Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Europa. Risultati Elettorali 2018.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-26.

Europa 002

Riportiamo da Edn Hub i risultati elettorali 2018.

Dopo un anno elettorale cruciale per l’Unione europea, il 2017, la sfida dei Ventotto al populismo ha caratterizzato anche il 2018. A confrontarsi con i risultati delle urne sono stati a vario titolo 11 Stati membri: dall’Italia all’Irlanda, passando per Ungheria, Repubblica Ceca, Cipro, Finlandia, Svezia. Il destino dei partiti tradizionali, davanti all’ascesa dei rivali populisti, è apparso ancora molto incerto. Tra gli appuntamenti più attesi, le elezioni in Italia il 4 marzo, dove gli euro-scettici del Movimento 5 Stelle non hanno disatteso  i favori dei pronostici e sono andati al governo con il partito di destra anti-migranti della Lega Nord.

I risultati elettorali del 2018:

– REPUBBLICA CECA – Al ballottaggio del 26 e 27 gennaio, in un serrato testa a testa, il presidente uscente Milos Zeman ha battuto lo sfidante Jiri Drahos, ex presidente dell’Accademia delle Scienze (Csav), con il 51,3% dei consensi. Si riconferma quindi la linea euroscettica e populista portata avanti nello scorso mandato da Zeman, che mantiene Praga orientata verso l’est dell’Europa, allacciata ai Visegrad (Polonia, Ungheria e Slovacchia), muro anti Ue nell’accoglienza ai migranti. Zeman ha promesso di affidare ad Andrej Babis, vincitore delle elezioni politiche in Repubblica Ceca nell’ottobre del 2017, il secondo tentativo di formare un governo. L’affluenza ha raggiunto il record del 66,6%.

– FINLANDIA – Domenica 28 gennaio la Finlandia si è recata alle urne per eleggere il nuovo presidente per un mandato di sei anni. Il presidente uscente, Sauli Niinisto, è stato rieletto al primo turno con il 62,7% dei suffragi, quasi cinque volte di più del suo sfidante più vicino, il verde Pekka Haavisto, che si è fermato al 12,4%. Niniisto, 69 anni, ex ministro delle Finanze ed ex speaker del parlamento, è stato un presidente molto popolare sin dall’inizio del suo mandato nel 2012. Si è presentato come indipendente, senza associarsi al partito conservatore che in passato aveva presieduto. “Sono sorpreso e colpito da questo sostegno”, ha detto ai media dopo la vittoria. Deludente invece il risultato dei Veri Finlandesi, partito conosciuto per le sue forti posizioni anti-europeiste e nazionaliste, in forte ascesa negli ultimi anni: la candidata Laura Huhtasaari si è fermata al 6,8%.

– CIPRO –  A 5 anni di distanza dalle ultime elezioni presidenziali di Cipro nel 2013, il voto di domenica 28 gennaio ha visto contrapposti su tutti il presidente in carica conservatore Nicos Anastasiades e il principale avversario, Stavros Malas, sostenuto dal partito comunista Akel.  Arrivati al ballottaggio (al primo turno Anastasiades era arrivato primo con il 35,5% dei voti, Malas secondo con il 30,2%), il 4 febbraio il 71enne Anastasiades è stato rieletto presidente ricevendo il 56% dei voti, mentre il suo avversario Stavros Malas ha raccolto il 44% dei voti. I due si erano già sfidati nelle elezioni del 2013, quando Anastasiades vinse con un larghissimo vantaggio; a questa tornata è stata ricompensata la stabilità ottenuta dal paese durante la sua carica, ma Malas ha ricevuto comunque più voti rispetto alle aspettative. La questione della riunificazione dell’isola è stata al centro della campagna elettorale di Nicosia. Il 7 gennaio è stata rinnovata l’Assemblea dell’autoproclamata Repubblica turca di Cipro del Nord (Rtcn), che ha sancito la vittoria Partito di unità nazionale (Ubp) – vicino ad Ankara e per il mantenimento dello status quo -, ma non la formazione di un governo che è ancora in discussione. Proprio la necessità di riprendere il dialogo con la Turchia sul processo di riunificazione in funzione di uno stato federale è stato uno dei temi al centro del dibattito elettorale e sarà la maggior sfida di Anastasiades.

– ITALIA – Il 4 marzo è stata la volta degli elettori italiani, chiamati alle urne per le elezioni politiche. A sfidarsi sono stati la coalizione di centro-destra guidata dall’ex premier Silvio Berlusconi affiancato dal leader della Lega, Matteo Salvini, i populisti del Movimento Cinque Stelle con Luigi Di Maio candidato premier, e il Partito Democratico di Matteo Renzi. Il Movimento 5 stelle ha ottenuto più del 30 per cento dei voti sia alla Camera sia al Senato, sopratutto grazie alle regioni del centro e dell’Italia del sud. La Lega ha superato Forza Italia e il Partito democratico è sotto al 20%. Liberi e Uguali ha superato la soglia di sbarramento del 3%. L’affluenza è stata del 72,9%, la più bassa nelle elezioni politiche dal 1948 a oggi. Con questi numeri, nessuna forza politica ha ottenuto una maggioranza assoluta in parlamento, ma dopo oltre due mesi e mezzo di trattative M5S e Lega si sono alleati dando vita a un governo di stampo populista, presieduto dal premier Giuseppe Conte.

– UNGHERIA – L’8 aprile si sono tenute le elezioni politiche in Ungheria. Fidesz, il partito del primo ministro Viktor Orbán, populista di destra, ha vinto con il 49% dei consensi, riconquistando la maggioranza dei due terzi in parlamento e avviandosi al suo terzo mandato consecutivo dal 2010. Secondo è il partito Jobbik con il 20%, terza l’alleanza socialisti-verdi con 12%.  La sfida sembra essere tutta a destra, con il partito Jobbik di estrema destra a rappresentare il più grande rivale di Orban.

– SLOVENIA – Anno di campagna elettorale per la Slovenia, con le elezioni generali a giugno e quelle locali a novembre. Alle politiche del 4 giugno, il conservatore Janez Jansa e il suo Partito democratico sloveno (SDS), che sono su posizioni anti-migranti e alleati del leader nazionalista ungherese Viktor Orban, hanno vinto con il 25% dei voti. Jansa non è però stato in grado di formare una maggioranza. A guidare il Paese è dunque Marjan Sarec (LMS), che con la Lista omonima si era piazzato secondo con il 12,6%, ed è appoggiato da cinque partiti di centrosinistra in un governo di minoranza.

– SVEZIA – Il 9 settembre 2018 è stato il turno della Svezia di andare al voto. I socialdemocratici del premier uscente Stefan Lofven sono risultati nuovamente la prima forza, con il 28,4% dei consensi, ma è il risultato peggiore per il partito dal 1920. Secondi, con il 19,7%, la destra dei Moderati guidati da Ulf Kristersson. Terzi, in ascesa al 17,7%, i populisti e sovranisti del partito Svedesi Democratici, guidati da Jimmie Akesson. Al momento, il blocco del centrosinistra e del centrodestra sono appaiati intorno al 40%, ma non hanno i numeri per governare. Nelle prossime settimane saranno dunque decisive le trattative per formare un governo di coalizione.

– LETTONIA – Dalle elezioni politiche di sabato 6 ottobre, le tredicesime nei 100 anni di storia del Paese, è emerso il primato del partito filorusso Concordia (Harmony) al 19,8%, che però ha scarse possibilità di dar vita a un governo. Lo scenario che si presenta – come peraltro avvenuto in tutte le ultime elezioni politiche nei Paesi dell’Ue – è una lunghissima trattativa tra forze politiche anche molto diverse, per mettere in piedi una coalizione. Brusco calo di consensi per il partito liberal-conservatore, una volta potentissimo, del vicepresidente della Commissione europea ed ex premier del Paese baltico, Valdis Dombrovskis. Il suo Unità (‘Vienotiba’ in lettone) – uno dei tre partiti che compongono la maggioranza uscente – è crollato al 6,7%, ottenendo appena otto seggi. Alle politiche del 2014, registrò il 21,8% con 23 seggi. Dombrovskis si dice comunque “fiducioso che il Paese sarà in grado di istituire un governo fermamente pro-europeo”, anche se a guidarlo non sarà più probabilmente il premier uscente Maris Kucinskis. La maggioranza tripartitica di centro-destra, dimezzata nei consensi, dovrà cercare nuove alleanze pescando tra una serie di formazioni che viaggiano intorno al 10-13%. Secondo gli analisti locali, alla fine si potrebbe arrivare a un ‘pentapartito’, che rischia tuttavia di avere problemi di tenuta, per le distanze programmatiche tra le formazioni. E’ invece altamente improbabile che a formare l’esecutivo sia chiamato il partito Concordia, che ha nella minoranza russa il proprio elettorato di riferimento e che finora è stato sempre tenuto fuori dalla stanza dei bottoni grazie a una sorta di cordone sanitario messo in atto dalle altre forze politiche, preoccupate dell’eventuale ingresso di un cavallo di Troia del Cremlino negli affari politici europei: fino al 2017 Concordia aveva anche un accordo di cooperazione col partito di Putin Russia Unita. Al momento, soltanto i secondi arrivati, i populisti euroscettici di Kpv Lv sarebbero disponibili ad allearsi coi filorussi, ma il loro 14,2% non è comunque sufficiente a garantire una maggioranza.

– BELGIOUna incontestabile vittoria per i Verdi è, in sintesi, il risultato delle Comunali che si sono svolte in Belgio. Domenica 14 ottobre si sono tenute le elezioni provinciali, municipali e distrettuali belghe. La regione di Bruxelles è andata al voto con 19 comuni, le Fiandre con 5 province e 300 comuni (nella città di Anversa si sono tenutee anche le elezioni per i distretti), e la Vallonia con 5 province e 262 comuni. A Bruxelles i Verdi passano da uno a tre borgomastri (sindaci), facendo breccia nei 19 comuni della capitale belga e sembrerebbero pronti ad entrare in una maggioranza con il Ps, quest’ultimo largamente in testa che realizza globalmente dei buoni risultati nella regione di Bruxelles. Ammaccato il Mr (Liberali), mentre al sud del Paese, in Vallonia, si registra una buona performance per il Ptb, il Partito del lavoro, di estrema sinistra che diventa il terzo partito a Liegi ed il secondo a Charleroi e a Seraing. Nelle Fiandre, nord del paese, il nazionalismo fiammingo tiene: roccaforte della Nuova alleanza fiamminga (N-va), la città conferma il suo leader, Bart De Wever, sindaco. Resta da capire con chi si alleeranno i nazionalisti. Altro dato significativo quello delle donne a Bruxelles: il 48,8% risultano elette, un vero e proprio record. Nulla di fatto invece per il partito Islam che non ha ottenuto alcun eletto.

– LUSSEMBURGOAlle elezioni del 15 ottobre, i tre partiti della coalizione di governo uscente – i socialisti della Lsap, Dp (la formazione di stampo liberale di Bettel) e i Verdi -, hanno riconfermato la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento (31 su 60). Il partito di centro-destra Csv (cristiano sociali), dell’ex premier e attuale presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, si è invece aggiudicato la maggioranza relativa con il 28,3% dei voti e 21 seggi. Il granduca del Lussemburgo, Henri Albert Guillaume, ha incaricato il premier uscente, il liberale Xavier Bettel a formare un nuovo governo.

– IRLANDA – Elezioni presidenziali senza sorprese in Irlanda: Michael D. Higgins, 77 anni, letterato di idee liberal, è stato confermato per un secondo settennato alla carica di capo dello Stato, sostanzialmente di garanzia, ma priva di veri poteri nel sistema istituzionale della repubblica. Higgins, nel rispetto delle previsioni della vigilia, ha segnato una netta vittoria al primo turno con oltre il 58% di voti. Il meno lontano dei 5 rivali è l’uomo d’affari indipendente Peter Casey, dato poco sopra il 20%, mentre tutti gli altri sono sotto il 10 con la prima donna in lizza, Liadh Ni
Riad, eurodeputata dello Sinn Fein (sinistra nazionalista) al terzo posto attorno all’8%. In calo l’affluenza alle urne rispetto al 2011.

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Canada. Alberta. Trudeau perde 23 a 64 lo stato petrolifero canadese.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-19.

2019-04-18__Canada__001

«Embattled Canadian Prime Minister Justin Trudeau suffered another major hit to his reelection hopes this fall as voters in the western province of Alberta on Tuesday threw one of his political allies out of power in favor of a conservative leader who campaigned as a fierce critic of Mr. Trudeau’s leadership and energy tax policies»

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«Alberta Premier-elect Jason Kenney and his 2-year-old United Conservative Party faced an electorate full of anxieties about the province’s sluggish energy-based economy. Voters directed their anger at Mr. Trudeau and his environmental allies for failing to push through a key pipeline and, conservatives said, piling costly regulations on Alberta’s large oil, gas and mining sector.»

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«Already reeling from a financial scandal that has engulfed the government in Ottawa, Mr. Trudeau saw his political allies thoroughly repudiated»

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«The result, in which Mr. Kenney’s fledgling UCP took a projected 63 seats to just 24 for the leftist New Democratic Party, was even more painful because the NDP ended 44 years of conservative rule in the western province just four years ago»

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«Of Canada’s 10 provinces, just three small ones are under the control of Mr. Trudeau and his allies.»

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«Alberta became the third major province in Canada in the past year to elect a conservative-leaning government»

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«Mr. Kenney argued strongly that Mr. Trudeau’s environmentalist agenda focused on fighting climate change had not produced for Canada.»

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«Attacks on the country’s oil production have fostered a boom in American production and have not reduced by “one barrel energy coming from OPEC dictatorships or Vladimir Putin’s Russia,”»

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«Mr. Kenney rode a wave of popular discontent that offered a preview of President Trump’s reelection»

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La situazione è brillantemente riportata da Affari Italiani.

Elezioni Canada: vittoria dei conservatori ad Alberta, Trudeau in crisi

«Canada: vittoria dei conservatori ad Alberta, Trudeau in difficoltà

Sarà il conservatore Jason Kenney il prossimo premier in Alberta (che si trova nel Canada occidentale), grazie alla netta vittoria del suo partito alle elezioni provinciali, affermazione che di fatto apre un nuovo fronte critico per il primo ministro Justin Trudeau a sei mesi dall’aperture delle urne a livello federale.  Come ampiamente previsto dai sondaggi, il partito conservatore unito di Kinney si è assicurato una comoda maggioranza assoluta, ottenendo oltre 60 seggi su 87.    

In sostanza, deve fare le valigie la leader del Nuovo partito democratico (Npd), Rachel Notley, alleata di Trudeau, che si era imposta nel 2015 in quello che tradizionalmente era considerato un bastione conservatore, e vince uno dei critici più implacabili dell’attuale premier nazionale. Già potente ministro del procedente governo guidato da Stephen Harper, il cinquantenne Kenney aveva imposto la sua campagna elettorale prevalentemente sui temi economici, promettendo di rilanciare l’industria petrolifera dopo la crisi del calo del prezzo dell’oro nero nel 2014.      

Trudeau non ha atteso di mandare le sue felicitazioni al vincitore in Alberta: “Sono impaziente di collaborare con il governo provinciale per creare nuovi posti di lavoro per la classe media, avviare nuove infrastrutture e far cresce le imprese e le industrie che fanno prosperare l’Alberta”, ha affermato il premier. Aggiungendo che promette di lavorare con il nuovo governo regionale “per avviare misure decisive nella lotta contro i cambiamenti climatici”.»

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Un altro baluardo liberal nel mondo è crollato come un castello di carte. L’Alberta è strategico nei rapporti con l’America di Mr Trump.

Il nuovo eletto del ‘clima’ se ne fa un baffo ed ha promesso a tutti un sano bagnetto del petrolio.

Eppure non esiste perversione sessuale che i liberal non abbiano reso legale:così come avevano legalizzato ogni sorta di ruberia del pubblico denaro.

Canadesi gente strana: vogliono pane e lavoro e del ludico da affamati se ne fanno ben poco.


Conservative ‘wave’ dings Justin Trudeau’s reelection hopes

TORONTO — Embattled Canadian Prime Minister Justin Trudeau suffered another major hit to his reelection hopes this fall as voters in the western province of Alberta on Tuesday threw one of his political allies out of power in favor of a conservative leader who campaigned as a fierce critic of Mr. Trudeau’s leadership and energy tax policies.

Alberta Premier-elect Jason Kenney and his 2-year-old United Conservative Party faced an electorate full of anxieties about the province’s sluggish energy-based economy. Voters directed their anger at Mr. Trudeau and his environmental allies for failing to push through a key pipeline and, conservatives said, piling costly regulations on Alberta’s large oil, gas and mining sector.

“We have been targeted by a foreign-funded campaign of special interests” that have cost the province “tens of billions of dollars in investment and tens of thousands of jobs,” Mr. Kenney said.

Already reeling from a financial scandal that has engulfed the government in Ottawa, Mr. Trudeau saw his political allies thoroughly repudiated. The result, in which Mr. Kenney’s fledgling UCP took a projected 63 seats to just 24 for the leftist New Democratic Party, was even more painful because the NDP ended 44 years of conservative rule in the western province just four years ago.

Alberta became the third major province in Canada in the past year to elect a conservative-leaning government. Of Canada’s 10 provinces, just three small ones are under the control of Mr. Trudeau and his allies.

“When Justin Trudeau was first elected, he looked around the table at premiers and he saw a lot of friendly faces,” Nik Nanos, chairman of the polling firm Nanos Research Group, told the Calgary Herald. “That’s all out the window.”

Mr. Kenney argued strongly that Mr. Trudeau’s environmentalist agenda focused on fighting climate change had not produced for Canada.

Attacks on the country’s oil production have fostered a boom in American production and have not reduced by “one barrel energy coming from OPEC dictatorships or Vladimir Putin’s Russia,” Mr. Kenney said.

“There is a deep frustration in this province, a sense that we have contributed massively to the rest of Canada but that everywhere we turn we are being blocked in and pinned down,” Mr. Kenney told cheering supporters as the results came in Tuesday evening. “Today we begin to fight back.”

Sinking polls

When Mr. Trudeau led his center-left Liberal Party to victory in 2015, he was riding a wave of popularity. But scandals and a spotty record of achievement have eroded his image. A recent poll by Toronto’s Forum Research puts the opposition Conservative Party at 42% support and Mr. Trudeau’s Liberals at just 29%. Canada must hold another general election on or before Oct. 21, giving Mr. Trudeau a shrinking window to turn around his fortunes.

The government has not fully recovered from Mr. Trudeau’s clumsy attempts to save Canada’s engineering giant SNC-Lavalin from criminal prosecution in a scandal that resulted in the resignations of two Cabinet ministers and his closest personal aide. His carbon tax faces legal challenges from the governments of Ontario, Saskatchewan, Manitoba and New Brunswick.

Mr. Kenney rode a wave of popular discontent that offered a preview of President Trump’s reelection hopes south of the border. While Mr. Trump has abysmal popularity ratings in much of Canada, he gets a favorable rating of 41% in Alberta. Like Mr. Trump, Mr. Kenney’s election strategy featured angry attacks on outside elitists and liberals.

On the campaign trail, Mr. Kenney’s supporters wore red and white “Make Alberta Great Again” baseball caps and cheered his economic message that he would help the province’s 200,000 jobless and struggling small business owners by letting the world know “Alberta is open for business.”

“I’m not sure Kenney likes to govern, but he likes to campaign. My sense is he will be in permanent campaign mode pushing hot-button issues for the next four years,” said Roger Epp, a political science professor at the University of Alberta in Edmonton.

Mr. Kenney, 50, held federal Cabinet posts including minister of employment under Conservative Party Prime Minister Stephen Harper. A conservative Catholic, Mr. Kenney is a lifelong politician who began his career in the late 1980s battling pro-choice activists when he was on the student council at the Jesuit-founded University of San Francisco.

Mr. Epp said Mr. Kenney could rise as the natural leader of the other conservative provincial premiers in Ontario, Saskatchewan, Manitoba and Quebec, who oppose Mr. Trudeau’s leadership.

Forum Research President Lorne Bozinoff said Mr. Trudeau’s main political rival, Conservative Party leader Andrew Scheer, is not a galvanizing figure but Mr. Trudeau’s negatives are also rising. If the prime minister doesn’t turn those around, then he will lose, Mr. Bozinoff predicted.

Mr. Epp said Canadians can expect a polarized campaign with lots of fearmongering on both sides. The Conservatives are already attacking Mr. Trudeau’s government as corrupt, incompetent and out of touch. In response, Mr. Trudeau is presenting himself as the only progressive alternative to the conservatives, a defender of the environment and protector of Canadian “civilization.”

In Ontario, Progressive Conservative Premier Doug Ford said Mr. Kenney’s victory and his successful attacks on Mr. Trudeau’s carbon tax idea were promising signs for the coming federal elections.

“We see just a [conservative] wave going across this country from west to east,” Mr. Ford told Ontario’s Parliament on Wednesday. “We’re building an anti-carbon-tax alliance like this country has never seen.”

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Basilicata. 519 su 681 sezioni. Cd 42.27%, Cs 32.87% M5S 20.69%.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-25.

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«Oggi abbiamo scritto la storia»

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«Dai dati del Viminale relativi a 519 sezioni su 681, Bardi è infatti avanti con il 42,27%, il candidato del centrosinistra Carlo Trerotola è al 32,87%, il candidato M5s Antonio Mattia è al 20,69% e Valerio Tramutoli (”Basilicata possibile”) è al 4,17%.»

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«il M5S è al 19,5%, la Lega al 18,2%, Fi al 10,3%, Avanti Basilicata al 9,7%, Comunità democratiche all’8,7%»

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I commenti saranno fatti a dati definitivi disponibili.

Al momento attuale possiamo solo constatare come dopo il Trentino Alto Adige, l’Abruzzo, e la Sardegna, anche la Basilicata lascia il centrosinistra optando per il centrodestra, che in pochi mesi si è coquistato quattro importanti regioni italiane.


Adnk. 2019-03-25. Basilicata al centrodestra

“Oggi abbiamo scritto la storia”. Parola di Vito Bardi, candidato del centrodestra che si avvia ormai alla vittoria in Basilicata. Dai dati del Viminale relativi a 519 sezioni su 681, Bardi è infatti avanti con il 42,27%, il candidato del centrosinistra Carlo Trerotola è al 32,87%, il candidato M5s Antonio Mattia è al 20,69% e Valerio Tramutoli (”Basilicata possibile”) è al 4,17%. Secondo la IV proiezione del Consorzio Opinio Italia per Rai relativa ai partiti, il M5S è al 19,5%, la Lega al 18,2%, Fi al 10,3%, Avanti Basilicata al 9,7%, Comunità democratiche all’8,7%.
Un boato accompagnato da applausi per Bardi ha salutato le prime proiezioni, nel quartier generale all’albergo Primula. “I lucani oggi hanno risposto presente” sono state le prime parole di Bardi dopo il voto. Nella sua dichiarazione al comitato elettorale ha ringraziato, oltre agli elettori, Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini “per aver determinato un quadro politico diverso”. “La Basilicata è pronta per il cambiamento – ha sottolineato – Oggi abbiamo scritto la storia. Dopo tanti anni di governo di centrosinistra, il centrodestra ha scelto la via del riscatto di questa terra” e “io sarò il presidente di tutti i lucani”.

“Evviva, la Basilicata si è data finalmente un buon governo! Complimenti a tutti gli amici lucani che hanno saputo votare bene!” la reazione su Facebook del leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi. “Mi sembra che gli italiani, se verrà confermato il dato, ci dicono che vogliono un governo di centrodestra e che la stagione del governo Lega-M5S è alla fine” ha detto il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, in collegamento telefonico con il Tg2, commentando i primi risultati. “Mi auguro che la Lega stacchi la spina” a questo esecutivo “se non vuole essere considerata corresponsabile della pessima azione di governo” col M5S, “mi auguro che tutto il centrodestra si faccia carico delle richieste della base”, ha aggiunto Tajani.

“E nonostante tutti i colpi bassi, le menzogne, lo spin contro Salvini e la propaganda contro la Lega a reti unificate… vinciamo anche qui. #basilicata” ha scritto su Twitter Claudio Borghi, deputato della Lega e presidente della Commissione Bilancio della Camera. Edmondo Cirielli riguardo alle proiezioni parla di “una fortissima avanzata” per Fratelli d’Italia, “visto che passiamo dal 3,7% delle politiche di un anno fa al 6,3%: quasi un raddoppio dei consensi. Era nell’aria, si percepiva con la presenza di Giorgia Meloni in Basilicata. Siamo contentissimi, così come lo siamo per Bardi” ha detto all’Adnkronos.

CENTROSINISTRA – Il candidato del centrosinistra Carlo Trerotola vuole aspettare che siano scrutinati almeno il 70% dei seggi per potere esprimere qualche valutazione definitiva sull’esito del voto. Anche perché è ancora troppo esiguo il numero di seggi effettivamente scrutinati. Per questo Trerotola ha dato appuntamento alle 10 per la conferenza stampa. Alla domanda dell’Adnkronos se avesse sentito telefonicamente Vito Bardi, ha risposto: “Non ho il suo numero…”. ”In questa campagna elettorale ho fatto sicuramente il possibile, dignitosamente. E’ stata una bella esperienza. Ho incontrato tantissima gente. Fare opposizione è un dovere verso i cittadini, non è che posso dire ‘ho perso, vi saluto”’ ha detto Trerotola parlando ai cronisti. ”In questa campagna elettorale c’è stato un rapporto molto bello con la gente, ho sentito tanta gente vicina. Il problema del lavoro è sicuramente importante, spero che chiunque vada lo risolva. Il lavoro ai giovani è un’emergenza, bisogna evitare altre emorragie, che altri giovani vadano fuori” ha sottolineato Trerotola nelle sue dichiarazioni in sala stampa alla Regione Basilicata, aggiungendo che in caso di sconfitta la sua “sarà comunque un’opposizione costruttiva e non distruttiva” e augurandosi che “tutti i big siano presenti in Basilicata anche dopo le elezioni, allo stesso modo di quanto hanno fatto durante campagna elettorale”. Alla domanda sulla possibilità che questa presenza costante possa aver influito sull’esito del voto Trerotola ha risposto: “Sono tutti showman, alcuni che hanno continuato in modo scorretto a fare campagna elettorale anche poco prima del voto”.

M5S – Un Antonio Mattia deluso si è presentato nel suo comitato per commentare i risultati elettorali in Basilicata. ”Sono sincero, ho una delusione personale – ha detto il candidato presidente del Movimento 5 Stelle – anche se il risultato è comunque positivo per il voto di lista. Prendo atto di questo risultato e da questo ripartiamo”. Per Mattia è positivo che ”un quinto degli elettori lucani, senza farsi influenzare, credono in un modello da portare avanti”. Il Movimento 5 Stelle, secondo l’analisi di Mattia, ha pagato per aver presentato una lista unica mentre il centrodestra ne aveva cinque e il centrosinistra sette. A tal proposito, ha risposto sulla domanda in merito ad alleanze con liste civiche. ”In Basilicata – ha detto – non c’era nessuna lista civica, abbiamo parlato con liste ambientaliste e con chi era interessato a condividere contenuti. Non abbiamo accettato di parlare con chi avrebbe voluto solo cavalcare l’onda 5 Stelle come dall’altra parte è stato fatto con la Lega”.

AFFLUENZA – E’ del 53,58% il dato definitivo dell’affluenza alle urne. Secondo quanto emerge dai dati pubblicati sul sito del Viminale, il dato è in crescita di circa 6 punti rispetto alle precedenti elezioni regionali quando aveva votato il 47,60%. Nella provincia di Potenza si è raggiunto il 52,40%, mentre in quella di Matera il 56,22%.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Sardegna. Flussi elettorali. L’Elettorato è altamente mobile.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-01.

2019-02-27__Sardegna_Flussi_Elettorali__001

L’Elettorato italiano, come peraltro quello europeo, sta dimostrando una mobilità non indifferente, dimostrandosi in grado di fare migrazioni di massa, ossia percentuali a due cifre.

Questo è un dato che ha colto alquanto impreparati i politici, abituati da decenni ad un Elettorato fidelizzato, disposto a sopportare di tutto nella sua persistenza a votare lo stesso identico partito.

Quello che una volta era definito ‘popolo bue‘ si è dimostrato essere un ‘popolo toro‘.

Nessun politico e nessun partito può permettersi di sedersi sugli allori.

Il secondo grande messaggio delle elezioni sarde è un astensionismo che quasi raggiunge il cinquanta per cento. Ma non è una massa abulica: sono semplicemente Elettori che non si riconoscono nei programmi e, specialmente, nelle persone che i partiti propongono come candidati.

Gli astenuti sono in gran copia Elettori in cerca di persone affidabili e di programmi credibili.

Alle scorse elezioni politiche del 4 marzo un partito aveva fatto promesse elettorali per oltre 700 miliardi di impegno di spesa: miliardi che semplicemente non ci sono. Non ha potuto quindi mantenere nessuna delle promesse fatte e questo è stato un severo colpo alla propria credibilità.

Il terzo messaggio è alquanto indiretto, ma lo si legge scritto a chiare lettere.

Se sicuramente un demagogo potrebbe, e può nei fatti, coagulare una larga quota degli astenuti ed erodere Elettorato che prima votava altri partiti, il colpo grosso gli riesce soltanto una volta: poi, è destinato a soccombere sotto il peso di quello che era stato il proprio successo.

Mai come di questi tempi la politica avrebbe bisogno di personaggi con grande spessore culturale ed ottime preparazioni tecniche specifiche, sia giuridiche sia economiche. Gli ‘urlatori‘ ed i ‘visionari‘ dimostrano in breve la loro pochezza, sono demitizzati in un amen, ed alla fine sconfinano nel ridicolo. Si badi bene: quella di ridicolo oppure di quaraquaquà è una etichetta indelebile.

L’ultimo messaggio degli Elettori richiama alla mente il buon Machiavelli, “silentium et archivium prima instrumenta regni‘. Più le persone sono colte, e meglio sono preparate, e meno parlano in pubblico a ruota libera: non esternano mai nulla. Se si volesse utilizzare un qualche metro oggettivo, l’uso del modo condizionale e congiuntivo è appannaggio dei colti, di quelli che da poche parole fanno molti fatti. Il numero dei modi condizionali e congiuntivi usato nel discorso è indice dello spessore di una persona.

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Se si volesse trarre una regola euristica, più gli esponenti di un partito parlano e rilasciano dichiarazioni e più si espongono al concreto pericolo di perdere le elezioni successive.

Ma, sempre ragionando in termini euristici, si nota sempre più evidente una rabbia sorda, che alla fine potrebbe esitare in un fenomeno come quello dei Gilets Jaunes in Francia. Tre parti saltati fanno una rivolta e cinque la rivoluzione.

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Aggiungiamo una ultima considerazione, che in gran parte sommarizza quanto prima detto.

Un partito diventa stabile solo quando sia propositivo, i suoi obiettivi sia inequivocabilmente chiari e non tempo varianti, ed infine siano evidentemente fattibili. Non esiste proposta politica fattibile senza che non sia stato chiaramente espresso il costo che comporta e da dove attingere le risorse necessarie.

Un partito che coaguli tutti i possibili “NO” può al massimo raggiungere risultati effimeri.

La situazione attuale è severa.

Produzione industriale – 3.3% anno su anno. Fermiamo questi Gerarchi.

Istat. Produzione industriale -5.5% a/a. Beni di Consumo -7.2%.

Questi non sono segreti gelosamente nascosti dall’ex kgb: sono oramai notizie sulla bocca di tutti.

Ed i partiti politici dovrebbe ben dire come intenderebbero venirne a capo.

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«”Disillusi”, che hanno scelto l’astensione »

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«”traghettati”, che sono passati al centrodestra»

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«i ‘fedeli’ che hanno confermato il proprio voti ai ‘grillini’ sono stati il 25% a Sassari e solo il 19% a Cagliari»

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«Chi è passato al centrodestra, invece, “conquistato probabilmente dal dinamismo di Matteo Salvini”, sono stati il 18% a Cagliari e il 33% a Sassari»

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«i ‘pentiti’, che sono tornati a sinistra, sono stati il 26% a Cagliari e il 15% a Sassari»

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A breve si terranno le elezioni regionali in Basilicata: potrebbero anche essere la prova dl nov.


Ansa. 2019-02-26. Sardegna: Istituto Cattaneo, solo 1 su 4 ha confermato voto M5s

Perdita impressionante, segnala momento difficoltà politica.

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“Disillusi”, che hanno scelto l’astensione e “traghettati”, che sono passati al centrodestra. E’ tra questi due fronti che si è divisa la maggioranza – oltre il 50% – degli elettori sardi ex M5s alle ultime elezioni Regionali, dove il Movimento è andato incontro a un calo evidente rispetto alle politiche di un anno fa. A dimostrarlo è un’analisi dei flussi elettorali compiuta su Sassari e Cagliari dall’Istituto Cattaneo per il qualela perdita di voti rispetto all’exploit del 4 marzo appare impressionante e riduce il M5s “a un partito di rango secondario” e “segnalerebbe anche un momento di difficoltà politica”.

Secondo il Cattaneo, infatti, i ‘fedeli’ che hanno confermato il proprio voti ai ‘grillini’ sono stati il 25% a Sassari e solo il 19% a Cagliari. Molti meno dei ‘disillusi’, ovvero coloro che hanno scelto l’astensione: 33% a Cagliari e 27% a Sassari, il gruppo più consistente. Chi è passato al centrodestra, invece, “conquistato probabilmente dal dinamismo di Matteo Salvini”, sono stati il 18% a Cagliari e il 33% a Sassari, mentre i ‘pentiti’, che sono tornati a sinistra, sono stati il 26% a Cagliari e il 15% a Sassari. Le cause, secondo il Cattaneo, risiedono “nella risaputa debolezza locale del M5S, che soffre di una classe politica per molti versi priva delle capacità e delle risorse politiche per conquistare consensi sul territorio”. Inoltre, questo stop, che finisce per premiare forze concorrenti, “sembra però implicare che dietro a esso vi sia un giudizio sulla performance governativa del partito”.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Populisti lebbrosi, benedite Frau Merkel. Ost-Cdu la dichiara ‘persona non grata’.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-20.

Merkel 999

Sinceramente, non siamo affatto di accordo con coloro che riversano su Frau Merkel ogni sorta di maledizione ed improperio.

Si dovrebbe sempre, a nostro sommesso parere, distinguere cosa sia Frau Merkel in sé e per se, dagli effetti che sono scaturiti dalla sua presenza e dal suo comportamento.

Se di per sé Frau Merkel soddisfa pienamente tutte le caratteristiche della persona posseduta dal demonio, basterebbe solo pensare alla sua ostinazione nell’odio rancoroso e la sua brama di potere, d’altro canto per l’eterogenesi dei fini le si deve riconoscere l’indubbio merito di aver scatenato la devoluzione dell’ideologia liberal socialista e di stare portando la Germania e l’Unione Europea allo sfacelo.

Senza Frau Merkel non avrebbero potuto nascere, crescere e prosperare in Europa i movimenti identitari e sovranisti, ossia proprio quei movimenti che stanno sconvolgendo il quadro politico continentale e per incrinare alla base lo strapotere di Bruxelles sul Popolo sovrano.

Se al posto di Frau Merkel, e del suo degno sodale Mr Macron, vi fossero stati statisti di razza l’Europa mai avrebbe avuto la possibilità di scuotersi dal loro giogo. Un personaggio del livello di Lenin avrebbe costituito la repubblica socialista europea senza colpo ferire.

Si ringrazi quindi la Divina Provvidenza che ha mandato un personaggio del genere. Certo, se ne sarebbe stato fatto volentieri a meno, ma la libertà ce la si conquista con sangue e sudore.

*

Ciliegina sulla torta è stata la pensata di non concorrere per la presidenza del partito pur continuando a mantenere la carica di cancelliera.

Se sicuramente così facendo Frau Merkel ha soddisfatto il proprio superego ipertrofico, altrettanto sicuramente ha prolungato lo stato paludoso della situazione politica tedesca, ha demolito quello che una volta era stato il potentissimo asse francogermanico, ed ha nel contempo privato l’Unione Europea di quella che era stato un punto di riferimento.

Meglio di così, nessun identitario sovranista avrebbe potuto desiderare.

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Adesso l’ultima.

I dirigenti della Cdu dei Landers dell’est tedesco hanno dichiarato Frau Merkel persona non grata.

Ost-CDU erklärt Merkel zur Persona non grata!

Il termine persona non grata è stato ufficializzato dalla Convenzione di Vienna per indicare un diplomatico cui si richiede di lascare immediatamente il paese ove era accreditato.

Germania. Questo anno si voterà in quattro Länder. Un test

«La CDU dei Länder dell’Est dichiara la Merkel una persona non grata!»

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«In vista delle elezioni federali in autunno, i politici della CDU della Germania dell’Est hanno avanzato una richiesta molto grande: la cancelliera per l’immigrazione di massa Angela Merkel (CDU) dovrebbe starsene il più lontano possibile.»

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«I principali rappresentanti delle associazioni della CDU della Germania dell’Est rifiutano di fare la campagna elettorale della cancelliera Angela Merkel (CDU) prima delle elezioni statali in autunno»

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«Una campagna elettorale della Cancelliera non ci aiuterà in Sassonia”, ha detto Matthias Rößler, presidente del parlamento di stato della Sassonia»

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«Herr Michael Heym, vice leader del gruppo parlamentare della CDU in Turingia, ha detto che le possibili apparizioni della campagna elettorale della Merkel sarebbero “certamente ancora oggetto di discussione all’interno della CDU della Turingia”. Poi ha aggiunto una frase che non potrebbe essere più biliosa: “Probabilmente non avrebbe alcun valore aggiunto per noi”. ….»

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Bene.

Benissimo.

Se in una campagna elettorale sono gli stessi dignitari di partito a non volere la presenza di Frau Merkel in campagna elettorale, sembrerebbe essere segno di una ragionevole esecrabilità della medesima presso l’Elettorato.

Gli identitari sovranisti ringraziano.

Lunga vita a Frau Merkel!


Deutschland Kurier. 2019-02-19. Ost-CDU erklärt Merkel zur Persona non grata!

Mit Blick auf die Landtagswahlen im Herbst haben ostdeutsche CDU-Politiker eine ganz große Bitte: Die Masseneinwanderungskanzlerin Angela Merkel (CDU) möge sich möglichst fernhalten.

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Führende Vertreter der ostdeutschen CDU-Verbände lehnen Wahlkampfauftritte von Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) vor den Landtagswahlen im Herbst ab. »Ein Wahlkampfauftritt der Bundeskanzlerin wird uns in Sachsen nicht helfen«, sagte der sächsische Landtagspräsident Matthias Rößler dem ›Spiegel‹.

Der thüringische CDU-Fraktionsvize Michael Heym sagte voraus: Über mögliche Wahlkampfauftritte Merkels werde es »sicher noch Diskussionen in der Thüringer CDU geben«. Dann ein Satz, wie er galliger nicht sein könnte: »Einen Mehrwert für uns hätte es wahrscheinlich nicht.« ….

Ministerpräsident Michael Kretschmer (CDU) muss sich demnach in seinem Wahlkreis Görlitz II auf ein hartes Kopf-an-Kopf-Rennen einstellen: Laut der Prognose führt er noch vor dem AfD-Kandidaten, allerdings nur hauchdünn mit einem Prozentpunkt. ….

Um Pfeifkonzerte zu verhindern, denkt die CDU Brandenburg laut ›Spiegel‹, wenn überhaupt, an »niedrigschwellige Formate« mit Merkel ohne große Ankündigung. »Marktplatz-Veranstaltungen wird es nicht geben«, sagte auch der Thüringer CDU-Chef Mike Mohring. »Das wird alles in geschlossenen Räumen stattfinden.« ….»


Der Freitag. 2019-02-19. Persona non grata: Angela Merkel

Offener Brief Bundeskanzlerin Angela Merkel steht maßgeblich für eine rigide Austeritätspolitik. Auch betreffs Europa. Europäer, die darunter zu leiden haben, empören sich.

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Jenes Deutschland, in welchen 68 Prozent der Deutschen Bundeskanzlerin Angela Merkel hohe Beliebtheitswerte bescheinigen. Ob das Angela Merkel auch nur im Geringsten anhebt, ist fraglich. Bei Helmut Kohl hat das einstige Mädchen gelernt wie man Kritik aussitzt. Und die ersten auf Deutschland spritzende Steinchen können von einem imaginären Stahlhelm auf Merkels Kopf abgehalten werden. Vorerst noch jedenfalls.»

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Elezioni europee e migrazioni. Il punto di vista liberal.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-16.

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Tutte le problematiche potrebbero essere viste sotto ottiche differenti. Fatto è che qualsiasi ottica si ritenga essere la più appropriata per la comprensione di un fenomeno, tranne casi ben rari nessuna riesce a cogliere il problema nella sua interezza.

Se poi alle difficoltà di comprensione logica si aggiungessero componenti viscerali ovvero prese di posizione ideologiche, tutte le discussioni finirebbero in un muro contro muro. Verrebbe meno il presupposto cardine di ogni forma di dialogo, ossia la ferma volontà di comprendere le ragioni altrui e di cercare un ragionevole accordo.

Questa sembrerebbe essere la situazione del dibattito sul rapporto che intercorre tra i fenomeni migratori illegali e le prossime elezioni europee.

Così, invece di poter dibattere sui temi di comune interesse, quali la struttura dell’Unione Europea, la strategia da seguire per fare emergere le persone che vivono in miseria nell’Unione Europea, circa il 16% secondo Eurostat, oppure su come comportarsi nel rapporti internazionali, politici ed economici, tutti i discorsi sembrerebbero essere focalizzati su immigrazione ed lgbt.

Sono approcci che sinceramente ci si rifiuta di condividere.

Una semplice soluzione potrebbe essere quella che gli stati che gradiscono l’immigrazione accolgano un po’ tutti coloro che vogliono, clandestini, illegali o legali che siano. Nel contempo, che non si incaponiscano ad imporli agli stati che non ne vogliono sapere.

«Cuis regio, eius et religio»

Era stata norma saggia che aveva evitato morti e distruzioni.

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Fateci caso: nessuno degli stati che Mr Macron aveva elegantemente definito essere ‘lebbrosi’ si è mai permesso di cercare di imporre agli stati liberal socialisti di rigettare i migranti, oppure di definire il legame matrimoniale come il rapporto indissolubile tra un maschio ed una femmina.

Questo è il vero discrimine tra liberal socialisti ed i così detti sovranisti: i primi vogliono imporre la propria Weltanschauung, mentre i secondi  non intendono imporre alcunché: vorrebbero solo vivere in santa pace.

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Riportiamo un articolo scritto da Mr Solon Ardittis per Eu Observer.

La testata è chiaramente liberal socialista e Mr Ardittis propone di sé questo sintetico profilo:

«Solon Ardittis has 30 years of policy research, evaluation, technical cooperation and project management experience in the fields of immigration, asylum, employment policy and education in Europe and internationally. He has directed or participated in over 100 research, evaluation and technical assistance assignments in over 50 countries, on behalf of various DGs of the European Commission (DG Migration & Home, DG Employment and Social Affairs, EuropeAid, DG External Relations, DG Education and Culture, DG Regional Policy, DG Research, DG Environment, DG Development, DG Enlargement and the Secretariat General), the European Parliament, the EU Agency for Fundamental Rights, Frontex, national government authorities, international organisations (ILO, UNDP, IOM, NATO) and academia.»

Diciamo che l’immigrazione è il suo pane quotidiano.

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«They could potentially tilt the balance in favour of a drastic increase in the European Parliament representation of far-right and populist parties»

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«Yet, if the past few months are anything to go by, misinformation and misconceptions are likely to dominate any such debates.»

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«Clearly, such analysis should also examine, particularly in response to arguments put forward by far-right and populist parties, the possible negatives of migration, including in terms of security, public social expenditure and employment»

* * *

Il problema consiste nel fatto che per i liberal l’immigrazione è un dogma di fede non solo assolutamente non contrattabile, ma da imporlo in ogni modo e maniera a tutti, volenti o nolenti.

Il caso della Spiegel dovrebbe essere paramount.

Spiegel. Centrale operativa liberal di fake news nel mondo. Lo dicono loro. – Spiegel.

Dopo lo Spiegel anche Deutsche Welle sparge fake news.

Spiegel. Sospesi tutti i redattori capo. Fabbricavano in serie fake news.

Poi, a loro detta, sarebbero gli ‘altri’ a spargere notizie false.

Buona lettura.


Eu Observer. 2019-01-09. Migration and May elections – time to get facts right

Migration will be one of the most prominent, divisive and potentially decisive topics in the forthcoming European elections.

The integrity and accuracy, or otherwise, of the debates that will be held during the forthcoming campaign will be critical.

They could potentially tilt the balance in favour of a drastic increase in the European Parliament representation of far-right and populist parties.

Yet, if the past few months are anything to go by, misinformation and misconceptions are likely to dominate any such debates.

The turmoil that has preceded the adoption of the UN Global Compact for Migration in December 2018 in Marrakech has probably set the tone for what is to come during the EP elections.

While the compact is a non-binding and largely aspirational document outlining a set of principles for future international cooperation in the field of migration, misunderstandings about the possible implications of such an agreement have abounded throughout 2018.

In particular, suggestions that the compact would open the door to millions of new migrants in all major host nations, or that migration would now be formally classified as a “human right”, have flooded the social media with increased animosity as adoption of the compact was drawing close.

Conspiracy theories

These developments are indicative of two ongoing trends: first, the growing determination of populist movements and conspiracy theorists (including, in recent weeks, within the ‘yellow vest’ movement in France) to use migration as a core theme in their potentially ill-intentioned agenda; second, and as importantly, the relative illiteracy of mainstream political parties and public opinion at large regarding key migration facts.

The ease with which far-right and populist movements are able to produce questionable “data” and “evidence” on current migration trends during electoral debates in most member states, and the frequent unpreparedness of mainstream parties and commentators to participate in such debates with irrefutable facts and convincing arguments, are often striking.

What this suggests is that, while adequately produced by a range of EU and UN bodies, migration data is still insufficiently disseminated and made easily functional within relevant political spheres and civil society.

This is in addition to the fact that while a growing number of UN and EU official documents stress the need to optimise the “benefits” of selective migration, these are rarely described in any comprehensive and convincing manner (except perhaps than by quoting existing evidence showing that migrants are net tax contributors or that, in some cases, they “take on jobs that natives do not want”).

Ahead of the potentially game-changing EP elections, there is now a pressing need for systematic analysis and dissemination of the exact benefits and possible negatives of migration in key areas of the EU’s national economies and societies.

This should also include some counterfactuals highlighting the effects of the lack of any future immigration in a range of key sectors of activity (including health, education and research, construction and agriculture) in major member states, particularly in those, such as the Visegrad Group, Austria and Italy, that have been most vocal in advancing their anti-immigration agenda.

Clearly, such analysis should also examine, particularly in response to arguments put forward by far-right and populist parties, the possible negatives of migration, including in terms of security, public social expenditure and employment.

Migration to the EU has declined drastically in recent times.

Less migration, more panic

As a report by Frontex published on 4 January has highlighted, irregular migration has decreased by 90 percent from the height of the migrant crisis in 2015 and by roughly 25 percent from 2017.

Yet, the impression conveyed is that the more migration declines the more it is able to advance to the top of the EU election agenda.

If misinformation in the field of migration can bring a government down, as in the recent case of Belgium following the country’s adoption of the UN pact, then it can no doubt produce a populist majority in the European parliament.

The Belgian government fell because of a set of largely fallacious but cleverly-packaged arguments.

The European parliament can gain a populist majority building on the same dynamics.

Permanent remedies to the above developments are yet to be identified.

However, few would dispute that irrefutable and adequately disseminated facts, rather than raw, humanistic statements, could have the potential to correct the often toxic popular beliefs and growing urban myths in the field of migration.

While indisputable and easily-accessible facts might not produce any effect on the most ill-intentioned political parties and commentators, they could at least contribute to better equipping mainstream parties ahead of the EP elections and to enlightening the genuinely ill-informed segments of civil society.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. Anno Elettorale 2019.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-02.

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Nel corso del 2019 si terranno in Germania elezioni di quattro Länder: Brandenburg, Bremen, Sachsen e Thüringen.

A parte la Città – Stato di Bremen, sono chiamati alle urne tre Länder orientali, ove Alterative für Deutschland ha una buona rappresentanza elettorale, essendo quotata dal 20% al 25%.

Potrebbe anche essere possibile che AfD diventi il partito di maggioranza relativa, cui competerebbe per legge la formazione del governo locale. Nel caso, sarà ben difficile che possa riuscire ad ottenere questo risultato, ma in ogni caso l’effetto potrebbe essere dirompente, destabilizzante.

Si noti infine come i Länder nominino i loro senatori in seno al Bundesrat: verosimilmente AfD potrebbe entrare anche in tale consesso.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Hessen. Un massacro che per il Deutsche Welle è una vittoria di Frau Merkel.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-28. h. 19:00.

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Chancellor Angela Merkel’s conservatives eke out win in Hesse election

«Despite a large drop in support, the CDU has won the Hesse state regional poll, giving the chancellor some welcome breathing room. But the weakness of the political center in Germany remains glaringly obvious.

The CDU’s tally of 28 percent may have been down some ten points compared with the last Hesse vote in 2013. But it was slightly better than pre-election polls had predicted and gives incumbent state premier and Merkel ally Volker Bouffier a mandate to form the next government.

The Social Democrats (SPD) suffered a similar drop, claiming 20 percent of the vote. That won’t have anyone in red dancing for joy, but it’s probably a respectable enough performance to keep the SPD’s left wing from demanding that the party quit its “grand coalition” with conservatives at the national level. That, too, should be welcome news with Merkel.»

* * *

Solo l’immarcescibile Deutsche Welle può chiamare questa débâcle una ‘vittoria’ di Frau Merkel. I commenti saranno fatti a risultati definitivi.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Religioni

Trentino. Un punto di vista autorevole sul successo della Lega.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-28.

Caravaggio. Conversione di San Matteo. Particolare

Il tracollo delle sinistre ed il trionfo della Lega nelle elezioni regionali del Trentino Alto Adige affonda le sue ragion d’essere in molteplici concause, molte delle quali importanti. Tuttavia è la risultante quella che conta.

La rivista Tempi, sempre molto acuta nelle sue analisi, ha rilasciato un editoriale degno di essere letto e meditato.

Tratta la sconfitta subita dai cattocomunisti, che denomina ‘cattoprogressisti‘.

*

Tema di non facile trattazione a causa di una consistente confusine terminologica, con usi ambigui e spesso fuorvianti di parole che avrebbero dovuto avere ben precisi significati.

Utile sarebbe il rileggersi il sintetico Catechismo di San Pio X.

Il termine ‘cristiano‘ inerisce la persona che ha fede in Cristo e ne professa gli insegnamenti. Il termine ‘cattolico‘ significa universale, ed inerisce quanti professino la religione cattolica, apostolica e romana.

L’essere cattolico non è questione di tessera o di adesione formale, consiste nell’accettare il dono divino della fede traducendolo in opere buone: come conseguenza il cattolico vive in Grazia di Dio partecipando alla Santissima Eucaristia, ottenendone la possibilità di formare il Corpo Mistico in Cristo. Il peccato grave annulla questa condizione.

Il Vangelo di San Giovanni è estremamente chiaro:

«Quotquot autem acceperunt eum, dedit eis potestatem filios Dei fieri, his, qui credunt in nomine eius». [Io, 1, 12].

A tutti gli esseri umani è offerta la possibilità di credere, ma solo a quanti credono nel nome di Cristo è concessa la possibilità di diventare figli di Dio. Si noti la particolare struttura della frase.

Nella lessicologia cattolica il termine ‘credere‘ significa sia adesione spirituale sia adeguamento operazionale: la fede senza opere a nulla serve, così come le opere senza la fede a nulla servono. Fede ed opere sono due aspetti di un’unica realtà.

Su questo San Paolo è tranchant.

«Si linguis hominum loquar et angelorum, caritatem autem non habeam, factus sum velut aes sonans aut cymbalum tinniens.

Et si habuero prophetiam et noverim mysteria omnia et omnem scientiam, et si habuero omnem fidem, ita ut montes transferam, caritatem autem non habuero, nihil sum.

Et si distribuero in cibos omnes facultates meas et si tradidero corpus meum, ut glorier, caritatem autem non habuero, nihil mihi prodest.»

Qualsiasi opera sia compiuta, financo la profezia, i miracoli, le elemosine di tutte le proprie sostanze, e persino il martirio, ‘nihil prodest‘, servono a nulla se non siano fatte nella carità, ossia nell’amore di Dio e per Dio: nel suo nome. Si noti l’artistico gioco dei tempi verbali.

*

Il movimento denominato ‘cattocomunismo‘ oppure ‘cattoprogressismo‘ è caratterizzato dal rigetto della Tradizione cattolica cui avrebbe voluto sostituire la propria, ma soprattutto dal rigetto della figura centrale del Cristo nella fede e nelle opere.

Ma la retta comprensione del messaggio evangelico richiede che si tengano in considerazione tutti gli aspetti della dottrina: una fede correttamente vissuta non ammette contraddizioni. Questa sono la negazione della Verità.

In fondo, a voler ben vedere, tutte le eresia sono scaturite dall’aver assunto un punto particolare come se fosse generale.

La conseguenza più evidente alla gente comune è la riduzione della Chiesa ad una immensa onlus, ove le opere caritative sono state trasformate in opere filantropiche. Una cesura tra fede ed opere del tutto aliena al cattolicesimo e ripetutamente condannata dai Padri  della Chiesa.

*

Il cattoprogressismo ha affascinato un buon numero di credenti, anche nelle gerarchie ecclesiali, ed il Trentino è stato una delle loro più robuste enclavi. La commistione di politica e religione attraeva tutte le persone che volevano una religione mondanizzata ed una politica sacralizzata. Talora anche con gran guadagno personale.

I risultati sono quelli che si constatano in situazioni del genere da duemila anni a questa parte: il clero progressista si sta estinguendo di morte naturale senza lasciare progenie spirituale. I seminari del Trentino sono vuoti, le parrocchie abbandonate, i cattocomunisti sono allo sbando.

Ciò non significa peraltro che il cattolicesimo sia scomparso. Proprio per nulla.

Non potendo far capo ad una gerarchia sbandata, vive una realtà quasi catacombale, formando comunità di credenti disposti a tutto tranne che a rinunciare alla propria fede nel Cristo, così come Tradizione tramanda.

Negli ultimi tempi codeste persone si sono collegate, silenziosamente e discretamente, ed hanno fatto sentire la propria presenza nel segreto dell’urna.

Quanto accaduto in Trentino è fenomeno oramai diffuso in tutta l’Europa, e gli effetti sono a tutti visibili.

*

I liberal socialisti, poiché credono che Dio non esista, credono anche che non esistano i cattolici o, al massimo, li identificano con i cattocomunisti.

Se dal punto di vista dei liberal socialisti questo è stato un errore destruente, per i cattolici è stato invece una vera e propria Grazia Divina. I liberal socialisti ignorano la loro stessa esistenza e, quindi, non possono far loro male più di tanto.

In Trentino è venuto giù il muro cattoprogressista

La culla dell’alleanza tra la sinistra e la Chiesa è andata in frantumi. La Lega, stando ferma, ha dovuto solo lucrare sugli attacchi boomerang dei suoi avversari.

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“Dopo vent’anni si volta pagina” titola oggi il quotidiano trentino l’Adige nel dare conto del voto appena svoltosi nella provincia autonoma.

Per capire il cambiamento netto avvenuto con il voto di domenica basta guardare i nomi degli eletti per la Lega e per l’ex centrosinistra autonomista. Dei quattordici nuovi consiglieri leghisti, sei sono donne, i più sono giovani o giovanissimi, uno solo era già in consiglio prima. Tra i dodici eletti della maggioranza uscente (frantumata e divisa) tre sole sono donne (una per il rotto della cuffia), nessun giovane, dieci consiglieri uscenti o veterani della politica. Il resto era già tutto noto, come da copione.

Effettivamente, è stato un terremoto, per il verificarsi di due diversi fenomeni sui quali vale la pena di soffermarsi in una breve analisi: la caduta del muro cattoprogressista e l’exploit della Lega di Salvini.

LA CULLA DEL CATTOPROGRESSISMO

Trento è sempre stato il laboratorio del cattolicesimo di sinistra. A Trento è nata la prima facoltà di Sociologia dove si formò il brigatista Renato Curcio, facoltà voluta e sponsorizzata dal democristiano Bruno Kessler, per quattordici anni presidente della provincia, grande fautore dell’alleanza tra sinistra e cattolici. A Trento sono venuti a insegnare i fratelli Prodi, Romano e Paolo. Nel seminario della città si è formata tanta della classe dirigente della sinistra, uomini che – una volta abbandonata la vocazione religiosa – si sono buttati nell’agone pubblico, ma sempre e solo da una parte, quella sinistra (Mauro Paissan, per dirne uno). Della provincia di Trento è originario padre Alex Zanotelli, campione del cattolicesimo no global e portato in palmo di mano dalla stampa di sinistra come esempio di Chiesa aperta, conciliante, pauperista. Trento, infine, è stato negli ultimi anni il regno di Lorenzo Dellai, uomo della Margherita finito negli ultimi anni nell’orbita di Mario Monti.

CATTOLICI CON ANTICLERICALI

Insomma, il Trentino è sempre stata la provincia dove l’alleanza tra la Chiesa e la sinistra funzionava, dava risultati. Un’alleanza che all’ultimo giro ha provato a giocarsi la carta Giorgio Tonini, cattolico ex presidente Fuci, che negli ultimi anni si è distinto per le sue battaglie contro la Legge 40 (Pma) e come estensore della legge Cirinnà sulle unioni civili. Ma se Tonini era il portabandiera, le sue truppe erano composte da un mondo variegato che delle istanze cattoliche poco si curava, quando non era apertamente ostile (simbolico il caso di Paolo Zanella, ex presidente dell’Arcigay locale).

CANNIBALIZZATI E PERDENTI

Ecco, questo mondo si è dissolto. Il Pd è passato in Trentino dal 22,7 al 13,9 per cento. È passato dai 52 mila voti del 2013 ai 35.000 di oggi. Perché? Perché sono venute meno entrambe le chiese, quella di sinistra e quella cattolica. La seconda, in particolare, rinnegando la propria specificità ha finito per non contare più nulla, cannibalizzata dal partito, cui si è svenduta. Non è un caso che, se si vanno a spulciare i curriculum degli eletti, di persone provenienti dal mondo delle parrocchie o dei movimenti, non ve ne sia più nemmeno uno.

FENOMENO LEGA

Sul fronte opposto, la Lega ha fatto il pieno, passando dal 6,22 al 27 per cento. Ormai è chiaro, il partito unico del centrodestra lo ha fatto Matteo Salvini, in fondo senza nemmeno troppa fatica. Gli è bastato insistere sul tema della sicurezza, sottovalutato dai suoi avversari, troppo impegnati ad accusare i leghisti di essere razzisti e omofobi. Anzi, la Lega ha potuto lucrare consensi proprio grazie agli attacchi dei suoi rivali, rivelatisi, nei fatti, dei boomerang. Anche perché il candidato del centrodestra, Maurizio Fugatti (in foto con Salvini), è tutto fuorché un estremista: ragionevole, moderato nei toni, pacato. E la gente se ne è accorta.
Nel caso del Trentino è proprio il caso di dire che i migliori alleati della Lega sono stati i suoi avversari. Più la attaccano, più cresce. Salvini lo ha capito da un pezzo, dalle parti del Pd non ancora.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Hessen. Il momento della verità per Frau Merkel e per la Germania.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-27.

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«Rarely is a regional election so closely scrutinised»

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«But then rarely does so much hang upon the outcome of a state vote»

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Le elezioni di domani in Hessen, Assia, trascendono la dimensione di quel Land ed anche quella della Germania: sono di interesse globale. I risultati dovrebbero anche tener conto di come Hessn non sia la Germania: basterebbe guardare queste altre prospezioni:

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È in atto a livello globale la devoluzione delle ideologie liberal e socialista. In America, Messico, Cile, Argentina, ed ora anche il Brasile a quanto sembrerebbe, hanno abbandonato i partiti liberal o socialisteggianti ed hanno eletto governi e governanti populisti.

I partiti socialisti, un tempo maggioritari,  sono crollati in Spagna (84/350 seggi in parlamento), in Francia (30/577 seggi), in Austria (52/183 seggi), ed in Italia (111/630 seggi): adesso anche la spd sta avviandosi alla scomparsa in Germania, raggiungendo nei sondaggi federali il 14% – 15%. Non da meglio i partiti ad ispirazione liberal, uno per tutti la Cdu tedesca, quotata ora a livello federale, ossia assieme alla Csu, attorno  26%.

Se è vero che i partiti populisti siano in forte crescita in tutto l’Occidente, sarebbe altrettanto vero il constatare come non siano essi la causa della disgregazione dei liberal socialisti.

A riprova, i voti che fuggono dalla Cdu e dall’spd si ripartiscono tra AfD, Fdp e, soprattutto, sui Grüne.

Ci si pensi sopra bene, con cura.

Le elezioni in Hessen potranno confermare il disfacimento delle formazioni liberal socialiste, ed aiuteranno a quantizzarne l’entità. Non è in ballo un usuale cambio di cancelliere: in fondo tra Herr Schröder e Frau Merkel passa ben poca differenza. È in gioco la sopravvivenza fisica di questi partiti.

Le prospezioni elettorali più recenti indicherebbero per la Cdu un crollo percentuale del -26.9% e per la spa del -28.3%. Crolli questi che seeguono a quelli risultati dalla débâcle del 24 settembre dello scorso anno.

Già ora la spd è diventata il quarto partito tedesco, ma tra breve i Grune  potrebbero diventare il primo partito, e quindi reclamare il cancelliere.

Si ritorna quindi al vero problema di base: non è importante la quantizzazione di AfD, bensì la comprensione dei fenomeni che la hanno determinata.


Bbc. 2018-10-27. Hesse election: Merkel facing double trouble in German vote

Rarely is a regional election so closely scrutinised. But then rarely does so much hang upon the outcome of a state vote.

Even before the first voters set foot in Hesse’s polling stations, it is widely accepted that what happens in Hesse will have consequences in Berlin – for the German government and perhaps even for the German leader herself.

Angela Merkel’s party is expected to suffer humiliating losses on Sunday. The CDU leads a coalition government with the Green party in Hesse.

If the party does as badly as polls suggest, that alliance will no longer be viable and the state prime minister, Merkel loyalist Volker Bouffier, who has ruled the region since 2010, may be out of a job.

Germany’s ruling parties braced for losses

Hesse is wealthy. The state is home to Germany’s financial centre Frankfurt am Main, and the unemployment rate is among the lowest in Germany.

But dissatisfaction over the cost and availability of housing and concerns over education have dominated the election campaign. So has the issue of immigration.

Polls ahead of the vote suggest that the results will most likely mirror what’s happening at federal level: big losses for the centre-right CDU and centre-left SPD, gains for the far-right AfD and the Green party.

And a tricky scramble to form a regional coalition government which could see the conservatives removed from power.

As commentators gleefully note, it could mean anything from a “Jamaica” coalition – named after the black of the CDU, the Greens and the yellow FDP – to a left-wing alliance between the SPD, Greens and Left Party.

Mrs Merkel has appeared four times on the campaign trail in Hesse.

On Thursday she looked rather tired as she smiled and waved at supporters. Even she acknowledges that her party and her coalition partners, the SPD, are in trouble. The traditional “Volksparteien” or people’s parties were “in danger”, she said recently.

Her own party is watching closely.

Mrs Merkel has never fully recovered from a poor performance at the last general election.

Her coalition has veered from crisis to crisis, with spats between Mrs Merkel and her interior minister over migration and the botched handling of a scandal involving her secret service.

The party recently ousted Mrs Merkel’s parliamentary group leader and ally in what was widely seen as an attack on her leadership.

So, if the CDU does badly in Hesse, all eyes will turn to the December party conference where Mrs Merkel must stand for re-election as party leader. The party holds such elections every two years.

She has always emphasised that it would be impossible for her to continue as chancellor, were she to lose that role.

Why Merkel’s rivals may hold back

Reports of her imminent downfall in the party may be somewhat exaggerated.

Her current challengers – a 26-year-old law student and a businessman who recently joined the CDU – present no serious problem.

It is true that if the party flops in Hesse, there may be more heavyweight challenges. But those most often viewed as Merkel successors may decide to bide their time.

Three potential candidates include ambitious Health Minister Jens Spahn; the Prime Minister of North Rhine-Westphalia, Armin Laschet; and the woman seen as Merkel’s anointed heir, Annegret Kramp-Karrenbauer.

But don’t underestimate the CDU’s continuing respect for Mrs Merkel or rather, its lack of confidence in other contenders. In 2016, when even the most loyal MPs were despairing over a voter backlash in response to the migrant crisis, the party re-elected her with 89.5% of the vote.

Will Merkel’s coalition crumble?

What might do for Mrs Merkel is her dependence on the SPD.

The centre-left party’s support is disintegrating.

Many of its members and voters didn’t want another coalition with Mrs Merkel’s conservatives. They blame the alliance for the party’s terrible showing in the polls.

After humiliating losses in the Bavarian regional election two weeks ago, SPD party leader Andrea Nahles immediately said that the poor performance of the coalition was to blame.

There is widespread speculation that if Hesse goes badly for it, the SPD will pull out of the alliance and bring down Mrs Merkel’s government.

That, in all probability, would result in another general election.

Germany’s battle-scarred leader is an extraordinary political survivor.

But at that point her party, her country, perhaps even Mrs Merkel herself, may have had enough.