Kyriakos Mitsotakis sembra vivere un rinnovato appeal con l’elettorato, che lo premierebbe ad oggi con un consenso medio del 36-37%.»

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«Un dato che, associato alla legge elettorale ellenica – che prevede una distribuzione proporzionale di 50 seggi più un premio di 50 seggi destinato al miglior partito – potrebbe portare i conservatori a superare quota 150 seggi e centrare la maggioranza in Parlamento per la costituzione di un governo monocolore»

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Mr Kyriakos Mitsotakis, leader di Nuova democrazia, ha un curriculum di tutto rispetto.

«Nato ad Atene, Mitsotakis è il figlio dell’ex primo ministro Konstantinos Mitsotakis e di Marika Giannoukou. All’età di appena sei mesi, nel 1968 si sposta a Parigi insieme alla sua famiglia, dopo che il padre era stato dichiarato persona non grata dalla giunta militare greca. Tornò in patria nel 1974, dopo che venne restaurata la democrazia. Nel 1986 frequenta l’Università della sua città natale, dove ne uscì con il titolo di salutatorian. Dal 1986 al 1990 ha studiato scienze sociali all’Università di Harvard, dove si è laureato con il massimo dei voti.

Ha lavorato come analista economico presso la Chase Bank di Londra agli inizi degli anni ’90. In seguito è ritornato in Grecia, dove andò a lavorare alla Polemikí Aeroporía nel servizio militare. È in seguito ritornato negli Stati Uniti, dove ha continuato gli studi presso l’Università di Stanford, da cui ha ricevuto un MBA. Dal 1995 al 1997 si recò nuovamente a Londra presso la McKinsey & Company. Ritornò di nuovo in Grecia, dove ha lavorato presso l’Alpha Bank.

Durante le elezioni greche del 2000, Mitsotakis ha lavorato per la campagna elettorale del partito Nuova Democrazia, che si è visto sconfitto di misura dal Movimento Socialista Panellenico. Alle elezioni successive si presenta per la circoscrizione B di Atene, dove viene eletto al Parlamento Ellenico. Il 24 giugno 2013 viene nominato ministro nel governo presieduto da Antōnīs Samaras. Nel 2015 viene nominato come portavoce parlamentare del partito ed è stato uno dei primi ad annunciare la propria candidatura alle primarie per la leadership del partito in occasione delle elezioni anticipate, dopo che Samaras si era dimesso da presidente. Alle primarie però viene tallonato dall’ex Presidente del Parlamento greco Vangelis Meimarakis.

Il 10 gennaio 2016 si è ricandidato alle primarie dopo le dimissioni di Meimarakis riuscendo a vincerle e succedendo al presidente ad interim Ioannis Plakiotakis. È entrato in carica il giorno dopo.»

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Le posizioni di Nuova Democrazia nei confronti dell’Unione Europea sono al momento difficilmente valutabili

In linea generale, si potrebbe dire che sia più vicina alla Csu che alla Cdu.

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Termometro Politico ha rilasciato il Report

Sondaggi elettorali Grecia: la destra conservatrice verso la maggioranza assoluta. Dopo anni di cura Troika gestita da Tsipras, il Paese sembra pronto a svoltare nuovamente a destra.

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Manca poco più di un anno alle nuove elezioni, ma il trend sembra prevedere un ritorno al potere della destra conservatrice. Questo lo scenario in Grecia, stando agli ultimi sondaggi elettorali diffusi dai principali istituti demoscopici ellenici.

Sondaggi elettorali Grecia: Tsipras e ANEL in difficoltà, conservatori verso la maggioranza

L’esecutivo guidato dal premier Alexis Tsipras sembra intravedere una luce in fondo al tunnel dell’austerità, con la fine del terzo round di aiuti targati Troika previsto per agosto. Ma la ripartenza economica – seppur fragile, per molti analisti – non sembra premiare il suo partito. Syriza, dopo il doppio successo alle due tornate elettorali del 2015, sembra ora in netto calo. Gli istituti demoscopici valutano il partito di Tsipras tra il 22 ed il 25%, ben lontano dal 36 e 35% registrato nelle due elezioni 2015. Molto peggio va al suo partner di governo, ovvero gli indipendentisti ANEL. Il partito del ministro della Difesa Panos Kammenos  è valutato al 2%, al di sotto della soglia di sbarramento del 3%.

Chi si prepara a tornare al governo è invece la destra di Nuova Democrazia (ND). Il partito di Kyriakos Mitsotakis sembra vivere un rinnovato appeal con l’elettorato, che lo premierebbe ad oggi con un consenso medio del 36-37%. Un dato che, associato alla legge elettorale ellenica – che prevede una distribuzione proporzionale di 50 seggi più un premio di 50 seggi destinato al miglior partito – potrebbe portare i conservatori a superare quota 150 seggi e centrare la maggioranza in Parlamento per la costituzione di un governo monocolore.

Sondaggi elettorali Grecia: il nuovo volto dei socialisti e la crescita dei neonazisti di Alba Dorata

Dopo la quasi totale dissoluzione del 2015, il Partito Socialista (PASOK) cambia veste e prova a risalire la china. Il blocco di centrosinistra Kinima – che raccoglie PASOK ed altri partiti già presenti individualmente alle ultime elezioni, come gli europeisti di To Potami e la sinistra democratica DIMAR – veleggia attorno al 10%, un dato molto lontano dalle storiche percentuali del solo PASOK.

Chi cresce ancora, dopo i già buoni risultati del 2015, sono i neonazisti di Alba Dorata. La formazione guidata da Nikolaos Michaloliakos è valutata tra l’8 ed il 9%, in crescita rispetto al 7% del settembre 2015 che l’aveva proclamata terzo partito ellenico come numero di voti. In leggero aumento anche i comunisti del KKE, che ad oggi passerebbero dal 5.6 al 7%. Rischia di tornare fuori dal Parlamento invece l’Unione dei Centristi (EK), dopo l’exploit che l’aveva portata nel settembre 2015 a superare per la prima volta la soglia del 3%.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Grecia. Debito pubblico e Mr Mario Centeno. – Bloomberg.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-26.

2018-04-24__Grecia__001

Mr Mario Centeno: ma chi mai è?

«Mário José Gomes de Freitas Centeno (Olhão, 9 dicembre 1966) è un economista e politico portoghese, Ministro delle finanze del Portogallo dal 26 novembre 2015. Il 4 dicembre 2017 è stato designato presidente dell’Eurogruppo e ha assunto l’incarico dal 13 gennaio 2018.

Nato a Olhão il 9 dicembre 1966, Mário José Gomes de Freitas Centeno ha studiato economia presso l’Università Tecnica di Lisbona, dove si è laureato nel 1990. Ha in seguito ottenuto due master, il primo in matematica applicata sempre presso l’Università Tecnica di Lisbona nel 1993, il secondo in economia presso l’Università di Harvard nel 1998, e un dottorato all’Università di Harvard nel 2000.

Esperto di mercato del lavoro, Centeno ha trovato impiego presso la Banca del Portogallo nel 2000, dove ha lavorato come economista fino al 2004. Dal 2003 al 2005 è stato membro del comitato esecutivo dell’Associazione europea degli economisti del lavoro (EALE). Dal 2004 al 2013 è stato direttore assistente del dipartimento di economia della Banca centrale; negli stessi anni è stato membro del Comitato economico e finanziario della Commissione europea. Ha anche diretto il gruppo di lavoro di sviluppo di statistiche di macroeconomia del Consiglio superiore di statistica tra il 2007 e il 2013.

Dal 2014 Centeno è professore presso l’Università Tecnica di Lisbona, prestando servizio anche come consulente della Banca centrale portoghese. Inoltre è stato il principale consigliere di politica economica del leader socialista António Costa, con l’incarico di coordinare il programma economico del partito prima delle elezioni legislative del 2015.

A seguito della formazione del governo guidato da António Costa, dal 26 novembre 2015 è Ministro delle finanze del Portogallo.

Il 4 dicembre 2017 Centeno è stato eletto come successore di Jeroen Dijsselbloem alla presidenza dell’Eurogruppo, incarico che ha assunto dal 13 gennaio 2018.»

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«Dopo un dottorato ad Harvard e un decennio come dirigente della Banca centrale portoghese, nel novembre del 2015 è diventato ministro dell’economia del Portogallo. Ha preso un Paese a rischio default, con il rapporto debito Pil più alto dell’eurozona dopo Grecia e Italia, e un deficit del 4,2%. Non solo ha risanato le finanze rispettando e qualche volta sfidando i vincoli imposti da Bruxelles, ma ha fatto ripartire l’economia. L’ha fatto così bene che l’ex ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble, l’ha definito il Cristiano Ronaldo dei ministri delle finanze europei. E ieri Mario Centeno – 51 anni il 9 dicembre – è diventato presidente dell’Eurogruppo, l’organo europeo che riunisce i 19 ministri dell’economia dei Paesi con la moneta unica. Ha vinto grazie all’appoggio dei Paesi del sud Europa come Italia e Grecia; ma anche Germania e Francia hanno sostenuto la sua candidatura. Alcuni l’hanno già definito il campione dell’anti-austerity per le sue posizioni dure contro il rigore di Bruxelles, molti sperano che possa guidare l’integrazione dell’eurozona, tutti sanno che sarà un compito molto difficile.

Cresciuto a Vila Real de Santo Antonio, città di confine nel sud del Portogallo con il solo fiume Guadiana a separarlo dalla Spagna. Famiglia comunista, in un’epoca manichea dove chiunque fosse contro il regime era definito tale; il fratello maggiore Luis gli ha trasmesso due passioni: il Benfica e il rugby. Centeno è la definizione plastica di tecnico prestato alla politica: preparato ma pessimo oratore, fino ai limiti della goffaggine. Addirittura pochi giorni prima di essere nominato ministro delle finanze, nel novembre del 2015, durante una conferenza stampa per comunicare il programma economico del Partito socialista portoghese, non riuscì a ricordare la previsione del suo partito sul deficit, perdendosi dietro a una risata isterica.» [Fonte]

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In una epoca in cui tutti si affannano a mettere etichette su tutti, Mr Mario Centeno ne ha ricevute di tutti i colori, talmente opposte da lasciar financo sorridere.

La cosa è molto semplice: non è etichettabile secondo gli antichi schemi. È una persona pratica, di sano buon senso, disancorata da ogni ideologia. Sono i fatti, non la teoria, a suggerire cosa sia meglio fare. Tutto il suo socialismo si estingue nel solo fatto di essere un valido collaboratore del partito socialista portoghese: di ideologia poco o nulla, almeno nei fatti.

«Nel 2015 …. Ha preso un Paese a rischio default, con il rapporto debito Pil più alto dell’eurozona dopo Grecia e Italia, e un deficit del 4,2%. Non solo ha risanato le finanze rispettando e qualche volta sfidando i vincoli imposti da Bruxelles, ma ha fatto ripartire l’economia. L’ha fatto così bene che l’ex ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble, l’ha definito il Cristiano Ronaldo dei ministri delle finanze europei»

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Il fatto che i media non parlino più volentieri della Grecia non significa minimamente che il problema del debito pubblico greco sia stato risolto.

Adesso Mr Centeno sembrerebbe essere arrivato a poter stabilire un ragionevole accordo tra creditori e stato greco.

«Eurogroup president says debt discussions are in final mile»

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«Greece’s creditors hold talks on the sidelines of IMF meetings»

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«Greece’s 86-billion euro ($106-billion) bailout program is set to run out in August, and creditors are working on finding a compromise on debt repayments»

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«The positions today are much closer than they used to be before, …. We still have a final mile to go but there is a positive sentiment around the table so I think that reflects a true willingness to be part of the program»

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«Further easing Greek debt is a key precondition for the Washington-based IMF»

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«Talks among Greece’s creditors and euro-area countries on likely debt measures have been going on at a technical level»

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«The IMF would like to see wide-scale debt relief on all of Greece’s euro-area loans»

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«That demand is facing resistance by many European creditors who are only willing to discuss easing the terms of some loans»

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«whether it should be tied to budget discipline and further economic reforms»

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«For Centeno, the key is that any conditions attached to debt relief come from Greece’s own plans for growth»

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«We all want debt conditionality to be embedded in the growth strategy for Greece, …. referring to the country’s plans for the economy in its post-bailout life.»

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Stupisce piacevolmente il buon senso di Mr Centeno, che reintroduce alla fine anche nella vetusta visione economica europea il concetto di futuro e di modulare le azioni nel presente sulla scorta della visione del dopo.

Sembrerebbe di sentire le parole dette a suo tempo da Mr Deng Xiaoping.


Bloomberg. 2018-04-22. Greece’s Creditors Close to Compromising on Debt

– Eurogroup president says debt discussions are in final mile

– Greece’s creditors hold talks on the sidelines of IMF meetings

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Greece’s creditors are getting closer on a deal to ease the country’s debt burden, according to Eurogroup President Mario Centeno.

Greece’s 86-billion euro ($106-billion) bailout program is set to run out in August, and creditors are working on finding a compromise on debt repayments that would help to manage the country’s financing needs after it stops receiving international aid. A debt deal would also allow the International Monetary Fund to participate in the current bailout.

“The positions today are much closer than they used to be before,” Centeno, who is Portugal’s finance minister and chairs the meetings of his euro-area counterparts, said in an interview in Washington. “We still have a final mile to go but there is a positive sentiment around the table so I think that reflects a true willingness to be part of the program.”

Further easing Greek debt is a key precondition for the Washington-based IMF before it can participate in the country’s program. While the IMF has co-financed Greece’s first two bailouts it hasn’t yet activated its third one, arguing the euro area must arrange for more debt sustainability. But the participation of the fund, even a few months before the end of the bailout, is important for some countries including Germany, who see the IMF coming on board as a seal of approval that will offer credibility to the bailout.

A “committed presence” by the IMF will also help with market confidence, Centeno said.

Debt Deal

Talks among Greece’s creditors and euro-area countries on likely debt measures have been going on at a technical level for months. That includes a proposal to link debt repayments to economic growth, so the country can pay back more if it is doing well, and less if it isn’t. The aim is to have a final agreement in the early summer, but key differences among creditors on the scope and type of debt relief persist.

The IMF would like to see wide-scale debt relief on all of Greece’s euro-area loans –including those from other countries and the bloc’s bailout fund. That demand is facing resistance by many European creditors who are only willing to discuss easing the terms of some loans.

Other disagreements have to do with whether the debt relief will be granted to Greece unconditionally or whether it should be tied to budget discipline and further economic reforms. The differences were discussed at a meeting of officials from Greece’s key creditor countries and institutions on the sidelines of the IMF meetings in Washington this week.

Economic Link

In order for the IMF to have sufficient time to activate its bailout for Greece before it runs out in August, an agreement on all these parameters will likely need to be struck by the end of next month.

For Centeno, the key is that any conditions attached to debt relief come from Greece’s own plans for growth. “We all want debt conditionality to be embedded in the growth strategy for Greece,” he said, referring to the country’s plans for the economy in its post-bailout life.

“Ownership is the single word that may and should define the process in the coming months.”

Pubblicato in: Banche Centrali, Unione Europea

Grecia. Qualche modesto segno di ripresa. Dal 2011 ha già rifuso 147.395 miliardi di euro.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-11.

Atene 003

La situazione socio – economica greca sta evidenziando segni di una modesta ripresa.

2017-09-09__Grecia_000

«La Bce ha abbassato il plafond del programma di liquidità d’emergenza (Emergency liquidity assistance) a favore delle banche greche di 5 miliardi di euro, portandolo a 33,9 miliardi»

2017-09-09__Grecia_001

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«Le banche greche dipendono dalla liquidità di emergenza — erogata da Banca di Grecia previo via libera della Bce — da febbraio 2015, quando sono state estromesse dalle normali operazioni di rifinanziamento presso l’Eurosistema»

2017-09-09__Grecia_003

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«A giugno dell’anno scorso la Bce ha ridato alle banche greche l’accesso alle normali operazioni di rifinanziamento, meno costose rispetto all’Ela, permettendo agli istituti di ridurre gradualmente la loro dipendenza nei confronti dello schema di emergenza»

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Nel 2010 la Grecia aveva 11,123,392 abitanti, che si sono ridotti a 10,757,293 a fine 2016: parte per contrazione delle nascite e parte per emigrazione, specie dei giovani. Il tasso di fertilità è 1.33, il tasso percentuale delle nascite è 0.86%.

Il pil nominale nel 2008 valeva 356.140 milioni Usd, mentre a fine 2016 si era attestato a 194,248 mln Uds. Alle stese date il pil procapite valeva 31,198 Usd e 17,910 Usd, rispettivamente.

Il debito ammontava a 495,954 mln Usd nel 2011 e si è ridotto a 348,559 mln Usd nel 2016. A causa del decremento del pil nominale, il rapporto debito/pil è passato da 172.10% nel 2011 agli attuali 179%.

Non ci si illuda: i debiti devono essere rimborsati.


Reuters. 2017-09-07. Banche Grecia, Bce riduce plafond prestiti emergenza Ela a 33,9 miliardi

ATENE (Reuters) – La Bce ha abbassato il plafond del programma di liquidità d’emergenza (Emergency liquidity assistance) a favore delle banche greche di 5 miliardi di euro, portandolo a 33,9 miliardi.

Lo ha annunciato l’istituto centrale greco spiegando che la decisione riflette le condizioni di liquidità e tiene conto dei flussi dei depositi del settore privato. Il tetto è valido fino al 20 settembre.

Le banche greche dipendono dalla liquidità di emergenza — erogata da Banca di Grecia previo via libera della Bce — da febbraio 2015, quando sono state estromesse dalle normali operazioni di rifinanziamento presso l’Eurosistema.

A giugno dell’anno scorso la Bce ha ridato alle banche greche l’accesso alle normali operazioni di rifinanziamento, meno costose rispetto all’Ela, permettendo agli istituti di ridurre gradualmente la loro dipendenza nei confronti dello schema di emergenza.

A luglio i finanziamenti Ela alle banche greche sono scesi rispetto al mese precedente di 3,3 miliardi di euro, pari all’ 8,7%, portandosi a quota 34,6 miliardi.