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Justin Trudeau, premier canadese, si era palpeggiato Mrs. Rose Knight.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-07-09.

2018-07-09__Trudeau__001

Il 21 ottobre 2019 il Canada andrà alle urne per le elezioni politiche federali.

Ipsos proietta i liberal del Presidente Trudeau al 33% ed i conservatori al 37%.

Nelle recenti elezioni per l’Ontario i liberal hanno ottenuto 7 (sette) seggi, mentre i conservatori ne hanno conquistato 76.

La competizione elettorale è già iniziata, ed i liberal si stanno rendendo conto che questa sarà verosimilmente la loro ultima chance. I partiti che sostengono l’ideologia libera e socialista sono infatti in grave crisi a livello mondiale, ma i canadesi confidano sul carisma politico di Mr. Justin Trudeau.

Canada. Ontario. I populisti di Mr Doug vincono 76 seggi contro i 7 dei liberal.

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Ma quelle formazioni politiche che Mr Macron aveva simpaticamente definito ‘la nuova lebbra‘ hanno dimostrato di aver imparato dai liberal come si conducono le campagne elettorali.

Reporter who accused Trudeau of groping says she won’t pursue incident [Guardian]

«The woman who accused Justin Trudeau in 2000 of groping her at a music festival in British Columbia has spoken out, saying that the incident took place as described and that she is not interested in pursuing the matter further.

On Friday – a day after the Canadian prime minister acknowledged he had apologised to her – the woman, identified as Rose Knight, issued a statement saying that she was “reluctantly” addressing the issue in the face of mounting media pressure.

Knight offered no additional details on what had happened. “The incident referred to in the editorial did occur, as reported,” she said. “Mr. Trudeau did apologise the next day.”»


Woman who accused Justin Trudeau of groping breaks her silence [Cnn]

«A former newspaper reporter said Friday that allegations in an editorial claiming Canadian Prime Minister Justin Trudeau groped her at a musical festival 18 years ago are true, but she considers the matter closed.

In a statement obtained by CNN partner CBC News, Rose Knight said Trudeau, who was not in politics at the time, apologized the next day.

Last Sunday, Trudeau said he doesn’t recall “any negative interactions that day at all.”

The Prime Minister on Thursday said that he did apologize at the time. “I do not feel that I acted inappropriately in any way. But I respect the fact that someone else might have experienced that differently and this is part of the reflections that we have to go through.”

The question concerns a charity fundraiser that Trudeau, then 28, attended in Creston, British Columbia, in 2000. Trudeau is the son of late Prime Minister Pierre Trudeau.

Trudeau attended the fundraiser to support avalanche safety.»

Trudeau Denies Groping Reporter but Says Accuser Might Have Felt Uncomfortable. [The New York Times]

«Prime Minister Justin Trudeau of Canada has repeatedly denied accusations that he acted inappropriately with a young reporter at a charity event 18 years ago. On Friday, he said his accuser might have experienced their interaction differently.

“I do not feel that there was any inappropriate action of any type,” Mr. Trudeau said in an interview with the Canadian Broadcasting Corporation’s Toronto radio station. “But, and this is the really important thing, it is not just my experience that matters in this.”

He added, “The way the same interaction can be experienced by different people is a really important thing to get our minds around.”

The accusation that Mr. Trudeau, Canada’s prime minister since 2015, groped the reporter when he was a schoolteacher and living in British Columbia appeared in 2000 in an unsigned editorial published by The Creston Valley Advance, a small newspaper in that province.»

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«Lei è una ex giornalista che il 14 agosto 2000 attaccò in un editoriale anonimo sul Creston Valley Advance, un quotidiano locale della British Columbia, le malefatte del futuro premier, che allora era «solo» il figlio ventottenne e un po’ viziato dell’ex premier Pierre Trudeau.» [Corriere]

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Diverse considerazioni saltano agli occhi.

– L’anno prossimo si terranno elezioni cruciali per il Canada. I conservatori sarebbero ben contenti di vedere il leader liberal sulla graticola dei sexual harassment, per di più fatti nei confronti di una femmina, mica di un gitone. CVon questa arma Mr Trudeau ne aveva già silurati molti.

– Il fatto risalirebbe a diciotto anni or sono, ma è cosa nota come i sexual harassment siano reati che non cadono in prescrizione: mica sono omicidi volontari consumati con efferatezza.

– È curioso il fatto che Mrs Rose Knight abbia sentito l’imperioso dovere di coscienza di denunciare un fatto che pareva oramai sepolto nell’oblio dopo diciotto anni di silenzio tombale. Ma si sa: i rimorsi di coscienza sono terribili manifestazioni ed una donna onesta alla fine vuota il sacco in un momento catartico. Ma è intimamente ed intrinsecamente buona: mica lo denuncia alla polizia oppure alla magistratura: lo denuncia alla stampa.

– In un recente passato Mr Trudeau aveva promesso 100,000$ a tutte le donne che avessero denunciato di aver subito molestie, per poter perseguire quindi i perpetratori di simili oltraggi.

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Ma ciò che più appare evidente è la discrepanza dei racconti.

Il Guardian e la Cnn riportano il fatto come se fossero le confessioni postume di Santa Maria Goretti.

Invece, il The New York Times fornisce una versione alquanto più pepata e grassottella, molto differente.

«Prime Minister Justin Trudeau of Canada has repeatedly denied accusations that he acted inappropriately with a young reporter at a charity event 18 years ago. On Friday, he said his accuser might have experienced their interaction differently»

Il primo ministro canadese Justin Trudeau ha ripetutamente smentito le accuse di aver agito in modo inappropriato con una giovane giornalista durante un evento di beneficenza 18 anni fa.

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Al sodo: non si sa se Mr Trudeau abbia smentito o meno.

In ogni caso, la faccenda sarà “rumesciata” per benino, in attesa che altre candide verginelle si facciano avanti a denunciare quel bruto maschilista che si mimetizza sotto il manto dei liberal.

Il miglior investimento di una femmina è farsi palpeggiare, documentare la cosa ed aspettare che l’attore sia diventato famoso e ricco: allora si colpisce, magari fornendo i documenti ai suoi avversari. Qualche milione lenirà l’orripilante trauma sofferto ed i risultati elettorali dipenderanno non dalla volontà popolare bensì dai vezzi di una femmina.


Adnk. 2018-07-07. “Mi ha palpeggiato”, reporter conferma accuse contro Trudeau.

La giornalista che sostiene di essere stata palpeggiata 18 anni fa dal premier canadese Justin Trudeau ha rotto il silenzio per confermare le sue accuse. L’episodio, i cui dettagli furono riportati nel 2000 in un editoriale sul quotidiano Creston Valley Advance, “è accaduto, come riportato”, ha dichiarato Rose Knight, la giornalista in questione, alla Cbc News.

La donna ha raccontato che l’allora 28enne Trudeau si scusò il giorno successivo all’incidente. Inoltre, la giornalista ha detto che non intende andare oltre nel denunciare l’episodio. “Il dibattito, se continuerà, andrà avanti senza di me”, ha dichiarato la Kinght.

Nei giorni scorsi Trudeau ha detto alla stampa di avere “riflettuto molto attentamente su ciò che ricordo di quell’incidente di quasi 20 anni fa” e di sentirsi “sicuro di non avere agito in maniera scorretta”. Il premier ha aggiunto di essersi comunque scusato con la reporter perché aveva avuto la sensazione che lei “non si fosse sentita a proprio agio nell’interazione che avevamo avuto”.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. Thüringen (Turingia). AfD al 18%. Cdu ed Spd in calo.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-05.

Germania. Thüringen__001

La Turingia (Thüringen) si trova nella Germania centrale ed è uno dei più piccoli Bundesländer, con una superficie di 16.172,50 km² e quasi 2.2 milioni di abitanti (2014). La sua capitale è Erfurt.

Il suo Ministro Presidente è Herr Bodo Ramelow, della Linke. Manda 4 / 69 senatori al Bundesrat. In Turingia vissero Johan Sebastian Bach, Johann Wolfgang von Goethe e Friedrich Schiller.

È un Land alquanto povero: il suo Pil procapite sfiora i 30,000 Usd l’anno.

Le elezioni statali dovrebbe tenersi nel giugno 2019, tra un anno.

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2018-06-04__Germania. Thüringen. __001

Le recenti proiezioni suggerirebbero un quadro politico abbastanza in linea con quello generale tedesco.

In rapporto alle elezioni tenutesi nel 2014, la Cdu scenderebbe dal 33.5% al 31%, la Linke dal 28.2% al 26%, l’Spd dal 12.4% al 10%. Sia i Grüne sia Fdp passerebbero la soglia, ottenendo rispettivamente il 6% ed il 5%.

Alternative für Deutschland invece salirebbe dal 10.6% al 18%.

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Queste proiezioni renderebbero dubbia la possibilità di ripetere la coalizione Linke – Spd- Grüne.

Dal punto di vista generale segnalano invece il continuo progresso di AfD pur agendo in un contesto politico di difficile penetrazione. Gli elettori della Linke sono infatti un Elettorato molto stabile.

Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. Analisi del voto per età e sottogruppi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-03.

Berlino Porta Brandemburgo

Wahl Tagesschau ha rilasciato un interessante studio sulla stratificazione del voto del 24 settembre 2017 in Germania.

Lo riportiamo nella sua parte iconografica dato l’interesse per l’argomento e per il fatto che la Germania è ancora un punto di riferimento per l’Unione Europea.

Questa tipologia di dati ben si presta a ragionamenti alquanto robusti perché larga parte della popolazione adulta cambia molto difficilmente la propria propensione al voto, mentre usualmente i giovani evidenziano una mobilità di voto molto maggiore dei vecchi. Questa stratificazione consente di disporre di dati ragionevolmente sicuri per inferire quali potrebbero essere gli scenari futuri.

Una nota lessicologica. Traduciamo il termine “Stimmanteile” come “quote di voto“. Questo termine avrebbe però anche un significato tecnico molto allusivo: “azioni con diritto di voto“.

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Cdu/Csu Stimmanteile nach Altersgruppen. – Quote di voto Cdu/Csu per fascia di età.

2018-05-01__Germania_Voto_per_Fascia_Età__001_cdu


Spd Stimmanteile nach Altersgruppen. – Quote di voto Spd per fascia di età.

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Stimmanteile der Linkspartei nach Altersgruppen. – Quote di voto Linke per fascia di età.

2018-05-01__Germania_Voto_per_Fascia_Età__003_linke


Grünen Stimmanteile nach Altersgruppen. – Quote di voto Grüne per fascia di età.

2018-05-01__Germania_Voto_per_Fascia_Età__004_gruene


Fdp Stimmanteile nach Altersgruppen. – Quote di voto Fdp per fascia di età.

2018-05-01__Germania_Voto_per_Fascia_Età__005_fdp


Afd Stimmanteile nach Altersgruppen. – Quote di voto Afd per fascia di età.

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Stimmanteile unter Erstwählern – Quote di voto alla prima elezione.

2018-05-01__Germania_Voto_per_Fascia_Età__007_est-ovest


Wahverhalten nach Altersgruppen – Quote di voto per fascia di età.

2018-05-01__Germania_Voto_per_Fascia_Età__008_fascia_età


Stimmanteile bei über 70-Jähringen – Quota di voto per gli ultra settantenni.

2018-05-01__Germania_Voto_per_Fascia_Età__009_ultrasettantenni


Considerazioni.

Il 70% della popolazione ultra settantenne vota per partiti tradizionali: 45% per la Cdu/Csu ed il 25% per l’Spd. Stando alle attese di vita rilasciate da Destatis, entro dieci anni i partiti tradizionali perderanno per cause naturali quasi sette milioni di voti.

Questo dato corrobora il fatto che la Cdu/Csu raccoglie buona quota dei consensi negli over – 60, mentre le persone sotto i 34 anni votano Unione nel 24% – 26%.

Stesso discorso potrebbe valere per l’Spd, il cui calo più evidente è nella fascia lavorativa: – sei punti percentuali nella fascia 35 – 44 anni e – sette punti percentuali in quella 45 – 59.

Linke evidenzia un buon risultato nelle classi giovani, mentre Fdp ha distribuzione rettangolare sulla età.

AfD sembrerebbe non avere molto successo nelle classi giovani, essendo votata principalmente dalle persone in età lavorativa.

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L’orientamento dei giovani al primo voto rimarca il calo della propensione al voto nei confronti dei partiti tradizionali, ma evidenzia significative differenza tra i Länder dell’est e quelli dell’ovest. Se è vero che i Länder dell’est siano meno popolatiti di quelli dell’ovest, e quindi abbiano un minor peso elettorale, sarebbe altrettanto vero constatare come all’est il calo di Union ed Spd sia impressionante.

La Figura Wahverhalten nach Altersgruppen suggella plasticamente i dati riportati per categoria. Cdu/Csu ed Spd sono votate al 24% ed al 19% rispettivamente sotto i 25 anni, ma al 40% ed al 24% rispettivamente per gli over-60.

Mentre nella classe ultrasessantenne una Große Koalition sarebbe possibile (40% + 24% = 64%), nella classe sotto i venticinque anni essa sarebbe impossibile.

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Cosa inferire per il futuro?

Sotto la condizione che gli orientamenti di voto non mutino e che entri in gioco il mero fattore demografico, la Germania sembrerebbe orientarsi verso una situazione in cui l’unico governo numericamente possibile potrebbe essere o quello Union, Grüne ed Fdp, oppure Union, Fdp, Afd. Sembrerebbero così delinearsi periodi di grande incertezza.

Ci si pensi bene. Una legge elettorale che premiasse la maggioranza relativa garantirebbe l’immediatezza e la solidità del governo.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

M5S. Il problema non è il movimento: è Di Maio.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-30.

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    RE RICCARDO. Ah, Buckingham, ora voglio saggiarti / e provare se sei veramente oro schietto. / Il giovane Edoardo è vivo … pensa, ora, cosa intendo dire.

    BUCKINGHAM. Dite, mio amato signore.

    RE RICCARDO. Diamine, Buckingham, dico che vorrei essere re.

    BUCKINGHAM. Diamine, lo siete, mio tre volte illustre sovrano.

    RE RICCARDO. Ah, sono re? È vero, ma Edoardo è vivo.

Shakespeare. Riccardo III. Atto IV.

Aveva conquistato la corona, ma alla fine si scontrò al Bosworth Field, e fu l’ultimo Re di Inghilterra a morire in battaglia. Simulatori, dissimulatori e traditori possono sì raggiungere la corona, ma poi finiscono male, molto male.



I risultati elettorali.

Avevamo già ampiamente avvisato come su questa tipologia di campione siano significative differenze di almeno quattro punti percentuali.

Quelle in Friuli Venezia Giulia sono elezioni regionali: consentono quindi di valutare sia il peso dei candidati presidenti sia quello dei partiti che li hanno appoggiati.

I Candidati.

Massimiliano Fedriga: voti personali 307,118 (57.09%), voti delle liste afferenti 264,769 (62.72%)

Sergio Bolzonello: voti personali 144,361 (26.84%), voti delle liste afferenti 110,217 (26.12%)

Alessandro Morgera: voti personali 62,775 (11.67), voti della lista afferente 29,810 (7.06%)

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In questo tipo di elezioni, grazie anche al sistema di voto, si assiste sempre ad una certa quale discrepanza tra i voti al candidato presidente e quelli conferiti alle liste che lo esprimono. Ciò si è verificato abbastanza bene sia per Fedriga sia per Bolzonello, segno evidente di quanto il candidato sia stato espressione corale dei partiti a sostegno.

Si noti la popolarità di Fedriga, che è riuscito ad attrarre sulla sua persona quasi quarantamila voti in più delle liste a sostegno.

Se Morgera ha ottenuto un ottimo risultato personale, è evidente lo scollamento dal partito di sostegno: 11.67% lui e solo il 7.06% il partito. Verosimilmente, senza Morgera il M5S avrebbe subito un débâcle ancora peggiore di quella attuale.

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I partiti.

M5S aveva ottenuto 54,952 (13.75%) voti nelle elezioni regionali del 23 aprile 2013 e 169,299 (24.56%) alle politiche del 4 marzo. Il crollo a 29,810 (7.06%) è evidente.

Con un simile risultato qualsiasi leader onesto si sarebbe dimesso su due piedi.

Alle elezioni regionali del 23 aprile 2013 il partito democratico aveva ottenuto 107,155 (26.82%), mentre nelle politiche del 4 marzo aveva conseguito 129,112 (18.73%). Quindi resta quasi invariato rispetto alle pregresse elezioni regionali e rimonta bene rispetto ai risultati ottenuti alle elezioni politiche di due mesi fa.

Il confronto tra i risultati attuali e quelli delle regionali 2013 è impossibile perché a quel’epoca si era presentata la lista “Per Tondo Presidente“, che aveva conquistato 80,052 (20.03%) voti.

Rispetto alle elezioni politiche la Lega passa dal 25.80% al 34.91% e Forza Italia dal 10.67% al 12.06.

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Solo alcune considerazioni, non necessariamente le principali.

A nostro sommesso parere, Salvini ha guadagnato molti voti perché si è rifiutato di tradire amicizie e collaborazioni di lunga pezza: ha dimostrato di essere persona, magari di idee differente dalle nostre, ma pur sempre affidabile. E per un uomo politico la credibilità è tutto. È un patrimonio difficilissimo da accumulare e facilissimo da dilapidare.

Non solo, il programma che proponeva anni or sono è quasi esattamente quello che ha riproposto nel corso di questa tornata elettorale. Ripetiamo: si può benissimo non condividere un rigo di ciò che programma, ma nessuno può negare che sia costante e quindi affidabile nel pensiero politico ed economico.

Di Maio raccoglie le nostre simpatie per la sua leve giovinezza, ondivago nel pensiero quasi fosse la caricatura di una femmina isterica, elargitore di pillole di pensiero infarinato senza costrutto e miscelate, pout-purri di pensieri antitetici e stridentemente contrastanti.

Gli abbiamo sentito dire che voleva che l’Italia rimanesse saldamente nell’Unione Europea così come che l’Italia avrebbe dovuto uscirne, stessa cosa per l’euro, ed idem per i grandi problemi nazionali. Ha una cultura appresa dalla assidua lettura dei cartigli dei Baci Perugina. A sentirlo parlare si direbbe che tutto il suo encefalo si esaurisca nell’amigdala.

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Se guardiamo allibiti Di Maio, ancor più siamo sbigottiti di coloro che lo hanno fatto assurgere alla posizione di leader del M5S. Una cosa è urlare slogan e raccogliere scontenti esasperati, ed una del tutto differente guidare una grande nazione. L’Italia proprio non si meritava questo partito starnazzante.

«I partiti pensano al proprio orticello e alle poltrone»: forse, ma almeno pensano. Solo l’autopsia ci potrà dire di cosa disponesse Di Maio di frammezzo le orecchie.

Siamo stati anche troppo benevoli con Di Maio, che invece vedremmo molto bene a fare il guardiano di un faro.

Da quanto detto sembrerebbe essere evidente come si sia convinti che non imparerà nulla nemmeno da questa immane facciata data sul granito della realtà.

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Da ultimo ma non certo per ultimo, questi risultati propongono in modo drammatico il vero dilemma attuale della politica, e non solo di quella italiana.

Il problema non sono i partiti in sé e per sé. I veri problemi sono quelli socioeconomici che hanno fatto scaturire figuri di questo tipo. E ben pochi ne hanno parlato.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria

Italia. Ipsos. Salvini 44% e Di Maio 43%.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-22.

2018-04-22__Ipos__Italia__001

«i pentastellati sarebbero in perdita dello 0,6% rispetto a fine marzo, quando la loro forza era stimata al 33,9%. La Lega invece avrebbe raggiunto il 19,5% dal 19,2% assegnatogli nella scorsa rilevazione.»

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«Il Partito di Salvini sarebbe sempre più dominante nel centrodestra dove Forza Italia continua a perdere consensi: dal 13,1% al 12,9»

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«Pd in lieve ripresa, passando dal 18,8% al 19,5%.»

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Molise. Elezioni Regionali. M5S 44.79%, CD 29.81%, CS 18.1%.

Oggi si vota: domani conteremo i numeri.

È una elezione regionale, locale, quindi: si faccia attenzione a non generalizzare.

Ipsos. 2018-04-21. Sondaggi: Ipsos per Corriere della Sera, “la popolarità di Salvini supera quella di Di Maio”

Matteo Salvini supera Luigi Di Maio. Il consenso del laeder della Lega è rimasto stabile rispetto a un mese fa (44 %), mentre la popolarità del candidato premier del Movimento 5 Stelle scende fino dal 49%, incassato a fine marzo, al 43%. Lo scrive Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos Italia, presentando l’ultimo sondaggio dell’istituto pubblicato sul Corriere della Sera. Secondo le intenzioni di voto elaborate da Ipsos, l’ultimo giro di consultazioni avrebbe penalizzato il Movimento 5 Stelle. Continua a crescere, invece, il consenso della Lega. Per l’istituto di Nando Pagoncelli, i pentastellati sarebbero in perdita dello 0,6% rispetto a fine marzo, quando la loro forza era stimata al 33,9%. La Lega invece avrebbe raggiunto il 19,5% dal 19,2% assegnatogli nella scorsa rilevazione. Il Partito di Salvini sarebbe sempre più dominante nel centrodestra dove Forza Italia continua a perdere consensi: dal 13,1% al 12,9%. Pd in lieve ripresa, passando dal 18,8% al 19,5%.

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Svezia. Elezioni 2018. A sorpresa la destra rimonta. +9.8 punti percentali.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-21.

2018-04-20__Svezia__001

Nella seconda domenica del settembre 2018 si terranno in Svezia le elezioni politiche.

«Il Parlamento del Regno di Svezia, il Riksdag, è composto da 349 membri, eletti a suffragio universale per la durata di quattro anni.

I componenti del Riksdag sono eletti con il sistema proporzionale. 310 seggi sono assegnati in 29 collegi plurinominali, i restanti 39 sono distribuiti tra i partiti. Per entrare in Parlamento, ogni partito deve ottenere almeno il 4% dei suffragi.

Altro aspetto, l’elezione si deve svolgere la seconda domenica di settembre.» [Fonte]

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Il Governo Löfven è il governo della Svezia in carica dal 3 ottobre 2014, presieduto dal primo ministro Stefan Löfven.

Si tratta di un esecutivo di coalizione tra il Partito Socialdemocratico e i Verdi, che tuttavia non possiede la maggioranza al Riksdag.

«Il Partito socialdemocratico (simboleggiato da una S; Socialdemokraterna in svedese) è al momento il partito più grande in parlamento, possedendo 113 dei 349 seggi totali. Esso è anche il partito del primo ministro uscente, Stefan Löfven, e collabora con i Verdi per formare una maggioranza di governo. Löfven, al potere dal 2014, ha affermato che si candiderà nuovamente per un secondo mandato.

Il Partito moderato (M; Moderaterna) è il secondo partito più grande nel Riksdag con 84 seggi. È stato al potere dal 2006 al 2014 con il suo primo ministro Frederik Reinfeldt e oggi il partito è guidato da Anna Kinberg Batra. Il partito fa parte della Alleanza, l’unione dei partiti ad oggi all’opposizione.

I Democratici Svedesi (SD; Sverigedemokraterna) sono il terzo partito nel Riksdag, con un gruppo parlamentare di 49 seggi. Nelle elezioni del 2014 il partito è cresciuto di 29 seggi rispetto le elezioni del 2007 e il loro leader è Jimmie Åkesson. Il partito è all’opposizione ma non fa parte della Alleanza.

Il Partito Ambientalista i Verdi (MO; Miljöpartiet) è il quarto partito più grande nel Parlamento, con 25 posti. Al momento fanno parte della coalizione di governo, sostenendo i Socialdemocratici di Löfven. I due leader del partito sono Gustav Fridolin e Isabella Lövin.

Il Partito di Centro (C; Centerpartiet) si piazza al quinto posto per numero di eletti al Parlamento, raggiungendo 22 seggi. Ha fatto parte del governo Reinfeld dal 2006 al 2014. Il partito è oggi guidato da Annie Lööf. Anche il Partito di centro fa parte della Alleanza con altri partiti dell’opposizione.

Il Partito della sinistra (V; Vänsterpartiet) è il sesto partito più grande in parlamento, con 21 seggi. Il suo leader attuale è Jonas Sjöstedt. Anche se è all’opposizione, non fa parte della Alleanza.

I Liberali (L; Liberalerna) sono invece al settimo posto per numero di seggi al Riksdag, avendone 19. Anche i Liberali, come il Partito di centro, hanno fatto parte del governo Reinfeldt fino al 2014. Il partito è guidato da Jan Björklund, anche se la sua leadership è fortemente criticata all’interno del partito stesso. Anche i Liberali fanno parte della Alleanza.

I Cristiani democratici (KD; Kristdemokraterna) guidati da Ebba Busch Thor, si piazzano al settimo posto per numero di seggi in Parlamento, avendone 16. Secondo le stime di voto il partito potrebbe avere difficoltà a superare la soglia di sbarramento nelle prossime elezioni. Il partito fa parte della Alleanza. » [Fonte]

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Svezia. Il caso di Mr Qaisar Mahmood. Farsa nella tragedia.

Il caso di Mr Qaisar Mahmood ha scosso la Svezia.

«Qaisar Mahmood, nato il 16 febbraio 1973 a Lahore, in Pakistan, è uno scrittore svedese. Qaisar Mahmood è cresciuto a Lahore con sua madre e sua sorella, mentre suo padre ha vissuto in Svezia per alcuni anni come immigrato. Quando Qaisar Mahmood aveva sette anni, il resto della famiglia seguì il padre e si stabilirono a Tensta, a Stoccolma.
Mahmood è stato educato e si è laureato in Scienze Politiche all’Università di Stoccolma nel 1999. Era il Segretario Generale del Comitato per la politica di integrazione che il governo borghese ha messo da parte al suo insediamento nel 2006. Qaisar Mahmood ha lavorato presso l’Ufficio del Revisore Generale, il governo locale svedese, gli uffici governativi e il Consiglio di integrazione svedese. Attualmente è (2017) impiegato come Capo Dipartimento della Riksantikvarieämbetet.
Nel 2012 ha pubblicato il libro Hunting for Swedish (Nature & Culture), che descrive un viaggio di 900 miglia in motociclette attraverso la Svezia per cercare l’identità svedese»

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«Qaisar Mahmood, a Muslim born in Pakistan, is the new head of the Swedish National Heritage Board»

Molti svedesi non hanno digerito questa nomina né, tanto meno, quelle idee.

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Il recente report pubblicato da Skop riporta i dati fotocopiati in figura.

La coalizione di centro – destra avrebbe il 43.5% dei voti, contro il 37.2% (33.7%) della coalizione di centro sinistra.

È una differenza di 9.8 punti percentuali; valore talmente alto da far sembrare affidabile il risultato.

Ci sono ancora alcuni mesi per le elezioni, ma se questo rsultato dovesse confermarsi alle urne, il Consiglio Europeo perderebbe un altro voto a favore della linea Juncker – Tusk – Merkel.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Ungheria. Orban stravince e le sinistre straperdono.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-09.

Champagne__

«Fidesz predicted to have constitutional 2/3 majority in Parliament again»

Mr Orban sembrerebbe essere avviato ad una seconda vittoria storica, conquistando non solo la metà dell’Elettorato, ma soprattutto la maggioranza qualificata dei seggi parlamentari.

Se però è vero che Mr Orban ha avuto una vittoria elettorale inequivocabile, sarebbe altrettanto vero constatare come le sinistre liberal e socialiste abbiano subito una débâcle davvero severa: non contano quasi più nulla.

«Fino alla chiusura dei seggi, alle 19, circa 5,5 milioni di elettori sono andati alle urne, il 70%, contro un affluenza del 61,73% nel 2014»

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«Fidesz won almost half of the vote, with 93%f ballots counted»

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«the nationalist Jobbik party is in second place with 20% of the vote. The Socialists are in third with 12%, and the LMP, Hungary’s main Green Party, is in fourth with 7%.»

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«Voters are electing 199 members of parliament in a single round. A total of 106 seats can be won in single-member constituencies in a first-past-the-post system. The remaining 93 seats are awarded under a list system.
Fidesz has changed election rules since 2010, boosting the ruling party’s chances against a fragmented left-wing opposition and the far-right Jobbik party.

Reuters has produced this useful list of the key changes.

– The total number of seats was reduced from 386 to 199 in 2011. District boundaries have been redrawn, and critics say gerrymandering was significant.

– A second voting round was eliminated, denying parties the option of clinching deals between the rounds, which contributed to the splintering of the current opposition.

– The system of voter compensation was changed in favour of winning candidates. In local districts, any vote not used to win a first-past-the-post race is added to national lists, including for the winner.

– Ethnic Hungarians were given the right to citizenship. Some 378,000 new citizens have registered to vote in this election and the majority of them support Fidesz.

– Postal votes were outlawed for hundreds of thousands of Hungarians working abroad, who are not necessarily Fidesz supporters. They can only vote in person at Hungarian embassies or consulates, limiting their ability to participate.

– Parties must field candidates in at least 27 local districts to maintain a national list and receive state support for their campaign, limiting options for parties to co-operate.» [The Guardian]

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Diamo atto a Mr Gergely Karácsony, il candidato socialista, di aver accettato il risultato elettorale:

«The result is not what we hoped for, but nevertheless as the losers we must always congratulate the winners. But it is difficult to do that in Hungary.

We are convinced that people believe that Hungary needs change… we accept the fact that today Hungarian voters have made a choice. ….

he result is not what we hoped for, but nevertheless as the losers we must always congratulate the winners. But it is difficult to do that in Hungary.

We are convinced that people believe that Hungary needs change… we accept the fact that today Hungarian voters have made a choice.»

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In attesa dei risultati definitivi, e del computo dei seggi assegnati, una considerazione emerge spontanea.

Tutta la stampa liberal mondiale considerava le sinistre ungheresi come maggioranza certa, e parlava delle ngo ancora operanti in Ungheria come sicure portavoce di tutto il popolo ungherese che avrebbe distrutto in sede elettorale l’autoritario Mr Orban, euroscettico.

Benissimo.

Adesso gli ungheresi si sono contati alle urne e possiamo dire con certezza che le ngo dichiaravano millantato credito: non contano nulla. Non riusciranno a far eleggere nemmeno un deputato: uno che sia uno.


Ansa. 2018-04-09. Elezioni in Ungheria, Orban vince ancora

Il premier ungherese ha vinto in maniera schiacciante le elezioni, conquistando il suo terzo mandato consecutivo dal 2010 in un voto che ha visto nel Paese un’affluenza record.

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Il premier ungherese Viktor Orban ha vinto in maniera schiacciante le elezioni, conquistando il suo terzo mandato consecutivo dal 2010 in un voto che ha visto nel Paese un’affluenza record. Il partito di governo Fidesz, secondo i risultati diffusi quando lo spoglio era ormai oltre l’80%, conserva la maggioranza assoluta nel parlamento con il 49% dei consensi. Secondo è il partito Jobbik con il 20%, terza l’alleanza socialisti-verdi con 12%. Per tutto il giorno si sono registrate lunghe code davanti ai seggi elettorali, un’affluenza mai vista nel Paese. Una grande partecipazione che aveva fatto ipotizzare agli analisti la possibilità di una buona affermazione delle opposizioni che avrebbero potuto far perdere la maggioranza assoluta a Fidesz. Cosa che non è avvenuta.

Fino alla chiusura dei seggi, alle 19, circa 5,5 milioni di elettori sono andati alle urne, il 70%, contro un affluenza del 61,73% nel 2014. Circa 1547 i candidati in lizza per i 199 seggi del parlamento. Fidesz e il suo alleato il partito cristiano democratico avrebbero ne avrebbero conquistati 133. Il secondo posto alle elezioni è andato a Jobbik di Gabor Vona, partito conservatore nazionalista, ma non più euroscettico, che aveva promesso una lotta contro la corruzione generalizzata attribuita a Orban. A seguire l’alleanza socialista-verde (Mszp-P) e le altre formazioni politiche.

La vittoria – sono state le prime parole di Orban che ha festeggiato il risultato con i suoi sostenitori – è un’opportunità “per difendere l’Ungheria”. A premiarlo, secondo gli osservatori, è stato soprattutto il martellamento andato avanti per mesi, anche attraverso i media pubblici da lui controllati, circa il “pericolo mortale” che starebbe minacciando gli ungheresi: l’arrivo di migliaia di migranti musulmani, con il ricollocamento obbligatorio voluto dall’Ue. “Dobbiamo decidere bene, perché sbagliando non ci sarà più modo di riparare, rischiamo di perdere il nostro Paese, che diventerà un Paese di immigrati”, aveva detto ancora il giorno delle elezioni. Un messaggio che ha evidentemente raccolto il favore dell’elettorato.


Bbc. 2018-04-09. Viktor Orban: Hungary PM re-elected for third term

Hungary’s right-wing Prime Minister Viktor Orban has claimed a landslide victory in Sunday’s general election.

The 54-year-old will serve a third consecutive term in office, with his party Fidesz projected to keep its key two-thirds majority in parliament.

Fidesz won almost half of the vote, with 93% of ballots counted, Hungary’s National Election Office said.

Mr Orban is a strong Eurosceptic who campaigned on an anti-immigration platform.

In a speech to supporters on Sunday night, Mr Orban said his victory gave Hungarians “the opportunity to defend themselves and to defend Hungary”.

Leaders of the second and third-placed parties have resigned in light of the result.

How did the result play out?

Polling stations were meant to close at 19:00 (17:00 GMT), but some stayed open hours later due to long queues. Voter turnout reached a near-record 69% – an outcome some believed would favour the prime minister’s opponents.

But with almost all votes counted, the nationalist Jobbik party is in second place with 20% of the vote. The Socialists are in third with 12%, and the LMP, Hungary’s main Green Party, is in fourth with 7%.

– The man who thinks Europe is being invaded

Nationalism in heart of Europe needles EU

Jobbik’s chairman Gabor Vona stood down on Sunday night, telling a news conference: “Jobbik’s goal, to win the elections and force a change in government, was not achieved. Fidesz won. It won again.”

Socialist Party President Gyula Molnar was similarly downcast as he resigned, saying: “We regard ourselves as responsible for what happened [and] we have acknowledged the decision of voters.”

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Orban keeps the provinces but loses the youth vote

By the BBC’s Budapest Correspondent Nick Thorpe

As Fidesz paints the map of Hungary orange (their colour) once again, preliminary results show they will reach the 133 seats in the 199 seat Parliament needed for a constitutional two-thirds majority. They won two-thirds victories at both previous elections, in 2010 and 2014.

The prime minister’s party won in most rural constituencies and in provincial towns, while opposition parties took most seats in the capital, Budapest.

Mr Orban’s legitimacy on a European level will likely be strengthened, as nationalist parties across the continent take heart from his victory.

There were only two consolation prizes for anti-Fidesz voters: most constituencies in the capital, Budapest, went to opposition candidates. And Fidesz have also lost a large part of the youth vote. The next Fidesz government can be expected to include younger ministers, in an attempt to address this problem.

The result spells trouble ahead for civil society groups which campaign for human rights and against corruption, and for critical media. Viktor Orban has promised a “settling of accounts – moral, politically, and legally” with his opponents.

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What are Orban’s policies?

The election campaign was dominated by immigration, with Mr Orban promising to defend the country’s borders and block migration by Muslims.

The prime minister refused to publically debate with his opponents or speak to the independent media, speaking instead at rallies for his supporters.

These addresses focused on one core policy – stopping immigration.

“Migration is like rust that slowly but surely would consume Hungary,” Mr Orban said at his final rally on Friday.

In 2015, Hungary built a fence along its borders with Serbia and Croatia to stop illegal migrants.

Mr Orban is an avowed Eurosceptic who opposes further EU integration. He refused to take part in the EU’s refugee resettlement programme and has praised Russian leader Vladimir Putin.

Marine Le Pen, leader of France’s National Front, tweeted Mr Orban her congratulations and said the “mass immigration promoted by the EU has been rejected once again”.

Hungary jails ‘terrorist’ over border riot

Hungarian PM: Migrant crisis ‘is a German problem’

Mr Orban has promised to cut income taxes and pass pro-growth economic policies.

His administration has presided over strong economic growth, which he had argued would be threatened under the opposition.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Ungheria. Alle ore 13 affluenza alle urne del 53.6%.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-08.

Ungheria 001

Si stanno svolgendo in Ungheria le elezioni politiche per il rinnovo di Governo e Parlamento.

Imponente l’afflusso alle urne.

«Long lines of Hungarian voters stretched for blocks Sunday outside polling stations in Budapest, with some waiting for two to three hours to cast their ballots as Prime Minister Viktor Orban sought a fourth term on a platform that demonized migrants»

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«According to the National Election Office, over 4.22 million voters had cast ballots by 3 p.m. (1300 GMT), or 53.6 percent of those eligible. That was the highest turnout figure for that hour since at least 1998»

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Il Valley Star non è il classico giornale pro Orban.

Quando è in vena di cortese gentilezza, lo chiama “autocratic Orban“.

«Orban claims that the opposition — collaborating with the United Nations, the European Union and wealthy philanthropist George Soros — wants to turn Hungary into an “immigrant country,” threatening its security and Christian identity»

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«”Voter turnout is at record high,” tweeted Tamas Boros, co-director of the Policy Solutions think-tank. “This means either an overwhelming support for Orban or the end of Fidesz as (the) omnipotent political party in Hungary. The Hungarian political landscape will dramatically change today.”»

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In Ungheria si vota con un sistema elettorale simile al Rosatellum. Quando questo sistema fu votato dall’allora partito democratico italiano questa legge elettorale era la quintessenza della democrazia. Ora che lo usano gli ungheresi è il segno evidente della bieca dittatura di Mr Orban.

All’articolista proprio è rimasto sulle bitte della strozza che Mr Orban avesse mosso appunti a Mr Soros.

In ogni caso, leggendo questo articolo, per l’estensore dovrebbe essere evidente quanto

«Government influence on the media was palpable»


Valley Star. 2018-04-08. Voters wait in long lines as Hungary chooses next government

BUDAPEST, Hungary (AP) — Long lines of Hungarian voters stretched for blocks Sunday outside polling stations in Budapest, with some waiting for two to three hours to cast their ballots as Prime Minister Viktor Orban sought a fourth term on a platform that demonized migrants.

Polls agree on the eventual triumph of Orban’s right-wing nationalist Fidesz party and its allied Christian Democrats in Sunday’s national vote but opposition leaders were encouraged by a high early turnout. A splintered opposition and Hungary’s complex electoral system make it hard to predict the expected margin of victory for Fidesz.

In all, 199 seats in parliament were up for grabs Sunday. Opposition parties are keen to make sure that Orban’s bloc does not sweep to a super-majority in which the autocratic leader could easily push through more constitutional changes.

The autocratic Orban has campaigned heavily on his unyielding anti-migration policies, though voters say they are more concerned with poverty, growing government corruption and the country’s underfunded health care system.

Long lines of voters were reported also at the Hungarian embassies in London and Paris. The opposition Socialist Party urged authorities to “at least distribute water” in districts where voters were waiting in line for hours.

According to the National Election Office, over 4.22 million voters had cast ballots by 3 p.m. (1300 GMT), or 53.6 percent of those eligible. That was the highest turnout figure for that hour since at least 1998.

“We are celebrating democracy and it seems like this feast will be beautiful because many of us are taking part,” said Gergely Karacsony, the leading candidate of the left-wing Socialist and Dialogue parties.

Analysts, however, were more cautious about the significance of the turnout.

“Voter turnout is at record high,” tweeted Tamas Boros, co-director of the Policy Solutions think-tank. “This means either an overwhelming support for Orban or the end of Fidesz as (the) omnipotent political party in Hungary. The Hungarian political landscape will dramatically change today.”

Gabor Vona of the nationalist Jobbik party urged his supporters not to become complacent.

“Figures show that it will be an election with a high voter turnout. But this is not the time to sit back,” Vona said after voting his home city of Gyonygyos in northern Hungary. “This is when all those who want a change of government … ask all those who have yet to vote to by all means go and vote.”

Orban claims that the opposition — collaborating with the United Nations, the European Union and wealthy philanthropist George Soros — wants to turn Hungary into an “immigrant country,” threatening its security and Christian identity.

Government influence on the media was palpable in Sunday’s broadcast by state television M1 news channel, where reports highlighting the negative effects of migration dominated the programming.

On Origo.hu, a formerly independent website now owned by government allies, stories promoted Orban while also focusing on migration with headlines like “Migrant gangs fought in England,” ”They can’t stand it anymore in Sweden: They’ve had enough of migrants,” and “A migrant in underpants beat a German retiree half to death.”

The opposition denies Orban’s claims on migration. Vona said the question was not about migration into Hungary but about the large number of Hungarians who were leaving the country and heading to Western Europe in search of higher wages and better prospects.

“Today will decide whether Hungary becomes an emigrant country or not — and I wouldn’t like Hungary to be an emigrant country,” Vona said.

Uncertainties about Orban’s expected margin of victory are caused by Hungary’s complex electoral system in which voters cast two ballots, one for an individual candidate in their region and another for a party list.

Opposition parties have urged Hungarians to vote tactically for the opposition candidate with the best chance to defeat the Fidesz candidate in the 106 individual districts — but it’s not clear how much impact that will have. Another 93 seats will be distributed based on votes for entire party lists.

Some 8.3 million Hungarians are eligible to vote, with preliminary results expected Sunday night.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Ungheria. Elezioni. La voce di Mr Soros contro il Presidente Orban.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-07.

Ungheria 001.png

In questo weekend si vota in Ungheria: la società civile, ossia gli Elettori, sceglieranno liberamente nel segreto dell’urna il loro nuovo governo.

Abbiamo già pubblicato un articolo dedicato alle opposizioni:

Ungheria. In aprile elezioni politiche. Le voci delle opposizioni.

Tuttavia questa mattina, a penna della sig.ra Monica Perosino, vice caposervizio degli Esteri per la testata La Stampa, è apparso un articolo particolarmente agguerrito, che sembrerebbe riassumere in modo esaustivo tutte le motivazioni delle opposizioni al Presidente Orban, ivi compresa l’opposizione estera fatta da Mr Soros.

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Non vogliamo commentare in nulla.

Ci permettiamo solo di ricordare ai signori Lettori che senzanubi non condivide uno iota di questo articolo: neppure un segno paragrafematico o diacritico.


La Stampa. 2018-04-07. La sfida del sovranista Orban: “Vinco e mi occupo dei nemici”

Il premier attacca il rivale Soros, i migranti e «le potenze straniere». L’economia in crescita aiuta il leader. Opposizione assente sui media.

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Il premier ungherese Viktor Orban sembra considerare il voto di domani una noiosa seppur necessaria formalità. Lui guarda già oltre, come se nulla potesse scalfire il suo regno ininterrotto e, apparentemente, incrollabile. 

Strategia elettorale o convinzione poco importa, l’uomo forte dell’Ungheria non mostra tentennamenti, e il quarto mandato (il terzo consecutivo) per lui non è in discussione. 

Per questo guarda già avanti e promette: «Dopo la vittoria mi occuperò dei miei nemici, con mezzi morali, politici e legali». Lo sguardo volitivo del premier rimbalza all’infinito sui poster formato gigante che macchiano di verde e rosso le facciate dei sontuosi palazzi di Budapest. Sono ovunque, e dappertutto ripetono la promessa elettorale di Orban. Solo il logo del partito di ultradestra Jobbik compete in dimensione, non certo in numero. Appesi con scotch di carta ai lampioni, timidamente incollati ai cestini e ai muri delle vie laterali sono comparsi, nemmeno due settimane fa, i volti dei candidati all’opposizione. «Fino a ieri neanche sapevamo che faccia avessero – dice János Seres, che vende lattine di paprika ungherese al mercato -. Ma non siamo sorpresi, d’altronde è il governo che dà i permessi per le affissioni. Le elezioni qui sono inutili». I sondaggi sembrano dargli ragione, pochi dubbi che sarà ancora Orban, l’inventore della «democrazia illiberale», a guidare il Paese: l’ultimo attribuisce all’alleanza Fidesz-Cristiano democratici il 47% dei voti, un risultato che, se dovesse avverarsi, fornirebbe a Orban una solida maggioranza nel Parlamento magiaro. Molto staccato il principale rivale, il partito ultranazionalista di Jobbik, con il 18%. Il Partito socialista si attesterebbe sul 14%. 

I nemici di Viktor  

La promessa di abbattere «i nemici dell’Ungheria» è stata la cifra di una campagna elettorale che negli ultimi 8 mesi ha raggiunto picchi di tensione altissimi, culminati in scandali finanziari, accuse di spionaggio, propaganda e contropropaganda, fake news, corruzione. Sono stati chiusi giornali di opposizione, e «gli oligarchi amici di Orban – spiega l’analista Ivett Korosi – si sono comprati quasi tutti gli altri». Da lunedì, a scanso di sorprese elettorali, la battaglia continuerà. 

I nemici sono innanzitutto i migranti, che «vogliono invadere l’Ungheria e cancellare i valori cristiani», contro i quali Orban ha già innalzato un muro di 175 chilometri e, due anni fa, ha indetto un referendum per fermare la ricollocazione chiesta dalla Ue. È contro «l’invasione» che si è concentrata la campagna elettorale. Il governo ha diffuso storie terribili di malattie tropicali diffuse dai profughi, ha mostrato foto di fantomatici ghetti islamisti (a Vienna, Parigi, Berlino e Stoccolma) paventando un destino simile per l’Ungheria e ha diffuso «dati», come quello della percentuale di nigeriani malati di Aids («l’80%»). Pochi giorni fa Zoltan Lomnici Jr., portavoce del Com, movimento pro-Orban, ha arringato la folla a Budapest sostenendo che la maggior parte degli africani è malato di Hiv e in Svezia 4 donne su 5 violentate dai migranti hanno contratto il virus. 

L’attacco straniero  

La retorica funziona. Molti ungheresi credono alla narrativa di Orban secondo la quale il Paese sarebbe sotto attacco da varie potenze straniere «aiutate dai media internazionali» e dal miliardario filantropo americano-ungherese George Soros, attraverso i suoi «agenti», ovvero le Ong internazionali che difendono i diritti umani. È Soros il nemico pubblico numero uno: alla guida di «un impero che lavora, con duemila “mercenari” in tutta l’Ungheria, per trasformare l’intero continente e i suoi Stati in Paesi di immigrati». 

Daniel Makonnen, portavoce della Fondazione Open Society di Soros a Budapest, snocciola l’infinita serie di fondi destinati a organizzazioni umanitarie, educazione, media indipendenti e organizzazioni anti corruzione. L’anno scorso si sono sfiorati i 4 milioni di euro: «La fondazione lavora anche per promuovere l’informazione: nel Paese, Budapest a parte, le uniche fonti sono i giornali locali, controllati dal governo, e la tv nazionale, infarcita di pubblicità di Fidesz in mezzo ai programmi di cucina. Questa campagna elettorale è stata durissima, le voci del dissenso praticamente annullate». Non stupisce che la base degli elettori, soprattutto nelle aree rurali, «non abbia neanche idea di un’alternativa a Orban».  

Il suo elettorato non è più quello delle élite filo-europee delle grandi città, ma quello dei ceti medio-bassi e dei contadini. Le indagini demoscopiche rivelano che su tre aventi diritto solo due dichiarano l’intenzione di andare a votare: la bassa affluenza favorisce Fidesz che ha una base solida di circa 2 milioni di votanti certi. Il 30-35% dell’elettorato, infine, sarebbe incerto su chi votare. Se, ipotesi improbabile, i partiti di opposizione riuscissero a chiamare questa parte di elettori alle urne, una sorpresa non è esclusa. 

L’economia  

La forza persuasiva del premier sta soprattutto nell’economia: come l’alleata Polonia, l’Ungheria ha una crescita fortissima (+4% nel 2017), anche se pesantemente dopata dai 5 miliardi di euro dell’Europa. Il risultato è un «benessere» che però non si rispecchia nella realtà nazionale. Un quarto della popolazione è a rischio povertà, con salari bassissimi e una flat tax che piega soprattutto le classi più basse, tanto che nel 2017 la Commissione europea ha indicato in Ungheria l’aumento peggiore delle diseguaglianze in tutta l’Unione. 

In campo economico Orban ha progressivamente abbandonato le politiche liberiste dei primi anni, orientandosi verso un potenziamento del settore pubblico. Ammiratore di Putin e Trump («finalmente con lui finisce il multiculturalismo»), lo stesso Bannon ha definito Orban un «eroe» per la sua rivoluzionaria visione di «democrazia illiberale» e nazionalista. 

Il paradosso europeo  

Sebbene il premier ungherese sia considerato un euroscettico (anche se il suo Fidesz è nel Ppe), e l’Europa lo consideri un pericolo per lo stato di diritto, Orban sta molto attento a non spingersi troppo oltre, anche perché è consapevole che gli ungheresi sono fortemente europeisti. Non solo, Martin Michelot, vice direttore del think tank «Europeum», e curatore di un rapporto pubblicato dall’Istituto Delors di Parigi, spiega che «Orban non combatte l’Europa», e «sa benissimo che il Paese dipende dai fondi europei e dagli investimenti stranieri, inclusi quelli delle banche italiane, così come dipende dalla libera circolazione dei lavoratori». 

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Devoluzione dell’idealismo liberal e socialista. Cahiers de doléances.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-03-14.

 Cahiers de doléances 001

«In a constitutional state, the true ruler is the voter».


Europa. La devoluzione del socialismo ideologico. – Spiegel

Devoluzione del socialismo ideologico. – Eu Observer 

Adesso la posta in gioco è il controllo del Consiglio Europeo e, con le elezione dell’anno prossimo, del parlamento Europeo.

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«Social Democrats are losing support almost everywhere in the EU, sometimes so dramatically that they have lost their role as center-left mainstream parties»

Alla fine anche il Deutsche Welle inizia a prender atto della realtà dei fatti.

Bene: allora diamo loro una mano a ripassare la lezione.

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Fatti Elettorali.

– Il 20 gennaio 2017 si è insediato il Presidente Trump, che a novembre aveva conquistato 304 grandi elettori contro i 227 di Mrs Hillary Clinton, del partito democratico.

– Il 15 marzo 2017 alle elezioni politiche in Olanda il PvdA, Partij van de Arbeid, Partito Laburista di ideologia socialista crolla dai pregressi 38 seggi agli attuali 9 (nove).

– Il 10 aprile 2017 il Senato Americano ha approvato la nomina del Justice Neil Gorsuch nella Suprema Corte degli Stati Uniti. ‘Gorsuch is a proponent of textualism in statutory interpretation and originalism in interpreting the U.S. Constitution, and is an advocate of natural law jurisprudence.’ Ora la Suprema Corte è a maggioranza repubblicana.

– Il 7 maggio 2017 alle elezioni presidenziali francesi il partito socialista francese è crollato dal 62% all’8%.

– Il 21 settembre 2017 Mr Macron ha conquistato 22 su 171 seggi senatoriali.

– Il 24 settembre 2017 le elezioni federali politiche sanzionavano la perdita di 153 deputati della Große Koalition: la Cdu crollava al 32.9% e l’Spd al 20.5%.

– Il 15 ottobre in Austria Herr Sebastian Kurz trionfava alle elezioni austriache con il 31.6%, e l’Fpö raggiungeva il 26.0%.

– Il 21 – 22 ottobre 2017 nella Repubblica Ceka il partito Ano 2011 conseguiva il 29.6% dei voti (78 / 200 seggi), mentre il Čssd, la socialdemocrazia, crollava dal 20.5% del 2013 al 7.3% dei voti.

– Il 5 novembre 2017 in Slovakia, alle elezioni regionali, la Smer, partito socialista del presidente Fico, ha perso il controllo di quattro delle sei regioni. Nelle elezioni politiche del 2012 aveva conseguito il 44.4% dei voti, il 28.3% in quelle del 2016, il 26.2% nelle regionali.

– Il 27 gennaio 2018 nella Repubblica Ceka Mr Milos Zeman ha vinto le elezioni con il 51.64% dei voti validi, contro il 48.35% di Mr Jiri Drahos.

– Il 4 marzo 2018 alle elezioni politiche il partito democratico è crollato dal 40.8% conseguito alle elezioni europee al 18.72%. Il centro – sinistra ha preso il 22.82% dei voti: ottiene 112 / 630 (17.7%) deputati e 57 / 320 (17.8%) senatori.

Fatti politici.

– Il 6 dicembre il Congresso degli Stati Uniti ha rigettato 364 – 58 la istanza democratica di impeachment al Presidente Trump. 123 deputati democratici hanno votato contro assieme ai repubblicani.

– L’8 dicembre la Polonia ha approvato la riforma del sistema giudiziario.

– Il 20 settembre il Congresso Americano ha approvato la riforma fiscale statunitense.

– Il 21 dicembre la Romania approva la riforma del sistema giudiziario.

– Il 27 gennaio 2018 Mr Trump in una cena a Davos con il Gotha dell’industria europea ricevere impegni di investimenti negli Stati Uniti per 600 miliardi di dollari.

– Il 18 febbraio 2018 Mr Trump annuncia un piano infrastrutturale per 1,600 miliardi.

– Il 24 febbraio 2018 la Suprema Corte degli Stati Uniti dichiara incostituzionale il prelievo forzoso dallo stipendio delle quote sindacali per i non iscritti, oltre cinque milioni.

– Il 28 febbraio 2018 la Suprema Corte di Karlsruhe condanna il Governo tedesco per aver diffamato ed ostacolato Alternative für Deutschland.

* * * * * * *

E siamo solo agli inizi.

La gente di loro e delle loro idee proprio non ne vuole più sapere: gli Elettori hanno voltato loro le spalle.

Comunque, nessuna paura.

Fino a tanto che non avranno imparato a fare autocritica, ed a trarne le conseguenze, continueranno a perdere fino ad estinguersi.


Deutsche Welle. 2018-03-05. How are Europe’s Social Democrats faring?

Social Democrats are losing support almost everywhere in the EU, sometimes so dramatically that they have lost their role as center-left mainstream parties. DW looks where they’ve been losing influence.

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France

There is hardly any other country in Europe that has seen such a decline for the Social Democrats as France. In 2012, the Socialist Party (PS) still had an absolute majority in the National Assembly and, with Francois Hollande, provided the president of the Republic. In 2017 elections, its presidential candidate received just over 6 percent of the votes, coming in fifth. Then, in the parliamentary elections, the party barely managed to achieve much more.

The PS is traditionally a particularly left-wing party, much farther left than Germany’s Social Democratic Party (SPD). It had its heyday in the 1980s, but nowadays it is being crushed between forces that are still further to the left, and the right-wing populist Front National. With policies opposing foreigners and globalization, and favoring economic isolation instead, the Front National also appeals to many French people who are afraid of downwards social mobility.

The Netherlands

The Dutch Labor Party, PvdA, fared similarly last year. The once proud party, which provided three prime ministers in the postwar period, achieved the worst result by far in its 70-year history. It fell to 5.7 percent, a loss of 19 percentage points compared to 2012.

For the PvdA, the traditionally strong diversification of the Dutch party system has been disastrous. It has had to share its center-left position with the Socialist Party, the Left-Green Party and the D66, which all appeal to similar voters. Nevertheless, the PvdA was the left-wing leader in 2012 with 25 percent of the vote. But by 2017, it had been significantly overtaken by all three other left-wing parties. The rise of Geert Wilder’s right-wing populists has proved a struggle for the Dutch Social Democrats.

The United Kingdom

The British Labour Party’s resurgence shows that the story of Europe’s Social Democrats is not just a tale of woe. In the 1990s, Tony Blair set the then far left-wing party with its “New Labour” label on a course of modernization and, after many years in the opposition, led it to government. Blair believed in a “third way” between Thatcherism and old school socialism. This was a successful and popular policy for years. The British involvement in the Iraq war, however, brought the Labour prime minister much criticism and a loss of credibility.

However, since leftist politician Jeremy Corbyn became party leader in 2015, some of the older recipes  —such as nationalization of key industries and heavily taxing the rich — have been revived. Since then, there has been a sharp rise in the number of members, which has reached levels unheard of for almost 40 years. Young people, in particular, are joining the Labour Party. The most recent elections for House of Commons in 2017 were once again won by the conservatives under Theresa May, but only just ahead of Labour.

Sweden

Sweden also offers a glimmer of hope for Social Democrats, but this seems almost self-evident. Sweden is the model country for social democracy. In no other European country have Social Democrats had such success.

The strongest political force in every federal election since 1917, the Social Democrats have used their long tenure to create a comprehensive welfare system which is still a model to this day. However, by the 1990s it became so expensive that Social Democratic prime ministers have since been forced to make cuts. The party subsequently suffered from a heavy loss of votes and spent several years in the opposition.

Despite gains by the right-wing Swedish Democrats, who have repeatedly criticized the country’s relatively liberal refugee policy, the Social Democrats have managed to gain the lead ahead of fall elections. However, their polling numbers — less than 30 percent V are catastrophic by Swedish standards. 

Austria

The Austrian Social Democrats (SPÖ) have also seen better times. Much better, in fact. Until 1990, they received more than 40 percent of the votes in national assembly elections. For some years now, the SPÖ has stabilized, getting around 25 to 30 percent of the vote. This is not exactly heady stuff, but the SPÖ has so far been spared the kind of downfall suffered by Germany’s SPD.

What’s notable about Austrian politics are the frequent grand coalition governments with the conservative Austrian People’s Party (ÖVP). The grand coalition with its politics based on consensus is regarded as synonymous with the second Austrian republic, and there is often talk of an “eternal grand coalition” and of graft. This has also promoted the rise of the right-wing populist Freedom Party (FPÖ). At the moment, the FPÖ is the junior partner in a coalition with the ÖVP. The SPÖ was forced to take up the unfamiliar position of being in the opposition. As in Germany, the Austrian Social Democrats have been left wondering whether being part of a grand coalition resulted in their fall from power.